Capitolo I

Cina: socialismo o capitalismo?

Il processo di analisi sulla natura socioproduttiva della Cina contemporanea e della strategia politico- economica adottata negli ultimi decenni dal PCC (partito comunista cinese), dopo il 1976 e la morte di Mao Zedong, pone delle questioni teoriche e politiche di enorme rilievo visto che nel gigantesco paese asiatico vive circa un quinto della popolazione mondiale e che nel 2009 si è assistito a un evento di portata eccezionale, il sorpasso della nuova superpotenza economica cinese rispetto al vecchio detentore del primato produttivo su scala mondiale, gli Stati Uniti (utilizzando il criterio della parità  del potere d’acquisto per i  rispettivi prodotti nazionali lordi).[1]

Per comprendere la matrice (contraddittoria, sdoppiata) socioproduttiva della Cina odierna, si deve partire dall’indagine sui suoi principali anelli sociali di produzione, tenendo tra l’altro a mente che il “modello cinese” post-maoista è stato riprodotto largamente anche in Vietnam e Laos (paesi con circa 90 milioni di abitanti) a partire dal 1986, in base a decisioni prese in assoluta autonomia dai due partiti comunisti asiatici al potere.[2]

E proprio dai “fatti testardi” (Lenin) sorge subito una sorpresa clamorosa: contrariamente alle tesi diffuse in alcuni settori del movimento anticapitalistico occidentale, secondo i quali dopo la svolta del 1976/78 si sarebbe attuata una sorta di restaurazione borghese nel gigantesco paese asiatico, la “linea rossa” e le relazioni sociali di produzione/distribuzione collettivistiche risultano ancora oggi egemoni e centrali all’interno della variegata, composita e “sdoppiata” formazione economico-sociale cinese del 2000-2011. Come punto di partenza riprendiamo alcuni recenti articoli sulla Cina, di orientamento apertamente anticomunista, che possono servire a provocare uno shock salutare in alcuni lettori e compagni.

Il 16 novembre del 2010 J. Dean scriveva sul Wall Street Journal, la “bibbia” dei capitalisti di tutto il mondo, rilevando con preoccupazione come il governo e lo stato cinese possiedano “tutte le maggiori banche in Cina, le tre maggiori compagnie del settore petrolifero e delle telecomunicazioni, le più grandi aziende nei mass media”. Sempre il Wall Street Journal ha notato che i beni di proprietà delle imprese statali nel 2008 equivalevano a ben 6.000  miliardi di dollari, il 133% del prodotto nazionale lordo cinese di quello stesso anno, e in percentuale più di cinque volte del valore accumulato dalle imprese pubbliche (ferrovie, ecc.) francesi, il paese a sua volta più “dirigista” del mondo occidentale.

Una seconda sorpresa è arrivata il 7 luglio del 2010. Un professore dell’università di Yale, Chen Zhiwu, ha rilevato sull’International Herald Tribune (pag. 18) che “lo stato cinese controlla tre quarti della ricchezza in Cina…”: il 75%, quindi, non lo 0,1% del processo produttivo del gigantesco paese asiatico.

A sua volta il giornalista Isaac Stone Fish, sulla rivista statunitense Newsweek del 12 luglio 2010, ha attirato l’attenzione sulle “imprese di proprietà statale, che dominano in modo crescente l’economia cinese…”:  pertanto negli ultimi anni si assiste a un processo di incremento del peso specifico del settore pubblico all’interno della Cina, non certo alla sua riduzione. [3]

Altro microshock. Il 28 settembre del 2009 il sito China Stakes rilevava che, tra l’aprile e il settembre di quell’anno, il governo e le autorità locali della provincia dello Shanxi, (la “capitale del carbone” della Cina) avevano nazionalizzato ben 2840 miniere appartenenti in precedenza a investitori privati, autoctoni o stranieri, con indennizzi di regola ritenuti da questi ultimi “insoddisfacenti”.

Tang Xiangyang, sulla rivista Economic Observer News del settembre 2009, ha preso in esame dal canto suo l’elenco che viene diffuso ogni anno in Cina sulle 500 principali aziende del paese, edito tra l’altro a partire dal 2002 da un organismo che comprende al suo interno anche tutte le principali imprese private, autoctone o multinazionali, che operano in esso.

Con tono sconsolato, Tang Xiangyang ha dovuto intitolare il suo articolo “I monopoli di stato dominano la top 500 della Cina”, notando subito che durante il 2008 tutte le prime 43 posizioni nell’elenco in oggetto erano occupate… da aziende, industrie e banche statali, completamente o a maggioranza in mano al settore pubblico. Le imprese private e i monopoli capitalistici, tanto decantati in occidente, svolgevano il ruolo di “cenerentola” nel processo produttivo cinese, tanto che Tang Xiangyang è stato costretto a rilevare con una certa angoscia come la più grande azienda privata cinese, la Huawei Tecnologies con base a Shenzen, occupasse solo il 44° posto nella lista; dato ancora peggiore per il povero Tang, solo un quinto e solo cento delle “top 500” in Cina erano aziende capitalistiche, la cui percentuale sull’importo globale delle vendite ottenute nel 2008 dalle prime cinquecento imprese risultava pari circa a un deludente … 10%, a un modesto decimo del reddito globale espresso da queste ultime nella Cina del 2008.[4]

Nella classifica relativa alle 500 imprese più grandi al mondo, pubblicata dalla rivista Fortune nel luglio del 2010, risultano a loro volta presenti 42 imprese della Cina continentale (con esclusione di Taiwan, Hong Kong e Macao). E su queste 42 (a partire dalla statale Sinopec, numero sette su scala planetaria), gigantesche aziende cinesi, risultano essere di proprietà pubblica, in tutto o in larga parte, addirittura  quarantuno società su quarantadue, banche e istituti finanziari compresi.

A sua volta Dick Morris, giornalista di sicura fede anticomunista, nel luglio del 2009 intitolava un suo articolo “Il socialismo non funziona nemmeno in Cina” lamentandosi (dal suo punto di vista) che in Cina ben l’80% di tutte le attività di investimento venisse finanziato  da banche statali, in tutto o in larga parte di proprietà pubblica, e che (orrore ancora maggiore) le imprese di stato cinesi esprimessero ben il 70% dell’insieme degli investimenti di capitali in Cina.

Percentuale tra l’altro in crescita progressiva, protestava con vigore l’indignato Dick Morris, e che ingiustamente favoriva la “triste storia del settore socialista in Cina”, sempre a giudizio del pubblicista occidentale.[5]

Quarantatré società statali ai primi quarantatré posti nella “top 500” del 2008, il 70% degli investimenti produttivi cinesi da imprese pubbliche: anche a prima vista, non si tratta certo di “residui” socioproduttivi di marca socialista dei (presunti) “bei tempi passati”.

Servono altri dati? Se ne trovano facilmente.

Secondo l’autorevole economista statunitense Christopher Mcnally, nel 2009 le imprese statali (in tutto, oppure in larga parte di proprietà pubblica) producevano circa il 60% del prodotto nazionale lordo (PNL) cinese e senza tener conto del settore cooperativo, in una nazione spesso definita a torto come capitalista.[6]

Sul New York Times del 29 agosto 2010, Michael Wines notava con preoccupazione come la Cina negli ultimi anni avesse rafforzato il settore statale, tanto che delle 100 più grandi imprese cinesi quotate in borsa, affermava sconsolato il giornalista statunitense, ben 99 erano in maggioranza (quasi totale/egemone) di proprietà statale, e una sola invece privata e capitalista.[7]

In un rapporto della Banca Mondiale del giugno 2010 si ammetteva che “è una politica esplicita” (del governo cinese) “di mantenere un ruolo chiave per le imprese di stato in molti settori denominati come strategici o fondamentali”. Gary Epstein, proprio su questa falsariga e in un articolo apparso sulla rivista Forbes del 31 agosto 2010, si lamentava del fatto che nella Cina contemporanea il ”miglior modo di sopravvivere” per un imprenditore privato, per un capitalista “in un settore industriale che lo stato domina – e ce ne sono molti – è quello di rimanere piccoli”: non esattamente “il credo capitalistico che tu potresti ottenere in una business school”, ha notato con amarezza l’infelice giornalista statunitense.

L’egemonia contrastata della “linea rossa”, all’interno della proteiforme formazione economico-sociale cinese del 2000-2010, si compone e viene costituita innanzitutto da quattro “grandi anelli” materiali, strettamente interconnessi tra loro.

Il primo tassello socioproduttivo della “linea rossa”, nella Cina contemporanea, viene rappresentato dall’enorme ruolo e peso specifico mantenuto tutt’oggi dalle grandi imprese statali, in tutto o in larga parte di proprietà pubblica, che operano nel settore industriale e bancario, estrattivo e commerciale della grande nazione asiatica.

Il 3 settembre del 2007 il Quotidiano del Popolo di Pechino, l’organo di stampa più prestigioso del partito comunista cinese (PCC), ha riportato che nel 2006 le 500 principali imprese della Cina (ivi comprese banche, settore petrolifero, ecc.) controllavano e possedevano l’83,3% del PNL cinese, in netto aumento rispetto al 78% del 2005 e al solo 55,3% del 2001: tra questi 500 grandi colossi, 349 e quasi il 70% del totale erano di proprietà statale, in modo completo o con una quota di maggioranza appartenente alla sfera pubblica.

Il trend generale è continuato anche nel 2009. Secondo i dati forniti il 4 settembre del 2010, l’anno precedente le prime 500 imprese cinesi avevano raggiunto un reddito operativo pari a più di quattromila miliardi di dollari, quasi il doppio del PNL italiano: di questi 4.005 miliardi di dollari, meno di un sesto era stato prodotto dalle imprese private, dimostrando ancora una volta l’egemonia (contrastata) del settore statale all’interno del processo globale di riproduzione dell’economia cinese.

Sempre nel 2006 il giro di affari e le vendite delle imprese statali (completamente o in maggioranza statali) risultò pari a 14,9 migliaia di miliardi di yuan, su un totale di 17,5 migliaia di miliardi di yuan di vendita globale collezionati dalle prime 500 imprese, pari a circa l’85% dell’insieme del giro d’affari della ricchezza prodotta da queste ultime; visto che la quota dei “500 big”sul prodotto nazionale lordo cinese era a sua volta pari al sopraccitato 83,3%, la quota percentuale delle 349 imprese statali sul PNL cinese ufficiale risultava pari al 70% e a quasi tre quarti della ricchezza globale cinese.[8]

Nel 2008 il giro d’affari delle SOE (imprese statali cinesi, in tutto o a maggioranza di proprietà pubblica) era ancora aumentato, fin quasi a raggiungere i 18 migliaia di miliardi di yuan e una quota sempre pari a circa il 70% del PNL interno, equivalente invece a 24,66 migliaia di miliardi di yuan nell’anno preso in esame, mentre il numero di impiegati in esse risultava pari a circa 35 milioni di unità.[9]

La dinamica continuava anche l’anno seguente, visto che nel 2009 la massa d’affari della SOE superava a sua volta i 20 migliaia di miliardi di yuan, con un ulteriore incremento in termini assoluti.

Anche se una parte nettamente minoritaria delle imprese statali risulta in mano ai privati, autoctoni o stranieri, come soci di minoranza, mentre una quota “sommersa” del PNL cinese non emerge dalle statistiche ufficiali, si tratta chiaramente di dati assolutamente sconosciuti al reale capitalismo monopolistico di stato, egemone nell’area occidentale, segnata tra il 1979 e il 2005 da processi giganteschi di privatizzazione delle imprese produttive statali che hanno invece solo sfiorato in misura modesta l’economia cinese, a partire dal decisivo sistema bancario.

La principale debolezza del settore statale cinese consiste nel suo minor tasso medio di profitto rispetto alla sfera privata, autoctona o straniera. La massa di profitto ottenuta dalla SOE è passata dai 90 miliardi di yuan del 1995 fino ai 221 del 2002, balzando poi nel 2007 alla cifra di 1.620 miliardi di yuan (221,9 miliardi di dollari): un incremento eccezionale, dovuto anche al doloroso processo di ristrutturazione delle imprese statali sviluppatosi tra il 1998 e il 2006, ma che non è ancora sufficiente a far raggiungere alle SOE i margini di redditività ottenuti negli stessi anni dal settore privato, che tra il gennaio e il novembre del 2007 avevano raggiunto una massa di profitto di 400 miliardi di yuan solo nel segmento delle grandi imprese private, trascurando le medie, piccole e piccolissime imprese.[10]

Il secondo anello principale, che garantisce tuttora l’egemonia contrastata della “linea rossa” all’interno della variegata formazione economico–sociale cinese, viene rappresentato dalla proprietà pubblica del suolo cinese, che può essere concesso legalmente in usufrutto a privati solo in determinate condizioni e con l’approvazione preventiva dello stato. Ancora recentemente l’assemblea legislativa cinese ha rifiutato qualunque proposta di privatizzazione della terra in Cina: il 30 gennaio del 2007 Chen Xiwen, direttore dell’ufficio agricolo del governo centrale, dopo aver ribadito un secco diniego alle ipotesi di privatizzazione ha notato che la terra veniva data in usufrutto ai contadini per trent’anni, e che ogni ipotesi di subaffitto del suolo da parte dei contadini alle imprese industriali era pertanto da considerarsi come assolutamente illegale.[11]

Anche secondo le nuove leggi, entrate in vigore dal primo ottobre 2007, la proprietà della terra in Cina si divide in due tipi fondamentali: quella statale per le aree urbane, e quella invece posseduta collettivamente dai singoli villaggi rurali nelle campagne del gigantesco paese asiatico, agglomerati riconosciuti come Organizzazioni Economiche Collettive (OEC), che distribuiscono l’usufrutto della terra alle famiglie contadine e/o alle cooperative di produzione agricola operanti nei loro villaggi. Per meglio tutelare gli interessi dei contadini, nell’ottobre del 2008 le autorità centrali hanno presentato un progetto di legge che tutelerà le OEC dall’espropriazione di terre per i bisogni produttivi delle imprese, per nuove strade, ferrovie, ecc., consentendo allo stesso tempo alle famiglie contadine già usufruttuarie della terra un maggiore livello di protezione socioproduttiva e politica.

Oltre al suolo, anche le risorse idriche della Cina rimangono saldamente in mano pubblica: un dato di fatto non certo scontato, invece, nell’occidente capitalistico dove l’utilizzo “sdoppiato” del bene comune-acqua, a scopi di profitto, è emerso attraverso i processi di privatizzazione delle risorse idriche che,dal 2009, interessano ormai anche l’Italia.

Il terzo segmento socioproduttivo che costituisce il complesso mosaico della “linea rossa” in Cina è costituito dal settore cooperativo, in particolar modo dalle imprese cooperative (industriali e artigianali) di villaggio, di proprietà di tutti gli abitanti dei villaggi o municipi interessati, secondo una pratica produttiva regolarizzata da una legge del 1990.

Il Fondo Monetario Internazionale (2004) ha stimato che se già nel 1980 le cooperative non agricole di villaggio impiegavano circa 30 milioni di lavoratori, nel 2003 la cifra era salita a più di 130 milioni di unità lavorative, rimanendo quasi invariata negli ultimi anni e coprendo circa il 20% dell’attuale forza lavorativa cinese, anche se alcune di queste cooperative hanno perso via via il loro carattere originario ed hanno subito un processo mascherato di privatizzazione.

Come ha notato G. Arrighi, il momento fondamentale per il processo di sviluppo delle cooperative rurali non agricole è stato paradossalmente «l’introduzione, nel 1978/1983, del sistema di responsabilizzazione familiare, che faceva tornare il potere decisionale e il controllo sul sovrappiù agricolo alle famiglie, togliendoli alle comuni. Inoltre nel 1979, e poi ancora nel 1983, i prezzi pagati per gli approvvigionamenti di prodotti agricoli sono stati aumentati in misura significativa. Il risultato è stato un aumento importante della produttività delle fattorie e dei redditi agricoli, che a sua volta ha ringiovanito “l’antica” propensione delle comunità e delle brigate agricole a cimentarsi anche nella produzione non agricola. Tramite una serie di barriere istituzionali alla mobilità personale, il governo incoraggiava il lavoratore agricolo a “lasciare la terra senza abbandonare il villaggio”. Nel 1983, tuttavia, venne permesso ai residenti nelle aree rurali di intraprendere attività di trasporto e di commercio anche a grande distanza, alla scopo di trovare sbocchi di mercato ai loro prodotti. Era la prima volta nel corso di quella generazione che ai contadini cinesi veniva consentito di condurre affari fuori dai confini del proprio villaggio. Nel 1984 i regolamenti vennero ulteriormente addolciti, consentendo ai contadini di andare a lavorare nelle città vicine per presentare la loro opera in organismi collettivi noti come “imprese di municipalità e villaggio”.

Il risultato fu la crescita esplosiva della massa di forza-lavoro rurale impiegata in attività non agricole, dai 28 milioni del 1978 ai 136 milioni del 2003, con gran parte dell’aumento localizzato nelle imprese di municipalità e villaggio. Fra il 1980 e il 2004 le imprese di municipalità e villaggio hanno creato un numero di posti di lavoro quadruplo di quelli persi nello stesso periodo nelle città delle imprese statali o collettive. Nonostante fra il 1995 e il 2004 il tasso di crescita dell’occupazione nelle imprese di municipalità e villaggio sia stato inferiore al tasso di disoccupazione degli impieghi urbani statali e collettivi, il bilancio dell’intero periodo mostra che alla fine le imprese di municipalità e villaggio occupano ancora più del doppio dei lavoratori impiegati complessivamente nelle imprese urbane a proprietà straniera, a proprietà privata e a proprietà mista.

Il dinamismo delle imprese rurali ha colto di sorpresa i dirigenti cinesi. Come riconobbe Deng Xiaoping nel 1993, lo sviluppo delle imprese di municipalità e villaggio “fu del tutto inatteso”. Da allora il governo è intervenuto per regolare e dare una normativa alle imprese rurali e nel 1990 la proprietà delle imprese di municipalità e villaggio è stata conferita collettivamente a tutti gli abitanti del municipio o del villaggio interessato. Il potere di assumere o licenziare i direttori delle imprese fu però conferito alle autorità locali, con la possibilità di demandare tale scelta a una struttura governativa. Anche la distribuzione dei profitti è stata sottoposta a normativa, introducendo l’obbligo del reinvestimento nell’impresa di più del 50% dei profitti per modernizzare e ingrandire gli impianti e per finanziare servizi e grafiche per i lavoratori, mentre la quasi totalità di quel che resta deve essere impiegata per infrastrutture agricole, miglioramenti tecnologici, servizi pubblici e investimenti di nuove imprese».[12]

A fianco delle cooperative rurali (non agricole) di villaggio, tuttora esiste una grande e variegata rete di cooperative agricole ed edilizie, di consumo industriali, che fanno parte della Federazione delle Cooperative cinesi interessando in forme diverse buona parte della popolazione cinese, a partire dei 10 milioni di persone che lavoravano direttamente al loro interno  nel 2003.

Nel 2002 ammontavano invece a circa 100 milioni gli associati delle cooperative cinesi facenti parte dell’Alleanza Internazionale delle Cooperative, mentre nel 2003 le 94.711 cooperative cinesi (di tutti i generi e tipologie) contavano al loro interno diverse centinaia di milioni di uomini e donne, associati a vario titolo.[13]

Secondo una tesi assai diffusa nella sinistra occidentale, non sono esistite quasi più delle cooperative rurali di produzione in Cina dopo la morte di Mao, ma si tratta solo di una leggenda metropolitana.

Il Quotidiano del Popolo del 21 agosto 2010 (“China rural cooperatives help boost farmers’income”) ha riportato invece che, a marzo del 2010, esistevano ormai più di 270000 cooperative agricole in Cina, quasi il triplo di quelle operanti alla fine del 2008, coinvolgendo già ora decine di milioni di contadini  e godendo di un forte sostegno politico-economico da parte dello stato cinese.

Nel completo silenzio dei mass media occidentali, dal 2007 nelle campagne cinesi sta ormai crescendo una gigantesca ondata cooperativa, assolutamente volontaria, la quale ha fatto in modo che all’inizio del 2010 più di un villaggio cinese su tre abbia al suo interno una cooperativa di produzione agricola: non a caso il Global Times (28 giugno 2010, “Small farrners are harvesting the big market”) ha sottolineato come sia la seconda volta, dopo il 1953/58, che i contadini cinesi su larga scala si stiano “organizzando per lavorare assieme” e per produrre in modo cooperativo, creando un fenomeno assai importante sia su scala cinese che mondiale.

Un ulteriore tassello della “linea rossa” cinese viene costituito dal “tesorone” di proprietà statale che è stato via via accumulato progressivamente dopo il 1977, e cioè dalla massa enorme di valuta straniera e di titoli del tesoro esteri via via rastrellati negli ultimi tre decenni dall’apparato statale cinese.

Mentre nel 1978 le riserve valutarie statali risultavano pari solo a tre miliardi di dollari (M. Bergere), a fine giugno 2008 il “tesorone” di proprietà pubblica della Cina ha raggiunto la cifra astronomica di 1.810 miliardi di dollari e un valore pari a circa il 50% del prodotto nazionale lordo (nominale) del paese: detto in altri termini, al PNL cinese controllato dalle imprese statali va aggiunta un’altra massa enorme di denaro e risorse di proprietà pubblica convertibili in ogni momento con facilità, un’altra enorme quota di ricchezza saldamente in mano all’apparato statale e a disposizione dei bisogni dello stato e del popolo cinese.[14]

Un “tesorone” in via di progressivo aumento e che, alla fine del 2010, ha raggiunto quota 2.850 miliardi di dollari, risultando equivalente già ora a quasi il triplo delle riserve valutarie statali a disposizione del Giappone e superando nettamente l’intero PNL dell’Italia nel 2009.

Oltre che dai “quattro anelli” principali sopra descritti,la supremazia (contrastata) del settore socialista nell’insieme dell’economia cinese viene garantita e rappresentata da numerosi altri strumenti, allo stesso tempo politici ed economici, quali:

–                 il possesso e controllo statale della stragrande maggioranza delle risorse naturali del paese, a partire da quelle idriche ed energetiche.

–                 il quasi totale monopolio statale del settore militar-industriale, spaziale e delle telecomunicazioni.

–                 la presenza di numerose imprese municipalizzate in quasi tutte le città cinesi, aziende possedute e controllate dagli organismi politici locali.

–                 la politica demografica del “figlio unico” (non applicata alle minoranze etniche del paese), con i suoi positivi riflessi sia sull’economia che sul processo complessivo di riproduzione della forza lavoro del gigantesco paese asiatico.

–                 il processo partigiano e unidirezionale di concessione dei prestiti bancari, denunciato non a caso  da Dick Morris; essi vengono destinati nella loro grande maggioranza a favore del settore statale e cooperativo, mentre solo per una porzione secondaria vanno alla sfera privata.[15]

–                 l’utilizzo del sistema finanziario principalmente al servizio dello stato, che se ne serve anche “per scopi come la lotta all’evasione fiscale” riconosciuti persino da studiosi anticomunisti.[16]

–                 il progressivo aumento, negli ultimi dieci anni, della quota del PNL cinese amministrata direttamente dallo stato: percentuale passata dall’11% circa del 1998 fino al 23% del 2007.[17]

–                 il processo, relativamente esteso da parte cinese, di riacquisto dell’intera proprietà di alcune delle joint venture formatesi tra imprese statali e multinazionali, come testimoniato anche da Luigi Vinci (Rifondazione Comunista) in un suo articolo sulla dinamica politico-sociale cinese.[18]

–                 molte delle principali multinazionali straniere che operano in Cina sono state costrette ad accettare di costruire joint venture alla pari  con le aziende statali per poter operare in terra cinese, fuori dalle “zone speciali” economiche: ad esempio la Volkswagen ha creato (fin dal 1984) una joint venture paritaria con l’azienda statale SAIC che durerà almeno fino al 2030, imitata in questo senso dalla General Motors, da Microsoft, ecc.

–                 l’intreccio spesso creatosi in Cina tra azionisti privati e proprietà pubblica, all’interno di imprese apparentemente solo capitalistiche, a volte può ingannare: basti pensare che se la Lenovo, una delle più importanti imprese al mondo nella produzione di computer, agli occhi occidentali rappresenta una compagnia privata, alla fine del febbraio 2008 almeno il 30% delle sue azioni risultava in mano statale.

–                 il potere reale di fissare” dall’alto” e per via politica i prezzi di alcuni beni e servizi, come è successo nei primi mesi del 2008 per benzina , grano, latte e uova, al fine di combattere l’allora crescente inflazione (misure analoghe vennero prese nel 1996 e 2003).

–                 il pieno controllo statale su decisive condizioni generali della produzione quali dighe, centrali elettriche, canali di irrigazione, porti, sistema ferroviario e stradale, rete di internet, ricerca scientifica e settore high-tech, ecc.

–                 tra il 2010 e il 2020 il progetto ferroviario dell’alta velocità conta di coprire, con fondi e proprietà pubbliche, ben 50000 chilometri del gigantesco paese asiatico, raggiungendo velocità di 1000 Km all’ora.

–                 il controllo statale sui flussi monetari da e per la Cina, basato anche sulla non-convertibilità dello yuan.

–                 l’utilizzo su larga scala della pianificazione: proprio alla fine del 2010 è stato approvato il dodicesimo piano quinquennale (2011-2015) nella storia cinese.

–                 il processo di creazione e riproduzione di nuovi settori produttivi attraverso l’azione statale, come sta avvenendo per la fusione termonucleare (progetto East, già in funzione), i supercomputer made in China e il nuovo polo aeronautico civile autoctono (gestito e finanziato direttamente dalla sfera pubblica con l’erogazione della notevole somma di 19 miliardi di yuan, a partire dall’estate del 2008), le nanotecnologie e le infrastrutture per telecomunicazioni, ecc.[19]

–                 dal giugno 2010, il totale controllo della sfera pubblica cinese è stato introdotto sui metalli rari, di cui il gigantesco paese asiatico è di gran lunga il maggior produttore. Nel 2009 ben il 94% del consumo mondiale degli essenziali metalli rari (antimonio,gallio, tungsteno, ecc.) proveniva dalle miniere statali cinesi, mentre l’acuto Deng Xiaoping aveva notato già verso la metà degli anni Novanta che “il Medioriente ha il petrolio, la Cina i metalli rari.”

–                 il settore dei mass media (dalla televisione fino agli studi cinematografici) risulta da sempre sotto il pieno controllo della sfera pubblica, egemonizzata dal partito comunista cinese: non esiste un Berlusconi cinese, un Murdoch cinese, ecc., come per fortuna non esiste un “Vaticano cinese” in possesso di mass media, grandi proprietà immobiliari, quote azionarie in molte grandi società, ecc.

–                 l’economia “verde” in Cina risulta in realtà assai “rossa”: proprio recentemente è stato pubblicizzato un gigantesco piano statale, che prevede l’impiego decennale di fondi pubblici per cento miliardi di dollari al fine di sviluppare ulteriormente le fonti energetiche pulite, progetto definito negli USA come uno “Sputnik verde”.

–                 il potere statale di aumentare per legge (e scelta politica) i salari minimi, potere applicato concretamente e più volte nel corso degli ultimi decenni. Ad esempio, l’insospettabile International Herald Tribune (28 dicembre 2010, pag 18) ha ammesso che “il salario minimo crescerà a Pechino del 21% a partire dal 1 gennaio del 2011, “dopo un 20% di incremento avuto appena sei mesi fa” a metà del 2010.

–                 lo sviluppo dell’edilizia pubblica, che porterà, nel solo 2011, alla costruzione di ben dieci milioni di case a basso prezzo, quasi il doppio del 2010.

–                 il sistema fiscale cinese è basato su delle aliquote fortemente progressive, che vanno dallo zero per i redditi più bassi ad arrivare al 45% per le entrate superiori ai 100.000 yuan mensili, pari a circa 12.000 euro al mese.

Una certa importanza pratica viene assunta anche dall’egemonia acquisita sia dalla libera cooperazione  che dal consumo gratuito, all’interno di alcuni settori della tecnologia e dei generi di consumo.

Infatti non solo in Cina vige il principio/praxis del libero utilizzo, senza alcuna forma di brevetto, per tutte le scoperte scientifiche e i metodi diagnostici/terapeutici, per ogni varietà di animali e vegetali (nessun brevetto cinese sul DNA) e sulle sostanze ottenute attraverso processi nucleari; non solo in tutto il gigantesco paese asiatico un software cooperativo e gratuito come Linux (oltre alle sue numerose varianti autoctone) risulta estremamente diffuso, anche grazie all’appoggio esplicito del governo cinese, tanto che persino i nuovi supercomputer cinesi lo usano, ma soprattutto nella pratica collettiva cinese ormai domina l’abitudine di scaricare gratuitamente musica, film, libri, fotografie, programmi di software, ecc.

Tanto diffusa risulta tale pratica collettiva di utilizzo gratuito dei multiformi prodotti della creatività umana, che anche l’ipercapitalistica Google per il mercato cinese (e solo per esso…) è stata costretta, a partire dall’aprile 2009, ad adottare parzialmente il criterio comunista del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”, creando un sistema gratuito e legale di download dei pezzi musicali: ben 350.000 brani di svariati artisti, cinesi e occidentali, sono stati messi a disposizione (libera e gratuita) degli utenti cinesi nella speranza di avvicinarli a Google, adattandosi forzatamente alla loro consolidata praxis di appropriazione e consumo gratuito.

Non è ad esempio casuale che Mega Video, un portale cinese di video, sia ormai divenuto famoso nel mondo anche grazie alla possibilità di accedere sia ai film d’epoca che a quelli molto meno antichi, a un costo irrisorio se non del tutto gratuitamente; un altro fenomeno interessante è che proprio in Cina il processo di digitalizzazione dei libri, di giornali e riviste attraverso Internet (molto spesso gratuito) sia ormai estremamente avanzato, tanto che il paese asiatico nel 2009 ha occupato il primo posto nel mondo con ben 300000 diverse tipologie e generi di libri elettronici, già utilizzabili su larga scala.

Tutti questi importanti strumenti politico-economici, di natura pubblica o cooperativa, si collegano dialetticamente tra loro, rafforzando ulteriormente i “quattro anelli” fondamentali che riproducono costantemente l’egemonia (contrastata) del settore socialista nel processo di sviluppo dell’articolata formazione economico-sociale cinese, durante i primi due decenni del nuovo secolo.

Certo, se le prime 43 imprese statali della “top 500” del 2008 venissero privatizzate…

Certo, se le 349 grandi imprese statali / a maggioranza statale della “top 500” del 2006 venissero privatizzate in Cina, come è successo nell’ex-blocco sovietico tra il 1989 e il 1998…

Se venissero privatizzati il suolo e le risorse naturali cinesi, come è avvenuto del resto nell’ex-blocco sovietico tra il 1989 e il 1998…

Se il settore cooperativo cinese scomparisse, o venisse inglobato all’interno della sfera capitalistica, autoctona o estera…

Se il “tesorone” di 2.650 miliardi di dollari venisse progressivamente destinato a riempire le tasche delle grandi imprese private del paese, o delle multinazionali estere…

Se scomparisse il quasi-monopolio statale sulle risorse naturali del paese, sul settore delle telecomunicazioni, nell’industria degli armamenti a favore del “privato”…

Se la quota statale della joint venture con le multinazionali estere fosse svenduta a basso prezzo, in questo ipotetico (ma non impossibile, visto l’effetto di sdoppiamento post-9000 a.C.) scenario la configurazione concreta dei rapporti di produzione cinesi all’inizio del terzo millennio certo cambierebbe radicalmente e si affermerebbe, come nella Russia post-1991, una forma chimicamente (quasi) pura di capitalismo monopolistico di stato, attraverso processi giganteschi di privatizzazione delle forze produttive sociali e delle condizioni generali della produzione,che davvero trasformerebbero la Cina attuale in un nuovo Eldorado per il capitalismo internazionale.

Ma a tutt’oggi non è questa la situazione dei rapporti sociali di produzione in Cina, mentre lo scenario sopra delineato rappresenta a nostro avviso solo un ipotesi subordinata rispetto alla dinamica futura del paese, anche perché i dirigenti del PCC hanno studiato a lungo le dinamiche concrete e le principali ragioni materiali (code, penuria di generi di consumo) del crollo sovietico del 1988/91.

Purtroppo alcuni “utili idioti” della borghesia internazionale, autodefinitisi intellettuali comunisti, da molti decenni ritengono che la proprietà privata/possesso privato dei mezzi di produzione costituisca una questione poco importante, come del resto la sua ardua trasformazione in proprietà pubblica di matrice cooperativa e/o (orrore!) statale. Ma hanno dimenticato, forse per pura stupidità:

–          il gigantesco processo di privatizzazione e svendita dei mezzi di produzione e delle risorse naturali avvenuto, dopo il tragico triennio 1989/91, nei paesi dell’ex Patto di Varsavia, a partire dalla Russia di Eltsin e dalla Polonia di Solidarnosc.

–          il gigantesco processo di privatizzazione e svendita sia dei mezzi di produzione che delle risorse naturali avvenuto in tutto il mondo occidentale, a partire dalla Thatcher (dalla British Aerospace alle società dell’acqua regionali) e dall’orrendo laboratorio cileno di Pinochet.

–          i giganteschi processi di “privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite” che si verificano puntualmente nel mondo capitalistico, in caso di crisi economiche (la lezione del 2008/2010 è sotto questo aspetto indimenticabile: AIG, Northern Rock, General Motors,  ecc.).

–          il gigantesco tentativo di privatizzare l’utilizzo di tutte le risorse naturali, a partire dalla stessa … acqua, come dimostra anche l’esperienza italiana del 2009/2011.

–          la progressiva riduzione delle imposte sui profitti in tutto il mondo occidentale, a partire dal 1973/79.

–          la tendenza alla progressiva riduzione delle tasse di successione sui grandi patrimoni, all’interno delle principali metropoli imperialistiche : ad esempio, negli USA le imposte di successione sulle ricchezze superiori a 3,5 miliardi di dollari risultavano equivalenti al 55% nel 2000, diventarono in seguito pari al 45% con Bush dopo il 2001 e arrivarono a… zero, a zero dollari per l’anno di grazia 2010, grazie all’inerzia colpevole dell’amministrazione di Obama. E proprio nel dicembre del 2010, d’accordo con i repubblicani, sempre Obama ha prolungato di altri due anni gli sgravi fiscali già concessi da Bush figlio, essenzialmente a favore dei ricchi miliardari statunitensi.

Proprio l’egemonia (contrastata) della “linea rossa” all’interno dell’articolata formazione economico-sociale cinese spiega, tra molti altri fenomeni, l’assenza di crisi globali di sovrapproduzione nel gigantesco paese asiatico durante gli ultimi tre decenni e nel 2008/2010, oltre alla solida tenuta della Cina rispetto alla gigantesca crisi finanziaria che ha colpito l’Asia durante il biennio 1997/98: processi innegabili, non spiegabili assolutamente con un (ipotetico) potere “magico” posseduto dal PCC e dal popolo cinese.

Nella Cina contemporanea, tuttavia, la tendenza collettivistica non è sola, visto che al suo interno non si riproduce continuamente solo la “linea rossa”, ma sussiste alla luce del sole e legalmente – a differenza che in Unione Sovietica dopo il 1929 – una potente “linea nera”, che opera apertamente all’interno della “sdoppiata” formazione economico-sociale cinese fin dal 1977/80 arrivando ai nostri giorni.

La sfera capitalistica in Cina si divide nel settore in mano cinese (comprendendo al suo interno anche i capitali provenienti da Taiwan, Hong Kong e dalla diaspora cinese in Asia), nella sfera produttiva invece controllata dalle multinazionali straniere e infine nella “variante cinese” del capitalismo di stato (= corruzione, furto di beni statali, ecc).

L’estensione quantitativa della “linea nera”, di matrice sia autoctona che straniera, risulta notevole e in crescita continua almeno fino al 2007: alla fine di settembre del 2007 la Cina vedeva ormai 5,3 milioni di imprese private regolarmente registrate nel paese, il cui flusso complessivo di affari risultava pari a 8,8 migliaia di miliardi di yuan con 70,6 milioni di persone impegnate al loro interno.[20]

Anche se si tratta di risultati e cifre assai consistenti, siamo in ogni caso molto lontani dalla massa di mezzi di produzione e di vendite (18 migliaia di miliardi di yuan nel 2007), di risorse materiali/finanziarie e di occupati messi in campo dal settore statale e cooperativo: invece la sfera privata risultava superiore nel livello medio dei profitti raggiunti nel 2007, i quali nel solo settore industriale avevano raggiunto quota 400 miliardi di yuan da gennaio a novembre del 2007.[21]

Dopo essersi sviluppate per più di un decennio nelle “zone speciali” del Guandong, a loro volta le multinazionali estere nel 2006 ormai occupavano circa 15 milioni di lavoratori cinesi, esprimendo una composizione organica del capitale in media molto superiore a quella delle imprese private cinesi; inoltre le multinazionali straniere controllavano a volte delle quote significative, seppur in qualità di soci di minoranza, delle imprese a controllo prevalentemente statale, tanto che a partire dal 2006 avevano acquisito circa il 10% delle azioni di alcune delle principali banche pubbliche cinesi (azioni ora in parte ricomprate dagli istituti finanziari statali).

Da alcuni decenni, inoltre, si riproduce in Cina una rete molto diffusa di imprese sommerse, che sfuggono in larga parte al controllo e (fisco) statale: il “lavoro nero”, secondo alcune stime, fornisce quasi il 10% del PNL cinese e occupa al suo interno decine di milioni di persone, mentre nel settore illegale dell’economia si trova anche la fonte di ricchezza posseduta dai funzionari corrotti del partito comunista cinese, visto che una parte minoritaria (ma non irrilevante) dei quadri del partito si appropria, sotto molteplici forme illecite, dei fondi pubblici e della stessa proprietà di alcune aziende statali. Si tratta di una riedizione, in terra cinese, della variante sovietica del capitalismo di stato, che all’interno della formazione economico-sociale cinese attuale costituisce solo una sezione minoritaria,  seppur non trascurabile,  della tendenza capitalistica apertamente operante all’interno del gigantesco paese asiatico.

Sull’esistenza concreta di questa (variegata) rete capitalistica, non può essere avanzato alcun dubbio.

Nella Cina post-1976, la coesistenza conflittuale e simultanea tra rapporti di produzione collettivistici da un lato, e relazioni di produzione capitalistiche dall’altro, costituisce pertanto un fenomeno innegabile e che avviene alla luce del sole  come nell’Unione Sovietica della NEP, tra il 1921 e il 1928.

Un discorso a parte vale invece per la “linea bianca”, che si riproduce dal 1978/80 all’interno della complessa formazione economico-sociale cinese e che si materializza nelle centinaia di milioni di contadini autonomi dell’immenso paese, con una propria azienda e un terreno ottenuto in usufrutto pluridecennale dallo stato.

Nel 2003 il numero di agricoltori del paese era pari a 318 milioni di unità: una massa enorme di persone, che tuttavia risultava in sensibile riduzione rispetto al picco di 368 milioni di lavoratori raggiunto nel 1990 con un trend inevitabile anche nel futuro, visto lo sviluppo tecnologico-produttivo del paese e la progressiva migrazione della popolazione rurale verso le città: l’intero settore agricolo, comprendendo al suo interno anche le cooperative agricole, ormai contribuiva nel 2007 per meno del 10% rispetto all’intero prodotto interno lordo cinese.[22]

Seppur in via di progressiva diminuzione quantitativa, a partire dal 2002 i contadini autonomi cinesi sono diventati il secondo “cocco di mamma” del governo, dopo le imprese statali/cooperative, beneficiando di alcuni importanti provvedimenti politico-economici:

–                 L’eliminazione totale di alcune tasse statali poste in precedenza a carico di contadini cinesi, a partire dall’inizio 2006.

–                 L’enorme aumento dei sussidi statali al settore agricolo, arrivati alla somma di 42,7 miliardi di yuan nel 2007, con un aumento di ben il 62% rispetto all’anno precedente.

–                 L’eliminazione totale, a partire  dal 2007, di tutte le tasse e imposte nei distretti più poveri delle regioni centrali e occidentali del paese, in cui vive una popolazione pari a diverse decine di milioni di unità.[23]

In ogni caso, la contraddizione principale esistente tuttora all’interno della complessa e variegata formazione economica-sociale cinese rimane da tre decenni quella tra “linea rossa” e “linea nera”: quest’ultima, con i suoi concreti agenti socio-produttivi, sarebbe estremamente felice di inglobare e annettersi la sfera produttiva statale e cooperativa a prezzi di svendita, come è già successo nell’ex-blocco sovietico tra il 1989 e il 1999, grazie all’eventuale comparsa di nuovi e favorevoli rapporti di forza politici a Pechino.

Il prolungato e aperto processo di coesistenza e competizione, che avviene attualmente all’interno del sistema socioproduttivo cinese tra “linea rossa” e “linea nera”, non cade ovviamente dal cielo ma è il risultato principalmente di una strategia di lungo periodo adottata per via politica, attorno al 1976/78, dalla direzione del PCC grazie anche alla progettualità e pratica di Deng Xiaoping. Essa riprende e traduce in terra cinese, con alcune significative correzioni, la NEP (Nuova Politica Economica) introdotta da Lenin in Unione Sovietica e che perdurò dal 1921 al 1928: per comprendere il vero significato della NEP cinese, bisogna pertanto prima analizzare quella sovietica.

La NEP leninista prevedeva e ammetteva apertamente proprio un processo prolungato e pluridecennale di “sdoppiamento” del tessuto produttivo sovietico con la coesistenza conflittuale, ma tendenzialmente di lungo periodo, e la competizione continua tra il settore socialista e quello capitalistico (anche di multinazionali straniere) all’interno della composita formazione economico-sociale sovietica, contraddistinta anche dalla compresenza di un “terzo protagonista” al suo interno, i contadini medi: capaci di assicurare la propria riproduzione possedendo e coltivando un fondo autonomo di proprietà in ogni caso dello stato, in base al decreto sovietico sulla terra, dell’ottobre del 1917.

Per spostare via via i rapporti di forza, nella particolare forma “di sdoppiamento” creatosi allora tra settore socialista e sfera capitalista, Lenin (“Sulla cooperazione”, 6 gennaio 1923) aveva insistito con forza sullo sviluppo progressivo del processo di cooperazione volontaria tra i contadini sovietici, inteso come forma fondamentale di transizione dell’URSS verso una “società socialista integrale”. Non a caso Lenin affermò nel gennaio del 1923 che «in realtà, il potere dello stato su tutti i grandi mezzi di produzione» (la “linea rossa” in URSS), «il potere dello stato nelle mani del proletariato, l’alleanza di questo proletariato con milioni e milioni di contadini poveri e poverissimi, la garanzia della direzione dei contadini da parte del proletariato, ecc., non è forse questo tutto ciò che occorre per potere, con la cooperazione, con la sola cooperazione, che noi una volta consideravamo dall’alto in basso come affare da bottegai e che ora, durante la NEP, abbiamo ancora il diritto, in un certo senso, di considerare allo stesso modo, non è forse questo tutto ciò che è necessario per condurre a termine la costruzione di una società socialista integrale? Questo non è ancora la costruzione della società socialista, ma è tutto ciò che è necessario per condurre a termine la costruzione.

Appunto in ciò sta di bel nuovo l’essenziale. Una cosa è fantasticare in merito ad ogni sorta di associazioni operaie per edificare il socialismo; altra cosa è imparare praticamente a edificare questo socialismo in modo che ogni piccolo contadino possa partecipare a questa costruzione. Tale stadio noi l’abbiamo ora raggiunto. Ma è indubbio che, avendolo raggiunto, noi lo utilizziamo in modo troppo insufficiente».[24]

Lenin inoltre aggiunse volutamente, per evitare a priori equivoci e fraintendimenti, che le cooperative “nel nostro regime attuale” del 1923 appartenevano a pieno titolo alla “linea rossa” assieme alle aziende socialiste, distinguendosi invece nettamente dalle “aziende capitalistiche private”, che componevano allora (e compongono tuttora) un pezzo fondamentale della “linea nera” socioproduttiva.

«Nel nostro regime attuale le aziende cooperative si distinguono dalle aziende capitaliste private in quanto sono aziende collettive, ma non si distinguono dalle aziende socialiste, perché sono fondate sulla terra e sui mezzi di produzione che appartengono allo Stato, cioè alla classe operaia».[25]

Infine il grande rivoluzionario russo non intese l’URSS della NEP come “un regno della grettezza contadina”, ma viceversa in qualità di un gigantesco campo di scontro e conflitto,  in cui lo stato socialista ed il settore pubblico sarebbero riusciti progressivamente ad attivare un processo gigantesco di riproduzione allargata della produzione in URSS, partendo ovviamente dal settore economico allora più arretrato nel gigantesco paese eurasiatico, l’industria pesante. In uno dei suoi ultimi scritti, “Meglio meno, ma meglio”, Lenin notò che in URSS bisognava “con la più grande economia” eliminare “dai rapporti sociali ogni traccia di sperpero”. E si chiese “Non sarà questo il regno della grandezza contadina? No. Se la classe operaia continua a dirigere i contadini avremo la possibilità, gestendo il nostro stato con la massima economia, di far si che ogni piccolo risparmio serva a sviluppare la nostra industria meccanica, a sviluppare l’elettrificazione, l’estrazione idraulica della torba, a condurre a termine la centrale elettrica del Volkov, ecc.”.[26]

A questo punto torniamo alla Cina contemporanea, dove non a caso Huang Hua Guang, direttore del dipartimento per l’Europa Occidentale del PCC, in un’intervista del 2009 con Walter Ceccotti ha notato che “nei fatti la NEP ha fornito degli elementi d’ ispirazione al processo di riforma” (dopo il 1977) “in Cina”.

Avendo come parametro temporale una prospettiva pluridecennale, di lungo respiro e che interessava direttamente più di un quinto della popolazione del pianeta, Deng Xiaoping ed il partito comunista cinese adottarono in modo autonomo e creativo la via strategica della NEP, estremizzando la sua “variante accelerata” del 1926/28, quando in Unione Sovietica si iniziò a riprendere il discorso leninista sulla necessità di uno sviluppo il più rapido possibile della “grande industria meccanica, dell’elettrificazione”, e quando ormai lo stesso Bucharin aveva abbandonato la sua precedente tesi sulla via “al socialismo a passo di lumaca”, come è stato costretto ad ammettere anche uno dei più autorevoli biografi.[27]

I dirigenti cinesi adottarono dopo il 1977, in estrema sintesi,una NEP “ad alta velocità” .

Non a caso, a partire dal 2000, la percentuale di investimenti/ammortamenti rispetto al prodotto nazionale lordo cinese è arrivata fino al 45% circa, in gran parte espressi da parte statale: tasso percentuale che costituisce una delle cause principali del (trentennale) miracolo produttivo cinese e dello sviluppo eccezionale mantenuto da Pechino anche nel triennio 2008/2010, durante la durissima crisi economica subita nello stesso periodo dal capitalismo occidentale, oltre che ritmo  impressionante di accumulazione che supera persino quello sovietico del 1928/32, in piena epoca stalinista e durante gli “eroici furori” del primo piano quinquennale.

Deng Xiaoping, fin dal 1975/77, aveva enunciato e poi applicato concretamente una strategia a lungo termine che prevedeva una prolungata fase di coesistenza, lotta  e pacifica competizione tra settore socialista e sfera capitalistica all’interno della Cina, tesa a rendere il paese una superpotenza economica su scala mondiale.

Il cardine fondamentale della NEP cinese e del “grande progetto” denghista era costituito proprio dalla prevista coesistenza conflittuale tra un settore economico socialista, di matrice sia statale che cooperativa e in ogni caso egemone nella formazione economico-sociale del paese, una sfera produttiva sotto il controllo/possesso del capitalismo privato, autoctono ed internazionale e, infine, un ampio segmento di produttori autonomi rurali, di contadini che potevano e possono tutt’ora godere dell’usufrutto pluridecennale della terra, vendendo larga parte del prodotto delle loro attività produttive individuali.

Rispettando le previsioni e il progetto iniziale, una “linea rossa” collettivistica (ed egemone) si è confrontata fino ad ora per un lungo periodo con la “linea nera” capitalistica ed una “linea bianca”, di piccoli contadini, all’interno della sfera dei rapporti di produzione e della sfera produttiva cinese, come avvenne in URSS dal 1921 al 1929: ancora il 17 gennaio del 1979, Deng Xiaoping affermò pubblicamente che il partito comunista cinese “avrebbe dovuto permettere ai vecchi capitalisti e uomini di affari cinesi di giocare un ruolo” nell’economia della nazione, mentre a partire dal 1978 gli investimenti delle multinazionali straniere iniziarono via via a giocare un ruolo sempre più significativo nell’economia cinese, iniziando dalle “zone speciali” di Shenzen.[28]

Per quanto riguarda il settore agricolo, a partire dal 1981 i terreni vennero in gran parte divisi tra le famiglie contadine, anche se si mantenne (e vige tuttora) il diritto di proprietà collettiva sui suoli rurali dei quali i produttori autonomi hanno l’usufrutto, come avvenne del resto in Unione Sovietica tra il 1917 ed il 1929 e prima della grande ondata di collettivizzazione nelle campagne.[29]

Oltre alla coesistenza tra l’azione delle leggi di mercato e l’intervento dei meccanismi di pianificazione centrale, un ulteriore elemento costitutivo della NEP cinese risultava  in passato, ed è tuttora la ricerca costante e tenace di un rapido sviluppo delle forze produttive, visto come base indispensabile per l’auspicato e progressivo aumento del benessere materiale e culturale dei produttori diretti, sia urbani che rurali: veniva e viene tuttora rifiutata alla radice qualunque concezione pauperistica del socialismo, assieme all’egualitarismo ed al rifiuto degli incentivi materiali.

Fin dal 1975 Deng Xiaoping elaborò tre importanti documenti, che ebbero larga diffusione e popolarità nel partito.

«Il primo e il più importante di questi, s’intitola Programma generale di lavoro per l’insieme del Partito e della nazione, attacca gli ideologi radicali, che tratta da”metafisici” ossessionati dalla politica, dimentichi dell’economia, i quali pensano solo a favorire la rivoluzione e non nutrono nessun interesse per la produzione, pseudomarxisti incapaci di garantire la “liberazione delle forze produttive”.Gli altri due documenti, Alcuni problemi concernenti l’accelerazione dello sviluppo industriale e Diversi problemi nel campo della scienza e della tecnologia, sviluppano e precisano questi temi. L’egualitarismo è impossibile.

La remunerazione deve tener conto delle differenze di competenza, della qualità e della quantità del lavoro fornito. La riabilitazione degli esperti va di pari passo con quella degli incentivi materiali. Quanto agli esperti “bianchi”, dal momento che lavorano nell’interesse della Repubblica popolare di Cina, valgono più di quelli che non fanno niente, provocano scontri tra fazioni e bloccano tutto».[30]

Più volte Deng ribadì che «per sostenere il socialismo noi dobbiamo eliminare la povertà», rilevando che «durante la rivoluzione culturale la “banda dei quattro” lanciò slogan assurdi quali “meglio essere poveri sotto il socialismo e comunismo che essere ricchi sotto il capitalismo”.Ma come si può esigere di essere poveri sotto il socialismo ed il comunismo?… Così, per costruire il socialismo è necessario sviluppare le forze produttive. Povertà non è socialismo. Per sostenere il socialismo, un socialismo che sia superiore al capitalismo, rappresenta un imperativo in primo luogo e soprattutto eliminare la povertà».[31]

Deng era perfettamente cosciente della durissima realtà materiale che era sopportata (a fatica) dagli operai cinesi durante gli anni Sessanta / Settanta, pericolosamente vicina alla linea di povertà assoluta persino in grandi città come Pechino, anche se relativamente distante dalla morte per inedia tipica degli anni compresi tra il 1910 ed il 1949, e  del resto proprio sua figlia Deng Rong descrisse la sua iniziazione alla pesante vita del quartiere operaio di Fanguhzhai a Pechino, quando nell’estate del 1967 suo padre venne incarcerato costringendo lei ed i suoi fratelli ad abbandonare il quartiere riservato agli alti funzionari del partito, a Zhongnanhai.

«Non saprei in quale altro modo definire il posto in cui stavamo a Zhongnanhai, se non come una sorta di “torre d’avorio”. Qui a Fanghuzhai, invece, eravamo senza alcun dubbio nel mondo reale.

Gli operai e gli impiegati del Gabinetto del Comitato centrale nostri coinquilini ci trattavano abbastanza bene, forse dietro ordine di qualcuno. Appena arrivati, molti ci chiesero se avevamo bisogno di qualcosa. Ci diedero dei porri e della salsa di soia. Avevamo ancora in mente Zhongnanhai e quel posto ci sembrava vecchia e cadente, ma gli operai e gli impiegati erano sempre vissuti là con le loro famiglie.

Non pensavano che ci fosse nulla di sbagliato e noi iniziammo a capire che la gente comune viveva così. I loro stipendi erano bassissimi – da venti yuan al mese in su. Al massimo, quaranta. E questo stesso doveva bastare per una famiglia di tre generazioni. Molte mogli per arrotondare incollavano scatole di cartone o di fiammiferi. In molte case i letti erano semplici tavole appoggiate su due lunghe panche sulle quali si coricava l’intera famiglia. I pasti consistevano in focaccine di farina di mais e verdure salate. Se c’erano i tagliolini fritti in salsa di soia con un po’ di carne trita era già una festa. I vestiti erano pieni di toppe. I bambini erano quelli che subivano le privazioni maggiori, ed erano fortunati se riuscivano a difendersi dal freddo.

Di che cosa potevamo lamentarci? Non avevamo il diritto di essere insoddisfatti.

Imparammo a vivere come quelle famiglie di operai. Prendevamo l’acqua dal rubinetto in cortile. Usavamo i bagni pubblici nel vicolo. Presentavamo i buoni per comprare le granaglie allo spaccio dei cereali, mostravamo il nostro libricino al deposito di carbone per comprarne. In quegli anni i cereali, il carbone, l’olio commestibile e molti altri prodotti scarseggiavano ed erano razionati.

Nei periodi festivi, ci mettevamo in coda come gli altri per comprare dei funghetti, dei Fiori Gialli, delle spezie, che nei giorni feriali non si trovavano in vendita. Il formaggio di soia si vendeva una volta alla settimana, e quel giorno dovevamo alzarci alle quattro o cinque del mattino…».[32]

E pensare che molti  intellettuali della sinistra “antagonista” occidentale, a partire da alcuni giornalisti del Manifesto, rimpiangono ancora “i bei tempi” della rivoluzione culturale…

Il quarto elemento costitutivo del progetto di lungo respiro di Deng era (ed è tuttora) la ricerca costante e la pratica politico-economica finalizzata a far assurgere, nel medio periodo, la Cina Popolare al ruolo di prima potenza economica mondiale, superando per prodotto interno lordo globale gli Stati Uniti e cambiando pertanto profondamente i rapporti di forza mondiali, sotto tutti gli aspetti fondamentali e con tutta una serie di notevoli e positive ricadute di portata mondiale: obiettivo raggiunto nel 2009/2010, secondo i criteri di comparazione economica adottati dalla CIA fino al 2006.

Ancora nel marzo del 1975, Deng affermò che «la nostra economia dovrà espandersi in due fasi. Nella prima verranno creati entro il 1980 un sistema industriale e un’economia nazionale indipendenti e relativamente completi. Nella seconda, la Cina sarà trasformata, entro la fine del XX secolo, e cioè entro i prossimi venticinque anni, in una potenza socialista con una moderna agricoltura, industria, difesa nazionale, scienza e tecnologia. L’intero Partito e l’intero paese dovranno impegnarsi per raggiungere questo superbo obiettivo. È una questione di primaria importanza…»[33]

Deng sapeva benissimo che, in una nazione con un territorio pari a 9,57 milioni di km e una popolazione superiore di più di quattro volte rispetto a quella statunitense, il raggiungimento di un veloce e costante tasso di crescita (attorno all’8% annuo) nell’economia del paese avrebbe portato inevitabilmente la Cina a raggiungere prima, e poi superare gli USA per massa globale di forze produttive e di ricchezza reale nel giro di alcuni decenni, anche rimanendo molto distante in termini di reddito e produttività pro-capite al gigante americano: i numeri stavano e stanno tuttora dalla parte della Cina, seppur solo nel medio-lungo periodo e a patto di riuscire a conservare sia la stabilità politico-sociale che una continua riproduzione allargata del processo produttivo del paese.

Deng Xiaoping commise sicuramente dei seri errori, specialmente in politica estera agli inizi degli anni Ottanta (individuazione dell’URSS come nemico principale e teoria dell’inevitabilità della terza guerra mondiale), ma in ogni caso fu il cervello e l’ideatore di una politica economica finora di eccezionale successo, se presa nel suo insieme.

Alla fine del 2009 e sessant’anni dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese (1 ottobre 1949), la scommessa strategica di Deng sulla NEP (e sullo “sdoppiamento”) ha finora dato prevalentemente dei buoni frutti, seppur tra pesanti contraddizioni interne e innescando tutta una serie di innegabili lati negativi in campo socioproduttivo: aumento delle disuguaglianze sociali tra città e campagne e formazione di una potente borghesia autoctona (seppur quasi priva di potere politico, fino al 2011), presenza massiccia delle multinazionali in terra cinese, a partire dalle “zone speciali” del Guandong, seri problemi ambientali, corruzione di una parte dei quadri del PCC e dei manager delle industrie pubbliche, alto livello di infortuni ancora esistente nei posti di lavoro, ecc.

A nostro avviso, tuttavia, il lato positivo supera nettamente l’aspetto  negativo visto:

–                 la persistente egemonia, seppur contrastata, dei rapporti di produzione/distribuzione collettivistici all’interno della formazione economico-sociale cinese

–                 la crescita produttiva esponenziale raggiunta dalla Cina tra il 1978 ed il 2010, che l’ha portata a diventare in tre decenni la prima superpotenza economica del pianeta ed a scavalcare gli Stati Uniti in termini di prodotto nazionale lordo, sempre a parità di potere d’acquisto.

–                 l’enorme aumento del potere d’acquisto reale degli operai e dei contadini cinesi, al netto dell’inflazione. Dal 1978 fino ad oggi, anche secondo molti esperti occidentali, il reddito reale degli operai è aumentato di almeno sei volte e quello dei contadini di circa cinque volte, tanto che il numero degli agricoltori più poveri, appena in grado di sfamarsi e vestirsi tra mille stenti, è calato vertiginosamente dai ben 250 (duecentocinquanta) milioni del tardo periodo maoista (1977) ai  15 milioni del 2009. Sempre quindici milioni di troppo, certo, ma ben il 92% in meno della (presunta) epoca “gloriosa” della rivoluzione culturale del 1966/76, idealizzata in buona fede dal maoismo occidentale degli anni Sessanta.[34]

–                 l’alto livello di risparmio mantenuto dagli operai, impiegati e contadini cinesi, in presenza di una offerta ampia e multilaterale di generi di consumo (a differenza che nell’esperienza sovietica): un tasso di risparmio che, nel 2004, risultava pari a circa un quarto del reddito disponibile alle famiglie.[35]

Attualmente la Cina non costituisce solo la fabbrica, ma anche “il salvadanaio” principale del mondo.

Tutti i processi sviluppatisi negli ultimi tre decenni portano in ogni caso ad una sola ed evidente conclusione, e cioè che la Cina si è realmente “sdoppiata” come tessuto socioproduttivo e nelle sue relazioni sociali interne di produzione-distribuzione, visto che si è realmente creata e sviluppata una “linea nera” socioproduttiva che, a partire dal 1977, alla luce del sole e legalmente, si è affiancata all’alternativa “linea rossa”. Come la NEP leninista del 1921/28, anche la NEP cinese del 1978/2011 conferma con particolare evidenza l’esistenza di un processo di coesistenza, conflittuale e difficile, tra due tendenze socioproduttive alternative: tra l’altro in forme aperte e non nascoste, come avvenne invece nella dinamica sovietica del 1930/90 con la riproduzione reale, ma illegale e clandestina, del “connubio” tra le mafie  protocapitalistiche ed i funzionari/manager corrotti della nomenklatura.

Detto in altri termini, a partire dal 1978/79 ed a parità approssimativa nel livello di sviluppo qualitativo delle forze produttive, operano e si fanno concorrenza diretta sul suolo cinese le acciaierie di proprietà privata (autoctona o cinese) e quelle invece di proprietà statale, banche private ed istituti finanziari pubblici, imprese petrolifere pubbliche e multinazionali straniere che operano in questo campo, in un elenco che può essere allungato a piacere e che avviene spesso all’interno di una competizione economica particolarmente feroce: secondo il grande storico Giovanni Arrighi, infatti,  proprio in Cina la dinamica della concorrenza produttiva ha assunto infatti forme acute e ormai quasi sconosciute nei reali, concreti capitalismi monopolistici di stato dell’occidente. A giudizio di Arrighi, esiste infatti un’altra particolare caratteristica della «transizione cinese all’economia di mercato che suggerisce cautela nell’identificarla con una transizione al capitalismo tout court. Si tratta dell’attivo incoraggiamento della concorrenza da parte del governo non solo fra i capitali provenienti dall’estero, ma fra tutti i capitali, stranieri o cinesi, privati o pubblici che siano. Anzi, dalle riforme è venuto un segnale assai più forte in direzione dell’aumento della concorrenza per mezzo della rottura dei monopoli nazionali e dell’eliminazione delle barriere che in direzione della privatizzazione».[36]

Pertanto emerge la coesistenza alla luce del sole, e competizione alla luce del sole, tra le due tendenze principali del processo produttivo cinese all’inizio del terzo millennio; effetto di sdoppiamento, innegabile e plateale, tra “linea rossa” e “linea nera” nella Cina contemporanea e da più di tre decenni, tra la (centrale) tendenza socialista e la (subordinata) controtendenza capitalistica all’interno delle variegate, composite relazioni di produzione esistenti nel gigantesco paese asiatico.

E’ inoltre emerso il ruolo centrale della sfera politico-sociale, e dei rapporti di forza politico-sociali, nel determinare via via l’egemonia dell’una o dell’altra tendenza socioproduttiva, oltre che il raggio d’azione delle due “linee”alternative in campo economico nella Cina contemporanea: una funzione non solo centrale , ma anche platealmente ed immediatamente essenziale, determinante e decisiva.

Infatti, da un lato, la progettualità/pratica politico-economica della direzione del PCC è stata sicuramente decisiva nel creare gli spazi d’azione ed i margini di manovra, materiali e legali, per l’espansione vertiginosa del capitalismo privato (autoctono/straniero) in Cina attraverso la costruzione delle zone speciali di Shenzen, la (limitata) privatizzazione di alcune aziende statali cinesi in crisi, l’emergere di joint venture con il benestare delle autorità statali tra multinazionali occidentali e imprese pubbliche, e più in generale con il permesso politico – sottoposto a precisi limiti – allo stesso sviluppo del processo di accumulazione privata in Cina, uno degli aspetti più importanti della NEP cinese.

Ma, d’altra parte, è stato sempre lo stesso PCC a imporre limiti e regole ben precise al processo dell’espansione del capitalismo e della “linea nera” in Cina, e soprattutto a sostenere direttamente e su vasta scala la “linea rossa”: ottenendo in pochi anni, con generose iniezioni di fondi pubblici, lo spettacolare risanamento delle banche statali cinesi, aumentando enormemente a partire dal 2000 la massa d’affari e di profitti delle industrie statali, continuando a far si (come lamentato dal sopraccitato Dick Morris) che queste ultime ricevessero la parte del leone dell’insieme dei finanziamenti bancari e pubblici, stimolando la crescita delle cooperative di villaggio e il credito cooperativo rurale, ecc.

Non sono certo “caduti dal cielo” dei fenomeni sociopolitici importanti, quali la conservazione della proprietà statale del suolo in Cina ed il processo di accumulazione dell’enorme “tesorone” attualmente nelle mani dell’apparato statale cinese, l’enorme aumento dei fondi pubblici destinati alla ricerca scientifico-tecnologica, le grandiose opere pubbliche relative alle infrastrutture (autostrade, ferrovie, aeroporti, telecomunicazioni, ecc.), ecc.

Oltre al sostegno diretto, la tendenza collettivistica ha inoltre ottenuto indirettamente un ulteriore e fondamentale aiuto dal nucleo dirigente politico e dagli apparati statali cinesi col semplice fatto che questi ultimi, a partire dal 1978 fino ad oggi, hanno avviato solo dei processi molto limitati di privatizzazione dei mezzi di produzione e delle banche pubbliche, in proporzioni e con modalità completamente diverse da quelle invece createsi nell’ex-Unione Sovietica tra il 1989 e gli inizi del terzo millennio. Pienamente possibile dal punto di vista socioproduttivo, anche in virtù dell’effetto di sdoppiamento, un ampio e multilaterale processo di privatizzazione del suolo, delle ricchezze naturali, delle banche statali e delle industrie pubbliche è stato rifiutato a priori proprio dal PCC e dalla sua direzione; confermando in tal modo, dal 1978 ad oggi, che aveva sicuramente ragione Jujian Guo, ex analista politico del partito comunista emigrato negli Stati Uniti, quando nell’agosto del 2003 rilevò che «privatizzare le enormi proprietà dello stato» (cinese) «col sistema e la struttura politica esistente» (sempre in Cina) «è un vero problema ed è tecnicamente impossibile. L’esperienza di altri paesi ex-comunisti ha mostrato che non vi è neppure un caso in cui le privatizzazioni avrebbero potuto avvenire, se il partito comunista fosse rimasto al potere e il suo sistema politico intatto».[37]

Se la sfera politica risulta sempre, almeno in parte, “espressione concentrata dell’economia” (Lenin , gennaio 1921), tale tesi generale è risultata vera al massimo grado per la dinamica di sviluppo della Cina Popolare, nella quale sfera politica e processo produttivo sono sempre risultati strettamente interconnessi, interagendo reciprocamente tra loro e con un netto primato del primo spazio d’azione umano rispetto al secondo: e proprio i nuclei dirigenti del PCC che si sono succeduti al potere, dal 1978 fino ad oggi, sono stati gli artefici principali ed i “guardiani” sia della conservazione sostanziale che del gigantesco processo di riproduzione allargato del settore statale in Cina.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti, tanto che proprio la rivista anticomunista “Time” è stata costretta ad ammettere, nell’aprile del 2009, “ che le imprese statali della Cina stanno facendo un grande ritorno”, dato che molte di esse “sono cresciute e diventate giganti, eclissando le relativamente giovani imprese private”: processo che ha assunto, sempre secondo la rivista americana, un ritmo accelerato nel biennio 2008/2009, dato che il grande piano di investimenti pubblici approvato nell’autunno del 2008 ha in pratica favorito quasi solo “i giganti di proprietà statale”, mentre le imprese private sono state lasciate “in larga parte ad arrangiarsi da sole”, sempre secondo la rivista statunitense.[38]

A differenza che nel reale capitalismo di stato occidentale, si è verificata nella Cina del 2008/2009 molta socializzazione dei profitti (pubblici), e quasi nessuna socializzazione delle perdite (private).

La sfera pubblica e cooperativa, i rapporti di produzione collettivisti e la “linea rossa”, continuano pertanto ad avere tuttora un ruolo egemone, seppur affiancati da un potente settore privato, all’interno del processo di riproduzione della variegata formazione economica-sociale cinese: anche se in futuro emergessero nuove dinamiche politiche in grado di ampliare notevolmente le dimensioni quantitative  della “linea nera” cinese, rimarrebbe in ogni caso la certezza che le imprese statali (non finanziarie) hanno espresso nel 2009 un giro di affari pari a più di 20 trilioni di yuan ed a circa tremila miliardi di dollari, cifra e quantità che rende la sfera collettivistica in ogni caso attualmente centrale all’interno del processo produttivo della Cina contemporanea anche se con un’egemonia ”contrastata”.

Già ora, pertanto, si può concludere con sicurezza come una particolare forma di effetto di sdoppiamento dimostri la sua reale persistenza storica  proprio in un paese nel quale attualmente vive un quinto della popolazione mondiale, nella nazione che a partire dal 2009 è ormai diventata la prima potenza economica del pianeta, scavalcando (a parità di potere d’acquisto) gli Stati Uniti in termini di prodotto nazionale lordo.

Logica obiezione: ma perché i dati forniti sembrano subito tanto “alieni” e contrari “al senso comune” della sinistra? Il fatto è che nei mass media occidentali, e della stessa sinistra occidentale, le  informazioni sulla Cina vengono filtrate e selezionate con estrema cura, passando quasi sempre attraverso il prisma e lo schema di interpretazione secondo il quale la Cina è ormai da tempo un paese capitalista (di stato), in tutto o in larga parte, che finge di essere ancora socialista e con un partito al potere che simula di essere ancora comunista: prendendo in considerazione solo gli elementi (reali) che compongono la “linea nera”in terra cinese ma dimenticandosi di tutto il resto, del primato delle aziende statali nella top 500 delle più grandi imprese cinesi, della proprietà collettiva del suolo, del “tesorone” pubblico, ecc.

Come esempio estremo di questo processo di selezione/interpretazione, quasi a senso unico, dei processi socioproduttivi cinesi si può estrapolare il caso-limite della città di Huaxi, nella provincia dello Jiangsu.

Partendo dagli inizi degli anni Settanta, il villaggio rurale di Huaxi si è trasformato via via in fiorente polo agro-industriale, con una produzione agricola ad alto livello tecnologico ed alcune importanti industrie tessili e siderurgiche. Nel 2008 la zona di Huaxi con le sue propaggini produttive, in cui abitano circa sessantamila abitanti, aveva ormai accumulato un capitale fisso equivalente a 400 milioni di dollari ed entrate annuali pari a tre miliardi di dollari e, soprattutto, il più alto reddito procapite tra tutte le zone rurali cinesi, superiore di ben sette volte quello ottenuto in media dagli altri cinesi: viene pertanto denominata, anche dai mass media occidentali, “il più ricco villaggio della Cina”.

Ora, la matrice socioproduttiva di Huaxi risulta in gran parte “rossa” e socialista.

Il suolo è ovviamente di proprietà collettiva, come nel resto della Cina, mentre l’unica azienda locale non è altro che la grande cooperativa agro-industriale che domina il tessuto produttivo della zona.

Tutti gli abitanti di Huaxi lavorano (duramente) nelle diverse branchie della cooperativa di villaggio, ed ottengono la loro parte degli utili prodotti da quest’ultima in base alla quantità/qualità del lavoro erogato individualmente, ma di comune accordo essi versano il 95% dei loro dividendi personali nella struttura produttiva di villaggio, per il suo processo di accumulazione interna e per le spese comuni (edifici pubblici,la costruzione di uno dei più alti palazzi residenziali del mondo, ecc.).

Sempre nella “mega-coop” di Huaxi, gli abitanti ottengono gratuitamente istruzione, assicurazioni previdenziali, pensione e forti contributi per la costruzione delle case in cui abitano, spaziose villette singole di almeno 400 metri quadrati con garage per due macchine, oltre ad essere esentati dalle spese per il riscaldamento.[39]

L’artefice principale del “miracolo di Huaxi” è Wu Rembao, segretario della sezione locale del PCC dal 1966, che è praticamente l’unico abitante della zona a godere (per scelta autonoma) del “contro-privilegio” materiale di vivere ancora in una casa piccola ed antica, con un arredamento interno di tipo spartano e l’unico abbellimento costituito dalle foto che registrano la trasformazione vissuta da Huaxi, negli ultimi quattro decenni: in compenso Wu è stato eletto delegato all’ultimo congresso nazionale del PCC, tenutosi nell’ottobre del 2007, e da tempo gode di un’enorme popolarità in tutta la Cina.

Tutto chiaro? Non per gran parte dei mass media occidentali, che hanno subito notato come tutte le famiglie di Huaxi abbiano la proprietà almeno di una macchina, spesso di provenienza straniera (Audi, BMW, Mercedes, ecc.): “ma allora sono diventati dei capitalisti”, hanno concluso quasi in coro, al massimo ammettendo che Huaxi potrebbe essere una sorta di “Disneyland socialista”, come si può leggere sul Time dell’aprile 2009.[40]

La comune di Huaxi ha collocato alla borsa di Shenzen una piccola sezione della sua quota capitale, nel corso del 1998? Sono solo dei capitalisti riverniciati di rosso…

Peccato che la proprietà delle automobili sia stata ottenuta dai cooperatori di Huaxi solo con un duro e prolungato lavoro personale, senza sfruttare nessun altro essere umano. Nessuna Disneyland, tanta fatica collettiva/individuale…

Peccato che l’alto tenore di vita dei cooperatori di Huaxi sia legato in modo indiscutibile al duro lavoro da essi prestato individualmente, dato che se un abitante lascia la zona perde istantaneamente i suoi precedenti privilegi materiali: chi non lavora più a Huaxi, non può mangiare alle spalle degli abitanti di Huaxi.[41]

Peccato che proprio il comunista Wu Rembao abbia spiegato più volte il vero segreto del successo di Huaxi: i lavoratori devono «godere per primi della felicità, mentre le difficoltà devono essere affrontate dai leader, così da mobilitare l’entusiasmo della popolazione».[42]

Differenze di non poco conto, rispetto al concreto capitalismo di stato che si sperimenta in giro per l’occidente: ma per molti giornalisti occidentali ed italiani, Huaxi è diventata invece il nuovo simbolo dell’utopia capitalistica, creando una sorta di irreale mondo (cinese) alla rovescia secondo un particolare processo di selezione dei fatti operante all’interno di quasi tutti i mass media occidentali, ivi compresi quelli di sinistra.[43]

Solo in casi eccezionali emerge la verità nascosta sulla Cina: uno di essi è stato costituito dalla Stampa di Torino, (15 novembre 2009, F. Scisci, “La Cina marxista saluta Obama”), in un articolo nel quale si ammetteva che uno dei leader del partito, Xi  Jinping, aveva “indicato la necessità di spingere attivamente la formazione del partito sul modello di studio marxista”, rilevando simultaneamente che i dirigenti politici cinesi riconoscono ”un valore autentico… allo studio dell’analisi marxista” e ai “valori centrali del socialismo”, proprio mentre il borghesissimo Obama visitava Pechino.

In qualche raro momento, la verità viene a galla e il vecchio mantra occidentale “in Cina non c’è più

il socialismo” inizia a logorarsi, perdendo fascino e forza attrattiva Xi Jinping ha delineato del resto una prospettiva generale di riferimento (non dogmatica) al marxismo che, in Italia, attualmente è vista come aliena ed insopportabile da gran parte dei leader della sinistra  “radicale”, mentre invece il PCC continua apertamente ad autodefinirsi come una forza politica marxista-leninista ed ha sottolineato il carattere decisivo – seppur affiancato simultaneamente da altre forme di proprietà – svolto dal settore pubblico all’interno dell’economia cinese contemporanea: basta leggere i suoi documenti (tradotti in inglese e facilmente reperibili attraverso internet) pubblici, divulgati alla luce del sole in centinaia di occasioni negli ultimi tre decenni e volutamente ignorati da buona parte della sinistra “antagonista” europea.

Facciamo un esempio concreto.

Il 24 dicembre del 2010, proprio il Quotidiano del Popolo ha pubblicato i dati relativi allo sviluppo delle più grandi imprese statali, durante i primi undici mesi del 2010.

Profitti complessivi: + 50,1% rispetto allo stesso periodo del 2010, per un ammontare complessivo pari a 120,7 miliardi di dollari.

A sua volta il giro d’affari delle principali aziende pubbliche risultava aumentato di ben il 34,7%, sempre rispetto ai primi undici mesi del 2009, raggiungendo quota 2.240 miliardi di dollari (più del PNL italiano per tutto il 2010); il valore dei beni, risorse ed attrezzature di proprietà delle più grandi aziende pubbliche cinesi, sempre escludendo quelle medie e piccole (oltre al settore cooperativo ed alle aziende municipalizzate di Pechino, Shangai, ecc.) era giunto a fine novembre nel 2010 fino a quota 3600 miliardi di dollari, quasi il doppio del PNL italiano nel 2009.

Emergono dati e dinamiche molto interessanti, che la dicono lunga sulla validità e forza propulsiva del settore statale e pubblico in Cina e che sbugiardando concretamente i vari Dick Morris, con le loro litanie sul “fallimento del socialismo”: ma in Italia non ne ha parlato quasi nessuno.

Solo un caso?

Proprio nel 2011 il PCC celebrerà con giustificato orgoglio il 90° anniversario della sua fondazione, avvenuta a Shanghai nel luglio del 1921, in quello che a giudizio di tutta la stampa cinese sarà “il più importante evento nella vita politica cinese del 2011” (Xinhua, 2 gennaio 2011).

Solo un caso?



[1] R. Sidoli, “Cina e Stati Uniti: il sorpasso”, in www.lacinarossa.net, febbraio 2010

[2] Quotidiano del Popolo, 18 settembre 2009, “Can Chinese model be replicated? ”, in english.people.daily.com

[3] D. Losurdo, “ Un istruttivo viaggio in Cina”, 28 luglio 2010, in www.lernesto.it

[4] Tang Xiangyang, “State monopolies dominate China’s Top 500”, in Economic Observer News, 9 settembre 2009, www. eco.com.cn

[5] Dick Morris, “Socialism doesn’t work-not even in China”, 27 luglio 2009, in www.dickmorris.com

[6] L. E. Eskildson, “China: SOEs produce 60% of  its GDP” luglio 2010, in www.tradereform.org

[7] M. Wines, “China fortifies state business to fuel growth”, 29 agosto 2010, in www.nytimes.com

[8] Quotidiano del Popolo, 3 settembre 2007 “Top 500 Enterprises 2006” e 3 settembre 2006 “Top 500 Enterprises 2005”

[9] Quotidiano del Popolo, 24 gennaio 2008 “China’s state owned enterprises”; R. Sidoli, “I rapporti di forza”, cap.settimo, aprile 2009 (in www.robertosidoli.net)

[10] Quotidiano del Popolo, 24 gennaio 2008, articolo citato e 3 febbraio 2008 “Private economy develops rapidly”

[11] Quotidiano del Popolo, 30 gennaio 2007 “China says no to land privatization”

[12] G. Arrighi, “Adam  Smith a Pechino”, pp. 398-399, ed. Feltrinelli

[13] www.ernac.net-coperatives, “China”; Statistiche FMI, 2004-Cina, in www.imf.org

[14] la Repubblica, Affari e Finanza, 14 febbraio 2008, p. 3

[15] Le Monde, 13 novembre 2002 “Dossier Cina”; F. Sisci, “Made in China”, pp. 113-114, ed. Carrocci

[16] F. Sisci, op. cit., p. 113

[17] www.resistenze.org/sito/de/po/ci/poci8

[18] L. Vinci, rivista L’Ernesto, ottobre 2002

[19] la Repubblica, Affari e Finanza, 14 febbraio 2008, p. 40

[20] Quotidiano del Popolo, 3 febbraio 2008, “Private…” op. cit.

[21] Quotidiano del Popolo, 3 febbraio 2008, op. cit

[22] Quotidiano del Popolo, 17 luglio 2008 “China’s GDP up 10,4 percent…”

[23] il Manifesto, 28 marzo 2007; Quotidiano del Popolo, 30 gennaio 2008 “No. 1 central document focuses on rural issues for 5th years”

[24] V. I. Lenin, “Sulla cooperazione”, gennaio 1923

[25] V. I. Lenin, op. cit.,

[26] V. I. Lenin, “Meglio meno, ma meglio”, 2 marzo 1923

[27] S. Cohen, “Bucharin e la rivoluzione bolscevica“, pp. 246-247, ed. Feltrinelli

[28] Deng Xiaoping, Opere Scelte, vol. II, 17 gennaio 1979; M. Bergere, “La Repubblica Popolare Cinese”, pp. 232/267, ed. Mulino

[29] M. Bergere, op. cit., p. 245

[30] M. Bergere, op. cit., p. 207

[31] Deng Xiaoping, op. cit., vol. III, 26 aprile 1987

[32] Deng Rong, “Deng Xiaoping e la rivoluzione culturale”, p. 65, ed. Rizzoli

[33] Deng Rong, op. cit., pp. 279-280

[34] F. Zakaria, “L’era post-americana”, p. 97, ed. Rizzoli

[35] G. Giuggiola, “Cina: il ruolo del risparmio nella corsa allo sviluppo”, 10 marzo 2008, in www.quadrantefuturo.it

[36] G. Arrighi, “Adam Smith a Pechino”, p. 396, ed. Feltrinelli

[37] S. Guo, “The ownership reform in China”, in Journal of contemporary China, agosto 2003

[38] A. Ramzy, “Why China’s state-owned companies are making a comeback”, in Time, 29 aprile 2009

[39] E. Rauhala, “The richest reds in China”, Time, 4 aprile 2009

[40] op. cit.

[41] M. Griffiths e R. Venkit, “The secrets of China’s richest village“, in Chinadaily on line, 16 aprile 2009

[42] “Promesse della costruzione delle nuove zone rurali”, 12 giugno 2006, in www.milanz.mofcom.gav.cn

[43] R. Sidoli, cap. V di “Logica della storia e comunismo novecentesco”, ed. Petite Plaisance, marzo 2010, in www.robertosidoli.net

One thought on “Capitolo I

  1. Se solo i vostri articoli fossero un po’ più sintetici, li leggerebbero in tanti senza stancarsi.
    E’ possibile oppure è una vostra scelta?

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