Capitolo II

I rapporti di distribuzione sdoppiati nella Cina contemporanea

In qualunque modo di produzione non si riproducono solamente le forze produttive, le condizioni della produzione (terra, acqua, ecc.) e i rapporti sociali di produzione, ma anche le relazioni sociali di distribuzione sia del prodotto sociale che del surplus produttivo, dell’eccedenza che rimane una volta tolto il minimo indispensabile per la riproduzione, più o meno stentata, della forza lavoro collettiva e dei mezzi di produzione sociali (usura/ammortamento di questi ultimi).

La Cina contemporanea non fa eccezioni a questa regola e, analizzando la sua realtà concreta  secondo una prospettiva marxista, il processo di distribuzione della ricchezza sociale nel gigantesco paese asiatico presenta sia elementi positivi (prevalenti) che negativi: positivi soprattutto sotto il profilo della dinamica assunta dopo il 1976 dal tenore di vita materiale e culturale degli operai e dei contadini cinesi, seppur partendo da una base materiale di partenza (1976 come “anno zero”) molto bassa ed ancora pericolosamente vicina alla soglia di sussistenza biologica.

Prima di addentrarci nella realtà della Cina, è tuttavia necessaria una premessa di natura teorica.

Secondo la concezione marxista del socialismo, prima e immatura fase della società comunista, in tale lunga fase storica regna il principio della distribuzione secondo il lavoro (e non secondo i bisogni…) e si affermano inevitabilmente alcune disuguaglianze di reddito, in base alla durata concreta della giornata lavorativa (chi lavora part-time non può certo guadagnare come chi produce per l’intera giornata media di lavoro), all’intensità del lavoro, al grado di qualificazione del lavoro (il lavoro complesso, decritto da Marx nel Capitale, è diverso e più produttivo del lavoro semplice) ed alla sua pericolosità (il lavoro di minatore è più rischioso di quello d’ufficio): nella sua Critica del programma di Gotha  del 1875,  questi concetti erano già chiarissimi e sviluppati senza falsi veli ipocriti.

Il problema che non è mai stato affrontato apertamente nel marxismo, dopo il 1875, risulta invece  quello della soglia massima di tolleranza nel processo di differenziazione dei redditi dei produttori diretti, all’interno delle società collettivistiche: in altri termini, non si è mai voluto/potuto quantificare quale livello concreto di disuguaglianza fosse accettabile nel socialismo, specie tra il lavoratore medio con retribuzione media e quelli invece più qualificati , o che devono svolgere i lavori più rischiosi , o quelli più produttivi e “stakanovisti”.

E’ accettabile solo un rapporto di 1:1,1 tra retribuzione del lavoratore medio e tenore di vita di quello più qualificato/più in pericolo? Si ritiene giustificato che il minatore guadagni solo il dieci per cento in più del lavoratore d’ufficio delle poste in una società socialista, sempre a parità di durata dell’orario lavorativo?

O, dall’altro estremo, si ritiene invece accettabile persino un rapporto di 1:100 tra la retribuzione del lavoratore medio ed il tenore di vita raggiunto invece da quello più qualificato/più in pericolo? In altri termini, si ritiene giustificato che il minatore o il manager guadagni ben cento volte in più del lavoratore delle poste, sempre all’interno di una società collettivistica?

La nostra risposta è che da un lato (principale, centrale) il tempo di lavoro costituisce sempre un processo di erogazione di … tempo di vita, di energie psico-fisiche e di fatica, determinando nel suo svolgimento anche l’impossibilità di svolgere altre attività, quasi sempre ritenute più piacevoli dal comune lavoratore ed essere umano: riposo, erotismo, relazione con amici, feste, hobbies, ricerche   individuali/collettive, cura dei figli, viaggi, mangiate e bevute, ecc. Otto ore rimangono sempre otto ore di lavoro e sacrificio, per l’impiegato postale come per il minatore, senza distinzione.

Dall’altro lato, l’esperienza quotidiana insegna che in otto ore si può “battere la fiacca” e impegnarsi molto meno degli altri colleghi di lavoro; dimostra che svolgere un lavoro rischioso (minatore) o molto qualificato (dirigente d’azienda, o leader politici, ingegneri, ecc) comporta livelli di pericolo o di stress superiori a quelli sopportati  dal lavoratore medio; insegna che il lavoro molto qualificato produce più valore (valore/lavoro) di quello svolto dalla forza-lavoro dequalificata, come rilevato da Marx nel primo libro del Capitale.

Collegando i due corni del dilemma, in cui il primo lato risulta a nostro avviso centrale, riteniamo che nel socialismo il rapporto accettabile (come punta massima) tra il potere d’acquisto di un comune lavoratore non qualificato e quello di un produttore impegnato in attività rischiose, oppure molto qualificate e/o stressanti, possa essere di 1: 2,50 e che il guadagno di questi ultimi possa al massimo superare di due volte e mezza quello dell’impiegato comune, impegnato in comodi lavori d’ufficio, sempre a parità di durata ed intensità della giornata lavorativa.

Se un lavoratore (qualificato/non qualificato, dirigente/esecutore, ecc) mostra inoltre dei livelli molto superiori alla media del suo settore in termini di intensità del lavoro e/o di abilità/rendimento, crediamo che sia giustificato che esso possa (al massimo, come punta estrema) guadagnare il 50% in più del suo collega, che esprime invece un livello medio di impegno nella sua attività produttiva: non premiare chi lavora meglio (e/o di più) porta, nella stragrande maggioranza dei casi, a deprimere gli “stacanovisti” reali, come ha dimostrato a sufficienza sette decenni di esperienza sovietica fin dal 1917/18,  lo sviluppo del socialismo cubano (come denunciato correttamente da Raoul Castro, in un suo discorso pubblico del luglio 2008) e la dinamica cinese e vietnamita tra il 1950 ed il 1984.

In base ai due tetti “proposti”, se si  supera il rapporto di 1:4 tra potere d’acquisto del lavoratore comune e quello della forza-lavoro più qualificata, oppure impegnata/molto stressanti, tra l’altro capace anche di esprimere dei livelli molto elevati di intensità del lavoro e di rendimento, si forma una tendenza allo scavalcamento della soglia massima di tolleranza nel grado di disuguaglianza sociale ammissibile all’interno di una società socialista, oppure nel settore socialista di una formazione economico-sociale prevalentemente collettivistica (vedi Cina, dal 1978 al 2011).

Un “tetto” troppo elevato, oppure troppo basso e disincentivante per gli aspiranti stakanovisti? Siamo abbastanza lontani dall’iper-egualitario rapporto di 1:1,1, ma estremamente distanti dall’asimmetrica relazione di 1:300 che si è creata nel terzo millennio tra l’operaio/impiegato medio statunitense ed il manager (non l’azionista principale e di “riferimento”, l’Agnelli di turno) delle grandi multinazionali, in termini di guadagni reali.

Del resto proprio Marx, basandosi sull’esperienza concreta – seppur molto breve – della Comune di Parigi del 1871, aveva approvato il provvedimento dei comunardi francesi con cui si stabiliva che la retribuzione dei dirigenti politici rivoluzionari non dovesse superare quella di un operaio qualificato di quel periodo: e, nella Francia del 1870, il salario di un operaio specializzato superava spesso più di due volte quello percepito dal manovale francese assunto nelle grandi città, per non parlare poi dei salari delle donne operaie. Tra l’altro, nell’Inghilterra del 1867 le punte più avanzate dell’aristocrazia operaia  del paese arrivavano a guadagnare 40 scellini alla settimana, mentre quasi il 60% della forza-lavoro (lavoratori non qualificati, braccianti, donne) ottenevano invece solo 10-12 scellini alla settimana. [1]

In base alle considerazioni sopra esposte, gli eventuali sforamenti  del “tetto” combinato/massimo di 1:4 devono essere valutati in base alla quantità reale di differenziazione, creatasi via via tra il potere d’acquisto dell’operaio comune (sempre di una società collettivistica) e quella dei lavoratori qualificati/impegnati in lavori rischiosi. Un eventuale livello di differenziazione di 1:5, tra i soggetti in esame, rappresenta solo un surplus irrisorio di retribuzione a favore dell’aristocrazia operaia/intellettuale, una proporzione di 1:10 rappresenta già una forma modesta, ma fastidiosa di ingiustizia sociale, un rapporto di 1:20 configura invece un inizio di dinamica di sfruttamento  (seppur limitato/parziale, basato solo su un lavoro reale, con una rendita non ereditaria e non collegata alla proprietà privata dei mezzi di produzione) del produttore interessato (e super-pagato), ai danni dell’intera collettività socialista.

Finita questa indispensabile premessa, si può avviare il processo di analisi dei rapporti di distribuzione attualmente esistenti in Cina e considerati sotto l’aspetto statico, prendendo in esame subito il settore produttivo statale e cooperativo dell’economia che (come si è già visto) controlla circa il 60% del prodotto nazionale lordo cinese; in seguito si esamineranno i livelli di differenziazione sociale esistente nella sfera del capitalismo privato – autoctono ed internazionale – cinese, ed infine si analizzerà la situazione dei produttori autonomi rurali, che hanno ottenuto in usufrutto pluridecennale dallo stato le terre da loro coltivate, in prevalenza sotto forma individuale.[2]

Una prima faglia di differenziazione sociale si apre proprio nella “linea rossa”, nell’egemone settore statale e cooperativo operante all’interno della variegata formazione economico-sociale cinese.

Non sono certo le retribuzioni reali degli alti dirigenti del partito comunista e degli apparati statali cinesi a costituire la pietra dello scandalo, visto che i loro stipendi – anche ai più alti livelli – non superano di molto la retribuzione media degli operai cinesi di Pechino e Shangai.

Hu Jintao, dall’autunno del 2002 leader del partito comunista cinese, nel 2006 ha percepito in qualità di capo dello stato l’enorme somma di… 274 euro mensili, quasi l’equivalente della paga ottenuta nello stesso anno da un metalmeccanico qualificato di Shangai o Pechino, come è stato costretto a riportare il giornale tedesco Bild nell’agosto del 2007; nello stesso anno, invece,  il presidente degli USA Bush junior percepiva circa 24.000 euro al mese, quasi cento volte più di Hu Jintao in termini assoluti.

Anche considerando i notevoli benefici diretti/indiretti derivanti a Hu Jintao dalla sua carica statale, oltre che dall’aggiunta ulteriore di altre fonti di reddito, quali ad esempio la retribuzione ottenuta come leader del PCC (partito comunista cinese), non si può certo parlare di sfruttamento del proletariato cinese per via burocratica. Bisogna anche tener conto che, grazie alle riforme politiche apportate da Deng Xiaoping alla costituzione materiale del partito comunista cinese, ogni alto dirigente (o nucleo dirigente) viene sostituito entro una dozzina di anni, dopo aver via via preparato e cooptato un nuovo nucleo dirigente in grado di prenderne il posto, in modo armonioso e consensuale: Hu Jintao e il gruppo di quadri venuti con lui a capo del partito, entro il 2014 diventeranno degli ex dirigenti del partito, anche se onorati e rispettati da un’organizzazione comunista composta già nel 2009 da quasi 78 milioni di iscritti.[3]

In ogni caso, dati alla mano, perfino per i più alti dirigenti del PCC il superamento del “tetto” proposto di 1:4 risulta assai contenuto, facendo in modo che anche i privilegi materiali goduti dallo strato più elevato dell’apparato politico cinese risultino relativamente ridotti.

Passando invece all’alta burocrazia del gigantesco paese asiatico, il quotidiano anticomunista Il Sole 24 Ore ha riportato nel marzo del 2007 la retribuzione mensile di Lou Jiwei, ex ministro delle Finanze cinesi, promosso a responsabile della nuova holding pubblica cinese destinata a gestire delle riserve valutarie equivalenti, già allora, a circa mille miliardi di dollari: essa risultava pari a soli 800 euro. A loro volta le tre donne che nel 2006 erano poste a capo della SAFE (State Administration of Foreign  Excharge), il super-ufficio dei cambi cinesi, sempre nel 2006 percepivano uno stipendio mensile equivalente a 650 euro, mentre i direttori generali del ministero delle Finanze e di tutti gli altri dicasteri cinesi superavano a stento i 400 euro mensili.

Anche contando i numerosi fringe benefits e un ipotetica quadruplicazione dei redditi dell’alta burocrazia di Pechino, si tratta mediamente di retribuzioni superiori di circa otto volte a quelle degli operai qualificati di Shangai e della capitale cinese.[4]

Il principale problema nella struttura retributiva delle aziende statali e delle cooperative (industriali-agricole) cinesi riguarda invece la differenziazione salariale tra le diverse aree geoeconomiche del paese, in particolar modo l’asimmetria retributiva formatasi tra la zona costiera e le regioni centro-occidentali del paese.

Ad esempio, nel 2005 il reddito medio pro-capite raggiunto dagli abitanti di Pechino equivaleva a 17.653 yuan,  mentre quello urbano della provincia occidentale del Qinghai risultava pari a soli 8.057 yuan, meno della metà di quello pechinese: anche tenendo conto del diverso livello dei prezzi nelle due zone,due operai dello stesso settore pubblico/cooperativo operanti a Pechino e nelle città della regione di Qinghai ottenevano un potere d’acquisto sensibilmente diverso, a parità di rendimento produttivo.[5]

Per quanto riguarda gli impiegati di medio-basso livello nella burocrazia statale, anche il loro reddito a parità di lavoro erogato varia di molto da regione a regione. In una ricerca del giornale Study Times, una pubblicazione del partito comunista cinese, si rivelava che nel 2004 vi era ancora una differenza massima di sette a uno tra i lavoratori pubblici meglio o peggio pagati nelle zone diverse della Cina, sebbene con una notevole flessione nel grado di disuguaglianza rispetto al rapporto di dieci a uno esistente due decenni prima, nel 1985: una legge approvata nel gennaio del 2006 sta lentamente favorendo il restringimento del gap esistente tra i salari di lavoratori pubblici dello stesso livello, ma operante in aree diverse del gigantesco paese asiatico.[6]

Il secondo fronte principale di differenziazione tra i lavoratori del settore statale e cooperativo proviene invece dagli stipendi percepiti dai manager delle imprese di proprietà pubblica, come è emerso da una ricerca pubblicata dal Los Angeles Times del giugno 2007: il dislivello tra  manager ed operai risulta infatti consistente, seppur molto lontano dalle asimmetrie createsi in questo settore di relazioni produttive all’interno del mondo occidentale.

Esaminando gli stipendi di 1400 dirigenti di aziende cinesi di alto e medio livello, in larga maggioranza di proprietà statale, il ricercatore Ma Fei impegnato in una società di Pechino interessata al settore delle “risorse umane” ha rilevato come il loro stipendio medio annuale per il 2006 risultasse pari a 45.000 dollari ed a circa 3800 dollari mensili, somme circa tredici volte superiori a quello ottenuto dagli operai ed impiegati qualificati, nelle zone costiere del paese e nello stesso anno.[7]

Asimmetria notevole, anche se per avere un termine di paragone si deve ricordare che  nel 2006 la retribuzione media annuale dei top-manager delle 500 più grandi imprese statunitensi risultava pari a 15,2 milioni di dollari (senza contare fringe benefits e le attribuzioni di azioni ai dirigenti), almeno trecento volte di più dello stipendio annuo dei loro dipendenti; oppure tenere a mente che nel 2009 S. Marchionne, amministratore delegato della FIAT, ha percepito per sua attività 4.782.000 euro, pari a 435 volte il reddito medio degli operai ed impiegati di Pomigliano d’Arco.[8]

In Cina, alla somma media riportata, vanno inoltre aggiunti i soliti “fringe benefits” (uso di macchine aziendali, gratifiche a fine anno, a volte offerta di azioni), che aumentano il divario tra manager pubblici ed i dipendenti delle aziende statali e cooperative: in uno dei casi estremi, il responsabile della Bank of China – una dei maggiori istituti finanziari pubblici del paese – ha ottenuto nel 2006 un reddito pre-tasse equivalente a più di 16.000 dollari mensili.[9]

Una recente ricerca pubblicata sul Quotidiano del Popolo, ha mostrato come nel 2008 gli stipendi dei più alti manager e leader delle 429 più grandi imprese statali – aziende, con come minimo, centinaia di migliaia di dipendenti – fosse pari a quasi 600.000 yuan all’anno (derivati e legati per circa due terzi ai risultati dell’aziende pubbliche da loro dirette), somma superiore di diciotto volte allo stipendio medio degli operai ed impiegati delle  aziende in via d’esame.[10]

Le autorità statali e il PCC hanno reagito a questa eccessiva asimmetria, creatasi all’interno del processo di distribuzione del reddito sociale, introducendo innanzitutto un livello di tassazione pari al 45% per i redditi elevati dei manager (privati e pubblici) e imponendo inoltre a questi ultimi una totale trasparenza nelle loro entrate, vietando loro di acquistare quote azionarie delle aziende da loro dirette e, soprattutto, di godere di un ritmo di aumento delle retribuzioni superiore a quello degli operai  delle imprese collettive.[11]

Ma non solo: a partire dall’aprile del 2009 è stato introdotta la regola generale, con valore retrospettivo, per cui nel 2008 gli stipendi dei livelli più elevati di manager delle principali banche pubbliche dovesse essere limitato al 90% di quello percepito nel 2007, includendo nella nuova norma anche i bonus e le assicurazioni stipulate a loro vantaggio.[12]

Presi nel loro insieme ed esaminando anche le “punte alte”, i livelli di disuguaglianza nel settore statale e cooperativo risultano pertanto di regola relativamente contenuti, molto distanti dai record raggiunti invece nel mondo occidentale nello stesso settore statale e parastatale, per non parlare poi di quello privato e degli enormi dividendi ottenuti dai principali “azionisti di riferimento” delle più grandi imprese capitalistiche: ad esempio il solo Silvio Berlusconi, nel 2009, ha guadagnato l’equivalente del monte-salari di ben 11.490 dipendenti FIAT.

Sempre all’interno dei rapporti sociali di distribuzione esistenti nelle città, la controtendenza ugualitaria si esprime anche attraverso la politica demografica “livellatrice” del figlio unico, applicata nei centri urbani con notevole rigore partendo dal 1982, oltre che mediante l’introduzione a partire dal 1996 di un sistema di salario minimo, variabile da regione a regione ma continuamente in aumento (nel 2006 è aumentato 15,5% a Pechino, fino ad arrivare al saggio di aumento del 30% nella regione speciale di Dalian). Pesa anche in questo senso il continuo e rapido aumento dei salari reali medi degli operai ed impiegati, in una dinamica molto importante che verrà esaminata diffusamente in seguito, oltre al processo di sindacalizzazione delle imprese private, cinesi o estere, che ad esempio ha portato il colosso statunitense Wal-Mart a dover accettare per la prima volta nella sua storia (USA inclusa…) il sindacato nelle sue aziende cinesi ed a stipulare un contratto collettivo nell’estate del 2008, con aumenti salariali equivalenti al 9% annuo per un biennio.[13]

In ogni caso il più diffuso e importante campo materiale di differenziazione sociale, all’interno della composita e variegata società cinese, viene costituita dalla notevole distanza formatasi tra i redditi urbani e quelli rurali, alias dalla profonda asimmetria (già esistente negli anni Cinquanta e Sessanta, ma ampliatasi notevolmente dopo il 1984/87) formatasi tra il tenore di vita materiale degli operai/impiegati delle città e quello dei contadini, in larga maggioranza ancora operanti come piccoli coltivatori autonomi, che hanno avuto in usufrutto pluridecennale dallo stato le terre da loro utilizzate. Va sottolineato come su di essi non gravi alcuna forma di sfruttamento e di rendita fondiaria intascata dai grandi proprietari privati, o di vendita su larga scala della loro forza lavoro ai monopoli agro-alimentari e/o allo strato dei contadini ricchi, mentre viceversa centocinquanta milioni di cinesi residenti nelle zone rurali si spostano ogni anno a lavorare nei centri urbani come operai, conservando in ogni caso il possesso della terra che lavorano le loro famiglie.

Un’inchiesta condotta nel 2006 dall’Istituto di Ricerca Economica dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali ha mostrato che, nel corso del 2005, il reddito medio pro-capite dei residenti urbani risultava pari a 10.493 yuan, superiore di circa 3,2 volte a quello medio delle famiglia contadine (3.255 yuan): una differenza notevole ed in aumento sensibile rispetto al rapporto asimmetrico di 2,8 a 1 esistente mediamente nel 1995 tra campagna e città, ed alla relazione 2,5:1 cristallizzatasi invece nel 1978.[14]

Nei casi limite, lo squilibrio risultava molto più accentuato e diventava pari a otto a uno nel confronto tra le più ricche aree urbane e le più povere provincie rurali: se il sovracitato reddito medio urbano della regione del Quinghai nel 2005 risultava infatti equivalente a 8.057 yuan, quello dei contadini della vasta zona in esame era invece pari a soli 2.165 yuan, da paragonarsi ai 17.653 yuan percepiti mediamente dagli abitanti di Pechino nello stesso anno di riferimento.[15]

Principalmente a causa di questo squilibrio e della sua dinamica, in via di sviluppo almeno fino al 2003, l’indice Gini – un coefficiente che misura la differenza tra ricchi e poveri, risultando pari a zero se tutti i redditi sono uguali – è  passato dallo 0,20 esistente nel 1978 fino a 0,44 del 2004, rilevando il progressivo sviluppo del divario tra aree avanzate ed arretrate del gigantesco paese asiatico.[16]

Anche in questo campo il PCC ha iniziato ad intervenire a partire dalla seconda metà del 2003, raggiungendo  alcuni risultati non privi di significato.

Infatti, nel 2006 il reddito reale dei contadini, al netto dell’inflazione, è aumentato di oltre il 10% rispetto all’anno precedente; nel 2007 il tasso percentuale di crescita reale è risultato pari al 9,5% in confronto al 2006 e nel 2008 si attesterà almeno attorno al 7%, superando il livello reale di aumento dei redditi urbani nel triennio preso in esame ed invertendo una tendenza pluridecennale, come ha notato l’Istat cinese in un suo rapporto dell’ottobre 2007.[17]

In termini assoluti, invece, il progresso delle campagne era già stato enorme tra il 1977 e il 2007, visto che il numero totale di contadini in uno stato di povertà assoluta – in gravi difficoltà anche nel procurarsi cibo e vestiti sufficienti per sopravvivere – era passato dalla paurosa e gigantesca cifra di 250 milioni del 1978 ai 15 milioni della prima metà del 2008: 15 milioni di troppo, certo, ma ben il 93% in meno di tre decenni prima, ed in presenza della crescita di circa un terzo della popolazione cinese durante il periodo preso in esame.[18]

Si tratta di eccezionali risultati, riconosciuti a denti stretti anche da accaniti anticomunisti, tanto che l’economista liberista Jeffrey Sachs ha dovuto ammettere che “la Cina rappresenta il più grande caso di successo nello sviluppo nella storia nel mondo”.[19]

Soprattutto va evidenziato come i risultati positivi ottenuti nelle campagne rispetto alla riduzione delle disuguaglianze non cadano dal cielo, ma siano invece il frutto soprattutto di precise scelte di politica economica prese dal partito comunista cinese, specialmente dopo il 2002: con fatti concreti e testardi, e non a parole.

Se fino al 2005 i cinesi con un reddito poco superiore ad 800 yuan mensili,  appartenenti alla fascia più bassa, dovevano pagare un’imposta relativa sulle persone fisiche, dal 1 gennaio 2006 la soglia del reddito tassabile è stata elevata a 1.600 yuan: riduzione mirata e selettiva delle imposte, che ha fatto si che circa il 40% dei contribuenti cinesi, principalmente contadini, non avrebbe più dovuto pagare alcuna imposta sulla persona.[20]

Dopo il 2006, inoltre, vennero abolite completamente le imposte dirette/indirette nelle zone e distretti più poveri delle regioni centro-occidentali del paese, mentre i sussidi statali destinati al settore agricolo sono parallelamente aumentati nel 2007 di ben il 62% rispetto all’anno precedente, raggiungendo una somma di 42,7% miliardi di yuan equivalente all’1,5% circa del prodotto nazionale lordo del paese.[21]

Anche se il numero degli agricoltori cinesi risulta in via di progressiva diminuzione, paradossalmente i  contadini del paese sono saliti molto sensibilmente nella scala di priorità socioeconomica del partito comunista cinese, rendendo concreto e tangibile l’imperativo enunciato da quest’ultimo ed avente per oggetto il “mettere il popolo al primo posto”, come richiesto dal segretario generale del PCC Hu Jintao a partire dal 2003.

La terza e grande “faglia” di differenziazione, che contraddistingue la riproduzione dei rapporti sociali di distribuzione in Cina, viene rappresentata dalla presenza ingombrante e dal rapido aumento della borghesia autoctona, che comprende al suo interno anche i quadri dirigenti ed i funzionari del PCC corrotti e/o divenuti in grado di impossessarsi illegalmente di mezzi di produzione (o di risorse) di proprietà collettiva: si tratta di quella “linea nera” che opera nei rapporti di produzione cinesi  controllando quasi un terzo del PIL cinese,  che non poteva che esprimersi anche nel processo di distribuzione della ricchezza nel gigantesco paese asiatico: detto in altri termini, l’effetto di sdoppiamento che interessa i rapporti di produzione sociali cinesi ricade e si riproduce con forza anche all’interno dei rapporti sociali di distribuzione  nel gigantesco paese asiatico.

Nel 2007, ad esempio, il numero complessivo delle persone che possedevano in Cina un patrimonio superiore al milione di dollari risultava pari a quasi 400000 unità: un “fortunato” ogni 3300 abitanti del gigantesco paese asiatico, mentre la sola provincia di Guandong (con l’area speciale di Shenzen) contava nel 2008 ben il 16% del totale dei milionari cinesi.[22]

La massa di privilegiati riprodottasi in Cina nel corso del 2007 mostrava  un aumento del 20% rispetto all’anno precedente, anche se risultava  in proporzione sia assoluta che relativa nettamente inferiore a quella formatasi nello stesso anno in Giappone (1,5 milioni di milionari, uno ogni 80 abitanti) e negli Stati Uniti con i suoi tre milioni di milionari, uno ogni cento americani.[23]

In ogni caso, nel 2008 il tasso di aumento dei ricchi cinesi era crollato al 6%  rispetto all’anno precedente, anche a causa della crisi economica del mondo occidentale e della parallela diminuzione delle esportazioni cinesi verso le metropoli imperialistiche.[24]

La nuova borghesia cinese costituisce la sommità e la fascia superiore di quel 20% della popolazione del paese, comprendente al suo interno una parte molto consistente della classe operaia e degli impiegati delle città, che nel 2001 si appropriava del 47% del reddito nazionale: si tratta di una classe sociale abbastanza potente sul piano economico, ma  poco influente, invece,su quello politico-sociale.

Secondo l’elenco fornito dalla rivista  Forbes, in riferimento all’anno 2006, la ricchezza accumulata dai 400 più ricchi capitalisti cinesi risultava pari complessivamente a 38 miliardi di dollari ed a circa l’1% del prodotto nazionale lordo del paese nell’anno preso in esame. Una massa di risorse consistente, ma estremamente inferiore, sia in termini relativi che assoluti, a quella controllata dallo strato più elevato della borghesia finanziaria occidentale (il solo Bill Gates nel 2006 contava su un patrimonio pari a 53 miliardi di dollari, quasi il doppio di quello di tutti  i 400 ricchi della lista cinese di Forbes), seppur in rapido aumento rispetto ai 26 miliardi di dollari del 2005, ed in ogni caso sufficiente a garantire la riproduzione di soli 15 cinesi con un patrimonio superiore al miliardo di dollari, in un paese con più di un miliardo e trecento milioni di abitanti.[25]

La “linea nera” socioproduttiva è diventata forte, certo: ad esempio nel 2006 il più ricco uomo d’affari del paese era Wong Kwong Yu, a lui la grande impresa elettronica da lui fondata (Gome Appliances) garantiva un patrimonio pari a 2,3 miliardi di dollari, mentre la capitalista più ricca del gigantesco paese asiatico, Yan Cheung, aveva accumulato una ricchezza pari a 1,5 miliardi di dollari, arrivando al quinto posto nella lista dei quattrocento più ricchi esponenti della borghesia cinese.[26]

Ma se la borghesia autoctona ha acquisito un notevole potere economico in Cina, essa rimane in ogni caso largamente vulnerabile alle pressioni ed alla forza d’urto esercitata via via, con relativa facilità, nei suoi confronti dal partito comunista cinese e dagli apparati statali.

Proprio lo scandalo scoppiato a Shanghai a partire dal 2006, una vera e propria Tangentopoli cinese, ha messo in luce – tra le altre cose – anche la fragile posizione in cui essa si trova, come ha mostrato con chiarezza l’arresto e la rovina economica di Zhang Bongkun, in precedenza sedicesimo uomo più ricco del paese, di altri importanti capitalisti locali e di tutta una serie di alti funzionari del partito corrotti, a partire dall’ex-segretario del partito comunista di Shanghai Chen Liangyu e di Qiu Xiashua, ex direttore dell‘Ufficio nazionale di statistica. Agli inizi di gennaio del 2007 veniva arrestato nuovamente l’imprenditore Chau Ching-ngai, per corruzione e illeciti fiscali, l’11 gennaio era reso noto l’arresto di Li Songjian, ex presidente del Mingyuan Group e direttore non esecutivo della Shanhgai Electric, accusato dell’appropriazione di 50 milioni di yuan dei fondi pensionistici della Shanghai Electric, utilizzato per l’acquisto di quote di società, mentre all’inizio del mese veniva pure arrestato Tang Haigen, capo di due società, per avere stornato 200 milioni di yuan di fondi societari utilizzandoli per acquisti immobiliari.[27]

Anche delle fonti virulentemente anticomuniste, come  ad esempio Asia News, sono state costrette a riconoscere parzialmente la “spada di Damocle” che grava sulla ricca borghesia cinese e che a volte si fa ancora  più vicina alla sua testa: nell’autunno del 2008 proprio il sopracitato Wong Kwong Yu, il proprietario della Gome Appliances, è stato messo sotto indagine per crimini economici e, sempre nel novembre 2008, anche il suo fratello maggiore Huang Junpin ha subito la stessa sorte, accusato di aver manipolato il prezzo delle azioni di un’azienda farmaceutica di Shanghai.[28]

Ma la triste sorte di Wong non si fermò qui e,  nel febbraio 2010, il “Berlusconi/Bill Gates” cinese è stato arrestato dalle autorità statali cinesi, con  accuse di manipolazione di titoli quotati in Borsa e di diversi reati di corruzione: miliardari ma non certo intoccabili, i capitalisti autoctoni cinesi.[29]

Come è emerso dalla breve analisi dello scandalo di Shanghai, la seconda sotto-sezione in cui si articola la borghesia cinese è costituita dalla frazione – minoritaria, ma relativamente estesa – di funzionari e quadri dirigenti corrotti del partito comunista, affiancati dai manager di stato divenuti in grado di appropriarsi illegalmente di mezzi di produzione e risorse pubbliche.

Solo nel corso dell’azione politico-giudiziaria svolta contro la “cricca di Shanghai”, vi sono state durante il 2006 “oltre 200 indagini penali su funzionari pubblici per peculato e corruzione, che ha coinvolto 495 funzionari governativi e dirigenti di imprese statali, 81 dei quali sono stati arrestati. Zhang Weimin, ex capo dell’Amministrazione di Shanghai per il monopolio del tabacco del distretto di Jiading, è stato ad esempio condannato a 20 anni di carcere per avere ricevuto 3 milioni di yuan per corruzione e per la “sparizione” di 13 milioni di fondi societari”.[30]

Il nucleo dirigente attuale del PCC è perfettamente cosciente della gravità e dell’estensione del fenomeno della corruzione, che ha intaccato e demoralizzato un settore significativo del partito. Oltre all’introduzione della rotazione nelle cariche, con l’introduzione di un preciso limite temporale nell’esercizio dei posti ad alto livello nel partito, viene usato senza troppi riguardi il “bastone” per quadri politici corrotti,  che in molti casi vengono condannati (come previsto dall’art. 383 del codice penale cinese) alla pena di morte con il consenso della stragrande maggioranza dei lavoratori cinesi: è stato questo ad esempio il caso di Zhen Xiaoyu, ex capo dell’Authority cinese per la sicurezza degli alimenti e dei farmaci, condannato all’esecuzione nel luglio 2007 per avere ricevuto tangenti da alcune imprese farmaceutiche, al fine di certificare la “validità” di prodotti di scarsa qualità  e contraffatti.[31]

Nel novembre del 2008, altri due ex-dirigenti del partito comunista di Chenzhou sono stati condannati a morte per corruzione; alla fine di marzo del 2009 l’ex sindaco di Fuxin, nella provincia di Liaoning, è stato condannato a 7 anni di prigione, da aggiungersi ad una precedente condanna per corruzione pari a 8 anni di carcere, e la lista potrebbe essere facilmente allungata…

Ancora nell’ottobre del 2008, il segretario generale del PCC  Hu Jintao ha evidenziato i successi ottenuti dal partito nella lotta contro la corruzione ai diversi livelli, ma ha rilevato simultaneamente ed in modo autocritico l’importanza di migliorare ulteriormente lo stile di lavoro del partito, attraverso la creazione di un sistema di governo pulito, con meccanismi efficaci di prevenzione e punizione della collusione illegale (e paralegale) tra stato ed imprese private, cinesi o multinazionali; sulla stessa lunghezza d’onda vi sono numerose dichiarazioni di Xi Jinping, impegnato con successo a Shangai per alcuni anni proprio sul fronte della lotta alla corruzione.[32]

In estrema sintesi, nel processo di distribuzione del prodotto sociale in Cina gli elementi positivi prevalgono su quelli negativi, ma questi ultimi risultano molto consistenti e diffusi.

La situazione concreta dei rapporti di distribuzione in Cina presenta infatti notevoli contraddizioni e dei seri lati oscuri secondo una prospettiva marxista, visto che la forte presenza  del settore statale e cooperativo, contraddistinto da livelli di disuguaglianza socioproduttivi relativamente limitati, e la riproduzione socioproduttiva senza forme significative di sfruttamento di centinaia di milioni di piccoli contadini autonomi si confronta e coesistono sincronicamente con altri elementi antagonisti, alias lo sviluppo di una consistente borghesia autonoma ed il profondo grado di differenziazione nei redditi esistente tra città e campagna, ivi compresa la situazione precaria in cui si trovano ancora milioni di “lavoratori migranti”, che si trasferiscono ogni anno a lavorare nei centri urbani per un periodo determinato.

Ma siamo arrivati, a questo punto, solo a finire la prima parte del processo di focalizzazione teorica visto che, in ogni caso, va compiuta anche un’analisi della dinamica dei redditi reali e del potere d’acquisto dei produttori diretti. Come per qualunque altra nazione, le relazioni sociali di distribuzione via via sviluppatesi in Cina, nel corso degli ultimi tre decenni, comprendono al loro interno anche il reale mutamento dei livelli di consumo materiali degli operai/impiegati e dei contadini autonomi, visto che non conta solo “come” si ripartisce il prodotto sociale non destinato all’accumulazione produttiva, ma anche “quanto” viene destinato concretamente ai lavoratori, e cioè la massa reale di generi di consumo e di “torta” appropriata dei produttori diretti urbani e rurali, lo sviluppo della “torta” a loro concreta disposizione o la sua opposta stagnazione/regressione quantitativa.

Affermazione sempre valida in linea generale, ma ancora di più all’interno di qualunque formazione economico-sociale che si autodefinisca socialista, in tutto o in larga parte: e per socialismo non intendiamo il “socialismo della miseria” egualitaria, tanto caro – a parole, solo a parole – a buona parte degli intellettuali della sinistra antagonista occidentale, ma il socialismo dell’abbondanza crescente.

Ancor nel gennaio del 1934, Stalin spiegò correttamente come il socialismo non fosse sinonimo di povertà, ma viceversa un continuo processo di sviluppo del benessere materiale e culturale dei lavoratori della nuova società collettivistica.

“Socialismo non significa miseria e privazioni, ma distruzione della miseria e delle privazioni, organizzazione di una vita agiata e civile per tutti i membri della società…Il socialismo marxista non significa riduzione dei bisogni personali, ma estensione e incremento loro in tutti i sensi, non significa limitazione e rifiuto di soddisfare questi bisogni, ma soddisfacimento multiforme totale di tutti i bisogni della popolazione lavoratrice, in una civiltà sviluppata”. [33]

Un socialismo della miseria generalizzata, costante e senza via di scampo, privo di processi continui di miglioramento del tenore di vita materiale dei produttori diretti, rimane sicuramente una particolare forma di socialismo ma, sia a nostro avviso che a giudizio della stragrande maggioranza dei lavoratori del passato, presente e futuro, si rivela una ben misera forma di società collettivistica e di “sol dell’avvenire”: sotto questo profilo, qual è la situazione reale in Cina?

Per quanto riguarda la linea di tendenza assunta dopo il 1977 dal potere d’acquisto degli operai e degli impiegati cinesi, l’aumento del tenore di vita e dei livelli di consumo dei produttori diretti urbani è stato enorme, continuo ed indiscutibile. Alla fine del 2008 il reddito medio pro-capite degli operai ed impiegati cinesi, al netto dell’inflazione, risultava infatti aumentato almeno di sei volte rispetto a tre decenni prima; in altri termini,  proprio nei trent’anni nei quali le condizioni di vita materiali degli operai occidentali iniziavano a declinare sensibilmente, i loro colleghi cinesi sestuplicavano il loro potere d’acquisto, nella quasi totale indifferenza/ignoranza (a volte voluta) della sinistra antagonista occidentale.

Certo, va rilevato in primo luogo che i lavoratori cinesi partivano da una base di partenza (1976/77) estremamente bassa, di poco superiore al livello minimale di sopravvivenza anche nel campo basilare dei generi alimentari, come è emerso dalla testimonianza della figlia di Deng Xiaoping citata in precedenza.[34]

Si può aggiungere, a tale proposito, che  a fine anni settanta nelle grandi città le condizioni abitative risultavano addirittura peggiorate rispetto persino ai disastrosi standard cinesi del 1949 e dell’epoca pre-rivoluzionaria: una ricerca compiuta nel 1978 in riferimento a 192 città, di grande e medio livello, evidenziò infatti come la popolazione di queste ultime fosse aumentata del 83% tra il  1949 ed il 1977, ma che lo spazio residenziale fosse invece cresciuto solo del 46,7%, facendo si che la superficie abitativa utilizzabile da ciascun residenza risultasse pari solo a 3,6 mq, con una riduzione di 0,9 mq rispetto alla già durissima situazione del 1949.[35]

Il dato aumentò invece fino a 6,7 mq nel 1985, dopo solo otto anni di applicazione delle riforme politico-economiche introdotte da Deng Xiaoping.

La vita dei lavoratori urbani  negli anni Sessanta e Settanta era così difficile che l’ex-operaio Cao Yuyue, rammentando quel periodo della sua gioventù a Pechino, notò soprattutto che “ricordo ancora i tempi in cui potevamo mangiare ravioli ripieni di carne solo una volta all’anno, alla Festa della Primavera. Ora possiamo permetterci ravioli tutti i giorni. Non chiedo niente di più”.[36]

Bisogna sottolineare, in secondo luogo, come l’eccezionale aumento del potere d’acquisto degli operai e degli impiegati cinesi sia stato determinato anche dalla fortissima riduzione del numero medio dei componenti delle famiglie di lavoratori urbani, verificatasi tra il 1964 ed il 1988: mentre nel 1964 ciascun lavoratore doveva mantenere in media 2,4 persone, (figli/anziani), il numero delle persone dipendenti da essi crollò fino agli 0,7 del 1985 (dato rimasto sostanzialmente inalterato negli ultimi venticinque anni), facendo pertanto anche decollare ulteriormente gli standard di vita e di consumo  dei produttori urbani del gigantesco paese asiatico.[37]

Questo risultato non cadde dal cielo, costituendo principalmente il sottoprodotto di precise scelte effettuate dalla direzione del PCC in materia di politica demografica attraverso la famosa strategia del “figlio unico”, adottata tra il 1979 ed il 1982 dalle autorità governative comuniste e continuata tenacemente fino ad oggi, ma in ogni caso il trend demografico ha aiutato sensibilmente la dinamica di sviluppo del benessere, materiale e culturale, dei produttori diretti cinesi specialmente nelle città. [38]

Seppur con queste precisazioni, l’aumento del potere d’acquisto degli operai ed impiegati cinesi è risultato gigantesco e di natura esponenziale, durante tutti gli ultimi tre decenni.

Sotto il profilo nominale, il reddito pro-capite disponibile mediamente per i residenti urbani è aumentato dai 381 yuan del 1978 fino ai 15.973 yuan del 2004, con un aumento pari a più di 40 volte rispetto al (bassissimo) potere d’acquisto di tre decenni or sono.[39]

Facendo la tara sia del tasso d’inflazione che dell’emergere della borghesia urbana e dei nuovi ricchi, quasi tutti i (prudenti) ricercatori occidentali, a partire dalla Banca Mondiale, sono concordi nell’ammettere almeno una sestuplicazione del potere d’acquisto reale degli operai ed impiegati cinesi, mentre alcuni di loro si “lanciano” fino a riconoscere una settuplicazione del reddito reale della popolazione urbana del gigantesco paese asiatico, nel periodo compreso tra il 1978 ed il 2007. Secondo l’anticomunista F. Zakaria, infatti, dopo il 1978 “la Cina è cresciuta di oltre il 9 per cento l’anno per quasi trent’anni, che per una grande economia è il tasso di crescita più elevato che la storia ricordi. In questo stesso periodo, ha fatto uscire dalla povertà circa quattrocento milioni di persone, il più grande decremento che abbia mai avuto luogo in ogni tempo. Il reddito medio pro-capite dei cinesi è salito di circa sette volte”.[40]

Gli aridi e freddi numeri si trasformano in realtà concreta, in calda e pulsante materialità a vantaggio dei lavoratori urbani: ad esempio l’aspettativa media di vita dei residenti di Pechino è aumentata dai 52,8 anni dell’inizio degli anni Cinquanta fino ai 79,6 anni del 2003, raggiungendo gli standard ottenuti dai più avanzati paesi capitalistici.[41]

Ma non solo. Ancora nell’autunno del 2004 il tasso di frequenza dei giovani cinesi aveva raggiunto il 19%, mostrando come quasi un cinese su cinque nell’età compresa tra i 18 ed i 24 anni avesse  ormai accesso agli istituti universitari e parauniversitari: il livello era ormai diventato superiore a quello statunitense, in un sorpasso che sarebbe stato molto più vistoso prendendo in esame solamente i giovani residenti nelle città delle due nazioni prese in esame.[42]

Sempre nei centri urbani cinesi, il grado di frequenza degli adolescenti alla scuola dell’obbligo (7-14 anni) era pari praticamente al 100% già alla fine del Ventesimo secolo.

Sul fronte del potere d’acquisto reale, sono state effettuate alcune statistiche internazionali comparate da parte della banca UBS che mostravano quanto tempo dovessero lavorare, avendo il 2006 come anno di riferimento, gli operai delle diverse zone del globo per potersi permettere di comprare un Big Mac ed un chilo di riso.

L’operaio di Shanghai doveva lavorare 38 minuti per acquistare il Big Mac, e 23 minuti per comprare un chilo di riso: alias una giornata lavorativa di otto ore gli permetteva, all’inizio del 2006, di acquistare 21 chili di riso, o quasi 13 Big Mac, cifre da aumentare in seguito ancora almeno del 30%, visto la forte crescita del potere d’acquisto operaio in Cina avvenuta nel quinquennio 2006/2010.

L’operaio di Bratislava  (Slovacchia) impegnava invece nel 2006 ben 55 minuti per ottenere un Big Mac, mentre 20 minuti  servivano per un chilo di riso.

L’operaio di Sofia… 69 minuti e 38 minuti, rispettivamente.

L’operaio di Bucarest… 69 minuti e 25 minuti.

L’operaio indonesiano di Giakarta… 86 e 31 minuti.

L’operaio di Buenos Aires… 56 e 24.[43]

L’elenco potrebbe allungarsi notevolmente, estendendosi anche ad altre nazioni dell’America Latina (Mexico City, 82 e 22 minuti),  senza modificare la posizione relativamente favorevole dell’operaio cinese all’interno dei paesi in via di sviluppo, dei quali fa ancora parte il gigantesco paese asiatico.

Sotto questo profilo, un altro dato veramente sorprendente è quello fornito dall’onesto studioso F. Piccioni nell’ottobre del 2005, che fa giustizia una volta per tutte del mito occidentale sul “lavoratore cinese che fa la fame” e che si deve “accontentare di un pugno di riso”: il ricercatore italiano è stato costretto dall’evidenza dei fatti a rilevare già nel 2005 che il “mercato interno” (cinese), “in alcune zone e settori, del resto, vanta già performance discrete: il salario di un metalmeccanico “ufficiale”, ovvero della grande industria viaggia ormai sui 250 euro mensili, con un potere d’acquisto reale equivalente o superiore al suo corrispettivo, qui da noi, in FIAT”.[44]

Già nel 2005, pertanto i metalmeccanici cinesi di Shanghai e Pechino avevano raggiunto il potere d’acquisto (divenuto basso, certo) dei lavoratori italiani, greci e portoghesi, mentre negli ultimi cinque anni li hanno sicuramente scavalcati e superati, seppur di poco.

Potere d’acquisto, ma non solo.

A partire dal 1999, i lavoratori cinesi hanno diritto a 15 giorni di ferie annuali, di cui 11 vengono pagate, festività che di regola vengono concentrate in due settimane distinte, attorno al 1 maggio ed al 1 ottobre di ogni anno:  assai meno dei lavoratori italiani, ma come la media attuale dei lavoratori statunitensi e molto più dei lavoratori indonesiani, indiani, africani e di buona parte dell’America Latina. Nella Pechino del 2006, gli operai ed impiegati inoltre lavoravano in media 41 ore alla settimana e meno che a Seoul, come previsto del resto dalle leggi sul lavoro introdotte a partire dal 1995: non dappertutto e specialmente non all’interno delle zone speciali del Guandong, certo, ma in ogni caso la durata media dell’orario lavorativo nelle aree urbane cinesi non risulta superiore a quelle esistente negli Stati Uniti.[45]

Passando al settore abitativo, la superficie abitabile mediamente a disposizione dei residenti urbani è aumentata fino ai 22,8 metri quadri del 2002 ed ai 27 del 2006: anche tenendo conto delle disuguaglianze sociali all’interno delle città, siamo enormemente distanti dai miseri 3,6 metri quadri invece a disposizione degli operai ed impiegati cinesi nel 1977.[46]

Case, ma anche beni di consumo.

Un quotidiano anticomunista come il  Corriere della Sera era costretto a riconoscere, ancora nel luglio del 2001, che per ogni cento famiglie di Shanghai il numero delle biciclette era passato da 65 a 139 tra il 1978 ed il 1999; sempre negli stessi  anni, il numero delle televisioni a colori per ogni cento famiglie era passato da zero a 144; quello dei ventilatori, da 45 a 230; quello dei frigoriferi, da zero a 103; dei telefoni fissi, da zero a 79;  degli scaldabagno, da zero a 60; degli stereo, da zero a 28.

Dal 1999 alla fine del 2010, il potere d’acquisto dei lavoratori urbani cinesi si è ancora quasi raddoppiato, come anche i loro parametri di consumo: nel caso dei cellulari la crescita è stata esponenziale, facendo in modo che praticamente ogni abitante della città sopra i dodici anni ne possieda almeno uno, mentre ormai quasi ogni famiglia cittadina utilizza un computer e naviga almeno saltuariamente su Internet.[47]

Beni di consumo, ma anche pensioni: anche dopo la riforma dell’ottobre del 2010, i lavoratori pubblici vanno in pensione a 60 anni (per gli uomini) e 55 (per le donne), mentre i salariati del settore privato potranno scegliere di posticipare il pensionamento a 65 e 60 anni, rispettivamente per il sesso maschile e femminile.

Anche se il tasso globale di accumulazione è aumentato progressivamente dal 1978 fino ad oggi, raggiungendo nel 2005 un’altissima percentuale pari al 42,8% del prodotto nazionale lordo (ammortamenti equivalenti al 14,8% del PNL, investimenti netti pari a quasi il 28% di quest’ultimo), il potere d’acquisto reale dei produttori diretti urbani ha visto nell’ultimo trentennio un gigantesco processo di riproduzione allargata ed un salto di qualità epocale, senza precedenti nella storia per estensione quantitativa e ritmi di sviluppo.

Mai tanti sono stati meglio in così poco tempo, e con un tasso d’aumento tanto vistoso nel loro tenore di vita: ciò che  nella sinistra occidentale può sembrare una bestemmia, costituisce una sintesi realistica “del miracolo operaio”, verificatosi in Cina negli ultimi tre decenni rispetto al potere d’acquisto reale dei lavoratori urbani. Non è certo casuale che, nel febbraio del 2010, un sondaggio condotto sulla popolazione cinese dal quotidiano Guangmig Daily mostrò che più di sei cinesi su dieci si aspettassero nel corso dell’anno un significativo aumento dei loro stipendi, come non è sorprendente che l’aumento rapido e costante del potere d’acquisto reale  degli operai ed impiegati cinesi abbia già portato alla fuga di alcune multinazionali dal paese, spaventate dall’incremento dei salari reali dei loro dipendenti cinesi.

Come ha riportato il settimanale Panorama, nel 2008 e proprio a causa di “costi salariali troppo alti, la multinazionale tedesca Adidas, numero due mondiale nella produzione di articoli sportivi, ha deciso di delocalizzare una parte delle sue attività produttive della Cina verso altri paesi asiatici considerati più competitivi. Attratte da un mercato capace di proporre una manodopera locale con tariffe imbattibili, le imprese occidentali avevano fatto della Cina una terra di conquista per eccellenza. Purtroppo nemmeno Pechino può sfuggire alle logiche spietate della globalizzazione contemporanea. In un‘intervista rilasciata al settimanale Wirtchaftswoche, il presidente di Adidas, Herbert Hainer, ha giustificato la scelta del gruppo industriale tedesco “con i salari troppo alti fissati dal governo” cinese. La scelta di Hainer trova conferma in uno studio recente dell’Ufficio nazionale delle statistiche, secondo il quale i costi salariali nelle città cinesi sono aumentati in media di 18 punti percentuali nel primo semestre 2008. Il fatto che la crescita dei salari stia colpendo maggiormente il settore privato (+19,2%) che quello pubblico (+17%) ha probabilmente convinto Adidas di prendere in seria considerazione i paesi vicini del Sudest asiatico”.[48]

Con un tasso di inflazione pari a circa l’8% nel primo semestre del 2008, i salari nominali cinesi erano invece aumentati del 18%, un aumento reale ed al netto dell’inflazione pari a circa il 10%, valutato giustamente (dal suo punto di vista capitalistico) come un fenomeno negativo (“salari troppo alti fissati dal governo”…che vergogna!) dal superborghese Herbert Hainer.

Il fenomeno non ha certo riguardato solo il 2008, come ha notato sempre l’anticomunista Panorama riferendosi invece al 2007 ed all’”aumento esponenziale” dei salari cinesi verificatisi anche in quell’anno, sottolineando che “l’aumento esponenziale che ha colpito il costo dei salari nella Repubblica Popolare Cinese sembra aver iniziato ad erodere i vantaggi competitivi su cui la Cina ha nel tempo consolidato la sua condizione di “fabbrica del mondo”. Secondo l’Ufficio Nazionale di Statistica, solo nel 2007 il salario medio (comprensivo di paga base, bonus e sussidi ricevuti) sia della classe impiegatizia che di quella operaia è aumentato circa del 19%, toccando in valore assoluto, i 25 mila yuan (circa 2.200 euro). Si tratta dell’incremento più alto registrato negli ultimi sei anni.

Per il settimanale italiano “gli analisti cinesi vedono una connessione tra l’aumento dei salari e i profitti record realizzati dalle aziende. Secondo i dati delle statistiche ufficiali, le imprese statali più grandi hanno accumulato tra gennaio e novembre 2006 più di due miliardi di yuan (equivalenti a più di 200 milioni di euro), il 36,7% in più rispetto all’anno precedente, mentre i profitti delle aziende private sono cresciuti del 59,9%. Tuttavia, tra le cause dell’aumento dei salari non va trascurato il ruolo giocato dalla nuova legge del lavoro in vigore dal primo gennaio 2008, che avendo parificato i diritti dei lavoratori assunti tramite agenzie interinali a quelli impiegati direttamente dall’azienda e attribuito agli stessi una nuova serie di tutele, ha conseguentemente generato un aumento dei salari percepiti.

Nonostante le differenze salariali tra le varie zone del Paese si mantengono marcate (gli stipendi medi a Pechino sfiorano i 40.000 yuan, a Shanghai, Canton e Shenzhen i 30 mila, mentre nelle province più remote del paese i lavoratori spesso percepiscono anche il 60% in meno), qualche imprenditore potrebbe iniziare a tenere una progressiva perdita di competitività nel medio periodo e decidere di spostarsi altrove. Fino alla metà degli anni novanta sono stati i paesi del Sud-est asiatico ad attrarre la maggior parte degli incentivi stranieri, e solo successivamente le convenienze del mercato cinese hanno dirottato la maggior parte dei capitali all’interno della Repubblica Popolare lasciando che agli asiatici del sud rimanesse solo un misero 10% della torta da dividere.

Ma quanto è realistico aspettarsi nel breve periodo un nuovo cambio di direzione? E’ sicuramente significativo il fatto che la Repubblica Popolare stessa stia progressivamente spostando le proprie aziende nel Sud-est asiatico dove ammette di trovare condizioni più favorevoli per la produzione industriale. Tuttavia, resta il fatto che la Cina beneficia ancora di un marcato vantaggio comparato in termini di infrastrutture, servizi e disponibilità di forza lavoro specializzata che i Paesi dell’Asia del sud-est, nonostante gli investimenti in queste aree allocati sia dai governi nazionali che dai cinesi, non riusciranno a cancellare in pochi anni.” [49]

La tendenza all’aumento delle retribuzioni è inoltre continuata anche nel 2009, visto che in quel periodo il potere d’acquisto reale degli operai ed impiegati è aumentato di quasi l’otto per cento ed in presenza di un tasso d’inflazione negativo, proprio mentre il mondo capitalistico (colpito dalla grave crisi del 2007/2009) vedeva un ulteriore calo delle retribuzioni della forza lavoro; nel 2010, si è verificato a sua volta un nuovo balzo in avanti del potere d’acquisto operaio, che ha portato ad esempio i lavoratori della multinazionale taiwanese Foxconn a veder aumentati i loro stipendi del 60% in un solo mese, nella zona meridionale della Cina. Durante i primi nove mesi del 2010, il reddito medio dei contadini è cresciuto – al netto dell’inflazione – del 9,7%, mentre quello dei residenti nelle città (sempre depurato dal dato inflattivo) è aumentato del 7,5%.

Una legge che tutela “i diritti dei lavoratori interinali”? Orrore!

Salari medi che aumentano annualmente circa del 9%? Ma siamo matti, sono cose del passato comunismo…

Salari minimi in continuo aumento? Ma che vergogna!

Un istituto di ricerca giapponese aveva del resto notato, già all’inizio del gennaio 2007, come durante tutto il 2006 i salari minimi legali dei lavoratori cinesi fossero decollati. Il Jujitsu Research Institute sottolineò infatti che mentre la “Cina aveva introdotto il suo sistema per il salario minimo nel 1996”, con una tariffa differenziale da zona a zona, nel corso del 2006 il salario minimo fissato politico-economiche per legge nella provincia costiera del Guandong era aumentato al tasso medio del 17,8%, con punte che raggiungevano anche il 46%; a Pechino, nel luglio 2006 il precedente salario minimo mensile di 580 yuan era stato aumentato di colpo del 10,3% a 640 yuan, mentre ulteriori aumenti successivi provocarono un incremento finale per il 2006 pari al 15,5% nella capitale cinese. Anche nel 2010 tra l’altro, il salario minimo è aumentato mediamente nel paese del 25%, con punte del 33% nell’isola di Hainan.

Con una certa preoccupazione il centro di ricerca Jujitsu notò, ancora nel 2007, che “la crescita dei salari è una tendenza di lungo periodo nell’economia cinese: c’è una forte probabilità che ci sarà un aggressivo” (aggressivo, si noti bene, non…benefico) “aggressivo incremento di lungo termine negli standard salariali a causa della continua crescita economica”; ciò porterebbe ad un declino della capacità attrattiva della “fabbrica del mondo” per il capitalismo occidentale, chiosò l’amorevole istituto giapponese ancora all’inizio del 2007. [50]

Effettivamente la “crescita dei salari” dei lavoratori urbani ha rappresentato in Cina una “tendenza di lungo periodo e pluridecennale”, che ha interessato tutti gli anni compresi tra il 1977 ed il 2010: un vero e proprio “ miracolo socioproduttivo”, ottenuto dai lavoratori cinesi in quasi totale assenza di scioperi e di agitazioni sociali su vasta scala.

Del resto proprio nel novembre del 2010 Cai Feng, un ricercatore dell’Accademia delle Scienze cinese, ha rilevato dal 2004 il salario medio dei lavoratori migranti (che provengono dalle zone rurali) è passato da 700 yuan al mese a 1.220 yuan al mese, quasi raddoppiando in pochi anni, mentre quello medio dei laureati appena usciti dalle facoltà universitarie oscilla attorno ai 1.500 yuan al mese: le differenze di reddito tra i due strati sociali si sono assai ridotte, nel corso degli ultimi anni.

Certo, esistono anche dei lati negativi indiscutibili nel gigantesco processo di emancipazione rispetto ai consumi materiali e al tenore di vita, ottenuto dagli operai ed impiegati cinesi nel corso degli ultimi tre decenni.

Innanzitutto l’inevitabile processo di ristrutturazione delle imprese statali in perdita, compiuta tra il 1998 e il 2006, ha provocato progressivamente decine di milioni di licenziamenti: anche se i lavoratori coinvolti hanno spesso ottenuto subito un nuovo posto di lavoro, venendo privilegiati nelle assunzioni ed in ogni caso essendo sostenuti da una sorta di cassa integrazione di lungo periodo, il fenomeno è stato per essi in molti casi doloroso.

Anche il livello medio degli incidenti sul lavoro, inoltre, si è mantenuto per troppi anni su tassi troppo elevati ed  in larga parte evitabili, specialmente nel settore minerario: solo a partire dal 2003 è iniziata  un’efficace azione politica ed economica, che ha ridotto notevolmente le morti sui posti di lavoro del gigantesco paese asiatico chiudendo ad esempio migliaia di piccole miniere di carbone, non in regola con gli standard cinesi sulla sicurezza nei posti di lavoro. [51]

Infine, oltre che nelle “zone economiche speciali” di Shenzen e Zhuhai, nella provincia del Guandong, e di Xiamen (Fujian), anche in molti luoghi di lavoro delle piccole città e delle campagne sono state spesso violate le disposizioni legislative che limitavano gli orari di lavoro e vietavano l’utilizzo della manodopera minorile nelle fabbriche: fenomeni che continuano ancora ai nostri giorni, seppur in proporzioni via via decrescenti a causa sia dell’azione repressiva statale che del processo di sviluppo del benessere popolare. [52]

Pur con questo “lato oscuro”  innegabile, l’aumento costante del potere d’acquisto dei lavoratori urbani è risultato così evidente da spiegare i risultati sorprendenti di un sondaggio compiuto nel 2005 da un istituto demoscopico statunitense, assolutamente non controllato dal partito comunista cinese, che ha interessato principalmente gli abitanti delle grandi città del gigantesco paese asiatico. Un’interessante indagine compiuta nel 2005 dal Pew Research Center, un istituto demoscopico indipendente con base a Washington, “ha misurato i livelli di soddisfazione, di ottimismo personale e di fiducia nel futuro in 17 grandi paesi del mondo: nella ricerca erano inclusi gli Stati Uniti, diversi paesi europei e le più grandi fra le nazioni “emergenti”.

I cinesi si sono classificati primi assoluti, leader mondiali sia per la soddisfazione rispetto alla loro situazione attuale che per l’ottimismo e la fiducia nel futuro. Il 76% di loro si è dichiarato certo che entro i prossimi cinque anni la propria qualità di vita migliorerà ulteriormente; alla domanda sul passato, il 50% ha risposto di aver fatto progressi consistenti nel proprio tenore di vita individuale negli ultimi cinque anni, mentre il 72% si è detto soddisfatto della situazione del paese. Va sottolineato che quella descritta è stata una ricerca compiuta da un istituto americano, che ha usato tutti gli accorgimenti possibili per ottenere risposte sincere e affidabili”. [53]

Altrettanto sorprendente risulta il tasso medio di risparmio espresso dai cittadini cinesi, che nel quadriennio 2004/2008 ha raggiunto circa il 45% del reddito: nella città, ed ancora più nelle campagne, i  cosiddetti “poveri” lavoratori cinesi (e lavoratori migranti) riescono a mettere in banca quasi la metà dei loro guadagni, con un’incredibile asimmetria rispetto agli indebitatissimi salariati statunitensi ed alla forza-lavoro italiana, la quale in alcune sue (consistenti) sezioni fa ormai fatica a tirare la fine del mese.

Per quanto riguarda i contadini cinesi, divenuti in larga parte dopo il 1987 dei piccoli produttori autonomi, va notato come l’aumento del loro potere d’acquisto reale sia stato sicuramente inferiore a quello urbano, ma in ogni caso costante e molto consistente, visto che tra il 1978 ed il 2008 i produttori diretti rurali hanno visto come minimo quasi quintuplicare i loro redditi reali, al netto dell’inflazione: il mito, diffuso nella sinistra antagonista occidentale, sul cosiddetto processo di “impoverimento” dei contadini cinesi rappresenta solo una leggenda metropolitana, che distorce in modo assurdo la realtà rurale cinese e la sua dinamica concreta dal 1978 fino ai giorni nostri. [54]

Infatti proprio nel 1976/77, prima delle riforme e della NEP cinese introdotta ad Deng Xiaoping, buona parte dei contadini cinesi appartenenti alle cooperative di villaggio risultavano realmente dei produttori posti in condizioni di vita abbastanza vicine alla soglia di sussistenza, in seria difficoltà anche nel solo procurarsi cibo e vestiti in quantità sufficiente a sopravvivere stentatamente.

Non morivano di fame, come avveniva invece prima del 1949 e della rivoluzione maoista, ma si trovavano in uno stato di dura povertà, quasi come la maggioranza dei residenti nelle campagne dell’America Latina di quello stesso periodo. Una dura ed amara realtà, ma inoppugnabile.

Secondo una stima prudente fornita dalla Banca Mondiale, che prendeva in esame solamente i casi di disagio materiale più acuti, nel 1978 circa duecentocinquanta milioni di cinesi risultavano in uno stato di povertà quasi assoluta e si trovavano in gravi difficoltà anche solo nel procurarsi cibo e vestiti per una stentata sopravvivenza: 250 milioni (250.000.000!!) di cinesi potevano appena sfamarsi, anche se non morivano di fame come prima del 1949. [55]

Visto che nel 1978 la popolazione rurale risultava pari a circa 700 milioni di unità, almeno un contadino cinese su tre in quell’anno faceva molta fatica nel procurarsi cibo per sé e la sua famiglia.

Tre  ricercatori occidentali noti per le loro simpatie maoiste, E. Friedman, P. Pickowicz e M. Selden, nel corso di una inchiesta sulle condizioni materiali di vita dei contadini cinesi nel villaggio di Wugon, duecento chilometri a sud di Pechino, scoprirono nel 1978 una deludente e triste realtà: i contadini della cooperativa del villaggio erano impoveriti da un surplus eccessivo di imposte, tanto che ormai la produzione di grano e cotone nel villaggio era “crollata al di sotto dei livelli del 1950”, alla quantità esistente subito dopo la vittoria del processo rivoluzionario in Cina. [56]

Negli ultimi tre decenni la situazione è cambiata radicalmente, nella stragrande maggioranza dei casi.

Alla metà del 2008, il numero dei contadini indigenti ed ancora in uno stato di povertà quasi assoluta risultava infatti scesa a meno di 15 milioni di persone, ben 235 milioni in meno del 1978, a dispetto dell’aumento in termini assoluti registrato dalla popolazione rurale cinese durante gli ultimi tre decenni: la percentuale di diminuzione, rispetto al tremendo dato del 1978, risultava pari al 93%, in modo tale che più di nove contadini su dieci sono usciti finalmente da una durissima condizione di povertà (quasi assoluta) nel corso degli ultimi tre decenni. [57]

Per quanto riguarda il processo di aumento del reddito pro-capite dei contadini cinesi, negli ultimi tre decenni i loro introiti netti pro capite annuali sono aumentati via via dai 133,6 yuan del 1978 fino ai 4141,7 del 2007, con un aumento percentuale nominale pari a 31 volte rispetto all’infima base di partenza materiale del 1978: circa un quarto meno dell’aumento di quaranta volte invece riportato nelle città, ma in ogni caso un incremento sufficiente quasi a quintuplicare il potere d’acquisto della media dei contadini cinesi, anche secondo le stime più prudenti. [58]

Un dato eccezionale, seppur partendo da una base di partenza iniziale molto negativa, con ben 250 milioni di contadini costretti nel 1978 in uno stato di povertà quasi assoluta:  eppure, nella sinistra antagonista occidentale, molti ancora straparlano sull’impoverimento assoluto dei contadini cinesi in tempi recenti, mentre alcuni rimpiangono addirittura i “bei tempi” della rivoluzione culturale.

Nel 2007 il reddito medio reale nelle campagne, al netto dell’inflazione, è aumentato infatti del 9,5% e più che nei centri  urbani, mentre per il 2008  è avvenuta un ulteriore crescita del potere d’acquisto reale dei contadini equivalente ad almeno il 6% e senza inflazione, a dispetto della recessione provocatasi in tutto il mondo capitalistico: nel 2010 il “raccolto” contadino si è rivelato ancora migliore, superando quello urbano nei ritmi di sviluppo.

Si è già notato in precedenza come lo stato ed il partito comunista cinese, a partire specialmente dal 2003, abbiano favorito in ogni modo il processo di riproduzione allargata dei redditi reali dei contadini.

Alla fine del 2005, infatti, il governo guidato dal premier Wen Jiabao ha deciso di abolire la tassa sull’agricoltura, che anche all’epoca maoista pesava sensibilmente sulle campagne e la cui incidenza era “ancora sentita nelle regioni più arretrate” (F. Rampini) della Cina.

In ogni caso l’abolizione della tassa ha costituito anche “una svolta simbolica, perché con questa decisione è stata cancellata l’imposta più antica nella storia dell’umanità, che vanta un primato ineguagliabile: è l’unico prelievo fiscale a essere rimasto in vigore senza interruzione per 2500 anni. Nessuna civiltà al mondo ha raggiunto un simile record di longevità e continuità nella sua politica fiscale. Anche se l’importanza di questa entrata tributaria è andata declinando in coincidenza con la modernizzazione del paese, la tassa sui contadini si identifica con la nascita della Cina stessa. Il prelievo forzoso sui raccolti venne introdotto per la prima volta attorno al 500  a.C., nel periodo degli “Stati guerrieri” una lunga fase di combattimenti feroci tra sei dinastie rivali che si contendevano il controllo delle terre più fertili: le pianure circostanti il Fiume Giallo, che sono la culla della civiltà cinese. Quel periodo di terribile guerre fratricide si concluse, come detto, nel 221  a.C. con la vittoria di Ying Zheng, re dello Stato di Qin, considerato come il vero fondatore della nazione. Le sue imprese furono possibili grazie alla sicurezza di un gettito fiscale ricco e stabile, la tassa sui raccolti.

La storia della Cina non sarebbe stata la stessa senza la potenza economica generata da un amministrazione pubblica in grado di drenare risorse dall’agricoltura e metterle al servizio dei grandi progetti: guerre di conquista o canalizzazioni, ricerca scientifica o raffinata produzione artistica. Insieme al corpo dei funzionari “mandarini” – la più antica burocrazia del mondo – e alla filosofia di governo codificata nel pensiero confuciano, la tenuta dell’erario è stata una delle grandi forze della Cina. Salvo dar luogo, nei tempi di crisi e carestie, a periodiche jacqueries contadine, che hanno spesso segnato la fine di una dinastia imperiale e l’avvento di un nuovo regime. Il balzello, quasi sempre prelevato “in natura”, è sopravvissuto all’alternarsi nei secoli di numerose dinastie segnate da differenze etniche, religiose e politiche: dagli Han meridionali ai Khan mongoli, fino agli ultimi imperatori originari della Manciuria.

Quel che più conta sottolineare è che nemmeno la vittoria della rivoluzione comunista guidata da Mao Zedong interruppe la tradizione fiscale degli imperatori. Nel 1949, alla nascita della Repubblica popolare fondata da Mao, la tassa sui raccolti venne fissata a 28 chilogrammi di grano pro capite all’anno (o il valore equivalente di altre derrate agricole)”. [59]

Nel corso del 2006/2007, inoltre, è stato inoltre eliminato totalmente il prelievo fiscale nei distretti rurali più poveri del paese, migliorando di colpo le condizioni di vita di diverse decine di milioni di persone del paese, mentre anche la sopracitata crescita della fascia dei redditi esente dalle imposte ha contribuito nello stesso periodo ad innalzare sensibilmente il livello di vita di larga parte dei contadini, oltre che dello strato più povero dei lavoratori urbani.

I risultati materiali riportati nelle campagne dalla nuova linea politico sociale di Deng Xiaoping, dal 1978 al 2010, sono facilmente verificabili e tangibili.

All’inizio del 2004, la percentuale di villaggi rurali nelle aree più povere del paese che avevano accesso alle strade era pari al 71,7%: all’elettricità, il 92,1%; alla radio e televisione, l’82,7%. [60]

Dopo soli tre anni , la percentuale di piccoli villaggi rurali collegati a strade era aumentata fino all’81,2%; per la corrente elettrica il livello era salito al 95,8%, mentre per la televisione/radio il dato era ormai pari all’89, 1%. Quattro quinti dei villaggi aveva ottenuto l’accesso alle comunicazioni telefoniche alla fine del 2006, mentre il tasso di frequenza scolastica dei bambini dai 7 ai 15 anni ha raggiunto il 95,3%, riducendo a livelli quasi accettabili il livello di abbandono degli obblighi scolastici persino nelle zone agricole più depresse. [61]

Il vero lato negativo della NEP Cinese, rispetto alle campagne, è costituito dal fatto che i progressi materiali ottenuti dai contadini cinesi negli ultimi tre decenni non sono ancora sufficienti e risulta   ormai necessario un nuovo salto di qualità.

Quindici milioni di persone, alla fine del 2008, risultavano infatti ancora in uno stato di povertà assoluta: un numero fortunatamente in rapida diminuzione ma ancora molto consistente, sia come massa assoluta che in termini di sofferenza umana di tante donne/uomini del gigantesco paese asiatico.

Inoltre altri cinquanta milioni di cinesi, seppur usciti dallo stato di povertà, rientrano ancora nel secondo livello (inferiore) all’interno del processo di divisione del reddito in Cina e risultano in gran parte concentrati nelle campagne: decine di milioni di uomini dal reddito ancora molto basso, anche se sufficiente almeno a garantire un afflusso costante e consistente di cibo e vestiti, e che tra l’altro devono spesso confrontarsi con il problema dell’acqua, visto che l’approvvigionamento idrico di circa un quarto dei villaggi rurali cinesi rimane ancora molto carente (ed in alcuni casi inesistente).

Infine va sottolineato come il problema delle campagne cinesi sia diventato soprattutto una questione femminile, visto che circa il 65% della forza-lavoro nel processo produttivo agricolo era formato nel 2008 da donne, le quali costituiscono del resto il 45,4% e quasi la metà dell’intera popolazione cinese occupata. [62]

Il governo ed il PCC hanno compreso la necessità di un nuovo salto di qualità nel processo di crescita del potere d’acquisto dei ceti rurali e, proprio nell’ottobre del 2008, hanno preso tutta una serie di misure concrete per ottenere un ulteriore raddoppio del reddito medio dei contadini entro il 2020, anche grazie allo sviluppo della cooperazione socioproduttiva nelle attività del settore agricolo.

Vanno in questa direzione proprio le attività di formazione, cooperazione e addestramento professionale promosse e sostenute dalla Federazione Nazionale delle Donne Cinesi, che ha costituito negli ultimi cinque anni ben 260000 basi e centri di training al fine di fornire servizi e istruzione principalmente alle donne nelle campagne, favorendo in ogni modo le organizzazioni di cooperazione femminili. [63]

In estrema sintesi, l’analisi dello sviluppo del potere d’acquisto di operai e contadini presenta un quadro largamente positivo, anche se pieno di contraddizioni, tensioni e problemi sociali non ancora risolti: una situazione dinamica che, alla fine del 2008, è resa ancora migliore dalla presenza di altri tre importanti fenomeni di natura socioproduttiva, e cioè:

–          il processo di ricostruzione dello stato sociale capillare in Cina, a partire dal settore sanitario

–          il processo di ri-sindacalizzazione della forza-lavoro in Cina: gli iscritti al sindacato cinese sono passati ai circa 120 milioni del 2003 ai più di 200 milioni del 2008, quasi raddoppiando in pochi anni

–          il processo di ricostruzione di un ampio grado di garanzie sociolegali nei posti di lavoro all’interno del settore privato, a partire dall’importante legge (lo “Statuto dei lavoratori” cinese) entrata in vigore il primo gennaio 2008.


[1] E. Hobsbawm, “La rivoluzione industriale e l’impero”, pag 172, ed. Einaudi

[2] “Cresce a 19 mila euro lo stipendio di Sarkozy”, in www.deluxeblog.it /post/4364/

[3] N. Mastrolia, “Chi comanda a Pechino?”, pag.136/137 e 145, ed. Castelvecchi

[4] Il Sole 24 ORE“, Per la nomenklatura bassi salari, ricchi benefit” 17 marzo 2007

[5] bbschinadaily.com, “Does China faces windening incombe gap?”, 1 luglio 2007

[6] “China strives to narrow yawning income gap for social equality”, febbraio 2007, in eg.china-embassy.org /eng/2ggk

[7] Don Lee, “In China disparity take a great leap”, Los Angeles Times, 10 giugno 2007

[8] D. Rothkopf, “Superclass”, pag. 105, ed. Mondadori

[9] Don Lee, op. cit.

[10] Quotidiano del Popolo, “SOE profits show renowed growtn” 2009

[11] Don Lee, op. cit.

[12] Xinhuanet, “China caps pay for SOE financial bosses”, 4 aprile 2009

[13] S. Stafutti e G. Ajoni, “Colpirne uno per educarne cento”, pag. 76/77, ed. Einaudi; Jujitsu Research Institute, “A substantial increase in China’s minimum wage”, 11 gennaio 2007, in jp.fujitsu.com/group /fri/en/column; F. Rampini, “La Cina alza gli stipendi. A pagare è l’Occidente”,10 agosto 2006

[14] “China strives to narrow…”, op. cit.;P. Frassen, 1/1/2006, “La Cina corregge la sua politica socio-economica e inizia a colmare il divario tra ricchi e poveri”, in www.resistenze.org, popoli resistenti-Cina

[15] “Does China faces…”, op.cit.

[16] P. Frassen, op.cit.

[17] Radio Cina Internazionale, 6 aprile 2007, “Cina: diminuzione del divario tra ricchi e poveri…”,italian.cri.cn;”La Cina vira verso lo sviluppo sociale interno”, in Contropiano, n. 6 del 2007; Quotidiano del Popolo, 13/10/2008, “China aims to double incombe of rural residents in 12 years”.

[18] Quotidiano del popolo, 13 ottobre 2008, “China aims…”, op. cit.

[19] F. Zakaria, “L’era post-americana”, pag. 97 ed. Rizzoli

[20] P.Frassen, op. cit.

[21] “Cina socialismo o capitalismo?” wwwlacinarossa.net , nota n. 45

[22] “Annual World Weahll Report”, di Merrill Lynch, 2007, in iriospark.splinder.com

[23] “Annual World…”, op.cit.

[24] Quotidiano del Popolo, 1 aprile 2009, “Report: more get richer in China”

[25] “ONU: la povertà nelle campagne minaccia la stabilità sociale della Cina”, 19 dicembre 2005, in AsiaNews.it; “Forbes Rich List – The 400 richest people in 2006 “, in www.woopidoo.com

[26]“Forbes Rich…”, op. cit.

[27] “Piovono accuse e arresti per la cricca di Shanghai”, 25 gennaio 2007, in AsiaNews.it

[28] “China Gome Appliance tycoon under investigation”, 27 novembre 2005, in Quotidiano del Popolo,

[29] Il Sole 24 Ore, 16 febbraio 2010, “Il mistero di Guangyu al tribunale di Pechino”

[30] “Piovono accuse…”, op.cit.

[31] “Corruzione e contraffazione, la Cina si muove”, 10 luglio 2007, la Repubblica

[32] Quotidiano del Popolo, 27 ottobre 2008, “Chinese president urges implementation of anti-corruption responsability system”

[33] I. V. Stalin, “Rapporto al xv congresso del partito”, 26 gennaio 1934

[34] Deng Rong, “Deng Xiaoping e la Rivoluzione Culturale”, pag. 65/66, ed. Rizzoli

[35] in Wikipedia, “Standard of living in the Peoople’s Republic of China Housing”

[36] F. Rampini, “L’ombra di Mao”, pag. 145, ed. Mondadori

[37] Wikipedia, “Standard … Income distribution”, op.cit.

[38] G. Samarani, “La Cina del Novecento”, pag. 318/319, ed. Einaudi.

[39] Quotidiano del Popolo,  28 agosto 2008, “A dramatic rise in qualità of live”.

[40] F. Zakaria,  pag.97, ed. Rizzoli.

[41] Quotidiano del Popolo, 19 settembre 2004, “Life expectancy improving dramatically in Beijing”.

[42] Quotidiano del Popolo, 29 ottobre 2004, “China’s scale of higher education surpasses the US”.

[43] Quotidiano del Popolo, 13 agosto 2006, “Global earning ranking: Shanghai e Beijing are 59th e 65th”.

[44] F. Piccioni, “La Cina cambia obiettivo: meno disparità” il Manifesto, 1 ottobre 2005

[45] www.ubs.com/research, wealth management research. prices and earnings

[46] Quotidiano del Popolo, “1.3 billion people sharing in happiness of better lives”, 11 ottobre 2007

[47] L. Vaccari, “La Cina vuole l’arma catastrofica, i frigoriferi”, Corriere della Sera del 9 luglio 2001

[48] Panorama, 1 agosto 2008, “Aziende globali: se anche la Cina non conviene più”, in panorama.it. economia/2008/08/01

[49] Panorama, “Cina: lo spettro della fuga dei capitali”, 1 maggio 2008 in blog.panorama.it/mondo/2008/05/01

[50] Fujitsu Research Institute, 11 gennaio 2007, “A substantial increase in China’s minumum wage”, in jp.fujitsu.com/group/frilen/column/economic

[51] F. Sisci, “Made in China”, pag. 108 ed. Carocci

[52] G. Samarani, op.cit., pag. 303/304

[53] F. Rampini, op. cit., pag. 215/216

[54] F. Mazzetti, “Da Mao a Deng”, pag. 98/99, ed. Corbaccio

[55] Quotidiano del Popolo, 18 ottobre 2004, “China’s achievements in poverty alleviation impress the world”.

[56] F. Rampini, op. cit., pag 129

[57] AGI China 24, “Notevoli risultati nella riduzione della povertà”, 26 ottobre 2008 in www.agichina24.it /home

[58] Radio Cina Internazionale, “Cina: 7,1% di crescita annuale procapite del reddito netto dei contadini sin dalla riforma e apertura”, in italian.cri.cn

[59] F. Rampini, op.cit., pag. 210/211

[60] Quotidiano del Popolo, “China’s achievements in poverty  alleviation impress the world”, 18 ottobre 2004

[61] CRI ondine, “Cina: oltre 220 milioni di uomini si sono liberati dalla povertà sin dalla riforma e apertura”, 29 maggio 2007, in italian.cri.cn

[62] Quotidiano del Popolo, 10 ottobre 2008, “Great progress achieved in the cause of women”

[63] CRI ondine, “Cina: grandi progressi compiuti nella causa a favore delle donne”, 11 ottobre 2008


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