Capitolo III

Taiwan, Macao, Hong Kong: l’altra faccia  della Cina

Dal processo di analisi sviluppato in precedenza, risulta chiaro come nell’attuale Cina continentale rimangano ancora centrali i rapporti sociali di produzione collettivistici, grazie all’egemonia  (contrastata) del settore produttivo di matrice statale e cooperativa rispetto al (forte) settore privato, autoctono o delle multinazionali straniere operanti in Cina.

Un fatto testardo (Lenin), che emerge con ancora più evidenza se si prende in esame “l’altra Cina”,  sviluppatasi tra il 1949 ed il 2011 ad Hong Kong, Macao e Taiwan: il complesso della nazione-Cina si è infatti diviso e sdoppiato dopo il 1949 in due diverse zone socioproduttive, in una parte (estremamente) minoritaria della quale si è affermata invece come dominante proprio la “linea nera” capitalistica. [1]

Se vogliono esaminare degli esempi concreti di (avanzate) strutture capitalistiche di stato, all’interno  della composita nazione-Cina? Basta analizzare la dinamica di sviluppo socioproduttiva presa da alcuni  segmenti del “mosaico han”, apparsi dopo il 1949 e riprodottisi fino al secondo decennio del terzo millennio, con la precisa e dichiarata scelta di campo capitalistica adottata da Hong Kong, Taiwan e Macao anche dopo la rivoluzione maoista, fino ai nostri giorni e senza soluzione di continuità.

Hong Kong, Taiwan e Macao costituiscono infatti la “visione alternativa” e fantapolitica dello sviluppo cinese, e cioè  come sarebbe potuta diventare la Cina urbana in caso di una (ipotetica) sconfitta del movimento comunista negli anni Quaranta: rappresentano una divaricazione concreta della storia cinese post-1949, oltre che una delle  incarnazioni  attuali in Cina di quell’ “effetto di sdoppiamento” che ha iniziato ad agire su scala planetaria dopo il 9000  a.C., in seguito alla creazione dell’agricoltura/allevamento/artigianato ed alla comparsa/riproduzione dell’ “era del surplus”.

Hong Kong, ultimo avamposto del colonialismo britannico in Cina fino alla prima metà del 1997, ha costituito un esempio classico di capitalismo di stato egemonizzato da grandi imprese e trust privati quotati in borsa, da grandi monopolisti e finanzieri in grado di indirizzare e dirigere in ultima istanza le azioni/pensieri di una numerosa e famelica piccola borghesia, oltre che di un proletariato composto in buona parte da timidi e passivi “profughi del comunismo maoista”.

Anche dopo il 1997,in ogni caso, l’isola ha mantenuto una quasi completa autonomia rispetto a Pechino sul piano socioproduttivo, attraverso la formula (“sdoppiante”) di Deng Xiaoping su “una nazione, due sistemi”: una politica (ed una politica economica) predisposta con grande lucidità da Deng rispetto ad Hong Kong (e Macao/Taiwan) fin dal giugno del 1984, continuata senza sosta fino ad oggi e che accetta per un lungo periodo l’egemonia dei rapporti di produzione capitalistici a Hong Kong (e Macao), contrapposta alla centralità delle relazioni di produzione collettivistiche nella Cina continentale.

L’apparato statale di Hong Kong, fino al 1997 controllato dall’imperialismo inglese, ha favorito in ogni modo (livello estremamente basso delle aliquote fiscali, commesse pubbliche alle imprese private, dazi quasi inesistenti sulle esportazioni, ecc.) il processo di accumulazione del capitalismo privato, senza creare un  esteso settore produttivo statale. [2]

Come ha registrato la rivista Forbes nel gennaio 2008, l’anno precedente la zona di Hong Kong (che contava in quell’anno solo 6,9 milioni di abitanti) ha espresso ben quaranta magnati e famiglie iperfacoltose, con patrimoni superiori al miliardo di dollari e capaci di accumulare assieme ricchezze (mobiliari ed immobiliari) superiori ai cento miliardi di dollari: il doppio della Cina continentale nello stesso periodo, e con duecento volte meno abitanti. [3]

Non è un caso, pertanto, che il territorio di Hong Kong si collochi da molti anni al primo posto nella lista creata dall’arci-liberista istituto di ricerca Heritage Foundation, che misura il grado di “libertà economica” a suo giudizio creatasi nelle diverse nazioni del mondo: sempre facendo riferimento al 2007, secondo gli analisti dell’Heritage l’economia di Hong Kong risultava “libera” sul piano produttivo in una percentuale pari al 90,3%, mentre la Cina Popolare nello stesso anno era considerata “libera” solo al 52,8%, ottenendo un “pessimo” 126° posto nella graduatoria mondiale dell’istituto. [4]

Fermo restando i limiti enormi del “libero mercato” nell’epoca del capitalismo monopolistico di stato, i livelli di tassazione di Hong Kong risultano realmente tra i più bassi del mondo e la tassa sui profitti delle aziende si mantiene pari solo al 16,5%, come  notò con soddisfazione l’Heritage; non esistono limiti o vincoli concreti agli investimenti del capitale internazionale nell’area e le tariffe doganali risultano pari a zero (con l’eccezione di liquori, tabacchi e idrocarburi), mentre circa duecento istituti finanziari privati, di varie dimensioni e specializzazioni, formano l’osso duro del capitalismo finanziario, autoctono e straniero, all’interno della città cinese. [5]

L’Heritage ammise a denti stretti che, in situazioni di crisi come quella creatasi nel 1998, le autorità governative di Hong Kong avevano iniettato ben 15,2 miliardi di dollari a sostegno del mercato azionario e dei capitalisti locali, attraverso il solito processo di “socializzazione delle perdite,  privatizzazione dei profitti” ben conosciuto da qualunque forma di capitalismo di stato contemporaneo: ma si tratta di un elemento secondario che, a giudizio dell’Heritage, non aveva inficiato il valore del modello di capitalismo “liberista” via via  sviluppatosi ad Hong Kong, specialmente dopo il 1949.

Sia le compagnie private cinesi di Hong Kong che quelle straniere possiedono e controllano integralmente il settore delle telecomunicazioni e la rete aeroportuale, in regime di semimonopolio (dopo il 1995); la percentuale della spesa pubblica sul prodotto nominale lordo di Hong Kong risultava inoltre inferiore al 14% ancora agli inizi del nuovo secolo, seppur compensata indirettamente dalla proprietà statale del suolo riservata al governo locale, ma da esso subito affittata agli speculatori ed ai grandi imprenditori del settore edilizio locale.

L’alta borghesia finanziaria di Hong Kong deteneva verso la metà degli anni Novanta un tale potere economico-sociale, concentrato tra l’altro in poche mani, da poter esprimere i nomi più autorevoli sia del “Comitato Preparatorio”, un organismo politico creato per preparare il ritorno di Hong Kong alla Cina Popolare (luglio 1997) e dotato di ampi poteri, che del più esteso “Comitato di Selezione”. [6]

Saranno proprio i quattrocento membri del Comitato di Selezione,  non certo per caso, ad eleggere all’inizio del 1997 Tung Chee-hwa (un armatore salvato dalla bancarotta proprio da Pechino, negli anni  Ottanta) come primo capo del nuovo potere esecutivo di Hong Kong.

“Al Comitato siedono i dirigenti dei gruppi più introdotti a Pechino, rappresentanti il 36% dei capitali quotati in Borsa: Li Ka-shing, alias Superman, ex commerciante d’oro e di metalli preziosi divenuto miliardario nel campo immobiliare; Lee shau-kee; il ricchissimo imprenditore edile Chen Yu Tung; l’ambiguo Robert Kuok, magnate della stampa. O ancora: Run Run Shaw, mandarino del cinema e della televisione cinese; Henry Fok e T.T. Sui”. [7]

Il processo di accumulazione capitalistico ha raggiunto livelli tali che, secondo la rivista Forbes , il solo multimiliardario Li Ka-shing aveva accumulato nel 2008 una fortuna personale pari a più di 13 miliardi di dollari, mentre dopo il 1949 anche particolari gruppi affaristici criminali (le triadi) hanno acquisito un notevole peso economico nella città.[8]

Il processo accelerato di concentrazione delle ricchezze, nelle mani di una ristretta oligarchia finanziaria, rende abbastanza simile la dinamica di sviluppo della struttura economico-sociale di Macao a quella di Hong Kong.

Macao, colonia portoghese dal 1557 fino al dicembre 1999 e piccola zona abitata da circa cinquecentomila abitanti, nel 2007 è riuscita ad esprimere due magnati del calibro di Stanley Ho (patrimonio valutato pari a 9 miliardi di dollari nel 2006) e di  Lui Che Woo (“solo” 2,7 miliardi di dollari, nello stesso anno), mentre il grande capitalista del settore immobiliare Or Wai Sheun aveva accumulato a sua volta 2,4 miliardi di dollari di patrimonio.

Le principali aziende dell’isola cinese sono riusciti a superare, ancora nell’anno di grazia 2006, le entrate da gioco d’azzardo di una città-colosso (nel genere) come Las Vegas: sei grandi oligopoli privati ormai si dividono il mercato locale del gioco d’azzardo, che nel 2006 aveva raggiunto le dimensioni di circa 7 miliardi di dollari con livelli molto alti di profitto. [9]

Sia Hong Kong che Macao, pur con le loro specificità locali, esprimono ed allo stesso tempo estremizzano le caratteristiche fondamentali del capitalismo monopolistico di stato e della moderna finanza privata, mostrando come la Cina  – nelle sue grandi città costiere, almeno – sarebbe potuta diventare dopo il 1949, nel caso ipotetico di una sconfitta della rivoluzione maoista.

Per quanto riguarda poi l’isola di Taiwan, dopo il 1949 e la sconfitta delle forze anticomuniste del Kuomintang (rifugiatesi nell’isola, sotto la protezione dei soliti Stati Uniti), la quota raggiunta dal settore capitalistico sull’intero prodotto nazionale lordo di Taiwan è passato dal 28% del 1949 fino all’ 84% del 1984, anche se si è trattato di un capitalismo di stato protetto, foraggiato ed orientato dagli apparati pubblici, diretti fino al 2000 dal Kuomintang. [10]

Grazie agli enormi aiuti economici statunitensi, determinati essenzialmente da ragioni ideologiche e geopolitiche, tra il 1949 e il 1981 il capitalismo di stato di Taiwan conobbe un notevole decollo.

“Uno sforzo particolare fu compiuto al fine di favorire le esportazioni, grazie ad un sistema intrecciato di esenzioni fiscali e di sostegni governativi: privilegiati furono i settori ad alta intensità di lavoro (tessili, plastica e gomme, carta). La riforma del sistema bancario e finanziario favorì ulteriormente lo sforzo di espansione industriale.

Furono inoltre avviati e sviluppati progetti innovativi, quali quello delle “zone economiche per l’esportazione” (export processing zones), al fine di incoraggiare le esportazioni e attrarre gli investimenti esteri (facilitazioni e agevolazioni per la costruzione di impianti industriali, trattamenti tariffari privilegiati, costo del lavoro a basso prezzo, garanzie contro ogni espropriazione). Presto, l’elettronica e i macchinari divennero le voci trainanti dell’export taiwanese, alimentando uno straordinario boom (il valore dell’export crebbe da circa 180 milioni a oltre un miliardo di dollari USA tra il 1960 e il 1970)”. [11]

Dopo il 1985 vennero via via abolite  una serie di restrizioni alle importazioni, mentre un forte processo di privatizzazione (e deregolamentazione) fu avviato anche in settori in precedenza  contraddistinti dalla proprietà statale, quali “le telecomunicazioni, il sistema bancario e assicurativo”. [12]

Taiwan=capitalismo di stato reale, contraddistinto dall’egemonia della sfera privata nel processo produttivo dell’isola (84% sul PIL, nel 1984) e dal solito processo di collaborazione  multilaterale tra monopoli privati ed apparati statali,  tra multinazioni private e nuclei dirigenti al potere nell’isola cinese.

La diversità riscontrabile nelle esperienze di Hong Kong, Macao e Taiwan, rispetto alla dinamica espressa dalla Cina contemporanea sotto il pieno controllo politico-sociale del partito comunista cinese, risultano enormi ed innegabili, visto che persino uno studioso anticomunista come W. Hutton è stato costretto a riconoscere che, ancora nel 2005, lo stato cinese controllava ben l’81% delle società quotate in borsa a Shangai.

Partendo dalla base materiale di un PNL cinese che,  nel 2000, risultava allora pari a circa 2.000 miliardi di dollari, egli ha ammesso che “secondo gli economisti Guy Liu e Pei Sun – gli autori dello studio riportato dalla Banca Mondiale – in oltre un decennio di mercato finanziario questa economia da duemila miliardi di dollari è riuscita a creare meno di duecento società realmente private. Qualsiasi cosa questo possa significare, siamo ben lontani da un trionfo della privatizzazione”. [13]

Fino ad ora il partito comunista cinese è riuscito a mantenere e riprodurre l’egemonia della “linea rossa” e del settore statale-cooperativo all’interno della composita formazione economico-sociale cinese, ha in sostanza riconosciuto (usando la solita fraseologia anticomunista) lo stesso W. Hutton.

Secondo lo studioso, “l’attitudine cinese verso la proprietà privata rende un’impresa disperata il tentativo di stabilire quanto è pubblico e quanto è privato nel sistema economico del paese, poiché una simile impostazione non riesce a rendere l’idea di come il partito stia agendo per sviluppare questa corporatisation leninista. Il partito-Stato costituisce il cuore di una vera tela di ragno del controllo.

La direzione politica si accompagna al diretto controllo di quei settori dell’economia  che il partito considera strategici: telecomunicazioni, energia, trasporti, ferro, acciaio e metalli in genere, automobili e altro ancora. Per affermare una presenza internazionale sta promuovendo la creazione di cinquantasette “raggruppamenti di imprese”, intesi come “pilastri” strategici dell’economia –una versione cinese del chaebol sudcoreano o del keiretsu giapponese. Ciascun gruppo ha una propria banca di riferimento. I due gruppi più rilevanti sono attivi nel comparto petrolchimico (Donglian e Qilu Petrochemical Groups), il terzo nell’acciaio (Baosteel). Il partito detiene una diretta sorveglianza sui gruppi strategici: meno un settore, o un’impresa, sono considerati strategici, più esso è disposto ad allentare la presa; ma la struttura azionaria e contabile è tale che in qualsiasi momento il controllo può essere pienamente ripristinato, ove considerato necessario. Il settore integralmente privato è in crescita e, con la sua maggiore produttività, costituisce la parte più dinamica dell’economia: tuttavia nella tela del partito-Stato ogni società privata resta, nel migliore dei casi, una presenza malsopportata “. [14]

Presenza invece dominante e ben gradita ad Hong Kong, Macao e Taiwan…e non a caso

In campo socioproduttivo, la lotta tra “linea rossa” e “linea nera” in Cina non solo continua senza sosta, ma l’esito finale dello scontro socioproduttivo non è per niente scontato. Fino a quando l’egemonia nella sfera politica (“espressione concentrata dell’economia “, secondo la definizione fornita da Lenin nel gennaio del 1921) continuerà ad essere detenuta dal partito comunista all’interno della Cina continentale, la  “linea rossa” rimarrà dominante, creando pertanto nel lungo periodo alcune precondizioni per una (possibile, non scontata) futura  egemonia mondiale della “linea rossa”, nelle aree geopolitiche decisive del pianeta.

Possibilità e potenzialità, assolutamente non inevitabili o irreversibili: proprio l’esperienza internazionale dell’ultimo secolo invita del resto la sinistra antagonista ad abbandonare qualunque forma di determinismo storico, partendo soprattutto dal rapido crollo del “socialismo reale” di matrice sovietica verificatosi nel disastroso triennio 1989/91.


[1] R. Sidoli, “I rapporti di forza”, cap. settimo, in www.robertosidoli.net

[2] G. Samarani, op. cit., pag.383/384

[3] “Forbes publishes Hong Kong’s 40 richest list”, 18 gennaio 2008, in www.forbes.com

[4] Heritage Foundation, “Index of economic freedom 2008-Hong Kong”, www.heritage.org /Index

[5] Heritage Fondation, “Index …”, op. cit.

[6] Heritage Fondation, “Index …”, op. cit.; D. Hiault “Hong Kong. Appuntamento con la Cina”, pag.74/75 ed. Electra/Gallimard

[7] D. Hiault, op. cit., pag. 75

[8] “Forbes publishes…”, op. cit.

[9] International Political Economy Zone, “How Macau is beating Las Vegas”, 5 luglio 2007, in ipezone.blogspot.com/2007

[10] Jean Luc Domenech, “Dove va la Cina”,pag. 206, ed. Carocci

[11] G. Samarani, “La Cina del Novecento”, pag. 370, ed. Einaudi

[12] op. cit. pag. 373

[13] W. Hutton, “Il drago dai piedi di argilla”, pag. 124, ed. Fazi

[14] W. Hutton, op. cit. pag. 125


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