Capitolo V

L’effetto di sdoppiamento in Cina: Yangshao e comuni rurali

Secondo la concezione marxista-ortodossa della storia universale, quest’ultima può essere paragonata ad una grande e lunga strada a senso unico, anche se composta da alcune diramazioni secondarie che in seguito si ricollegano al sentiero principale, oltre che da una serie di vicoli ciechi che vengono abbandonati, più o meno rapidamente.

In questa prospettiva storica, la “grande strada” è formata nella sua essenza da vari segmenti interconnessi, seppur ben distinti tra loro (comunismo primitivo/comunitarismo del paleolitico, nella preistoria della nostra specie; fase del modo di produzione asiatico; periodo schiavistico; fase feudale; epoca capitalistica e, infine, socialismo/comunismo), ma essa era ed è considerata tuttora un tracciato  predeterminato, almeno in ultima istanza: qualunque “viaggiatore” e società potevano/possono anche prendere delle “scorciatoie” ma alla fine, volenti o nolenti, erano /sono costretti a rientrare nel sentiero di marcia principale e nelle sue variegate, ma obbligate tappe di percorso.

In base ai dati storici allora a conoscenza di Marx ed Engels, fino al 1883/95, questa era probabilmente l’unica visione complessiva del processo di sviluppo della storia universale che poteva essere (genialmente) elaborata a quel tempo ma, proprio dopo il 1883/95, tutta una serie di nuove scoperte ed avvenimenti storici portano a preferire una diversa concezione generale della dinamica del genere umano.

Immaginiamoci una “grande strada” che, dopo un lunghissimo segmento (fase paleolitica e mesolitica) di scorrimento, si trovi di fronte improvvisamente ad un “grande bivio” ed a una gigantesca biforcazione: da tale bivio partono e si diramano due diverse ed alternative strade, che conducono a mete assai dissimili, senza alcun obbligo a priori per i “viaggiatori” (a causa del Fato/forze produttive) di scegliere l’una o l’altra.

Ma non basta. Non solo non vi è più una sola strada obbligata di percorso, ma – a determinate condizioni e pagando determinati “pedaggi” – qualunque “viaggiatore” e qualunque società umana possono trasferirsi nell’altro tracciato, alternativo a quello selezionato in precedenza, cambiando pertanto radicalmente le proprie condizioni materiali di “viaggio” nell’autobus che stanno utilizzando con altri passeggeri: la scelta iniziale di partenza “al bivio”, giusta o sbagliata, risulta sempre reversibile in tutte e due le direzioni di marcia, in meglio o anche in peggio.

Fuor di metafora, la concezione che proponiamo ritiene che subito dopo il 9000 a.C., ben undici millenni fa nell’Eurasia del periodo neolitico, con la scoperta dell’agricoltura, allevamento e artigianato specializzato, si sia creato e riprodotto costantemente fino ai nostri giorni un “grande bivio”, da cui si sono diramate due “strade”, due linee e due tendenze socioproduttive di matrice alternativa, l’una di tipo comunitario-collettivistico e l’altra di natura classista, fondata invece sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Pertanto dopo il 9000 a.C. e fino ai nostri giorni, nell’era del surplus, non sussiste alcun determinismo storico, ma altresì un campo di potenzialità oggettive (sviluppo delle forze produttive e creazione/riproduzione ininterrotta di un plusprodotto accumulabile… l’era del surplus) su cui si possono innestare, e si innestano poi concretamente e realmente delle prassi sociali contrapposte, volte a condividere in modo fraterno mezzi di produzione/ricchezza/surplus o, viceversa, a fare in modo che essi vadano sotto il controllo e possesso di una minoranza del genere umano, in entrambi i casi con immediate ricadute anche sulla sfera politico-sociale delle diverse società.

Detto in altri termini, a parità di sviluppo qualitativo delle forze produttive e già formatisi elementi cardine quali agricoltura/allevamento/surplus costante, fin dal 9000 a.C. per arrivare ai nostri giorni era possibile che si sviluppasse sia l’egemonia di rapporti di produzione collettivistici, che quella alternativa di matrice classista: un effetto di sdoppiamento nel quale nulla era/è tuttora scritto a priori, nei libri mastri della Storia.

Situazione di “sdoppiamento”, potenziale/reale, valida nel 9000 a.C.  ma anche nel 2010 della nostra era, valida nel 8999 a.C., ma anche nel prossimo anno e nei prossimi decenni: uno stato di sdoppiamento ed un’alternativa radicale nei rapporti di produzione possibili e praticabili sul piano storico, che da undici millenni esclude a priori qualunque forma di determinismo storico e di metafisica basata sul “progresso inevitabile” del genere umano.

Certo, qualunque regressione ad uno stadio paleolitico basato sulla caccia/raccolta di cibo era ed è tuttora impedita proprio da quel processo di sviluppo qualitativo delle forze produttive, da quell’”era del surplus” costante/accumulabile che determina il sorgere e la riproduzione ininterrotta dell’effetto di sdoppiamento. Ma a parte questo “dettaglio” non trascurabile, negli ultimi undici millenni il corso della storia universale è diventato decisamente multilineare, composto com’è dal “bivio”e dalle due “strade” alternative in campo socioproduttivo e politico, la cui logica ed essenza più profonda risultano essere proprio l’antideterminismo e l’emersione costante di un campo di potenzialità alternative, nel quale la pratica collettiva degli uomini del passato, presente (noi stessi…) e del futuro assume un ruolo decisivo, sotto tutti gli aspetti.[1]

Le caratteristiche fondamentali e soprattutto l’insieme delle “orme” ritrovabili nella storia post-9000 a.C., che dimostrano la riproduzione dell’effetto di sdoppiamento all’interno del processo di sviluppo del genere umano, costituiscono delle tematiche affrontate a lungo nel libro “I rapporti di forza” ai capitoli VI, VII e VIII, facilmente scaricabili da Internet.[2]

In questa sede va invece sottolineato come proprio la Cina, da circa diecimila anni, abbia rappresentato un ottimo campo di verifica per la teoria dell’effetto di sdoppiamento, fin dall’autonoma ed endogena scoperta dell’agricoltura e dell’allevamento (8000 a.C.) in questa decisiva area geopolitica del pianeta: la riproduzione plurimillenaria della “linea rossa” collettivistica, infatti, venne quasi simultaneamente accompagnata dalla genesi dell’alternativa ed opposta “linea nera” socioproduttiva, di natura protoclassista/classista.

In estrema sintesi,dall’8000 a.C. due diverse ed alternative tendenze socioproduttive (collettivista e proto-classista) coesistettero in Cina, a parità approssimativa nel livello di sviluppo qualitativo delle forze produttive.

Attorno all’8000/6000 a.C., da un lato, iniziò a svilupparsi il neolitico di matrice collettivistica con le arcaiche culture di Jiahu, di Yixian e di Peiligang: queste società protoneolitiche sapevano produrre la ceramica e oggetti musicali (flauti) intarsiati, mentre le pietre da macina ed i resti di miglio carbonizzato attestano che esse conoscevano l’agricoltura, oltre ad avere addomesticato il maiale ed il cane.

Nel villaggio neolitico di Dadiwan (5500-3000 a.C.) sono venuti alla luce i più antichi dipinti, ceramiche ed edifici in terra della Cina, che risalgono a settemila anni fa: fin da allora Dadiwan era composta sia da 240 case, solo parzialmente diverse tra loro, che da una grande area centrale per le cerimonie religiose”.

La manifestazione più avanzata del collettivismo neolitico in Cina venne in ogni caso rappresentata dalla cultura di Yangshao, di cui sono stati ritrovati oltre mille siti nel bacino del Fiume Giallo e nel Gansu e che si sviluppò tra il 4800 ed il 2000 a.C., ereditando direttamente le precedenti conquiste della civiltà di Peiligang.

Le diverse collettività, appartenenti alla matriarcale cultura Yangshao, coltivarono per tre millenni il miglio attraverso forme produttive cooperative e comunitarie, iniziando allo stesso tempo su microscala quei lavori di irrigazione che avrebbero contraddistinto la storia cinese, mentre parallelamente esse integrarono l’attività agricola attraverso l’allevamento di cani e maiali e con la caccia/pesca, costruendo delle grandi abitazioni collettive fuori da terra.

Inoltre le comunità Yangshao riuscirono ad acquisire le tecniche della filatura e della tessitura, attestate dalle impressioni di tessuto presenti sulla base di alcune ciotole e dal rinvenimento di aghi in osso, costruendo delle fornaci per la cottura delle terrecotte mentre le loro ceramiche, ancora modellate a mano, presentano una grande varietà tipologica, in cui gli oggetti più caratteristici furono dei bacili, con decorazioni dipinte in nero su sfondo rosso, e bottiglie a base appuntita con una decorazione impressa.

«Tra i numerosi siti Yangshao il più significativo è senza dubbio quello di Banpo, nei pressi di Xi’an, in cui sono stati rinvenuti i resti di un villaggio distribuiti su un’area di oltre 10.000 mq. Situato a circa 300 m. dal fiume Chan, un affluente del fiume Wei, il villaggio, di pianta grossomodo ovale, presenta la zona abitativa al centro, divisa in due aree da un piccolo fossato; tutt’intorno è scavato un fossato più grande profondo 6 m., e ad est di esso si trovano le fornaci per la cottura delle terrecotte, mentre a nord era situato il cimitero comune. Le abitazioni, a pianta circolare o quadrangolare, erano capanne seminterrate, cui si accedeva attraverso uno stretto cunicolo; al centro della zona abitativa era posta una capanna di grandi dimensioni (20 m. per 12,5 m.), probabilmente un edificio comunitario.

All’interno del villaggio sono stati trovati un gran numero di manufatti in pietra, in osso e in terracotta.

Si ritiene che la comunità di Banpo – come le altre della cultura Yangshao – fosse caratterizzata da un sistema sociale di tipo egualitario, anche se la vita della comunità doveva essere regolata probabilmente da una complessa ritualità. Le tombe, le dimensioni delle abitazioni, e le fosse per l’immagazzinamento delle derrate presentano infatti dimensioni simili, ed anche i corredi delle sepolture non appaiono contrassegnati da differenze rilevanti riguardo alla loro quantità. La ritualità appare d’altro canto attestata, oltre che dalla composizione dei singoli corredi, anche dai motivi decorativi di alcune ceramiche, fra i quali si distingue una maschera circolare con quattro pesci, due attaccati all’altezza delle orecchie, e gli altri due congiunti all’altezza della bocca: l’immagine suggerisce l’esistenza di riti sciamanici. Di particolare interesse appaiono inoltre alcuni marchi incisi su terracotta, che sembrano ricollegarsi ad alcuni caratteri della scrittura Shang».[3]

Tra l’altro proprio in un sito della cultura Yangshao ritrovata a Xiahe è stato scoperto, nel gennaio del 2011, un grande edificio di 364 metri quadri, capace di contenere centinaia di persone per riunioni pubbliche o cerimonie religiose della comunità, ben costruito con travi, copertura di calce sul pavimento e un grande spazio centrale per il fuoco: la protoarchitettura stava ormai iniziando a fare notevoli progressi, all’interno della civiltà collettivistica degli Yangshao.

Verso il 2400 a.C. la civiltà Yangshao, nella sua ultima fase di sviluppo (Machang), riuscì a produrre sia il bronzo che la seta, ma queste conquiste tecnico-produttive furono seguite da una profonda trasformazione da una parte della comunità in esame: infatti, a poco a poco, i riti sciamanici ed i loro protagonisti, i sacerdoti, assunsero un ruolo diverso in una sezione delle comunità Yangshao, svolgendo la funzione di apripista per il processo di introduzione al loro interno di rapporti di produzione protoclassisti, fondati sull’egemonia di un’élite politico-religiosa (culture di Longhshan dello Shaanxi e dello Henan).

Sempre in Cina, ma nel bacino dello Yangzi (Fiume Azzurro), sorsero nel 6000/5000 a.C. le civiltà di Pengtoushan e di Hemudu, alle cui strutture socioproduttive collettivistiche (forse di origine africana) il genere umano è debitore della prima coltivazione su larga scala del riso, nella quale i semi di riso venivano coltivati in campi inondati in modo artificiale e controllato, con l’aiuto di zappe di osso.

Ma in Cina, sempre durante il processo di sviluppo “sdoppiato del neolitico”, un’altra forza stava allora dispiegando i suoi (feroci, avidi) artigli: la tendenza classista, tesa a produrre/riprodurre dinamiche socioproduttive fondate sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Infatti già nel sito di Xinglonggou, posto nella Cina nordoccidentale e risalente al 6000 a.C., sono state trovate decine di abitazioni utilizzate da una popolazione di cacciatori-raccoglitori che sapeva produrre la preziosa giada e commerciare con le tribù delle coste della Cina e del Giappone, in una cultura in cui erano già presenti alcune significative forme di (profonda, seria) differenziazione sociale e politica.

Era solo la fase primordiale di sviluppo della “linea nera” socioproduttiva all’interno della Cina, tendenza che trovò una sua epifania più compiuta attraverso le civiltà protoclassiste di Dawenkou, di Hongshan e Longshan.

La civiltà di Dawenkou era contraddistinta da una ceramica grigia, marrone o nera, con numerose varietà, mentre le terrecotte bianche e nere, con pareti sottili, erano lavorate al tornio: il livello di sviluppo delle forze produttive in campo agricolo risultava praticamente equivalente a quella raggiunta dai quasi contemporanei clan di Yangshao, ma i rapporti di produzione dominanti e la forma di chefferies politico-sociale appartenevano ormai alla tipologia protoclassista.

«Non sappiamo quali coltivazioni praticassero le comunità Dawenkou, ma certamente l’allevamento dei maiali doveva avere una particolare importanza, in quanto numerosi crani e talvolta interi scheletri di questo animale sono stati rinvenuti nelle tombe. Il grande divario esistente tra le sepolture di questa cultura per quanto concerne sia le dimensioni che la ricchezza dei corredi, sta ad indicare che già esistevano all’interno delle comunità forti differenziazioni sociali. Inoltre la presenza dei crani di maiale nelle sepolture farebbe pensare a sacrifici funerari riservati a un gruppo ristretto, ormai classificabile come una vera e propria élite[4]

Seimila anni or sono, inoltre, era apparsa la “cultura della giada” tipica della civiltà di Hongshan (4000-2500 a.C.), divenuta rapidamente protoclassista ed elitaria, in modo tale che più di cinque millenni or sono nei siti della Cina del nord si trovavano ormai delle città neolitiche con grandi templi e strutture difensive, guidate da un’aristocrazia che monopolizzava il potere, gli articoli di lusso fatti con preziosa giada e le funzioni religioso-sacrificali, stimolando allo stesso tempo il processo di costruzione di numerose piramidi.

Attorno al III millennio a.C., nel bacino del Fiume Giallo, si formarono le culture Longhshan dello Shaanxi, dello Henan e dello Shandong: le prime due come prodotto dell’evoluzione interna di una parte della civiltà Yangshao, la terza come sviluppo endogeno della cultura Dawenkou.

Deve essere subito rilevato che non sussistevano sostanziali differenze tra le civiltà protoclassiste contadine di Longhshan e quelle antecedenti, per quanto riguarda il livello tecnologico degli attrezzi agricoli, mentre emerse solo una maggiore sofisticazione nell’arte ceramica, i cui prodotti più elaborati erano monopolizzati dall’élite politico-religiosa. Sotto il profilo degli strumenti di produzione agricola, allora asse centrale del processo economico, «essi sono rappresentati ancora da vanghe, zappe, falcetti, e i materiali impiegati continuano ad essere la pietra, l’osso, il corno, le conchiglie. Consistenti progressi si realizzano invece nella produzione della ceramica: accanto a terrecotte grigie, probabilmente di uso comune, compare infatti un vasellame nero ad impasto fine, caratterizzato da una grande eleganza e lucentezza. Questi manufatti implicano l’esistenza di ceramisti con un elevato grado di specializzazione, che facevano uso del tornio e di fornaci relativamente sofisticate. Un’altra innovazione significativa rispetto al passato riguarda la stratificazione sociale, ormai profonda e probabilmente consolidata, come sembra indicare l’analisi delle sepolture. Tra il progresso della ceramica e l’approfondimento delle differenziazioni sociali esiste probabilmente una stretta connessione: il vasellame in ceramica nera era destinato certamente all’élite, che quasi certamente lo utilizzava a fini rituali. D’altro canto, il ritrovamento di numerose scapole di animali impiegati a scopo divinatorio –una pratica questa che, come vedremo, avrebbe conosciuto un notevole sviluppo nell’epoca successiva– denota senza dubbio la comparsa di un sistema ideologico relativamente complesso, collegato con un’élite politico-religiosa».[5]

L’utilizzo della religione come “apripista” per l’affermazione iniziale delle strutture protoclassiste si affermò del resto anche in altri contesti geografici e temporali, oltre che nell’area geopolitica cinese, come emerge dal caso sumero: ma in ogni caso il processo di sdoppiamento non finì con la comparsa della dinastia classista dei Xia e l’affermazione plurimillenaria, fino a Mao Zedong ed al 1949, dell’egemonia contrastata della “linea nera” all’interno dell’area geopolitica cinese.

Anche dopo il 2500/2100 a.C., anche dopo la fine del periodo neolitico-calcolitico e l’affermazione in Cina (come nel resto del pianeta, seppur con una tempistica leggermente sfalsata) delle società classiste, la “linea rossa” socioproduttiva continuò infatti ad esercitare una certa influenza –subordinata e secondaria, ma reale e concreta– nella dinamica assunta dai variegati rapporti di produzione cinesi.

In Cina, infatti, come nel resto del globo, la tendenza collettivistica e cooperativa trovò dei seri punti di appoggio materiali su cui appoggiarsi per riprodursi sia realmente, seppur molto spesso in modo deformato e parziale, che a livello potenziale, visto che:

  • il livello di sviluppo delle forze produttive sociali, all’interno delle società classiste, non cadde mai sotto la soglia già raggiunta durante il periodo neolitico-calcolitico, e non si deteriorò mai al punto di creare un recupero generalizzato della raccolta di cibo-caccia dell’era paleolitica, con la sua correlata assenza di processi di produzione-accumulazione continua del surplus.
  • la produzione ininterrotta di surplus rimaneva utilizzabile anche per scopi collettivi, almeno a livello potenziale.
  • poteva essere utilizzato sia per fini cooperativi, che per scopi di profitto privato, il lavoro universale, termine con cui si intende «qualunque lavoro scientifico, qualunque scoperta o invenzione. Esso dipende in parte dalla cooperazione tra i vivi e in parte dall’impiego del lavoro dei morti» (K. Marx, Il Capitale, Libro III, Cap. V, par. 4).
  • il ”bene immateriale della conoscenza” (E. Grazzini, 2008), anche in campo scientifico e tecnologico, poteva e può essere sempre utilizzato dagli esseri umani per fini cooperativi e senza brevetti di sorta, può essere riprodotto e replicato con relativa facilità dai non-inventori in seguito all’uso, è un bene facilmente (anche se non inevitabilmente) condivisibile: può diventare un bene privato, ma anche e più facilmente un bene pubblico.
  • la terra continuò ad essere il “grande laboratorio” (Marx, Grundrisse) che forniva al genere umano sia “i mezzi di lavoro” che il “materiale di lavoro”; arsenale sempre suscettibile, almeno a livello potenziale, di essere destinato a processi di appropriazione collettiva da parte del genere umano, mentre considerazioni analoghe possono essere effettuate anche per l’acqua e le opere di irrigazione, partendo dai sumeri con i famosi giardini pensili di Babilonia e dalla rete di canali plurimillenaria in Cina.[6]
  • una parte del suolo e dell’acqua continuò ad essere realmente proprietà collettiva, “proprietà tribale o comunitaria” (Marx, Grundrisse), anche dopo il 3700 a.C. e in larghe sezioni del pianeta.
  • anche altri oggetti del lavoro umano, come i metalli preziosi, le materie prime (rame, ferro, ecc.) e le diverse fonti energetiche (legname, carbone, idrocarburi, uranio, ecc.) hanno potuto a volte essere appropriati realmente dal processo lavorativo umano sotto modalità di lavoro cooperative e con una proprietà collettiva, spesso statale, sempre durante il periodo postcalcolitico.
  • anche dopo il 3900 a.C., si riprodusse una “comunanza del lavoro” (Marx, Grundrisse) e una cooperazione lavorativa nei processi di riproduzione delle “condizioni comuni della produzione” (sempre Marx, Grundrisse): “sistemi di irrigazione”, “mezzi di comunicazione” (Marx, Grundrisse) ed opere di dissodamento del suolo.
  • anche dopo il 3900 a.C., almeno una parte variabile del suolo venne molto spesso coltivata in modo cooperativo dai produttori rurali, in una concreta “comunanza lavorativa”, che divenne un “vero e proprio sistema” (ancora Marx, sempre nei Grundrisse) in larga parte del pianeta, ivi compresa l’Europa.
  • la manifattura prima, la grande industria in seguito, divennero delle esperienze diffuse di stretta cooperazione nel processo produttivo, proprio dopo il 3900 a.C., partendo dalla prima fase della società sumera: mezzi di produzione sociali suscettibili, sia potenzialmente che realmente, di processi di appropriazione collettiva in grado di assorbire il loro prodotto e surplus sociale.
  • alcune frazioni dei produttori diretti, sfruttati ed oppressi, continuarono ad essere dei convinti sostenitori della “linea rossa”: uomini/donne in lotta più o meno aperta contro il sistema di sfruttamento classista, le disuguaglianze socioeconomiche e la miseria, anche se spesso utilizzando ideologie e relazioni organizzative di matrice religiosa.

Anche in Cina le potenzialità socioproduttive si trasformarono  in realtà concrete e processi reali, a partire dalle cooperative e solidali comunità, dai villaggi che contraddistinsero la Cina nella lunga fase della sua storia dominata (2100-1000 a.C.) dal modo di produzione asiatico.

Questa categoria storico-teorica indica e comprende al suo interno tutte le formazioni economico-sociali contraddistinte sia dall’”inesistenza della proprietà privata del suolo” (lettera di Marx ad Engels, 2 giugno 1853), che diventava invece proprietà dello stato, sia da una struttura dualistica in cui coesistevano e lottavano allo stesso tempo due diverse forme di rapporti sociali di produzione, creando una sorta di “centauro” composto da due settori socioproduttivi distinti, ma inscindibili tra loro.

Il primo (e subordinato) lato del “centauro” era formato dalle comunità rurali agricolo-artigiane parzialmente collettivistiche, caratterizzate da una rete di solidarietà comunitaria e dall’appropriazione collettiva (in varie forme) del prodotto delle attività lavorative comuni: in molti casi esse fondavano la loro attività produttiva su opere di irrigazione, più o meno estese, alla cui costruzione e manutenzione contribuiva l’intera popolazione del villaggio.[7]

Il surplus creato da queste comunità semicollettivistiche veniva in larga parte estorto, in modo coercitivo, ai produttori diretti dall’autorità politica centrale e dagli apparati centrali-periferici dello stato; il nucleo centrale politico del modo di produzione asiatico, spesso rivestito di vesti divino-religiose, e le sue emanazioni periferiche costituivano l’altra (e principale) metà del “centauro” in oggetto, che si appropriava con la violenza/minaccia della violenza del plusprodotto erogato dalle comunità di villaggio, fornendo spesso in cambio delle limitate prestazioni produttive, quali la direzione della creazione/manutenzione delle opere d’irrigazione e la regolamentazione delle forniture d’acqua a scopi irrigui, oppure limitandosi a svolgere delle attività meramente simbolico-magiche.[8]

Vista anche l’importanza assunta costantemente in Cina dai lavori collettivi di irrigazione, sia molto prima del sorgere delle società  protoclassiste (Hemudu) che in quelle classiste-statali (dinastia Xia, in primo luogo), si può desumere che le comuni rurali cinesi, tra il 2100 ed il 1000 a.C. circa, avessero una natura socioproduttiva prevalentemente solidaristica e collettivistica, a partire dalla lavorazione collettiva dei campi: matrice collegata, tra l’altro, dall’assenza della proprietà privata del suolo.

Anche se l’aristocrazia guerriera della dinastia Xia, Shang e Zhou occidentali si appropriarono via via a loro beneficio della massa di surplus-plusprodotto estorta alle comunità rurali, sottoposte al loro dominio, la “linea rossa” socioproduttiva in Cina mantenne una sua innegabile e concreta, seppur subordinata, presenza e continuità storica durante tutto il lungo periodo in via d’esame, nei villaggi rurali di un subcontinente nel quale già allora vivevano circa un quinto dell’intera popolazione umana. Infatti comunità rurali e relazioni di cooperazione nei villaggi agricoli, marciavano, di pari passo e simultaneamente all’interno della realtà cinese di quel tempo, seppur sottoposte sempre allo sfruttamento esercitato nei loro confronti da caste di guerrieri che monopolizzavano allo stesso tempo le funzioni magico-religiose ed il controllo sulle concezioni del mondo dominanti in quel periodo.

Dopo il 1000 a.C., inoltre, per alcuni secoli si generò e riprodusse il sistema dello jingtian (“campi a pozzo”), almeno secondo numerose fonti cinesi: si trattò di una forma di organizzazione parzialmente cooperativa e collettivistica del processo di produzione agricolo che, molto tempo dopo la sua decadenza, venne ripresa strumentalmente (soprattutto per ragioni fiscali, al fine di combattere la diffusa evasione degli oneri tributari da parte dei grandi proprietari terrieri) con l’azione politico-economica espressa in una prima fase dal nucleo dirigente diretto dall’imperatore Wang Mang, che regnò dal 9 al 23d.C.

Con un progetto di ampio respiro, seppur fallito in tempi molto brevi, “Wang Mang volle anche modificare i fondamenti dell’assetto agrario, precedendo all’abolizione delle grandi proprietà e alla nazionalizzazione della terra. Il suo era un estremo tentativo di ristabilire il diretto controllo dello stato sulla massa dei coltivatori, e da questo punto di vista si può affermare che la riforma avesse connotazioni eminentemente fiscali. Per giustificare il provvedimento egli si rifece comunque all’antico sistema del jingtian (campi a pozzo), suddividendo ciascun appezzamento in nove parti ed assegnandone otto ad altrettante famiglie contadine, mentre la nona parte avrebbe dovuto essere coltivata da quelle stesse famiglie al servizio dello Stato. Ciascun maschio adulto era considerato come un nucleo familiare, indipendentemente dal fatto che avesse a carico una moglie o dei figli minori. Non solo quindi la terra non poteva più essere oggetto di compravendita ma coloro che possedevano campi di estensione superiore a quella fissata per ciascun nucleo familiare (100 mu), avrebbero dovuto cedere le parti eccedenti ai propri parenti o ai vicini senza terra. Wang Mang inoltre procedette all’abolizione della schiavitù privata: gli schiavi (nubi) vennero denominati “dipendenti privati” (sishu) e ne fu vietata la compravendita…

La politica di controllo sull’economia promossa da Wang Mang andò incontro al più completo fallimento. Gli stessi funzionari che avrebbero dovuto realizzare le riforme provenivano in gran parte da quelle grandi famiglie che le riforme stesse intendevano colpire. Nel 12 d.C., il progetto di “restaurazione” del jingtian dovette essere abbandonato, e lo stesso doveva avvenire per le misure che abolivano la schiavitù privata: per cercare almeno di limitarne la diffusione, aumentando le entrate dello Stato, Wang Mang impose infine nel 17 d.C. una tassa di 3600 monete per ogni schiavo posseduto.”[9]

Lo “spettro” del sistema jingtian riemerse, dopo Wang Mang, fase, nella memoria collettiva dei contadini cinesi e come punto di riferimento socioproduttivo durante le loro periodiche insurrezioni.

La linea rossa socioproduttiva dimostrò la sua presenza concreta, seppur limitata e sotto forme assai deformate, anche nella riproduzione plurimillenaria delle manifatture e miniere statali.

Mentre il termine manifattura indica la produzione combinata, in un medesimo luogo fisico, di oggetti di consumo e/o di strumenti di lavoro da parte di gruppi più o meno consistenti di lavoratori, con diversi livelli di divisione sociale del lavoro al loro interno e sempre in assenza della potente combinazione costituita dalla macchina utensile collegata a una fonte motrice naturale, va subito sottolineato come il carattere intrinsecamente sociale e collettivo della produzione manifatturiera consentisse in ogni caso il processo di appropriazione privato dei mezzi di produzione (e del loro prodotto complessivo) che quello pubblico, visto che una pratica millenaria ha dimostrato sia l’esistenza di manifatture di proprietà statale-collettiva che quella di opifici in possesso di imprenditori privati; pertanto un altro “centauro”, nel quale si è parzialmente concentrato l’effetto di sdoppiamento, è stato rappresentato proprio dalle manifatture statali e dalle miniere pubbliche, unità produttive sociali in cui era assente il possesso privato dei mezzi di produzione ed era vietata anche l’alienazione-compravendita-trasmissione ereditaria degli opifici pubblici, in assenza di decisioni vincolanti prese in tal senso da parte delle autorità statali.

Le manifatture statali attestano concretamente, con la loro stessa riproduzione materiale, come l’appropriazione privata dei mezzi di produzione e del surplus non fosse assolutamente collegata in modo “genetico” ed inevitabile allo sviluppo di un processo produttivo combinato, finalizzato ad un output variabile di beni materiali, e che viceversa fossero possibili anche modalità (alternative) di utilizzo dei mezzi di produzione sociali diverse dal possesso ed appropriazione privata, provando con la loro stessa esistenza che l’imprenditore privato era una figura sostituibile, tra l’altro con relativa facilità, nel processo sociale di direzione delle forze produttive.

Tuttavia è innegabile che le manifatture pubbliche sorsero e si riprodussero via via in contesti storici ben determinati, caratterizzati sia dall’egemonia complessiva dei rapporti di produzione classisti (asiatici, schiavistici, feudali e capitalistici) che dal dominio degli apparati statali, in qualità di difensori degli interessi generali delle classi privilegiate; neutralizzando in tal modo a priori qualunque funzione socioproduttiva alternativa degli opifici pubblici e determinando la caratteristica dominante di questo “centauro”, per cui la loro forza-lavoro collettiva era composta via via da schiavi, servi della gleba o da protosalariati quasi totalmente privi di diritti. In particolar modo, proprio l’area geopolitica cinese venne contraddistinta per molti secoli dalla forte e continua presenza di manifatture e miniere di proprietà pubblica, assolutamente autonome dai proprietari privati o dai protocapitalisti, autoctoni e stranieri; già durante l’antica dinastia degli Han occidentali, (206 a.C.-24 d.C.), si formarono e riprodussero infatti in molte città cinesi delle grandi officine statali che produssero “su larga scala armi ed attrezzi agricoli, gioielli e tessuti, tanto che tali opifici pubblici mantennero quasi costantemente un ruolo significativo nel processo economico cinese per due millenni” [10]

Ma la linea rossa socioproduttiva in Cina, prima del Ventesimo e Ventunesimo secolo, trovò un ulteriore ed importante “orma” storica nella pratica rivoluzionaria, allo stesso tempo politico-militare e socioproduttiva, via via espressa dai contadini poveri, dai minatori e dagli operai cinesi nel corso degli ultimi due millenni e prima del 1927/49.

Dagli eroici “Sopraccigli Rossi” fino ai formidabili Taiping, si ritrova facilmente un “filo rosso” di donne e uomini in rivolta, che ha periodicamente sconvolto il processo di rivoluzione degli (egemoni) rapporti di produzione classisti e dimostrato sul campo che “un altro mondo era possibile”, sia nella sfera politica che socioeconomica, in Cina come del resto a livello planetario.


[1] C. Preve e R. Sidoli, Prefazione a “Logica della storia e comunismo novecentesco”, ed. Petite Plaisance

[2] R. Sidoli, “I rapporti di forza”, 2009, cap. VI, VII e VIII, in www.robertosidoli.net

[3] M. Sabattini e P. Santangelo, “Storia della Cina”, p. 37, ed. Laterza

[4] M. Sabattini e P. Santangelo, “Storia della Cina”, p. 38, ed. Laterza

[5] op. cit., pag. 43

[6] G. Altamore, “Acqua Spa”, p. 205, ed. Mondadori

[7] K. Marx e F. Engels, “India, Cina e Russia”, p. 13, ed. Saggiatore

[8] Marx, “Il Capitale”, libro I, sez. V, cap. 14

[9] M. Sabattini, op. cit., pag. 184/185

[10] Chien Lo-Tsan, “Storia della Cina”, pag. 26, Editori Riuniti


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