Capitolo VI

L’effetto di sdoppiamento dai Sopraccigli Rossi ai Taiping

Lo storico H. Jaffe, nel suo interessante libro “Era necessario il capitalismo?”, ha notato giustamente che “la rivoluzione dei Taiping fu la più ampia lotta di classe anticapitalista di tutti i tempi” (almeno fino all’Ottobre Rosso sovietico), che si sviluppò dal 1851 al 1864 coinvolgendo decine di milioni di contadini ed operai cinesi; sempre lo studioso marxista ha sottolineato correttamente che “il rivoluzionario programma sociale, agricolo e culturale dei Taiping era a tutti gli effetti un programma comunista e avrebbe ben potuto determinare, se avesse avuto successo, un repentino e diretto cambiamento modale dal “dispotismo asiatico” (il particolare feudalesimo esistente allora in Cina) “a un qualche tipo di società socialista”.[1]

Si tratta di uno spunto assai stimolante e che va tra l’altro esteso su scala temporale, risalendo molto indietro nel processo di sviluppo politico-sociale del gigantesco paese asiatico.

Per più di due millenni, infatti, i contadini poveri e gli operai minatori cinesi sono riusciti carsicamente a spezzare (provvisoriamente) ed a “bucare” la rete dei rapporti sociali di produzione classisti, di matrice prevalentemente feudale-burocratica, creando simultaneamente nelle aree della Cina da essi liberate delle forme alternative di relazioni sociali di produzione/distribuzione, nelle quali risultò assente ogni forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, essendo stati espropriati i grandi proprietari fondiari; nelle quali spesso si costruirono forme cooperative e collettivistiche di organizzazione del lavoro sociale, soprattutto in campo agricolo, costituendo vere e proprie “basi rosse” che coesistettero (per periodi di tempo più o meno lunghi) con gli ancora egemoni rapporti di produzione classisti-feudali, prima di essere distrutte dalla repressione feroce attuata dagli apparati statali, posti al servizio dei latifondisti e dei ricchi mercanti cinesi.

Dal movimento dei “Sopraccigli Rossi” fino ad arrivare a quello dei Taiping, in altri termini, le masse popolari cinesi dimostrarono diverse volte e per quasi due millenni le loro eccezionali capacità di autorganizzazione, sia in campo politico-militare che economico, riuscendo carsicamente a generare e riprodurre (per periodi di tempo variabili) delle relazioni di produzione in  parte di matrice collettivistica all’interno delle “repubbliche contadine” da loro via via formate, partendo dal primo secolo d.C.  per arrivare alla seconda metà del Diciannovesimo.

“Sdoppiando” e dividendo la Cina, pertanto, sotto il profilo socioproduttivo e politico-sociale durante i periodi della loro costituzione e resistenza; “sdoppiando” e dividendo la Cina durante i loro processi di riproduzione storica, in “zone rosse” di matrice ugualitaria (e prevalentemente collettivistica) e “zone nere” invece dominate ancora dai rapporti di produzione classisti-feudali; dimostrando pertanto con “fatti testardi” (Lenin), con la loro concreta pratica collettiva, la riproduzione plurimillenaria dell’effetto di sdoppiamento in terra cinese anche dopo il trionfo delle relazioni di produzione classiste, verificatosi  soprattutto con l’affermazione dell’antica dinastia Xia.

Tra il primo secolo d.C. e la gigantesca rivoluzione collettivistica dei Taiping (1850/1864), l’elenco delle violente rotture dei rapporti di produzione classisti, con i paralleli processi di costruzione di “basi rosse” da parte dei contadini poveri ed operai cinesi, risulta nutrito e numeroso anche non prendendo in considerazione le innumerevoli rivolte popolari che non riuscirono, per diversi motivi, ad imporsi provvisoriamente sul piano politico-militare nelle rispettive aree di sviluppo. E proprio le numerose “basi rosse” formatesi nel subcontinente cinese dimostrarono come, in presenza di rapporti di forza politico-sociali divenuti  favorevoli per le masse popolari sfruttate e distrutto l’apparato statale classista, almeno provvisoriamente, la “linea rossa” socioproduttiva potesse concretamente uscire dal suo stato di forzata latenza e letargo, affermandosi nelle zone ribelli e dimostrando – armi in pugno – che “un altro mondo era possibile”.

Già tra il 17 ed il 36 d.C., infatti, si scatenò la gigantesca ribellione contadina dei “Sopraccigli Rossi”: nome derivato dal colore con cui i rivoluzionari di quel periodo si tingevano le sopracciglia, per incutere terrore ai nemici.

Essa era diretta sia contro l’apparato statale dell’imperatore Wang Mang che contro i ricchi  latifondisti e, prima della sua sconfitta politico-militare, giunse a controllare per quasi due decenni le estese regioni dello Shandong e del Sichuan, mostrando (tra le altre cose) il carattere non-inevitabile del processo di riproduzione dei rapporti di produzione classisti-feudali: i “Sopraccigli Rossi” arrivarono fino a conquistare la stessa capitale del tempo, (Chang’an) venendo sconfitti con molta fatica dall’esercito di Liu Xiu, divenuto pertanto il primo sovrano della dinastia degli Han occidentali proprio ricostruendo  il potere dei latifondisti cinesi, profondamente incrinato dalla prolungata insurrezionale popolare.

Dopo più di un secolo di relativa calma sociale, quando alla fine del II secolo d.C. l’impero degli Han orientali conobbe una grave crisi economico-sociale, contrassegnata da fenomeni di massa di brigantaggio con la creazione di bande sempre più numerose di contadini affamati, sotto l’imperatrice Dou Wu il vulcano cinese si rimise in azione, attraverso l’azione dei Turbanti Gialli e dei Maestri Celesti.

«La grande sollevazione dei Turbanti Gialli (huangjin), scoppiata nel 184 nella zona tra lo Henan e lo Shandong, trasse origine da vari fattori. Un’ennesima inondazione del Fiume Giallo aveva ulteriormente aggravato le condizioni sociali della regione e, nella generale disperazione, aveva trovato un terreno fertile di predicazioni che annunciavano la fine del mondo e l’avvento di una nuova era. In questo contesto sociale ed ideologico si inserì l’azione di Zhang Jiao, originario di un distretto dell’odierno Hebei, il quale organizzò una setta religiosa di ispirazione taoista detta “Via della Grande Pace” (Taiping dao). Egli si diede con i suoi seguaci a propagandare una dottrina che proclamava l’imminente ritorno a una mitica età dell’oro (la Grande Pace), in cui sarebbero venute meno le differenze tra i ricchi e i poveri e si sarebbe affermata una situazione di universale uguaglianza. La setta era organizzata in comunità che praticavano cerimonie collettive, tra cui la confessione pubblica dei peccati, danze e scene di esaltazione mistica; una parte importante della dottrina era la credenza che le malattie fossero una conseguenza dei peccati, per cui la cura delle malattie –che devastavano la popolazione colpita dalla siccità– veniva ad assumere una dimensione religiosa. Lo stesso Zhang Jiao aveva fama, d’altro canto, di essere un grande guaritore. La divinità suprema venerata dalla setta era Huanglao, nato dalla sintesi tra l’Imperatore Giallo (Huangdi) e Laozi, il presunto fondatore della scuola taoista, e il testo sacro per eccellenza era il Daodejing, cui si aggiungeva il “Classico della Grande Pace” (Taipingjing).

Organizzata militarmente, e forte di oltre 350.000 uomini, la setta della Via della Grande Pace preparò un piano insurrezionale, annunciando che il Cielo Giallo avrebbe preso il posto del Cielo Blu della dinastia Han. Il Cielo Giallo alludeva al colore dei turbanti che i seguaci della setta portavano come segno di riconoscimento, e richiamava inoltre il colore simbolico della Terra, l’elemento che sarebbe subentrato al Fuoco degli Han. La rivolta scoppiò nel 184: anche la data era stata scelta accuratamente, in quanto segnava l’inizio di un nuovo ciclo di sessant’anni (in Cina, gli anni, i mesi e i giorni erano designati mediante termini –ricorrenti secondo un ciclo sessagesimale– formati dalla combinazione di una serie di dieci simboli, definiti “tronchi celesti”, con una serie di dodici simboli, detti “rami terrestri”). Il governo imperiale reagì immediatamente e il comando generale delle truppe venne assunto da He Jin, fratello dell’imperatrice. Dopo quasi nove mesi di duri scontri il grosso delle forze ribelli venne sopraffatto; anche Zhang Jiao e i suoi due fratelli, che avevano preso la guida delle operazioni, morirono in battaglia. Dovettero passare tuttavia ancora diversi anni, prima che il movimento venisse totalmente soffocato: in numerose località dell’impero (nello Shaanxi, nello Hebei, nello Shandong e nel Liaodong) continuarono ad infuriare rivolte ispirate alla Via della Grande Pace. Nel Sichuan un’altra setta taoista, quella dei Maestri Celesti o delle Cinque Staia di Riso (wudoumi dao), così denominata dal contributo che i seguaci dovevano versare all’organizzazione, riuscì a costituire un vero e proprio stato indipendente. Esso sarebbe stato soppresso solo nel 215 ad opera di Cao Cao.»[2]

A dispetto della loro sconfitta finale, il movimento dei Turbanti Gialli e quello dei Maestri Celesti riuscirono ad organizzare sia l’espropriazione dei proprietari fondiari che la creazione di rapporti di produzione semicollettivistici in alcune aree dell’impero cinese, dopo avere spezzato (purtroppo solo provvisoriamente) la “diga” formata dagli apparati statali cinesi.

Sotto la dinastia Tang, i contadini cinesi insorsero in massa ed in senso “livellatore” contro lo sfruttamento dei feudatari laici e religiosi e l’insostenibile pressione fiscale: tra l’874 e l’884 d.C., le armate contadine guidate da Wang Hsien-chih e da Huang Chao occuparono larga parte dell’impero Tang e riuscirono ad impadronirsi per più di due anni della stessa Chang’an, capitale dell’impero, prima di essere sconfitti dalla controffensiva politico-militare scatenata dalle classi dominanti e dei loro mandatari politici.[3]

Nel 1120 le province dello Zhejiang e dell’Anhui, nel sud-est della Cina, furono scosse dalla ribellione contadina guidata da Fang La, che per una breve fase riuscì ad affermarsi nelle regioni in oggetto, promovendo la liberazione di contadini sia dal giogo feudale che dalla pressione fiscale a senso unico imposta dalla dinastia Song: in modo abbastanza simile ai catari europei, gli insorti si ispiravano direttamente al manicheismo e la loro organizzazione interna era allo stesso tempo politica e religiosa, tesa a costruire in un’area grande quasi come l’Italia dei rapporti politico-sociali alternativi al “Male” rappresentato dall’oppressione classista, nelle sue diverse articolazioni economiche ed ideologico-culturali.

Tra il 1130 ed il 1135 i Song dovettero affrontare una nuova grande ribellione popolare, che per cinque anni sconvolse i “normali” rapporti di produzione classisti nella gigantesca area dello Hunan. Sempre nel periodo Song, si diffuse tra i contadini poveri la setta buddista del Loto Bianco, fondata nel 1133 dal monaco Mao Ziyuan, i cui aderenti attendevano in forma apocalittico-millenaristica la venuta del nuovo redentore, il Buddha Maitreya, seguendo una dieta strettamente vegetariana ed impegnandosi sia a non pagare le imposte che a non fornire le corvees richieste dalle autorità e dalle classi dominanti: a tali concezioni si ispirò inizialmente la gigantesca rivolta contadina dei Turbanti Rossi, scoppiata fra il 1351 e il 1366 e finalizzata a distruggere il controllo politico-militare sulla Cina esercitato dalla dinastia mongola degli Yuan, tendendo a cancellare il feroce sfruttamento feudale esercitato ormai da un secolo sui contadini dall’aristocrazia fondiaria mongolo-cinese.

Tra il 1351 ed il 1355 la setta del Loto Bianco ed i Turbanti Rossi riuscirono ad ottenere notevoli vittorie politico-militari contro l’apparato statale degli Yuan, creando un “governo imperiale Song” che controllava quasi tutto il sud della Cina e si sorreggeva sull’appoggio delle masse rurali, finalmente libere di scatenare il proprio odio di classe contro i feudatari. Solo dopo la morte di Guo Zixing, capo del nuovo governo popolare, e la parallela ascesa al potere nel nuovo stato diretto dai Zhu Yuanzhang, un contadino povero che aveva tuttavia intessuto una serie di alleanze con alcune sezioni delle vecchie classi dominanti, quest’ultimo poté “deviare” la tendenza principale del movimento di massa, ancora capace tuttavia di favorire la conquista del potere centrale in tutta la Cina (1367) da parte di Zhu e di ottenere dai nuovi nuclei dirigenti politici almeno una parziale redistribuzione della terra, sottratta in una certa misura all’aristocrazia fondiaria e ai ricchi templi-monasteri a favore dei contadini poveri.[4]

Tra il 1445 ed il 1450 scoppiò una ribellione di massa di minatori e contadini poveri nelle province del Zheijang, Jiangxi e Fujian, diretta da Ye Zangliu e Deng Maogi: quest’ultimo si autoproclamò in modo significativo “re dei livellatori” di un effimero stato operaio-contadino, dalle chiarissime connotazioni antifeudali ed egualitarie.

Nel 1635 iniziò una nuova insurrezione armata di massa dei contadini, che portò alla fine della dinastia Ming nel 1644: anche se l’intervento esterno delle tribù nomadi della Manciuria, in stretta alleanza con l’aristocrazia fondiaria e gli apparati statali cinesi, riuscì a privare della vittoria i ribelli, uno dei loro capi, Zhang Xianzhong, si proclamò “re del grande occidente” ed estese il suo potere nella Cina  meridionale. Il radicalismo del nuovo stato contadino si manifestò, tra il 1644 ed il 1647, attraverso l’espropriazione sanguinosa e su larga scala dei ricchi proprietari e dei notabili locali, collegata alla cancellazione dei debiti ed alla liberazione fiscale dei contadini, fino ad arrivare alla creazione di una milizia armata femminile: purtroppo nel 1647 Zhang Xianzhong venne sconfitto, finendo giustiziato dal  riconsolidato potere statale.

Ma la “partita” non era certo finita, nel subcontinente cinese.

Proprio in opposizione alla nuova dinastia mancese dei Quing, si creò tra il 1650 ed il 1840 una rete capillare di “società segrete”: vietate inevitabilmente dalla legge per il loro carattere clandestino e per il loro potenziale eversivo, esse raccolsero al loro interno soprattutto i minatori e i contadini poveri, il “popolo basso” (jianmin).

Tra il 1770 ed il 1864 si sviluppò tutta una serie di grandi rivolte contadine, capeggiate di solito dagli esponenti delle società segrete, tra cui continuava a spiccare nella Cina settentrionale e centrale la “solita” ed indomabile Società del Loto Bianco. Nonostante la loro sconfitta finale, tali movimenti antagonistici provarono per l’ennesima volta sia il potenziale di lotta, antifeudale e collettivistico, dei contadini cinesi che la fragilità dei rapporti di produzione classisti, sempre in assenza dell’indispensabile e vitale protezione offerta loro dalla “sfera politica”: non a caso, il modello socio-produttivo a cui si ispiravano le rivolte rurali era di regola quello del sistema jingtian, caratterizzato dall’assenza di compravendita della terra e dalla cooperazione estesa delle famiglie contadine all’interno del processo produttivo agricolo.

La più importante insurrezione del periodo in esame risultò essere in ogni caso quella dei Taiping, che portò alla creazione di un nuovo stato contadino collettivistico sviluppatosi su un’area superiore a quella dell’Europa centroccidentale ed in cui vissero per quindici anni alcune decine di milioni di persone.

“La maggiore rivolta fu certamente quella dei Taiping, la cui base sociale era costituita dai battellieri e trasportatori della Cina centrale e sud-orientale (rovinati dallo spostamento a Shanghai e sullo Yangzijiang del commercio internazionale, che prima era concentrato a Canton) e dai contadini della stessa area (ridotti in cattive condizioni economiche a causa del cambiato rapporto fra rame e argento). Un ruolo rilevante nell’insurrezione fu svolto dagli Hakka (kejia, “famiglie ospiti”), una comunità emigrata dal settentrione nelle regioni meridionali dal IV secolo, le cui condizioni sociali ed economiche erano generalmente inferiori a quelle del resto della popolazione. Anche il capo carismatico di questa grande insurrezione, Hong Xiuquan (1813-1864) era uno hakka dei Guangxi, che inutilmente aveva cercato di superare gli esami imperiali. In seguito a contatti avuti con missionari e alle lettura dei testi di propaganda cristiana, aveva elaborato una propria dottrina religiosa, con forti elementi sincretistici (cristiani, buddhisti, taoisti e menciani). Proclamatosi fratello minore di Gesù Cristo, egli aveva dato vita alla società degli adoratori di Dio, riuscendo ad unire sotto la sua guida numerosi aderenti a società segrete, battellieri, artigiani rovinati dalla concorrenza dei prodotti stranieri, minoranze discriminate, contadini senza terra, minatori e disertori. Tale società, che predicava il monoteismo ed una forma di ugualitarismo mistico, finì con l’impegnarsi dapprima in una lotta contro le milizie dei proprietari terrieri, per poi passare allo scontro aperto con l’esercito imperiale. I membri erano inquadrati in organizzazioni paramilitari che si rifacevano alla secolare tradizione cinese con funzioni militari, religiose e amministrative.

Non si trattò di una delle tante insurrezioni ma di una vera e propria rivoluzione, che instaurò un nuovo stato, il “Regno Celeste della Grande Pace” (Taiping tianguo), con capitale a Nanchino (ribattezzata Capitale Celeste, Tianjing), fra il 1853 ed il 1864. Occupata nel 1851 Yong’an e rotto l’accerchiamento delle truppe imperiali (1852), i Taiping occuparono il Guanxi nord-orientale, lo Hunan sud-occidentale, lo Hubei (con il capoluogo Wuchang), quindi dilagarono nella regione del delta dello Yanzijiang, impadronendosi delle attuali province dell’Anhui, del Jiangxi e del Zhejiang. A nord, minacciarono Tianjin e la stessa Pechino, ma poi furono costretti a ritirarsi a causa del freddo e della inferiorità militare. Il nuovo regime diede inizio nel 1853 a una radicale riforma agraria, ispirata al mitico sistema jingtian; essa prevedeva una redistribuzione della terra per nucleo familiare che tenesse conto del numero dei suoi membri, incluse le donne. Sul modello dei tradizionali sistemi di responsabilità collettiva, i Taiping inquadrarono la popolazione in gruppi di venticinque famiglie, ku (“negozi”), secondo una struttura che era allo stesso tempo amministrativa, produttiva, militare e religiosa. Soppressero il commercio privato e praticarono la comunione dei beni. Sul piano politico la loro ideologia portò gli embrioni di una concezione antimancese su basi nazionalistiche han (il termine han viene usato per indicare i cinesi in senso stretto, distinti dagli altri gruppi etnici che abitano la Cina). L’organizzazione amministrativa si modellava sull’antico Classico del Zhouli, che aveva già ispirato dei riformatori radicali come Wang Mang e Wang Anshi. Nell’ultima fase della rivolta, Hong Rengan (1822-64), un cugino di Hong Xiuquan che era giunto al vertice del governo Taiping, mostrò una grande apertura alle idee occidentali ed alle innovazioni tecniche e scientifiche, facendosi promotore di costruzioni industriali, navali e ferroviarie, senza tuttavia riuscire a portarne a termine la realizzazione. Di particolare interesse fu l’atteggiamento dei Taiping nei confronti delle donne, le quali trovarono nella loro organizzazione una posizione più elevata di quella che avevano nella società cinese tradizionale. Anche a tale riguardo va rilevato peraltro che molte società segrete avevano già attribuito alla donna ruoli di responsabilità al loro interno. Fra l’altro venne vietata la fasciatura dei piedi, costume introdotto sin dall’epoca Song soprattutto in seno agli strati superiori della società.”[5]

Secondo la legge agraria elaborata dai Taiping, “ogni terra sotto il cielo sarà coltivata in comune dal popolo sotto il cielo, la terra sarà coltivata da tutti, e il riso mangiato da tutti…”. Purtroppo gli errori politico-sociali e militari via via commessi dai Taiping, le loro crescenti divisioni interne e la potente alleanza controrivoluzionaria che si creò tra i feudatari, gli apparati statali cinesi e le potenze coloniali anglo-francesi (che occupavano, dal 1842, alcuni centri strategici delle coste cinesi), provocarono la fine sanguinosa del “Regno Celeste della Grande Pace” e delle sue tendenze collettivistiche, deformatesi del resto con l’acuirsi della lunga guerra civile tra contadini e classi dominanti (1851/1864): non prima tuttavia di avere indicato nuovamente, attraverso una pratica collettiva espressa da milioni di contadini, l’essenza allo stesso tempo coercitiva e fragile dei rapporti di produzione classisti, in mancanza (più o meno prolungata) del “cemento” formato dagli apparati statali e dalla sfera politica.

Fine della “partita”? Per niente…

All’inizio del XX secolo la Cina ormai era diventata una nazione semi-coloniale, dominata da alcuni decenni dall’imperialismo occidentale e nipponico, in cui l’elevato grado di penetrazione del capitale straniero ed i “germogli” di un feroce capitalismo monopolistico indigeno si collegavano strettamente alla sopravvivenza di spietate strutture semifeudali nelle campagne. In tale scenario, la frazione povera dei contadini cinesi finalmente ottenne un decisivo successo attraverso un processo rivoluzionario guidato dall’eroico partito comunista e dal suo leader Mao Tse-Tung (Mao Zedong), visto che tra il 1926 ed il 1949 le forze antagoniste cinesi, veri e propri eredi moderni della grande tradizione di lotta dei Turbanti Gialli, del Loto Bianco e dei Taiping, riuscirono via via a mobilitare le masse rurali in una formidabile guerra di popolo contro i grandi proprietari terrieri e il capitale usuraio-finanziario, che li schiacciavano mediante rendite fondiarie molto gravose, ipoteche e debiti gravati da tassi usurai. Pur dovendo superare i gravi errori iniziali commessi tra il 1927 ed il 1934, e godendo solo di un debole appoggio da parte dell’Unione Sovietica, i contadini poveri e gli operai del paese tennero testa eroicamente in una prima fase a Chiang Kai-shek, mandatario politico dei capitalisti e dei proprietari fondiari cinesi (1927-36), ed in seguito all’imperialismo giapponese, con le sue sanguinarie truppe di occupazione (1936-45);  infine sconfissero le forze politico-militari del corrotto e screditato governo di Chiang Kai-shek, tra l’agosto del ’45 e l’ottobre del 1949, determinando la creazione della Repubblica Popolare Cinese e l’espropriazione su scala gigantesca dell’aristocrazia fondiaria, del capitale finanziario e dei monopoli privati cinesi e stranieri.[6]

I “rossi” avevano finalmente avuto successo, tanto che la “linea rossa” socioproduttiva uscì finalmente dal suo stato plurimillenario di subordinazione (deformante) rispetto ai rapporti di produzione classisti, rimasti egemoni in Cina dall’inizio della dinastia Xia fino al liberatorio 1949.


[1] H. Jaffa, “Era necessario il capitalismo?”, pag.78 e 140/141, ed. Jaca  Book

[2] M. Sabattini e Santangelo, “Storia della Cina”, pp. 193-194, ed. Laterza

[3] Chien Po-Tsan, “Storia della Cina contemporanea”, pp. 52-53, ed. Editori Riuniti

[4] M. Sabattini, op. cit., pp. 427/455/475/479

[5] op. cit., p. 600

[6] op. cit., pp. 652-657


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