Capitolo VII

La Cina “sdoppiata” dal 1927 al 2011

Dalla fine del 1927, con il primo soviet creato da Mao Zedong e dai contadini poveri cinesi sui monti Jinggang, per arrivare fino ai nostri giorni il subcontinente cinese rappresenta la più importante  concretizzazione dell’effetto di sdoppiamento a livello mondiale.

Si è già notato che l’effetto di sdoppiamento rappresenta un processo generale di natura socioproduttiva, che si è innescato a partire dal 9000 a.C. nell’area mediorientale e che è continuato ininterrottamente fino ai nostri giorni: in base ad esso, su scala planetaria risulta possibile sia la riproduzione di rapporti di produzione cooperativi e collettivistici che di quelli classisti, fondati invece sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, per effetto diretto proprio dello sviluppo qualitativo delle forze produttive sociali, verificatosi in prima battuta con la rivoluzione neolitica (genesi dell’agri-coltura/allevamento) e poi continuato, più o meno gradualmente, fino al terzo millennio della nostra era.[1]

Nel 9000 a.C. come nel 2011 d.C.

Nel 8999 a.C. come nel 2012 d.C., e così via.

Secondo la teoria dello sdoppiamento dopo il 9000 a.C. è possibile, a livello reale oltre che potenziale, la presenza ed il processo di riproduzione nella stessa fase storica sia della “linea rossa” (relazioni di produzione/distribuzione collettivistici, fraterni e cooperativi) che della “linea nera” (rapporti di produzione/distribuzione classisti basati sull’appropriazione dei mezzi di produzione e del surplus da parte di una minoranza della popolazione),  proprio a parità approssimativa nello sviluppo qualitativo di forze produttive sociali, purché si sia almeno raggiunto il livello neolitico con la creazione costante –condizioni naturali e meteorologiche permettendo – di un surplus accumulabile rispetto ai bisogni basilari di sopravvivenza del genere umano.

Discende direttamente dalla teoria dell’effetto di sdoppiamento la possibilità che, in due stati confinanti o vicini, e sempre a parità approssimativa nel livello di sviluppo qualitativo delle forze produttive, si possano riprodurre simultaneamente due diverse forme di rapporti di produzione e distribuzione, vedendo vincente in una nazione la “linea rossa” e nell’altra la “linea nera”; e  ne discende anche che, in una concreta e determinata formazione statale, possano coesistere più o meno conflittualmente e simultaneamente due distinte tipologie di relazioni socioeconomiche, con la presenza di “basi rosse” in una formazione economico-sociale egemonizzata principalmente dalla “linea nera”, o viceversa con una consistente presenza di quest’ultima matrice socioproduttiva all’interno di stato contraddistinto invece, in larga misura, da rapporti di produzione collettivistici.

Sul piano dinamico discende inoltre dalla teoria dell’effetto di sdoppiamento la possibilità che, in una determinata formazione statale ed a parità approssimativa nello sviluppo qualitativo delle forze produttive, la “linea rossa” diventi rapidamente egemone in formazioni economiche-sociali precedentemente classiste (Russia 1917/1920), o che viceversa nazioni e formazioni economico-sociali collettivistiche vedano purtroppo l’affermazione in tempi ristretti della “linea nera” (Urss/Russia postsovietica durante il triennio 1991/1993, ecc.).

L’effetto di sdoppiamento crea pertanto costantemente, a partire dal 9000 a.C. e fino ai nostri giorni, un  campo di potenzialità socioproduttive alternative tra loro, mentre sono costantemente i mutevoli rapporti di forza politici (politico-militari, internazionali, ecc.) a determinare quale delle due “linee” socioproduttive risulti via via vincente, egemone, centrale all’interno delle diverse formazioni statali.

E qui si può tornare a Pechino e (giganteschi) dintorni. Infatti la dinamica politico-sociale e produttiva della Cina contemporanea dimostra concretamente la validità della teoria dello sdoppiamento e delle sue conseguenze teorico-pratiche, dalla fine del 1927 per arrivare all’inizio del 2011: 83 anni di esperienze concrete e facilmente verificabili, avvenute in un subcontinente in cui è vissuto quasi un quarto della popolazione mondiale nel corso dell’ultimo secolo, le quali possono essere scomposte in quattro fasi distinte.

Primo periodo (1927/1949): le “basi rosse”nella “Cina bianca” di Chiang Kai-shek.

Dal 1923 al marzo del 1927 il partito comunista cinese (PCC) aveva stretto un’alleanza, non priva di forti contraddizioni anche nei momenti migliori, con il Kuomintang e la borghesia cinese per combattere in modo combinato sia i signori della guerra feudale, che dominavano larga parte della Cina del tempo, che l’imperialismo occidentale, allora capace di controllare direttamente (in tutto o in parte) e sotto forme coloniali alcune delle principali città costiere cinesi, a partire da Shanghai ed Hong Kong. Nel marzo del 1927 l’ala anticomunista del Kuomintang, guidata da Chiang Kai-shek, ruppe tuttavia l’alleanza con il PCC e scatenò una furiosa campagna di sterminio degli operai e dei contadini poveri cinesi, i quali specialmente nell’Hunan e nell’Hebei avevano costituito delle potenti leghe rurali con diversi milioni di aderenti: a Shanghai, nel corso del 1927, vennero uccisi e bruciati vivi nei forni migliaia di lavoratori comunisti (tra le acclamazioni delle “democratiche” potenze occidentali, USA e Gran Bretagna in testa), ma fu soprattutto nelle campagne dell’Hebei e dell’Hunan che lo sterminio dei contadini ribelli assunse caratteri di massa.

A metà giugno del 1927, infatti, fu proprio Mao Zedong a dover riferire che, nell’Hunan, le forze armate dei latifondisti “decapitarono il capo del sindacato generale di Xiang-tan prendendone a calci la testa, poi gli riempirono il ventre di kerosene e ne bruciarono il corpo… Nell’Hubei… le brutali punizioni inflitte ai contadini rivoluzionari dalla piccola nobiltà dispotica comprendono cose come cavare gli occhi e strappare la lingua, sventrare e decapitare, squartare a coltellate, scorticare con la sabbia, bruciare con il kerosene e marchiare con ferri roventi; nel caso delle donne, ne forano i seni (con filo di ferro con cui le legano insieme) e le fanno sfilare nude in pubblico o si limitano a tagliarle a pezzi… “A Liling, nell’Hunan, quando le uccisioni ebbero fine erano morte 80000 persone. Nelle quattro contee di Chaling, Leiyang, Liuyang e Pingjiangne ne morirono quasi 300000. Il massacro superò di gran lunga persino le efferatezze compiute da “Zhang il Velenoso” quando le sue truppe avevano devastato l’Hunan un decennio prima; in Cina non c’era stato nulla di simile, dopo il bagno di sangue provocato dai Taiping negli anni Cinquanta dell’Ottocento”.[2]

Mao Zedong, che allora non era ancora diventato il leader del PCC, nel corso del 1927 iniziò con altri eroici militanti comunisti ad organizzare l’Armata Rossa dei contadini poveri cinesi e, proprio alla fine del 1927, creò alla frontiera tra la provincia dell’Hunan e quella del Jangxi, sul monte Jinggangshang, il primo soviet degli operai e dei contadini cinesi: la prima  piccola “base rossa”, circondata dalla “Cina bianca”, nella quale ancora regnava il blocco sociopolitico dei latifondisti e la borghesia cinese, strettamente alleato con il colonialismo occidentale.

Soprattutto l’area di Maoping, dall’ottobre del 1927, “diventò la principale base avanzata di Mao. Per i dodici mesi seguenti ogni volta che la situazione militare si stabilizzava l’esercito vi insediava il quartier generale. Mao indicò ai soldati tre compiti fondamentali: in battaglia dovevano combattere per vincere; in caso di vittoria dovevano espropriare i latifondisti, sia per dare terra ai contadini sia per raccogliere fondi per le necessità dell’esercito stesso; in tempo di pace dovevano sforzarsi di conquistare “le masse”: contadini, operai e piccola borghesia. In novembre l’esercito occupò Chaling, una cinquantina di chilometri ad ovest, e istituì un “governo dei soviet operai, contadini e soldati”, il primo nella zona di  frontiera. Fu rovesciato un mese dopo quando le forze del GMD risuonarono, ma ben presto seguirono altri soviet di frontiera: nel Suichuan nel gennaio del 1928, e nel Ninggang in febbraio”.[3]

Seppur subendo alcune sconfitte ed essendo sempre soggette alle offensive politico-militari del Kuomintang, divenuto dal 1926/27 il principale rappresentante dell’alleanza tra alta borghesia monopolistica e grandi proprietari terrieri, le “zone rosse” si espansero enormemente nei tre anni successivi. Già il 20 maggio del 1928, con spirito profetico ed eccezionale lucidità, Mao previde l’esistenza di uno “strano fatto”, dietro cui stava il campo di potenzialità alternative creato e riprodotto costantemente dall’effetto di sdoppiamento, e cioè “l’esistenza prolungata all’interno di un paese di una o più piccole zone sotto il potere politico rosso, circondato da tutti i lati dal potere politico bianco” (il Kuomintang): un fenomeno sociopolitico “che non è mai successo altrove nel mondo”, notò Mao.[4]

Anche grazie alla geniale strategia militare e politico-sociale di Mao Zedong, lo “strano fatto” si moltiplicò a dismisura, tanto che il 7 novembre del 1931 venne fondata nel villaggio di Yeping (Jiangxi) la Repubblica Sovietica Cinese, che allora controllava le zone abitate da alcune decine di milioni di donne e uomini: come notò giustamente E. Collotti Pischel, “ con la Cina Rossa era nato nel mondo il secondo stato socialista” dopo l’Unione Sovietica, dopo l’Ottobre Rosso.[5]

Lo sdoppiamento politico-sociale, creatosi “con la canna del fucile” all’interno della Cina di quel periodo, venne subito evidenziato dallo stesso Mao Zedong proprio nel novembre del 1931, visto che egli dichiarò con enfasi ai seicento delegati dei soviet di zona presenti alla fondazione del nuovo stato che “d’ora in poi nel territorio della Cina vi sono due Stati del tutto diversi: uno è la cosiddetta Repubblica di Cina, strumento dell’imperialismo… l’altra è la Repubblica Sovietica Cinese, lo Stato delle grandi masse di operai, contadini, soldati e lavoratori sfruttati e oppressi. Sua bandiera è rovesciare l’imperialismo, eliminare la classe latifondista, abbattere il governo dei Signori della guerra del Guomindang… e lottare per la vera pace e l’unificazione di tutto il Paese.”[6]

Anche dopo la sconfitta temporanea delle “base rosse” nell’area dello Jiangxi e nella Cina sudorientale, l’eroica “Lunga Marcia” dei comunisti cinesi permise il consolidamento di nuove aree geopolitiche libere dallo sfruttamento feudale nella Cina settentrionale, la più famosa delle quali ebbe come nucleo centrale Yenan:  quasi senza soluzione di continuità, le nuove “zone rosse” continuarono ad esistere fino alla vittoria dei contadini poveri e dell’Armata Rossa cinese, avvenuta nel corso del 1949.

Al loro interno, la natura dei rapporti sociali di produzione/distribuzione era diventata molto diversa dallo scenario socioproduttivo esistente simultaneamente in Cina nelle zone “bianche“ rurali controllate dal Kuomintang, sebbene si fosse in presenza di un livello qualitativo sostanzialmente identico delle forze produttive nel processo di produzione agricola delle due zone geopolitiche contrapposte, antagonistiche ed in lotta (quasi costante) mortale.

Nelle “zone rosse” la proprietà della terra era passata allo stato, diventando pertanto di dominio pubblico e, una volta avvenuta la rivoluzione agraria, erano stati proibiti i processi di compravendita dei suoli.[7]

All’interno dell’area sovietica, inoltre, venne attuata una riforma agricola radicale e, seguendo norme e scelte di priorità già adottate nel Jiangxi fin dal 1930, nel 1932 venne approvata la legge agraria della Repubblica Sovietica Cinese.

“La legge prevedeva la confisca senza compenso della terra di signori e proprietari terrieri feudali, militaristi membri dell’èlite locale (gentry, boss e grandi proprietari vari) e la sua ridistribuzione ai contadini “poveri e medi”, nonché ai lavoratori agricoli. Essa era assai più moderata rispetto a documenti precedenti sulla politica agraria, nei quali i temi della nazionalizzazione e collettivizzazione della terra erano stati sollevati; inoltre, si tendeva essenzialmente a escludere le terre dei contadini “medi” dal processo di ridistribuzione”.[8]

Oltre ad avviare parzialmente il processo di liberazione delle donne-contadine cinesi, nella zona sovietica vennero inoltre aboliti i debiti contratti dai contadini poveri con i contadini ricchi delle aree rosse e, in molti casi, anche una parte della terra in possesso di questi ultimi entrò nel processo generale di redistribuzione del suolo, avvenuta durante la prima metà degli anni Trenta nelle “basi rosse”.

Per comprendere l’enorme differenza tra i rapporti di produzione sociali esistenti nelle “zone rosse” rispetto a quelli egemoni nelle aree “bianche”, basta esaminare un’indagine di massa condotta dai comunisti cinesi e diretta dallo stesso Mao sulla situazione dei contadini in un distretto dello Jiangxi meridionale,  prima dell’avvio del processo di redistribuzione delle terre e dell’eliminazione dei debiti: emerse uno scenario orrendo, condiviso (seppur con le varianti locali) da gran parte dei contadini poveri e da almeno la metà della popolazione rurale cinese, durante gli anni Trenta/Quaranta dello scorso secolo.

“In un villaggio costituito da 37 famiglie… cinque avevano venduto figli… Tutte e cinque erano andate in rovina, di conseguenza avevano dovuto vendere i figli per pagare i debiti e comprare cibo. L’acquirente era o un membro della piccola nobiltà… o un contadino ricco  (che voleva acquistare un erede maschio); ci sono più acquirenti tra la piccola nobiltà che tra i contadini ricchi. Il prezzo di un maschietto va da un minimo di 100 dollari (cinesi) a un massimo di 200. Quando concludono questa transazione, né il venditore né il compratore la chiamano ”vendita”, la chiamano invece “adozione”, ma il mondo in generale la definisce “vendere un bimbo”. Un “contratto d’adozione” è anche chiamato comunemente un “atto di corpo”…

(Quando ha luogo la vendita), possono essere presenti più di dieci parenti e amici (come intermediari), a cui il compratore paga una “indennità di firma”… L’età dei bambini venduti va dai tre o quattro anni ai sette o otto, o (perfino) ai tredici o quattordici. Dopo la conclusione dell’affare, i sensali trasportano il bambino sulla schiena fino alla casa dell’acquirente. A questo punto i genitori biologici del bambino piangono e si lamentano sempre; a volte le coppie litigano perfino tra di loro: la moglie rimprovera il marito per la sua inutilità e la sua incapacità di mantenere la famiglia, che li hanno costretti a vendere un figlio. Anche molti dei presenti piangono…”. [9]

Anche se la necessità di mantenere faticosamente in vita un fronte unico con il Kuomintang, finalizzato  a lottare contro l’imperialismo giapponese che aveva occupato buona parte del paese tra il 1937 ed il 1945, spinse i comunisti cinesi a moderare la lotta di classe rurale e i processi di redistribuzione delle terre nelle “zone rosse” per circa un decennio, a Yenan vennero in ogni caso sviluppate per tutta la prima metà degli anni Quaranta le cooperative rurali ed artigianali, che dovevano affiancare le poche industrie pesanti e degli armamenti, di proprietà statale: a sua volta l‘Armata Rossa si impegnò direttamente nel processo produttivo agricolo per ottenere l’autosufficienza produttiva delle zone rosse, secondo il celebre “modello Nanniwan”.

Lo stesso Mao, diventato dal 1935 il leader del partito, “enfatizzò l’importanza dell’autosufficienza: il modello proposto, che fu rapidamente diffuso attraverso la stampa comunista, era quello della brigata 359 di Nanniwan, a sud di Yan’an, che aveva posto l’agricoltura alla base e sviluppato successivamente l’industria, l’artigianato, il commercio e i trasporti.”[10]

Va sottolineato che, dal 1937, il territorio cinese che rimaneva ancora sotto il controllo del Kuomintang e non era stato occupato dall’imperialismo giapponese aveva “una struttura industriale marginale”, con “comunicazioni in pessimo stato” (Samarani), con un economia basata essenzialmente sull’agricoltura ed un livello di sviluppo qualitativo delle forze produttive quasi identico a quello esistente simultaneamente nelle “zone rosse”, dirette dal partito comunista cinese: ma vedendo al suo interno l’egemonia incontrastata dei rapporti di produzione classisti.

Nel 1946, poco tempo dopo la sconfitta dell’imperialismo nipponico, scoppiò nuovamente in Cina la guerra civile tra “zone bianche” controllate dal Kuomintang e “zone rosse”: queste ultime,  nel corso di una formidabile guerriglia di popolo antigiapponese, si erano espanse rapidamente fino ad inglobare circa un terzo delle campagne cinesi ed in breve tempo, a partire dalla seconda metà del  1947, la marea rivoluzionaria iniziò di nuovo a crescere impetuosamente, stimolata anche dal nuovo programma di redistribuzione della terra.

Nell’ottobre del 1947, infatti, i comunisti cinesi emanarono “il decreto di riforma agraria che confiscava tutta la terra non coltivata direttamente e la divideva fra i contadini. L’avanzata dell’esercito popolare e dei partigiani coincise quindi da allora in poi con l’eliminazione dei vecchi rapporti feudali di proprietà e con la creazione di una nuova società nelle campagne cinesi: con il movimento di riforma agraria riprendeva tutto il suo vigore, contro il Kuomintang, la “nazione armata partigiana” spostata però dal piano nazionale a quello di classe. La grande maggioranza dei 300 milioni di contadini privi di terra o proprietari di esigui appezzamenti oberati di debiti era divenuta nell’esercito, nella milizie contadine o nei reparti partigiani parte della più vasta armata rivoluzionaria che la storia abbia mai conosciuto”.[11]

In estrema sintesi si può rilevare che in Cina, dal 1927 fino all’aprile 1949,  le minoritarie “zone rosse” coesistettero – quasi sempre conflittualmente – con le “zone bianche”, differenziandosi profondamente da queste ultime sul piano socioproduttivo per:

–       l’esistenza della proprietà statale del suolo

–       l’espropriazione violenta della classe dei proprietari terrieri e, a volte, dei contadini ricchi (con l’eccezione del 1937-46)

–       lo sviluppo del movimento cooperativo, sia in campo rurale che urbano

–       la nazionalizzazione di buona parte della (scarsa) massa di industrie, mezzi di trasporto e banche esistente nelle “aree rosse”

–       la liberazione parziale delle donne-contadine cinesi dalla schiavitù patriarcale, a cui esse venivano sottoposte da molti millenni.

Sempre in presenza di una parità approssimativa nel livello di sviluppo qualitativo delle forze produttive, le campagne cinesi – in cui allora viveva circa il 95% della popolazione – si erano “sdoppiate” per più di due decenni in due mondi diversi, alternativi tra loro sia sotto l’aspetto ideologico che per quello socioproduttivo (e politico-sociale, ovviamente).

Il secondo periodo, la fase di transizione al socialismo (ottobre 1949 gennaio 1956), ebbe inizio proprio con il successo del processo rivoluzionario guidato da Mao Zedong.

Anche dopo l’epocale vittoria del partito comunista e dei contadini, sintetizzata sul piano politico dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese (1 ottobre 1949) e dalla completa sconfitta del Kuomintang nell’area continentale cinese, continuò infatti sotto nuove forme la lotta tra “linea rossa” e “linea nera” all’interno della formazione economico-sociale cinese, in un particolare ed interessante periodo di transizione al socialismo che durò per circa sei anni fino al gennaio/marzo del 1956.

Nel periodo in esame, i rapporti di produzione collettivistici nella Cina continentale coesistettero in modo conflittuale con le  relazioni di produzione capitalistiche, sia nelle campagne che nelle aree urbane.

Partendo dalla città, nel corso del 1949 vennero subito nazionalizzate le enormi proprietà via via accumulate dal capitalismo “burocratico”, strettamente legato all’imperialismo occidentale ed al vecchio apparato statale, incarnato soprattutto dalle “quattro famiglie” (Song, Kong, Chen, Jiang) che  avevano concentrato nelle loro mani una parte importante del capitalismo industriale e  finanziario cinese, proprio grazie all’appoggio incondizionato del nucleo dirigente guidato da Chiang Kai-shek, (che non a caso aveva sposato la figlia del grande magnate Charlie Song nel 1927); per quanto riguarda le imprese private straniere, esse vennero in larga parte espropriate senza alcun indennizzo, oppure costrette a vendere a prezzi stracciati.[12]

Tuttavia proprio il PCC aveva distinto, nel corso del 1949, i capitalisti “burocratici”, legati a doppio filo con l’apparato statale cinese, dai capitalisti “patrioti”: le proprietà private ed i profitti di questi ultimi non  vennero sostanzialmente toccati fino al 1952/53, ma le loro imprese in quel periodo furono sottoposte ad un controllo diretto/indiretto da parte dello stato e dei consigli operai, sviluppatisi allora  capillarmente in tutto il settore privato ed in tutta la “linea nera” urbana.

“Il numero delle imprese industriali (private) cinesi passa da 123.000 nel 1949 a 147.000 nel 1951.

Ma nello stesso periodo il controllo dello Stato si estende sulle imprese capitalistiche attraverso il prelievo fiscale, assegnazioni di materie prime, lavoro a cottimo (jiagong) e ordinazioni di prodotti finiti (dinghuo). Inoltre con lo sviluppo rapido del settore pubblico, la relativa importanza delle imprese private tenda a diminuire, mentre il loro numero cresce. Nel 1951 il loro contributo al valore globale della produzione industriale è soltanto il 50% contro il 63,3% nel 1949. Infine i consigli operai, posti sotto l’autorità del sindacato e del Partito comunista, svolgono un ruolo sempre più importante nella loro gestione”.[13]

Dopo il dicembre del 1951, venne lanciata una lunga e dura campagna di massa contro la borghesia e la “linea nera” socioproduttiva che si riproduceva nelle zone urbane cinesi, facendo in modo che i capitalisti nel giro di due anni perdessero larga parte della loro autonomia finanziaria e che, soprattutto, venisse spezzata la “resistenza occulta” (M. Bergere) che essi avevano opposto al partito comunista ed alla crescente potenza della “linea rossa” nelle città cinesi, attraverso il sabotaggio degli ordinativi ufficiali, la frode fiscale su larga scala e la corruzione dei funzionari governativi.

“La campagna dei “Cinque Contro” (Wufan) cominciò nel 1951.

I capi delle imprese sono invitati a fare autocritica e a confessare le frodi, le ruberie, i sabotaggi che hanno commesso. Chiusi nei loro uffici, essi devono scrivere e riscrivere la loro confessione. Progressivamente la campagna diventa più violenta. Per mobilitare operai, talvolta più sensibili alle solidarietà familiari o regionali con i loro padroni, che agli interessi della lotta di classe, delle squadre di lavoro costituite da membri del Partito sono inviate nelle imprese, e gli scontri fisici con i capitalisti si moltiplicano. La pressione si fa allora così forte che un certo numero di padroni scelgono di suicidarsi.

La borghesia esce fisicamente spezzata da questa campagna, che mette fine al ruolo egemonico dominante da essa svolto nei porti aperti da mezzo secolo a questa parte, e contemporaneamente le toglie ogni prestigio sociale e ogni influenza politica.

Nelle grandi città cinesi 450.000 imprese private sono sottoposte a inchiesta. I capitalisti riconosciuti colpevoli sono condannati a pagare enormi somme, delle quali in generale non hanno la disponibilità. Impossibilitati ormai a finanziare le proprie imprese, questi capitalisti sono costretti a rivolgersi alle banche ufficiali per ottenere dei prestiti, e agli uffici governativi per ottenere dei contratti. Nello stesso momento in cui perdono il controllo finanziario dei propri affari, i capitalisti sono privati della maggior parte dei loro poteri di gestione dalla diffusione delle conferenze consultive tra lavoratori e padroni e dal ruolo crescente – per quanto culto – del segretario del Partito nelle imprese”.[14]

Grazie anche al crescente processo di creazione di imprese miste tra capitale privato e settore statale, la “linea nera” urbana perse sempre più forza e la borghesia cinese fu quasi completamente (ma non del tutto…) espropriata alla fine del 1955/inizio del 1956, in modo pacifico e praticamente senza opporre resistenza; essa ottenne, in ogni caso, il pagamento dalla parte dello stato di dividendi annuali pari al 5% del capitale da loro posseduto prima del dicembre del 1955.

“Quando, alla fine del 1955, il Partito comunista decide di procedere senza ulteriori attese, alla nazionalizzazione delle imprese industriali e commerciali, non incontra nessuna seria resistenza.

L’operazione si svolge in poche settimane e si conclude all’inizio del 1956. La sua direzione è affidata agli stessi capitalisti, i più militanti dei quali si organizzano in squadre di lavoro sotto la direzione della Federazione dell’industria e del commercio. Il movimento è accompagnato da grandi parate e manifestazioni popolari, nel corso delle quali la folla acclama “i capitalisti nazionali patrioti che prendono coraggiosamente la via del socialismo”.

Il sacrificio dei capitalisti non è tuttavia privo di vantaggi. Una legge adottata nel giugno 1956 prevede il pagamento ai vecchi padroni dei dividendi annuali, che si elevano al 5% del valore che avevano investito nelle imprese ormai passate sotto il controllo dello Stato. Questi dividendi dovevano originariamente essere versati fino al 1962. Si decise di prolungare i versamenti fino al 1965. Nel 1966, alla vigilia della Rivoluzione culturale, venivano ancora effettuati.

La stima del capitale investito (che serve da base al calcolo dei dividendi) ha un bel essere largamente sottovalutato, tuttavia questi versamenti in certi casi sono somme molto importanti. Forse occorre cercare la ragione di un simile paradosso nel desiderio dei dirigenti di utilizzare le competenze degli ex padroni, con lo scopo di spingere questi padroni decaduti a cooperare con i quadri, divenuti i dirigenti in carica delle imprese.

L’eliminazione della borghesia d’affari cinese, in quanto forza economica e sociale autonoma, si conclude con la nazionalizzazione delle imprese. La borghesia sembra ormai condannata ad un declino che non è dissimulato granché dal ruolo politico simbolico concesso a un’èlite di ex capitalisti, ma che è mitigato per le stesse persone dalla conservazione di un’eccezionale agiatezza materiale e finanziaria”.[15]

Un eccezionale “agiatezza materiale e finanziaria”, che continuò fino al 1967/68.

Per quanto riguarda le campagne cinesi, la lotta/coesistenza tra “linea rossa” e “linea nera” si sviluppò in una prima e dura fase con il processo di espropriazione totale dell’aristocrazia fondiaria, che aveva dominato e sfruttato ferocemente i contadini cinesi per circa tre millenni; nel corso del 1950 venne elaborata infatti una riforma agraria che, nel giro di due anni, portò alla redistribuzione di circa il 43% della terra arabile ed alla distruzione della classe dei grandi proprietari terrieri, a volte  eliminati anche fisicamente, mentre invece i contadini ricchi non vennero sostanzialmente toccati, almeno in questa prima fase.

“I principali beneficiari del processo di ridistribuzione (che non necessariamente portava alla proprietà quanto semmai al possesso della terra) furono i lavoratori e i contadini poveri, ma la legge cercò di alimentare un certo consenso da parte dei contadini medi e ricchi, assicurandone la protezione delle terre coltivate e non destinate allo sfruttamento del lavoro altrui, al fine di minimizzare l’impatto negativo sulla produzione agricola. La terra dei proprietari terrieri doveva invece esser confiscata e ridistribuita, anche se specifica attenzione fu rivolta a coloro che avevano in qualche modo sostenuto la rivoluzione.

Alla fine, dopo un biennio, circa il 43% della terra arabile era stata ridistribuita al 60% circa della popolazione nelle aree rurali, disegnando un quadro delle campagne cinesi profondamente caratterizzato da piccole e spesso minuscole unità produttive. Inoltre, in certe regioni (per esempio il Tibet), non si verificò alcuna riforma agraria, sia per la sostanziale assenza di strutture di partito locali sia al fine di non alienare in una fase delicata i rapporti con l’èlite religiosa e tradizionale tibetana.

È da tempo aperta la discussione circa l’impatto che la legge di riforma agraria ebbe sulla produttività agricola, con pareri contrastanti. Va tuttavia sottolineato che il suo significato e impatto più profondi furono di carattere sociale e politico.

Infatti, le aree rurali vennero drammaticamente trasformate, puntando essenzialmente ad assicurare un minimo di terra a tutti e a favorire coloro che la coltivano direttamente, anche se la socializzazione radicale (requisizione e ridistribuzione di tutte le terre) fu rinviata a tempi successivi. La riforma fu concepita prioritariamente al fine di spezzare il tradizionale ordine sociale e i rapporti di potere nelle campagne e di forgiare un identità di interesse tra le grandi masse dei contadini, che beneficiavano del, o comunque non venivano penalizzati dal processo di ridistribuzione, e il partito, attore principale di tale processo. Inoltre, appariva essenziale nella strategia del Partito comunista cinese l’idea di seguire una strada diversa da quella dell’Unione Sovietica, consolidando preventivamente il consenso e la fiducia dei contadini prima di procedere verso la collettivizzazione.

L’applicazione concreta della riforma agraria si sviluppò in diversi casi e in varie parti del paese in modo non pacifico e violento: è tutt’oggi oggetto di controversia se tali violenze furono il risultato di una strategia determinata da parte comunista, come sostengono alcuni, oppure se fu piuttosto il risultato di iniziative locali e di reazioni spontanee da parte delle masse contadine, come sostengono altri. In ogni caso,  nel biennio 1950-52 furono uccisi circa 800000 proprietari terrieri e molti altri furono sottoposti a violenze e umiliazioni”.[16]

All’inizio del 1951, in ogni caso, partì una campagna di espropriazione che iniziò a colpire  una parte consistente dei contadini ricchi cinesi, allora ancora in grado di usare il lavoro salariato nel processo  di riproduzione delle loro imprese, mentre quasi simultaneamente cominciò a svilupparsi la prima fase di quella politica  di collettivizzazione che avrebbe portato la “linea rossa” ad acquisire, in pochi anni, l’egemonia all’interno delle campagne cinesi.[17]

Tra il 1953 ed il giugno 1955, infatti, le cooperative agricole cinesi arrivavano a comprendere al loro interno circa il 15% delle famiglie contadine, partendo dall’esperienza delle precedenti squadre di aiuto reciproco in cui si univano i contadini poveri e medi, all’epoca dei grandi lavori stagionali della semina e del raccolto: le famiglie che vi aderirono ottenevano ancora una parte della loro retribuzione da una sorta di “dividendo”, determinato dal valore della terra e degli attrezzi agricoli da loro corrisposto alle cooperative di appartenenza. “A partire dalla fine di luglio del 1955 venne portata avanti la seconda e più importante fase della collettivizzazione”, con la formazione delle “cooperative di livello superiore dei produttori agricoli”: erano unità formate da un minimo di cento e un massimo di trecento famiglie, attraverso le quali fu consolidata la proprietà collettiva della terra e venne posto fine alla proprietà privata. Gli introiti contadini derivavano  ora dal lavoro prestato, secondo un complesso sistema di “punti-lavoro”.

Il passaggio alla seconda fase del processo di collettivizzazione pose le basi per la svolta radicale e collettivistica di fine 1957, invertendo la tradizionale strategia di pragmatismo e flessibilità che aveva caratterizzato l’azione del gruppo dirigente del Partito comunista cinese prima e anche dopo il 1949. Basti pensare che si stima che, al momento del passaggio dalla prima alla seconda fase, non più del 15/20 per cento delle famiglie contadine aveva aderito alle cooperative di livello inferiore e che alla fine del 1956-inizio del 1957 quasi il 90 per cento delle unità famigliari risultava membro delle cooperative di livello superiore. Ciò non impedì comunque che si verificassero, in certe aree, crescenti richieste da parte contadina di ritiro della propria adesione al sistema cooperativo”.[18]

Verso la fine del 1957, quasi tutte le famiglie contadine avevano ormai aderito alle cooperative e solo una piccola parte della terra, al massimo il 5% del totale, era rimasta in usufrutto dei singoli coltivatori per le loro attività individuali, mentre la proprietà del suolo risultava completamente nelle mani di uno stato che, simultaneamente, gestiva anche l’acquisto del surplus agricolo prodotto via via dalle cooperative.

Il terzo periodo della storia cinese contemporanea si aprì con l’inizio del 1957 e finì attorno al 1977, con una particolare ed asimmetrica coesistenza in Cina tra le due tendenze socioproduttive. Anche se dall’inizio del 1957 la “linea rossa” aveva ormai ottenuto un ampia egemonia all’interno della Cina continentale, i rapporti di produzione classisti mantennero una loro presenza concreta (a volte dominante, in quattro specifiche aree) all’interno dell’insieme della Cina: le due diverse matrici delle relazioni sociali di produzione/distribuzione continuarono infatti nella loro coesistenza (conflittuale) dentro alla globalità del subcontinente cinese, che comprendeva e comprende tuttora il Tibet, Taiwan, Hong Kong e Macao.

Partendo dall’area geopolitica controllata  direttamente dal partito comunista cinese, va ricordato che  i numerosi appartenenti all’ex-borghesia cinese continuavano a percepire i dividendi ottenuti in compensazione per il trasferimento di proprietà delle loro vecchie aziende fino al 1968, per almeno metà del periodo preso in esame.

Ma la subordinata e minoritaria “linea nera” in campo socioproduttivo trovò, in quegli anni, una sua concreta e più pericolosa incarnazione nel processo di riproduzione di uno strato – minoritario, ma abbastanza consistente – di quadri politici del PCC e di manager di aziende pubbliche che via via si appropriarono illegalmente, sempre nei due decenni presi in esame, di una parte dei fondi pubblici e del surplus prodotto nelle imprese statali e cooperative agricole per fini privati, innescando a loro vantaggio un limitato processo di accumulazione primitiva di denaro/capitale.

Nel 1964/65, prima dello scoppio della disastrosa “rivoluzione culturale”, nelle zone rurali vennero infatti rimossi dai loro posti di comando circa un milione di quadri politici ed economici del PCC spesso accusati di malversazione di fondi pubblici e di corruzione, nel corso della campagna “di educazione socialista” promossa con energia dall’allora numero due del partito, Liu Shaoqi.[19]

Circa due anni dopo, uno dei pochissimi risultati positivi ottenuti dalla “rivoluzione culturale” fu proprio l’esplosione della pubblica denuncia dal basso  sia contro gli sprechi di fondi pubblici compiuti da una parte dei dirigenti politici ed economici del PCC, che riguardo al lusso e delle condizioni di vita privilegiate godute da una sezione consistente della nomenklatura cinese, durante la prima metà degli anni Sessanta.[20]

I germogli socioproduttivi della “linea nera”, che si riprodussero in ogni caso all’interno della Cina continentale durante i due decenni in oggetto, vennero affiancati nella stessa fase dalla presenza egemone di quest’ultima in alcune particolari aree geopolitiche della Cina.

Nel Tibet, innanzitutto. Anche se la regione era stata sottoposta al controllo politico-militare comunista fino dal 1950, in essa continuarono a rimanere egemoni fino al 1959 gli orrendi rapporti di produzione  feudali, vista la presenza di un aristocrazia fondiaria di matrice teocratica che aveva diritto di vita e di morte sui contadini, circa il 95% della popolazione: la servitù della gleba venne infatti abolita in Tibet solo a partire dalla primavera del 1959, mentre i rapporti di produzione socialisti divennero centrali nell’area in esame solo verso la metà degli anni Sessanta.

Per quanto riguarda invece Hong Kong, Macao e Taiwan, si è già rilevato in precedenza la loro profonda differenza (socioproduttiva e politica) con la Cina continentale del 1956/77, con il derivato e plateale effetto di sdoppiamento che ne è derivato per la Cina–nazione, presa nel suo insieme.

Quarto periodo nel subcontinente cinese “sdoppiato”: 1978/2011.

In precedenza si è già affrontato il nodo della coesistenza conflittuale che si è riprodotta, costantemente e senza sosta,  all’interno della gigantesca nazione asiatica tra l’egemonica “linea rossa” e la subordinata, ma molto consistente “linea nera” dal 1978 fino ai nostri giorni.

A volte la “linea rossa” e quella antagonista convivono  nella stessa azienda, come nel caso della joint venture tra multinazionali occidentali (Volkswagen, ecc) ed aziende statali cinesi, nella partecipazione (minoritaria) del capitale privato in una frazione delle banche ed industrie pubbliche, oppure nella partecipazione a sua volta del settore pubblico nelle quote azionarie di molte unità produttive di prevalente matrice capitalistica (Legend/Lenovo, per fare un solo nome).

Ma non solo: si è già ricordato che persino le relazioni che si sono sviluppate tra Cina continentale da un lato, e Hong Kong e Macao dall’altro, sono regolate in buona parte  dalle conseguenze pratiche dell’effetto di sdoppiamento  “made in China” anche dal punto di vista formale e giuridico. Quando infatti venne firmato nel dicembre 1984 l’Accordo cino-britannico, che finalmente riportava Hong Kong sotto la sovranità politica cinese, si creò anche uno statuto particolare che prevedeva la formula –per una durata di cinquant’anni – “un paese, due sistemi”: un solo paese, la Cina, con tuttavia al suo interno due diverse forme e tipologie dominanti di organizzazione socioeconomica, secondo la formula politica ideata dal geniale Deng Xiaoping, con rapporti di produzione capitalistici lasciati volutamente egemoni e centrali ad Hong Kong e Macao.

Sulla base delle analisi sopra sviluppate, si può pertanto concludere che se si vuole comprendere e tastare con mano l’esistenza concreta dell’effetto di sdoppiamento, basta analizzare sia la storia passata della Cina dopo l’ottobre 1927 che la sua attuale dinamica socioproduttiva.

“Zone rosse” e “zone nere” si sono infatti confrontate (e scontrate) dal 1927 al 1949 nella formazione economico-sociale cinese, continuando a confrontarsi e scontrarsi in modo diverso anche in quella contemporanea, creando e riproducendo un’originale forma di coesistenza/competizione pacifica tra socialismo e capitalismo “in un solo paese”; lo “strano fatto”, il sorprendente fenomeno politico-sociale di sdoppiamento che Mao Zedong aveva notato genialmente, fin dal 20 maggio 1928, continua a riprodursi in forma nuova in Cina anche all’inizio del terzo millennio, sebbene attraverso una rete di rapporti socioproduttivi profondamente mutati rispetto a quelli esistenti più di otto decenni or sono.

A nostro avviso proprio la “NEP cinese”, introdotta dal PCC nel 1978, costituisce una delle  ultime concretizzazioni storiche di quel plurimillenario effetto di sdoppiamento che domina in ultima istanza la storia universale del genere umano, dopo il 9000 a.C. e l’inizio della rivoluzione produttiva del neolitico, continuando a produrre i suoi effetti anche (e soprattutto…) ai nostri giorni.

Chi vincerà in Cina? In essa, come anche nel resto del mondo, si affermerà la “linea” socioproduttiva in grado di gestire più efficacemente, con successo e senza commettere errori troppo gravi la sfera politica (e politico-militare), la politica internazionale e diplomatica e soprattutto la politica economica e sociale: la “partita planetaria” è ancora aperta, anzi molto più aperta che nel 1989/91 al momento del crollo dell’URSS.

Come è stato ribadito pubblicamente dal PCC, in un articolo sul Quotidiano  del Popolo di Pechino pubblicato il 26 giugno 2009, i “due punti essenziali” del sistema socioproduttivo nella prima decade del terzo millennio sono stati da un lato “la proprietà pubblica come corpo principale” della variegata e composita formazione economico-sociale cinese, dall’altro la sua coesistenza “con diverse forme di proprietà“: Un “pluralismo” aperto a sbocchi molto  diversi, un effetto di sdoppiamento riconosciuto nella pratica e con ampie potenzialità e prospettive,  sia in senso positivo che negativo, con diversi esiti finali possibili: in Cina, come nel resto del pianeta, nulla è fissato a priori ed in modo deterministico nel processo di sviluppo plurimillenario del genere umano.


[1] R. Sidoli, “I rapporti di forza”,  cap. 6/7/8  ( in www.robertosidoli.net)

[2] P. Short, “Mao”, pag. 152, ed. Rizzoli

[3] P. Short, op. cit., pag. 174

[4] P. Short, op. cit., pag. 180

[5] S. A. Boorman, “Il wei-ch’i, e la strategia rivoluzionaria cinese”, ed. Luni; E. Collotti Pischel, “Le origini ideologiche della rivoluzione cinese”, pag.299, ed. Einaudi.

[6] P. Short, op. cit., pag. 238

[7] P. Short, op. cit., pag. 252

[8] Collotti Pischel, op. cit., pag. 229

[9] P. Short, op.  cit., pag. 253

[10] G. Samarani, op. cit., pag. 167

[11] Collotti Pischel, op. cit., pag. 310

[12] J. Belden, “La Cina scuote il mondo”, pag. 721/723 ed Laterza

[13] M. Bergere, op. cit., pag. 52/53

[14] Bergere op. cit., pag. 54/55

[15] Bergere, op. cit., pag. 55

[16] G. Samarani, op. cit., pag. 202/203

[17] M. Bergere, op. cit., pag. 46

[18] G. Samarani, op. cit., pag. 214/215

[19] L. Tomba, “Storia della Repubblica Popolare Cinese”, pag. 122, ed Mondadori

[20] L. Maitan,  “Il dilemma cinese”, pag. 30, ed Datanews


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