Intervento di Giorgio Galli sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento

Giorgio Galli

Intervento di Giorgio Galli sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento

“Il cruciale biennio novembre 1989 (abbattimento del muro di Berlino) – agosto 1991 (implosione dell’Urss, col colpo di stato di Eltsin), poté essere presentato come riprova del fallimento del marxismo e come sua scomparsa dall’orizzonte politico-teorico europeo, che aveva dominato per un secolo, dall’ultimo ventennio del XIX secolo al citato biennio del XX.  In realtà, la struttura di pensiero che ha preso nome da Marx non scomparve da quell’orizzonte culturale: per limitarci all’Italia, hanno continuato ad essere pubblicati prodotti ad alto livello a quel pensiero ispirati: ne cito soltanto due, che hanno diretta attinenza col terzo (dattiloscritto di Roberto Sidoli, “I rapporti di forza – Analisi della dinamica politico-sociale dal 9000 a.C. fino ai nostri giorni”), al quale questo commento è dedicato.

Dei due testi che qui segnalo, il primo è “Guida alla lettura de ‘Il Capitale’” (di Luigi Ferrari, ed. Del Pavone, 2019). Vi si dimostra l’assoluta scientificità del pensiero di Marx, che viene collocato, ne “L’ascesa dell’individualismo economico”, sempre di Ferrari, stesso editore, 2017), con base sul rapporto tra individualismo e collettivismo (la “linea nera” e la “linea rossa” di Sidoli). Il secondo testo è “1895-1914, la prima grande crisi epistemologica del marxismo, la lezione mancata” (ed. Punto Rosso, 2018), il collegamento con “I rapporti di forza” è data dal fatto che a quella prima crisi ne sono seguite altre, sino al 1989-91 (crollo dell’Urss) e Sidoli ne fa il punto.  Egli documenta come si possa collocare attorno al 3700 a.C. la comparsa, nelle comunità umane, di un surplus al di là delle esigenze della mera sopravvivenza. L’uso di questo surplus ha dato luogo a uno sdoppiamento: una prevalente società classista (linea nera) e una molto minoritaria (e talvolta marginale) di società collettiviste (linea rossa). La linea nera corrisponde ai cicli del pensiero marxista: comunismo primitivo, modi di produzione schiavistico, feudale, capitalistico, sino alla prospettiva del socialismo.

La teoria dello sdoppiamento è compatibile con la teoria marxista? A me pare di si. La “linea nera” corrisponde ai cicli marxiani, con la struttura sociale determinata da forze produttive e rapporti di produzione. Il concetto di “linea rossa” è fortemente innovativo, ma esprime rapporti sociali la cui marginalità si è accentuata dopo il XVI secolo della “Ascesa dell’individualismo economico” di Luigi Ferrari. Il passaggio successivo della “linea rossa” è la “seconda crisi epistemologica” (per usare la termologia di Vinci), cioè l’evaporare della Seconda Internazionale (agosto 1914) e la nascita della Terza (marzo 1919), con la costruzione dell’Urss. Quale la sua natura sociale?  Sidoli parla di “socialismo deformato” (quindi “linea rossa”). È opportuno confrontare questa posizione con quella di Istvan Meszaros, che nel suo monumentale “Oltre il capitale – Verso una teoria della transizione” (ed. Punto Rosso”, 2016), definisce “post-capitaliste” e “post-rivoluzionarie” le società nate dalla “seconda crisi epistemologica” iniziata con la rivoluzione russa, negando che tali società abbiano le caratteristiche di “capitalismo di Stato” (Bordiga), perché delle sei “essenziali caratteristiche che definiscono il capitalismo”, nelle “società post-rivoluzionarie”, “ne rimane solo una, il meccanismo vitale della formazione del plusvalore, ed anche questa in forma alterata, nel senso che la formazione del plusvalore è regolata politicamente e non economicamente” (pag. 875). “Regolata politicamente”? Avanzo un’osservazione precisamente di ordine politologico.

Pareto e la grande scuola elitista italiana (Mosca, Michels) hanno dimostrato che nessun sistema socio-politico può funzionare sulla base della sola repressione o del solo consenso, ma unicamente con una dosata combinazione di entrambi.  Personalmente ritengo che l’Urss, sotto la guida di Stalin, abbia fatto registrare anche una base di consenso, ma la repressione ha assunto dimensioni drammatiche, tali da caratterizzare il sistema (cfr. il mio “Stalin e la sinistra: parlarne senza paura”, Baldini & Castoldi, 2009). Se nel sistema “la formazione del plusvalore è regolata politicamente”, in un regime fondato su un massimo di repressione, si può anche definirlo “socialismo deformato” (che ricorda lo “stato operaio degenerato” di Trotzky), ma è forse più opportuna la vecchia definizione di capitalismo di stato, anche perché, per il futuro, quel socialismo da KGB può apparire modello poco attraente, a possibili masse ribelli, come futura società “di transizione” post-capitalistica. La nozione di “linea rossa” è comunque utile per una rivisitazione, in sede storica, del sistema sociale sovietico 1917-1991, con quella “formazione del plusvalore regolata politicamente”, che può essere collegata al concetto di “politica come economia concentrata” (Lenin), di cui si dirà più avanti. Una “linea rossa” con la quale può essere guardata la Cina di oggi, riflessione che, comunque, va preceduta dall’analisi di un ulteriore passaggio de “I rapporti di forza”.

Sidoli insiste sull’espressione “i fatti testardi”, usata da Lenin, che li prende in considerazione in base al suo realismo. Tra questi “fatti”, in polemica con Trotzky e Bucharin sul ruolo dei sindacati nella transizione, vi è la convinzione di Lenin, appunto, che la politica sarebbe “economia concentrata”. Più avanti, questa stessa politica è vista come basata sulla forza, soprattutto militare. L’eco di von Klausewitz (la guerra come politica con altri mezzi), può suggerire il ciclo logico: politica come economia concentrata, la politica come forza (militare) concentrata, sino alla citazione, in Sidoli, del “vae victis” di Brenno. È un ciclo logico compatibile col marxismo, partito dall’analisi economica del plusvalore come base dei rapporti e della dinamica sociale?  È la stessa domanda posta a proposito della teoria dello sdoppiamento, che a me pare richieda una risposta di maggiore complessità.

I “fatti testardi” segnalati in “I rapporti di forza” sono abbastanza convincenti e muovono da un’altra frase di Lenin, “il motore della guerra”. Le rivoluzioni anticapitaliste di quasi un secolo, dalla Comune di Parigi (1871) all’instaurazione della Repubblica Popolare cinese (1949), nacquero tutte da guerre, dalla limitata franco-prussiana a quella planetaria 1939-45 (seconda fase della seconda guerra dei Trent’anni, 1914-1945).  Lenin si riferiva in particolare alla sua prima fase (1914-1918), senza la quale la rivoluzione russa sarebbe stata impossibile.  Sidoli fa riferimento anche a Costanzo Preve, un marxista rigoroso, che era arrivato a pubblicare con “Settimo sigillo” (editore della destra radicale). Preve sottolinea come Marx ipotizzava (utilizzando il modello dell’ascesa della borghesia) una non dimostrata capacità della classe operaia di rilanciare le forze produttive, costruendo nuovi rapporti di produzione. Lenin attribuiva alla stessa classe operaia una mentalità al massimo tradeunionista. Sarebbe stato il partito (rivoluzionari professionali, i giacobini del XX secolo) a inocularle i germi della volontà mirante al socialismo. L’ultimo partito vittorioso, quello cinese di Mao Zedong, era in realtà un esercito contadino combattente, che avanzava e si rafforzava promettendo la terra ai contadini una rivoluzione anticapitalista promossa da profeti armati (Deutscher) che armano le masse per una prova di  forza: nell’anticapitalismo marxiano di Sidoli, mi pare possa avvertirsi  un’eco di Spengler e di Nietzsche, del quale è significativo un brano escluso, come tutti quelli politici (pare per suggerimento di Wagner), dal testo pubblicato di “Nascita della tragedia”: “Il movimento, oggi trionfante, delle nazionalità, l’estensione del suffragio universale, mi sembrano determinati soprattutto dalla paura della guerra, e dietro alle varie agitazioni vedo coloro che sono più agitati da questa paura, i solitari della finanza internazionale, che, naturalmente privi di ogni senso di Stato, subordinano la politica, lo Stato e la società a scopi di denaro e di speculazione. Per evitare che lo spirito di speculazione imbastardisca così quello Stato non c’è che un mezzo: la guerra e sempre la guerra” (ora in Daniel Halèvi, “Nietzsche”, Oaks editrice, 2018, pag.123). Può sembrare avventato accostare questo approccio – guerra contro lo spirito di speculazione del capitale divenuto finanza internazionale (Hilferding) – al concetto di “motore della guerra” di Lenin, utilizzato per spezzare l’anello più debole dell’“imperialismo fase suprema del capitalismo”. Ma ultimamente ho studiato quello che definisco “anticapitalismo di destra”, corrente trascurata da confrontare con l’anticapitalismo marxista, definibile di sinistra, un confronto che, permettendo di rilevare analogie e differenze, dà rilievo a queste, permettendo di rilevare una linea di politica come “economia concentrata”, politica fondata a sua volta su una forza militare disponibile alla guerra quale “motore” contro il capitalismo della finanza internazionale: una linea de “ I rapporti di forza” che rende questa impostazione del saggio compatibile con l’impostazione teorica che conduce da Marx a Lenin. Spero che il ragionamento non sia troppo involuto e possa giustificare la conclusione che anche la linea di riflessione: politica come “economia concentrata” basata sulla forza militare, sia altrettanto compatibile col marxismo come la linea dello “sdoppiamento” (linea nera e linea rossa).

Ma il problema non è solo di compatibilità, ma anche di attualità. Marx aveva previsto un “Capitale” in sette libri, ne aveva completato solo il primo. Engels con l’aiuto di Kautsky ne aveva composti il secondo e il terzo (cfr. Maximilien Rubel, “Karl Marx – Saggio di una biografia intellettuale”, ed. Punto Rosso, 2001). Nel frattempo l’evoluzione del capitalismo ha portato a un mondo di “Continental States” (Usa, Russia, Cina, India, Giappone, più una Unione Europea (UE), non soggetto politico ma gigante economico e un mondo islamico risvegliato, ma senza Stato). Un mondo di circa cinquecento multinazionali che controllano l’economia planetaria.

Marx aveva previsto questo processo di globalizzazione, il suo metodo è utile per studiare il capitalismo del XXI secolo che ne è derivato. L’esperienza 1871-1949 sembra dimostrare che le rivoluzioni anticapitaliste possano essere propiziate solo con il “motore della guerra”. Quale guerra è possibile ipotizzare nel XXI secolo?  Ce ne offre un esempio il grande politologo dell’impero nordamericano Samuel Huntington; buon conoscitore sia delle multinazionali (sua la definizione di “uomo di Davos” per i loro vertici; cfr. in proposito anche David Rothkopf, “Superclass”, ed. Mondadori 2008), Huntington, studioso dei “Continental States”, nel celebre “Lo scontro delle civiltà”, ed. Garzanti, 1997), descrive, tra essi, un possibile conflitto planetario (pagg.466-471), con “reciproca devastazione nucleare e uno scenario che lascia presagire futuri conflitti” (pagg.470-471). Si possono ritenere più probabili guerre con armi convenzionali e non nucleari (troppo devastanti), ma è tuttavia in questi scenari bellici che si potrebbero ipotizzare rivoluzioni anticapitalistiche, aggiornando Marx con le interpretazioni de “I rapporti di forza” e approfondendo le caratteristiche sociali, e quindi il ruolo della Cina (postcapitalista, oppure capitalismo di Stato con tradizione mandarina?).  Come si vede, la carrellata su nove millenni di storia offre l’occasione di un ampio dibattito.


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