Prefazione a “MICROSFT O LINUX?”

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli.

 

Scienza, tecnologia ed effetto di sdoppiamento

 

Semplificando al massimo, la tesi fondamentale di questo libro è che la famosa formula di Einstein E=MC2 ha un carattere gnoseologico oggettivo e universale, valido sia per la classe operaia che per la borghesia, sia nel socialismo che nel capitalismo, ma che il suo utilizzo e impiego socioproduttivo può essere e realmente risulta diverso, a seconda dei rapporti di produzione dominanti nelle variegate formazioni economico-sociali che in essa viene adoperata.

Più in generale, sosteniamo che le conoscenze via via accumulate dalla scienza naturale e dalla tecnologia costituiscono processi di valore universale e oggettivo nei loro risultati gnoseologici dimostratisi corretti, ma da 11.000 anni esse si dimostrano elastiche e plasmabili nelle loro diverse utilizzazioni socioproduttive, a partire dal 9000 a.C. e dall’inizio in Eurasia dell’epoca neolitica (Gerico, ecc.).

Detto in altri termini, la pratica generale dimostra che è stato possibile dal 9000 a.C. e fino ai nostri giorni, a livello reale/concreto oltre che potenziale, sia un utilizzo comunitario, cooperativo e collettivistico delle conquiste scientifico-tecnologiche che un loro uso classista, teso nella loro applicazione sociale a favorire esclusivamente-principalmente gruppi minoritari e privilegiati, venuti via via in possesso delle condizioni e dei mezzi sociali della produzione.

Non esiste una scienza/tecnica classista, ma invece un uso classista (o collettivistico) di esse.

Dal 9000 a.C., la combinazione scienza/tecnologia si è sdoppiata, si è biforcata nelle sue forme concrete di applicazione socioproduttiva in due strade alternative.

Questi (possibili/reali) utilizzi “sdoppiati” del complesso di risultati, via via ottenuti dal lunghissimo processo di sviluppo scientifico-tecnologico, rimandano a loro volta allo schema teorico generale dell’effetto di sdoppiamento, formatosi proprio a partire dal 9000 a.C. in seguito al salto qualitativo rivoluzionario raggiunto dalle forze produttive e alla comparsa dell’“era del surplus”. In tale epoca di sviluppo del genere umano diventava possibile, a livello potenziale oltre che reale, sia la riproduzione/affermazione di rapporti di produzione collettivisti che la riproduzione-affermazione di relazioni di produzione classiste, nelle loro diverse varianti storiche (modo di produzione asiatico e schiavistico, feudale e capitalistico).

Secondo punto di elaborazione. Proprio la progressiva accumulazione di conoscenze e competenze in campo scientifico-tecnologico ha permesso al genere umano, all’inizio del neolitico e attorno al 9000 a.C., di produrre in modo costante e facilmente accumulabile un plusprodotto attraverso il lavoro collettivo umano e di entrare nell’era del surplus; dal 9000 a.C., pertanto, la combinazione tra protoscienza/scienza e tecnologia è diventata la principale forza produttiva umana, suscettibile di un utilizzo sdoppiato in campo socioporoduttivo.

La terza tesi riguarda il fenomeno dell’utilizzo “sdoppiato” e alternativo dei risultati più felici e realistici prodotti dalle scienze sociali, in senso classista o invece con un’impronta comunista.

Ad esempio la teoria del valore di Smith/Ricardo è stata adoperata e sviluppata sia per sostenere posizioni filo-capitalistiche (a partire dagli stessi A. Smith e D. Ricardo) che per scelte di campo collettivistiche rispetto ai rapporti di produzione (ricordiamo Gray, Thompson e lo stesso marxismo),  mentre le scoperte di Darwin sono state utilizzate a loro volta sul piano sociopolitico da Engels per aiutarlo a dimostrare il processo di autocreazione del genere umano attraverso il lavoro, ma anche dal social-darwinismo ipercapitalista e razzista.

Quarto punto di snodo: anche in base allo sdoppiamento (potenziale/reale) dell’utilizzo socioproduttivo del “lavoro univer-sale” (Marx), emerge come la combinazione tra protoscienza-scienza e tecnologia non appartenga alla “sovrastruttura” delle società umane, ma viceversa fin dall’inizio risulti parte integrante delle forze produttive sociali della nostra specie e della sua plurimillenaria praxis e che la scienza/tecnologia pertanto rientrino nella “struttura” produttiva, a differenza del  loro utilizzo concreto nelle diverse formazioni economico-sociali.

Quinta tesi: la protoscienza (scienza non ancora elaborata compiutamente) ha iniziato a svilupparsi assieme alla tecnologia più di due milioni di anni fa, come (proto)scienza meccanica dell’Homo Habilis, via via progredendo già durante le epoche paleolitiche e neolitiche/calcolitiche, contraddistinte dall’egemonia (quasi completa, nel primo caso) dei rapporti di produzione e distribuzione collettivistici.

In altre parole, la protoscienza nasce “rossa” e venne utilizzata in ambiente comunista (primitivo e neolitico), facendo saltare subito in aria qualunque processo di identificazione tra scienza e società classiste, oltre che tra scienza e capitalismo; non solo, la protoscienza nacque e si sviluppò per centinaia di migliaia di anni essenzialmente grazie al lavoro collettivo e anonimo di molte migliaia di donne e uomini, i cui nomi risultano sconosciuti alla storia del genere umano.

Sesto elemento di elaborazione: la tecnologia e l’intelligenza tecnica, alias la capacità di manipolare, costruire e usare oggetti attraverso e mediante altri oggetti, fanno parte da più di due milioni di anni del bagaglio e patrimonio mentale socioproduttivo della nostra specie, e come la protoscienza – a esse strettamente collegate, fin dagli albori – esse sono sorte e si sono via via sviluppate simultaneamente grazie ai rapporti di produzione collettivistici del paleolitico e neolitico (nel secondo periodo con l’importante eccezione della domesticazione del cavallo, effettuata attorno al 4000 a.C. dalle popolazioni proto-classiste dei Kurgan). Salta pertanto subito in aria e viene demolita qualunque teoria sul collegamento inevitabile e diretto tra tecnologia e società classiste, tra tecnologia e formazione economico-sociale capitalista.

Settimo punto: l’esperienza accumulata via via nell’ultimo secolo, dopo l’epocale Ottobre Rosso nell’ex-impero zarista, e continuata fino ai nostri giorni dalle società socialiste-deformate (Cina, Vietnam, Cuba, ecc.) mostra a sua volta la possibilità di utilizzi cooperativi (e non-classisti) delle scoperte e pratiche scientifico-tecnologiche, come del resto emerge da alcune esperienze alternative sorte nello stesso mondo capitalistico: il “modello Linux” nel campo della programmazione informatica, per fare un solo esempio.

Ottavo snodo: le tesi relative sia allo “sdoppiamento” nell’utilizzo della combinazione tra scienza naturale e tecnologia, che all’appartenenza di queste ultime alle forze produttive sociali sono state anticipate da Marx 150 anni orsono, seppur in forma non sistematica, specie con il suo discorso londinese dell’aprile del 1856.

Nono contributo teorico. L’atteggiamento generale dei “classici” del marxismo (Marx, Engels e Lenin) nei confronti dei risultati – distinti dal loro utilizzo classista e capitalistico – della scienza-tecnologia è stato di forte apprezzamento, seppur non acritico, collegato poi a una concezione generale della scienza/tecnologia basata in via preliminare sul realismo epistemologico: e cioè sul pieno riconoscimento dell’esistenza degli oggetti e delle diverse realtà naturali (dalle galassie fino ai quark) in modo indipendente e assolutamente autonomo rispetto al processo di riproduzione del genere umano, alla sua pratica e sensazioni/conoscenze, di tipo collettivo e individuale.

Con un’ovvia ma importante eccezione, l’esistenza (naturale e biologica, in un primo momento), dello stesso genere umano, la Natura non costituisce una “categoria sociale” (come affermava invece il giovane Lukacs di “Storia e coscienza di classe”), ma una realtà oggettiva e dinamica la cui riproduzione generale risulta indipendente dalla presenza e azione collettiva del genere umano nell’Universo, anche se quest’ultimo può trasformare via via sempre più profondamente le forme  della sua dinamica concreta (ad esempio mandando satelliti nello spazio, arrivando sulla Luna, ecc.).

Il nostro Sole, la Via Lattea, la galassia di Andromeda (e le altre cento miliardi di galassie esistenti nel nostro continuum spazio-temporale) esistevano e si muovevano nello spazio prima e indipendentemente dalla comparsa della nostra specie, e continueranno ad esistere anche dopo una nostra possibile estinzione; i quark esistevano prima e indipendentemente dall’Uomo, e continueranno a muoversi nello spazio anche dopo una nostra possibile scomparsa: l’elenco può allungarsi a dismisura,  come dimostra proprio la praxis umana e  in primo luogo la nostra pratica scientifico-tecnologica.

Decimo elemento di elaborazione: le pratiche tecnologiche e scientifiche riflettono la dinamica di sviluppo del mondo esterno, ma costituiscono anche la base e la condizione preliminare per la trasformazione di quest’ultimo da parte della nostra specie, proteiforme processo basato proprio sulla conoscenza sempre più approfondita della Natura.

Le conoscenze accumulate via via dalla protoscienza/scienza e dalla tecnologia, pertanto, anche in questo senso hanno un valore universale e oggettivo (anche se sempre suscettibile di approfondi-menti, miglioramenti, correzioni e soprattutto inserimenti in un quadro teorico generale più ampio), trasversale a tutti i modi  collettivistici o classisti e applicabile da tutte le classi, sfruttate o sfruttatrici: quello che varia enormemente risulta proprio il modo sociale di utilizzo di tali scoperte/invenzioni, cooperativo o classista, bellico o pacifico. “modello Linux” o “modello Microsoft”, per usare una distinzione semplificativa.

Undicesima tesi: all’inizio del terzo millennio non si è in presenza di un “eccesso” di scienza e di tecnologia, ma invece di un “sottosviluppo” relativo di esse e di un loro livello di progresso ancora insufficiente per permettere la creazione del comunismo sviluppato (distinto dal socialismo) su scala mondiale.

Dodicesimo contributo: la praxis e la coscienza scientifico-tecnologica, e cioè “il pensiero” umano tradotto in attività di analisi e trasformazione della natura, stanno via via esercitando un’influenza crescente, da due milioni di anni a questa parte, sulla “materia”, e cioè sui processi di riproduzione dei fenomeni naturali.

Tredicesima tesi, il carattere potenzialmente rivoluzionario e anticlassista/anticapitalistico assunto dal processo di sviluppo della scienza e tecnologia. I loro risultati sono sempre potenzialmente producibili da tutti gli esseri umani, oltre che basati sempre sul “lavoro dei morti” e sulla “cooperazione dei vivi”, quindi con una forte carica collettivistica; inoltre l’accumulazione continua, la crescita continua del “lavoro universale” di natura scientifico-tecnologica entra in contraddizione, come processo potenzialmente infinito e illimitato, con i  limiti e le barriere socioproduttive (e politico-sociali) imposte dal sistema capitalistico,  come del resto dagli altri sistemi di matrice classista.

La scienza, intesa come “sapere pubblico e controllabile”, almeno a livello potenziale entra in contraddizione con le forme di appropriazione private ed elitarie dei suoi risultati.[1]

Ma non solo. Dopo il luglio/agosto del 1945, dopo la scoperta della bomba atomica e degli ordigni di distruzione di massa dopo Hiroshima e Nagasaki, l’utilizzo capitalistico della scienza e tecnologia è entrato in costante, paurosa contraddizione antagonista (sempre sul punto di scoppiare, ad esempio assumendo la forma di fungo nucleare) con gli stessi interessi basilari di autoriproduzione del genere umano: dopo il luglio/agosto del 1945, l’alternativa risulta ormai quella tra socialismo o autodistruzione (nel medio-lungo periodo) della nostra specie e nel terzo millennio il comunismo rappresenta ormai la sola speranza di salvezza dell’uomo e del suo futuro.

Terz’ultimo spunto, il prometeismo insito e connaturato alla pratica tecnica e scientifica. Infatti anche la tecnologia più rudimentale del paleolitico permette all’uomo di utilizzare l’“elemento naturale” (Marx) come “organo” artificiale, che la nostra specie “aggiunge agli organi del corpo prolungando la propria statura” (e potenza) “naturale, nonostante la Bibbia” e i suoi divieti antiprometeici, come rilevò Marx nel primo libro del Capitale, analizzando mezzi di produzione e lavoro.

Quindicesima tesi. Nella concezione marxiana sono considerate forze produttive: 1. La forza lavorativa degli uomini; 2. I mezzi di produzione; 3. Le ricchezze naturali e le forze naturali utilizzate dall’uomo; 4. La scienza 5. Le forme e i metodi dell’organizzazione del lavoro e della produzione.  Si distinguono le forze produttive da un lato in materiali e spirituali (uomo e scienza), dall’altro in naturali o create dall’uomo: e Marx vide proprio nell’uomo, con le sue conoscenze ed  esperienze di lavoro, la componente più importante delle forze produttive, visto che l’uomo mette al suo servizio le altre componenti delle forze produttive e crea preliminarmente gran parte di esse, con l’eccezione di quelle naturali (sole, vento, ecc.).

Le conoscenze tecnico-scientifiche degli uomini si rivelano pertanto la “gemma” più preziosa del “tesoro” costituito dalle forze produttive sociali, entrando a far parte della produzione anche per il tramite di macchine, apparecchiature, impianti e dell’organizzazione scientifica della produzione, ma soprattutto grazie agli uomini, che detengono il sapere e sono preposti alle operazioni produttive.

Sedicesima tesi. Se i risultati positivi della scienza e tecnologia risultano “internazionalisti” proprio perché subito acquisiscono un valore oggettivo e universale, ogni scienziato viceversa viene influenzato nella sua azione gnoseologica (e nelle sue opinioni politico-sociali) dal contesto ed epoca storica in cui è inserito, dalla sua classe di appartenenza e dal gruppo socioproduttivo egemone nella sua nazione, dalle lotte di classe che si sviluppano nella sua area geopolitica, ecc.

Come si è già notato, il libro in via d’esposizione si fonda sulla teoria generale dell’effetto di sdoppiamento. In base ad  essa si può constatare come, a partire dal 9000 a.C. nell’area euroasiatica con l’introduzione dell’agricoltura/allevamento, lo sviluppo delle forze produttive e della scienza/tecnologia abbia raggiunto un salto di qualità tale da permettere da un lato al genere umano la produzione per la prima volta di un surplus costante e accumula-bile (era del surplus, che dura fino ai nostri giorni), e dall’altro la riproduzione simultanea – a livello potenziale oltre che reale, in presenza di una parità approssimativa nel grado qualitativo di maturità delle forze produttive –  sia di rapporti sociali di produzione collettivistici che di relazioni di produzione classiste, fondate invece sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.[2]

 

[1] G. Giorello, in L. Geymonat e G. Giorello, “Le ragioni della scienza”, ed.  Laterza, p. 53

[2] R. Sidoli, “I rapporti di forza”, cap. 6-7-8, in www.robertosidoli.net


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