Capitolo Diciannovesimo

La legge del più forte

All’interno di ogni gruppo sociale omogeneo apparso dopo il 3700 a.C., le scale dei bisogni materiali collettivi (soddisfatti e/o espressi) si estendono progressivamente dalla piattaforma minimalista del livello alfa fino alla sommità “massimalistica” del gradino omega: ogni classe/frazione di classe produce e riproduce costantemente uno spettro allargato e molto esteso di bisogni materiali, che parte da uno “zoccolo duro” minimale per arrivare ad un tetto massimo: spettro dotato e munito di una struttura “a fisarmonica” per i propri bisogni che si può aprire (verso l’alto) o restringere (verso il basso) a seconda delle circostanze concrete ed in cui un determinato livello della piramide viene espresso e/o soddisfatto secondo regole concrete ancora in parte da analizzare.

Il processo di passaggio da una concezione unidimensionale dei bisogni ed interessi materiali di classe ad una visione alternativa, ad una prospettiva pluridimensionale ed elastica di questi ultimi, porta come prima conseguenza alla creazione e riproduzione costante di uno spazio enorme di potenzialità alternative per la pratica concreta degli esseri umani delle società classiste, sia prendendo in esame i bisogni esprimibili/manifestati che per quelli soddisfatti-realizzati concretamente.

È chiaro innanzi tutto che sussiste una distanza siderale e un vero e proprio abisso qualitativo tra i due punti estremi della scala dei bisogni materiali soddisfatti/espressi, visto che il livello omega teso all’appropriazione totale/quasi totale del prodotto sociale e dei mezzi di produzione non è certo equivalente a quello alfa, in cui determinati gruppi sociali cercano solo di assicurarsi solo una quota marginale del prodotto sociale/dei mezzi di produzione ed una riproduzione precaria come classe/frazione di classe (per non parlare, poi, del “livello zero” sempre potenzialmente in agguato, inteso come estinzione socioproduttiva di un determinato gruppo sociale): nelle scale elastiche dei bisogni materiali collettivi sono contenute contemporaneamente le utopie più ambiziose e gli incubi peggiori, sia dei ricchi che dei poveri, sia degli sfruttatori che degli sfruttati, sia dei ceti medi che dei sottoproletari, utopie ed incubi che a volte si avverano in tutto o in parte.

Si è inoltre già verificato in precedenza che l’esperienza degli ultimi sei millenni mostra come i livelli di soddisfazione/insoddisfazione reale dei bisogni materiali raggiunti dalle diverse classi risultino mutevoli ed in continua trasformazione, anche se spesso in modo quasi impercettibile, tanto che in alcuni casi storici si è verificato addirittura il passaggio dalle “stelle alle stalle”, il salto dal livello di soddisfazione alfa a quello omega (o viceversa) nelle stesse classi sociali, negli stessi gruppi di uomini omogenei sul piano socioproduttivo in determinate circostanze storiche.

Nelle classi/frazioni di classe comparse dopo il 3700 a.C., spesso è oscillato notevolmente il livello materiale di aspettative-desideri economici effettivamente soddisfatti volta per volta, in una gamma di potenziali collocazioni che vanno dal “quasi zero” alfa fino al totalizzante gradino omega: sempre presupponendo e avendo come base materiale l’indispensabile e necessario processo continuo di produzione del surplus e del plusprodotto, sempre avendo come retroterra e condizione materiale la disponibilità continua di un’eccedenza produttiva rispetto ai bisogni minimali di sopravvivenza, sempre presupponendo la riproduzione del “Grande Evento” del 9000-8000 a.C. con la produzione costante di surplus.

Pertanto si deve concludere che, per tutte le classi riprodottesi nelle diverse formazioni economico-sociali classiste, sussista costantemente e si riproduca senza interruzione un amplissimo ed elastico campo di possibilità alternative nella sfera dei livelli di soddisfazione dei bisogni materiali collettivi, dato che volta per volta, attimo storico dopo attimo storico, potenzialmente ciascuna classe/frazione di classe può trovarsi in posizioni estremamente diverse nel campo variegato dei livelli di soddisfazione/insoddisfazione dei suoi desideri-aspettative materiali e può allo stesso tempo sempre cambiare, almeno potenzialmente, la situazione economica in cui ognuna di essa si ri-colloca modificando in meglio o in peggio – a volte in modo estremamente rilevante – le proprie condizioni di vita materiali rispetto al passato: nei casi estremi e negli scenari-limite, le diverse opzioni economiche e politico-materiali in gioco comprendono anche la scelta tra vittoria/morte sociale, tra un grado estremamente elevato di soddisfazione dei bisogni materiali e la scomparsa dall’arena storica di determinati soggetti sociali con le loro piramidi di bisogni, le loro pratiche e ruoli produttivi, le loro psicologie collettive ed ideologie dominanti.

Questo campo permanente di potenzialità vale sia per i bisogni soddisfatti/realizzati che per quelli espressi e manifestati concretamente dai diversi gruppi omogenei sul piano socioproduttivo, attimo storico dopo attimo storico, come aveva già parzialmente intuito la grande rivoluzionaria Rosa Luxemburg nel 1917 esaminando la gamma molto estesa di possibili comportamenti via via proiettati (e proiettabili) nell’arena storica dagli uomini impegnatisi in pratiche collettive, dalla “massa” e dalla sua “psiche” collettiva.

«Tanto più che la psiche degli uomini nasconde come il thalatta, l’eterno mare, tutte le possibilità latenti; calma mortale e ruggente tempesta; la più bassa vigliaccheria e il più selvaggio eroismo. La massa è sempre ciò che deve essere a seconda delle circostanze del momento ed è sempre sul punto di diventare qualcosa di totalmente diverso da quello che sembra.»[1]

Se l’effetto di sdoppiamento ha aperto un primo ed enorme campo di possibilità alternative per la pratica umana, ne sussiste anche un secondo in relazione alla sfera plurilivellare ed elastica dei bisogni soddisfatti/espressi dalle diverse classi e frazioni di classe, visto che in essa regna un ampio spazio di potenzialità alternative, ridotto poi volta per volta a realtà (momentaneamente) unidimensionale da fattori esterni e da forze motrici estranee ed esogene rispetto alla dinamica ed alla struttura elastica del sistema di bisogni materiali-collettivi di classe.

Ma a questo punto emerge una questione centrale, solo parzialmente affrontata in precedenza: fermo restando che tutti i gruppi sociali, tutte le classi/frazioni di classe hanno teso, tendono, e tenderanno nel futuro inevitabilmente a migliorare e “massimizzare” al massimo grado possibile le rispettive posizioni della scala dei bisogni materiali (e politico-materiali), si pone subito il problema di determinare quale fattore in via principale determini il grado di soddisfazione reale (o di insoddisfazione reale) dei bisogni materiali, ottenuto e raggiunto via via dalle diverse classi sociali che si sono succedute nell’arena storica dopo il 3700 a.C. Infatti:

Ø      se ciascuna classe sociale riproduce effettivamente e costantemente una propria scala di bisogni materiali elastica, che passa da un polo estremo minimale fino ad un livello massimalistico altrettanto radicale;

Ø      se i due “poli estremi” della scala elastica dei bisogni delle diverse classi sociali risultano estremamente differenti tra loro, nella realtà storica;

Ø      se le diverse classi/frazioni di classe vedono realmente trasformarsi nel tempo, spesso quasi in modo impercettibile, il proprio livello di soddisfazione dei bisogni materiali, a volte passando da un estremo all’altro della scala dei desideri-aspettative materiali concretamente soddisfatti/insoddisfatti… si deve necessariamente individuare quale forza motrice decida in via principale gli esiti ed i risultati delle diverse lotte di classe e, a cascata,  i livelli concreti della scala di bisogni via via raggiunti da ciascuna classe nel processo storico di sviluppo, quale forza motrice in via principale discrimini tra vittoria e sconfitta nella competizione tra i bisogni materiali conflittuali dei diversi gruppi sociali omogenei.

L’analisi e il processo parallelo di esclusione di sette possibili “colpevoli” indicano e lasciano sul campo un solo possibile “sospetto”, un solo responsabile principale nel processo di attribuzione concreta delle posizioni reali all’interno delle scale di soddisfazione dei bisogni materiali di classe: i rapporti di forza politico-sociali e la loro dinamica concreta.

Si può subito escludere con assoluta certezza dalle variabili in gioco l’intervento divino, l’azione concreta esercitata sul piano storico da un presunto Essere Superiore: anche ammettendo l’esistenza effettiva di una forza onnipotente extraumana, l’esperienza storica plurimillenaria delle società di classe insegna che essa al massimo si è limitata – e si limita tuttora – a stare “dalla parte del più forte”.

Dio purtroppo non è intervenuto a fianco degli schiavi e dei poveri dell’impero romano che si aspettavano la sua rapida venuta sulla terra, la parusia, per assistere quasi due millenni or sono al rovesciamento di una struttura di classe – e di bisogni di classe – profondamente ingiusta e disumana: purtroppo l’apocalisse non si è ancora verificata, quasi due millenni dopo la diffusione collettiva delle speranze in un nuovo Regno di giustizia e pace.[2]

Dio non è sicuramente intervenuto neanche a fianco dell’aristocrazia feudale cattolica e delle monarchie europee “clericali”, non ha sicuramente lottato a fianco del Vaticano e delle gerarchie ecclesiastiche cattoliche nella loro sfortunata lotta plurisecolare contro le borghesie anticlericali, a volte scettiche/deiste/atee almeno fino al 1848.[3]

Anche in precedenza i feudatari cristiani dell’area mediterranea e mediorientale furono sconfitti, e in parte espropriati, proprio dagli invasori “infedeli” arabi e musulmani, tra il VII e l’VIII secolo d.C., mentre a sua volta la borghesia europea sconfisse ed espropriò parzialmente i pii proprietari fondiari musulmani dell’area mediterranea nel corso dell’Ottocento e Novecento, a dispetto della loro fede nella protezione di Allah.

Nel XVII secolo il generale francese Turenne sembra avesse affermato che «Dio sta sempre dalla parte dell’esercito più forte». E della classe sociale volta per volta più forte, si potrebbe aggiungere, come hanno avuto modo di verificare di persona molte presunte “razze elette”, molti gruppi sociali privilegiati e molte personalità politiche “unte dal Signore”: si pensi solo alla rotta disastrosa subita dal “cristiano” nazifascismo contro l’atea Unione Sovietica, a dispetto delle frasi su “Dio è con noi”, ed alla ingloriosa sconfitta inflitta al “cristianissimo” apparato politico-militare statunitense da parte dei comunisti atei del Vietnam, tra il 1963 ed il 1975. Dio non è stato con loro e dalla loro parte.

In seconda battuta, si può eliminare con assoluta certezza la centralità nel processo produttivo come possibile elemento decisivo nell’assicurare la fortuna/sfortuna dei diversi gruppi sociali in quella “lotteria” della Storia ormai effettuata da millenni, al fine di assicurarsi ed accaparrarsi le posizioni migliori all’interno delle diverse scale elastiche dei bisogni materiali: anzi, come regola storica generale delle società classiste, emerge di solito come tanto meno determinate classi contribuiscano concretamente alla riproduzione del processo produttivo delle formazioni economico-sociali in cui esse agiscono, tanto migliore risulti la loro collocazione nella scala elastica dei livelli di soddisfazione dei bisogni materiali.

Già il sociologo borghese Max Weber aveva indicato correttamente come la centralità produttiva mantenuta dagli schiavi nel processo di produzione di beni e di servizi all’interno del mondo greco-romano e nel Mediterraneo, tra il V secolo a.C. ed il VI della nostra era, non avesse assolutamente determinato un analogo primato della manodopera servile, sia nella sfera politico-sociale che all’interno del processo di appropriazione dei mezzi di produzione e del surplus: a dispetto del loro ruolo produttivo decisivo ed insostituibile, per almeno dieci secoli gli schiavi europei e mediterranei furono mantenuti coercitivamente e costantemente nel ruolo di puri e semplici strumenti di produzione sempre a disposizione dei loro padroni, sostanzialmente privi di diritti riconosciuti e spesso ridotti a meri oggetti sessuali, a disposizione delle pratiche erotiche dei loro padroni. Solo una trasformazione radicale dei rapporti di forza politico-militari, come avvenne nelle esperienze (troppo brevi, purtroppo) guidate da Euno Aristonico e Spartaco, poté davvero conferire agli schiavi un posto adeguato e corrispondente alla loro indispensabile funzione produttiva, sia in termini di libertà effettiva della manodopera servile che di livelli egemonici di appropriazione dei mezzi di produzione e del prodotto sociale complessivo, da loro creato in modo collettivo.

Il costante lavoro secolare, e la dura fatica dei servi della gleba e dei contadini semiliberi, furono ugualmente determinanti nell’assicurare la riproduzione materiale della formazioni economico-sociale feudale occidentale, dell’aristocrazia fondiaria laica o ecclesiastica, ma proprio tra il VII ed il XIII secolo e per sette lunghi secoli i contadini occuparono (quasi) ininterrottamente un posto assolutamente subordinato ed ipermarginale nel processo di distribuzione del potere politico, dei mezzi di produzione e di quelli di consumo.

Anche la classe operaia occidentale, specialmente nella sua sezione industriale, occupa sicuramente un ruolo produttivo essenziale, centrale e decisivo almeno a partire dall’esperienza britannica del 1770-1810, ma in tutti questi lunghi e interminabili duecento anni essa non è mai riuscita a diventare classe egemone nei paesi più avanzati sul piano socioproduttivo, neanche nel suo momento storico migliore (1944-46); gli esempi in questo senso potrebbero essere moltiplicati a piacere, a partire dall’ipermarginale e precario status millenario assunto dai contadini all’interno del modo di produzione asiatico…

Si può escludere dai “sospetti” anche il fattore numerico, come si è già visto in precedenza criticando una tesi di F. Engels, in qualità di elemento materiale in grado di determinare il successo/la sconfitta delle diverse classi (e frazioni di classe) nelle lotte per il soddisfacimento dei bisogni materiali (e politico-materiali). Da sei millenni gli sfruttatori ed i gruppi sociali privilegiati, venuti in possesso delle condizioni materiali della produzione e del surplus, sono sempre stati molto meno numerosi degli sfruttati, ma questo non ha certo impedito ai primi di rimanere quasi sempre nella comoda posizione di classi dominanti sul piano socioproduttivo, grazie al possesso di altre e sicure carte vincenti: spesso reclutando nelle loro ben organizzate forze armate anche dei segmenti significativi delle stesse masse oppresse, rese col tempo utili e disciplinate al servizio dei loro padroni autoctoni o stranieri.

Ad esempio nelle colonie africane, tra il 1880 ed il 1945, i nuclei dirigenti statali europei consideravano che fosse alto il rapporto di 1:1000 tra i soldati-ufficiali delle madre patrie coloniali e gli abitanti sfruttati del posto: nell’odierna Zambia vi erano solo 26 ufficiali britannici che comandavano 750 graduati africani nell’anno 1912, in grado a loro volta di controllare lo scontento ed imporre esose tasse a centinaia di migliaia di africani sfruttati ed oppressi.[4]

Un quarto elemento da cancellare dall’elenco dei sospetti è rappresentato dal grado di sviluppo delle forze produttive sociali presente, volta per volta, in ogni scenario storico: esso non è certamente la forza motrice decisiva nell’assicurare la vittoria/sconfitta, il successo/insuccesso alle diverse classi sociali in lotta-cooperazione per l’appropriazione dei migliori livelli possibili di soddisfazione reale dei loro bisogni materiali, ma costituisce “solamente” la base materiale indispensabile per la loro possibile riproduzione storica. Descrivendo l’effetto di sdoppiamento creato dalla produzione costante di surplus/plusprodotto, dopo il 9000 a.C. e la rivoluzione neolitica, si è già escluso a priori qualunque forma di determinismo tecnologico-produttivo nel processo di sviluppo del genere umano, dopo il 9000 a.C. e fino alla creazione di una società comunista sviluppata. Ma anche astraendo dall’effetto di sdoppiamento, l’esperienza plurimillenaria delle società di classe dimostra con molteplici e variegati esempi come un determinato grado di sviluppo quantitativo e qualitativo delle forze produttive sociali, esistente in un dato momento storico, sia compatibile con forme di dominio socioeconomico di classi diverse e antagoniste tra di loro, oppure che esso rimanga compatibile con l’egemonia socioeconomica di gruppi sociali privilegiati diversi per ruolo produttivo o per provenienza geografica, per etnia/razza;  il processo di sviluppo delle società classiste mostra infatti come in un determinato e preciso momento storico, con un determinato livello di sviluppo degli strumenti di produzione, una classe sociale dominante possa essere espropriata parzialmente-totalmente e venir sostituita nella posizione socioproduttiva dominante da un gruppo sociale in precedenza oppresso, oppure estraneo allo stato in oggetto, sempre a parità nel grado di sviluppo delle forze produttive sociali.

Una prima massa di fatti testardi che vanno in questa direzione viene fornita dalla storia plurimillenaria delle invasioni avvenute nel corso degli ultimi cinque-sei millenni.

Si è già notato in precedenza che numerose aggressioni riuscite di stati-vampiri hanno spesso portato con sé, tra le altre conseguenze, un ricambio completo-parziale dei nuclei dirigenti politici al potere e l’indebolimento parziale-totale delle “vecchie” classi egemoni in campo socioproduttivo, se non addirittura la loro completa scomparsa come gruppi sociali omogenei, sempre in presenza di un grado di sviluppo sostanzialmente immutato delle forze produttive sociali delle nazioni interessate dalle invasioni. Inoltre in particolari scenari storici, quando si sono scontrate formazioni statali che si riproducevano e si basavano su rapporti di produzione diversi ed alternativi tra di loro, la sconfitta di uno degli stati in conflitto a volte ha determinato la trasformazione parziale-totale delle sue precedenti relazioni produttive e di distribuzione nella direzione socioeconomica desiderata ed imposta dalla nazione vittoriosa, sempre con un grado di sviluppo sostanzialmente invariato delle forze produttive sociali interne.

Si pensi solo ai casi dell’Europa centrale e della penisola italiana sottoposti tra il 1798 ed il 1813 al nuovo dominio napoleonico, che provocò la modifica in senso borghese di una parte significativa dei rapporti di produzione delle due aree geopolitiche interessate, in precedenza ancora semifeudali, oppure all’Europa orientale, che sotto l’azione del rullo compressore dell’Armata Rossa passò tra il 1944, ed il 1948 da una struttura capitalistica e semifeudale (nelle campagne) al socialismo deformato dell’epoca staliniana: parafrasando la lucida analisi effettuata da Stalin nel 1944 in presenza dello jugoslavo M. Gilas, in alcuni scenari storici le forze armate di occupazione delle potenze statali uscite vittoriose dagli scontri internazionali hanno realmente esportato ed imposto, nelle zone geopolitiche interessate, i sistemi sociali ed i rapporti di produzione egemoni nei loro stati di appartenenza.[5]

Ma oltre a tali scenari, sussistono numerosi esempi di “caduta degli dei” nei quali numerose classi egemoni sul piano socioproduttivo e politico sono state detronizzate da altre classi privilegiate e sfruttatrici provenienti dall’esterno e dall’arena internazionale, sempre in presenza di un grado di sviluppo sostanzialmente immutato delle forze produttive sociali endogene delle nazioni occupate.

È quello che avvenne ad esempio nel caso-limite costituito dal crollo dell’impero incas, egemone nell’area atlantica dell’America meridionale e fondato sul modo di produzione asiatico.

Prima della conquista spagnola, avvenuta nel 1532-33 e consolidatasi nel decennio successivo, ciascuno dei sovrani incas che regnarono tra il 1440 ed il 1530 venne considerato di origine divina, discendente del Sole ed in costante rapporto con l’astro divino, e nella piramide del potere socio politico essi ebbero alle loro dipendenze i diversi esponenti della famiglia reale, la casta della nobiltà incas ed i capi delle tribù assoggettate al loro impero, i quali venivano parzialmente cooptati all’interno della classe sociale egemone. Non solamente tutte le condizioni della produzione, a partire dalla coppia decisiva terra/acqua, e quasi tutti gli strumenti di produzione venivano in possesso della divina famiglia regnante e dei livelli successivi dei gruppi sociali privilegiati, ma questi ultimi usufruivano collettivamente della “crema” dei mezzi di consumo prodotti nell’impero quechua dalle comunità contadine, sottoposte al loro concreto dominio e sfruttamento (tributi, corvée, ecc.).

«I membri della famiglia reale occupavano tutte le cariche amministrative importanti nel territorio dell’impero. Immediatamente al di sotto di essi stava la casta della nobiltà incas, i cui membri portavano come segno distintivo orecchini d’oro a forma di tappo nel lobo dell’orecchio – per ciò gli spagnoli li chiamavano orejones “grandi orecchie”. Gli orejones occupavano cariche amministrative meno importanti. Gli incas esercitavano la loro sovranità in modo coscienzioso, ma godevano di ogni disponibile forma di lusso e di privilegio. Avevano i migliori cibi e gli abiti più raffinati, splendide suppellettili da tavola, splendidi ornamenti e palazzi, belle donne, servi, un loro privato linguaggio, l’autorizzazione all’incesto (che era vietato al resto della popolazione), l’uso di speciali ponti e strade e di lettighe per viaggiare, una diversa misura di punizioni, il diritto di masticare la dolce coca narcotica e così via. I capi delle tribù assoggettate furono gradualmente ammessi alla classe privilegiata. I loro figli venivano portati a Cuzco per esservi educati e partecipare ai rituali di corte. Le famiglie dei capi sottomessi perpetuavano così la distinzione di casta, godendo di privilegi sebbene avessero rinunciato a gran parte del loro potere. Anche i membri dell’intera tribù incas godevano di particolare prestigio ed erano consapevoli di appartenere a un’élite. Vari gruppi di essi venivano insediati nelle zone recentemente conquistate affinché vi costituissero nuclei di indiscussa fedeltà. Con l’espandersi dell’impero, altre tribù di lingua quechua furono dichiarate incas onorarie. La società incas, così, era nettamente strutturata in classi, sebbene le distinzioni non fossero basate su un sistema monetario o sulla proprietà privata e sebbene la classe dominante garantisse una situazione di benessere alla nazione.»[6]

La “dolce vita” finì subito dopo la conquista ispanica, dato che la vecchia casta dominante quechua, nelle sue varie articolazioni centrali e locali, fu rapidamente spazzata via e sostituita nel ruolo dominante dai feroci conquistadores feudali venuti dalla penisola iberica, sempre in presenza di un livello di sviluppo sostanzialmente immutato delle forze produttive sociali dell’area andina.

L’ultimo imperatore incas, Atahualpa, venne giustiziato dagli spagnoli nel luglio del 1533 e gli enormi tesori in oro ed argento accumulati dagli incas vennero immediatamente saccheggiati, distruggendo innumerevoli opere d’arte di eccezionale valore artistico per aumentare la massa di metalli preziosi a disposizione degli invasori; la forza-lavoro degli indios venne distribuita tra i famelici conquistadores in base al sistema dell’encomienda, secondo cui i lavoratori indigeni dovevano pagare ai feudatari ispanici che li controllavano cospicui tributi e pesanti rendite in prodotti locali e metalli preziosi, mentre l’aristocrazia incas venne quasi completamente espropriata ed umiliata con ogni mezzo disponibile. Anche quella frazione della famiglia reale incas che aveva collaborato attivamente con gli invasori, per vendicarsi della sconfitta subita in precedenti lotte di potere intestine, subì con relativa velocità la sorte di tutta l’antica classe privilegiata autoctona e il nuovo incas Manco, che tra il 1534 ed il 1535 era stato utilizzato come burattino e schermo dagli astuti conquistadores, venne ben presto imprigionato da questi ultimi e dovendo subire con la sua famiglia i duri trattamenti che gli spagnoli elargivano generalmente ai contadini indios, ivi compresi razzie e stupri di massa.

«Secondo quanto fu riferito più tardi, Manco ebbe a dire che “Alonso de Toro Setiel, Gregorio Setiel, Alonso de Mesa Pedro Pizarro e [Francisco de] Solares, tutti cittadini di Cuzco, avevano orinato su di lui. Disse anche che gli avevano bruciato le ciglia con una candela”. Manco dichiarò in un’altra occasione: “Mi sono ribellato più per gli oltraggi subiti, che per l’oro rubatomi dagli spagnoli: essi mi hanno chiamato cane, mi hanno battuto, si sono impadroniti delle mie mogli e delle terre che io facevo coltivare. Diedi a Juan Pizarro mille e trecento lingotti di oro e duemila oggetti d’oro: braccialetti, coppe e altre suppellettili. Diedi inoltre sette brocche d’oro e d’argento. Mi dissero: “Cane, dacci dell’oro. Se no ti bruceremo”. Cristobal de Molina riferisce che “gli presero tutto ciò che possedeva, senza lasciargli nulla. Lo tennero imprigionato per molti giorni, guardato giorno e notte. Lo trattarono in modo assolutamente ignobile, orinando su di lui, giacendo con le sue mogli, ed egli era pieno di angoscia”. Il figlio di Almagro ripeté queste accuse e aggiunse che i persecutori di Manco “orinavano e sputavano sulla sua faccia, lo picchiavano, lo chiamavano cane, lo tenevano con una catena al collo nella pubblica piazza, dinanzi al popolo”.»[7]

In pochi anni gli esponenti della vecchia e divina classe dominante incas passarono dall’uso di cocaina agli spruzzi di orina spagnola, venendo alla fine liquidati completamente come gruppo sociale dominante dai conquistatori e in molti casi finendo uccisi dai nuovi padroni. L’elenco dei casi storici simili a quello incas è abbastanza lungo, denso di cadaveri di classi privilegiate cadute in disgrazia a causa dell’intervento decisivo dei “fattori internazionali” e di rapporti di forza politico-militari divenuti per loro sfavorevoli, proprio per il sopraggiungere di invasori meglio armati ed organizzati: tra l’altro abbastanza spesso, quasi a deridere in anticipo ogni potenziale analisi economicistica, gli invasori erano in possesso di un grado di sviluppo delle forze produttive civili (non-militari, non tecnologico-militari) equivalente/inferiore a quello detenuto dagli stati invasi e dalle classi privilegiate straniere, sconfitte e liquidate dal “più forte” e dalla “legge del più forte”.

Non a caso K. Marx ricordò giustamente nei Grundrisse che le difficoltà che le diverse comunità pre-capitalistiche che hanno incontrato nella «lavorazione ed appropriazione effettiva» della terra «possono derivare solo da altre comunità, le quali o hanno già occupato la terra oppure ne ostacolano l’occupazione pacifica da parte della comunità. La guerra è pertanto il grande compito generale, il grande lavoro collettivo che si richiede sia per occupare queste condizioni oggettive di esistenza, sia per difenderne e perpetuarne l’occupazione».

In sostanza il processo di occupazione concreta di posizioni privilegiate nell’appropriazione del surplus e dei mezzi di produzione costituisce una variabile dipendente dalla “difesa” effettuata nei confronti dei pericoli provenienti dall’arena internazionale, da “altre comunità” e da altre formazioni statali classiste: senza tale “difesa” ed in mancanza di un adeguato scudo bellico-internazionale, la riproduzione delle classi sociali privilegiate rischia di collassare anche in presenza di livelli di sviluppo delle forze produttive sociali sostanzialmente identici a quelli del passato recente, a causa delle guerre di invasione.[8]

Una seconda massa di esempi storici combinati che vanno in questa direzione proviene dalle esperienze rivoluzionarie/controrivoluzionarie sviluppatesi nelle diverse società classiste.

Infatti i processi storici rivoluzionari/controrivoluzionari non solo cambiano profondamente i rapporti di produzione e di potere esistenti all’interno delle diverse formazioni statali e/o aree geopolitiche interessate, ma trasformano anche i livelli di soddisfazione reali dei bisogni materiali ottenuti da tutti i gruppi sociali collocati negli stati e nelle aree geopolitiche interessate, sempre in presenza di una relativa  stabilità nel breve periodo del livello qualitativo di sviluppo delle forze produttive e delle conoscenze scientifico-tecnologiche e di un grado di accumulazione quantitativa-qualitativa delle forze produttive almeno quasi equivalente a quella esistente nel periodo pre-rivoluzionario (o pre-controrivoluzionario). L’effetto dirompente e la ricaduta decisiva esercitata dai processi rivoluzionari/controrivoluzionari, con gli annessi rapporti di forza politici e politico-militari, sui diversi livelli di soddisfazione reali dei bisogni materiali delle classi sociali interessate è stata spesso oscurata e nascosta dai pesanti sacrifici e dalle privazioni economiche sofferte generalmente dalle masse popolari durante le fasi rivoluzionarie, a causa dei sanguinosi scontri armati e delle devastazioni produttive che accompagnano di solito le “locomotive della storia” di matrice rivoluzionaria, ma risulta subito facile rilevare come le classi sconfitte durante i processi rivoluzionari/controrivoluzionari scendano profondamente nella scala di soddisfazione di bisogni materiali, sia in termini relativi che assoluti, quando non si assista addirittura – nei casi estremi – alla loro totale scomparsa come gruppo sociale omogeneo ed alla loro totale liquidazione come classe.

Risulta inoltre fin troppo agevole constatare come le classi vittoriose durante i processi rivoluzionari/controrivoluzionari vedono salire, più o meno profondamente, almeno la loro quota relativa e la percentuale di appropriazione del prodotto sociale e del surplus esistente nelle formazioni statali interessate, rispetto alle loro posizioni pre-rivoluzionarie (o pre-controrivoluzionarie), mentre in alcuni degli scenari storici, quali ad esempio quelli contraddistinti dalle lotte antagonistiche tra borghesia ed aristocrazia terriera, i processi rivoluzionari hanno determinato anche nel breve periodo un netto miglioramento reale della massa di fondi di consumo e di accumulazione tenuti sotto il controllo della nuova classe egemone capitalistica, già al termine dei conflitti conclusi in modo vittorioso contro la nobiltà feudale/semifeudale. Proprio quando le proprietà del clero francese vennero integralmente nazionalizzate (1791-92) ed i diritti feudali dell’aristocrazia laica furono eliminati, nel 1789-92, e proprio quando le proprietà fondiarie della nobiltà laica furono assoggettate ai comuni vincoli fiscali, depurate prima dai beni comunali appropriati indebitamente ed infine soggette a processi di espropriazione totale a danno della grande massa di aristocratici emigrati, una parte consistente della borghesia (i “nuovi ricchi”) si arricchì enormemente con l’acquisto (a prezzi di favore) dei beni espropriati ai nobili ed al clero, con le forniture all’esercito e con la speculazione, specie dopo la caduta dei giacobini. Come affermò lo storico G. Lefevre, i borghesi erano «avidi di godimenti, e più ancora di soddisfare la loro vanità con l’ostentazione di un lusso sfrontato…”; dopo la caduta dei giacobini «agli uomini d’affari si offrirono molte più possibilità favorevoli: i loro capitali, lasciati o inviati all’estero, rientrarono in Francia intatti e vennero proficuamente investiti nel vettovagliare il paese o aiutare il Direttorio. Non c’è dubbio che Perregaux o Recamier, banchieri, i Perier e Chaptel, manifatturieri, seppero cavarsela sin troppo bene».[9]

La trasformazione profonda dei livelli di soddisfazione dei bisogni materiali delle diverse classi sociali costituisce una variabile dipendente dall’esito dei processi rivoluzionari e controrivoluzionari, anche se in presenza di un grado di sviluppo delle forze produttive sostanzialmente immutato ed invariato rispetto alle fasi pre-rivoluzionarie.

Si prenda in esame un caso eclatante di controrivoluzione (preventiva) vittoriosa, l’ascesa del fascismo agrario verificatosi nelle campagne dell’Italia del nord tra il 1920 ed il 1922: con l’aiuto di una violenza sistematica e ben organizzata i fascisti, feroci mandatari politici nelle campagne dei grandi e medi proprietari terrieri italiani, devastarono le organizzazioni dei braccianti – sia a livello sindacale che politico – permettendo ai loro mandanti sociali di creare nuovi patti di lavoro, molto più vantaggiosi per i grandi proprietari fondiari nello sfruttamento della manodopera salariata.

«Nell’indagare sulle azioni squadriste quello che maggiormente colpisce, oltre alla tattica e alla strategia tipicamente militare su cui torneremo, è il carattere di repressione di classe. Quello che preme agli agrari è soprattutto la distruzione degli organismi proletari economici e di resistenza, prima ancora di quelli politici. Infatti le distruzioni delle sedi dei partiti dei lavoratori avverranno in un secondo tempo, o comunque verranno effettuate unitamente alla distruzione delle leghe che avevano imposto l’imponibile della manodopera o delle cooperative che avevano calmierato i prezzi in concorrenza con i bottegai privati. “L’azione fascista mirava innanzi tutto alla distruzione delle organizzazioni della resistenza dei braccianti e dei contadini e alla conquista violenta dei comuni; ottenuto questo, i proprietari terrieri si affrettavano a disfarsi dei patti agrari ed a imporne altri più onerosi per i lavoratori” (G. Grilli).»[10]

Per verificare gli effetti e le conseguenze economiche prodotte dai processi rivoluzionari/controrivoluzionari sulle condizioni di vita e sui livelli di soddisfazione reali dei bisogni dei diversi gruppi sociali, si può prendere in esame anche la Russia post-sovietica del periodo 1992-98, passata rapidamente dal socialismo deformato di matrice sovietica ad una forma estrema di capitalismo monopolistico di stato, contraddistinto dalla stretta alleanza formatasi tra il potere politico e la nuova oligarchia finanziaria e monopolistica.

Durante il primo periodo eltsiniano, il tenore di vita reale della classe operaia russa crollò subito in maniera radicale (sia in termini assoluti che relativi) e molto più rapidamente della diminuzione contemporanea del prodotto nazionale russo; già a partire dai primi mesi del 1992 la totale liberalizzazione dei prezzi al consumo produsse un tasso d’inflazione pari al 1000%, determinando il parallelo crollo del potere d’acquisto dei salari e l’evaporazione quasi istantanea di larga parte dei risparmi via via accumulati dalla maggioranza dei cittadini russi nel corso di molti anni.

Alla fine del primo semestre del 1992, un rapporto ufficiale della Commissione statistica governativa affermava che «l’instaurazione e l’energica attuazione delle riforme economiche hanno avuto un forte impatto in tutti i settori. La nota più spiacevole per la popolazione e per l’economia è stata la liberalizzazione dei prezzi. Rispetto al dicembre 1991 i prezzi al consumo nel giugno 1992 sono decuplicati. Gli acquisti da parte della popolazione sono nettamente diminuiti, e la circolazione di merci è scesa del 42%. Nell’industria si è avuto un aumento di quindici volte dei prezzi all’ingrosso, mentre i prezzi di mercato delle fattorie collettive sono aumentati di sei volte (…) Il reddito nazionale è diminuito del 18% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. È cresciuto il numero delle imprese in soprannumero, o inutili. Nell’industria, il debito delle imprese per prodotti consegnati ha raggiunto i 2,5 trilioni di rubli, e in più della metà dei casi la data stabilita per il pagamento è scaduta. È cresciuto anche il debito delle imprese verso i loro dipendenti».[11]

Anche lo storico R. Medvedev ha notato che tra il luglio ed il settembre del 1992 la situazione dei lavoratori russi continuò a peggiorare rapidamente.

«Vari programmi sociali furono sospesi. Gli stanziamenti per la sanità, l’istruzione, la cultura e la scienza subirono tagli drastici. Molti stabilimenti del complesso militare-industriale cessarono di lavorare. Con il dissolvimento dell’URSS esercito e marina cominciarono ad andare a rotoli, e così i trasporti, l’energia elettrica, i servizi aerei. Anche il sistema di sicurezza e il sistema legale dell’Unione Sovietica si disintegravano.»[12]

Negli anni successivi le condizioni di vita dei lavoratori russi si degradarono sempre più e nel 1994, dopo soli tre anni dal crollo dell’URSS, secondo le stesse statistiche ufficiali «circa la metà della popolazione viveva sotto la soglia di povertà, e circa il 30% in tale miseria era minacciata dalla malnutrizione e addirittura dalla morte per fame»[13]

A tale riguardo, sempre R. Medvedev, ha affermato che attorno al 1995, in base ai dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, in Russia «l’assunzione calorica quotidiana è in media di 2100 calorie, meno del minimo indicato dall’Oms. Nell’Unione Sovietica l’assunzione media quotidiana dal 1980 al 1985 era di 3400 calorie, superiore alle indicazioni dell’Oms. Nel 1993 le calorie assunte pro capite negli Stati Uniti erano in media 3732».[14]

L’azione politico-sociale portò ad un’inevitabile reazione, tanto che la speranza media di vita per gli uomini russi, ancora pari a 64,8 anni nel 1988, scese nel 1994 a 57,7 anni dopo soli tre anni di “cura” capitalistica e iperliberista, facendo sì che il cittadino medio russo perdesse per strada sette anni di vita media rispetto all’era sovietica, i cui indici in questo settore erano già di livello mediocre.

Non si può pertanto che concordare con l’analisi dell’economista Galina Rakickaja quando essa affermò che gli uomini di Eltsin «sono stati bravissimi nell’attuare – con rapidità e competenza – il programma del Fondo Monetario Internazionale, che prevedeva la distruzione, in larga misura, dell’economia russa, la trasformazione della Russia in un paese di tipo coloniale, con un tenore di vita molto più basso di prima per la maggior parte della popolazione, con una disoccupazione massiccia, e con un’industria incapace di competere sul mercato mondiale; la trasformazione della Russia in una fonte esclusivamente di manodopera e di materie prime a buon mercato per il Primo mondo».[15]

Con “un tenore di vita molto più basso di prima per la maggior parte della popolazione”, certo, ma non per tutta la popolazione russa e sicuramente non per la nuova e trionfante borghesia del paese. Essa si era formata in forma embrionale anche prima del 1989-91, basandosi su:

Ø      il mondo dell'”economia sommersa”, del mercato nero paralegale sviluppatosi nel periodo sovietico.

Ø      la frazione di direttori di imprese statali che utilizzarono la propria posizione per arricchirsi illecitamente mediante l’alienazione di beni statali, il furto e la corruzione.

Ø      la mafia russa, i gestori dell’attività criminale nel periodo sovietico (droga, prostituzione, gioco d’azzardo, ecc.).

Ø      i dirigenti ed i funzionari di corrotti del partito comunista.

Questa borghesia paralegale/illegale accrebbe fortemente il suo peso quantitativo e qualitativo durante il periodo gorbacioviano, tra il 1986 ed il 1991, venendo in parte alla luce del sole con le nuove leggi sulle piccole imprese e sulle cooperative (novembre ’86 e ’88), ma fu solo dopo l’agosto del 1991 che il variegato e multiforme gruppo sociale privilegiato degli imprenditori crebbe come un fiore in una calda e comoda serra, raggiungendo una prima e parziale forma di stabilizzazione alla metà degli anni Novanta.

Mentre in quel periodo un reddito di mille dollari al mese era considerato un privilegio per il cittadino ed il lavoratore medio russo, circa dodicimila persone ottennero nei primi anni Novanta delle entrate centinaia o migliaia di volte più elevate di quello dei produttori diretti meglio pagati della Russia.

«Molto più difficile è la stima delle fortune personali e del reddito annuo degli individui più ricchi, che cercano di nascondere al fisco buona parte dei dati in proposito. Secondo gli esperti, non più di mille persone in Russia misurano il loro reddito annuale in milioni di dollari. Circa diecimila (non molti, col metro americano, tedesco o giapponese) guadagnano da 100.000 a 500.000 dollari all’anno. Gli uomini d’affari, dal canto loro, considerano “ricco” chi guadagna almeno venti o trentamila dollari al mese. Per il cittadino medio di Mosca, chi arriva a mille dollari al mese è un benestante. Parlo di Mosca perché la maggior parte dei ricchi vivono nella capitale. In provincia, anche cinquecento dollari mensili sono un buon reddito.»[16]

Grazie al processo di privatizzazione delle risorse del paese, nel 1995-96 l’alta borghesia russa ottenne gratis e senza alcuno sforzo finanziario da parte sua la proprietà delle aziende energetiche e delle principali fonti di materie prime del paese, come risulta ormai anche dai dati ufficiali forniti nel marzo del 2006 dalla nuova amministrazione Putin, al punto che parallelamente anche il tenore di vita della nuova oligarchia fece un salto di qualità decisivo. Secondo stime approssimative il fondo di consumo annuale della borghesia russa è salita nel 1996 fino a 45 miliardi di dollari, somma di alcune volte superiore alla spesa globale del paese per il settore militare e spaziale, mentre il livello di soddisfazione reale dei bisogni materiali e della nuova classe egemone è risultato enormemente superiore a quello minimale, raggiunto in precedenza nel 1988/90, sia sotto l’aspetto quantitativo che per quello qualitativo, visto che la borghesia russa gode ormai di enormi privilegi materiali e si appropria di una quota dominante della produzione sociale e del surplus esistente sul suolo russo.

«Per tutti coloro che sono saliti al di sopra di un certo livello una Mercedes 500 o 600 è diventata di rigore: negli anni 1992-96 sono state comprate nella sola regione di Mosca più automobili di questo tipo che in tutta Europa nel corso di un decennio. Ogni mese vengono acquistati a Mosca dai “nuovi russi” tre o quattromila appartamenti in edifici esclusivi. Negli ultimi anni case-fortezze di mattoni per i “nuovi russi” sono state costruite a migliaia nelle aree suburbane vicino a Mosca, e su scala minore in altre regioni. Somme molto più cospicue sono state destinate all’acquisto di beni immobili fuori della Russia. Il paese più in voga sono Spagna, Stati Uniti, Cipro, Portogallo, Grecia e Francia, ma i “nuovi russi” non hanno trascurato Svizzera, Inghilterra, Italia, Canada, Germania e Austria. Oltre a case e terreni comprano titoli. Gli uomini d’affari russi hanno investito miliardi di dollari in banche americane e tedesche.

I “nuovi russi” amano anche viaggiare. Nel 1994 la loro spesa turistica all’estero (fuori dell’ex Unione Sovietica) ammontò a circa 7 miliardi di dollari: più della cifra prestata dal FMI alla Russia nel 1995. La spesa totale dei russi ricchi per consumi personali è stimata dagli esperti in 45 miliardi di dollari: parecchie volte più della spesa annua della Russia per le esigenze militari e della difesa.

I ricchi della Russia non apprezzano in genere che i mass media nazionali si occupino di loro. Alcuni aprono volentieri le porte dei loro palazzi a giornalisti occidentali, ma non gradiscono che i reportage di questi ultimi siano ripresi da pubblicazioni russe. Vladimir Bryncalov, per esempio, fu dapprima lieto di vedere nella rivista francese Paris Match e nella tedesca Dunte decine di fotografie che mostravano il lusso in cui vivevano. La rivista francese scriveva:

«Vladimir Bryncalov è uno degli uomini più ricchi della Russia. Il suo patrimonio personale è stimato in 1,5-1,8 miliardi di dollari. Bryncalov vive, mangia e si veste come uno zar. È protetto da venti o trenta guardie del corpo armate fino ai denti. La sua villa è situata non lontano da Mosca. È un palazzo d’oro, ogni angolo sfavilla di ricchezza. Sembra che abbia tutto: cose d’antiquariato, icone, servizi da tavolo d’oro, cristallerie, dipinti di maestri antichi; tesori non minori di quelli custoditi al Cremlino. Ha ordinato arredi a Versace, lussuosi lampadari a Baccard e i migliori pittori russi di icone hanno decorato i soffitti delle stanze del suo palazzo con immagini di santi. Gli intarsi sulle pareti provengono dai suoi laboratori, le porcellane per i suoi banchetti sono di sua fabbricazione, le sete sono dei suoi stabilimenti tessili. Così egli vive con la sua zarina, Natalja. (…) Come è possibile diventare tanto ricchi così in fretta senza essere un criminale? Dopo aver messo a segno il suo primo milione, Bryncalov cominciò a comprare aziende farmaceutiche una dietro l’altra. “Mi sono concentrato sui prodotti farmaceutici – dice – perché la medicina è una cosa di cui hanno bisogno tutti”. Oggi possiede una società finanziaria che controlla il 30% della produzione russa di medicinali.»[17]

Secondo un rapporto della sezione economica dell’Accademia russa delle scienze, effettuato nel 1994, tre soli anni di controrivoluzione economico-sociale avevano determinato un profondo cambiamento nel livello di soddisfazione dei bisogni delle classi della Russia post-sovietica.

«Il reddito del 10% dei cittadini russi più abbienti è stato dieci volte superiore a quello del 10% meno abbiente. Un terzo della popolazione ha un reddito inferiore al “minimo di sussistenza” ufficiale, e il 10%, pari a 15 milioni di persone, è sotto la soglia di quanto è considerato necessario per la sopravvivenza fisica. Ciò segnala l’entrata della società in una fase di grave conflitto sociale (…) Nella popolazione è in corso un processo di emarginazione. Cresce il numero dei mendicanti, dei senzatetto, degli alcolizzati, dei tossicomani e delle prostitute; aumentano le nascite di bambini con anomalie. (…) Sembra piuttosto che il nostro paese sia stato rigettato indietro di due secoli, all'”età selvaggia” del capitalismo, l’età dell’accumulazione primitiva.»[18]

Considerazioni analoghe possono essere effettuate anche per i processi di riforme/controriforme economico-sociale (e politiche), purché reali e in grado di modificare almeno in parte la distribuzione del reddito all’interno delle nazioni interessate: in questo senso l’Indonesia rappresenta un caso interessante – e ipersanguinoso – di controriforma capitalistica, attuata in breve tempo dai militari golpisti che nel 1965-66 rovesciarono il governo nazionalista e progressista di Sukarno, sterminando l’allora potente partito comunista dell’arcipelago ed uccidendo quasi un milione di contadini poveri ed operai.

«Gran parte delle terre redistribuite all’inizio degli anni Sessanta è tornata, dieci anni dopo, ai vecchi proprietari. Nonostante la legge prescrivesse che i prodotti dovevano essere divisi a metà tra il padrone della terra e il mezzadro, in molte regioni il proprietario ne teneva per sé il 70% o addirittura l’80%.

Ogni tentativo di applicare la riforma agraria o la legge sulla mezzadria era definito comunista.»[19]

Un’ultima massa di “fatti testardi e combinati” che esclude un ruolo centrale al livello di sviluppo delle forze produttive sociali nel determinare il livello reale, sia assoluto che relativo, dei livelli di soddisfazione dei bisogni delle diverse classi riprodotteesistenti nelle formazioni economico-sociali classiste, è composta dai processi storici prolungati di caduta/crollo del reddito reale delle masse popolari e dei produttori diretti, avvenuti nonostante il parallelo sviluppo quantitativo e qualitativo degli strumenti di produzione, verificatisi a dispetto di un aumento vistoso della ricchezza sociale e compiuti in presenza di un aumento della massa di surplus divenuta disponibile nelle formazioni statali interessate.

L’esperienza storica vissuta dalla classe operaia britannica tra il 1770 ed il 1840 è sotto questo profilo molto significativa: secondo dati statistici abbastanza precisi, il reddito reale degli operai inglesi risultava pari a quota 50 nel 1760, prendendo come base di partenza l’anno di grazia 1430 (uguale 100), mentre esaminando i sei decenni dopo il 1760 il potere d’acquisto reale della classe lavoratrice inglese era ormai   sceso nel 1819-20 a quota 45, nonostante che nello stesso periodo la produzione industriale inglese  fosse triplicata nel giro di soli sessanta anni.[20]

Sebbene il surplus e la massa di mezzi di produzione/di consumo disponibili nel Regno Unito si fossero enormemente accresciuti in quella fase storica, per effetto della rivoluzione industriale e del grande balzo in avanti compiuto dal livello scientifico-tecnologico, il livello di bisogni soddisfatti dalla classe operaia diminuì in modo abbastanza consistente anche in termini assoluti, senza contare l’aumento esponenziale del grado di disuguaglianza socioeconomica esistente tra la borghesia ed il proletariato.

Lo storico inglese A. L. Morton ha notato in modo corretto che «i lavoratori inglesi, a differenza di quelli del resto dell’Europa, furono i soli a non trarre vantaggio dalla Rivoluzione francese e dalle guerre che seguirono, rimanendo, nel proprio paese, l’unica classe che al termine di queste guerre non risultò più ricca, ma addirittura più povera. Ciò è specialmente vero per i lavoratori agricoli, e sarebbe difficile dire se il loro disagio fu causato più dall’aumento dei prezzi durante la guerra o dalla diminuzione che seguì.

Dal 1793 al 1815 ogni palmo di terreno disponibile fu arato per seminarvi grano: per quanto povera e poco adatta fosse la regione, vi era sempre la possibilità di un profitto con prezzi che si aggiravano attorno ai cento scellini il Quarter. Di conseguenza, l’agricoltura diventò pericolosamente specializzata, e quando si verificò la caduta dei prezzi, i contadini che disponevano soltanto di terra poco redditizia si trovarono privi di risorse. Inoltre, più aumentava il prezzo del grano maggiore era l’incentivo alla recinzione, e le recinzioni più ingiuste erano le più facili da ottenere. I più desolati terreni aperti e gli orti più piccoli furono incorporati dai grandi proprietari, ansiosi di trasformarli in danaro. I fittavoli (“i contadini ricchi”) prosperavano, ma non quanto i possidenti. Soltanto le paghe dei lavoratori scesero continuamente. Quando venne avanzata una proposta, nel 1805, per fissare un minimo salariale, la si mise in burla sostenendo che fissare un salario sulla base del prezzo del pane nel 1780, quando la paga media era di nove scellini, avrebbe significato un salario di una sterlina e undici scellini e mezzo. I salari reali pagati in questo periodo non raggiungevano certo, in media, che un terzo di questa cifra.»[21]

Dopo il 1815, la pace ritornò in Europa con la vittoria della coalizione antinapoleonica e si assistette parallelamente ad un nuovo salto di qualità del livello di sviluppo delle forze produttive in Gran Bretagna, ma le condizioni di vita materiali dei lavoratori inglesi peggiorarono ancora per alcuni anni, specie nel segmento socioproduttivo dei salariati agricoli.

«Nel 1816 il prezzo del grano diminuì, e con esso i salari, ma i canoni d’affitto e i prezzi dei generi alimentari rimasero alti. Si ebbero così sommosse, che nelle contee cerealicole dell’Angla orientale assunsero quasi il carattere di una rivolta generale. Furono incendiate case e prodotti agricoli. A Bury St. Edmunds e a Norwich gli agricoltori e i dimostranti si affrontarono per le strade. A Littleport, nell’isola di Ely, una breve insurrezione terminò con uno scontro armato in cui due lavoratori vennero uccisi e settantacinque imprigionati. Cinque di questi furono impiccati e nove deportati. Il risultato fu un aumento generale, seppur temporaneo, dei salari.

Ma la tendenza generale era orientata verso un abbassamento continuo del tenore di vita. Il sistema di Speenhamland del 1795, basato sul minimo necessario per vivere, aveva concesso a una famiglia di quattro persone sette pagnotte e mezzo da un gallone: nel 1831 se ne concedevano soltanto cinque. In poco più di una generazione la popolazione rurale passò da un’alimentazione media basata su carne, pane e birra a un’altra basata su patate e cereali.»[22]

Tra i molti altri esempi disponibili di riduzione nel lungo periodo del salario reale dei produttori diretti, avvenuti in presenza di un aumento contemporaneo del livello di sviluppo delle forze produttive, si possono ricordare:

Ø      il caso italiano durante la dittatura fascista. Tra il 1922 ed il 1939, prima dunque dello scoppio del secondo conflitto mondiale, il potere d’acquisto reale degli operai e dei braccianti italiani in media scese almeno del 30%, nonostante che in quei tristi diciotto anni il prodotto nazionale lordo italiano avesse conosciuto un modesto aumento assoluto e la massa dei profitti accumulati dalla borghesia invece quasi un boom, specie poco prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale imperialistico.[23]

Ø      il caso statunitense del 1973-1995. Sebbene durante i due decenni presi in esame il prodotto nazionale lordo e la produttività media statunitense fossero aumentati in modo consistente, il salario reale dei lavoratori americani dell’industria di servizi diminuì invece simultaneamente di più di un decimo, secondo le stesse statistiche ufficiali: mentre il PIL per abitante è cresciuto negli Stati Uniti del 36% tra il 1973 ed il 1995, il potere d’acquisto reale dell’operaio qualificato statunitense è calato in media nello stesso periodo del 12%.[24]

In estrema sintesi, la stridente contraddizione esistente tra il processo di aumento della ricchezza sociale e l’impoverimento assoluto dei lavoratori salariati non può essere spiegata da teorie economicistiche, basate sul primato dello sviluppo delle forze produttive sociali, mentre l’analisi sia dei rapporti di forza politico-sociali creatisi tra le diverse classi che della loro dinamica progressiva può invece riuscire in tale compito e risolvere facilmente l’enigma.

Passando ad un altro “sospetto”, sempre la pratica storica esclude con assoluta sicurezza che la superiorità culturale-ideologica garantisca anche la riproduzione costante dell’egemonia nell’appropriazione del prodotto sociale e del surplus, nell’appropriazione dei livelli più elevati di soddisfazione dei bisogni materiali.

Infatti proprio la storia dell’Eurasia nel periodo compreso tra il 2000 a.C. ed il 1450 d.C. è segnata da tutta una serie di invasioni vittoriose compiute da popolazioni nomadi-pastorizie ancora molto arretrate sul piano culturale, in grado di sconfiggere dei popoli agricoli-sedentari e delle classi socialmente privilegiate dotate di un patrimonio culturale ed ideologico molto superiore rispetto a quello accumulato dai loro rozzi e barbari conquistatori; solo con il passare del tempo, e non sempre, le nuove classi dominanti sul piano socioproduttivo e politico-militare impararono a controllare ed a utilizzare i multiformi strumenti teorici e culturali detenuti in precedenza dai vecchi gruppi sociali egemoni, senza che il loro precedente e prolungato stato di inferiorità culturale ed ideologica pregiudicasse il processo di conservazione di livelli dominanti di soddisfazione nella sfera dei bisogni materiali, durante la fase di “apprendistato” culturale.

Si pensi solo, a titolo di esempio estremo, alle feroci invasioni effettuate dalle popolazioni nomadi mongole che distrussero il potere politico e, in parte, anche quello economico dell’aristocrazia fondiaria autoctona della Cina, la quale durante il XIII secolo d.C. espresse sicuramente uno dei più alti livelli mondiali del tempo in termini di raffinatezza culturale, e di conoscenze tecnico-scientifiche non militari: a dispetto di tale supremazia culturale, le sofisticate dinastie cinesi dei Jin e dei Song furono spazzate via per sempre da nuovi gruppi dirigenti composti in gran parte da rozzi ed astuti analfabeti.[25]

Seppur in un contesto storico molto diverso, anche i vittoriosi processi rivoluzionari avvenuti nel XX secolo sono stati attuati da classi sociali ferocemente sfruttate e private forzatamente del possesso dei più avanzati strumenti culturali ideologici, almeno nella loro grande maggioranza: un popolo prevalentemente contadino come quello vietnamita riuscì ad esempio a sconfiggere una grande potenza mondiale egemone anche in campo tecnologico e culturale, logorando fino alla vittoria finale sia gli Stati Uniti, con i suoi avanzatissimi istituti universitari e la sua parziale egemonia culturale planetaria (il cinema di Hollywood, la musica, i fumetti, ecc.), che le colte classi dominanti del Vietnam del sud, la borghesia e l’aristocrazia fondiaria autoctona.

Saltando a questo punto ad un sesto processo di esclusione, si è già visto in precedenza come il semplice possesso dei mezzi di produzione, se e quando scollegato e scisso dalla protezione offerta dalle strutture politico-militari e dagli apparati statali, se e quando scollegato e scisso dalla “rete di sicurezza” costituita dal controllo dei molteplici organi degli stati classisti, manifesti rapidamente la sua fragilità rispetto ai pericoli interni ed esterni, provenienti dalla sfera nazionale o internazionale e cessi di influenzare in modo determinante le relazioni sociali di produzione.

Analizzando la rivoluzione bolscevica nel 1917, si è notato che «i proprietari, privati della possibilità di disporre della proprietà e persino di difenderla, cessavano di essere autentici proprietari, e diventavano abitanti fortemente spaventati…» (Trotzky): più in generale, senza il supporto costituito dal “sistema di costruzione chiamato diritto e stato” e senza l’aiuto costante fornito dalla forza militare “parastatale” a disposizione delle classi egemoni, i rapporti di produzione e distribuzione classisti diventano intrinsecamente fragili ed il possesso dei mezzi di produzione sociali vede svanire rapidamente gran parte della sua forza d’urto politico-sociale, venendo subito messi in pericolo o distrutti dall’attacco dei produttori diretti sfruttati o dei loro alleati di classe internazionali (si pensi solo agli interventi dell’Armata Rossa in Ucraina e nel Caucaso tra il 1919 ed il 1921, nel 1939-44 nei paesi baltici, nel 1944/48 in Europa orientale, ecc.). Vanno in questo senso anche le invasioni straniere, quando non hanno ancora prodotto processi di espropriazione.

Infine devono essere eliminati dal cerchio degli “indagati” anche la ciclica comparsa di crisi economiche, quando queste ultime non inneschino – per vari motivi –  dei processi reali in grado di trasformare l’involucro politico-sociale ed i rapporti di forza politico-sociali esistenti in precedenza tra le diverse classi.

Come si è già visto fin dai primi capitoli del libro, le classi egemoni sul piano socioproduttivo spesso hanno saputo mantenere il proprio dominio economico e la loro egemonia nei rapporti di produzione classisti anche in presenza di catastrofi economiche di particolare gravità, quando queste non furono collegate all’azione politico-sociale di forze antagoniste sufficientemente forti e dotate della necessaria massa critica minimale di potenza: si pensi solo alla Germania del 1923, anno in cui la borghesia tedesca riuscì a conservare i suoi profitti ed ingenti proprietà a dispetto della compresenza di processi inflattivi terrificanti e del peggior disastro socioproduttivo mai verificatosi nella storia del capitalismo occidentale, oppure alle borghesie di tutto il pianeta durante gli anni Trenta, rimaste salde nel loro dominio politico-economico a dispetto della presenza di una depressione economica mondiale senza precedenti nella storia plurisecolare della formazione economico-sociale capitalistica (ed ultimamente  fa impressione il default argentino del 2001/2002, risultato alla fine privo di reali conseguenze socioproduttive nel paese latino-americano).

A questo punto si possono tirare le somme, dopo aver eliminato progressivamente tutta una serie di “sospetti” e tratto da tale processo di esclusione parecchi “indizi”, combinati tra loro.

Da tutti i precedenti processi di selezione, la forza politico-sociale, i rapporti di forza politici e la loro dinamica concreta emergono chiaramente come centrali e decisivi nel determinare gli esiti delle lotte tra le diverse classi e frazioni di classi, e pertanto nel determinare e fissare i vari livelli di soddisfazione dei bisogni materiali raggiunti via via dai diversi gruppi sociali in conflitto/cooperazione, sempre dato e presupposto un grado di sviluppo delle forze produttive sociali almeno di tipo “neolitico” ed una massa critica minimale di mezzi di consumo indispensabili per la riproduzione della forza-lavoro; solo in base all’egemone correlazione generale di potenza politica (e politico-militare) esistente tra le classi contano, operano ed interagiscono in forma subordinata i rapporti di forza economici, creatisi volta per volta tra i diversi gruppi sociali, nella costante lotta per l’appropriazione dei mezzi di produzione, del surplus e del prodotto sociale.

Il primato della “canna di fucile”, il primato della forza politica e politico-militare nella soluzione dei conflitti economici e materiali rappresenta una tesi storica già elaborata da alcuni autori, anche se in modo parziale e frammentario, ancora prima di Mao. Proprio le fonti storiche filoschiavistiche degli antichi romani hanno reso immortale la frase che avrebbe pronunciato Brenno, il capo delle tribù celtiche che conquistarono Roma nel 384 a.C.: quando Brenno riscosse il pesante tributo in oro imposto alla città sconfitta, secondo una leggenda iperconosciuta egli rispose alle rimostranze dei notabili locali affermando “Vae victis”, “guai ai vinti”.[26]

Più di due millenni dopo, anche K. Marx rilevò nel Capitale che la lotta di classe ininterrotta creatasi tra la borghesia ed il proletariato in relazione alla durata dell’orario di lavoro giornaliero, che “tra diritti uguali decide la forza”; ben scritto, vecchia talpa.[27]

Ogni gruppo sociale, parlando astrattamente, vanta infatti un “diritto eguale” ad ottenere una soddisfazione ottimale e “massimalistica” dei propri bisogni materiali e solo i rapporti di forza, principalmente quelli politici e politico-militari, determinano gli esiti concreti della lotta di classe ed il derivato grado di soddisfazione dei bisogni collettivi raggiunto volta per volta da ciascun gruppo sociale relativamente omogeneo; un fenomeno analogo si verifica anche nei processi di appropriazione dei mezzi di produzione, dato un grado di sviluppo minimale delle forze produttive sociali e la derivata presenza dell’effetto di sdoppiamento/ della produzione costante di surplus.

La grande rivoluzionaria polacca Rosa Luxemburg – grande purtroppo anche nei suoi frequenti errori teorici e politici – prese spunto dall’accanita resistenza opposta dalla borghesia belga all’estensione del diritto di voto agli operai del paese (“forme parlamentari così elementari”), resistenza che la classe operaia belga cercò invano di spezzare con il fallito sciopero generale del 1902, per arrivare a concludere che “la forza è e rimane l’ultima ratio anche della classe lavoratrice” e la legge suprema per gli esiti delle lotte di classe, “ora allo stato latente, ora in atto”, contro tutte le tesi dei “legalitari socialisti” (l’odierna socialdemocrazia, intesa in senso ampio).

Nel 1902 Rosa Luxemburg scrisse: «La storia di tutte le rivoluzioni del passato ci mostra che movimenti di violenza popolare, assai lungi dall’essere un prodotto arbitrario e cosciente dei cosiddetti “campi” o dei “partiti”, come si immaginano il poliziotto e lo storico borghese ufficiale, sono piuttosto fenomeni sociali del tutto elementari (…) e che trovano la loro origine nella natura di classe della società moderna (…)

È sufficiente tener presente questi semplici dati di fatto, per rendersi conto che la questione: rivoluzione o passaggio puramente legalitario al socialismo?, non riguarda la tattica socialdemocratica, ma innanzi tutto un problema di sviluppo storico. In altre parole: eliminando la rivoluzione della lotta di classe proletaria, i nostri opportunisti vengono al tempo stesso a decretare né più né meno che la violenza ha cessato di essere un fattore della storia moderna.

Questo è il nocciolo teorico della questione. Basta solo formularlo che la follia di tale punto di vista balza agli occhi. La violenza, non solo con l’avvento della “legalità” borghese, del parlamentarismo, non ha cessato di giocare il ruolo storico, ma è oggi esattamente come in tutte le precedenti epoche storiche la base dell’ordine politico costituito. L’intero stato capitalista riposa sulla violenza, e ne è di per sé una prova sufficiente e patente la sua organizzazione militare, e non avvertire ciò costituisce un vero miracolo di abilità del dottrinarismo opportunista (…) Se un “libero cittadino” contro la sua volontà è posto coercitivamente in uno spazio ristretto ed inabitabile, e ivi trattenuto per un certo tempo da un altro individuo, ognuno capisce trattarsi di un atto di violenza. Ma non appena ciò avviene sulla base di un libro stampato, chiamato codice penale, e il luogo assume il nome di “regio carcere o penitenziario prussiano”, l’operazione si trasforma in un atto di pacifica legalità. Se un uomo è costretto da un altro, contro la propria volontà, all’uccisione sistematica dei propri simili, si tratta di un atto di violenza. Non appena però la stessa cosa prende il nome di “servizio militare”, il buon borghese si figura di respirare nella piena quiete della legalità. (…) In una parola: ciò che si presenta come legalità borghese, non è altro che la violenza della classe dominante aprioristicamente elevata a norma precettiva (…) A ciò va commisurato il fantasioso di tutta quanta la teoria del legaritarismo socialista. Mentre le classi dominanti e tutto il loro ambito d’azione, in tutto il loro fare e disfare, fanno perno sulla violenza, soltanto il proletariato in lotta contro queste classi dovrebbe aprioristicamente e una volta per tutte rinunciare (…).

Se persino forme parlamentari così elementari, puramente borghesi, per nulla esorbitanti dal quadro dell’ordine esistente, come un diritto elettorale paritetico scatenano la forza bruta dell’apparato statale borghese, ogni speculazione su una pacifica abolizione parlamentare della violenza statale capitalistica, dell’intero dominio di classe, non è dunque che un ridicolo fantastico parto dell’infantilismo politico.

E ancora un’altra cosa la sconfitta belga sta a dimostrare! Dimostra ancora una volta che i legalitari socialisti, prendendo la democrazia borghese per la forma storica predestinata alla graduale realizzazione del socialismo, non operano con una forma concreta di democrazia, con un concreto parlamentarismo, con quali conducono una triste e grama esistenza quaggiù sulla terra, ma con una democrazia immaginaria, astratta, concepita al di sopra delle classi, in eterno progresso e in continuo sviluppo (…) La forza è e rimane l’ultima ratio anche della classe lavoratrice, la legge suprema della lotta di classe, ora allo stato latente, ora in atto. E se rivoluzioniamo le teste con l’attività parlamentare e di propaganda, è in fin dei conti perché, in caso di necessità, la rivoluzione discenda dalle teste nei pugni.»[28]

Come era stato intuito anche da Karl Liebknecht nei suoi ultimi scritti teorici, la forza (il rapporto di forza) “rimane la legge suprema della lotta di classe” perché determina e condiziona in modo decisivo gli esiti dei processi ininterrotti di lotte politiche, sociali ed economiche aventi per oggetto la distribuzione del prodotto sociale e del surplus, oltre che ovviamente la conservazione/espropriazione del possesso dei mezzi di produzione.[29]

A questo punto i compagni attivi nelle lotte sindacali potrebbero obiettare: «Ma nel campo dei rapporti di produzione/distribuzione non pesano invece soprattutto i rapporti di forza (economici) diretti creatisi via via tra le diverse classi? Non contano e non pesano soprattutto, principalmente, essenzialmente le lotte economiche e “corporative”, i rapporti di forza materiali “faccia a faccia” che si creano via via tra sfruttatori e sfruttati, in modo diretto e senza l’intervento dei nuclei dirigenti politici e degli apparati statali? Cosa c’entra la sfera politica e lo stato con le condizioni di vita materiali delle classi sociali, con la loro dinamica storica e lotte economiche?»

Tutta un’esperienza storica plurimillenaria riafferma invece il primato della forza politica (politico-militare) nelle stesse relazioni economiche venutesi a creare tra le diverse classi e frazioni di classe, sia durante il loro svolgimento che rispetto al risultato finale dei conflitti, aventi per oggetto (almeno all’inizio e in via principale) le condizioni materiali di vita dei produttori diretti e delle masse popolari sfruttate.

Partiamo dalla prima sezione del “mosaico” in cui possono essere distinte le diverse lotte economiche ed i conflitti materiali di classe, l’insieme delle battaglie avvenute per la soddisfazione dei bisogni materiali omega (o alfa, rispettivamente) e degli scontri decisivi sul piano materiale.

Riprendendo per l’ennesima volta l’eredità teorica lasciataci da Lenin, si deve ribadire con il grande rivoluzionario russo che i processi rivoluzionari/controrivoluzionari si giocano essenzialmente sul terreno politico, venendo decisi principalmente sul piano politico (e politico-militare) e non in campo economico, avendo come punto di riferimento essenziale la potenza materiale globale posseduta concretamente dalle diverse tendenze antagoniste in conflitto: anche perché, in caso contrario, sarebbero assolutamente inspiegabili ed incomprensibili le vittorie carsicamente ottenute dai produttori e dalle masse popolari contro le classi privilegiate specie nel Ventesimo secolo, a dispetto della loro clamorosa inferiorità in termini di disponibilità di denaro, di mezzi di produzione e di propaganda.

Si deve ricordare per l’ennesima volta che nel 1902 Lenin combatté contro le concezioni economicistiche esposte dal menscevico V. Kricevsky sul rapporto esistente tra lotte economiche e politiche, concludendo giustamente che “gli interessi economici essenziali” e “decisivi” delle classi (alias: i bisogni omega/alfa) “possono essere soddisfatti solamente con trasformazioni politiche radicali in genere”, e pertanto possono essere soddisfatti (o non soddisfatti) solo nella sfera politica e attraverso l’azione politico-sociale, mediante la creazione e l’accumulazione di favorevoli rapporti di forza politici (e politico-militari).

«A pag. 44, protestando contro le accuse di eresia economica, secondo lui assolutamente ingiustificate, l’autore esclama pateticamente: “Quale socialdemocratico ignora che, secondo la dottrina di Marx e di Engels, gli interessi economici delle diverse classi hanno una funzione decisiva nella storia e che, per conseguenza, in particolare la lotta del proletariato per i suoi interessi economici deve avere somma importanza per lo sviluppo di classe e la sua lotta liberatrice?” (…) Questo “per conseguenza” è assolutamente fuori posto. Dal fatto che gli interessi economici esercitano una funzione decisiva non consegue affatto che la lotta economica (uguale professionale) sia di sommo interesse, perché gli interessi essenziali, “decisivi”, delle classi possono essere soddisfatti solamente con trasformazioni politiche radicali in genere, e particolarmente, l’interesse economico fondamentale del proletariato può essere soddisfatto solamente con una rivoluzione politica che sostituisca alla dittatura della borghesia la dittatura del proletariato. V. Kricevsky ripete il ragionamento dei “V.V. della socialdemocrazia russa” (la politica segue l’economia, ecc.) e dei bernsteiniani della socialdemocrazia tedesca (con un ragionamento analogo, Woltmann, per esempio, dimostrava che gli operai devono incominciare ad acquistare la “forza economica” prima di pensare alla rivoluzione politica).»[30]

Una seconda sezione del “mosaico” è composta dalle lotte createsi su scala internazionale, aventi per oggetto principale/secondario la soddisfazione degli interessi materiali delle classi egemoni da esse proiettati nell’arena interstatale, variegati e cangianti a seconda del modo di produzione dominante all’interno delle diverse formazioni statali interessate.

Come si già notato in precedenza, i rapporti di forza politico-militari (che comprendono e si fondono con quelli militari-tecnologici e paramilitari) determinano volta per volta vincitori e sconfitti, esiti finali e ruoli egemoni tra i diversi attori degli scontri internazionali, violenti o “pacifici” (pericoli di guerra con relative crisi diplomatiche, guerre fredde e scontri indiretti per interposta persona per il controllo di determinate aree geopolitiche, ecc.); pertanto le diverse correlazioni di potenza politiche (politico-militari, militar-tecnologiche e paramilitari) determinano anche la quantità/qualità dell’appropriazione del surplus all’interno delle diverse aree geopolitiche e/o formazioni statali, l’appartenenza al “centro” o alla “periferia” produttiva dei diversi stati e/o aree geoeconomiche, il flusso di tributi e di surplus da una zona all’altra del mondo e il processo di sfruttamento delle risorse su scala internazionale. Per rimanere alla nostra epoca contemporanea, i dirigenti ed i principali azionisti della multinazionale Exxon sanno benissimo che senza il supporto decisivo dell’esercito, della marina e dell’aviazione statunitense i campi petroliferi in possesso della loro azienda nel Golfo Persico non rimarrebbero di “loro” proprietà che per alcuni mesi, nel migliore dei casi: se anche non lo sapessero, la pratica storica si occuperebbe di ricordarglielo e dimostraglielo con argomenti materiali molto convincenti (Iran 1952-53 e 1979, ecc.)

Una terza sezione comprende al suo interno tutte le lotte di classe economiche e “corporative” verificatesi prima del 1824, prima della parziale legalizzazione dei sindacati verificatasi in Gran Bretagna dopo quasi sei decenni di Rivoluzione industriale.

Per sei millenni quasi tutte le rivendicazioni materiali dei produttori diretti, quasi tutte le lotte economiche del proletariato storico si sono svolte in condizioni di illegalità o di paralegalità, sia nelle formazioni economico-sociali precapitalistiche che nelle società borghesi, creando pertanto quasi sempre un’immediata politicizzazione degli scontri materiali e “corporativi” di classe attraverso l’intervento decisivo e diretto degli apparati statali negli scontri “diretti” tra sfruttati e sfruttatori, tra produttori diretti e possessori privilegiati delle condizioni materiali di produzione e del surplus: nella grande maggioranza dei casi, i nuclei dirigenti politici ed i gangli decisivi degli stati classisti hanno svolto un ruolo repressivo e di “boia” rispetto alle azioni rivendicative delle masse popolari, mentre in una ristretta minoranza di casi essi hanno invece adottato una tattica mediatrice, tesa ad una temporanea conciliazione degli opposti interessi e bisogni materiali delle classi in conflitto.

In entrambe le opzioni, la correlazione di potenza politica e il rapporto creatosi tra i “ribelli” ed i diversi apparati statali hanno determinato in modo decisivo sia gli esiti finali delle lotte di classe economiche che il grado reale di soddisfazione concreto dei bisogni materiali ottenuto dai diversi gruppi sociali, all’interno di conflitti materiali politicizzati (per forza di cose); solo le rivendicazioni economiche di piccoli gruppi di produttori diretti, in periodi di relativa stabilità delle formazioni economico-sociali classiste, potevano sfuggire a questi processi di politicizzazione integrale ed immediata delle lotte di classe economiche e corporative sviluppatesi prima del 1824 d.C.

A sostegno di tale tesi si può utilizzare la sintetica e splendida descrizione fornita da A. L. Morton sulle più antiche lotte economiche e sull’autorganizzazione degli operai britannici, a cavallo tra la prima fase di sviluppo del capitalismo manifatturiero (1350-1770) ed il primo periodo di esistenza del capitalismo industriale (1770-1824).

«I salariati, fin da quando cominciarono a esistere come classe, costituirono associazioni per difendere i propri interessi e diritti contro i datori di lavoro. Queste associazioni, varie per nome e per forma, quali la Grande Società del XIV secolo o gli organismi locali di mestiere, come le “ghilde di jeomen”, erano in sostanza sindacati (Trade Unions). Così avvenne che, quando il proletariato industriale allo scorcio del XVIII secolo cominciò ad acquistare coscienza di sé come gruppo, il Sindacato fu la forma di organizzazione adottata spontaneamente, e le prime lotte di questa classe furono ispirate da quello che possiamo oggi chiamare sindacalismo rivoluzionario. L’arma era a portata di mano. Nonostante che nel XVIII secolo le organizzazioni dei lavoratori fossero costrette all’illegalità, permangono tracce della loro attiva presenza. Un proclama emesso nel 1718 contro i circoli clandestini del Devon e del Somerset, lamenta che “molti cardatori e tessitori di lana (…) hanno osato adoperare un sigillo comune e agire come Organi Corporativi, promulgando, e illegalmente cospirando, per mettere in atto certe leggi od ordini, onde fissare chi ha diritto all’occupazione, quali e quanti apprendisti e giornalieri ciascuno deve assumere (…) E quando alcuni dei suddetti cospiratori sono disoccupati perché i loro padroni non vogliono sottomettersi a questi pretesi ordini e irragionevoli richieste, essi li aiutano con denaro fino a che possono trovare una nuova occupazione, onde costringere i padroni a riassumerli per necessità di altra manodopera.»

Trecento lavoratori lanieri di Norwich, nel 1754, volendo ottenere un aumento salariale, si ritirarono su una collina a tre miglia dalla città e costruirono capanne nelle quali vissero per sei mesi, aiutati dalle sovvenzioni dei loro compagni. Verso il 1721 i sarti di Londra ebbero una loro potente e permanente Unione, e all’inizio del XVIII secolo sono note le associazioni e le distruzioni di macchinario nelle industrie di maglieria a Nottingham.

Queste organizzazioni erano passibili di azioni giudiziarie per cospirazione secondo la Legge Comune, o per atti “dannosi al commercio”, e nel 1726 furono espressamente dichiarati illegali nell’industria laniera con una Legge del Parlamento. Ma fino all’avvento della Rivoluzione industriale e della industria manifatturiera su vasta scala furono necessariamente localizzate e ridotte a piccoli organismi di artigiani, pericolosi per i datori di lavoro ma non avvertiti come minaccia dal complesso dell’organizzazione statale. Queste unioni di mestiere furono spesso tollerate, ad eccezione dei periodi di crisi, poiché la legislazione vigente era considerata abbastanza forte per mantenere la loro attività nei debiti limiti.

La Rivoluzione industriale mutò queste unioni consentendo più vaste e più formidabili alleanze. Quando il malcontento nell’industria si scontrò col Giacobinismo politico, la classe dominante terrorizzata passò ad azioni più drastiche, i cui risultati furono sanzionati dalle Leggi sulle Associazioni del 1799 e del 1800 (…) La legge del 1799, lievemente modificata nel 1800, rese illegale ogni associazione con l’accusa di ostacolo al commercio, cospirazione o reati del genere, provati o non provati che fossero. In teoria, la Legge si applicava anche ai datori di lavoro, ma mentre i lavoratori venivano processati a migliaia, non risulta che ciò si sia verificato per un solo imprenditore. Troppo spesso i magistrati che dovevano fare rispettare la legge erano essi stessi gli imprenditori che l’avevano violata. Anche le azioni giudiziarie in base alla vecchia legge comune continuarono a essere numerosi.

Contro i Sindacati già esistenti la Legge non fu fatta rispettare regolarmente, per quanto vi siano stati casi noti come quelli dei compositori del “Times” nel 1810 e dei carrozzai nel 1819. I più colpiti furono i lavoratori tessili. “Le sofferenze delle persone occupate nell’industria cotoniera, scrisse Place, furono incredibili: esse vennero indotte ad associarsi, e poi tradite, processate, arrestate, condannate, e subirono penalità mostruosamente severe, tanto da ridursi nelle più desolate condizioni di esistenza”.

Verso il 1800 le paghe relativamente alte percepite in alcuni settori dell’industria tessile appartenevano ormai al passato, e per vent’anni continuarono ad abbassarsi. La severità della legge non riuscì ad impedire la costituzione di Unioni, e davvero vi sono pochi episodi più splendidi nella storia della classe operaia, del modo con cui la Legge contro le Associazioni venne sfidata. Ma essa impedì che le Unioni avessero probabilità di successo. Gli scioperi erano abbastanza frequenti e tenacemente effettuati, ma il risultato era sempre lo stesso: arresti in massa, scioglimento delle organizzazioni e nuove riduzioni di salari. Caratteristico di questo periodo fu nel 1815 il lungo sciopero dei marittimi del Tyne e del Wear, contro la diminuzione degli equipaggi, sciopero spezzato soltanto dall’intervento della truppa e contrassegnato da una così evidente malafede degli armatori, da scandalizzare persino il rappresentante del Ministero degli Interni mandato sul posto da lord Sidmouth.»[31]

Dopo il 1813-15 e la fine delle guerre antinapoleoniche, il processo di politicizzazione delle lotte economiche operaie diventò sempre più evidente nella coscienza degli stessi lavoratori protagonisti dei conflitti: l’intervento dell’apparato statale/parastatale continuò a pesare continuamente a favore della borghesia, mentre le petizioni popolari per ottenere condizioni di vita migliori venivano sistematicamente ignorate dal governo e dal parlamento britannico, molto più interessato a proteggere le nuove macchine industriali dai tumulti operai “luddisti” che alla salute dei salariati del paese.

«Il radicale Samuel Bumford descrive l’improvviso scoppio dei conflitti di classe che caratterizzarono la crisi post-bellica: ” (…) Una serie di torbidi cominciò con la proposta di una legge sul grano nel 1815 e continuò, con brevi intervalli, fino alla fine del 1816. A Londra e a Westminster scoppiarono tumulti che continuarono per diversi giorni, mentre si discuteva la legge; accadde lo stesso a Bridport in occasione dell’aumento del prezzo del pane; a Bideford per impedire l’esportazione del grano; a Bury quando i disoccupati tentarono di distruggere le macchine; a Ely non senza spargimento di sangue. A Newcastle sul Tyne si rivoltarono minatori e altri operai; a Glasgow, si verificarono sanguinosi tumulti per le cucine popolari; a Preston si ribellarono i lavoratori tessili disoccupati; a Nottingham vennero distrutti trenta telai; a Birmingham tumultuarono i disoccupati; a Walsall gli espropriati, e il 7 dicembre 1816, a Dundee, a causa dell’alto prezzo delle derrate, furono saccheggiati più di cento negozi”. La rivolta luddista si concentrò nella regione tessile di Nottingham, dove l’introduzione di telai per calze in un’industria semiartigiana, aveva fatto calare i prezzi al punto che i calzettai artigiani non potevano più vivere. Si ebbero pure distruzione di macchine nel West Riding e altrove, nonché rivolte, alcune delle quali assai aspre prima e dopo l’approvazione della “Legge sulla Combinazione” del 1799 e del 1800.

Ciò che distinse tali primi tumulti da quelli che seguirono a Waterloo, fu il carattere consciamente politico di questi ultimi. Masse di lavoratori cominciavano a rendersi conto, come dopo il risultato della feroce legislazione di classe e del rifiuto opposto alle continue petizioni per un salario bastevole di migliori condizioni di vita, che l’apparato statale era nelle mani dei loro oppressori. La richiesta di una riforma parlamentare attorno a cui si erano concentrate le agitazioni di questi anni, non fu quindi tanto un’aspirazione ad un’astratta democrazia, quanto un tentativo delle masse di esercitare il controllo sul Parlamento onde difendere i propri interessi.

La Legge sul grano del 1815, stabilita dagli agrari per tenere alti i prezzi mentre i salari diminuivano ovunque, diede nuovo impulso all’agitazione politica.»[32]

La quarta sezione è costituita dalle lotte di classe economiche effettuate dopo il 1824 in scenari storici reazionari ed apertamente antioperai, caratterizzati dalla presenza di:

–         regimi politico-sociali fascisti

–         dittature militari filocapitalistiche

–         regimi coloniali/semicoloniali/neocoloniali.

Anche in questo segmento di esperienze storiche, risulta subito evidente il processo di politicizzazione immediata che assumono in questi scenari storici tutte le lotte economiche, “professionali” e corporative sviluppatesi tra produttori diretti e possessori delle condizioni materiali della produzione e del surplus, e tale dinamica determina subito la centralità dei rapporti di forza politici (e politico-militari) per il successo/l’insuccesso delle rivendicazioni materiali non-rivoluzionarie delle masse popolari e per il loro conseguente livello di appropriazione del prodotto sociale.

Fra i tanti casi, si può prendere in esame la situazione brasiliana nel periodo compreso tra il 1964 ed il 1983.

Dopo il putsch militare spalleggiato dalla CIA, che nel 1964 rovesciò il governo di Joao Goulart – latifondista, ma cattolico progressista ed eletto attraverso procedure ineccepibili anche secondo i sacri canoni liberaldemocratici – la dittatura del generale Castelo Branco instaurò un regime di terrore e torture di massa, con il solito e quasi scontato appoggio dei circoli dirigenti di Washington: anche la lotta di classe economica in Brasile passò per due decenni tra le forche caudine dell’illegalità e del pau de arara, il cosiddetto “trespolo del pappagallo” a cui spesso venivano appesi dai servizi segreti brasiliani i sindacalisti operai ed i leader contadini arrestati, i militanti di sinistra ed i preti di base scomodi.

Dopo il golpe del 1964 «il Parlamento venne chiuso, l’opposizione politica ridotta di fatto al silenzio, sospeso l’habeas corpus per i “reati politici”, vennero proibite per legge le critiche al presidente, i sindacati operai furono affidati ad agenti governativi; la crescente protesta veniva accolta da polizia e militari che sparavano sulla folla e sulla scena latinoamericana entrò l’uso delle “sparizioni” sistematiche come strumento di repressione; le case dei contadini venivano bruciate, i sacerdoti brutalizzati. Il governo aveva battezzato questo programma “riabilitazione morale” del Brasile. Poi vennero le torture e gli squadroni della morte, entrambi ampiamente legati alla polizia e ai militari ed entrambi fiancheggiati dagli Stati Uniti.»[33]

L’elenco delle repressioni antisindacali dirette contro le lotte economiche dei lavoratori dipendenti potrebbe essere allungato a dismisura, prendendo in esame anche le brutali repressioni (piccole/grandi) operate per secoli dal colonialismo occidentale nei confronti dei bisogni e delle rivendicazioni materiali, anche minimali, espresse dai produttori diretti e dalle masse popolari dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia: i contadini e gli operai dell’universo coloniale/neocoloniale trovarono sempre alle spalle dei loro diretti padroni i fucili degli apparati statali coloniali, la loro forza d’urto e di repressione/intimidazione, non avendo di regola altra scelta tra l’organizzazione di ribellioni armate (quasi sempre sconfitte, purtroppo) o l’acquiescenza forzata rispetto alle tremende condizioni di vita e di lavoro che dovevano subire costantemente.

Ad esempio era stata proprio l’azione ed il terrore creato dal potere repressivo dell’apparato coloniale spagnolo, più che la forza e la violenza espressa in prima persona dalla borghesia manifatturiera del luogo, a vincolare gli indios-operai semischiavizzati del Diciottesimo secolo a luoghi di lavoro molto simili a prigioni: secondo la descrizione degli opifici (obraies) del Perù effettuata da Jorge e Antonio de Ulloa, inviati da Filippo V di Spagna nella zona coloniale peruviana attorno al 1740, gli indios dovevano lavorare dalle 12 alle 14 ore al giorno, malnutriti ed alloggiati nel sudiciume, frustati e talvolta torturati dai loro padroni se non riuscivano a portare a termine i compiti loro assegnati.[34]

La quinta sezione del “mosaico”  è costituita dai conflitti economico-corporativi sviluppatisi in scenari politico-sociali caratterizzati dalla parziale e relativa tolleranza via via adottata, dopo il 1824, dai sistemi politico-giuridici e dagli apparati statali delle liberaldemocrazie borghesi nei confronti delle organizzazioni sindacali e degli scioperi operai; almeno dopo il 1870-1890, i conflitti sociali avvenuti negli involucri politico-sociali delle società capitalistiche liberalparlamentari sono stati contraddistinti di solito dalla contrattazione legalizzata via via sviluppatasi tra la borghesia e la classe operaia, attraverso i loro reciproci rappresentanti, in relazione alle condizioni materiali nei posti di lavoro (salari/orario/incentivi/ferie), e dalla parallela attività legale svolta su scala politico-parlamentare dai sindacati e dai lavoratori salariati nei confronti degli organismi politici delle liberaldemocrazie. Partendo dall’esperienza britannica post-1824, presa come modello in seguito da molte altre realtà capitalistiche, si è assistito pertanto ad un processo di legalizzazione parziale della lotta economica tra le classi, che ha consentito la progressiva creazione di uno spazio reale e considerevole per fattori “non-politici” di forza quali il livello concreto di concentrazione produttiva della manodopera, il grado reale di organizzazione sindacale dei lavoratori, le loro tradizioni di lotta/passività, il livello di disoccupazione via via esistente nei diversi stati e la fase del ciclo economico capitalistico in cui si sono via via trovate le diverse formazioni statali, ecc.

Ma anche in questi scenari storici sussiste e si mantiene un primato (contrastato e tendenziale) dei rapporti di forza politici su quelli economico-corporativi, diretti ed immediatamente esistenti volta per volta tra la borghesia e la classe operaia, nel determinare esiti e risultati finali delle lotte di classe economiche e corporative sviluppatesi nel capitalismo liberaldemocratico.

La centralità della sfera e dei rapporti di forza politici rispetto a quelli economici si basa su alcune solide ragioni:

1)      Lo stato borghese liberaldemocratico tutela e difende manu militari le proprietà e le ricchezze accumulate dalla classe capitalistica, salvaguardando in tal modo il potere economico di quest’ultima: si tratta di un potenziale di pressione enorme e che pesa molto anche nell’arena politica, ma solo se e solo in quanto venga difeso e garantito dal “cemento” degli strumenti statali/parastatali di repressione e di controllo politico-sociale.

2)      La lotta di classe economica dei lavoratori dipendenti non può assorbire, recuperare ed “espropriare” tutto, o neanche larga parte del surplus di cui si impadronisce normalmente la classe borghese, se non trasformandosi obbligatoriamente in lotta politica “per la vita e per la morte” e in un conflitto rivoluzionario teso alla soddisfazione di “interessi decisivi” (Lenin), nel quale il fenomeno della “legalizzazione” del conflitto economico cessa di aver valore.

3)      La stessa parziale agibilità sindacale – diritto di sciopero, di picchettaggio, di organizzazione sindacale nei luoghi di lavoro, ecc. – rimane il sottoprodotto di precisi rapporti di forza politico-sociali e viene conservata/perduta mediante le carsiche lotte che si combattono all’interno della sfera politico-direzionale, all’interno degli stessi poteri esecutivi e legislativi delle democrazie borghesi.

Una lunga esperienza storica mostra come l’agibilità e la legittimità dell’azione sindacal-contrattuale non costituiscano dei dati di fatto sicuri ed immutabili nel processo di sviluppo politico-sociale delle liberaldemocrazie capitalistiche, ma rappresentino invece dei diritti carsicamente messi in discussione, limitati ed a volte quasi completamente soppressi. Ad esempio nell’inverno del 2005 la postmoderna democrazia australiana, l’avanzato e liberale parlamento australiano ha proibito e reso illegale gli scioperi nelle industrie delle costruzioni e nelle nuove attività produttive che si creeranno via via nel continente per un periodo di cinque anni, mentre a sua volta nella libera democrazia parlamentare statunitense anche il sindacato statunitense AFL-CIO, assolutamente impermeabile almeno dal 1947 da qualunque forma di spirito rivoluzionario, ha dovuto dare vita nel 2003 ad una settimana di mobilitazione nazionale, sia contro la repressione che colpisce costantemente gli attivisti sindacali statunitensi (20.000 licenziati o intimiditi nel solo 2002 dalla repressione padronale) che contro tutte le variegate norme statali che mettono in discussione il diritto di sciopero e di organizzazione dei lavoratori nei luoghi di produzione: secondo una dirigente di Human Rights Watch, Carol Pier, «mentre in tutto il mondo si promuovono i diritti umani, negli Stati Uniti si deve ancora protestare per chiedere quello elementare alla libera organizzazione sindacale», affermazione confermata dal fatto che un milione di dipendenti pubblici americani non potevano scioperare legalmente ancora nell’anno di grazia 2003.[35]

4)      Il sostegno diretto espresso dai nuclei dirigenti politici e dagli apparati statali nei confronti della borghesia durante i conflitti economici, oppure la parziale neutralità dei primi rispetto ai conflitti di classe meramente “professionali” (Lenin) rappresentano due opzioni e due scelte politico-direzionali alternative che in ogni caso influenzano in modo reale e pesante, direttamente o indirettamente, le lotte di classe economiche sviluppatesi tra la borghesia ed i lavoratori dipendenti all’interno delle liberaldemocrazie borghesi, e contano soprattutto per l’esito finale di tali conflitti.

Non solo è ancora viva nella memoria storica della sinistra mondiale, intesa in senso ampio, l’azione repressiva e brutale svolta dal governo Thatcher contro il grande ed eroico sciopero dei minatori britannici nel 1984-85, ma gli esempi in questo senso potrebbero essere facilmente moltiplicati proprio a partire dal 1824 e dalla “liberale” e democratica Gran Bretagna.

5)      La dinamica concreta del potere d’acquisto reale e delle condizioni di vita/di lavoro dei salariati (e, viceversa, la stessa massa complessiva di surplus di cui si appropria la borghesia, nelle sue diverse frazioni socioproduttive) si determina anche, e in molti casi soprattutto, nella sfera politico-direzionale e nelle “terre di frontiera” delle liberaldemocrazie capitalistiche.

Se, infatti, si prendono in esame elementi materiali quali:

–       i sussidi di disoccupazione (assenza di sussidi di disoccupazione…)

–       l’assistenza pubblica ai lavoratori invalidi o malati (assenza di assistenza…)

–       le pensioni d’anzianità (assenza di pensioni d’anzianità…)

–       il sistema scolastico pubblico (assenza…)

–       il sistema sanitario pubblico (assenza…)

–       il sistema di tassazione diretta, la sua progressività/regressività

–       il sistema di tassazione indiretto sui beni di consumo

–       i dazi doganali sui generi alimentari, sui beni di consumo e di prima necessità consumati dai lavoratori salariati

–       la presenza/assenza d’intervento dell’edilizia pubblica e gli eventuali tetti legali posti ai canoni di locazione delle abitazioni

–       le normative statali sulla durata dell’orario di lavoro

–       le normative pubbliche sulla sicurezza nei posti di lavoro

–       i limiti legali all’utilizzo della forza-lavoro dei bambini, dei ragazzi e delle donne nel processo produttivo di beni e servizi

–       la presenza/assenza di disposizioni di legge sui licenziamenti, emerge subito che tali tasselli socioproduttivi e giuridici costituiscono da quasi due secoli, seppur con modalità variabili, dei target importanti e rilevanti di una lotta di classe economica, corporativa e “professionale” (Lenin) che viene costantemente combattuta e decisa principalmente in campo politico e con strumenti politici quali la lotta parlamentare, l’azione diversificata delle varie lobby, le pressioni “dal basso” e gli scioperi politici, ecc., sempre in base ai rapporti di forza politici (e politico-militari) esistenti via via tra le diverse classi e frazioni di classe (gli “elementi materiali” appena presi in esame vengono decisi nella sfera politica, in base ai rapporti di forza politici, anche nei regimi fascisti/coloniali/dittatoriali, ma senza la mediazione parlamentare e senza la legittimazione dell’attività sindacale-politica dei lavoratori dipendenti e delle loro organizzazioni).

6)      Nell’ultimo secolo una parte significativa dei lavoratori salariali è stata composta da dipendenti statali e parastatali, operai o impiegati, le cui lotte economiche e salariali vengono decise direttamente dalla sfera politica e principalmente dai rapporti di forza politici (nazionali-locali) che si creano sia tra le diverse classi che tra esse e gli apparati statali.

7)      Il clima politico generale e soprattutto l’umore politico collettivo via via espresso dalle masse popolari (combattivo/apatico/reazionario) incidono pesantemente anche sugli esiti finali delle diverse lotte di classe economiche e corporative, rappresentando sia un fattore di forza/debolezza preventivo per l’attività sindacale e i movimenti di lotta dei lavoratori che un elemento importante nell’esito finale dei conflitti sindacali e “corporativi”.

Viste queste premesse, non è certo casuale che la trasformazione parziale di larga parte delle lotte economiche in conflitti sia politici che economici costituisca un dato di fatto ineliminabile, riconosciuto nella pratica concreta da tutti i moderni dirigenti delle organizzazioni sindacali che operano all’interno delle liberaldemocrazie capitalistiche. Si è già ricordato che, opponendosi alle teorie economicistiche proposte da Martynov, Lenin nel 1902 scrisse correttamente che «la lotta economica è la lotta collettiva degli operai contro i loro padroni per avere migliori condizioni di vendita della forza-lavoro, per migliorare le condizioni di lavoro e di esistenza degli operai (…) Dare alla “lotta economica stessa un carattere politico” significa dunque adoperarsi a soddisfare le rivendicazioni economiche, a migliorare le condizioni di lavoro con delle “misure legislative ed amministrative” (come si esprime Martynov a pag. 43 del suo articolo). È ciò che precisamente fanno ed hanno sempre fatto tutte le associazioni di mestiere. Leggete l’opera di due scienziati seri (e “seri” anche come opportunisti) come i coniugi Webb e vedrete che già da molto tempo le associazioni operaie inglesi hanno compreso ed adempiono il compito di “dare alla lotta economica stessa un carattere politico”, già da molto tempo lottano per la libertà di sciopero, per l’eliminazione di ogni ostacolo giuridico al movimento cooperativo e tradeunionistico, per la promulgazione di leggi sulla protezione della donna e del fanciullo, per il miglioramento delle condizioni di lavoro mediante una legislazione sanitaria e di fabbrica, ecc.».[36]

Da quando Lenin scrisse queste frasi, le sfere toccate concretamente dalla pressione dell’attività politico-economica dei sindacati (e dei padroni) si sono molto estese, dilatandosi a macchia d’olio all’interno delle liberaldemocrazie capitalistiche, contribuendo a far sì che anche in queste ultime la sfera politica e gli apparati statali svolgano un ruolo centrale, diretto o indiretto, nel determinare gli esiti finali dei conflitti corporativi ed economici.

La sesta ed ultima sezione delle lotte economiche riguarda gli scontri materiali di matrice “corporativa” sviluppatisi via via tra le classi e le frazioni di classe privilegiate, tra le classi e le frazioni di classe venute via via in possesso delle condizioni materiali della produzione e del surplus produttivo: esponendo la teoria “dell’occupazione” del potere politico, è già emersa la centralità della sfera statale nel determinare i risultati conclusivi delle lotte materiali scoppiate tra i diversi “padroni del vapore”, grandi o piccoli, nelle varie epoche storiche ed aree geopolitiche.

Si può pertanto concludere che i rapporti di forza politici tra le classi costituiscono da millenni il fattore determinante – anche se non unico – nel trasformare volta per volta in concrete e unidimensionali realtà tutti i campi di potenzialità creati dalle molteplici scale di bisogni materiali di classe, senza che a questi processi di trasformazione delle possibilità in realtà facciano eccezione le lotte principalmente economiche, professionali e corporative effettuate dai lavoratori salariati nelle liberaldemocrazie capitalistiche. In ultima analisi, il grado di soddisfazione dei bisogni economici soddisfatti realmente dalle diverse classi, volta per volta, dipende principalmente (ma non solo…) dalla correlazione di potenza politica e politico-militare formatasi, volta per volta,  in ogni scenario storico concreto, mentre i processi di trasformazione e modifica del rapporti di forza politico a loro volta cambieranno e modificheranno il livello di soddisfazione concreto dei bisogni materiali, via via ottenuti dai diversi gruppi sociali che interagiscono nei diversi stati classisti.

In ogni caso va ripetuto e ri-precisato come il primato contrastato, tendenziale della forza politica in questo campo “economico” presupponga sempre, dal 3700 a.C. fino ai nostri giorni, come condizione materiale indispensabile l’esistenza/riproduzione costante di un surplus produttivo accumulabile e del derivato effetto di sdoppiamento, l’esistenza/riproduzione di classi e frazioni di classe in conflitto e l’esistenza/riproduzione di scale plurilivellari di bisogni materiali collettivi di queste ultime: la centralità della “legge del più forte” nel fissare e determinare i livelli di soddisfazione dei bisogni via via ottenuti dalle varie classi agisce ed opera sul piano storico ininterrottamente, ma dovendosi sempre confrontare con la massa di surplus/plusprodotto concretamente esistente nelle diverse formazioni statali e con il livello di sviluppo raggiunto volta per volta dalle forze produttive sociali nelle diverse formazioni economico-sociali.

La centralità della “legge del più forte” nella sfera elastica dei bisogni di classe non nasce inoltre dal niente, visto che essa si fonda e si fonda (e si trasforma) costantemente sui rapporti di forza politici (e politico-militari) formatisi in precedenza in ciascuna formazione statale. Gli uomini e le classi fanno la storia, ma non in modo arbitrario, visto che agiscono sempre in base a delle situazioni concrete già formatesi nel passato, attraverso  tempi più o meno lunghi, utilizzando e trasformando determinate accumulazioni di forze che, in ogni singolo “istante storico”, risultano come date e oggettive per ogni attore politico-sociale attivo nei diversi scenari storici: tali cristallizzazioni di forza politico-sociale rappresentano dei dati di fatto ineliminabili e modificabili solo in un futuro più o meno prossimo, come del resto si presentano come “oggettive” anche le controaccumulazioni di forza create dagli alleati/avversari/nemici dei diversi soggetti politico-sociali, modificabili a loro volta solo in un futuro più o meno vicino.

Infine la “legge del più forte” si confronta con un’altra rigidità strutturale di natura socioproduttiva, già ricordata in precedenza, visto che anche nel breve periodo non può essere modificata e ridotta la massa dei mezzi di consumo (e il tempo di riposo) necessaria almeno per una riproduzione stentata e precaria dei produttori diretti e delle masse popolari, pena la progressiva autodistruzione economica degli stati e delle stesse classi sfruttatrici interessate da un’eventuale degenerazione della principale forza produttiva, l’insieme dei lavoratori.

Ritornando alla scomposizione/analisi della “legge del più forte”, si deve subito notare come i multiformi rapporti di forza politico-sociali esercitino la loro influenza determinante sulle diverse scale di bisogni materiali di classe in forma “mediata” ed indiretta, attraverso due importanti strumenti materiali e psicologici che, se in ultima analisi devono la loro stessa influenza e dinamica di sviluppo alla categoria storico-teorica presa in esame, creano due anelli di collegamento e di snodo tra desideri-aspettative materiali e potenziali relativi di forza.

La prima forma di condizionamento delle scale di bisogni materiali, il primo “laser” in ultima analisi eterodiretto dalle correlazioni di potenza sviluppatesi tra le diverse classi (ed i loro mandatari politici), è composta dall’insieme degli esiti finali delle diverse lotte di classe e degli scontri internazionali tra formazioni statali, con le loro ricadute sul piano economico “interno” e nazionale, mentre il secondo “laser” è rappresentato dai livelli (mutevoli, sempre modificabili) di paure collettive e di contropaure via via provate, in modo contraddittorio e nei diversi scenari storici, dai diversi gruppi sociali venuti in conflitto/cooperazione reciproco, con le loro ricadute spesso conservatrici e stabilizzatrici sui livelli di soddisfazione reali dei bisogni materiali raggiunti in precedenza dalle diverse classi e frazioni di classi,   al termine dei cicli di lotte che li hanno visti protagonisti nel passato.

Il primo “laser” agisce concretamente una volta che si siano create delle situazioni di conflitto aperto/semiaperto tra le diverse classi e stati, dando per acquisita e già formata una configurazione iniziale dei livelli di bisogno realmente soddisfatti dai diversi gruppi sociali: in questi scenari storici conflittuali, o micro conflittuali  i risultati finali delle diverse lotte o microlotte non possono che influire in modo determinante e diretto sulle condizioni di vita materiali e sui livelli concreti di soddisfazione dei bisogni economici ottenuti dalle classi alla fine dei conflitti, dopo la conclusione di questi ultimi, mentre a loro volta gli esiti degli scontri costituiscono essenzialmente un sottoprodotto dei rapporti di forza statali/internazionali, formatisi volta per volta in ogni situazione concreta di antagonismo aperto/semiaperto.

In sostanza i risultati finali creati dalle diverse lotte politiche, sociali ed economiche – eterodirette e guidate dalle centrali e dominanti correlazioni di potenza politiche – cristallizzano, determinano e “fissano” volta per volta i livelli di soddisfazione concreta dei bisogni materiali, ottenuti da ciascuna classe/frazione di classe (e stato)  alla conclusione dei conflitti; solo le nuove “partite” politico-sociali, i nuovi conflitti/microconflitti rifisseranno e ri-determineranno nuovamente (con i loro nuovi risultati finali…) i nuovi gradi di soddisfazione/insoddisfazione materiale raggiunti dai diversi gruppi sociali venuti in conflitto/cooperazione nei plurivariegati scenari storici (ivi compresi casi di invasione straniera e di occupazione del territorio di determinati stati da parte di potenze estere risultate vittoriose negli scontri interstatali), sempre in base al confronto/scontro tra i potenziali d’urto – principalmente politici – accumulati dai diversi gruppi sociali e dei loro mandatari politici.

Il rapporto diretto che lega gli esiti delle lotte ai processi di creazione/trasformazione dei livelli di bisogni soddisfatti risulta di regola plateale e diretto, dato che il successo in un conflitto politico-sociale provoca una ricaduta favorevole alla parte vittoriosa anche in campo economico, mentre la sconfitta determina invece come sottoprodotto inevitabile un peggioramento delle condizioni di esistenza della parte perdente, almeno in termini relativi.

Quanto maggiore risulta il peso concreto della vittoria/sconfitta politico-sociale e la riduzione del contropotere politico-sociale detenuto dai gruppi sociali battuti, tanto più grande di regola diventa il “bottino” accumulato dalla classe/formazione statale vincente: si tratta di quella “cascata di Lenin” già esaminata in precedenza, le cui ricadute concrete emergono con particolare evidenza se si confrontano parallelamente le due tipologie estreme di risultati finali astrattamente possibili per le diverse lotte sviluppatesi via via tra le classi e le formazioni statali.

Il primo punto estremo degli esiti finali immaginabili per i conflitti tra classi e nazioni è rappresentato dalla vittoria piena, completa ed incondizionata ottenuta da determinati attori nel conflitto con un altro/altri protagonisti politico-sociali, in proporzioni tali da distruggere completamente (almeno nel breve periodo) il contropotere politico, militare, economico, ideologico-culturale accumulato prima dello scontro dall’antagonista/dagli antagonisti sconfitti e da assicurare (o riconfermare), allo stesso tempo, il totale controllo dei diversi apparati statali all’attore e al gruppo sociale uscito trionfante dalla lotta di classe/tra stati.

Un successo di tale portata apre la strada alla piena e discrezionale applicazione della “legge del più forte” e alla regola del “guai ai vinti” da parte del soggetto politico-sociale risultato vincente nello scontro ipotizzato, creando le condizioni per il raggiungimento di un livello totalizzante-quasi totalizzante di soddisfazione concreta degli interessi materiali a danno della parte sconfitta che è sottoposto esclusivamente all’autolimitazione del soggetto uscito vittorioso sul piano materiale ed economico: essa può avvenire per la presenza di “terzi incomodi”, di attori politico-sociali o di formazioni statali non ancora battute o impegnate nel quadrante statale/internazionale interessato, oppure per la futura, imprescindibile utilità produttiva degli attori politico-sociali e delle classi sconfitte, schiantate ed abbattute durante lo scontro. Si è già ricordata la frase pronunciata dal conte di Warwich nel 1549, dopo aver spietatamente represso una grande rivolta contadina nella contea di Norfolk in Inghilterra: quando l’aristocrazia fondiaria della regione, terrorizzata dal carattere apertamente classista preso dalla rivolta, pretendeva un massacro generale dei contadini, fu lo stesso conte di Warwich, stando almeno alle cronache del tempo, a trovarsi quasi costretto a ricordare ai grandi proprietari terrieri la fonte reale di ogni loro ricchezza, dicendo loro: «Arerete e coltiverete voi le vostre terre?»[37]

Pur con queste possibili autolimitazioni (interessate), la storia purtroppo lunga delle disfatte subite dalle masse popolari in rivolta negli ultimi millenni è stata sempre accompagnata da un netto peggioramento delle loro condizioni di vita materiali e del loro status politico-sociale, mentre a sua volta in campo internazionale la riduzione in uno stato di ipersfruttamento delle popolazioni sconfitte totalmente, e allo stesso tempo prive di qualunque legame o alleanza internazionale, è stata una dinamica che ha contraddistinto la dinamica le relazioni tra formazioni statali classiste vittoriose/sconfitte.

Il “guai ai vinti”, ai totalmente vinti, a volte ha portato addirittura a pratiche di pulizia etnica e/o di genocidio delle classi dominanti e dei popoli battuti. Basti pensare alla liquidazione socioproduttiva ed allo sterminio fisico attuato dall’aristocrazia ebrea contro le popolazioni autoctone della Palestina nell’XI secolo a.C. (pratiche apertamente legittimate da uno dei libri risultati più influenti nella storia delle società occidentali, L’Antico Testamento), per arrivare al Ventesimo secolo ed all’attività genocida progettata-attuata dal governo ottomano contro i curdi, dal nazismo nei confronti di ebrei, zingari e slavi ed alle molteplici pulizie etniche verificatesi nel corso del secolo passato. Si tratta di fenomeni carsicamente ricorrenti nella storia delle società di classe, tanto che ancora agli inizi del Terzo millennio lo storico sionista D. Morris ha legittimato apertamente le deportazioni di massa attuate dal vittorioso stato ebraico contro il popolo palestinese, nel tragico biennio 1948-49.[38]

«Ben-Gurion era favorevole al trasferimento» (dei palestinesi). «Capiva che non ci sarebbe potuto essere uno Stato ebraico con all’interno una cospicua e ostile minoranza araba. Uno Stato del genere non sarebbe esistito, non sarebbe stato in grado di resistere. (…) Ben-Gurion aveva ragione. Se non avesse fatto ciò che fece, non si sarebbe potuto creare uno Stato: questo doveva essere ben chiaro. Impossibile evitarlo. Senza sradicare i palestinesi, uno Stato ebraico non sarebbe sorto qui. (…) Nella storia ci sono circostanze che giustificano la pulizia etnica. So che questa espressione suona assolutamente negativa nel linguaggio del XXI secolo, ma quando la scelta è tra pulizia etnica e genocidio – l’annientamento del tuo popolo – io preferisco la pulizia etnica.»[39]

Molto spesso, sia nelle lotte di classe che negli scontri internazionali, è riecheggiato il grido di “vae victis“, ed è stata ripresa nella pratica la frase attribuita al capo celta Brenno.

All’altro polo estremo della gamma dei possibili esiti delle lotte tra gruppi sociali e/o stati, si trova invece lo stato eccezionale e temporaneo di equilibrio perfetto/quasi perfetto tra le masse di forze d’urto politico-sociali (a volte qualitativamente diverse) concretamente utilizzate e messe in campo dai diversi attori in conflitto, in una simmetria tale da impedire di ottenere dei successi significativi di natura politica ed economica per un periodo di tempo più o meno prolungato: questa tipologia di risultati del conflitto determina il ritorno alle relazioni socioproduttive esistenti prima dell’inizio del conflitto tra le parti, con una riproduzione sostanzialmente fedele dello status quo sociale ed economico sussistente nella fase pre-conflittuale, determinando al massimo forme di compromesso più o meno accettabili da tutti i gruppi sociali (o stati) in lotta a spese di “terzi attori”, di soggetti non coinvolti in precedenza negli scontri.

Tra i casi storici di “pareggio”, alla fine di determinate fasi conflittuali, si possono ricordare:

Ø      il microaccordo sulle pensioni stipulato nel dicembre del 1994 tra il governo Berlusconi, i sindacati concertativi e la Confindustria, con cui si sospendeva provvisoriamente l’efficacia di un precedente decreto governativo che alzava in modo significativo l’età pensionabile per i lavoratori dipendenti italiani, dopo che i grandi scioperi di massa e le manifestazioni dell’autunno del 1994 avevano dimostrato la notevole forza d’urto sindacale e politica espressa dalla classe operaia italiana sul piano “corporativo” (inteso in senso leninista).

Ø      le “tregue d’armi” sufficientemente prolungate nel tempo, con cui determinati attori politico-sociali ed internazionali hanno congelato e sospeso provvisoriamente i loro conflitti politici e materiali per periodi temporali più o meno prolungati.

Ø      il trattato di Tordesillas del 1494, con cui gli stati-vampiro spagnoli e portoghesi si suddividevano “equamente” i possedimenti coloniali scoperti/da scoprire nel nuovo continente americano, trovando attraverso la mediazione del Vaticano un punto provvisorio di conciliazione tra i loro interessi di rapina venuti in reciproco conflitto.[40]

In caso di parità tra le forze globali contrapposte, di stallo tra i contendenti statali/internazionali e di esito equilibrato dei conflitti, non vengono trasformati neppure i livelli di soddisfazione dei bisogni materiali raggiunti dalle parti in lotta nelle fasi immediatamente preconflittuali, e di conseguenza l'”l’ascensore” principale della forza motrice decisiva nella dinamica dei livelli di soddisfazione dei bisogni materiali si blocca temporaneamente.

In ultima analisi i rapporti di forza politico-sociali che si creano prima e durante i conflitti di classe (ed internazionali) determinano in modo essenziale i risultati politici e materiali di tali lotte, costituendo indirettamente il fattore centrale per i processi di cristallizzazione (provvisoria) dei livelli di soddisfazione dei desideri-aspettative materiali raggiunti da diversi gruppi sociali al termine dei conflitti, alla conclusione degli scontri tra gruppi sociali e formazioni statali arrivate ad uno stadio di lotta diretta, sia essa antagonista o invece ricomponibile attraverso compromessi e mediazioni.

Le lotte di classe ed i loro esiti sono decisivi in questo senso, comprendendo al loro interno sia i conflitti politico-sociali ed economici scatenati e diretti “dall’alto” dalle classi privilegiate che l’utilizzo di classe, partigiano ed intenzionale della dinamica delle forze produttive sociali da parte di queste ultime: si pensi solo all’introduzione da parte della borghesia industriale-postindustriale di nuove macchine e sistemi di produzione e/o allo spostamento delle attività produttive in altre aree geopolitiche, anche al fine di “tagliare le gambe” alle lotte ed alla forza d’urto economico-corporativa della classe operaia occidentale.

Tuttavia gli esiti multiformi delle lotte di classe/internazionali contribuiscono solo in parte a fissare e determinare nel tempo, volta per volta, i livelli concreti di soddisfazione dei bisogni materiali raggiunti dai diversi gruppi sociali. La dinamica politico-sociale plurimillenaria delle formazioni economico-sociali classiste non è infatti costituita solo da processi di lotta, ma anche da tutta una serie di intervalli tra le diverse lotte, da una serie di periodi di calma relativa che “spezzano” le fasi di aperto conflitto e da sequenze temporali contraddistinte da una relativa stagnazione (o dall’accumulazione “pacifica” di forze) negli scontri tra classi o frazioni di classe, o tra formazioni statali.

Lo sviluppo storico delle società di classe è spesso contraddistinto da periodi di calma relativa, di conflitti limitati ed a “bassa intensità” in cui:

Ø      la lotta di classe sussiste a livello latente ed appare in modo aperto solo in forma ridotta, interessando sezioni ristrette/molto ristrette dei diversi gruppi sociali, sia sfruttatori che sfruttati.

Ø      le lotte tra queste “sezioni ristrette” non si espandono e non coinvolgono la porzione maggioritaria delle diverse classi/frazioni di classe.

Ø      il processo molecolare, continuo e ininterrotto (molte volte non cosciente…) di accumulazione di forze politiche, militari, economiche, culturali, di consenso da parte dei diversi gruppi sociali (o stati) non si trasforma ancora in una massa critica d’urto sufficiente/ritenuta sufficiente per scatenare nuovi conflitti, e/o per la trasformazione sensibile delle coscienze collettive dei diversi gruppi sociali interessati e temporaneamente “pacificati”.

Ø      si riproducono in campo internazionale delle situazioni di “pace armata”, o di guerra fredda tra gli stati delle aree geopolitiche interessate.

Nelle frequenti fasi storiche, a volte molto prolungate nel tempo, caratterizzate da una stagnazione relativa dei conflitti sociali (ed internazionali), il fattore centrale ed il principale “laser” che spesso riesce a consolidare, a conservare e cristallizzare (almeno in parte) gli esiti finali dei precedenti conflitti di classe (o internazionali) con i loro connessi livelli di soddisfazione dei bisogni materiali dei diversi gruppi sociali (o stati), riproducendoli quasi immutati per periodi di tempo più o meno prolungati, viene costituito dalle opposte paure collettive di carattere politico-sociale delle classi/frazioni di classe (o formazioni statali) venutesi a trovare in uno stato di “tregua” più o meno precaria e più o meno breve.

La complessa dialettica che si intreccia via via tra i timori politico-sociali delle classi egemoni sul piano socioproduttivo, dotate del controllo degli apparati statali, con le paure collettive provate e subite dai gruppi sociali subordinati nelle relazioni produttive e politiche, i quali dal 3700 a.C. e fino ai nostri giorni corrispondono di regola ai produttori diretti ed al “proletariato storico”, rappresenta la forza motrice principale di stabilizzazione che spesso (ma non sempre) garantisce la riproduzione quasi invariata nel tempo, tra uno scontro di classe e l’altro e/o tra un conflitto internazionale e l’altro, dei diversi livelli di soddisfazione dei bisogni materiali in precedenza ottenuti da gruppi socioproduttivi omogenei, in rapporti diconflitto/cooperazione, o dagli stati classisti interessati.

Le paure collettive di cambiare lo status-quo politico sociale ed economico, le paure/contropaure dei diversi gruppi sociali (e stati) di essere sconfitti negli eventuali tentativi di cambiare a proprio vantaggio le condizioni materiali create dagli esiti precedenti delle lotte svolte nel passato, rappresentano il principale elemento di stabilizzazione e di conservazione nel processo di riproduzione dei livelli di bisogno economici soddisfatti via via dalle diverse classi/frazioni di classe/formazioni statali classiste, durante gli intervalli più o meno prolungati venutisi a creare tra le lotte di classe (o internazionali) combattute in campo aperto/semiaperto.

Ma a questo punto si è obbligati ad analizzare almeno in parte un altro “continente” storico-teorico, assai poco esplorato dalla sociologia e dalla scienza politica: la galassia dei timori controtimori collettivi, connessi inscindibilmente ai rapporti di forza politico-sociali creatisi tra le classi (e tra gli stati) ed alla loro dinamica progressiva.

RINGRAZIAMENTI

Innanzitutto a Massimo e Patrizia, una splendida coppia di amici; un abbraccio affettuoso anche a Eugenio, Gianluca, Marco e Mauro, per i loro suggerimenti nei confronti di questo lavoro.

Grazie a tutti!

Milano, 10 Marzo 2009

Stampato presso Stampa Service (Arcore)


[1] Rosa Luxemburg, lettera del 16 febbraio 1917 a L. Kautsky

[2] G. Lukacs, “Per l’ontologia dell’essere sociale”, pp. 13-14, vol. I, ed. Editori Riuniti

[3] G. Minois, op. cit., pp. 421-424

[4] M. Mann, “L’impero impotente”, p. 38, ed. Piemme

[5] M. Gilas, “Conversazioni con Stalin”, p. 121, ed. Feltrinelli

[6] J. Hemming, op. cit., p. 43

[7] op. cit., pp. 173-174

[8] K. Marx, “Lineamenti fondamentali…”, op. cit., vol. I, p. 99 e C. Moffa, “L’Africa alla periferia della storia”, pp. 200/214/224, ed. Aracne

[9] G. Lefevre, “La rivoluzione francese”, pp. 608-610 e 655-657, ed. Einaudi

[10] R. Del Carria, “Proletari senza rivoluzione”, vol. II, p. 161, ed. Oriente

[11] R. Medvedev, “La Russia post-sovietica”, pp. 20-21, ed. Einaudi

[12] op. cit., p. 21

[13] op. cit., p. 158

[14] op. cit., p. 190

[15] op. cit., p. 162

[16] op. cit., p. 208

[17] op. cit., pp. 212-214

[18] op. cit., pp. 43-44

[19] N. Chomsky, “La Washington connection e il fascismo nel Terzo Mondo”, vol. I, p. 228, ed. Baldini e Castoldi

[20] P. Malanima, op. cit., p. 244

[21] A. L. Morton, op. cit., p. 288

[22] Morton, op. cit., p. 289

[23] D. Mack Smith, “Storia d’Italia dal 1861 al 1997”, p. 469, ed. Laterza

[24] B. Maris, “Antimanuale di economia”, p. 249, ed. Tropea

[25] M. Sabattini e P. Santangelo, op. cit., pp. 449-451

[26] S. I. Kovaliov, op. cit., libro I, p. 281

[27] K. Marx, “Il Capitale”, libro I, cap. XXIV

[28] Rosa Luxemburg, “La violenza: legge suprema della lotta di classe”, 1902

[29] O. K. Flechtheim, “Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht”, pp. 118-119, ed. Massari

[30] V. I. Lenin, “Che fare”, cap. II, par. C

[31] A. L. Morton, op. cit., pp. 330-332

[32] A. L. Morton, op. cit., pp. 284-285

[33] W. Blum, “Il libro nero…”, op. cit., p. 255

[34] H. Herring, op. cit., p. 278

[35] Il Manifesto, 15 dicembre 2003

[36] V. I. Lenin, “Che fare”, op. cit., cap. III, par. A

[37] A. L. Morton, op. cit., pp. 135-136

[38] Dag Tessore, “La mistica della guerra”, p. 21, ed. Fazi

[39] A. Lieven, “Giusto o sbagliato, è l’America”, p. 274, ed. Sperling&Kupfer

[40] F. Garcia de Cortazar e J. M. Gonzales Vesga, “Storia della Spagna”, p. 188, ed. Bompiani


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