Capitolo Diciassettesimo

I bisogni Alfa ed Omega

Parte Terza

L’altro grado estremo della scala dei bisogni materiali di classe, siano essi soddisfatti individualmente o collettivamente, è rappresentato dal livello alfa: un limite inferiore non superabile visto che sotto il gradino alfa può essere preso in esame solo un “livello zero”, alias l’estinzione pacifica/violenta di determinati gruppi omogenei sul piano socioproduttivo e, di conseguenza, delle loro scale di bisogni materiali.

Va subito notato chedopo il 3700 a.C., la minaccia principale alla sopravvivenza sociale delle diverse classi e dei diversi segmenti della popolazione è stata di natura sociopolitica (o sociotecnologico, con la produzione delle armi di sterminio di massa nucleari e batteriologiche) ed è stata innescata continuamente proprio dalla dinamica dei rapporti di produzione e di potere classisti, con le loro ricadute e logiche strutturali che spesso hanno anche aggravato notevolmente le sofferenze materiali e umane derivanti da catastrofi naturali quali carestie, alluvioni, siccità, ecc.: proprio a partire dal 3700 a.C., quando la “linea nera” iniziò a conquistare l’egemonia politico-sociale su scala planetaria, assieme al balzo verso l’alto del complesso dei bisogni materiali prese l’avvio contemporaneamente un processo inverso di modifica e riproduzione costante del “vecchio” bisogno collettivo di sopravvivenza, mantenutosi costantemente nel paleolitico-neolitico all’interno della coscienza collettiva degli uomini, dato che dopo la data fatidica presa in esame nacquero e si riprodussero ininterrottamente una serie di fonti costanti di pericoli sociopolitici, che erano e sono connessi organicamente a tutti i rapporti di produzione e di poteri classisti, asiatici o schiavistici, feudali o capitalistici.

In sostanza la regola del “vogliamo tutto”, che si può affermare in presenza di rapporti di forza percepiti come molto favorevoli e contraddistingue il livello omega dei bisogni materiali di classe, è stata ed è tuttora affiancata in ogni soggetto sociale anche dal principio del “cerchiamo almeno di sopravvivere”, che diventa centrale in presenza di rapporti di forza valutati come molto sfavorevoli e di gravi pericoli sociopolitici: quasi per una sorta di contrappasso storico, il massimalismo impetuoso che contraddistingue il bisogno materiale omega ha sempre avuto come compagno di strada degli ultimi sei millenni, all’interno delle stesse scale di bisogni di tutte le classi sociali, un “minimalismo” estremo contraddistinto da un grado di aspettative-desideri materiali estremamente limitato, che rimane latente o diventa centrale nelle diverse sfere di bisogni a seconda dei rapporti di forza esistenti volta per volta tra le diverse classi e tra esse e gli apparati statali.

Negli ultimi sei millenni si è sviluppato costantemente in tutte le classi sociali un livello di bisogni alfa, il cui oggetto essenziale era ed è tuttora la ricerca (spesso affannosa) di una riproduzione stentata e precaria delle condizioni materiali di esistenza collettiva, in presenza ed a causa di situazioni storiche particolarmente sfavorevoli ai gruppi sociali interessati e colpiti da gravi emergenze. Infatti la presenza costante ed ininterrotta di tutta una serie di fonti di pericoli – reali o latenti – per ogni classe sociale, e la concretizzazione più o meno frequente di minacce all’esistenza stessa dei diversi gruppi sociali determina e legittima la riproduzione costante, in forme aperte o latenti, del bisogno collettivo di sopravvivenza anche dopo la fine del Paleolitico, anche dopo la scomparsa quasi totale dei pericoli provenienti dal mondo animale/inorganico: la vera minaccia per l’uomo, nelle società di classe, è costituita quasi sempre dagli esseri umani di altre classi o frazioni di classe, o di altri stati.

Il carattere latente o manifesto assunto dal bisogno alfa dipende essenzialmente dalle correlazioni di potenza politico-sociali (e politico-militari) presenti nei diversi scenari storici. Se i rapporti di forza percepiti dalle diverse classi sociali rimangono a loro giudizio favorevoli-relativamente favorevoli e se, di conseguenza, la soglia critica del pericolo sociopolitico non viene superata, il livello dei bisogni alfa di regola resterà latente e quasi clandestino, mentre anche minacce politico-sociali valutate come molto lontane nel tempo, e/o quasi irrilevanti, non fanno uscire dal suo “letargo” il bisogno collettivo di autoconservazione materiale.

Nel caso in cui determinati pericoli sociopolitici alla riproduzione delle diverse classi appaiano invece come gravi ed imminenti ai diretti interessati, il livello alfa di bisogni diventa subito centrale e dominante all’interno della sfera globale dei desideri-aspettative dei diversi gruppi sociali, senza alcuno sforzo particolare, mentre la sua esistenza nascosta riemerge alla luce del sole diventando la forza motrice decisiva di tutto un insieme di pensieri/azioni collettive, oltre che il criterio principale per selezionare le diverse opzioni politico-sociali eventualmente presenti sul campo: lotta/resa, scontro diretto/ricerca della mediazione, compromesso onorevole/compromesso disastroso, ecc. Solo quando lo scenario da “allarme rosso” – reale o presunto – svanisce, il livello alfa dei bisogni torna nel suo stato di latenza, a patto ovviamente che i soggetti collettivi che in precedenza si erano sentiti seriamente minacciati siano ancora in grado di riprodursi e di agire nelle loro formazioni statali di appartenenza: la comparsa di paure collettive particolarmente gravi di natura sociopolitica e dei sincronici processi di emersione-riemersione dei bisogni materiali minimali marciano di pari passo, e pertanto rientrano assieme in uno stato di letargo più o meno contemporaneamente e fasi più o meno lunghe.

Il bisogno sociale alfa prende via via forme, oggetti e caratteristiche generali molto diverse a seconda che si analizzino le condizioni di esistenza delle classi sociali privilegiate o del “proletariato storico”, se determinati pericoli (gravi ed imminenti) colpiscono in modo collettivo i possessori delle condizioni della produzione e del surplus o, viceversa, i produttori diretti che sono stati via via sfruttati da questi ultimi a partire dal 3700 a.C. e fino ai nostri giorni.

Il livello alfa del “proletariato storico” ha avuto ed ha tuttora come obiettivo essenziale la salvaguardia e l’autodifesa almeno del limite inferiore del fondo di consumo di cui si appropriano gli strati popolari e i produttori diretti, da intendersi come la massa minima dei mezzi di sussistenza socialmente indispensabili almeno per una loro riproduzione collettiva stentata e precaria, variabile a seconda delle diverse epoche, o in altri termini come la massa di oggetti di consumo assolutamente necessaria affinché la forza-lavoro possa riprodursi, anche se soltanto in forma “ristretta e ridotta” (Marx): mezzi di consumo di regola diversi qualitativamente da quelli animali anche nei casi peggiori, per la presenza almeno saltuaria dei cibi cotti, di rozzi indumenti e di abitazioni rudimentali.

Si è già notato che, analizzando il valore della forza-lavoro della classe operaia, Marx affermò che «l’estremo limite, o limite minimo del valore della forza lavorativa è costituita dal valore di una massa di merci senza la cui fornitura quotidiana il proprietario della forza lavorativa, l’uomo, non può ripetere il suo processo di vita; perciò dal valore dei mezzi di sussistenza indispensabili fisiologicamente. Se il prezzo della forza lavorativa cala a questo minimo, scende al di sotto del suo valore, giacché in questa maniera la forza lavorativa può conservarsi e svilupparsi soltanto in forma ristretta e ridotta. Ma il valore di ogni merce è stabilito dal tempo di lavoro che occorre per darle una normale buona qualità».[1]

Tale limite minimo e “fisiologico”, già trasformato dalla pratica umana rispetto agli istinti basilari di animali e variabile a seconda delle epoche storiche e delle aree geopolitiche, costituisce per il proletariato storico una sorta di linea divisoria (mutevole) che lo ha separato in passato, e lo separa tuttora dalla fame periodica/cronica e dall’estinzione individuale/collettiva per inedia, freddo e malattie socialmente curabili: dato che esso ha per oggetto la conservazione di una massa critica vitale di mezzi di consumo e di tempo di riposo, raggiungerlo concretamente rappresenta una questione di vita o di morte ed un argine che deve essere conservato individualmente/collettivamente ad ogni costo, a costo di subire le peggiori umiliazioni collettive-individuali o di avviare invece le rivolte più disperate, con processi spesso eroici di autodifesa di massa.

Per fortuna il bisogno alfa non è emerso sempre come dominante nella vita concreta delle diverse classi subordinate apparse dopo il 3700 a.C., o di frazioni più o meno consistenti di queste ultime, ma anche solo quando si rischia di non vederlo soddisfatto concretamente esso ridiventa subito dominante e centrale per le masse popolari coinvolte, in forma diretta o anche solo indiretta: si pensi alle paure collettive di finire nella miseria assoluta espresse da quella parte dei produttori diretti non ancora colpita in prima persona dal pericolo di scivolare nell’abisso della fame, ma ben consapevole della presenza al loro fianco di segmenti più o meno estesi del loro gruppo sociale di appartenenza già caduti dentro (o sotto) il limite “minimo” (Marx) di sopravvivenza.

Invece il livello alfa dei bisogni collettivi delle classi egemoni sul piano socioproduttivo, dei gruppi sociali via via venuti in possesso del surplus e delle condizioni della produzione dopo il 3700 a.C. ha avuto come oggetto principale la conservazione e la riproduzione del possesso-utilizzo almeno di un minimo variabile di denaro e di mezzi di produzione, anche se mantenuti in condizioni precarie ed in quantità-qualità molto ristrette in confronto al passato, rispetto a scenari storici precedenti non ancora caratterizzati da rapporti di forza politico-sociali per loro sfavorevoli/estremamente sfavorevoli.

In sostanza il bisogno alfa via via espresso (spesso in modo latente) da tutti i gruppi sociali privilegiati risulta teso e finalizzato essenzialmente al mantenimento precario, parziale e minimalista della riproduzione dei rapporti di sfruttamento classisti che li vedono protagonisti e usufruttuari, sempre in presenza di correlazioni di potenza ritenute svantaggiose/molto svantaggiose – a torto o a ragione – dalle stesse classi sfruttatrici, sempre in presenza di scenari storici di “forza maggiore” (dell’avversario più potente) e/o a causa del sopravvenire di scenari storici da “allarme rosso” che colpiscono i soggetti sociali privilegiati venutisi a trovare in pericolo. Nella pratica e nella vita reale, a volte, delle serie difficoltà e/o la sopravvenuta inferiorità in campo politico (e politico-militare) possono portare anche i “ricchi”, o particolari loro frazioni, a dover difendere da pericoli gravi (reali-presunti) i loro possedimenti, le loro proprietà e le loro fonti concrete di accumulazione materiale: in alcuni  casi essi a volte sono costretti dalla “critica delle armi” ad accettare concretamente, come unica opzione praticabile, una drastica riduzione della parte della ricchezza sociale da loro appropriata, sotto la minaccia di conseguenze sociopolitiche ancora peggiori.

Certo, solo in casi eccezionali la posta in gioco dei vari scenari da “allarme rosso” è stata la stessa riproduzione collettiva di tipo biologico, fisico e materiale delle classi-frazioni di classe privilegiate, come avvenne ad esempio per la borghesia ebraica in Germania ed in Polonia tra il 1938 ed il 1945, visto che generalmente le minacce da sventare hanno riguardato, e riguardano tuttora “solo” il possesso collettivo dei mezzi di produzione e del surplus accumulato dalle diverse sezioni delle classi dominanti, piuttosto che le loro esistenze fisiche collettive, come gruppi sociali omogenei. Ma non per questo le perdite minacciate e ventilate risultano meno gravi e spaventose per le classi-frazioni di classe egemoni che si sentano, a torto o a ragione, attaccate nelle loro posizioni dominanti all’interno dei rapporti di produzione sociali classiste vigenti nelle rispettive formazioni statali, visto che per i gruppi sociali egemoni sul piano socioproduttivo la perdita dei loro privilegi, proprietà e rendite/profitti generalmente quasi equivale alla privazione della vita, e che pertanto i pericoli di espropriazione acquisiscono per loro un valore qualitativo di regola comparabile con le minacce di fame/inedia che gravano spesso sui produttori diretti e sul proletariato storico. L’azione e la pressione del bisogno collettivo sociale alfa, una volta che esso sia uscito dal suo letargo per l’apparizione di scenari reali-presunti da allarme rosso, impedisce in modo “naturale” ai gruppi sociali venuti in possesso delle condizioni materiali della produzione di accettare passivamente l’introduzione di processi di espropriazioni totali e permanenti dei mezzi di produzione e del denaro in loro possesso, e li porta inevitabilmente a tentare di mantenere e conservare, anche in presenza di rapporti di forza politico-sociali molto sfavorevoli, almeno il possesso collettivo-individuale di una massa critica minimale di fondi di consumo e di accumulazione in grado di consentire la prosecuzione della loro riproduzione materiale come classi privilegiate, anche se con modalità relativamente modeste e precarie: ben coscienti che sotto una determinata soglia (e massa) critica si produce inevitabilmente la loro scomparsa dallo scenario storico, in forma pacifica o sanguinosa.

Non fu certo per caso che il tema della sicurezza sul piano internazionale (sicurezza contro le invasioni ed i “pericoli esterni”), sul piano interno (sicurezza contro il “caos e l’anarchia”), sul piano microsociale (sicurezza contro la delinquenza) e/o sul piano dei rapporti di produzione (sicurezza dei beni e delle proprietà private) sia stato molto spesso centrale, sia per le classi egemoni sul piano socioproduttivo che per i loro teorici politici: le riflessioni del conservatore Aristotele sul pericolo dell’anarchia si collegano facilmente al culto dello stato forte espresso dal conservatore Hobbes, e a loro volta esse si intrecciano con la forte preoccupazione del liberale Locke per la “vita, la proprietà e la sicurezza” nelle società di classe.

A questo punto si devono individuare le proteiformi cause materiali e politico-sociali che determinano la riproduzione costante (anche se spesso in forme latenti e subordinate) del bisogno alfa all’interno della coscienza delle diverse classi sociali, partendo come al solito dalla concreta dinamica storica. Da un lato essa dimostra come le fonti di pericolo politico-sociale che minacciano sul piano collettivo, in modo reale o latente, le condizioni di esistenza sociale delle diverse classi riprodottesi via via dopo il 3700 a.C. siano numerose, spesso combinate fra loro, e che molteplici fattori politico-sociali mantengano in vita – almeno allo stato latente – o ricreino nelle società di classe la centralità  dell’istinto di sopravvivenza individuale/collettivo ereditato dall’era paleolitica-neolitica, mentre dall’altro la pratica storica illustra come a volte le diverse classi sociali-egemoni sul piano socioproduttivo, e soprattutto quelle sfruttate, si siano trovate collocate/scaraventate nella spiacevole condizione concreta di dover affrontare il primato reale dei bisogni alfa proprio durante la loro esistenza quotidiana.

La prima forza motrice permanente che mantiene in vita da sei millenni il bisogno collettivo alfa delle classi privilegiate, in forma latente o (raramente) dominante, risulta costituito proprio dalle tendenze rivoluzionarie ed espropriatrici espresse carsicamente dai produttori diretti sfruttati e dalle masse popolari, seppur rimaste allo stadio embrionale o subito schiacciate nel sangue.

Anche se le grandi rivolte di massa dei contadini del m.p. asiatico, degli schiavi, dei servi della gleba e della classe operaia moderna, dei popoli oppressi dalle diverse forme di imperialismo hanno seguito generalmente un ritmo carsico e con intervalli a volte molto lunghi tra un processo di liberazione e l’altro, l’eco di queste rivolte e/o rivoluzioni si è spesso propagato e diffuso per lunghi periodi temporali all’interno della memoria storica e della coscienza collettiva dei gruppi sociali egemoni sul piano socioproduttivo, tenendo in vita tra di loro una paura collettiva – più o meno nascosta e soffusa – per la possibile apparizione di nuovi ribelli, più forti e fortunati di quelli sconfitti nel passato. Ad esempio il nome e la storia di Spartaco e dei suoi compagni di lotta sono sopravvissuti a lungo negli incubi e nei timori latenti di frazioni significative dei gruppi sociali privilegiati in occidente, anche molto tempo dopo la caduta dell’impero romano avvenuta nel V secolo d.C., mentre su scala più ridotta anche le numerose microrivolte armate scoppiate negli ultimi millenni ed i fenomeni diffusi di “banditismo sociale”, appoggiati più o meno direttamente da ampi settori delle masse popolari, hanno spesso contribuito ad alimentare la riproduzione del livello alfa nella scala dei bisogni materiali delle classi dominanti, rappresentando per esse un elemento di disturbo politico-sociale quasi sempre secondario e di scarsa importanza, ma allo stesso tempo reale e fastidioso per la loro serenità collettiva.[2]

Inoltre dopo il 1848-71, e specialmente dopo la rivoluzione d’Ottobre, la paura del comunismo è diventata una delle molle quasi costanti della coscienza/praxis della borghesia di tutto il mondo e pertanto il livello alfa dei bisogni materiali di quest’ultima è spesso passato dallo stato latente a quello attivo e centrale, specialmente nei formidabili decenni compresi tra il 1917 ed il 1988 e per effetto dell’azione politico-sociale sviluppata dagli operai e dai contadini poveri in molte parti del mondo: persino la borghesia monopolistica americana, che ha avuto la fortuna di affrontare sul piano interno uno dei più deboli movimenti antagonisti del mondo, è stata ossessionata continuamente dal “pericolo rosso” dal 1917 fino al biennio 1989-91.

Come ha notato correttamente a metà degli anni Sessanta lo studioso americano Sydney Lens, nel suo libro The futile crusade, «la paura del comunismo è stata un dato costante nella vita americana, con varie intensità, fin dall’epoca della rivoluzione d’Ottobre, mezzo secolo fa» e lo storico M. Margiocco dal canto suo ha ribadito giustamente che «comunismo ed anti-comunismo sono stati infatti per almeno 30 anni, dal 1945 al 1975, al centro del dibattito politico negli Stati Uniti. Da Truman a Johnson l’anti-comunismo ha rappresentato la filosofia stessa della politica americana, di quella estera ma anche di quella interna».[3]

Se ad esempio nell’aprile del 1945 il democratico e progressista W. Averell Harriman, allora ambasciatore a Mosca, tornò in tutta fretta a Washington alla morte di F. D. Roosevelt per spiegare al nuovo presidente Harry Truman di temere fortemente “un’invasione barbarica d’Europa” da parte del comunismo sovietico e dei suoi alleati, ancora negli anni Ottanta il suo collega repubblicano R. Reagan continuava a considerare l’Unione Sovietica come un “impero del male” ed un incubo da sconfiggere ad ogni costo.[4]

La comparsa di processi rivoluzionari di largo respiro generalmente fa riemergere dal suo letargo il livello alfa dei bisogni materiali espresso e manifestato dalle classi privilegiate, anche per lunghi periodi dopo l’eventuale sconfitta delle rivolte popolari, ma a volte nella realtà concreta le vecchie classi egemoni sul piano socioproduttivo sono state davvero e concretamente costrette a sopravvivere in modo precario, per fasi storiche prolungate, a causa della pressione di rapporti di forza politico-sociali divenuti molto favorevoli ai produttori diretti.

Esiste almeno un caso storico importante di un gruppo sociale, in precedenza dominante, che nel XX secolo per quasi tre decenni si è dovuto accontentare di veder soddisfatto solo il livello alfa della scala dei suoi bisogni materiali a causa del “pericolo rosso”, alias la borghesia cinese nel periodo compreso tra il 1954 ed il 1978. Infatti se ancora nel 1951 il numero delle imprese industriali private in Cina era pari a 147.000 unita, contribuendo per quasi la metà al valore globale della produzione industriale della nazione, dopo la nazionalizzazione di massa del 1955-56 venne previsto solo il pagamento ai vecchi proprietari di dividendi annuali e di interessi sui capitali investiti in precedenza, in base a una percentuale pari approssimativamente al 5% del valore dei loro capitali: i dividendi e le rendite vennero loro versate dallo stato cinese senza interruzione per tutto il periodo preso in esame, procurando alla borghesia indigena l’accumulazione di somme sufficienti a garantire una stentata parziale sopravvivenza materiale negli anni compresi tra il 1956 ed il 1978.[5]

La seconda “spada di Damocle”, la seconda forza motrice permanente che ha tenuto carsicamente in vita il livello alfa dei bisogni delle classi privilegiate, anche se spesso in forma latente, è costituita dal “cannibalismo parentale” che spesso caratterizza le relazioni sociopolitiche riprodottesi volta per volta tra i diversi segmenti che costituiscono il mosaico complessivo delle classi sfruttatrici, venute in possesso del surplus e delle condizioni della produzione, dalla tendenza espressa in modo aperto o latente da molte frazioni delle classi egemoni sul piano socioproduttivo e finalizzata ad espropriare per via politico-sociale i loro “cugini” dai mezzi di produzione e dal surplus da loro controllati, in presenza ovviamente di rapporti di forza politici ritenuti favorevoli a tale nobile scopo.

La presenza di queste multiformi tendenze, manifeste o latenti, vicine o anche solo remote, non può che agevolare la riproduzione del bisogno alfa all’interno della coscienza collettiva delle classi egemoni sul piano socioproduttivo e nelle diverse sezioni che le compongono: quando una determinata classe-frazione di classe scatena (o sembra di voler scatenare) uno scontro per l’espropriazione totale-parziale di un altro gruppo sociale privilegiato, per quest’ultimo diventa centrale e fondamentale il bisogno materiale di mantenere almeno in parte, in caso di sconfitta, la propria quota di appropriazione del surplus e delle condizioni generali della produzione, al limite sotto forme precarie e ristrette.

Già in precedenza si è esaminata tutta una serie di scontri intestini verificatisi tra le classi sfruttatrici e di lotte politico-sociali, che hanno caratterizzato una parte significativa della storia mondiale degli ultimi millenni e hanno assunto forme antagonistiche di lotta per la vita o la morte.

Limitando l’analisi all’ultimo millennio di storia europea ed agli scontri intestini tra i ceti privilegiati ed i loro mandatari politici, con le relative ricadute materiali sia sulle frazioni uscite vittoriose dalle lotte che sui segmenti sconfitti, emerge subito come fin dai primi tre secoli del II millennio d.C. si sia verificato nell’Europa centro-occidentale uno scontro durissimo tra la sezione laica ed il segmento ecclesiastico della classe dei proprietari feudali: la chiesa cattolica, le comunità monastiche ed i diversi ordini religiosi detenevano allora una parte molto importante del complesso delle proprietà terriere e delle rendite fondiarie, provocando in tal modo gli appetiti famelici dei loro “fratelli di classe” laici.

La lotta molecolare tra l’alta gerarchia ecclesiastica ed i baroni feudali per il possesso delle terre, e soprattutto la battaglia campale tra Vaticano ed Impero per il “diritto all’investitura”, per il controllo effettivo ed esclusivo delle nomine dei responsabili dei feudi ecclesiastici, segnarono la fase centrale del medioevo assumendo spesso livelli molto intensi di conflitto.

Infatti dalla fine del decimo secolo, “via via che i principi laici si venivano feudalizzando, il potere imperiale poggiava sempre più sui vescovi. Un monarca dopo l’altro, i sovrani avevano moltiplicato le donazioni di terre alle diocesi al fine di renderle sempre più forti. Ma ciò, evidentemente, a patto di nominare di persona i vescovi, ed investirli della loro carica. Consegnandogli pastorale e anello, emblemi delle loro funzioni, gli dimostravano che erano vescovi soltanto grazie a loro, e che da loro gli veniva il governo della diocesi e, per ciò stesso, il godimento del principato. Obbedire al papa, rifarsi alle sue prescrizioni canoniche, permettere quindi ai capitoli di nominare i vescovi e doverli poi investire dei loro feudi laici, avrebbe significato consegnare in mani sconosciute, forse anche ostili, quella forza che l’Impero aveva dato ai prelati, non nei loro interessi, ma nei propri. Intimare all’imperatore di rinunciare all’investitura, significava imporgli di non essere più niente, perché ormai gli sarebbe stata sottratta la base stessa del suo potere».[6]

Anche dopo il parziale compromesso raggiunto a Worms nel 1122, lo scontro tra Impero e Chiesa cattolica si prolungò per tutto il XII ed il XIII secolo, intrecciandosi in forme molteplici con il nascente conflitto tra la borghesia ed i ceti feudali laici: in Germania ed Italia le sanguinose lotte tra Guelfi (avversari dell’Impero) e Ghibellini (filoimperiali) portarono spesso ad uccisioni di massa, esili e confische dei beni di segmenti consistenti dell’aristocrazia fondiaria e della borghesia urbana, tanto che la vicenda dell’esule Dante Alighieri non rimase certo isolata nel lungo periodo in cui in Italia “dalla metà del XII secolo, la guerra civile diventa un’epidemia cronica”, come notò correttamente lo storico H. Pirenne.[7]

Sotto questo aspetto va ricordato che anche il potente ordine religioso dei Templari, dotato e munito di potenti tentacoli economici e finanziari, fu completamente distrutto ed espropriato a partire dal 13 ottobre del 1307 dalla monarchia francese, vogliosa ed avida di impadronirsi gratuitamente dell’immenso patrimonio immobiliare e monetario appartenente all’ordine.

Un secondo filone storico che illustra il carsico “cannibalismo tra privilegiati”, con le sue inevitabili conseguenze sulla scala di bisogni e sulle paure collettive di questi ultimi, è costituito dal sovramenzionato scontro plurisecolare sviluppatosi in Europa tra la borghesia e l’aristocrazia fondiaria feudale-semifeudale, iniziata nell’XI secolo e protrattasi almeno fino al 1870-71.

La “guerra dei sette secoli” si aprì agli inizi del nuovo millennio con l’affermazione ed espansione antifeudale dei Comuni italiani, fiamminghi e francesi, vere e proprie roccaforti politiche e militari utilizzate dalla borghesia commerciale, finanziaria e manifatturiera di quel periodo: spesso la vittoria del contropotere comunale comportò anche l’indebolimento progressivo o addirittura la distruzione dei rapporti di produzione, delle rendite e dei privilegi feudali, come nel caso del riscatto di seimila servi della gleba attuato dal Comune di Bologna nel 1257.[8]

Come si è già visto, il centro di gravità dello scontro di classe si spostò successivamente sull’Europa atlantica nel 1500-1700, assumendo spesso delle forme violente ed antagoniste: il terrore francese del 1793-94 costituì solo l’apice di uno scontro di lungo periodo tra diversi ed antagonisti gruppi sociali privilegiati, che ha lasciato sul terreno un numero molto elevato di morti e innescato dei forti processi di espropriazione dei gruppi sociali rimasti sconfitti, tanto che ancora nei primi decenni del XIX secolo la lotta tra borghesia ed aristocrazia fondiaria in Italia e Spagna produsse dei processi di parziale espropriazione della grande proprietà terriera di matrice ecclesiastica, almeno finché l’emergere della minaccia proletaria e comunista non favorì la creazione di un solido compromesso di classe tra i vecchi contendenti politico-sociali.

Un’ulteriore massa di prove che supportano la tesi sul carattere antagonista/mortale a volte assunto dalla lotta tra i diversi gruppi sociali privilegiati è costituita dal fenomeno dell’antisemitismo economico, emerso sia nelle società feudali che borghesi europee, che si espresse attraverso i processi periodici di espropriazione della sezione privilegiata della popolazione ebraica, costituita da usurai e mercanti fino al 1650 e da banchieri e capitalisti industriali dopo lo scoppio della Rivoluzione Industriale (una larga maggioranza degli ebrei era invece composta da artigiani ed operai, parte integrante e particolarmente vulnerabile delle masse popolari dell’area europea).

A partire dal 1095 d.C., una buona parte della popolazione ebraica dell’Europa fu colpita per più di otto secoli da una serie di ondate di persecuzioni, in una prima fase di matrice feudale e clericale. L’antisemitismo medioevale era composto da due lati interconnessi, costituendo un complesso intreccio di “religione e brigantaggio” (Poliakov): una prima tendenza dell’antisemitismo feudale colpiva senza distinzione l’intera massa degli ebrei, molto spesso quasi completamente privi di coperture e protezioni politico-militari, creando un’utile e collaudata valvola di sfogo per le tensioni politico-materiali emerse nelle masse popolari “cristiane” ed indirizzandole contro un comodo e falso bersaglio, ma l’aspetto principale dei pogrom era costituito dalle periodiche espropriazioni su larga scala attuate dagli apparati statali feudali contro la ristretta élite di usurai e mercanti ebrei, attraverso quelle espulsioni o confische dei beni che rappresentarono per molti secoli sia una dura realtà che una minaccia latente/aperta per la protoborghesia ebraica, in forme abbastanza simili a quelle sopportate agli inizi del Trecento dall’ordine dei Templari.

Ad esempio la notevole potenza economica dei mercanti e degli usurai ebrei in Spagna venne colpita duramente già durante i pogrom ed i saccheggi del 1391, ma l’attacco principale alla posizione ed ai bisogni materiali primari dei notabili ebrei nella penisola ispanica, venne sferrato il 31 marzo del 1492, quando il cattolicissimo re Ferdinando e la sua consorte Isabella firmarono il famigerato editto di espulsione di tutti gli ebrei spagnoli che non accettavano di convertirsi: ad essi fu “concesso” un termine di quattro mesi, entro il quale liquidare i propri affari e vendere i beni mobili ed immobili, ma fu comunque loro vietato di esportare denaro e metalli preziosi. «In qualche mese gli ebrei vendettero tutto quello che poterono; davano una casa in cambio di un asino, una vigna in cambio di un pezzo di tessuto o di tela.»[9]

Pertanto si sviluppò un periodo di lucrosi affari su larga scala per i cattolici spagnoli benestanti, proprio a causa dell’espropriazione de facto degli ebrei del paese e processi analoghi colpirono nei decenni successivi anche la protoborghesia ebraica del Portogallo e gli usurai del ghetto di Roma, nel corso del 1684.

Per quanto riguarda invece l’antisemitismo “economico” di matrice capitalistica, sono abbastanza conosciute le misure di confisca e di esproprio prese dal nazismo a partire dal 1933 contro la borghesia ebraica, prima in Germania ed in seguito nei territori occupati dall’imperialismo tedesco tra il 1938 ed il 1945, che fece da pendant al criminale progetto hitleriano di genocidio dell’intera popolazione ebraica europea.[10]

Anche le guerre di religione ed i conflitti violenti tra i diversi clan in lotta per il potere, che hanno spesso insanguinato l’Europa nell’ultimo millennio, hanno spesso avuto delle dure ricadute materiali ed economiche per i perdenti negli scontri, protagonisti politici e loro mandanti sociali privilegiati.

Naturalmente non fu solo l’Europa centro-occidentale ad essere colpita dal “cannibalismo di classe” a volte espresso dai ceti privilegiati e dai loro mandatari politici. Anche i processi di sviluppo delle aree geopolitiche cinesi, indiane, arabe e asiatiche mostrano numerosi esempi di espropriazione e di massacri tra le frazioni rivali (politiche ed economiche) dei gruppi sociali privilegiati, venuti in possesso delle condizioni della produzione e del surplus, e già in precedenza si è già dimostrato come casi concreti di cannibalismo di classe siano stati espressi anche nei modi di produzione asiatici e schiavistici, assumendo a volte la forma della lotta tra le diverse frazioni di natura politico-religiosa delle classi privilegiate. Sotto questo profilo è particolarmente illuminante la storia plurisecolare delle periodiche persecuzioni attuate dai re e dai religiosi di fede vedica in India contro i templi e la gerarchia buddista, a partire dal tentato genocidio messo in atto dal re Pushyamitra Shunga (185 a.C.) fino ad arrivare agli espropri di massa dei monasteri buddisti nell’epoca Rajputi, durante il VII-X secolo d.C.[11]

Un’altra “spada di Damocle” che ha determinato -e determina tuttora- la riproduzione costante di livello inferiore dei bisogni materiali delle classi privilegiate è rappresentata da quelle particolari minacce provenienti dall’arena internazionale e dalle concrete invasioni esterne che si possano tradurre – sia a livello reale che potenziale – in un’espropriazione totale/parziale del surplus e dei mezzi di produzione controllati dai gruppi sociali che, in precedenza, egemonizzavano gli stati rimasti sconfitti nei conflitti interstatali o quelli in pericolo di diventarlo.

Si è già notato in precedenza che la tendenza comune a tutte le formazioni statali classiste, asiatiche, schiavistiche, feudali o capitalistiche, finalizzata all’espansione delle rispettive aree di influenza economiche e politiche sempre in presenza e col supporto di correlazioni di potenze favorevoli rispetto alle potenziali “prede”, determina come sottoprodotto inevitabile che ogni élite politica dominante ed ogni classe socialmente privilegiata costituisca, almeno a livello potenziale, una possibile preda per un altro/altri stati eventualmente più potenti e che la vittoria dei potenziali predatori possa comportare, almeno a livello potenziale, il trasferimento di quote più o meno consistenti del plusprodotto e dei mezzi di produzione a favore dei nuovi soggetti dominanti, attraverso dei processi di espropriazione parziale/totale delle classi in precedenza egemoni nei rapporti di produzione classisti dei loro stati.

Un’esperienza storica plurimillenaria insegna facilmente alle nomenklature politiche al potere, ai governi ed ai loro mandanti sociali che non solo gli scontri e le guerre tra stati sono sempre possibili, ma che le parti vincenti a volte possono attuare a proprio vantaggio anche un declassamento ed un’espropriazione parziale/totale dei vecchi gruppi sociali privilegiati, negli stati invasi o nelle aree politiche sottoposte al loro controllo indiretto: possibilità più o meno concreta a seconda dei rapporti di forza internazionali e delle situazioni storiche concrete, la quale tuttavia non scompare quasi mai per lunghi periodi dalla coscienza e dalla memoria collettiva delle classi venute in possesso del surplus delle condizioni generali della produzione, costituendo anche negli scenari storici più favorevoli una forza politico-sociale che alimenta la riproduzione latente, a bassa intensità del livello alfa dei bisogni materiali di classe. Oltre alla pericolosità insita nelle regole della politica internazionale, gioca in questo senso un ruolo concreto – variabile a seconda delle situazioni storiche, ma presente almeno in segmenti minoritari dei gruppi sociali privilegiati – la coscienza collettiva dei crolli politico-militari e dei collassi economico-sociali subiti negli ultimi millenni da tutta una serie di stati e classi privilegiate, in precedenza molto potenti e considerate invincibili, a causa di invasioni esterne.

«I barbari alle frontiere per ora non ci minacciano seriamente, ma potrebbero farlo in futuro, come è avvenuto per l’antica Roma.»

«Ora siamo i più forti, ma troppi capi internazionali ci odiano e ci vorrebbero distrutti.»

«Troppi imperi che si credevano eterni sono andati distrutti nel corso dell’ultimo millennio.»

Persino per le classi dominanti degli stati più potenti, collocati in una posizione relativamente sicura all’interno dell’arena internazionale, il ricordo storico e la conoscenza anche approssimativa dell’impressionante sequenza di stati sconfitti in guerra, e delle loro classi dominanti espropriate “dall’esterno”, costituiscono dei segnali di allarme precisi, specialmente se tale coscienza collettiva si combina con il ricordo indelebile di sconfitte politico-militari subite in prima persona in un passato più o meno vicino: una certa dose di “paranoia” politico-sociale risulta del resto perfettamente giustificata in questo campo, come dimostra proprio la dinamica plurimillenaria delle relazioni internazionali tra stati.

Le formazioni economico-sociali asiatiche, schiavistiche e feudali hanno infatti conosciuto numerosi casi di invasione, “civili” o “barbariche”, che hanno determinato l’espropriazione totale o parziale delle vecchie e sconfitte classi privilegiate dei territori occupati. Se ad esempio le tribù gotiche e germaniche che riuscirono, nel corso del V e VI secolo a.C., a distruggere l’apparato statale romano nell’Europa centro-occidentale confiscarono di regola almeno un terzo delle terre e dei servi posseduti dai vecchi gruppi dominanti, in alcuni regni (Vandali, Goti di Toti, ecc.) l’espropriazione della vecchia aristocrazia fondiaria fu completa e molto sanguinosa.[12]

L'”esproprio bellico” non fu certo solo un patrimonio dei cosiddetti “barbari”, dato che la spinta espansionistica espressa dai più avanzati stati imperialistici, di stampo asiatico, schiavistico o feudale, portò spesso ad espropriazioni su larga scala ed a massacri di massa. Ad esempio la repubblica schiavistica romana ridusse in schiavitù tutta la popolazione rimasta in vita a Cartagine e Corinto, nel II secolo a.C., mentre l’impero feudale di Carlomagno compì vere e proprie campagne di sterminio contro i Sassoni, durante la seconda metà dell’VIII secolo; a loro volta le proteiformi crociate cattoliche, intraprese tra l’XI ed il XV secolo, ebbero sempre come uno degli obiettivi principali la razzia sistematica delle aree interessate partendo ovviamente dai ricchi delle zone occupate, fossero essi arabi siro-palestinesi, i notabili delle eretiche popolazioni Albigesi della Provenza o degli eretici Hussiti in Boemia, degli Slavi o gli abitanti del Baltico. Secondo H. Pirenne, le Crociate in Europa contro le forze eretiche-cristiane arrivarono spesso a trasformarsi in genocidi:  «fin dalla prima spedizione, la guerra santa prende il posto dell’evangelizzazione dei non cristiani e verrà utilizzata anche contro gli eretici. L’eresia degli Albigesi e, più tardi, quella della Hussiti, furono radicate con la guerra santa. Quanto ai pagani, i metodi impiegati contro i Serbi, i Prussiani, i Lituani sono singolari: non si tratta di convertire gli infedeli, ma di sterminarli».[13]

Dal canto loro anche gli stati ad egemonia borghese, fin dal loro sorgere e fino ai nostri giorni, hanno sempre cercato di dominare i loro nemici internazionali, di sfruttarli e spesso di appropriarsi anche delle loro risorse economiche e delle proprietà dei notabili del posto, in presenza ovviamente di rapporti di forza favorevoli a tali nobili scopi.

Gli scontri tra gli stessi stati capitalistici; le guerre scatenate contro i clan collettivistici paleolitici-neolitici dagli stati borghesi; i conflitti bellici sorti tra questi ultimi e le formazioni statali feudali prima del socialismo deformato in seguito hanno spesso portato nel corso dell’ultimo millennio a processi di espropriazioni su larga scala delle parti risultate sconfitte nello scontro internazionale, partendo proprio dal periodo iniziale e dal luogo di nascita della borghesia, l’Italia centro-settentrionale durante il periodo compreso tra il XII ed il XIV secolo.

«Dalla metà del XIII secolo, la guerra civile diventa un’epidemia cronica. Se i grandi vincono, i piccoli vengono massacrati senza pietà, dove invece hanno la peggio, essi vengono cacciati dalla città, le loro case o i loro palazzi vengono distrutti ed essi, in attesa dell’ora della riscossa, spadroneggiano nelle campagne circostanti, saccheggiando e molestando i loro compatrioti.

Spesso, coloro che vengono banditi dalle città trovano protezione e alleanza in una città vicina. Infatti, se la guerra regna in permanenza in seno alla borghesia, in genere, domina anche i rapporti delle città tra loro. Poiché ciascuno di esse formano un centro economico indipendente, non pensa che a sé, fa di tutto per obbligare i contadini e le popolazioni dei dintorni ad approvvigionarla, si adopera per costringere il transito dei dintorni a confluire verso di sé, per escludere le rivali sul mercato e per togliere loro, se possibile, gli sbocchi di cui dispongono. Così, lo scontro degli interessi è violento all’esterno quanto all’interno. Il commercio e l’industria si sviluppano in mezzo a lotte armate. In tutti questi piccoli mondi chiusi e circondati di muraglie, che si spiano dall’alto delle torri, le energie vengono spese con pari vigore per produrre e per distruggere. Ogni città pensa che il proprio benessere dipenda dalla rovina delle rivali. Ai progressi dell’economia urbana corrisponde una politica di particolarismo municipale sempre più spinto e feroce. Gli odi si placano esclusivamente quando si intravede un pericolo comune. Sono state necessarie le minacce e le brutalità di Federico Barbarossa per unire contro di lui la lega lombarda e per riportare la vittoria di Legnano.»[14]

Si è già ricordato come il colonialismo della borghesia manifatturiera in una prima fase, e l’imperialismo dei monopoli finanziari in seguito abbiamo espropriato in molti casi, parzialmente/totalmente, le proprietà fondiarie e le fonti del surplus possedute in precedenza dalle vecchie classi sociali privilegiate in larghe sezioni dell’America, dell’Africa e dell’Asia, oltre a confiscare larga parte dei terreni controllati dalle tribù collettivistiche che abitavano nei tre continenti citati ed in Oceania.

Ad esempio la borghesia francese sottrasse beni e terreni su larga scala sia ai contadini che ai ricchi notabili dell’Algeria, subito dopo la conquista di quest’ultima avvenuta nel 1830. L’esproprio dei contadini e della popolazione algerina «prese avvio dal 1830 con la confisca delle terre dell’antico stato (beylik) e dei suoi dignitari – houch nella Mitidja – e proseguì nelle pianure di Bona e di Orano, e dopo il 1837 in quelle degli azel del Costantinese, aggiudicate in un primo tempo in locazione a certi speculatori che facevano lavorare i loro antichi gestori, poi date sempre più in concessione (94.796 ettari degli houch, nel 1838). Seguì subito l’espropriazione delle terre’arch delle collettività, con distruzioni ed estorsioni, per impiantare sulle loro terre migliori, in seguito al sequestro o alla confisca dei maggesi senza titolo di proprietà privata, centri di colonizzazione popolati specialmente dai deportati del giugno 1848. L’obiettivo dichiarato della deliberazione del senato del 1863 era stabilire la proprietà delle tribù, ma questo permise soprattutto di distaccare, sulle terre migliori, sezioni non riconosciute. L’esproprio delle terre delle tribù rifugiate in Marocco o degli insorti del 1863-64 e del 1871 mise a disposizione della colonizzazione le terre più ricche: una riserva di 568.817 ettari nel 1871, togliendo ai Cabili i pascoli d’inverno delle loro pianure e le alte pianure cerealicole della Metjana. Il sequestro si accompagnò alla deportazione degli Hachem di quella pianura nella steppa arida dell’Houdna, e al prelievo di un contributo straordinario di guerra di 27 milioni (452.000 franchi oro), mettendo intere popolazioni alla mercé di prestiti usurai. Questo spossessamento portò, fin dalla prima fase, alla concentrazione del capitale fondiario, anche per l’intervento del credito bancario a profitto dei più solvibili e per la concessione di grandi estensioni allo sfruttamento latifondiario: 20 mila ettari alla società ginevrina, vicino a Setif, fin dal 1853; 100 mila alla Società generale algerina il 1865, in pieno “regno arabo” per un prestito di 100 milioni di franchi oro. Lo spossessamento destrutturò e depauperò la società algerina mettendola per il futuro alla mercé di “acquisti” imposti, quando anche prima del sequestro del 1871 più di 500 mila ettari le erano stati sottratti dalla colonizzazione, e per il 96% dallo stato coloniale che intanto incamerava nel demanio o nei beni municipali estensioni dello stesso ordine di grandezza».[15]

Per quanto riguarda il Congo francese, alla fine del XIX secolo esso era stato quasi interamente spartito tra quaranta compagnie concessionarie, che avevano ottenuto il monopolio dello sfruttamento delle risorse locali e del commercio soppiantando quasi interamente i vecchi notabili e gruppi sociali privilegiati del posto, mentre nel Congo belga l’espropriazione forzata era invece avvenuta a vantaggio quasi esclusivo della sola famiglia regnante belga, attraverso un processo sanguinoso che causò nella regione il semigenocidio delle popolazioni indigene.

Se si esamina invece il plurisecolare e lucroso traffico di schiavi che insanguinò l’Africa tra il XV e l’inizio del XIX secolo, esso venne gestito dalle nascenti borghesie europee in stretta collaborazione con una parte dei notabili locali determinando sia un pauroso salasso umano e demografico delle popolazioni africane, specialmente nelle sue zone occidentali, che il collasso del potere economico e politico detenuto in precedenza da determinate sezioni delle vecchie classi privilegiate africane, causando la formazione di uno stato di semianarchia generalizzata.

«L’impatto economico fu di una violenza inaudita: regni evoluti che già battevano moneta proprio vengono rigettati allo stadio tribale, le federazioni di tribù si sciolsero in comuni erranti, imperi si sgretolarono, le città vennero abbandonate, i campi lasciati incolti per mancanza di agricoltori. L’insicurezza generale bloccò il commercio, gli scambi all’interno del continente si ridussero al piano regionale. Un lungo ristagno economico accompagnò la caduta demografica.»[16]

Il cannibalismo di classe capitalistico non venne riservato solo ai popoli di colore extraeuropei. In Irlanda, ad esempio, il potere statale protestante guidato da Cromwell espropriò nel corso del 1649-50 quasi tutti i proprietari fondiari cattolici, che vennero deportati nelle regioni occidentali più remote dell’isola mentre i loro fittavoli e braccianti invece erano lasciati sul posto, a disposizione dei nuovi latifondisti anglosassoni; nel XX secolo l’imperialismo tedesco ed il suo mandatario politico nazista misero in atto delle forme particolarmente brutali di saccheggio sistematico dei mezzi di produzione e del surplus collocati negli stati annessi all’area di influenza del Terzo Reich, sviluppando una razzia sistematica che colpì parzialmente le stesse borghesie dei paesi occupati dalla Germania nel periodo compreso tra il 1938 ed il 1945, distruggendo alla radice la loro sezione e frazione ebraica.[17]

Anche per la terza “spada di Damocle” valgono le considerazioni teoriche sovraesposte. La presenza carsica di attacchi militari dall’esterno e di guerre di aggressione condotte da nemici stranieri, le guerre di rapina trasformatesi in occupazione permanente dei territori sconfitti ed in processi di espropriazione (totale/parziale) dei gruppi sociali privilegiati “indigeni” rendono a volte centrale il bisogno materiale alfa per determinate classi sfruttatrici, sempre in presenza di rapporti di forza per loro molto sfavorevoli; ma anche in assenza di scenari internazionali da “allarme rosso”, la minaccia latente dell’espropriazione (totale o parziale) proveniente dall’esterno e da nemici internazionali non può mai essere esclusa del tutto dalle opzioni/previsioni elaborate dai proteiformi gruppi sociali dominanti e dai loro mandatari politici, anche se ridotta ai minimi termini e ad un’eventualità estremamente improbabile, e di regola essi conservano la memoria storica di precedenti attacchi dall’esterno, anche solo subiti da stati confinanti.

In estrema sintesi, anche i ricchi… hanno paura.

Se si prendono in esame assieme le tre “spade di Damocle” sopra esaminate, emerge subito come sia sufficiente la presenza reale anche di una sola fonte di pericolo per “tenere in vita” in forma latente e riprodurre nel tempo il bisogno alfa (congelato, latente) all’interno della coscienza collettiva delle classi sfruttatrici, e che basti allo stesso tempo anche solo la percezione collettiva della presenza di un pericolo presunto, dimostratosi in seguito inesistente, per attivare il bisogno alfa. Visto che tra l’altro anche solo l’eco lontana ed il ricordo collettivo di un lontano remoto pericolo politico-sociale, di carattere interno o internazionale, tengano in vita – seppur ibernato e in letargo – il gradino inferiore della scala dei bisogni materiali delle classi privilegiate, non diventa strano e/o casuale che proprio la più potente classe dominante mai comparsa nell’arena storica, la borghesia statunitense dell’ultimo secolo di storia, sia stata ossessionata in modo quasi costante dai pericoli esterni/interni e dall’esigenza di combattere con ogni mezzo un suo possibile declino (progetto Camelot dell’amministrazione Kennedy, progetto PNAC del 2000 di Cheney/Rumsfield, ecc.).

Certo, sono anche esistiti realmente dei periodi storici in cui alcuni gruppi sociali egemoni sul piano socioproduttivo si sono posti al sicuro da tutte e tre le “spade di Damocle”, sentendosi invulnerabili per lungo tempo rispetto alla:

Ø      minaccia proveniente dalle masse popolari, ridotte all’impotenza politica e relegate al massimo nella sfera delle lotte economico-corporative;

Ø      minaccia di lotte fratricide di particolare intensità all’interno delle diverse frazioni che compongono il blocco sociale dominante, in possesso delle condizioni della produzione;

Ø      minaccia proveniente da stati ostili/potenzialmente ostili nelle relazioni internazionali.

In queste situazioni fortunate, caratterizzate da una correlazione di potenza globale molto favorevole sotto tutti gli aspetti per alcune classi sociali privilegiate, la latenza nei bisogni materiali alfa di queste ultime è diventata anche molto prolungata nel tempo, ma tali fasi hanno rappresentato solo delle rare eccezioni storiche e persino al loro interno ha agito il “tarlo della paura”, alimentato dai ricordi dei fantasmi del passato e dei nemici sconfitti in precedenza.

L’impero mediterraneo ed europeo degli schiavisti romani nel periodo degli Antonini (101-165 d.C.), e l’impero mondiale creato dalla borghesia britannica, nel periodo che parte dal 1850 fino al 1873/78, costituiscono i due principali esempi storici segnati da un’egemonia (quasi) incontrastata e di lunga durata esercitata da due potenti e sicure classi sfruttatrici e dai loro mandatari politici sia in campo statale che internazionale, non turbata tra l’altro da profonde contraddizioni interne.

Nel II secolo d.C. l’impero romano «aveva portato con sé una relativa pace civile, accompagnata da un notevole rilassamento della politica di conquiste. Il cambiamento della politica provinciale aveva fatto sì che lo sfruttamento delle province acquistasse un carattere più organizzato e meno brigantesco. La pirateria era stata sradicata o, almeno, considerevolmente ridotta. Si era sviluppata una magnifica rete stradale ed era stata introdotta un’unica moneta imperiale.

Tutti questi fattori avevano agito in modo favorevole su vari aspetti della vita della società romana (…) L’agiatezza delle alte classi nelle province era aumentata, le città provinciali avevano ottenuto l’autonomia e vivevano un’intensa vita economica e culturale».[18]

Anche nell’epoca degli Antonimi, tuttavia, le classi egemoni sul piano socioproduttivo ed i loro mandatari politici conservarono di regola il ricordo collettivo di Annibale e Spartaco, mentre dentro l’impero scoppiarono tutta una serie di eroiche rivolte promosse dalla popolazione ebraica ed ai confini della formazione statale romana si stavano via via organizzando e rafforzando le minacciose tribù “barbare” della Germania e dell’Europa orientale.

Per quanto riguarda invece la riproduzione collettiva del bisogno alfa del “proletariato storico”, sostenuta ed alimentata da quell’istinto di sopravivenza individuale-collettivo ereditato dal periodo paleolitico e neolitico, essa è avvenuta e si è sviluppata nelle diverse società di classe principalmente in forza di una dura realtà materiale, quasi costantemente presente dal IV millennio a.C. e fino ai nostri giorni: l’esigenza urgente e vitale di soddisfare almeno i bisogni elementari di sopravvivenza materiale ha infatti riguardato ed interessato direttamente,  in modo costante e da sei millenni, almeno delle sezioni significative dei produttori diretti nelle diverse aree geopolitiche del mondo,  colpiti in prima persona (o minacciati seriamente) da quella sottoriproduzione stentata, “ristretta e ridotta” della loro forza-lavoro che ha creato, allo stesso tempo, delle preoccupazioni più o meno estese ed intense anche in quasi tutti gli altri segmenti di classe, meglio posizionati riguardo alle condizioni di vita materiali.[19]

Molti, troppi produttori diretti hanno dovuto soffrire la miseria assoluta o forme quasi equiparabili negli ultimi sei millenni di storia, e nello stesso tempo quasi tutti i produttori diretti hanno dovuto osservare direttamente alcune sezioni dei loro “fratelli di classe” soffrire la miseria assoluta (o la fame) anche in periodi non bellici, per effetto della combinazione perversa tra il basso livello di sviluppo delle forze produttive sociali e l’azione concreta delle tendenze nichiliste espresse dalle classi sfruttatrici dopo il 3700 a.C., in presenza di rapporti di forza a loro favorevoli.

Fino alla Rivoluzione industriale la coesistenza sviluppatasi tra il feroce sfruttamento di classe, la quasi generale inferiorità politico-militare delle masse popolari ed il basso livello di sviluppo delle forze produttive determinò una sinistra continuità nel livello di vita degli schiavi e dei servi della gleba, dei contadini poveri e degli operai salariati, di regola pericolosamente vicini alla soglia di sopravvivenza biologica anche nelle annate di buon raccolto.[20]

Secondo tutta una serie di ricerche storiche risulta che nel 1788 un manovale francese, alla vigilia della rivoluzione, doveva lavorare un po’ più di sette ore giornaliere per procurarsi il pane necessario per l’alimentazione della propria famiglia, mentre duemila anni prima, ai tempi di Cicerone, nelle annate buone un operaio giornaliero agricolo poteva acquistare tre chilogrammi di pane (base materiale fondamentale per la riproduzione biologica) solo con il dispendio di cinque/sei ore di fatica giornaliere. Visto che anche nella seconda metà del 1300 e nel 1400, nella ricca Francia, rimanevano sempre necessarie cinque/sei ore di lavoro ad un salariato per ottenere una razione di cereali sufficiente a far sopravvivere la sua famiglia, aveva indiscutibilmente ragione lo storico liberale Carlo Cipolla ad affermare che «una delle caratteristiche tipiche dell’Europa pre-industriale, come di tutte le società agricole tradizionali, fu un allucinante contrasto tra la miseria abietta della massa dei più poveri e l’affluenza e la magnificenza del limitato numero dei più ricchi».[21]

Già nel 133 a.C. Tiberio Gracco aveva descritto la situazione disperata dei contadini liberi romani, ormai in stato di avanzata proletarizzazione, con parole adattabili anche a molti altri casi di “proletariato storico” pre-industriale. «Le bestie selvagge che vivono in Italia hanno ciascuna una tana, un rifugio, un riparo; ma coloro che combattono e muoiono per l’Italia non possiedono altro che l’aria e la luce. Senza casa, come vagabondi, errano con la moglie e i figli. I generali mentono ai soldati, quando, durante i combattimenti, li incoraggiano a difendere dai nemici le loro tombe e i loro santuari. Perché nessuno di questi Romani possiede ancora un altare di famiglia o la tomba dei suoi antenati. È per il lusso e la ricchezza degli altri che combattono e muoiono, mentre essi, che vengono detti i padroni del mondo, non hanno neppure una zolla di terra per sé.»[22]

Ma c’è di peggio, visto che nell’Europa pre-industriale si sono anche verificati dei processi di peggioramento assoluto del già basso tenore di vita delle masse popolari e delle curve discendenti di lungo periodo nei redditi reali dei produttori diretti urbani: ad esempio il potere di acquisto di un mastro muratore, nell’Inghilterra del periodo 1790-1810, non aveva ancora superato il livello raggiunto nel 1260-1275 e più di cinque secoli prima, risultando inferiore a quello detenuto da un suo pari grado durante l’era aurea del 1450-1480.[23]

Inoltre la situazione materiale dei contadini, dei produttori diretti agricoli europei e di altre aree geopolitiche del globo, si rivelava molto spesso ancora peggiore di quella dei salariati urbani: ad esempio la condizione dei braccianti agricoli del XIII secolo in Cina, stato all’avanguardia per millenni nello sviluppo delle forze produttive sociali, risultava di regola molto dura e si riduceva di solito ad una riproduzione ristretta e precaria della forza-lavoro subordinata operante nelle campagne.

«I contratti di locazione di operai agricoli sono più precisi. L’uomo è dato in affitto per la stagione, generalmente dalla prima luna (febbraio) alla nona (ottobre). Il suo salario è di un “carico” (circa 50 litri) di cereali al mese, grano e miglio. Il padrone si impegna a fornirgli gratis un “abito di primavera, una camicia e un paio di pantaloni per l’estate, e un paio di scarpe di cuoio”. In cambio egli deve lavorare senza interruzione dall’alba alla notte. Per ogni giorno di lavoro mancato gli vengono trattenuti sul salario 12 decilitri nei mesi di grande lavoro e 6 decilitri negli altri mesi. Se si ammala, si riduce dal salario la paga di giorni in cui non è andato nei campi. Se perde o danneggia il materiale agricolo a lui affidato (canestre di vimini, sacchi, falci, zappe e vanghe), dovrà provvedere alla loro sostituzione. Infine, come d’uso, il padrone non sarà tenuto responsabile se si rende colpevole di furti a danno di terzi, si tratti di grano o di miglio, di meloni, di ortaggi, di frutta, di montone o di bue.»[24]

Anche nella regione lombarda del XVI secolo, allora ancora all’avanguardia in Europa per il grado di sviluppo delle forze produttive sociali, un lavoratore agricolo medio riusciva a guadagnare sulle 135 lire all’anno: anche in condizioni climatiche favorevoli, “quando il pane ed il vino sono di mediocre prezzo” (da un memoriale del Cinquecento sul costo della vita in Lombardia) l’alimentazione del contadino e della sua famiglia costava 183 lire annue, rendendo pertanto indispensabile il lavoro di moglie e figli per ottenere una stentata sopravvivenza del nucleo familiare rurale.[25]

Anche dopo lo scoppio della Rivoluzione industriale (1770-1840), con il suo boom senza precedenti delle forze produttive e della ricchezza sociale, il tenore di vita del proletariato delle nuove fabbriche rimase ancorato per molti decenni a un livello di mera sopravvivenza ed al “minimo fisiologico” (Malanima), mentre sezioni abbastanza consistenti della classe operaia britannica sprofondarono periodicamente nella fame o nella morte per inedia: ancora nel 1836, migliaia di lavoratori morirono nella “civile” Inghilterra di quel tempo per pura e semplice mancanza di cibo, di alimenti, di pane.

«In cambio di salari appena appena sufficienti a permettere loro di sopravvivere, gli operai si adattavano a vivere ammassati come pecore in tetri e immensi slum privi di fogne, di un adeguato approvvigionamento idrico, di attrezzature culturali e di svago. Le baracche messe a disposizione dai datori di lavoro, in cui dovevano vivere, erano così squallide che oggi la legge non consentirebbe neppure di usarle come stalle. Nei cotonifici della zona di Manchester gli operai dovevano lavorare 14 ore al giorno in ambienti in cui la temperatura raggiungeva gli 84° gradi Fahrenheit», (alias circa trenta gradi Celsius).

«Era vietato mandare qualcuno a prendere dell’acqua o aprire una finestra. Le infrazioni più banali erano punite con multe che si traducevano in decurtazioni dei salari. Alcuni industriali escogitavano astuti regolamenti applicando i quali erano pressoché sicuri di riuscire a ridurre ancora il salario già miserabile dei loro operai. Da un Rapporto parlamentare apprendiamo che il regolamento affisso in uno stabilimento ammoniva: “Ogni filatore trovato sporco al suo posto di lavoro sarà multato di uno scellino”; nello stesso stabilimento un altro cartello dichiarava: “Ogni filatore sorpreso a lavarsi sarà multato di uno scellino”». (A quel tempo uno scellino corrispondeva approssimativamente alla paga di una giornata di lavoro.) «I ragazzi costavano meno degli adulti, e così diventavano spesso il sostegno della famiglia, mentre il genitore restava un disoccupato. I ragazzi poveri venduti dai Guardians of the Poor erano ancora più a buon mercato, e venivano spediti in gruppi da Londra verso i centri minerari del Galles meridionale e i cotonifici del Nord. Ragazzi di nove anni venivano mandati a lavorare per 14 ore al giorno nelle miniere, a spaccare il carbone, e nei cotonifici del Lancashire bambine di sette anni lavoravano come “apprendiste” dalle 5 del mattino fino alle 8 di sera: una giornata lavorativa di 15 ore.

A norma delle cosiddette Combination Laws ogni forma di contrattazione collettiva, ogni associazione dei lavoratori che si proponesse di migliorare le loro condizioni di vita, era considerata “cospirazione” punibile con il carcere. Se gli operai si ribellavano, le truppe gli sparavano addosso. Quando gli operai, in preda alla disperazione, cominciavano a spaccare le macchine, il Parlamento approvò una legge che prevedeva la pena di morte per chiunque avesse distrutto di proposito il macchinario.

Fu con sistemi di questo genere che chi deteneva la ricchezza e il potere riuscì a impedire che diminuisse la disponibilità di manodopera a buon mercato.»[26]

Il mantenimento forzato e pluridecennale della classe operaia ad un livello alfa di soddisfazione dei bisogni materiali, pur in presenza di uno sviluppo impetuoso delle forze produttive sociali, marciò in modo indissolubile con la parallela e vertiginosa spirale ascendente dei profitti accumulati (e spesi) dalla borghesia britannica.

«I profitti erano alle stelle. In Gran Bretagna affluivano ricchezze provenienti da ogni parte del mondo. Per i “pochi” furono giorni memorabili. Denaro, denaro, denaro… era una cascata, una valanga. Denaro per le tenute in campagna, denaro per le immense case a Londra, denaro per le carrozze, i servitori e gli abiti eleganti; denaro per i parties di fine settimana e i viaggi di svago nell’Europa continentale; denaro per i teatri, gli intrattenimenti e i balli in maschera; denaro per imparare la musica, ricevere un’ottima educazione e passare le vacanze in qualche stazione balneare; denaro per il solo gusto di avere denaro. Era come se questa Londra dei milionari distasse un milione di chilometri dalle tetre città dove la grande massa della popolazione inglese cercava di sopravvivere in condizioni di inconcepibile degradazione. Nel 1836, nel bel mezzo di un periodo di “prosperità” senza precedenti, migliaia di persone morirono letteralmente di fame.

Fu il prezzo che generazioni e generazioni di lavoratori inglesi pagarono per la leadership industriale della Gran Bretagna, che rese possibile le glorie dell’impero.»[27]

Tempi spietati ma molto lontani, si potrebbe obiettare: ma si commetterebbe un grave  errore.

Su scala planetaria, almeno la metà dei lavoratori dipendenti del XX secolo e degli inizi del XXI hanno ottenuto – ed ottengono tuttora – solo una soddisfazione precaria del livello minimale della scala dei loro bisogni materiali, scendendo spesso sotto al limite fisiologico di sopravvivenza, di modo che l’esigenza collettiva della pura e semplice autoriproduzione sociobiologica, seppur con modalità precarie e parziali, si è mantenuta centrale e dominante per loro in qualità di esperienza concreta e subita direttamente, o come minacciosa e concreta possibilità in un futuro prossimo, specialmente nel cosiddetto Terzo Mondo.

Se durante gli anni Trenta dello scorso secolo ogni anno un milione di operai, di braccianti e di contadini poveri cinesi morivano di fame e la Croce Rossa internazionale segnalava che, lungo le strade della sola Shangai, venivano raccolti annualmente più di ventimila corpi di donne, uomini e bambini distrutti letteralmente dalla mancanza di cibo, una larga sezione dei “dannati della terra” (Fanon) continua ancora oggi a sprofondare nel sublivello-fame: nel 2000 ottocentocinquanta milioni di persone soffrivano dei morsi della denutrizione secondo un rapporto della FAO (nel 2008 la cifra “dannata” era aumentata fino a 930 milioni), mentre trenta milioni di persone all’anno muoiono per inedia o malattie facilmente curabili ancora all’inizio del III millennio.[28]

Si prenda ad esempio in esame il cantiere di rottamazione delle navi collocato a Chitagong nel Bangladesh, dove nell’agosto del 1999 migliaia di lavoratori ottenevano tutto il materiale possibile dalle navi ormai destinate alla demolizione. «Lavorano tanti bambini qui, in questo cantiere alla rovescia, o perlomeno a me sembrano bambini. Domando a quelli che mi passano a tiro di voce, quanti anni hanno e tutti mi rispondono “quattordici”, l’età in cui il datore di lavoro non può essere accusato di sfruttamento della manodopera infantile. A me però sembrano più giovani, sarà perché sono piccoli di statura, mingherlini; o forse è la fame continua che impedisce ai loro corpi di crescere.

C’è ad ogni modo proprio bisogno di un po’ d’ombra su questa spiaggia dove la sabbia è impastata col petrolio, e una melma viscida e appiccicosa entro la quale si affonda fino alle caviglie, fino alle ginocchia, fino alla vita se si porta sulle spalle un pesante lastrone di ferro, come sta facendo un uomo, ormai fermo a una trentina di metri dalla riva con il suo carico che tiene alto con le due braccia sopra la testa: si capisce che da solo non ce la può fare a disimpantanarsi.

Parte lenta, a un cenno del sorvegliante, una squadra di soccorso: sono cinque uomini magri e seminudi, hanno arrotolato al braccio sinistro delle ciambelle di corde, si avviano guardinghi in quello che sembra un prato ma che, in realtà, è il fondo del mare in quest’ora in cui l’acqua è defluita. Così, adesso, le grandi navi, alcune ancora integre, altre già intaccate, con uno sforzo di fantasia appaiono come giganti preistorici che brucano pacificamente la riva, ossia il fondale di alghe di un verde lucido che nasconde le insidie delle sabbie mobili. L’uomo con il lastrone vi è incappato per distrazione: o forse è nuovo del lavoro. Qui, i vecchi, gli esperti, per andare dalle navi alla riva e viceversa, seguono sicuri invisibili tracciati, mettono i piedi su un terreno che è ugualmente melmoso però non inghiotte. La squadra di soccorso raggiunge finalmente l’uomo che sta piano piano affondando, gli lanciano le corde, gridano qualcosa: ma l’uomo non può, non vuole, afferrare le corde, si ostina a reggere al di sopra della melma fangosa la sua lastra di ferro che, pesante come è (“più di mezzo quintale”, mi dice il vecchio con il turbante cremisi), se lui la lasciasse per aggrapparsi a una corda, sarebbe presto inghiottito. E così addio al guadagno di una giornata perché qui, allo sfascio delle navi, lavorano uomini che sono pagati a giornata, altri a recupero di materiale. E quell’uomo che è riuscito a impossessarsi di una lastra così grande, così preziosa, ora non vuole rinunciarvi. Ma alla fine deve cedere, la lascia cadere, si afferra con tutte e due le mani a una delle corde che gli hanno lanciato i compagni che ora lo tirano su, lo trascinano in salvo, mentre la lastra affonda. E domani qualcuno tenterà di andare a recuperarla, sperando di avere migliore fortuna.»[29]

La combinazione tra la presenza, prepotente e continua, delle tendenze “nichiliste” delle classi venute via via in possesso delle condizioni della produzione del surplus dopo il 3700 a.C. e la quota, di regola consistente (se non maggioritaria), di produttori diretti costretti ad una stentata e precaria vita di miseria e di privazioni anche all’inizio del III millennio, porta a concludere che in tutte le società classiste il valore medio della forza-lavoro venga fornito dalla combinazione tra una massa dei mezzi di sussistenza appena necessari ed indispensabili per una riproduzione stentata e precaria della forza-lavoro, riproduzione diversa a seconda del clima, dell’ambiente geografico, delle tradizioni alimentari, ecc., ed una eventuale (eventuale) plusmassa di mezzi di sussistenza strappati alle classi dominanti ed ai loro mandatari politici dalla lotta di classe politico-economica dei produttori diretti, dalla loro resistenza aperta o nascosta, dalle loro vittorie parziali e/o dai loro microsuccessi, anche se corporativi e/o di piccoli gruppi: in presenza di rapporti di forza politico-sociali molto/estremamente sfavorevoli al “proletariato storico” ed alle masse popolari, esse vengono schiacciate di regola nella “condizione-Dalit” e nella miseria assoluta, anche in nazioni e formazioni economico-sociali contraddistinte dall’accumulazione di livelli relativamente elevati di surplus produttivo e dalla presenza di  grandi masse di pluslavoro ottenute-controllate dalle classi sfruttatrici.

L’uso del termine Dalit non è casuale, visto che da millenni un ampio segmento dei produttori diretti dell’India ha fatto – e fa tuttora – una conoscenza diretta e costante delle dure conseguenze dei rapporti di forza sfavorevoli in campo politico-sociale. Infatti i Dalit – termine generico con cui si comprendono gli Intoccabili, gli Inguardabili e gli Inavvicinabili nel subcontinente indiano – costituiscono una frazione importante delle masse popolari della regione, da sempre sottoposta al più feroce sfruttamento ed alle più vergognose discriminazioni di casta e che ancora oggi, all’inizio del III millennio, costituiscono quasi un quarto (e la sezione più povera) della popolazione indiana. «Anche ora le ragazze Dalit sono costrette alla prostituzione religiosa nei templi, anche ora vi sono morti per fame.»[30]

Realtà tragiche ed attuali, si potrebbe obiettare, che tuttavia non interessano oramai da lungo tempo le avanzate e postmoderne società occidentali. Errore.

La difficoltà nel soddisfare almeno il livello alfa dei bisogni materiali costituisce un fenomeno che interessa da vicino non solo i salariati del Terzo e Quarto Mondo, ma rappresenta una dura realtà – passata quasi sempre sotto silenzio dai mass-media – anche per quei milioni di proletari occupati (e disoccupati) negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale che riescono a malapena ad ottenere una riproduzione stentata e precaria, “ristretta e ridotta” (Marx), della loro forza-lavoro e che in alcuni casi scivolano addirittura nel sublivello fame. Ad esempio per tutti gli anni Ottanta e Novanta circa quaranta milioni (40.000.000!) di statunitensi hanno sofferto saltuariamente la fame ogni anno nella più opulenta metropoli imperialistica, mentre nella “ricca” Gran Bretagna sono stati più di quattro milioni i bambini che nel 2003 vivevano al di sotto della soglia di povertà, logica conseguenza del fatto che un adulto su cinque viva in nuclei familiari con meno del 60% del salario medio: secondo Guy Palmer, autore del rapporto sui minori britannici pubblicato nel settembre 2003 dall’Organizzazione Save the children, «il problema è che la minum wage, il salario minimo, sembra essere stata recepita da molti datori di lavoro come l’unico salario possibile. E poiché non è così alta, significa che moltissima gente continua ad avere salari molto bassi.

Alla povertà sono collegati altri disagi: la scuola diventa un luogo dove l’esclusione sociale si manifesta in maniera evidente. Sono numerosissimi, almeno 25.000, i bambini che non raggiungono nemmeno il diploma di scuola media. La metà dei genitori soli non aveva un lavoro pagato nel 2001. E anche se il numero di adulti che guadagna meno del salario minimo (introdotto dal New Labour per legge, forse l’iniziativa migliore del governo Blair) è sceso da un milione a circa 250 mila persone, rimane altissimo il numero di lavoratori con salari quasi da fame».[31]

Passando all’opulenta California del 2002, un incredibile tasso del 43% dei 4,36 milioni di bambini dello stato vive ormai vicino o sotto la soglia di povertà statale e un’estrema indigenza dei bambini costituisce un dato endemico sia nella contea di Tulare (40% del totale) che nella contea di Los Angeles (35%), producendo pertanto realtà degne dei tempi di Dickens.[32]

Secondo i dati forniti dal populista di destra E. N. Luttwak, quasi un lavoratore statunitense occupato su sette figurava ufficialmente tra i poveri nel 1990 ed ancora prima dello scoppio dell’ultima recessione del XX secolo.

«Fino a tempi recenti si parlava dei poveri soprattutto in termini aneddotici e per avanzare congetture. Ma le statistiche ufficiali dell’Ufficio del censimento ora evidenziano che la percentuale di lavoratori con impiego fisso e a tempo pieno (quaranta ore alla settimana, cinquanta settimane all’anno), che non sono state in grado di guadagnare abbastanza da mantenere una famiglia di quattro persone al di sopra dei limiti ufficiali di povertà (12.195 dollari nel 1990), è passato dal 12% del 1979 al 18% del 1990, vale a dire di poco inferiore a un quinto di tutti gli americani occupati a tempo pieno. Naturalmente, chi guadagna meno di 12.195 dollari figura statisticamente tra i poveri solo se ha veramente a carico una famiglia di quattro persone, di modo che nel 1990 di tutti i lavoratori con quel reddito solo il 12,9% vivevano effettivamente al di sotto di quella media. (…) Certo, il limite della povertà nazionale del single è un concetto molto arbitrario, perché un reddito di 12.195 dollari rappresenta una reddito molto più tollerabile persino per una persona di quattro persone in zone rurali come il Tennessee o a Pueblo, nel Colorado, che per una famiglia di una persona nel centro di New York, o a Palm Beach, in Florida, in alta stagione. (…) Ciò nonostante, anche se la maggior parte della popolazione non è effettivamente povera, la crescente percentuale di lavoratori a basso reddito costituisce già un elemento di terzomondializzazione: avere un posto di lavoro apparentemente rispettato e tuttavia vivere in povertà, se c’è una famiglia da mantenere è un destino comune a moltissimi lavoratori brasiliani e a dipendenti statali indiani. In ogni caso, i lavoratori a basso reddito insieme con i veri poveri e le sottoclassi nel suo complesso non solo rappresentano ma accelerano la terzomondializzazione dell’America, non perché siano poveri o quasi poveri, ma per quanto rappresenta una povertà da 12.195 dollari l’anno per l’istruzione dei figli nell’America contemporanea, priva com’è di un ben organizzato sistema scolastico nazionale.

Dei 31,5 milioni di americani che, secondo l’ultimo censimento, vivono al di sotto del limite ufficiale di povertà, 12 milioni sono al di sotto dei diciotto (limite in cui sono considerati “bambini” dal governo), con circa 4 milioni di persone classificate nella categoria più evanescente dei quasi poveri. Complessivamente si arriva così a circa 1 persona su 4 della popolazione totale dei circa 64 milioni di abitanti al di sotto dei diciotto anni.»[33]

Non è pertanto un caso che nel 2002, secondo i dati ufficiali diffusi dal Dipartimento dell’agricoltura, circa dodici milioni di famiglie statunitensi (l’11% del totale) abbiano sperimentato un’angosciante insicurezza alimentare e non abbiano avuto la certezza di poter acquistare abbastanza cibo da sfamarsi,  e che 9,4 milioni di persone la fame abbiano subito sulla propria pelle e concretamente i morsi della fame, avendo dovuto saltare i pasti più volte nel corso dell’anno di grazia 2002; non è un caso che nell’estate del 2005 il rapporto annuale Kid Count affermasse, dati ufficiali alla mano, che nel 2002 la percentuale di bambini morti negli USA durante il primo anno di vita fosse aumentato per la prima volta dal 1957.[34]

L’impoverimento assoluto, e non solo relativo, dei lavoratori statunitensi costituisce del resto un dato di fatto reale e costante che ha contraddistinto la loro riproduzione materiale durante gli ultimi tre decenni del XX secolo. Sempre il populista e conservatore di destra E. Luttwak ha evidenziato che “nel 1970, i guadagni medi orari di dipendenti non direttivi impiegati in tutte le industrie, in tutte le forme di commercio e in tutti i servizi, tranne l’agricoltura e i dipendenti pubblici, ammontavano a 3,23 dollari; nel 1980 erano più che raddoppiati, passando a 6,66 dollari, e per il 1990 erano ancora aumentati di parecchio toccando i 10,02 dollari, con un incremento più che triplo in vent’anni. Non male quindi, in apparenza, ma queste cifre non tengono conto dell’inflazione. Se riesaminiamo questi guadagni in dollari costanti del 1982 per depurarli dei falsi incrementi rosicchiati dall’aumento dei prezzi, ne escono cifre ben diverse: quei guadagni medio orari (“non agricolo, non governativi e non direttivi”) sono stati di 8,03 dollari nel 1970, di 7,78 dollari nel 1980, e di 7,53 dollari nel 1990. E non si tratta di cifre ottenute imbrogliando statisticamente con gli indici di inflazione, come vorrebbe qualcuno. Per esempio, gli stessi guadagni nel 1978 arrivavano a 5,69 dollari in moneta del 1978, e chiunque all’epoca era in età di lavorare e compiere acquisti sa intuitivamente per esperienza che i 5,69 dollari del 1978 valevano molto di più dei 10,02 dollari del 1990, dopo molti anni di inflazione, composta dal 10% e passa del periodo 1979-80 e dalla più lenta, ma costante, erosione del valore del denaro venuta in seguito.»[35]

Anche nell’area geopolitica in precedenza controllata dal Patto di Varsavia, dopo il crollo del socialismo avvenuto nel 1989-91, si è verificato un crollo clamoroso del tenore di vita operaio che ha avuto le sue punte massime in Romania ed Ucraina. Centinaia di milioni di lavoratori hanno visto ridursi le loro prospettive medie di vita nel periodo compreso tra il 1990 ed il 2005, assistendo quasi impotenti sia alla scomparsa di gran parte dello stato sociale che all’apparizione su larga scala della disoccupazione, mentre si sono ridotti allo stesso tempo quasi ovunque i livelli di consumo dei lavoratori dipendenti e sono ricomparse malattie quali la tubercolosi e la meningite: dopo il biennio 1989-91, il bisogno materiale alfa ha riacquistato una nuova centralità presso ampi segmenti del proletariato russo, ucraino, bulgaro, rumeno, ecc., al punto che già nella primavera del 1993 le “riforme” neoliberiste di Gaidar avevano cacciato quarantadue milioni di russi sotto la soglia di povertà su una popolazione complessiva di 147 milioni di abitanti, mentre il 76% delle famiglie spendeva ormai in quell’anno per la sola alimentazione più di due terzi del bilancio familiare.[36]

La seconda forza motrice che ha alimentato, carsicamente ma da sei millenni, la periodica riemersione dal letargo del bisogno collettivo alfa delle masse popolari è stato – ed è tuttora – il più famoso tra i “cavalieri dell’Apocalisse”, alias l’azione prodotta carsicamente da buona parte dei conflitti bellici sulle condizioni di vita economiche dei produttori diretti, sia rurali che urbani.

Infatti un’ampia sezione delle guerre combattute negli ultimi millenni non solo ha provocato delle serie perdite in vite umane tra i lavoratori, a causa dell’attività bellica in cui questi ultimi erano impegnati (o per colpa delle stragi dei civili inermi), ma ha anche innescato dei processi di riduzione collettiva del potere d’acquisto del “proletariato storico”, di regola già molto basso: come ha affermato giustamente lo storico Cipolla, nelle società preindustriali spesso «la carestia era la conseguenza delle distruzioni e dei saccheggi di raccolti, bestiame e impianti agricoli cui le soldataglie di passaggio facilmente indulgevano».[37]

Negli ultimi 140 anni di storia, le perdite umane ed economiche subite dai produttori diretti e dalle popolazioni civili durante i conflitti bellici si sono progressivamente dilatate raggiungendo in molti casi le vette della storia di classe precedente, quali lo sterminio da parte delle truppe di Giulio Cesare di intere popolazioni germaniche o le spaventose devastazioni compiute dai mongoli in molte grandi città dell’Asia centrale, durante il tredicesimo secolo. Terrore di massa e fame, miseria e omicidi di civili su larga scala hanno contraddistinto la prima guerra mondiale, che tra il 1914 ed il 1918 ha causato la morte di più di otto milioni di soldati richiamati alle armi e di dieci milioni di vittime tra la popolazione civile, in larga parte contadini ed operai; le perdite globali causate invece dal secondo conflitto mondiale tra i civili risultarono pari a circa cinquanta milioni di persone; la guerra di aggressione giapponese contro la Cina provocò due milioni di morti tra la popolazione aggredita solo nel periodo compreso tra il 1931 ed il 1941, mentre le repressioni statali pakistane in Bangladesh, nel 1969-71, crearono due milioni di cadaveri secondo le stime più prudenti.

Passando invece all’epoca postmoderna e post-sovietica, soltanto tra il 1990 ed il 1995 le guerre hanno provocato nel mondo 5 milioni e mezzo di morti, per i tre quarti civili: nell’ex Yugoslavia e nella vecchia Unione Sovietica 250.000 vittime, un milione e mezzo in Asia, in Africa tre milioni e mezzo.[38]

Dopo il 1914 le più importanti e significative minacce di conflitti bellici, con i pericoli potenziali di devastazioni umane e materiali ad essi legati, hanno contribuito non poco ad alimentare carsicamente e a rendere spesso centrale il bisogno materiale alfa del “proletariato storico”, togliendolo dallo stato di latenza in cui esso poteva essere caduto per periodi di tempo più o meno lunghi nelle aree più avanzate del globo. Sotto questo profilo è appena il caso di ricordare che la coscienza collettiva di larga parte del genere umano, ed in particolare del moderno proletariato industriale-postindustriale, è stata segnata profondamente a partire dall’agosto del 1945 anche dalla minaccia di distruzione della nostra specie, a causa della creazione ex novo su larga scala della possibilità di utilizzo delle armi di sterminio nucleari, chimiche e batteriologiche, le quali hanno strappato carsicamente dalla latenza il livello alfa dei bisogni materiali di tutte le classi (con punte particolarmente alte nel 1950-53, in seguito alla guerra di Corea, e nell’autunno del 1962 con la crisi dei missili a Cuba).

Una terza “spada di Damocle”, che grava da millenni sui produttori diretti, è stata – ed è tuttora – costituita dall’insieme delle carestie provocate da eventi climatici e geonaturali, o dalla stessa azione umana (guerre civili particolarmente devastanti, assedi, distruzione delle opere di irrigazione principali, ecc.).

Anche se in alcuni casi eccezionali le carestie hanno mietuto le loro vittime anche all’interno dei proteiformi gruppi sociali privilegiati, venuti in possesso delle condizioni generali della produzione e del surplus, negli ultimi sei millenni le loro vittime sacrificali sono state quasi sempre sezioni più o meno consistenti del proletariato storico e delle masse popolari, colpite direttamente dalle periodiche crisi di sottoproduzione alimentare che hanno sconvolto il nostro pianeta a partire dal 3700 a.C.: dato che, fino alla metà del XIX secolo, il tenore di vita mondiale dei lavoratori era in linea generale quasi sempre molto vicino alla soglia di sopravvivenza biologica, qualunque calo consistente della produzione alimentare non poteva che creare dei seri pericoli di inedia per sezioni più o meno ampie dei produttori diretti, introducendo in modo brutale dei segmenti più o meno consistenti dei contadini poveri, dei braccianti e degli operai urbani nella realtà atroce del “sublivello fame”, del “livello zero” citato all’inizio di questo capitolo.

In questo campo sia il grado reale di pericolo che l’estensione concreta delle fasce di lavoratori realmente affamati sono stati elementi materiali spesso aggravati dall’atteggiamento passivo tenuto dagli apparati statali classisti nei confronti della comparsa – e soprattutto delle conseguenze – delle carestie, sviluppatesi nei territori da loro controllati. Quando ad esempio una malattia delle patate distrusse nel 1845-48 la principale fonte alimentare del popolo irlandese, la patata, creando le condizioni materiali per la diffusione di una spaventosa carestia sull’isola, le autorità coloniali britanniche che dominavano e sfruttavano la terra celtica non intrapresero per molti mesi alcuna azione significativa per contrastare gli effetti causati dalla tremenda e repentina caduta delle risorse alimentari irlandesi. Difatti il ministro del Tesoro britannico di quel tempo, Charles Trevelyan, sospese per tutta l’estate del 1846 qualunque operazione di soccorso alla popolazione, ormai in preda alla disperazione, ed il dirigente politico inglese fece addirittura chiudere i depositi che distribuivano mais agli affamati, in modo tale che nell’autunno del 1846 i lavoratori irlandesi iniziarono a morire di fame in massa: si stima che i decessi causati dalla carestia siano stati pari a 800.000 persone su una popolazione che nel 1845 era pari a circa otto milioni, mentre almeno mezzo milione di irlandesi dovettero emigrare per sopravvivere.[39]

Anche nel XX e XXI secolo le carestie alimentari hanno lasciato un tragico segno di sangue nel processo di sviluppo del genere umano, a dispetto del boom delle forze produttive sociali: secondo i dati dell’ONU, all’inizio del 2000 risultavano ufficialmente malnutriti in modo permanente due miliardi di uomini, mentre un altro miliardo soffre episodicamente a causa delle carestie che carsicamente diminuiscono la produzione alimentare di ampie zone dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina.[40]

Non si tratta certo di fenomeni inevitabili, visto che tutte queste morti e tutte queste sofferenze potrebbero essere facilmente evitate, almeno dal punto di vista materiale e produttivo. Come è noto, la produzione alimentare mondiale potrebbe già ora evitare facilmente quella “strage di innocenti” annuale, la moria per fame che persiste e si riproduce anche all’inizio del terzo millennio dilatando nel  tempo una lunga e triste tradizione, che ha ovviamente scavato in profondità nel sistema di bisogni (ed incubi) di ampi settori delle masse popolari negli ultimi millenni di storia: ma la sfera politico-sociale ha deciso diversamente, almeno fino ad ora, aiutando costantemente a riprodurre il bisogno alfa dei produttori diretti – almeno nel suo stato di latenza – e facendone riemergere la centralità in molti scenari storici.

In conclusione, si può affermare con sicurezza che il tentativo collettivo di soddisfare il bisogno alfa ha interessato dopo il 3700 a.C. e fino ai nostri giorni la netta maggioranza dei produttori diretti, mentre la sezione più fortunata delle masse popolari è stata almeno lambita (con rarissime eccezioni, come quella occidentale del 1955/75) dalla paura collettiva più o meno e latente di cadere al livello alfa, se non addirittura sotto tale soglia di sopravvivenza stentata e precaria.


[1] K. Marx, “Il Capitale”, libro I, cap. 4, par. 3

[2] M. Dogliani, “Spartaco, la ribellione degli schiavi”, ed. Baldini e Castoldi

[3] N. Margiocco, “Stati Uniti e PCI”, pp. 5-11, ed. Laterza

[4] N. Margiocco, op. cit., p. 3

[5] Han Suyin, “Il vento nella torre”, pp. 256-257, ed. Bompiani; M. Marie-Claire Bergere, “La Repubblica Popolare Cinese”, pp. 54-55, ed. Il Mulino e Mao-Tse Tung, “Sul capitalismo di stato”, 9 luglio 1953

[6] H. Pirenne, “Storia d’Europa dalle invasioni al XVI secolo”, p. 145, ed. Orsa Maggiore

[7] H. Pirenne, op. cit., p. 229

[8] G. Procacci, “Storia degli italiani”, vol. I, p. 20, ed. Laterza

[9] L. Poliakov, “Storia dell’antisemitismo”, vol. II, pp. 214-216, ed. La Nuova Italia

[10] W. L. Shirer, “Storia del Terzo Reich”, vol. I, p. 673, ed. Einaudi

[11] K. Jamanadas in “Tutto quello che sai è falso”, pp. 207-208, ed. Nuovi Mondi Media, 2003

[12] R. Villari, “Storia medioevale”, pp. 30-33, ed. Laterza

[13] H. Pirenne, op. cit., pp. 72/154

[14] H. Pirenne, op. cit., p. 229

[15] J. Suret-Canal, “Algeria 1830-1998”, contenuto in Autori Vari, “Il libro nero del capitalismo”, op. cit., pp. 281-282

[16] “Il libro nero del capitalismo”, op. cit., p. 42 e Grossmann, op. cit., pp. 370-371

[17] R. Kee, “Storia dell’Irlanda”, pp. 35-36, ed. Bompiani

[18] S. I. Kovaliov, op. cit., vol. II, p. 103

[19] P. Malanima, op. cit., p. 429

[20] P. Malanima, op. cit., pp. 240/429

[21] C. M. Cipolla, “Storia economica dell’Europa pre-industriale”, pp. 32-33

[22] S. I. Kovaliov, op. cit., vol. I, p. 349

[23] C. M. Cipolla, op. cit., p. 53

[24] J. Gernet, “La vita quotidiana in Cina alla vigilia dell’invasione mongola”, p. 121, ed. Rizzoli

[25] C. M. Cipolla, op. cit., p. 48

[26] F. Greene, “Il nemico”, pp. 56-57, ed. Einaudi

[27] F. Greene, op. cit., p. 58

[28] Autori Vari, “Il libro nero del capitalismo”, op. cit., p. 491

[29] La Repubblica, 10 agosto 1999

[30] K. Jamanadas in “Tutto quello che sai è falso”, p. 210, ed. Nuovi Mondi, 2003

[31] Il Manifesto, 3 settembre 2003

[32] Il Manifesto, 2 ottobre 2003

[33] E. N. Luttwak, “C’era una volta il sogno americano”, pp. 165-166, ed. Rizzoli

[34] Il Manifesto, 4 novembre 2003

[35] E. N. Luttwak, op. cit., pp. 207-208

[36] A. Rubbi, “La Russia di Eltsin”, p. 180, ed. Editori Riuniti

[37] Cipolla, op. cit., p. 23

[38] Autori Vari, “Il libro nero del capitalismo”, pp. 130 e 544-545

[39] R. Kee, op. cit., pp. 69-78

[40] Autori Vari, “Il libro nero…” op. cit., p. 491


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