Capitolo Diciottesimo

I bisogni Alfa ed Omega

Parte Quarta

Si può ora tentare di affrontare alcuni nodi teorici di una certa importanza forzatamente tralasciati in precedenza.

Nell’analisi sviluppata sulla coesistenza/latenza dei livelli omega ed alfa dei bisogni materiali delle diverse classi, non sono state volutamente esaminate le scale elastiche e le “fisarmoniche” di desideri/aspettative materiali, espresse e/o soddisfatte, che hanno via via contraddistinto il processo di sviluppo dei produttori autonomi urbani o rurali, dei “ceti medi” apparsi nell’arena storica negli ultimi sei millenni. I principali segmenti di questo proteiforme gruppo socioproduttivo sono stati in passato, e sono tuttora:

Ø      i contadini proprietari del terreno da essi coltivato, in grado di non erogare la propria forza-lavoro al servizio di altri proprietari e allo stesso tempo impossibilitati ad utilizzare a proprio vantaggio il lavoro salariato, se non in forma occasionale;

Ø      gli artigiani rimasti in possesso dei mezzi di produzione da loro stessi utilizzati nel processo produttivo, senza aver alle proprie dipendenze dei salariati (o utilizzando al massimo un numero estremamente limitato di questi ultimi);

Ø      gli intellettuali in grado di gestire autonomamente l’utilizzo della propria forza-lavoro qualificata, senza vincoli di lavoro salariato duraturo con altri attori economici.

La categoria dei “produttori autonomi” è stata composta da svariate tipologie storiche, differenziatesi tra loro a causa della collocazione urbana/rurale, per il grado di sviluppo raggiunto dalle forze produttive sociali nei loro periodi di esistenza storica, per le epoche storiche e l’area geopolitica di appartenenza: esse sono state unite solo dalla (mutevole) combinazione tra il possesso individuale dei mezzi di produzione impiegati da ciascun “segmento” della categoria e la partecipazione personale dei produttori autonomi al processo produttivo di beni/servizi, utilizzando al massimo, e solo nei casi più fortunati, una massa molto limitata di forza-lavoro salariata ed extrafamiliare all’interno delle loro autonome attività economiche.

Anche i ceti medi hanno espresso costantemente le proprie particolari scale di bisogni materiali, con i rispettivi punti estremi.

Il bisogno materiale alfa dei produttori autonomi è incentrato ormai da millenni, fino ai giorni nostri, sull’esigenza imperativa di salvaguardare ad ogni costo, anche se solo in forme “ristrette e ridotte” (Marx), il possesso/proprietà dei mezzi di produzione via via controllati dalle diverse incarnazioni storiche del ceto medio, in presenza di gravi pericoli politico-sociali e di rapporti di forza politico-sociali sfavorevoli; il bisogno di autoconservazione collettiva dei produttori diretti infatti ha per oggetto fondamentale il tentativo di tutelare (anche per “via politica”) la riproduzione del possesso dei mezzi di produzione di questi ultimi (terra/acqua, strumenti di lavoro, laboratori e officine, studi/uffici, clientela intellettuale, etc.) rispetto ai processi di espropriazione economici e/o politico-economici che si sono innescati a loro svantaggio, soprattutto negli scenari storici per loro peggiori ed in presenza di rapporti di forza politico-sociali molto sfavorevoli ad essi.

Le minacce alla riproduzione dei ceti medi non sono quasi mai mancati, nel corso degli ultimi millenni, e paradossalmente sono venute quasi sempre dall’azione economica “molecolare” e da quella politico-sociale via via espressa dalle fasce superiori dei gruppi sociali privilegiati, venuti in possesso di larga scala delle condizioni generali della produzione e del surplus (proprietari di schiavi, grandi feudatari, alta borghesia capitalistica), dato che in presenza di rapporti di forza politico-sociali favorevoli questi ultimi hanno sempre cercato di ridurre la quota del prodotto sociale spettante ai produttori autonomi e, spesso, di espropriarli parzialmente/totalmente.

Non fu Spartaco a spazzare via progressivamente dall’arena storica i piccoli coltivatori romani, la cui sorte miserabile era stata denunciata alla fine del II secolo a.C. da Tiberio Gracco con frasi veementi già riportate in precedenza, ma i grandi latifondisti autoctoni, mentre Marx non era certamente nato quando, nel 1400-1600, i proprietari feudali dell’Europa orientale e della Russia attuarono con successo una spietata “controrivoluzione feudale”, che relegò di nuovo la grande maggioranza dei liberi contadini di quell’area geoproduttiva nella posizione di servi della gleba, in modo totale o solo parziale.[1]

Non fu certo Stalin ad avviare e dirigere quel gigantesco processo di espropriazione, violento e sanguinario, della prospera classe dei contadini inglesi sviluppatosi tra il XVI ed il XVIII secolo: fenomeno presto riprodottosi in seguito, con intensità diversa, in Scozia e Irlanda e successivamente allargatosi sia a larga parte dell’Europa occidentale che alle aree coloniali/neocoloniali, cadute sotto il controllo delle principali potenze imperialiste.

Viceversa il bisogno omega espresso collettivamente dai proprietari autonomi ha avuto, ed ha tuttora come oggetto e “stella polare” l’eliminazione totale dei rapporti di produzione classisti, fondati sullo sfruttamento su larga scala delle masse popolari a vantaggio dei grandi proprietari delle condizioni generali della produzione, per sostituirli con relazioni sociali di produzione e di distribuzione contraddistinte sia dall’assenza di processi di accumulazione di grandi ricchezze che dalla presenza minacciosa di vaste masse di sfruttati (invece a livello individuale può spesso emergere, nei singoli produttori autonomi, l’impulso a cercare di far parte delle sezioni più elevate delle classi privilegiate, in grado di appropriarsi su larga scala del surplus generato dal lavoro altrui).

Nel Manifesto del 1848, Marx ed Engels hanno fornito una chiave essenziale per comprendere il livello superiore dei bisogni materiali dei “ceti medi” all’interno del modo di produzione capitalistico, applicabile a grandi linee anche nell’analisi della sfera più ardita e “massimalistica” (quasi sempre utopica) dei desideri/aspettative collettive espresse da altre tipologie di produttori autonomi, sviluppatisi in diverse formazioni economico-sociali classiste.

«Gli ordini medi, i piccoli industriali, il piccolo commerciante, l’artigiano, il contadino, combattono tutti la borghesia, per premunire dalla scomparsa la propria esistenza come ceti medi. Quindi non sono rivoluzionari, ma conservatori. Anzi, sono reazionari, poiché cercano di fare girare all’indietro la ruota della storia.»[2]

Gli “ordini medi”, nel corso degli ultimi millenni e nelle diverse formazioni economico-sociali classiste, hanno avuto come loro massima aspirazione collettiva l’eliminazione totale dei rapporti di produzione fondati sullo sfruttamento su larga scala del lavoro altrui, per ottenere il duplice vantaggio di colmare a proprio vantaggio gli spazi occupati in precedenza dai processi multiformi di appropriazione su larga scala del surplus da parte dei grandi proprietari dei mezzi di produzione evitando allo stesso tempo, in modo preventivo, l’emergere di grandi lotte rivoluzionarie delle masse popolari e dei “pezzenti”, sempre potenzialmente pericolosi anche per i ceti autonomi ed in ogni caso temuti di regola da questi ultimi, almeno nella maggioranza della loro composizione politico di classe.

Nel modo di produzione capitalistico i produttori autonomi, urbani/rurali, hanno avuto come loro massimo desiderio collettivo sia la scomparsa dei grandi monopoli che delle enormi concentrazioni di lavoratori salariati operanti in tali giganti; nelle formazioni economico-sociali schiavistiche i loro antenati di classe invece auspicavano sia la redistribuzione delle grandi proprietà di schiavi e di terreni, come nell’utopia politica dei Gracchi, che la fine dell’utilizzo massiccio della forza-lavoro servile, mentre all’interno delle società feudali i contadini liberi richiedevano la liquidazione socioproduttiva parallela degli alti feudatari e – indirettamente – della figura dei servi della gleba, con la massa di surplus da essi regalati a vantaggio dei baroni e dei signori della terra, laici o ecclesiastici.

Il “mondo perfetto”, sognato costantemente dai produttori autonomi negli ultimi millenni, era ed è tuttora costituito da un universo sociale popolato esclusivamente da piccoli produttori, molto simile all’Inghilterra della fine del XV secolo o alla zona nord-orientale degli Stati Uniti, nel periodo compreso tra il 1783 ed il 1810. Anche la Serbia, negli anni compresi tra il 1833 ed il 1842, avrebbe corrisposto abbastanza fedelmente ai desideri socioproduttivi più ambiziosi dei ceti medi, visto che in quel decennio la nazione slava venne dominata sia a livello politico che economico dai contadini liberi: il leader serbo Obrenovic in quella fase si schierò decisamente con le masse rurali, che allora costituivano circa il 90% della popolazione, garantendo loro sia la proprietà individuale delle terre che il possesso collettivo delle foreste e dei pascoli appartenenti alle comunità di villaggio.[3]

Il bisogno omega dei produttori autonomi rimane di regola in uno stato di latenza, visto che normalmente i suoi depositari non detengono la massa critica di forza politico-sociale necessaria per sfidare con qualche probabilità di successo gli strati superiori delle classi sfruttatrici e, d’altro canto, non possono eliminare “per decreto” la pericolosa lotta di classe del proletariato storico, schiavi o servi della gleba, operai della grande manifattura, lavoratori dipendenti dell’industria e dei servizi del ventesimo/ventunesimo secolo.

Si tratta pertanto di un bisogno sociale allo stesso tempo massimalistico ed irrealizzabile, poiché si cerca “di fare girare all’indietro la ruota della storia” (Marx), mentre solo particolari correlazioni di potenza tra le masse popolari e i grandi proprietari, posti e schierati allo stesso tempo in uno stato di antagonismo parziale e di reciproco equilibrio di forze, possono ingigantire il ruolo di ago della bilancia giocato dalla classe media e dai produttori autonomi, favorendone in tal modo lo sviluppo del livello di soddisfazione dei suoi bisogni di classe; (Italia, 1946/89); viceversa quando cresce la potenza ed il controllo reale degli apparati statali da parte degli strati superiori dei possessori delle condizioni della produzione, o quando aumenta l’intensità dello scontro di classe, sia i bisogni omega che l’autonomia politico-sociale dei produttori autonomi recano rapidamente uno stato di letargo, di latenza e di ibernazione più o meno prolungata.

Diventa quasi inevitabile a questo punto chiedersi se le scale elastiche dei bisogni materiali, e la coesistenza/latenza di più livelli di desideri/aspettative economiche, sussistano anche nel campo delle relazioni interstatali, delle politiche internazionali attuate dai diversi nuclei dirigenti politici che hanno via via guidato le formazioni statali classiste (asiatiche, schiavistiche, feudali, capitalistiche), esprimendo in forma concentrata i vari livelli di bisogni materiali (e politico-materiali) dei loro mandanti sociali, dei gruppi risultati volta per volta egemoni sul piano socioproduttivo, rispetto all’arena internazionale e alle relazioni interstatali.

Un’esperienza storica plurimillenaria indica e prova come una delle “stelle polari” della pratica internazionale dei leader politici egemoni e dei loro referenti sociali, in presenza di rapporti di forza internazionali da essi ritenuti sfavorevoli, a torto o a ragione, abbia per oggetto l’autoconservazione di almeno una parte della massa dei mezzi di produzione e del surplus in mano ai gruppi sociali dominanti nelle loro rispettive formazioni statali, e la difesa parallela di almeno un minimo di autonomia politica internazionale, intesa come la condizione materiale indispensabile proprio per una tutela efficace delle proprietà dei gruppi privilegiati autoctoni.

In campo interstatale, il bisogno materiale alfa indica ed esprime la tendenza comune a tutti i nuclei dirigenti politici ed ai loro mandanti sociali, tesa a salvaguardare almeno una parte dell’appropriazione del surplus e dei mezzi di produzione da parte delle classi socialmente egemoni contro i pericoli e le minacce reali/potenziali provenienti da altri stati ed attori politici internazionali, in presenza di particolari correlazioni di potenze ritenute – a torto o a ragione – molto sfavorevoli: accettando a tale scopo anche delle perdite dei sacrifici politici e/o materiali, più o meno onerosi e per periodi di tempo più o meno prolungati.

Sul piano politico-internazionale, invece, il bisogno alfa si traduce nella tendenza generale dei nuclei dirigenti delle formazioni statali classiste finalizzata a preservare -almeno parzialmente- l’autonomia politica e l’integrità territoriale dei propri rispettivi stati anche nelle situazioni concrete più difficili e svantaggiose, anche dovendo accettare a tale fine delle perdite e dei sacrifici considerevoli in termini di spazi di indipendenza e di prestigio internazionale, di de-accumulazione di forze produttive e tecnologico-militari a vantaggio degli stati avversari loro nemici usciti vittoriosi dagli scontri interstatali; si tratta di un’autonomia minimale considerata – a ragione – come una base materiale fondamentale per la stessa riproduzione delle posizioni economiche e dei ruoli socioproduttivi delle classi egemoni in campo statale, dal 3700 a.C. fino ai nostri giorni, con un’evidente ricaduta a cascata anche in campo economico e nelle relazioni produttive di classe nazionali, interne, endogene.

Proprio l’esperienza storica internazionale degli ultimi millenni dimostra, con una miriade di esempi, la riproduzione in forma latente del bisogno alfa e la sua emersione in un ruolo dominante proprio durante gli scenari da “allarme rosso”, contraddistinti da minacce molto gravi – o reputate tali – provenienti dal campo internazionale all’autonomia di determinate formazioni statali. Infatti nel processo storico degli ultimi millenni vi sono stati molti casi di guerre difensive, combattute almeno all’inizio da élite politiche e stati molto diversi tra loro contro le invasioni predatorie attuate dai loro rispettivi nemici internazionali, e di scontri bellici effettuati dalla parte più debole essenzialmente a tutela dei propri interessi minimali di sopravvivenza; inoltre sono stati stipulati via via numerose “paci disonorevoli” e trattati internazionali svantaggiosi da parte delle nazioni soccombenti negli scontri internazionali, al solo scopo di non farsi spazzare via completamente dagli stati vittoriosi e di guadagnare in tal modo un periodo di tempo per riaccumulare le forze e l’unità nella direzione politica.

In questo campo di esperienze storiche una delle più famose epifanie è rappresentata dal trattato di Tilsit, brillantemente citato da Lenin nel marzo del 1918 al fine di giustificare e legittimare a sua volta un’altra “pace disonorevole”, il trattato di Brest-Litovsk. Dopo che le armate prussiane furono sconfitte completamente dalle truppe napoleoniche nelle battaglie di Jena e di Auerstedt (1806), l’aristocrazia feudale prussiana ed i suoi mandatari politici furono costretti ad accettare il diktat politico-militare ed economico imposto loro dalla trionfante borghesia francese: la pace di Tilsit (1807) privò la Prussia di circa metà del suo territorio e la rese praticamente un vassallo dell’imperialismo napoleonico, ma l’apparato statale prussiano non venne annientato e pertanto poté iniziare a preparare la propria rivincita. L’abolizione della servitù della gleba, la creazione di un esercito di massa composto da tutti gli uomini validi e l’avvio di una selezione efficiente di un nuovo corpo di ufficiali furono alcune delle abili mosse politico-sociali effettuate dall’aristocrazia fondiaria prussiana, che nel 1807-12 crearono le basi indispensabili per la partecipazione del paese alla coalizione europea antinapoleonica, capeggiata dalla Gran Bretagna ed alla fine risultata vincitrice rispetto all’imperialismo francese nel triennio 1812-1815.[4]

La plateale e ingombrante presenza del bisogno alfa in campo internazionale ha costretto anche l’approccio “realistico-difensivo” alla politica internazionale, di chiara matrice liberalborghese, ad accettare come un dato di fatto innegabile ed indiscutibile l’esistenza più o meno latente di questo livello minimale della sfera dei bisogni materiali e politici nelle relazioni internazionali (“anarchiche”), oltre alla sua rapida riemersione in caso di gravi pericoli o sconfitte politico-militari.

«Innanzi tutto, per la teoria realistica il fatto che gli Stati riconoscano che la forza potrebbe essere usata contro di loro li rende particolarmente attenti al problema della sicurezza, che rappresenta dunque il loro interesse principale. Waltz osserva, per esempio, che “nell’anarchia la sicurezza è il fine più alto. Solo se la sopravvivenza è assicurata, gli stati possono cercare in modo sicuro di raggiungere altri obiettivi come la tranquillità, il profitto e il potere” (Waltz, 1979; trad.it.1987, p. 238 e 183). Sulla stessa scia, Stephen Krasner osserva che “Tutti gli Stati condividono i medesimi obiettivi minimi di preservare l’integrità territoriale e politica” (Krasner, 1985, p. 28).»[5]

Anche se attraverso l’utilizzo di altre categorie teoriche, l’esistenza e l’importanza storica del bisogno “minimale” di sicurezza in campo internazionale viene data per scontata anche dalla scuola del “realismo offensivo” capeggiata da Morghentau/Carr/Mearsheimer, nonostante che secondo quest’ultima l’esigenza fondamentale di autoconservazione vada interpretata come la forza motrice primaria proprio delle tendenze egemoniche espresse su scala internazionale: secondo la versione teorica più audace del “realismo politico”, elaborata nei paesi anglosassoni, una piena “sicurezza” sul piano internazionale viene raggiunta solo attraverso il dominio di altri stati.

Dal fondo della piramide bisogna ora salire verso l’alto, constatando come sia sempre l’esperienza storica generale a far scoprire come sussista e si riproduca costantemente (molto spesso in forme latenti) un livello omega della scala elastica dei bisogni materiali espressi – e a volte soddisfatti – dalle classi privilegiate e dai loro mandatari politici in campo internazionale, che costituisce il lato più estremo e ambizioso della “costante di Sargon” analizzata in precedenza.

Infatti il livello omega-economico nello scenario internazionale si traduce in un caso estremo della già citata tendenza generale espressa in questo campo dai gruppi sociali privilegiati delle diverse formazioni economico-sociali classiste, tesa pertanto all’appropriazione di tutto il surplus e dell’intero complesso dei mezzi di produzione esistente nelle aree geopolitiche da loro egemonizzate attraverso gli apparati statali nazionali, creando un imperialismo politico-economico portato fino alle estreme conseguenze attraverso un processo di espropriazione totale sia delle classi privilegiate che delle masse popolari delle aree sottomesse, concretamente attuabile solo in presenza di rapporti di forza estremamente favorevoli allo stato-vampiro e alla “zona centrale” superpotente. Un caso limite della costante di Sargon, in sostanza.

Sul piano politico il livello omega si concretizza invece nella tendenza iperegemonica espressa dai gruppi sociali privilegiati e dai loro apparati statali/mandatari politici, finalizzata ad inglobare completamente nella propria sfera di influenza politico-economica tutte le zone geopolitiche da loro conosciute e per loro accessibili sul piano materiale-militare (“zone” che nell’ultimo secolo sono arrivate a coprire l’intero pianeta), eliminando da queste ultime qualunque traccia di contropotere politico (e politico militare) ed autonomia sia degli antagonisti statali sconfitti che delle loro vecchie classi dominanti.

In presenza di rapporti di forza politici (e politico-militari) internazionali ritenuti molto favorevoli, il bisogno omega può uscire dal suo stato di latenza e nella realtà storica si sono verificati alcuni importanti casi di imperi di portata continentale o semicontinentale che sono andati abbastanza vicini ad una piena soddisfazione economica e politica del livello superiore dei bisogni politico-economici internazionali, espresso da determinate classi sfruttatrici attraverso la progettualità-pratica dei loro diretti mandatari politici.

Tra di essi si possono ricordare:

Ø      l’impero schiavistico fondato dal re sumero Sargon, che si estese dall’odierno Iraq fino alle coste del Libano ed alla Siria nel corso del XIV secolo a.C., introducendo delle forme feroci di sfruttamento dei popoli sottomessi.

Ø      la dominazione mongola della Cina del nord, nel periodo compreso tra il 1215 e l’inizio del XIV secolo. Mentre una parte delle terre demaniali venne requisita con la forza dall’aristocrazia nomade mongola, una sezione consistente della popolazione cinese venne allo stesso tempo ridotta in schiavitù/semischiavitù, come nel caso degli operai delle saline, e l’appropriazione delle imposte agrarie, delle corvée e dei tributi (kechai, yangma, etc.) venne destinata a totale vantaggio dell’apparato statale e dei feudatari mongoli, completamente esentati dal pagamento delle imposte.[6]

Ø      la dominazione spagnola dell’America Latina, tra il 1535 e la fine del XVII secolo. La vecchia oligarchia centrale degli Incas ed i notabili locali vennero quasi totalmente eliminati dallo spietato colonialismo spagnolo, che si appropriò completamente del surplus alimentare e dei metalli preziosi estratti dalla forza-lavoro indigena riducendo in uno stato di miseria assoluta gli indios e gli schiavi africani importati nel nuovo continente.[7]

Ø      il dominio/saccheggio iperaccelerato compiuto dal Terzo Reich nei territori occupati dell’Europa orientale e dell’Unione Sovietica, nel periodo compreso tra il 1938 ed il 1945: rispetto ai popoli slavi, i nazisti pianificarono ed attuarono uno sfruttamento economico illimitato, teso in ultima analisi a distruggere ogni tipo di resistenza ed a sterminare fisicamente buona parte delle popolazioni conquistate per soddisfare il livello più ambizioso di bisogni materiali della borghesia tedesca.

«Gli hitleriani avevano elaborato un programma dettagliato, in conformità della loro geopolitica, della struttura dell'”Europa tedesca” futura. Essa aveva carattere pronunciatamente antislavo. La maggior parte di cechi, polacchi ed altre nazionalità slave si prevedeva sarebbero state trasferite in Siberia. Cechia e Moravia dovevano entrare a far parte del nucleo del Terzo Reich, circondato dagli “stati-vassalli”: Polonia, Ucraina, regione del Volga ed altri, che sarebbero stati popolati da popoli “secondari”, come li definì Hitler, il numero dei quali avrebbe dovuto essere ridotto ad ogni costo.»[8]

Ø      il dominio/saccheggio economico iperaccelerato compiuto dall’imperialismo giapponese in Cina, tra il 1931 ed il 1945. Già nel 1927 il piano Tanaka, elaborato dall’allora primo ministro giapponese, auspicava apertamente la conquista della Manciuria e della Mongolia come preludio alla dominazione giapponese su tutta la Cina, e alle parole seguirono i fatti: nonostante l’eroica resistenza del popolo cinese, la borghesia nipponica ed i suoi apparati statali riuscirono ad impadronirsi di buona parte della Cina per quasi un decennio, e della Manciuria per 14 anni. In quest’ultima regione, i monopoli giapponesi si appropriarono completamente delle enormi risorse materiali del luogo (carbone e ferro, in primo luogo) ed esercitarono contemporaneamente uno sfruttamento quasi senza limiti della manodopera cinese, privata di qualunque diritto in tutto il periodo preso in esame; nelle zone rurali ed urbane occupate dall’imperialismo giapponese nel resto della Cina, dopo il 1937, il carico fiscale imposto dagli invasori, le requisizioni forzate su larga scala, le stragi e le distruzioni effettuate nei villaggi in funzione intimidatoria contro la guerriglia comunista ridussero allo stremo i contadini cinesi, garantendo allo stesso tempo un’enorme processo di estrazione coercitiva di surplus agricolo a vantaggio del capitalismo di stato nipponico e dei suoi apparati militari.[9]

Un altro importante sostegno empirico all’esistenza – economica e politica – del bisogno omega è fornito dalla storia degli Stati Uniti nel corso del Diciannovesimo secolo: proprio il processo di sviluppo bisecolare della principale potenza planetaria, dal 1783 fino all’inizio del III millennio, dimostra infatti non solo l’esistenza e lo sviluppo di tutta una serie di piani/azioni di Washington tese a realizzare una piena egemonia, prima continentale e poi planetaria, ma anche come i bisogni economico-politici proiettati dalla borghesia statunitense in campo internazionale abbiano a volte raggiunto dei livelli nichilistici, rivolti in particolare contro il Messico e le popolazioni native americane.

Poco dopo la formazione degli stessi Stati Uniti, tra il 1795 ed il 1848 emerse scopertamente una prima ed ambiziosa linea direttrice dell’imperialismo nordamericano, tesa ad impossessarsi delle enormi zone geopolitiche del continente nordamericano ancora in possesso della Francia, della Spagna e del Messico. Dopo aver acquistato pacificamente la Louisiana dalla Francia napoleonica, troppo impegnata nella guerra contro la Gran Bretagna per poter conservare stabilmente il suo possedimento coloniale nel Nuovo Mondo, il Congresso di Washington nel 1811 approfittò della presenza delle truppe francesi in Spagna per votare una chiara e cinica risoluzione, in cui si dichiarava che gli USA avevano l’intenzione di occupare la Florida, allora territorio spagnolo, per rimanervi a tempo indefinito. Nel testo si affermava, senza quasi i consueti veli diplomatici, che «gli USA, nelle speciali circostanze della crisi attuale, vedono con grande preoccupazione che una parte di quei territori» (alias la Florida) «possa passare in mano a una potenza straniera. La loro stessa sicurezza li costringe a procedere a un’occupazione temporanea di quei territori, che rimarranno nelle nostre mani in vista di future trattative.»[10]

La conquista della Florida non fu certo “temporanea”, visto che nel 1818 il generale A. Jackson occupò definitivamente la regione, poi forzatamente “venduta” dalla Spagna l’anno dopo al neoimperialismo statunitense.

Oltre alla Florida, la “prima linea direttrice” ebbe come obiettivi anche la zona caraibica (Cuba in testa) e l’immensa area geopolitica che andava dall’Oceano Atlantico fino al Pacifico ed alla California, passando per il Texas. Con notevole lungimiranza Louis de Onis, ambasciatore spagnolo a Washington, mise in guardia fin dal 1812 il suo governo rispetto alle chiare e “deliranti” (de Onis) mire egemoniche già allora espresse dai nuclei dirigenti statunitensi di quel tempo.

«Questo governo si è proposto, né più né meno, di fissare i suoi confini a partire dalla foce del Rio Bravo in linea retta verso il Pacifico, includendo quindi le province del Texas, Nuevo Santander, Coahuila, e una parte di Nueva Vizcaya e Sonora. Può sembrare delirante, ma è un fatto che il progetto esiste e che hanno tracciato una carta che include Cuba come parte integrante di questa repubblica.»[11]

Non si trattava certo di un errore clamoroso di de Onis, visto che proprio l’ex presidente Jefferson confessò apertamente al nuovo presidente Monroe i piani “deliranti” di una classe dominante ormai in ascesa scrivendo nel 1822: «Dobbiamo porci la seguente domanda: desideriamo acquisire alla nostra Unione alcune province ispano-americane? Confesso sinceramente di essere stato sempre dell’opinione che Cuba è l’aggiunta più interessante che potremmo fare al nostro sistema di stato. Il dominio su quest’isola e sulla Florida ci darebbe il controllo del Golfo del Messico e degli stati dell’istmo».[12]

Ai piani ed ai progetti seguirono rapidamente le azioni imperialistiche “deliranti” di Washington, visto che la Florida cadde in mani statunitensi nel 1819, Cuba (come protettorato americano) nel 1898-1901, mentre già nel 1835-48 gli USA strapparono con la forza militare al Messico il Texas, il Nuovo Messico e la California, in modo tale che tutte le enormi ricchezze ed aree agricole dell’area caddero nelle mani del nascente capitalismo, dei piccoli agricoltori e degli schiavisti statunitensi: Louis de Onis aveva visto bene e molto lontano…

La seconda linea direttrice dell’egemonismo statunitense del XIX secolo e del suo livello omega di bisogni materiali e politici venne invece apertamente diretta contro le tribù dei nativi americani, stanziati da millenni nell’enorme regione compresa tra l’Atlantico e l’Oceano Pacifico. Fin dal 1610-1620, fin dalla comparsa sul suolo americano dei primi stanziamenti dei coloni europei, emerse chiaramente la volontà egemonica di questi ultimi, decisi ad appropriarsi completamente delle terre occupate da secoli dai clan di nativi americani liquidandone ogni resistenza: nel Connecticut la tribù dei Pequot venne sterminata completamente dalla ferocia dei puritani inglesi fin dal 1637, mentre secondo un censimento del 1669 in Virginia sopravvivevano solo duemila dei trentamila indiani ivi stanziati solo cinque decenni prima.[13]

Non era che l’inizio di un processo amplificatosi a dismisura subito dopo la conquista dell’indipendenza da parte delle ex-colonie britanniche, nel 1783, portato avanti di comune accordo dalla borghesia manifatturiera/industriale del paese e dai contadini immigrati.

Come ha scritto lucidamente lo storico statunitense F. Jennings, nel suo libro La creazione dell’America, «il primo obiettivo dell’impero americano fu il dominio delle popolazioni indiane e delle loro terre…

Gli indiani avevano un altro genere di proprietà che faceva gola agli europei: la terra. I coloni erano decisi a ottenerla con qualsiasi mezzo, a volte con la violenza, altre con il commercio. Non si accontentarono di trasformare le terre indiane in una proprietà coloniale generalizzata. Ciascun colono e ciascun governo coloniale entrarono in competizione con gli altri per accaparrarsi le terre delle tribù, e a volte la competizione sfociava nella violenza tra coloni o addirittura, come nella ribellione di Nathaniel Bacon in Virginia, nella violenza all’interno della colonia.

I territori indiani divennero il pomo della discordia anche tra coloni e impero britannico. Tutti concordavano sul fatto che la terra fosse fondamentale per il benessere, restava però da capire a chi spettasse quel benessere. I coloni volevano le terre per sé, ma essendo troppo lontani dalla corte di Inghilterra venivano scavalcati dai potenti aristocratici che gareggiavano per ottenere vaste proprietà in concessione. La questione non si esaurì mai. All’epoca della Rivoluzione americana le lobby londinesi seguitavano a contendersi i territori distribuiti dai governi coloniali.»[14]

Quando la Gran Bretagna dovette cedere al nuovo ed indipendente stato americano la sovranità sui territori posti tra i monti Appalachi ed il Mississippi, le autorità statunitensi via via costrinsero manu militari le sconfitte tribù di nativi americani a cedere tutti i loro territori in quell’area, nel periodo compreso tra il 1784 ed il 1800: le terre conquistate, con un’ordinanza del Congresso degli Stati Uniti del 13 luglio 1787, vennero apertamente annessi al nuovo stato per poi andare successivamente a formare degli stati federati all’interno dell’Unione nordamericana, una volta raggiunta la massa critica di 60.000 uomini liberi ormai residenti nel nuovo stato-membro.

Lo storico F. Jennings notò che in tal modo i 13 stati originari dell’Unione «proiettarono il loro impero, condividendolo, su tutto il continente nordamericano fino alla costa del Pacifico e oltre le isole Hawaii. Gli stati sono ormai 50, ma potrebbero ancora aumentare. Un esperimento del genere non era stato più tentato dai tempi dell’impero romano».[15]

L’esperimento si concluse con il quasi totale sterminio dei nativi americani e la quasi totale espropriazione delle terre prima in loro possesso, con un “successo” che quasi sicuramente avrebbe causato l’invidia di Gengiz Khan.

Anche questo secondo aspetto dei processi imperialistici statunitensi era stato previsto, pianificato e poi attuato con piena autocoscienza collettiva dai nuclei dirigenti politici della nuova potenza imperialistica e dai loro mandanti sociali. Nel 1783 G. Washington concepì la sua nazione appena nata, reduce dal trionfo ottenuto contro la Gran Bretagna, come un “impero in ascesa” apertamente egemonico ed espansionistico (fino allo sterminio) nei confronti delle tribù indiane del Nord America, mentre B. Franklin, un altro dei padri fondatori degli Stati Uniti, negoziando il trattato di pace con la Gran Bretagna si assicurò che la frontiera occidentale della nuova nazione fosse posta presso il fiume Mississippi, venendo collocata centinaia di chilometri più ad occidente rispetto alle stesse zone periferiche allora occupate dal nascente impero americano.[16]

Con lo sviluppo impetuoso delle loro forze produttive e con la progressiva trasformazione su scala mondiale dei rapporti di forza economici, militari e tecnologici, gli Stati Uniti poterono ampliare enormemente negli ultimi 150 anni il raggio di azione delle loro pretese imperialistiche, anche se in forme più attenuate rispetto a quelle espresse contro il Messico ed i nativi americani: i target del capitalismo di stato statunitense in campo internazionale furono via via l’America centrale (1865-1910), l’America Latina (1865-1940) e l’Asia orientale (1898-1945), il Medioriente (1919-1945) ed infine tutto il nostro pianeta, dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Di fronte a questi fatti testardi, moderni e postmoderni, ha sostanzialmente ragione il cinese Lu Zhangwei, direttore del prestigioso Istituto delle Relazioni Internazionali contemporanee, quando in un seminario tenutosi in Cina nell’ottobre del 2003 ha affermato lucidamente che «il mondo contemporaneo non è fatto da stati uguali, ma un posto in cui gli Stati Uniti si trovano una testa e una spalla sopra gli altri. Ma la lotta tra le principali potenze per la loro influenza e status nell’arena internazionale non finirà».[17]

Il livello omega in campo internazionale, nelle sue tendenze politiche ed economiche, ha sicuramente operato ed interagito sul processo di sviluppo delle società di classe ma quasi sempre in forme latenti,  in qualità di bisogno utopico molto spesso autorepresso dai gruppi socialmente egemoni sul piano socioproduttivo e dai loro mandatari politici, sia per la presenza di rapporti di forza sfavorevoli che per evidenti ragioni di opportunità politica e di depistaggio: tuttavia, a volte, i circoli dirigenti di importanti stati imperialisti ed i loro referenti sociali hanno aperto “il loro cuore”, esponendo ed esprimendo pubblicamente – come i sopra citati dirigenti statunitensi dell’Ottocento – i propri progetti di dominio politico-economico su scala regionale o planetaria.

Ad esempio l’aristocrazia nomade del popolo mongolo aveva dichiarato più volte ed a chiare lettere, attraverso le parole del suo capo Gengiz Khan, che la sua egemonia spietata e senza limiti doveva essere imposta su tutti i territori compresi tra l’Oceano Pacifico e l’Atlantico.[18] Nella sua campagna militare del 1219-22, attuata contro il sultano della Persia Mohammed, Gengiz Khan affermò: «Fate sapere agli emiri, ai potenti e al semplice popolo che il Cielo mi ha dato il dominio sulla Terra, da dove sorge a dove tramonta il sole».[19]

Anche nella storia del colonialismo spagnolo in America Latina emerse un “faro” livido ed agghiacciante, la cosiddetta “Richiesta” elaborata dai circoli dirigenti dello stato ispanico a Valladolid nel corso del 1513.

«Venne così formulata la Richiesta: un proclama che doveva essere comunicato agli indigeni mediante interpreti, prima che le truppe spagnole iniziassero le ostilità contro di essi (…) La Richiesta conteneva una breve storia del mondo, con la descrizione del papato e della monarchia spagnola e la menzione dell’atto di dominazione papale delle Indie al re. Si chiedeva poi agli ascoltatori indios di acconsentire a due impegni: essi dovevano riconoscere la Chiesa e il papa e accettare il re di Spagna come sovrano in nome del papa; dovevano inoltre lasciare che fosse predicata loro la fede cristiana. Se gli indigeni non si fossero detti immediatamente d’accordo, gli spagnoli avrebbero lanciato il loro attacco e “avrebbero inflitto ogni possibile danno”, compresa la schiavitù delle donne e dei bambini e il saccheggio delle proprietà. “E noi dichiariamo che la morte e la rovina che ne deriveranno, saranno da imputare a vostra colpa”.

I conquistadores spagnoli partirono portando seco il testo della Richiesta, che fu proclamato in varie e singolari occasioni: dinanzi a villaggi deserti, a indigeni preventivamente catturati o a Cuzco, durante la celebrazione della vitoria sulla piazza di una capitale conquistata.»[20]

Negli ultimi decenni i progetti espliciti e plateali di dominio planetario espressi sia dall’imperialismo tedesco, attraverso il suo involucro politico nazista, che dall’imperialismo giapponese sono ormai divenuti iperconosciuti ma non sono rimasti per niente isolati.

Verso la fine del Ventesimo secolo è stato infatti elaborato pubblicamente da parte dei circoli dirigenti politici e della frazione più reazionaria della borghesia statunitense un piano organico per un dominio americano quasi incontrastato del mondo, da condividere solo parzialmente con il socio minore britannico, esposto nelle sue principali linee-guida dal giornale scozzese Sunday Herald (15 settembre 2002) e commentato dallo studioso inglese Nafeez Mosaddeq Ahmed nel suo libro Dominio.

«Il piano per la creazione di una “pax americana globale”, scoperto dal Sunday Herald, fu steso da Dick Cheney (ora vicepresidente), Donald Rumsfield (segretario alla Difesa), Paul Wolfowitz (il vice di Rumsfield), Jeb Bush (fratello minore di George W.) e Lewis Libby (il capo di Stato Maggiore di Cheney). Il documento, intitolato “Reduilding America’s Defences. Strategies, Forces and Resources for a New Century” (“La ricostruzione delle difese americane. Strategie, forze e risorse per un nuovo secolo”), fu prodotto nel settembre del 2000 dalla think tank neo-conservatrice Project for a New American Century (PNAC).»

Vale la pena riportare in dettaglio la descrizione fornita dal Sunday Herald degli sconvolgenti contenuti del documento:

«Il piano mostra l’intenzione del gabinetto di Bush di porre la regione del Golfo sotto il proprio controllo militare, che Saddam sia al potere o meno. Vi si afferma: «Per decenni gli Stati Uniti hanno tentato di giocare un ruolo più costante nella sicurezza regionale del Golfo. Se il conflitto irrisolto con l’Iraq offre l’immediata giustificazione, il bisogno di un’importante forza americana nel Golfo trascende il problema del regime di Saddam Hussein».

Il documento del PNAC propone un «piano per il mantenimento dell’egemonia globale degli USA, il contenimento delle potenze rivali e la creazione di una struttura di sicurezza globale in linea con i principi e gli interessi americani».

Questa “grande strategia americana” deve essere proiettata «il più in là possibile nel tempo», afferma il documento. Sostiene inoltre che «obiettivo primario» degli Stati Uniti è «combattere e vincere con decisione e vari simultanei teatri di guerra».

Il documento descrive le forze armate americane come «la cavalleria della nuova frontiera americana». Il piano del PNAC cita un altro documento di Wolfowitz e Libby che invita gli Stati Uniti a «scoraggiare i paesi industriali avanzati dal mettere in discussione il nostro potere o anche solo dall’aspirare a un più ampio ruolo regionale o globale». Inoltre il documento del PNAC:

  • parla di alleati chiave quali l’Inghilterra come «il modo più efficace di esercitare il potere globale americano».
  • afferma che le missioni di pace necessitano del «guida politica degli USA piuttosto che di quella delle Nazioni Unite».
  • rivela le preoccupazioni dell’amministrazione che l’Europa possa diventare un rivale degli USA.
  • dice che «se anche Saddam dovesse scomparire dalla scena politica» le basi in Kuwait e in Arabia Saudita continueranno a esistere a tempo indeterminato – nonostante l’opposizione interna dei regimi del Golfo allo stazionamento di truppe USA – dal momento che «l’Iran potrebbe benissimo rivelarsi una minaccia agli interessi USA tanto quanto l’Iraq».
  • pone l’accento su un possibile “cambio di regime” in Cina affermando che «è arrivato il momento di incrementare la presenza di forze armate americane nel Sud-est asiatico». Questo, aggiunge, potrebbe far sì che «le forze armate americane e alleate forniscano lo sprone al processo di democratizzazione della Cina».
  • ipotizza la creazione di “forze spaziali USA” per il dominio dello spazio ed il controllo totale del cyberspazio allo scopo di prevenire che i “nemici” possano utilizzare Internet contro gli USA.
  • descrive la Corea del Nord, la Libia, la Siria e l’Iran come regimi pericolosi, la cui esistenza giustifica la creazione di un “sistema globale di comando e controllo”.

Tam Dalyell, parlamentare del partito Laburista, esponente di spicco della Casa dei Comuni, tra i principali oppositori della guerra in Iraq, ha dichiarato: «Questo è un piano per il dominio americano del mondo, un nuovo ordine mondiale di loro creazione. Questi sono i processi mentali di visionari americani che vogliono controllare il mondo. Sono indignato che un primo ministro inglese laburista possa aver seguito una banda di tale statura morale in questa avventura.»[21]

Alcuni progetti globali (e feroci) di dominio politico ed economico, sebbene su aree geopolitiche più ristrette/meno importanti di quelle sopra esaminate, sono stati  espressi platealmente ed apertamente da imperialismi meno potenti di quello mongolo o statunitense: persino un “imperialismo straccione” come quello italiano, nella sua fase di sviluppo fascista, si pose apertamente tra il 1934 ed il 1942 l’obiettivo strategico dichiarato di creare un proprio vasto impero nel Mediterraneo e di acquisire una propria ampia ed esclusiva sfera di influenza politica ed economica nell’area in esame. Infatti verso la metà degli anni Trenta Mussolini affermò senza mezzi termini che la “rivoluzione fascista” avrebbe dovuto raggiungere il suo culmine con un processo di espansione coloniale, basato su due linee direttrici fondamentali: “la marcia all’Oceano Atlantico” attraverso l’Africa settentrionale francese e la “marcia all’Oceano Indiano” attraverso il Sudan, che avrebbe “saldato” la Libia all’Etiopia.[22]

L’elencazione dei proteiformi progetti offensivi – dichiarati ed espliciti – elaborati da imperialismi politico-economici di media e bassa portata potrebbe proseguire abbastanza a lungo, a partire da quelli espressi dal neocolonialismo sionista nei confronti della Palestina, della Siria e del Libano (il piano della “Grande Israele”).

Un altro problema teorico riguarda invece la relazione tra gli stati del “socialismo deformato” e la scala plurilivellare elastica dei bisogni materiali, e cioè se le categorie storico-teoriche in esame si possano applicare anche alle formazioni economico-sociali e politiche sorte dopo l’Ottobre del 1917.

L’esperienza sovietica fornisce una risposta affermativa a tale interrogativo, partendo dal piano interno.

La frazione della classe operaia sovietica influenzata direttamente e per più di sette decenni dal partito comunista voleva infatti sicuramente la socializzazione integrale dei mezzi di produzione, la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, il miglioramento costante e progressivo del tenore di vita materiale e spirituale dei lavoratori (si pensi al Lenin del 1922 con il suo “socialismo come regno dei cooperatori colti”) e la costruzione progressiva della formazione economico-sociale comunista sviluppata, contraddistinta dalla regola “a ciascuno secondo i suoi bisogni”. In sintesi il bisogno omega-comunista era affermato nei fatti e nei discorsi, con orgoglio ed apertamente dalle forze sociali che sostennero il partito comunista sovietico, non rimanendo assolutamente clandestino sia nel programma che nella scala di priorità bolsceviche, anche se esso diventò spesso latente nella pratica pluridecennale espressa dai comunisti sovietici a seconda dei rapporti di forza interni ed internazionali, del grado di consenso popolare da essi detenuto in Unione Sovietica e dallo sviluppo raggiunto via via dalle forze produttive sociali: sotto questo profilo già molto significativa la “ritirata” della NEP, la politica economica di apertura ai contadini proprietari ed ai capitalisti russi/stranieri elaborata da Lenin nel 1921 dopo la rivolta di matrice anticomunista promossa da una parte dei marinai e degli operai di Kronstadt.

Per quanto riguarda l’altro livello estremo della scala dei desideri-aspettative collettive dei produttori sovietici, il bisogno alfa (materiale e politico) è emerso ed è a volte diventato dominante con la stessa nascita del potere sovietico, minacciato immediatamente ed in modo molto grave sia dalla fame che dal pericolo del successo della controrivoluzione filocapitalistica, per un periodo durato fino alla metà del 1922: in quella fase i rapporti di forza interni ed internazionali risultarono a volte tanto sfavorevoli al potere sovietico da costringere il gruppo dirigente bolscevico ad accettare la pace umiliante di Brest-Litovsk, con le sue pesanti concessioni all’imperialismo tedesco, e da quasi obbligarlo a sottoscrivere anche un piano presentato alla conferenza di Prinkipo del febbraio del 1919, in cui era previsto apertamente che le forze controrivoluzionarie dei “bianchi” mantenessero il controllo di quella larga parte della Russia di cui erano riusciti ad impossessarsi fino a quel tempo. Mentre attuavano “l’assalto al cielo”, la frazione di classe operaia egemonizzata dei bolscevichi allo stesso tempo era stata spesso costretta in quei cinque anni a cercare di sopravvivere, anche se stentatamente ed in modo precario, sia a livello politico che materiale, visto che nel 1921-22 la Russia sovietica fu colpita da una disastrosa carestia che provocò milioni di morti per inedia ed anche alcuni fenomeni di cannibalismo.[23]

In campo internazionale si è già notato in precedenza come l’obiettivo di favorire l’espansione su scala mondiale del sistema socialista-deformato non venne mai negato ed abbandonato tra il 1917 ed il 1988 dai nuclei dirigenti del partito comunista sovietico, anche se in linea generale esso venne inteso quasi sempre come traguardo raggiungibile solo nel medio-lungo periodo e senza l’utilizzo della “guerra rivoluzionaria” contro il mondo imperialista (l’unica eccezione significativa in questo senso venne dalla “marcia su Varsavia”, effettuata dall’Armata Rossa nell’estate del 1920). D’altra parte anche il bisogno alfa di matrice “internazionale” è riemerso carsicamente come livello dominante nella coscienza collettiva, nella progettualità e nella praxis della direzione sovietica, dato che più volte i gruppi dirigenti del partito comunista si sono dovuti confrontare con dei pericoli mortali provenienti dall’arena internazionale, capaci di mettere in gioco la stessa sopravvivenza del potere sovietico e dei rapporti di produzione collettivistici. Controrivoluzione “bianca” ed intervento militare in Russia delle potenze occidentali, tra il 1918 ed il 1921; attacco nazista all’Unione Sovietica nel 1941; progetti statunitensi di attacco nucleare all’Unione Sovietica, nel 1945-49; piani reaganiani di riarmo e di Guerre Stellari sono state infatti le principali minacce con cui si sono dovuti confrontare carsicamente sia i quadri dirigenti che le masse popolari sovietiche, nell’arena interstatale e nei rapporti con l’estero.

In ogni caso tutti i nuclei dirigenti sovietici furono sempre perfettamente consapevoli, grazie anche alle lezioni di Lenin, del ruolo decisivo svolto dai rapporti di forza politici (e politico-militari) e dalla loro dinamica nel decidere la centralità e le priorità tra i diversi livelli di bisogni materiali (e politici) potenzialmente esprimibili e/o raggiungibili dalla classe operaia sovietica. Nel marzo del 1922, ad esempio, un dirigente a quel tempo prestigioso come Zinoviev ribadì a chiare lettere la funzione centrale esercitata dalla correlazione di potenza politica sia nella trasformazione della strategia-tattica dei bolscevichi, che – allo stesso tempo – nel fissare via via il livello effettivo di soddisfazione dei bisogni materiali dei lavoratori russi, sia in campo statale che internazionale (“il partito russo è stato costretto a fare grandi concessioni economiche ai contadini e, in parte, anche alla borghesia”). In un discorso già citato, egli notò che «la tattica dell’Internazionale comunista deriva dalla rivoluzione mondiale. È la tattica del partito comunista mondiale che prepara la dittatura del proletariato mondiale. In Russia il partito operaio ha vinto. La Russia occupa la sesta parte della superficie terrestre. Per questo già di per sé la rivoluzione russa ha un grande significato per la rivoluzione mondiale, essa è una parte della rivoluzione mondiale stessa. Non può essere indifferente per il partito comunista internazionale la situazione in cui si trova la rivoluzione proletaria nel paese in cui ha vinto. Se per esempio l’armata rossa della Russia sovietica avesse conquistato Varsavia, ora la tattica della Internazionale comunista sarebbe diversa da quella che è. Ma questo non si è realizzato. Dopo la sconfitta militare è venuta una sconfitta politica per tutto il movimento operaio. Il partito russo è stato costretto a fare grandi concessioni economiche ai contadini e, in parte, anche alla borghesia. Questo ha rallentato il ritmo di sviluppo della rivoluzione proletaria; ma inversamente: le sconfitte subite dal proletariato dell’Europa occidentale tra il 1919 ed il 1920 hanno per loro conto influito sulla politica del primo Stato proletario, rallentando il ritmo di sviluppo della rivoluzione in Russia.»[24]

Quarto problema: nelle diverse classi sociali, sfruttatrici/sfruttate/autonome, sussiste una relazione tra il livello alfa e quello omega dei bisogni materiali che non sia solo la comune appartenenza alla sfera elastica dei desideri-aspettative economici (e politici) proiettati in campo statale ed internazionale?

Tale legame esiste realmente, come dimostra l’esperienza concreta delle lotte politico-sociali tra classi e delle relazioni internazionali tra i diversi stati classisti-paraclassisti.

In campo internazionale I. Kant aveva intuito l’esistenza di una dialettica tra il bisogno di autoconservazione e la tendenza all’egemonia constatando, a proposito delle relazioni internazionali del suo tempo, che «è desiderio di ogni stato, o del suo monarca, addivenire a una condizione di pace perpetua conquistando l’intero mondo, se questo fosse possibile», anticipando di quasi due secoli la tesi principale espressa dalla scuola anglosassone del “realismo offensivo” di Morghentau e Mearsheimer.[25]

In sostanza il bisogno di autoriproduzione sociopolitica e di sicurezza, negli scenari internazionali dominati da acuti antagonismi aperti/latenti, trova il modo più efficace e “sicuro” di essere soddisfatto proprio eliminando pacificamente/violentemente i nemici reali e potenziali; e a sua volta, in un perverso “gioco di specchi”, proprio il generale riconoscimento e la consapevolezza comune dell’esistenza di bisogni egemonici, espressi – o covati in silenzio – anche dagli altri attori internazionali, non può che acuire ed aiutare a riprodurre il bisogno alfa in ogni attore internazionale, creando una nuova forma di relazione dialettica tra sicurezza e supremazia politico-sociale nella quale la coscienza dei progetti egemonici degli altri (esistenti anche solo allo stato latente) alimenta la necessità di assicurarsi la sopravvivenza… attraverso la creazione della propria completa egemonia.

J. Mearsheimer ha intuito questa forma di collegamento tra gli estremi nella scala dei bisogni materiali internazionali quando ha affermato, a proposito delle relazioni tra stati, che «preoccupati delle vere intenzioni ultime degli altri stati, e consapevoli di operare in un mondo basato sull’autodifesa, gli stati capiscono in fretta che il modo più sicuro per assicurarsi la sopravvivenza è diventare il più potente stato del sistema»: in altre parole “la migliore difesa è un buon attacco”, visto che un assalto riuscito in campo internazionale di regola costituisce la migliore “difesa” immaginabile. [26]

Ma non solo: in particolari scenari storici alcuni soggetti politico-sociali sono riusciti a trasformare delle offensive molto pesanti, effettuate contro le loro stesse condizioni minimali di esistenza e i loro stessi bisogni alfa, in propizie ed inaspettate occasioni di “scalate” al livello superiore della scala di bisogni materiali (e politico-materiali). Il contraccolpo ed il “rimbalzo” dal livello alfa a quello omega, sia come progettualità che come realizzazione concreta, è stato particolarmente vistoso in due scenari storici:

Ø      la classe operaia russa è passata in un breve periodo (agosto 1914-febbraio 1917) da una completa emarginazione politica e socioproduttiva e dalla difesa delle proprie condizioni minimali di esistenza, minacciate dalla guerra, dalla fame e dal freddo ad una nuova posizione egemonica, alla conquista del potere politico-sociale ed al derivato processo di espropriazione completa degli industriali, banchieri e dei monopoli russi sviluppatisi nell’arco temporale compreso tra l’ottobre 1917 e l’inverno del 1919.

Ø      quando la formazione statale incas nel 1440 venne minacciata concretamente di distruzione da parte di aggressori internazionali più potenti, non solo riuscì a sconfiggerli, ma utilizzò al meglio il mortale pericolo ormai sventato per innescare una gigantesca e prolungata riorganizzazione interna e una nuova  spinta espansionistica, sia politica che economica, che portò i nuclei dirigenti degli incas ad assicurarsi in pochi decenni il controllo politico e materiale di quasi tutta la regione andina.

In sostanza non esiste una “muraglia cinese” tra i due poli opposti della scala dei bisogni materiali (e politici) espressi e/o soddisfatti dalle diverse classi comparse nell’arena storica dopo il 3700 a.C., vista la possibilità costante – anche se spesso remota – di un trapasso da un lato estremo nell’altro (anche in senso negativo, come scoprirono Napoleone Bonaparte e la borghesia francese tra il 1811 ed il 1814).

L’ultima questione teorica riguarda il grado di stabilità/instabilità che ha contraddistinto i livelli di soddisfazione dei bisogni materiali via via raggiunti dalle diverse classi/frazioni di classe riprodottesi dopo il 3700 a.C., fino ad arrivare ai nostri giorni.

L’esperienza storica degli ultimi millenni insegna platealmente che, come ogni altro oggetto e processo esistente nell’universo, anche i livelli di soddisfazione/insoddisfazione di bisogni materiali cambiano e si trasformano in modo più o meno profondo e completo, più o meno prolungato nel tempo e più o meno unidirezionale (miglioramento/regresso).

Le grandi oscillazioni, le grandi “ascese/crolli” nei livelli di soddisfazione reali raggiunti dai diversi gruppi sociali costituiscono delle realtà indiscutibili e confermate in modo evidente da diverse sottocategorie storico-teoriche, che sintetizzano alcuni dei processi di trasformazione del complesso dei desideri/aspettative materiali e collettive verificatisi nel corso di tempi più o meno lunghi.

1)      I “rimbalzi” sopra citati, non riducibili all’esperienza della classe operaia russa e degli Incas (contadini poveri cinesi, 1945/54,ecc.).

2)      La riproduzione stentata e precaria degli “ultimi mohicani”, dei resti di gruppi sociali privilegiati in precedenza egemoni ma ormai in via di estinzione socioproduttiva. Prima della scomparsa definitiva di determinate classi/frazioni di classi, esse possono anche rimanere precariamente in vita per periodi di tempo più o meno prolungati, e proprio l’agonia degli ultimi sedimenti di queste classi rivela – indirettamente – la compresenza di livelli di soddisfazione dei bisogni materiali molto diversi, quelli egemonici raggiunti nelle loro precedenti fasi di sviluppo e quelli (minimali) di mera sopravvivenza materiale, divenuti centrali durante il loro triste declino.

Un solo esempio, tra i tanti possibili: dopo la vittoriosa invasione normanna del 1066 l’aristocrazia feudale autoctona anglosassone in precedenza dominante in Inghilterra sparì quasi completamente dalla scena storica nel giro di pochi anni, espropriata e liquidata sia socialmente che politicamente dai nuovi signori normanni. Nel 1086, venti anni dopo il successo politico-militare normanno, sopravvivevano in Inghilterra soltanto due signori feudali inglesi, mentre oltre duemila vecchi signori feudali dell’epoca sassone (i “thegns”) avevano via via perduto tutte le loro terre ed erano stati soppiantati da un gruppo ristretto di duecento baroni, provenienti dalla nuova classe dominante arrivata dalla Francia.[27]

3)      I “trionfatori”, le classi sociali baciate dal successo politico ed economico dopo dure battaglie e dopo aver superato con successo gravi pericoli sociopolitici e/o conflitti internazionali. Di regola i grandi successi nelle lotte di classe e negli scontri in campo internazionale, seguiti da periodi prolungati di consolidamento dell’egemonia dei “trionfatori”, garantiscono ed assicurano a questi ultimi livelli di soddisfazione dei bisogni materiali collettivi molto più elevati – in termini assoluti e relativi – che nel passato, consentendo salti di qualità notevoli nel grado di appropriazione del surplus e dei mezzi di produzione.

Un esempio tra i tanti possibili è rappresentato dalla borghesia monopolistica statunitense, che raggiunse nel periodo 1944-48 dei livelli di soddisfazione dei bisogni materiali (sia in campo interno che internazionale) molto più elevati di quelli ottenuti nel quadriennio 1930-34. Nella seconda metà degli anni Quaranta, l’enorme aumento – in termini assoluti e relativi – dei profitti complessivi accumulati dai monopoli andò di pari passo con una riconquista quasi totale dell’egemonia politico-sociale interna da parte della borghesia statunitense, in precedenza parzialmente scossa durante la grande depressione degli anni Trenta, e con la parallela estensione del controllo economico e politico esercitato dai circoli dirigenti di Washington in campo internazionale, arrivato a livelli in precedenza sconosciuti ed ormai estesosi a larga parte del pianeta.[28]

4)      I “redivivi”: classi/frazioni di classe capaci di sopravvivere collettivamente sul piano materiale in modo stentato e precario per periodi prolungati, riacquistando invece in seguito una quota significativa del prodotto sociale, del surplus e dei mezzi di produzione esistenti nella loro formazione statale di appartenenza.

La borghesia urbana e rurale russa, nel periodo della NEP (1921-1928), riuscì a raggiungere una parziale risurrezione in campo socioproduttivo con modalità parzialmente simili a quelle che hanno interessato anche la borghesia cinese, nel periodo compreso tra il 1978 ed il 2008.

5)      Gli “amanti delle montagne russe”: classi sociali i cui precedenti livelli egemonici di soddisfazione dei bisogni materiali di classe crollarono in una determinata fase storica, venendo rapidamente sostituiti da un posizionamento molto meno gratificante all’interno della scala elastica dei desideri-aspettative materiali, per poi risalire di nuovo e raggiungere in tutto/in parte le posizioni di partenza (ed eventualmente precipitare di nuovo in seguito, in una successiva fase di lotte di classe o scontri internazionali).

L’aristocrazia fondiaria laica italiana del V-VI secolo d.C. è stata sicuramente una dei campioni mondiali, in questo gioco di “saliscendi” socioproduttivi e politici. Classe egemone da molti secoli e fino al 410 d.C., essa diventò un partner alla pari nello sfruttamento degli schiavi e dei contadini-coloni con l’arrivo dei nuovi conquistatori nomadi ostrogoti; dopo l’intervento delle truppe bizantine in Italia, riacquistò un’egemonia produttiva quasi completa su larga parte del territorio italiano, negli anni compresi tra il 532 ed il 540; in seguito venne espropriata quasi completamente dai Goti di Totila durante il decennio successivo, ma fu riportata agli antichi livelli egemonici in campo socioproduttivo grazie alla vittoria delle truppe bizantine sugli Ostrogoti, nel breve periodo compreso tra il 552 ed il 568; infine la conquista vittoriosa di larga parte dell’Italia attuata da un nuovo arrivato, il popolo nomade dei Longobardi, pose fine per sempre alla riproduzione millenaria della classe dei grandi proprietari fondiari di origine romana in meno di un decennio, tra il 568 ed il 574 d.C.

Anche il processo di sviluppo dell’aristocrazia fondiaria francese, negli anni compresi tra il 1788 ed il 1848, e la storia della borghesia monopolistica tedesca durante tutta la fase storica che va dall’inizio della prima guerra mondiale fino al 1949, sono stati contraddistinti e segnati da numerosi “saliscendi” politici e socioproduttivi, a volte molto bruschi e compiuti in tempi rapidi.

6)      I “forzati del declino”: classi sociali investite da processi pluridecennali di peggioramento – sia assoluto che relativo – delle proprie condizioni di vita materiali, anche se in presenza di un parallelo sviluppo delle forze produttive all’interno dei propri stati di appartenenza.

Come si è già visto in precedenza, la classe operaia europea dovette subire un lungo e pesante processo di arretramento dei propri livelli di soddisfazione dei bisogni materiali nel lungo periodo compreso tra il 1460 ed il 1830, mentre una nuova “età del ferro” è iniziata negli Stati Uniti ed in Europa dopo il 1973-75 ed è proseguita fino al primo decennio del nuovo millennio, a dispetto del parallelo processo di incremento delle forze produttive sociali in tutte le metropoli imperialistiche, causando una costante – anche se lenta – caduta del potere d’acquisto reale dei lavoratori dipendenti nel mondo occidentale. Dal canto loro anche i contadini liberi della Russia e dell’Europa orientale sono stati interessati da lunghi processi di progressivo deterioramento delle loro condizioni di vita materiali, tra il XIV ed il XVIII secolo, trasformandosi progressivamente in servi della gleba semiaffamati ed ipersfruttati dall’aristocrazia feudale laica/religiosa dei loro paesi.

Le “macro-oscillazioni” sono spesso sostituite da “micro-oscillazioni”, spesso temporanee, nei livelli di soddisfazione dei bisogni materiali delle diverse classi sociali, da aumenti/cali molto limitati dei redditi delle varie classi in conflitto/microconflitto quotidiano, oppure da processi di lenta accumulazione di limitate trasformazioni delle loro rispettive posizioni socioproduttive e della partecipazione al prodotto sociale complessivo delle diverse classi, almeno fino alla maturazione di salti di qualità repentini.

Sono abbastanza conosciuti, anche a livello di massa, dei fenomeni molecolari tipici delle società capitalistiche quali il lento peggioramento relativo delle condizioni di vita dei lavoratori dipendenti, per effetto dell’aumento del saggio di sfruttamento nei luoghi di lavoro, o la caduta assoluta del valore della forza-lavoro causata dal silenzioso ed “oggettivo” processo inflativo (come è avvenuto recentemente in Italia, tra il 2000 ed il 2007).

Passando alle epoche pre-industriali, le grandi lotte di classe tra sfruttatori e sfruttati e le pesanti ricadute sociali di fenomeni carsici, quali le carestie e le guerre, sono state spesso separate ed intervallate da numerosi microconflitti economici e politico-economici, spesso di carattere solo locale, che via via determinarono la produzione di limitate vittorie/piccole sconfitte delle classi in conflitto, con ricadute relativamente contenute e per segmenti limitati sia dei produttori diretti che dei possessori privilegiati delle condizioni della produzione e del surplus; tali microconflitti spesso determinarono nel corso del tempo la comparsa di nuovi compromessi e di nuove “consuetudini” produttive tra i signori ed i servi, oppure causarono la violazione dei precedenti patti ed accordi economici (politico-economici) tra i gruppi sociali trasformando in ogni caso solo parzialmente e lentamente le condizioni di vita materiali delle classi interessate, anche se a volte in modo quasi impercettibile nel breve periodo.

Un ottimo esempio storico di queste micro-oscillazioni, e della loro progressiva accumulazione nel corso del tempo, viene fornito dalla storia catalana nel periodo compreso tra il X ed il XV secolo, con le sue “usanze” socioproduttive e sociopolitiche (Usatges) e le costanti, molecolari, violazioni delle consuetudini e dei patti tradizionali vigenti nelle relazioni sociali di produzione promosse dai feudatari della zona. Come ha rilevato R. Hughes, la riconquista “cattolica” della Catalogna contro gli arabi venne avviata dalla coalizione variegata di nobili e contadini liberi, spesso ben diretti da abili leader quali Guifré el Pelos, e questa prima fase di espansione dell’area geopolitica controllata direttamente dalle forze catalane richiese “circa cento anni, dall’850 al 950. Lo sviluppo del feudalesimo impiegò più o meno un altro secolo, dal 950 al 1050.

Per quasi due secoli una casta di guerrieri, la cui supremazia fu alla base del modello di vita e di governo di un’intera cultura, non fu impegnata in grandi conflitti, ma si limitò a sedare le ricorrenti rivolte contadine e le lotte locali dei nobili con quelli di un’altra vallata adiacente. Per duecento anni, dunque, i cavalieri catalani non ebbero granché da fare. Non meraviglia perciò che molti diventassero feudatari altezzosi e parassitici, che passavano il tempo a litigare per questioni di precedenza e di privilegi, ad organizzare tornei cerimoniali ed ad alleviare il tedio della vita di provincia ascoltando i trovatori che strimpellavano il liuto. L’ossessione cavalleresca per i codici d’onore era un modo per dimenticare che il feudalesimo in Catalogna si era imposto con mezzi non proprio onorevoli: strappando, con tasse e dazi, anche l’ultimo soldo ai servi della gleba e punendo selvaggiamente chi non pagava.

I privilegi dei signori feudali comportarono una vera e propria schiavitù per i contadini, i quali alla fine del X secolo rappresentavano circa i tre quarti (le cifre naturalmente non sono molto affidabili) della popolazione. Lavoravano in genere un piccolo podere, il cui possesso inalienabile era garantito dalle leggi e dal costume. Nell’XI secolo i signori della guerra locali e i loro capitani di ventura si impossessarono di questi beni allodiali, comperandoli oppure strappandoli ai legittimi proprietari, e ridussero i contadini dipendenti in servi della gleba o, nei casi migliori, in fittavoli che coltivavano il grano, le olive, le viti e pascolavano gli armenti, versando al signore del castello una parte (di solito la metà) insieme ad altri balzelli. Questo flusso di denaro e di beni in natura arricchiva i nobili, che potevano così acquistare altre terre e altre braccia.

Dall’antico ordinamento romano e visigoto gli aristocratici ereditarono il diritto a esercitare sulle loro terre l’autorità fiscale e militare (mandamentum) e a giudicare e punire (districtum). Naturalmente, siccome controllavano la legge, potevano estorcere a loro piacimento, cosa che facevano spesso e volentieri. I contadini non potevano fare nulla, ora che anche la tecnologia della guerra era cambiata. Al tempo di Guifré el Pelos e dei suoi immediati successori, erano la spina dorsale dell’esercito e tenevano in casa le armi. Questo significava che il signore locale doveva avere rapporti abbastanza ragionevoli con i contadini, se voleva poter contare su un esercito efficiente.

Ora però la chiave dell’efficienza militare era il cavallo, un animale che i piccoli agricoltori non potevano permettersi di mantenere, né potevano pensare di opporsi con le forche alla cavalleria. Soltanto la nobilesa più ricca era in grado di avere il cavallo da combattimento con tutto quello che comportava, dalla stalla alla corazza. Chi stava in sella, comandava. In quella società agraria in trasformazione, la differenza tra le classi equestri e quelle pedestri divenne in breve tempo rigida e assoluta.

Nel XII secolo la nobilesa catalana, come quella francese, si era ormai dotata di una gerarchia molto elaborata: l’ordine cavalleresco. Al vertice c’erano le famiglie patrizie più antiche e il lignaggio un poco più recente dei conti e visconti, con enormi tenute e molti castelli. Sotto di loro c’erano i delegati del potere, la piccola nobiltà, i beneficiari dei castelli (chiamati vavvassours) e i cavalieri. In cambio dell’assoluta lealtà militare e della puntuale esazione delle tasse versate dai contadini da loro controllati, questi piccoli nobili ricevevano dai signori da cui dipendevano una garanzia chiamata feu, ossia la loro parte di reddito delle terre.

In teoria l’avidità della noblesa castral (i signori delle campagne, vale a dire i signori dei castelli) era in parte frenata dall’autorità dei conti-re di Barcellona. Ma la loro influenza moderatrice si ridusse nell’XI secolo e non riacquistò mai più tutto il potere perduto. Nel 1017, quando morì il conte-re Ramon Borel, il titolo passò al figlio, Berenguer Ramon I, che aveva appena quindici anni. Per sei anni governò la madre, Ermessenda di Carcassonne, ma anche quando l’erede salì al trono, non dimostrò maggiore capacità nel tenere a bada i signori della guerra catalani. Alla sua morte, nel 1035, il regno di Catalogna fu diviso fra i due figli (uno ebbe le province settentrionali, l’altro Tarragona) e fu soltanto nel 1049 che il figlio maggiore, chiamato anch’egli Ramon, prese le redini di tutta la Catalogna con il titolo di Raimondo Berengario I.

Nei tre decenni di vuoto di potere né la casa di Barcellona, né l’aristocrazia cittadina riuscirono a controllare la noblesa castral e tanto meno a impedirle di defraudare e espropriare i contadini.

Quel che è peggio, la violenza dei baroni locali si abbatté anche sulla Chiesa, in particolare sui monasteri, nei quali i monaci, che vivevano anch’essi dei frutti della terra, si erano schierati con i contadini. I baroni devastarono i campi ecclesiastici, assalirono i monasteri e violarono la consuetudine del diritto d’asilo, inseguendo i fuggitivi fin dentro le chiese e a volte massacrandoli, sotto lo sguardo atterrito dei monaci, davanti all’altare in cui era esposta l’Eucarestia. Il clero catalano, guidato da un intellettuale straordinario, l’abate Oliba de Ripoll (971-1046), rispose con le armi che possedeva: l’anatema e la scomunica. Nel 1027, alla riunione di Toluges nel Roussillon, Oliba riuscì a far provare la Pau i Treva de Deu, la Pace e Tregua di Dio, da imporre in tutta l’Europa. Sotto la minaccia della scomunica – che era la punizione più grave, in quanto significava tagliare i legami del peccatore con il corpo vivente della Chiesa, negandogli l’accesso ai sacramenti e condannandone di fatto l’anima nera e il corpo al fuoco eterno dell’inferno dopo la morte – la Pace e Tregua di Dio difendeva i diritti dei fuggitivi contro la violenza baronale e fissava dei periodi durante i quali dovevano essere deposte le armi. Più che una soluzione era un freno, ma a qualcosa servì. Berengario I, divenuto il primo sovrano feudale dell’intera Catalogna, comprese che se voleva governare su un regno, e non su un’arena per il combattimento dei galli, doveva modificare l’organizzazione politica del principato. Si preoccupò quindi innanzi tutto di creare una cornice legale che mantenesse l’equilibrio tra il trono, l’aristocrazia di corte, la noblesa castral, le nuove classi mercantili, i commercianti e i contadini. La Catalogna divenne per merito suo il primo reame d’Europa ad avere una carta scritta delle libertà. La carta, chiamata Usatges (Usanze), fu abbozzata prima della morte di Berengario, avvenuta nel 1076. Completata agli inizi del secolo successivo, inaugurò in Catalogna un’epoca di feudalesimo responsabile quasi cent’anni prima della Magna Charta inglese.

Il punto principale delle Usatges era il riconoscimento esplicito che tutti i borghesi – i ciutadans honrats, i cittadini onorati, in pratica tutti gli uomini non ancora ridotti in servitù – godevano degli stessi diritti legali della nobiltà. In caso di disputa, non ci si rivolgeva al signore locale, bensì a un giudice imparziale. Berengario I e i suoi successori non governarono più per decreto e mandamentum, ma con accordi negoziati tra le parti interessate. Il “pattismo”, tra gruppi e singoli individui, divenne l’anima della vita civile catalana e, a parte le conquiste imperiali, anche dei suoi rapporti con gli altri stati.

Il pattismo non trasformò la Catalogna nel regno dell’armonia. Non liberò i servi della gleba, né restituì la terra ai contadini che l’avevano perduta. Non riuscì neppure a spegnere il fuoco della rivolta, come dimostravano le sommosse successive. Dalla fine dell’Undicesimo al Quattordicesimo secolo, i contadini catalani si sollevarono più volte contro l’iniquo sistema feudale delle renences, che costringeva i servi della gleba a comprarsi la libertà pagando tasse altissime ai feudatari. Poi nel Quattrocento cominciarono le lotte di classe a Barcellona: artigiani e operai riuniti nella Busca contro patrizi e grandi mercanti riuniti nella Biga. La città fu più volte sull’orlo della guerra civile.

Ad ogni buon conto, avere una carta delle libertà era sempre meglio che non averla. Le Usatges non eliminarono la rapacità dei baroni-predoni, però la ridussero, e crearono un’atmosfera per cui i contadini nelle campagne e gli artigiani nelle città potevano difendere i loro interessi contro i propri pari e la noblesa[29]

La lotta di classe, sia a livello economico-corporativo che politico-sociale è composta anche da un insieme di microvittorie e microsconfitte, che trasformano e modificano – spesso in modo quasi impercettibile – i livelli di soddisfazione/insoddisfazione ottenuti dalle stesse classi in diverse situazioni storiche: le “fisarmoniche” elastiche dei loro bisogni materiali e politici pertanto non risultano quasi mai statiche ed immobili ma si trasformano in continuazione, anche se in molti casi in modo appena rilevabile e minimale, nei (mutevoli) punti di sintesi e nei livelli che (volta per volta) diventano al loro interno i “numeri uno”, costringendo ad una latenza più o meno lunga tutti gli altri.


[1] M. Dobb, “Problemi di storia del capitalismo”, pp. 75-88, ed. Editori Riuniti

[2] K. Marx e F. Engels, “Il Manifesto…”, op. cit., cap. II

[3] G. Castellan, “Storia dei Balcani”, pp. 340-343, ed. Arco

[4] R. Poidevin e S. Schirmann, op. cit., p. 60, ed. Bompiani

[5] G. J. Ikenverri e V. E. Parsi, “Teorie e metodi delle relazioni internazionali”, p. 32, ed. Laterza

[6] M. Sabattini e P. Santangelo, op. cit., pp. 458-464

[7] J. Hemmings, op. cit, p. 336 e seguenti

[8] A. Vlank, “Il nazismo tedesco: politica e ideologia”, p. 49, ed. Novosti

[9] C. Andrew, “L’archivio Mitrokhin”, pp. 64-65, ed. Rizzoli; P. Corradini, “Cina”, pp. 355-359, ed. Giunti ;

G.  Samarani, “La Cina del Novecento”, pp. 171-172, ed. Einaudi

[10] Autori Vari, “Il libro nero del capitalismo”, op. cit., p. 323

[11] op. cit., p. 324

[12] op. cit., p. 325

[13] G. V. Pindall e D. E. Shi, “La grande storia dell’America”, p. 79, ed. Mondadori

[14] F. Jennings, “La creazione dell’America”, pp. 14-15, ed. Einaudi

[15] op. cit., pp. 292-292-295

[16] F. Jennings, op. cit., p. 204

[17] Quotidiano del Popolo, Pechino, 4/10/2003

[18] S. Kozin, “Storia segreta dei Mongoli”, p. 30, ed. Quanda

[19] P. Ratchnevski, “Gengis Khan, il conquistatore”, p. 190, ed. Piemme

[20] Autori Vari, “Il libro nero del capitalismo”, op. cit., p. 323

[21] N. M. Ahmed, “Dominio”, pp. 15-16, ed. Fazi

[22] D. Rodogno, “Il nuovo ordine mediterraneo”, pp. 20/73, ed. Bollati Boringhieri

[23] G. Boffa, op. cit., vol. I, pp. 136-137

[24] L. Poggi, “Le strategie del potere in Gramsci”, p. 13, ed. Editori Riuniti

[25] J. Mearsheimer, “La logica di potenza”, p. 31, ed. UBE

[26] J. Mearsheimer, op. cit., p. 31-33

[27] K. O. Morgan, op. cit., pp. 99-100, ed. Bompiani

[28] G. Mammarella, “L’America da Roosevelt a Reagan”, pp. 46/151, ed. Laterza

[29] R. Hughes, “Barcellona”, pp. 89-91, ed. Mondadori


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