Capitolo Dodicesimo

La costante di Sargon

Parte Prima

La terza “gamba di sostegno” che sorregge il primato della sfera politica (politico-militare, politico-economica, ecc.) e dei rapporti di forza politici (politico-militare, ecc.) nelle società classiste riprodottesi dopo il 3700 a.C. riguarda la sfera delle relazioni internazionali.

Infatti tutta una serie di esperienze, plurimillenarie e variegate, dimostra come anche i rapporti di sfruttamento economici che caratterizzano da cinque millenni gran parte dele relazioni tra le diverse aree geopolitiche e gli stati classisti autonomi si basino principalmente sulla sfera politica ed i rapporti di forza politici, in primo luogo politico-militari, e come senza il potere delle armi e l’egemonia politica (politico-militare) anche il processo di appropriazione di risorse economiche, di surplus e pluslavoro su scala internazionale diventi impossibile da realizzarsi, come del resto avviene nel caso dei rapporti di sfruttamento creatisi tra le diverse classi in campo statale e sul piano nazionale.

Se Lenin nel luglio 1920 affermava correttamente che la divisione tra “popoli oppressi” e “popoli oppressori” risultava della massima importanza per la politica internazionale nell’epoca del moderno imperialismo, tutta una lunga sequenza di dinamiche concrete fornisce innumerevoli conferme sulla riproduzione plurimillenaria del dominio armato di “stati vampiri” e sfruttatori, fin dal 3700 a.C.: in sostanza da più di cinque millenni, all’interno delle formazioni economico-sociali classiste e su scala mondiale, si è formata via via una decisiva e strategica suddivisione tra le zone geopolitiche e gli stati dominanti, che si appropriano del surplus e dei mezzi di produzione prodotti in altre aree geoeconomiche (e formazioni statali) utilizzando principalmente la coercizione e gli strumenti politico-militari al fine di attuare un processo di trasferimento forzato di ricchezza, e le zone-formazioni statali sfruttate, che subiscono invece l’estorsione coercitiva di surplus e di mezzi di produzione da parte degli “stati-vampiro”.

Se effettivamente lo schema generale sopra delineato corrispondesse alla realtà e alla dinamica storica, ne deriverebbe inevitabilmente che le relazioni di sfruttamento internazionali producono da alcuni millenni una particolare modifica della distribuzione generale del surplus e dei mezzi di produzione su scala mondiale, aumentando da un lato la massa complessiva di pluslavoro, di mezzi di produzione e materie prime a disposizione degli stati-vampiro, e diminuendo parallelamente (in uguale proporzione) la quantità del plusprodotto e delle condizioni della produzione ancora eventualmente poste sotto il controllo ed il possesso delle aree geopolitiche “vampirizzate”, delle loro diverse classi sociali autoctone.

E se lo schema delineato corrispondesse alla realtà e alla dinamica storica, anche nella parte in cui rileva il primato degli strumenti politici e politico-militari all’interno del processo di creazione/riproduzione del sistema di sfruttamento economico internazionale, ne deriverebbe inevitabilmente che la modifica variegata della distribuzione del surplus e dei mezzi di produzione tra le diverse aree e stati del globo avviene e si compie principalmente attraverso l’azione della sfera politico-militare e dei rapporti di forza politico-militari, che nuovamente retroagirebbero su un elemento essenziale della stessa “sfera economica” quale il possesso-controllo del surplus e delle condizioni della produzione, anche se in questo caso proiettato su scala internazionale.

In sostanza se la “teoria degli stati-vampiro” (armati) corrispondesse alla realtà ed alla dinamica storica delle società di classe sviluppatesi negli ultimi seimila anni, ne verrebbe anche rafforzata la centralità della sfera politica rispetto a quella economica, irrobustendo ulteriormente il primato dei rapporti di forza politici già fondato sull’effetto di sdoppiamento e sul “paradosso di Lenin”.

Ovviamente la teoria in esame deve passare il vaglio della pratica storica e, più specificatamente, deve dimostrare:

–         l’esistenza di una pluralità di formazioni statali nel corso degli ultimi seimila anni;

–         l’esistenza storica della tendenza costante a sfruttare economicamente e a dominare politicamente le altre formazioni statali/aree geopolitiche, comune e caratteristica a tutti i modi di produzione classisti e a tutti gli “involucri” politici che li accompagnano, sotto forme aperte o latenti;

–         l’esistenza del primato della forza politico-militare, intesa in senso ampio, nel determinare il successo, l’insuccesso o la latenza delle tendenze egemoniche -economiche e politiche – proprie e caratteristiche di tutte le formazioni statali classiste.

Il primato dei rapporti di forza politici e politico-militari deve essere verificato in tutte le formazioni economico-sociali sviluppatesi dal 3700 a.C. fino ai giorni nostri, ma prima di passare all’analisi delle tre sotto-tesi in esame devono essere effettuate alcune osservazioni preliminari.

Innanzi tutto va rilevato che se il processo reale di appropriazione del surplus-mezzi di produzione da parte di un determinato “stato-vampiro” interessa e riguarda delle porzioni minimali del plusprodotto creato e delle condizioni della produzione collocate negli “stati-vampirizzati”, in questi casi storici l’influenza della sfera politica sui rapporti di produzione e sul settore economico risulterà ovviamente molto ridotta e limitata, almeno per quanto riguarda l’aspetto del flusso di beni economici dalla zona sfruttata a quella sfruttatrice.

Inoltre la riproduzione plurimillenaria di una divisione generale tra “stati-vampiro” e aree sfruttate non esclude che determinate formazioni statali classiste siano state abbastanza forti da impedire qualunque forma di sfruttamento economico ai loro danni, ma non sufficientemente potenti da riuscire a egemonizzare e a rapinare economicamente altre aree geopolitiche: si pensi solo al Giappone nel periodo compreso tra il 1870 ed il 1894, nell’epoca che creò le basi militari per l’espansione dell’imperialismo nipponico durante i sei decenni successivi.[1]

Infine va sottolineato che, mentre i vantaggi materiali e produttivi derivanti dallo sfruttamento coercitivo su scala internazionale di regola vengono accaparrati ed utilizzati essenzialmente dalle classi socialmente privilegiate degli stati-vampiro, a volte una porzione più o meno consistente del “bottino” ottenuto nelle aree geopolitiche dominate e sfruttate può essere destinata ed indirizzata dalle elites anche a favore di settori più o meno ampi delle masse popolari delle zone imperiali, come ad esempio avvenne per il proletariato romano tra il II secolo a.C. ed il IV secolo d.C., per la classe operaia inglese nel periodo compreso tra il 1850 ed il 1929 e per i lavoratori salariati statunitensi durante tutto il XX secolo, fino almeno al primo decennio del terzo millennio.

Per quanto riguarda la prima sotto-tesi in esame, le moderne ricerche storiche attestano che nel 3600 a.C., cento anni dopo l’inizio della formazione del primo stato classista in Mesopotamia, sul nostro pianeta vivessero circa 60 milioni di esseri umani distribuiti quasi completamente sui 75 milioni di kmq di terre abitabili, non coperte da ghiacci permanenti, deserti sabbiosi o pietrosi e steppe semidesertiche: questi 60 milioni di individui erano separati tra loro non solo da molteplici barriere naturali e da distanze a volte enormi, ma anche da profonde diversità linguistiche, culturali ed etniche, visto che fin dal 50000 a.C. l’homo sapiens, partendo dalla sua base africana, aveva via via effettuato una serie di migrazioni che lo avevano portato a raggiungere l’Australia, l’Asia, l’Europa e l’America, accumulando nel tempo determinate mutazioni culturali e linguistiche nei vari luoghi di approdo.[2]

Il risultato della combinazione concreta tra fattori demografici, geonaturali e culturali non poteva che essere la formazione-riproduzione costante su scala planetaria di una particolare “torre di Babele” e di una pleiade di società, autonome sia dal punto di vista della gestione dei loro affari comuni che nell’utilizzo produttivo della parte di territorio di cui si erano appropriate, ma in grado di conoscere almeno l’esistenza dei loro diretti vicini/confinanti: dato che nel 3600 a.C. le strutture politico-sociali che comprendessero più di diecimila abitanti costituivano ancora delle isolate eccezioni, il numero delle nazioni-tribù indipendenti – protoclassiste o collettivistiche – superava sicuramente il numero delle ventimila unità e molto probabilmente si avvicinava a quota centomila, creando nella “torre di Babele” una quantità ancora superiore di interrelazioni (politiche, economiche, culturali, militari) delle formazioni politiche indipendenti.

Come si vedrà meglio in seguito, proprio le tendenze egemoniche ed espansionistiche, politiche ed economiche, espresse via via nei millenni successivi dagli stati classisti/protoclassisti, sedentari o nomadi, portarono progressivamente ad una sorta di estinzione di massa su scala planetaria di larga parte delle strutture politiche in precedenza indipendenti, di matrice sia classista che collettivistica, senza tuttavia riuscire a sopprimere la preesistente pluralità di formazioni autonome su scala mondiale principalmente a causa della resistenza vittoriosa opposta – in molti casi – dai bersagli concreti dei vari tentativi egemonici delle potenze straniere. Fino ad ora, anno di grazia 2008 d.C., non è mai esistito un “superstato” che sia riuscito ad assorbire sotto la sua totale/parziale egemonia politica, sociale ed economica tutte le nazioni e stato distribuiti sui cinque continenti abitabili che formano il nostro mondo, mentre anche esaminando aree geopolitiche e geoeconomiche di dimensioni più ridotte non è finora apparso un gigante che sia riuscito ad ottenere un completo dominio su un intero continente, neanche nelle più estreme “situazioni-limite”.

Anche nel suo momento di massimo fulgore, tra il primo e terzo secolo d.C., l’impero schiavistico romano non fu mai in grado di soggiogare le tribù indipendenti della Germania e della Scozia, mentre nello stesso arco temporale esso doveva fronteggiare ai suoi confini orientali il regno dei Parti prima, e l’impero sassanide in seguito.[3]

Se l’impero nomade-feudale dei Mongoli arrivò nel 1220-1350 a controllare larga parte dell’Eurasia, anche nel suo periodo di massima egemonia sfuggiva al suo controllo tutta una serie di aree importanti quali l’Europa occidentale ed i Balcani, il Medioriente, il Giappone e il Vietnam, l’Indonesia e buona parte dell’India; a sua volta l’impero Inca giunse a dominare nel 1440-1530 larga parte dell’America meridionale, ma non tutta l’area, visto che le popolazioni stanziate nell’attuale Colombia a nord, e le tribù araucane dell’odierno Cile a sud riproducevano le loro strutture sociopolitiche in modo assolutamente autonomo dal regno Inca, come d’altronde avveniva anche per le tribù di cacciatori-raccoglitori che popolavano l’immensa foresta amazzonica.[4]

Il dato di fatto innegabile (ma non inevitabile) che emerge da circa sei millenni di politica internazionale post-3700 a.C. è stata pertanto l’ininterrotta coesistenza/lotta creatasi tra diverse formazioni statali classiste, autonome ma allo stesso tempo in contatto reciproco attraverso forme più o meno strette di relazioni politiche, economiche e culturali; quando questi rapporti sono in grado di influenzare almeno in parte la stessa vita politica, economica e culturale degli stati venuti in reciproca connessione dialettica, si viene a creare una zona geopolitica-geoeconomica formata da diversi soggetti statali e territori economici, centri di condensazione demografica e produttiva.

Il mosaico internazionale degli ultimi cinque millenni risulta ancora più ricco e variegato se si tiene conto che durante tutti questi secoli le formazioni statali classiste-protoclassiste sono state affiancate nell’immenso continente americano, nell’Africa subsahariana e nella Polinesia dalla parallela riproduzione e presenza di società collettivistiche paleolitiche-neolitiche che si sono conservate autonome fino al XVI-XVIII secolo della nostra era mantenendo in molti casi solo dei rapporti sporadici con i loro limitrofi “cugini” classisti, mentre le tribù aborigene collettivistiche dell’Australia rimasero completamente isolate dal resto del mondo fino agli inizi del XIX secolo.

La riproduzione di una pluralità di formazioni statali è stata confermata nell’ultimo secolo dal progressivo aumento delle nazioni indipendenti, per effetto dei processi di decolonizzazione ed a causa della frantumazione di precedenti realtà statali (impero austro-ungarico, Unione Sovietica, Yugoslavia) fino ad arrivare alle circa duecento formazioni statali sovrane che sussistono agli inizi del III millennio, in modo tale che l’esistenza di una pluralità di stati formalmente indipendenti, i principali (anche se non unici) protagonisti su scala internazionale, rappresenta un dato di fatto costante sia per il passato che per il presente/futuro a medio termine. Esso è basato principalmente – nel passato e nel presente – su un relativo equilibrio delle forze globali detenute dalle diverse nazioni, sostenuto e rafforzato in molte epoche e scenari storici dalla presenza di grandi barriere geonaturali (catene montuose, deserti e steppe, distese oceaniche molto vaste) e dallo scarso valore materiale-produttivo attribuito comunemente a certe aree periferiche del globo: si pensi all’Arabia Saudita prima della scoperta del petrolio al suo interno, nel 1930-35.

Il secondo cardine che ha contraddistinto le relazioni internazionali negli ultimi sei millenni e fino ai nostri giorni è rappresentato dalla “costante di Sargon”, alias dalle tendenze egemoniche di carattere economico e politico espresse dagli stati classisti negli ultimi millenni. Da questi ultimi si è infatti generato e riprodotto un importante trend generale finalizzato a conservare ed estendere al massimo grado possibile i propri rispettivi “territori economici” (Lenin), lo sfruttamento della forza-lavoro di altre nazioni e l’appropriazione di surplus nel campo delle relazioni interstatali, in presenza e con l’aiuto indispensabile di rapporti di forza politici e politico-militare ritenuti favorevoli a tale scopo; la tendenza allo sfruttamento di altre aree geopolitiche/formazioni statali ed all’imperialismo economico, i cui particolari target materiali sono variati a seconda dei diversi modi di produzione classisti, si è collegata organicamente ad una parallela spinta egemonica esercitata dai nuclei dirigenti statali – e dai loro mandanti sociali – nel campo delle relazioni politiche internazionali, finalizzata a conservare e/o ad estendere al massimo grado possibile le zone e le sfere di influenza da essi controllate in modo diretto (attraverso l’occupazione/conquista) o indiretto (con minacce credibili e/o apparati politici esteri eterodiretti), sempre in presenza e con l’aiuto indispensabile di rapporti di forza politici favorevoli agli stati-vampiro egemoni/aspiranti tali.

In altri termini, i mandatari politici di ogni formazione statale fondata su rapporti di produzione classisti hanno manifestato nello scacchiere internazionale un impulso costante a conservare/allargare le proprie rispettive aree geopolitiche-geoeconomiche d’influenza, più o meno limitrofe, sottoposte a processi di appropriazione di surplus/plusprodotto/mezzi di produzione/oggetti di lavoro a vantaggio degli stati egemoni, a patto di ritenere – a torto o a ragione – di possedere una superiorità globale di forze tali da consentire loro il raggiungimento effettivo di queste finalità predatorie nel campo delle relazioni interstatali.

Un’esperienza storica plurimillenaria, che ha mostrato i suoi prodromi ancora con le invasioni protoclassiste dei Kurgan, dimostra come la costante principale endogena e la struttura fondamentale interna delle formazioni economico-sociali classiste, individuabile nella ricerca costante dell’appropriazione del massimo grado possibile di surplus, plusprodotto e mezzi di produzione da parte di una minoranza della popolazione, si trasformi inevitabilmente in campo internazionale nella tendenza espressa dai nuclei dirigenti statali (e dai loro mandanti sociali) tesa ad egemonizzare e sfruttare gli altri stati e le altre aree geopolitiche, sempre in presenza e con l’aiuto indispensabile di rapporti di forza ritenuti favorevoli: lo sfruttamento endogeno in campo nazionale marcia di pari passo e produce inevitabilmente un parallelo processo di sfruttamento materiale tradotto su scala internazionale, laddove ne sussistono le indispensabili premesse materiali, politiche, militari e tecnologico-militari.

La tendenza ad “esportare” lo sfruttamento di forza-lavoro ed il dominio politico su scala internazionale controllando aree geopolitiche e sfere di influenza all’estero, comune a tutte le formazioni statali classiste sviluppatesi negli ultimi sei millenni, può essere denominata come la “costante di Sargon”, dal nome del leader del primo impero conosciuto nella storia e formatosi nell’area mediorientale quasi 2400 anni prima della nascita di Gesù di Nazareth.

Quando la correlazione di potenza politica (politico-militare) esistente tra stati e/o aree geopolitiche lo consente concretamente, si crea pertanto un rapporto asimmetrico tra le “zone centrali” (in cui generalmente domina un’etnia caratterizzata da una precisa identità razziale, linguistica e/o culturale-religioso) e le “aree periferiche” da esse controllate, relazione dialettica in cui queste ultime erogano gratuitamente verso gli stati-vampiro delle masse più o meno consistenti di surplus, pluslavoro e materie prime, mentre parallelamente le zone centrali si appropriano di quantità variabili – a seconda del periodo e delle situazioni storiche – dei mezzi di produzione, della forza-lavoro e delle condizioni della produzione creati nelle aree periferiche: in sostanza si forma e si riproduce una relazione economica squilibrata tra “imperi” e “colonie/semicolonie”, tra “zona centrale” e “zona periferica”, tra stati-vampiro ed aree vampirizzate, sempre rapporti di forza politici (e politico-militari) permettendo.[5]

Va subito notato che anche se la “costante di Sargon” rappresenta uno dei cardini della politica internazionale, la tendenza alla conservazione-espansione su scala internazionale delle sfere di influenza politiche ed economiche, coloniali e non coloniali, si scontra quasi sempre con delle potenti controtendenze che pesano in modo variabile sulla progettualità-praxis dei nuclei dirigenti classisti e dei loro mandanti sociali rispetto alla sfera interstatale.

Tra queste controtendenze emerge in modo particolare la contro-forza d’urto rappresentata dal potenziale direzionale, economico e militare via via accumulato dalle possibili prede dell’espansione degli stati-vampiri presenti nelle diverse aree geopolitiche o nell’intero scacchiere mondiale, dopo il 1820-1850, visto che proprio dalla contropotenza reale detenuta dai potenziali antagonisti dipendono le concrete possibilità di successo delle diverse operazioni di espansione egemonica, i rischi prevedibili ad esse collegati e i costi politici, economici e militari che queste ultime comportano, sempre secondo le stime soggettive – corrette/errate – degli aspiranti stati-egemoni. Tanto maggiore risulta l’equilibrio di potenza in campo, secondo la valutazione soggettiva (corretta-errata) del rapporto di forza effettuata dal potenziale “predatore”, tanto minori saranno le probabilità che le aspirazioni egemoniche e le tendenze espansionistiche politico-economiche si trasformino realmente in pratica concreta su scala internazionale attraverso guerre, diktat e minacce di guerra, ecc.

Altri fattori secondari che spesso contrastano la “costante di Sargon” sono rappresentati dalle distanze spaziali e dalle barriere geonaturali, dalla fama di combattività dei possibili “target” dell’espansione, dalle contraddizioni interne che attanagliano la potenza tentata a procedere verso l’espansione politico-economica e/o dall’intervento di terzi stati a fianco delle potenziali “prede”: come emergerà meglio in seguito, la controforza accumulata dalle altre formazioni statali e l’eventuale ruolo giocato dalle controtendenze secondarie possono rendere latente ed inerte, per periodi di tempo più o meno prolungati, la tendenza all’espansione dei propri spazi ed aree d’influenza economiche e politiche da parte degli stati-vampiro in tutta una serie di nuclei dirigenti politici, diventati egemoni in diversi stati ed epoche storiche diverse.

Ma non solo: il gioco crudele creato in campo internazionale dalla costante di Sargon ha due sensi di marcia potenziali e la vittima potenziale/reale si può trasformare in uno stato-vampiro, o viceversa.

Quando certe formazioni statali classiste o aree geopolitiche non possiedono una sufficiente massa critica in campo politico, economico, tecnologico e militare, esse non soltanto devono autocongelare e rendere latenti le proprie tendenze all’espansione economica-politica, ma possono anche diventare facilmente delle prede di tendenze egemoniche altrui, trovandosi nella scomoda posizione di “squali piccoli” minacciati da “squali” più grandi e superiori per il potenziale accumulato in precedenza in campo politico, organizzativo, militare, tecnologico, economico e direzionale. Il “cacciatore” di oggi, l’impero di oggi può sempre trasformarsi nella “preda” e nell’area periferica sfruttata di domani; uno stato indipendente con una propria notevole sfera di influenza politico-economica può essere travolto da formazioni statali ancora più potenti, ridimensionato o addirittura ridotto nella posizione di colonia-semicolonia, come dimostra – tra tanti casi – la sorte dell’impero Incas, distrutto in poco tempo dal colonialismo spagnolo.

In ogni caso il ruolo giocato dai rapporti di forza politici e politico-militari risulta così importante e rilevante da far sì che la stessa semplice conservazione di imperi e/o di proprie sfere d’influenza politico-economica costituisca solo una forma particolare della tendenza generale imperialista connaturata ai diversi stati ed ai diversi modi di produzione classisti, che si esprime quando si è in presenza di rapporti di forza non più favorevoli agli stati dominanti e quando essi ormai impongono agli stati-vampiro la creazione di processi di “difesa e stabilizzazione dell’impero già esistente”, secondo l’espressione usata da H. Morgenthau.[6]

Sussistono sia elementi di continuità che di discontinuità nelle varie tipologie di egemonismo politico-economico interstatale comparse dopo il 3700 a.C.

Ciascuno dei modi di produzione classista riprodottosi negli ultimi sei millenni possiede delle proprie importanti specificità imperialistiche, legate strettamente sia ai rispettivi rapporti di produzione endogeni che ai diversi livelli di sviluppo delle forze produttive: infatti il rapporto tra sfruttatori e sfruttati a livello interstatale, pur mantenendo negli ultimi sei millenni degli importanti elementi materiali di continuità, cambia anche notevolmente a seconda che esso si sviluppi all’interno del modo di produzione asiatico, schiavistico, feudale o capitalistico, mentre tra l’altro ciascuna delle sopramenzionate formazioni economico-sociali si trasforma via via nel corso del proprio particolare processo di sviluppo/decadenza, in modo tale che ogni fase storica della loro riproduzione materiale manifesta delle diversità socioproduttive rispetto a quello precedente. Pertanto sono state molto diversificate tra loro sia le “prede” economiche via via selezionate e ricercate, su scala internazionale, dagli involucri politici dei diversi modi di produzione classisti sia le relazioni materiali createsi tra “centro” e “periferia” volta per volta, seppur all’interno di una cornice comune costantemente caratterizzata dal processo di trasferimento di lavoro non pagato, di surplus e mezzi di produzione dalla “periferia”-colonia all’impero centrale/zona dominante, grazie alla creazione di “territori economici” (Lenin) e politici sottoposte al controllo di questi ultimi.

L’oggetto economico principale delle tendenze egemoniche espresse dagli stati e società che rientrano nel m.p. asiatico è stato costituito dalla conservazione/allargamento delle imposte e rendite fondiarie (in lavoro o prodotti) erogate gratuitamente dalle comunità contadine delle zone conquistate agli apparati statali dell’area centrale, al nucleo politico dirigente e ai suoi strumenti di dominio: burocrazia civile, apparati repressivi militari e fiduciari politici operanti nelle zone periferiche sottomesse. I processi vittoriosi di conquista di nuovi “territori economici” permisero di estendere la proprietà fondiaria statale accumulata e controllata dall’élite politico-sociali centrali, aumentando la massa di tasse di cui queste ultime si poterono appropriare gratuitamente sotto forma di rendita di lavoro o prodotti, oltre a consentire l’acquisizione parallela di fonti esogene di materie prime e metalli preziosi: Marx scrisse che se ai produttori diretti, «se a questi lavoratori non si contrappongono come proprietari delle terre e allo stesso tempo come sovrani i proprietari terrieri privati, ma, come avviene in Asia, lo Stato stesso, rendita e imposte coincidono, o piuttosto non vi è imposta che si allontani da questa forma della rendita fondiaria.»[7]

Il modo di produzione schiavistico si è fondato essenzialmente sulla costante riduzione di servitù della forza-lavoro sfruttate mediante la guerra e l’azione mercantile dei mercanti di schiavi, sostenuti sempre dai propri rispettivi apparati statali: pertanto nel modo di produzione schiavistico i principali “oggetti oscuri” del desiderio (su scala internazionale) vennero rappresentati dall’acquisizione di tributi sotto forma di prelievi fiscali, alimentari e monetari forniti gratuitamente dalle zone dominate e dai processi di appropriazione di schiavi innescati con la forza nelle zone periferiche conquistate, mentre altri dividendi materiali secondari provenienti dalle sfere di influenza via via annesse furono il flusso di materie prime e di metalli preziosi assorbiti senza contropartite dalle zone centrali degli imperi e il controllo sulle grandi proprietà fondiarie espropriate ai precedenti possessori autoctoni.

Ad esempio quando il primo impero sovranazionale della storia, creato dalle forze armate di Sargon, estese il suo dominio sul Medioriente, la “zona centrale” ottenne dalla “periferia” consistenti prelievi fiscali, la materia prima strategica dello stagno – essenziale per la produzione delle armi in bronzo – e manodopera servile in abbondanza; quando a sua volta la repubblica schiavistica romana distrusse lo stato macedone, nel 171-168 a.C., la metà delle tasse che i cittadini macedoni pagavano ai loro precedenti sovrani venne acquisita da Roma ed ai nuovi sudditi fu proibito sia di lavorare i metalli d’oro e d’argento che di esportare il legno da costruzione; dal canto suo l’Epiro, alleato della Macedonia nella lotta contro l’imperialismo romano, venne completamente saccheggiato e ben 150.000 abitanti furono ridotti in schiavitù, tanto che il bottino portato a Roma permise che le imposte dirette di cui erano gravati i cittadini romani fossero abolite per molto tempo.[8]

Nel processo secolare che trasformò, tra il 202 ed il 31 a.C., tutto il bacino del Mediterraneo in una fonte globale di tributi, di terre e di schiavi per il nucleo centrale romano ed i suoi gruppi sociali dominanti, un ruolo secondario ma importante nelle conquiste effettuate dall’impero romano in Spagna, in Egitto ed in Sudan venne giocato anche dalla sete di metalli preziosi: le aree sopra citate erano infatti famose per i loro eccezionali giacimenti auriferi, subito sfruttati dall’avido egemonismo di Roma.[9]

Passando al modo di produzione feudale, il principale obiettivo economico della costante di Sargon al suo interno venne rappresentato dall’appropriazione diretta di possedimenti fondiari e di forza-lavoro servile (servi della gleba e contadini semiliberi) nelle aree periferiche sottomesse, anche se per l’aristocrazia fondiaria acquisì una certa importanza anche la razzia sistematica all’estero di metalli preziosi e di oggetti ad alto valore di scambio quali spezie, tessuti e schiavi.

Uno dei modelli sociopolitici più puri e cristallini di conquista feudale venne rappresentato dagli stati creati dai crociati europei nell’area siro-palestinese dopo la temporanea conquista di Gerusalemme nel 1099 d.C., visto che in essi la natura delle prerogative reali e dei rapporti di servitù venne indicata con molta chiarezza da documenti storici quali il Libro dei Re e le Assise di Gerusalemme. L’aristocrazia feudale europea espropriò con la forza i possedimenti fondiari precedentemente in possesso delle classi dominanti musulmane in un’area che arrivò a comprendere circa 9.000 kmq, incassando direttamente le rendite fondiarie e le imposte pubbliche del precedente regime islamico, la decima (zakat) e le imposte doganali, mentre tutti i villaggi della zona si trasformarono in feudi (casaux) dei conquistatori europei.[10]

La lunga fase manifatturiera del m.p. capitalistico, durata dal 1000 al 1770 d.C., vide impegnate le principali potenze europee in un processo di espansione coloniale ininterrotta, a partire dall’esperienza pilota veneziana: la creazione di imperi e di aree di influenza strettamente controllate dalle “zone centrali” ha accompagnato la società borghese quasi fin dal suo sorgere, partendo dal feroce dominio coloniale creato dalla repubblica veneziana in alcune zone ed isole del Mediterraneo orientale dopo il 1204.

La politica egemonica attuata dalle borghesie manifatturiere europee è stata finalizzata principalmente all’acquisizione con la forza di mercati protetti, gestiti in modo monopolistico per favorire al massimo grado possibile la vendita delle loro merci, ed allo stesso tempo in grado di fornire sia materie prime a basso costo (con l’utilizzo di schiavi/servi della gleba) che flussi monetari costanti verso il “centro” sotto forma di tasse, dazi e mantenimento di superpagati funzionari civili-militari dell’impero a spese delle colonie: anche il controllo del traffico internazionale degli schiavi costituì un obiettivo secondario, ma rilevante, delle tendenze espansionistiche della borghesia manifatturiera, tanto che un filo rosso di sangue e sofferenze collettive collegò la storia dell’accumulazione originaria di capitali da parte dei mercanti di carne umana veneziani, olandesi ed inglesi.

Il processo di colonizzazione e di occupazione dei mercati ed aree geopolitiche all’estero continuò anche durante la fase industriale del m.p. capitalistico, venendo gestito principalmente dalla superpotenza britannica con il suo gigantesco impero planetario (1770-1880). La Gran Bretagna aveva utilizzato il mercato estero coloniale, ed in particolar modo quello indiano come uno dei pilastri del suo processo di accumulazione industriale, visto che la “periferia” forniva materie prime a buon mercato e dazi doganali al “centro” e allo stesso tempo acquistava esclusivamente le merci prodotte dall’industria britannica, la quale grazie ai nuovi mercati protetti poté sviluppare a sua volta enormemente la varietà delle sfere produttive, il grado di specializzazione tecnica ed il progressivo aumento di dimensioni delle sue aziende.

«La Gran Bretagna ha sfruttato le sue colonie in molti modi differenti. Come al solito, le colonie portarono benefici al paese dominante e lo aiutarono a migliorare il suo tenore di vita. Nei territori coloniali la Gran Bretagna incoraggiava la politica del libero scambio, ma imponeva dazi sui prodotti finiti importati. In questo modo le colonie fornivano a basso costo le materie prime destinate alle produzioni britanniche protette, nelle quali l’Inghilterra primeggiava grazie alla sua rivoluzione industriale. Al contrario il paese scoraggiava l’importazione di manufatti dalle colonie, imponendo su di essi dazi doganali, mentre le materie prime ne erano esenti.

Naturalmente alle colonie non veniva permesso di imporre dazi sull’importazione di prodotti finiti. In questo modo le colonie fornivano materie prime competitive in mercati protetti all’industria britannica, che grazie a questi vantaggi poté progredire in molti campi. Settore tessile, metalmeccanico, navale crebbero rapidamente, mentre le industrie delle colonie vennero messe in ginocchio dai beni di produzione di massa provenienti dalla Gran Bretagna.

Le colonie spendevano il surplus della bilancia commerciale per pagare i servizi importati dalla Gran Bretagna a prezzi artificialmente gonfiati. I funzionari pubblici, il personale civile e gli ufficiali britannici lavoravano nelle colonie facendosi pagare profumatamente, con denaro proveniente dagli eccessi di riserva in valuta pregiata ottenuti dal surplus commerciale con l’Inghilterra. In questo modo la politica economica britannica era concepita a esclusivo vantaggio degli inglesi, e a tutto danno delle colonie.

Diversamente da Roma, la Gran Bretagna non ridusse in schiavitù gli abitanti delle colonie, ma riuscì comunque ad ottenere lavoro a basso costo in un altro modo. I territori d’oltremare venivano utilizzati anche come fonte di reclutamento dei soldati che, in cambio di salari di mera sussistenza, combatterono per la Gran Bretagna in difesa delle sue colonie nelle due guerre mondiali. Quindi anche l’esercito britannico trasse vantaggio dall’utilizzo di lavoro a basso costo e ciò contribuì a liberare le risorse necessarie allo sviluppo economico del paese.»[11]

Dopo il 1870-73, il modo di produzione capitalistico entrò progressivamente nella sua fase di sviluppo monopolistica, caratterizzata da un crescente processo di concentrazione del capitale in giganteschi oligopoli e dalla progressiva fusione del capitale bancario e industriale in quello finanziario: Lenin notò in modo penetrante che l’epoca imperialistica del m.p. capitalistico era contraddistinta sul piano economico/internazionale dall’esportazione di capitali sotto forma di prestiti internazionali, dalla presenza di multinazionali installatesi in paesi stranieri e  dall’appropriazione di fonti di energia e di materie prime collocate in altre aree geopolitiche o stati esteri.

«Per il vecchio capitalismo, sotto il pieno dominio della libera concorrenza, era caratteristica l’esportazione delle merci; per il più recente capitalismo, sotto il dominio dei monopoli, è diventato caratteristica l’esportazione di capitali.»[12]

Tra il 1870 ed il 2008, il principale obiettivo economico perseguito in campo internazionale dai diversi nuclei dirigenti statali delle potenze imperialistiche è stata la conservazione/allargamento al massimo grado possibile delle sfere di influenza geoeconomiche e geopolitiche controllate – in tutto o in parte – dalle proprie formazioni statali e mandanti sociali, per assicurare e garantire al massimo grado possibile il costante processo di riproduzione ed espansione:

–         della massa complessiva e del livello dei profitti ottenuti dalle multinazionali delle proprie nazioni dei paesi esteri;

–         della massa complessiva delle rendite e degli interessi percepiti dal sistema finanziario “interno” e dagli apparati statali nazionali, grazie ai capitali prestati all’estero a privati e/o stati stranieri;

–         dell’appropriazione esclusiva-egemonica delle fonti di energia e delle materie prime internazionali, situate in altre aree geoeconomiche/stati;

–         dell’appropriazione esclusiva-egemonica delle condizioni materiali della moderna produzione capitalistica (terra, risorse idriche, ecc.), posizionate in altre nazioni;

–         della massa complessiva di affari e di commesse internazionali – civili o militari – di cui si appropriano concretamente le proprie multinazionali sul mercato mondiale.

«Ai numerosi “vecchi” moventi della politica coloniale, il capitalismo finanziario aggiunse ancora la lotta per le sorgenti di materie prime, quella per le esportazioni di capitali, quella per le “sfere di influenza”, cioè per le regioni che offrono vantaggiosi affari, concessioni, profitti monopolistici, ecc., ed infine la lotta per il territorio economico in generale.»[13]

La tendenza ad espandere le proprie sfere di influenza geopolitiche e “territori” geoeconomici non era/è limitata alle aree “agricole” del globo, ma anzi in presenza di rapporti di forza politico-militari divenuti favorevoli poteva e può tuttora rivolgersi al “territorio economico” controllato da altre potenze industriali ed imperialistiche: la Germania tra il 1919 ed il 1924 venne ridotta al grado di semicolonia tributaria dell’imperialismo anglo-francese, il Terzo Reich nazifascista si appropriò direttamente di una parte delle risorse di Francia, Olanda e Belgio nel 1940-44, gli Stati Uniti nel 1945-60 posero una parte dell’Europa occidentale sotto la loro stretta tutela politica ed economica,  poi indebolita principalmente dalla necessita di mantenere un fronte unito contro il blocco sovietico.

In ultimo, ma non per importanza, l’allargamento delle sfere di influenza via via controllate dalle diverse formazioni imperialistiche permetteva – e permette tuttora – non solamente l’espansione della massa complessiva e del livello di profitto mondiale di cui si appropriano i diversi capitalismi nazionali, ma consente allo stesso tempo anche di indebolire le aziende, le multinazionali e gli stati imperialistici concorrenti riducendo la quota del plusvalore complessivo mondiale che questi ultimi controllano e diminuendo, sul piano politico, il grado di influenza esercitato dalle potenze rivali in campo internazionale: Lenin scrisse giustamente che «… in secondo luogo, per l’imperialismo è caratteristica la gara di alcune grandi potenze in lotta per l’egemonia, cioè per la conquista di terre, diretta non tanto al proprio beneficio quanto ad indebolire l’avversario e a minare la sua egemonia…»[14]

In ultima analisi l’esperienza storica complessiva degli ultimi cinque-sei millenni insegna che le forme principali (differenziate tra loro) di imperialismo politico ed economico che contraddistinguono le formazioni economico-sociali classiste sono sei, e che le modalità storiche attraverso le quali si è concretizzata la “costante di Sargon” sono:

–         l’imperialismo “asiatico”

–         l’imperialismo schiavistico

–         l’imperialismo feudale

–         il colonialismo manifatturiero

–         il colonialismo espresso dal capitalismo industriale

–         l’imperialismo moderno creatosi nell’epoca del capitalismo monopolistico-finanziario.

Tutte queste tipologie di imperialismo risultano parzialmente unificate da un tratto economico-materiale comune, e cioè dal trasferimento di surplus dalle aree “periferiche” sottomesse al “centro” delle zone dominanti attraverso “territori economici” e politici controllati strettamente da queste ultime, ma si differenziano tra loro sia per i rapporti di produzione egemoni in queste ultime (e per le loro fasi di sviluppo) sia per i principali “oggetti” materiali e produttivi delle tendenze espansionistiche in campo politico ed economico.

«Politica coloniale e imperialismo esistevano anche prima del più recente stadio del capitalismo, anzi prima del capitalismo stesso. Roma, fondata sulla schiavitù, condusse una politica coloniale ed attuò l’imperialismo. Ma le considerazioni “generali” sull’imperialismo, che dimentichino le fondamentali differenze tra le formazioni economico-sociali o le releghino nel retroscena, degenera in vuote banalità o in rodomontate sul tipo del confronto tra la “grande Roma e la grande Bretagna”. Persino la politica coloniale dei precedenti stadi del capitalismo si differenzia essenzialmente dalla politica coloniale del capitalismo finanziario.»[15]

In ogni caso imperialismo significa soprattutto sfruttamento di certe nazioni/aree geopolitiche da parte di altri stati, anche se il prelievo reale di surplus-pluslavoro da parte delle “zone centrali” e nelle loro rispettive aree di influenza non esclude a priori che, in situazioni storiche particolari, i costi finanziari e militari della presenza egemone di determinati imperialismi in certi loro esclusivi “territori economici”  in certe loro colonie o aree d’influenza possano risultare nei fatti superiori ai vantaggi economici derivanti dallo sfruttamento di queste ultime: ad esempio un rapporto sfavorevole tra benefici e costi economici globali si creò concretamente nelle colonie italiane del Corno d’Africa e della Libia, a carico  dell’imperialismo statunitense nel Vietnam ed in Indocina nel periodo compreso tra il 1965 ed il 1974.[16]

La tesi esposta non costituisce una vuota astrazione: infatti risulta molto agevole dimostrare che la “costante di Sargon” e le tendenze egemoniche, di carattere politico ed economico, si siano realmente riprodotte ed abbiano realmente influenzato in modo assai significativo le relazioni internazionali degli ultimi sei millenni di storia del genere umano.

Sul piano politico numerosi e ben conosciuti “fatti testardi”, combinati tra loro, attestano in primo luogo la creazione reale e la riproduzione nel tempo di numerosi imperi nella storia della società di classe, caratterizzate dal controllo costante da loro esercitate in forma diretta (occupazione coloniale) o indiretta (utilizzo di forme di pressione credibili e/o di personale politico di propria fiducia nella sfera di influenza) dalle “zone centrali” sulle loro aree periferiche, sfruttate economicamente ed abitate in molti casi da etnie diverse da quelle dominanti.

Sulla base del m.p. asiatico si è formato l’impero egiziano (3200-1200 a.C.), frutto dell’unificazione forzata delle città-stato dell’Alto Nilo e della conquista – in certe fasi storiche – da parte dei faraoni di ampie zone limitrofe quali il sud dell’Egitto, l’odierno Sudan e l’area siropalestinese, mentre quasi nello stesso periodo si è assistito alla creazione di un’estesa area sottoposta al controllo delle città-stato teocratiche dei sumeri nella Mesopotamia, a partire dal 3400 a.C.

Sempre sulla base dello stesso retroterra economico-produttivo si sono sviluppati tutti i grandi imperi del subcontinente indiano: l’impero Maurya (324-184 a.C.), l’impero Gupta (320-550 d.C.), il sultanato musulmano di Delhi (1192-1529 d.C.) e la dinastia Moghul, tra il 1556 ed il 1739 d.C.[17]

Nell’America andina sorsero via via l’impero Mochica (300-600 d.C.), quello di Tiahuanaco (X-XII secolo d.C.) e quello Inca: per quanto riguarda quest’ultimo, soltanto un secolo prima dell’arrivo degli spagnoli gli Incas non erano altro che un’insignificante tribù montana che occupava unicamente la valle di Cuzco dell’odierno Perù.

«Attorno al 1440 essi furono attaccati, quasi sopraffatti, dalla vicina tribù Chanca: riuscirono però a difendersi con successo ed ottennero una grande vittoria nella pianura presso Cuzco.

Questo successo spinse la tribù a lanciarsi a capofitto nella corsa della conquista. La famiglia regnante produsse una serie di Incas, i quali univano all’insaziabile volontà di conquista l’abilità militare ed il talento per il governo e l’amministrazione. Istintivamente gli Incas adottarono molti dei più efficaci accorgimenti dei regimi colonialisti e imperialisti. Nei limiti del possibile evitarono spargimenti di sangue, preferendo assorbire per attrazione le tribù dell’impero. Quando era necessario, tuttavia, il loro esercito ben addestrato si mostrava micidialmente efficiente. Gli incas imposero a tutto l’impero come religione ufficiale il culto del sole, e affermarono la discendenza solare dell’Inca e di tutta la famiglia reale.»[18]

Anche la storia dell’Africa subsahariana è stata spesso caratterizzata, tra il 500 ed il 1500 d.C., da formazioni politiche-sociali fondate sulla proprietà statale del suolo che estesero via via l’appropriazione di rendite-imposte alle tribù e agli stati limitrofi da essi soggiogati e conquistati: il regno del Mali (1240-1545 d.C.), l’impero del Ghana e quello dello Zimbawe costituirono i casi principali di questa tendenza.

Sulla base del m.p. schiavistico si estesero e riprodussero:

–         l’impero accadico di Sargon, che arrivò a dominare una zona geopolitica che si estendeva dall’odierno Iraq fino al Libano (2350 a.C.)

–         gli imperi cinesi degli Shang (1600-1100 a.C.) e degli Zhou occidentali (1100-770 a.C.)

–         l’impero assiro (IX-VII secolo a.C.)

–         l’impero persiano (VI-IV secolo a.C.)

–         l’impero di Atene (V secolo a.C.)

–         l’impero macedone di Alessandro ed i regni ellenistici (331-129 a.C.)

–         l’impero cartaginese (540-201 a.C.)

–         l’impero romano (III secolo a.C. – 410 d.C.)

–         l’impero dei parti (150 a.C.-208 d.C.) e quello sassanide (209-651 d.C.)

–         l’impero bizantino, con i rapporti di produzione semischiavistici che caratterizzarono la sua prima fase di esistenza (410-555 d.C.)

–         l’impero Songhai, nell’Africa nordorientale (1400-1500).

Anche i popoli nomadi formarono a loro volta dei regni schiavistici, creando nuove “zone centrali” nelle aree geopolitiche da essi conquistati: si pensi solo alle invasioni gotico-germaniche dell’Europa occidentale (390-565 d.C.), o a quelle attuate dalle tribù pastorizie dell’Asia centrale, nel corso del IV secolo della nostra era, contro la ricca “preda” cinese.

Sulla base di rapporti di produzione feudali si svilupparono invece:

–         l’impero carolingio (752-843 d.C.)

–         l’impero bizantino (650-1204 d.C.)

–         l’impero vichingo in Francia, Inghilterra ed Italia (880-1150 d.C.)

–         l’impero ottomano, che a partire dal 1200 d.C. arrivò progressivamente a dominare i Balcani, l’Egitto e la Siria

–         l’impero dei cavalieri teutonici in Polonia e nel Baltico (1100-1200 d.C.)

–         l’impero coloniale della Spagna estesosi sull’America Latina, i Paesi Bassi e la penisola italiana tra il 1492 ed il 1825

–         gli stati crociati europei in Medioriente (1099-1291)

–         gli imperi feudali cinesi dei Tang (VII-IX secolo), dei Ming e dei Qing (1367-1842), con i quali l’area di influenza cinese arrivò a volte a comprendere al suo interno la Corea, il Nepal, la Birmania ed il Vietnam

–         l’impero asburgico nell’Europa centromeridionale, nel periodo compreso tra il 1370 ed il 1848

–         l’impero feudale zarista, che dal 1462 al 1860 estese via via la sua egemonia sulla Siberia e la zona del Baltico, sull’Asia centrale, il Caucaso e larga parte della Polonia.

Anche alcuni popoli nomadi formarono a loro volta dei propri imperi feudali, creando nuove “zone centrali” nelle aree geopolitiche da essi conquistate: rientrano in questa tipologia le conquiste arabe, in un’area che andava dalla Spagna fino all’odierno Iran (630-738 d.C.), e l’impero mongolo del XIII e XIV secolo, che dominò una zona geopolitica che si estendeva dalla Russia fino al sud della Cina.

La lunga fase dell’accumulazione originaria del capitale fu accompagnata sia dal saccheggio sistematico su scala planetaria delle formazioni economico-sociale precapitalistiche che dalla parallela creazione di grandi imperi borghesi, visto che durante la fase di sviluppo manifatturiera del m.p. capitalistico si crearono l’impero coloniale:

–         veneziano (sorto nell’area mediterranea, dopo il 1204)

–         genovese (area mediterranea, tra il 1284 ed il 1760)

–         portoghese (regioni costiere dell’Africa e dell’India, sud-est asiatico e Brasile, impero sviluppatosi almeno parzialmente su base capitalistica tra il 1415 ed il 1496)

–         olandese (affermatosi in Sudafrica, America ed sud-est asiatico dopo il 1600, fino ad arrivare al XIX secolo e ad una nuova fase di sviluppo imperialistico)

–         francese (aree canadesi, caraibiche e del subcontinente indiano, formatosi tra il 1600 ed il 1780)

–         britannico (aree geopolitiche dell’Irlanda, del Nord America, dei Caraibi e del subcontinente indiano, formatosi tra il 1541 ed il 1770).

Sotto questo aspetto si deve sottolineare che in molte delle colonie delle potenze europee vennero spesso introdotti ed esportati su larga scala dei rapporti di produzione schiavistici, assicurando tra l’altro un vasto mercato per la lucrosa tratta della manodopera servile di origine slava ed africana.

Durante la fase industriale del m.p. capitalistico, nel periodo compreso tra il 1770 ed il 1875, divenne centrale su scala mondiale l’enorme impero coloniale britannico, che già nel 1860 arrivò a comprendere quasi 4 milioni di kmq di spazio geopolitica e 145,1 milioni di sudditi, al punto che i tentacoli dell’impero coloniale inglese si estendevano in quel periodo dal Canada e dai Caraibi fino all’Australia, passando per l’Africa orientale ed il subcontinente indiano: un processo imperialistico che ebbe degli imitatori.[19]

Sempre nel periodo industriale del m.p. capitalistico, la Francia iniziò la sua espansione coloniale in Africa occupando l’Algeria (1830) e prese avvio quasi negli stessi anni l’espansione colonialista degli Stati Uniti. Questi ultimi occuparono manu militari la Florida ancora nel 1818, togliendola all’ormai decadente potenza spagnola; fra il 1845 ed il 1848 si impadronirono del Texas, della California e del Nuovo Messico, privando il Messico di quasi la metà del suo territorio, mentre la cosiddetta “conquista del West” comportò il semi-genocidio delle tribù dei nativi americani situate tra la California ed i monti Appalachi, riducendo il loro numero complessivo da circa 10 milioni degli inizi del XVII secolo fino ai 250.000 del 1899: la stessa formazione degli Stati Uniti, fin dalle loro origini, è connessa in modo indissolubile con l’espansione coloniale nel continente americano e con la libertà/diritto di sfruttare, dominare e stuprare i nativi americani, posti in “buona” compagnia con gli schiavi/schiave afroamericane.[20]

Durante la fase di sviluppo monopolistico-finanziario del m.p. capitalistico si verificò una (arcinota) spartizione dell’intero pianeta tra i moderni stati imperialistici.

Nel 1914, appena prima dell’inizio della prima guerra mondiale, le sei principali potenze imperialistiche possedevano colonie la cui estensione era pari a circa 60 milioni di kmq2, cifra pari a quasi la metà del globo e superiore di quattro volte alle dimensioni delle “zone dominanti” (Gran Bretagna, Russia, Francia, Germania, Stati Uniti e Giappone), mentre le colonie dei sei grandi imperi comprendevano 523,4 milioni di abitanti contro i 437,2 residenti nelle “metropoli”. Dal canto loro Belgio, Olanda, Portogallo ed Italia controllavano in quell’anno dei possedimenti coloniali per un’area pari a 9,9 milioni di kmq2 ed in cui risiedevano circa 45 milioni di abitanti, mentre a loro volta delle nazioni importanti come la Cina, l’Iran e la Turchia erano ormai ridotte al grado di “zone sottomesse” e di semicolonie con 14,5 milioni di kmq2 e 361 milioni di persone: allo scoppio del primo conflitto mondiale imperialistico, un quarto del pianeta controllava direttamente o indirettamente gran parte dei restanti tre quarti, posti nella posizione di colonie o semicolonie.[21]

Dopo meno di tre decenni, nel 1939, solo le potenze coloniali europee arrivarono a controllare 56 milioni di kmq2 nel resto del mondo e più di 700 milioni di persone, aumentando ancora il peso quantitativo delle loro rispettive sfere di influenza politiche ed economiche.[22]

In estrema sintesi tutta la storia del capitalismo, partendo dal 1000 d.C. fino ai nostri giorni, è stata caratterizzata dal processo di creazione/riproduzione di imperi, veri e propri “meccanismi per la raccolta di tributi” secondo l’espressione coniata da I. Wallerstein.[23]

Dopo il 1940-45 si è via via affermato il nuovo impero mondiale statunitense, basato essenzialmente sul controllo di natura neocoloniale di zone di influenza formalmente indipendenti e il cui ruolo egemonico rispetto ad un’ampia sezione del mondo è stato rafforzato dal crollo dell’Unione Sovietica venendo descritto efficacemente dallo scrittore americano G. Vidal nel 1996.

«…Gli imperi moderni non sono come quelli di un tempo, quando si innalzava la propria bandiera sul palazzo di una nazione straniera. Dal 1950 in poi ho dimostrato come la dominazione sugli altri paesi sia esercitata attraverso l’economia (il Piano Marshall dopo la Seconda Guerra mondiale) e attraverso la presenza militare, possibilmente gestita in tono minore (come la NATO nell’Europa occidentale) e politicamente attraverso polizie segrete come CIA, FBI, DIA, DEA, ecc. In questo momento l’impero ordina alle nazioni vassalle di non fare affari con gli “stati canaglia” (secondo le risoluzioni dell’Helms-Burton Bill). Anche se l’Unione Sovietica è fuori gioco da cinque anni, abbiamo ancora basi in Belgio, Germania, Grecia, Italia, Olanda, Portogallo, Spagna, Turchia. In Gran Bretagna abbiamo sette basi aree e tre navali. Nel 1948 il segretario della Difesa Forrestal installò due gruppi di B-29 nella campagna inglese: sarebbe stata una buona idea, disse, abituare gli inglesi a una presenza militare americana permanente. Per creare e amministrare un impero moderno si deve prima scoprire – o inventare – un nemico comune e poi mettere tutte le potenziali vittime di questo orco sotto il proprio dominio, usando i servizi segreti per controllare la politica, come la CIA ha fatto, per esempio, con il partito laburista di Harold Wilson. Oggi, inoltre, siamo presenti militarmente nelle Bermuda, in Egitto, Islanda, Giappone, Corea, Panama, Filippine, Arabia Saudita, Kuwait, ecc., e ovviamente in tutti gli Stati Uniti e sui nostri territori; abbiamo anche due basi in Australia, una delle quali è la misteriosa unità CIA di Alice Springs. Se tutto questo non è un impero, allora non so cosa lo sia.»[24]

Dal 1992 le direttive-guide della politica estera statunitense contengono esplicitamente la volontà di mantenere una schiacciante superiorità bellica e tecnologico-militare a dispetto della fine della Guerra Fredda, come emerge dall’esame dei piani del National Defence Guidance del 1992, 1993 e 2001 estremizzati nel 2001-2002 dalla dottrina Bush sulla guerra preventiva.

Dopo la guerra con l’Iraq del 1991, gli Stati Uniti hanno stabilito proprie basi militari in Arabia Saudita, Bahrein, Qatar, Oman; dopo la spedizione punitiva contro la Yugoslavia, l’esportazione delle basi a stelle e strisce (con copertura NATO) ha interessato il Kossovo, l’Albania, la Bulgaria, la Macedonia, l’Ungheria, la Bosnia e la Croazia; dopo l’occupazione dell’Afghanistan sono state collocate basi e missioni militari USA in Afghanistan, Pakistan,  Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan, Georgia e Yemen, mentre in Lituania esiste ormai da anni una stazione di spionaggio del Pentagono e un sistema di “difesa” (si fa per dire…) spaziale americano sta per essere installato in Polonia; nell’aprile del 2008 Bush ha sponsorizzato apertamente l’entrata dell’Ucraina e della Georgia nella NATO e nella sfera d’influenza degli Stati Uniti.[25]

Nel 2006 si contavano ormai circa 800 basi militari e centri di spionaggio statunitensi posti in circa cento stati ed il “grande fratello” a stelle e strisce, cioè il sistema di spionaggio Echelon, continua a controllare da decenni i messaggi telefonici o quelli faxati su scala mondiale, mentre parallelamente negli ultimi quindici anni si sono ampliati gli interventi militari diretti dell’imperialismo statunitense contro l’Iraq (1991), la Somalia (1993), la Yugoslavia (1999-2000), l’Afghanistan (2001), e di nuovo contro l’Iraq (2003). A sua volta il fedele cane da guardia degli Stati Uniti nel Medioriente, lo stato sionista israeliano, prosegue sia nella sua politica di aggressione contro i popoli palestinese e libanese che nel suo costante ricatto contro i paesi arabi; se la base militare di Guantanamo a Cuba da un lato, e l’isola di Taiwan (almeno fino al marzo 2008) continuano ad essere delle spade puntate rispettivamente contro Cuba e la Cina Popolare, l’imperialismo americano conserva infine tutta una serie di altri fidati alleati nello scacchiere geopolitico mondiale, i quali lo appoggiano quasi senza riserve da sei decenni nelle principali linee-guida della sua politica mondiale: la Gran Bretagna, il Giappone, l’Arabia Saudita e l’Australia sono da decenni dei fedeli scudieri di Washington.

Se tutto questo non è un impero, “allora non so cosa lo sia”, per usare l’efficace frase di G. Vidal: non a caso l’esponente politico statunitense Pat Buchanan, reazionario ma isolazionista, ha dichiarato nel 2003 sul suo giornale American Conservative che “il terrore sul suolo americano è il prezzo da pagare per l’impero americano”.

Oltre che dall’esistenza concreta di imperi, l’azione delle tendenze egemoniche e della “costante di Sargon” nelle relazioni politiche internazionali delle società classiste viene verificata da una serie di fatti testardi e combinati tra loro, che riguardano:

1)      la scomparsa definitiva o temporanea dopo il 3700 a.C. di innumerevoli stati e microstati, per effetto dell’affermazione concreta delle tendenze egemoniche delle formazioni statali più “pesanti” e potenti in campo internazionale. L’area geopolitica tedesca, ad esempio, era caratterizzata nel 1400 dalla coesistenza-lotta tra circa 350 stati e staterelli, mentre nel 1918 ne erano rimasti due soli; a sua volta il Portogallo dopo il 1578-80 venne addirittura assorbito dalla superpotenza spagnola, almeno fino al 1640.[26]

2)      gli scontri tra grandi potenze per l’egemonia regionale o planetaria, per ottenere la conservazione/allargamento delle rispettive sfere di influenza politiche ed economiche.

Tra tali conflitti i più importanti furono:

–         la lotta tra l’impero egiziano e quello ittita per l’egemonia in Medioriente (1300-1200 a.C.)

–         la battaglia carsica sviluppatasi tra gli Assiri, i regni di Urartu e le popolazioni iraniche per il controllo dell’Asia centro-occidentale, tra il IX ed il VII secolo a.C.[27]

–         lo scontro tra l’impero persiano e quello egiziano, nel 525 a.C.

–         la lotta scoppiata tra la repubblica schiavistica ateniese e l’impero persiano, per l’egemonia sul Mediterraneo orientale (V secolo a.C.)

–         la lotta tra il regno macedone e l’impero persiano, in cui la posta in palio era il controllo dell’Asia Minore e del Medioriente

–         la battaglia tra Cartagine e Roma per il dominio del Mediterraneo occidentale (III secolo a.C.)

–         la lotta tra l’impero romano e lo stato dei parti, per conquistare l’egemonia sull’area mediorientale (I secolo a.C.-II secolo d.C.)

–         la lotta tra l’impero romano bizantino e quello sassanide, per il dominio dell’area mediorientale (III-VII secolo d.C.)

–         la lotta tra l’impero bizantino e quello arabo-persiano per il controllo del Mediterraneo orientale (VII-XV secolo d.C.)

–         la lotta tra l’impero islamico Abbasside e quello cinese dei Tang per il controllo dell’Asia centrale (745-750 d.C.)

–         la lotta tra le repubbliche marinare e protoborghesi italiane per il controllo dei traffici commerciali nel Mediterraneo, nel XIII-XV secolo

–         la lotta tra l’impero ottomano e quello asburgico per l’egemonia nei Balcani e nell’Europa centrale, nel corso del XVI-XVIII secolo

–         la lotta tra l’impero spagnolo e lo stato francese per l’egemonia in Europa (1522-1659)

–         la lotta tra l’impero ottomano e quello safawide iraniano, nel corso del XVI-XVII secolo, per ottenere l’egemonia nell’Asia centro-occidentale

–         la lotta tra Gran Bretagna ed Olanda per il controllo delle colonie nordamericane, nel XVII secolo

–         la lotta tra le principali potenze europee per il controllo del continente, nel Diciottesimo secolo

–         la lotta tra l’impero britannico e quello francese per l’egemonia sulle colonie americane ed asiatiche (1700-1815)

–         la lotta tra l’impero francese e lo stato prussiano, per il controllo dell’Europa centrale (1867-1871)

–         la lotta tra il blocco imperialista guidato dalla Germania e quello diretto dalla Gran Bretagna per l’egemonia in Europa, Africa e Medioriente (1902-1918)

–         la lotta tra l’imperialismo tedesco e quello anglo-statunitense per l’egemonia in Europa, Africa e Medioriente (1939-1945), a cui si affiancò la lotta di liberazione del popolo/stato sovietico dal nazifascismo

–         la lotta tra l’imperialismo giapponese e quello statunitense, per il controllo dell’Asia e dell’Australia (1937-1945)

–         la lotta condotta dall’imperialismo statunitense contro l’Unione Sovietica, per tentare di assicurarsi l’egemonia planetaria (1945-1991).

In sostanza si può parafrasare Lenin affermando che la ricerca della supremazia, su scala regionale o mondiale, è stata ed è tuttora in estrema sintesi il contenuto reale della politica imperialistica espressa dai nuclei dirigenti e degli stati più importanti del m.p. asiatico, schiavistico, feudale e capitalistico.[28]

3)      Le guerre coloniali, intraprese dalle grandi-medio potenze per assoggettare direttamente altri stati e/o aree geopolitiche (ivi compresi i clan paleolitici-neolitici di matrice  collettivistica).

Fin dal 3400 a.C., con la creazione in Mesopotamia delle prime colonie delle città-stato sumere; fin dal 3050 a.C., con la prima spedizione militare in Asia del faraone egiziano Deh, la storia universale della formazione economico-sociale classista fornisce una pleiade diversificata di guerre colonialiste di aggressione, finalizzate all’incorporamento diretto-indiretto delle potenziali prede nelle proprie sfere di influenza politico-economiche ed alla loro trasformazione in colonie o stati vassalli, formalmente autonomi ma obbligati a seguire le linee direttive dello stato guida. Anche i nuclei dirigenti delle classi socialmente dominanti in uno dei popoli più perseguitati della storia, la nazione ebraica, in presenza di rapporti di forza internazionali a loro favorevoli crearono degli imperi schiavistici (davidico, 1180-920 a.C.; asmoneo, 129-63 a.C.) e uno stato tardo-coloniale, nel periodo compreso tra il 1948 ed il 2008.[29]

Per fortuna non tutte le guerre coloniali degli ultimi sei millenni – spesso rivelatesi “semplici massacri di abitanti inermi e indifesi” (Lenin 1920) – sono riuscite a spezzare la resistenza dei popoli diventati vittime delle molteplici aggressioni imperialistiche, via via scatenate dai nuclei dirigenti politici delle diverse formazioni statali asiatiche, schiavistiche, feudali o capitalistiche.

Ad esempio l’impero schiavistico romano non fu in grado, nel corso del primo secolo della nostra era, di conquistare le aree abitate dalle tribù della Germania e della Scozia a causa della tenace guerriglia di logoramento attuata dalle sue combattive vittime; quasi duemila anni dopo, l’imperialismo “straccione” espresso dal debole capitalismo finanziario italiano venne sconfitto dallo stato etiopico del ras Menelik a Dogali (1886) ed Adua (1895) e venne costretto a rispettare l’indipendenza dell’Etiopia fino al 1935-36; quando il fascismo italiano scatenò in quel biennio una nuova guerra imperialistica per il dominio del Corno d’Africa, la forte resistenza politica e la guerriglia militare condotta dal popolo etiopico tra il 1936 ed il 1940 – anche con il supporto diretto di comunisti italiani quali Ilio Barentini – gli impedirono di ottenere un pieno controllo del territorio ed aiutarono in modo rilevante la successiva offensiva militare della Gran Bretagna, entrata in guerra contro l’Italia e la Germania nazista, che riuscì a spazzare via le truppe italiane dall’Etiopia nel corso del 1941.[30]

4)      le guerre preventive, tese ad annientare o indebolire gli antagonisti internazionali prima che questi fossero in grado di accumulare un sufficiente potenziale militare-produttivo, tecnologico-militare, economico, politico-direzionale, ecc.

Ancora nel 200 a.C. il senato romano decise di intervenire in Macedonia contro Filippo V,  impegnandosi in una forma di guerra preventiva per impedire ulteriori ingrandimenti del (relativamente) forte regno macedone; nel XX secolo Kaiser Guglielmo II e il suo nucleo dirigente fecero deliberatamente precipitare la crisi nei Balcani (giugno-luglio 1914) trasformandola in guerra aperta, per impedire che i rapporti di forza militari volgessero a favore delle potenze dell’Intesa (Russia, Francia e Gran Bretagna) nel corso del biennio successivo, quando ci si aspettava che la Russia zarista avrebbe completato in buona parte il processo di modernizzazione delle sue forze armate; nella primavera del 1941, Hitler si lanciò a sua volta nella guerra d’aggressione contro l’Unione Sovietica principalmente per evitare di dover affrontare Stalin negli anni successivi, quando ci si attendeva che l’Armata Rossa avrebbe completato il suo processo di riorganizzazione e di preparazione bellico-tecnologica.[31]

5)      le “guerre di frontiera”, finalizzate al controllo politico-militare (ed economico) di aree geopolitiche e geoeconomiche poste al confine tra due o più formazioni statali e ritenute da essere particolarmente “appetibili” per motivi strategico-militari, economici e/o di prestigio internazionale, ecc.

Ad esempio l’Armenia, posta in un punto di interconnessione tra l’impero romano e quello partico-sassanide, costituì tra il I secolo a.C. ed il 400 d.C. l’oggetto principale delle dispute tra i due imperi; l’area geopolitica polacca fu per due secoli (1750-1918) al centro dei molti  scontri e trattative formatesi tra l’imperialismo russo, prussiano ed austriaco per il suo controllo; il dominio del Bosforo e dello stretto dei Dardanelli rappresentò per un lungo arco di tempo uno dei motivi principali di conflitto tra la Russia zarista e l’impero ottomano (1710-1917); la lotta per l’egemonia sulla penisola coreana divise carsicamente Cina e Giappone, nel 1536-1598 e nel 1876-1895; la Cina dell’impero Qing e la Russia si scontrarono più volte nel corso del XVII secolo per l’egemonia sulla Siberia occidentale, mentre il controllo dell’area geopolitica fiammingo-vallone rappresentò una delle costanti che pose carsicamente in conflitto le principali potenze europee, tra il sedicesimo secolo ed il 1945. Gli esempi potrebbero essere facilmente moltiplicati a piacere, prendendo in esame anche le nazioni medio-piccole ed i loro “micro-appetiti” imperialistici (aperti-latenti) rispetto a determinate aree di confine in possesso degli stati limitrofi.

6)      i trattati internazionali in cui vennero divise zone coloniali o aree di influenza dalle potenze egemoni: si pensi solo, a titolo di esempio, al trattato di Tordesillas del 7 giugno 1494 con cui Spagna e Portogallo si spartirono il nuovo continente americano, appena “scoperto” da C. Colombo.

7)      i tentativi non riusciti di creare grandi imperi regionali-planetari, falliti per la resistenza vittoriosa opposta da altre formazioni statali o da blocchi internazionali formati per contrastare tali progetti e pratiche egemoniche.

Sono abbastanza note le sconfitte subite nel corso della storia da “grandi conquistatori” (e dai loro variegati mandanti sociali) quali Pirro e Attila, Luigi XIV (“il re Sole”) e Napoleone; a sua volta nel corso del XX secolo l’imperialismo tedesco dovette affrontare due tremende disfatte che mandarono in pezzi i suoi progetti di dominio planetario, nel 1914-18 e nel 1939-45, come del resto avvenne anche per i piani di espansione panasiatici del capitalismo monopolistico di stato giapponese (1931-45).

8)      i tentativi non riusciti di costruzione politico-militare di sfere di influenza più ristrette, con una base geopolitica molto meno ampia di quella dei casi precedentemente citati.

Nel 1509, ad esempio, la repubblica borghese-mercantile veneziana subì ad Agnadello una dura sconfitta militare che fece entrare in una crisi irreversibile la sua precedente politica egemonica, tesa ad ottenere il controllo di larga parte dell’Italia settentrionale; il re svedese Carlo XII incontrò una pesante disfatta nel suo tentativo di piegare la Russia e di ottenere il pieno controllo del Mar Baltico, nel 1700-1718; il nucleo dirigente portoghese, guidato dal giovane re Sebastiano, venne annientato nel 1578 ad Alcacer-Quibir, mentre cercava di inglobare l’aera geopolitica marocchina all’interno dell’impero portoghese.

9)      le tendenze espansionistiche espresse dai nuclei dirigenti statali e dalle classi socialmente privilegiate di determinate formazioni statali, a torto ritenute negli ultimi secoli come “pacifiche” ed “isolazioniste” per loro stessa natura.

Ad esempio la borghesia ed i grandi proprietari terrieri della Svizzera, guidati dal cardinale Schiner, cercarono nel 1512-1515 di conquistare la ricca regione lombarda; a loro volta i nobili svedesi tentarono a più riprese, tra il 1630 ed il 1720, di ottenere l’egemonia politico-economica sul Baltico; i feudatari tibetani, tra il 634 e l’851 d.C., cercarono più volte di appropriarsi di ampie zone dell’Asia centrale e della Cina.[32]

Solo le sconfitte subite sul campo da questi imperialismi di medio calibro, uniti alla trasformazione radicale ed irreversibile a loro sfavore dei rapporti di forza politico-militari avvenuta nelle rispettive aree geopolitiche di appartenenza, resero latenti ed inoffensive le loro precedenti ambizioni egemoniche trasformando le linee-guida fondamentali delle loro politiche internazionali in senso “pacifista”.

Anche sul piano economico, anche sul piano produttivo-materiale, l’azione ininterrotta della “costante di Sargon” viene dimostrata concretamente dal processo ininterrotto di trasferimento di surplus-plusprodotto dalle aree periferiche dominate verso le zone centrali degli imperialismi di tipo asiatico, schiavistico, feudale, capitalistico-manifatturieri/industriali/finanziari.

Le differenti condizioni geonaturali e climatiche esistenti nelle varie aree del pianeta, l’asimmetrica distribuzione delle risorse naturali e delle materie prime nel nostro globo (dall’oro all’oro nero, per intenderci) costituirono le basi materiali ed i presupposti per tale flusso unidirezionale di ricchezza tra le varie aree geopolitiche, ma lo spiegano solo in minima parte: ad esempio le condizioni geonaturali indicano perché la canna da zucchero potesse essere coltivata su vasta scala ai Caraibi e non in Gran Bretagna, ma non mostrano assolutamente per quale motivo lo zucchero sia stato raccolto per secoli da schiavi e non da liberi produttori, ad esclusivo vantaggio economico del colonialismo inglese e non delle popolazioni dell’area in esame, ecc.

La divisione internazionale del lavoro e la ridistribuzione del surplus su scala planetaria/regionale che si sono create via via dopo il 3700 a.C. sono state e sono tuttora solo in parte il frutto del livello di sviluppo raggiunto progressivamente dalle forze produttive, in combinazione con le condizioni geonaturali, ma soprattutto rappresentarono e rappresentano il sottoprodotto dello scontro tra imperialismi in conflitto e della lotta di questi ultimi con le loro potenziali/reali prede, il risultato delle collisioni tra le diverse manifestazioni storiche della “costante di Sargon” e della resistenza (efficace/inefficace) espressa via via dalle nazioni oppresse (e minacciate di oppressione) alla tenenze egemoniche degli stati-vampiri.

Prima del 1945-1960 d.C., il flusso di surplus dalla “periferia” al “centro” venne attuato dagli stati-vampiro con modalità generalmente scoperte, spudorate e visibili, che evidenziano con estrema chiarezza l’impoverimento materiale delle colonie-semicolonie ed il parallelo arricchimento ottenuto dai diversi imperi a loro spese. Infatti l’appropriazione coercitiva di tributi divenne la prima e plateale fonte di surplus ottenuta da tutti gli imperi asiatici, schiavistici e feudali, sotto forma di tassazione diretta-indiretta sul reddito prodotto nelle colonie, di esazioni doganali, di contributi economici imposti alle “periferie” per la riproduzione delle macchine statali (civili o militari) degli imperi dominanti e/o di corvée, imposte ai contadini per esigenze politico-materiali dei dominatori, ecc.: forme di sfruttamento evidenti, variamente combinate e che produssero un bottino consistente per i “centri imperialistici”, almeno in termini relativi.

Se nell’antico Egitto il quarto faraone della prima dinastia, Den, guidò nel 3050 a.C. la prima campagna militare in un’altra area geopolitica, che consentì come assaggio di riportare nella zona centrale un primo gruppo di schiavi, attorno al 2600 a.C. il faraone Snefru aveva ormai completamente soggiogato la Nubia (l’odierno Sudan), che diventò un prezioso serbatoio di prodotti preziosi (oro, ebano, avorio, incenso) e di manodopera servile impiegata anche nei grandi lavori edilizi dello stato egiziano.

Nel corso del VI secolo a.C. la zona centrale dell’impero persiano otteneva annualmente dalle province sottomesse l’enorme somma di 14.560 talenti d’oro, a cui si aggiungevano i tributi in natura (cavalli, bestiame, provvigioni) destinati al sostentamento della corte e al mantenimento degli eserciti imperiali; duemila anni dopo i conquistatori feudali mongoli furono dissuasi dal loro progetto di devastazione sistematica della Cina del nord da un ex funzionario statale cinese, Yeh-lu Chu-Ts’ai, solo perché quest’ultimo descrisse in modo dettagliato e convincente i vantaggi che sarebbero loro derivati dai prelievi annuali di imposte, e venne pertanto stabilito un sistema fiscale incentrato sulle tasse fondiarie gravate sui contadini, sui monopoli statali per il sale e l’aceto, sulle imposte ai mercanti cinesi in base al volume degli affari e sull’obbligo generale di prestare corvée previsto per la forza-lavoro delle campagne.[33]

Una seconda, evidente e plateale fonte di plusprodotto “periferico” venne rappresentato dal controllo e dall’utilizzo produttivo diretto della forza lavoro e dei mezzi di produzione collocati nelle colonie-semicolonie da parte degli stati imperialistici e delle loro classi dominanti pre-capitalistiche.

Nel modo di produzione schiavistico ed in quello feudale l’impiego diretto della forza-lavoro, in zone geopolitiche distinte dal “centro”, si rivolse inevitabilmente all’attività agricola, alla pastorizia ed alla produzione mineraria, metalli preziosi in testa, in modo che i possessi fondiari ed i giacimenti espropriati ai precedenti proprietari autoctoni vennero fatti fruttare dalla forza-lavoro indigena (o importata dall”Africa, con il traffico di schiavi) ad esclusivo vantaggio delle classi privilegiate del “centro”: la colonizzazione feudale-schiavistica dei Caraibi e di larga parte dell’America Latina, attuata dal colonialismo spagnolo tra il Sedicesimo ed il Diciottesimo secolo, costituisce un modello estremo di questa forma di sfruttamento su scala internazionale e di asimmetrica divisione interstatale del lavoro.

Dopo avere saccheggiato tesori locali ed avere esaurito le risorse aurifere dei paesi conquistati, attorno al 1550 gli spagnoli cominciarono a sfruttare i ricchissimi giacimenti d’argento del Messico (Nuova Spagna), del Perù e dell’attuale Bolivia: il commercio con l’America rimase un monopolio della corona spagnola, anche se era data in appalto ad una compagnia di mercanti con sede a Siviglia, mentre lo stato curava sia l’importazione di argento che l’esportazione di manufatti ed approvvigionamenti nelle colonie, pagati con il lavoro forzato sia degli indios che dei nuovi arrivati, gli schiavi africani.

«Le colonie spagnole, preoccupate di fare rapidamente fortuna vivendo “nobilmente” (senza lavorare con le proprie mani), sottoponevano la popolazione Amerinda a uno sfruttamento furibondo, associato ad un trattamento barbaro (supplizi, mutilazioni) in un clima di terrore. La popolazione delle Antille (le prime terre raggiunte dalla scoperta) che non riuscì a sopportare la schiavitù e il lavoro forzato, venne decimata dai maltrattamenti (che indussero spesso suicidi di massa) e dalle malattie portate dagli europei (rispetto alle quali non erano immunizzati). La popolazione Hispagnola (Haiti), stimata in mezzo milione di abitanti nel 1492, si ridusse a 30 mila nel 1514 e venne praticamente annientata nel corso del XVI secolo… Sul continente la popolazione Amerinda non venne del tutto annientata, ma pesantemente decimata per le stesse ragioni: nella Nuova Spagna (Messico) la popolazione, stimata in 25 milioni nel 1520, era già scesa a 7 milioni nel 1548 e si ridusse a meno di un milione e mezzo fra il 1595 e il 1605 (una diminuzione del 95% in tre quarti di secolo). Nel Perù il lavoro nelle miniere di argento di Potosi (oggi in Bolivia) era alimentato dalla mita, la corvée mutuata dall’antico impero inca e associata alla deportazione da luoghi lontani verso un sistema di miniere d’argento, a oltre 4.000 metri d’altezza, dove gli indios lavoravano sottoterra in condizioni spaventose. Pochi ne ritornavano, e i deportati, prima della partenza, partecipavano alla loro messa funebre… Il crollo demografico fu minore in Perù che in Nuova Spagna, ma comunque nell’ordine del 20-30% tra il 1530 e il 1660.»[34]

Nei regimi schiavisti l’importazione su larga scala di manodopera servile dalle colonie, oppure il suo utilizzo in loco costituirono due delle forze motrici principali della stessa riproduzione del processo produttivo nella formazione economico-sociale in esame, mentre nei regni feudali europei dell’Alto Medioevo “tra l’attività militare – tutto ciò che noi chiamiamo politica – e il saccheggio non esisteva alcuna linea di demarcazione”, sostiene correttamente lo storico G. Duby.[35]

Il trasferimento coercitivo di surplus dalla “periferia” al “centro” risulta molto evidente anche durante tutta la fase di sviluppo del m.p. capitalistico (1000-2008 d.C.).

Lo “scambio diseguale” tra nazioni, che si afferma normalmente e “naturalmente” nelle relazioni mercantili interstatali in cui almeno una delle parti sia un paese capitalistico e nelle quali “il paese maggiormente favorito” (alias più avanzato tecnologicamente, nel livello di sviluppo delle forze produttive) “riceve un quantitativo di lavoro superiore a quello che offre in cambio” (Marx, Il Capitale, libro primo), offre tuttora sicuramente dei sovrapprofitti “normali” e  costanti alle imprese ed agli stati capitalistici, ma tali vantaggi reali sono quasi sempre messi in ombra e surclassati da altre e ben più lucrose fonti di produzione di surplus/plusvalore su scala interstatale.

Nel periodo di sviluppo manifatturiero del m.p. capitalistico, durato dall’anno Mille fino al 1770, si creò infatti subito uno stretto e sanguinoso connubio tra i rapporti di produzione capitalistici vigenti nelle zone centrali degli imperi borghesi-mercantili e le relazioni di produzione schiavistiche che vennero introdotte nelle loro colonie (nel caso indiano, relazioni di produzione feudali): questo “matrimonio di interesse”, tra modi di produzione classisti disomogenei, permise alle borghesie delle “aree centrali” europee di appropriarsi per secoli e su larga scala del surplus prodotto dal lavoro coatto degli schiavi nelle zone geopolitiche sottoposte al loro dominio, oppure del plusprodotto erogato dai contadini asiatici trasformati a forza in servi della gleba.

Tra il 1100 e la fine del XVIII secolo le potenze capitalistiche europee costruirono e riprodussero tutta una serie di strutture economiche schiavistiche (o feudali) in larga parte dei loro imperi coloniali, dove l’utilizzo su larga scala e prolungato della forza-lavoro indigena (o ivi trapiantata) garantiva:

–         la produzione e il controllo monopolistico di materie prime pregiate quali zucchero, spezie, tabacco, metalli preziosi, the, cotone e caffè, il cui controllo e smercio da parte delle borghesie delle zone centrali assicurava loro l’appropriazione costante di un’enorme massa di profitti

–         l’appropriazione di tributi (tasse, esazioni doganali, mantenimento a spese degli occupati degli eserciti e delle burocrazie civili europee nelle colonie) da parte delle strutture imperiali, a danno dei popoli oppressi e dei “territori economici” dominati.

–         il controllo del lucroso traffico di schiavi che partiva dall’Europa orientale prima, e dall’Africa in seguito verso le colonie delle potenze egemoni europee (borghesi o feudali).

Lo stesso processo di accumulazione primitivo del capitalismo europeo è stato in larga parte fondato sulla rete di sfruttamento internazionale costruito e riprodotto nelle colonie europee-extra europee, al punto che, secondo lo storico R. Blackburn, ben un terzo della formazione del capitale inglese nel corso del Seicento fu basata sulla tratta internazionale di schiavi: dato empirico che consolida ulteriormente una pista teorica già tracciata da K. Marx nel Capitale.

«La scoperta dei giacimenti auriferi e argentiferi americani, la riduzione in schiavitù degli indigeni, il loro imprigionamento nelle miniere o il loro sterminio, l’avvio della conquista del saccheggio nelle Indie orientali, la trasformazione dell’Africa in una sorta di garenna commerciale per la caccia alle pelli nere, ecco gli idilliaci procedimenti di accumulazione primitiva che contraddistinguono l’era capitalistica ai suoi albori.»[36]

La costruzione di imperi schiavistici nelle proprie colonie da parte delle borghesie manifatturiere-mercantili venne attuata nell’area mediterranea già a partire dal XIII secolo, mentre fin dal XI secolo il commercio degli schiavi costituì un’importante fonte di profitto per la borghesia veneziana.

«La cultura e la lavorazione della canna da zucchero, originaria dell’India, erano state introdotte alla fine del Medioevo nelle isole del Mediterraneo colonizzate da Venezia e Genova (Chio, Cipro, Creta), poi in Sicilia ed in Andalusia. Alla fine del XV secolo vennero introdotte nelle isole dell’Atlantico: Madera, Canarie, Sao Tomé.

La produzione dello zucchero di canna fu da subito un esempio di “filiera” agroindustriale: coltivazione in piantagione e taglio della canna, lavorazione nei mulini, chiarificazione del succo così estratto e concentrazione dello zucchero in caldaie; cristallizzazione, poi raffinazione, lasciando come sottoprodotto le melasse, consumate come tali o destinate per la produzione di alcol (rhum e tafia). Un simile sistema non poteva limitarsi alla produzione artigianale: esigeva un numero esorbitante di lavoratori e una rigida disciplina che, a quell’epoca, solo la schiavitù poteva fornire.

Gli schiavi erano impiegati anche nelle piantagioni mediterranee, all’inizio del XVI secolo la canna venne introdotta nelle Antille spagnole, ma il suo sviluppo restava limitato alla carenza di manodopera.

Il Brasile portoghese fu il primo importatore di schiavi africani su vasta scala e diventò, verso il 1580, il primo produttore di zucchero di canna.»[37]

Fin dagli inizi del XVII secolo, la borghesia olandese si appropriò a sua volta dell’area geopolitica indonesiana attraverso un monopolio parastatale denominato Compagnia delle Indie orientali, che sfruttò selvaggiamente per più di due secoli la colonia asiatica prima di essere sostituita in tale ruolo dalla gestione diretta dello stato borghese di Amsterdam: l’introduzione del lavoro forzato su larga scala ed il prelievo coercitivo di tributi dalla “periferia” asiatica consentirono un trasferimento su larga scala e costante di surplus a favore della “zona centrale” dei Paesi Bassi.

«Per le Indie olandesi (Indonesia) la storia delle amministrazioni coloniali degli olandesi “presenta un quadro di uccisione, tradimenti, corruzioni, bassezze che non verrà mai eguagliato”. L’autore di questo giudizio è il governatore nominato dagli inglesi al momento dell’occupazione dell’Indonesia durante le guerre napoleoniche. Saccheggio, riduzione in schiavitù, estorsione, tutti i mezzi sono buoni per assicurare utili da primato alla Compagnia olandese delle Indie orientali, che sfrutta l’Indonesia sino alla fine del XVIII secolo. Lo stato, nel XIX secolo farà ancora meglio: a partire dal 1830 il governatore Vanden Bosch instaurò il “sistema” che porta il suo nome: coltivazioni forzate, lavoro forzato. I contadini dovevano assicurare un quinto delle loro terre migliori e un quinto del loro tempo di lavoro per fornire gratuitamente i prodotti da esportazione. Coltivazioni forzate e lavoro forzato andranno spesso molto al di là dei limiti ufficiali: si arriverà a esigere un terzo, quindi addirittura la metà delle terre, e con un tempo di lavoro da 66 a 240 giorni all’anno. Parallelamente raddoppiò l’imposta fondiaria.

Più tardi l’insediamento di piantagioni (tabacco, hevea, palme da olio, ecc.) condurrà a reclutamenti di manodopera “a contratto”: in realtà i lavoratori forzati trattati peggio degli schiavi.»[38]

In questo campo la borghesia manifatturiera inglese superò tutti i suoi altri concorrenti, almeno sotto l’aspetto quantitativo. Oltre a saccheggiare e sfruttare spietatamente la vicina Irlanda, essa infatti introdusse il sistema delle piantagioni e duraturi rapporti di produzione schiavistici sia nelle sue colonie dei Caraibi che nelle regioni sudorientali degli odierni Stati Uniti, tra il 1620 ed il 1780, mentre parallelamente il capitalismo mercantile britannico ottenne degli utili enormi e costanti grazie al controllo semimonopolistico che esso esercitò su quell’atroce traffico degli schiavi che dissanguò per tre secoli il continente africano: tra il 1560 ed il 1812 le navi del Regno Unito trasportarono circa la metà dei deportati africani in America, il cui numero complessivo è stato stimato in almeno in dodici milioni di donne, bambini e uomini.[39]

Anche durante la fase industriale del capitalismo (1770-1880) la musica economica quasi non cambiò, dato che un gigantesco afflusso di surplus dalle colonie venne costantemente ottenuto dalla principale potenza imperiale del tempo, la Gran Bretagna, attraverso lo sfruttamento fiscale dei territori conquistati e mediante l’introduzione in questi ultimi di lucrosi monopoli su sale, l’oppio ed il betel, che permisero anche a molti funzionari della Compagnia delle Indie britanniche di accumulare in un batter d’occhio degli enormi patrimoni personali. Inoltre il colonialismo inglese, tra il 1763 ed il 1880, trasformò la sua principale preda coloniale, il subcontinente indiano, in un fornitore di materie prime a basso prezzo per l’industria britannica (cotone e iuta), mentre nello stesso periodo il divieto dell’esportazione di prodotti finiti indiani e l’assenza di dazi per le merci industriali britanniche crearono via via un enorme mercato protetto per la gigantesca produzione delle aziende tessili del Regno Unito e la parallela estinzione dell’artigianato locale in molti campi produttivi, a partire da quello tessile.

Sempre in Asia, a partire dal 1830-1840, l’altro gigante del continente venne trasformato con la forza delle armi in un’immensa e redditizia lucrosa riserva di spaccio per l’oppio, prodotto dai contadini dell’India e della Birmania e sottoposto al lucroso monopolio dello stato “liberale” britannico: si stima che persino dal 1870 al 1900 una percentuale consistente della popolazione cinese, compresa tra il 5% ed il 10%, fosse divenuta oppiomane con evidenti vantaggi per il processo di accumulazione attuato su larga scala dei “pusher” dell’alta finanza e del colonialismo inglese.[40]

Ma “l’epoca d’oro” dello sfruttamento economico su scala internazionale doveva ancora arrivare, con la riproduzione su scala planetaria della nuova forma di imperialismo espressa dal capitale monopolistico di stato contemporaneo.


[1] A. Alabiso, “Storia del Giappone”, p. 150, ed. Newton e Compton

[2] N. L. Bracci, “Storia minima della popolazione mondiale”, p. 43, ed. Il Mulino e R. Dunbar, “Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue”, pp. 194-201, ed. Longanesi

[3] S. Kovaliov, op. cit., libro II

[4] F. Katz, “Le civiltà dell’America precolombiana”, p. 306, ed. Mursia

[5] C. Palloix, “L’economia mondiale capitalista e le multinazionali”, p. 338, vol. II, ed. Jaca Book

[6] H. J. Morgenthau, “Politica delle nazioni”, pp. 86-87, ed. Il Mulino

[7] K. Marx, “Il Capitale”, Libro . III, cap. 47, par. II

[8] S. I. Kovaliov, op. cit. Vol. I, pp. 286-483 e M. Rostovzev, “Storia economica e sociale dell’impero di Roma”, pp. 30-44, ed. La Nuova Italia

[9] P. L. Bernstein, “Oro”, pp. 22-23, ed. Longanesi

[10] R. Fossier, “Il risveglio dell’Europa. 950-1250”, pp. 495-496, ed. Einaudi

[11] R. Ravi Batra, “Il crack finanziario del 1998-99”, pp. 5-6, ed. Sperling e Kupfer

[12] V. I. Lenin, “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, cap. IV, ed. Editori Riuniti

[13] V. I. Lenin, op. cit., cap. X

[14] V. I. Lenin, op. cit. cap. VII

[15] V. I. Lenin, op. cit., cap. VI

[16] L. Lablanca, “Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana”, pp. 286-294, ed. Il Mulino

[17] P. Spear, “Storia dell’India”, pp. 73/225, ed. Rizzoli

[18] John Hemming, “La fine degli Incas”, pp. 42-43, ed. Rizzoli

[19] V. I. Lenin, “L’imperialismo…”, op. cit., cap. VI e H. Grossman, “Il crollo del capitalismo: la legge dell’accumulazione e il crollo del sistema capitalista”, pag.434, ed. Jaca Book

[20] Autori Vari, “Il libro nero del capitalismo”, p. 410, ed. Tropea

[21] V. I. Lenin, op. cit., cap. VI

[22] N. Lablanca, op. cit., p. 21

[23] I. Wallerstein, op. cit. p. 32

[24] G. Vidal, “Le menzogne dell’impero e altre tristi verità”, pp. 104-105, ed. Fazio

[25] Autori Vari, “Il piano inclinato del capitale”, p. 168, ed. Jaca Book e W. Blum, “Il libro nero degli Stati Uniti”, p. 566, ed. Fazi

[26] R. Poidevin e S. Schirrnann, “Storia della Germania”, p. 30, ed. Bompiani

[27] R. Ghirshman, “La civiltà persiana antica”, pp. 61-65, ed. Einaudi

[28] V. I. Lenin, “Intorno a una caricatura di imperialismo”, 1916 e H. Grossman, op. cit., pp. 381/389/407

[29] G. Messadie, “Storia dell’antisemitismo”, p. 38, ed. Piemme

[30] N. Lablanca, op. cit., pp. 82-210

[31] A. Mayer, “Il fronte dell’Europa”, il Manifesto, 13/02/2003

[32] E. R. Papa, “Storia della Svizzera”, pp. 66-68, ed. Bompiani e R. A. Stein, “La civiltà tibetana”, pp. 43-51, ed. Einaudi

[33] H. Schreiber, “La Cina”, pp. 195-198, ed. Garzanti e Sabattini Santangelo, op. cit., pp. 450-451-463

[34] Autori Vari, “Il libro nero…”, op. cit., p. 23

[35] G. Duby, op. cit., p. 62

[36] K. Marx., “Il Capitale”, Libro I, cap. XXIV e J. Petras/H. Veltmeyer, “La globalizzazione smascherata”, p. 40, ed. Jaca Book

[37] “Il libro nero…”, op. cit., pp. 24-25

[38] op. cit., p. 32

[39] op. cit., p. 46

[40] A. Labrousse e M. Koutouzis, “Geopolitica e geostrategia delle droghe”, pp. 13-14, ed. Asterios


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