Capitolo Nono

Il paradosso di Lenin e i rapporti di forza politici

Parte Prima

La seconda base materiale, la seconda “gamba teorica” su cui si regge il primato della sfera politica e dei rapporti di forza politico-sociali negli ultimi seimila anni all’interno della struttura post-calcolitiche è costituita dal “paradosso di Lenin”.

Se si analizzano infatti le relazioni dialettiche riprodottesi negli ultimi seimila anni, lo sviluppo (fondamentale solo in ultima istanza) dalle forze produttive sociali non ha fatto altro che consolidare il primato del “politico”, il suo ruolo decisivo per la stessa riproduzione dei rapporti sociali di produzione classisti e per i risultati delle dinamiche socioproduttive; se si esamina il complesso multiforme di relazioni riprodottesi negli ultimi sei millenni tra sfera politica e interessi economici di classe, tra sfera politica e lotte di classe economiche, tra sfera politica e lotte tra fazioni della stessa classe (o di classi privilegiate), tra sfera politica e guerre-riarmo, tra sfera politica e la difesa-attacco della proprietà privata (o pubblica), tra sfera politica e gli indirizzi generali della politica economica via via affermatesi all’interno delle società classiste (o paraclassiste, del socialismo deformato), emerge un paradosso storico-teorico di grande rilevanza, e cioè che il “mezzo” (la sfera politica) ha assunto costantemente il primato e l’egemonia sul “fine”, sulla sfera economica dei rapporti di produzione, anche presupponendo l’inesistenza pratica dell’effetto di sdoppiamento sovraesposto.

A tale proposito si deve fare subito riferimento al contributo teorico di Lenin che, forte di una lunghissima esperienza politica e di governo (dall’ottobre 1917), trovò nel gennaio 1921 la soluzione più creativa e veritiera ad uno dei nodi centrali della scienza politica, superando una delle contraddizioni presenti nella stessa produzione teorica complessiva del marxismo.

Come si è già esaminato in precedenza, durante un’accesa discussione sviluppatasi all’interno del partito bolscevico sul ruolo e sulle funzioni generali dei sindacati in uno stato post-rivoluzionario, Lenin descrisse la sfera politica come “espressione concentrata dell’economia”, che non può che avere il “primato” e la supremazia “sull’economia” e sugli interessi economici via via espressi dalle diverse classi sociali.

«È strano che si debba di nuovo porre una questione così elementare. Purtroppo Trotzky e Bukharin mi costringono a farlo. Entrambi mi rimproverano di “sostituire” un problema ad un altro, oppure di impostarlo “politicamente” mentre essi lo impostano “economicamente”. Bukharin lo ha persino detto nelle sue tesi e ha cercato di “elevarsi al di sopra” delle due parti: io riunisco l’una e l’altra impostazione, egli dice. L’errore teorico è palese. La politica è l’espressione concentrata dell’economia, ho ripetuto nel mio discorso, perché mi ero già sentito rimproverare la mia impostazione “politica”, rimprovero assolutamente privo di senso e inammissibile in bocca ad un marxista. La politica non può non avere il primato dell’economia. Ragionare diversamente significa dimenticare l’abbiccì del marxismo.

La mia valutazione politica è forse errata? Ditelo e dimostratelo. Ma dire (o anche solo ammettere indirettamente l’idea) che l’impostazione politica è equivalente a quella “economica”, che si può prendere “l’una e l’altra”, significa dimenticare l’abbiccì del marxismo.

In altre parole, l’impostazione politica significa: se noi trattiamo i sindacati in modo errato, sarà la fine del potere sovietico, della dittatura del proletariato. (Una scissione tra il partito e i sindacati, se il partito avesse torto, farebbe certamente crollare il potere sovietico in un paese contadino come la Russia.) Si può (e si deve) verificare a fondo questa considerazione, cioè esaminare, approfondire, decidere se questa impostazione è giusta o no. Ma dire: io “apprezzo” la vostra impostazione politica, “ma” essa è soltanto politica, mentre a noi ne occorre “anche un’economica”, è come dire: io “apprezzo” la vostra considerazione secondo la quale facendo un determinato passo vi romperete il collo, ma tenete anche conto che è meglio essere sazi e vestiti anziché affamati e nudi.

Bukharin, preconizzando l’unione del punto di vista politico e di quello economico, è teoricamente scivolato nell’eclettismo.

Trotzky e Bukharin presentano le cose in questo modo: vedete, noi ci preoccupiamo dello sviluppo della produzione, voi invece soltanto della democrazia formale. È falso, perché il problema si pone (e, da marxisti, si può porre) soltanto così: senza una giusta impostazione politica una determinata classe non può mantenere il suo dominio, e non può quindi neppure assolvere il suo compito nella produzione[1]

A giudizio di Lenin la sfera politica, il potere decisionale-repressivo e l’azione degli apparati statali costituiscono innanzitutto l’espressione concentrata dell’economia, dei rapporti di produzione sociale e degli interessi materiali di classe, sia di carattere generale che corporativo, visto che a suo avviso nelle società di classe (e post-rivoluzionarie) si riproduce ininterrottamente un rapporto dialettico tra politica ed economia ed una forma di simbiosi inscindibile tra questi due importanti segmenti della pratica umana.

Ma non solo: se si esamina un già citato passo del Che fare (1902), si può concludere senza forzature che a giudizio di Lenin la sfera e le lotte politiche nella società di classe-paraclassiste rappresentano un’espressione concentrata  di grado superiore rispetto alle lotte economiche che si svolgono per determinati interessi di classe in conflitto tra di loro, visto che in polemica con il menscevico B. Kricevski egli affermava in un passo già riportato:

«A pag. 4, protestando contro le accuse di eresia economica, secondo lui assolutamente ingiustificate, l’autore esclama pateticamente: “Quale socialdemocratico ignora che, secondo la dottrina di Marx ed Engels, gli interessi economici delle diverse classi hanno una funzione decisiva nella storia e che, per conseguenza, in particolare la lotta del proletariato per i suoi interessi economici deve avere somma importanza per il suo sviluppo di classe e la sua lotta liberatrice”. Questo “per conseguenza” è assolutamente fuori posto. Dal fatto che gli interessi economici esercitano una funzione decisiva non conseguente affatto che lotta economica (professionale) sia di sommo interesse, perché gli interessi essenziali, “decisivi”, delle classi possono essere soddisfatti soltanto con trasformazioni politiche radicali in generale, e particolarmente, l’interesse economico fondamentale del proletariato può essere soddisfatto soltanto con una rivoluzione politica che sostituisca alla dittatura della borghesia la dittatura del proletariato. B. Kricevski ripete il ragionamento dei “V. V. della socialdemocrazia russa” (la politica segue l’economia, ecc.) e dei bersteiniani della socialdemocrazia tedesca (con un ragionamento analogo, Woltmann, per esempio, dimostrava che gli operai devono incominciare ad acquistare la “forza economica” prima di pensare alla rivoluzione politica).»[2]

Non solo: essendo ben conosciuto l’apprezzamento espresso da Lenin per la nota definizione di Clausewitz, che descrisse sinteticamente la guerra come “prosecuzione della politica con altri mezzi”, si può concludere che a giudizio del grande rivoluzionario russo la politica rappresenta anche l’espressione concentrata delle lotte aperte o latenti, violente o “pacifiche” (commerciali, diplomatiche, finanziarie) via via sviluppatesi tra le diverse formazioni statali classiste e paraclassiste (del socialismo deformato) che si sono presentate sull’arena storica mondiale negli ultimi sei millenni, a partire dal primo stato teocratico sumero fino all’inizio del terzo millennio.

Non solo. La teorizzazione “eretica” prodotta da Lenin sul rapporto fra sfera politica ed economica prese lo spunto da un acceso scontro politico che divise nel 1920-21 il partito bolscevico, mandatario politico di larghi settori di una sola classe sociale, la classe operaia urbana e rurale (e di una minoranza di contadini poveri e semi-proletari): la stessa esistenza e sviluppo di un’importante discussione politica sul ruolo dei sindacati, all’interno della frazione maggioritaria e “disciplinata” di una particolare classe relativamente omogenea dal punto di vista produttivo-sociale, prova immediatamente ed attesta con particolare evidenza come la politica costituisca anche l’espressione concentrata delle lotte tra le diverse opzioni e scelte di priorità politiche che si manifestino nel seno di una medesima classe sociale e/o forza politica su tematiche economiche, sociali e di politica internazionale di rilevanza generale per la gestione degli affari comuni di una formazione statale, o anche solo per l’acquisizione e conquista del controllo del potere decisionale/repressivo.

Si può pertanto osservare che per Vladimir Ilic Ulianov la politica costituisce l’espressione concentrata dell’economia e dei rapporti di produzione, delle lotte economico-materiali di classe e dei conflitti tra formazioni statali, oltre che dello scontro tra opzioni alternative in campo socio-economico (o di altra natura) sostenute da segmenti politico-sociali più o meno consistenti di classi sociali diverse, o della stessa classe.

Il secondo “anello” leninista sul nodo teorico in oggetto è rappresentato dalla definizione della sfera politica come strumento e mezzo indispensabile ai rapporti sociali di produzione, alla “sfera economica” e agli interessi materiali di classe.

Sempre nel testo Ancora sui sindacati, prendendo spunto dalla dura polemica (corretta e rispettosa) contro le tesi di Bukharin e Trotzky, Lenin affermò: «Prendiamo per cominciare la famigerata “democrazia della produzione” che il compagno Bukharin si è affrettato a inserire nella risoluzione del CC del 7 dicembre. Certo, sarebbe ridicolo cavillare su questo termine goffo e intellettualisticamente artificioso (“arzigogolo”) se esso fosse stato adoprato in un discorso o in un articolo. Ma Trotzky e Bukharin si sono messi appunto in una posizione ridicola insistendo nella tesi proprio su questo termine che distingue le loro “piattaforme” della tesi di Rudzutak, approvate dai sindacati!

Il termine è teoricamente errato. Ogni democrazia, come ogni sovrastruttura politica in generale (inevitabile finché l’eliminazione delle classi non è compiuta, finché non si è creata la società senza classi), è, in fin dei conti, al servizio della produzione, è determinata, in un’analisi, dai rapporti di produzione di una determinata società. Perciò isolare “la democrazia della produzione” da ogni altra democrazia non ha alcun senso. È una confusione e una sciocchezza. Questo in primo luogo.»[3]

Secondo Lenin “qualunque sovrastruttura politica”, qualunque “espressione concentrata” di natura politica dei rapporti di produzione è posta in ultima analisi “al servizio della produzione”, servendo da strumento delle relazioni di proprietà e da utile mezzo per soddisfare gli interessi materiali di particolari classi “di una determinata società” e a suo avviso, la sfera politica e le lotte per il controllo del potere statale sono un mezzo e non certo un fine, dato che quest’ultimo è rappresentato dalla tutela/attacco ai rapporti sociali di produzione e ai livelli di soddisfazione dei bisogni materiali delle diverse classi sociali: tutto chiaro e “ortodosso”, ma proprio a questo punto si inserisce nel discorso del 1921 (e del 1902, con il passo del Che fare riportato) un terzo elemento teorico molto meno ortodosso, il paradosso di Lenin.

Infatti, secondo il grande rivoluzionario russo, lo “strumento” detiene il primato rispetto al “fine”: il “mezzo”, la “sfera politica” risulta prioritaria rispetto al “fine” economico e nella relazione dialettica sviluppatasi tra politica ed economia all’interno delle società classiste-paraclassiste, la centralità per Lenin spetta proprio al “segmento” della gestione decisionale degli affari comuni della società ed al lato politico del rapporto dialettico in esame.

“Eresia”? Il “paradosso” di Lenin costituisce forse una rottura con l’impostazione classica del marxismo elaborata direttamente da Marx ed Engels? Secondo Lenin la sfera politica si inserisce almeno in parte a pieno titolo nella stessa “struttura” economica, come del resto ritiene chi scrive, in diretta contraddizione con la definizione classica marxiana di “sovrastruttura” politica (Marx, 1859)?

In questa sede il problema non assume praticamente importanza, mentre diventa invece centrale verificare attraverso l’analisi dell’esperienza storica plurimillenaria se gli anelli dell’elaborazione leninista, e particolarmente il “paradosso” sopramenzionato corrispondano realmente al processo di sviluppo della relazione tra politica ed economia nelle società di classe (e paraclassiste, del socialismo deformato), potendo pertanto servire da paradigma generale per lo scioglimento del nodo teorico in oggetto.

Se il paradigma leninista risultasse corretto, ne deriverebbero infatti tre importanti sottoprodotti storico-teorici.

In primo luogo si supererebbe la dicotomia tra “politicismo” ed “economicismo”, realizzando una sintesi teorico-pratica capace di dimostrare da un lato il carattere erroneo di ogni concezione della politica intesa come mera e semplice lotta per il potere di gruppi organizzati, avulsa da ogni collegamento con il processo produttivo e gli interessi materiali di classe, e dall’altro in grado di respingere con successo le tendenze tese a negare l’importanza vitale per qualunque classe dello scontro ininterrotto per il controllo/condizionamento del potere politico “di ultima istanza” e degli apparati statali.

Il secondo fall-out del paradosso leninista consiste nella posizione centrale che assumerebbero i rapporti di forza politici e politico-militari tra le classi, sempre in caso di verifica positiva della corrispondenza degli “anelli leninisti” alla dinamica storica plurimillenaria delle società di classe: se effettivamente all’interno delle diverse strutture classiste la sfera politica detenesse un reale “primato” rispetto alla riproduzione economica (e ad altri segmenti della praxis umana), tale centralità trascinerebbe con sé verso l’alto in una scala gerarchica d’importanza anche “la forza” e i rapporti di forza politico-militari e verrebbe in sostanza convalidata l’affermazione di R. Luxemburg secondo cui «la forza è e rimane… la legge suprema della lotta di classe, ora allo stato latente, ora in atto».[4]

Infine emergerebbe un quadro generale delle società di classe (e para-classiste) per cui ogni seria vittoria/sconfitta politica ottenuta/subita dai diversi gruppi sociali in conflitto avrebbe inevitabilmente una ricaduta (positiva o negativa, a seconda dei casi) sui livelli concreti di soddisfazione dei bisogni materiali ottenuti volta per volta da ciascuno di loro, con gli annessi dividendi economici (o perdite economiche) provocati dalle vittorie (o dalle sconfitte) raggiunte nel proprio quadrante statale di riferimento: una ricaduta definibile come la “cascata di Lenin”, prendendo spunto proprio dal brano del Che fare sopra citato, in cui venne descritta la profonda dipendenza della soddisfazione/insoddisfazione degli “interessi economici essenziali” dalle “trasformazioni politiche radicali”.

Vista la posta in palio, è necessario costruire una “piramide di prove” a più livelli in cui ogni singolo gradino sia in grado di sorreggere empiricamente le tesi leniniste sul rapporto asimmetrico creatosi tra la sfera politica e quella economica, dal 3700 a.C. fino ai nostri giorni.

Ovviamente una prima massa di “fatti testardi e combinati” che supportano i “tre anelli” della concezione di Lenin proviene dalla sovracitata coesistenza/scontro oggettivo sviluppatasi tra tendenze produttive classiste e collettivistiche anche dopo il 3700 a.C., nelle società classiste fondate sull’appropriazione dei mezzi di produzione del surplus da parte di una minoranza della popolazione: lotta che continua, in proporzioni e forme invertite, anche durante la prima fase di sviluppo della formazione economica-sociale comunista, denominata normalmente socialismo.

Proprio a causa della riproduzione (anche squilibrata, o quasi rimasta allo stato potenziale) di tale coesistenza/lotta, l’indirizzo politico-economico generale perseguito dal potere politico degli apparati statali assume un ruolo decisivo nel far pendere la bilancia a favore di una delle due tendenze socioproduttive, anche se tale funzione oggettiva di supporto può sembrare “naturale” ed essere data quasi per scontata dagli stessi protagonisti sociali e dai mandatari politici al potere.

Si è già visto in precedenza che anche nei modi di produzione classisti (asiatici, schiavistici, feudali, capitalistici) la “linea rossa” è riapparsa dopo il 3700 a.C. nei modi di produzione asiatico e feudale come segmento produttivo-sociale subordinato al lato dominante del “centauro”, le relazioni di possesso classiste.

Queste tipologie, che coprono una parte rilevante dell’esperienza complessiva degli ultimi sei millenni di sviluppo del genere umano, sono state contraddistinte da un intervento costante degli apparati statali classisti teso oggettivamente a bloccare ed ostacolare lo sviluppo autonomo dei rapporti di produzione collettivistici, o semicollettivistici, all’interno delle formazioni statali da esse guidate.

Questa operazione di freno e “blocco” oggettivo si è innanzi tutto manifestata storicamente nell’azione dei nuclei dirigenti ed apparati statali del modo di produzione asiatico, schiavistico e feudale: gli apparati statali precapitalistici hanno garantito con tutti i mezzi a disposizione della sfera politica la riproduzione continua dell’estorsione di pluslavoro ai produttori diretti, schiavi, contadini del modo di produzione asiatico e servi della gleba, togliendo oggettivamente e preventivamente a questi ultimi una parte essenziale delle risorse e del surplus potenzialmente disponibili per un’espansione dei rapporti di produzione collettivistici, più o meno deformati ed “impuri”.

Nelle comunità agricole del modo di produzione asiatico, lo sfruttamento esercitato dal potere centrale statale e dai suoi funzionari locali privava queste ultime di una porzione rilevante del plusprodotto e della forza lavoro astrattamente utilizzabile per lo sviluppo autonomo del processo produttivo dei villaggi, mentre anche la suddivisione del carico e dei tributi fiscali, completamente (o quasi) sbilanciato a sfavore dei produttori diretti, ha nei fatti ostacolato la prospettiva di crescita dei rapporti di produzione collettivistici-semicollettivistici.

Per quanto riguarda invece le comuni rurali dell’epoca feudale, proprio Marx indicò nel 1881 che anche il costo dell’abolizione dall’alto della servitù della gleba nell’impero zarista (1861) era stato sostenuto in gran parte dagli stessi contadini e che persino “l’emancipazione” dei produttori diretti russi era stata posta a carico del segmento del processo produttivo in cui ancora persistevano (parzialmente) dei rapporti di produzione collettivistici, indebolendo notevolmente le comunità rurali.

«Se al momento dell’emancipazione le comuni rurali fossero state messe subito in condizione di prosperità normale; se, più tardi, l’immenso debito pubblico pagato in larga maggioranza a spese dei contadini, e tutte le altre somme enormi fornite per l’intermediario dello Stato – e sempre a spese dei contadini – alle “nuove colonne della società” trasformate in capitalisti, se tutte queste risorse fossero state poste al servizio dello sviluppo ulteriore della comune rurale, oggi nessuno penserebbe alla “fatalità storica” dell’annientamento della comune; tutti vi riconoscerebbero un elemento di rigenerazione della società russa e, insieme, di superiorità sui paesi ancora serviti dal regime capitalista.»[5]

In modo simile alla situazione concreta della comune russa, i villaggi semicollettivistici dei modi di produzione asiatici e feudali furono relegati costantemente dai diversi nuclei dirigenti e apparati statali di classe nella scomoda posizione di “colonie interne” o di erogatori gratuiti di surplus, materie prime e forza-lavoro a vantaggio delle classi privilegiate, impedendo a priori e preventivamente che le comunità potessero trasformarsi in potenziali “elementi di rigenerazione” delle strutture sociopolitiche in cui erano inseriti; a loro volta gli apparati statali schiavistici impedirono che nella manodopera servile dei latifondi si affacciassero delle tentazioni collettivistiche rispetto alle grandi proprietà agrarie venute in possesso dei loro padroni, in modo più o meno simile a quelle espresse autonomamente dai seguaci di Euno, Aristonico e Atenione.

Passando all’analisi del modo di produzione capitalistico, il processo di cooperazione ha dovuto subire un “blocco economico” oggettivo da parte dei nuclei dirigenti e degli apparati statali, visto che questi ultimi non l’hanno quasi mai sostenuto in modo consistente sul piano finanziario e nella destinazione delle risorse economiche statali, a differenza del loro prediletto settore privato-capitalistico, creando in tal modo in una sorta di concorrenza sleale su scala gigantesca e di lungo periodo (a differenza dei grandi processi reali di appoggio finanziario, materiale e politico invece riprodottisi a favore del movimento cooperativo sovietico, su cui tornerò tra poco).

Negli ultimi due secoli il grande handicap strutturale del movimento cooperativo è stato rappresentato dalla grande scarsità di fondi e dalla sua costante dipendenza dal sistema creditizio, egemonizzato quasi completamente da un capitale finanziario privato (o da banche pubbliche ad esso strettamente legate) quasi sempre maldisposto verso la cooperazione. Non a caso ancora nel 1885 Enea Cavalieri, uno dei responsabili dell’Associazione generale degli operai braccianti di Ravenna, affermò che il problema della «raccolta dei capitali iniziali era tra i più difficili da risolvere per le società di braccianti impegnate nei lavori pubblici di bonifica, sebbene a queste occorrano minori mezzi finanziari, poiché gli strumenti di lavoro necessari, cioè zappe, badili, picconi, vanghe, carriole sono possedute individualmente dagli operai, ed altri come rotaie e carri di ferro si ottengono facilmente a nolo o a credito».[6]

Per il movimento cooperativo le difficoltà nel processo di acquisizione di fondi finanziari, in assenza di consistenti aiuti statali, aumentavano tra l’altro in modo proporzionale all’incremento progressivo della composizione organica media del capitale necessaria nel settore produttivo non agricolo: crescita diventata esponenziale dopo il 1870/80, e che rendeva quasi impossibile l’espansione del settore cooperativo in tutte le sfere del processo economico contraddistinte da un alto livello di investimenti.

Anche prescindendo dai pesanti attacchi diretti portati al movimento cooperativo dalle frazioni politiche più reazionarie della borghesia, che in nazioni come l’Italia portarono allo scioglimento forzato e al sequestro dei beni di numerose cooperative nel 1894-98 e nel 1921-26, si può affermare con sicurezza che persino i nuclei dirigenti statali delle metropoli capitalistiche meglio predisposti verso il settore cooperativo hanno concesso a quest’ultimo un aiuto economico, finanziario e creditizio assolutamente irrisorio, se paragonato e confrontato invece con la gigantesca, continua ed indispensabile azione di puntellamento e di supporto politico-economico al capitale finanziario messa in campo nel Novecento dalle forze politiche giunte al potere e dagli apparati statali liberaldemocratici, ivi comprese le esperienze di governo socialdemocratiche o riformiste. Ad esempio proprio mentre i governi di centro-sinistra degli anni Sessanta attuavano in Italia una politica economica funzionale alle esigenze politico-materiali di sviluppo del capitale monopolistico, veniva impedita con fatica l’approvazione di una legge promossa da alcuni esponenti della maggioranza di centro-sinistra e tesa a limitare lo spazio d’azione delle strutture cooperative.[7]

Il ruolo partigiano svolto dalla sfera politica nella lotta tra le due tendenze “oggettive” all’interno della società borghese emerge anche in un altro campo d’azione.

Infatti il settore produttivo statale nelle formazioni statali capitalistiche, generalmente creato per l’esigenza oggettiva di aiutare aziende e/o banche private vicine al collasso o di “surrogare” il ruolo del capitale privato in certi settori attraverso l’erogazione di risorse pubbliche, è stato utilizzato nel migliore dei casi dai nuclei dirigenti statali di matrice borghese e dalla burocrazia civile in qualità di “valletto” e di elemento di supporto materiale per il processo di accumulazione del capitalismo settore privato, mentre in molti altri scenari la proprietà statale è stata oggetto da parte della sfera politica di processi selvaggi di cattiva gestione e/o di privatizzazione su larga scala, ad esclusivo vantaggio dei grandi monopoli finanziari: negli anni novanta dello scorso secolo, ad esempio, gli stati ed i governi di tutto il mondo si sono disfatti a beneficio di capitali privati di una parte del loro patrimonio per oltre 513 miliardi di euro, 215 dei quali nei paesi dell’Unione Europea, anche se si trattava in larga parte di aziende già ristrutturate e di cui il potere pubblico aveva estinto i debiti pregressi.[8]

Lo slogan di E. Rossi sulla “privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite” sintetizza efficacemente la tendenza principale assunta da larga parte delle opzioni economico-sociali elaborate e messe in pratica dai multiformi mandatari politici della grande borghesia nell’ultimo secolo in riferimento al settore produttivo statale, a sua volta espressione contraddittoria ed iperdeformata della “linea rossa” all’interno del modo di produzione capitalistico: il “cocco di mamma” degli apparati statali è stato sempre il settore privato, mentre la cooperazione e i settori statali hanno rappresentato di regola i “figli bastardi” del processo produttivo, da sfruttare e/o danneggiare per quanto possibile attraverso modalità variegate e proteiformi.

Se si prendono invece in esame il “socialismo deformato” e le strutture paraclassiste nate dopo l’Ottobre del 1917, si è già accennato in precedenza all’importanza decisiva che ha assunto al loro interno il controllo del potere politico-militare per la riproduzione dei rapporti di produzione collettivistici, mentre viceversa sia la disgregazione di questi ultimi che la conseguente rivincita della “linea nera” in Unione Sovietica e nell’Europa dell’est dopo il 1989-91 sono stati il sottoprodotto di un processo squisitamente politico-sociale, quale è stato il crollo del potere statale sovietico.

Per sette decenni, dal 1917 al 1989, i diversi nuclei dirigenti che si sono succeduti alla guida della Russia sovietica e dell’URSS hanno infatti giocato un ruolo essenziale ed innegabile nell’affermazione delle relazioni sociali di produzione collettivistiche (deformate), anche se con modalità d’azione variegate a seconda delle condizioni storiche e a volte brutali e controproducenti.

Il primo aspetto di questa azione complessiva della sfera politica sovietica, decisiva per fare prevalere (provvisoriamente) la “linea rossa”, è stato il processo di espropriazione coercitiva dei proprietari dei mezzi di produzione che utilizzavano forza-lavoro salariata. Una prima ondata di socializzazione delle forze produttive sociali si è sviluppata con la nazionalizzazione della terra avvenuta tra l’ottobre del 1917 e il gennaio del 1918, mediante una legge che dichiarava “abolita per sempre ogni proprietà privata” sul suolo, sui boschi, sulle acque e sul sottosuolo ed il processo continuò su larga scala con la socializzazione delle banche che vennero fuse assieme con la Banca di Stato, cui sarebbe spettato ormai il monopolio del credito (dicembre 1917), culminando nella primavera-estate del 1918 nelle misure che nazionalizzarono gli zuccherifici, il settore petrolifero e infine tutti i settori centrali dell’industria, a partire dal 28 giugno di quell’anno.[9]

La seconda marea anticapitalstica avvenne nel 1928-30, quando l’espropriazione integrale dei piccoli industriali e dei commercianti-speculatori affermatisi negli anni della NEP si coniugò con il processo di “liquidazione” dei contadini ricchi (Kulaki), decisa mediante una risoluzione del Politbiuro del 5 gennaio 1930. I Kulak erano i contadini benestanti che utilizzavano in modo costante della forza-lavoro salariata e che in molti casi prestavano denaro, sementi e bestiame ai contadini poveri ottenendo in cambio tassi di interesse elevati, spesso di tipo usuraio: tra eccessi e gravi errori politico-sociali quasi un milione di famiglie di contadini Kulak, su un totale di circa trenta milioni di nuclei familiari che vivevano e lavoravano nelle campagne sovietiche, venne espropriata di tutti/larga parte dei loro beni nel giro di pochi mesi e fu in maggioranza destinata alla deportazione mentre la terra, il bestiame e le sementi che erano in precedenza in loro possesso vennero distribuiti ai nascenti Kolchoz, alle aziende cooperative formate all’inizio in maggioranza da braccianti e contadini poveri.[10]

La seconda “punta” dell’azione della sfera politica a sostegno dei rapporti di produzione collettivistici venne rappresentata invece dalla produzione “ex novo” e su larga scala di mezzi di produzione, di trasporto e di distribuzione di proprietà statale, che non furono in alcun modo ceduti al capitale privato autoctono o internazionale fino al 1991 ed al crollo del potere sovietico.

Con il primo piano quinquennale (1928-33) iniziò un processo su larga scala di costruzione di nuove aziende e di nuovi settori industriali di proprietà pubblica essenzialmente grazie allo stimolo e all’azione decisiva dei nuclei dirigenti e degli apparati statali stalinisti, in un’opera gigantesca che (tra gravi errori e contraddizioni) fu sostanzialmente proseguita dalle altre élite dirigenti del PCUS fino al 1989. Tra il 1928 ed il 1937 fu costruita dal nulla e con sforzi eccezionali, accompagnati certo da notevoli errori politico-gestionali, tutta una serie di enormi strutture industriali statali, tra le quali si possono ricordare i complessi metallurgici di Kuznech e di Magnitogorsk, le fabbriche di trattori di Stalingrado, Charkov e Celiabinsk, le fabbriche di automobili di Mosca e di Nijzni Novgorod: in quegli stessi anni la decisiva spinta della “sfera politica” nel campo produttivo determinò la creazione di nuovi settori tecnologici di proprietà pubblica quali quello degli acciai speciali, della gomma sintetica e delle macchine utensili moderne, l’industria dei trattori, aeronautica ed automobilistica, mentre l’elenco si allungò notevolmente nei successivi cinque decenni e fino al collasso del 1989-91.[11]

Infine la sfera politica sovietica favorì la “linea rossa” promuovendo, sostenendo e favorendo largamente il sistema cooperativo, in particolar modo nelle campagne.

Il genio politico di Lenin individuò già nel 1923 il settore cooperativo come uno degli anelli decisivi del processo politico, sociale ed economico che avrebbe potuto a suo avviso portare l’Unione Sovietica alla “costruzione di una società socialista integrale”, secondo le parole espresse dal dirigente rivoluzionario russo in uno dei suoi ultimi scritti, Sulla cooperazione. In questo lavoro Lenin affermò anche che «i sogni dei vecchi cooperatori abbondano di chimere. Essi sono sovente ridicoli, con le loro fantasticherie. Ma in cosa consiste la loro irrealtà? Nel non comprendere l’importanza principale, radicale della lotta politica della classe operaia per l’abbattimento del dominio degli sfruttatori. Ora quest’abbattimento da noi ha avuto luogo, ed ora molto di quanto sembrava fantastico, persino romantico, persino banale nei sogni dei vecchi cooperatori, diventa una delle più autentiche realtà.

Infatti, da noi, una volta che il potere dello Stato è nelle mani della classe operaia, una volta che a questo potere dello Stato appartengono tutti i mezzi di produzione, effettivamente non resta altro che organizzare la popolazione nelle cooperative. Se la popolazione è largamente organizzata nelle cooperative, si arriva automaticamente a quel socialismo che prima aveva suscitato un’ironia legittima, dei sorrisi, del disprezzo fra le persone convinte a giusta ragione della necessità della lotta di classe, della lotta per il potere politico, ecc. Ed ecco che non tutti i compagni si rendono conto dell’importanza gigantesca, incommensurabile che acquista ora per noi la cooperazione in Russia… Ora dobbiamo comprendere e mettere in pratica questa verità: attualmente il regime sociale che dobbiamo appoggiare in modo straordinario è il regime cooperativo».[12]

Alle parole seguirono subito in parte i fatti, visto che già al tredicesimo congresso del partito comunista (maggio del 1924) un’apposita risoluzione riaffermò l’importanza del settore cooperativo in campo industriale, agricolo e commerciale, invitando senza mezzi termini gli apparati e l’industria di stato ad agevolare al massimo le cooperative «sia offrendo loro le merci di prima scelta, sia favorendole nei termini e nelle condizioni del credito»; nel marzo del 1925 vennero erogati 8 milioni di rubli dal bilancio statale per aumentare il capitale di esercizio delle cooperative, mentre i sussidi dello stato alle cooperative di consumo furono aumentati poco dopo da 8 a 25 milioni di rubli con un balzo in avanti abbastanza consistente, vista la debolezza dell’economia sovietica del tempo.[13]

Alcuni anni dopo, con la campagna di collettivizzazione delle terre, le cooperative agricole ed i nuovi Kholkoz si videro trasferire gratuitamente nelle loro mani i beni ed i possedimenti agricoli espropriati con la forza ai Kulaki, mentre parallelamente lo stato si fece carico per tutti gli anni Trenta dell’aiuto finanziario alle numerose cooperative agricole in deficit, mandò numerosi operai qualificati nelle campagne per innestare il processo di meccanizzazione dell’agricoltura sovietica e soprattutto esercitò una pressione costante, molte volte coercitiva, sui contadini medi affinché questi ultimi aderissero ai Kholkoz. Senza il diretto intervento statale, anche se espresso spesso in forme brutali e controproducenti (specie per i bassissimi prezzi d’acquisto dei beni agricoli venduti dai Kholkoz), il settore cooperativo dell’Unione Sovietica non avrebbe sicuramente assorbito al suo interno il 93,5 dei nuclei familiari contadini nel 1938, mentre dieci anni prima esso coinvolgeva a malapena l’1% di questi ultimi.[14]

Nei decenni successivi e fino al 1988 il sostegno politico-materiale del potere sovietico ai Kholkoz rimase sostanzialmente immutato, aumentando anzi progressivamente le risorse erogate a loro vantaggio: le proprietà dei trattori vennero trasferiti su larga scala dal settore statale a quello cooperativo, i prezzi statali per l’acquisto dei generi di consumo colcosiani vennero progressivamente aumentati, ecc.

Per quanto riguarda i giganteschi processi di privatizzazione dei mezzi di produzione sociali, avvenuti nell’ex Unione Sovietica e nelle formazioni statali dell’Europa dell’est dopo il 1989-91, si è già esaminato in precedenza il ruolo decisivo svolto a loro sostegno dalla “sfera politica”, passata in quel triennio nelle mani di nuclei dirigenti politici assolutamente determinati a smantellare in tempi rapidissimi la proprietà statale e cooperativa delle forze produttive sociali e a introdurre una forma particolarmente brutale di capitalismo di stato, dominato da ristrette oligarchie politiche e pochi monopoli privati, autoctoni e stranieri. Solo il successo per via politica della controrivoluzione anticomunista del 1981-91, sostenuta per tutta una serie di ragioni concrete dall’appoggio/acquiescenza di larga parte della classe operaia dell’Unione Sovietica e degli altri stati del “socialismo deformato”, fornì l’indispensabile supporto politico-materiale alla rivincita della “linea nera” all’interno dei rapporti sociali di produzione in più di un sesto del pianeta: un esempio da manuale di “cascata di Lenin”,  avvenuta a favore del rinascente capitalismo privato dell’ex blocco sovietico e delle multinazionali occidentali, oltre che da un processo di formazione di un nuovo e vorace capitalismo di stato, contraddistinto da un’integrazione particolarmente stretta e plateale tra i nuclei dirigenti al potere e la nuova oligarchia finanziaria, russa ed internazionale.

Pur tenendo conto che negli ultimi sei millenni la tendenza collettivista “oggettiva” è uscita dalla sua emarginazione solo in presenza di determinate situazioni materiali e produttive (non ad esempio in presenza del dominio dei produttori autonomi agricoli e di un processo produttivo completamente parcellizzato), il primo livello della “piramide” attesta e comprova con fatti testardi la tesi leninista sul primato della “politica” sull'”economia” vista la funzione decisiva che ha svolto (e svolge tuttora) il potere statale dopo il 3700 a.C. nell’affermazione/sconfitta dei rapporti di produzione classisti, nella loro plurimillenaria coesistenza-lotta con quelli collettivistici (più o meno deformati, subordinati/secondari).

Ma anche ipotizzando il carattere erroneo della teoria sull’effetto di sdoppiamento, emergono dall’esperienza storica degli ultimi sei millenni altri “fatti testardi” e combinati a sostegno delle tesi di Lenin: la seconda (e principale) sezione della “piramide” di prove viene infatti formata dalla combinazione dialettica creatasi tra il carattere coercitivo dei rapporti di produzione classisti (paraclassisti) e la funzione di supporto indispensabile a sostegno di questi ultimi svolto dallo stato nelle sue diverse articolazioni concrete, vista la natura relativamente fragile e non-naturale dei rapporti di produzione classisti.

Da circa sei millenni le relazioni sociali di produzione e di distribuzione, i rapporti socioproduttivi esistenti tra i possessori delle condizioni della produzione ed i produttori diretti ad essi subordinati (schiavi, contadini del modo di produzione asiatico, servi della gleba e operai salariati) si riproducono principalmente grazie allo strumento decisivo della coercizione e della violenza fisica, aperta o latente, esercitata concretamente o minacciata contro questi ultimi: tale violenza, tale coercizione a sua volta è diretta ed esercitata fondamentalmente dagli apparati statali e dai nuclei dirigenti nei confronti dei “produttori diretti”, con l’ausilio in diversi casi della forza militare parastatale espressa autonomamente dalle classi privilegiate.

Detto in altri termini, i rapporti di produzione classisti (coercitivi nella loro essenza) si fondano sulla “canna del fucile” dato che l’azione statale e parastatale svolge una funzione ininterrotta di “cemento” e di elemento di solidificazione di relazioni di produzione e di distribuzione in sua assenza fragilissimi, sempre sul punto di essere “spezzati” dalla tendenza reale/potenziale alla ribellione dei “produttori diretti” sfruttati.

Da un lato le classi socialmente privilegiate devono infatti attuare costantemente una lotta di classe unilaterale, aperta o latente, contro i soggetti che erogano a loro vantaggio surplus-pluslavoro al fine di conservare il controllo sulle forze produttive sociali e sulla forza-lavoro e per “tenere al loro posto” i produttori diretti, in un conflitto – spesso nascosto – che si fonda principalmente sull’utilizzo dei mezzi di repressione e di controllo statali, sull’organizzazione degli apparati governativi, sul complesso formato da esercito/polizia/servizi di spionaggio/tribunali/prigioni; d’altro canto solo grazie all’utilizzo di questo variegato complesso armato politico-materiale i possessori delle condizioni di produzione hanno potuto sopraffare quasi ininterrottamente, dal 3700 a.C. fino ai nostri giorni, le tendenze collettivistiche (aperte-latenti) via via espresse dalle masse popolari e dalla “linea rossa” soggettiva e proprio grazie soprattutto a questo apparato multilaterale, le classi socialmente privilegiate hanno potuto fare fronte (quasi sempre) con successo alle parallele aspirazioni (e rivolte) di massa, tese all’esproprio dei grandi proprietari delle condizioni della produzione ed a socializzare queste ultime (o alla creazione di una proprietà parcellare, di piccoli produttori “autonomi”),o anche solo alla resistenza dei produttori diretti al loro feroce e continuo sfruttamento.

Sul piano teorico Marx individuò con chiarezza il comune carattere coercitivo dei rapporti di produzione asiatici, schiavistici e feudali, pur nelle loro notevoli differenze storico-produttive. In un passo di geniale sintesi storico-teorica, contenuto nel terzo libro del Capitale, egli indicò che nel modo di produzione feudale, dove il lavoratore diretto resta “possessore dei mezzi di produzione”, il pluslavoro gli può essere estorto dal «proprietario nominale della terra solo mediante una coercizione non economica, comunque essa possa apparire»; considerazioni analoghe a suo avviso dovevano essere effettuate anche per i “piccoli agricoltori”, che formano “una comunità di produzione” in rapporto con un proprietario terriero generale, “lo Stato stesso” e dovevano pertanto essere applicate al “centauro” denominato modo di produzione asiatico, mentre a sua volta nell’economia schiavistica, al cui interno «lo schiavo lavora in condizioni di produzione che appartengono ad altri e che quindi non sono autonome» (Marx), sono fuori discussione i forzati e coercitivi “rapporti personali di dipendenza” esistenti tra i proprietari di schiavi e la forza-lavoro servile.[15]

L’analisi di Marx prese spunto dalla rendita in lavoro estorta dall’aristocrazia feudale-laica o religiosa – al “produttore diretto” contadino (rendita che costituisce la “forma primitiva del plusvalore”).

«La rendita in lavoro.

Prendendo la rendita fondiaria nella sua forma più semplice, la rendita in lavoro, in cui il produttore diretto coltiva nel corso di una parte della settimana con i mezzi di lavoro (aratro, bestiame, ecc.) che gli appartengono di fatto o di diritto, il terreno che egli possiede di fatto, e durante il rimanente della settimana lavora sui possedimenti del proprietario, per quest’ultimo, senza ricevere alcun compenso, la questione qui è completamente evidente, dato che rendita e plusvalore si identificano. La rendita, non il profitto, è la forma in cui qui trova espressione il pluslavoro non retribuito. Fino a che punto il lavoratore (“selfsustaining serf”) possa qui ottenere un’eccedenza oltre i suoi mezzi di sostentamento di prima necessità, quindi un’eccedenza oltre ciò che nel modo di produzione capitalistico viene definito salario, dipende, rimanendo immutata ogni altra circostanza, dal rapporto in cui il suo tempo lavorativo si suddivide in tempo lavorativo per se stesso e in tempo lavorativo gratuito per il proprietario. Tale eccedenza oltre i mezzi di sostentamento indispensabili, il germe di ciò che nel modo di produzione capitalistico si presenta come profitto, viene perciò determinato in tutto dalla grandezza della rendita fondiaria, che qui non solo è direttamente pluslavoro non retribuito, ma si presenta anche in questa sua forma; è pluslavoro non retribuito per il “proprietario” delle condizioni di produzione, che qui corrispondono alla terra, e laddove non si identificano con la terra, sono semplicemente un suo elemento accessorio. Che il prodotto di chi lavora in queste condizioni debba poter bastare qui per rimpiazzare oltre la sua riproduzione, le sue condizioni di lavoro, è un fatto che non cambia in ciascun modo di produzione, dato che non è il risultato della loro forma specifica, ma una condizione naturale di ogni lavoro continuativo e riproduttivo in generale, di qualunque produzione prolungata che sia allo stesso tempo sempre riproduzione, quindi anche riproduzione delle sue proprie condizioni di lavoro. È chiaro per giunta che in tutte le forme in cui il lavoratore diretto resta “possessore” dei mezzi di produzione, delle condizioni di lavoro necessarie alla produzione dei propri mezzi di sussistenza, il rapporto di proprietà deve apparire allo stesso tempo come un rapporto diretto di signoria e servitù, di conseguenza il produttore diretto non è libero; e tale mancanza di libertà può andare dalla servitù della gleba con prestazioni gratuite di lavoro fino al semplice obbligo tributario. Secondo quanto premesso, il produttore diretto possiede qui i propri mezzi di produzione, le condizioni di lavoro oggettivamente necessarie per svolgere il suo lavoro e la produzione dei suoi mezzi di sostentamento; egli coltiva il suo campo ed esercita in maniera autonoma la corrispondente industria domestica rurale. Tale autonomia non scompare per il fatto che questi piccoli agricoltori possono formare tra loro, così come si registra in India, una comunità di produzione più o meno naturale, dato che qui si tratta soltanto di autonomia nei confronti del proprietario nominale della terra. In questo rapporto di plusvalore per il proprietario nominale della terra può essere ottenuto da essi solo tramite una coercizione non economica, comunque essa possa apparire. Ciò è differente dall’economia schiavistica o di piantagione, dato che lo schiavo lavora in condizioni di produzione che appartengono ad altri e che quindi non sono autonome, occorrono quindi rapporti personali di dipendenza, mancanza di libertà personale poco importa fino a che punto essa manchi, e occorre essere legato alla terra come un suo accessorio, vale a dire una servitù nel significato più rigido della parola. Se a questi lavoratori non si contrappongono come proprietari delle terre e allo stesso tempo come sovrani i proprietari terrieri privati, ma come avviene in Asia, lo stato stesso, rendita e imposte coincidono, o piuttosto non vi è imposta che si allontani da questa forma della rendita fondiaria. In tal caso il rapporto di dipendenza tanto politico quanto economico non deve per forza di cose presentarsi in una forma più pesante di quella che è solita nei riguardi di tutti i sudditi da parte dello stato. Quest’ultimo è il più alto proprietario terriero, e la sovranità è la proprietà fondiaria concentrata su scala nazionale. Ma del resto non vi è proprietà privata della terra, pur essendovi il possesso e l’uso sia privato che comune di essa.

La forma economica specifica in cui il plusvalore non retribuito viene munto ai produttori diretti, determina il rapporto di signoria e servitù, come esso deriva dalla produzione stessa e reagisce poi su di essa in maniera determinante. Su questo tuttavia si basa tutta la configurazione della comunità economica che deriva dai rapporti di produzione stessi, e con ciò allo stesso tempo la sua specifica forma politica. È comunque il rapporto diretto tra i proprietari delle condizioni di lavoro e i produttori diretti – rapporto la cui forma volta per volta corrisponde in maniera naturale a un certo livello di sviluppo dei modi in cui si svolge il lavoro e quindi della sua forma produttiva sociale – in cui noi rivendichiamo il segreto e l’arcano fondamento di tutta l’organizzazione sociale e anche della forma politica del rapporto di sovranità e servitù, insomma della forma specifica dello stato in quel determinato periodo. Ciò non toglie che la stessa base economica – stessa per quanto concerne le condizioni principali – possa apparire in infinite sfumature o gradazioni, dovute alle più varie circostanze empiriche, condizioni naturali, rapporti di razza, influenze storiche che provengono dall’esterno, ecc. Sfumature e gradazioni che si possono comprendere solo grazie a un indagine su queste determinate circostanze empiriche.»[16]

Per quanto riguarda il modo di produzione capitalistico, nel primo libro del Capitale Marx espose uno degli aspetti del carattere coercitivo dei rapporti di produzione borghesi, solo in parte nascosti dallo scambio “naturale” e “libero” tra forza lavoro e salario.

«Nell’ambito del processo produttivo il capitale si è sviluppato in comando sul lavoro, vale a dire sulla forza lavorativa in atto, cioè sull’operaio stesso. Il capitalista, capitale personificato, sta bene attento a che l’operaio svolga il suo lavoro con ordine e con il necessario grado d’intensità.

Il capitale appare per giunta come un rapporto coercitivo che obbliga la classe operaia ad effettuare un lavoro maggiore di quello che richiede la ristretta cerchia dei suoi bisogni essenziali. E nella sua qualità di produttore dell’altrui laboriosità, di approfittatore di pluslavoro e sfruttatore di forza lavorativa, esso supera in energia, smodatezza ed efficacia tutti i precedenti sistemi di produzione basantisi sul diretto lavoro forzato.

In un primo momento il capitale sottomette il lavoro nelle condizioni tecniche, date dallo svolgimento storico, in cui lo trova. Per questo non modifica subito il modo di produzione. Quindi la formazione di plusvalore nella forma che abbiamo finora esaminata, tramite il semplice prolungamento della giornata lavorativa, è apparsa in maniera indipendente da ogni mutamento del modo di produzione. E tale produzione di plusvalore non è apparsa meno efficace nel panificio, antiquato, che nel moderno cotonificio.

Esaminando il processo di produzione dal punto di vista del processo lavorativo, l’operaio non adoperava i mezzi di produzione quale capitale, bensì quale semplice strumento e materiale della sua attività produttiva conforme allo scopo. In una conceria, per esempio, egli adopera le pelli quali semplici oggetti del suo lavoro. Non è la pelle del capitalista quella che egli concia. La situazione non è la stessa qualora esaminiamo il processo di produzione dal punto di vista del processo di valorizzazione. I mezzi di produzione si trasformano immediatamente in mezzi di assorbimento del lavoro di altri. Non è più l’operaio che adopera i mezzi di produzione, ma sono i mezzi di produzione che adoperano l’operaio.»[17]

Altri aspetti del rapporto coercitivo esercitato dal capitale sui produttori diretti, sulla forza lavoro salariata vengono rappresentati dall’esclusione “a priori” di questi ultimi sia dal possesso-controllo sui mezzi di produzione sociali che dal possesso-controllo della borghesia rispetto alla massa complessiva di surplus/plusvalore erogata gratuitamente dalla classe operaia, intesa nel senso più ampio: dietro questa doppia e gigantesca esclusione si ritrova sempre l’ombra più o meno minacciosa dei cani da guardia della “legge” e della “proprietà privata”, alias degli apparati statali e dei nuclei dirigenti, la cui funzione prioritaria è costituita proprio dal supporto diretto-indiretto alla coercizione “economica” esercitata dal capitale sulla forza-lavoro.

Da tutto ciò consegue che tutti i rapporti di produzione coercitivi si fondino in ultima analisi sulla forza d’urto statale e sulla violenza/minaccia di ricorrere alla violenza e si basino sulla paura dei “coartati”, sulla loro forzata accettazione delle regole del gioco espresse dalle relazioni di proprietà/distribuzione asiatiche, schiavistiche, feudali, capitalistiche e (in forma diversa) paraclassiste: pertanto senza una forza armata che li sostenga, essi diventano intrinsecamente molto fragili e vulnerabili, come dimostrano proprio le lotte di classe (politiche ed economiche) degli sfruttati. Anche in questo senso si può interpretare l’affermazione di Braudel secondo la quale “si può parlare di trionfo del capitalismo solo quando esso si identifica con lo stato, quando si fa stato”.

Passando  dalla teoria alla pratica, risulta molto facile notare come i rapporti di produzione classisti e coercitivi si scontrino costantemente con la resistenza aperta o latente dei produttori diretti all’espropriazione del surplus, alla riduzione delle loro condizioni di vita alla mera sussistenza, agli “eccessi” delle classi privilegiate e allo sfruttamento costante della forza-lavoro subordinata (specie se esso supera la soglia di guardia) e si reggano in sostanza sul successo della repressione/prevenzione di tutte le resistenze e ribellioni, microribellioni e fughe di gruppo espresse da almeno quattro millenni dai produttori diretti, anche se con modalità carsiche e spesso in forme frammentarie e disorganizzate.

La storia delle società di classe registra troppi casi di rivolte contadine, di fughe individuali/di gruppi e di insurrezioni collettive degli schiavi e servi della gleba; conosce un numero troppo elevato di sabotaggi individuali e di microribellioni, di scioperi di massa, di azioni rivoluzionarie o di particolari risultati politico-elettorali (Cile 1970) prodotti ed ottenuti dall’azione/passione dei lavoratori salariati, che hanno carsicamente ed in modo variabile scosso temporaneamente o messo in pericolo “l’ordine costituito”, perché si possa dubitare seriamente sulla centralità della funzione repressiva e di controllo svolta dagli apparati statali sia nelle società precapitalistiche che in quelle borghesi.

Dalla rivolta di Fra Dolcino (1304-1307) e degli operai manifatturieri di Firenze nel 1378 (i “ciompi”) fino all’affermazione contraddittoria del movimento boliviano di Chavez in Venezuela nel periodo compreso tra il 1998 ed il 2008, emerge un sottile filo rosso di rivolta (a volte confusa) contro i rapporti di produzione capitalistici che ha reso e rende tuttora assolutamente prioritario per la classe dominante borghese e per i suoi mandatari politici il compito di “soffocare il più possibile sul nascere la protesta ed il disordine” delle masse popolari: processo continuo e notato del resto anche da un lucido reazionario come E. Nolte, fornendo un quadro generale relativamente accettabile sia sul contrasto storico tra produttori diretti e possessori delle condizioni della produzione che sul decisivo ruolo coercitivo svolto dagli apparati statali, prima e dopo l’affermazione della rivoluzione industriale.

«Il contrasto sociale tra “ricchi” e “poveri” è il contrasto sociale elementare, in senso assoluto; non vi è nessun paese e nessun tempo in cui esso non compaia in un modo o nell’altro. Questo contrasto non è certamente “eterno”. Per molte decine di migliaia di anni gli uomini vissero in piccole comunità e il tenore di vita del più vecchio della stirpe, e del capostipite, non si staccava essenzialmente dall’universale bisogno. Solo quando i capi, sotto la minaccia di guerre contro i vicini o contro gli invasori, raccolsero intorno a sé uomini che li sostenessero, che erano soprattutto guerrieri, si poté distinguere fra una classe guerriera che non lavorava e una “classe” lavoratrice che coltivava la terra. Solo quando i capi divennero “re” e gli uomini del seguito grandi proprietari terrieri e sacerdoti, si può parlare di una società di “civiltà elevata”. Gli uni, si potrebbe dire semplificando, conducevano una vita estetica in mezzo a palazzi e opere d’arte, mentre gli altri lavoravano dalla mattina alla sera. Dovunque volgiamo il nostro sguardo nello spazio della civiltà classica mediterranea, troviamo ricchi e poveri, signori e servi, oziosi e lavoratori. E ovunque si levò fra i poveri, gli schiavi e i sudditi, sorda e articolata, la protesta contro l’ingiustizia, che era originariamente soprattutto la resistenza contro il “lavoro al servizio di altri”.

Dappertutto per la “classe dominante” non vi fu nulla di più importante che soffocare il più possibile sul nascere la protesta e il disordine della “plebs” e del “populus” e persino degli schiavi. Nessuna pena era dura e sufficiente per raggiungere questo fine: se in una casa romana veniva assassinato il signore da uno degli schiavi, allora tutti gli schiavi che abitavano sotto lo stesso tetto – e quindi solo lontanamente sospettabili di complicità – venivano impiccati, donne e bambini compresi. In un dibattito al senato, di cui Tacito racconta negli Annali, il giurista Cassio Longino chiedeva: “Chi è ancora sicuro, nel caso in cui tutti i 400 schiavi di Pedanio Secondo non vengano impiccati?”»[18]

L’uccisione collettiva dei “400 schiavi” di Pedanio era stata determinata dall’omicidio del loro padrone per l’azione di un solo servo ribelle, ma la rappresaglia era stata ritenuta necessaria proprio al fine di incutere paura e terrore a tutti gli altri schiavi di Roma e per “soffocare il più possibile sul nascere la protesta”, presente e soprattutto futura.

Anche quando si prende in esame il livello meno elevato e più “inoffensivo” (per le classi privilegiate) di lotta di classe, quello economico e “corporativo”, emerge con chiarezza come dal 3700 a.C. fino al 1860/1900 d.C. perfino le diverse forme di autorganizzazione economica del “proletariato storico” (associazioni professionali, corporazioni, sindacati) siano state rese illegali o semiclandestine dai gruppi sociali egemoni sul piano socioproduttivo, ivi compresi la borghesia manifatturiera/industriale; anche dopo il 1870-1900 gli scioperi sono stati (e sono tuttora) repressi con ogni mezzo dalle autorità statali in alcuni degli involucri politici della formazione economico-sociale capitalistica, regimi fascisti, dittature militari, regimi coloniali e paracoloniali, mentre quando poi il livello della lotta di classe via via si trasforma e da corporativo invece minaccia la stessa riproduzione delle strutture classiste, interviene senza eccezione la repressione feroce e multilaterale da parte dello stato e delle classi privilegiate.

Gli aztechi, vera e propria casta militare-teocratica che dominò e sfruttò tutta una serie di popoli dell’attuale Messico fra il 1350 e il 1520, produssero ed elaborarono una loro particolare concezione del mondo secondo cui la realtà percepibile attraverso i sensi umani costituiva “una costruzione molto fragile, costantemente in pericolo di sgretolarsi se non si ottemperava alle esigenze del mito (offrendo sacrifici umani a Huitzilopochtli, e altri)”.[19] Tale credenza religiosa può essere considerata anche come un’efficace metafora delle relazioni concrete esistenti da millenni tra sfera economica e livello politico, in cui quest’ultimo svolgeva e svolge il ruolo di elemento insostituibile di consolidamento delle “fragili” costruzioni economico-sociale classiste, visto che proprio dal carattere coercitivo dei rapporti di produzione classisti, dalla parallela resistenza aperta-latente dei produttori diretti e dalla conseguente fragilità dei primi emerge il ruolo centrale svolto dalla sfera politica a loro difesa-supporto e si ritrovano le chiavi storico-teoriche che possono spiegare, in modo combinato, “il segreto e l’arcano fondamento di tutta l’organizzazione sociale e anche della forma politica del rapporto di sovranità e servitù, insomma della forma specifica dello stato in quel determinato periodo” (Marx, Il Capitale, Libro III, Cap. 47, par. II).

Se la fragilità relativa dei rapporti di produzione classisti, sempre in assenza dell’aiuto indispensabile del “cane da guardia” statale, ed il correlato ruolo di “cemento” consolidante svolto dagli apparati statali emergono parzialmente in tutte le lotte di classe aperte e su larga scala scatenate dai produttori diretti, anche se corporative o soppresse fin dall’inizio o persino rimaste allo stato progettuale (congiure, aperto scontento popolare, ecc.), la debolezza intrinseca dei rapporti di produzione coercitivi-classisti, sempre in assenza della copertura offerta dalla “sfera politica” e del collegato ruolo di “cemento” svolto dagli apparati statali, si rivela tuttavia soprattutto nelle fasi più intense di quella lotta di classe che si sviluppa da millenni tra produttori diretti e proprietari delle condizioni della produzione, alias nei processi rivoluzionari e controrivoluzionari.

L’esperienza storica dimostra infatti che quando viene rotto l’involucro protettivo politico-statale a causa di rivolte anche solo temporaneamente vittoriose delle masse popolari, anche i rapporti di produzione classisti più antichi e consolidati sono travolti e sostituiti da relazioni di possesso/distribuzione collettivistici, o dalla redistribuzione più o meno egualitaria del surplus a favore della piccola proprietà autonoma dei mezzi di produzione (la “linea bianca” della storia); d’altra parte le fasi controrivoluzionarie, in cui le classi dominanti riescano a sconfiggere i movimenti antagonisti dei produttori diretti sfruttati sul piano politico e politico-militare, indicano chiaramente come il ri-consolidamento della rete di sicurezza statale porti con sé il ri-stabilimento della riproduzione dei “normali” rapporti di produzione classisti, fondati sullo sfruttamento dell’uomo da parte di altri esseri umani. Detto in altri termini, proprio i processi rivoluzionari/controrivoluzionari dimostrano nei fatti come i rapporti di produzione classisti vengano accettati solo forzatamente da segmenti importanti delle masse popolari e che tali relazioni sociali di produzione siano immediatamente sostituite, distrutte dai produttori diretti appena essi ne hanno (o si procurano) l’occasione, chiarendo con una pratica concreta che se e quando salta il “cemento” statale, saltano in aria allo stesso tempo anche le relazioni di sfruttamento dell’uomo sull’uomo e se ne creano altre, cooperative e/o egualitarie, pur tra mille contraddizioni.

L’esperienza cinese è sotto questo aspetto illuminante, visto che proprio nel subcontinente cinese, che coinvolge da quattro millenni almeno un quinto dell’umanità, alcune delle più grandi rivolte contadine sono riuscite a spezzare parzialmente (in un caso totalmente…) gli apparati statali di repressione, demolendo almeno in parte i rapporti di produzione classisti difesi da questi ultimi e creando una serie di “zone libere” dello sfruttamento schiavistico o feudale, nelle quali le masse popolari cinesi hanno mostrato per periodi di tempi più o meno prolungati e con la loro esperienza collettiva sia il carattere coercitivo che la fragilità dei modi di produzione classisti, sempre in assenza della protezione fornita loro dalla forza armata statale (non si prendono invece in esame le innumerevoli rivolte contadine cinesi, piccole e grandi, schiacciate prima che riuscissero a costruire delle “basi rosse” e nuovi rapporti sociali di produzione e di potere).

Già tra il 17 ed il 36 d.C. si scatenò la ribellione contadina dei “Sopraccigli rossi”, diretta sia contro le truppe imperiali di Wang Mang che contro i latifondisti, la quale giunse a controllare per più di un decennio le estese regioni dello Shandong e del Sichuan mostrando su larga scala la “non-naturalità” dei rapporti di produzione classisti; dopo più di un secolo di relativa calma sociale, quando alla fine del II secolo d.C. l’impero degli Han orientali conobbe una grave crisi economico-sociale, contrassegnata da fenomeni di massa di brigantaggio con la creazione di bande sempre più numerose di contadini affamati, sotto l’imperatrice Dou Wu il vulcano cinese si rimise in azione.

«La grande sollevazione dei Turbanti Gialli (huangjin), scoppiata nel 184 nella zona tra lo Henan e lo Shandong, trasse origine da vari fattori. Un’ennesima inondazione del Fiume Giallo aveva ulteriormente aggravato le condizioni sociali della regione e, nella generale disperazione, aveva trovato un terreno fertile predicazioni che annunciavano la fine del mondo e l’avvento di una nuova era. In questo contesto sociale ed ideologico si inserì l’azione di Zhang Jiao, originario di un distretto dell’odierno Hebei, il quale organizzò una setta religiosa di ispirazione taoista detta “Via della Grande Pace” (Taping dao). Egli si diede con i suoi seguaci a propagandare una dottrina che proclamava l’imminente ritorno a una mitica età dell’oro (la Grande Pace), in cui sarebbero venute meno le differenze tra i ricchi e i poveri e si sarebbe affermata una situazione di universale uguaglianza. La setta era organizzata in comunità che praticavano cerimonie collettive, tra cui la confessione pubblica dei peccati, danze e scene di esaltazione mistica; una parte importante della dottrina era la credenza che le malattie fossero una conseguenza dei peccati, per cui la cura delle malattie – che devastavano la popolazione colpita dalla siccità – veniva ad assumere una dimensione religiosa. Lo stesso Zhang Jiao aveva fama, d’altro canto, di essere un grande guaritore. La divinità suprema venerata dalla setta era Huanglao, nato dalla sintesi tra l’Imperatore Giallo (Huangdi) e Laozi, il presunto fondatore della scuola taoista, e il testo sacro per eccellenza era il Daodejing, cui si aggiungeva il “Classico della Grande Pace” (Taipingjing).

Organizzata militarmente, e forte di oltre 350.000 uomini, la setta della Via della Grande Pace preparò un piano insurrezionale, annunciando che il Cielo Giallo avrebbe preso il posto del Cielo Blu della dinastia Han. Il Cielo Giallo alludeva al colore dei turbanti che i seguaci della setta portavano come segno di riconoscimento, e richiamava inoltre il colore simbolico della Terra, l’elemento che sarebbe subentrato al Fuoco degli Han. La rivolta scoppiò nel 184: anche la data era stata scelta accuratamente, in quanto segnava l’inizio di un nuovo ciclo di sessant’anni (in Cina, gli anni, i mesi e i giorni erano designati mediante termini – ricorrenti secondo un ciclo sessagesimale – formati dalla combinazione di una serie di dieci simboli, definiti “tronchi celesti”, con una serie di dodici simboli, detti “rami terrestri”). Il governo imperiale reagì immediatamente e il comando generale delle truppe venne assunto da He Jin, fratello dell’imperatrice. Dopo quasi nove mesi di duri scontri il grosso delle forze ribelli venne sopraffatto; anche Zhang Jiao e i suoi due fratelli, che avevano preso la guida delle operazioni, morirono in battaglia. Dovettero passare tuttavia ancora diversi anni, prima che il movimento venisse totalmente soffocato: in numerose località dell’impero (nello Shaanxi, nello Shanxi, nello Hebei, nello Shandong e nel Liaodong) continuarono ad infuriare rivolte ispirate alla Via della Grande Pace. Nel Sichuan un’altra setta taoista, quella dei Maestri Celesti o delle Cinque Staia di Riso (wudoumi dao), così denominata dal contributo che i seguaci dovevano versare all’organizzazione, riuscì a costituire un vero e proprio stato indipendente. Esso sarebbe stato soppresso solo nel 215 ad opera di Cao Cao.»[20]

A dispetto della loro sconfitta finale, il movimento dei Turbanti Gialli e quello dei Maestri Celesti riuscirono ad organizzare in diverse zone l’espropriazione dei proprietari fondiari e la creazione di rapporti di produzione semicollettivistici in alcune aree dell’impero cinese, dopo avere spezzato (purtroppo solo provvisoriamente) la “diga” formata dagli apparati statali cinesi.

Sotto la dinastia Tang, i contadini cinesi insorsero in massa ed in senso “livellatore” contro lo sfruttamento dei feudatari laici e religiosi e l’insostenibile pressione fiscale: tra l’874 e l’884 d.C. le armate contadine guidate da Wang Hsien-chih e da Huang Chao occuparono larga parte dell’impero Tang e riuscirono ad impadronirsi per più di due anni della stessa Chiangan, capitale dell’impero, prima di essere sconfitti dalla controffensiva politico-militare scatenata dalle classi dominanti e dei loro mandatari politici.[21]

Nel 1120 le province dello Zhejiang e dell’Anhui, nel sud-est della Cina, furono scosse dalla ribellione contadina guidata da Fang La, che per una breve fase riuscì ad affermarsi nelle regioni in oggetto promovendo la liberazione di contadini dal giogo feudale e dalla pressione fiscale a senso unico imposta dalla dinastia Song: in modo abbastanza simile ai catari europei, gli insorti si ispiravano direttamente al manicheismo e la loro organizzazione interna era allo stesso tempo politica e religiosa, tesa a costruire in un’area grande quasi come l’Italia dei rapporti politico-sociali alternativi al “Male” rappresentato dall’oppressione classista, nelle sue diverse articolazioni economiche ed ideologico-culturali.

Tra il 1130 ed il 1135 i Song dovettero affrontare una nuova grande ribellione popolare, che per cinque anni sconvolse i “normali” rapporti di produzione classisti nella gigantesca area dello Hunan. Sempre nel periodo Song si diffuse tra i contadini poveri la setta eretica buddista del Loto Bianco, fondata nel 1133 dal monaco Mao Ziyuan, i cui aderenti attendevano in forma apocalittico-millenaristica la venuta del nuovo redentore, il Buddha Maitreya, seguendo una dieta strettamente vegetariana ed impegnandosi a non pagare le imposte e a non fornire le corvees richieste dalle autorità e dalle classi dominanti: a tali concezioni si ispirò inizialmente la gigantesca rivolta contadina dei Turbanti Rossi, scoppiata fra il 1351 e il 1366 e finalizzata a distruggere il controllo politico-militare sulla Cina esercitato dalla dinastia mongola degli Yuan, tendendo a cancellare il feroce sfruttamento feudale esercitato sui contadini dell’aristocrazia fondiaria mongolo-cinese.

Tra il 1351 ed il 1355 la setta del Loto Bianco ed i Turbanti Rossi riuscirono ad ottenere notevoli vittorie politico-militari contro l’apparato statale degli Yuan, creando un “governo imperiale Song” che controllava quasi tutto il sud della Cina e si sorreggeva sull’appoggio delle masse rurali, finalmente libere di scatenare il proprio odio di classe contro i feudatari. Solo dopo la morte di Guo Zixing, capo del nuovo governo, e la parallela ascesa al potere nel nuovo stato contadino di Zhu Yuanzhang, un contadino povero che aveva intessuto una serie di alleanze con alcune sezioni delle vecchie classi dominanti, quest’ultimo poté “deviare” la tendenza principale del movimento di massa, ancora capace tuttavia di favorire la conquista del potere centrale in tutta la Cina (1367) da parte di Zhu e di ottenere dai nuovi nuclei dirigenti politici almeno una parziale redistribuzione della terra, sottratta in una certa misura all’aristocrazia fondiaria e ai ricchi templi-monasteri a favore dei contadini poveri.[22]

Tra il 1445 ed il 1450 scoppiò una ribellione di massa di minatori e contadini poveri nelle province del Zheijang, Jiangxi e Fujian, diretta da Ye Zangliu e Deng Maogi: quest’ultimo si autoproclamò in modo significativo “re dei livellatori” di un effimero stato operaio-contadino, dalle chiarissime connotazioni antifeudali e collettivistiche.

Nel 1635 iniziò una nuova insurrezione armata di massa dei contadini, che portò alla fine della dinastia Ming nel 1644: anche se l’intervento esterno delle tribù nomadi della Manciuria, in stretta alleanza con l’aristocrazia fondiaria e gli apparati statali cinesi, riuscì a privare della vittoria i ribelli, uno dei loro capi, Zhang Xianzhong, si proclamò “re del grande occidente” ed estese il suo potere nella Cina centro meridionale. Il radicalismo del nuovo stato contadino si manifestò tra il 1644 ed il 1647 attraverso l’espropriazione sanguinosa e su larga scala dei ricchi proprietari e dei notabili locali, collegata alla cancellazione dei debiti ed alla liberazione fiscale dei contadini fino ad arrivare alla creazione di una milizia armata femminile: purtroppo nel 1647 Zhang Xianzhong venne sconfitto e giustiziato dal nuovo e riconsolidato potere statale.

Proprio in opposizione alla nuova dinastia mancese dei Quing, si creò tra il 1650 ed il 1840 una rete capillare di “società segrete”: vietate inevitabilmente dalla legge per il loro carattere clandestino e per il loro potenziale eversivo, esse raccolsero al loro interno soprattutto i minatori e i contadini poveri, il “popolo basso” (jianmin).

Tra il 1770 ed il 1864 si sviluppò tutta una serie di grandi rivolte contadine, capeggiate di solito dagli esponenti delle società segrete, tra cui continuava a spiccare nella Cina settentrionale centrale la “solita” ed indomabile Società del Loto Bianco. Nonostante la loro sconfitta finale, tali movimenti antagonistici provarono per l’ennesima volta sia il potenziale di lotta antifeudale e collettivistico dei contadini cinesi che la fragilità dei rapporti di produzione classisti, sempre in assenza dell’indispensabile e vitale protezione offerta loro dalla “sfera politica”: non a caso il modello socio-produttivo a cui si ispiravano le rivolte rurali era di regola a quello del sistema jingtian, caratterizzato dall’assenza di compravendita della terra e dalla cooperazione estesa delle famiglie contadine nel processo produttivo agricolo.

La più importante insurrezione del periodo in esame risultò essere quella dei Taiping, che portò alla creazione di un nuovo stato contadino collettivistico sviluppatosi su un’area superiore a quella dell’Europa centro occidentale ed in cui vissero per quindici anni decine di milioni di persone.

«La maggiore rivolta fu certamente quella dei Taiping, la cui base sociale era costituita dai battellieri e trasportatori della Cina centrale e sud-orientale (rovinati dallo spostamento a Shanghai e sullo Yangzijiang del commercio internazionale, che prima era concentrato a Canton) e dai contadini della stessa area (ridotti in cattive condizioni economiche a causa del cambiato rapporto fra rame e argento). Un ruolo rilevante nell’insurrezione fu svolto dagli Hakka (kejia, “famiglie ospiti”), una comunità emigrata dal settentrione nelle regioni meridionali dal IV secolo, le cui condizioni sociali ed economiche erano generalmente inferiori a quelle del resto della popolazione. Anche il capo carismatico di questa grande insurrezione, Hong Xiuquan (1813-1864) era uno hakka dei Guangxi, che inutilmente aveva cercato di superare gli esami imperiali. In seguito a contatti avuti con missionari e alle lettura dei testi di propaganda cristiana, aveva elaborato una propria dottrina religiosa, con forti elementi sincretistici (cristiani, buddhisti, taoisti e menciani). Proclamatosi fratello minore di Gesù Cristo, egli aveva dato vita alla società degli adoratori di Dio, riuscendo ad unire sotto la sua guida numerosi aderenti a società segrete, battellieri, artigiani rovinati dalla concorrenza dei prodotti stranieri, minoranze discriminate, contadini senza terra, minatori e disertori. Tale società, che predicava il monoteismo ed una forma di ugualitarismo mistico, finì con l’impegnarsi dapprima in una lotta contro le milizie dei proprietari terrieri, per poi passare allo scontro aperto con l’esercito imperiale. I membri erano inquadrati in organizzazioni paramilitari che si rifacevano alla secolare tradizione cinese con funzioni militari, religiose e amministrative.

Non si trattò di una delle tante insurrezioni ma di una vera e propria rivoluzione, che instaurò un nuovo stato, il “Regno Celeste della Grande Pace” (Taiping tianguo), con capitale a Nanchino (ribattezzata Capitale Celeste, Tianjing), fra il 1853 ed il 1864. Occupata nel 1851 Yong’an e rotto l’accerchiamento delle truppe imperiali (1852), i Taiping occuparono il Guanxi nord-orientale, lo Hunan sud-occidentale, lo Hubei (con il capoluogo Wuchang), quindi dilagarono nella regione del delta dello Yanzijiang, impadronendosi delle attuali province dell’Anhui, del Jiangxi e del Zhejiang. A nord, minacciarono Tianjin e la stessa Pechino, ma poi furono costretti a ritirarsi a causa del freddo e della inferiorità militare. Il nuovo regime diede inizio nel 1853 a una radicale riforma agraria, ispirata al mitico sistema jingtian; essa prevedeva una redistribuzione della terra per nucleo familiare che tenesse conto del numero dei suoi membri, incluse le donne. Sul modello dei tradizionali sistemi di responsabilità collettiva, i Taiping inquadrarono la popolazione in gruppi di venticinque famiglie, ku (“negozi”), secondo una struttura che era allo stesso tempo amministrativa, produttiva, militare e religiosa. Soppressero il commercio privato e praticarono la comunione dei beni. Sul piano politico la loro ideologia portò gli embrioni di una concezione antimancese su basi nazionalistiche han (il termine han viene usato per indicare i cinesi in senso stretto, distinti dagli altri gruppi etnici che abitano la Cina). L’organizzazione amministrativa si modellava sull’antico Classico del Zhouli, che aveva già ispirato dei riformatori radicali come Wang Mang e Wang Anshi. Nell’ultima fase della rivolta, Hong Rengan (1822-64), un cugino di Hong Xiuquan che era giunto al vertice del governo Taiping, mostrò una grande apertura alle idee occidentali ed alle innovazioni tecniche e scientifiche, facendosi promotore di costruzioni industriali, navali e ferroviarie, senza tuttavia riuscire a portarne a termine la realizzazione. Di particolare interesse fu l’atteggiamento dei Taiping nei confronti delle donne, le quali trovarono nella loro organizzazione una posizione più elevata di quella che avevano nella società cinese tradizionale. Anche a tale riguardo va rilevato peraltro che molte società segrete avevano già attribuito alla donna ruoli di responsabilità al loro interno. Fra l’altro venne vietata la fasciatura dei piedi, costume introdotto sin dall’epoca Song soprattutto in seno agli strati superiori della società.»[23]

Secondo la legge agraria elaborata dai Taiping, “ogni terra sotto il cielo sarà coltivata in comune dal popolo sotto il cielo, la terra sarà coltivata da tutti, e il riso mangiato da tutti…”. Purtroppo gli errori politico-sociali e militari via via commessi dai Taiping, le loro divisioni interne e la potente alleanza controrivoluzionaria che si creò tra i feudatari, gli apparati statali cinesi e le potenze coloniali anglo-francesi (che occupavano dal 1842 alcuni centri strategici delle coste cinesi) provocarono la fine sanguinosa del “Regno Celeste della Grande Pace” e delle sue tendenze collettivistiche, deformatesi del resto con l’acuirsi della lunga guerra civile tra contadini e classi dominanti ( 1851/1864): non prima tuttavia di avere indicato nuovamente e con una pratica collettiva espressa da milioni di contadini l’essenza allo stesso tempo coercitiva e fragile dei rapporti di produzione classisti, in mancanza (più o meno prolungata) del “cemento” formato dagli apparati statali e dalla sfera politica.

All’inizio del XX secolo la Cina ormai era diventata una nazione semi-coloniale, in cui l’elevato grado di penetrazione del capitale straniero ed i “germogli” di un feroce capitalismo monopolistico indigeno si collegavano strettamente alla sopravvivenza di strutture semifeudali nelle campagne. In tale scenario, la frazione medio-povera dei contadini cinesi finalmente ottenne un decisivo successo attraverso un processo rivoluzionario guidato dal partito comunista e dal suo leader Mao Tse-Tung (Mao Zedong), visto che tra il 1926 ed il 1949 le forze antagoniste cinesi, veri e propri eredi moderni della grande tradizione di lotta dei Turbanti Gialli, del Loto Bianco e dei Taiping, riuscirono via via a mobilitare i contadini in una formidabile guerra di popolo contro i grandi proprietari terrieri e il capitale usuraio-finanziario che li schiacciavano con rendite gravose, ipoteche e debiti. Pur dovendo superare i gravi errori iniziali commessi tra il 1927 ed il 1934, e godendo solo di un debole appoggio da parte della classe operaia cinese e dell’Unione Sovietica, i contadini poveri ed i braccianti del paese tennero testa eroicamente in una prima fase a Chiang Kai-Shek, mandatario politico dei capitalisti e dei proprietari fondiari cinesi (1927-36); poi all’imperialismo giapponese, con le sue sanguinarie truppe di occupazione (1936-45), ed infine sconfissero le forze politico-militari del corrotto e screditato governo di Chiang Kai-Shek tra l’agosto del ’45 e l’ottobre del 1949, determinando la creazione della Repubblica Popolare Cinese e l’espropriazione su scala gigantesca dell’aristocrazia fondiaria, del capitale finanziario e dei monopoli cinesi e stranieri.[24]

A volte i “muri” crollano e vengono distrutti…

Cina, ma anche Vietnam. Infatti tra il 111 ed il 938 d.C. i contadini vietnamiti si ribellarono molte volte contro i feudatari locali e le forze d’occupazione cinesi che allora controllavano il paese, creando a volte delle “zone libere” riprodottesi per molti anni; nel 1344-60 essi inoltre insorsero in massa sotto la guida di Ngo Be, che aveva come motto “prendere ai ricchi per donare ai poveri”.

Vietnam, ma anche America, visto che la storia degli afroamericani (e degli americani) ridotti in schiavitù e portati forzatamente al lavoro nelle piantagioni del nuovo continente risulta ricca di lezioni sul carattere coercitivo dei rapporti di produzione classisti e sulla loro intrinseca fragilità, in assenza della “rete di sicurezza” offerta (quasi) costantemente dagli apparati statali agli schiavisti europei. Infatti gli schiavi di colore insorsero numerose volte contro il feroce sfruttamento, contro l’oppressione e le torture che gli infliggevano sia i proprietari delle piantagioni che i loro apparati politico-militari: a Haiti avvennero ad esempio grandi rivolte nel 1522, nel 1679, nel 1691 e nel 1791-1803 (con Touissant l’Overture), a Santo Domingo scoppiarono insurrezioni nel 1649, nel 1674, nel 1692, nel 1702 e nel 1759, mentre a Cuba la ribellione degli schiavi afroamericani si collegò alla lotta di liberazione nazionale sviluppata dal popolo cubano contro il colonialismo spagnolo, durante la Guerra d’Indipendenza del 1868-78.[25]

Inoltre gli schiavi africani praticarono per secoli una costante “guerriglia” ideologico-culturale, rifiutandosi in massa di adorare la stessa divinità dei loro padroni e creando una loro particolare controreligione, fondata sul sincretismo tra i culti africani ed alcuni elementi della fede cattolica: la santeria, la macumba, i riti vodoo, i culti di Palo Monte sono stati (e sono tuttora) molto diffusi tra la popolazione nera e meticcia di gran parte dell’America Latina.

Per l’analisi in oggetto risulta comunque decisivo rilevare che in alcuni casi le ribellioni riuscirono anche a “bucare” le strette maglie del controllo statale e dei grandi latifondisti, provocando la liberazione della forza-lavoro servile dai rapporti di produzione classisti e la parallela creazione di “zone libere”, di repubbliche degli ex-schiavi molto spesso riprodottesi basandosi su una comune matrice collettivista e gilanica. In queste particolari situazioni storiche, in cui crollò il “cemento” degli apparati statali e della sfera politica per periodi più o meno lunghi, i produttori diretti afroamericani ed amerindi dimostrarono proprio con la loro pratica collettiva il carattere allo stesso tempo coercitivo e fragile delle relazioni sociali di proprietà-distribuzione fondate sull’appropriazione del surplus e dei mezzi di produzione da parte di una minoranza.

Gli schiavi che riuscirono a volte ad innescare una sequenza storica composta da ribellione → vittoria parziale sugli apparati statali → fuga → costruzione di un nuovo modello di rapporti economici e sociali, vennero chiamati marron (o cimarron).

Una delle prime “repubbliche marron” venne costituita nell’attuale Repubblica Dominicana a partire dal 1522, quando alcuni schiavi sopraffecero i sorveglianti dello zuccherificio in cui lavoravano ottenendo l’immediato appoggio degli altri schiavi: datisi alla fuga, si rifugiarono nelle foreste dell’isola e da allora continuarono ad aumentare di numero per quasi tre secoli, a dispetto delle continue spedizioni militari organizzate contro di loro dagli schiavisti spagnoli.

In Ecuador un gruppo di schiavi approfittò di un naufragio per liberarsi ed armarsi, raggiungendo il villaggio indios di Pidi. Superato un primo momento di conflitto, gli uomini e le donne africane si integrarono nella società indios creando una sorta di società assembleare e cooperativa e, dopo aver sostenuto vittoriosamente uno scontro armato con gli spagnoli (1577), si rifugiarono nelle foreste dando origine a una nuova etnia, gli zambos: essi crearono una repubblica democratica e collettivistica, la Repubblica de los Zambos de las Esmeraldas, che divenne un forte polo di attrazione per tutti gli schiavi e gli indios senza terra delle Ande (comunità che è riuscita ad arrivare fino ai nostri giorni…).

Nell’attuale Venezuela un gruppo di 250 minatori, schiavi nelle miniere d’oro di San Felipe, riuscì a fuggire e a creare una comunità libera a cui si aggregarono molti gruppi di indios (1533); guidati da una donna, Guiomar, essi riuscirono almeno in parte a sottrarsi alle spedizioni punitive spagnole fondando un’altra “repubblica” di zambos nella provincia di Nirgua, che sopravvisse fino ai nostri giorni.

In Messico uno schiavo africano, Yanga, riuscì a creare nel 1579 un nuovo polo di resistenza antischiavistica nella regione di Veracruz, a San Lorenzo, che divenne la “terra promessa” di tutti gli schiavi africani e degli indios ribelli della zona.

Il nucleo di Yanga approntò in poco tempo un’economia efficiente dato che vi erano orti coltivati da tutti gli abitanti a patate e legumi, frutteti e campi di cotone, mentre tutti assieme gli abitanti di San Lorenzo costruivano le abitazioni per ogni membro della collettività: i fabbri vennero esclusi dai lavori nei campi al fine di preparare le armi necessarie per la resistenza contro le spedizioni degli apparati statali classisti, in una lotta eroica che permise alla comunità afroamericana di San Lorenzo di riprodursi storicamente fino al ventesimo secolo.

Anche nella Guiana, a partire dal 1663, gli schiavi africani crearono nelle foreste delle collettività marron basate sulla discendenza matrilineare, su un’organizzazione politica democratico-assembleare e sulla proprietà collettiva della terra, i tre capisaldi di quasi tutte le libere comunità afroamericane.

In Brasile gli schiavi fuggiaschi, i quilombos, riuscirono a creare tutta una serie di “zone libere”, tra cui la principale fu quella di Palmares. Tra il 1630 ed il 1695 la collettività di Palmares divenne via via il rifugio per circa 20.000 afroamericani, indios e bianchi emarginati, che formarono un crogiolo razziale retto da regole democratico-assembleari: non solo il quilombo di Palmares riuscì a resistere a decine di spedizioni punitive organizzate periodicamente dai colonialisti olandesi e portoghesi, ma organizzò anche attacchi ad un vicino zuccherificio (con annesso latifondo) per liberarne gli schiavi.

Palmares rappresentò la dimostrazione pratica della capacità degli schiavi americani di rompere le catene costituite dai rapporti di produzione schiavistici e di costruire una società in larga parte collettivistica e solidale, creando una forma originale di cultura multietnica al cui interno emerse anche la famosa capoeira, una sorta di meravigliosa danza/arte di combattimento.[26]

L’esperienza di Palmares venne riprodotta nel 1720 dagli schiavi delle miniere d’argento brasiliane, dato che ventimila insorti sbaragliarono i loro carcerieri-aguzzini e spazzarono via un esercito giunto apposta dal Portogallo, mentre in seguito gli insorti liberarono numerosi altri schiavi dalle piantagioni degli schiavisti e si rifugiarono nella foresta amazzonica: la comune collettivista dei “Calunga” ivi creata si riprodusse per più di 270 anni, fino ai nostri giorni.

Infine, tra il 1793 ed il 1803, gli schiavi afroamericani di Haiti riuscirono infine a spezzare i rapporti di produzione classisti conquistandosi con una durissima lotta di massa (ed abili leader) la sospirata libertà individuale e collettiva, battendo gli schiavisti ed i loro alleati francesi/inglesi e creando almeno per alcuni decenni una società composta in gran parte da piccoli produttori autonomi.

Passando invece al mondo arabo ed islamico, le punte più avanzate delle ribellioni degli schiavi, dei contadini e delle masse popolari urbane anche in quest’area elaborarono e tentarono di mettere in pratica dei programmi comunisti sotto vesti religiose. In Persia la setta dei mazdakiti, tra il 490 ed il 522 d.C., capeggiò un movimento di massa contro l’aristocrazia fondiaria ed i ricchi ecclesiastici che arrivò fino al punto di esercitare una forma di “doppio potere” collettivistico, poi schiacciato nel sangue, mentre tra l’881 ed il 930 la setta dei Carmati organizzò un movimento armato che portò alla creazione di numerose “comuni” collettivistiche e ad uno stato semi-egualitario nel Bahrein, che a partire dal 899 si riprodusse per quasi due secoli, seppur con notevoli contraddizioni interne.[27]

Nell’area geopolitica mediterranea ed europea i produttori diretti riuscirono a volte a sconfiggere i guardiani dei rapporti di produzione classisti per periodi più o meno lunghi, mostrando che senza l’appoggio della sfera politica il “Re produttivo” era “nudo”, intrinsecamente fragile e vulnerabile rispetto alle tendenze di rivolta via via espresse da segmenti consistenti della forza-lavoro sfruttata e soggiogata.

L’elenco di questi illuminanti “attimi fuggenti” è abbastanza lungo, tanto che tra i principali episodi si possono ricordare:

Ø      gli stati degli schiavi guidati da Euno (136-132 a.C.) e Atenione (104-102 a.C.)

Ø      lo Stato del Sole di Aristonico, a Pergamo (132-130 a.C.)

Ø      la grande ribellione degli schiavi romani guidati da Spartaco, nel 73-71 a.C.

Ø      il movimento dei Bagaudi, espressione politico-militare degli schiavi e delle masse popolari della Francia e Spagna in lotta contro l’impero schiavistico romano, che in alcuni momenti (269-274 d.C. e 280-286 d.C.) riuscì a costruire degli effimeri “contro-stati” popolari

Ø      il movimento degli agonisti, espressione del reale contropotere politico-militare esercitato in alcune fasi dagli schiavi e coloni dell’Africa del nord in lotta contro l’impero romano (330-349 d.C., 365-367 d.C.)

Ø      le lotte dei contadini svizzeri contro le classi e i rapporti di produzione feudali, sviluppatesi tra il 1291 ed il 1393 e contrassegnata dalle vittorie delle comunità alpine a Morgarten (1315) e Naefels (1388)

Ø      la gigantesca insurrezione promossa dai contadini francesi nel 1358 contro l’aristocrazia fondiaria

Ø      la grande insurrezione effettuata dai contadini inglesi nel 1381 contro il giogo feudale

Ø      le rivolte momentaneamente vittoriose degli operai manifatturieri di Firenze (1378), di Gand e Bruges (1379-83) contro la nascente borghesia europea

Ø      la grandiosa rivolta antifeudale e anticlericale dei contadini e degli operai boemi, sviluppatasi tra il 1420 ed il 1434 ed al cui interno emerse anche la potente tendenza religioso-comunista dei taboriti, che portò alla creazione di comunità collettivistiche nella regione

Ø      l’insurrezione dei contadini tedeschi contro i rapporti di produzione feudali, avvenuta tra il 1524 ed il 1525 e in cui era presente una consistente tendenza comunista (T. Münster e gli anabattisti)

Ø      la “Comune” anabattista di Münster (1534), città della Germania in cui vennero collettivizzati integralmente e per più di un anno i mezzi di produzione e di distribuzione

Ø      l’insurrezione dei contadini dell’Italia centro-meridionale contro l’aristocrazia feudale, innescata dalla rivolta del popolo napoletano (1647-1648)

Ø      le tre grandi insurrezioni antifeudali ed antizariste dei servi della gleba russa (1606-1607, ribellione di Bolotnikov; di Stenka Razin, nel 1670-71; di Pugaciov, nel 1773-74)

Ø      la grande rivolta dei contadini francesi nel luglio-agosto del 1789, contro i rapporti di produzione semifeudali vigenti nelle campagne

Ø      la Comune di Parigi nel 1871, primo esempio di dittatura del proletariato moderno

Ø      la rivoluzione bolscevica (1917-21) ed il potere sovietico (1917-90)

Ø      le repubbliche sovietiche di Ungheria e Baviera (1919)

Ø      la guerra politico-sociale sviluppata dalla classe operaia spagnola contro il fascismo ed il capitalismo (1936-38)

Ø      i processi anticapitalistici sviluppatisi nell’Europa dell’Est tra il 1944 ed il 1948, con il sostegno determinante dell’Armata Rossa.[28]

Sia le numerose dinamiche rivoluzionarie sopra elencate che le reazioni messe in atto contro esse dalle classi dominanti confermano a iosa la tesi della “fragilità-cemento”, dato che tutti i processi storici antagonisti misero in pericolo o distrussero i rapporti di produzione classisti proprio una volta che incrinarono (o spezzarono totalmente) il “cemento” costituito dalla sfera politica e dagli apparati statali, mentre non è certo casuale che negli scenari storici controrivoluzionari, in cui il vecchio “cemento” politico-militare riuscì a superare le profonde incrinature subite nella sua struttura e riproduzione concreta, le relazioni di proprietà-distribuzione ripresero subito a riprodursi calpestando i bisogni collettivi degli schiavi di Euno e di Spartaco, dei bagaudi e dei comunardi parigini, ecc.

In sostanza tutti questi processi storici indicano con chiarezza l’importanza decisiva assunta dalla rete di sicurezza statale per la riproduzione e la sopravvivenza dei rapporti di produzione classisti (asiatici, schiavistici, feudali, borghesi), come anche emerge con particolare chiarezza dalla dinamica politico-sociale russa nel periodo compreso tra il marzo 1917 ed il luglio 1918.

Analizzando dopo quasi quindici anni le lezioni della Rivoluzione bolscevica, Leon Trotzky (la cui azione politico-sociale si rilevò efficace proprio tra il luglio del ’17 ed il gennaio del 1918) descrisse con realismo la difficile situazione in cui si erano trovate le classi privilegiate in seguito alla prima rivoluzione democratica-borghese, avvenuta nel febbraio del 1917. Nonostante il governo provvisorio emerso dopo la vittoria dell’insurrezione operaia di Pietroburgo fosse ancora in mano alla borghesia e venisse guidato allora da un aristocratico, il principe Lvov, il vecchio apparato statale zarista ormai era crollato e l’esercito riconosceva come vero potere solo i Soviet: anche se nel marzo del 1917 questi ultimi erano ancora largamente egemonizzati da “socialisti” ipermoderati come i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari, ma i rapporti di forza dentro i consigli operai quasi subito iniziarono a cambiare in senso favorevole ai bolscevichi e ai loro alleati.

Il governo provvisorio di Lvov era in sostanza incapace di difendere i capitalisti e i proprietari terrieri in modo efficace ed era attaccato per la propria stessa sopravvivenza al filo molto sottile dell’appoggio-benevolenza dei Soviet operai e dei soldati, visto che il “cemento” dell’apparato statale di controllo-repressione si era ormai sgretolato in larga parte fin dalla primavera del 1917.

«Ma il Governo provvisorio non aveva forse nessun altro sostegno, oltre l’ambiguo appoggio delle alte sfere sovietiche? Dove erano andate a finire le classi abbienti? La domanda è sensata. Legate per il loro passato alla monarchia, le classi abbienti dopo il rivolgimento si erano affrettate a ricomporsi secondo un nuovo asse. Il Consiglio dell’industria e commercio, rappresentanza del capitale riunito di tutto il paese, già il 2 marzo sera “inchinato dinanzi all’alta impresa della Duna” e si era messo “a piena disposizione” del suo Comitato. Gli zemstvo e i municipi si erano messi sulla stessa via. Il 10 marzo ormai anche il Consiglio della nobiltà riunita del sostegno del trono aveva richiamato col linguaggio della viltà patetica tutte le genti russe “a radunarsi intorno al Governo provvisorio, come all’unico potere legale adesso in Russia”.

Quasi contemporaneamente le istituzioni e gli organi delle classi abbienti cominciarono a condannare la diarchia, addossando ai Soviet le responsabilità del disordine, dapprincipio con prudenza, quindi con sempre maggior ardire. Dietro i padroni s’accodarono gli strati superiori degli impiegati, le unioni delle professioni liberali, i funzionari dello stato. Dall’esercito venivano, fabbricati nei comandi, telegrammi, indirizzi e ordini del giorno del medesimo carattere. La stampa liberale aprì una campagna “per l’unità di potere”, che nei mesi seguenti assunse il carattere d’un fuoco di sbarramento contro i capi dei Soviet. Tutto insieme aveva un aspetto straordinariamente imponente. Il gran numero delle istituzioni, dei nomi noti, degli ordini del giorno, degli articoli, la risolutezza del tono, tutto questo esercitava un’azione infallibile sugli impressionabili pezzi grossi del Comitato esecutivo. E ciò nonostante, dietro a questo minaccioso schieramento delle classi abbienti non c’era una forza seria. E la forza della proprietà?, obiettavano ai bolscevichi i socialisti piccolo-borghesi. La proprietà è un rapporto fra le persone. Rappresenta una forza enorme finché gode di un riconoscimento generale, che è mantenuto da un sistema di costrizione, chiamato diritto e stato. Ma in questo punto era ben l’essenza della situazione, che il vecchio stato era crollato in una volta sola, e a tutto il vecchio diritto le masse avevano messo un punto interrogativo. Nelle fabbriche gli operai si sentivano sempre di più i padroni, il padrone un ospite indesiderato. Ancor meno sicuri si sentivano i possidenti nelle campagne, a faccia a faccia con i mužiki, cupi e pieni d’odio, lontano da un potere, alla cui esistenza i possidenti, per la distanza grande, dapprincipio credevano. Ma i proprietari, privati della possibilità di disporre della proprietà e perfino di difenderla cessavano di essere autentici proprietari, e diventavano abitanti fortemente spaventati, che non potevano prestare nessun appoggio al loro Governo poiché ne avevano bisogno più di ogni altra cosa essi stessi. Molto presto cominciarono già a maledire il Governo per la sua debolezza. Ma in persona del Governo maledicevano soltanto la loro propria sorte.»[29]

Il processo ulteriore di sviluppo della rivoluzione russa confermò ulteriormente la fragilità della “forza della proprietà”, sempre in assenza del “sistema di costrizione chiamato stato e diritto”, attraverso una particolarissima situazione di “dualismo” di potere in campo economico creatosi per alcuni mesi proprio dopo l’ottobre del 1917.

Non è molto conosciuto il fenomeno per cui, quando nell’ottobre del 1917 gli operai e i contadini in uniforme spazzarono via il governo Kerensky, che era succeduto a quello di Lvov per cercare di rappresentare al meglio gli interessi socio-politici fondamentali delle classi privilegiate in una situazione da “allarme rosso”, la grande maggioranza del settore industriale, minerario e commerciale rimase in mano al capitalismo russo ed internazionale anche dopo la Rivoluzione d’Ottobre e per circa otto mesi, fino al giugno-luglio del 1918: durante questo periodo il potere politico operaio coesistette conflittualmente con una rete diffusa di rapporti di produzione classisti, in larga parte intatti sul piano formale e solo parzialmente indeboliti sotto l’aspetto delle relazioni socio-produttive dal controllo operaio, introdotto con una legge del 14 novembre del 1917.

Ma l’assenza di una “copertura” da parte del potere politico e degli apparati statali, passati ormai nelle mani degli operai e dei contadini poveri, rivelò ancora una volta la fragilità intrinseca delle relazioni di proprietà-distribuzione classiste, dato che il mancato controllo da parte dei capitalisti e dei grandi proprietari fondiari del “sistema di coercizione chiamato stato e diritto” determinò l’avvio, nell’estate del 1918, di un facile e quasi indolore processo di espropriazione dei mezzi di produzione industriali, commerciali e minerari in mano ai privati nelle zone sottoposte al controllo del potere sovietico, in una dinamica politico-economica che venne portata a termine concretamente nel giro di un anno.

«L’impossibilità di raggiungere un compromesso sia pure con una parte del capitale, la minaccia di massicce vendite agli stranieri (cioè, ai tedeschi) e il nuovo infuriare della guerra civile nell’estate costrinsero infine il governo sovietico ad accelerare le nazionalizzazioni. Prima ancora delle fabbriche queste riguardarono il commercio estero e la flotta mercantile, anche fluviale. Nella primavera si presero le prime misure per interi settori industriali: gli zuccherifici, che avevano in Russia una struttura fortemente monopolistica, e il petrolio (Baku era minacciata sia dai turchi che dagli inglesi). Il 28 giugno fu infine decretata la nazionalizzazione di tutta l’industria importante: ma occorse del tempo prima che essa diventasse reale, poiché nell’autunno solo il 35% delle fabbriche era effettivamente passato allo Stato, numerose imprese restando ancora per parecchi mesi nelle mani dei precedenti proprietari.»[30]

Nel corso del 1919 il processo di espropriazione del settore industriale russo venne attuato quasi completamente all’interno delle zone “rosse”, difese con successo sul piano politico-militare dall’attacco delle forze controrivoluzionarie “bianche”, tanto che si disintegrarono parallelamente con una certa rapidità e senza quasi spargimento di sangue (nelle “zone rosse”, va ripetuto) ceti e classi sociali fino a poco tempo prima ricchi e potenti sotto quello che Lenin definì “l’assalto delle guardie rosse al capitale”: un assalto che aveva innanzi tutto preventivamente spezzato la “rete di sicurezza” ed il guardiano dei rapporti di produzione-distribuzione capitalistici, aprendo le porte in tal modo al gigantesco processo di espropriazione attuato dalla classe operaia e dai contadini russi in quegli anni.

La teoria della “fragilità-cemento” viene confermata ulteriormente anche dai rarissimi casi storici in cui determinati nuclei dirigenti e apparati statali classisti, per effetto di circostanze assolutamente eccezionali e di spinte militari esterne, abbiano preso delle misure concrete contro i loro precedenti mandanti sociali e contro quei rapporti di produzione classisti da essi prima costantemente tutelati e protetti, in primo luogo “con la critica delle armi”: uno di questi singolari scenari storici è stato rappresentato dall’Italia nell’Alto Medioevo durante il dominio del re goto Baduila, noto con il nome di Totila (“l’Immortale”).

Nel 488-89 d.C. il popolo degli Ostrogoti si era insediato permanentemente in Italia, sostituendo con la forza il proprio dominio a quello dello stato bizantino e di altre popolazioni barbare guidate da Odoacre, mentre sul piano socioproduttivo la nuova aristocrazia fondiaria dei goti si era affiancata a quella romana, che mantenne il possesso di larga parte delle terre e degli schiavi-coloni italici. Tale situazione di “coabitazione” continuò fino a quando l’impero bizantino guidato da Giustiniano cercò di riconquistare alla propria sfera d’egemonia la penisola italiana (532), dato che l’esercito imperiale in alcuni anni sconfisse il re dei Goti, Vitige, anche grazie al sostegno diretto-indiretto fornitogli dalla vecchia aristocrazia romana; tuttavia i Goti riuscirono a reagire alla loro gravissima crisi nominando nel 541 come loro re Baduila (541), che si dimostrò subito un abile capo politico.

Per colpire al cuore gli interessi generali degli ostili proprietari fondiari romani e conquistarsi allo stesso tempo l’appoggio politico-militare dei contadini italiani, Totila attuò un’audace strategia sociale liberando gli schiavi che lavoravano nelle campagne ed autorizzando i coloni rurali a non pagare i canoni e le prestazioni dovute ai proprietari terrieri indigeni: queste misure concrete, unite alla repressione esercitata dai Goti contro l’aristocrazia fondiaria romana, provocarono il crollo temporaneo dei rapporti di produzione schiavistico-semifeudali in Italia e la progressiva creazione di un elevato grado di appoggio dei contadini liberati alle armate gotiche, visto che molti schiavi e coloni fuggirono dai loro padroni arruolandosi direttamente nell’esercito di Totila.

Grazie a questa strategia politica politico-sociale, i Goti riuscirono per dieci anni a resistere all’esercito imperiale a dispetto della loro condizione di netta inferiorità militare ed economica rispetto al potente impero bizantino, tanto che solo nel 552 una nuova armata di Giustiniano, forte di 30.000 uomini, riuscì a sconfiggere ed uccidere Totila (e, poco dopo, il suo successore Teia).

Ovviamente la parziale e fallita “rivoluzione dall’alto” di Totila fu seguita dal processo di controrivoluzione politico-sociale diretta ed attuata dal potere statale bizantino e condensata dalla “Pragmatica Sanctio” dell’agosto del 554, con la quale i nuclei dirigenti dell’impero romano d’Oriente sanzionarono in pompa magna il ritorno ai precedenti rapporti di produzione schiavistico-semifeudali obbligando i contadini italiani a rientrare nelle relazioni di sottomissione-sfruttamento che li vedevano legati in precedenza all’aristocrazia fondiaria di origine romana.[31]

Dall’esperienza italiana del sesto secolo emerge ancora una volta l’importanza del controllo dello stato, inteso come strumento assolutamente indispensabile per la riproduzione dei rapporti di produzione classisti: quando una sezione importante della sfera politico-militare e dei nuclei dirigenti statali del tempo cambiò campo e passò dalla parte dei produttori diretti, a causa di eventi eccezionali, la riproduzione delle proprietà e fonti di accumulazione delle classi privilegiate subì un tracollo clamoroso, almeno fino al momento del recupero del controllo degli apparati statali e del potere decisionale-repressivo. Anche quando i proprietari di schiavi francesi di Haiti persero nel 1793-94 la protezione politico-militare della madrepatria, poiché il nuovo regime giacobino aveva stabilito l’abolizione immediata della schiavitù in tutti i territori francesi (4 febbraio 1794), la loro causa ed i loro interessi materiali vennero messi in gravissimo pericolo dall’ulteriore sviluppo della grande rivolta dei loro schiavi ed essi dovettero subito cercarsi  nuovi “protettori” nel colonialismo britannico prima, e nel filoschiavista Napoleone in seguito.

Si può infine notare come anche i processi controrivoluzionari (o contro-riformisti) in campo politico-sociale dimostrino a modo loro l’importanza decisiva assunta dal “cemento” costituito dagli apparati statali, dai nuclei dirigenti politici “fidati” nel processo di riproduzione dei rapporti di produzione e distribuzione classisti.

Ad esempio l’aristocrazia fondiaria romana ottenne il reintegro delle sue proprietà e la riconsegna della forza-lavoro servile solo grazie alle vittorie dell’esercito bizantino ed alla “Pragmatica Sanctio”, e solo quando i bizantini furono sconfitti in Italia dall’invasione delle tribù “barbare” longobarde scomparve anche la vecchia e millenaria classe sfruttatrice della penisola.

In un’altra area geopolitica ed epoca storica avvennero dei processi sociopolitici abbastanza simili, visto che quando nel luglio del 1918 le forze “democratiche” e di “sinistra” antibolsceviche ripresero il potere per un breve periodo nella Russia centrale, attorno alla zona di Samara, il governo congiunto dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari riportò subito la proprietà ed il controllo degli impianti industriali ai loro vecchi padroni; come riportò lo storico anticomunista O. Figes, «le banche furono riprivatizzate, furono ripristinati i liberi scambi e, al fine di contribuire alla formulazione della politica economica, fu istituito un Consiglio per l’industria ed il commercio a netta prevalenza padronale” e, con un decreto del 22 luglio 1918, il governo di “sinistra” autorizzò i grandi proprietari fondiari a “rientrare in possesso dei seminativi già messi a coltura nell’inverno precedente».[32]

Dinamiche economico-sociali simili, ancora più apertamente filopadronali, si manifestarono in tutte le altre zone che, tra il 1918 ed il 1921, rientrarono temporaneamente sotto il controllo delle forze politiche anticomuniste, almeno fino a quando il ritorno vittorioso dell’Armata Rossa non produsse una contro-controrivoluzione ed un nuovo giro di valzer nel campo dei rapporti sociali di produzione e di potere vigenti nell’ex impero zarista.

Sempre sotto questo aspetto va sottolineato che, quando nel 1973 il golpe attuato dalle gerarchie militari cilene abbatté il governo riformista guidato dal socialista S. Alliende, la borghesia cilena e quella statunitense poterono annullare tutte le conquiste sociali ottenute dagli operai cileni con il governo di fronte popolare e creare allo stesso tempo, grazie alla loro “gloriosa” vittoria dell’11 settembre, il prototipo del modello neoliberista, in seguito introdotto su scala planetaria con pesanti ricadute socioproduttive.[33]

W. Bello ha ricordato che dopo quindici anni di governo di Pinochet «alla fine degli anni Ottanta, l’economia del Cile risultava in effetti trasformata:

Ø      circa 600 aziende di proprietà dello Stato erano state liquidate; le poche sopravvissute – nemmeno una cinquantina – erano state consegnate ai privati

Ø      il Cile, una delle economie più protette dell’America latina, era ora tra le meno protette: tutte le restrizioni quantitative sul commercio erano state abolite, e i dazi erano stati stabiliti nella misura fissa del 10 per cento per qualsiasi genere di merci

Ø      gli investitori stranieri esercitavano una forte presenza nell’economia, con la partecipazione in aziende un tempo di proprietà dello Stato in settori strategici come l’acciaio, le telecomunicazioni e il trasporto aereo

Ø      era stata attuata una drastica deregolamentazione del mercato finanziario interno;

Per quanto riguarda la redistribuzione del reddito, la quota del reddito nazionale destinata al 20 per cento più povero della popolazione passò dal 4,6 per cento nel 1980 al 4,2 per cento nel 1990; sempre nello stesso periodo la quota destinata al 50 per cento più povero della popolazione calò dal 20,4 al 16,8 per cento; mentre la quota destinata al 10 per cento più ricco aumentò dal 36,5 al 46,8 per cento».[34]

Almeno nella grande maggioranza dei casi storici, l’intervento coercitivo degli apparati statali rimane allo stato potenziale e come minaccia latente verso i possibili “ribelli”, visto che molto spesso i nuclei dirigenti statali non hanno impiegato su larga scala l’esercito e/o la polizia contro le masse popolari, non hanno utilizzato su larga scala l’apparato penitenziale, le forche o la tortura nei confronti di masse consistenti di produttori diretti: ma allo stesso tempo esercito, polizia, spioni, prigioni, torture/esecuzioni sono stati e sono tuttora elementi ben presenti “sullo sfondo” della vita quotidiana delle masse popolari come monito e promemoria crudo e materiale, inequivocabile ed intimidatorio nei confronti di coloro che intendessero violare ed oltrepassare le “Colonne d’Ercole” della legge, delle svariate norme giuridiche scritte-consuetudinarie che hanno via via tutelato la proprietà e i rapporti di produzione classisti (asiatici, schiavistici, ecc.) dal 3700 a.C. fino ai nostri giorni.

Pertanto gli apparati statali rappresentano costantemente dal 3700 a.C. l’elemento materiale più importante per la riproduzione concreta del processo di appropriazione del surplus e dei mezzi di produzione da parte di una minoranza della popolazione, vista la paura collettiva degli sfruttati per l’intervento di eserciti, polizia, spioni e per le conseguenze potenziali delle azioni di ribellione individuali-collettivi (morte, tortura, prigione, miseria-fame per sé e per la propria famiglia), che costituiscono da millenni il più efficace “deterrente” sociopolitico per gli scontenti, per i potenziali rivoltosi e dissidenti, per gli “eretici” e rivoluzionari di tutte le epoche.

Quando verrà analizzata la connessione dialettica creatasi costantemente tra la sfera elastica dei bisogni politico-materiali di classe e i loro “riduttori” storici, si avrà occasione di ritornare a lungo su questo fenomeno, mentre per il momento è sufficiente registrare come un dato storico innegabile l’esistenza di un “timore diffuso” nelle masse popolari per le ritorsioni del potere statale, come reazione alle reali/possibili violazioni delle principali “regole del gioco” delle formazioni economico-sociali classiste.


[1] V. I. Lenin, “Ancora sui sindacati”, 25 gennaio 1921

[2] V. I. Lenin, “Che fare”, cap. II, par. C, ed. Editori Riuniti

[3] V. I. Lenin, “Ancora sui sindacati”, op. cit.

[4] R. Luxemburg, “La violenza: legge suprema della lotta di classe”, 1902

[5] Marx-Engels, “India, Cina, Russia”, op. cit., p. 238, ed. Il Saggiatore

[6] R. Zangheri-G.Galasso, “Storia del movimento cooperativo in Italia”, p. 103, ed. Einaudi

[7] Zangheri-Galasso, op. cit., pp. 202/459/729

[8] I. Ramonet, “Il mondo che non vogliamo: guerre e mercati nell’era globale”, pp. 98-99, ed. Mondadori

[9] G. Boffa, “Storia dell’Unione Sovietica, 1917-27”, pp. 86/91/94, ed. l’Unità

[10] A. Levi, “Russia del ‘900”, pp. 125-127, ed. Il Corbaccio

[11] N. Werth, “Storia della Russia”, pp. 272/308, ed. Einaudi

[12] V. I. Lenin, “Sulla cooperazione”, 4 gennaio 1923, parte I

[13] E. H. Carr, “Il socialismo in un solo paese”, vol. I, pp. 406-409, ed. Einaudi

[14] I. V. Stalin, “Rapporto al 18° congresso del PCUS (6), 10 marzo 1939

[15] K. Marx, “Il Capitale”, Libro III, cap. 47, par. II

[16] K. Marx, “Il Capitale”, Libro III, Cap. 47, par. II

[17] K. Marx, “Il Capitale”, Libro I, Cap. 9

[18] E. Nolte, “Controversie”, p. 115, ed. Corbaccio

[19] P. Rodriguez, op. cit., p. 110

[20] M. Sabattini e Santangelo, “Storia della Cina”, pp. 193-194, ed. Laterza

[21] Chien Po-Tsan, “Storia della Cina Contemporanea”, pp. 52-53, ed. Editori Riuniti

[22] M. Sabattini, op. cit., pp. 427/455/475/479

[23] op. cit., p. 600

[24] op. cit., pp. 652-657

[25] H. Thomas, “Storia di Cuba”, p. 533, ed. Rizzoli

[26] J. Fo e L. Malucelli, “Schiave ribelli”, p. 130-136, ed. Nuovi Mondi

[27] E. Ashtor, “Storia economica e sociale del Vicino Oriente nel Medioevo”, pp. 74/162, ed. Einaudi

[28] vedi S. I. Kovaliov ,”Storia di Roma”; P. Guichonnet, “Storia e civiltà delle Alpi”, ed. Jaca Book; V. Rutenburg, “Popolo e movimenti popolari nell’Italia del ‘300 e ‘400”, ed. il Mulino; H. Pirenne, “Storia d’Europa”, ed. Sansoni; G. Hanlon, “Storia dell’Italia moderna. 1530-1800”, ed. il Mulino; G. Duby, “Storia della Francia”, ed. Bompiani e N. Riasanovsky, “Storia della Russia”, ed. Bompiani

[29] L. D. Trotzky, “Storia della Rivoluzione russa”, vol. I, pp. 159-160, ed. Newton

[30] G. Boffa, “Storia dell’Unione Sovietica. 1917-27”, p. 94, ed. l’Unità

[31] O. Capitani, “Storia dell’Italia medioevale”, p. 31-34, ed. Laterza

[32] O. Figes, “La tragedia di un popolo”, pp. 696-697, ed. Corbaccio

[33] L. Canfora, “La Democrazia. Storia di un’ideologia”, pp. 56/76, ed. Laterza

[34] W. Bello, “La vittoria della povertà”, pp. 98-103, ed. Baldini e Castoldi Dalai


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