Capitolo Primo

Sei coordinate generali

La dinamica generale delle lotte via via sviluppatesi tra i diversi leader e forze politiche per il controllo (totale-parziale) degli apparati statali e del potere decisionale all’interno delle società classiste, basate sul possesso dei mezzi di produzione e del surplus da parte di una minoranza della loro popolazione, è stata interpretata e decodificata principalmente mediante sei coordinate teoriche, alternative tra di loro: alcune di esse esprimono e sintetizzano sia tendenze storiche reali che fatti oggettivi, ma anche nei loro momenti migliori non riescono ad individuare con chiarezza e a focalizzare l’analisi sul principale protagonista del processo di sviluppo politico-sociale del genere umano negli ultimi diecimila anni, i rapporti di forza politici, in particolar modo quelli politico-militari.

Il primo filone interpretativo espresso dalla scienza politica è costituito dalla teoria soggettivistica del superuomo, che ritiene essenziale e prioritaria la funzione di traino e di trasformazione svolta da tutte le personalità politiche dotate di superiori capacità psicofisiche (reali/presunte), di un grado di energia ed intelligenza politica assolutamente straordinari: per i sostenitori di questo paradigma teorico figure storiche quali Sargon, Alessandro, Cesare, Genghiz Khan, Napoleone e una lunga serie di superuomini (buoni-cattivi) hanno trasformato grazie alle proprie personali doti il corso della storia indirizzandolo in particolari direzioni politiche, positive o negative a seconda dei diversi analisti.

La teoria del genio parte nei suoi primi embrioni di matrice occidentale dall’Iliade greca, per trovare in seguito una sua parziale sistematizzazione nelle Vite parallele di Plutarco: mentre i canti omerici esaltano Achille ed Ulisse per le loro doti di comando disprezzando apertamente il soldato-ribelle Tersite, nella prospettiva dello storico Plutarco vengono magnificati e lodati esclusivamente eroi e demiurghi della storia, che svolgono volta per volta un ruolo positivo o negativo a seconda del giudizio personale espresso dallo studioso greco-romano, vissuto nel primo secolo d.C.[1]

In tempi più recenti (1822), Hegel descrisse nella Filosofia della storia universale il ruolo degli “individui di rilevanza storica mondiale”, intesi a suo avviso come gli agenti concreti mediante i quali si realizza “la volontà dello spirito universale” e il divenire “dell’Idea Assoluta”.

«Sono in particolare i grandi individui storici, gli individui storico-universali, che afferrano tale universale, facendo di questo il loro fine. Possono così essere chiamati eroi, i quali creano un universo che traggono da sé, che sanno, vogliono e portano a compimento, e che, essendo un universale, viene riconosciuto… Producono dunque, portando a compimento l’universale con le loro gesta, nuovi rapporti universali, i quali, in un primo momento, sembrano essere i loro fini, la loro determinatezza, le loro produzioni, la loro passione».[2]

Il mitico “Spirito Universale” di Hegel si determina e concretizza principalmente attraverso le gesta dei “grandi individui”, degli “eroi” e dei geni in grado a suo avviso di creare un nuovo universo storico.

Se Thomas Carlyle estremizzò ulteriormente le posizioni di Plutarco ed Hegel affermando che «la storia universale è in fondo la storia dei grandi uomini che la fecero», ultimamente il paradigma storico-teorico del superuomo è stato ripreso almeno in parte con notevole successo di pubblico da F. Furet nel suo libro Il passato di un’illusione, rivolto a produrre l’ennesima e “definitiva” confutazione storica del comunismo e del marxismo: con questo intento egli riprese e condensò le linee guida della corrente soggettivistica nella teoria politica, prendendo spunto dall’esperienza storica del ventesimo secolo.

«Sopprimiamo dalla storia il personaggio di Lenin, e la Rivoluzione d’ottobre non c’è più. Leviamo Mussolini, e l’Italia del dopoguerra avrà un altro corso. Quanto a Hitler, se è vero che come Mussolini prende il potere grazie in parte al rassegnato consenso della destra tedesca, non per questo perde la sua disastrosa autonomia: infatti, metterà in opera il programma di Mein Kampf, che è soltanto suo.

I tre uomini in realtà hanno conquistato il potere annientando dei regimi deboli con la loro superiore forza di volontà, interamente tesa, con incredibile ostinazione, verso quell’unico scopo. La stessa cosa si può dire del quarto, Stalin: senza di lui, niente “socialismo in un solo paese”. E niente “stalinismo” per definizione. Credo che non vi siano precedenti storici per una tale concentrazione, nella stessa epoca e su un arco di tempo così ristretto, di volontà politiche mostruose. Ciascuna di esse, naturalmente, s’avvale per vincere di circostanze particolari, ma tutte hanno in comune il fatto di trionfare su avversari già vinti o semiconsenzienti. Lenin più che conquistare il potere lo raccoglie; Mussolini fa entrare le camicie nere in una Roma che trova già aperta, Hitler viene chiamato al potere da Hindenburg; quanto a Stalin, gli avversari che deve sconfiggere per poter comandare hanno già accettato le regole del gioco che li condannano alla sconfitta.

Eppure, una volta padroni del potere, lo esercitano tutti più o meno rapidamente in modo autocratico. Soltanto Lenin l’ha preso secondo lo schema rivoluzionario classico, ma tutti se ne servono per mettere in opera la concezione dell’uomo nuovo, fedeli alle proprie idee folli più che ai loro appoggi di circostanza. La volontà di dominio s’accresce inebriandosi dei successi conseguiti. Tant’è che non c’è molto senso a voler ricondurre la loro azione a certi interessi, certi ambienti o certe classi sociali. La “dittatura del proletariato” secondo Lenin, almeno dopo Kronštadt, non ha più molto a che vedere con la classe operaia, per non parlare di quello che seguirà. Allo stesso modo, il genocidio degli ebrei non figura nel programma del grande capitale tedesco.

Nulla di più incompatibile che le nuove dittature del XX secolo con una spiegazione di tipo marxista, incluso quello che in altri casi essa comporta di vero. Il mistero di questi regimi non si può chiarire attraverso la loro dipendenza nei confronti d’interessi sociali, perché sta proprio nel carattere opposto, nella loro spaventosa indipendenza rispetto a tali interessi, siano essi borghesi o proletari. Ironia della storia, il materialismo storico ha raggiunto la massima influenza proprio nel secolo in cui era più ridotta la sua capacità di spiegazione. La strada meno falsa da seguire per addentrarsi nel complesso problema dei rapporti tra comunismo e fascismo è ancora quella classica dello storico: l’inventario delle idee delle volontà, delle circostanze.»[3]

La “strada classica” seguita da Furet pone il suo baricentro reale nel culto della “volontà” delle grandi personalità, nei casi citati dimostratesi “mostruose” e demoniache, ma già B. Brecht, nella sua poesia Domande di un lettore operaio, aveva fatto notare con giustificato sarcasmo che «il giovane Alessandro conquistò l’India. Da solo?

Cesare sconfisse i Galli.

Non aveva con sé nemmeno un cuoco?»[4]

In assenza totale di un sostegno collettivo ed in mancanza dell’appoggio concreto di altri soggetti umani, anche la volontà più titanica risulta impotente in campo politico e anche il genio politico più sublime non riesce assolutamente a pesare nelle lotte per il potere all’interno delle società di classe: il fattore direzionale conta e pesa sicuramente nel processo storico, ma solo ed esclusivamente a condizione di potere agire e “fare presa” su un certo grado di consenso e di “truppe” (armate/disarmate), di risorse monetarie e di capacità organizzative, dato che senza un’accumulazione preventiva di sostenitori (armati/disarmati), di denaro e di collaboratori fidati anche il leader-eroe più acuto, anche la volontà più ferrea e la mente direzionale più lucida e preveggente si rivela assolutamente impotente, specie se rimane totalmente isolata.

In forme meno estreme si può facilmente provare, basandosi proprio su alcuni dei casi concreti proposti da Furet (Lenin, Mussolini, Hitler), il primato dei rapporti di forza concreti sulla volontà dell’eroe, visto che quando i primi risultano troppo sfavorevoli per le “volontà politiche mostruose” (Furet) esse entrano in una specie di limbo e in una condizione di semi-impotenza politica.

La presunta centralità delle grandi personalità non spiega infatti il motivo per cui Lenin, nel periodo compreso tra l’agosto 1914 e il gennaio del 1917, fosse diventato un emigrato politico isolato sia nello scenario politico russo che in quello internazionale e dirigente di una fragile organizzazione politica clandestina, particolarmente sottoposta ai colpi repressivi dell’Okhrana, la temuta polizia zarista, a dispetto della sua “volontà politica mostruosa” e malgrado la reale superiorità morale ed intellettuale da lui goduta rispetto a tutte le altre personalità politiche russe: il culto unilaterale delle grandi personalità si dissolve in un batter d’occhio osservando come la sostanziale impotenza politica di Lenin in quel particolare periodo storico, a dispetto della sua splendida energia rivoluzionaria e della sua lucidità politica, venne superata solo da un capovolgimento radicale ed eccezionalmente rapido dei rapporti di forza collettivi verificatisi tra le classi in Russia.[5]

La gigantesca e rapida accumulazione di forze, raggiunta dal partito bolscevico nel corso del 1917, venne innescata e favorita innanzitutto dalla vittoriosa insurrezione operaia del febbraio 1917 che abbatte il regime zarista, evento cruciale in larga parte indipendente dalla volontà e pratica di Lenin, dall’esplodere della protesta dei soldati russi contro la sanguinosa continuazione della guerra, rivolta spontanea che portò via via alla neutralizzazione degli apparati repressivi dello Stato, e dall’insurrezione contadina che maturò progressivamente nel corso del 1917, in forme largamente indipendenti dalle direttive politiche del partito bolscevico: «alla fine dell’aprile 1917, Lenin osservò che i contadini stavano già occupando la terra senza indennizzo o con il pagamento di un quarto dell’affitto, e che nella provincia di Penza essi si impossessavano del bestiame dei proprietari terrieri» sei mesi prima dell’insurrezione bolscevica, in modo tale che la rivoluzione agraria si affiancò al movimento anticapitalistico della classe operaia creando una delle condizioni oggettive necessarie per preparare il terreno alla vittoria della pratica bolscevica.[6]

I processi sociopolitici citati costituirono degli eventi storici previsti genialmente da Lenin, almeno nelle loro linee generali, ma su cui egli poté incidere solo in minima parte portando all’inevitabile conclusione che non furono certo creazioni di Lenin e del partito bolscevico (se non in minima misura) tre delle cinque fondamentali condizioni per il successo della rivoluzione d’ottobre: fine dello zarismo e conquista delle libertà democratico-borghesi, continuazione della guerra imperialista da parte della Russia ed insurrezione contadina (le altre due sono la presenza di un forte partito rivoluzionario, capace di acquisire l’appoggio indispensabile della maggioranza degli operai).

Anche nel campo politico-sociale opposto, caratterizzato dalla scelta di campo filocapitalistica, risulta molto istruttiva la storia di “volontà politiche mostruose” quali quelle espresse da Hitler e Mussolini nel punto più basso della loro carriera di aspiranti dittatori e di intelligenti carnefici dei comunisti, delle forze di sinistra e del movimento sindacale.

Infatti nel 1924-28 il vento politico soffiò in senso contrario alle ambizioni ed ai progetti di Hitler, dato che l’ondata di estremismo di destra del biennio 1922-23 rifluì temporaneamente e che il periodo politico-sociale preso in esame rappresentò il meno irrequieto nella breve storia della repubblica di Weimar: la combinazione creatasi tra stabilizzazione valutaria e ripresa economica, accordo sulle riparazioni con le potenze occidentali (piano Dawes) ed abbondanti prestiti americani, il successo del ministro degli Esteri Stresemann nei negoziati per il trattato di Locarno e l’ingresso della Germania nella Società delle Nazioni normalizzarono la situazione politico-generale tedesca per alcuni anni.

Se alle elezioni del Reichstag del maggio 1924 l’estrema destra nazista-paranazista era ancora riuscita ad ottenere il 6,5% dei voti e trentadue seggi, alle elezioni di dicembre dello stesso anno il voto si ridusse di più della metà e il numero dei seggi da trentadue a quattordici. Il trend politico in declino dei nazisti non si arrestò nei successivi quattro anni: nelle elezioni del maggio 1928 il nazismo ottenne solo 800.000 voti, 100.000 in meno rispetto al dicembre 1924 e pari solo al 3% dei voti.[7]

Gli sforzi organizzativi profusi dai dirigenti nazisti nel periodo in esame, le innegate capacità politiche ed oratorie di Hitler, la costruzione metodica di un’efficiente struttura propagandistica e burocratica grazie ai finanziamenti di alcuni grandi monopoli capitalisti non produssero in quel tempo degli effetti politici significativi: l’impotenza e la stagnazione del movimento nazista furono superate solo con il terremoto “oggettivo” di Wall Street dell’ottobre 1929 e con la grande depressione degli anni ’30, che portò in Germania nel 1932 il numero dei disoccupati a più di sei milioni, coinvolgendo il 40% della forza lavoro tedesca ed acuendo in modo esponenziale lo scontento popolare per la subordinazione della Germania ai vincoli del Trattato di Versailles e alle riparazioni di guerra, appena tollerabili in una fase di espansione economica. In tale situazione il “vento soggettivo” cambiò e si modificarono radicalmente i rapporti di forza politici, creando le condizioni materiali indispensabili affinché la peste bruna contagiasse in soli tre anni quasi il 40% dell’elettorato tedesco, anche grazie all’abilità politica purtroppo dimostrata dai dirigenti del movimento nazista.

Passando all’Italia, negli ultimi mesi del 1919 i fasci di combattimento subirono una pesantissima sconfitta politica a dispetto della “volontà politica mostruosa” di Mussolini: infatti l’insuccesso riportato dalla lista fascista nelle elezioni nazionali del 16 novembre 1919 «superò di gran lunga tutte le più pessimistiche previsioni di Mussolini e dei suoi amici». [8]

Nella circoscrizione elettorale di Milano, su circa 270.000 votanti, i fascisti raccolsero infatti solo 4.657 voti, proprio mentre i tanto disprezzati socialisti riportarono un clamoroso successo elettorale, ed anche nel resto d’Italia, con un’isolata eccezione ligure, nessuno dei candidati fascisti riuscì ad essere eletto in Parlamento. «Le ripercussioni di uno scacco così clamoroso furono immediate e veramente drammatiche, tali da mettere seriamente in forse l’esistenza dei Fasci di combattimento e la stessa carriera politica di Mussolini.» (De Felice).

Per quasi tutto il 1920 il movimento fascista fu in preda ad una grave crisi politica, finanziaria e morale e fino alla sconfitta dell’occupazione operaia delle fabbriche, nel settembre del 1920, la “volontà politico mostruosa” di Mussolini non incise quasi per nulla sullo scacchiere politico-sociale italiano del tempo: solo dopo quella data di svolta arrivarono in grande quantità sia i soldi degli industriali e degli agrari alle bande fasciste che la “direttiva Bonomi”, con le armi dell’esercito messe a loro disposizione dal governo. Ma per quasi tutto il 1920 la lucidità politica (reazionaria e filocapitalistica) di Mussolini e le sue innegabili doti organizzative, evidenziate dalla creazione ex novo delle prime squadre armate fasciste, caddero momentaneamente nel vuoto e su un terreno arido ed infruttuoso: la montagna della “volontà titanica” produsse solo un topolino, in quel momento storico ostile.

Anche il momento di massima ascesa, anche la fase di successo delle tre “volontà mostruose” si giovò di una superiorità di forze, in primo luogo politico-militare, in parte variabile indipendente dalle loro innegabili capacità, dalla loro intelligenza strategica e determinazione tattica.

Sul fronte rivoluzionario la potenza militare espressa dai bolscevichi durante il 1917 e nei primi mesi del 1918, composta principalmente da guardie rosse operaie e marinai del Baltico, si rapportò concretamente con un esercito russo quasi completamente disgregato dai massacri di tre anni di guerra e molto attento alle parole d’ordine bolsceviche sulla pace e sulla distribuzione delle terre ai contadini, vincendo facilmente nella prima fase le forze da combattimento della borghesia russa, scarse e già demoralizzate dal fallimento del golpe del generale reazionario Kornilov nell’agosto del 1917.

Inoltre la superiorità di forze militari acquisita dai bolscevichi nel settembre 1917-febbraio 1918 era determinata in misura notevole dai anche dai rapporti di forza internazionali eccezionalmente favorevoli, per motivi assolutamente non determinati dalla “volontà mostruosa” di Lenin: infatti in quel periodo le principali potenze mondiali erano impegnate nella Prima Guerra Mondiale e non potevano intervenire concretamente con tutte le loro forze contro il pericolo bolscevico. Nel marzo del 1918 Lenin notò con l’abituale perspicacia che «i singoli imperialisti si disinteressavano di noi – del processo rivoluzionario russo – solo perché tutta l’immensa forza politico-sociale e militare dell’imperialismo mondiale contemporaneo era in quel momento divisa in due gruppi da una guerra intestina. I predoni imperialisti trascinati in questa lotta erano giunti a superare ogni limite, a impegnare un duello mortale, al punto che nessuno dei due gruppi poteva concentrare forze di una certa importanza contro la rivoluzione russa.»[9]

Lenin seppe sicuramente utilizzare la guerra e le contraddizioni mortali dei “predoni imperialisti” ottenendo a Brest-Litovsk una tregua essenziale per la sopravvivenza nel 1918 del potere sovietico, ma sicuramente non fu la sua “titanica volontà” a provocare il primo conflitto mondiale, la prima atroce guerra imperialistica su larga scala del ventesimo secolo e la sua prosecuzione per quasi tutto il 1918, che concesse un brevissimo – ma prezioso – attimo di respiro al processo rivoluzionario russo.

Sul fronte di classe opposto, il nazismo godette dell’appoggio condizionato della maggioranza politica della borghesia tedesca che chiamò al potere in modo pacifico ed indolore A. Hitler nel cruciale mese di gennaio del 1933: dato che proprio allora i nazisti erano in una momentanea fase di crisi e di innegabile calo del consenso popolare, non fu certo la “volontà mostruosa” di Hitler a guadagnargli il lasciapassare decisivo fornitogli da parte del reazionario presidente tedesco Hinderburg e dell’esercito, dell’aristocrazia fondiaria prussiana e della grande finanza tedesca.[10]

Per quanto riguarda l’Italia è abbastanza noto che nel settembre del 1920, dopo la fine dell’occupazione delle fabbriche, il ministro della Guerra Bonomi emise una circolare ufficiale (la “direttiva Bonomi”) con cui ricordava ai comandanti militari che il fascismo doveva essere da loro appoggiato, senza essere stato sicuramente ipnotizzato dalla “volontà mostruosa” di Mussolini, leader allora di un fragile movimento politico: risulta inoltre abbastanza conosciuto il carattere pacifico assunto dalla cosiddetta “Marcia su Roma” fascista dell’ottobre del 1922, non contrastata in alcun modo dall’esercito italiano ed appoggiata apertamente dalla Confindustria per precisi interessi di classe, assolutamente indipendenti da un presunto “magnetismo” personale di Mussolini.[11]

La teoria soggettivistica dell’eroe contiene un elemento parziale di corrispondenza con la realtà storica delle società di classe, dato che i dirigenti politici da millenni hanno svolto di regola un ruolo notevole nella gestione degli affari comuni e nella lotta politica che si sviluppa nelle diverse formazioni statali utilizzando in modo concentrato (più o meno efficacemente) le risorse e volontà collettive dei propri sostenitori-mandanti e/o dell’apparato statale: ma proprio i tre esempi storici analizzati, che coinvolgono indubbiamente personalità politiche “forti” (al servizio di interessi di classe opposti ed antagonistici), dimostrano a sufficienza come la funzione dei leader politici nel processo storico non sia altro che una variabile dipendente dai rapporti di forza statali ed internazionali, esistenti volta per volta nei diversi scenari storici.

Si è già sottolineato in precedenza che l’assenza di un minimo di massa critica di forza politica, finanziaria, di consenso ed organizzativa priva di ogni efficacia anche i livelli più elevati di penetrazione intellettuale e volontà soggettiva, visto che la lotta politica costituisce una pratica collettiva e antisolipsistica.

La funzione trasformatrice dei “capi” non si manifesta inoltre in presenza di una correlazione di potenza troppo favorevole agli avversari o ai nemici politici dei leader in oggetto, seppur dotati di una “volontà politica mostruosa”: anche quando si supera la soglia di impotenza assoluta, anche quando un dirigente politico può disporre di un minimo di massa critica di potenza in termini di consenso, organizzazione e denaro (Lenin nel 1914-16), uno squilibrio di risorse oggettive troppo elevato a vantaggio dei suoi antagonisti lo priva della capacità di vincere nella lotta per il potere statale, almeno nel breve periodo.

Ad un terzo livello si può sottolineare il “fattore Montaperti”, notato di sfuggita e quasi involontariamente da Dante nel XXXII canto dell’Inferno, in base al quale il ruolo e peso specifico del dirigente politico aumenta in proporzione diretta con la crescita dell’equilibrio tra i soggetti politici in conflitto: l’importanza del leader politico raggiunge i suoi livelli più elevati paradossalmente proprio nello scenario-limite dell’assoluta parità delle forze materiali in campo, sia nello scontro tra protagonisti politici antagonisti ed autonomi che nella lotta tra tendenze divergenti all’interno di uno stesso nucleo dirigente e formazione politica.

Come si vedrà meglio in seguito, il ruolo geniale svolto da Lenin durante la crisi politica del febbraio-marzo 1918, che alla fine portò il nucleo dirigente bolscevico a firmare la pace di Brest-Litovsk con l’imperialismo tedesco, rappresenta un ottimo esempio di azione individuale di un leader che ha trasformato concretamente le decisioni fondamentali del suo movimento politico e dello stesso processo storico, in presenza di una sostanziale equivalenza numerica tra i sostenitori delle opzioni in conflitto (accettare/non accettare la stipulazione di una pace vergognosa e umiliante con il Reich tedesco ed il suo alleato austro-ungarico) all’interno della direzione e dei militanti di base comunisti di quel periodo.

Infine la funzione del leader politico risulta tanto più grande, importante e rilevante in quanto esso abbia favorito ed agevolato realmente e con continuità proprio il processo di accumulazione di forze del suo soggetto e movimento politico di appartenenza. Se un dirigente politico si è impegnato fin dalle origini nello sviluppo di una determinata organizzazione, e se parimenti l’ha guidata per un lungo periodo e senza soluzione di continuità; se l’ha aiutata concretamente, con il suo impegno diretto, a superare le crisi inevitabili e se le scelte strategiche che ha via via promosso e sostenuto si sono dimostrate alla prova dei fatti le più adeguate per la crescita/tenuta del soggetto da lui condotto, il suo ruolo storico assumerà un peso ed un’importanza notevole: e proprio Lenin, Mussolini e Hitler, con prospettive politico-sociali opposte (anticomuniste e filocapitalistiche quelle selezionate dal tedesco e dall’italiano), sicuramente hanno contribuito notevolmente al processo di accumulazione di forze dei loro movimenti e alla costruzione/riproduzione allargata dell’indispensabile strumento-partito.

Passando ad un altro schema di interpretazione storica sono state in buona parte superate dal processo di secolarizzazione avvenuto negli ultimi due secoli le concezioni teocratiche della storia e della lotta politico-sociale, le teorie che si fondano sulla centralità della divinità intesa come forza motrice principale, se non unica, delle azioni collettive via via dispiegate in campo politico-sociale.

Strettamente collegati con l’influenza esercitata dagli apparati religiosi all’interno delle società di classe via via sviluppatesi dal 3700 a.C., i paradigmi teocratici trovarono in Europa dei difensori autorevoli ancora agli inizi del XIX secolo.

Con le sue Considerazioni sulla Francia del 1796, il conte savoiardo Joseph de Maistre scagliò un vero e proprio anatema religioso e politico contro la Rivoluzione francese basandosi su una concezione teocratica della storia e della politica. Per de Maistre è Dio che fa la storia e gli uomini sono solo degli strumenti del suo volere onnipotente ed imperscrutabile: «liberamente schiavi, operano al tempo stesso volontariamente e necessariamente; fanno realmente ciò che vogliono, ma senza potere alterare i piani generali».[12]

Per il cattolico-intransigente de Maistre è proprio nel pieno delle rivoluzioni, quando immense forze collettive sembrano travolgere ogni ordine costituito politico-religioso, che l’azione della provvidenza si rivela in modo a prima vista paradossale. Al “genio infernale di Robespierre” e al governo giacobino, “mostro di potenza ebbro di sangue”, de Maistre riconosce una demoniaca grandezza, nonostante la loro inconsapevole dipendenza dai disegni divini, mentre le folle rivoluzionarie invece appaiono totalmente trascinate e tradite dagli eventi e risultano essere il più “vile” e passivo strumento della provvidenza: «i popoli in massa entrano in questi grandi movimenti solo come il legno e il cordame adoperati da un macchinista di teatro».

Il processo di sviluppo storico ha dimostrato a sufficienza l’inconsistenza totale del paradigma teocratico: mentre il cattolico integralista de Maistre riteneva la Rivoluzione francese una vera e propria opera diabolica, due secoli dopo il cattolico integralista Wojtila era invece costretto a riconoscere l’importanza e il valore universale (evidentemente divino) dei suoi principi fondamentali, avversati frontalmente dalla gerarchia vaticana fino al 1958-63 e per quasi due secoli.

Del resto proprio un vescovo cattolico di Milano, Ambrogio, nel IV secolo d.C. rappresentò il vero ed involontario fondatore della concezione anti-teocratica della storia e della politica, confutando le illusioni provvidenziali-religiose con argomenti concreti e molto solidi.

L’occasione per questo misconosciuto salto di qualità teorico venne fornita nel 384 d.C. dalla richiesta avanzata dal senato romano, ultimo baluardo del paganesimo, per ristabilire nella metropoli l’Altare della Vittoria come luogo di culto pagano. Le pretese del senato romano furono affidate all’eloquenza di Simmaco, ricco senatore e pontefice della vecchia religione e, tra gli altri argomenti, quest’ultimo sostenne che la religione pagana ed il favore degli dei erano stati il fondamento e la base dei successi di Roma nella sua plurisecolare lotta per l’egemonia in Italia, nel Mediterraneo e in Europa, giungendo ad affermare che «questa religione ha assoggettato il mondo alle mie leggi. Questi riti hanno respinto Annibale dalla città e i Galli dal Campidoglio».[13]

L’arcivescovo di Milano, Ambrogio, demolì facilmente la retorica di matrice teocratica del suo avversario Simmaco domandando ai senatori romani perché si credesse necessario introdurre un potere immaginario e invisibile come causa delle vittorie politico-militari romane, mentre i ripetuti successi di Roma erano spiegati più che a sufficienza dal valore e dalla disciplina dimostrata dalle sue legioni.

La lucida e intelligente argomentazione teorica di Ambrogio può essere ovviamente applicata anche alle multiformi concezioni teocratiche cattoliche, incapaci di spiegare con argomenti razionali i grandiosi successi ottenuti dalla religione (e dalle armi) musulmana contro i cristiani nel corso del VII e VIII secolo in Africa e in Medioriente, mentre essa può essere utilizzata a sua volta come arma teorica contro il fondamentalismo islamico, incapace di spiegare in modo coerente i numerosi insuccessi politici, militari ed economici che hanno segnato il mondo islamico a partire dal 1099 e fino ai giorni nostri.

Il terzo paradigma teorico adottato per decodificare il campo politico-sociale si ritrova nella concezione idealista della storia e della lotta politica, che pone al primo posto ed afferma la centralità e l’influenza determinante delle idee, teorie, ideologie in questo segmento della praxis umana.

La concezione idealista, per rimanere solo all’epoca moderna, prevalse anche nel Settecento durante il secolo dei Lumi ed il marxista russo G. Plechanov rilevò giustamente come la teoria politica dell’Illuminismo francese avesse come fondamento la tesi per cui il mondo, inteso come insieme dei rapporti sociali esistenti tra gli uomini, era governato dalle “opinioni”: C’est l’opinion qui governe le monde, affermava Suard nel suo Melanges de Literature. [14]

Gli illuministi affermavano che nella vita sociale tutto dipende in ultima analisi dai “legislatori” e dalle loro opinioni (Helvetius), mentre anche Sieyes, al termine del suo lavoro “Che cos’è il Terzo Stato” che condensava i bisogni politici della borghesia francese poco prima dello scoppio della Rivoluzione, insisteva sulla funzione decisiva svolta dalle “idee direttive” in una società politicamente attiva: concetti, categorie ed idee quali nazione, libertà ed eguaglianza del resto allora assunsero una reale forza d’urto politica nella lotta del Terzo Stato contro il regime aristocratico.

Anche Hegel affrontò il nodo teorico del rapporto esistente tra usi (“costumi”) e struttura politica (“costituzione”) delle diverse nazioni affermando che se nella realtà il costume di un popolo influisce sulla sua costituzione e viceversa, in una particolare relazione dialettica, tutte e due dipendono da una “terza forza” particolare e decisiva «che crea nello stesso tempo il costume che agisce sulla costituzione e la costituzione che agisce sul costume».

Per Hegel questa particolare forza su cui si fonda la natura sia degli individui sia dei rapporti sociali è “il concetto” o, ciò che è lo stesso, “l’idea“, la cui realizzazione costituisce la storia di un popolo. Ogni popolo realizza la sua propria idea, e ogni particolare idea, l’idea di ogni popolo, rappresenta a suo avviso una tappa nel divenire dell’Idea Assoluta.

Ancora agli inizi del XX secolo il parametro teorico idealistico in campo politico, sociale ed economico manteneva una egemonia parziale, seppur sempre più contrastata: ad esempio nel 1920 apparvero i famosi saggi della Sociologia della religione di Max Weber, in cui venne esposta la tesi della genesi etico-religiosa del capitalismo fondata su un’interpretazione generale della storia di carattere sostanzialmente idealistico.

Infatti Max Weber indicò con chiarezza il primato dei fenomeni ideologici (e religiosi) nella storia politico-sociale del genere umano affermando che non gli interessi materiali, ma le idee dominano principalmente l’agire degli uomini visto che, a suo dire, le “immagini del mondo” create dalle “idee” hanno molto spesso determinato, a guisa di deviatori, le vie in cui «la dinamica degli interessi ha sospinto l’agire».[15]

La weltanschaung idealista venne applicata dal sociologo tedesco al processo di analisi delle forze motrici che hanno determinato la genesi e il processo di sviluppo del capitalismo, la cui essenza secondo Weber si ritrova nel processo di razionalizzazione della vita economico-sociale e nella possibilità di calcolare razionalmente tutti i fenomeni, ivi compresi quelli politici. Fatta questa premessa, venne delineata dal sociologo tedesco una particolare storia universale delle religioni al fine di attestare che soltanto il calvinismo e le sette protestanti espressero un’ideologia in grado di promuovere la “razionalizzazione” capitalistica ed il dominio politico-sociale della borghesia, mentre viceversa tutte le religioni dell’Oriente e dell’antichità generarono a suo avviso delle concezioni di etica economica che ostacolarono in modo insuperabile il processo di razionalizzazione della vita produttiva; dato che l’etica protestante era sorta nel XVI secolo e ben prima del capitalismo industriale inglese del ‘700, si manifesta in tal modo a parere di Weber il primato delle “idee” e della religione nella genesi e sviluppo del capitalismo.[16]

Risulta fin troppo facile far notare ai seguaci idealisti di Weber come delle forme molto diffuse di capitalismo manifatturiero e commerciale si fossero sviluppate in Italia fin dall’anno Mille, cinquecento anni prima della Riforma protestante di Lutero e Calvino, dato che ad Amalfi e Venezia il processo di sviluppo della borghesia iniziò addirittura nel IX secolo d.C. mentre una parte minoritaria, ma significativa, del capitale e del denaro circolante in Europa tra il 1000 ed il 1780 appartenne alla borghesia ebraica, sostanzialmente impermeabile allo “spirito protestante” , ma soprattutto è molto agevole mostrare che i primi e decisivi segnali di “razionalizzazione” capitalistica si produssero nella cattolicissima Italia tra il 1100 ed il 1400, estendendosi al resto dell’Europa molto prima dell’azione di Lutero e Calvino. Infatti la cambiale nacque nel 1200 in Lombardia mentre il primo brevetto venne prodotto a Firenze nel 1421, come la prima polizza di assicurazione del 1319; il primo catasto fondiario è siciliano e risale al XII secolo; ancora nel Medioevo L. Pacioli introdusse le regole fondamentali per la contabilità, tanto esaltata da Weber; la prima lettera di credito è di origine veneziana e del 1171 (molto prima della Riforma protestante…) ed il pisano Fibonacci nel XIII secolo introdusse l’algebra araba in Occidente tre secoli prima di Calvino, in totale assenza dell'”etica protestante” e delle sue presunte, magiche virtù stimolatrici e creatrici in campo economico, sociale e politico.

In modo corretto G. Lukacs rilevò che «il problema centrale della sociologia tedesca nel periodo dell’imperialismo prebellico è di trovare una teoria circa la genesi e l’essenza del capitalismo e, mediante una propria concezione teorica, “superare” il materialismo storico su questo terreno. Per i sociologi tedeschi il vero scoglio è rappresentato dall’accumulazione primitiva, dalla violenta separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione. Quale succedaneo sociologico dell’accumulazione primitiva vengono create in massa nuove ipotesi e nuove teorie»: quella espressa da Weber risultò la principale “nuova teoria” anti-marxista del tempo, ma essa rimase sostanzialmente priva di un rapporto con la realtà storica e con lo sviluppo concreto e millenario del capitalismo.[17]

Negli ultimi decenni il primato delle “idee” viene spesso ancora riaffermato, sotto forme rinnovate e ancora più sofisticate.

La centralità in campo politico-sociale del fattore ideologico e culturale, inteso in senso lato, è stato riaffermato recentemente con forza da S. Huntington nel suo lavoro Lo scontro delle civiltà ed il nuovo ordine mondiale, che ha ottenuto un notevole successo alla fine del XX secolo tra il pubblico e le élite politico-culturali dell’Occidente influenzando in modo non irrilevante il dibattito generale sulla politica internazionale.

La tesi dell’analista statunitense parte dalla premessa che “la storia umana è storia di civiltà”, intesa come il più ampio livello di identità culturale che l’uomo possa raggiungere e che si fonda a sua volta sia su elementi oggettivi comuni quali la lingua, la storia, la religione, i costumi e le istituzioni”, che sul “processo soggettivo di autoidentificazione dei popoli”, permettendo la creazione e riproduzione di una relativa omogeneità, armonia e coesione tra gli stati e le etnie facenti parte di una determinata cultura e civiltà. [18]

Tralasciando le conclusioni politiche del lavoro, scopertamente anticinesi ed antiarabe e tese a legittimare una nuova ed unitaria crociata della “civiltà occidentale” contro i suoi nuovi nemici internazionali, il punto debole (anzi, debolissimo) delle tesi di Huntington emerge subito con chiarezza prendendo in esame le continue guerre ed i prolungati stati di tensione sviluppatisi proprio all’interno delle diverse civiltà mondiali analizzate da Huntington.

La storia della civiltà occidentale è formata infatti da una serie impressionante di macelli sanguinosi creatisi via via tra i vari componenti dell’allegra brigata europea e nordamericana. Nel Ventesimo secolo l’Occidente, che secondo Huntington comprende l’Europa, il Nord America “più altri paesi a forte colonizzazione europea quali Australia e Nuova Zelanda”, è riuscito a produrre due tremende guerre mondiali che hanno coinvolto via via tutti i “campioni” della civiltà cristiano-occidentale (Gran Bretagna, Francia, Germania, Stati Uniti, Italia, Belgio, eccetera), mentre nel periodo compreso tra il 1100 e il 1900 non si contano i conflitti prolungati che hanno via via contrapposto Francia e Gran Bretagna, Spagna e Francia, Austria e nazioni protestanti tedesche, Gran Bretagna e Spagna, Italia e Impero austriaco, Gran Bretagna e Stati Uniti (1776-83 e 1812-14), per non citare che una minima parte del “mosaico dell’orrore” bellico che ha contraddistinto la presunta “omogenea” civiltà occidentale esaltata da Huntington. Egli sostenne che dal 1989-91 tutto è stato messo in discussione dal nuovo quadro internazionale, ma non spiega (né può farlo in alcun modo) le cause per cui non si dovrebbero più ripresentare gli scontri intestini, interni, endogeni delle varie “civiltà”, a partire da quella occidentale; ed infatti proprio attorno al 1996, data di pubblicazione del libro, la “civiltà occidentale” si divise in due grandi poli politico-economici, diretti rispettivamente dagli Stati Uniti e dall’asse franco-tedesco. Un’unica banca centrale, un’unica moneta, strettissime relazioni economico-commerciali; l’assenza di dazi doganali, un primo embrione di politiche economiche, fiscali e militari comuni costituiscono i pilastri del costituendo blocco imperialista europeo e fin dal 1997 lo scontro latente fra i due segmenti della “civiltà occidentale” si è iniziato a delineare con una certa chiarezza, anche se attutito momentaneamente dall’atteggiamento cauto e difensivo dell’Europa rispetto alla superpotenza USA. Se ancora nel novembre del 1997 M. Feldstein dichiarò sulla prestigiosa e semigovernativa rivista statunitense Foreign Affairs che «se l’euro vedrà la luce, come sembra sempre più probabile, esso trasformerà il carattere politico dell’Europa in un modo tale che potranno nascere conflitti in Europa e scontri con gli Stati Uniti», alle parole di un uomo molto vicino alla Casa Bianca seguirono fatti eclatanti, come lo scontro tra USA e “Vecchia Europa” sull’invasione dell’Iraq nel 2003 da parte di Washington.

In sintesi il presunto collante ideologico-culturale (e religioso) esaltato da Huntington risulta di pessima qualità, assolutamente incapace nel passato, nel presente e nel futuro di svolgere un ruolo significativo nei processi di costruzione di alleanze (e di nemici strategici) in campo internazionale. Persino Huntington è costretto a riconoscere, con riferimento alla sanguinosa guerra civile in Bosnia, che a dispetto della loro matrice culturale occidentale gli Stati Uniti “si schierarono dalla parte dei musulmani…” (pag. 433): per quale motivo, se il fattore attrattivo e la comunanza prodotta dall’appartenenza alla stessa civiltà costituiscono forze politico-sociali così potenti?

Al contrario di quello che sostiene il modello di Huntington, per cui esisterebbe nel mondo e nelle relazioni internazionali “un’entità occidentale fortemente coesa” (pag. 32), il quadro interstatale planetario vede una “entità occidentale” scissa ed indebolita dalle profonde contraddizioni economiche e politiche che dividono i suoi due principali poli di riferimento, a dispetto e nonostante la comune matrice di “civiltà”, senza poi contare le profonde differenze linguistiche, culturali, religiose (chiesa protestante e cattolica non sono proprio la stessa cosa) e storiche che frastagliano la mitica unità della “civiltà occidentale”.

L’esperienza storica dimostra come le ideologie, le teorie politico-sociali (in forma laica o religiosa) possano a volte svolgere nel corso del processo storico un ruolo importante, sia esercitando una notevole azione organizzatrice e di mobilitazione di gruppi sociali – non sempre omogenei – più o meno ampi che aiutando determinate classi sociali a raggiungere i propri obiettivi più ambiziosi in campo politico, sociale ed economico, ma il loro ruolo concreto è sottoposto a quattro condizioni materiali.

Innanzitutto le diverse ideologie, gli ideali, le teorie assolvono un compito importante in campo politico-sociale solo se (e a patto che) si impadroniscano delle menti di molti uomini, conquistando le masse popolari o dei segmenti importanti delle classi privilegiate. «La teoria diventa una forza materiale non appena conquista le masse», affermò correttamente Marx nel suo lavoro Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, e solo in questo caso si trasforma in una potenza reale in campo politico.

Secondo paletto: le ideologie penetrano tra le masse non in funzione del loro livello di creatività di sofisticazione teorica, ma in base alla loro capacità concreta di sintetizzare gli interessi, i bisogni e le aspettative di queste ultime e di indicare in modo per loro credibile sia i nemici-amici che gli strumenti d’azione necessari alle lotte.

Pertanto (terzo paletto) la teoria e le ideologie cessano di svolgere un ruolo reale sul piano politico-sociale quando si staccano e non corrispondono più ai bisogni, gli interessi e le esperienze concrete di queste ultime (per i più svariati motivi), ed il solito Marx rilevò correttamente come «le idee si sono coperte di obbrobrio» ogni volta che esse non abbiano più coinciso con gli interessi e le aspirazioni concrete di determinate classi, frazioni di classe e gruppi sociali determinati.

Ma soprattutto il successo e la forza d’urto reale, storica di un’ideologia-teoria costituisce una variabile dipendente principalmente dai successi (o dagli insuccessi) del movimento politico-sociale, della classe e del soggetto politico che l’abbia “adottata”, fatta propria e utilizzata come propria concezione del mondo, come propria ideologia-ideale-teoria di riferimento: uno degli esempi più efficaci di queste tesi è data dalla storia della più influente ed elaborata concezione del mondo apparsa negli ultimi due secoli, il marxismo con il suo successivo sviluppo leninista, in una dinamica che offre una delle migliori e più recenti conferme storiche delle potenzialità, ma soprattutto dei limiti dell’influenza delle ideologie (utopie-concezioni del mondo-ideali) nella sfera politico-sociale delle strutture classiste.

A partire infatti dal 1867, data di pubblicazione del primo libro del Capitale, si è mantenuto quasi sempre un ampio livello di consenso tra gli intellettuali sull’elevato livello di sofisticazione teorica della concezione del mondo marxista e sulla sua capacità di interpretare almeno alcune dinamiche fondamentali del modo di produzione capitalistico dell’Ottocento, ritenuto anche nel 1990/2000 in grado di fornire spunti di riflessione sulla “globalizzazione” contemporanea, mentre persino tra alcuni dei teorici e gli aderenti al “verbo anticomunista” era ed è diffuso un certo rispetto (ostile) per il marxismo, tra l’altro forzatamente riconosciuto come una delle ideologie politico-sociale di maggiore influenza nella storia mondiale.

Eppure il marxismo nelle sue prime fasi di sviluppo conobbe una vera e propria “vita grama” per almeno trent’anni, dal 1848 al 1878, nonostante che Marx fosse anche allora molto conosciuto come teorico e principale esponente della prima Internazionale (1864-1872): l’innegabile potenza intellettuale ed ideale della corrente marxista, specie se rapportata con il basso livello teorico del liberalismo ottocentesco e dei “concorrenti” del marxismo nel movimento operaio (lassalismo, anarchia di Bakunin, proudhonismo), non servì assolutamente a garantire la sua egemonia all’interno del pensiero collettivo degli intellettuali progressisti e della frazione più cosciente del movimento operaio per tre decenni, e la situazione di sostanziale emarginazione politico-teorica del pensiero marxiano venne superata solo ed esclusivamente con l’adozione parziale delle tesi fondamentali di Marx ed Engels da parte della socialdemocrazia tedesca, dopo il 1878-80.

Trent’anni dopo la pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista, «solo per cinque persone tra i dirigenti del partito» (la socialdemocrazia tedesca, n.d.a.) «le fonti consentono di accertare con sicurezza una solida conoscenza della teoria economica di Karl Marx. Sono Wilhelm Bracke, Carl August Schramm, August Bebel, Josef Dietzgen e August Geib… Era soprattutto la consapevolezza basata sull’esperienza diretta, dell’ingiustizia sociale e della necessità di unirsi nella lotta contro il dominio del capitale che formava il socialismo della massa degli operai socialdemocratici, a cui Julius Vahlteich dette in seguito un’espressione calzante: «Come ho già detto, le nostre conoscenze nel campo dell’economia politica erano assai modeste. Non sapevamo niente del capitale costante e variabile e non eravamo iniziati ai profondi misteri della formazione del capitale. Ma sapevamo benissimo che il capitale e i capitalisti erano nostri nemici, e sapevamo anche che non potevamo averne ragione che con uno spiegamento di forze, quindi organizzandoci. Non sapevamo niente del plusvalore relativo e di cento altre categorie economiche, ma eravamo del tutto fermi nella convinzione che venivamo truffati e defraudati dagli imprenditori e che le leggi erano fatte apposta per sanzionare questo modo di agire».[19]

A dispetto del prestigio di cui godevano, Marx ed Engels non avevano svolto un ruolo rilevante nel processo di costruzione del partito socialdemocratico tedesco avvenuto tra il 1863 ed il 1875 ed anche le osservazioni critiche fatte da Marx nel 1875 sul programma elaborato per la riunificazione delle due frazioni politiche del movimento operaio tedesco furono sostanzialmente ignorate. Solo nel periodo compreso tra il 1878 e il 1890 si verificò un processo di recezione parziale del marxismo da parte della socialdemocrazia tedesca, a cui diede vita e spunto principalmente il processo spontaneo di radicalizzazione degli iscritti della SPD dovuto alle leggi contro i socialisti emanate dal cancelliere del Reich Bismarck nel 1878: un’analisi delle lettere e delle poesie inviate dagli iscritti alla redazione del Sozialdemokrat, stampato a Zurigo e introdotto clandestinamente con molta efficacia in Germania, porta a concludere che esse esprimevano «un odio fanatico per Bismarck e per il potere statale da lui rappresentato».[20] In questa situazione concreta il marxismo poté finalmente trasformarsi in forza materiale ed il “fattore Bismarck” riuscì a produrre, sommato tra l’altro con l’effetto propagandistico creato da opere efficaci e popolari quali L’Antidühring di Engels, una diffusione reale del marxismo nella coscienza collettiva delle sempre più numerose avanguardie operaie europee e dei quadri politici socialisti, ottenendo involontariamente un risultato che non aveva raggiunto l’alto livello di elaborazione politica e teorica del marxismo, il suo carattere scientifico incomparabilmente superiore a quello delle altre teorie politiche socialiste del tempo.

Dopo la sostanziale eclisse del pensiero marxista dal 1896 fino al 1914, la sua influenza su scala planetaria conobbe un secondo ed enorme balzo in avanti nel 1917-49, quando esso diventò la corrente ideologica (laica) più diffusa nel mondo e più dotata di capacità egemonica tra i lavoratori e gli strati intellettuali di tutto il globo, almeno fino al 1974-76.

Tuttavia il paradosso storico consistette nel fatto che la grande maggioranza della popolazione di Russia, Ucraina, Siberia, Cina, Est Europa e Vietnam/Corea, i contadini, prima e durante i processi rivoluzionari non conoscevano quasi mai le linee fondamentali e l’abc del marxismo (marxismo-leninismo), come del resto valeva anche per settori consistenti della classe operaia di quelle formazioni statali: essi seguirono e appoggiarono la pratica vittoriosa, l’azione e l’opera concreta espressa dai comunisti, specie con le riforme agrarie e l’esproprio dei latifondi, senza una reale appropriazione preventiva delle tesi fondamentali, della ricchezza teorico-gnoseologica e delle contraddizioni del marxismo: parafrasando Dante nel suo canto sul conte Ugolino, “più che la teoria poté la fame…” fisiologica, di terra e di giustizia sociale.

Infine va notato che la crisi (1979-88) ed il tracollo (1989-91) dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati nell’Europa centro-orientale provocò un parallelo collasso dell’influenza e del prestigio teorico-intellettuale e di massa del marxismo, a dispetto di fenomeni reali e innegabili quali la caduta progressiva del salario reale della classe operaia occidentale e la decomposizione del riformismo socialdemocratico, le crisi economiche del 1980-83 e del 1990-92 e l’enorme aumento della disuguaglianza tra borghesia e lavoratori (e tra stati ricchi e stati poveri): fenomeni che “teoricamente” avrebbero dovuto allargare notevolmente la credibilità ed il livello d’influenza mondiale del marxismo, ma che viceversa non riuscirono a contrastare (se non in minima parte) il declino oggettivo ed accelerato del suo prestigio e raggio d’azione politico-sociale. Si può pertanto avanzare la facile previsione che solo nuovi successi politico-sociali del movimento rivoluzionario mondiale provocheranno una crescita dell’influenza di massa del marxismo tra i lavoratori e gli intellettuali, come sta avvenendo parzialmente in America Latina dopo il 1999 con Chavez, Morales, i Sem Terra brasiliani, ecc.

Proprio la traiettoria concreta del marxismo (e del leninismo) dimostra concretamente l’inconsistenza teorica delle concezioni idealiste in campo politico-sociale e fu proprio un grande rivoluzionario come Mao Tse Tung (Mao Zedong) a notare nel 1949 che «se il marxismo-leninismo, una volta introdotto in Cina, ha potuto giocarvi un ruolo così grande, è perché le condizioni sociali della Cina lo esigevano, perché esso è stato associato alla pratica rivoluzionaria del popolo cinese e perché il popolo cinese l’ha assimilato. Un’ideologia, fosse anche la migliore, compreso lo stesso marxismo-leninismo, è priva di effetti se non viene associata a delle realtà oggettive, se non corrisponde a dei bisogni oggettivamente esistenti e non è stato assimilato dalle masse popolari».[21]

Anche l’influenza ideale, culturale e politica acquisita dal neocristianesimo dopo il 311 a.C. è stata determinata in larga parte dalla forza relativa posseduta dai suoi alleati politico-sociali (e dai suoi antagonisti) negli ultimi 1700 anni, allorché l’antica ed eroica religione degli schiavi e delle masse popolari dell’impero romano venne adottata e sfigurata dai grandi padroni di schiavi e dai loro mandatari politici.

Poco tempo dopo la legalizzazione del cristianesimo come culto, effettuata da parte di Galerio e Costantino, nel 311-313, la religione cristiana venne infatti “adottata” come religione ufficiale, utilizzata e deformata da innumerevoli formazioni statali (romane, barbare, carolingie, tardo-medioevali, aristocratiche del ‘600 e ‘700, eccetera); ancora nel 392 il cristianesimo era stato proclamato dal decadente impero schiavistico romano come religione di stato, in una delle prime forme di quella “Santa Alleanza” plurisecolare e multiforme creatasi tra potere politico, gerarchie ecclesiastiche e classi privilegiate sul piano socioeconomico e sviluppatasi quasi senza interruzione per circa diciassette secoli nel mondo occidentale.[22]

Da una parte lo stato garantiva con la forza il monopolio esclusivo del messaggio religioso da parte delle alte gerarchie della religione “adottata”, consentendo loro (quasi sempre entro certi limiti) un lento e legale processo di accumulazione di beni immobili, terre e forze produttive, schiavi o servi della gleba, mentre dall’altro le gerarchie religiose svolgevano un’azione continua di legittimazione e di sacralizzazione delle relazioni di dominio politico e dei rapporti di produzione schiavistici, feudali o borghesi tra le masse popolari: la conseguenza di tale “scambio” fu che la forza politica del neocristianesimo dipese strettamente dalla potenza dei suoi alleati temporali, dai successi/insuccessi politico-sociali e militari riportati dai suoi “padrini” al potere.

Non a caso si verificò in una serie di aree geopolitiche che un forte declino e un semi-collasso dell’influenza sociale, intellettuale e religiosa della religione “neocristiana” (lontana anni luce dalle tendenze antagoniste già espresse nei suoi primi due secoli di vita), nei casi storici in cui essa perse il sostegno dei “propri” apparati statali e delle classi dominanti in campo produttivo e sociopolitico. Basti solo pensare alla profonda decadenza e alla quasi scomparsa del cristianesimo in Asia Minore, Egitto e Nord-Africa nel 600/800, in seguito alle vittorie arabe e musulmane; al collasso del “ramo cattolico” nei paesi scandinavi ed in Olanda, in Gran Bretagna ed in larga parte della Germania per effetto della Riforma protestante e del passaggio all'”eresia” del potere politico e dei gruppi sociali dominanti in tale area geopolitica; alla caduta dell’influenza clerico-cattolica tra il 1789-1793, in conseguenza della Rivoluzione francese ed al declino profondo dell’influenza della chiesa ortodossa in Russia, dopo la vittoria del bolscevismo.

Un quarto filone di interpretazione dei processi di gestione degli affari comuni delle società di classe è rappresentato dal materialismo economicista, che attribuisce un ruolo centrale e dominante agli interessi economici e alla lotta di classe ad essi collegata nel comprendere (e prevedere) la dinamica politico-sociale delle diverse formazioni statali.

La chiave di accesso “economicista” ai rapporti storico-politici non è assolutamente appannaggio esclusivo del “marxismo volgare”: anzi un teologo del XII secolo, Alain de Lille, aveva affermato nove secoli or sono il nuovo predominio globale dei rapporti mercantili affermando che «non Cesare, bensì il denaro è tutto…»

A fine Settecento uno degli esponenti più intelligenti della borghesia francese, Barnave, constatava come l’esperienza storica della Rivoluzione francese fosse la dimostrazione vivente che “una nuova distribuzione della ricchezza prepara una nuova distribuzione del potere”, mentre quasi contemporaneamente altro materiale prezioso in questo senso era fornito dal dibattito sulla costituzione americana avvenuto durante il 1787/88, dove i rappresentanti delle varie tendenze difesero i propri interessi con una sincerità che più tardi la società borghese non avrebbe sconosciuto: l’autorevole politico J. Madison scrisse nel 1787 sul “Federalist” che «…la fonte più comune e duratura delle divisioni è stata la diversa e diseguale distribuzione della proprietà. Quelli che possedevano una proprietà e quelli che ne erano sprovvisti hanno sempre formato interessi distinti nella società».

Anche lo storico francese Guizot, nei suoi Saggi sulla storia di Francia affermò chiaramente e molto prima di Marx che «per capire le istituzioni politiche bisogna conoscere le diverse condizioni sociali e i loro rapporti. Per capire le condizioni sociali, bisogna conoscere la natura e i rapporti delle proprietà».[23] A sua volta l’inglese Stanley, a metà degli anni Sessanta del XX secolo, rimase tanto impressionato dall’impatto esercitato sulle zone industriali e cotoniere della Gran Bretagna dalla guerra civile americana da affermare che “l’economia governa il mondo…”

Ai giorni nostri il materialismo economicista risulta il più diffuso strumento di analisi dei processi politico-sociali, e del resto anche il marxismo è stato utilizzato e recepito molto spesso dai ricercatori storici, dagli uomini politici e dalle masse popolari nella sua variante del “marxismo volgare”. Secondo lo storico britannico E. Hobsbawm, «l’influsso del marxismo tra gli storici è stato identificato con una serie di idee relativamente semplici, benché potenti, che in un modo o nell’altro sono state associate a Marx e ai movimenti che al suo pensiero si sono ispirati, ma che non sono necessariamente marxiste o che, nella forma che ha esercitato l’influsso maggiore, non sono necessariamente rappresentative del pensiero più maturo di Marx… Sembra chiaro che il “marxismo-volgare” comprendeva in linea di massima i seguenti elementi:

1)      l’interpretazione economica della storia, ovvero la credenza che quello economico è il fattore fondamentale da cui dipendono gli altri (per usare una frase di R. Stamler) e, in particolare, da cui dipendevano fenomeni che fin qui non erano considerati come particolarmente connessi alle questioni economiche. In questa accezione, l’interpretazione si estendeva a

2)      il modello di base e sovrastruttura (utilizzato nel senso più ampio per spiegare la storia delle idee)… questo modello era generalmente interpretato come una semplice relazione di dominanza e dipendenza tra la “base economica” e la sovrastruttura, mediata perlopiù da

3)      “l’interesse di classe e la lotta di classe”. Si ha come l’impressione che un certo numero di storici “marxisti-volgari” non siano andati molto oltre la prima pagina del Manifesto del Partito Comunista, e la frase “la storia scritta di tutte le società finora esistite è storia di lotte di classe”.

4)      “Leggi storiche e inevitabilità storica”. Si è creduto, correttamente, che Marx abbia insistito su uno sviluppo sistematico e necessario della società umana nella storia -sviluppo da cui il contingente era in larga parte escluso – e che comprendesse tutti gli avvenimenti, al livello di generalizzazione su movimenti a lungo termine… D’altro canto questo elemento può essere interpretato, e in gran parte lo è stato, come una regolarità rigidamente imposta, ad esempio nella successione delle formazioni socio-economiche, o anche come determinismo meccanicistico che, a volte, giungeva quasi a suggerire che non ci fossero alternative nella storia.»[24]

Questa selezione unilaterale di elementi derivanti dal marxismo aveva comunque un’enorme potenziale intellettuale, ha notato giustamente Hobsbawm, capace di gettare luce in zone fino a quel momento oscure. L’autore rileva che «è difficile riassaporare la sorpresa che deve aver provato uno studioso di scienze sociali intelligente e colto» (J. Bonar) «quando, verso la fine del XIX secolo, si imbatté nelle seguenti osservazioni marxiste riguardo al passato: “la stessa Riforma è da ascrivere a una causa economica, e la durata della guerra dei Trent’anni è dovuta a una causa economica; le crociate si collegano alla scarsezza di terre feudali, l’evoluzione della famiglia è riconducibile a cause economiche, il concetto cartesiano di animali come macchine può essere messo in relazione con la crescita del sistema manifatturiero”. Anche coloro fra noi che ricordano i primi incontri con il materialismo storico potranno forse fornire ancora una testimonianza dell’immensa forza liberatrice di queste semplici scoperte».[25]

La categoria dell’interesse economico-materiale rappresenta indubbiamente un elemento importante nel processo di comprensione del processo politico ed un salto di qualità decisivo rispetto alle teorie del “superuomo” e delle “idee politiche” come forze motrici della storia politico-sociale. Infatti non si può interpretare correttamente il comportamento collettivo degli uomini e la dinamica degli eventi politico-sociali senza analizzare “cosa vuole” un soggetto politico sociale e quali bisogni collettivi concreti intende realizzare e soddisfare, senza rispondere alla domanda fondamentale “cui prodest”, a chi giova una determinata azione e/o progetto politico-sociale, anche perché l’importanza del fattore economico è provato dall’esperienza millenaria delle società di classe.

Ad esempio, contrariamente a tutte le affermazioni di Furet tese a nascondere uno degli scheletri nell’armadio della borghesia, l’appoggio del grande capitale alla presa del potere fascista/nazista e alla riproduzione del loro potere costituì un dato di fatto innegabile e sicuramente l’insieme delle azioni concrete di Hitler e Mussolini risposero al complesso degli interessi politico-economici dei centri del potere. Non era sicuramente sgradito ai circoli economici dominanti l’arresto di tutti i deputati e dei massimi esponenti comunisti, la chiusura delle sedi del partito e di tutti i loro giornali e i quattromila arresti di comunisti seguiti alla provocazione dell’incendio del Reichstag del 28 febbraio 1933, mentre altrettanto graditi alla borghesia tedesca furono il primato assegnato dal nazismo alle forze armate ed al lucroso riarmo della Germania, la distruzione dei sindacati di classe con l’occupazione delle loro sedi e la confisca di tutti i loro beni, la nomina con una legge del 19 maggio 1933 dei dodici fiduciari del lavoro del Reich per la regolamentazione salariale, che in pratica non erano altro che un insieme di funzionari e avvocati provenienti dalle organizzazioni padronali, e la scelta come ministro per l’Economia nella primavera del 1933 di K. S. Schmitt, magnate del settore assicurativo.[26]

Non risultano agli atti storici delle proteste della Confindustria contro i provvedimenti presi dal governo Mussolini subito dopo la marcia su Roma in campo socio-economico, alias abolizione della nominatività dei titoli azionari, diminuzione dell’imposta di successione, privatizzazione dell’esercizio dei telefoni e licenziamenti politici di massa nelle ferrovie, mentre la fase iniziale della partecipazione dell’imperialismo italiano alla seconda guerra mondiale produsse un sostanzioso aumento dei dividendi azionari: nelle industrie navali meccaniche dal 4,45 nel 1938 al 6,68 nel 1942, nelle cotoniere dal 3,89 al 4,53, nelle fibre tessili artificiali dal 5,19 al 7,03 dell’anno in esame.[27]

Tuttavia la coordinata “interessi materiali” e la lotta per i bisogni economici costituisce solo una prima e parziale chiave di accesso per risolvere il problema delle forze motrici e della dinamica concreta della sfera politica nelle società di classe.

Innanzitutto esiste una netta differenza tra lotta economica e lotta per il potere politico, dato che si tratta di livelli di scontro diversi anche se collegati tra di loro. Lenin nel 1902 distinse nettamente il conflitto materiale diretto tra classe operaia e borghesia (I livello) dalla pressione politica esercitata dai lavoratori sul governo ed i poteri statali, direttamente o con il “medium” dei sindacati, per la difesa di interessi generali economici e dei diritti d’agibilità sindacale (II livello); ad un piano ancora superiore, si trova la lotta riformista per la democrazia e la soddisfazione dei propri bisogni materiali condotta dalla classe operaia attraverso le sue variegate espressioni politiche, mentre l’ultimo gradino della piramide per Lenin consisteva nella lotta rivoluzionaria per il potere e la dittatura del proletariato.[28]

Il geniale teorico russo si accorse rapidamente, osservando proprio l’esperienza fatta dalla classe operaia britannica tra il 1848 e il 1901, che la lotta economica non si trasforma affatto automaticamente in iniziativa politica autonoma né tantomeno in lotta rivoluzionaria: la conflittualità economica rimane relativamente autonoma da quella politica, e viceversa, visto che sono due livelli di uno stesso “gioco” ma con regole distinte.

In seconda battuta si deve rilevare che sia gli interessi materiali che quelli politici delle diverse classi possiedono in modo ininterrotto un grado di elasticità enorme, che spazia e si allarga in uno spettro che comprende sia un minimo che un massimo.

Fanno parte della coordinata degli interessi materiali (e politici) di classe l’estrema difesa (da “ultima cittadella”) di un minimo di riproduzione, anche se stentata e precaria, delle condizioni di esistenza di una classe (e di un partito, o di un movimento politico); ma allo stesso tempo appartengono alla coordinata degli interessi materiali (e politici) anche le utopie più sfrenate, i bisogni più arditi dei diversi gruppi sociali (e politici), i desideri collettivi che essi vorrebbero soddisfare in assenza ipotetica di resistenza di altre classi e in caso di propria vittoria totale. In sostanza la sfera, la piramide degli interessi materiali (e politici) delle diverse classi è formata da diversi strati che vanno da un minimo ad un massimo, in cui i punti estremi della coordinata interessi materiali sono distanti tra loro anni-luce, sia in termini quantitativi che qualitativi.

Ma allora quale risulta la forza motrice che determina la soddisfazione effettiva della scala elastica dei bisogni materiali e/o politici dei vari gruppi sociali? Cosa determina poi il livello di bisogni e di aspirazioni effettivamente perseguito, volta per volta, dalle diverse classi e movimenti politici?

Si possono fornire subito due esempi limite, con segno di classe opposto.

Tra il 1918 ed i primi mesi del 1921 la strategia dei bolscevichi, al potere dopo l’Ottobre Rosso, comprendeva ad un estremo la ricerca tenace della rivoluzione socialista mondiale e la realizzazione effettiva di un “programma massimo” su scala globale mediante l’azione dei partiti comunisti e quella (possibile) dell’Armata Rossa, come si verificò nell’agosto del 1920 con la marcia su Varsavia dell’esercito rivoluzionario (attuata al fine di scatenare una tempesta rivoluzionaria in Europa); ma allo stesso tempo la progettualità e la praxis concreta del partito comunista russo doveva difendere la sopravvivenza concreta, minimale e stentata del potere sovietico, minacciato da nemici potenti quali la controrivoluzione interna, l’intervento militar-politico straniero (fu la Polonia, nel maggio del 1920, a scatenare la guerra), il collasso economico e la fame, il crescente malcontento popolare di operai, marinai e contadini. Detto in altri termini, durante il periodo compreso tra l’ottobre 1917 ed il marzo 1921 nella politica dei bolscevichi coesistettero ed interagirono sia i bisogni politico-materiali più ambiziosi che quelli più modesti, e furono principalmente i rapporti di forza statali ed internazionali, i successi e le sconfitte dei bolscevichi e delle forze rivoluzionarie a “fissare” via via in ogni momento storico la strategia concreta dei comunisti sovietici, il livello di soddisfazione dei bisogni politico-materiali da loro raggiunto e quello perseguito concretamente: ad esempio un importante dirigente come Zinoviev affermò chiaramente al secondo Esecutivo allargato dell’ Internazionale Comunista (marzo 1922) che «se per esempio l’Armata Rossa della Russia sovietica avesse conquistato Varsavia, ora la tattica della Internazionale comunista sarebbe diversa da quella che è. Ma questo non si è realizzato. Dopo la sconfitta militare è venuta una sconfitta politica per tutto il movimento operaio. Il partito russo è stato costretto a far grandi concessioni economiche ai contadini e, in parte, anche alla borghesia».[29]

Se l’esperienza bolscevica dimostra che gli interessi materiali e politici di classe costituiscono delle sfere e scale elastiche subordinate ai rapporti di forza politico-sociali e al loro sviluppo concreto, sia in campo nazionale che interstatale, un secondo esempio in questo senso viene dalla pratica internazionale espressa dallo stato piemontese tra il 1849 ed il 1860: in quattro distinte fasi i nuclei dirigenti sabaudi, al cui interno emerse via via come centrale il ruolo del conte di Cavour, passarono in un solo decennio dalla difesa quasi disperata della pura sopravvivenza del regno piemontese come entità statale autonoma alla (quasi) completa soddisfazione di bisogni e programmi, sia politici che economici, considerati in precedenza come utopici e realizzabili solo in tempi storici (l’unificazione politico-economica dell’Italia sotto l’egemonia dei Savoia).

Il primo periodo fu quello dell’arretramento e dei bisogni-alfa (minimali). Dopo la sconfitta subita dall’esercito piemontese a Novara ad opera degli austriaci, che controllavano allora il centro-nord d’Italia, nel marzo del 1849 il nuovo re Vittorio Emanuele III fu costretto a firmare una pace umiliante con il regno Asburgico che sanzionò la rinuncia da parte del Piemonte a qualsiasi velleità di espansione territoriale e ad ogni suo sostegno al movimento indipendentista italiano (agosto 1849).[30]

A stento la monarchia sabauda riuscì a mantenere un minimo di struttura politico-materiale, dovendo tra l’altro reprimere sul fronte interno sollevazioni popolari estese come quella di Genova, roccaforte dei democratici insorta contro la stipulazione del trattato, tanto che solo l’interesse comune delle grandi potenze (Francia, Gran Bretagna, Austria) alla sopravvivenza di uno “stato cuscinetto” nell’Italia settentrionale costituì la base materiale per la salvezza del regno piemontese: rapporti di forza politico-materiali molto sfavorevoli obbligarono allora il Piemonte ad una mera lotta per la sopravvivenza, creando le condizioni per l’emergere della centralità temporanea di bisogni politici ed economici minimali in campo statale ed internazionale e la latenza (provvisoria) di qualunque tendenza più ambiziosa.

Il secondo periodo, nel 1850-58, fu caratterizzato dall’avvio di un processo di accumulazione di forze a favore del regno sabaudo e dal riemergere progressivo della linea espansionistica e antiaustriaca dei circoli dirigenti piemontesi, la cui vittoria avrebbe portato sicuramente dei lauti “dividendi” economici ai loro mandanti sociali.

La prima forza motrice del processo di accumulazione di potenza fu rappresentato dalla costruzione di una salda alleanza politica tra la frazione più progressista della corte e dell’aristocrazia fondiaria e la corrente moderata della borghesia liberale attraverso il famoso “connubio” tra Cavour e Rattazzi, gli esponenti principali delle due componenti politiche, che neutralizzò politicamente sia le tendenze repubblicane mazziniane che le nostalgie clericali e localistiche della parte più reazionaria della nobiltà piemontese.

Il secondo tassello del “balzo in avanti” compiuto dal regno piemontese venne costituito dalla politica riformista attuata in campo economico da Cavour, ministro dell’Agricoltura nel governo D’Azeglio e capo del governo a partire dal 1852, che permise di superare rapidamente lo stato di arretratezza produttivo dello stato piemontese: se all’inizio degli anni Cinquanta in esso non era ancora sorta alcuna grande impresa industriale, il nucleo dirigente guidato da Cavour riuscì a fondare rapidamente una nuova banca destinata a fornire crediti su larga scala alla nascente borghesia industriale, che contemporaneamente poteva beneficiare di una riduzione considerevole delle tariffe doganali tale da consentire di triplicare il volume delle esportazioni ed importazioni nel periodo compreso tra il 1850 e il 1859.

Per finalità sia economiche che militari il nucleo dirigente cavouriano estese anche in modo considerevole la rete ferroviaria piemontese, che si prolungò dalla frontiera francese fino alla Lombardia senza soluzione di continuità e che nel 1859 contò circa la metà del chilometraggio ferroviario complessivo dell’intera Italia, mentre parallelamente vennero gettate le basi materiali e tecnologiche dell’industria bellica statale mandando numerosi ingegneri in Inghilterra, per studiare la fabbricazione di motori per navi e di cannoni rigati.

La strategia politico-sociale di Cavour permise e facilitò l’innesco di un processo notevole accumulazione di forze allo Stato piemontese, in plateale controtendenza rispetto alla sostanziale stagnazione degli altri stati italiani, rendendola contemporaneamente un polo d’attrazione politico-sociale per i liberali e i patrioti borghesi dell’intera penisola. Gli esuli politici degli altri staterelli italiani erano bene accolti a patto che prendessero le distanze da Mazzini, diventando via via sempre più numerosi e con importanti incarichi nell’insegnamento o nell’amministrazione e nel giornalismo: con la loro presenza essi testimoniavano la realtà per cui il regime piemontese era l’unico in Italia in cui esistesse un certo grado (ad esclusione dei sovversivi repubblicani) di libertà di stampa e di associazione.[31]

L’ultimo e decisivo fattore di forza fu rappresentato dal risveglio francese sotto Luigi Napoleone, che restituì alla Francia una posizione di forza in seno all’equilibrio politico europeo trasformandola in una potenziale alleata del Piemonte contro la potenza austriaca. Dopo l’intelligente (e sanguinoso) intervento del Piemonte nel 1855, a fianco di Gran Bretagna e Francia nella guerra di Crimea, Cavour riuscì ad ottenere l’appoggio bonapartista stabilendo le basi del futuro assetto politico della penisola: Nizza e Savoia furono promesse alla Francia dal nucleo dirigente cavouriano, in cambio del riconoscimento da parte di Napoleone III dell’egemonia sabauda sull’Italia settentrionale e dell’appoggio militare contro la potenza austriaca nella futura ed inevitabile guerra.

Anche in questo “secondo periodo” il progetto di Cavour puntava “solo” ad un regno sabaudo nel Nord d’Italia legato da vincoli di alleanza con gli altri staterelli italiani, mentre il dirigente piemontese era ancora convinto che l’Italia sarebbe dovuta diventare un’unica formazione statale solo in un lontano futuro, costituendo appena una vaga utopia nella visione strategica di Cavour: proprio nella fase compresa tra il 1850 ed il 1859, tuttavia, il processo di accumulazione concreta di forze e il nuovo rapporto di potenza tra gli stati venutosi a creare in Italia permise in sostanza l’affermazione di un più elevato livello di obiettivi e bisogni politici ed economici da parte dello stato piemontese.[32]

Nel terzo periodo l’intervento militare della Francia a fianco del Piemonte ed il buono stato di preparazione militare e politica dello stato sabaudo determinarono una parziale vittoria militare sull’Austria, nell’aprile-giugno 1859: pertanto nuovi e favorevoli rapporti di forza politici consentirono al Piemonte di ottenere con la pace di Villafranca l’ambita preda lombarda e successivamente, nel marzo del 1860, di annettersi l’Emilia e la Toscana sotto la protezione interessata dei francesi (che ottennero Nizza e Savoia), in modo tale che l’obiettivo strategico “realistico” di Cavour venne realizzato quasi completamente.

Il quarto periodo vide il trionfo del regno sabaudo e la soddisfazione (quasi completa) dei bisogni e sogni più arditi dell’élite politica piemontese, considerati fino a tre-quattro anni prima ancora irrealizzabili se non nel lungo periodo.

La nuova configurazione dei rapporti di potenza generata dal successo imprevisto e tumultuoso della spedizione dei Mille di Garibaldi, combinatasi con l’insurrezione delle masse popolari urbane e contadine dell’Italia meridionale, permisero di trasformare l’utopia politica dell’unità d’Italia in un obiettivo realizzabile e concreto della politica piemontese, visto che la distruzione dell’apparato militare e politico del regno borbonico e la paura della Francia bonapartista per un’eventuale conquista garibaldina dello stato pontificio favorirono l’intervento militare piemontese del 1860. Con poche perdite umane e sacrifici materiali irrisori, il nucleo dirigente di Cavour riuscì contemporaneamente sia a occupare le Marche e l’Umbria, sottraendole al dominio pontificio, che ad ottenere “in regalo” dalle forze garibaldine la parte meridionale d’Italia e la Sicilia (tema a parte è formato dalla debolezza della posizione dei garibaldini dopo la loro repressione sanguinosa dei moti contadini in Sicilia e la loro precaria alleanza con le classi possidenti dell’ex regno borbonico). Durante il “quarto periodo” e nel biennio 1860-61 la drastica trasformazione dei rapporti di forze politico-militari a favore dello stato piemontese creò le condizioni essenziali affinché quest’ultimo potesse concretamente perseguire e soddisfare i propri piani e bisogni materiali più ambiziosi in politica internazionale.

Gli esempi storici presi in esame, moltiplicabili a piacere, servono a mettere in evidenza tre punti centrali della sfera politica:

1)      gli interessi materiali-politici preesistono ai rapporti di forza, non essendo creati da questi ultimi ma viceversa dalle condizioni e posizioni socioeconomiche proprie di ogni soggetto politico; Cavour e i suoi mandanti sociali, a differenza del cancelliere austriaco e del Vaticano, desideravano fin dall’inizio che fosse compiuto il processo sociopolitico di unificazione dell’Italia, anche se in tempi estremamente dilatati.

2)      gli interessi materiali-politici sono tuttavia caratterizzati da una gamma di estensione eccezionale, formando un continuum che passa progressivamente in ogni soggetto politico e sociale dai gradi inferiori fino ai livelli di interesse più elevati, o viceversa. Cavour nel 1849 sostenne il governo D’Azeglio nella sua politica di accettazione forzata dei diktat austriaci e di una sorta di sovranità limitata, mentre nel 1859-60 attaccò direttamente il dominio austriaco nell’Italia settentrionale e nel 1860-61 attuò il “programma massimo” dell’alleanza creatasi tra la borghesia e la frazione più avanzata dell’aristocrazia piemontese.

3)      i rapporti di forza determinano (esaltano/deprimono) il grado di obiettivi-interessi effettivamente realizzati e ritenuti realizzabili. In linguaggio figurato si può affermare che l’appetito viene mangiando, e cioè che rapporti di forza favorevoli aumentano il livello di interessi-obiettivi mentre la mancanza di “denti” favorisce l’inappetenza, la riduzione ai minimi termini degli interessi volta per volta perseguiti-ottenuti dai diversi attori politici e classi sociali.

Ma non è sufficiente rilevare che i bisogni economici e politici collettivi sono posti in “livelli di gioco” diversi e che essi formano una scala elastica, estremamente malleabile e dilatabile: l’esperienza storica plurimillenaria, in particolare dell’ultimo secolo, ci insegna anche che la riproduzione ininterrotta degli interessi economici non riesce assolutamente a predeterminare e segnare né l’esito né le modalità di sviluppo fondamentali delle lotte di classe, economiche e politiche.

Si possono facilmente utilizzare proprio le prime frasi del primo capitolo del Manifesto dei Comunisti, vere e proprie condensazioni oggettive di millenni di storia delle società di classe, per comprendere che la coordinata degli interessi economici costituisce solo l’abc iniziale della teoria politica. «Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta». Ora latente ora aperta: quando e perché latente, quando e perché aperta? Non entreranno in gioco fattori extraeconomici quali il rapporto di potenza e la sua dinamica/mutamento nel determinare sia l’alternanza delle lotte, pacifiche o violente, che la loro intensità?

«Lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta»: in questo passo Marx ed Engels urlano con forza che non sussiste alcun determinismo ed esito scontato nella storia, rimandando (purtroppo implicitamente) alla dimensione quantitativa-qualitativa delle “squadre in campo” ed alla loro forza/debolezza relativa, negando esplicitamente qualunque direzione di marcia scontata del processo storico.

Pesanti regressi storici sono sempre possibili. Ad esempio il collasso dell’impero schiavistico romano, dovuto alle invasioni delle popolazioni germaniche ed alle sollevazioni degli schiavi avvenute a loro sostegno nel quinto secolo d.C., non creò le condizioni per l’affermazione di un nuovo e più avanzato modo di produzione classista, al punto che il feudalesimo si sviluppò solo dopo più di due secoli di caos e decomposizione produttiva, sociale e culturale dell’Europa, mentre nella nostra epoca, dopo Hiroshima e la costruzione su larga scala degli ordigni di sterminio atomici (e di quelli batteriologici e chimici) l’alternativa non è più solo quella tra “socialismo e barbarie”, ma tra socialismo e autodistruzione del genere umano: proprio negli ultimi sei decenni il ruolo decisivo della lotta di classe, e dei rapporti di forza concreti tra le classi e tra gli stati, nel determinare il futuro (o l’estinzione) della specie umana è emerso con particolare forza e intensità.

Due pagine più avanti, sempre nel Manifesto, si afferma: «Vediamo dunque come la borghesia moderna è essa stessa il prodotto d’un lungo processo di sviluppo, d’una serie di rivolgimenti nei modi di produzione e di traffico. Ognuno di questi stadi di sviluppo della borghesia era accompagnato da un corrispondente progresso politico. Ceto oppresso sotto il dominio dei signori feudali, insieme di associazioni armate ed autonome nel comune, talvolta sotto forma di repubblica municipale indipendente, talvolta di terzo stato tributario della monarchia, poi all’epoca dell’industria manifatturiera, nella monarchia controllata dagli stati come in quella assoluta, contrappeso alla nobiltà, e fondamento principale delle grandi monarchie in genere, la borghesia, infine, dopo la creazione della grande industria e del mercato mondiale si è conquistata il dominio politico esclusivo nello stato rappresentativo moderno.»[33]

Autonomia (armata) di classe, contrappeso politico-sociale e classe dominante rappresentano delle categorie teoriche e realtà diverse che rimandano a lotte e rapporti di potenza diversi, trasformatisi attraverso i secoli con graduali processi di accumulazione di forze, sconfitte e ritirate o repentine esplosioni rivoluzionarie, riferendosi a particolari e variegate relazioni socioproduttive che si determinano soprattutto in seguito ai conflitti pacifici/violenti, di breve o lunga durata, con i loro alternativi risultati ed esiti concreti.

In sostanza il criterio teorico degli “interessi economici” non riesce assolutamente a fornire indicazioni su vincitori e sconfitti”delle lotte sociali e soprattutto politiche, nello scontro per il controllo degli apparati statali, visto che nel campo in oggetto si inserisce il terzo incomodo della dinamica della correlazione di potenza politica.

Una quinta coordinata di interpretazione della dinamica della sfera politica è costituita dalle teorie apocalittiche, religiose o laiche, nelle quali il processo di riproduzione della sfera politico-sociale e della gestione degli affari comuni della società classista viene interpretato e letto come una trama ininterrotta di malvagità ed oppressione, spezzata nella sua triste ed implacabile continuità solo da un “Grande Evento” che sconvolge e rivoluziona ex novo le strutture sociopolitiche, altrimenti quasi immodificabili e cristallizzate a dispetto del passare del tempo, grazie al provvidenziale intervento divino o a catastrofi economiche gigantesche.

Il profetismo ebraico (Daniele, Isaia), l’Apocalisse di Giovanni e la grande distruzione del mondo prevista da Zoroastro rappresentano solo alcuni esempi di una scuola di pensiero che trova degli adepti anche nel terzo millennio: i testimoni di Geova ed altre potenti sette fondamentaliste protestanti degli Stati Uniti, organizzazioni buddiste giapponesi quali la Soka Gakkai e la famigerata Aum Shirinkyo hanno infatti posto da diverse angolature al centro del loro messaggio politico-religioso la vicina ed imminente fine del mondo, a cui nel 1992 credeva ancora il 53% degli statunitensi.

La pratica storica ha confutato la versione religiosa delle teorie apocalittiche occidentali, visto che finora (2008 d.C.) la parusia, il ritorno di Gesù al fine di punire i malvagi e vendicare i giusti (Apocalisse, cap. VI, versetto X) atteso dalla setta eretica dei montanisti attorno al 160 d.C., nella borgata di Pepuza in Asia Minore, non si è ancora verificato indebolendo in modo devastante la capacità di interpretare la realtà politica e sociale da parte del paradigma catastrofista-religioso e dei suoi numerosi seguaci.

Le concezioni apocalittiche tuttavia hanno assunto anche forme laiche venendo in parte assorbite nella tendenza determinista-catastrofista del marxismo, la quale ritiene centrale per la spiegazione delle trasformazioni politico-sociali del mondo contemporaneo il processo di aggravamento delle crisi economiche del modo di produzione capitalistico.

Tale paradigma teorico prende spunto da tesi effettivamente enunciate da Marx ed Engels nel 1850, sintetizzando un “nodo centrale” del marxismo sviluppato allora in modo unilaterale dai due geniali rivoluzionari tedeschi. Nel 1850 essi osservarono che «fin dall’estate del 1849 le fabbriche tedesche, in particolare quelle della Renania, erano quasi tutte al lavoro e, dalla fine del 1849, la ripresa degli affari fu generale. Questa rinnovata prosperità, che i nostri borghesi tedeschi attribuiscono ingenuamente al ristabilimento della quiete e dell’ordine, si fonda in realtà unicamente sulla rinnovata prosperità in Inghilterra e sulla aumentata domanda dei prodotti industriali sui mercati americani e tropicali… In questa prosperità generale, nella quale le forze produttive della società borghese si sono sviluppate così rigogliosamente nella misura in cui ciò è in generale possibile in seno alla società borghese, non si può parlare di una rivoluzione effettiva. Una tale rivoluzione è possibile soltanto in quei periodi in cui questi due fattori, le forze produttive moderne e le forme della produzione borghese, entrano in contraddizione l’uno con l’altro… Una nuova rivoluzione è possibile soltanto come conseguenza di una nuova crisi. E questa è altrettanto sicura che quella».[34]

L’equazione deterministica tra crisi economica e rivoluzione risentì ancora troppo pesantemente dall’esperienza storica del 1846/1848, un periodo in cui una crisi generale del modo di produzione capitalistico aveva posto alcune delle premesse per il processo rivoluzionario europeo, generando ed alimentando tra l’altro una tendenza ingenuamente “crollista” all’interno del marxismo a cui aveva aderito per lungo tempo anche il principale dirigente della socialdemocrazia tedesca tra il 1869 ed il 1910, August Bebel, che per lunghi periodi era stato sorretto e motivato nella sua coraggiosa azione rivoluzionaria dall’aspettativa di un crollo imminente del processo di produzione capitalistico: infatti il carteggio tra Bebel ed Engels mostra quanta attenzione Bebel dedicasse ai sintomi di depressione economica e come ne traesse delle precise conclusioni circa l’imminente “patatrack” (Die grosse patatrack), sopravvalutando sia tempi e ritmi di sviluppo delle crisi capitalistiche che, soprattutto, l’articolazione concreta esistente tra processi economici e lotta politica.

In forma più elaborata, la tendenza “crollista” e determinista del marxismo è riemersa nella produzione teorica di Amadeo Bordiga, le cui opere teoriche furono (quasi) sempre caratterizzate dalla previsione di uno stretto ed inevitabile legame tra crisi economica e rivoluzione socialista.

Nel 1951 egli aveva contrapposto alla concezione di uno sviluppo “a sinusoide” del capitalismo, caratterizzato da alte e basse “maree” economiche, la previsione di una dinamica del ciclo economico capitalistico «a curve sempre ascendenti fino a quei vertici (in geometria punti singolari o cuspidi) a cui segue una brusca caduta quasi verticale: e dal basso riparte un nuovo regime sociale, un altro ramo storico di ascensione».[35]

Sempre secondo Bordiga «Marx non ha prospettato un salire e poi un declinare del capitalismo, ma invece il contemporaneo e dialettico esaltarsi della massa di forze produttive che il capitalismo controlla, della loro accumulazione e concentrazione illimitata e allo stesso tempo della reazione antagonista, costituita da quella forza dominata che è la classe proletaria», ed a suo avviso il potenziale produttivo ed economico generale sale sempre finché l’equilibrio non «viene rotto bruscamente e si produce una fase esplosiva rivoluzionaria, nella quale in un brevissimo periodo precipitoso, col rompersi delle forme di produzione antiche, le forze produttive ricadono per darsi un nuovo assetto e riprendere una più potente ascesa». Non fu quindi per caso che Bordiga immaginasse che «come ho sempre preveduto, entro il 1975» (sic!) «giunga nel mondo la nostra rivoluzione, plurinazionale monopartitica e monoclassista, ossia soprattutto senza la peggiore muffa interclassista, quella della gioventù cosiddetta studente».[36]

Nel 1956, con il suo lavoro Dialogato coi morti, Bordiga aveva riaffermato che nel capitalismo non c’è salita e discesa delle forze produttive, ma un processo di costante ascesa «fino a una brusca immensa esplosione, che spezza ogni regola di andamento del diagramma storico».

Per ragioni di spazio si deve sorvolare sia sulla stravagante teoria della “costante ascesa” delle forze produttive sotto il modo di produzione capitalistico (e la grande depressione sviluppatasi a partire dal 1873? la grande depressione degli anni Trenta, dopo il crollo della Borsa di Wall Street del 1929?) che sulla previsione di una rivoluzione mondiale entro il 1975, mentre diventa invece più utile rilevare come persino le tesi catastrofiste di Bordiga si siano autodistrutte sul piano teorico quando, nel 1966, quest’ultimo fu costretto a riconoscere almeno in un’occasione l’assenza di un inevitabile collegamento tra crisi economiche, terza guerra mondiale e rivoluzione planetaria.

«Anche la seconda guerra non è stata fermata, e la rivoluzione si è ancora allontanata di ventenni: se la terza passerà preparerà al capitalismo un altro mezzo secolo-cuscinetto, come l’attuale, o gli riproporrà addirittura il problema di rivivere tutta la vita, trasformandolo da vecchio fetente in roseo neonato».[37]

Una guerra mondiale, chiosò correttamente il biografo di Bordiga C. Livorsi, che fosse anche solo poco più spaventosa della seconda, imporrebbe un periodo di almeno mezzo secolo per ricostruire l’assetto precedente delle forze produttive, concedendo almeno cinque decenni al capitalismo per giungere nuovamente al crack economico e a tassi di profitto nulli; se il conflitto fosse invece di tipo nucleare, esso regalerebbe secondo Bordiga alcuni secoli di vita al capitalismo prima che tale modo di produzione possa ritornare di nuovo al punto di partenza pre-bellico. Persino secondo il “crollista” Bordiga, non sussiste pertanto alcuna automatica equazione tra crack economico e rivoluzione, tra guerra mondiale e rivoluzione socialista.[38]

Il lato positivo della tendenza catastrofista del marxismo è di avere evidenziato, spesso controcorrente, la riproduzione ciclica di crisi economiche gigantesche da parte del modo di produzione capitalistico in antitesi con le tendenze apertamente apologetiche verso la borghesia presenti nel movimento operaio, partendo da Bernstein fino ad arrivare ai suoi tardi epigoni attuali, ma tale paradigma si scontra con insuperabili scogli pratico-teorici, visto che proprio l’analisi economica marxista più matura ha dimostrato l’unità e la lotta costantemente esistente tra tendenze economiche catastrofiche e controtendenze (economiche) stabilizzatrici all’interno del modo di produzione capitalistico. Nel terzo libro del Capitale, dopo aver esaminato la caduta tendenziale del saggio di profitto, Marx chiarì i motivi per cui tale diminuzione non era stata più celere o più accentuata.

«Debbono intervenire qui influenze antagonistiche, che ostacolano o annullano l’attuazione della legge generale, conferendole il carattere di una semplice tendenza: ed è per questa ragione che la caduta del saggio generale di profitto noi l’abbiamo chiamata caduta tendenziale».[39]

Queste cause antagonistiche vennero ritrovate da Marx nell’aumento del grado di sfruttamento del lavoro e nella riduzione del salario al di sotto del suo valore, nella diminuzione di prezzo degli elementi del capitale costante e nella sovrappopolazione relativa, nel commercio estero e nell’aumento del capitale azionario, conferendo solo “il carattere di una semplice tendenza” alla caduta generale del saggio di profitto.

Anche esaminando la situazione limite costituita dalla sovrapproduzione assoluta di capitale, che si verifica allorché il capitale complessivo aumentato produca una massa di plusvalore solo equivalente o inferiore a quella prodotta prima del suo incremento, Marx rilevò l’esistenza di una via di fuga generale e di un’uscita di sicurezza (che può diramarsi in varie opzioni e strade alternative) per la borghesia, rispetto al grado più acuto di crisi riscontrabile nel processo di produzione capitalistico.

«In che maniera terminerà questo conflitto e torneranno ad esservi condizioni propizie per un movimento sano della produzione capitalista? La soluzione sta già racchiusa nella semplice esposizione del conflitto in oggetto. Per essa occorre l’inoperosità e anche una parziale distruzione di capitale, per un importo che corrisponde al valore di tutto il capitale addizionale ∆C o di una porzione di esso… Ma, comunque, per ripristinare l’equilibrio bisognerebbe lasciare inoperosa una massa più o meno grande di capitale. Tale processo si estenderebbe parzialmente alla sostanza materiale del capitale: ossia una parte dei mezzi di produzione del capitale fisso e di quello circolante cesserebbe di agire come capitale; una parte delle imprese produttive già funzionanti sarebbe lasciata inattiva.»[40]

Per il Marx maturo, il processo di produzione capitalistico può superare volta per volta e secolo per secolo anche la situazione più acuta di crisi economica attraverso la distruzione di mezzi di produzione su scala sempre più allargata, mediante la stessa crisi economica o tramite la guerra: in assenza di processi rivoluzionari vittoriosi, tutta una lunga serie di crisi produttive sempre più gravi si succederebbero nel tempo senza tuttavia creare inevitabilmente dei salti di qualità sul piano politico e sociale, anche grazie all’intervento dello stato in campo economico.

Crisi-guerra-ripresa economica capitalistica; crisi-distruzione “economica” del capitale-ripresa dell’accumulazione costituiscono due possibilità concrete di uscita socio-politica dalle crisi periodiche del capitale, mentre l’ipotesi crisi-rivoluzione (o crisi-guerra-rivoluzione) rappresentano solo altre due potenzialità e delle (importantissime) variabili, non iscritte “deterministicamente” nei libri mastri della storia.

La pratica concreta ha mostrato infine alle classi dominanti la possibilità concreta e la necessità sociopolitica di un intervento diretto degli apparati statali, grande e nuova “controtendenza” usata per  arginare e contrastare le tendenze autodistruttive del capitalismo. A partire al massimo dal 1929, si è assistito in modo irreversibile al processo di trasformazione del capitalismo in capitalismo di Stato, all’affermarsi dell’intervento politico e governativo con mezzi economici, monetari, fiscali, ecc. come strumento di garanzia per assicurare la riproduzione del processo di accumulazione, in un processo che ha conferito al potere statale una capacità di regolazione-controllo sull’insieme del corpo produttivo che non ha precedenti storici. L’intervento pubblico statale nell’economia ha assunto forme, modelli e modi di funzionamento diversi a seconda dei rapporti di forza politici concreti, nazionali ed internazionali, e delle alternative createsi via via tra welfare state/warfare state, dirigismo o regolazione del mercato attraverso le politiche monetarie, statalizzazione delle imprese private in perdita o assunzione diretta da parte degli apparati statali di parte dei costi di produzione del capitale costante, ma non è certo un’astrazione ed ha notevolmente contribuito ad attenuare la gravità delle crisi capitalistiche.

Anche sul piano storico-generale la rivoluzione mondiale non costituisce un processo inevitabile, dato che la sua concreta attuazione dipende essenzialmente dalla presa di controllo della sfera politico-sociale e dai rapporti di forza esistenti tra le classi, in primo luogo in campo politico-militare.

Il nocciolo di verità insito nel “determinismo del crollo” consiste nell’evidenziare l’esistenza e la pericolosità potenziale per il sistema borghese della fase discendente del ciclo economico capitalistico; il suo errore principale, viceversa, risiede nell’incomprensione del fatto testardo per cui la crisi economica diventa una forza rivoluzionaria solo se e quando essa trasformi i rapporti di forza tra le classi, modificando profondamente la psicologia e le opinioni politiche delle masse popolari in senso antagonista al sistema, solo quando essa indebolisca la forza politica e militare delle classi dominanti, solo quando e se si trasformi in crisi generale degli sfruttatori (“che non possono più vivere come prima”) e degli sfruttati (“che non vogliono più vivere come prima”).

Più di un secolo e mezzo di esperienze rappresenta una lezione sufficiente.

La crisi economica del 1846-48 non fece assolutamente avanzare in Gran Bretagna la rivoluzione, ma anzi fu seguita dal processo di crisi-decomposizione del movimento cartista che non si riprese dal fallimento della prova di forza con il potere politico-repressivo tentata con la manifestazione londinese dell’aprile del 1848; la profonda depressione economica creatasi tra il 1873 ed il 1895 non determinò significativi flussi rivoluzionari di massa nelle metropoli capitalistiche, con la parziale eccezione degli USA (sciopero ferrovieri nel 1877, con scontri di eccezionale durezza degli operai con le forze di repressione), mentre sono sufficientemente conosciute sia le conseguenze politico-sociali reazionarie della crisi del 1929-33 in Germania che la lunga fase di liberismo selvaggio e di attacco allo stato sociale che seguì negli USA ed in Gran Bretagna alla dura recessione economica del 1979-82. Hitler, Thatcher e Reagan rappresentano solo i nomi-simbolo di sconfitte politiche e sociali disastrose della classe operaia, avvenute proprio durante grandi crisi produttive.

Di rado la fase recessiva del ciclo economico ha inciso negli ultimi due secoli in modo profondo sulle cittadelle del capitalismo e sulla sua vera roccaforte, l’apparato militare-repressivo, mentre viceversa negli ultimi 140 anni si è assistito alla:

Ø       distruzione dell’esercito francese durante la guerra con la Prussia del 1870-71 e alla parallela nascita della Comune di Parigi (marzo-maggio 1871)

Ø       sconfitta militare dello zarismo durante la guerra con il Giappone (1904-1905) ed allo sviluppo contemporaneo della rivoluzione russa del 1905

Ø       sconfitta militare dello zarismo durante la Prima Guerra Mondiale ed alla rivoluzione del febbraio 1917/Rivoluzione d’Ottobre

Ø       invasione giapponese della Cina (1931-45), con il derivato indebolimento del regime reazionario di Chiang Kai-Shek e l’enorme rafforzamento dei comunisti cinesi, attivamente impegnati nella guerriglia contro gli invasori

Ø       sconfitta dell’imperialismo tedesco nella Seconda Guerra Mondiale ed all’arrivo dell’Armata Rossa a Berlino, con la conseguente espropriazione economica e perdita del potere politico da parte delle borghesie dell’Europa orientale

Ø       sconfitta dell’imperialismo francese (1942) e giapponese (1945) in Vietnam, con il rafforzamento esponenziale dei comunisti indocinesi nel periodo in esame

Ø       sconfitta politico-militare subita dal colonialismo portoghese in Africa (Angola, Mozambico e Guinea Bissou, 1960-74) e alla rivoluzione dei garofani dell’aprile 1974

Ovviamente non sussiste alcun determinismo “rivoluzionario-bellico”, come dimostra anche la sconfitta subita dall’imperialismo statunitense in Vietnam che ha fatto emergere solo degli embrioni (presto spenti dalla repressione statale) di movimento rivoluzionario negli USA e quasi esclusivamente nella popolazione afroamericana: diventa tuttavia interessante sottolineare, contro le tesi del catastrofismo economicista, come finora solo l’indebolimento-distruzione dell’apparato repressivo borghese abbia aperto le porte al rovesciamento rivoluzionario del sistema socio-economico capitalistico, mentre viceversa non sussiste alcun stretto rapporto tra crisi economica e sviluppo del movimento rivoluzionario della classe operaia.[41]

Infatti la depressione economica non sempre si trasforma in malcontento popolare e in volontà di lotta della classe operaia, dato che proprio le condizioni di vita materiale sfavorevoli possono portare dei settori decisivi dei lavoratori dipendenti a forme più o meno intense di demoralizzazione, quali ad esempio lo stato soggettivo di apatia ed inerzia che colpì la grande maggioranza dei salariati statunitensi tra il 1930 e la prima metà del 1933, seppur con alcune significative eccezioni. Ma anche l’eventuale aumento del grado di scontento popolare, che costituisce uno degli elementi costitutivi dei rapporti di forza tra le classi (e tra le masse e lo Stato), può indirizzarsi sul piano politico in parte, o addirittura in larga parte in senso reazionario e anticomunista ed il disagio crescente dei lavoratori può “andare a sinistra”, ma anche favorire le tendenze di destra più reazionarie: uno degli esempi più clamorosi in questo senso è rappresentato dalla Germania di Weimar, nel periodo compreso tra la fine del 1929 e il giugno 1933, in cui una parte importante dei lavoratori dipendenti, dei disoccupati e dei giovani proletari seguirono ed aderirono più o meno attivamente al movimento nazista, attratti dalla sua demagogia sociale e dalle parole d’ordine scioviniste e di revanche contro il Trattato di Versailles.

Infine non è sufficiente neanche una grande spinta popolare verso sinistra e a favore delle forze rivoluzionarie, dato che è necessario che esista un soggetto anticapitalistico capace di indirizzare in modo efficace, sul piano politico e militare, la volontà antagonista della classe operaia e delle masse: la Germania del 1923, con il clamoroso fallimento politico e militare del partito comunista e dei dirigenti dell’internazionale Comunista, costituì una delle forme più eclatanti di situazione rivoluzionaria non sfruttata proprio dal movimento politico che avrebbe dovuto cogliere al meglio “l’attimo fuggente” più favorevole alla sua praxis rivoluzionaria.

L’ultimo filone d’interpretazione delle lotte politiche è formato dalle teorie razziste, basate sull’affermazione della superiorità innata e genetica di determinati popoli e razze nei confronti delle cosiddette razze inferiori, oltre che sullo scontro perenne che ne deriva tra i primi e le seconde per il dominio su scala statale e/o internazionale.

Nell’antichità i Greci consideravano le altre etnie e nazioni come “barbari”, soggetti incapaci persino di articolare correttamente il linguaggio e pertanto adatti solo per funzioni servili, ma l’arroganza degli schiavisti greci fu presto eliminata dalla conquista macedone e romana della penisola ellenica e dal collasso del peso politico delle loro città-stato nel Mediterraneo.

Nell’epoca moderna il mondo occidentale ha visto la teorizzazione, e soprattutto la traduzione in pratica su larga scala di molteplici concezioni razziste del mondo e della politica. Nel XVIII secolo il conte di Boulainvilliers, nell’Ottocento “pensatori” come Gobineau e H. St. Chamberlain negarono l’uguaglianza fondamentale tra gli uomini e riaffermarono la centralità della lotta tra razze nella sfera politica statale ed internazionale, scontro frontale in cui il primato andava alla razza bianca contro “l’elemento nero e giallo” (Gobineau) o, più specificatamente, agli “ario-germanici” impegnati contro le potenze delle tenebre (Chamberlain): sotto questo aspetto il repellente lavorio teorico espresso dai nazisti è abbastanza conosciuto, così come gli effetti concreti nefasti del razzismo antisemita ed antislavo della croce uncinata.[42]

È appena il caso di ribadire l’assoluta inconsistenza scientifica delle teorie razziste: alcuni studi recenti sul cromosoma Y, effettuati su uomini di 38 nazioni diverse, hanno provato che essi discendono tutti da un comune antenato maschio (e nero-africano) che visse circa 200.000 anni fa ed una ricerca di R. Myers della Stanford University, pubblicata nel febbraio del 2008, ha ulteriormente comprovato attraverso l’esame del dna di un migliaio di uomini la tesi dell’origine comune in Africa di tutti gli uomini, mentre innumerevoli ricerche storico-demografiche attestano il “mescolamento” e la fusione parziale avvenuta nelle ultime decine di migliaia di anni tra etnie e razze diverse.[43]

Ma le cosiddette razze superiori hanno dimostrato anche nella pratica storica la loro inesistente superiorità, venendo via via demolite e battute da nemici considerati geneticamente inferiori proprio dai teorici razzisti.  Nel XX secolo la cosiddetta invincibile razza ariana ha visto i “barbari” slavi conquistare Berlino nel corso del secondo conflitto mondiale e l’invincibile razza giapponese è stata parimenti sconfitta dal popolo cinese, sovietico e americano nello stesso periodo, mentre più recentemente all’apartheid creato dal regime razzista sudafricano è subentrato il potere nero dell’ANC di N. Mandela e dei suoi eredi politico-sociali.

Subito dopo questa veloce carrellata di posizioni teoriche è necessario riscoprire alcune fonti analitiche, a volte dimenticate e rimosse, in grado di far luce sul nostro “convitato di pietra”, i rapporti di forza in campo statale ed internazionale: gli autori prescelti hanno via via creato una sorta di “filo rosso” che attraversa una parte significativa della storia della scienza politica, a partire dal V secolo a.C. e dalla sua prima punta avanzata formatasi nell’area geopolitica cinese.


[1] Plutarco, “Vite parallele”, prefazione, vol. I, p. IX, ed. Einaudi

[2] G. W. F. Hegel, “Filosofia della storia universale”, p. 64, ed. Einaudi

[3] F. Furet, “Il passato di un’illusione: l’idea comunista nel XX secolo”, pp. 195-196, ed. Mondadori

[4] B. Brecht, “Poesie”, p. 92, ed. Einaudi

[5] G. Boffa, “Storia dell’Unione Sovietica”, Vol. I pp. 39-40 e 48-49, ed. Mondadori

[6] A. Carr, “La rivoluzione bolscevica (1917-1923)”, Vol. I p. 444, ed. Einaudi

[7] A. Bullock, “Hitler e Stalin. Vite parallele”, p. 216, ed. Garzanti

[8] R. De Felice, “Mussolini il rivoluzionario”, p. 572, ed. Einaudi

[9] V.I. Lenin, “Rapporto politico al settimo congresso straordinario del PCR (6), 7 marzo 1918

[10] I. Kershaw, “Hitler. 1889-1936”, pp. 618-668 e 674, ed. Bompiani

[11] D. Mack Smith, “Storia d’Italia”, p. 407, ed. Laterza, 1997

[12] J. de Maistre, “Considerazioni sulla Francia”, ed. Einaudi

[13] E. Gibbon, ” Storia della decadenza e caduta dell’impero romano”, Vol. 2, p. 1026, ed. Einaudi

[14] G. Plechanov, “Saggio sullo sviluppo della concezione materialistica della storia”, p. 102, in Opere Scelte, ed. Progress

[15] M. Weber, “Sociologia della religione”, Vol. I, pp. 100-104, ed. UTET

[16] op. cit. Vol. I p. 200 e sgg.

[17] G. Lukacs, “La distruzione della ragione”, p. 612, ed. Einaudi

[18] S. Huntington, “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale”, pp. 43-48, ed. Garzanti

[19] H. J. Steinberg, “Il socialismo tedesco da Bebel a Kautsky”, p. 72, ed. Editori Riuniti

[20] H.J. Steinberg, op. cit., p. 22

[21] Mao Tse Tung, “Il fallimento della concezione idealistica della storia” (16 settembre 1949)

[22] M. Rouchè, “Storia dell’Alto Medioevo”, p. 13, ed. Jaca Book

[23] Citato in Plechanov, Op. Scelte, p. 111, ed. Progress

[24] E. Hobsbawm, “De Historia”, pp. 174-176, ed. Rizzoli

[25] E. Hobsbawm, op. cit., p. 172, ed. Rizzoli

[26] W. L. Shirer, “Storia del Terzo Reich”, p. 287, ed. Einaudi

[27] R. Battaglia, “Storia della Resistenza italiana”, p. 19, ed Einaudi

[28] V. I. Lenin, “Che fare”, cap. II, par. c e cap. III par. a

[29] L. Poggi, “Le strategie del potere in Gramsci”, p. 13, ed. Editori Riuniti

[30] G. Procacci, “Storia degli italiani”, Vol. II, pp. 364-365, ed. Laterza

[31] D. Mack Smith, “Storia d’Italia”, pp. 27-28, ed. Laterza

[32] D. Mack Smith, op. cit. p. 31

[33] K. Marx e F. Engels, “Manifesto del Partito Comunista”, Cap. I, ed. Editori Riuniti

[34] K. Marx/F. Engels, in F. Mehring, “Storia della socialdemocrazia tedesca”, vol. I, p. 534, ed. Editori Riuniti

[35] A. Bordiga, “Teoria ed azione della dottrina marxista”, in Livorsi “Bordiga”, p. 425, ed. Editori Riuniti

[36] Lettera di Bordiga a Terracini, 4 marzo 1969

[37] A. Bordiga, “Struttura economica e sociale della Russia d’oggi” in C. Livorsi, p. 499, ed. Editori Riuniti

[38] A. Bordiga, op. cit., p. 499

[39] K. Marx, “Il Capitale”, Libro III, cap. 14

[40] K. Marx, op. cit., Libro III, cap. 14

[41] L. Poggi, op. cit. , p. 7

[42] G. Lukacs, “La distruzione della ragione”, p. 687, ed. Einaudi

[43] L. L. Cavalli-Sforza, P. Menozzi e A. Piazza, “Storia e geografia dei geni umani”, pp. 33-34, ed. Adelphi


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