Capitolo Quarto

Il filo rosso in Marx

La raffinata elaborazione di Marx (ed Engels, in via subordinata) determinò le condizioni teoriche necessarie per la creazione di una nuova concezione del mondo e delle relazioni politico-sociali, oltre che dei rapporti di forza tra gli attori politici statali ed internazionali.

La prima fase di sviluppo del materialismo dialettico e storico, che va dal 1843 al 1895, costituì infatti sia un enorme salto di qualità nel pensiero politico che l’architrave e la base teorica indispensabile per la successiva dinamica di arricchimenti del marxismo prodotta principalmente da Lenin, Gramsci e Mao Tse Tung nel secondo periodo di esistenza teorica (oltre che pratica) del materialismo storico.

Karl Marx (1818-1883) rappresenta il sensei, per riprendere la felice espressione di E. Hobsbawn, il principale maestro della scienza politica e sociale perché riuscì sia a condensare le tematiche e intuizioni di precedenti analisti politici che a sintetizzare l’esperienza concreta e plurimillenaria del genere umano, producendo un livello qualitativo superiore che creò un collegamento organico e fecondo tra teoria e pratica storica.

La proposta marxiana rappresenta una teoria politica che tende alla “totalità concreta”, visto che è congiuntamente teoria della lotta politica e scienza della rivoluzione e della conquista del potere, teoria dell’organizzazione (sindacato e partito) e analisi dello stato nelle sue articolazioni concrete: grazie a Marx la scienza politica e la teoria di rapporti di forza si arricchiscono di nove “diamanti” parzialmente “lavorati”.

Innanzi tutto Marx delineò una prospettiva ed una cornice generale entro cui inquadrare i rapporti di forza politico-sociali, formata dalla coppia prassi-condensazione della prassi.

La pratica, l’attività umana, la praxis rappresentò per Marx la fonte creativa e costante di tutte le multiformi espressioni dell’esistenza del genere umano, visto che proprio l’uomo collettivo via via crea e sviluppa nei millenni tutte le strutture e le molteplici strutture e forme di relazioni sociali, sia materiali sia spirituali, tra le quali la sfera economica rappresenta un elemento essenziale ma sempre come prodotto dell’uomo sociale, che la sviluppa e riproduce nel corso del suo processo storico di sviluppo.

Nella Sacra famiglia del 1845 Marx ribadì con forza, assieme al suo compagno F. Engels, la centralità assoluta della pratica umana universale: «La storia» (e l’economia, la politica, ecc.) «non fa nulla, essa non possiede alcun enorme potere, essa non combatte nessuna lotta. È piuttosto l’uomo, l’uomo effettivo e vivente, che fa tutto, che possiede e che combatte; la storia non è una qualche cosa che si serva dell’uomo per conseguire coi propri sforzi degli scopi – quasi fosse una persona a se stante – ma essa è null’altro che l’attività dell’uomo che persegue i suoi scopi».[1]

Ma a sua volta la prassi si “condensa” e si raggruma concretamente con effetti importanti per la teoria generale della correlazione di potenza: infatti, una caratteristica fondamentale della praxis indicata dal rivoluzionario tedesco consiste nel processo continuo di oggettivizzazione dell’attività umana e nella cristallizzazione della pratica umana sia in svariati oggetti e mezzi materiali che in rapporti sociali e relazioni politiche che “assorbono” la dinamica produttiva (intesa in senso lato) del genere umano attraverso svariate modalità di espressione, tecniche ed economiche, spirituali e morali, giuridiche e politiche, militari e tecnologico-militari, ecc.

In sostanza la proteiforme attività umana produce una serie di risultati concreti, in primo luogo materiali ed economici, mentre i prodotti molteplici dell’azione complessiva si trasformano a loro volta in condizione dell’attività futura dei diversi gruppi sociali, condizione-limite e/o condizione-stimolo di quest’ultima. Nella Ideologia tedesca del 1846 Marx ed Engels espressero in forma concentrata la categoria universale di oggettivazione, dato che a loro avviso «non la critica, ma la rivoluzione è la forza motrice della storia, anche della storia della religione, della filosofia e d’ogni altra teoria. Essa mostra che la storia non finisce col risolversi nell'”autocoscienza” come “spirito dello spirito”, ma che in essa in ogni grado si trova un risultato materiale della praxis, una somma di forze produttive, un rapporto storicamente prodotto con la natura e degli individui fra loro, che ad ogni generazione è stata tramandata dalla precedente una massa di forze produttive, capitali e circostanze, che da una parte può senza dubbio essere modificata dalla nuova generazione, ma che d’altra parte impone ad essa le proprie condizioni di vita e le dà uno sviluppo determinato, uno speciale carattere; che dunque le circostanze fanno gli uomini non meno di quanto gli uomini facciano le circostanze».[2]

In altre parole, il processo di sedimentazione e la cristalizzazione generalizzata della pratica umana in “prodotti” suscita e riproduce un “mondo degli oggetti” che si è via via ampliato a spirale e in forma accelerata, a partire dalle primitive schegge di selce e dai rudimentali strumenti in pietra creati dal genere umano in Africa e Cina, circa due milioni e mezzo di anni fa, fino ai prodotti generati all’inizio del nostro terzo millennio. Tuttavia dopo il 3700 a.C., con l’affermazione progressiva della fase classista di sviluppo del genere umano contraddistinta dall’appropriazione, controllo ed utilizzo da parte di una minoranza della popolazione dei mezzi di produzione, del surplus economico, del potere statale e degli strumenti di distruzione, il processo universale di oggettivizzazione ha assunto principalmente la forma dell’alienazione, in special modo all’interno del modo di produzione capitalistico: estraniazione riprodotta negli uomini dal dominio delle “cose” (denaro, mezzi di produzione, ecc.) sui loro produttori e creatori, in base a rapporti sociali di sfruttamento che nel loro sviluppo storico trasformano gli esseri umani in “apprendisti stregoni”, incapaci di controllare a proprio vantaggio gli oggetti ed i rapporti da loro stessi creati e riprodotti.

Il secondo diamante offerto da Marx alla teoria generale dei rapporti di forza politici è formato dalla scoperta del duplice legame (contraddittorio) esistente tra forze produttive e rapporti di produzione da un lato, e tra questi ultimi e le relazioni politiche di dominio/sottomissione dall’altro: secondo Marx ed Engels nelle società di classe si riproducono tre livelli fondamentali, collegati tra loro da una relazione dialettica di azione-reazione a partire dal “nucleo” e livello-base, quello delle forze produttive sociali.

Queste ultime agiscono direttamente e determinano lo sviluppo della divisione sociale del lavoro e dei rapporti di produzione, di proprietà e di distribuzione del prodotto sociale complessivo mentre questo secondo anello e livello, a sua volta, condiziona (in larga parte) la dinamica delle sovrastrutture politico-sociali, dello stato e i suoi apparati, delle lotte politiche (che a loro volta retro-agiscono sul secondo livello) e delle sovrastrutture culturali (religione, diritto, ideologie politiche, arte, ecc.).

Nella riproduzione sociale ed ininterrotta delle loro condizioni di vita materiali gli uomini non agiscono solo sulla natura, dato che possono produrre soltanto in quanto collaborino via via tra loro in un determinato modo di produzione ed in quanto si scambino reciprocamente i prodotti del loro lavoro entrando gli uni con gli altri in determinati legami e relazioni sociali, i rapporti di produzione (con la loro espressione giuridico-legale, le relazioni di proprietà): nella celebre prefazione all’opera Per la critica dell’economia politica del 1859, Marx sintetizzò i risultati della sua anatomia della “società civile” spiegando che «nella produzione sociale della loro esistenza gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono ad un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale».[3]

In estrema sintesi, il livello di sviluppo delle forze produttive determina per Marx i rapporti di produzione, di distribuzione e di proprietà e a loro volta i rapporti di produzione costituiscono la base per la riproduzione/trasformazione della sovrastruttura politica statale e giuridica.

Certo, nella produzione teorica marxiana non esiste alcun meccanicismo tra i tre livelli, forze produttive-rapporti di produzione e distribuzione-rapporti politico-statali, visto che i rapporti politici e le sovrastrutture ideologiche a loro volta retroagiscono sulle forme di proprietà e sullo sviluppo delle forze produttive, ne favoriscono/ostacolano la dinamica, i tempi, le forme concrete di movimento e di autotrasformazione e che proprio le analisi economicistiche che creano un rapporto unilaterale tra forze produttive e rapporti politico-ideologici costituiscono una deformazione profonda del pensiero marxista e la sua riduzione ad una caricatura del processo storico reale. Tuttavia rimane come punto e cardine centrale del materialismo storico l’individuazione dello stretto rapporto esistente tra forze produttive, rapporti di produzione e relazioni politiche e di potere, dato che il fondamento della storia per Marx ed Engels è la «forma di relazioni connesse con quel modo di produzione che da esso è generato» ed il legame dialettico tra forze produttive e rapporti di produzione a sua volta genera e determina in ultima istanza i rapporti politico-ideologici, l’azione della società civile come stato e tutte le varie creazioni teoriche e le forme della coscienza, religione, filosofia, morale, ecc. Secondo Marx il sorgere e la riproduzione delle società classiste, la strutturazione e le trasformazioni delle classi sociali sono processi legati e determinati inevitabilmente dal livello di sviluppo della produzione, delle forze produttive e della divisione del lavoro, come emerge anche da una sua lettera a Weidemayer del marzo 1852.[4]

Per quanto riguarda il terzo diamante, risulta subito chiaro come per Marx ed Engels siano i rapporti sociali di produzione, il “rapporto diretto tra proprietari delle condizioni di lavoro e produttori diretti” a formare il grimaldello per svelare il “segreto” delle lotte e dello scenario politico: nel terzo libro del Capitale Marx affermò che «la forma economica specifica in cui il pluslavoro non retribuito viene smunto ai produttori diretti, determina il rapporto di signoria e servitù, come esso deriva dalla produzione stessa e reagisce poi su di essa in maniera determinante. Su questo tuttavia si basa tutta la configurazione della comunità economica che deriva dai rapporti di produzione stessi, e con ciò allo stesso tempo la sua specifica forma politica. E comunque, il rapporto diretto tra i proprietari delle condizioni di lavoro e i produttori diretti – rapporto la cui forma volta per volta corrisponde in maniera naturale a un certo livello di sviluppo dei modi in cui si svolge il lavoro e quindi della sua forza produttiva sociale – in cui noi rinveniamo il segreto e l’arcano di tutta l’organizzazione sociale e anche della forma politica del rapporto di sovranità e servitù, insomma della forma specifica dello stato in quel determinato periodo».[5]

Il rapporto di “signoria/servitù” politica, la divisione tra governanti/governati è determinato essenzialmente dal rapporto conflittuale via via sviluppatosi tra i possessori delle forze produttive e oggetti del lavoro (terra, fonti di materie prime e risorse energetiche) ed i produttori diretti e, più in particolare, dalla forma e dai modi specifici in cui il pluslavoro viene assorbito e “succhiato” dai proprietari dei mezzi di produzione agli agenti della produzione ai lavoratori-produttori diretti: questa tesi aiuta a svelare “il segreto e l’arcano” dell’organizzazione politico-sociale, dato che la corrispondenza tra forze produttive e rapporti di produzione produce parallelamente un legame dialettico tra rapporti di produzione e rapporti di potere, relazioni politiche e contenuto concreto degli stati classisti e della loro azione-strategia generale.

Il secondo e terzo contributo di Marx alla teoria politica hanno indiscutibilmente un raggio d’azione enorme, ma si scontrano almeno in parte con fatti testardi emersi chiaramente negli ultimi due secoli di storia del genere umano.

Infatti è un fatto incontestabile che per Marx il livello di sviluppo delle forze produttive permettesse, almeno fin dal terzo decennio dell’Ottocento, la costruzione e la riproduzione di nuovi rapporti di produzione e di nuove relazioni di produzione socialiste (prima fase della società comunista) in alcuni stati decisivi dell’Europa occidentale e nell’America settentrionale e che, almeno a partire dal 1824/30, per Marx solo i nuovi rapporti di produzione collettivistici fossero diventati veramente adeguati e corrispondenti al nuovo livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive e dai mezzi di produzione, dopo l’affermazione della rivoluzione industriale: l’altro fatto incontestabile è che, fino al 2008 d.C., i rapporti di produzione capitalistici fondati sullo sfruttamento della forza-lavoro salariato e sulla proprietà privata dei mezzi di produzione permangono ancora come dominanti in larga parte del mondo.

In sostanza i rapporti di produzione capitalistici si sono riprodotti in Europa occidentale e negli Stati Uniti senza soluzione di continuità per almeno 180 (180!) anni, nonostante che a giudizio di Marx ed Engels essi non corrispondessero più al livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive già nel 1820-1830, dopo sei decenni di Rivoluzione industriale e l’apparizione della prima crisi economica capitalistica di sovrapproduzione globale del 1825, dopo l’esportazione delle conquiste del capitalismo industriale britannico negli Stati Uniti ed in Francia avvenuta proprio in quel periodo.

Anche se, a rigor di logica, i rapporti di produzione capitalistici non corrispondono al grado di sviluppo delle forze produttive del mondo occidentale almeno a partire dal 1825, e quindi da almeno centottant’anni, essi continuano nella realtà a riprodursi concretamente da quasi due secoli senza soluzione di continuità, pur tra mille contraddizioni,mentre invece proprio i nuovi e più avanzati rapporti di produzione collettivistici, che dovrebbero secondo Marx corrispondere realmente al livello di sviluppo delle forze produttive, da almeno 180 anni… continuano a non affermarsi in Occidente.

Come si esce da questo “enigma”? Una prima soluzione è affermare che il comunismo è già quasi arrivato, ma purtroppo non ce ne siamo accorti (Toni Negri, 1989): una soluzione-burla, tra l’altro poco divertente.

Una seconda possibile risposta è che il capitalismo è eterno e Marx aveva torto marcio (F. Fukuyama, La fine della storia, 1989), mentre secondo una terza soluzione lo sviluppo delle forze produttive nel 1825-1830 non era ancora sufficientemente maturo ed avanzato e solo dal 1880/90 il “punto di maturazione” è stato finalmente raggiunto. (Engels, 1895, prefazione alla Lotta di classe in Francia).

La seconda soluzione dimentica l’Ottobre Rosso, oltre che molti altri processi rivoluzionari che stanno progressivamente maturando anche all’inizio del terzo millennio, specialmente in America Latina ed Asia.

La risposta teorica di Engels non fa altro che ridurre di soli cinque decenni il “ritardo storico” del processo rivoluzionario, senza spostare pertanto di una virgola i termini (e la gravità) dal problema teorico (e pratico) in esame.

Esiste tuttavia anche una “quarta soluzione”, secondo la quale il livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive sociali nel periodo compreso tra il 1770 ed il 2008 ha creato, e continua tuttora a ricreare, un campo di possibilità alternative: questo “spazio di potenzialità” alternative permette, materialmente e teoricamente, sia l’esistenza-riproduzione del modo di produzione capitalistico (pur tra crisi e disastri) che l’esistenza-riproduzione del modo di produzione comunista, nella sua prima ed “inferiore” fase di sviluppo socialista (pur tra crisi e contraddizioni).

Sono stati proprio i rapporti di forza politici (in primo luogo quelli politico-militari) a determinare nel 1825-2008 la vittoria ed affermazione dei rapporti capitalistici di produzione su quelli collettivistici, rimasti (purtroppo) allo stato di potenzialità latente nel mondo occidentale ed in Giappone in quella che, come si vedrà in seguito, è solo l’ultima espressione storica di quel plurimillenario “effetto di sdoppiamento” che mette parzialmente in discussione il tradizionale paradigma marxista.

Quarto diamante.

Sviluppando con coerenza la teoria del duplice legame, il grande rivoluzionario tedesco ritrovò e scoprì inoltre la forza fondamentale dei processi di cambiamento politico-sociali più importanti nella contraddizione esistente tra forze produttive e rapporti sociali di produzione, di distribuzione e di proprietà e, più precisamente, nel carattere dinamico e “risolutivo” che assume lo sviluppo delle forze produttive anche in campo politico e sociale e nelle correlazioni di potenza, una volta superata una certa soglia e massa critica.

Nella prefazione alla Per la critica dell’economia politica, egli condensò con efficacia questa sua quarta tesi fondamentale affermando che «ad un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi si erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura».[6]

A giudizio di Marx in una prima fase, più o meno lunga sul piano storico, i rapporti di produzione dominanti corrispondono al grado di sviluppo delle forze produttive, ma successivamente il processo autonomo di sviluppo delle forze produttive sociali entra in rotta di collisione con i vecchi e antiquati rapporti di produzione (e di potere politico) che ostacolano permanentemente o addirittura impediscono l’ulteriore crescita e riproduzione allargata della massa di strumenti di produzione, degli oggetti di lavoro e delle capacità tecnico-produttive della forza-lavoro sociale. A questo punto viene alla luce un periodo di rivoluzione sociale e, sebbene l’esito del processo storico per Marx ed Engels non sia scontato a priori, risulta necessario ed inevitabile a loro avviso l’apertura di un’epoca di continui sconvolgimenti sociali, di rivoluzioni e controrivoluzioni.

Lo schema generale marxiano della dinamica sociale si può raffigurare pertanto come progressivo sviluppo delle forze produttive ® non corrispondenza degli antichi rapporti di produzione e di gestione politica ® crisi economico-sociale e politica ® periodo di rivoluzione sociale.

La teoria marxiana della dinamica politico-sociale descrive correttamente lo stretto nesso e rapporto causale esistente tra la modifica delle forze produttive e la trasformazione indotta nella composizione di classe di una determinata formazione statale: se da un lato un certo grado di sviluppo delle forze produttive sociali produce a parere di Marx determinati rapporti di produzione e una particolare conformazione delle classi sociali, dall’altro la modifica delle forze produttive e della divisione sociale del lavoro cambia inevitabilmente il peso specifico e la stessa natura dei rapporti di produzione (e di proprietà) tra i diversi gruppi sociali delle strutture di classe.

L’analisi generale che il teorico tedesco effettuò nelle pagine del Manifesto e del Capitale descrisse ad esempio con grande efficacia le trasformazioni e gli stati di sviluppo attraversati nella loro storia secolare dalla borghesia e dal proletariato moderno. «Dai servi della gleba del medioevo sorse il popolo minuto delle prime città; da questo popolo minuto si svilupparono i primi elementi della borghesia. La scoperta dell’America, la circumnavigazione dell’Africa crearono alla sorgente borghesia un nuovo terreno… L’esercizio dell’industria, feudale o corporativo, in uso fino allora non bastava più al fabbisogno che aumentava con i nuovi mercati. Al suo posto subentrò la manifattura… Ma i mercati crescevano sempre, il fabbisogno saliva sempre. Neppure la manifattura era più sufficiente. Allora il vapore e le macchine rivoluzionarono la produzione industriale. All’industria manifatturiera subentrò la grande industria moderna, al medio certo industriale subentrarono i milionari dell’industria, i capi di interi eserciti industriali, i borghesi moderni».[7]

Nel lavoro Miseria della filosofia, il rivoluzionario tedesco sintetizzò al massimo il suo pensiero rilevando che il mulino a braccia produrrà la società col signore feudale, mentre il mulino a vapore la società con il capitalista industriale.

Il secondo aspetto dell’analisi marxiana sui processi rivoluzionari consiste invece nell’importanza giustamente attribuita alle crisi cicliche del modo di produzione capitalistico, intese come espressione più violenta e visibile della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione-distribuzione.

Mentre le crisi precapitalistiche (o postcapitalistiche) sono nella loro essenza delle crisi di penuria materiale, crisi di sottoproduzione di valori d’uso e di oggetti di consumo, per Marx le recessioni capitalistiche costituiscono delle crisi di sovrapproduzione dei valori di scambio, merci e capitali, in cui si assiste ad un eccesso di produzione di merci vendibili concretamente e ad un adeguato saggio di profitto da parte dei singoli capitalisti e del capitale sociale complessivo.

La costante contraddizione creatasi tra lo sviluppo delle forze produttive materiali e i rapporti di produzione sociali ad esso corrispondenti si manifesta nel periodico deprezzamento del capitale esistente. «Nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta non solo una gran parte dei prodotti ottenuti, ma addirittura gran parte delle forze produttive già create. Nelle crisi scoppia un’epidemia sociale che in tutte le epoche anteriori sarebbe apparsa un assurdo: l’epidemia della sovrapproduzione. La società si trova all’improvviso ricondotta ad uno stato di momentanea barbarie: sembra che una carestia, una guerra generale di sterminio le abbia tagliato tutti i mezzi di sussistenza: l’industria, il commercio sembrano distrutti. E perché? Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppo commercio».[8]

Non a caso, nel terzo libro del Capitale Marx affermò che il vero limite della produzione capitalistica è proprio il capitale, dato che i rapporti di produzione borghesi ostacolano la produzione invece di promuoverla e sono «divenuti troppo angusti per potere contenere la ricchezza da essi prodotta. Con quale mezzo la borghesia supera le crisi? Da un lato, con la conquista di nuovi mercati e con lo sfruttamento più intenso dei vecchi. Dunque, con quali mezzi? Mediante la preparazione di crisi più generali e più violente e la diminuzione dei mezzi per prevenire le crisi stesse».[9]

La crisi economica periodica diventa il sintomo generale e l’espressione più diretta della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione capitalistici, come del resto vale sia per la caduta tendenziale del saggio di profitto che per l’anarchia insita nel processo di produzione capitalistico.

La concezione marxiana coglie nel segno quando espone il rapporto esistente tra la trasformazione delle forze produttive e modificazioni della struttura di classe, con le conseguenti (anche se mediate e parziali) ricadute nella sfera politica e statale, dato che senza un lungo processo di formazione di una borghesia manifatturiera e commerciale non ci sarebbe stata, ad esempio, la rivoluzione francese del 1789-1794, mentre la pratica storica di due secoli dalla prima crisi economica generale datata 1825, dimostra a sufficienza l’esistenza e la gravità dei cicli economici del capitalismo: nel 1846/47 e nel 1873, nel 1929 e nel 1973, più di recente nel 2001/2003 il periodico deprezzamento del capitale esistente ha raggiunto a volte livelli di estensione/intensità stupefacenti e la “nuova barbarie” di cui parlava Marx ha sconvolto più volte le apologie e i panegirici dei difensori del capitalismo.

Eppur… non si muove.

O, meglio: i processi rivoluzionari sviluppatisi negli ultimi due secoli nel modo di produzione capitalistico non hanno seguito la traccia generale marxiana, mentre lo stesso processo di analisi economica marxiana, e soprattutto la concreta pratica storica dal 1815 al 2008 d.C. non lasciano dubbi sul fatto che in assenza di un intervento “extra-economico” la formazione economico-sociale capitalistica è stata in grado di riprodursi per secoli, pur incontrando ed attraversando recessioni economiche acute, se non addirittura disastrose.

Si è già rilevato in precedenza che proprio le crisi economiche e il deprezzamento su larga scala del capitale costante, investito in mezzi di produzione ed oggetti di lavoro, paradossalmente spianano la strada (in assenza di interventi extra-economici, di rivoluzioni) ad una nuova fase di sviluppo del sistema, ponendo termine alla “sovrabbondanza” di capitali e alla “penuria” di profitti che coesistevano fin dal punto di ribaltamento della congiuntura favorevole e del boom precedente: ma soprattutto si possono scoprire facilmente alcuni fatti testardi che incrinano la tesi marxiana sul primato della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione come forza rivoluzionaria principale.

Si è già esaminato in precedenza un “vuoto” ed un buco nero storico, e cioè la mancanza di esempi di collegamento diretto tra recessioni economiche e processi rivoluzionari, con una sola eccezione parziale.

Infatti anche le depressioni economiche più gravi del 1846-48 e del 1873-77, del 1929-33 e del 1973-75 non hanno quasi mai determinato rivoluzioni vittoriose o, almeno, tentativi rivoluzionari di sufficiente consistenza, anche se sconfitti; per il 1846-48 è sufficiente ricordare la disastrosa debacle del cartismo in Gran Bretagna, mentre il processo rivoluzionario nel regno Austro-Ungarico e in Italia era connesso alla lotta contemporanea tra nobiltà feudale e borghesia, e tra la potenza asburgica e le nazioni sottoposte al giogo austriaco.

Anche “l’eccezione” francese del febbraio 1848 risulta solo parziale e lo stesso Marx, nelle Lotte di classe in Francia, mise in rilievo come una frazione importante della borghesia avesse utilizzato il profondo malcontento delle masse popolari per scardinare l’egemonia politica della frazione borghese orleanista e la dittatura aperta del grande capitale finanziario, pensando erroneamente di poter controllare agevolmente e come nel 1830 la rivolta popolare; solo i mesi successivi e l’insurrezione di giugno del proletariato parigino dimostrarono che quella frazione di borghesia aveva sbagliato i propri calcoli, in modo grossolano…

Non esiste un’altra eccezione, totale o parziale: si potrebbe anzi affermare che paradossalmente una delle “leggi” dei processi rivoluzionari consiste nel loro non-verificarsi nei periodi di crisi economica.

La seconda “prova del nove” si ritrova esaminando i processi rivoluzionari tentati/falliti nelle metropoli capitalistiche, visto che in questo ambito crisi di sovrapproduzione e processi rivoluzionari non hanno certo marciato di pari passo.

Si pensi alla Germania del 1918-23, al momento storico in cui il proletariato tedesco fu più vicino alla conquista del potere: la miseria delle masse non era dovuta a sovrapproduzione di merci e capitali, ma al caos economico provocato dalla guerra e alla sconfitta militare e soprattutto nel 1923 la situazione pre-rivoluzionaria fu provocata da una disastrosa crisi di sotto-produzione (sotto-produzione) dovuta a due elementi squisitamente politico: l’occupazione militare della Ruhr da parte dell’imperialismo francese e la decisione della borghesia tedesca di promuovere un “boicottaggio” dell’occupazione straniera.[10]

Un’altra lezione in questo senso proviene dall’Europa occidentale del 1943-45, in cui l’eroica lotta di resistenza delle masse popolari aveva creato alcune delle condizioni necessarie per innescare un processo rivoluzionario su scala europea (seppur in presenza delle forze armate anglo-statunitensi): nell’Italia, nella Francia, nel Belgio e nella Grecia di quel periodo si possono riscontrare anche solo degli accenni di una crisi di sovrapproduzione?

I fatti testardi ci fanno “scoprire” invece una replica su scala allargata della crisi di sottoproduzione tedesca del 1923, una crisi da penuria assoluta di fonti energetiche, alimentari, di mezzi di trasporto innegabilmente creatasi nel 1943-45 e ci mostrano allo stesso tempo un progressivo collasso degli apparati statali e militari, collegato all’aumento esponenziale del grado di potenza e resistenza politico-militare delle classi subalterne.

Del resto i processi rivoluzionari del Novecento non hanno vinto per la “maturità” raggiunta dalle forze produttive e per l’alto grado di contraddizione tra forze produttive sociali e rapporti di produzione capitalistici, ma viceversa hanno trionfato, per un breve o lungo periodo, grazie alla superiorità di forze politico-militari delle classi oppresse: in ultima analisi essi hanno vinto negli anelli deboli del sistema imperialistico sfondando la linea di minore resistenza (Russia zarista), mentre sono state rigettate indietro dalla superiorità politico e militare delle forze sociopolitiche borghesi e dei loro apparati di dominio.

Una terza serie di “fatti testardi” riguarda l’esperienza britannica tra il 1761 ed il 2008, con la coesistenza secolare tra un aumento enorme delle forze produttive e la sostanziale tenuta-stagnazione dei rapporti di produzione (capitalistici).

Amadeo Bordiga nel 1957 si avvalse di dati e statistiche dello storico Jurgen Kuczynsky e li integrò con i dati degli annuari dell’ONU, ottenendo in tal modo un quadro generale dello sviluppo secolare della produzione di merci industriali in Gran Bretagna, dal 1761 fino al 1956. Ponendo come quota 100 l’anno 1913, l’indice passa dal 1,6% del 1761 al 2,4% del 1780, per poi balzare a quota 14,3% del 1843. Nel 1956 sale a livello 193, quasi il doppio del 1913; dal 1956 al 2006 l’indice si è ancora quasi triplicato.[11]

Tra il 1761 ed il 2008, in più di 240 anni le forze produttive sociali crebbero in Gran Bretagna di centinaia di volte di fronte ad un aumento della popolazione di “appena” dieci volte, ma i rapporti sociali di produzione britannici nelle loro linee fondamentali non sono purtroppo cambiati. Nell’era laburista di Tony Blair e Brown la borghesia inglese continuò ad accumulare mezzi di produzione e profitti ogni anno, mentre il 24% della popolazione del Regno Unito vive sotto la soglia ufficiale di povertà ed orari lavorativi prolungati con salari vicini al limite di sussistenza caratterizzano l’esistenza di larghi strati della classe lavoratrice britannica, come dimostra anche un’inchiesta del 1997 sulla condizione operaia nel Regno Unito.

«Nel cuore dell’Inghilterra industriale, ecco un caso di una fabbrica tessile. Akhbar (anch’egli chiede l’anonimato) è un operaio modello, che fabbrica giacche in un laboratorio di confezioni della regione di Birmingham. Ha una trentina d’anni e guadagna circa 6mila lire l’ora. Lavora cinque giorni la settimana, dalle 9 alle 18. I due terzi del suo reddito li spende per pagare l’affitto e la bolletta della luce, ma anch’egli riconosce che potrebbe trovarsi in una situazione peggiore. I suoi colleghi, che non hanno alle spalle diciassette anni di esperienza in fabbrica, lavorano dodici ore al giorno dal lunedì al venerdì e otto ore il sabato. Il tutto in piena legalità, poiché non c’era un limite alla durata massima del lavoro in Gran Bretagna, fino a quando il 12 novembre 1996, non è stata imposta la direttiva comunitaria che limita la durata settimanale del lavoro a 48 ore».[12]

In estrema sintesi, proprio l’esperienza britannica degli ultimi due secoli mostra a sufficienza come non sussista alcun automatismo tra un enorme e plurisecolare processo di sviluppo delle forze produttive e la trasformazione rivoluzionaria delle relazioni sociali di produzione, di distribuzione e di potere.

Pur con limiti precisi, la contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione determina comunque delle ricadute in campo politico-sociale, confermando almeno parzialmente la tesi marxiana: infatti di regola le crisi economiche modificano almeno parzialmente uno degli elementi fondamentali del rapporto di forze tra le classi e tra i diversi attori politici, il livello di consenso popolare per i nuclei dirigenti e le strutture economico-sociali capitalistiche, a causa dell’aumento della disoccupazione e dell’eventuale riduzione dei salari.

Inoltre la trasformazione “molecolare” e progressiva della composizione di classe nel lungo periodo non costituisce solamente un mero ed astratto fenomeno sociologico, ma rappresenta una delle condizioni materiali necessarie per la possibile modifica dei rapporti di forza politici visto che il numero e il peso concreto all’interno del processo produttivo costituiscono degli elementi potenziali del “successo”, come notò Marx nell’Indirizzo augurale della Prima Internazionale, nel 1864.

Infine le recessioni economiche rendono generalmente più acute le tensioni e le contraddizioni su scala internazionale, favorendo in una certa misura ed indirettamente lo scoppio di conflitti internazionali: ad esempio i conflitti bellici sviluppatisi nel 1848-49 e la seconda guerra mondiale, la guerra di Corea e il conflitto delle Malvine/Falkland, la guerra USA-Iraq del 1991, le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq da parte dell’imperialismo statunitense (2001-2003), formano gli esempi principali del rapporto creatosi carsicamente tra crisi economiche e conflitti bellici.

Tuttavia rimane innegabile che tra lo sviluppo delle forze produttive e la concreta dinamica politica e sociale emerge da almeno due secoli un “terzo incomodo”, alias i rapporti di forza politici via via formatisi tra le masse popolari e gli apparati statali delle formazioni economico-sociali capitalistiche.

Un altro importante contributo di Marx riguarda la formazione di una teoria politica generale delle lotte tra classi e frazioni di classe, con la sua ricaduta concreta rispetto alle correlazioni di potenza tra attori politico-sociali.

Marx ed Engels non scoprirono l’esistenza delle classi e del loro antagonismo reciproco, ma riuscirono a fornire la chiave per interpretare e spiegare lo scontro ininterrotto (politico-sociale ed economico) tra gruppi sociali divisi da un diverso rapporto con i mezzi di produzione e distribuzione e con il surplus sociale, ponendoli in contatto con il livello di sviluppo delle forze produttive sociali.

Inoltre Marx non si limitò a descrivere il semplice, vago e generico contrasto tra ricchi e poveri (Aristotele, ma non solo), dato che non casualmente nel Manifesto si parla al plurale di “lotte di classi”, economiche e politico-sociali ed emergono tre livelli distinti (anche se connessi tra loro) di scontro tra gruppi sociali diversi, con i rispettivi mandatari politici.

Nel modo di produzione (m.p., d’ora in poi) asiatico lo scontro fondamentale interessava i contadini delle comunità rurali ed i loro signori, padroni dello stato; nel m.p. schiavistico la lotta fondamentale avveniva tra schiavi e padroni di schiavi, mentre nel m.p. feudale era centrale lo scontro tra servi della gleba e proprietari terrieri; nel m.p. capitalistico risulta invece centrale la lotta tra classe operaia (anche agricola, o del settore dei servizi) e la borghesia.

Ma un secondo segmento di contraddizioni e conflitti di classe si apre anche tra degli strati particolari delle classi popolari e i loro oppressori diretti, come risulta dalle lotte tra plebei e patrizi nell’epoca schiavistica (ricordate Aristotele?), tra membri delle corporazioni e garzoni delle corporazioni nel feudalesimo, tra contadini poveri e proprietari terrieri nell’era capitalistica: scontri sociopolitici non determinanti sul piano dei rapporti di produzione, ma sempre lotte che per Marx si verificano parallelamente al grado fondamentale di conflittualità delle diverse formazioni economico-sociali classiste (asiatiche, schiavistiche, feudali, capitalistiche).

Ad un terzo livello, anch’esso subordinato allo scontro fondamentale, si produce inoltre una lotta (a volte antagonista) tra frazioni di classe e segmenti della medesima classe sociale: tra usurai e proprietari di terra/schiavi nella formazione economico-sociale schiavistica; tra feudatari laici e proprietari fondiari ecclesiastici nell’epoca feudale; tra piccola e grande borghesia nell’era capitalistica, solo per delineare uno scenario approssimativo e incompleto della sfera delle contraddizioni intraclassiste tra le diverse classi e frazioni di classe sfruttatrici.

Secondo Marx ed Engels, ad esempio, «la borghesia è sempre in lotta: da principio contro l’aristocrazia, più tardi contro le parti della stessa borghesia i cui interessi vengono in contrasto col progresso dell’industria, sempre contro la borghesia di tutti i paesi stranieri».[13]

Già a partire dal Manifesto, Marx ed Engels distinsero inoltre tra lotta economica-sociale (solo indirettamente politica) e conflitto di classe immediatamente politico, volta ad influenzare o conquistare il potere politico e gli apparati statali, separando poi la lotta di classe difensiva dall’accumulazione di forze e dallo scontro politico-sociale finalizzato a scopi rivoluzionari: sotto questo profilo è già stato citato il passo del Manifesto in cui i due rivoluzionari tedeschi sintetizzarono il processo storico millenario di sviluppo della borghesia, dall’anno Mille fino alla metà del XIX secolo, mentre parimenti degna di nota risulta la loro descrizione dei vari livelli di lotta di classe raggiunti dal proletariato moderno, a partire dall’inizio della rivoluzione industriale fino alla meta del Diciannovesimo secolo

«Il proletariato passa attraverso diversi gradi di sviluppo. La sua lotta contro la borghesia comincia con la sua esistenza.

Da principio singoli operai, poi gli operai di una fabbrica, poi gli operai di una branca di lavoro in un dato luogo lottano contro il singolo borghese che li sfrutta direttamente.

Essi non dirigono i loro attacchi soltanto contro i rapporti borghesi di produzione, ma contro gli stessi strumenti di produzione; distruggono le merci straniere che fan loro concorrenza, fracassano le macchine, danno fuoco alle fabbriche, cercano di riconquistarsi la tramontata posizione del lavoratore medievale.

Ma il proletariato, con lo sviluppo dell’industria, non solo si moltiplica; viene addensato in masse più grandi, la sua forza cresce, e esso la sente di più. Gli interessi, le condizioni di esistenza all’interno del proletariato si vanno sempre più ragguagliando man mano che le macchine cancellano le differenze del lavoro e fanno discendere quasi dappertutto il salario a un livello ugualmente basso. La crescente concorrenza dei borghesi fra di loro e le crisi commerciali che ne derivano rendono sempre più oscillante il salario degli operai; l’incessante e sempre più rapido sviluppo del perfezionamento delle macchine rende sempre più incerto il complesso della loro esistenza; le collisioni fra il singolo operaio e il singolo borghese assumono sempre più il carattere di collisioni di due classi. Gli operai cominciano col formare coalizioni contro i borghesi, e si riuniscono per difendere il loro salario. Fondano perfino associazioni permanenti per approvvigionarsi in vista di quegli eventuali sollevamenti. Qua e là la lotta prorompe in sommosse.

Ogni tanto vincono gli operai; ma solo transitoriamente. Il vero e proprio risultato delle loro lotte non è il successo immediato ma il fatto che l’unione degli operai si estende sempre più. Essa è favorita dall’aumento dei mezzi di comunicazione, prodotti dalla grande industria, che mettono in collegamento gli operai delle differenti località. E basta questo collegamento per centralizzare in una lotta nazionale, in una lotta di classe, le molte lotte locali che hanno dappertutto uguale carattere. Ma ogni lotta di classe è lotta politica. E quella unione per la quale i cittadini del medioevo con le loro strade vicinali ebbero bisogno di secoli, i proletari moderni con le ferrovie la attuano in pochi anni.

Questa organizzazione dei proletari in classe e quindi in partito politico torna a essere spezzata ogni momento dalla concorrenza fra gli operai stessi. Ma risorge sempre di nuovo, più forte, più salda, più potente. Essa impone il riconoscimento in forma di legge di singoli interessi degli operai, approfittando delle scissioni all’interno della borghesia. Così fu per la legge delle dieci ore di lavoro in Inghilterra».[14]

Il sesto prezioso contributo di Marx è strettamente collegato a quello precedente, visto che il rivoluzionario tedesco intuì l’esistenza di un enorme spazio di manovra a disposizione della lotta di classe e dei rapporti di forza, riconoscendo la riproduzione costante di un’enorme posta in palio potenzialmente a disposizione dello scontro sociale e politico e della vittoria-sconfitta dei diversi “attori” via via impegnatisi nelle multiformi battaglie tra gruppi sociali.

Nel Capitale Marx focalizzò l’attenzione su alcuni casi specifici in grado di dimostrare l’enorme potenziale di variazione e di “elasticità” degli interessi materiali (e politici) delle classi e l’ampio spazio di manovra creatosi sia per le lotte di classe che per i rapporti di forza politico-sociali esistenti in ogni formazione statale: elasticità verso “l’alto” o verso “il basso”, in senso migliorativo o peggiorativo dei livelli concreti di soddisfazione dei bisogni materiali e politici via via ottenuti dai diversi gruppi omogenei sul piano socioproduttivo.

Il tema della durata della giornata lavorativa costituì il primo momento di focalizzazione teorica (parziale) su questa tematica, dato che secondo Marx il modo di produzione capitalistico si fonda proprio sull’appropriazione da parte della borghesia di lavoro non pagato, di pluslavoro estorto ed ottenuto dalla forza-lavoro operaia.

Una parte più o meno estesa della giornata lavorativa dei salariati serve alla classe dei capitalisti al solo fine di riprodurre l’equivalente del valore del salario operaio, costituendo il “lavoro necessario” con cui la borghesia si riprende il valore dei mezzi di sussistenza (e del denaro) forniti ai lavoratori dipendenti per la riproduzione biologica e sociale della loro forza lavoro; l’altra parte della giornata lavorativa, il secondo periodo del processo lavorativo giornaliero complessivo non costa alcunché al padrone dei mezzi di produzione e dell’utilizzo della forza lavoro, dato che il lavoro espresso in questa frazione della giornata lavorativa comporta sicuramente fatica e dispendio della forza-lavoro da parte della classe operaia, ma risulta lavoro non-pagato e gratuito per i capitalisti: si tratta del pluslavoro, “coagulo di tempo superfluo” secondo Marx. Diventa pertanto logico ed inevitabile che una delle più importanti manifestazioni concrete della tendenza generale all’accumulazione ed alla massima valorizzazione possibile del capitale consista nel “perenne impulso” della borghesia a prolungare la giornata lavorativa, per accrescere il saggio di pluslavoro assoluto.[15]

Anche nel modo di produzione capitalistico non si possono superare determinati limiti fisici, quali il riposo minimo necessario al lavoratore per riprendere forza, ma Marx affermò correttamente e basandosi sull’esperienza concreta del XVIII e XIX secolo che questi limiti hanno “una natura molto elastica e lasciano un gran campo di gioco”: così rinveniamo giornate lavorative di 8, 10, 12, 14, 16 o anche 18 ore, di lunghezza assai diversa.

«Il capitalista ha acquistato la forza lavorativa al suo valore giornaliero. Appartiene a lui il suo valore d’uso nel corso della giornata lavorativa. Quindi egli ha acquisito il diritto di far lavorare per sé l’operaio per una giornata. Ma cos’è una giornata lavorativa? Comunque sia, è meno di un giorno naturale di vita. Quanto meno? Il capitalista ha la propria opinione su questa ultima Thule che è il limite necessario della giornata lavorativa. Come capitalista egli non è che capitale personificato. La sua anima è l’anima del capitale. Ma il capitale ha un unico impulso vitale, quello di valorizzarsi, di generare plusvalore, di assorbire con la sua parte costante, coi mezzi di produzione, la più grande massa di pluslavoro che sia possibile. Il capitale è lavoro morto che resuscita, come un vampiro, solo succhiando lavoro vivo, e tanto più vive quanto più ne succhia. Il tempo in cui l’operaio lavora è il tempo in cui il capitalista consuma la forza lavorativa acquistata. Se l’operaio consumasse per se stesso il proprio tempo a disposizione, egli commetterebbe un furto verso il capitalista.

Il capitalista quindi s’appella alla legge dello scambio delle merci. Al pari d’ogni altro acquirente, tenta di ricavare dal valore d’uso della sua merce il maggior utile possibile.»[16]

Ovviamente la controparte, la “voce operaia” ha un’opinione opposta sulla durata della giornata lavorativa. «Ma d’un tratto sorge la voce dell’operaio, che s’era zittita nel turbine incalzante del processo di produzione.

La merce che ti ho venduto si distingue dalla massa plebea delle altre merci in quanto il suo uso crea valore, e un valore più grande di quanto essa stessa costi. È proprio questa la ragione per cui tu l’hai acquistata. Ciò che dal tuo punto di vista appare come una valorizzazione del capitale, dal mio è dispendio superfluo di forza lavorativa.Tu ed io non conosciamo sul mercato che una legge, quella dello scambio di merci. E il consumo della merce non appartiene al venditore che la dà via, ma al compratore che l’acquista. Quindi appartiene a te l’uso della mia giornaliera forza lavorativa. Ma, con il suo giornaliero prezzo di vendita, io debbo essere in grado ogni giorno di riprodurla, per poterla vendere di nuovo. Non tenendo in considerazione il naturale logoramento che deriva dall’età, ecc., io debbo poter lavorare domani nelle medesime normali condizioni di forza, salute e freschezza di oggi. Tu mi predichi costantemente il vangelo della “parsimonia” e dell'”astinenza”. Va bene! Io voglio amministrare il mio unico patrimonio, la forza lavorativa, da economo bravo e risparmiatore e voglio privarmi di qualunque storto sciupio di essa. Voglio porne a disposizione ogni giorno mettendola in movimento e trasformandola in lavoro, solo la quantità compatibile con la sua durata normale e col suo sano sviluppo. Con un prolungamento della giornata lavorativa fuor di misura, tu puoi impiegare per te, in un solo giorno, una quantità della mia forza lavorativa maggiore di quella che io potrei reintegrare in tre giorni. Quello che tu guadagni in tale maniera in lavoro, io lo perdo in sostanza lavorativa. L’uso della mia forza lavorativa e il depredamento della stessa sono cose affatto diverse. Qualora il periodo medio in cui un operaio medio, con una ragionevole misura di lavoro, può vivere, è di 30 anni, il valore della mia forza lavorativa, che tu mi paghi quotidianamente, è 1___

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ossia 1/10.950 del suo intero valore. Ma se tu la consumi in 10 anni, mi paghi ogni giorno 1/10.950, vale a dire non mi paghi che 1/3 del suo valore giornaliero, e perciò mi rubi ogni giorno 2/3 del valore della mia merce. Tu mi paghi la forza lavorativa di un giorno, pur consumando quella di 3 giorni. Tutto ciò va contro il nostro contratto e contro la legge dello scambio delle merci. Quindi io pretendo una giornata lavorativa di lunghezza normale, e lo pretendo senza cercare di commuovere il tuo cuore, giacché il sentimento non entra affatto nelle questioni di denaro. Tu puoi essere un cittadino esemplare, forse membro della lega per l’abolizione delle crudeltà verso gli animali, inoltre puoi anche essere in odore di santità, ma la cosa che tu rappresenti davanti a me non ha cuore nel petto che le palpiti. Quel che sembra vi palpiti, è il battito del mio proprio cuore. Io pretendo la giornata lavorativa normale, perché, al pari d’ogni altro venditore, pretendo il valore della mia merce». [17]

Sedici ore di lavoro al giorno? Otto ore? Sette ore giornaliere?

Per sette, sei o cinque giorni alla settimana?

16 ore x 6 giorni producono 96 ore alla settimana, 7 ore x 5 giorni 35 ore alla settimana

La distanza oggettiva che esiste tra 96 ore e 35 ore lavorative settimanali non è di poco conto, mentre nessuna “legge astratta” stabilisce a priori la durata della giornata lavorativa e solo la lotta economica e politica e solamente i rapporti di forza concreti esistenti volta per volta tra le classi (e tra le masse ed il potere statale) fisseranno per un determinato periodo l’estensione elastica della giornata lavorativa: in altre parole la stessa analisi economica di Marx suggerisce inevitabilmente che un “terzo incomodo” extraeconomico determini quale sia la giornata lavorativa normale della classe lavoratrice di una determinata formazione statale ed in una data fase storica.

Un’elaborazione teorica analoga venne elaborata da Marx in riferimento al livello salariale e alla massa concreta di mezzi di sussistenza ottenuti/forniti ai lavoratori per la riproduzione della forza lavoro di essi (e dei loro figli), visto che è facile notare che quanto minore risulta tale massa di mezzi di sussistenza, tanto minore sarà il tempo di lavoro socialmente necessario per la loro riproduzione e tanto maggiore diventerà il saggio e la massa di pluslavoro e il lavoro gratuito estorto dal capitalista.

«Si sa che il saggio del plusvalore dipende in prima istanza dal grado di sfruttamento della forza lavorativa. L’economia politica dà tanta importanza a questo fatto che a volte identifica l’accelerazione dell’accumulazione tramite l’aumento della forza produttiva del lavoro con l’accelerazione tramite l’aumento dello sfruttamento dell’operaio. Nelle sezioni sulla produzione del plusvalore abbiamo sempre supposto che il salario fosse almeno uguale al valore della forza lavorativa. Tuttavia la riduzione dei salari al di sotto di questo valore ricopre un ruolo troppo grande nel movimento pratico, perché noi non ci soffermiamo un attimo su di essa. Tale riduzione trasforma in effetti, entro certi limiti, il fondo necessario di consumo dell’operaio in un fondo d’accumulazione del capitale.

«I salari», afferma J. St. Mill, «non hanno alcuna forza produttiva; essi sono il prezzo di una forza produttiva; i salari, accanto al lavoro, non contribuiscono alla produzione delle merci più di quanto faccia il prezzo degli stessi macchinari. Se si potesse avere lavoro senza acquistarlo, i salari sarebbero superflui. Ma qualora gli operai riuscissero a vivere d’aria, non si potrebbero neppure acquistare a nessun prezzo. Il fatto che gli operai siano gratuiti è quindi un limite in senso matematico, sempre irraggiungibile, sebbene ci si possa avvicinare sempre di più. È costante tendenza del capitale quella di abbassarli a questo punto nichilistico. Uno scrittore del XVIII secolo, da me più volte citato, l’autore dell’Essay on trade and commerce, quando dichiara che è un essenziale compito storico dell’Inghilterra quello di ridurre i salari al livello francese e olandese, non fa che svelare l’intimo segreto dell’anima del capitale inglese.»[18]

La tendenza “nichilista” del capitale si esprime nel tentativo costante di abbassare il livello dei salari ad un estremo limite, sempre in presenza di condizioni materiali favorevoli a tale scopo, riducendo la massa di mezzi di sussistenza al livello indispensabile fisiologicamente alla classe operaia per riprodursi stentatamente e solo in forma ristretta e ridotta: il modello ideale del capitalismo sono le fabbriche del sudest asiatico degli anni Novanta, con manodopera allo stesso tempo qualificata e a bassissimo prezzo, costretta a turni di lavoro particolarmente lunghi.

Sono stati, sono e saranno i soliti rapporti di forza concreti a determinare se passa, se vince e se si afferma la “tendenza nichilista” del capitalismo (vedi la riduzione del salario reale negli USA tra il 1973 ed il 2002), oppure la controtendenza dei lavoratori dipendenti, volta e finalizzata ad aumentare al massimo grado (ritenuto) possibile la quantità e qualità dei mezzi di sussistenza che essi possono procurarsi nel processo di vendita della loro forza-lavoro.

Sempre secondo Marx sussiste e si riproduce un “grande campo di gioco” anche per il livello di intensità media del lavoro operaio, per lo “stato sociale” (vedi legge inglese delle dieci ore del 1846) e per i carichi fiscali concreti che pesano su ciascuna classe della formazione economico-sociale capitalistica. Rispetto a quest’ulteriore “tiro alla fune” tra le classi può essere facilmente osservato nel lungo periodo lo zig-zag delle aliquote fiscali, vere e proprie variabili dipendenti dai rapporti di forza politico e sociali createsi via via tra borghesia e proletariato, come dimostra anche l’esperienza statunitense nella quale «tra il 1950 ed il 1980 l’aliquota massima dell’imposta sul reddito ha oscillato tra il 70 ed il 90%, mentre il contributo di previdenza sociale, imposto sui redditi più bassi, variava tra il 4 ed il 9%. Nel 1997, l’aliquota fiscale massima era scesa al 39,6%, mentre il contributo di previdenza sociale era balzato al 15,3%… Negli anni Cinquanta le aziende pagavano il 25% di tassa federale sugli utili; nel 1997 questa imposta era scesa al 10%».[19]

Se si sale ancora di livello, seguendo le corrette indicazioni di Marx risulta che il principale obiettivo del “grande campo di gioco” consiste nella stessa continuazione/fine della riproduzione del possesso privato dei mezzi di produzione e del surplus da parte della borghesia.

Nel Manifesto e nei Grundisse Marx notò l’esistenza in una frazione (di regola minoritaria) della classe operaia e dei lavoratori dipendenti che intendeva “abolire la proprietà privata” dei mezzi di produzione e, rivolgendosi alla borghesia, Marx ed Engels affermarono provocatoriamente che «voi inorridite perché vogliamo abolire la proprietà privata. Ma nella vostra società attuale – nel 1848 come nel 2006 – la proprietà privata è abolita per i nove decimi dei suoi membri: la proprietà privata esiste proprio per il fatto che per nove decimi non esiste. Dunque voi ci rimproverate di voler abolire una proprietà che presuppone come condizione necessaria la privazione ella proprietà dell’enorme maggioranza della società.

In una parola, voi ci rimproverate di volere abolire la vostra proprietà. Certo, questo vogliamo. (…) Il comunismo non toglie a nessuno il potere di appropriarsi di prodotti della società, toglie soltanto il potere di assoggettarsi il lavoro altrui mediante tale appropriazione».[20]

Sussiste e si riproduce ininterrottamente anche un ultimo scalino delle potenzialità positive/negative individuate dal rivoluzionario tedesco, visto che Marx constatò l’esistenza di un livello superiore della lotta di classe poiché a suo avviso l’esito del conflitto politico-sociale non è scontato, dal momento che le lotte di classe politico-sociale negli ultimi millenni sono finite “o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta” (Manifesto).

Socialismo o barbarie? Dopo il 1945: socialismo o autodistruzione dell’umanità? L’alternativa storica venne proposta da Marx anche in un suo lavoro posteriore del 1865, Salario, prezzo e profitto, quando indicò uno scenario storico (possibile, anche se a suo avviso improbabile) nel quale la classe operaia avesse sciaguratamente rinunciato alla sua resistenza contro gli attacchi del capitale: in quest’eventualità «essa si ridurrebbe al livello di una massa amorfa di affamati e di disperati, a cui non si potrebbe più dare alcun aiuto».[21]

Sarà dunque un terzo incomodo, il rapporto di forza politico-sociale via via formatosi tra le diverse classi, a sciogliere con la praxis l’enigma del risultato finale di questa “partita” giocata su scala planetaria: Marx ne è talmente cosciente e convinto da elaborare con chiarezza un altro e più diretto contributo alla teoria generale dei rapporti di forza politico-sociali.

In precedenza è stato riportato il passo del Capitale in cui Marx analizzava lo scontro tra capitalismo e “voce operaia”, avente per oggetto la durata della giornata di lavoro: ma quale fattore fa la differenza e decide nella loro lotta ininterrotta, a giudizio di Marx?

«Si vede allora: eccetto limiti del tutto elastici, dalla natura dello scambio delle merci preso in se stesso non risulta alcun limite alla giornata lavorativa, perciò nessun limite al pluslavoro. Il capitalista, tentando di fare più lunga possibile la giornata lavorativa e tentando di farne due da una quando gli sia possibile, mette avanti il suo diritto di acquirente. D’altro lato la particolare natura della merce venduta comporta un limite nel suo consumo da parte dell’acquirente, mentre l’operaio, nel tentativo di limitare la giornata lavorativa a una certa normale grandezza, mette avanti il proprio diritto di venditore. Perciò qui si verifica una antinomia, diritto contro diritto, ambedue ugualmente suggellati dalla legge dello scambio delle merci. Tra uguali diritti decide la forza. E così nella storia della produzione capitalistica la regolazione della giornata lavorativa appare come lotta per i limiti della giornata lavorativa, lotta tra il capitalista in generale, ossia la classe dei capitalisti, e l’operaio in generale, ossia la classe operaia».[22]

Tra uguali diritti decide la forza: per Marx la forza, più concretamente i rapporti di forza tra gli antagonisti decidono l’esito e il risultato dello scontro, e non solo lo scontro sulla giornata lavorativa ma ogni lotta tra soggetti in conflitto. La forza (i rapporti di forza) svolge ininterrottamente il ruolo e la funzione di arbitro supremo tra le parti in lotta e tra le “squadre” in campo, partita dopo partita e scontro dopo scontro, tanto che il “diritto del più forte” costituisce per Marx una costante storica nelle società di classe, anche se mascherato da sofisticate “vesti giuridiche”. Nell’Introduzione alla critica dell’economia politica il grande teorico tedesco criticò con estrema efficacia le concezioni borghesi liberaldemocratiche sulla natura dello stato, illustrando invece la regola fondamentale (spesso nascosta e latente) che assicura in ultima analisi la riproduzione del m.p. capitalistico.

«2) Protezione dei beni acquisiti ecc. Quando si riducono queste trivialità al loro effettivo contenuto, esse dicono più di quanto non sappiano i loro predicatori. E cioè che ogni forma di produzione produce i suoi propri rapporti giuridici, la sua forma di governo ecc. La rozzezza e la genericità sta proprio nel fatto di porre in relazione tra loro, un modo accidentale, cose che sono connesse organicamente, di ridurre questa connessione ad una pura connessione nella mente. Gli economisti borghesi vedono solo che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad esempio, con il diritto del più forte. Essi dimenticano soltanto che anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma anche nel loro “stato di diritto”.»[23]

Secondo la (corretta) valutazione di Marx, la legge (classista) del più forte continua ad esistere anche nella formazione economico-sociale capitalistica e non costituisce certo un retaggio esclusivo dei modi di produzione schiavistici, asiatici o feudali.

Un’altro “gioiello” fornitoci da Marx è formato da un embrionale distinzione tra i campi di forza (politico-sociali) reali e quelli potenziali, e nella possibile trasformazione dei secondi in campi di potenza effettivi in presenza di determinate condizioni storiche.

Si è già visto che nel 1844 Marx affermò in modo realistico che «evidentemente l’arma della critica non può sostituire la critica delle armi, la forza materiale non può essere abbattuta che dalla forza materiale».[24]

Tuttavia Marx non si fermò a questa semplice constatazione, ma indicò anche la possibile metamorfosi della “teoria”, delle idee-ideologie politiche, da forze potenziali in fattori di condizionamento politico reale, seppur a determinate condizioni ed in particolari situazioni storiche concrete. Sempre nel lavoro Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, egli notò che «anche la teoria si trasforma in forza materiale non appena penetra tra le masse»: le ideologie ed utopie che acquisiscono ed ottengono un consenso di massa diventano forze materiali come i cannoni, i fucili ed il possesso di mezzi di produzione, mentre nel 1864 Marx riprese la distinzione tra forza politica reale e potenziale affermando correttamente che il “numero”, la quantità di persone inserite nella classe operaia conta e pesa solo se collegata alla presenza parallela di una coscienza politica collettiva e dell’organizzazione politica.

Infine Marx ed Engels elaborarono parzialmente la categoria teorico-storica del “nemico principale/nemico secondario”, fornendo degli spunti interessanti per la scoperta delle coordinate politico-sociali necessarie all’individuazione dell’avversario divenuto volta per volta centrale per ciascuna organizzazione politica e classe sociale.

Su questa tematica il processo di analisi marxiano non poté che partire dall’esame concreto dello scenario europeo e tedesco durante la quinta decade del XIX secolo, con la sua pluralità di tendenze politico-sociali in conflitto reciproco, visto che in quel periodo la classe operaia e le sue espressioni politiche più avanzate, le variegate organizzazioni rivoluzionarie, si trovarono ad assistere alle ultime fasi dello scontro plurisecolare via via sviluppatosi tra borghesia ed aristocrazia fondiaria semifeudale.  Proprio la Germania costituì uno dei centri nevralgici di questa lotta: quale atteggiamento dovevano tenere le forze progressiste e i comunisti nei confronti dello scontro tra borghesia e nobiltà semi-feudale, quale pratica politica potevano-dovevano esprimere “nella situazione concreta”?

L’antagonismo di carattere generale dei comunisti contro entrambe le parti in lotta per Marx era chiaro e fuori discussione, dato che ambedue i contendenti politico-sociali erano infatti sostenitori accaniti dello sfruttamento di classe, dell’oppressione dei lavoratori e della proprietà privata dei mezzi di produzione, anche se di diverse forme economiche di sfruttamento, oppressione e proprietà privata. Del resto sull’altro fronte l’odio di classe di entrambi gli antagonisti nei confronti dello “spettro del comunismo” era altrettanto indiscutibile, e non mutava in alcun modo la situazione alcune sporadiche ed ipocrite strizzatine d’occhio di singoli esponenti dell’aristocrazia terriera a favore del proletariato e delle idee collettivistiche. «Per destare qualche simpatia, l’aristocrazia era costretta a distogliere gli occhi, in apparenza, dai propri interessi e a formulare il suo atto di accusa contro la borghesia solo nell’interesse della classe sfruttata» (Manifesto).

Era anche pensabile ed ipotizzabile una neutralità assoluta dei comunisti nella lotta tra i due “ladri di pluslavoro”, adottando una scelta generale a favore di una posizione politica che “predicasse alla massa popolare come essa non avesse niente da guadagnare, anzi tutto da perdere” a schierarsi con il movimento di lotta della borghesia diretto contro l’aristocrazia feudale e la monarchia assoluta: tale tesi fu elaborata concretamente dai “veri socialisti” tedeschi, venendo tuttavia rifiutata decisamente ed esplicitamente da Marx ed Engels.[25]

A loro giudizio la vittoria della borghesia tedesca nello scontro con la nobiltà e la monarchia assoluta costituiva anche un interesse vitale del proletariato, perché essa accelerava il processo rivoluzionario operaio mentre allo stesso tempo una vittoria del capitalismo avrebbe spazzato via il principale ostacolo, immediato e concreto, alla sua emancipazione  modificando i rapporti di forza a vantaggio del movimento comunista e del segmento più cosciente ed attivo del proletariato.

Nel novembre 1847 Marx scrisse che «i lavoratori tedeschi sanno benissimo che la borghesia non solo deve fare loro concessioni politiche più ampie che la monarchia assoluta, ma, al servizio del suo commercio e della sua industria, crea controvoglia le condizioni dell’unione della classe operaia, e l’unione dei lavoratori è il primo requisito per la loro vittoria. I lavoratori (…) possono e devono partecipare alla rivoluzione borghese, dato che essa è una precondizione della rivoluzione dei lavoratori. Ma neppure per un istante possono considerarla come il loro obiettivo finale».[26]

Secondo i due rivoluzionari tedeschi bisognava assolutamente concentrare i colpi contro la nobiltà e la monarchia assolutista, sia perché la Germania del 1842-48 era egemonizzata ancora da strutture sociali ed economiche semifeudali sia perché il parallelo processo di sviluppo politico e organizzativo della classe operaia (ancora poco cosciente ed unita) avrebbe modificato profondamente i rapporti di forza tra borghesia e movimento proletario a vantaggio di quest’ultimo proprio durante la lotta contro la nobiltà, specialmente nello scenario politico prodotto da una sconfitta dell’aristocrazia e dei suoi mandatari politici.

Marx ed Engels non dimenticarono per un solo momento, anche e specialmente in quel periodo, che la borghesia era il “nemico naturale” della classe operaia, ma fecero una netta distinzione tra nemico storico “naturale” e nemico principale immediato, concreto e diretto, tanto che Engels affermò che «se la borghesia è per così dire il nostro nemico naturale, il nemico la cui caduta porta al potere il nostro partito, lo status quo tedesco è nostro nemico in misura ancora molto maggiore perché esso sta tra la borghesia e noi, perché ci impedisce di incalzare da vicino la borghesia. Perciò non ci separiamo affatto dalla gran massa dell’opposizione che si batte contro lo status quo. Ne formiamo soltanto al frazione più avanzata, una frazione che in pari tempo occupa una posizione ben determinata per la sua non dissimulata arrière-pensée contro la borghesia».[27]

Allo stesso tempo, tuttavia, Marx ed Engels ricordarono e ripeterono sempre, anche e specialmente in quel periodo storico, che la realtà (e la categoria teorica) del nemico principale risulta per sua natura dialettica e dinamica e che l’antagonista principale cambia quando si trasforma la realtà concreta, quando mutano profondamente il quadro politico generale e la costellazione dei rapporti di forza concreti. Nel Manifesto essi rilevarono lucidamente:

«In Germania il partito comunista combatte assieme alla borghesia contro la monarchia assoluta, contro la proprietà fondiaria feudale e il piccolo borghesume, appena la borghesia prende una posizione rivoluzionaria. Però il partito comunista non cessa nemmeno un istante di preparare e sviluppare fra gli operai una coscienza quanto più chiara è possibile dell’antagonismo ostile tra borghesia e proletariato, affinché i lavoratori tedeschi possano subito rivolgere, come altrettante armi contro la borghesia, le condizioni sociali e politiche che la borghesia deve creare con il suo dominio, affinché subito dopo la caduta delle classi reazionarie in Germania cominci la lotta contro la borghesia stessa».[28]

Solo dopo la vittoria sul “vecchio” nemico principale la classe operaia avrebbe potuto iniziare la lotta su vasta scala contro il “nuovo” nemico principale (e “vecchio” alleato tattico), la borghesia nelle sue varie ed articolate espressioni politiche, e quanto più forte sarebbe risultata la partecipazione ed il peso specifico degli operai e dei comunisti nella lotta antifeudale, tanto più agevole sarebbe diventato il successo finale del proletariato nello scontro contro il nuovo nemico di classe: anzi, di fronte al vile tradimento della lotta contro l’assolutismo semifeudale compiuto in quegli anni dalla borghesia tedesca, Marx ed Engels affermeranno nel 1850 la necessità per la classe operaia di acquisire l’egemonia politico-sociale già durante la lotta antiaristocratica e nel corso della prima fase (democratico-borghese) del conflitto di classe politico-sociale.

Come “sottoprodotto” delle analisi di Marx ed Engels, emergono i due parametri teorico-storici combinati i quali è possibile individuare, volta per volta, il nemico principale del momento per i comunisti (e, mutatis mutandis, per ogni forza politica): a giudizio dei due rivoluzionari tedeschi il principale criterio consiste nel grado di pericolosità e di potenza concreta detenuta dai diversi attori politici operanti in ogni data formazione statale, mentre la seconda coordinata viene rappresentata dal potenziale di trasformazione della situazione concreta che verrebbe indotto e provocato dalla sconfitta di un attore politico, sempre paragonato a quella di altri avversari di cui dover tener conto.

In altre parole, nemico principale per Marx è volta per volta:

–         l’attore politico-sociale che ostacola e minaccia con maggiore forza d’urto complessiva la lotta della classe operaia e dei comunisti

–         il soggetto politico la cui sconfitta può meglio favorire ed aiutare l’azione del movimento rivoluzionario, i successi parziali e la vittoria finale di quest’ultimo.

La categoria del “nemico principale” rappresentò per quasi quattro decenni una costante importante nell’analisi (e pratica) politica del grande rivoluzionario tedesco: è sufficiente in questa sede ricordare il totale rifiuto di Marx (Critica al programma di Gotha) rispetto alla teoria della “massa unica reazionaria” avanzata da Lassalle, che escludeva l’esistenza di differenziazioni politiche e sociali significative tra borghesia tedesca ed aristocrazia terriera, oppure l’individuazione dello stato zarista e della sua politica estera come il nemico principale su scala internazionale della lotta di classe rivoluzionaria, con una scelta precisa che spiega tra l’altro la quasi ossessiva “russofobia” di Marx.

Le (asistematiche) valutazioni di Marx ed Engels sulla coordinata teorica del “nemico principale/nemico secondario” conservano tuttora un alto valore politico concreto e permettono di affrontare e superare molti problemi posti dalla lotta politico-sociale contemporanea, ma il lavoro di analisi sui rapporti di forza politico-sociale durante la prima fase storica di sviluppo del materialismo storico venne ripreso anche attraverso la ricca produzione teorica del suo grande amico e compagno di lotta, F. Engels (1820-1895).


[1] K. Marx – F. Engels, “La sacra famiglia”, p. 121, ed. Editori Riuniti

[2] K. Marx – F. Engels, “L’Ideologia tedesca”, p. 30, ed. Editori Riuniti

[3] K. Marx, Prefazione alla “Per la critica dell’economica politica”, ed. Editori Riuniti

[4] Marx ed Engels, “L’ideologia Tedesca”, p. 75, ed. Editori Riuniti

[5] K. Marx, “Il Capitale”, libro III, cap. 47, par. II

[6] K. Marx, Prefazione a “Per la critica dell’economia politica”, op. cit.

[7] Marx ed Engels, “Manifesto del Partito Comunista”, p. 9, Cap. I, ed. Einaudi tascabili

[8] Marx-Engels, “Manifesto”, p. 13

[9] op. cit., p. 13

[10] P. Broue, “Rivoluzione in Germania, pp. 161/183, ed. Einaudi

[11] Livorsi, “Bordiga”, op. cit., pp. 430-438

[12] G. Robin, “Le Monde Diplomatique”, marzo 1997

[13] Marx-Engels, “Il Manifesto”, op. cit., cap. I

[14] Marx-Engels, op. cit., cap. I

[15] Il Capitale, libro I, cap. IV, par. III

[16] Marx, “Il Capitale”, libro I, cap. VIII, par. I

[17] op. cit., ibidem

[18] Marx, op. cit., cap. XXII, par. IV

[19] Ravi Batra, “Il crack finanziario del 1998-99”, p. 15, ed. Sperling e Kupfer

[20] Marx ed Engels, “Manifesto”, cap. II

[21] Marx, “Salario, prezzo e profitto”, cap. 14 – Ed. Riuniti

[22] Marx, “Il Capitale”, Libro I, Cap. VIII, par. I

[23] Marx, “Introduzione alla critica dell’economia politica”, p. 6, Ed. Editori Riuniti

[24] Marx, “Per la critica della filosofia del diritto di Hegel”

[25] Marx-Engels, “Manifesto”, cap. III

[26] Marx, “La critica moraleggiante e la morale criticante”, 18 novembre 1847

[27] F. Engels, “La questione costituzionale in Germania”, cap. I, marzo/aprile 1847

[28] Marx-Engels, “Manifesto”, op. cit., cap. III


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