Capitolo Quattordicesimo

Critica e anticritica

Il “paradosso di Lenin”, la tesi sulla centralità della sfera politica rispetto a quella economica entra sicuramente in linea di collisione con le tendenze teoriche egemoni da ormai due decenni nella scienza politica contemporanea, a destra come a sinistra, anche se di matrice radical-antagonista: l’assioma che ha dominato quasi incontrastato dal 1989 fino all’estate del 2008 recita che la sfera politica ha perso la sua centralità – se mai l’ha avuta – e che essa svolge ormai solo un ruolo estremamente marginale all’interno del nuovo mondo globalizzato, ammesso e (non sempre) concesso che dei pezzi e brandelli residui di sovranità politica spettino ancora ai governi nazionali, agli apparati statali e ai dirigenti politici delle formazioni economico-sociali capitalistiche dopo il  fatidico 1989.

Regna ormai il mercato, si affermava; dominano sovrani i gelidi ed impersonali “meccanismi economico-finanziari” globalizzati, si sosteneva a gran voce fino all’estate 2008.

Uno degli autori che ha espresso con maggiore chiarezza la tesi del “tramonto della politica” è stato M. Tronti, il quale in un suo libro del 1998 ha denunciato in modo onesto ma disperato l’eclisse della sfera politica, distinguendo tra la “situazione eccezionale” che a suo avviso ha caratterizzato il periodo 1914-56, caratterizzato dall’insolita centralità assunta dai rapporti di potere e dagli apparati statali, e la fase del 1957-98 contraddistinta invece dal progressivo ritorno alla “normale” marginalità del potere direzionale pubblico, nelle sue varie articolazioni, rispetto agli ormai dominanti e superpotenti “meccanismi economico-finanziari” tipici del m.p. capitalista.

«C’è da scegliere tra le periodizzazioni del Novecento, ma tra anni Dieci e anni Sessanta, 1914-56, società capitalistica e storia moderna hanno vissuto un rapporto critico, di differenze, di contraddizioni e di conflitto. Ci è voluta tutta intera l’epoca delle guerre civili mondiali, e la sua conclusione, per recuperare un rapporto organico, di reciproco rimando e di comune sviluppo. Più violenta fu quell’età della guerra, più affidabile questa età della pace. Lo stato d’eccezione, nella mondializzazione, diventa un fatto locale. La sovranità politica si è rioggettivata nei meccanismi economico-finanziari. Vive ancora lo Stato, perché sopravvive la Nazione. Ma non c’è più governo.

Nell’economia-mondo lo spazio per la politica c’è solo più come amministrazione dei municipi.»

Più avanti, descrivendo il conflitto tra produttori diretti sfruttati e possessori privilegiati delle condizioni della produzione, Tronti ha riaffermato che era “iscritto negli inizi del moderno”, alias del m.p. capitalistico, una sorta di “cosmopolitismo economico-finanziario” e la forma “non-politica” delle strutture economico-sociali borghesi, ad esclusione solo di periodi eccezionali in cui la sfera statale ha realmente assunto in via eccezionale un ruolo centrale (come avvenne nel 1914-56, a giudizio di Tronti).

«È qui che ritorna in campo la politica. E transita, essa, per un altro passaggio. Un passaggio simbolico di appartenenza, non al mondo, ma ad una parte di mondo, un punto di vista parziale irrecuperabile alla totalità, una tensione contro l’epoca, una passione per i vinti dalla storia ma solo per i vinti che hanno combattuto, l’odio per i dominatori naturali, nati per questo, per stare in alto, sui troni della ricchezza e del potere. Movimento operaio e storia moderna capitalistica, insieme, non segnano un episodio normale di questa eterna lotta, mostrano l’irruzione in essa di uno stato d’eccezione, simbolizzano la “forma politica” assunta, per la prima e forse per l’ultima volta, dal contrasto/conflitto tra il basso e l’alto della società. L’altezza di questo scontro ha portato la politica mondiale a un punto di non ritorno. Dopo questo tipo di stato d’eccezione, non è riproponibile alcun tipo di normalità politica. L’ordine prende un’altra forma, non-politica: è questa sorta di cosmopolitismo economico-finanziario, che chiamano globalizzazione. Non è questa la novità. Perché esattamente questo era scritto negli inizi del moderno, adesso, dopo l’età della politica, arrivato a compimento.

Nel mercato dello Stato-Nazione era già implicito il mercato mondiale, nel processo di produzione di fabbrica era già implicito il sistema-mondo della produzione, come nella ricchezza delle nazioni c’era già la miseria dei continenti, nel macchinismo industriale la crisi dell’industrialismo, nell’arcano della merce-denaro la virtualità dello scambio finanziario, nel risparmio di lavoro la fine del lavoro, nell’alienazione dell’operaio la morte annunciata della persona moderna. Non c’è nulla di veramente nuovo sotto il sole del capitalismo.»[1]

Tronti ha riassunto, in chiave antagonistico-disperata, alcune conclusioni teoriche a cui era già giunta la scuola della “morte dello stato”, di matrice prevalentemente anglosassone.

Studiosi come N. Negroponte, J. Naisbitt e R. Reich hanno più volte affermato, seppur con sfumature diverse, il concetto che lo stato-nazione sia ormai in via di “evaporazione”, assunto e categoria teorica che ha contagiato in varia misura anche larga parte degli autori che negli ultimi dieci anni si sono dedicati all’analisi della “globalizzazione”, su posizioni filoliberiste o viceversa anticapitalistiche: per molti di essi “l’economia” è ormai assolutamente centrale, mentre la sfera politico-statale diventa solo un residuo marginale di fasi di sviluppo precedenti ed ormai superate del m.p. capitalistico (si pensi a Ziegler, Negri-Hardt, ecc.).

Tronti ha giustamente focalizzato l’attenzione sull’egemonia (quasi) incontrastata esercitata dalla borghesia finanziaria, dalle multinazionali e dalle grandi istituzioni finanziarie internazionali su larga parte del pianeta a partire dagli inizi degli anni Ottanta, predominio ovviamente rafforzatosi dopo il 1989-91 ed il crollo dell’Unione Sovietica, ma allo stesso tempo ha dimenticato in sintonia con molti altri teorici della “globalizzazione” una semplice verità storica.

La borghesia, le sue diverse frazioni politico-sociali, le multinazionali ed il capitalismo finanziario da sempre hanno fatto, fanno e faranno sempre politica, essendo particolarmente interessate alle concrete modalità di gestione degli affari comuni delle società in cui si trovano ad operare; il capitale finanziario moderno e post-moderno, le sue diverse frazioni politico-sociali e le multinazionali hanno sempre cercato, cercano tuttora e sempre cercheranno di utilizzare gli apparati statali ed i nuclei dirigenti politici venuti al potere per la realizzazione dei propri obiettivi generali-particolari, globali e/o corporativi, a dispetto di tutte le tesi sulla cosiddetta “irrilevanza del politico”.

In ultima analisi, le classi privilegiate della struttura socioeconomica capitalistica non sono state, non sono tuttora e non saranno mai apolitiche: tutt’altro. Per dirla brutalmente, quasi sempre dal 3700 a.C. i ricchi fanno e si interessano giustamente di politica, mentre invece sono purtroppo i “poveri” e le masse popolari che troppo spesso se ne disinteressano in modo autolesionistico, aiutati purtroppo anche dai ragionamenti disperati e disperanti “alla Tronti”.

“Non c’è più governo”, ha affermato Tronti. Non è vero: esistono i governi, esistono e contano moltissimo anche dopo il 1956 sia lo stato che gli apparati statali, ma essi sono di regola controllati ed utilizzati dalla borghesia attraverso i suoi mandatari politici per raggiungere precisi fini e priorità politico-economiche, interne ed internazionali, dato che il capitalismo moderno non è “anarchico” ma assume invece la forma generale del capitalismo di stato, contraddistinto dalla continua cooperazione e dalla stretta alleanza formatasi e consolidatasi tra sfera politica ed economico-privata.

Tronti, come molti altri teorici della globalizzazione, confonde il ferreo controllo esercitato dalla borghesia sugli apparati statali e sulla sfera politica, specie negli ultimi due decenni, con la presunta assenza di importanza di quest’ultima per la stessa riproduzione del sistema capitalistico e della sua classe dominante, non comprendendo che la politica messa al servizio della borghesia rimane comunque politica, anche se essa viene indirizzata platealmente al servizio dei “ricchi” e dei possessori contemporanei delle condizioni della produzione, conservando in ogni caso per questi ultimi un ruolo centrale e decisivo al fine proprio di assicurare il processo di riproduzione della borghesia contemporanea e post-moderna, del terzo millennio.

Proprio l’esperienza concreta del mondo “globalizzato”, a partire dalla superpotenza statunitense, dimostra l’importanza centrale attribuita dai poteri forti e dalla classe dominante sul piano socioproduttivo sia all’occupazione della sfera politico-statale e al suo utilizzo partigiano per la soddisfazione di precisi bisogni materiali e politici.

Bush senior (1988-92) e Bush junior (2000-2008) rappresentano due casi concreti in cui due grandi capitalistici, assieme ai loro potenti mandanti sociali e finanziatori dell’alta borghesia, hanno assunto addirittura in prima persona e senza intermediari di ogni sorta la direzione degli affari comuni del capitalismo di stato statunitense: a che scopo, viene da chiedersi, se “vive ancora lo stato… ma non c’è più il governo”, come afferma Tronti? Si tratta solo di una duplice forma di esibizionismo narcisista in salsa texana, o invece di segnali concreti che ribadiscono la centralità del controllo della sfera politica per l’insieme della borghesia americana, nelle sue diverse articolazioni e frazioni politico-sociali? Silvio Berlusconi: un altro sprovveduto, ignaro che “non c’è più governo” se non a livello delle “amministrazioni di municipi”? Ross Perot: un altro nome nella lista dei presunti “ricchi idioti”, stupidamente interessati alla ormai deperita e vetusta sfera politica?

L’elenco in questo campo è abbastanza lungo ed interessa quasi l’intero pianeta.

Se ad esempio si prendono in esame i processi elettorali degli Stati Uniti che hanno per oggetto le cariche più prestigiose (la presidenza, il Senato e la Camera dei rappresentanti, i principali stati federali e le più grandi città americane), risulta innegabile che le campagne elettorali costino somme enormi ai candidati repubblicani/democratici, tanto che è stato calcolato che nelle elezioni dell’autunno del 2002 questi ultimi abbiano speso complessivamente 900 milioni di dollari per gli spot televisivi della pubblicità e che per essere eletto nel ruolo di senatore/deputato nel 2000 un uomo politico abbia dovuto mediamente sborsare almeno quattro milioni di dollari: si tratta solo di depistaggio e costoso fumo negli occhi, visto che “nell’economia-mondo” lo spazio occupato dalla politica sembra esistere solo “per l’amministrazione dei municipi”? Anche l’azione continua, organizzata e costosa delle numerosissime lobbies politico-economiche che cercano costantemente di influenzare e condizionare i processi decisionali degli Stati Uniti, il fatto innegabile che dal 1959 al 2001 i gruppi di interesse registrati ufficialmente a Washington siano aumentati da 6.000 a ben 22.000, fanno parte di un’astuta cospirazione messa in atto dal “cosmopolitismo economico-finanziario”, per usare la definizione di Tronti?

La campagna elettorale del 2008, con l’adesione del presidente degli USA, di 35 senatori e dei 435 deputati della Camera, è stata la più costosa della storia americana con un conto finale pari ad almeno 5,3 miliardi di dollari: in maggioranza destinati al Partito Democratico ed al candidato alla presidenza risultato vincente, Barak Obama, appoggiato fra l’altro da larga parte della finanza di Wall Street.

Solo costoso”fumo negli occhi”?

Inoltre non sembra proprio che negli Stati Uniti del terzo millennio sia in alcun modo venuta meno la funzione essenziale di controllo-prevenzione-repressione, svolta continuamente dal vecchio e “sorpassato” stato-poliziotto. Prendendo a pretesto gli attentati terroristici dell’11 settembre e la necessità della cosiddetta “lotta al terrorismo”, l’amministrazione Bush ha creato ex novo un Ministero per la Sicurezza Nazionale stanziando a tale scopo una somma pari a ben 100 miliardi di dollari e questo nuovo colosso statale, quando funzionerà a pieno regime, dovrebbe assorbire 170.000 dipendenti e fagocitare almeno 37 miliardi di dollari all’anno: non pare proprio che la borghesia statunitense abbia sposato la causa dell’anarcoliberismo…[2]

Polizia, ma anche esercito, spesa pubblica “civile” e politiche economiche via via espresse dal “finto-liberismo” di derivazione statunitense.

Nel 2003 era previsto uno stanziamento di fondi a favore delle forze armate statunitensi pari a 392 miliardi di dollari, a cui devono essere poi aggiunte le spese per i servizi di sicurezza, per Echelon e per la NASA: sicuramente il complesso militare-industriale non è stato messo nella pattumiera della storia dai “meccanismi economico-finanziari” e dalla nuova “economia-mondo”, sempre per usare la terminologia di Tronti, visto che nel 2006 e dopo soli tre anni la spesa totale del dipartimento della difesa americana era salita fino all’astronomica cifra di 504 miliardi di dollari, senza tener conto dei costi enormi richiesti dall’occupazione militare dell’Iraq e dell’Afghanistan.

Sempre nel 2003 la spesa statale centrale degli USA è stata pari a 2.200 miliardi di dollari (il 20% circa del prodotto nazionale lordo), cifra a cui si devono aggiungere tutte le somme in possesso ed erogate dai diversi stati federali e dalle amministrazioni locali. Quasi un terzo della ricchezza statunitense è stata amministrata e gestita proprio dalla “sfera politica”, controllata quasi ovunque dai mandatari politici della borghesia e dei grandi monopoli, e quando circa un terzo della ricchezza globale prodotta in uno dei paesi meno statalisti del mondo passa nelle mani e sotto il controllo delle nomenklature politiche e dei loro mandanti sociali, è difficile affermare che “non c’è più governo” e centralità della sfera politica: se quest’ultima gestisce ogni anno circa un dollaro su tre circolante negli USA, assume sicuramente il ruolo di “azienda-numero uno” e continua ad essere una superpotenza economica essenziale, la cui occupazione diretta risulta decisiva anche sotto l’aspetto materiale per le diverse imprese e segmenti produttivi del capitalismo finanziario americano.

Anche nell’epoca della globalizzazione, inoltre, non è certo mai venuto meno il ruolo di “rete di sicurezza” svolto dagli apparati statali e parastatali a sostegno delle imprese e delle stesse nazioni capitalistiche in crisi, a dispetto di tutta la fraseologia liberista adottata (a parole) dai nuclei politici dirigenti delle società tardoimperialistiche negli ultimi due decenni:

quando ad esempio nell’agosto del 1998 uno dei fondi privati di investimento americani rischiò il fallimento, la Federal Reserve e l’amministrazione Clinton non esitarono un momento a salvare i finanzieri-bancarottieri abbandonando all’istante tutta la loro ideologia del “libero mercato”.

Fidel Castro notò che la Long Term Capital Management “sulla base del prestigio acquisito, con un fondo proprio di soli 4.500 milioni di dollari, mobilitò fondi di 75 banche diverse, pari a 120.000 milioni di dollari, per le proprie operazioni speculative; cioè, ottenne in prestito oltre 25 dollari per ogni dollaro del fondo. Una tale procedura faceva crollare tutti i parametri e le ipotetiche pratiche finanziarie. I calcoli e i programmi fallirono. Le perdite furono notevoli: il fallimento, parola drammatica in questa sfera, era inevitabile. La Banca centrale degli Stati Uniti accorse a salvare il fondo di copertura. Ciò era in contraddizione con tutto quello che predicavano gli Stati Uniti e sostiene la filosofia neoliberista, a partire da un atteggiamento ritenuto irresponsabile in un ente di questo genere. Secondo i principi stabiliti, il famoso fondo di protezione avrebbe dovuto rovinarsi e in questo modo la legge di mercato avrebbe dato una lezione imponendo il correttivo pertinente. Avvenne lo scandalo. Il Senato convocò Greenspan, presidente della Banca centrale. Questo alto funzionario, nato da Wall Street, è considerato uno dei più esperti ed eminenti responsabili dell’economia degli Stati Uniti, e gli si attribuisce il merito principale dei successi economici dell’amministrazione Clinton, e in questi momenti riceve l’omaggio speciale da circoli finanziari e dalla stampa per essere stato l’uomo che ha frenato la crisi nella Borsa degli Stati Uniti, facendo abbassare tre volte di seguito il tasso di interesse. Dopo il Presidente, è considerata la persona più importante del Paese. Ebbene, questo famoso e rinomato presidente dichiarò al Senato che, se non avesse salvato il fondo, sarebbe avvenuta una catastrofe economica che avrebbe colpito gli Stati Uniti e tutto il mondo”.[3]

Non si è certo trattato di un caso isolato e di un rigurgito eccezionale di “statalismo”, visto che si è già notato in precedenza come il governo “liberista” di Bush junior non abbia esitato ad utilizzare al massimo il “vecchio” strumento della spesa pubblica per cercare di contrastare la grave recessione dell’economia statunitense sopravvenuta nel 2001-2002, portando il bilancio statale dall’attivo ottenuto nel 2000 al deficit record di 304 miliardi di dollari previsto per l’anno fiscale 2003, ed abbia in seguito mobilitato buona parte delle risorse pubbliche per cercare di arginare nel 2007/2008 le conseguenze dello scoppio della “bolla” immobiliare (mutui subprime) attraverso un’enorme processo di socializzazione delle perdite subite dall’alta finanza e dalle banche private.

Sul piano delle politiche economiche, è appena il caso di notare che proprio negli ultimi decenni la “sovranità politica” statunitense si è “rioggettivata” anche nei processi di riduzione delle imposte fiscali a favore dei ricchi e delle imprese private promossi dopo il 1980 sia dalle amministrazioni repubblicane che democratiche, nei tagli della spesa destinata alla previdenza sociale attuati negli USA con vero spirito bipartisan, nei processi di parziale privatizzazione che hanno interessato persino le carceri ed i servizi pubblici del paese: politiche economiche scopertamente classiste ed a senso unico, ma appunto politiche economiche dirette da uomini politici per soddisfare con strumenti pubblici gli interessi materiali espressi dai vari segmenti della borghesia statunitense. Nel maggio del 2002, ad esempio il governo statunitense ha stanziato 100 miliardi di dollari di sussidi – in sei anni – a favore del settore agroalimentare americano, e più precisamente quasi esclusivamente a favore di quel 10% delle grandi imprese del settore che si aggiudica regolarmente il 70% dei finanziamenti pubblici: tutto questo mentre solo un mese prima Bush junior aveva tuonato contro i sussidi statali per l’agricoltura, al vertice ONU di Monterrey.[4]

Infine è già stato esaminato il ruolo (come minimo) importante svolto dallo stato e dalla sfera politico-militare degli Stati Uniti, sia nel processo di conquista/conservazione delle sfere di influenza politico-economiche su scala internazionale che nella conquista/conservazione delle principali fonti internazionali di materie prime e di energia da parte di Washington, almeno da più di un secolo da questa parte.

In estrema sintesi molti fatti testardi, combinati e connessi tra loro, confermano la “vecchia” tesi leninista che descrive le strutture politico-sociali contemporanee del Primo Mondo come capitalismi di stato, in cui si realizza ormai da molti decenni come regola generale uno stretto legame di collaborazione tra i quadri politici dirigenti, gli alti funzionari statali e la frazione volta per volta vincente della borghesia finanziaria/monopolistica egemone sul piano politico-sociale.

Anche in una regione che si considera – a parole – antistatalista, il Texas, per quasi un secolo si è creato uno strettissimo connubio tra mondo degli affari, sfera politica e processi economici.

«Tuttavia, il Lone Star è debitore nei confronti di Washington tanto quanto ogni altro Stato del paese. La generosità del governo federale ha contribuito a trasformare un desolato territorio rurale in un Leviatano hi-tech, a cominciare dall’energia idroelettrica negli anni Trenta, passando per il programma spaziale negli anni Sessanta e finendo con l’odierna industria militare. Se la prima parola pronunciata sulla Luna è stata “Houston”, la ragione sta nell’abilità con cui il Texas sa esercitare il proprio potere politico.

Sam Rayburn, cresciuto in una povera famiglia texana accanto a un fiume non navigabile, ha tenuto la presidenza del Congresso degli Stati Uniti per vent’anni (più a lungo di chiunque altro) e ha promulgato buona parte delle leggi del New Deal. Lyndon Johnson, originario dell’arretrata Hill Country, è stato uno dei senatori più potenti della storia americana. Tra il 1964 e il 2000 questo Stato, che si dichiara antigovernativo, ha prodotto tre presidenti (Johnson e i due Bush), due candidati vicepresidenziali (George H. W. Bush e Lloyd Bentsen) e il candidato indipendente di maggior successo dai tempi di Teddy Roosevelt (Ross Perot). Ben lungi dall’essere puristi del libero mercato, i politici repubblicani del Texas hanno dimostrato un eccezionale talento nel portare l’acqua al proprio mulino. Phiil Gramm, un conservatore fiscale che ha occupato il vecchio seggio senatoriale di Lyndon Johnson fino al 2003, amava ripetere: “Sono così imbottito di porcherie amministrative che sto per ammalarmi di trichinosi”. Diceva che non avrebbe certo votato a favore di un disegno di legge per produrre formaggio sulla luna, ma che, qualora il Congresso avesse deciso di approvare una simile proposta, avrebbe fatto di tutto perché il latte fosse quello delle mucche texane e che il “sistema di navigazione celeste fosse elaborato in un’università del Texas”.[5]

Del tutto a ragione, il giornalista John Pilger ha affermato che «i nuovi padroni del mondo sono una conventicola di affaristi e strateghi che, oggi come oggi, reggono e definiscono le sorti del pianeta. Detto in parole semplici, questi nuovi padroni sono il frutto dell’unione tra le grandi multinazionali e i governi dei paesi dominanti. Tuttavia, io non condivido l’idea di molti attivisti del movimento contro al globalizzazione neo-liberista, secondo cui lo stato è ormai svanito e ha delegato i nuovi poteri alle grandi corporation. Il nuovo grande sistema di dominio nasce proprio dalla commistione e dalla compenetrazione tra questi due attori.»[6]

Sulla stessa linea si ritrova l’esperto e lucido economista statunitense Joseph Stiglitz, già esponente di punta della Banca Mondiale, che nell’autunno del 2002 a Santiago del Cile ha sottolineato come “i crociati” dell’ultra-liberismo non abbiano mai capito cosa fa funzionare davvero il sistema capitalistico americano, visto che essi infatti “hanno sottostimato il ruolo che il governo ha giocato, per esempio con le politiche industriali, dall’agricoltura all’hi-tech, così come non hanno compreso che le politiche regolatorie sono decisive per il funzionamento del nostro sistema bancario”.[7]

La politica e gli apparati statali rimangono decisivi e centrali, sia come “espressione concentrata dell’economia” e delle lotte tra classi/frazioni di classi che come “potenze materiali” impegnate direttamente sul fronte produttivo, inteso in senso lato (Marx).

Il lato positivo delle posizioni teoriche proposte da Tronti si ritrova nel fatto che esse evidenziano, attraverso il raffronto storico tra il periodo 1914-56 e la fase successiva, come il primato della politica diventi (parzialmente) nascosto quando l’egemonia politico-sociale della classe dominante regni (quasi) incontrastata ed i conflitti aperti dalle sue diverse frazioni politico-sociali rimangono limitati ed a bassa intensità; quando le relazioni internazionali si mantengano relativamente pacifiche e prive di sbocchi bellici di notevole portata; quando le proteiformi tendenze di crisi, insite nei diversi modi di produzione classisti, rimangano latenti perché coperte e nascoste da fasi più o meno prolungate di prosperità economica.

Specialmente negli anni compresi tra il 1993 ed il 1998, si sono realizzate quasi completamente queste condizioni politiche e materiali preliminari, che non a caso hanno creato il brodo di cultura per lo sviluppo delle diverse teorie sulla “morte” della politica. Quando infatti, come avvenne per quasi tutti gli anni Novanta, il livello di scontro tra le classi rimase quasi impercettibile, il potere politico e gli apparati statali sembrarono svolgere delle funzioni “naturali” e scontate mentre l’élite politica apparve solo come un’appendice subordinata dei “normali” processi economico-sociali: in presenza di un livello di scontro tra le classi, tra le diverse frazioni della classe egemone sul piano socioproduttivo e tra i diversi stati ridotto ai minimi storici, l’economia sembra governare automaticamente il mondo, come sostenne anche il sopraccitato Stanley nella pacifica e dominante Inghilterra vittoriana della seconda metà dell’Ottocento, anticipando a modo suo i teorici post-moderni dell’eutanasia della sfera politica. L’inizio di una nuova fase storica, apertasi nel 2000-2001 con la guerra infinita di Bush junior e l’ennesimo ciclo recessivo del capitalismo, sta ormai facendo giustizia sommaria delle tesi sulla presunta evaporazione dello stato nelle nazioni tardocapitalistiche dello stato: sfera ancora solidamente controllata ed occupata, è bene ripeterlo, dai proteiformi mandatari politici delle diverse frazioni della borghesia monopolistico-finanziaria occidentale e giapponese.

Non si può che concordare con J. Petras e H. Veltmeyer quando essi sostengono che «probabilmente la più diffusa mistificazione fatta circolare dagli ideologi della globalizzazione è l’idea che lo stato-nazione sia anacronistico (o “debole”) di fronte all’attacco delle multinazionali globaliste e dei nuovi protagonisti internazionali. La realtà è un’altra: mai lo stato-nazione ha giocato un ruolo più decisivo o è intervenuto con maggior vigore e peso nella formazione degli scambi economici e negli investimenti a livello locale, nazionale e internazionale. È impossibile immaginare l’espansione e il crescente coinvolgimento delle banche e delle società multinazionali senza il prioritario intervento politico, militare ed economico dello stato-nazione.»[8]

Seconda possibile obiezione. «In alcuni scenari storici singoli imprenditori, gruppi di potenti banchieri o determinati monopoli capitalistici hanno accumulato nelle loro mani grandi masse di denaro e/o di mezzi di produzione, superiori anche a quelli a disposizione degli stessi apparati statali e dei nuclei politici dirigenti nelle loro aree d’azione geopolitiche. Questo squilibrio nella potenza economica ha permesso ai “superpoteri forti” di rendere assolutamente marginale ed irrilevante l’azione della sfera politica, in determinate situazioni storiche.»

Certo, possono essere forniti alcuni modelli concreti di ipertrofia del potere di pressione economico e di condizionamento materiale posseduto da determinati proprietari delle condizioni di produzione, oppure da ristrettissimi e solidali gruppi di questi ultimi.

Effettivamente nella repubblica di Genova, a partire dall’inizio del XV secolo, i creditori delle dissestate finanze cittadine del tempo si riunirono in un unico organismo collettivo, che per secoli rappresentò la principale potenza economica della città ligure, appropriandosi anche di larga parte di beni pubblici e dell’amministrazione fiscale e doganale e creando a tal fine il Banco di San Giorgio.

«Quando dopo la guerra “di Chioggia”, la quale, a Genova come a Venezia, aveva ingoiato somme enormi, si cominciò a profilare sulle finanze cittadine l’ombra del dissesto (nel 1408 il debito dello Stato era salito alla cifra enorme di 2.938.000 lire genovesi), i creditori pretesero il massimo delle garanzie. Essi si riunirono in un consorzio – il Banco di San Giorgio – e ottennero che ad esso fosse devoluta l’amministrazione del debito pubblico. Ma come i nuovi amministratori avrebbero potuto garantire un più regolare pagamento degli interessi? La soluzione venne trovata inasprendo ulteriormente il carico fiscale e affidando al Banco la gestione di alcuni dei proventi fiscali dello Stato. In tal modo, facendosi essi stessi amministratori dell’entrata dei loro debitori e assumendo un ruolo di, per così dire, curatori fallimentari, i creditori consorziati nel Banco avevano in mano una solida garanzia. Quando però il prestigio e il commercio genovese in Oriente iniziarono la parabola declinante, allora questa garanzia non era più sufficiente. Ciò accadde appunto nel corso della prima metà del secolo XV: la caduta di Costantinopoli nel 1453, che tagliò fuori Genova dalle sue fiorenti colonie nel Mar Nero, non fu che l’ultimo e definitivo colpo vibrato a un prestigio politico già seriamente compromesso.

In tali condizioni gli amministratori del Banco pretesero di più, e cioè di amministrare direttamente alcuni territori della repubblica – colonie in Oriente, castelli e terre sulla riviera, la Corsica – con ampia facoltà di sfruttare a loro piacimento, sino anche a vendere. Fu questo il caso di Livorno, che nel 1421 fu ceduta ai fiorentini per moneta sonante.»[9]

Anche i finanzieri genovesi, che si ritrovavano annualmente alle fiere di Besancon e di Piacenza, nel corso del XVI secolo e della prima parte di quello successivo, gestivano somme di denaro per l’epoca enormi, destinate sia al cambio della valuta che al prestito di denaro alla potente ma superindebitata corte spagnola attraverso l’utilizzo dei celebri “asientos”. Le sole operazioni di scambio di valuta e di compensazione tra crediti e debiti, gestiti e controllate in quel periodo solo da una dozzina di grandi banchieri e da un centinaio di loro agenti, interessavano nel periodo compreso tra il 1600-1610 delle somme di denaro pari a 40/50 milioni di scudi, l’equivalente di tutte le entrate fiscali di Spagna, Francia, Inghilterra ed Italia messe assieme, facendo in modo che i banchieri genovesi ed i loro soci nello stesso periodo costituissero degli indispensabili erogatori di enormi masse monetarie per l’indebitato stato spagnolo, che otteneva da essi milioni di scudi ogni anno, in cambio della sua alienazione preventiva sia dei metalli preziosi che arrivavano dalle colonie americane che dalle entrate fiscali percepite in Spagna ed in Italia.[10]

Dal canto suo la Compagnia delle Indie orientali, nata in Inghilterra agli inizi del Seicento, col tempo arrivò a raccogliere ogni anno nelle aree coloniali sottoposte al suo dominio più di tre milioni e mezzo di sterline di tasse, quando invece il governo britannico spendeva nello stesso periodo solo sette milioni annui di sterline, venendo tra l’altro autorizzata dallo stato inglese, attraverso delle “patenti reali”, a coniare proprie monete ed a utilizzare propri eserciti nelle aree geopolitiche da essa controllate. Circa tre secoli dopo, in Guatemala, le entrate annuali della filiale locale della multinazionale statunitense United Fruit Company costituivano circa il doppio del bilancio complessivo dell’intero stato guatemalteco, in un’asimmetria durata per tutta la prima metà – ed oltre – del XX secolo.

Si tratta di casi reali, concreti e verificabili, ma anche in questi scenari estremi il controllo (o la mancanza di controllo) della sfera politica e degli apparati statali rimase centrale per la soddisfazione (o la mancata soddisfazione) degli interessi materiali delle “superpotenze economiche” prese in esame.

Infatti i membri del consiglio di direzione del Banco di San Giorgio diventarono allo stesso tempo,  senza soluzione di continuità, dei potenti funzionari governativi, e assieme ai membri del patriziato genovese costituirono di regole i quadri dirigenti politici della repubblica: i notabili genovesi, tra cui gli stessi vertici del Banco, occuparono in modo aperto e spudorato i gangli fondamentali degli apparati statali ed utilizzarono in prima persona tutti gli strumenti repressivi a disposizione per reprimere i focolai di rivolta creati sia dalle masse popolari che dalla piccola borghesia commerciale/artigianale, esclusa dal potere politico, come avvenne nel caso dell’infelice congiura dei Fieschi del 1547.

Per quanto riguarda il legame secolare creatosi tra la Spagna ed i potenti banchieri italiani, questi ultimi dovettero subire a più riprese i contraccolpi materiali delle bancarotte proclamate in numerose occasioni dallo stato spagnolo (particolarmente pesanti quelle del 1559, 1608 e 1627): gli specialisti della finanza internazionale del tempo non riuscirono, né tentarono in alcun modo di controllare i quadri dirigenti ispanici e le scelte fondamentali della politica interna ed internazionale di quel paese, pagandone il prezzo più volte proprio sotto il profilo materiale ed economico.

A sua volta United Fruit sperimentò direttamente l’importanza dell’occupazione della sfera politico-statale quando il governo riformista di Arbenz, agli inizi degli anni Cinquanta, tentò di attuare in Guatemala una moderata riforma agraria, che avrebbe colpito parzialmente i possedimenti fondiari in mano alla grande multinazionale statunitense: pertanto nel corso del 1954 il governo in carica, eletto in modo ineccepibile secondo i canoni liberaldemocratici, venne rovesciato dalla combinazione tra l’intervento all’estero di milizie foraggiate dalla CIA e la complicità delle alte sfere dei militari guatemaltechi, da decenni in rapporto di simbiosi con l’impero di Washington.

Senza il controllo della sfera politica e degli apparati statali anche le “superpotenze economiche” private e le corporations rischiano di perdere tutto, come avvenne quando la Compagnia delle Indie Orientali non servì più allo stato britannico e perse la protezione militare di ultima istanza di quest’ultima: il vecchio monopolio britannico venne liquidato rapidamente, subito dopo la soppressione della grande rivolta del popolo indiano avvenuta nel 1856/57. Del resto proprio l’esperienza concreta insegna facilmente che non sempre il potenziale economico, anche se di grande rilievo, si trasforma in potere politico: nel 2002, ad esempio, il grande monopolio Wal-Mart fatturava 256,3 miliardi di dollari, ma sul piano politico-sociale ed internazionale esso contava sicuramente molto meno della CIA, anche se quest’ultimo disponeva nello stesso anno di un budget complessivo inferiore di circa nove volte rispetto all’azienda della famiglia Walton.

Terza possibile critica.

«Ammettiamo per un attimo la validità del cosiddetto paradosso di Lenin. Dato che i quadri politici dirigenti delle svariate formazioni statali e classiste che sono apparse dopo il 3700 a.C. servono da millenni e continuamente gli interessi politico-economici delle classi privilegiate, la centralità della sfera economica, cacciata dalla porta, ritorna comunque dalla finestra: infatti il personale e le nomenklature politiche, i leader (ed i loro collaboratori-consiglieri) e gli apparati statali delle formazioni economico-sociali classiste costituiscono solo dei meri strumenti passivi per la realizzazione (totale-parziale) degli interessi economici e politici dei gruppi venuti in possesso delle condizioni generali della produzione.

In ultima analisi essi risultano eterodiretti, sotto forme più o meno scoperte, dai poteri forti economici e dalle classi egemoni sul piano socioproduttivo.»

Anche ammettendo che tutti i quadri politici dirigenti (ed i loro più stretti collaboratori-consiglieri) siano stati in passato e siano tuttora solo dei burattini e dei semplici pupazzi, nelle mani dei loro mandanti e padroni assoluti del settore socioeconomico, sarebbero stati – e sono tuttora – nondimeno dei burattini essenziali, fondamentali, centrali per la riproduzione continuata dei modi di produzione classisti (asiatici, schiavistici, feudali, capitalistici), proprio per la piramide di prove costruita in precedenza.

Senza questi presunti burattini, senza questi presunti pupazzi, senza i gangli materiali, burocratici e repressivi degli apparati statali che i presunti “robot” politici eterodiretti utilizzano concretamente da sei millenni, tutte le formazioni economico-sociali classiste sarebbero crollate:

Ø      per l’effetto di sdoppiamento e per la pressione oggettiva della “linea rossa”;

Ø      per la pressione-rivolta dei produttori diretti e delle masse popolari, per la lotta di classe politico-economica del proletariato storico;

Ø      per le contraddizioni interne alle classi egemoni, o alle frazioni di classe privilegiate venute in possesso dei mezzi di produzione e del surplus;

Ø      per le collisioni tra opzioni e scelte politiche, internazionali, economiche alternative venutesi via via a creare anche all’interno di gruppi sociali privilegiati, seppur omogenei sul piano socioproduttivo;

Ø      per l’impossibilità di gestire e controllare i punti di intersezione, le “terre di frontiera” che si formano via via tra la sfera politica e quella economica (fisco, moneta, risorse pubbliche, ecc.);

Ø      per l’impossibilità di programmare e mettere in pratica una politica internazionale unitaria, in grado di reggere il confronto con le tendenze egemoniche espresse dalle altre formazioni statali.

In sostanza un’esperienza storica plurimillenaria dimostra che, paradossalmente, lo “strumento-politica” mantiene una sua centralità sul “fine-economia”: un paradosso, certo, ma reale e fondato su fatti testardi e combinati tra loro.

L’economia ha bisogno sempre della politica, anche e soprattutto nell’epoca postmoderna: ad esempio uno dei processi economici più importanti su scala mondiale avvenuti negli ultimi decenni, la creazione della moneta unica europea e della Banca Centrale Europea, è stato promosso da quadri dirigenti politici (certo mandatari di precisi interessi economici) con strumenti politici e vincendo determinate resistente politico-sociali, interne all’Europa o di natura internazionale (vedi ostilità degli USA alla nuova moneta).

In secondo luogo, il rapporto generale esistente da millenni tra quadri politici dirigenti e classi sociali privilegiate di regola non può essere compreso ed interpretato attraverso lo schema della relazione unilaterale tra burattino/burattinaio, almeno nella grande maggioranza dei casi storici: se alcuni nuclei dirigenti politici sono stati realmente eterodiretti da abili mandanti-padroni, non certo tutti hanno seguito questa strada a senso unico.

Su questa importante tematica si tornerà a riflettere in seguito, visto che la soluzione del problema in oggetto non è essenziale per l’analisi del “paradosso di Lenin”. Ma è possibile notare da subito che l’assenza di monoliticità delle classi dominanti ed i loro carsici conflitti intestini; il potenziale (variabile) di condizionamento politico-sociale detenuto dalle masse popolari negli ultimi millenni; le continue lotte scoppiate tra formazioni statali in campo internazionale e la possibile creazione di situazioni di emergenza interne-internazionali; gli eventuali sacrifici e/o compromessi che carsicamente i nuclei dirigenti politici devono “far digerire” ai propri referenti socioeconomici; l’esistenza di una gamma particolarmente elastica di bisogni economici e politici, espressi e posseduti da tutte le classi sociali; il continuo processo di trasformazione dei rapporti di forza vigenti tra i diversi gruppi sociali e formazioni statali; il surplus di potenza che deriva alle classi sociali favorite dall’azione di propri capi politici realmente abili, esperti, prestigiosi e dotati di carisma, formano un insieme di fattori che tendono a produrre/riprodurre sia margini variabili di autonomia per i quadri politici al potere che i processi di selezione di élite politiche capaci realmente di utilizzare questi spazi di manovra, proprio nell’interesse (generale e particolare) dei loro privilegiati mandanti sociali e proprio per massimizzarne  la loro posizione politica concreta ed i livelli di soddisfazione dei loro bisogni politico-economici, in base principalmente alla valutazione – corretta o errata – dei mutevoli rapporti di forza, dati volta per volta sia in campo statale che internazionale.

Hitler, un semplice “burattino”? F. D. Roosevelt, un burattino? N. Mandela, un altro burattino? Qualcosa non quadra, nella tesi dell’eterodirezione.

Infine va notato come i cosiddetti “robot”, una volta giunti al potere, non possano che ottenere la gestione in prima persona di un’insieme variegato di mezzi militari, repressivi ed economici, quasi sempre di notevole peso assoluto e relativo, acquisendo automaticamente allo stesso tempo dei propri “interessi particolari” (Engels) rivolti alla ricerca della riproduzione-conservazione del proprio potere politico.

Non a caso Engels riconosceva apertamente, nell’ottobre del 1890 ed in una lettera a C. Schmidt, che i nuclei dirigenti politici delle strutture classiste svolgono “funzioni comuni” di cui la società “non può fare a meno” ed in tal modo essi acquisiscono “anche degli interessi particolari verso i loro mandatari” sociali, e si “rendono indipendenti da loro, ed ecco sorto lo Stato”. A mio avviso la corretta definizione non è quella di attori indipendenti, ma di soggetti parzialmente autonomi (in modo variabile), visto che un’indipendenza dei nuclei dirigenti politici rispetto alle classi egemoni sul piano socioproduttivo rappresenta solo una rara eccezione sul piano storico che viene determinata da una particolare forma di equilibrio dei rapporti di forza politico-sociali tra classi in antagonismo reciproco: ma gli “interessi particolari” dei mandatari politici citati da Engels esistono e pesano realmente, nei processi di sviluppo che hanno contraddistinto le multiformi società classiste apparse dopo il 3700 a.C.

Quarta critica, avanzata preventivamente e realmente da F. Engels nella lettera inviata a C. Schmidt il 27 ottobre 1890.

«La società genera determinate funzioni comuni, di cui non può fare a meno. Le persone nominate a questa funzione costituiscono una nuova branca della divisione del lavoro in seno alla società. Esse acquistano in questo modo anche degli interessi particolari verso i loro mandatari, si rendono indipendenti da loro, ed ecco sorto lo Stato.

Ed ora avviene lo stesso che nel commercio delle merci e più tardi nel commercio del denaro: la nuova forza indipendente deve ben seguire, in sostanza, il movimento della produzione; ma grazie alla relativa indipendenza che le è inerente, cioè che le è stata dapprima conferita e che si è a poco a poco ulteriormente sviluppata, essa reagisce pure a sua volta sulle condizioni e sul corso della produzione. Vi è azione reciproca di due forze ineguali, del movimento economico da un lato, e dall’altro lato della nuova potenza politica che aspira alla maggiore indipendenza possibile e che, una volta costituita, è dotata essa pure di un movimento proprio.

Il movimento economico, in sostanza, si apre la sua strada, ma deve pure, a sua volta, subire il contraccolpo del movimento politico che esso stesso ha fatto sorgere ed è dotato di un’indipendenza relativa, del movimento di potere dello Stato da un lato e dall’altro lato dell’opposizione formatasi contemporaneamente ad esso. Come nel mercato del denaro si riflette in sostanza, e sotto le riserve indicate, e naturalmente al rovescio, il movimento del mercato industriale, così nella lotta tra governo e opposizione si riflette la lotta delle classi che già prima esistevano e si combattevano, ma si riflette ugualmente al rovescio, non più in modo diretto, ma in modo indiretto, non come lotta di classe, ma come lotta per dei principi politici, e tanto al rovescio che sono occorsi dei secoli perché ce ne rendessimo conto.

La reazione del potere dello stato sull’evoluzione economica può essere di tre sorta: può essere orientato nella stessa direzione, e allora l’evoluzione diventa più rapida; può andare contro la corrente, e in questo caso oggi in ogni grande popolo a lungo andare essa fallisce; oppure può sbarrare all’evoluzione economica determinate direzioni e prescrivergliene altre, in questo caso si riduce in ultima analisi a uno dei due precedentemente indicati. È però chiaro che nel secondo e nel terzo caso la forza politica può recare grave danno all’evoluzione economica e provocare un enorme sperpero di forza e di materia.

A ciò si aggiunge anche il caso della conquista e della distruzione brutale di risorse economiche, per cui nel passato poté talora andare in rovina un’intera evoluzione economica locale e nazionale.»[11]

La lettera di Engels a C. Schmidt risale al 1890, mentre già quattro decenni prima Marx ed Engels avevano affermato nel Manifesto del Partito Comunista che il tramonto della borghesia “e la vittoria del proletariato sono del pari inevitabili”.[12]

Veniva in tal modo espressa chiaramente la tendenza principale – deterministica – del marxismo, anche se nello stesso Manifesto, a titolo di feconda contraddizione e di controtendenza secondaria, era indicata anche la possibilità concreta di una “comune rovina delle classi in lotta” come esito potenziale di tutte le lotte di classe: detto in altri termini, secondo il filone teorico principale elaborato dai due grandi rivoluzionari tedeschi i rapporti economici sono stati e sono tuttora in ultima istanza decisivi, per la semplice ragione che la sfera politica ed “il movimento politico” non possono modificare nel lungo periodo (“a lungo andare”) la direzione fondamentale di sviluppo delle forze produttive sociali dell'”evoluzione economica”, che a giudizio di Marx ed Engels produce via via inevitabilmente:

Ø      la sostituzione dei rapporti di produzione comunistico-primitivi con quelli classisti, capaci di assicurare un migliore sviluppo degli strumenti di produzione e della produttività del lavoro sociale.

Ø      la progressiva sostituzione dei modi di produzione classisti più arretrati – dal punto di vista economico – con nuove e più avanzate formazioni economico-sociali, in grado di determinare un più elevato livello di sviluppo delle forze produttive sociali e della produttività del lavoro (feudalesimo rispetto allo schiavismo, capitalismo rispetto al feudalesimo).

Ø      la sostituzione del m.p. capitalistico con la moderna formazione economico-sociale comunista, partendo dalla sua prima fase di sviluppo socialista.

Questo megatrend economico, di portata plurimillenaria, può certamente “subire il contraccolpo” (Engels) dell’azione della sfera politica e degli apparati statali, con i conseguenti “zig-zag”, anticipazioni e deviazioni dal percorso principale (sia in senso progressivo che reazionario), ma secondo Marx ed Engels le sue tappe principali di sviluppo e la meta finale del genere umano è segnata ed inevitabile: “l’evoluzione economica” trascinerà con sé, almeno nel lungo periodo, anche la sovrastruttura politico-giuridica (e le diverse forme di coscienza e le ideologie filosofiche, religiose, letterarie, artistiche, ecc.), la quale di conseguenza rimane determinata e non determinata, subordinata invece che centrale all’interno del processo di sviluppo del genere umano.

È chiaro come la teoria dell’effetto di sdoppiamento porti a conclusioni storico-generali molto diverse da quelle indicate da Engels, dato che per essa il “movimento economico” crea e riproduce “solo” un campo di possibilità concrete per la praxis, in primo luogo politica e politico-militare, del genere umano. La pratica storica, da Gerico in poi e dopo il 9000 a.C., dimostra come il “movimento economico” si apra la sua strada proprio consentendo la riproduzione simultanea di strutture economiche sia classiste che collettivistiche durante tutto il lungo periodo neolitico e calcolitico (9000-3900 a.C.), mentre dopo il 3900 a.C. “il movimento economico” crea e riproduce le condizioni materiali per lo sviluppo reale di centauri concreti, quali il m.p. asiatico, la struttura socioproduttiva feudale-comunitaria ed il capitalismo di stato/settore cooperativo.

Dopo il 3900 a.C., inoltre, “il movimento economico” crea e riproduce costantemente anche le condizioni materiali necessarie per lo sviluppo delle lotte delle masse popolari dirette contro le diverse forme di appropriazione dei mezzi di produzione e del surplus sociale da parte di una minoranza della società, creando e riproducendo ininterrottamente le condizioni materiali per la sussistenza plurimillenaria dei “rossi” (laici/religiosi) e della “musica ribelle”, che spesso emerge all’interno del processo di sviluppo delle società di classe.

Dopo il 9000 a.C. niente è inevitabile in campo socioproduttivo, molto è possibile.

Ma anche ipotizzando che la teoria dell’effetto di sdoppiamento sia scorretta, inesatta ed antiscientifica, neppure in questo caso i conti tornano, in primo luogo perché sia Marx che Engels hanno indicato l’importanza assunta anche nel periodo storico precapitalistico dall’occupazione concreta della sfera politica, proprio al fine di evitare “l’andata in rovina” di “un’intera evoluzione economica locale e nazionale” (Engels, 1890): si pensi solo al collasso delle forze produttive in Europa ed alla “comune rovina” delle classi in conflitto che è seguita al crollo dell’impero schiavistico romano, nel V e VI secolo d.C., “rovina” tra l’altro verificatasi su scala continentale.

Tuttavia la tesi di Marx ed Engels sul carattere ineluttabile (nel lungo periodo) della direzione di marcia del “movimento economico” si scontra soprattutto con l’esperienza pratica degli ultimi due secoli, che mostra (purtroppo…) fin troppo chiaramente che nella storia non è ineluttabile, non è scontato e non è inevitabile proprio il felice “risultato finale” del processo di sviluppo millenario delle forze produttive sociali, da Marx ed Engels ovviamente identificato con il comunismo sviluppato (molto diverso dalla prima ed immatura fase socialista, dotato di dinamiche di sviluppo interne oggi quasi inimmaginabili e capace potenzialmente di coprire una scala temporale di milioni di anni).

Gli ultimi 230 anni di storia indicano chiaramente come il socialismo/comunismo costituisca “solo” uno dei possibili sbocchi della storia del genere umano, affiancato sfortunatamente sia dall’esito-barbarie che dall’opzione-autodistruzione dell’umanità.

Infatti la pratica storica degli ultimi due secoli, a partire dal 1770 e dall’inizio della rivoluzione industriale, non ha dimostrato solamente come il m.p. capitalistico nella sua fase industriale/postindustriale sia riuscito a riprodursi per più di due secoli e ad arrivare ancora egemone su scala planetaria all’inizio del terzo millennio, a dispetto delle proprie profonde contraddizioni economico-sociali e della comparsa di potenti movimenti antagonistici e rivoluzionari in quasi tutto il mondo. La storia degli ultimi due secoli, ed in particolare della prima metà del Novecento, ha segnalato anche che la borghesia è in grado di avviare concretamente cicli infernali di guerre e di profonda reazione politico-sociale, in grado potenzialmente di far degenerare e collassare il tessuto economico, sociale e politico del genere umano e di sprofondare quest’ultimo nella barbarie, nella “comune rovina delle classi in lotta”: se il nazifascismo fosse risultato vittorioso al termine della Seconda guerra mondiale, molto probabilmente “il contraccolpo del movimento politico sul movimento economico” avrebbe mandato in rovina – con guerre continue, genocidi e schiavitù di massa – “un’intera evoluzione economica” e proprio su scala planetaria, in tutto il mondo.

Comunque il peggio doveva ancora arrivare, con l’apertura dopo il luglio/agosto del 1945 del vaso di Pandora nucleare e batteriologico. Dopo la creazione su larga scala sia degli ordigni atomici che di tutte le altre mostruose armi di sterminio chimico-batteriologiche, il “movimento politico” della borghesia è riuscito ad effettuare un enorme, epocale e disastroso salto di qualità, utilizzando in modo efficace ed aberrante il progresso esponenziale ottenuto dal settore tecnologico-scientifico: almeno a partire dalla metà degli anni Sessanta, se non prima, “la reazione del potere dello stato sull’evoluzione economica” può ormai tradursi concretamente nella distruzione dello stesso genere umano e, a catena, nella distruzione di quello stesso “movimento economico” che secondo Marx ed Engels avrebbe dovuto portare inevitabilmente al socialismo/comunismo.

A partire almeno dalla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, se non prima, il processo di accumulazione su larga scala delle molteplici tipologie di strumenti di distruzione di massa ha permesso – e permette tuttora – alla “sfera politica” capitalistica di eliminare l’intero genere umano dalla faccia della terra in tempi molto brevi, fra l’altro con un iperlimitato utilizzo di lavoro vivo e con un’iperridotta erogazione di energie umane, personale specializzato dei silos atomici, piloti dei bombardieri ed equipaggi dei sommergibili atomici, ecc..

Nel 1968 il solo arsenale strategico nucleare degli Stati Uniti poteva disporre di 1.704 missili intercontinentali, terrestri e navali, muniti di circa 8.000 testate nucleari, il cui potenziale distruttivo era perlomeno pari a 85.000 volte quello che rase al suolo Hiroshima (e a cui si doveva aggiungere la forza d’urto posseduta dai bombardieri atomici, dai missili nucleari a medio raggio e dalle armi chimico-batteriologiche), mentre nel 1971 l’Unione Sovietica possedeva 1.590 missili intercontinentali con alcune migliaia di testate nucleari: ancora nel 1969 S. Melman calcolò che in quell’anno l’arsenale nucleare del mondo ammontasse ormai a 50.000 megaton, quasi 2 milioni e mezzo di volte la potenza della bomba atomica che distrusse Hiroshima.[13]

A partire almeno dalla metà degli anni Sessanta, se non prima, un eventuale impiego (anche parziale) del potenziale nucleare totale avrebbe provocato “l’inverno nucleare”, il sottoprodotto inevitabile dell’impiego massiccio di armi atomiche e contraddistinto dal crollo prolungato della temperatura mondiale, per effetto delle nubi di fumo create dalle esplosioni nucleari e dagli incendi che sarebbero scoppiati su larga scala in tutto il pianeta; a partire almeno dalla metà degli anni Sessanta, se non prima, l’accumulazione su larga scala delle orripilanti armi chimiche e batteriologiche ha fornito la possibilità di diffondere delle disastrose epidemie su tutta la Terra, molto peggiori della tremenda Peste Nera che devastò l’Europa nel corso del XIV secolo.

Certo, le potenzialità non sempre si trasformano in realtà storiche, ma senza ombra di dubbio almeno a partire dalla metà degli anni Sessanta – se non prima – la vittoria del comunismo ormai non è più inevitabile nel lungo periodo e costituisce solo uno dei possibili sbocchi del processo di sviluppo del genere umano del “movimento economico” complessivo: contrariamente alla previsione di Marx e di Engels, “la reazione” (nucleare) “del potere sull’evoluzione economica” ormai può effettivamente, anche se non necessariamente, “andare contro la corrente” dello sviluppo delle forze produttive sociali e purtroppo non per breve tempo o su scala “locale e nazionale” (Engels), ma in campo planetario e per sempre, almeno rispetto alla nostra specie di appartenenza.

Per una sorta di amara ironia, almeno dopo il 1965 proprio il progresso del “movimento economico” e del potenziale scientifico-tecnologico in campo atomico (e chimico-batteriologico) ha distrutto per sempre, sia a livello pratico che teorico, qualunque concezione determinista del processo di sviluppo storico: anche un auspicabile e possibile successo del movimento anticapitalistico su scala mondiale, in un prossimo o lontano futuro, non sarebbe assolutamente in grado di cancellare il fatto che per un determinato periodo di tempo (1965-200…) il genere umano è stato posto di fronte  ad una biforcazione storica concreta, reale ed ineliminabile, e ad una scelta drammatica: socialismo o autodistruzione della stessa specie.

Durante una manifestazione nell’ambito del Forum Sociale Mondiale, tenutasi a Caracas nel gennaio del 2006, Hugo Chavez ha affermato giustamente che la frase “socialismo o morte” è oggi più attuale che mai, “è addirittura un’attualità drammatica, visto che non abbiamo quasi più tempo: socialismo o morte, ma morte davvero della specie umana, morte della vita del pianeta, perché il capitalismo sta distruggendo il pianeta, sta distruggendo la vita del pianeta, sta distruggendo l’equilibrio ecologico del pianeta”: parole chiare, corrette e inequivocabili.

In ultima analisi, il “movimento economico” sviluppatosi dopo il luglio-agosto del 1945 sotto l’egemonia statunitense ha creato progressivamente e per l’ennesima volta un campo di potenzialità virtuali per la praxis concreta, in primo luogo politica e politico-militare, del genere umano: in assenza di processi rivoluzionari vittoriosi, l’imperialismo contemporaneo è ormai da lungo tempo perfettamente in grado sotto l’aspetto materiale di scatenare una guerra di sterminio nucleare-chimica-batteriologica, mentre le sue multiformi tendenze egemoniche e militariste rischiano di portare a tremendi olocausti atomici ed all’auto-estinzione della specie umana.

Dopo il 1945 il pericolo di uno scatenamento della guerra nucleare da parte dell’aggressivo imperialismo statunitense ha sempre costituito una possibilità concreta, anche se limitata ed ostacolata da potenti controtendenze; dopo il 2000 sono arrivate le “guerre infinite” e le “guerre spaziali” di Bush junior, con le loro prevedibili accelerazioni future; vi sono crescenti conflitti tra Stati Uniti da una parte, e l’Europa dall’altra; continuano i progetti statunitensi tesi ad indebolire il suo principale antagonista nel XXI secolo, la Cina Popolare; ai conflitti tra le grandi potenze per il controllo delle decrescenti fonti energetiche mondiali si devono aggiungere i pericoli creati dall’estensione/acutizzazione di crisi locali nel Medio Oriente, in Iran e nella penisola coreana, brodi di coltura molto fertili per possibili guerre future tra le grandi e medie potenze mondiali.

Anche i mezzi di distruzione disponibili per i potenziali “dottor Stranamore” non mancano, visto che dopo l’ultimo trattato sul disarmo nucleare, stipulato dagli Stati Uniti e dalla Russia il 24 maggio 2002, il potenziale distruttivo nucleare rimane ancora a livelli folli ed è in grado come prima di sterminare l’intera specie umana. Per l’autorevole istituto di ricerca National Resources Defence Council, con il nuovo trattato gli Stati Uniti potranno mantenere 3.000 armi nucleari pronte al lancio, 2.100 in “riserva attiva” (pronte su piattaforme di lancio), 4.900 in riserva inattiva (riutilizzabili in breve tempo), 5.000 assemblabili con i componenti già pronti: un totale di circa 15.000 armi nucleari, mentre secondo la rivista Jane’s il solo stato di Israele, fedele alleato degli USA, possiede agli inizi del Terzo millennio circa 400 armi atomiche, con una potenza globale equivalente a quella di 3.850 bombe di Hiroshima.

L’autodistruzione del genere umano rimane nel terzo millennio una possibilità concreta, anche se – per fortuna – assolutamente non necessaria né inevitabile: come – purtroppo – anche il socialismo è ormai “solo” una probabilità nel futuro del genere umano, ma non una certezza inevitabile.[14]

Quinta possibile critica.

«La cosiddetta “costante di Sargon” costituisce solo una vuota estrapolazione di matrice positivistica, che lega scorrettamente sotto le ali di un’astratta e fumosa “legge universale” dei processi economici e politici molto diversi tra loro, imperialismi tra loro profondamente disomogenei, modalità di acquisizione-riproduzione dell’egemonia politica e dell’appropriazione di surplus su scala internazionale molto differenti tra loro.»

In primo luogo la “costante di Sargon” non costituisce una legge universale, visto che essa non emerge concretamente dal processo di sviluppo delle strutture collettivistiche del Paleolitico e che pertanto rimangono fuori dal suo campo di applicazione i 99 centesimi della storia del genere umano.

Come si è già visto in precedenza, fino al 9000 a.C. il modo di produzione basato sulla raccolta di cibo e sulla caccia-pesca non consentiva assolutamente la produzione costante di un surplus produttivo, eliminando a priori qualunque vantaggio economico e materiale derivante dallo sfruttamento della forza-lavoro altrui, sia all’interno che all’esterno dei clan primitivi: l’eventuale presenza di prigionieri di guerra non avrebbe potuto in ogni caso aumentare in modo costante la massa di alimenti a disposizione delle tribù vincenti negli scontri “internazionali”, visto il livello di sviluppo estremamente basso delle forze produttive esistenti nel periodo paleolitico (2500000-9000 a.C.).

Inoltre la costante di Sargon non ha interessato le strutture collettivistiche formatesi nell’epoca neolitica, clan e città relativamente pacifici e non interessati ad ambiziosi progetti di espansione politico-militari. Le relazioni politiche ed economiche createsi tra le diverse comunità collettivistiche del Neolitico-Calcolitico erano fondate su una completa autonomia reciproca o, al massimo, su forme elastiche di confederazione e mutua assistenza quali quelle creatasi nell’Europa dei Balcani (5500-4000 a.C.) o nella regione indo-pakistana (4500-3000 a.C.), in modo tale che la pratica storica dimostra come le tendenze imperialistiche non rappresentino assolutamente il risultato di una “natura umana” eternamente aggressiva e violenta, ma siano invece il sottoprodotto di particolari condizioni storiche, produttivo-materiali e sociopolitiche: in estrema sintesi, dell’egemonia delle società classiste.

In ogni caso la “costante di Sargon” non costituisce in alcun modo una “legge generale” che si impone sempre ed inevitabilmente nella dinamica di sviluppo delle formazioni politico-sociali classiste in campo interstatale, dato che essa rappresenta “solo” una tendenza storica ininterrotta che si scontra – quasi sempre – con potenti controtendenze, che ne limitano l’impatto e molte volte la rendono latente anche per periodi storici prolungati.

La presenza dei rapporti di forza sfavorevoli o molto sfavorevoli ha reso impraticabili tutta una serie di progetti espansionistici di determinati nuclei dirigenti statali, non supportati dall’accumulazione di una massa critica minimale di forze, come avvenne ad esempio per l’ultima e patetica crociata, che rappresenta uno dei casi storici più eclatanti e clamorosi tra i numerosi tentativi velleitari tesi all’acquisizione/riacquisizione del controllo di sfere di influenza politico-economiche, rimasti al semplice stadio di pie intenzioni per un’assoluta mancanza della necessaria accumulazione di potenza. Infatti quando nel 1289 gli arabi riconquistarono Tripoli nel Libano, papa Nicolò IV iniziò a predicare la necessità di una nuova crociata contro gli “infedeli”, crociata che non raccolse però quasi alcun genere di appoggio tra i sovrani europei e pertanto non fu assolutamente in grado di impedire la definitiva caduta di Acri e Tiro nelle mani delle armate musulmane, vista la scarsità del potenziale politico-militare messo in campo dai colonialisti europei.[15]

In secondo luogo, la spinta generale degli stati classisti ad espandere al massimo grado possibile le proprie sfere di influenza politica ed economica, i propri “territori economici” ed aree d’influenza politiche, può essere resa inerte e virtuale da una “controforza” politica, economica e militare superiore, posseduta da altre formazioni statali in un determinato periodo storico, in modo tale che le tendenze imperialistiche di determinate nazioni possono “cadere in letargo” e in uno stato di latenza per un arco temporale più o meno lungo, in presenza ed a causa di una correlazione di potenza internazionale sfavorevole/divenuta loro sfavorevole.

La “costante di Sargon” costituisce una categoria storico-teorica che si limita a sintetizzare le caratteristiche comuni alle diverse tipologie di imperialismo, sviluppatesi nel corso degli ultimi sei millenni all’interno dei diversi modi di produzione classisti, e che rappresenta uno strumento teorico che al suo interno sussume e comprende il principale “dato di fatto comune” (Marx) a questi ultimi nelle loro relazioni interstatali: tenendo ben ferme le importanti differenze e le specificità che impongono di distinguere nettamente tra imperialismo “asiatico” e quello schiavistico, tra quest’ultimo e quello feudale e così via, tenendo inoltre sempre presente il costante rapporto dialettico delle tendenze egemoniche con le correlazioni di potenza interstatali createsi volta per volta.

Si è già visto in precedenza come, nel Manifesto del Partito Comunista, Marx ed Engels avessero  chiaramente focalizzato l’attenzione teorica sugli elementi comuni tra le diverse società di classe nel campo delle relazioni produttive, proprio rispondendo ad una delle obiezioni mosse molto spesso ai comunisti dai rappresentanti della borghesia.

«Ma, si dirà, certo che nel corso dello svolgimento storico le idee religiose, morali, filosofiche, politiche, giuridiche si sono modificate. Però in questi cambiamenti la religione, la morale, la filosofia, la politica, il diritto si sono sempre conservati.

Vi sono verità eterne, come la libertà, la giustizia e così via, che sono comuni a tutti gli stati delle società. Ma il comunismo abolisce le verità eterne, abolisce la religione, la morale, invece di trasformarle; quindi il comunismo si mette in contraddizione con tutti gli svolgimenti storici avuti sinora.

A che cosa si riduce questa accusa? La storia di tutta quanta la società che è stata fino ad oggi si è mossa in contrasti di classe che hanno avuto un aspetto differente a seconda delle differenti epoche.

Lo sfruttamento di una parte della società per opera dell’altra parte è dato di fatto comune a tutti i secoli passati, qualunque sia la forma che esso abbia assunto. Quindi, non c’è da meravigliarsi che la coscienza sociale di tutti i secoli si muova, nonostante ogni molteplicità e differenza, in certe forme comuni: forme di coscienza, che si dissolvono completamente soltanto con la completa scomparsa dell’antagonismo delle classi.»[16]

Si può applicare il metodo dialettico marxiano, basato in questo caso sull’utilizzo delle interconnesse categorie di uguaglianza/differenza, anche ai rapporti politici, economici e sociali riprodottisi negli ultimi millenni tra le diverse società classiste in campo internazionale, evidenziandone proprio le “forme comuni”: la tendenza ad “esportare” i rapporti di sfruttamento endogeni verso l’esterno, per allargare la sfera d’azione concreta (se possibile, ed al massimo grado possibile) del processo di appropriazione coercitiva del plusvalore altrui, e ad acquisire delle sfere d’influenza esclusive all’estero, ne rappresentano i migliori campioni di questa particolare pratica politico-sociale.

Sesta obiezione (di un demonietto cartesiano ferocemente anticomunista).

«Il processo di verifica empirica della cosiddetta costante di Sargon ha lasciato alle sue spalle un clamoroso “buco nero” storico-teorico, la politica internazionale attuata dal Unione Sovietica tra il 1918 ed il 1990 nei suoi molteplici aspetti di natura politica, economica e militare.

Si tratta indubbiamente di una grave mancanza, visto che un’esperienza storica pluridecennale dimostra a sufficienza (come aveva scritto il socialdemocratico K. Kautsky ancora nel lontano 1921, ancora vivo Lenin) che i diversi nuclei dirigenti statali che hanno preso via via il potere in Unione Sovietica hanno condotto una politica imperialistica di tipo classico, a partire dall’invasione della Georgia attuata dalle truppe sovietiche nel marzo del 1921.

In un suo opuscolo scritto in quell’anno (Georgien. Eine sozialdemokratische baunrepublik), Kautsky affermava infatti che nella Russia sovietica era ormai iniziato il periodo politico-sociale corrispondente “alla terza fase della rivoluzione francese (ossia l’assolutismo del gruppo dominante sull’esercito e sulla polizia) ed anche questa poteva essere definita bonapartismo, tuttavia caratterizzata da un nuovo militarismo e da un nuovo imperialismo. Questo preteso bonapartismo veniva definito da Kautsky reazionario, non solo rispetto alla rivoluzione russa, da cui era nato, ma anche al movimento operaio del resto d’Europa”.[17]

Kautsky non aveva forse ragione, sia per la Russia di Lenin del 1921 che per gli anni successivi?

Infatti l’invasione della Georgia del 1921, effettuata ancora vivo Lenin, è stata replicata nelle sue linee essenziali con il processo di annessione dei Paesi baltici e di larga parte dell’Europa orientale all’impero sovietico, oltre ad essere imitata dalla successiva espansione della sfera di influenza moscovita fino al Vietnam ed a Cuba, passando per l’Etiopia, l’Angola e l’Afghanistan, nel periodo compreso tra il 1960 ed il 1988.

Non è forse vero che fin dal 1921, ancora vivo Lenin, anche il cosiddetto socialismo di matrice sovietica ha prodotto una sua propria forma di “imperialismo rosso”, di social-imperialismo su scala planetaria?»

La questione va posta diversamente.

Numerosi, concreti e concordanti dati di fatto mostrano chiaramente che, mentre l’Unione Sovietica ha effettivamente attuato fin dal 1920 e per più di sette decenni una politica egemonica, costantemente tesa alla conservazione ed espansione della propria sfera di influenza politica nei limiti permessi dai rapporti di forza internazionali, non le si può certo imputare di aver sfruttato economicamente le formazioni statali del cosiddetto Terzo Mondo, oppure le nazioni che si trovavano nella sua diretta area di influenza e quelle che le erano strettamente alleate (Cuba, Vietnam, Angola-Mozambico, Etiopia, ecc.).

Si possono distinguere tre distinte “sfere” di relazioni economiche internazionali “privilegiate” intessute via via dall’Unione Sovietica tra il 1920 ed il 1990.

Partendo dal rapporto creatosi tra quest’ultima e la sua diretta sfera di influenza politico-militare in campo internazionale, Mongolia (1922-91) ed Europa centro-orientale (1945-89), si nota subito che, seppur con alcune eccezioni secondarie verificatesi brevemente nel periodo compreso tra il 1945 ed il 1953, paradossalmente il trasferimento di surplus si effettuò dal “centro” sovietico verso ed a favore della “periferia” dell’Europa orientale, invertendo la tipica rotta seguita nelle tradizionali società di classe: in sostanza fu proprio l’Unione Sovietica a fare da “donatore di sangue”, a volte in misura consistente, nei confronti degli stati sottoposti in Europa alla sua egemonia politico-militare (un caso analogo si verificò anche per i pluridecennali rapporti sovietico-mongoli, dal 1923 al 1991).

Con un’eccezione parziale e di breve periodo, riguardante solo tre nazioni, lo stato-guida sovietico non si appropriò del surplus e dei mezzi di produzione posti nella sua diretta area di influenza (Europa orientale e Mongolia), ma anzi creò e riprodusse per decenni con quest’ultima dei rapporti di scambio economici in cui l’Unione Sovietica erogava una massa di risorse produttive superiore a quelle che riceveva in cambio dagli stati dell’Europa orientale e della Mongolia.

Fantasie? No.

Anche un esame superficiale della storia economica e produttiva dell’Europa orientale, nel periodo compreso tra il 1954 ed il 1989, mostra senza ombra di dubbio una “grande assenza” economica, facilmente individuabile nella totale mancanza di imprese produttive e di strutture bancarie nell’Europa orientale in possesso dell’Unione Sovietica e nel mancato controllo da parte di quest’ultima delle fonti di energia, di metalli preziosi e di materie prime agricole-industriali situate nell’area geopolitica presa in esame, nella mancata presenza di inesistenti multinazionali sovietiche, statali o private, nella zona sottoposta al controllo politico di Mosca: in altre parole il presunto “capitalismo di stato” sovietico, il “social-imperialismo” moscovita non produsse assolutamente alcuna forma di esportazione di capitali, uno dei tratti fondamentali della forma moderna/postmoderna di imperialismo, mentre invece erogò dei consistenti aiuti economici ai suoi subordinati alleati, in plateale contraddizione con la “costante” strutturale espressa dai diversi stati imperialistici in campo produttivo rispetto alle loro rispettive aree di influenza geopolitiche ed ai loro subordinati “territori economici”.

La “grande assenza” costituisce un dato di fatto storico innegabile, ma non scontato e banale come potrebbe sembrare a prima vista.

Vista l’indiscutibile egemonia politico-militare esercitata dall’Unione Sovietica sull’Europa orientale, sarebbe stato infatti possibile la creazione-riproduzione di un modello alternativo di relazioni economiche tra “centro sovietico” e “periferia” est europea, come quella che si instaurò nella pratica – in modo molto parziale e per meno di un decennio – tra la potenza egemone e le formazioni statali che erano state coinvolte in precedenza nell’aggressione nazista al popolo sovietico: Repubblica Democratica Tedesca, Ungheria e Romania.

Nel tentativo fallimentare di ottenere un risarcimento economico per i tremendi e apocalittici danni subiti durante l’aggressione hitleriana, i dirigenti sovietici infatti fecero smontare dal 1945 al giugno del 1948 ben 1.372 impianti industriali situati nelle zone della Germania da loro controllata, riducendo notevolmente in tal modo il potenziale industriale di quest’ultima; fino al 1954 le SAG, aziende miste sovietico-tedesche, possedettero inoltre una parte importante dei settori produttivi chiave della Germania orientale, che dovette tra l’altro anche corrispondere delle consistenti somme finanziarie all’Unione Sovietica per le riparazioni di guerra e per il mantenimento delle truppe sovietiche collocate sul suo territorio.[18]

Anche la Romania e l’Ungheria furono costrette a corrispondere nello stesso periodo un tributo finanziario alla potenza egemone, seppur in misura molto inferiore a quella imposta alla DDR, e dovettero accettare la creazione sul loro territorio di alcune imprese miste egemonizzate dall’URSS nel periodo compreso tra il 1946 ed il 1953.

Queste forme reali di sfruttamento economico, non giustificabili neanche dalle paurose perdite umane e materiali subite dal popolo sovietico nel corso della Guerra Patriottica, vennero completamente eliminate nel biennio successivo alla morte di Stalin e non inquinarono più le successive relazioni produttive formatesi tra l’Unione Sovietica e gli stati alleati del blocco orientale: nel 1953 Mosca pose termine alla riscossione delle riparazioni di guerra dalla Germania orientale e restituì al governo di Berlino est la proprietà di 33 grandi aziende da lei controllate sul suolo tedesco, mentre nel 1954 vennero sciolte tutte le società miste che si trovavano in quel periodo in Romania ed in Ungheria.[19]

Da quel momento e per quattro decenni, l’asse centrale dei rapporti economici del blocco sovietico venne costituito principalmente dallo scambio tra le materie prime erogate dall’Unione Sovietica (petrolio, gas naturale, metalli industriali, ecc.) e le controforniture di beni di consumo ed attrezzature industriali effettuate dalle altre nazioni del Comecon, l’organizzazione economica internazionale che comprendeva dal 1949 i più stretti alleati di Mosca. Ad esempio nel 1975 le esportazioni sovietiche verso i paesi del Comecon erano costituite al 48,3% da materie prime e petrolio/gas naturale, mentre viceversa quasi due terzi dell’importazione dell’Unione Sovietica consistevano in beni di consumo e strumenti di produzione creati nella “periferia” politica della sua sfera di influenza, ed il peso del flusso di forniture di materie prime e di risorse energetiche sull’insieme delle esportazioni effettuate da Mosca aumentò ancora negli anni successivi.

Il punto essenziale consiste nel fatto che questo “asse centrale di scambio” era sicuramente vantaggioso dal punto di vista economico proprio per le nazioni dell’est europeo, mentre per l’Unione Sovietica esso costituiva un peso consistente rispetto a ben più appetibili mercati di sbocco per il suo petrolio e gas naturale, costituiti in primo luogo dall’Europa occidentale.

Mentre infatti gli stati capitalistici pagavano l’energia che ricevevano dall’URSS in valuta pregiata ed a prezzi molto superiori a quelli ottenuti da Mosca dai “paesi fratelli”, questi ultimi collocavano sul mercato sovietico delle merci di regola non competitive al di fuori della zona del Comecon e senza sborsare neanche un dollaro/marco per tutto l’oro nero sovietico, ricevuto in ogni caso a prezzi politici e molto favorevoli per la loro bilancia commerciale.

F. Soglian, docente all’Università di Urbino non sospetto di nostalgie filosovietiche, nel 2001 ha descritto efficacemente il “sussidio imperiale” indiretto che l’Unione Sovietica ha versato per quattro decenni alle nazioni poste all’interno della sua area di influenza politico-militare.

«Il petrolio greggio» (sovietico) «copre quasi interamente il deficit energetico di Germania est, Cecoslovacchia, Ungheria e Bulgaria, ma anche il fabbisogno specifico della Polonia (ricca peraltro di carbone, largamente esportato) e della Romania (dotata di proprio petrolio)». Dopo lo shock petrolifero del 1973-75 e la quadruplicazione in pochi anni dei prezzi mondiali dell’energia, «l’URSS impone ai suoi soci un nuovo sistema di calcolo che raddoppia il prezzo delle proprie forniture, lasciandole tuttavia ben al di sotto delle medie mondiali (anche se in misura molto variabile, a seconda del valore effettivo lasciato al rublo). Prezzi, dunque, di netto favore, tanto più che in cambio del petrolio e del gas l’URSS importa dai suoi soci soprattutto macchinari e altri manufatti, sopravvalutati rispetto alla loro qualità generalmente bassa e comunque non competitivi al di fuori del “campo socialista”. E poiché gli alleati non riescono a riequilibrare gli scambi, l’URSS accumula un crescente credito finanziario nei loro confronti, da molti equiparato, in Occidente, ad una sorta di “sussidio imperiale”.»[20]

Non è certo casuale che, almeno dagli inizi degli anni Settanta, l’Unione Sovietica si fece pagare in valuta occidentale solo le limitate forniture di petrolio erogate alla Romania semiribelle di Ceausescu: il nucleo centrale del rapporto economico sviluppatosi tra lo stato egemone e la periferia centroeuropea, nel periodo compreso tra il 1954 ed il 1989, era gestito e diretto attraverso scelte di priorità politiche e con prezzi politici che si differenziavano nettamente da quelli vigenti sul mercato mondiale capitalistico, al solo fine di favorire ed agevolare la conservazione dell’alleanza politico-militare con i “soci minori” del Patto di Varsavia. Solo a titolo di esempio, nel 1974 Mosca vendeva all’occidente un barile di petrolio al prezzo di 17/18 dollari, ma la Polonia per lo stesso barile pagava solo tre dollari

A tale quadro si deve aggiungere sia la considerevole massa di aiuti economici erogati a fondo perso dalla zona egemone agli alleati, sia l’insieme dei prestiti a tassi di interesse vicini allo zero concessi dall’Unione Sovietica a tutte le altre nazioni del Comecon, a partire dagli inizi degli anni Cinquanta: ad esempio i dirigenti sovietici concessero agli altri stati del “socialismo deformato” crediti per un totale di circa 13 miliardi di rubli, oltre a forniture gratuite di merci per un importo pari ad altri 8 miliardi, mentre nello stesso periodo il salario minimo della forza-lavoro sovietica non aveva ancora superato la soglia dei 750 rubli all’anno.[21]

Sempre per ragioni politiche – e geopolitiche – l’URSS erogò generosi aiuti d’emergenza a tutti gli stati del Patto di Varsavia via via entrati in uno stato di grave crisi politica e/o economica, nel tentativo affannoso di evitarne il collasso produttivo e di favorire la sopravvivenza al potere dei nuclei dirigenti politici più fedeli e collaborativi nei suoi confronti: furono questi i casi dell’Ungheria (1956-59), della Cecoslovacchia (1968-72) e della Polonia (1981-83), tanto che la parte segreta e derubricata delle spese pubbliche sovietiche, pari a circa il 5% del totale, venne utilizzata in alcuni periodi principalmente come una sorta di “soccorso rosso” a favore delle nazioni in crisi del Patto di Varsavia.[22]

Per evitare fraintendimenti è necessario subito rilevare che nel corso delle relazioni produttive sviluppatesi con gli stati del suo blocco, tra il 1954 ed il 1989, il peso economico sostenuto dall’Unione Sovietica a favore di questi ultimi rimase relativamente limitato, dato che i prezzi di favore per le materie prime avevano comunque un corrispettivo parziale nel flusso di merci fornito dai paesi del Comecon allo “stato-guida”, mentre è fin troppo evidente che l’aiuto economico fornito da Mosca ai suoi alleati-subordinati non fu certamente disinteressato, ma determinato e prodotto da precisi scopi politico-strategici di carattere egemonico. Ma pur con queste doverose precisazioni, si deve necessariamente concludere che l’URSS non si trovò assolutamente nella posizione di “stato-vampiro” rispetto alle nazioni europee sottoposte alla sua egemonia politico-militare: non è certo casuale che il tenore di vita nell’Unione Sovietica sia divenuto dopo il 1960 sensibilmente inferiore a quello delle popolazioni della Germania dell’est, della Cecoslovacchia e dell’Ungheria, a dispetto delle enormi risorse naturali sovietiche e della comunanza nei tratti fondamentali della struttura economico-sociale delle nazioni sopra citate.

Come ha notato anche uno degli autori del libro Il secolo dei comunismi, a partire dagli anni Sessanta «lo sviluppo delle società dei consumi procede più velocemente in certi paesi, che in tal modo prendono le distanze dall’URSS. H. Heldman fornisce le cifre di consumo di carne all’anno nel 1982 per ogni abitante: 102 kg in Francia, 85 in Cecoslovacchia, 73 in Ungheria, 66 in Bulgaria, con l’URSS in coda a quota 57. Queste differenze creano tensioni e gelosie tra l’URSS e i paesi dell’Europa dell’Est».[23]

Il quadro generale non cambia se si prendono in esame i rapporti economici instauratisi via via tra l’Unione Sovietica e gli stati socialisti extra europei, alleati alla pari di Mosca.

Nel breve periodo in cui la Cina Popolare instaurò uno stretto legame con l’Unione Sovietica, il rapporto economico-commerciale tra i due stati rimase sostanzialmente equilibrato e senza alcuna forma significativa di sfruttamento delle risorse cinesi da parte dell’Unione Sovietica: solo per tre anni, dal 1950 al 1953, vennero create alcune società miste per la ricerca e l’eventuale sfruttamento di giacimenti petroliferi e metalli rari collocati in territorio cinese, subito liquidate dopo la morte di Stalin.

Dal 1950 al 1962, l’Unione Sovietica concesse crediti a lungo termine alla Cina a tassi d’interesse dell’1% e per un totale di 1,82 miliardi di rubli, mentre i sovietici consegnarono a Pechino merce, doni ed attrezzature per un valore di 790 milioni di rubli; da parte sua la Cina fornì nello stesso periodo all’Unione Sovietica merci, prodotti alimentari e materie prime per un ammontare totale di 2,1 miliardi di rubli, riequilibrando quasi completamente l’erogazione materiale complessiva della parte sovietica.[24]

Queste armoniose relazioni economiche cessarono solo per motivi squisitamente politici, individuabili nella tendenza egemonica politico-militare che caratterizzò la direzione di Kruscev (e non solo…) nei rapporti con la Cina di Mao: a partire dalla fine del 1958, il rifiuto sovietico di concedere alla Cina la tecnologia nucleare e missilistica, violando degli accordi segreti presi solo un anno prima, assieme alla scelta privilegiata adottata da Kruscev a favore della distensione con gli Stati Uniti iniziarono ad incrinare l’alleanza tra le due formazioni statali, che subì un primo e durissimo colpo proprio con il ritiro improvviso dalla Cina di quasi 1400 specialisti sovietici (che vi lavoravano da tempo) e la rottura unilaterale da parte sovietica di 256 progetti di collaborazione scientifica e tecnologica, avvenuta durante l’estate del 1960.

I rapporti economici cubano-sovietici, nel periodo compreso tra il 1960 ed il 1991, furono imperniati principalmente sullo scambio tra lo zucchero cubano ed il petrolio e le materie prime sovietiche, a condizioni vantaggiose per l’economia cubana. Un grande dirigente dell’isola caraibica, spesso critico con molte scelte effettuate ai tempi dall’Unione Sovietica, E. Che Guevara, affermò in un famoso discorso pronunciato il 24 febbraio del 1965 ad Algeri che «… sappiamo soltanto che, dopo una serie di discussioni politiche, l’Unione Sovietica e Cuba hanno firmato accordi vantaggiosi per noi, per mezzo dei quali riusciremo a vendere fino a 5 milioni di tonnellate a prezzi superiori a quelli correnti nel cosiddetto mercato libero mondiale dello zucchero». Anche la dinamica dei prezzi delle forniture sovietiche di energia a favore di Cuba seguì a grandi linee il trend già delineato per l’Europa orientale, risultando quindi molto favorevole per il destinatario caraibico.

Analisi molto simili possono essere effettuate anche in riferimento ai rapporti economici via via creatisi tra Unione Sovietica e:

–         Vietnam (1950-90) e Laos (1975-90)

–         Corea del Nord (1943-1990)

–         Yemen del Sud (1966-90)

–         Etiopia (1975-90)

–         Nicaragua (1979-88)

–         Cambogia (1979-90)

–         Angola, Mozambico e Guinea Bissau, tra il 1975 ed il 1990

–         Afghanistan, nel periodo compreso tra il 1980 ed il 1990.

È appena il caso di sottolineare che anche in questo campo di relazioni economiche la relativa generosità sovietica era determinata esclusivamente da criteri politici: ad esempio, come ha notato lo storico antisovietico N. Werth, verso la metà degli anni Sessanta «l’URSS accordò anche un considerevole aiuto economico e militare alla Corea del Nord ed al Vietnam del Nord» soprattutto per controbilanciare l’influenza ed il prestigio acquisiti allora dalla Cina in queste due nazioni asiatiche.[25]

Per quanto riguarda le aree geopolitiche dell’Africa, dell’America centro-meridionale e dell’Asia non dirette da forze comuniste o dalla sinistra antagonista, le relazioni produttive instaurate con loro dalla Russia sovietica e dall’URSS sono state contraddistinte principalmente dalla riproduzione della “grande assenza” sopra citata (“assenza” che ovviamente riguarda anche gli stati socialisti-deformati del Terzo Mondo: ad esempio nell’Angola marxista del 1975-91 le risorse petrolifere dell’area erano parzialmente controllate proprio da multinazionali statunitensi, senza alcuna concorrenza da parte sovietica). In sostanza, tra il 1918 ed il 1991 non vi furono mai delle imprese produttive e delle strutture finanziarie locali controllate dall’URSS nei tre continenti extraeuropei, mentre Mosca non utilizzò quasi mai le fonti di energia, di metalli preziosi e di materie prime situate nelle aree geopolitiche in oggetto, con la sola e breve eccezione dell’Iran nel biennio 1946-47, né in esse operarono mai banche o multinazionali sovietiche, statali o private.[26]

Inoltre i rapporti di scambio tra Unione Sovietica ed il cosiddetto Terzo Mondo rimasero sempre molto limitati, quasi ridotti ai minimi termini. Se nel 1938 la quota di esportazione sovietica destinata a tali aree era al massimo pari al 3% del totale, nel 1955 la proporzione era aumentata solo di poco, per un importo di 160 milioni di dollari su un totale del commercio sovietico pari allora a 3419 milioni di dollari; ancora nel 1986 il volume totale degli scambi commerciali tra Unione Sovietica ed i cosiddetti “paesi in via di sviluppo” ammontava a 14 miliardi di rubli, pari al solo 12% del totale del commercio estero dello stato sovietico ed a meno dell’1% del suo prodotto nazionale lordo.[27]

Non fu certo un fenomeno casuale, visto che si relazionavano tra loro i principali fornitori mondiali di energia, metalli preziosi e materie prime industriali il cui ruolo pluridecennale nella divisione internazionale del lavoro era diventato molto simile: sia l’Unione Sovietica che il Terzo Mondo basavano le loro esportazioni principalmente sulla vendita di risorse naturali, anche se in proporzione diversa (nell’esportazione sovietica del 1986 il combustibile, l’energia e le materie prime industriali costituivano “solo” il 59% del totale).

Si può pertanto concludere con sicurezza che l’Unione Sovietica non partecipò assolutamente, nel corso di tutta la sua storia, al saccheggio economico ed al feroce sfruttamento attuato invece dall’Occidente in Africa, Asia e America Latina, anche se l’aiuto economico-militare fornito da Mosca a tali zone geopolitiche fu sempre limitato e venne indirizzato a precisi destinatari, legati all’Unione Sovietica da particolari relazioni di alleanza politica: l’Egitto di Nasser (1956-70) e la Siria di Assad (1970-90), l’India diretta dal partito del Congresso (1956-90), l’Indonesia di Sukarno (1955-63) e l’Iraq negli anni compresi tra il 1970 ed il 1979.[28]

Se l’Unione Sovietica non espresse quasi mai la tendenza all’imperialismo economico ed al processo di appropriazione del surplus/mezzi di produzione/risorse naturali dislocate in altre formazioni statali o aree geopolitiche, anche in presenza di rapporti di forza politico-militari assolutamente favorevoli a tale scopo, la sua politica internazionale pluridecennale invece risentì fortemente dell’azione aperta/latente di una forte componente egemonica di carattere politico-militare, tesa ad ampliare al massimo grado consentito dai rapporti di forza internazionali – nella valutazione effettuatane dai nuclei dirigenti sovietici – la sfera geopolitica sottoposta al controllo di Mosca.

Ancora sotto la direzione di Lenin e fin dal 1918, la Russia sovietica lottò con successo per riconquistare l’egemonia politico-sociale sull’Ucraina, scontrandosi apertamente per tre anni con le forze nazionaliste locali guidate da S. Petliura, autore tra l’altro di orrendi pogrom contro i comunisti e la locale popolazione ebraica; nel 1919-20 le forze bolsceviche ripresero il pieno controllo dell’Asia Centrale, eliminando subito dalla scena qualunque opzione politico-sociale tesa alla costruzione in tale area di uno stato semindipendente panturco (Sultan Galiev); nel 1920-21 le truppe sovietiche entrarono in Azerbaijan, Armenia e Georgia con l’appoggio dei comunisti del luogo, determinando in modo decisivo la loro presa del potere in questi tre stati, mentre nel 1921-24 l’Armata Rossa ebbe un ruolo decisivo nel favorire la vittoria delle forze progressiste e dei contadini poveri in Mongolia, nazione che per quasi sette decenni divenne uno dei più fidati alleati di Mosca.[29]

L’evento più importante sotto questo profilo si verificò durante l’estate del 1920, allorché il gruppo dirigente diretto da Lenin trasformò la guerra difensiva combattuta con successo contro l’aggressione polacca in un tentativo – fallito – di penetrare nella stessa Polonia e forse in Germania, per favorire con la forza delle armi l’estensione del processo rivoluzionario all’intera Europa centrale: in quell’occasione Lenin confidò agli altri dirigenti sovietici: che «è mia opinione che per questo fine» (per espandere il processo rivoluzionario) «è necessario sovietizzare l’Ungheria e, forse, anche la Cecoslovacchia e la Romania».[30]

Sono abbastanza note le successive “fasi espansionistiche” della storia sovietica. La direzione staliniana riuscì ad annettere all’Unione Sovietica gli stati del Baltico nel 1939-44, a sottoporre larga parte dell’Europa orientale alla propria egemonia politico-militare (1944-48) e ad istituire un parziale controllo sulla Finlandia, mentre il nucleo dirigente brezneviano creò tra il 1964 ed il 1979 tutta una serie di strette alleanze con alcuni stati dell’America, dell’Africa e dell’Asia, che appoggiarono apertamente le “linee-guida” della politica internazionale sovietica e ne riprodussero in buona parte le sue strutture interne di carattere politico, sociale ed economico.

La tendenza politico-egemonica del “socialismo deformato” di matrice sovietica costituì per sette decenni un’innegabile realtà della politica internazionale, anche se spesso resa latente da rapporti di forza politico-militari sfavorevoli – ritenuti sfavorevoli dai dirigenti sovietici – e dalla debolezza relativa dell’Unione Sovietica in campo economico, militare e tecnologico.

La carsica spinta espansiva sovietica in campo politico internazionale costituì il sottoprodotto ed il risultato di due fattori principali, che si combinarono dialetticamente (in proporzioni variabili) per tutto il periodo compreso tra il 1918 ed il 1988:

1)       una tendenza politico-ideologica tesa all’indebolimento/sconfitta totale delle formazioni economico-sociali capitalistiche del pianeta, anche per cercare di affermare la supremazia su scala planetaria dei rapporti di produzione socialisti (di matrice sovietica)  rispetto a quelle egemoni nelle potenze imperialistiche occidentali: nel corso del 1968 Juri Andropov, allora capo del KGB, rilevò che nel 1968 come nel 1917 «si deve dare ancora una risposta alla domanda che echeggiava i primi giorni della potenza sovietica: chi prevarrà su chi? Ma oggi la risposta a questa domanda travalica i confini del nostro paese e abbraccia il ben più vasto scacchiere mondiale, in uno scontro planetario tra due sistemi mondiali».[31]

2)       un bisogno costante di natura geopolitica, teso e finalizzato ad espandere la “fascia di sicurezza” sovietica e l’area geopolitica da cui sarebbe stato impossibile far partire degli attacchi politico-militari ed economici alla Russia sovietica prima, ed all’URSS in seguito: esigenza politico-militare che venne soddisfatto sia attraverso la costruzione/espansione del campo socialista-deformato che l’acquisizione di  alleati internazionali  fidati (Siria, India, ecc.).

Del resto fin dal settembre 1920, ancora vivo ed attivo Lenin, la politica estera sovietica iniziava ad immaginare una divisione del mondo in due “campi”, il campo egemonizzato dal capitalismo ed il campo del socialismo, prevedendo una loro difficile ma – potenzialmente – lunga coesistenza in campo internazionale (effetto di sdoppiamento, ancora una volta): secondo l’autorevole giudizio dello storico inglese E. H. Carr, “l’incoraggiamento della rivoluzione mondiale e il perseguimento della sicurezza nazionale” costituivano a partire da Brest-Litovsk i due elementi dialettici ed in conflitto potenziale che caratterizzavano già allora, quasi agli inizi della storia sovietica, la natura forzatamente contraddittoria della sua politica estera.

In questa sede non è possibile esaminare le modalità concrete con cui i due fattori “espansivi” si combinarono volta per volta tra il 1917 ed il 1988, oltre alle trasformazioni che nel corso del tempo subì la connessione storica tra le due principali motivazioni delle spinte “offensive” della politica estera dell’Unione Sovietica: per l’analisi in oggetto è sufficiente rilevare che quest’ultima ha sicuramente espresso egemonismo politico-militare, ma non imperialismo economico, e questa realtà oggettiva spiega la mancata collocazione della Russia sovietica e dell’Unione Sovietica tra gli “stati-vampiro” e le nazioni sfruttatrici in campo internazionale.

Se dirigenti politici come Stalin, Molotov, Breznev ed Andropov ritennero sicuramente un loro preciso dovere cercare di consolidare ed estendere la sfera di influenza sovietica, ed a volte anche gli stessi confini territoriali dell’Unione Sovietica, quasi sempre i nuclei dirigenti di Mosca rifiutarono preventivamente di attuare pratiche tese a sfruttare sul piano produttivo e materiale le zone soggette all’egemonia di Mosca.[32]

Settima critica. «Ma lo sfruttamento economico in Unione Sovietica era prevalentemente di carattere “interno”, effettuato dalla zona centrale russa nei confronti delle “periferie” del Caucaso, della Asia centrale, dell’area baltica e dell’Ucraina.»

La superficie della Russia costituiva circa i tre quarti del territorio sovietico e rimase per sette decenni il principale serbatoio di materie prime, metalli preziosi ed energia all’interno della federazione di repubbliche formatesi nel dicembre del 1922. Sul piano economico e del flusso continuo di risorse da una zona all’altra dell’Unione Sovietica, proprio la Russia fu posta per sette decenni nella scomoda posizione di “donatrice di sangue” rispetto alle altre aree geografiche dell’Unione Sovietica, visto che non fu certamente per caso che gli abitanti delle repubbliche baltiche e del Caucaso godessero di un tenore di vita superiore a quello della Russia, o che l’Asia centrale durante tutto il periodo sovietico passasse da una situazione socioeconomica iniziale di paurosa arretratezza semifeudale a dei livelli di sviluppo nel campo dei consumi, della sanità e dell’educazione quasi pari alla media sovietica.

L’assenza di sfruttamento non si accompagnò tuttavia con l’eguaglianza politica, visto che l’indiscutibile egemonia slava sull’Unione Sovietica rimase reale ed esercitata in larga parte mediante il controllo da parte dell’etnia russa dei gangli decisivi degli apparati statali civili sovietici, delle forze armate, dei servizi segreti e soprattutto del partito comunista: la lunga e continua riproduzione della supremazia politica russa causò la frequente comparsa di tendenze scioviniste “grandi-russe”, a partire già dalla malattia di Lenin e dall’estate del 1922, provocando a catena dei profondi guasti nelle relazioni tra le diverse nazionalità ed etnie dell’Unione Sovietica e creando le condizioni politiche di base per l’affermazione finale dei nazionalismi antisovietici, nel periodo compreso tra il 1988 ed il 1991.[33]

In campo economico, tuttavia, tutti i dati di fatto parlano contro la tesi dello “sfruttamento coloniale russo” durante il periodo compreso tra il 1920 ed il 1991, a partire innanzi tutto dal pauroso e prolungato collasso del potere d’acquisto dei lavoratori salariati in quasi tutti i nuovi stati non-russi, sorti dopo la fine dell’URSS.

Persino un accanito antisovietico come M. V. Voslensky, funzionario sovietico di alto livello emigrato negli anni Ottanta in Occidente, fu costretto a riconoscere nel 1983 che «i russi che vivono nelle repubbliche nazionali sovietiche non godono di alcun privilegio, sono una minoranza nazionale contro la quale si rivolge non di rado l’ostilità degli indigeni, che detestano i signori della Nomenklatura moscovita. Certo, non si arriva ad una persecuzione diretta della minoranza russa, perché la Nomenklatura moscovita interverrebbe: non per proteggere i russi, ma per punire l’odio contro il dominio della Nomenklatura che si cela dietro questa persecuzione. Ma, in genere, la vita della popolazione russa nelle repubbliche nazionali non è piacevole. Nelle repubbliche vengono favoriti i “quadri nazionali”, non quelli russi. Là i russi non sono il “popolo dominatore”, sono al contrario uomini dipendenti, dalle possibilità limitate, palesemente più ridotte di quelle degli indigeni.

D’altra parte, in ogni repubblica i russi hanno senza dubbio l’assoluto dominio politico – ma sono altri russi: i nomenklaturisti mandati laggiù dal CC del PCUS. Questi russi occupano le posizioni chiave nella repubblica. Non è scritto ma è regolare che il secondo segretario del CC di un PC nazionale sia russo, e non un russo ormai assimilato, ma uno di Mosca. È già accaduto, addirittura, che si sia mandato un nomenklaturista di Mosca a ricoprire la carica di primo segretario di CC del PC di una repubblica, ad esempio Chruscev, per molti anni primo segretario del comitato regionale e cittadino di Mosca, in Ucraina; per breve tempo lo sostituì in questa funzione L. M. Kaganovic. Breznev è stato il primo segretario in Moldavia, poi nel Kazakistan.»[34]

Su questa tematica persino un accanito antisovietico come V. Zaslavsky è stato costretto a riconoscere nel 1995 che «alcuni studi condotti sul bilancio sovietico hanno dimostrato che le repubbliche più povere beneficiavano nel complesso di tassi di investimento statali più alti, oltre che di trasferimenti finanziari dalle repubbliche più sviluppate.»[35]

Secondo i dati rivelati dallo storico Pichoja, nel 1975 la Repubblica russa poteva trattenere solo il 42-43% dell’imposta statale sulle vendite raccolte sul suo territorio, mentre in Armenia e Georgia si arrivava a quasi il 90% ed in Asia Centrale e Lituania si superava i nove decimi del totale.[36]

Tutti i dati empirici a disposizione mostrano che non vi fu alcuno sfruttamento economico dell’area  baltica, dell’Asia centrale o del Caucaso da parte della zona-centrale (sul piano politico) russa: al contrario, proprio regioni sostanzialmente prive di grandi risorse naturali ed energetiche quali le repubbliche baltiche, la Georgia e l’Armenia godettero tra il 1965 ed il 1990 di un livello medio di consumi superiore a quello della zona russa, anche se quest’ultima era enormemente più ricca di risorse materiali.

Ultima possibile obiezione. “Gli stati nazionali ormai contano ben poco, come del resto la politica nazionale: in campo economico pesano e hanno importanza essenzialmente gli organismi economici internazionali, quali il Fondo Monetario Internazionale, il WTO, ecc.”.

I dirigenti e gli azionisti principali delle multinazionali statunitensi, europee e giapponesi non sarebbero sicuramente d’accordo con questa tesi: senza l’appoggio concreto e multiforme dei loro rispettivi apparati statali nazionali, senza l’appoggio concreto dei loro nuclei dirigenti statali le grandi corporations e gli istituti finanziari pesano e contano molto poco proprio nell’arena internazionale, sia a livello economico che politico, mentre a loro volta le scelte principali prese dagli organismi economici internazionali – FMI, Banca Mondiale, WTO – sono determinati essenzialmente dalle direttive via via espresse dai nuclei dirigenti politici dei diversi stati nazionali e dai rapporti di forza globali progressivamente creatisi tra questi ultimi, dinamica che del resto vale anche per la nomina/sostituzione dei responsabili del Fondo Monetario, della Banca Mondiale, ecc.

Nella primavera del 2005 J. Petras ha correttamente affermato che «è un fatto che le multinazionali, come la General Motors, o le compagnie telefoniche come la Bell o la Texaco, hanno un ruolo centrale nel sistema statunitense, ma queste multinazionali non possono operare senza il sostegno dello stato imperialista, senza il sostegno del Dipartimento di Stato o del Ministero del Commercio.

Per potere investire negli altri paesi queste multinazionali hanno bisogno assoluto dell’aiuto dell’apparato statale. Lo stato è più importante che mai per l’espansione del dominio delle multinazionali, quindi è assurdo parlare di “autonomia” delle multinazionali. Lo stesso accade rispetto al Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Questi organismi sopranazionali non hanno una vera autonomia, non possono essere considerati un governo unitario del mondo.

Sono le autorità statunitensi e quelle europee a nominare i capi di questi organi ed a determinarne quindi le politiche. Gli USA nominano Wolfowitz a capo della Banca Mondiale, e lui si dedica a imporre le politiche imperialistiche statunitensi e a difender gli interessi prima di tutto degli Stati Uniti.

È stupido dire che esiste una nuova classe dirigente internazionale autonoma dagli Stati Nazionali. Sia il FMI che la BM operano sotto lo stretto diretto controllo di dirigenti nominati dagli stati imperialisti più potenti che favoriscono gli interessi delle multinazionali, espressione del proprio imperialismo e a volte si scontrano tra di loro.»[37]

Il “sostegno dello stato imperialista” alle “proprie” grandi aziende non costituisce certo una vuota astrazione, specie nel processo di competizione internazionale tra monopoli: come sarebbe infatti finita la “piccola ed indifesa” multinazionale petrolifera denominata UNOCAL, senza l’intervento diretto a  sostegno della sua natura e struttura proprietaria americana compiuto dall’amministrazione di Bush junior? Nel luglio del 2005 essa sarebbe stata sicuramente ingoiata in un solo boccone dal “cattivo lupo” cinese, mentre invece anche grazie all’azione politica di C. Rice, ex dirigente della Chevron, proprio la benefica ed americanissima Chevron poté acquisire il possesso ed il controllo dell’UNOCAL, tra l’altro pagando un prezzo di acquisto sensibilmente inferiore a quello proposto dall’azienda statale cinese CNOOC per portare a buon fine l’ambizioso takeover in campo internazionale/energetico. Gli esempi in questa direzione sono numerosi e comprendono al loro interno anche il caso della privatizzazione-svendita dell’Alfa Romeo alla Fiat, avvenuta nel 1986 per scelte governative e a dispetto della presenza di un’offerta economicamente più vantaggiosa, effettuata in quel periodo dalla multinazionale statunitense Ford.[38]

Certo, i processi in atto di costruzione di blocchi tra stati – si pensi solo all’Europa di Maastricht – stanno progressivamente creando dei nuovi interlocutori, alleati e mandatari politici per i diversi capitalismi finanziari nazionali, ma si tratta sempre di organismi politici ed apparati statali in cui contano principalmente i rapporti di forza politico-sociali esistenti fra le diverse classi e frazioni di classe, fra le diverse nazioni e zone geopolitiche: occupare totalmente/parzialmente la sfera politica rimane per la borghesia una priorità (anche) economica, materiale e produttiva sia nelle relazioni interne che interstatali, anche se di tipo federativo.


[1] M. Tronti, “La politica al tramonto”, pp. 12-17, ed. Einaudi

[2] Rivista “Dossier Intelligence”, febbraio 2003, pp. 11-12

[3] Liberazione, 28 luglio 1999

[4] Il Sole 24 ore, 4 maggio 2002, p. 3

[5] J. Mickletwait e A. Wooldridge, “La destra giusta”, p. 150, ed. Mondadori

[6] John Pilger, intervista al Manifesto, 31/10/2002

[7] Intervista a J. Stiglitz, “La Repubblica”, 07/10/2002

[8] J. Petras e H. Veltmeyer, “La globalizzazione smascherata”, p. 78, ed. Jaka Book

[9] G. Procacci, “Storia degli italiani”, vol. I, p. 82, ed. Laterza

[10] G. Hanlon, op. cit., pp. 138-140

[11] F. Engels, Lettera a C. Schmidt, 27/10/1890

[12] K. Marx e F. Engels, “Il Manifesto…”, op. cit., cap. I

[13] G. W. F. Hallgarten, op. cit., pp. 375/385/408

[14] Il Manifesto, 09/03/2003, articolo di M. Dinucci, pp. 5-6 e M. Dinucci, “Il potere nucleare”, ed. Fazi

[15] S. Runciman, “Storia delle crociate”, vol. II, pp. 1025-1027, ed. Laterza

[16] K. Marx e F. Engels, “Il Manifesto…”,op cit., cap. II

[17] M. Waldenberg, “Il papa rosso Karl Kautsky”, p. 853, vol .II, ed. Editori Riuniti

[18] R. Poidevin e S. Schirmann, “Storia della Germania”, pp. 220/234, ed. Bompiani

[19] G. Boffa, “Storia dell’Unione Sovietica”, vol. II, p. 525, ed. Editori Riuniti

[20] F. Soglian, Relazione al convegno di studi su “Diplomazia delle risorse”, 11/12/2001

[21] M. Geller e A. Nekric, “Storia dell’URSS”, p. 645/651/693, ed. Bompiani

[22] J. Ellenstein, “Storia dell’Unione Sovietica”, p. 338, ed. Editori Riuniti

[23] Autori Vari, “Il secolo dei comunismi”, p. 313, ed. Tropea

[24] M. Geller, op. cit., p. 651 e G. Boffa, op. cit., vol. II, p. 432

[25] N. Werth, “Storia della Russia nel Novecento”, p. 557, ed. Il Mulino

[26] F. Sabahi, “Storia dell’Iran”, pp. 101-104, ed. Mondadori

[27] A. Aganbegjan, “La perestroika dell’economia”, pp. 183-189, ed. Rizzoli e J. Ellenstein, op. cit., p. 217

[28] J. R. Mc Neill, “Qualcosa di nuovo sopra il sole”, p. 214, ed. Einaudi

[29] O. Figes, “La tragedia di un popolo”, pp. 691/813, ed. Corbaccio e R. Service, “Storia della Russia nel XX secolo”, pp. 150-153, ed. Editori Riuniti

[30] R. Service, op. cit., p. 142

[31] C. Andrew e V. Mitrokhin, “L’archivio Mitrokhin”, parte II, p. 42, ed. Rizzoli

[32] V. Zaslavsky, “Storia del sistema sovietico”, pp. 90/140/143/155, Ed. Carroccio

[33] N. Werth, op. cit., p. 592, ed. Il Mulino

[34] M. S. Voslenski, “Nomenklatura”, pp. 307-308, ed. Rizzoli

[35] V. Zaslavsky, op. cit., p. 176

[36] A. Graziosi, “L’URSS dal trionfo al degrado”, p. 432, ed. Il Mulino

[37] J. Petras, rivista Contropiano, nr. 2 del 2005

[38] A. Friedman, “Tutto in famiglia”, ed. Longanesi


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