Capitolo Quindicesimo

I bisogni Alfa ed Omega

Parte Prima

La quarta base materiale del primato della sfera politica e dei rapporti di forza politici (e politico-militari) nelle società post-neolitiche è costituita dall’enorme gamma di estensione assunta dalla struttura – elastica e plurilivellare – dei bisogni e degli interessi materiali delle diverse classi sociali, privilegiate o sfruttate, sviluppatesi su scala mondiale dal 3700 a.C. e fino alla nostra epoca contemporanea.

Nelle multiformi società di classe, sorte via via dopo il 3700 a.C., i bisogni collettivi materiali e gli interessi economici – loro sinonimo teorico – non rappresentano altro che la pluralità delle esigenze, dei desideri e delle preferenze espresse in modo relativamente omogeneo da determinati gruppi di individui e aventi come oggetto il possesso e la distribuzione dei mezzi di produzione e degli oggetti di consumo, del prodotto sociale complessivo e del carico di lavoro sociale globale: esse influenzano e condizionano in modo determinante i comportamenti di massa ed i conflitti sviluppatisi all’interno delle diverse formazioni economico-sociali classiste asiatiche, schiavistiche, feudali o capitalistiche, almeno in ultima analisi.[1]

È certamente inutile riscoprire “l’acqua calda” dell’importanza decisiva assunta dagli interessi economici e dalla lotta per i bisogni materiali nella storia delle società di classe, centralità ormai riconosciuta largamente sia a livello teorico che di coscienza di massa.

Il rilievo centrale assunto costantemente dai bisogni materiali collettivi nel guidare e determinare, almeno in ultima istanza, le simpatie/antipatie e le pratiche collettive delle diverse classi in campo economico, sociale e politico, risulta nel XXI secolo ormai un dato di fatto accettato quasi generalmente, includendo nella categoria della praxis anche l’inerzia e la passività di massa, l’acquiescenza tacita alle pratiche dominanti dei nuclei dirigenti statali e delle classi egemoni sul piano socioproduttivo, l’accettazione forzata delle “regole del gioco” fondamentali della formazione economico-sociale a cui si appartiene.

Invece è necessario sviluppare in questo campo una profonda trasformazione nel modo di concepire e raffigurare il complesso dei bisogni ed interessi materiali-collettivi all’interno delle società di classe, attraverso un processo di elaborazione che superi una volta per tutte la concezione lineare e semplicistica dei bisogni-interessi ed introduca un nuovo modello e un paradigma alternativo e multidimensionale, partendo dal gradino inferiore dei desideri/preferenze economiche collettive per arrivare, senza soluzione di continuità, a quello superiore e più ambizioso.

Infatti non esiste un solo ed unico bisogno materiale collettivo per i diversi gruppi sociali omogenei, ma viceversa un insieme di strati di bisogni materiali diversi fra di loro, per niente uguali tra di loro: sia sotto l’aspetto dell’espressione storica concreta che per quello della loro soddisfazione/insoddisfazione, i desideri e le aspettative economico-collettive sorte nelle diverse società di classe non formano una linea semplice e monodimensionale o un “grumo” di aspettative compatto ed omogeneo, ma sono costituiti da un insieme elastico di livelli e strati di bisogni molto diversificati tra di loro, che ininterrottamente coesistono ed interagiscono nella coscienza-praxis di tutti i gruppi sociali comparsi dopo il 3700 a.C., assumendo una forma a fisarmonica che contraddistingue la struttura dei bisogni di ogni classe sociale riprodottasi negli ultimi sei millenni.

Oltre che per gli oggetti concreti, desiderati e bramati in ogni “strato” di bisogni, ciascuno dei livelli della “fisarmonica” si differenzia dagli altri principalmente per la diversa estensione quantitativa-qualitativa delle aspettative/esigenze materiali e collettive da cui è formato.

Il livello inferiore della “fisarmonica” dei bisogni espressi concretamente è costituito da un insieme di aspettative di desideri collettivi che ottiene e/o ricerca solo la conservazione di una riproduzione minimale, stentata e precaria (Marx) delle condizioni materiali di esistenza di ciascuna classe sociale e degli individui concreti che la compongono, sia essa in possesso delle forze produttive sociali e della forza lavoro altrui o, viceversa, collocata nel gruppo sociale dei lavoratori sfruttati o dei piccoli produttori autonomi.

Il gradino inferiore (“alfa”) dei bisogni materiali nelle diverse classi sociali si indirizza e ricerca solamente l’appropriazione di una quantità-qualità dei mezzi di produzione e/o di mezzi di consumo appena sufficiente a garantire la sopravvivenza stentata e precaria di gruppi sociali omogenei, siano essi sfruttati o sfruttatori, mentre allo stesso tempo esso indica il raggiungimento concreto di una soglia di percentuale minima di partecipazione al processo di ripartizione del prodotto sociale da parte dell’insieme degli esponenti di determinate classi, in certe formazioni statali e periodi storici: soglia minimale sotto la quale inizia il processo di estinzione-collasso sociale (o anche biologico) delle classi venutesi a trovare in questa sfavorevole posizione socioproduttiva.

L’altro estremo ed il livello superiore della fisarmonica/piramide dei bisogni di classe, invece, è contraddistinto da un insieme di aspettative che ricerca e/o ottiene l’appropriazione totale e completa dei mezzi di produzione e di consumo venuti a disposizione in determinate formazioni statali e periodi storici, oltre a tendere alla riduzione al minimo grado possibile (al limite, all’assenza) della partecipazione diretta al processo produttivo dei singoli esponenti della classe: tale gradino superiore indica i “bisogni radicali” ed il “livello omega” dei bisogni delle diverse classi sociali finora riprodottesi sul piano storico.

Sia il livello superiore che quello inferiore costituiscono ugualmente dei bisogni collettivi ed appartengono entrambi alla scala allargata di interessi espressa/soddisfatta dalle diverse classi sociali comparse dopo il 3700 a.C., riproducendosi ininterrottamente come potenzialità reali sempre presenti in ciascun gruppo sociale e diventando realtà concreta (come bisogni realmente espressi/realmente soddisfatti) grazie al contatto dialettico ed all’azione di rapporti di forza politico-sociali molto favorevoli (nel caso dei bisogni omega) o sfavorevoli ai loro possessori (bisogni alfa): ma il loro oggetto differisce molto sensibilmente, si passa dalle “stalle” alle “stelle”.

Tra i bisogni materiali omega ed i bisogni alfa, estremamente diversi tra di loro, sono posizionati e collocati in modo permanente tutta una serie di altri livelli della piramide dei desideri-aspettative materiali. Proprio l’esperienza storica delle lotte di classe degli ultimi sei millenni indica chiaramente che si possono distinguere approssimativamente altri tre gradini-chiave nella sfera elastica dei bisogni collettivi delle classi sfruttatrici/sfruttate/dei produttori autonomi, individuabili nel:

Ø      bisogno delta, inteso come l’aspettativa espressa e/o soddisfatta avente per oggetto  un’appropriazione del prodotto sociale, dei mezzi di consumo e/o dei mezzi di produzione sufficiente solo a garantire una riproduzione modesta e stabile  delle condizioni di vita materiali delle classi interessate, secondo i mutevoli parametri socioeconomici utilizzati concretamente nel loro tempo di esistenza storica ed in riferimento alla loro condizione sociale: si tratterà pertanto, a seconda dei casi, di “salario dignitoso”, “rendita fondiaria sicura” e/o “profitto medio garantito”, ecc. (si pensi solo alla condizione della borghesia russa negli anni compresi tra il 1922 ed il 1928).

Ø      bisogno gamma, che mentre ricerca e/o ottiene una parte crescente rispetto al passato del prodotto sociale complessivo, dei mezzi di consumo e/o di produzione non tende ad acquisire/acquisisce ancora una posizione dominante in questo campo all’interno delle formazioni statali di appartenenza (è stata la condizione della classe operaia occidentale, tra il 1955 ed il 1973).

Ø      bisogno epsilon, inteso come l’insieme delle aspettative-desideri collettivi tesi ad acquisire/mantenere il possesso della porzione maggioritaria delle forze produttive sociali, del prodotto sociale complessivo o dei mezzi di produzione e/o di consumo, anche grazie all’utilizzo partigiano degli apparati statali e delle “terre di frontiera” (fisco, moneta, politiche economiche, ecc.).

Fermiamo un istante l’analisi, per precisare che si possono facilmente effettuare ulteriori suddivisioni a livello teorico della fisarmonica dei bisogni materiali-collettivi espressi/soddisfatti da ciascun gruppo sociale, che permetteranno di “riempire i buchi” esistenti tra i cinque livelli principali sopra elencati creando una sempre maggiore corrispondenza del modello teorico proposto rispetto alla realtà storica degli ultimi sei millenni, alla dinamica politico-sociale creatasi nelle diverse formazioni economico-sociali classiste ed alle lotte che le hanno contraddistinte.

È inoltre appena il caso di rilevare come i bisogni materiali non costituiscono certo le uniche forme di desideri/esigenze/aspettative create dalla specie umana e che anzi essi, almeno in una prospettiva marxista, risultino nettamente scavalcati per importanza dal “bisogno dell’altro uomo” (Marx, 1844), dai desideri affettivi/erotici/amicali, dal bisogno individuale/collettivo di sviluppare le proprie capacità, dal desiderio ludico/creativo e dall’empatia/compassione per gli altri esseri viventi; parallelamente va notato come le stesse lotte per la soddisfazione dei bisogni materiali (e politico-materiali) di classe possano creare a volte sentimenti di fraternità ed eroismo collettivo, idealismo di massa e capacità sociale diffusa di sopportare privazioni anche per tempi abbastanza lunghi, entusiasmi collettivi e relazioni armoniose nei gruppi impegnati nei conflitti politici e/o sociali che li vedono via via protagonisti, ecc.

Infine va rilevato come i bisogni materiali collettivi vadano divisi e differenziati tra bisogni soddisfacibili solo socialmente (ad esempio il sistema scolastico e sanitario, descritto da Marx nella sua Critica del programma di Gotha) e bisogni invece soddisfacibili solo per via individuale (fame/cibo, freddo/vestiti), seppur sempre con una matrice di base almeno in parte comune a tutti gli uomini e pertanto collettiva.

Riprendendo il processo di focalizzazione, si può subito notare come le scale elastiche dei bisogni materiali delle diverse classi sociali possiedano alcune interessanti specificità comuni, che diventano la diretta espressione della struttura “a fisarmonica” dei loro desideri/aspettative.

I cinque livelli principali della piramide dei bisogni non solo vivono in simbiosi con i soggetti sociali che li esprimono, ma allo stesso tempo coesistono sincronicamente tra di loro senza alcuna soluzione di continuità temporale e possono scomparire solo insieme, e nella stessa fase storica, con l’estinzione sociale – pacifica o violenta – della classe/frazione di classe di cui sono espressione organica ed inscindibile: pertanto se viene meno anche uno solo dei gradini dei bisogni materiali di classe, spariscono anche tutti gli altri componenti della “famiglia piramidale”.

Un’esperienza storica plurimillenaria insegna inoltre come ogni classe/frazione di classe raggiunga volta per volta un determinato livello di soddisfazione della scala dei bisogni materiali: quest’ultimo sarà collocato in un particolare gradino della “fisarmonica” e sarà di regola collegato in modo inversamente proporzionale a quello occupato, volta per volta, dalle altre classi e frazioni di classe: con l’esclusione del caso eccezionale del livello omega di soddisfazione dei bisogni, che presuppone inevitabilmente l’appropriazione totale ed esclusiva del prodotto sociale, del surplus e del mezzo di produzione. Parallelamente e contemporaneamente i rimanenti livelli di bisogni, pur facenti sempre parte della “piramide” sopra delineata, rimangono invece in quel dato momento storico in uno stato di latenza, di “letargo” e sospensione, lasciando “le luci della ribalta” ad uno solo dei gradi di soddisfazione dei bisogni per un periodo più o meno lungo.

In terzo luogo il livello reale di soddisfazione/insoddisfazione raggiunto dai diversi bisogni materiali di classe non sarà determinato dalle aspirazioni ed aspettative soggettive espresse dai diversi gruppi sociali omogenei, dato che una spinta naturale e “massimalistica” porterebbe questi ultimi ad occupare ininterrottamente il livello omega di realizzazione concreta dei loro bisogni, ma il punto di caduta materiale sarà stabilito volta per volta dalle correlazioni di potenza concrete che sussistono tra di essi in ogni momento storico: rapporti di forza in cui assume una posizione centrale il campo di potenza politico e politico-militare, come si cercherà di dimostrare in seguito.

Quando cambiano e si trasformano i rapporti di forza tra le classi, in primo luogo quelli politici, si modifica parallelamente anche il livello reale di soddisfazione dei bisogni materiali di cui usufruiscono le diverse classi, in lotta/cooperazione nei diversi momenti storici. La classe sociale (o la frazione di classe) che riesce a trasformare a suo favore la correlazione di potenza generale esistente nella propria formazione statale ottiene, come “dividendo” economico, un parallelo miglioramento del proprio livello di soddisfazione dei bisogni materiali nella piramide dei bisogni, in modo di regola proporzionale alla trasformazione a proprio vantaggio dei rapporti di forza; se invece si assiste ad una dinamica sfavorevole nell’esito finale dei conflitti e dei rapporti di forza, sempre partendo principalmente da quelli politici, la classe sconfitta nella lotta dovrà subire un processo inverso che porta ad un peggioramento del suo livello di soddisfazione dei desideri/aspettative materiali, facendo uscire dallo stato di latenza un altro – ed inferiore – livello di soddisfazione dei bisogni, collocato in una posizione meno elevata e “pregiata” di quello acquisito in precedenza.

In ultima analisi proprio la struttura ampia, molto elastica e diversificata dei bisogni materiali di classe/frazione di classe genera e riproduce costantemente la centralità e il ruolo egemone dei rapporti di forza politici in un campo squisitamente economico, e proprio nel processo di determinazione del livello effettivo di soddisfazione/insoddisfazione delle multiformi aspettative, aspirazioni e desideri materiali espressi dai diversi gruppi sociali formatisi dopo il 3700 a.C.: pertanto si crea sia una tendenza generale alla “massimizzazione del possibile” in campo politico ed economico, su cui si tornerà più avanti, che un primato della sfera politica nella selezione concreta dei livelli di soddisfazione dei bisogni materiali – estremamente diversificati nei loro punti estremi – realmente raggiunti dai vari gruppi sociali, volta per volta, attraverso l’esito (variabile) delle loro lotte di classe.

La dialettica sussistente da alcuni millenni nelle società di classe tra le diverse scale dei bisogni materiali soddisfatti/insoddisfatti e i rapporti di forza politico-sociali, via via formatesi sul campo, emerge vistosamente anche nel campo dei bisogni materiali concretamente espressi e manifestati da tutte le classi e frazioni di classe attraverso le loro azioni collettive o, in via subordinata, i loro progetti e rivendicazioni collettive.

Infatti emerge una piramide molto diversificata dei bisogni materiali potenzialmente esprimibili da ciascun gruppo sociale, partendo dal gradino inferiore alfa fino ad arrivare a quello superiore omega: fisarmonica in cui si afferma il primato variabile, dato volta per volta, di un solo scalino negli interessi materiali resi visibili realmente, in modo simile a quello che succede alle diverse tipologie di onde elettromagnetiche nel cervello umano, per le quali volta per volta si verifica l’egemonia in ogni singola fase del riposo di una sola categoria di impulsi, collegata alla latenza di tutte le altre. Di regola per un dato periodo storico, più o meno prolungato, un solo e determinato livello della scala delle aspettative/desideri materiali diventa prioritario e centrale nel guidare l’azione collettiva di un certo gruppo sociale e dei suoi mandatari politici, assumendo pertanto il ruolo del “bisogno numero uno”, mentre tutti gli altri gradini della piramide dei bisogni rimangono a volte subordinati, quasi sempre in uno stato di latenza e di letargo per un arco temporale più o meno prolungato e corrispondente in ogni caso alla durata del primato del “bisogno numero uno”.

Anche i particolari livelli di bisogni espressi concretamente dalle diverse classi sociali – ed attori politici – in ogni momento storico, non vengono selezionati in base ai desideri e preferenze soggettive: se fosse valida questa ipotesi, ciascun gruppo sociale manifesterebbe sempre e solo il livello omega della propria scala dei bisogni al fine di vederlo soddisfatto concretamente e verrebbe sempre reso visibile solo il desiderio “massimalistico” di appropriazione totale del surplus, dei mezzi di produzione e di consumo esistenti nelle diverse formazioni statali.

Invece il livello centrale dei bisogni, il “bisogno numero uno” espresso concretamente e volta per volta dalle diverse classi sociali in ogni singola fase storica, anche e soprattutto attraverso la progettualità-azione dei loro mandatari politici e politico-sociali, sarà quello da essa ritenuto collettivamente adeguato alla loro percezione soggettiva – corretta o sbagliata – dei rapporti di forza del momento, adeguato e corrispondente alla loro previsione – corretta o sbagliata – della dinamica nel breve/brevissimo periodo della correlazione di potenza; in altri termini, il grado di bisogni espresso volta per volta nella pratica sociopolitica dalle diverse classi e frazioni di classe risulterà quello da loro considerato compatibile con la loro particolare percezione-previsione dei rapporti di forza politico-sociali, del momento e dell’immediato futuro.

Ancora una volta emerge la centralità e il primato della correlazione di forza politica e politico-militare, visto che il bisogno “numero uno” espresso volta per volta nel processo storico dai diversi gruppi sociali e dai loro mandatari politici costituisce una variabile dipendente principalmente dalla percezione di gruppo, corretta o errata, dei rapporti di forza ritenuti esistenti in un dato momento storico: nel caso estremo in cui questi ultimi vengono valutati da una classe sociale come estremamente sbilanciati a proprio favore, il “bisogno numero uno” sarà quello omega o epsilon, a seconda delle tradizioni storiche e della natura dei nuclei dirigenti politici del gruppo sociale in esame, mentre nell’ipotesi estrema opposta verrà invece manifestata nella pratica politico-sociale una fascia di bisogni alfa, considerata adeguata e compatibile con una correlazione di potenza generale valutata e percepita come estremamente sfavorevole, a torto o a ragione.

Dato che anche le percezioni dei rapporti di forza si trasformano e cambiano continuamente, almeno in minima misura, quando e se un determinato gruppo sociale – ed il suo mandatario politico – ritiene soggettivamente che i rapporti di forza siano divenuti per lui più favorevoli/molto più favorevoli in un preciso momento storico rispetto al passato, il livello delle aspirazioni materiali espresso nella praxis dal gruppo sociale in oggetto diventerà più ambizioso e spesso “famelico”, teso comunque ad ottenere una parte crescente del prodotto sociale e dei mezzi di produzione e/o i mezzi di consumo ed a conseguire una posizione più avanzata nella scala dei bisogni materiali rispetto al passato; quando e se invece una classe-frazione di classe rilevi invece un peggioramento a suo sfavore dei rapporti di forza politici, il “bisogno numero uno” espresso concretamente assumerà una forma difensiva ed il gruppo sociale omogeneo cercherà di evitare, o di limitare al massimo grado possibile il processo di arretramento rispetto al passato delle sue aspirazioni materiali soddisfatte realmente.

Detto in altri termini, se un determinato gruppo sociale percepisce (in modo corretto o errato) che i rapporti di forza si sono trasformati in una direzione estremamente sfavorevole e si forma la presa di coscienza collettiva di una situazione disperata/quasi disperata, si assisterà all’emergere della centralità di un nuovo livello di bisogni, accettato e subito per forza maggiore o comunque collocato nella posizione più bassa della piramide dei bisogni materiali-collettivi; nel caso in cui un determinato gruppo sociale ritenga invece che la correlazione di potenza generale sia rimasta relativamente immutata rispetto al passato più recente, il “bisogno numero uno” espresso non muterà sostanzialmente rispetto alla fase politico-sociale più prossima sul piano temporale, collocandosi in ogni caso nella medesima posizione occupata in precedenza all’interno della piramide dei bisogni manifestati dai diversi gruppi sociali.

Quando cambiano le percezioni dei rapporti di forza, in primo luogo politici, tra le classi si trasformano contemporaneamente anche i livelli di bisogni materiali espressi o manifestati concretamente da ciascuna classe-frazione di classe in un determinato momento storico, ed il nuovo “bisogno numero uno” emerge dalla subalternità o – più spesso – dalla latenza in cui esso era sprofondato per la presenza di rapporti di forza considerati in precedenza come non adeguati al suo primato, non compatibili con una potenziale centralità.

La sesta peculiarità della “fisarmonica” in oggetto deriva dal fatto empirico che, in molti casi, il livello dei bisogni espresso in campo statale-internazionale da una classe non corrisponde al livello di soddisfazione raggiunto realmente dalle sue aspirazioni ed aspettative materiali, e conseguito effettivamente nel corso dei multiformi conflitti politico-sociali o internazionali: lo “scarto” e l’asimmetria tra i bisogni materiali espressi e quelli realmente soddisfatti dipende dallo scarto e dalla differenza sussistente tra la percezione collettiva dei rapporti di forza, in primo luogo politici, e la reale ed effettiva correlazione di potenza via via rivelata dalle lotte di classe e/o internazionali, “svelata” dall’esito finale degli scontri politico-sociali su scala nazionale o da quelli internazionali. Quando la divaricazione tra percezione e realtà dei rapporti di forza assume proporzioni molto rilevanti, per una sopravvalutazione/sottovalutazione notevole delle proprie e/o altrui forze, risulterà anche molto sensibile la differenza tra il “bisogno numero uno” espresso ed il grado effettivo di soddisfazione dei bisogni materiali.

Sempre l’esperienza storica universale delle società di classe evidenzia in modo plateale come anche delle classi e frazioni di classe socialmente omogenee, relativamente uniformi sotto l’aspetto della posizione occupata nel processo produttivo della propria formazione economico-sociale, non costituiscano di regola delle entità compatte per quanto riguarda la valutazione soggettiva dei rapporti di forza statale-internazionali esistenti in un dato periodo storico, oltre che nel calcolo-previsione della loro dinamica nel breve e medio periodo.

Pertanto anche all’interno di gruppi sociali omogenei si possono formare una pluralità di raggruppamenti e di tendenze politico-sociali, che si differenziano anche per le diverse connessioni che, volta per volta, si creano tra le scale elastiche dei loro bisogni materiali di classe e l’autocoscienza di gruppo dei rapporti di forza, in modo tale che il livello di “bisogno numero uno” può essere inteso ed espresso concretamente con modalità e forme anche molto diverse da distinte sezioni politico-sociali di una stessa classe/frazione di classe, o da isolati microgruppi di quest’ultimo. Ovviamente nelle possibili divergenze sulla valutazione delle correlazioni di potenza statali-internazionali entrano anche in gioco altri fattori, quale l’eventuale coesistenza-conflittualità di due o più leadership concorrenti nello stesso gruppo sociale, le diverse tradizioni politico-sociali e le logiche di comportamento formatesi storicamente al suo interno, la volontà effettiva di cooptazione e di collaborazione dei nuclei dirigenti politici delle classi dominanti nei confronti delle masse popolari, la diversa valutazione del grado di sviluppo delle forze produttive, ecc.

Un’esperienza storica plurimillenaria dimostra, infine, come i livelli reali di soddisfazione dei bisogni materiali dei diversi gruppi sociali vengano determinati e fissati in modo principale attraverso la sfera politica delle società di classe ed il controllo/mancato controllo del potere politico e degli apparati statali, dai rapporti di forza politico-sociali (in primo luogo politico-militari) esistenti nelle diverse formazioni statali: già in precedenza si è esaminata la “cascata di Lenin” ed i dividendi economici derivanti dai successi politici e/o dall’utilizzo di classe e partigiano degli apparati statali e delle “terre di frontiera”, dei segmenti della pratica umana nelle società di classe caratterizzati da una profonda compenetrazione tra sfera economica e politica. Ma, d’altro canto, proprio la riproduzione costante ininterrotta della scala elastica dei bisogni materiali delle diverse classi/frazioni di classi ha influenzato direttamente la sfera politica, “espressione concentrata dell’economia” (Lenin), e si è tradotta – e si traduce tuttora – nella progettualità, nei programmi e nella pratica concreta espressa dalle multiformi espressioni politiche e dei nuclei dirigenti che hanno rappresentato sul piano della gestione degli affari comuni gli interessi e le aspettative materiali dei diversi gruppi sociali, formatisi a partire dal 3700 a.C. e fino ai nostri giorni.

Tutti i principali nuclei dirigenti e formazioni politiche, di matrice laica o religiosa, venute al potere o rimaste all’opposizione, hanno via via sintetizzato la piramide dei bisogni materiali della loro classe/frazione di classe di riferimento, del gruppo sociale di cui si ritengono mandatari politici collegando la fisarmonica elastica degli interessi di classe “di riferimento” con le proprie percezioni (corrette/errate) dei rapporti di forza e creando a tale fine dei propri programmi, progetti e pratiche politico-sociali, sempre modificabili in base alle rispettive percezioni (corrette-errate) della trasformazione dei rapporti di forza.

Dall’enunciazione bisogna ora passare al processo di verifica dell’esistenza concreta ed ininterrotta dei due “poli estremi” della scala dei bisogni materiali delle diverse classi, il livello omega e quello alfa, analizzando pertanto se la riproduzione storica delle classi sociali formatesi fino ai nostri giorni si sia davvero accompagnata ad una parallela e costante riproduzione della piramide elastica e diversificata dei bisogni collettivi materiali: solo dopo aver superato questo scoglio, si potranno esaminare le prove empiriche e combinate che supportano la centralità della sfera politica e dei rapporti di forza politici nel processo di soddisfazione-insoddisfazione dei bisogni materiali di classe.

Per quanto riguarda il primo problema, sia il bisogno alfa che quello omega hanno radici molto antiche e trovano le loro fonti materiali – ben distinte tra di loro – nel periodo paleolitico-neolitico di sviluppo del genere umano: le matrici originali dei livelli di bisogni collettivi in esame hanno ormai alle loro spalle una storia di milioni di anni, poi sfociata nella loro continuazione/trasformazione all’interno delle società di classe affermatesi dopo il 3700 a.C., in una dinamica tuttavia apertasi molto prima dell’affermarsi dell’egemonia planetaria della “linea nera”.

La genesi concreta dei bisogni alfa è stata determinata dalla combinazione ininterrotta di pratiche e comportamenti individuali-di gruppo espressi già dai mammiferi, e poi ripresa dai primi ominidi e dall’Homo sapiens, nel corso di un’evoluzione molto prolungata, visto che i primi mammiferi sono comparsi sulla faccia della terra più di 220 milioni di anni fa e che il primo protominide (l’Oreopiteco) abitava l’attuale Toscana tra 9 e 7 milioni di anni fa, con un’andatura bipede e delle capacità manipolative della mano ormai ben sviluppate.[2]

In questo enorme arco temporale, i mammiferi hanno accumulato un’enorme esperienza collettiva che data ormai decine di milioni di anni e che li ha portati ad affinare e sviluppare sempre più l’istinto di sopravvivenza, forma primordiale di quello che in seguito diventerà il bisogno materiale alfa delle società classiste (asiatiche, schiavistiche, feudali, capitalistiche).

Nella loro interazione continua con le altre forme di vita vegetale/animale e con la natura inorganica, i mammiferi hanno infatti riprodotto e migliorato con molteplici modalità di azione una tendenza basilare insita già nei batteri primordiali e nei primi organismi eucarioti, finalizzata ad assicurare la  riproduzione biologica di questi ultimi anche nelle condizioni più difficili e contro i nemici/pericoli più insidiosi, proseguendo pertanto a un livello superiore un trend generale che accomuna tutte le forme di vita createsi a partire da circa tre miliardi di anni fa (non a caso i batteri sono stati denominati anche “estremofili”, organismi capaci di resistere e sopravvivere a tutto, ivi comprese le condizioni estreme della terra di 3,5 miliardi di anni fa).

A sua volta una praxis originale, prolungatasi per milioni di anni, ha creato le condizioni materiali indispensabili per una nuova ed originale riproduzione dell’istinto di sopravvivenza tra tutti i primati superiori, che comprendono le scimmie antropomorfe, i primi ominidi e gli esseri umani, le cui caratteristiche fondamentali sono state – e sono tuttora:

Ø      la tendenza a provvedere ad ogni costo alla soddisfazione individuale dei bisogni fisiologici elementari (fame, sete, sesso, cura della prole, ecc.) mediante l’interazione continua con gli oggetti naturali, gli altri compagni di specie e le altre specie animali/vegetali;

Ø      l’istinto sessuale, vero e proprio istinto di sopravvivenza “per procura” che garantisce la riproduzione della specie attraverso la procreazione;

Ø      la tendenza ad utilizzare individualmente/collettivamente ogni opportunità, occasione e mezzo disponibile per garantirsi la riproduzione individuale/di specie mediante le diverse strategie di predazione/contropredazione, la collaborazione di gruppo e la fuga, il mimetismo e – elemento più avanzato – l’utilizzo e la modifica di oggetti per scopi di difesa e di raccolta del cibo;

Ø      la tendenza ad evitare o minimizzare le sofferenze ed i pericoli derivanti dall’ambiente esterno, dalla natura inorganica e/o dalle altre forme di vita (predatori, piante/animali nocivi, ecc.);

Ø      la tendenza ad apprendere per imitazione dal comportamento altrui, una forma particolare ed innovativa di accumulazione delle conoscenze (in grado di facilitare la sopravvivenza individuale/di gruppo), propria dei primati e dei polpi marini;

Ø      la tendenza a resistere alle privazioni ed a condizioni di esistenza sfavorevoli per periodi di tempo più o meno prolungati: si pensi solo alla capacità dei primati di sopportare la fame e la sete, al processo di accumulazione da parte loro di riserve fisiologiche destinate a tale scopo, ecc.;

Ø      la tendenza ad occuparsi della sopravvivenza e del processo di apprendimento della propria prole, per periodi di tempo prolungati anche dopo la loro nascita.[3]

In sintesi, nei primati superiori l’istinto di sopravvivenza si è via via evoluto, raffinandosi e “civilizzandosi” per gradi successivi: i nostri più diretti parenti genetici, gli scimpanzé ed i bonobo, hanno infatti imparato ad utilizzare sporadicamente degli oggetti materiali sia per procurarsi cibo ed acqua che per ottenere rudimentali armi contro i predatori, in modo tale il bisogno primordiale di sopravvivenza ha prodotto nei nostri “cugini” delle pratiche originali e sconosciute in precedenza al mondo animale (istinto basilare controllato all’interno dei primati e dell’uomo dall’amigdala, componente del cervello che non a caso gestisce anche l’emozione primordiale della paura).

«Ciuffi d’erba, frasche, pietre, rami e bastoni sono spesso usati anche durante le esibizioni aggressive. Queste spaventose parate possono essere rivolte contro animali di altre specie, come i babbuini, maiali selvatici e leopardi, o contro altri scimpanzé.

Sia i maschi che le femmine rivolgono questi comportamenti agonistici contro animali di differenti specie, mentre, in genere, solo i maschi si esibiscono in parate e rivolte contro altri scimpanzé… Durante uno spettacolare esperimento effettuato in Africa occidentale, alcuni scimpanzé di entrambi i sessi, posti di fronte a un leopardo impagliato, cominciarono ad agitarsi e a scagliare contro di esso rami ed altri oggetti trovati a portata di mano: una madre usò un lungo bastone per colpire il leopardo e gliene scagliò contro uno più corto.»[4]

Questo complesso patrimonio di bisogni e pratiche di sopravvivenza, accumulato dai primati superiori durante alcuni milioni di anni, è stato riprodotto ad un livello superiore e con modalità più avanzate dal genere umano, creando un terzo ed ulteriore salto di qualità nel processo di sviluppo dell’istinto di autoconservazione delle diverse specie animali. Dai primi ominidi fino ai nostri giorni, esso è infatti progredito mediante la combinazione mutevole tra l’eredità genetica acquisita, il processo continuo del lavoro umano e l’imitazione/affinamento dei comportamenti pratici in una dialettica che dura da milioni di anni, come dimostra la storia ancestrale della produzione degli strumenti di lavoro e dell’utilizzo/produzione del fuoco.

Il risultato finale è stato che, proprio trasformandosi continuamente, il bisogno (individuale e di gruppo) di sopravvivenza nelle sue molteplici espressioni concrete è rimasto costantemente e da milioni di anni il primo e fondamentale imperativo del genere umano, oltre che l’architrave basilare del sistema plurilivellare dei bisogni sociali di specie: mediante l’azione congiunta degli istinti individuali e dei processi socio-generazionali di trasmissione dell’informazione, della cooperazione tra diversi individui nel processo produttivo e dell’azione collettiva di difesa dai pericoli/predatori, il bisogno individuale e sociale di autoconservazione costituisce fin dai tempi più remoti del Paleolitico e da milioni di anni or sono un dato di fatto ineliminabile nella riproduzione storica della nostra specie, talmente radicato ed interiorizzato sia a livello individuale che di gruppo da non richiedere quasi mai di essere esplicitato e di diventare oggetto di analisi storico-teoriche, o di essere inserito nei programmi politici. Non è pertanto casuale che l’istinto di sopravvivenza si sia riprodotto sotto nuove vesti anche nelle società di classe e anche dopo il 3700 a.C., dato che quando la minaccia alla sopravvivenza individuale-di gruppo sociale (omogeneo) supera determinate e variabili soglie di intensità, il bisogno di sopravvivenza individuale-collettivo esce dal suo stato di latenza e quasi automaticamente si trasforma in una forza motrice reale e concreta di pensieri e aspettative, paure ed azioni collettive e/o individuali: certamente il bisogno minimale di sopravvivenza si è via via trasformato per effetto della dinamica delle forze produttive e dei rapporti di produzione sociali, come si vedrà meglio in seguito, ma esso continua a mantenere un importante ruolo storico nel processo di sviluppo della nostra specie a partire dal primo protominide (l’Oreopiteco tosco-sardo) e fino ai nostri giorni, con modalità concrete mutevoli a seconda delle circostanze storiche ed assumendo forme reali o latenti a seconda dei livelli di gravità dei pericoli da affrontare.

Per quanto riguarda invece la genesi sociale del bisogno omega, il sistema dei bisogni materiali della nostra specie ha visto la riproduzione di un’altra tendenza plurimillenaria di particolare importanza, definibile come “sindrome di Chukut’ien”, che è stata (ed è tuttora) la base materiale principale per la riproduzione del livello più avanzato e “ambizioso” di desideri/aspettative materiali in tutte le classi sociali comparse dopo il 3700 a.C.

Poco dopo la comparsa dell’Homo habilis in Etiopia (regione di Hadar), in Kenya e Tanzania (grotta dell’Olduvai) ed in Cina, vennero infatti alla luce sia la prima invenzione umana, la pietra tagliata e resa affilata con il contatto fisico con un’altra pietra, che il primo bisogno socioproduttivo tipicamente umano, quello di utilizzare strumenti di produzione ed armi costruite costantemente a tale scopo. A partire da 2.200.000 anni fa e poco dopo la stessa comparsa dell’Homo habilis, la pratica produttiva (ed artistica) umana determinò via via la creazione-riproduzione di un livello più elevato e di nuove forme di bisogni sociali, attraverso la produzione di nuovi oggetti per la soddisfazione concreta dei desideri/aspettative del genere umano, ed espandendo in modo progressivo la loro sfera d’azione, in modo tale che accanto al mero bisogno fisiologico di sopravvivenza si formarono durante una lunga fase delle punte avanzate all’interno del sistema dei bisogni di specie e dei bisogni superflui sconosciuti agli altri primati, non strettamente indispensabili alla riproduzione biologica del genere umano e creati proprio dallo sviluppo iniziale delle forze produttive e della tecnica: non si trattò tanto di una particolare epifania di quella “regola della massimizzazione” comune agli uomini ed ai primati superiori (=tendenza ad allargare quantitativamente la propria sfera di appropriazione dei prodotti materiali, ove e quando possibile), ma di un vero e proprio salto di qualità epocale per la specie umana e per l’insieme dei desideri e aspettative materiali della specie umana.

Pertanto fin dal tardo Paleolitico si è riprodotta una dialettica feconda tra lo sviluppo delle forze produttive sociali ed il progresso del sistema generale dei bisogni del genere umano, lentamente trasformato dal (lento) progresso della tecnologica e delle conoscenze fino a creare (a tappe) un piano superiore originale, nuovo ed “innaturale” nella struttura dei bisogni di specie, di modo che nel corso degli ultimi due milioni di anni si è via via consolidata una “tendenza consumistica innaturale”, finalizzata ad espandere e moltiplicare sia sul piano quantitativo che qualitativo le aspettative materiali umane proprio attraverso la creazione delle diverse tipologie di oggetti necessari per la loro soddisfazione concreta: l’uomo non è solo un animale sociale, ma è diventato lentamente anche un animale consumista che di regola non si accontenta più della mera soddisfazione dei suoi più semplici bisogni fisiologici, come invece avvenne nel caso eccezionale del filosofo cinico Diogene nell’Atene del quarto secolo a.C e di pochi anacoreti.

Il trend generale che ha prodotto un aumento progressivo della quantità-qualità dei bisogni materiali umani, comprendendo in essi anche il bisogno di tempo libero, può essere denominata sindrome di Chukut’ien (Zoukoudian) utilizzando il nome di quella grotta, collocata vicino a Pechino, in cui sono state trovate le prime prove incontestabili di utilizzo sistematico del fuoco da parte del genere umano: come aveva già intuito Marx nel III libro del Capitale, in presenza e sotto la spinta dello sviluppo delle forze produttive sociali il complesso dei desideri-aspettative via via espresso dal genere umano subisce un’espansione almeno proporzionale all’aumento di disponibilità della ricchezza materiale e degli oggetti di consumo, “in quanto aumentano i suoi bisogni”.[5]

Si può effettuare una breve sommaria elencazione delle diverse fasi di sviluppo delle tecniche di produzione, dei mezzi di produzione e soprattutto dei bisogni materiali creati durante il Paleolitico ed il Neolitico, periodi storici che videro la progressiva e lentissima emersione sia di nuovi oggetti di consumo che di nuovi settori di aspettative/desideri sociali, di nuove “vette” nel sistema dei bisogni di specie. In sequenza temporale si possono via via ritrovare il:

Ø      bisogno sociale di produrre ed utilizzare rudimentali strumenti di produzione ed armi per la raccolta del cibo, per la caccia e/o la difesa dai predatori. Si partì dalle pietre scheggiate e affilate del primissimo Paleolitico, dai primi cesti e bastoni appuntiti utilizzati per scavare nel terreno fino ad arrivare alla creazione di archi, lanterne e di una primitiva colla catramosa durante l’ultimo periodo dell’età della pietra.

Apparizione storica sicura di questo bisogno: siti di Goha nella regione di Hadar (Etiopia) e di Olduvai (Tanzania), 2.300.000 anni fa; siti di Renzidong e di Quingjiang in Cina, circa 2.200.000 anni fa.

Ø      bisogno sociale di consumare cibi cotti, mediante la produzione artificiale e l’utilizzo sistematico del fuoco.

«Il fatto di cuocere gli alimenti è, tra le attività umane, una di quelli che certo ha avuto più ripercussioni sulla vita quotidiana, la patologia e lo sviluppo psichico del genere umano», ha affermato la paleontologa C. Perles in un suo sofisticato studio sull’utilizzo del fuoco durante la preistoria. [6]

La prima ed inequivocabile comparsa storica di questo bisogno è stata accertata nella grotta di Chukut’ien, oltre 450.000 a.C.

Ø      bisogno sociale di costruire ed utilizzare rudimentali abitazioni di legno, con pali di sostegno ed accumulazione di pietre lungo il perimetro esterno delle capanne.

Data sicura della genesi del bisogno in oggetto: Terra Amata (Francia), circa 380.000 a.C.

Ø      bisogno sociale di produrre ed utilizzare vestiti e scarpe, non solo per difendersi dal freddo ma anche a scopi ornamentali e/o per comodità personale. Le primitive vesti e pellicce prodotte nel primo Paleolitico, indispensabili agli uomini primitivi per sopravvivere nei climi freddi delle zone extra-africane da loro colonizzate, a poco a poco furono integrate sia dal processo di creazione di scarpe che da quella “rivoluzione produttiva delle corde” che permise ai clan preistorici di tessere vestiti di cordicelle e berretti, a partire dalla Francia e Medio Oriente tra il 40.000 ed il 17.000 a.C.

Ø      bisogno sociale di seppellire i morti con un corredo di oggetti, colorando spesso i defunti con ocra rossa. Prima apparizione sicura di questo bisogno: grotta di Jabel Qafzeh, 95.000 a.C.

Ø      bisogno sociale di raccogliere conchiglie e cipree a fini estetici (voluttuari, consumistici) creando collane, attraverso pratiche conosciute fin dal 100.000 a.C. nel sito di Aterian (Algeria)[7]

Ø      bisogno sociale di produrre ed usufruire di attività artistiche quali la pittura, la scultura e la musica. «Solo a partire dai Cro-Magnon, a cominciare da 40.000 anni fa circa, abbiamo chiari segni d’arte, rappresentati dai famosi dipinti rupestri e da statuine, collane e strumenti musicali.»[8]

Ad esempio una maschera in pietra con due schegge d’osso a formare gli occhi, che risale al 33.000 a.C., è stata trovata a La Roche-Cotard, in Francia; le più antiche incisioni grafiche sulla pietra, effettuate dagli aborigeni australiani, risalgono al 40.000 a.C. mentre alcune splendide statuine in avorio, raffiguranti animali e forme semiumane/semianimali e risalenti al 28.000 a.C., sono state scoperte recentemente vicino a Ulm in Germania.

Ø      bisogno sociale di produrre-consumare degli oggetti ornamentali per il corpo. «I Cro-Magnon si decoravano con braccialetti, pendenti e ocra; gli attuali abitanti della Nuova Guinea usano conchiglie, pelli e piume di uccelli del paradiso»[9]

Ø      bisogno sociale di utilizzare il tempo libero disponibile per il riposo, l’attività ludica e quella affettiva-erotica, l’arte e la musica, i pasti in comune, l’educazione dei figli e la narrazione di storie/leggende tramandate collettivamente di generazione in generazione.

Tale “diritto all’ozio” (creativo) ha sicuramente contraddistinto la riproduzione materiale delle tribù di cacciatori/raccoglitori di cibo fino al tardo Mesolitico, come dimostrano le analisi effettuate sulle condizioni di vita dei primati e di molti popoli contemporanei “primitivi”, quali ad esempio i boscimani del deserto del Kalahari. «Sorprendentemente, risulta che questi cacciatori hanno in generale del tempo libero, dormono molto e non lavorano più dei loro vicini agricoltori. Per esempio, è stato calcolato che il tempo medio dedicato ogni settimana dai boscimani alla ricerca di cibo è di sole dodici-diciannove ore; quanti lettori possono vantare una settimana lavorativa così corta? (…) I cacciatori/raccoglitori del passato, che occupavano ancora terre fertili, difficilmente potevano stare peggio di quelli di oggi.»[10]

Ø      bisogno sociale di allargare la sfera e l’intensità del piacere sessuale, come dimostra il ritrovamento di tutta una serie di oggetti fallici in pietra, a partire da quello scoperto ad Ulm e risalente al 26.000 a.C.

Nel Paleolitico iniziò a crearsi lentamente un circolo virtuoso, in cui lo sviluppo lento e molecolare delle tecnologie e delle forze produttive sociali stimolò un lento progresso quantitativo e qualitativo dei bisogni umani che a sua volta accelerò e favorì la dinamica progressiva delle forze produttive in una spirale espansiva potenzialmente senza fine, in presenza ed attraverso forme generalizzate di appropriazione totale e collettiva del prodotto sociale e dei (limitati) mezzi di produzione da parte di tutti i maschi/donne dei clan preistorici.

Sempre per effetto della lenta trasformazione delle forze produttive, anche il periodo Neolitico-Calcolitico (9000-3900 a.C.) ancora egemonizzato in larga parte da rapporti di produzione collettivistici vide un nuovo balzo in avanti nel campo dei bisogni superflui e “consumistici”, non immediatamente indispensabili per la sopravvivenza e riproduzione biologica degli esseri umani. Ad esempio gli abitanti della città neolitica e prevalentemente collettivistica di Catal Huyuk, tra il 6400 ed il 5600 a.C., producevano e consumavano sia pane che vino/birra, utilizzavano sostanze dolcificanti come il miele e si vestivano di stoffe e di lana con frange e cordoncini, mentre le donne indossavano orditi a scialle con disegni a colori; già otto millenni or sono, nella cittadina anatolica venivano fabbricati ed utilizzati oggetti “superflui” quali stuoie e tappeti e nelle sue case trovavano posto già allora delle “superflue” scodelle in ceramica e cucchiai, casse di legno, portauova e cesti, mentre per il piacere estetico si utilizzavano elaborati specchi di ossidiana, perle ornamentali e ciondoli, saponi e cosmetici.[11]

Inoltre a Catal Huyuk erano già conosciuti ed apprezzati i disegni ornamentali sui vasi in ceramica, mentre le case a più piani venivano costruite in pietra; nelle tavole neolitiche dell’Asia Minore si trovavano uova e carne, mandorle ed uva, noci e pistacchi, latte e formaggio, e già durante il periodo predinastico in Egitto (V millennio a.C.) si diffuse anche la “superflua” produzione/consumo di gioielli in oro ed avorio.

Anche alla fine del periodo Neolitico-Calcolito la quantità e la qualità dei bisogni superflui e consumistici rimasero a un livello molto limitato rispetto a quello raggiunto ai nostri giorni, ma la “sindrome di Chukut’ien” già sei millenni or sono raggiunse (in ambienti socioproduttivi collettivistici) dei vertici assolutamente sconosciuti alle forme di vita non-umane, grazie all’effetto trainante dell’ancora limitato sviluppo delle forze produttive sociali e al parallelo processo di produzione e di oggetti non necessari per la pura e semplice riproduzione biologica degli esseri umani. Mentre non sembra sussistere alcuna spinta naturale ed innata del genere umano verso l’acquisizione crescente di beni materiali, l’esperienza storica del “rosso” paleolitico-neolitico mostra come anche solo un limitato sviluppo del processo di produzione inneschi uno sviluppo almeno equivalente e generale del bisogno sociale di beni superflui, non direttamente indispensabili per la sopravvivenza individuale/di gruppo, e produca un desiderio collettivo di un (limitato) benessere materiale, che superi lo stretto necessario per soddisfare i bisogni fisiologici basilari del genere umano (si pensi alla “superflua” ciotola gettata via da Diogene, per citare un famoso aneddoto dell’antica Grecia).

L’esperienza complessiva del paleolitico-neolitico ha dimostrato come la dinamica di accumulazione delle forze produttive sociali e delle conoscenze umane ha via via determinato la coesistenza plurimillenaria tra il complesso “naturale” dei bisogni fisiologici di sopravvivenza (trasformati a loro volta dalla pratica) della nostra specie ed una sfera più elevata di desideri ed aspirazioni, “artificiali” e consumistiche, enormemente più complessa di quelli propri agli altri primati superiori: degno di nota che tale coesistenza sia avvenuta quasi sempre in presenza di rapporti di produzione collettivistici ed in cui era data per scontata e normale l’appropriazione totale e collettiva del prodotto sociale, dei mezzi di produzione e del surplus da parte di tutti i membri delle tribù paleolitiche e delle comunità neolitiche, in cui ancora vigeva il predominio della linea rossa egualitaria e matriarcale-gilanica secondo una “regola” dell’appropriazione comunitaria/egualitaria che venne via via stravolta dopo il 3700 a.C., a vantaggio di una minoranza ristretta di abitanti degli stati classisti.

È stata infatti la vittoria epocale, in primo luogo politica e politico-militare, delle società di classe e protoclassiste, è stato il successo della “linea nera” nei rapporti sociali di produzione e di potere che ha prodotto un terzo salto di qualità epocale nella storia della fascia superiore dei bisogni collettivi del genere umano, con la comparsa progressiva a partire dal 3700 a.C. dei bisogni omega e di quelle tendenze nichilistiche, proprie e caratteristiche di tutte le classi dominanti/privilegiate apparse negli ultimi cinque-sei millenni di sviluppo storico, che costituiscono il primo livello della sfera dei bisogni post-3700 su cui si deve indagare.

Per effetto della vittoria su scala mondiale dei rapporti di produzione classisti (asiatici, schiavistici, ecc.) anche la tendenza generale paleolitica-neolitica rivolta all’espansione del livello di consumo prese un indirizzo particolare, allo stesso tempo elitario ed iperamplificato, per precise ragioni sociopolitiche. Infatti dal 3700 a.C. fino ai nostri giorni si è riprodotta quasi sempre una combinazione socioproduttiva tra:

Ø      la presenza di una massa di surplus produttivo permanente, di un “bottino” in grado di soddisfare almeno in parte le aspirazioni ed i desideri materiali più costosi (in una data epoca storica) di una minoranza ristretta delle società classiste.

Ø      la presenza di una produzione crescente e diversificata di oggetti di lusso e di beni di consumo di particolare valore, settore del resto iperincentivato dalla stessa esistenza di gruppi sociali privilegiati.

Ø      la presenza di rapporti di forza politico-militari favorevoli, ed a volte estremamente favorevoli, alle classi privilegiate.

Ø      la possibilità concreta di delegare a terzi persino i compiti di direzione e controllo del lavoro dei produttori diretti e delle masse sfruttate.

La combinazione mutevole di questi quattro fattori ha riprodotto su scala allargata, modificato profondamente e soprattutto indirizzato in senso elitario la già preesistente “sindrome di Chukut’ien”, ereditata dal periodo neolitico-calcolitico ma distorta/conservata su scala molto più estesa dal processo di sviluppo delle formazioni economico-sociali classiste. In ultima analisi, la correlazione concreta dei fattori sopra indicati all’interno dei diversi modi di produzione classisti ha innescato e prodotto un boom storico gigantesco del sistema di bisogni materiali espressi dai diversi gruppi egemoni sul piano socioproduttivo dopo il 3700 a.C., facendo in modo che almeno in forma latente – in presenza di rapporti di forza politici sfavorevoli – le diverse classi dominanti conservassero costantemente un livello di desideri/interessi allo stesso tempo estremamente dispendiosi (autoalimentati dall’emulazione reciproca) e omnipervasivi, “famelici” rispetto alla ricchezza sociale globale prodotta dalle diverse formazioni statali ed aree geopolitiche; la ricerca dell’appropriazione totale – o quasi – del surplus e dei mezzi di produzione si accompagnò costantemente sia all’iperconsumismo, attraverso la riproduzione di pratiche concrete tese all’appropriazione sempre più diversificata e costosa di oggetti di consumo di lusso, rari e capaci di assorbire quantità molto elevate di lavoro umano, che all’esclusione della grande maggioranza della popolazione da tale processo di consumo, ipersofisticato e iperdispendioso sul piano materiale.[12]

Da circa seimila anni la struttura di bisogni materiali collettivi delle classi sfruttatrici e dei diversi gruppi sociali privilegiati in sostanza è stata caratterizzata dalla riproduzione – molte volte sotto modalità latenti – di un livello superiore, ipermaterialistico e totalizzante di desideri ed aspettative, a volte anche soddisfatti quasi completamente e le cui caratteristiche fondamentali sono state (e sono tuttora):

Ø      la tendenza collettiva delle classi privilegiate ad assorbire ed appropriarsi dell’intero surplus e di tutti i mezzi di produzione esistenti nelle rispettive formazioni statali/aree geopolitiche, al fine di garantirsi le migliori precondizioni materiali possibili per il processo di soddisfazione dei loro desideri collettivi più elitari;

Ø      la tendenza alla riduzione al minimo indispensabile della massa di mezzi di sussistenza consumati concretamente dai produttori diretti e dalla forza-lavoro collettiva a disposizione delle classi sfruttatrici, sempre al fine di garantirsi le migliori precondizioni materiali per il processo di soddisfazione dei loro desideri collettivi più elitari;

Ø      la tendenza ad espandere al massimo grado possibile la quantità-qualità degli oggetti di consumo (e dei servizi lavorativi) goduti ed utilizzati dalle classi privilegiate delle diverse formazioni economico-sociali, grazie all’appropriazione privilegiata ed esclusiva del surplus e del pluslavoro;

Ø      la tendenza a ridurre al minimo, se non a zero, la partecipazione diretta al processo produttivo dei singoli esponenti delle classi venute in possesso delle condizioni materiali della produzione e del pluslavoro;

Ø      la tendenza alla tesaurizzazione (metalli preziosi, denaro, o opere d’arte), tipica di tutte le formazioni economico-sociali classiste, in una spinta e impulso collettivo che a giudizio di Marx “non ha per natura alcun limite” (Il Capitale, libro I, cap. III).

Vi sono anche alcune interessanti costanti nel processo di riproduzione della “linea nera”, all’interno della sfera del consumo e dei rapporti sociali di distribuzione.

L’esperienza storica dimostra innanzitutto come il livello superiore di bisogni generali delle classi dominanti dei modi di produzione asiatici, schiavistici, feudali e capitalistici sia rimasto nascosto più o meno completamente e sia entrato in uno stato di latenza quando esso ha dovuto affrontare la sua principale controtendenza sociopolitica, facilmente identificabile nella riproduzione di un grado sufficiente di contropotere e di controforza politica posseduta dalle masse popolari e dai produttori diretti: nelle situazioni storiche e negli scenari concreti in cui questo contropotere era invece quasi inesistente, la tendenza nichilista (Marx) ed ipermaterialistica dei gruppi sociali venuti in possesso delle condizioni materiali della produzione e del surplus ha potuto manifestarsi nel suo sinistro splendore riuscendo a trovare un grado molto elevato di soddisfazione concreta, mettendo in atto sia un processo di iperesposizione consumistica dei gruppi sociali privilegiati che la creazione di una (parallela) miseria assoluta dei produttori diretti, sfruttati ed oppressi al massimo grado possibile.

Inoltre la tendenza nichilista ha operato ovviamente su scala statale, ma il suo raggio d’azione si è esteso anche in campo internazionale costituendo una delle forze motrici principali delle diverse tipologie storiche di imperialismo classista (asiatico, schiavistico, feudale, capitalistico), sempre con il supporto di rapporti di forza statali valutati come molto favorevoli da determinate classi sociali ed ai loro mandatari politici, in presenza di relazioni di potenza capaci di fare uscire il livello omega dei bisogni materiali dal suo stato di latenza, di letargo e di potenzialità ancora inespressa.

Infine proprio l’importanza centrale assunta dalla presenza di rapporti di forza politici (e politico-militari) favorevoli per l’espressione esterna e/o per la soddisfazione concreta dei bisogni omega ha fatto sì che il livello elitario ed iperconsumistico dei desideri/aspettative materiali sia stato indubbiamente influenzato dai rapporti sociali di produzione classista di diversa natura, ma allo stesso tempo si sia collegato strettamente e costantemente alle relazioni di potere e di dominio/sottomissione in campo politico-sociale, visto che si tratta di un segmento di bisogni allo stesso tempo “economico” e “politico”.[13]

Pur con i loro elementi comuni di fondo, il bisogno omega e le tendenze nichiliste delle classi privilegiate hanno tuttavia assunto via via delle forme diversificate ed una certa discontinuità all’interno dei modi di produzione succedutisi storicamente dal 3700 a.C. ad oggi, facilmente verificabile attraverso una breve analisi delle pratiche concrete di consumo ed azione delle classi sfruttatrici durante gli ultimi sei millenni.

Nel modo di produzione asiatico le classi socialmente dominanti, facilmente identificabili con le élite politico-militari al potere (laiche, religiose) e con i gangli più elevati degli apparati statali, si sono effettivamente appropriate sia della quasi totalità delle condizioni generali della produzione, a partire dal possesso della terra e delle acque, che del surplus estorto ai produttori diretti, in primo luogo rurali.

Nella parte centro-settentrionale del subcontinente indiano, area geopolitica in cui il m.p. asiatico si è riprodotto costantemente per più di due millenni, la quota di tassazione statale diretta fin dall’epoca dei Maurya, una dinastia egemone nel IV-III secolo prima di Cristo, equivaleva ad almeno un quarto del prodotto lordo dei contadini ed alla rendita fondiaria statale si aggiungevano anche altre imposte, fissate dalle autorità centrali-locali.

«La terra apparteneva tutta allo stato, e i coltivatori potevano essere trasferiti se i funzionari erano scontenti dei loro metodi. Lo stato pretendeva un quarto del prodotto lordo, in luogo della sesta parte prescritta dalla legge: più tardi, a volte, avrebbe preteso anche un terzo, ma non vi è dubbio che già il limite di un quarto, con in più le imposte che immancabilmente vi si aggiungevano, lasciava ai contadini appena di che sopravvivere.»[14]

La miseria quasi assoluta dei contadini indiani, le cui dure condizioni materiali di vita consentivano in molte fasi storiche solo una riproduzione stentata e precaria delle loro famiglie, era collegata indissolubilmente al lusso ed all’ostentazione materiale che caratterizzava invece ininterrottamente la vita delle classi dominanti indiane dall’era maurya fino alla prima fase del dominio imperialistico britannico, nel 1763-1793 d.C.

Oltre che nelle spese militari e nei fondi di tesaurizzazione (oro, argento e pietre preziose), il plusprodotto estorto in modo coercitivo ai contadini veniva consumato dall’aristocrazia terriera indiana principalmente per procurarsi tutti i possibili generi di beni di lusso, spesso importati dall’estero (sete e porcellane cinesi, ecc.), oltre che per utilizzare masse ingenti di servitori ai fini del proprio prestigio sociale: durante l’Impero Moghul, nel 1600-1730, i contadini ad esempio arrivarono a versare allo stato, ai proprietari terrieri locali ed all’alta burocrazia civile e militare (i “mansabdar”) fino alla metà del prodotto lordo rurale, alimentando un incredibile iperconsumismo dei gruppi sociali egemoni sul piano socioproduttivo.

«La corte e i nobili proteggevano e incoraggiavano le arti e il sapere. A parte questo, però, ben poche erano le spese produttive.

Nel caso dei mansabdar, la precarietà della ricchezza, la necessità di prestigio, la certezza che tutto quanto sarebbe finito alla loro morte nelle mani dello stato, inducevano a spendere quasi tutto il loro denaro per circondarsi di lusso e di folle di dipendenti, opere architettoniche quasi sempre improduttive. Nel caso dei sovrani prevaleva lo stesso amore per il lusso e l’ostentazione. La posterità diede questo lusso e lo sfarzo opere insigni come il Taj Mahal e la grande moschea di Delhi, ma esso portò anche, e spesso, al puro spreco.»[15]

Anche la prima fase dell’Egitto dinastico, con le sue ipercostose piramidi, e la storia delle teocrazie sumere, maya e incas hanno visto esprimersi questo gusto comune delle classi dominanti del m.p. asiatico per l’ostentazione (a volte a fini religiosi) e per il lusso, sempre a spese e a carico delle masse popolari contadine, i cui mezzi di consumo servivano quasi solo per la riproduzione stentata e precaria del loro nucleo familiare.

Nelle formazioni economico-sociali di tipo asiatico il bisogno omega spesso si indirizzò anche verso tutti gli oggetti ipercostosi considerati in grado di garantire l’immortalità dei potenti, degli esponenti più autorevoli delle classi privilegiate: ad esempio nel 2600 a.C. Cheope, secondo sovrano della IV dinastia dei faraoni egiziani, impegnò per tre decenni alcune decine di migliaia di lavoratori al solo fine di edificare una tomba gigantesca che rendesse eterna la sua memoria e l’autorità del faraone, mentre anche la prima donna faraone, Hatshepsut (1470-1458 a.C.), dimostrò una notevole attrazione per il lusso e la magnificenza.

«Hatshepsut aveva un enorme sete di oro: costruì opere su scala tale da fare impallidire Luigi XIV e la sua Versailles. Le piaceva anche coprirsi il volto con una miscela di polvere d’oro e d’argento. Quando decise di erigere un grandioso monumento al dio Ammone, la principale divinità di Tebe, il suo progetto originale comprendeva, fra l’altro, due colonne d’oro alte circa trenta metri, che sarebbero state visibili sopra le mura del grande complesso di Karnak, esteso su un’area più vasta di quella dell’attuale Vaticano. Dopo che il suo cancelliere l’ebbe convinta ad essere un po’ più parsimoniosa, Hatshepsut si risolse a costruire le colonne in granito e a rivestirne d’oro solo la sommità. Anche così, comunque, furono necessari notevoli quantità di metallo prezioso.

Quando il lavoro fu terminato, Hatshepsut dichiarò: «Con la loro altezza percorrono il cielo… I loro raggi inondano le Due Terre quando il sole si leva in mezzo ad esse… Tu che dopo molti anni vedrai questi monumenti, dirai: “non sappiamo come abbiano potuto erigere intere montagne d’oro”.»[16]

Nel modo di produzione schiavistico l’appropriazione dei mezzi di produzione da parte del gruppo sociale privilegiato spesso arrivava a comprendere anche buona parte della stessa forza-lavoro umana, creando delle situazioni storiche nelle quali i produttori diretti liberi delle campagne e/o delle città costituivano solo una minoranza più o meno ristretta, dell’intera popolazione: molte volte anche i cittadini liberi che si erano indebitati venivano ridotti in schiavitù dai loro creditori o dagli usurai, spesso in proporzioni considerevoli.

Il tenore di vita della grande maggioranza degli schiavi era mantenuto estremamente basso dai loro padroni con metodi coercitivi, determinando in tal modo molto spesso delle condizioni di vita materiale che permettevano solo la riproduzione stentata e precaria della forza-lavoro servile: nella più vasta area schiavistica dell’occidente, la formazione statale romana, il processo di formazione della grande proprietà agricola fin dalla fine del terzo secolo a.C. creò le condizioni più favorevoli per l’applicazione in massa del lavoro degli schiavi nei campi e proprio uno degli uomini politici più importanti di quel tempo, M. P. Catone, ha fornito dati interessanti sull’alimentazione e sull’abbigliamento della manodopera servile del tempo.

«I guardiani del pastore ricevevano meno paga degli schiavi impegnati nei lavori pesanti; d’inverno la razione era più piccola che d’estate. Catone consigliava di preparare il vino destinato agli schiavi dagli avanzi. Per quanto riguarda l’abbigliamento raccomandava di dar loro a turno una tunica e un corto mantello. Consigliava altresì di togliere loro il vecchio vestito perché ne facessero una coperta rattoppata.

Catone fornisce una grande quantità di consigli sulla cura ed i medicamenti per il bestiame, spiega persino come fare sacrifici agli dei perché i buoi si mantengano sani, ma non fa parola del modo di curare gli schiavi ammalati. Dalla sua biografia noi già sappiamo che l’opinione al riguardo era quella di vendere gli schiavi vecchi o ammalati…» Pertanto «la condizione giuridica e di vita degli schiavi privati nel II e I secolo a.C. era straordinariamente dura. I motivi sono diversi: la grande quantità di schiavi e il loro basso prezzo, che dava la possibilità di sostituire i vecchi e gli ammalati facilmente; la loro concentrazione nelle grandi proprietà e nella casa, che determinava la necessità di mantenerli in uno stato di timore, ecc. Lo schiavo romano non godeva di alcuna protezione legale nei riguardi del padrone (l’uccisione o la mutilazione di uno schiavo altrui era perseguita a termini di legge come un attentato alla proprietà). Solo casi di evidenti ed eccezionali crudeltà potevano richiamare l’attenzione del censore.»[17]

Durante la seconda metà del II secolo a.C., in Sicilia molti padroni di schiavi arrivavano fino al punto di non curarsi neanche dell’alimentazione e dei vestiti utilizzati dai propri schiavi, lasciandoli “liberi” di procurarseli da sé con rapine lungo le strade di passaggio: secondo lo storico romano Diodoro, «una volta al grande proprietario Damofila, che le nostre fonti ritengono colpevole della prima rivolta degli schiavi, si presentarono alcuni schiavi nudi con la preghiera di fornir loro i vestiti. Il padrone non volle discutere: “Forse che i viandanti camminano nudi per il paese e non sono fonti di rifornimento per coloro che necessitano di vestiti?” Dopodiché fece bastonare gli schiavi e li congedò.»[18]

Per quanto riguarda il livello di consumi desiderato, e spesso ottenuto dalla classe privilegiata dei proprietari di schiavi, già ai tempi di Catone il Censore nell’alta società romana era ormai diffuso il lusso e lo spreco di massa, contro cui si scagliavano (invano) le misure repressive messe in atto dallo stesso Catone. Alcuni oggetti di lusso, quali vestiti ed ornamenti femminili, portantine e mobilio di qualità, erano diventati fin dall’inizio del III secolo a.C. di uso corrente nell’aristocrazia fondiaria romana e, sempre a partire da quel periodo, nelle case dei ricchi romani iniziarono ad essere impiegati nel lavoro domestico, in quantità abnorme ed improduttiva, masse ingenti di schiavi.

«Nella casa romana esistevano centinaia di schiavi, dai portieri, corrieri, lavapiatti, domestici, ai parrucchieri, manicure, maestri, medici, amministratori, fattorini, ecc.»[19]

Con il passare del tempo, la massa complessiva degli oggetti di consumo e dei servizi consumati nei strati più elevati dalle classi dei proprietari di schiavi romani crebbe e si estese enormemente sia sul piano quantitativo che qualitativo, creando un vero e proprio “impero dello spreco” che si riprodusse per cinque-sei secoli (sempre basandosi sul lavoro coatto degli schiavi) e che sotto l’imperatore Caligola raggiunse livelli inauditi.

«In questi banchetti, oltre a vedere disatteso il consueto cerimoniale, l’aristocrazia si trovava davanti a un lusso esorbitante. Venivano servite pietanze ricoperte di sfoglie d’oro, si creavano nuovi piatti e Caligola – a quanto si dice – beveva perle preziose sciolte nell’aceto. Tutto questo viene condannato nelle fonti antiche e spesso anche negli studi moderni come uno sperpero più o meno insensato. Ma l’esibizione del proprio status sociale aveva anche un chiaro significato e dunque una latente dimensione politica. Come già detto, tra i membri della classe senatoria e dell’ordine equestre si faceva a gara per avere la casa più bella ed il numero maggiore di ospiti di rango, gara che, quasi per una sorta di compensazione, sembra essersi ancora più accentuata dopo l’avvento dell’Impero e la perdita di potere effettivo da parte dell’aristocrazia. Tacito riferisce che nel periodo che va dall’inizio del potere assoluto di Augusto fino alla morte di Nerone il “lusso della tavola” era praticato senza badare a spese: «Quanto più uno si metteva in luce ostentando larghezza di mezzi, case lussuose e un fastoso tenore di vita, tanto più si imponeva per celebrità e vaste clientele.»[20]

Sono celebri sotto questo aspetto le pagine di Petronio nel Satyricon sulla cena iperlussuosa (ed ipercostosa) offerta ai suoi ospiti dal grande magnate Trimalchione: riproducendo almeno in parte delle scene reali nella realtà romana del I secolo d.C., Petronio descrisse con dovizia di particolari le interminabili ed elaborate portate del banchetto offerto da Trimalchione, che comprendeva piatti costruiti come enigmi, false uova che contenevano beccafichi, cibi che raffiguravano il segno dello zodiaco e un cinghiale arrosto, dal cui ventre uscivano volando uno stormo di tordi.[21]

All’interno del modo di produzione feudale, la tendenza dell’aristocrazia fondiaria si indirizzò sempre  sia verso l’appropriazione crescente delle terre dei contadini ancora liberi che all’aumento al massimo grado possibile dei carichi di lavoro e/o le rendite monetarie dovute dai servi della gleba ai loro padroni, almeno in presenza di rapporti di forza politici (politico-militare) ritenuti favorevoli/estremamente favorevoli a questo scopo.

La storia plurisecolare dell’impero bizantino è particolarmente istruttiva sotto il primo aspetto, dato che la lotta tra la spinta espansionistica dei grandi proprietari fondiari e la resistenza dei contadini rispetto alla pressione egemonica dei primi costituisce la chiave di volta principale per comprendere il processo di sviluppo/decadenza del feudalesimo bizantino, tra il VI ed il XV secolo d.C.; per quanto riguarda invece le forme storiche di ipersfruttamento feudale, sono esemplari i feroci e spietati processi di “rifeudalizzazione” attuati contro i contadini liberi e semiliberi che hanno interessato la Russia, la Polonia, l’Ungheria e la Germania orientale, a partire dal XIV secolo.[22]

Il tenore di vita dei servi della gleba era mantenuto generalmente ai limiti della sussistenza dell’azione costante dei proprietari fondiari e dei loro apparati statali, tanto che anche nella realtà storica relativamente avanzata dell’Inghilterra della fine del XIV secolo i contadini erano posti forzatamente in una condizione materiale quasi insopportabile, descritta almeno in parte persino da una cronaca partigiana effettuata dal francese Jean Frossart.

Testimone apertamente filo-feudale della grande rivolta dei contadini inglesi avvenuta nel 1381, Frossart riportò nelle sue Chroniques che «in Inghilterra, come anche in molti paesi, è comune che i nobili abbiano grande potere sui loro uomini e li tengano in servitù; vale a dire che essi debbano, per diritto e per costume, lavorare la terra dei gentiluomini, raccogliere grano, trasportarli nella casa, metterli nel granaio, batterli e tagliarli; e per servitù debbano fare il fieno e riporlo, tagliare la legna e trasportarla in casa, e tutte le altre servitù prescritte in Inghilterra e più numerose che altrove; perché così devono essere serviti i gentiluomini e i prelati, soprattutto nelle contee del Kent, dell’Essex e di Bedford, ove è più servitù che nel resto dell’Inghilterra.

Qui la gente peggiore cominciò a sollevarsi, dicendo d’essere tenuta in una insopportabile servitù, che quando il mondo fu creato non v’erano servi, che nessuno poteva diventarlo se non avesse tradito il suo signore come aveva fatto Lucifero con Dio; ma essi non erano così fatti e non erano né angeli né spiriti, ma degli uomini a somiglianza dei loro signori, che non volevano e non potevano più sopportare di essere trattati come bestie, che volevano essere tutti uguali, e se lavoravano o facevano qualche lavoro per i loro signori volevano avere una ricompensa.

Essi erano stati dapprima spinti a queste follie da un prete inglese, della contea del Kent, di nome Jean Ball, il quale per le sue stravaganti parole era già stato, più di una volta, messo in prigione dall’arcivescovo di Canterbury.

Infatti, questo Jean Ball aveva preso l’abitudine, la domenica, dopo la messa, quando la gente usciva dal mulino, di andare nel cimitero e di predicare la folla intorno a lui, dicendo: “Buona gente, le cose non possono né potranno andare bene in Inghilterra finché ogni bene non sia in comune, e non vi siano né villani né gentiluomini, ma tutti siano uguali. Perché quelli che noi chiamiamo nostri signori sono più ricchi e potenti di noi? Come l’hanno ottenuto? Perché vi tengono in servitù? Noi discendiamo tutti da un padre e da una madre, Adamo ed Eva. Perché possono dire di essere più grandi i signori che non, salvo perché vi fanno lavorare e guadagnare ciò che essi spendono? Essi sono vestiti di velluti e panni preziosi, coperti di pellicce, e noi siamo vestiti di povere stoffe; essi hanno il vino, le spezie e pane buono, e noi abbiamo la segale, la balla e la paglia e beviamo l’acqua. Essi hanno belle case, e noi abbiamo la pena e la fatica, e la pioggia e il vento nei campi, e dobbiamo mantenere con il nostro lavoro la loro condizione. Noi siamo detti servi e siamo picchiati se non facciamo subito quanto voluto. Noi non abbiamo nessuno per poterci lamentare, o che voglia ascoltarci o renderci giustizia. Andiamo dal re, che è giovane, mostriamo il nostro stato, diciamo che vogliamo vedere cambiate le cose o che vi rimedieremo da noi. Andiamo tutti e decisi, avremo dietro di noi quanti sono detti servi e sono tenuti in servitù e vogliono essere liberati. E quando il re ci vedrà e ci sentirà troverà il rimedio, in un modo o nell’altro”.

Così parlava questo Jean Ball, la domenica, alla fine della messa, nei villaggi, ed era lodato. Quelli che non pensavano al bene si dicevano “Egli dice il vero!”, e lo ripetevano e sussurravano l’uno all’altro incamminandosi sulla strada del villaggio, o nelle loro case: “Ecco ciò che dice Jean Ball, e dice il vero”.

L’arcivescovo di Canterbury, informato, faceva allora prendere Jean Ball per metterlo in prigione, e ve lo teneva due o tre mesi per castigarlo; ma sarebbe stato meglio che, dalla prima volta, l’avesse condannato a vita o fatto morire; perché, appena fuori dalla prigione dell’arcivescovo, quello riprendeva la sua opera come prima.

Finché a Londra molti popolani, invidiosi dei ricchi e dei nobili, vennero a sapere delle parole, della vita e dell’opera di Jean Ball, e cominciarono a dire fra loro che il regno di Inghilterra era mal governato, che era spogliato d’oro e d’argento da coloro che si dicevano nobili. Così questi malvagi londinesi cominciarono a ribellarsi ed a dire alla gente delle contrade sopra citate di andare a Londra senza paura, di venire tutti, perché avrebbero trovato Londra aperta ed il popolo dalla loro parte, e che tanto avrebbero fatto presso il re che in Inghilterra non vi sarebbero stati più servi.»

Come si nota anche dal resoconto fazioso di J. Frossart, la miseria di massa dei contadini veniva da loro stessi correttamente collegata alla costante riproduzione del fondo di consumo di lusso dei grandi feudatari (“velluti e panni preziosi, pellicce, vino e spezie, pane buono”) ed alla massa di pluslavoro da loro tesaurizzata sottoforma di oro, argento e pietre preziose; già nelle corti reali europee del XII secolo, del resto, le feste e i divertimenti caratterizzavano la vita quotidiana del re e dell’alta nobiltà seppur in presenza di un livello di sviluppo molto basso delle forze produttive sociali.

«La vita a corte è tutta seducente, e piena di gioie e di trastulli, di dame e di uomini pieni di spirito e di fantasia che passano la vita in occupazioni leggere, di nessun peso: le nugae, gli svaghi.»[23]

Musiche e musicisti, lauti banchetti, battute di caccia, i servizi e i servi di corte, giochi e passatempi erano solo alcuni segmenti della dolce ed oziosa vita degli strati superiori feudali: secondo il letterato di corte Pietro Di Blois, “… istrioni, lavandaie, giocatori di dadi, dolcieri, bettolieri, ciarlatani, buffoni, barbieri, tutta questa razza di parassiti” popolavano le corti reali.[24]

Ancora nella Francia semifeudale del XVIII secolo, mentre l’aristocrazia semifeudale laica ed ecclesiastica succhiava ed assorbiva in modo improduttivo una larga parte del surplus della nazione, “la stragrande maggioranza dei coltivatori riusciva a tenere per sé solo il minimo indispensabile a vivere. Il resto dei redditi dei suoli (dal 60 al 70% del totale) veniva introiettato prima dal re, proprietario eminente in quanto ricettore delle imposte, quindi dai percettori di rendita fondiaria, tutti signori proprietari… quale che fosse l’ordine di appartenenza, nobiltà, clero o terzo stato.»[25]

Come nelle precedenti formazioni economico-sociali prese in esame, i nobili e le classi abbienti ad esse legate “stramangiavano” per reazione alla miseria che li circondava e i privilegiati tendevano a fare “eccessivo sfoggio di vestiario”, notò correttamente Cipolla, mentre “l’acquisto di gioielli era in parte espressione di questo desiderio esibizionistico, in parte era una forma di tesaurizzazione”: la forte concentrazione della ricchezza inoltre “favoriva la domanda di servizio domestico”, anche perché il numero dei servitori era un simbolo di ricchezza e potere.[26]

Sempre all’interno dei processi di riproduzione dei modi di produzione precapitalistici sopra esaminati, i livelli concreti di sfruttamento delle masse popolari e i diversi gradi di trasformazione del surplus dei fondi di consumo delle classi privilegiate trovano generalmente i loro apici nelle zone di conquista, nelle aree geopolitiche sottomesse con successo dai diversi imperialismi espressi via via dalle formazioni economico-sociali asiatiche, schiavistiche o feudali.

Durante il primo secolo di storia dell’impero coloniale spagnolo in America Latina, il bisogno omega dei nuovi dominatori ispanici si manifestò nelle forme più estreme, producendo allo stesso tempo sia un pauroso decremento demografico delle popolazioni native che un livello formidabile di appropriazione da parte dei feroci “conquistatori” del prodotto totale e del surplus creato nell’area americana conquistata.

Anche se le malattie di origine eurasiatica giocarono un ruolo importante nel crollo demografico delle popolazioni amerinde, la diminuzione di più di 45 della popolazione dell’America Latina verificatasi tra il 1520 ed il 1600 avvenne principalmente a causa dell’ipersfruttamento feudale ispanico, non frenato quasi in alcun modo dopo il 1540 dal quasi inesistente contropotere politico-militare degli indios.

«Hernando de Santillan, un funzionario inviato dalla Spagna all’audencia di Lima, ha lasciato una toccante testimonianza dello stato miserabile degli indios. “Anche se viene il gelo o se i cereali e gli altri vegetali sono distrutti dalla siccità, essi sono costretti a pagare il tributo per l’intero. Nulla avanza a loro di ciò che riescono a produrre. Vivono l’esistenza più infelice e miserabile della terra. Finché sono in buona salute non possono far altro che lavorare continuamente, per riuscire a versare il tributo. Ed anche quando cadono ammalati non hanno tregua; pochi sopravvivono alla prima infermità che li coglie, per quanto leggera, data l’estenuante vita che conducono. Dormono per terra… mangiano esclusivamente mais, chili e verdure: non assaggiano mai carne né alcunché di sostanzioso, tranne qualche pesce se vivono presso la costa.

Gli unici arredi delle loro case sono giare, vasi, fusi, telai e altri strumenti di lavoro. Di notte dormono con le vesti che portano durante il giorno, e di rado riescono a vestire i bambini, che per lo più vanno nudi (…) Sono profondamente avviliti dalla loro miseria e dal loro servaggio (…) e credono che dovranno continuare a lavorare per gli spagnoli finché vivranno, e così i loro figli e discendenti, senza che mai nulla venga a rallegrarli. Perciò essi disperano; chiedono non più del pane quotidiano, e non riescono ad avere neppure ciò (…) Non vi è sulla terra altro popolo che lavori tanto intensamente e che sia così umile e mite.»[27]

Le popolazioni amerinde vennero sfruttate ferocemente per tre secoli dai feudatari spagnoli (gli “encomenderos“) e dall’apparato statale dell’impero, i cui “oggetti del desiderio” non erano per nulla oscuri o celati.

«Qualche determinazione di tributo sancito da Gasca» (governatore del Perù, a partire dal 1544) «è giunto fino a noi: si tratta di documenti che fanno orrore. L’imposta annua del Conchucos, una remota regione tra la Cordillera Blanca e l’alto Maranon, comprendeva: 2.500 pesos di oro e di argento; 400 fanegas (hl 232) di grano, 800 fanegas (hl 464) di orzo, 200 (hl 116) di mais e 100 (hl 58) di patate; trenta lama; 3 arrobas (kg 34,5) di grasso per candele; 30 maiali di più di 18 mesi; 300 capi di pollame, di cui 150 galline; 45 coppie di pernici; 1.040 uova, “venti ogni venerdì, giorno di magro”; 25 carichi di sale; venti tronchi di salice o di ontano, lunghi almeno 6-7 metri, e cento pali di agave; 25 piccoli mastelli, 25 piatti, 25 scodelle di legno, 6 selle e 20 taglieri… Quasi tutto questo imponente apparato doveva essere consegnato presso la residenza cittadina dell’encomendero a Huanuco, che distava molti giorni di viaggio. Oltre i prodotti, il repartimiento doveva fornire ottanta persone: pastori, contadini e servitori personali dell’encomendero. In cambio di tutti codesti omaggi, cosa ci si aspettava di ricevere dall’encomendero? Il documento ufficiale contiene la risposta: “E affinché voi, encomendero, possiate accettare questi tributi con meno ansia o scrupoli di coscienza, vi incarichiamo di istruire i detti indigeni nella dottrina della nostra Santa Fede Cattolica…»[28]

Gli esempi in questo senso potrebbero essere facilmente moltiplicati a dismisura, prendendo in esame la storia predatoria dei diversi imperialismi classisti e quella “costante di Sargon” già analizzata in precedenza, sempre in presenza di correlazioni di potenza estremamente favorevoli agli Stati-vampiro nei confronti delle aree geopolitiche e delle nazioni sottoposte al loro dominio.

Passando al modo di produzione risultato dominante su scala mondiale dal 1870-1880, emerge subito come il bisogno omega iperconsumista, predatorio ed elitario abbia infettato e contaminato anche la coscienza e i sogni collettivi dell’alta e media borghesia contribuendo in misura notevole, assieme all’azione costante delle spietate leggi della concorrenza e della caduta tendenziale del saggio di profitto, alla riproduzione di tutta una serie di pratiche concrete che hanno contraddistinto l’intero processo di sviluppo della formazione economico-sociale capitalistica, quasi fin dalle sue lontane origini: le tendenze combinate all’appropriazione totale del prodotto sociale, all’ipersfruttamento (al limite autodistruttivo) della forza-lavoro salariata e all’iperconsumismo rappresentano delle costanti, della borghesia anche se a volte latenti e autorepresse, partendo dalle sue lontane origini fino ad arrivare ai nostri giorni “post-moderni”.

La dinamica di sviluppo del m.p. capitalistico mostra in primo luogo, con dovizia di esempi e di particolari, l’esistenza di processi di espropriazione su larga scala dei piccoli produttori autonomi, avviati e portati a termine dalla borghesia fin dal XVI secolo.

«Il movimento storico che trasforma i produttori in operai salariati appare quindi da un lato come loro liberazione dalla servitù e dagli obblighi corporativi; e per i nostri storiografi borghesi esiste solo questo lato. Ma dall’altro lato queste persone da poco liberate divengono venditrici di se medesimi solo dopo che sono state private di tutti i loro mezzi di produzione e di tutte le condizioni d’esistenza che garantivano loro le antiche istituzioni feudali. E la storia di queste espropriazioni di lavoratori è scritta negli annali dell’umanità a caratteri di sangue e di fuoco.

(…) Nella storia dell’accumulazione originaria fanno epoca da un punto di vista storico tutti i rivolgimenti che servono di leva al formarsi della classe capitalistica; ma soprattutto fanno epoca i momenti nei quali grandi masse di uomini vengono improvvisamente e violentemente separate dai loro mezzi di lavoro e buttati sul mercato del lavoro come proletariato messo al bando. L’espropriazione dei produttori agricoli, dei contadini, e il loro allontanamento dalle terre costituisce la base dell’intero processo. La sua storia assume aspetti differenti a seconda dei diversi paesi e percorre fasi differenti in successioni differenti ed in epoche storiche differenti. Solo in Inghilterra, che per questo prendiamo come esempio, esso possiede forma classica.»[29]

Non solo: la pratica concreta delle formazioni economico-sociali capitalistiche negli ultimi due secoli rivela chiaramente la carsica cannibalizzazione dei capitalisti più deboli e/o più piccoli da parte dell’alta borghesia e dei grandi monopoli più agguerriti, in un processo continuo di accentramento e monopolizzazione dei mezzi di produzione da parte di una ristretta minoranza della stessa classe dominante.

«Questa espropriazione si compie attraverso il giuoco delle leggi immanenti della stessa produzione capitalistica, attraverso la centralizzazione dei capitali. Ogni capitalista ne ammazza molti altri.»[30]

Tutta una serie di dati inoppugnabili sul peso determinante ormai assunto dai monopoli e dalle multinazionali nelle moderne economie capitalistiche confermano le previsioni di Marx, accettate anche dai più lucidi economisti ed imprenditori borghesi. «Ogni imprenditore, ogni manager aspira a essere un monopolista, come lo fu John D. Rochefeller con la Standard Oil. È per la libertà di mercato quando si tratta di conquistare, ma protezionista quando deve difendersi da un nuovo concorrente.»[31]

Parallelamente una delle costanti del m.p. capitalistico risulta da sempre costituito dalla tendenza (aperta-latente) a ridurre i salari degli operai e dei lavoratori dipendenti fino alla soglia della mera sopravvivenza, spinta che emerge pienamente alla luce del sole in presenza di rapporti di forza politico-sociali molto favorevoli alla borghesia.

Secondo Marx “l’estremo limite, un limite minimo, il valore della forza lavorativa è costituita dal valore di una massa di merci senza la cui fornitura quotidiana il proprietario della forza lavorativa, l’uomo, non può ripetere il suo processo di vita; perciò dal valore dai mezzi di sussistenza indispensabili fisiologicamente. Se il prezzo della forza lavorativa cala questo minimo, scende al di sotto del suo valore, giacché in questa maniera la forza lavorativa può conservarsi e svilupparsi soltanto in forma ristretta e ridotta. Ma il valore di ogni merce è stabilito dal tempo di lavoro che occorre per dare una normale buona qualità.»[32]

Marx era perfettamente a conoscenza del fatto che tale “estremo limite” del valore della forza-lavoro è stato spesso raggiunto, e a volte persino superato dalle “tendenze nichiliste” espresse dal capitale nel XIX come nel XX e XXI secolo, seppure solo in presenza dei rapporti di forza politico-sociali ritenuti propizi dalla borghesia ed i suoi mandatari politici.

«Nelle sezioni sulla produzione del plusvalore abbiamo sempre supposto che il salario fosse almeno uguale al valore della forza lavorativa. Tuttavia la riduzione dei salari al di sotto di questo valore ricopre un ruolo troppo grande nel movimento pratico, perché noi non ci soffermiamo un attimo su di essa. Tale riduzione trasforma in effetti, entro certi limiti, il fondo necessario di consumo dell’operaio in un fondo di accumulazione del capitale. «I salari» afferma J. St. Mill «non hanno alcuna forza produttiva; essi sono il prezzo di una forza produttiva; i salari accanto al lavoro, non contribuiscono alla produzione delle merci più di quanto faccia il prezzo degli stessi macchinari. Se si potesse avere lavoro senza acquistarlo, i salari sarebbero superflui.» Ma qualora gli operai riuscissero a vivere d’aria, non si potrebbero nemmeno acquistare a nessun prezzo. Il fatto che gli operai siano gratuiti è quindi un limite in senso matematico, sempre irraggiungibile, sebbene ci si possa avvicinare sempre di più. È costante tendenza del capitale quella di abbassarli a questo punto nichilistico. Uno scrittore del XVIII secolo, da me più volte citato, l’autore dell’Essay on trade and commerci, quando dichiara che è un essenziale compito storico dell’Inghilterra quello di ridurre i salari a livello francese o olandese, non fa che svelare l’intimo segreto dell’animo del capitalismo inglese. Tra l’altro egli afferma con ingenuità: «Ma se i nostri poveri (termine tecnico per gli operai) vogliono vivere col lusso… il loro lavoro deve essere naturalmente caro… Si consideri soltanto la orribile massa di superfluità» (“heap of superfluities“) «che è consumata dai nostri operai manifatturieri, come acquavite, gin, the, zucchero, frutta importata, birra forte, tele stampate, tabacco da fiuto e da fumo, ecc.» e cita lo scritto di un fabbricante del Northamptonshire, che si lamenta lanciando sinistre occhiate verso i cieli: «In Francia il lavoro costa un intero terzo in meno che in Inghilterra, dato che i poveri francesi lavorano pesantemente e non vanno per il sottile quanto al mangiare e al vestirsi; il loro consumo principale è costituito da pane, frutta, erbe, radici e pesce secco, e mangiano la carne solo raramente, e quando il prezzo del grano è alto mangiano pochissimo pane.»

«E a questo va aggiunto il fatto» prosegue il saggista «che le loro bevande si riducono ad acqua o a simili liquori poco forti, in maniera che le loro spese giornaliere sono straordinariamente piccole. A dire il vero non è cosa facile introdurli a tali abitudini, ma esse non sono irraggiungibili, come ci mostra in maniera chiarissima la loro esistenza in Francia e in Olanda.»[33]

Ma non solo: in precedenza si è già analizzata la tendenza costante e «l’istinto immanente della produzione capitalistica» teso ad «appropriarsi lavoro durante tutte le 24 ore al giorno» (Marx, Il Capitale) e ad allungare al massimo sia la durata che l’intensità della giornata lavorativa degli operai, facendo in modo che negli scenari storici in cui i rapporti di forza tra le classi (in primo luogo politici) o diventassero nettamente sbilanciati a favore della borghesia, il livello di vita degli operai e dei lavoratori dipendenti venisse abbassato proprio “al di sotto del loro valore” e che parallelamente la lunghezza della giornata lavorativa fosse allungata a dismisura, assieme alle sofferenze dei produttori diretti.

La tendenza nichilista del capitalismo industriale in campo salariale riuscì a materializzarsi quasi completamente nella condizione imposta dalla borghesia agli operai agricoli della Gran Bretagna, durante i primi tre decenni dell’Ottocento: alla fine del secolo XVIII e durante i primi decenni del secolo XIX i fittavoli e i grandi proprietari inglesi imposero infatti dei salari ridotti al minimo assoluto, pagando i braccianti agricoli meno del minimo in forma di salario e integrando il resto nella forma di sussidio parrocchiale.

Marx ricordò che quando i notabili inglesi (gli squires) stabilirono i salari minimi a Speenhamland nel 1795, essi «avevano fatto il loro pasto meridiano, ma pensavano evidentemente che i loro operai non ne avessero bisogno… Deliberarono che il salario settimanale doveva essere di 3 scellini a testa, mentre la pagnotta di pane di 8 libbre e 11 once costava 1 scellino, e che doveva salire gradualmente fino a che la pagnotta costasse 1 scellino e 5 pence. Appena la pagnotta fosse stabilita al di sopra di questo prezzo, il salario doveva diminuire proporzionalmente, fino a che il prezzo della pagnotta avesse raggiunto i 2 scellini: a questo punto il nutrimento di un operaio sarebbe stato minore di 1/5 di quello del momento iniziale.» Davanti al comitato d’inchiesta della House of Lords del 1814 venne interrogato un certo A. Bennett, grande fittavolo, autorità cittadina, amministratore della casa dei poveri e regolatore dei salari: «Si osserva una qualche proporzione tra il valore del lavoro giornaliero e il sussidio parrocchiale dato agli operai?» Risposta: «Sì. L’introito settimanale di ogni famiglia viene completato a partire dal salario nominale fino alla pagnotta di pane da un gallone (8 libbre e 11 once) e a 3 pence a testa… Noi presupponiamo che la pagnotta da un gallone sia sufficiente per il mantenimento di ogni persona della famiglia per una settimana; i 3 pence sono per i vestiti; e se la parrocchia preferisce fornire direttamente i vestiti, i 3 pence vengono detratti. Questa prassi regna non solo in tutta la parte occidentale del Wiltshire, ma, credo, in tutto il paese.» «Così – esclama lo scrittore borghese di quel periodo – i fittavoli hanno degradato per anni e anni una classe rispettabile di loro compatrioti, costringendoli a ricorrere alla casa di lavoro… Il fittavolo ha aumentato i propri guadagni impedendo, da parte dell’operaio, anche l’accumulazione del fondo di consumo più indispensabile. Che parte abbia oggi nella formazione del plusvalore, e quindi del fondo di accumulazione del capitale, il furto diretto sul fondo di consumo necessario dell’operaio, ce l’ha mostrato ad esempio il cosiddetto lavoro a domicilio (vedi cap. 15 nr. 8C).»[34]

Storie superate e provenienti da un lontano passato, ormai sepolto? Non sembra, visto che anche negli Stati Uniti della fine del XX secolo, non ancora entrati nell’ennesimo ciclo recessivo capitalistico, l’impoverimento assoluto, la miseria e lo “stato di emergenza” in cui si trovarono ampi stati di lavoratori americani costituirono dei dati reali innegabili.

Nello splendido libro-inchiesta di Barbara Ehrenreich dedicato alle “paghe da fame” negli USA, emerge chiaramente che nel 1999 quasi il 30% della forza-lavoro statunitense accettava di lavorare per 8 dollari all’ora, o anche meno (dati dell’Economic Policy Institute di Washington).

«Ma a quanto ammonta il necessario per vivere? Dopo aver passato in rassegna decine di studi sull’argomento, l’Economic Policy Institute ha concluso che, per una famiglia composta da un adulto e due minori, il “salario minimo di sussistenza” dovrebbe aggirarsi in media sui 30.000 dollari all’anno, l’equivalente di una paga oraria di 14 dollari. La cifra dovrebbe coprire, oltre alle spese di pura e semplice sopravvivenza, anche l’assicurazione sanitaria, il telefono e l’assistenza dei bambini presso centri certificati, tutte cose inaccessibili per milioni e milioni di persone. Non comprende, invece, i pasti fuori casa, il noleggio di videocassette, l’accesso a Internet, vini e liquori, sigarette e biglietti della lotteria (e nel vitto la quantità di carne prevista è piuttosto scarsa). Dunque, il dato scandaloso è che in America la maggior parte dei lavoratori, circa il 60%, guadagna meno di 14 dollari l’ora. Molti riescono a tirare avanti se sono in due a lavorare in famiglia. Altri se la cavano con aiuti statali, sottoforma di buoni per i generi alimentari, sussidi per l’affitto, crediti sul reddito da lavoro o, negli stati più generosi, programmi di assistenza all’infanzia. Ma altri, e madri sole per esempio, devono sopravvivere con quello che guadagnano, indipendentemente dal numero di bocche da sfamare.

Ai datori di lavoro, la cifra di 30.000 dollari all’anno (che è oltre il doppio dell’attuale salario minimo di ingresso) farà presagire scenari di bancarotta immediata. In effetti, è probabilmente impossibile per il settore privato garantire a tutti i lavoratori un livello di vita decente attraverso il solo adeguamento salariale: troppi servizi indispensabili, come l’assistenza sufficiente per i figli, hanno costi esorbitanti, anche per le famiglie di classe media. Quasi tutte le nazioni civili compensano i salari insufficienti fornendo servizi pubblici relativamente generosi, come un servizio sanitario per tutti, asili e scuole gratuite o sovvenzionate, case popolari e una rete efficiente di trasporti pubblici. Gli Stati Uniti, invece, ricchi come sono, lasciano che i loro cittadini si arrangino da soli, pagando per esempio affitti determinati dal mercato col solo reddito da lavoro. Cioè, tre milioni di americani, con quei 10 dollari (o 8 dollari o 6 dollari) che guadagnano all’ora.

È diffusa la tendenza, tra chi povero non è, a pensare che la povertà sia una condizione vivibile; “dura, forse, ma in un modo o nell’altro se la cavano, no?”. Riesce più difficile, per chi povero non è, riconoscere che la povertà è uno stato di sofferenza acuta, fatto di pranzi a base di patatine, per cui ti senti svenire prima della fine del turno. Fatto di notte e dormire in macchina, perché quella è la sola “casa” che hai. Fatto di malesseri o infortuni superati stringendo i denti (“lavora che ti passa”), perché le assenze per malattia non sono retribuite o coperte dall’assicurazione e la perdita di un giorno di paga significa niente pranzo il giorno dopo. Esperienze del genere non fanno parte di una vita vivibile, neppure di una vita di privazione cronica e di piccoli, continue vessazioni. Sono, a tutti gli effetti, situazioni di emergenza. Ed è così che dovremo considerare la povertà di milioni di lavoratori a basso salario: come uno stato di emergenza.»[35]

Quando i rapporti di forza politico-sociali lo consentono concretamente, la tendenza nichilista del capitalismo dispiega almeno in parte la sua potenza d’urto: ad esempio nei post-moderni Stati Uniti dei primi tre mesi del 2000, i lavoratori salariati appartenenti al 10% più povero della popolazione hanno guadagnato in termini reali soltanto il 91% di quello che percepivano effettivamente ventisette anni prima, nel 1973, ed un altro arretramento del 10% in quasi tre decenni, nella più opulenta metropoli imperialistica del mondo, rappresenta un dato di fatto degno di attenzione storica e teorica.

Tuttavia è stato proprio nell’area coloniale/neocoloniale che la pressione concreta della borghesia, dei monopoli, delle multinazionali e dei loro mandatari politici sul tenore di vita dei produttori diretti ha raggiunto i suoi apici e che il bisogno omega degli sfruttatori si è manifestato nel suo sinistro zenith.

Ad esempio nell’India del 1876-79, colpita da una gravissima siccità e dalla conseguente carestia, le conseguenze del disastro naturale vennero aggravate a dismisura dalla spietata decisione politica presa dalle autorità coloniali britanniche e del suo mandante, la borghesia della madrepatria: queste ultime decisero coscientemente di non soccorrere in alcun modo e per molto tempo le innumerevoli vittime della carestia, in omaggio alle sacre leggi del mercato ed alla “mano invisibile” di A. Smith ed in seguito, quando finalmente vennero tardivamente organizzati i primi soccorsi, esse seguirono le più spietate tendenze nichiliste del capitale, dato che il viceré Lytton ed il suo tirapiedi R. Temple crearono su larga scala dei campi di lavoro che anticiparono i futuri orrori dei lager di sterminio nazisti.

Seguendo alla lettera le istruzioni delle autorità imperiali britanniche, Temple “divenne per la storia indiana quello che Charles Edward Trevelyan, il segretario permanente del Tesoro durante la Gran fame, in seguito governatore a Madras, è stato per la storia irlandese: la personificazione dell’economia di mercato come maschera del genocidio coloniale.

Durante un viaggio lampo nella campagna affamata del Deccan orientale, Temple fece espellere mezzo milione di persone dai cantieri pubblici e costrinse Madras a seguire i precedenti di Bombay richiedendo ai candidati affamati di recarsi in campi dormitorio lontani dalla loro residenza per lavorare con coolie nei cantieri di strade ferrate e canali. Questo “esame della distanza”, volutamente crudele, si rifiutava di dare lavoro agli adulti abili e ai bambini più grandi nel raggio di una quindicina di chilometri da casa loro. Ai braccianti affamati era inoltre proibito chiedere aiuti fino a quando non “si certificava che erano diventati indigenti, privi di mezzi e capaci solo di un minimo di lavoro”. In seguito Digby ricordò che Temple “era andato a Madras con l’idea preconcetta che si trattasse di una calamità esagerata, affrontata in modo inadeguato, e perciò la realtà fu fatta quadrare con la teoria, anche se inconsapevolmente… Si aspettava di vedere un certo stato delle cose e quello vide: quello e null’altro.»

In quello che definì lui stesso un “esperimento” benthamiano, che anticipava in modo inquietante la successiva ricerca nazista sulle diete minime di sussistenza per l’uomo rinchiuso nei campi di concentramento, Temple tagliò le razioni ai coolie maschi, che paragonò a “una scolaresca di bambini indisciplinati”, fino a una libbra di riso al giorno (circa 450 grammi) nonostante i dati sanitari secondo cui i Ryot – un tempo “bella gente robusta” – adesso erano poco più che “scheletri ambulanti… assolutamente inadatti al lavoro. Ricordando che i criminali ricevevano normalmente due libbre di riso al giorno, un funzionario di distretto suggerì che sarebbe meglio sparare a quei disgraziati piuttosto che prolungare le loro sofferenze come è stato proposto.” La stessa razione ridotta era stata introdotta in precedenza nel Deccan di Bombay dal generale Kennedy (un’altra personalità discussa, “poco popolare persino nel suo dipartimento”), mentre il commissario sanitario di Madras, il dottor Cornish, era «dell’opinione che sperimentare in quel caso significasse solo morte per fame, lenta quanto sicura». A parte la carenza calorica pura e semplice, Cornish segnalava che una razione di solo riso senza un’aggiunta quotidiana di legumi ricchi di proteine (dal), di pesce o di carne avrebbe portato a un rapido decadimento. Infatti, come senza dubbio sapeva anche il vicegovernatore, il governo indiano aveva in precedenza fissato la dieta minima dei coolie emigranti per mare, perciò “in stato di riposo”, a venti once di riso (cioè una libbra e un quarto), più una libbra di dal, verdure e condimenti. Sicché il “salario di Temple”, come divenne noto, forniva un sostentamento inferiore, in cambio di duro lavoro, alla dieta garantita dentro il tristemente noto lager di Buchenwald, e meno della metà del moderno standard calorico raccomandato per i maschi adulti dal governo indiano.

Temple, che tre anni prima aveva fissato la razione minima durante la carestia nel Bengala a una libbra e mezzo di riso più dal, adesso respingeva pubblicamente le proteste di Cornish e di altri ufficiali sanitari che in modo errato, e secondo lui “irresponsabile”, elevavano la salute pubblica sopra le pubbliche finanze. E gli faceva anche la predica: “Tutto deve essere subordinato… al dovere finanziario di sborsare la minima somma di denaro compatibile con la salvaguardia della vita umana”. Completò quindi la sua spedizione a fini di austerity a Madras imponendo la legge contro i contributi caritatevoli del 1876, che proibiva sotto pena del carcere le donazioni private che in potenza interferivano con la fissazione dei prezzi di mercato del grano, e impedì inoltre a Buckingham di cancellare le pesanti imposte sui terreni nei distretti afflitti dalla fame. A maggio, dopo che Temple era rientrato per fare rapporto, il viceré censurò i funzionari di Madras per le loro “esagerate valutazioni” del disagio e per gli “aiuti non richiesti”. Intanto, Temple dichiarava di aver messo “la carestia sotto controllo” (Digvy rispose amareggiato che “è difficile poter affermare di avere controllato adeguatamente una carestia che ha ucciso un quarto della popolazione”).»[36]

Deve essere sottolineato, come fa di sfuggita M. Davis nella sua opera, che le autorità inglesi poterono organizzare questi massacri orrendi di massa, appena celati, solo perché l’India del 1876-79 «era ancora traumatizzata dal terrore puro e semplice che aveva fatto seguito all’Ammutinamento di vent’anni prima. Le proteste violente erano sconsigliate ovunque dal ricordo dei sepoy smembrati sulle bocche dei cannoni e delle vere e proprie foreste di contadini appesi a un cappio».[37]

Ancora all’inizio del terzo millennio, centinaia di milioni di salariati in America Latina, Africa ed Asia ottengono per una lunga giornata di lavoro letteralmente solo “salari da fame”, a malapena sufficienti per una riproduzione stentata, precaria e dolorosa della loro forza-lavoro: si tratta di una situazione da incubo (permanente) che colpisce la maggioranza dei lavoratori occupati, in modo più o meno precario, nelle regioni ipersfruttate del nostro pianeta, devastando ed opprimendo centinaia di milioni di esseri umani sottoposti ad una costante e forzata sotto-valutazione della loro forza-lavoro.[38]

La “tendenza nichilista” del capitale, descritta in modo penetrante da Marx, si collega strettamente alla parallela riproduzione a spirale dei livelli di consumo superiori espressi (di regola)  dalla fascia medio-alta della borghesia industriale e finanziaria, visto che proprio l’esperienza concreta degli ultimi tre secoli ha dimostrato la quasi costante propensione al consumo di lusso ed all’ostentazione materiale che ha contraddistinto anche gli strati superiori della formazione economico-sociale capitalistica, con l’eccezione forzata e temporanea di quella prima fase dell’accumulazione del capitale in cui la borghesia fu costretta – pena la propria autodistruzione come gruppo privilegiato – ad un rigido autocontrollo collettivo dei propri livelli di desideri ed aspettative materiali.

Il solito Marx suddivise correttamente il plusvalore, il plusprodotto di cui si appropria ininterrottamente la classe capitalistica nel suo complesso in due parti, in due sezioni distinte: fondo di consumo e fondo di accumulazione.

«Una parte del plusvalore viene consumata dal capitalista come reddito, un’altra viene adoperata come capitale, cioè accumulata. Data la massa del plusvalore, l’una di queste parti sarà tanto più grande quanto più piccola sarà l’altra. Sempre uguali considerando tutte le altre circostanze, la proporzione nella quale si compie tale divisione determina la grandezza dell’accumulazione.»

Ma soprattutto il geniale rivoluzionario tedesco intuì che i livelli quantitativi-qualitativo dei bisogni materiali, effettivamente espressi e/o soddisfatti dalla borghesia, si accrescono parallelamente allo sviluppo delle forze produttive da essa controllate.

«Quanto più è sviluppata la produzione capitalistica in un paese, quanto più rapida e massiccia l’accumulazione, quanto più ricco il paese, quanto più colossale quindi il lusso e lo sperpero, tanto più grande è questa differenza tra la massa complessiva del plusvalore e ogni parte di essa che viene convertita in capitale.»[39]

In questo campo la tendenza dominante propria del modo di produzione capitalistico – appena arginata da alcune controtendenze secondarie – è stata e consiste tuttora nell’aumento progressivo della massa complessiva del fondo di consumo utilizzato dalla borghesia, a dispetto delle stesse leggi della concorrenza e contro la necessità imperiosa di un “aumento continuo del capitale investito in un’impresa industriale” (Marx), in una sorta di vero e proprio “peccato originale” (Marx) effettuato quasi senza sosta dalla stessa borghesia proprio contro il processo di accumulazione capitalistico: peccato e tendenza che soddisfano tuttavia il livello più elevato e costoso dei bisogni materiali espressi dai diversi segmenti che formano la moderna classe capitalistica. In altri termini l’espressione deformata, elitaria e totalizzante (rispetto al surplus ed ai mezzi di produzione) della paleolitica-neolitica “sindrome di Chukut’ien” si riproduce anche nel seno del sistema stratificato di bisogni dell’alta e media borghesia, a dispetto del profondo antagonismo di questo “iperconsumismo” con la logica oggettiva dell’accumulazione capitalistica, in un processo reale ed indiscutibile che Marx intuì e descrisse senza tuttavia avere il tempo di indicarne le lontane radici, le cause profonde della sua riproduzione storica ininterrotta.

«Ma il peccato originale opera ovunque. Con lo sviluppo del modo di produzione capitalistico, dell’accumulazione e della ricchezza, il capitalista cessa di essere una semplice incarnazione del capitale. Egli prova una “umana commozione” per il suo proprio Adamo e s’edifica in tale maniera che irride al fanatismo per l’ascesi come il pregiudizio di un anacronistico tesaurizzatore. Mentre il capitalista classico condanna il consumo individuale come peccato contro la propria funzione e come un “astenersi” dall’accumulazione, il capitalista modernizzato riesce a considerare l’accumulazione come “rinuncia” del proprio impulso al godimento. “Due anime alberga il petto mio, l’una si vuole dall’altra staccare”.

Agli inizi storici del modo di produzione capitalistico – e ogni capitalista “parvenu” percorre individualmente questo stadio storico – predominano come passioni assolute l’impulso all’arricchimento e l’avarizia. Ma il progresso della produzione capitalistica non solo fa sorgere un mondo di godimenti. Esso con la speculazione e con il sistema del credito apre mille sorgenti d’arricchimento improvviso. Quando lo sviluppo è giunto ad un dato livello, un grado convenzionale di sperpero, che è contemporaneamente ostentazione di ricchezza e quindi mezzo di credito, diviene persino necessità di mestiere per il “disgraziato” capitalista. Il lusso entra a far parte delle sue spese di rappresentanza. Per giunta il capitalista non si arricchisce, come tesaurizzatore, in ragione del suo personale lavoro e della sua personale astinenza dal consumo, ma nella misura in cui smunge forza lavorativa di altri e obbliga l’operaio a rinunciare a tutti i godimenti della vita. Sebbene quindi la prodigalità del capitalista non possieda quel carattere di “bona fides” tipica della elegante prodigalità dei signori feudali, e sebbene sullo sfondo stiano sempre in agguato la più sporca avarizia ed il calcolo più ansioso, tuttavia la sua prodigalità aumenta insieme alla sua accumulazione, senza che l’una sia di pregiudizio all’altra. Con ciò sorge contemporaneamente nel magnifico petto dell’individuo capitalista un conflitto faustiano tra l’impulso verso l’accumulazione e quello verso il piacere.

“L’industria di Manchester”, si trova in uno scritto pubblicato nel 1795 dal dott. Aikin “può essere ripartita in quattro periodi. Nel primo i fabbricanti erano costretti a lavorare pesantemente per il proprio sostentamento.” Si arricchivano in special modo i genitori che facevano lavorare presso di loro i propri figli come “apprentice” (apprendisti) e in compenso dovevano pagare parecchio, mentre gli apprendisti venivano fatti morire di fame. D’altro lato i profitti medi erano bassi e l’accumulazione richiedeva grande senso di economia. Essi vivevano come tesaurizzatori e dissipavano una ben piccola parte degli interessi del loro capitale. “Nel secondo periodo essi cominciarono a mettere su piccole fortune, ma dovevano lavorare duramente come prima”, in quanto lo sfruttamento diretto del lavoro costa lavoro, come sa bene ogni sorvegliante di schiavi, “e continuarono a vivere nella stessa maniera frugale di prima… Nel terzo periodo cominciò il lusso, e l’industria venne ingrandita tramite l’invio di cavalieri (“commis voyageurs” a cavallo) per raccogliere le ordinazioni in ogni città del Regno sede di mercati. È probabile che prima del 1690 non esistessero affatto, o ne esistessero pochi, capitali da tre a quattromila L. Sterline formatesi nell’industria. Tuttavia a quel tempo, o anche un po’ più tardi, gli industriali avevano già accumulato denaro e dettero inizio alla costruzione di case di pietra al posto di quelle fatte con legno e malta… Ancora nei primi decenni del XVIII secolo un fabbricante di Manchester che offrisse ai suoi ospiti una pinta di vino straniero andava incontro alle critiche e alle scrollate di capo di tutti i suoi vicini. Prima che fossero introdotte le macchine, il consumo che i fabbricanti facevano ogni sera nelle osterie in cui si ritrovavano non superava mai i 6 pence di un bicchiere di ponce e 1 penny di un rotolo di tabacco. Soltanto nel 1758, e questo fa epoca, si vide “una persona veramente impegnata negli affari con un equipaggio proprio”! «Il quarto periodo»”, l’ultimo terzo del XVIII secolo, “è quello del gran lusso e della grande prodigalità, basati sull’ingrandimento dell’industria.” Cosa direbbe il buon dottor Aikin se dovesse resuscitare oggi a Manchester?»[40]

Cosa direbbero Aikin e Marx, se dovessero resuscitare agli inizi del terzo millennio?

Come per le altre classi privilegiate della storia, l’istinto collettivo-individuale al godimento rappresenta una tendenza dominante ed inestirpabile dal seno della borghesia, mentre le sue forme concrete di espressione/soddisfazione reale si sviluppano e si estendono in modo ancora più rapido dello stesso processo secolare di accumulazione capitalistico. Come per le altre classi privilegiate della storia, il prestigio sociale all’interno dell’élite dominante si conquista e si mantiene anche mediante un’effettiva ed elevata capacità di spesa, adottando direttamente in prima persona dei modelli di vita fondati sul consumo improduttivo e sullo spreco, visto che il “numero dei bisogni è illimitato” nel capitalismo (Grossman) e che già T. Veblen, nella sua opera La teoria della classe agiata, più di un secolo fa aveva descritto alcune delle tipologie del consumo di lusso e delle forme di spreco, spesso ostentate, riprodotte e manifestate dai diversi segmenti della classe capitalista: negli ultimi due secoli l’utilizzo su larga scala di personale domestico, la moltiplicazione delle case di lusso e di vacanza e il turismo in paesi esotici, l’utilizzo di mezzi di trasporto terrestri-aerei estremamente costosi e il consumo di alimenti/vestiti/gioielli inaccessibili ai salariati, l’accumulazione su larga scala di opere d’arte, la fruizione di forme di divertimento e di gioco particolarmente elaborate, in ultima analisi l’acquisizione di status-symbol molto dispendiosi costituiscono la parte legale dell’universo dei consumi di lusso borghesi, senza poi tener conto di forme “deviate” di divertimento quali l’utilizzo di droghe e della prostituzione d’alto bordo.[41]

Non sussiste alcun limite materiale al potenziale di spreco e di ostentazione, a volte latente ed a volte espresso apertamente, proprio della classe capitalista ed a titolo di esempio di questa tesi si può riportare il caso ottocentesco di F. Rotschild, vetta ormai superata da altre forme di consumo di lusso ancora più elitarie e costose (si pensi solo al “turismo spaziale” del Ventunesimo secolo).

Uno dei più famosi esponenti della famiglia, Ferdinand Rotschild, dopo essersi trasferito a Londra si era fatto costruire attorno al 1875 «una proprietà su misura a Lodge Hill, nel Buckinghamshire. Siccome amava la bella veduta, per rendere il luogo abitabile, fece spianare la cima della collina. Bisognò portare l’acqua da una località distante 14 miglia. Si dovette costruire una speciale tranvia a vapore con 14 miglia di binario per trasportare i materiali dalla stazione più vicina. Si tagliarono nei pendii numerose strade di pendenza adatta ai carriaggi. Giumente percheronnes appositamente importate dalla Normandia risalirono faticosamente il pendio per portare i materiali. A gran forza di chirurgia topografica, di drenaggi, di irrigazione e di massicce piantagioni d’arbusti, un luogo selvaggio fu trasformato in parco. Ettari di terreno furono seminati a fiori. Disponendo i suoi boschi con la stessa facilità con cui altri disponevano i portaceneri, Ferdinand fece trapiantare centinaia d’alberi. Siccome amava i grandi castagni ci vollero 16 cavalli per trasportare ciascuno di loro… Il tutto fu completato dagli ornamenti abituali: terrazze, voliere, fontane e gruppi statuari di Girardon. Quale residenza poteva competere con una simile tenuta? Ferdy decise di innalzarvi un’antologia dei suoi castelli francesi preferiti. Nel suo super-castello incorporò le due torri di Maintenon, gli abbaini di Anet, i camini di Chambord, due versioni della scalea di Blois… Per la decorazione interna in qualche caso Ferdinand aveva fatto sistemare il rivestimento in legno appositamente per accogliere quadri di tagli eccezionali, come le due vaste vedute di Venezia del Guardi. Ma di solito si contentò di articoli belli e fatti – vale a dire dei più bei rivestimenti in legno tratti dai più lussuosi palazzi Luigi XV e Luigi XVI di Parigi, trasportati attraverso la Manica ed abilmente incorporati nei vari appartamenti. Il mobilio era in gran parte composto di magnifici pezzi fabbricati per la Casa Reale di Francia. I tappeti costituivano la più grande collezione di Savonneries esistente al mondo. I soffitti, le tappezzerie di Beauvais, le porcellane di Sevres e gli “oggetti” (compreso un grande elefante musicale) erano assortiti con cura e gli uni con gli altri. Le tele di Reynolds, Gainsborough, Cuyp, Pater, Van der Heyden – senza contare quelle di Watteau e Rubens aggiunte in un secondo tempo dagli eredi – erano quasi legione. Dopo più di dieci anni di lavoro si elevò sulla campagna inglese un immenso miraggio in stile Rinascimento francese, in tutto lo splendore dei suoi marini bianchi e delle sue ventidue camere.»[42]

Nel campo dello spreco e dell’ostentazione, il principale erede dei Rothschild nel corso del XX secolo – e dell’inizio del III millennio – è rappresentato dall’alta borghesia dei paesi arabi produttori di petrolio che è diventata usufruttuaria di immense rendite, a partire dalla dinastia saudita degli Al Sa’ud.

«Gli aneddoti sugli sperperi di questi ultimi si sprecano, ma l’esempio più eclatante è il colossale parco tematico che il figlio più giovane di re Fahd, Azouzi, si è fatto costruire nei dintorni di Riad perché era “interessato” alla storia. Il complesso comprende un modello in scala dell’antica Mecca – con attori che si recano alla moschea e intonano preghiere ventiquattr’ore al giorno – copie dell’Alhambra, di Medina, e di altri cinque o sei siti storici dell’Islam. Come d’abitudine, Azouzi confiscò le terre su cui fu costruito il parco. Ma in fondo non faceva che seguire una tradizione familiare. Quando la famiglia di re Fahd è nel suo palazzo di Marbella, spende in media cinque milioni di dollari al giorno nei negozi della zona, tanto che i commercianti hanno proposto di titolargli una via della città. Ma se gli Al Sa’ud amano gli oggetti che il denaro può comprare – diamanti, yacht, palazzi, aerei – amano ancor di più i piaceri della carne. Detto in parole semplici, gli Al Sa’ud sono ossessionati dal sesso in tutte le sue forme, dalle prostitute ai ragazzini.»[43]

Va notato che oltre all’iperconsumismo elitario, il bisogno omega degli sfruttatori si è rivolto fin dal 3700 a.C. ad un insieme di pratiche secondarie, ma di una certa rilevanza storica: infatti esiste un “fattore trasversale” che unifica parzialmente e da millenni i diversi modi di produzione asiatici, schiavistici, feudali e capitalistici nel campo delle aspettative-desideri materiali, facilmente individuabile in quella tendenza alla tesaurizzazione “per sua natura senza limiti”, che contraddistingue tutte le formazioni economico-sociali e segna tutte le classi privilegiate sul piano socioproduttivo che sono apparse nella storia degli ultimi sei millenni.

La ricerca/accumulazione senza fine, almeno nei propositi/desideri collettivi, di oro, argento e pietre preziose; di gioielli, case lussuose, opere d’arte e soprattutto di denaro (dal 600 a.C.) non destinato al processo produttivo è stata finalizzata a soddisfare esigenze multiformi e variabili, quali la sicurezza economica, l’ostentazione di status symbol e/o il piacere estetico/ornamentale. Ma pur esprimendosi con modalità e quantità/qualità diverse a seconda dei diversi periodi storici, la tendenza potenzialmente illimitata alla tesaurizzazione ha ulteriormente innescato la ricerca costante ed affannosa del plusprodotto da parte delle diverse classi privilegiate, venute via via in possesso delle condizioni della produzione e del surplus: fin dal 3000 a.C. la ricerca di oro e metalli preziosi, depositari di un grande valore in una piccola quantità di prodotto, aveva contraddistinto sia la politica interna ed internazionale dell’aristocrazia egiziana che in seguito quella degli stati schiavistici sumeri, mentre anche in seguito la ricerca della tesaurizzazione è continuata fino al nostro III millennio d.C., avendo come oggetto principale il denaro.[44]

I bisogni materiali più costosi ed elitari non possono essere mai soddisfatti completamente dalle classi sfruttatrici, visto che le tendenze nichiliste dei diversi gruppi sociali egemoni in campo socioproduttivo hanno incontrato due invalicabili ostacoli produttivi alla loro sfera d’azione, ed una controtendenza principale in campo politico-sociale.

Il primo e costante limite produttivo alle tendenze nichiliste delle classi privilegiate è stato rappresentato – ed è rappresentato tuttora – dalla necessità vitale ed ineliminabile di assicurare almeno un fondo di consumo minimale ai produttori diretti che hanno operato nei modi di produzione asiatico, schiavistico, feudale e capitalistico, nello stesso interesse generale e collettivo dei “padroni del vapore” succedutisi dopo il 3700 a.C. fino ai nostri giorni.

Senza fondo di consumo, nessun processo di erogazione di lavoro da parte dei produttori diretti del m.p. asiatico, schiavistico, feudale o capitalistico: ed a sua volta senza erogazione di lavoro, nessun surplus/plusprodotto entra a disposizione delle classi dominanti in campo sociopolitico.

Come si è già visto in precedenza, Marx ricordava a proposito della formazione economico-sociale capitalistica che «se si potesse avere lavoro senza acquistarlo, i salari sarebbero superflui. Ma qualora gli operai riuscissero a vivere d’aria, non si potrebbero neanche acquistare a nessun prezzo. Il fatto che gli operai siano gratuiti è quindi un limite in senso matematico, sempre irraggiungibile, sebbene ci si possa avvicinare sempre di più».[45]

Certo, i tentativi storici di “avvicinarsi sempre di più” alla gratuità della forza-lavoro non sono mancati, come avvenne ad esempio per i cinici calcoli effettuati dal generale delle SS Oswald Pohl per i campi di sterminio nazisti agli inizi degli anni Quaranta dello scorso secolo.

Il principio adottato da Pohl era relativamente semplice, oltre che agghiacciante: infatti «la manodopera dei campi doveva fornire un profitto tale da coprire i costi del suo mantenimento da parte delle SS e assicurare i maggiori utili possibili alle ditte che la sfruttavano: dalle più grandi (Krupp, Siemens, IG-Farben Industrie Messerschmitt, ecc.) alle più piccole (anche di tipo artigianale). Per soddisfare le richieste dell’industria, le SS noleggiavano i detenuti a un costo-salario molto inferiore a quello della manodopera libera. Per trarre a loro volta un profitto, le SS riducevano al massimo le spese per il mantenimento dei detenuti (cibo, vestiario, alloggiamento). Pohl mise al lavoro i suoi esperti. Essi scoprirono che la soglia di remuneratività corrispondeva a una sopravvivenza media dei detenuti di circa otto mesi. Era quindi sufficiente sostituirli con altri, sempre reperibili nei paesi conquistati, sotto diversi pretesti.»[46]

Tuttavia il meccanismo di sfruttamento/sterminio nazista si fondava essenzialmente sulla possibilità di acquisire sempre nuovi schiavi in Europa, dato che senza i nuovi “arrivi” il sistema di sfruttamento capitalistico-schiavistico sarebbe subito andato in rovina, non contando poi quel minimo di razioni da fornire per otto mesi ai prigionieri-morituri.

Come appare subito dal caso sopracitato, il bisogno omega delle classi egemoni sul piano socioproduttivo non entra solo in contraddizione immediata ed esplosiva con la riproduzione semplice della più importante forza produttiva, la forza-lavoro umana, ma soprattutto non può mai raggiungere il suo obiettivo ultimo pena l’autodistruzione degli stessi sistemi economico-sociali di sfruttamento (asiatici o schiavistici, feudali o capitalistici): la tendenza nichilista dei signori delle condizioni della produzione può arrivare molto lontano, ma non fino alla “vittoria finale”, a causa della necessità di mantenere in vita la forza-lavoro e proprio nei casi storici in cui la soddisfazione totale dei bisogni omega ha rischiato di mettere in pericolo la riproduzione biologica – seppur precaria – della forza-lavoro complessiva, è scattato l’allarme rosso egoista ed interessato delle stesse classi dominanti e dei loro mandatari politici. Ad esempio, di fronte al pauroso crollo demografico della popolazione indigena dell’America andina, un alto funzionario statale di nome Diego de Robles scrisse con preoccupazione alla corte spagnola: «Se gli indigeni periranno, sarà anche la fine di questa terra. Mi riferisco alle sue ricchezze, giacché tutto l’oro e l’argento che arrivano in Spagna sono state estratte grazie al lavoro di questi indios».[47]

Il secondo ostacolo produttivo alla soddisfazione completa dei bisogni materiali omega, espresso dalle proteiformi classi venute via via in possesso delle condizioni della produzione, è costituito dalla (sempre possibile) mancanza di una massa critica minimale di plusprodotto, assenza che in molti scenari e situazioni storiche ha posto realmente dei limiti invalicabili all’estensione del fondo di consumo di cui si sono appropriati i gruppi sociali privilegiati: infatti se questi ultimi non possono in alcun modo utilizzare a proprio favore una massa sufficiente di surplus-plusprodotto, il grado di soddisfazione reale dei loro bisogni si ridurrà a livelli inferiori/molto inferiori a quelli invece goduti dai loro “parenti” più fortunati, maggiormente favoriti da un più avanzato grado di sviluppo delle forze produttive sociali.

Ad esempio nel IV-III secolo a.C. il possesso di schiavi da parte dell’alta nobiltà romana costituiva ancora un fenomeno socioproduttivo abbastanza limitato e di carattere quasi patriarcale, imponendo quindi per forza di cose dei vincoli rigorosi ed una relativa austerità all’interno del sistema nei consumi materiali propri dell’aristocrazia fondiaria romana, mentre in seguito, come ha notato correttamente Marx, anche le prime generazioni della borghesia manifatturiera britannica dovettero adattarsi per lungo tempo a livelli molto bassi (relativamente parlando) di consumi, dato che “i profitti medi erano bassi e l’accumulazione richiedeva grande senso di economia”. La legge universale della corrispondenza necessaria tra produzione e consumo, applicabile con le necessarie modifiche anche alle società di classe, indica che per ottenere costantemente delle fonti di reddito (privilegiato) serve l’appropriazione altrettanto costante di una massa di mezzi di consumo almeno equivalente, pena la progressiva autodistruzione del troppo prodigo consumatore, d’elite, individuale o collettivo, per un eccesso di accumulazione debiti e/o a causa dell’alienazione degli stessi mezzi di produzione venuti in precedenza in suo possesso.

La principale controtendenza politico-sociale alla soddisfazione (quasi totale) del bisogno omega da parte delle classi privilegiate si ritrova invece nel grado concreto di contropotere e di controforza politico-sociale esercitato volta per volta dai produttori diretti, dalle masse popolari e dall’insieme degli sfruttati, a partire dal 3700 a.C.

Persino in scenari e situazioni storiche caratterizzate dai rapporti di forza politici (e politico-militari) molto sfavorevoli ai produttori reali del surplus e della ricchezza sociale, essi comunque hanno detenuto in ogni caso almeno un minimo di controforza d’urto fornita loro dalle capacità collettive, sia fisiche che mentali, acquisite dalla nostra specie fin dal lontano Paleolitico: al limite i piedi per fuggire, oppure mani per sabotare gli strumenti di lavoro e/o costruire armi, in grado di porre fine con il suicidio all’oppressione di classe.

Un caso estremo in questo senso venne rappresentato dagli schiavi della zona meridionale degli Stati Uniti, che costituirono, tra il 1760 ed il 1860, solo una minoranza – seppur consistente – dell’intera popolazione sudista (con le eccezioni della Louisiana e South Carolina). Essi erano attentamente sorvegliati sia dai loro padroni che dall’apparato statale e privi del possesso di armi da fuoco, ma gli stessi padroni di schiavi furono costretti a riconoscere loro, anche se in via informale, alcuni elementari diritti al fine di evitare la creazione di danni abbastanza rilevanti al processo produttivo ed ai propri lucrosi profitti.

«Gli schiavi dovevano essere controllati, se la produzione voleva rispettare certe scadenze, ma soltanto dei romantici potrebbero credere che la frusta fosse sufficiente: l’ammontare effettivo del lavoro e la “qualità della vita” nella piantagione erano infatti il risultato di un compromesso tra padroni e schiavi, un compromesso indubbiamente parziale e profondamente ingiusto, in cui il padrone aveva sempre il coltello dalla parte del manico, ma in cui gli schiavi non erano del tutto passivi, avendo un loro modo di simulare, rallentare e sabotare il lavoro. Il sorvegliante aveva la funzione di smussare le frizioni esistenti, fungendo da mediatore tra la casa padronale e i quartieri degli schiavi; da un lato, dunque, era l’uomo del padrone (obbediva ai suoi ordini, puniva, e rappresentava l’autorità e la disciplina), dall’altro però riferiva al padrone la durezza o le irregolarità del soprintendente, la sua incapacità di guadagnarsi il rispetto della manodopera e la sua inesperienza. Gli schiavi erano generalmente coscienti di quanto dovevano sopportare in questo tipo di barbara organizzazione del lavoro, ma sapevano anche che esistevano dei limiti comunemente accettati, e il sorvegliante era il loro portavoce nella casa padronale, come era il portavoce del padrone nelle loro capanne.»[48]

Anche in situazioni storiche in cui la forza-lavoro aveva subito da poco tempo delle gravissime disfatte, continuava a volte ad agire concretamente la paura collettiva delle classi dominanti per la forza potenziale a disposizione delle masse popolari, espressa da queste ultime concretamente ed in modo aperto prima della loro sconfitta.

Ad esempio un lucido e spietato reazionario quale A. Hitler aveva compreso perfettamente le lezioni derivanti dai processi rivoluzionari avvenuti in Germania tra il 1918 ed il 1923, che avevano messo seriamente in pericolo la stessa riproduzione sociopolitica del capitalismo tedesco, visto che il nucleo dirigente nazista sapeva perfettamente che colpire in modo vistoso e per periodi prolungati le condizioni materiali di vita della classe operaia tedesca avrebbe portato prima o poi alla creazione di uno scontento di massa alimentando focolai rivoluzionari più o meno pericolosi: anche un dirigente feroce e militarista come Hitler era costretto da un’esperienza storica ancora recente ad ammettere che uno sfruttamento eccessivo dei produttori diretti rischiava di produrre degli effetti controproducenti in campo politico-sociale, accettando pertanto provvisorie e limitate concessioni materiali agli operai tedeschi.

«Un’abbondanza di testimonianze illustra l’acuta sensibilità di Hitler per qualunque segno di minaccia alla “pace sociale”. Speer ha ricordato nelle sue memorie l’inquietudine espressa in privato dal Fuhrer riguardo al pericolo che una perdita di popolarità desse origine a crisi interne. Nel 1934 le preoccupazioni riguardo alle agitazioni sociali che rischiavano di derivare dalla rapida ascesa dei prezzi spinsero Hitler a ripristinare l’ufficio di Commissario del Reich per la sorveglianza dei prezzi, e a mantenerlo in piedi, per ragioni puramente propagandistiche, per parecchio tempo dopo che il suo capo Carl Goerdler, ne aveva chiesto lo scioglimento perché non aveva in realtà niente di serio da fare. Nel 1935-36, in periodi di problemi crescenti nella sfera dei consumi, e di preoccupanti rapporti su un accentuarsi della tensione nelle aree industriali, Hitler si dimostrò addirittura disposto (per qualche tempo) a rinunciare alle importazioni necessarie alla produzione di armamenti, allo scopo di prevenire le conseguenze, socialmente indesiderabili, del razionamento dei generi alimentari. Nel 1938, malgrado i disperati appelli del ministero degli Approvvigionamenti alimentari e dell’Agricoltura, il Fuhrer rifiutò categoricamente un aumento dei prezzi alimentari in considerazione del suo effetto nocivo sul tenore di vita e sul morale degli operai. Nei primi mesi di guerra il regime batté in ritirata riguardo ai suoi piani di mobilitazione della manodopera, sulla scia della protesta operaia contro il loro temuto effetto sui salari, sulle condizioni di lavoro e sul tenore di vita. E la ragione della riluttanza del regime ad attuare la mobilitazione generale delle donne nel quadro dello sforzo bellico va probabilmente cercata non soltanto nelle idee di Hitler sul ruolo delle donne, ma anche nei timori nazisti circa le sue possibili ripercussioni sul morale e sulla disciplina dei lavoratori… Soprattutto Tim Mason ha sostenuto che il campo d’azione di Hitler, specialmente negli anni centrali del Terzo Reich, – tra il 1936 ed il 1941 – era gravemente limitato dalle tensioni interne all’economia nazista, che sfuggivano al controllo della “volontà” o dell'”intenzione” del Fuhrer. A suo giudizio, la determinante chiave del pensiero e dell’azione della leadership nazista nella sfera interna era la lezione ricavata dalla rivoluzione del 1918 riguardo ai pericoli dell’agitazione operaia. Hitler in particolare, consapevole che da sola la motivazione psicologica era effimera, e che occorreva dunque contenere il più possibile i sacrifici materiali, era straordinariamente sensibile al malcontento operaio.»[49]

Se il bisogno omega viene realmente espresso – almeno come stella polare, spesso in forma latente – dai multiformi gruppi sociali venuti in possesso delle condizioni della produzione, esso si scontra ininterrottamente da sei millenni almeno con un minimo grado di resistenza delle masse popolari, a volte rimasto solo allo stato latente, anche quando la correlazione di potenza politico-sociale permanga estremamente favorevole agli sfruttatori; qualora invece i rapporti di forza politici rimangano/diventino meno vantaggiosi per questi ultimi, le tendenze nichilistiche di classe entrano forzatamente in uno stato di letargo più o meno prolungato nel tempo, come del resto vale per la proiezione in campo interstatale del bisogno omega attraverso la già analizzata dialettica – mutevole ed interscambiabile – tra gli stati predatori e le nazioni-preda, almeno allo stato potenziale.

Infine va notato che le tendenze nichiliste ed iperconsumiste delle classi dominanti trovano delle resistenze e dei limiti soggettivi principalmente nel grado variabile di contropotere, detenuto volta per volta dalle masse popolari e dai produttori diretti, ma non solo in esso: quando il livello complessivo del surplus, di cui si appropriano le classi venute in possesso delle condizioni generali della produzione, rimane per dei periodi prolungati su gradi quantitativi/qualitativi particolarmente elevati, può emergere al loro interno anche  una controtendenza al compromesso rispetto alle condizioni di vita di segmenti più o meno estesi delle masse produttrici.

Nell’antichità classica molti degli schiavi più qualificati, che spesso dirigevano le attività produttive dei loro padroni, oltre a condizioni di vita e di consumo relativamente buone ottenevano di frequente la loro liberazione individuale dopo un periodo variabile di super-lavoro, mentre nel Medioevo le proprietà fondiarie e le rendite ecclesiastiche furono di regola posizionate per alcuni secoli in una situazione privilegiata, vista la loro esenzione dai tributi statali e dai carichi militari e la gestione relativamente efficiente degli ordini monacali rispetto almeno ai feudi laici: pertanto in molte zone d’Europa i servi della gleba e gli affittuari liberi-semiliberi delle proprietà ecclesiastiche ottennero di regola un trattamento migliore rispetto a quello dei loro fratelli di classe, posti invece sotto un dominio “laico”. Infine il monopolio prolungato del settore tecnologico-industriale da parte di determinate formazioni statali capitalistiche (Gran Bretagna prima, Stati Uniti in seguito), e soprattutto lo sfruttamento sistematico di imperi coloniali-neocoloniali di particolare ampiezza hanno facilitato l’emergere e la diffusione di un’aristocrazia operaia nelle metropoli imperialistiche, grazie soprattutto ai sovrapprofitti giganteschi ottenuti dai monopoli capitalistici attraverso lo sfruttamento coloniale e neocoloniale e in parte ridistribuito ai lavoratori salariati dalle loro nazioni, molto spesso dopo dure lotte da parte di questi ultimi.

Il processo di acquisizione/ricerca del bisogno omega è stata attuata dai ricchi e dai potenti nei fatti, piuttosto che essere esaminata sul piano teorico o espressa apertamente, verbalmente o per iscritto.

Le classi sfruttatrici di regola hanno infatti preferito cercare di soddisfare concretamente i loro appetiti materiali più ambiziosi, – rapporti di forza permettendo – piuttosto che teorizzarci sopra, anche perché le loro “tendenze nichiliste” si sono scontrate inevitabilmente con dei limiti materiali insuperabili e ben conosciuti di regola almeno da una parte dei membri delle classi dominanti. Nell’Inghilterra del XVI secolo venne soffocata ad esempio nel sangue un’importante ribellione contadina prodottasi nella regione del Norfolk, che nel 1549 giunse a minacciare in modo abbastanza serio la stabilità dei rapporti di produzione classisti della zona, tanto che solo con un notevole dispendio di energie le truppe statali guidate dal conte di Warwick ebbero ragione dei ventimila insorti in armi: in ogni caso «i proprietari del Norfolk, terrorizzati dal carattere apertamente classista della rivolta, pretesero un massacro generale, e neppure la brutalità del Warwick bastò a soddisfarli. La Cronaca, riportando le vicende della rivolta, narra che Warwick su costretto a ricordare ai proprietari come i ribelli fossero la fonte di ogni loro ricchezza, chiedendo recisamente: “Arerete e coltiverete voi le vostre terre?”».[50]

Tuttavia si può individuare almeno una forma indiretta di espressione pubblica del bisogno omega da parte dei gruppi sociali privilegiati, la quale (seppur in modo obliquo) attesta la presenza del livello superiore dei desideri/aspettative materiali degli sfruttatori.

Almeno fino al 1870-90, infatti, è stato sempre molto diffuso tra le classi privilegiate un’ideologia ed un senso comune di superiorità e di aperto disprezzo nei confronti dei produttori diretti e dei lavoratori manuali: essi costituivano esplicitamente agli occhi dei gruppi sociali dominanti – pur con alcune eccezioni – solo dei meri oggetti e delle utili bestie da soma, privi di qualunque valore intrinseco, disprezzati e da sottoporre al massimo possibile di sfruttamento, comunque sempre sacrificabili senza alcuna esitazione.

Circa 3500 anni fa un racconto egizio indicava chiaramente il grado di considerazione in cui erano tenuti i produttori diretti da parte dei loro “nobili” padroni e dai loro ideologi.

«Ho visto il fabbro al lavoro, davanti alla fiamma della sua fornace. Le sue mani erano sporche ed era lercio come un coccodrillo. I lavoratori che usano lo scalpello, godono forse dell’ozio più del contadino? Il loro campo è il legno che incidono, e faticano anche quando il giorno è finito, e persino di notte se c’è luce nelle loro case.

Il muratore lavora con le pietre più dure. Quando ha finito di rispondere agli ordini e le sue mani sono stanche, pensate che si riposi? All’alba deve essere di nuovo al cantiere anche se le sue ginocchia e la sua schiena stanno per spezzarsi. Il barbiere lavora fino a notte. Per un pezzo di pane deve correre di casa in casa in cerca di clienti. Tanto tribolare per riempirsi a stento la pancia? E quello che tinge le stoffe? Le sue mani puzzano di pesce marcio. Le palpebre gli cadono per il sonno, ma le sue mani non si fermano mai e preparano tuniche ben colorate. Egli odia i tessuti, ogni tipo di tessuto. Il calzolaio, poi, è davvero infelice; si lamenta sempre: non ho altro da masticare che il cuoio.

Essi lavorano – tutti lavorano -, ma è come per il miele: lo mangia solo chi lo raccoglie.»

Il “miele”, impastato con ozio-consumi di lusso-privilegi sessuali, era ed è consumato da chi se ne appropria e non da chi lo produce/produceva, come gli stessi “consumatori” privilegiati ben sapevano. Nel mondo occidentale sono state diffuse capillarmente le valutazioni effettuate da Aristotele sugli schiavi, considerati solo come “oggetti dotati di parola”, con un disprezzo comune a quello manifestato dai signori feudali per i loro servi della gleba e contadini: vanno in questo senso anche la simpatia espressa da una parte della borghesia moderna per le concezioni neo-aristocratiche di stampo nietzchiano, con la loro divisione “naturale” tra superuomini e sottouomini (in primo luogo lavoratori manuali), oppure le teorie razziste adottate dai padroni di schiavi e/o di colonie e contraddistinte da esplicite farneticazioni su una presunta divisione naturale tra razze “superiori” ed “inferiori”.[51]

Spesso ed in modo esplicito, i “puzzolenti” produttori diretti e le “puzzolenti” razze inferiori hanno costituito  una sorta di “concime della storia” nella visione del mondo di larga parte dei possessori dei mezzi di produzione, venendo considerati degni unicamente di essere sfruttati fino all’esaurimento biologico al fine di garantire la piena soddisfazione dei bisogni materiali dei loro sfruttatori.


[1] A. Heller, “La teoria dei bisogni in Marx”, pp. 28/56/77, ed. Feltrinelli

[2] J. Arsuaga, “I primi pensatori”, pp. 22-36 – Ed. Feltrinelli e “Notizie dal Ateneo”, Università di Firenze, 2 aprile 1999

[3] N. M. Tanner, “Madri, utensili ed evoluzione umana”, pp. 95/164, ed. Zanichelli

[4] N. M. Tanner, op. cit., pp. 81-82

[5] K. Marx, “Il Capitale”, libro III, cap. 48, par. III e A. Heller, op. cit., pp. 31/43/56

[6] C. Perles, “Preistoria del fuoco”, p. 98, ed. Einaudi

[7] A. Leroi-Gourhan, “Le religioni della preistoria”, p. 86, ed. Rizzoli

[8] J. Diamond, “Il terzo scimpanzé”, p. 215, ed. Bollati Boringhieri

[9] J. Diamond, op. cit., p. 224

[10] J. Diamond, op. cit., pp. 232-233

[11] J. Winson, op. cit., pp. 143-148

[12] A. Heller, op. cit., p. 39

[13] R. Braidotti, “In metamorfosi. Verso una teoria materialistica del divenire”, p. 56, ed. Feltrinelli

[14] P. Spear, op. cit., p. 74, ed. Rizzoli

[15] P. Spear, op. cit., p. 200

[16] P. L. Bernstein, op. cit., pp. 21-22

[17] S. I. Kovaliov, op. cit., vol. I, pp. 324-325, ed. Editori Riuniti

[18] S. I. Kovaliov, op. cit., p. 339

[19] S. I. Kovaliov, op. cit., vol. I, p. 323

[20] A. Winterling, “Caligola”, p. 66, ed. Laterza

[21] Caio Petronio, “Satyricon”, cap. 32/52

[22] G. Ostrogorsky, “Storia dell’impero bizantino”, cap. III e IV, ed. Einaudi

[23] G. M. Cantarella, “Principi e corte”, p. 107, ed. Einaudi

[24] op. cit., p. 111

[25] G. Duby, “Storia della Francia”, vol. I, p. 639, ed. Bompiani

[26] Cipolla, op. cit., p. 56

[27] J. Hemming, “La fine degli incas”, p. 336, ed. Rizzoli

[28] J. Hemming, op. cit., p. 343

[29] K. Marx, “Il Capitale”, libro I, cap. 24, par. 1, ed. Newton Compton

[30] op. cit., libro I, cap. 24, par. 7

[31] C. Bebear e P. Maniere, “Uccideranno il capitalismo”, p. 5, ed. Bompiani

[32] K. Marx, “Il Capitale”, libro I, cap. 4, par. 3

[33] op. cit., libro I, cap. 22, par. 4

[34] K. Marx, op. cit., libro I, cap. 22

[35] B. Ehrenreich, “Una paga da fame”, pp. 9/148, ed. Feltrinelli

[36] M. Davis, “Olocausti tardovittoriani”, pp. 47-49, ed. Feltrinelli

[37] op. cit., pp. 63-64

[38] C. Palloix, “L’economia mondiale capitalista e le multinazionali”, p. 340, ed. Jaca Book

[39] K. Marx, “Il Capitale”, libro I, cap. 22, par. 3, ed. Newton Compton

[40] K. Marx, op. cit., libro I, cap. 22, par. 3

[41] T. Veblen, “La teoria della classe agiata” – Ed. di Comunità e H. Grossmann, op. cit., p. 393

[42] J. Bouvier, “I Rothschild”, p. 182, ed. Editori Riuniti

[43] R. Baer, “Dormire con il diavolo”, p. 59, ed. Piemme

[44] P. L. Bernstein, op. cit., p. 35, ed. Longanesi

[45] K. Marx, “Il Capitale”, libro I, cap. 22, par. 8

[46] Autori Vari, “Il libro nero del capitalismo”, pp. 168-169, ed. Tropea

[47] J. Hemming, op. cit., p. 342

[48] E. D. Genovese, “Neri di America”, p. 133, ed. Editori Riuniti

[49] Jan Kershaw, “Che cos’è il nazismo”, pp. 115-117, ed. Bollati Boringhieri

[50] A. Morton, op. cit., p. 137

[51] D. Losurdo, “Nietzche, il ribelle aristocratico”, pp. 335-337 e 858-859, ed. Bollati Boringhieri


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