Capitolo Quinto

Il filo rosso da Engels a Mao Tse-Tung

Il contributo di Engels alla teoria dei rapporti di forza risulta sia importante che contraddittorio, con chiaroscuri e limiti. Partendo dai lati positivi si può subito rilevare che, durante la polemica sferrata nel 1878 contro il socialista-confusionario (ed antisemita) Eugene Dühring, Engels attaccò con giustificato vigore lo schema astratto elaborato da quest’ultimo per cercare di comprendere il rapporto tra economia e politica, fondato su un Robinson immaginario che si confronta e scontra con un altro ipotetico individuo isolato, Venerdì.

«All’idea della produzione può in ogni caso dare uno schema ideale appropriato il rappresentare un Robinson che con le sue forze sta di fronte alla natura, isolato e non ha niente da spartire con nessuno… Parimente opportuno rendere evidente ciò che vi è di più essenziale nell’idea della distribuzione è lo schema ideale di due individui le cui forze economiche si combinano e che devono evidentemente in qualche forma intendersi l’un l’altro per quel che si riferisce alle loro quote. Non occorre, in effetti, più di questo semplice dualismo per rappresentare con ogni rigore alcuni dei più importanti rapporti distributivi e per studiarne embrionalmente le leggi nella loro necessità logica… Qui si può pensare egualmente tanto alla cooperazione su un piede di eguaglianza quanto alla combinazione delle forze mediante l’oppressione completa di una delle parti, che poi viene costretta a servigi di natura economica come schiava o semplice strumento, e proprio solo come strumento viene anche mantenuta… Tra lo stato di eguaglianza e di nullità da una parte e quello di onnipotenza e di partecipazione unilaterale attiva dall’altra, si trova una serie di fasi ad occupare le quali hanno provveduto con ricca varietà gli eventi della storia universale. Una visione universale delle diverse istituzioni storiche della giustizia e dell’ingiustizia è qui il presupposto essenziale…»[1]

Secondo Dühring il novello Robinson è riuscito ad asservire un secondo individuo isolato, Venerdì, con “la spada in pugno”: Engels sarcasticamente gli domandò da dove Robinson avesse preso la spada e gli ricordò che se Venerdì fosse apparso un giorno con un “revolver carico in mano” sarebbe stato lui a comandare e Robinson a sgobbare per lui, aggiungendo che «la vittoria della forza poggia sulla produzione di armi, e questa poggia a sua volta sulla produzione in generale» quindi sulla «potenza economica, sull’ordine economico, sui mezzi materiali che stanno a disposizione della forza».[2]

Il rivoluzionario tedesco era perfettamente cosciente che la vittoria-sconfitta, l’esito delle lotte e degli scontri di classe (o internazionali) dipende dalla forza degli antagonisti e dai rapporti di forza militari-politici, ma a loro volta essi si fondano su un determinato grado di sviluppo dei mezzi di distruzione e sulla loro produzione materiale, condizionato in ultima analisi dal livello di sviluppo generale delle forze produttive.

Inoltre «la forza al giorno d’oggi, è rappresentata dall’esercito e dalla marina da guerra e l’uno e l’altra costano, come tutti sappiamo a nostre spese, una tremenda quantità di denaro… In ultima analisi, il denaro deve essere fornito dalla produzione economica».[3]

Secondo Engels il livello di sviluppo via via raggiunto dalle forze produttive non solo indica anche la soglia critica di sopportabilità delle spese militari per ogni stato, ma esercita anche un altro e particolare grado di influenza sulle forze armate.

«Nulla dipende dalle condizioni economiche preesistenti quanto precisamente l’esercito e la marina. Armamento, composizione, organizzazione, tattica e strategia dipendono anzitutto in ogni epoca dal livello raggiunto dalla produzione e dalle comunicazioni. Qui hanno agito rivoluzionariamente non le “libere creazioni dell’intelletto” di comandanti geniali, ma l’invenzione di armi migliori e la modificazione del materiale umano; nel migliore dei casi l’azione esercitata dai comandanti geniali si limita a adeguare la maniera di combattere alle nuove armi e ai nuovi combattenti.

Al principio del secolo XIV venne dagli arabi agli europei dell’occidente la polvere da sparo e, come ogni scolaretto sa, rivoluzionò tutta quanta l’arte della guerra. L’introduzione della polvere da sparo e delle armi da fuoco non fu però in nessun modo un atto di forza, ma un progresso industriale e quindi economico. L’industria rimane sempre industria, o che si indirizzi alla produzione o che si indirizzi alla distruzione di oggetti. E l’introduzione delle armi da fuoco agì rivoluzionariamente non solo sulla stessa arte della guerra, ma anche sui rapporti politici di dominio e di servitù. Per ottenere polvere ed armi da fuoco occorrevano industria e denaro e l’uno e l’altro erano in possesso dei borghesi della città. Da principio le armi da fuoco furono perciò armi delle città e della monarchia che appoggiandosi alle città si levava contro la nobiltà feudale».[4]

Pertanto tutto l’insieme della pratica storica dimostra come lo sviluppo delle forze produttive determini un salto di qualità inevitabile nella struttura bellica, nell’armamento, organizzazione e strategia-tattica militare.

Oltre a queste notevoli indicazioni, supportate da un esteso materiale di esemplificazione storica, Engels dimostrò che il rapporto tra “violenza” ed economia, tra politica ed economia è una relazione tra fini e mezzi, che ovviamente condiziona la dinamica dei rapporti di forza.

«Ciò che innanzi tutto ci si chiede è invece come Robinson sia arrivato ad asservire Venerdì. Per il semplice piacere di asservirlo? Assolutamente no! Vediamo invece che Venerdì “come schiavo o semplice strumento viene costretto a servizi economici e precisamente come strumento viene anche mantenuto”. Robinson ha asservito Venerdì solo perché venerdì lavori a profitto di Robinson. E come può Robinson trarre un profitto per sé dal lavoro di Venerdì? Solo per il fatto che Venerdì produce col suo lavoro più mezzi di sussistenza di quanti gliene debba dare Robinson perché resti atto al lavoro. Robinson quindi, contrariamente all’esplicita prescrizione del sig. Dühring, “non ha preso per se stesso come punto di partenza” il “raggruppamento politico” sorto con l’asservimento di Venerdì, “ma lo ha considerato esclusivamente come un mezzo che ha per fine il procacciarsi da mangiare“, ed ora veda egli stesso il modo di sbrigarsela con suo signore e padrone Dühring».[5]

Secondo Engels l’esempio puerile inventato da Dühring dimostra solamente che “la violenza” e i rapporti politici sono il mezzo e che il “fine è invece il vantaggio economico”, e parallelamente egli notò che affinché si possa creare il livello politico-statale propriamente detto, con la presenza di esercito-polizia permanente ed una direzione ristretta degli “affari comuni”, risulta indispensabile la presenza di un determinato livello di sviluppo delle forze produttive che consenta la produzione di un’eccedenza permanente rispetto al consumo indispensabile a reintegrare i mezzi di consumo per la forza lavoro (“Venerdì produce col suo lavoro più mezzi di sussistenza di quanti gliene debba dare Robinson perché resti atto al lavoro”), mentre devono esistere come presupposti materiali “gli strumenti e gli oggetti per il lavoro dello schiavo” (Venerdì) “e in secondo luogo i mezzi necessari per il suo mantenimento”.[6]

I risultati raggiunti dall’elaborazione di Engels rappresentano dei veri e propri punti fermi nella teoria dei rapporti di forza soprattutto perché confermati e verificati (in larga parte) dalla pratica complessiva storica, ma essi devono essere sviluppati in una direzione diversa da quella indicata dal rivoluzionario tedesco.

Per quanto riguarda il rapporto tra economia-politica e tra sfera produttiva e violenza-stato, è indiscutibile che la sfera politica-statale delle società di classe ha per contenuto principale e materia della lotta “l’economia”, intesa in senso lato, ma in ogni caso Engels sbagliò nell’impostare la questione del primato tra politica ed economia quando sostenne che «quanto il fine è più fondamentale del mezzo che si impiega per raggiungerlo, tanto più fondamentale è nella storia il fatto economico del rapporto, di fronte al lato politico».[7]

Anche sorvolando sull’effetto di sdoppiamento via via creatosi dopo il 9000 a.C., non solo la politica è sempre “l’espressione concentrata dell’economia” (Lenin) nelle società di classe e non esiste senza esprimere e “riassumere” gli antagonismi di classe, come sosteneva Marx nella Miseria della filosofia, ma paradossalmente il mezzo ha la priorità sul fine, per usare la terminologia engelsiana ed il primato tra sfera economica (interessi materiali di classe + esigenze generali del processo produttivo) e sfera politica appartiene a quest’ultima: lo stesso Engels si rese conto che l’egemonia delle classi dominanti non potrebbe durare a lungo senza il controllo della sfera politica e degli apparati statali quando esaminò l’origine della proprietà privata e dello stato, solo sei anni dopo l’Anti-Dühring.

Analizzando le società schiavistiche, a partire dall’Atene del V secolo a.C., Engels notò infatti correttamente che uno dei punti principali che differenziano storicamente la struttura politica della gens-tribù dallo stato classista, «è l’istituzione di una forza pubblica che non coincide più direttamente con la popolazione che organizza se stessa come potere armato. Questa forza pubblica particolare è necessaria perché un’organizzazione armata autonoma della popolazione è divenuta impossibile dopo la divisione in classi. Gli schiavi fanno anch’essi parte della popolazione: gli 80.000 cittadini ateniesi formano, di fronte ai 365.000 schiavi, solo una classe privilegiata. L’esercito popolare della democrazia ateniese era una forza pubblica aristocratica di fronte agli schiavi e li teneva a freno; ma anche per tenere a freno i cittadini», i plebei e gli strati popolari ateniesi, «si rese necessaria una gendarmeria, come abbiamo detto sopra».[8]

Nella sua analisi del 1878 sul rapporto economia-politica, Engels non tenne conto del “dettaglio” per cui anche il funzionamento e la riproduzione “economica” delle società di classe dipendono dal funzionamento e dalla riproduzione dell’apparato repressivo di classe, della “violenza”, per usare un’espressione di Dühring: le società di classe si formano sulla base di una condizione indispensabile quale la produzione-riproduzione di un surplus permanente, ma lo stesso Engels nel 1884 affermò che «una tale società poteva sussistere solo o nella lotta aperta/continua di queste classi tra loro, oppure sotto il dominio di una terza potenza che, stando apparentemente al di sopra delle classi in conflitto, ne comprimesse il conflitto aperto, e permettesse che al lotta di classe si combattesse, tutt’al più, nel campo economico, in forma cosiddetta legale».[9]

Il “secondo” Engels, quello del Origine della famiglia, riconobbe che la società di classe poteva e può sussistere, funzionare e riprodursi normalmente sia a livello economico che politico solo grazie ed attraverso la presenza di una terza potenza, lo stato; secondo l’Engels del 1884, la riproduzione economica delle società di classe può avvenire solo mediante la storia parallela e la parallela riproduzione di rapporti di dominio-sottomissione politico-militari delle classi sfruttatrici che tengano a freno i potenziali/reali ribelli delle masse di sfruttati, nell’Atene del V secolo a.C. come nella Los Angeles dei tumulti post-moderni dell’aprile 1992, in modo tale che proprio il processo economico e il “fine economico” determinano il primato del “mezzo politico” e della violenza istituzionalizzata degli apparati statali per la loro concreta riproduzione.

Si può pertanto rovesciare l’affermazione di “Engels-uno” per cui “quanto più fondamentale” risulta il fine economico rispetto al mezzo che si impiega per raggiungerlo, tanto più fondamentale diventa nella storia il lato economico del rapporto di fronte al lato politico. La pratica storica della società di classe mostra esattamente l’inverso, e cioè che quanto più la posta in palio “economica” di interessi materiali risulta alta, tanto più diventa determinante il “lato politico”, la forza e il rapporto di forza politico (e politico-militare) via via esistente tra le classi in conflitto.

Engels affrontò in modo errato anche il problema della correlazione di potenza tra le classi all’interno delle formazioni statali fondate sull’appropriazione del pluslavoro dei mezzi d produzione da parte di una minoranza della popolazione, quando affermò «quel che importa è precisamente spiegare l’origine delle classi e dei rapporti di dominio e se a questo fine il sig. Dühring ha solamente e sempre la parola “violenza”, con ciò siamo precisamente al punto di partenza. Il semplice fatto che i dominati e gli sfruttati in ogni epoca sono molto più numerosi dei dominatori e degli sfruttatori, e che quindi la forza reale poggia sui primi, è sufficiente da solo a chiarire la stoltezza di tutta la teoria della violenza. Quindi resta sempre la questione di spiegare i rapporti di dominio e di servitù.»[10]

Spinto e “sbilanciato” dall’accesa polemica contro Dühring, Engels riprese una precedente – ed errata – formulazione di D. Hume sulla realtà politica delle società di classe, secondo cui “la forza sta sempre dalla parte dei governati” in virtù della loro schiacciante superiorità numerica, fraintendendo però in tal modo le lezioni di un’esperienza storica plurimillenaria: indiscutibilmente gli sfruttati e le masse popolari hanno quasi sempre composto negli ultimi millenni la maggioranza numerica della popolazione, ma sostenere che la “forza reale poggia sui primi” e sul loro numero/superiorità numerica rappresenta un errore storico-politico clamoroso.

Diventa fin troppo facile ricordare ad Engels (e ai sostenitori del primato dell’economia sulla politica) che il numero non conta senza organizzazione (Marx 1864) o la sua corretta frase nell'”Origine della famiglia” per cui l’esercito popolare della democrazia ateniese era una forza pubblica aristocratica di fronte agli schiavi ed indispensabile per tenersi sottomessi, verità banali da cui discende come non basti una semplice organizzazione per spezzare il dominio di classe, ma serva un’organizzazione armata, di massa e ben diretta a tale nobile scopo liberatorio.

Diventa fin troppo facile ricordare ad Engels che (relativamente) pochi uomini armati e organizzati possono facilmente imporre e riprodurre il proprio dominio su molti uomini disarmati e disorganizzati, tra l’altro con tanta maggiore facilità se risultano molto sviluppate le forze di produzione e distruzione, e che nel terzo millennio pochi uomini in possesso di missili atomici intercontinentali possono purtroppo anche tenere in scacco e dominare interi continenti privi di tali sofisticati mezzi di distruzione.

Il numero e la superiorità demografica degli sfruttatori sugli sfruttati non garantiscono assolutamente l’esistenza di una “forza reale” a favore di questi ultimi, ma al massimo un contropotere potenziale e la migliore prova del nove storica in questo senso sono gli infiniti fatti testardi attestanti come le classi oppresse disarmate, seppur enormemente superiori sul piano numerico, siano state da circa seimila anni quasi sempre schiacciate e battute dall’esigua minoranza (ben armata e organizzata) delle élite sfruttatrici. Triste, ma vero, mentre meno triste diventa invece ricordare come la prima duratura vittoria degli sfruttati si sia verificata nel 1917 in una nazione in cui anch’essi a livello sociale erano solo una (forte) minoranza e in cui gli oppressi non rappresentavano più del 40% della popolazione, anche conteggiando tra loro i contadini poveri e semi-proletari: nella Russia del 1917 gli operai costituivano sicuramente una minoranza dei cittadini, divenuta tuttavia egemone perché meglio armata, meglio organizzata e meglio guidata dei suoi antagonisti sociopolitici.

Comunque va rilevato come Engels fosse un rivoluzionario troppo realistico per non rendersi conto della centralità della sfera politica, specialmente quando egli passò ad esaminare nel 1893 la situazione e le prospettive concrete dell’espressione politica (parzialmente rivoluzionaria) della classe operaia tedesca, nella fattispecie la SPD dell’ultimo decennio dell’Ottocento, nella sua introduzione al lavoro di Marx Le lotte di classe in Francia: anche se il “testamento” di Engels venne volutamente deformato dai dirigenti della socialdemocrazia tedesca per non fornire pretesti ad eventuali provvedimenti repressivi dello stato nei confronti del partito operaio tedesco, ancora semi-marxista, creando delle mutilazioni faticosamente accettate dal rivoluzionario tedesco ormai gravemente malato, in essi si trovano passi molto interessanti come quando Engels distinse tra il livello di sviluppo politico-sociale raggiunto dalla classe operaia nel 1848 e quello ormai sviluppatosi nel 1889-95.

«Allora, le masse divise e distinte per località e nazionalità ,legate soltanto dal sentimento delle sofferenze comuni, poco sviluppate, gettate confusamente dall’entusiasmo alla disperazione, oggi, un solo grande esercito internazionale di socialisti, che avanza senza soste, e di cui si accrescono ogni giorno il numero, l’organizzazione, la disciplina, la comprensione, la certezza della vittoria. E se anche questo potente esercito del proletariato non ha ancora raggiunto la meta, anche se esso, lungi dal conseguire la vittoria con una sola grande battaglia, deve progredire, lentamente, di posizione in posizione, con una lotta dura e tenace, ciò dimostra una volta per sempre come fosse impossibile conquistare la trasformazione sociale nel 1848 con un semplice colpo di sorpresa.»[11]

Sempre a parere di Engels, le fonti reali della forza/debolezza dei contendenti politici non sono solo di natura materiale ed economica, ma anche socio-politica e proprio descrivendo i successi della tattica militare delle barricate l’esperto rivoluzionario tedesco mostrò due condizioni della loro vittoria-sconfitta, l’esitazione dell’esercito e la neutralità-appoggio agli insorti di una forza armata secondaria, ma decisiva in una situazione di equilibrio delle forze come la guardia civica parigina.

«I numerosi successi degli insorti fino al 1848 furono dovuti a cause molto varie. Nel luglio 1830 e nel febbraio 1848 a Parigi, come nella maggior parte delle battaglie di strada spagnole, tra gli insorti e l’esercito vi era una guardia civica, la quale o prendeva direttamente le parti dell’insurrezione, oppure col proprio contegno fiacco e irresoluto faceva esitare anche l’esercito e per di più forniva armi all’insurrezione. Là dove questa guardia civica si schierò sin dall’inizio contro l’insurrezione, come nel giugno 1848 a Parigi, questa venne senz’altro sconfitta. A Berlino la vittoria del popolo fu dovuta nel 1848 in parte al notevole afflusso di nuove forze armate durante la notte e il mattino del 19 marzo, in parte all’esaurimento e al cattivo vettovagliamento delle truppe, in parte infine alla paralisi del comando. Ma in tutti i casi la vittoria fu riportata perché la truppa si rifiutò di obbedire; o perché i capi militari mancarono di decisione o perché ebbero le mani legate.

Persino nell’epoca classica dei combattimenti di strada la barricata aveva dunque un effetto più morale che materiale. Essa era un mezzo per scuotere la resistenza dell’esercito. Se essa resisteva sino a quando questo effetto era raggiunto, al vittoria era sicura. Se no si era battuti.»[12]

Il Tao di Sun Tzu, il livello di consenso/scontento dei governati verso i governanti e degli oppressi verso gli oppressori risulta una delle condizioni materiali principali della forza-debolezza relativa delle parti politiche in lotta, e parallelamente Engels indicò nel “diritto alla rivoluzione”, rivendicato sia dalle masse popolari che dai segmenti “ribelli” delle classi egemoni sul piano socioproduttivo, il vero e proprio fondamento reale di tutti gli stati, sia borghesi che operai.

«Con questo naturalmente i nostri compagni all’estero non rinunciano affatto al loro diritto alla rivoluzione. Il diritto alla rivoluzione è del resto il solo vero “diritto storico”; l’unico su cui riposano tutti gli Stati moderni senza eccezione, compreso il Meclemburgo, la cui rivoluzione aristocratica ebbe termine nel 1765 con quel “patto di successione” chiaramente ancor oggi costituisce la gloriosa consacrazione scritta del feudalesimo. Il diritto alla rivoluzione è così incrollabilmente penetrato nella coscienza universale, che persino il generale von Boguslavski fa risalire a questo diritto del popolo il diritto al coup d’état ch’egli rivendica per il suo imperatore.»[13]

È appena il caso di rilevare come l’idea stessa di processo rivoluzionario richiami inevitabilmente l’utilizzo – o la minaccia di utilizzo – di mezzi di violenza e una particolare dinamica nei rapporti di forza politico-militari tra i contendenti in lotta, come avvenne anche nel caso particolare delle rivoluzioni “dall’alto” sviluppatesi in Europa nella seconda metà dell’Ottocento, dopo la sconfitta delle rivolte popolari quando “i becchini della rivoluzione del 1848 erano diventati suoi esecutori testamentari” (Engels) mediante la creazione dell’indipendenza e unità interna di grandi nazioni, Germania e Italia in testa.

Infine all’intuizione sul diritto storico alla rivoluzione seguì l’elaborazione di una concezione dello stato e del potere politico come strutture derivate anche dai mutevoli rapporti di forza via via creatisi tra “principi e popolo”, dai patti/compromessi tra gruppi sociali che a volte discendono da un parziale equilibrio delle forze in campo.

«Ma non dimenticate che il Reich tedesco, come tutti i piccoli Stati e in generale come tutti gli Stati moderni, è il prodotto di un patto, del patto in primo luogo dei principi tra di loro e in secondo luogo dei principi col popolo. Se una parte rompe il patto, tutto viene meno; e anche l’altra parte allora non è più vincolata. Come Bismarck ci ha così ben dimostrato nel 1866. Se voi violate dunque la Costituzione del Reich, allora la socialdemocrazia è libera, e può fare nei vostri confronti ciò che vuole. Ma ciò ch’essa farà allora, si guarda bene dal farvelo sapere oggi!»[14]

In altre parole, nel 1895 Engels presentò lo stato e i rapporti di potere anche come il sottoprodotto di una mutevole correlazione di forza politica, generalmente molto sfavorevole alle classi sfruttate, ma in cui esse sono dotate almeno di un contropotere minimale e a volte in via di progressiva e contrastata espansione: tra la “costituzione economica” (Engels) e i rapporti politici dominanti, emerge l’azione di filtro svolta da un terzo incomodo, i rapporti di forza politici e politico-militari tra le classi in lotta.

Quasi negli stessi anni in cui Engels concludeva la sua splendida esperienza politica e teorica, Lenin aprì la strada alla seconda fase di sviluppo del marxismo e – tra le altre cose – ad un più avanzato livello di analisi dei rapporti di forza politico-sociali, fornendo innanzitutto una nuova risposta all’enigma su chi detenga il primato tra la sfera politica e quella economica.

Nel Che fare, rispondendo alle affermazioni dell’economicista Kricevsky sul presunto predominio della lotta economica su quella politica, Lenin enucleò la tesi generale dell’asimmetria tra i due livelli di conflitto di classe e della centralità del secondo aspetto della relazione in analisi.

«A pag. 4, protestando contro le accuse di eresia economia secondo lui assolutamente ingiustificate, l’autore esclama pateticamente: “Quale socialdemocratico ignora che, secondo la dottrina di Marx e di Engels, gli interessi economici delle diverse classi hanno una funzione decisiva nella storia e che, per conseguenza,in particolare la lotta del proletariato per i suoi interessi economici deve avere somma importanza per il suo sviluppo di classe e la sua lotta liberatrice” (il corsivo è nostro). Questo “per conseguenza” è assolutamente fuori posto. Dal fatto che gli interessi economici esercitano una funzione decisiva non consegue affatto che la lotta economica (=professionale) sia di sommo interesse, perché gli interessi essenziali, “decisivi”, delle classi possono essere soddisfatti solamente con trasformazioni politiche radicali in generale, e particolarmente, l’interesse economico fondamentale del proletariato può essere soddisfatto solamente con una rivoluzione politica che sostituisca alla dittatura della borghesia la dittatura del proletariato. B. Kricevsky ripete il ragionamento dei “V. V. della socialdemocrazia russa” (la politica segue l’economia, ecc.) e dei bernsteiniani della socialdemocrazia tedesca (con un ragionamento analogo, Woltmann, per esempio, dimostrava che gli operai devono incominciare ad acquistare la “forza economica” prima di pensare alla rivoluzione politica).»[15]

Mentre nella polemica contro Kricevsky Lenin ribadì la supremazia della lotta politica su quella economica e – di conseguenza – il primato della sfera politica (del mezzo) su quella economica (sul “fine”), diciotto anni dopo la tesi in esame venne ulteriormente arricchita nel corso di una discussione apertasi nel 1920/21 all’interno del partito bolscevico sul ruolo dei sindacati all’interno della società sovietica. In quell’occasione Lenin focalizzò in un primo momento l’attenzione sul fatto che la politica rappresenta proprio l’espressione concentrata dell’economia e che non esiste una sfera politica autoreferenziale, staccata dalla lotta di classe e dal controllo del processo produttivo generale, riprendendo e sviluppando al già citata definizione di Marx sulla politica come “riassunto degli antagonismi di classe”, allo stesso tempo egli sostenne anche che tale “espressione concentrata” non può non avere il primato sulla sua base materiale, di cui è la sintesi superiore e l’espressione più generale: la polemica contro Trotzky e Bukharin sulla questione della funzione dei sindacati in uno Stato operaio servì al leader bolscevico per sviluppare anche la tematica del rapporto tra politica ed economia, con i suoi inevitabili riflessi sul processo di analisi dei rapporti di forza politici.

«È strano che si debba di nuovo porre una questione così elementare. Purtroppo Trotzky e Bukharin mi costringono a farlo. Entrambi mi rimproverano di “sostituire un problema a un altro, oppure di impostarlo “politicamente” mentre essi lo impostano “economicamente”. Bukharin lo ha persino detto nelle sue tesi e ha cercato di “elevarsi al di sopra” delle due parti: io riunisco l’una e l’altra impostazione, egli dice.

L’errore teorico è palese. La politica è l’espressione concentrata dell’economia, ho ripetuto nel mio discorso, perché mi ero già sentito rimproverare la mia impostazione “politica”, rimprovero assolutamente privo di senso e inammissibile in bocca a un marxista.

La politica non può non avere il primato sull’economia. Ragionare diversamente significa dimenticare l’abbiccì del marxismo. La mia valutazione politica è forse errata? Ditelo e dimostratelo. Ma dire (o anche solo ammettere indirettamente l’idea) che l’impostazione politica è equivalente a quella “economica”, che si può prendere “l’una e l’altra”, significa dimenticare l’abbiccì del marxismo.

Bukharin, preconizzando l’unione del punto di vista politico e di quello economico, è teoricamente scivolato nell’eclettismo.

Trotzky e Bukharin prestano le cose in questo modo: vedete, noi ci preoccupiamo dello sviluppo della produzione, voi invece soltanto della democrazia formale. È falso, perché il problema si pone (e, dai marxisti, si può porre) soltanto così: senza una giusta impostazione politica una determinata classe non può mantenere il suo dominio, e non può quindi neppure assolvere il suo compito nella produzione[16]

Lenin evitò contemporaneamente sia le secche del politicismo che i difetti dell’economicismo, visto che a suo avviso considerare la politica come lotta per il potere, avulsa e staccata da interessi materiali ed esigenze produttive, oppure specularmente valutarla come una sovrastruttura relativamente poco importante e sicuramente subordinata alle lotte “corporative” per i bisogni economici, costituiscono due errori ugualmente gravi e nocivi.

La politica esprime sicuramente interessi, bisogni, esigenze materiali e di classe, ma è il secondo Lenin il luogo privilegiato in cui si afferma il primato di determinati bisogni su altre esigenze antagoniste, di determinate scelte di priorità materiali su scelte di priorità contrapposte e rappresenta la sfera privilegiata in cui i rapporti di produzione di classe (coercitivi) vengono riprodotti o cancellati dalla scena storica, a seconda della vittoria-sconfitta politica e militare nella lotta di classe dei proprietari delle condizioni di produzione o dei produttori diretti; costituisce una sfera d’azione privilegiata, in cui anche le diverse frazioni politiche e/o economiche della classe dominante decidono e determinano con la lotta la prevalenza dell’una e dell’altra frazione nei rapporti di produzione e potere, con i relativi e connessi “dividendi” economici accumulati dalle parti via via vincenti nella lotta per il potere.

Il secondo anello della catena politica leninista è rappresentato dal predominio dei rapporti di forza nella sfera politica, dato che per Lenin essi costituiscono il vero e proprio centro di gravità sia dell’analisi concreta delle situazioni concrete che della pratica politico-sociale tesa a modificarle, visto che a suo avviso si deve sempre partire, sia teoricamente che praticamente, con analisi preliminare ed oggettiva della correlazione di potenze esistente su scala internazionale e statale. Nello splendido trattato generale di politica intitolato Estremismo, malattia infantile del comunismo Lenin correttamente affermò che «Beninteso, se le masse non sono animate da spirito rivoluzionario, se non vi sono le condizioni che favoriscano lo sviluppo di questo spirito rivoluzionario, la tattica rivoluzionaria non può trasformarsi in azione, ma in Russia un’esperienza troppo lunga, difficile, sanguinosa ci ha convinti di questa verità: che la tattica rivoluzionaria non può essere fondata unicamente sullo spirito rivoluzionario. La tattica deve fondarsi sul calcolo preciso e rigorosamente oggettivo di tutte le forze di classe dello Stato in questione (nonché degli Stati limitrofi e di tutti gli Stati su scala mondiale) e sulla valutazione dell’esperienza dei movimenti rivoluzionari».[17]

Politica intesa sia come arte del possibile, che come trasformazione dell’impossibile in possibile.

Per il rivoluzionario russo è chiara l’importanza decisiva assunta in campo politico della correlazione di potenza concreta esistente nella situazione concreta: in una polemica del 1918 contro i comunisti “di sinistra” li rimproverò aspramente perché essi «non sanno pensare al rapporto di forze, calcolare il rapporto di forze. In questo invece è il nucleo del marxismo e della tattica marxista, ma essi passano oltre a questo “nucleo” con frasi orgogliose…»[18]

Sempre secondo Lenin, una lucida analisi della correlazione di potenza diventa ancora più importante proprio durante i giorni ed i periodi che “valgono come vent’anni”, nelle situazioni rivoluzionarie in cui è essenziale “cogliere il punto critico” durante il quale i rapporti di forza diventano particolarmente favorevoli alle masse popolari ed ai loro diretti mandatari politici.

«Per riuscire, l’insurrezione deve fondarsi non su di un complotto, non su di un partito, ma sulla classe d’avanguardia. Questo in primo luogo. L’insurrezione deve saper cogliere quel punto critico nella storia della rivoluzione in ascesa che è il momento in cui l’attività delle schiere più avanzate del popolo è massima e più forti sono le esitazioni nelle file dei nemici e nelle file degli amici deboli, equivoci e indecisi della rivoluzione. Questo in terzo luogo. Ecco le tre condizioni che, nell’impostazione del problema dell’insurrezione, distinguono il marxismo dal blanquismo.

Ma una volta che queste condizioni esistono, rifiutarsi di considerare l’insurrezione come un’arte significa tradire il marxismo e tradire la rivoluzione.»[19]

Sempre a giudizio di Lenin, i rapporti di forza politico-sociali non rimangono statici ed immobili ma sono immersi in un processo continuo di trasformazione, più o meno accentuata, tanto che in molti casi concreti egli rivolse la sua attenzione soprattutto sulla dinamica concreta della correlazione di potenza, intesa in primo luogo come processo di trasformazione del livello di scontento via via espresso dalle masse popolari verso le nomenklature al potere ed i loro mandanti sociali, le classi dominanti. Nella risoluzione presa dal Comitato Centrale bolscevico nell’ottobre 1917, in cui si decise l’assalto al cielo dalla terra russa, si legge ad esempio una fredda valutazione sia della situazione interna (ed internazionale) che del rapido mutamento della correlazione di potenza tra la classe operaia e la borghesia, verificatosi in pochi mesi con le grandi sollevazioni contadine dell’estate e la conquista della maggioranza nei Soviet da parte dei bolscevichi, a partire dai primi giorni di settembre di quell’anno sconvolgente.

«Il CC riconosce che la situazione internazionale della rivoluzione russa (ammutinamento della flotta in Germania, manifestazione estrema dell’ascesa della rivoluzione socialista mondiale in tutta Europa, quindi la minaccia di una pace tra gli imperialisti allo scopo di soffocare la rivoluzione russa), così come la situazione militare (indubbia decisione della borghesia russa e di Keresnki e compagni di consegnare Pietrogrado ai tedeschi), così come la conquista della maggioranza nei Soviet da parte del partito proletario, tutto questo in connessione con la sollevazione dei contadini e con la svolta della fiducia popolare verso il nostro partito (elezioni a Mosca) e infine l’evidente preparazione di una seconda rivolta di Kornilov (allontanamento delle truppe da Pietrogrado, trasferimento a Pietrogrado dei cosacchi, accerchiamento di Minsk con i cosacchi, ecc.), tutto ciò pone all’ordine del giorno l’insurrezione armata.

Riconoscendo così che l’insurrezione armata è inevitabile e pienamente matura, il CC propone a tutte le organizzazioni di partito di ispirarsi a questa linea e di giudicare da questo punto di vista e risolvere tutte le questioni pratiche (congresso dei Soviet del nord, ritiro delle truppe da Pietrogrado, azioni a Mosca e a Minsk, ecc.).»[20]

Lo studio approfondito dei rapporti di forza venne applicato creativamente da Lenin anche in campo internazionale, con particolare riferimento allo sviluppo diseguale dei diversi stati imperialistici e della loro rispettiva potenza economico-militare. Nella sua opera L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, egli scrisse che «il capitale finanziario e i trust acuiscono, non attenuano, le differenze nella rapidità di sviluppo dei diversi elementi dell’economia mondiale. Ma non appena i rapporti di forza sono modificati, in quale altro modo in regime capitalistico si possono risolvere i contrasti se non con la forza[21]

Nell’epoca dell’imperialismo moderno il “mutamento di potenza” economico e militare assume inevitabilmente un ruolo centrale, visto che la spartizione dei profitti tra gli stati dominanti non può che avvenire in base alla “forza”.

«Certamente interessa, per esempio, alla borghesia tedesca (a cui si è unito in sostanza Kautsky coi suoi ragionamenti teorici e di questo diremo dopo) di nascondere il contenuto dell’odierna lotta economica (cioè la spartizione del mondo) e di mettere in evidenza ora una, ora l’altra forma della lotta. Lo stesso errore commette Kautsky. Né si tratta solo della borghesia tedesca, ma di quella di tutto il mondo. I capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti. E la spartizione si compie “proporzionalmente al capitale”, “in proporzione alla forza”, poiché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di spartizione. Ma la forza muta per il mutare dello sviluppo economico e politico. Per capire gli avvenimenti, occorre sapere quali questioni vengono risolte da un mutamento di potenza; che poi tale mutamento sia di natura “puramente” economica, oppure extra-economica (per esempio, militare), ciò, in sé, è questione secondaria, che non può mutare nulla nella fondamentale concezione del più recente periodo del capitalismo.»[22]

Il contenuto economico della lotta tra i predoni imperialistici, e le trasformazioni asimmetriche dei rapporti di forza economici e militari esistenti in precedenza tra gli stati vengono da Lenin saldati in un asse teorico compatto, perfettamente in grado di interpretare e chiarire i processi capitalistici contemporanei su scala internazionale anche all’inizio del terzo millennio

Il quinto mattone della costruzione leninista ebbe come oggetto il processo di creazione di una mutevole scala di priorità tra i diversi fattori politico-sociali di forza, ferma restando l’interconnessione dialettica sempre esistente tra di essi. Scegliendo un esempio tra i molti disponibili, quando nel 1920 Lenin entrò in polemica contro il teorico austriaco O. Bauer, il rivoluzionario russo rilevò con chiarezza la priorità della violenza e della forza politico-militare sugli altri campi di potenza reali durante lo sviluppo delle lotte politico-sociali più importanti all’interno delle formazioni statali capitalistiche.

«Otto Bauer ha espresso mirabilmente tutta la sostanza dell’opportunismo mondiale in una sola frase, in virtù della quale, se avessimo libertà d’azione a Vienna dovremmo, lui vivo, erigergli un monumento. L’impiego della violenza nella lotta di classe, in seno alle democrazie contemporanee, sentenzia Otto Bauer, sarebbe una forma di “violenza sui fattori sociali della forza”.

Pensate, forse, che questa frase suoni strana e incomprensibile? Ebbene, da quest’esempio si vede a che cosa venga ridotto il marxismo, fino a qual grado di trivialità e difesa degli sfruttatori possa venire ridotta la teoria più rivoluzionaria. Si prenda la variante tedesca del filisteismo e si avrà la “teoria” secondo la quale i “fattori sociali della forza” sono il numero, il grado d’organizzazione, il posto occupato nel processo di produzione e ripartizione, l’attivismo, l’istruzione. Se l’operaio agricolo e l’operaio industriale esercitano una violenza rivoluzionaria contro il grande proprietario fondiario e contro il capitalista, non si ha affatto la dittatura del proletariato, non si ha affatto la violenza contro gli sfruttatori e gli oppressori del popolo. Oh, no. Si tratta invece della “violenza sui fattori sociali della forza”.»[23]

Per Lenin risultò chiara anche l’importanza assunta dal livello di attivismo e coscienza della classe operaia e dalla volontà ed eroismo delle loro avanguardie di massa, durante le fasi di lotta più dure di regola contraddistinte dalla”critica delle armi”.

«Quando i signori borghesi, i signori conciliatori, i signori “indipendenti” tedeschi e austriaci e i longuettisti francesi discutevano sul fattore storico essi dimenticavano sempre un fattore quale la decisione rivoluzionaria, la fermezza e l’inflessibilità del proletariato. Ed è proprio questa inflessibilità e questa fermezza che esistono nel proletariato del nostro paese, il quale ha detto a se stesso e agli altri, e ha dimostrato nei fatti, che moriremo fino all’ultimo uomo piuttosto di cedere il nostro territorio, piuttosto che abbandonare il nostro principio, il principio della disciplina e della politica ferma, alla quale dobbiamo sacrificare tutto. Nel momento della disgregazione dei paesi capitalistici, della classe capitalistica, della sua disperazione e della sua crisi, questo fattore politico è il solo che decida. Le frasi sulla minoranza e la maggioranza, sulla democrazia e la libertà, non decidono nulla, qualsiasi uso ne facciano gli eroi del periodo storico passato. Quel che decide è la coscienza e la fermezza della classe operaia. Se questa è disposta a sacrificarsi, se ha dimostrato di saper tendere tutte le sue forze, il problema è risolto… La decisione della classe operaia, la sua inflessibilità nel realizzare la propria parola d’ordine: “Meglio morire che arrendersi”, non costituiscono soltanto un fattore storico, ma il fattore decisivo, il fattore della vittoria.»[24]

Un ulteriore “anello” dell’elaborazione leninista riguardò il primato nella sfera politica dell’azione capillare e continua, finalizzata a modificare i rapporti di forza politici e politico-militari tra le classi, e della riproduzione degli strumenti politici e materiali indispensabili per la trasformazione reale delle correlazioni di potenza politico-sociali.

Secondo Lenin una modifica decisiva dei rapporti di forza, da raggiungersi prima della presa del potere, deve essere acquisita attraverso il difficile processo di conquista della maggioranza del proletariato da parte del partito comunista rivoluzionario: in una polemica del 1921 con il comunista italiano Terracini, sostenitore allora di posizioni bordighiste, Lenin sostenne che Terracini «ha paura della parola “masse” e la vuole cancellare. Il compagno Terracini non ha capito molto della rivoluzione russa.

Noi, in Russia, eravamo un piccolo partito, ma avevamo con noi la maggioranza dei Soviet dei deputati operai e contadini di tutto il paese. [Una voce: Giusto!] E voi? Avevamo con noi quasi la metà dell’esercito, che allora contava per lo meno dieci milioni di uomini. Avete voi forse la maggioranza dell’esercito? Citatemi un paese simile! Se queste opinioni del compagno Terracini sono condivise da altre delegazioni, ciò significa che nell’Internazionale non tutto va per il meglio! Allora dobbiamo dire: “Alt! Lotta decisa! Altrimenti l’Internazionale comunista è rovinata”. (…)

Non nego in modo assoluto che la rivoluzione possa essere iniziata anche da un partito molto piccolo e portata a una fine vittoriosa. Ma si deve sapere con quali metodi bisogna conquistare le masse. A tale scopo è necessario preparare a fondo la rivoluzione. Ma ecco dei compagni i quali chiedono di rinunciare immediatamente all’esigenza delle “grandi” masse. È necessario combattere questi compagni. Senza una profonda preparazione, non riuscirete a ottenere la vittoria in nessun paese. Basta un partito piccolissimo per condurre le masse al proprio seguito. In determinati momenti non c’è bisogno di grandi organizzazioni.

Ma per vincere bisogna avere la simpatia delle masse. La maggioranza assoluta non è sempre necessaria, ma per vincere, e per conservare il potere, occorre non soltanto la maggioranza della classe operaia – io adopero qui l’espressione “classe operaia” nel senso dell’Europa occidentale, cioè nel senso di proletariato industriale – ma anche la maggioranza degli sfruttati e dei lavoratori rurali. Ci avete pensato? Troviamo noi nel discorso di Terracini un solo accenno a un’idea di questo genere? No, vi si parla soltanto di “tendenze dinamiche”, di “passaggio dalla passività all’attività”. Sfiora, forse, il compagno Terracini, sia pure con una sola parola, la questione dei prodotti alimentari? Eppure gli operai esigono che l’approvvigionamento sia assicurato, quantunque possano sopportare molto e soffrire la fame, come abbiamo visto, in una certa misura, in Russia. Dobbiamo perciò attrarre a noi non soltanto la maggioranza della classe operaia, ma anche la maggioranza della popolazione lavoratrice e sfruttata delle campagne. Avete preparato questo? Quasi in nessun luogo.»[25]

Per quanto riguarda gli altri strumenti politici e materiali necessari a modificare a proprio vantaggio i rapporti di forza, è sufficientemente conosciuto il primato costantemente attribuito da Lenin al partito rivoluzionario, “moderno principe” secondo una felice definizione di Gramsci, e la presenza costante nella sua cassetta degli arnesi teorici sia della ricerca dell’acquisizione dell’egemonia nei sindacati che dell’utilizzo delle coordinate politiche del nemico principale-nemico secondario (vedi tentativo reazionario del generale Kornilov contro il governo Kerensky, nell’agosto 1917): mezzi concreti, allo stesso tempo creati ed unificati dalla tendenza espressa ininterrottamente da Lenin e tesa continuamente a modificare i rapporti di forza, sempre sulla base di un’analisi fredda e oggettiva di questi ultimi, al massimo grado possibile.

Passando alla sfera delle relazioni internazionali, è abbastanza noto l’utilizzo quasi costante da parte di Lenin e della Russia sovietica della strategia della coesistenza pacifica con gli stati capitalistici (pace di Brest-Litovsk e trattato di Rapallo con la Germania, rispettivamente nel 1918 e nel 1922): linea generale imposta da una sfavorevole correlazione di forze globale, in ogni caso indirizzata alla modifica progressiva della correlazione di potenza su scala internazionale e sempre sostituibile in caso di processi di modifica radicale dei rapporti di potenza, come avvenne al tempo dell’avanzata dell’Armata Rossa su Varsavia durante l’estate del 1920.

La lezione teorica di Lenin venne ripresa e sviluppata principalmente dal grande marxista Antonio Gramsci, che riutilizzò in modo creativo (partendo dalla situazione politico-sociale italiana) categorie-forza quali il partito, l’egemonia, il blocco sociale (Tesi di Lione) e la funzione storica degli intellettuali nelle diverse formazioni economico-sociali classiste; per quanto riguarda la tematica della correlazione di potenza, essa venne sezionata e studiata da Gramsci come un segmento della scienza politica, dotato sia di una particolare importanza teorica che di un impatto politico concreto ed immediato.

Specialmente nei suoi Quaderni dal carcere, Gramsci esaminò in modo organico i vari livelli di articolazione dei rapporti di forza compiendo una splendida performance teorica.

«Un aspetto dello stesso problema è la questione così detta dei rapporti di forza. Si legge spesso nelle narrazioni storiche l’espressione generica: “rapporti di forza favorevoli, sfavorevoli a questa o a quella tendenza”. Così, astrattamente, questa formulazione non spiega nulla o quasi nulla, perché non si fa che ripetere il fatto che si deve spiegare presentandolo una volta come fatto e una volta come legge astratta e come spiegazione. L’errore teorico consiste dunque nel dare un canone di ricerca e di interpretazione come “causa storica”.»[26]

Per Gramsci non erano certo utili delle semplici frasi sul ruolo determinante di rapporti di forza (favorevoli-sfavorevoli), ma bisognava invece spiegare cosa si intendesse per “forza” e rapporti di forza politico-sociali, indicando le “cause storiche” della forza-debolezza relativa dei soggetti antagonisti e per quali ragioni i rapporti di forza diventassero volta per volta più favorevoli/sfavorevoli a determinati leader, movimenti politici e classi sociali.

A suo avviso era diventato necessario distinguere tra tre livelli diversificati della categoria storico-teorica in esame, e proprio attraverso questo processo analitico Gramsci iniziò a comprendere parzialmente la differenza esistente tra i reali campi di forza politica (militare, economico, organizzativa e consensuale) e gli strumenti sociali di produzione della potenza politico-sociale, tra i fattori reali di forza e quelli potenziali (“numero delle aziende e dei loro addetti, il numero delle città”, le idee-forza, ecc.).

«Intanto, nel “rapporto di forza” occorre distinguere diversi momenti o gradi, che fondamentalmente sono questi:

1)    Un rapporto di forze sociali strettamente legato alla struttura, obiettivo, indipendente dalla volontà degli uomini, che può essere misurato coi sistemi delle scienze esatte o fisiche. Sulla base del grado di sviluppo delle forze materiali di produzione si hanno i raggruppamenti sociali, ognuno dei quali rappresenta una funzione e ha una posizione data nella produzione stessa. Questo rapporto è quello che è, una realtà ribelle: nessuno può modificare il numero delle aziende e dei loro addetti, il numero delle città con la data popolazione urbana, ecc. Questo schieramento fondamentale permette di studiare se nella società esistono le condizioni necessarie e sufficienti per una sua trasformazione, permette cioè di controllare il grado di realismo e di attuabilità delle diverse ideologie che sono nate nel suo stesso terreno, nel terreno delle contraddizioni che esso ha generato durante il suo sviluppo.

2)    Un momento successivo è il rapporto delle forze politiche, cioè la valutazione del grado di omogeneità, di autocoscienza e di organizzazione raggiunto dai vari gruppi sociali. Questo momento può essere a sua volta analizzato e distinto in vari gradi, che corrispondono ai diversi momenti della coscienza politica collettiva, così come si sono manifestati finora nella storia. Il primo e più elementare è quello economico corporativo: un commerciante sente di dover essere solidale con un altro commerciante, un fabbricante con un altro fabbricante, ecc., ma il commerciante non si sente ancora solidale col fabbricante; è cioè sentita l’unità omogenea, e il dovere di organizzarla, del gruppo professionale , ma non ancora del gruppo sociale più vasto. Un secondo momento è quello in cui si raggiunge la coscienza della solidarietà di interessi fra tutti i membri del gruppo sociale, ma ancora nel campo meramente economico. Già in questo momento si pone la questione dello Stato, ma solo nel terreno di raggiungere una uguaglianza politico-giuridica coi gruppi dominanti, poiché si rivendica il diritto di partecipare alla legislazione e alla amministrazione e magari di modificarle, di riformarle, ma nei quadri fondamentali esistenti. Un terzo momento è quello in cui si raggiunge la coscienza che i propri interessi corporativi, nel loro sviluppo attuale e avvenire, superano la cerchia corporativa, di gruppo meramente economico, e possono e debbono divenire gli interessi di altri gruppi subordinati. Questa è la fase più schiettamente politica, che segna il netto passaggio dalla struttura alla sfera delle superstrutture complesse, è la fase in cui le ideologie germinate precedentemente diventano “partito”, vengono a confronto ed entrano in lotta fino a che una sola di esse o almeno una sola combinazione di esse, tende a prevalere, a imporsi, a diffondersi su tutta l’area sociale, determinando oltre che l’unicità dei fini economici e politici, anche l’unità intellettuale e morale, ponendo tutte le questioni intorno a cui ferve la lotta non sul piano corporativo ma su un piano “universale” e creando così l’egemonia di un gruppo sociale fondamentale su una serie di gruppi subordinati. Lo Stato è concepito, sì, come organismo proprio di un gruppo, destinato a creare le condizioni favorevoli alla massima espansione del gruppo stesso; ma questo sviluppo e questa espansione sono concepiti e presentati come la forza motrice di una espansione universale, di uno sviluppo di tutte le energie “nazionali”, cioè il gruppo dominante viene coordinato concretamente con gli interessi generali dei gruppi subordinati e la vita statale viene concepita come un continuo formarsi e superarsi di equilibri instabili (nell’ambito della legge) tra gli interessi del gruppo fondamentale e quelli dei gruppi subordinati, equilibri in cui gli interessi del gruppo dominante prevalgono ma fino a un certo punto, non cioè fino al gretto interesse economico-corporativo.

Nella storia reale questi momenti si implicano reciprocamente, per così dire orizzontalmente e verticalmente, cioè secondo le attività economiche sociali (orizzontali) e secondo i territori (verticalmente), combinandosi e scindendosi variamente: ognuna di queste combinazioni può essere rappresentata da una propria espressione organizzata economica e politica. Ancora bisogna tener conto che a questi rapporti interni di uno Stato-nazione si intrecciano i rapporti internazionali, creando nuove combinazioni originali e storicamente concrete. Una ideologia, nata in un paese più sviluppato, si diffonde in paesi meno sviluppati, incidendo nel giuoco locale delle combinazioni.

Questo rapporto tra forze internazionali e forze nazionali è ancora complicato dall’esistenza nell’interno di ogni Stato di parecchie sezioni territoriali di diversa struttura e di diverso rapporto di forze in tutti i gradi (così la Vandea era alleata con le forze internazionali reazionarie e le rappresentava nel seno dell’unità territoriale francese; così Lione nella Rivoluzione francese rappresentava un nodo particolare di rapporti ecc.).

3)    Il terzo momento è quello del rapporto delle forze militari immediatamente decisivo volta per volta. (Lo sviluppo storico oscilla continuamente tra il primo e il terzo momento, con la mediazione del secondo.) Ma anche esso non è qualcosa di indistinto e di identificabile immediatamente in forma schematica, si possono anche in esso distinguere due gradi: quello militare in senso stretto o tecnico-militare e il grado che si può chiamare politico-militare. Nello sviluppo della storia questi due gradi si sono presentati in una grande varietà di combinazioni. Un esempio tipico che può servire come dimostrazione limite, è quello del rapporto di oppressione militare di uno Stato su una nazione che cerchi di raggiungere la sua indipendenza statale. Il rapporto non è puramente militare, ma politico-militare; e, infatti, un tale tipo di oppressione sarebbe inspiegabile senza lo stato di disgregazione sociale del popolo oppresso e la passività della sua maggioranza, pertanto l’indipendenza non potrà essere raggiunta con forze puramente militari, ma militari e politico-militari. Se la nazione oppressa, infatti, per iniziare la lotta d’indipendenza, dovesse attendere che lo Stato egemone le permetta di organizzare un proprio esercito nel senso stretto e tecnico della parola, avrebbe da attendere un pezzo (può avvenire che la rivendicazione di avere un proprio esercito sia soddisfatta dalla nazione egemone, ma ciò significa che già una gran parte della lotta è stata combattuta e vinta sul terreno politico-militare). La nazione oppressa opporrà dunque inizialmente alla forza militare egemone una forza che è solo “politico-militare”, cioè opporrà una forma di azione politica che abbia la virtù di determinare riflessi di carattere militare nel senso: 1) che abbia efficacia di disgregare intimamente l’efficienza bellica della nazione egemone; 2) che costringa la forza militare egemone a diluirsi e disperdersi in un grande territorio, annullandone gran parte dell’efficienza bellica. Nel Risorgimento italiano si può notare l’assenza disastrosa di una direzione politico-militare, specialmente nel Partito di Azione (per congenita incapacità), ma anche nel Partito piemontese-moderato, sia prima che dopo il 1848, non certo per incapacità, ma per “maltusianismo economico-politico”, cioè perché non si volle neanche accennare alla possibilità di una riforma agraria e perché non si voleva la convocazione di una assemblea nazionale costituente, ma si tendeva solo a che la monarchia piemontese, senza condizioni o limitazioni di origine popolare, si estendesse a tutta Italia, con la pura sanzione di plebisciti regionali.»[27]

Sempre ad avviso del grande comunista italiano, i rapporti di forza devono essere esaminati sotto l’aspetto dinamico, “in continuo movimento e mutamento di equilibrio” e sempre sottoposti al condizionamento decisivo della praxis umana, della pratica politica collettiva di classe.

«Il politico in atto è un creatore, un suscitatore, ma né crea dal nulla, né si muove nel vuoto torbido dei suoi desideri e sogni. Si fonda sulla realtà effettuale, ma cos’è questa realtà effettuale? È forse qualcosa di statico e immobile o non piuttosto un rapporto di forze in continuo movimento e mutamento di equilibrio? Applicare la volontà alla creazione di un nuovo equilibrio delle forze realmente esistenti ed operanti, fondandosi su quella determinata forza che si ritiene progressiva e potenziandola per farla trionfare è sempre muoversi nel terreno della realtà effettuale, ma per dominarla e superarla (o contribuire a ciò).»[28]

Secondo l’analisi gramsciana il materialismo storico si depura da ogni forma di economicismo solo quando riesce a “giungere a una giusta analisi delle forze che operano nella storia in un dato periodo”, sempre sulla base del processo di riproduzione di determinate strutture economico-sociali: ancora durante l’estate del 1925, Gramsci sintetizzò l’esperienza politica via via accumulata dal PCd’I nei suoi primi anni di dura esistenza affermando che bisognava «fissare i rapporti reali, e non solo teorici, delle forze di classe che lottano tra loro e le direttive che i diversi partiti vogliono dare alla lotta. Occorrerà fissare i rapporti delle forze organizzate di classe e le ragioni dei loro sistemi di lotta.»[29]

Quali sono i “coefficienti” materiali necessari per determinare il mutevole rapporto esistente tra i “fattori socio-politici della forza”, oltre che per precisare quali siano le “effettive forze politiche”? In impressionante accordo con Lenin, Gramsci spiegò nel maggio del 1924 e poco prima dell’uccisione del deputato socialista G. Matteotti da parte delle squadre armate fasciste che «siamo convinti che anche il più modesto dei nostri lettori ha compreso perfettamente il significato del concetto espresso in questo periodo, ha compreso cioè che – come comunisti, vale a dire come marxisti – noi riteniamo che le “effettive forze politiche del paese” non sono in centinaia di migliaia o in milioni di individui – in questo caso di lavoratori disarmati e non legati neppure da un forte vincolo organizzativo politico – ma si esprimono in quegli organismi che posseggono oltre che il numero – coefficiente certo di non secondaria importanza – molti altri coefficienti: la ricchezza, le armi, la capacità tecnica ed intellettuale, ecc. E che questo giudizio – che è, ripetiamo, nettamente marxista – sulle “effettive forze politiche del paese” sia perfettamente giusto lo dimostra, ahimè!, lo stesso fenomeno fascista. I fascisti – siamo in questo perfettamente d’accordo cogli scrittori dell’Avanti! – erano e sono una piccola minoranza in confronto alla generale massa del proletariato, che è loro decisamente avversaria. Ma i fascisti inquadrati ed armati, aiutati e protetti, inoltre, dalla forza armata dello Stato, hanno, in due anni di guerra civile, sconfitto la classe lavoratrice e si sono infine impossessati completamente del potere statale. La possibilità d’azione d’un ceto o d’una classe non si misura dal numero dei suoi aderenti e nemmeno da quello dei suoi rappresentanti in Parlamento. Lo stato maggiore» (delle forze armate) «non ha deputati, eppure è una forza politica reale ed influentissima.»[30]

L’esperienza storica successiva al delitto Matteotti mostrò subito la validità teorica e pratica dell’analisi gramsciana, visto che nel 1924 non bastò il numero, e neanche il grado di scontento-indignazione espresso dalle masse popolari (arrivato a livelli molto elevati subito dopo l’ennesimo crimine fascista) per sconfiggere la dittatura fascista in mancanza di un’organizzazione di massa, di una “capacità tecnica e intellettuale-politica” e di un reale inquadramento militare, come invece avvenne durante la Resistenza italiana del 1943-45 quando i partigiani riuscirono a rendersi molto bene “inquadrati ed armati” nella lotta frontale contro il nazifascismo.

L’ultimo esponente creativo del “filo rosso”, del processo di sviluppo dell’analisi sui rapporti di forza statali e/o internazionali è stato Mao Tse-Tung (Mao Zedong).

Attraverso una pratica politico-sociale collettiva di lunga durata e di eccezionale importanza storica, che consentì al Partito comunista ed ai contadini poveri cinesi di portare a termine con successo tra il 1926 ed il 1949 un radicale processo rivoluzionario proprio nel più popoloso stato del mondo, Mao Tse-Tung focalizzò l’attenzione in molti dei suoi scritti sulla tematica dei rapporti di forza, fornendo alcuni contributi parzialmente originali alla materia in esame.

Innanzi tutto il dirigente comunista cinese sottolineò con estrema chiarezza che qualunque attore politico-sociale possiede sia elementi di forza che di debolezza (relativi) nel corso della sua azione su scala statale e/o internazionale, visto che anche l’antagonista più potente risulta handicappato da uno o più punti vulnerabili su cui può invece fare leva il suo avversario, prima e nel corso della lotta in campo aperto.

Anche dopo la sanguinosa repressione del movimento operaio e contadino attuata nel 1927 da Chiang Kai-Shek, mandatario politico dell’alta borghesia finanziaria e dei grandi proprietari fondiari cinesi, Mao Tse-Tung non si lasciò assolutamente scoraggiare dall’enorme inferiorità materiale che gravava sulle forze rivoluzionarie all’inizio dello scontro armato ed impostò con intelligenza una strategia guerrigliera di lunga durata nelle zone rurali, contando sia sul potenziale rivoluzionario latente dei contadini poveri cinesi che sulla debolezza delle classi dominanti cinesi, sia sulle contraddizioni intestine di queste ultime che sul crescente scontento delle masse popolari, specialmente nelle campagne.

Nel suo scritto Una scintilla basta a dar fuoco a tutta la prateria, scritto il 5 gennaio 1930, Mao applicò concretamente l’analisi dialettica dei “punti forti-punti deboli” allo scenario politico-sociale cinese dell’inizio degli anni Trenta, in cui ancora dominavano sul piano politico-sociale la borghesia finanziaria e i grandi proprietari terrieri semi-feudali.

«Per questo è necessario, quando si esprime un giudizio sulla situazione politica della Cina, conoscere i seguenti elementi fondamentali:

1.      Se, nella situazione presente, le forze soggettive della rivoluzione cinese sono deboli, è possibile constatare che tutta l’organizzazione delle classi dirigenti reazionarie (il potere, le forze armate, i partiti, ecc.), fondata sulla struttura socioeconomica fragile ed arretrata della Cina, è debole anch’essa. Così si comprende perché, nonostante che nei paesi dell’Europa occidentale le forze soggettive della rivoluzione siano probabilmente oggi più rilevanti che in Cina, la rivoluzione non abbia possibilità di verificarsi in un futuro imminente: le forze delle classi dirigenti reazionarie di questi paesi sono infatti decisamente più forti di quelle delle classi dirigenti reazionarie della Cina. Così, benché le forze soggettive della rivoluzione siano attualmente deboli in Cina, l’ondata rivoluzionaria avrà sicuramente inizio più presto in Cina che non in Europa occidentale, e questo perché le forze controrivoluzionarie sono anch’esse relativamente deboli in Cina.

2.      È un fatto che, dopo la sconfitta della rivoluzione del 1927, le forze soggettive della rivoluzione si sono considerevolmente indebolite. Quel che ancora ne resta è di importanza così ridotta che i compagni che giudicano unicamente in base all’apparenza sono naturalmente inclini al pessimismo. Ma se si procede fino al cuore delle cose il quadro cambia completamente. È qui possibile applicare il vecchio proverbio cinese: “Una scintilla basta a dar fuoco a tutta la pianura.” Il che sta a significare che, se le forze della rivoluzione sono ancora abbastanza deboli, possono tuttavia svilupparsi con grande rapidità.

Ma, per accertare se vi sarà presto in Cina un’ondata rivoluzionaria, non vi è che un mezzo: esaminare con la massima attenzione se le diverse contraddizioni che sono in grado di provocare quest’ondata sono realmente in fase di sviluppo. Su scala mondiale le contraddizioni tra i vari Stati imperialistici, tra gli Stati imperialistici e le colonie, tra gli imperialisti e il proletariato dei loro paesi si vanno accentuando, e quindi gli imperialisti sentono tanto maggiore il bisogno di contendersi il dominio della Cina; ma nel momento in cui la lotta impegnata dagli imperialisti per il dominio della Cina diviene più aspra, nella stessa Cina si aggravano tanto le contraddizioni tra gli imperialisti e la nazione cinese nel suo complesso, quanto le contraddizioni tra gli stessi imperialisti, con la conseguenza che tra le varie cricche di governo reazionarie esistenti in Cina sorgono guerre intestine, che si vanno ampliando e aggravando di giorno in giorno e che suscitano a loro volta un nuovo inasprimento delle contraddizioni esistenti tra queste cricche. Poiché queste contraddizioni trovano la loro espressione nelle guerre intestine che si verificano tra i signori della guerra, finiscono col metter capo ad un aumento dei carichi fiscali, che, a loro volta, rendono più acute le contraddizioni tra la massa dei contribuenti e i governanti reazionari. Le contraddizioni tra l’imperialismo e l’industria nazionale cinese hanno poi questa conseguenza: poiché l’industria nazionale cinese non può ottenere concessioni dall’imperialismo, e poiché i capitalisti cinesi cercano una via d’uscita alla situazione nello sfruttamento più rigido degli operai che oppongono resistenza, si viene a creare un inasprimento delle contraddizioni tra la borghesia cinese e la classe operaia cinese. L’invasione della Cina da parte delle merci dei paesi imperialistici, le estorsioni del capitale commerciale cinese, l’aumento delle imposte, ecc. vanno di pari passo con un nuovo inasprimento delle contraddizioni tra la classe dei proprietari fondiari e i contadini, vale a dire con un inasprimento provocato dall’aumento dei tassi di affittanza e dei prestiti usurari dello sfruttamento dei contadini; e di pari passo aumenta l’odio dei contadini nei confronti dei proprietari terrieri. L’invasione del mercato da parte delle merci straniere, il progressivo esaurimento del potere d’acquisto delle grandi masse operaie e contadine, e l’aumento delle imposte mandano in rovina un numero sempre crescente di negozianti di prodotti cinesi e di piccoli produttori indipendenti. Poiché d’altro canto il governo reazionario procede, malgrado la mancanza di fondi e di vettovagliamento, ad un accrescimento illimitato degli effettivi dell’esercito, rendendo così sempre più frequenti le guerre intestine, la massa dei soldati soffre per dure privazioni. Poiché le imposte aumentano, i proprietari fondiari elevano i tassi di affittanza e di prestito, mentre la miseria generata dalla guerra cresce senza fine e la carestia e il banditismo imperversano in tutto il paese, tanto le grandi masse contadine quanto i poveri delle città si trovano in una situazione senza via d’uscita. La mancanza dei fondi necessari al funzionamento delle scuole comporta per molti giovani la minaccia di non poter proseguire i loro studi, mentre a molti giovani diplomati il carattere arretrato della produzione vieta la speranza di trovare lavoro. Una volta che avremo compreso tutte queste contraddizioni, e che avremo compreso in quale situazione allarmante, in quale stato caotico si trovi la Cina, saremo in grado di capire che l’ondata rivoluzionaria contro l’imperialismo, contro i signori della guerra e i proprietari fondiari si presenta come ineluttabile e a breve scadenza. La Cina intera è cosparsa di rami secchi che ben presto prenderanno fuoco. Il proverbio “Una scintilla basta a dar fuoco a tutta la pianura” caratterizza in maniera adeguata il modo di sviluppo della situazione attuale.»[31]

Mao continuò anche in seguito ad utilizzare la dialettica dei “punti forti-punti deboli” al fine di analizzare lo scenario concreto creato dall’invasione da parte dell’imperialismo giapponese tra il 1936 ed il 1945, oltre che nel successivo esame della situazione determinatasi su scala mondiale (e in Cina) dopo la sconfitta del nazifascismo e del Giappone.

Sotto il primo aspetto rimane esemplare lo scritto Sulla guerra di lunga durata del 1938, in cui Mao compì un’efficace anatomia dei lati positivi e negativi dell’imperialismo nipponico prevedendo con lungimiranza la sua sconfitta definitiva in Cina. Secondo il giudizio di Mao il Giappone era allora un potente paese capitalistico, ma l’imperialismo nipponico si trovava in uno stato di decadenza e la guerra da esso scatenata era una guerra d’aggressione, mentre le sue risorse umane e materiali erano insufficienti per permettergli di sostenere una guerra di lunga durata anche perché riceveva scarso appoggio in campo internazionale; da parte sua la Cina nel 1938 rimaneva invece ancora una nazione debole, semifeudale e semicoloniale, ma la sua guerra contro l’aggressione giapponese era giusta e progressista e le sue grandi risorse materiali ed umane d’altra parte le permettevano di combattere una guerra di lunga durata, anche perché nell’arena internazionale godeva di un vasto appoggio a partire dalla confinante Unione Sovietica.

I vantaggi della Cina erano per Mao fondamentali, i suoi svantaggi temporanei e soprattutto recuperabili nel corso di una guerra popolare necessariamente lunga, vista la correlazione di potenza materiale iniziale nettamente favorevole all’imperialismo nipponico.

Rispetto alla situazione generale creatasi dopo la fine della seconda guerra mondiale risulta invece illuminante l’intervista rilasciata da Mao alla giornalista americana A. L. Strong, nell’agosto del 1946.

«Domanda: Tutto ciò è molto chiaro. Ma lei suppone che gli Stati Uniti impiegheranno la bomba atomica? Suppone che gli Stati Uniti bombarderanno l’Unione Sovietica partendo dalle loro basi in Islanda, a Okinawa e in Cina?

Risposta: La bomba atomica è una tigre di carta di cui i reazionari americani si servono per spaventare la gente. Essa ha un’aria terribile, ma di fatto non lo è. Certo, la bomba atomica è un’arma che può fare immensi massacri, ma è il popolo che decide dell’esito d’una guerra, e non una o due armi nuove. Tutti i reazionari sono delle tigri di carta. In apparenza sono terribili, ma in realtà non sono poi così potenti. A guardare le cose dal punto di vista del futuro, è il popolo che è veramente potente, non i reazionari. In Russia, prima della Rivoluzione del Febbraio 1917, da quale parte stava realmente la forza? In apparenza, era forte lo zar; ma fu spazzato via dal colpo di vento della Rivoluzione di febbraio. In ultima analisi, la forza in Russia stava dalla parte dei Soviet degli operai, dei contadini e dei soldati. Lo zar non era che una tigre di carta. Hitler non passava forse per essere molto forte? Ma la storia ha dimostrato ch’egli era una tigre di carta. Lo stesso vale per Mussolini, lo stesso per l’imperialismo giapponese. Per contro, l’Unione Sovietica e i popoli amanti della democrazia e della libertà in tutti i paesi si sono rivelati molto più potenti di quanto era stato previsto.

Chiang Kai-shek e i reazionari americani che lo sostengono sono anch’essi delle tigri di carta. Parlando dell’imperialismo americano, c’è qualcuno che sembra crederlo terribilmente forte, e i reazionari cinesi si servono di tale “forza” degli Stati Uniti per spaventare il popolo cinese. Ma verrà data la prova che i reazionari americani, come tutti i reazionari della storia, non sono così forti come sembrano. Negli stati Uniti, sono altri che detengono la vera forza: è il popolo americano.

Prendete il caso della Cina. Noi non abbiamo per risorse che miglio e fucili, ma la Storia proverà alla fine che il nostro miglio e i nostri fucili sono più potenti degli aerei e dei carri armati di Chiang Kai-shek. Benché il popolo cinese debba ancora fronteggiare molte difficoltà e debba soffrire ancora a lungo sotto i colpi degli attacchi congiunti dell’imperialismo americano e dei reazionari cinesi, verrà il giorno in cui questi reazionari saranno battuti e in cui noi riusciremo vittoriosi. La ragione di ciò è semplice: i reazionari rappresentano la reazione, noi rappresentiamo il progresso.»[32]

Dopo poco più di tre anni da questa profetica intervista, nasceva la Repubblica Popolare Cinese egemonizzata dal partito comunista

Il secondo contributo di Mao Tse-Tung allo sviluppo della teoria generale dei rapporti di forza è costituito dalla tesi della possibilità di una trasformazione dell’inferiorità di forza iniziale in una nuova superiorità materiale, seppur a determinate e particolari condizioni: direzione politica e politico-militare corretta, utilizzo dell’impreparazione dell’avversario e del “fattore sorpresa”, mobilitazione delle forze popolari ancora inattive e latenti, analisi corretta dei rapporti di forza e delle intenzioni nemiche, guerra di lunga durata tesa ad evitare scontri frontali con l’antagonista più potente, parallela accumulazione di piccole vittorie parziali e di nuove risorse materiali, ecc.

Nel suo scritto Sulla guerra di lunga durata, Mao Tse-Tung utilizzò alcune lezioni derivanti dall’esperienza storica universale delle società di classe, a partire da quella cinese, per tratteggiare i caratteri generali del possibile processo di trasformazione dell’inferiorità in superiorità materiale e della possibile vittoria di “Davide” su “Golia”, attualizzando tra l’altro in modo creativo l’antica opera di Sun Tzu.

«81. Si capisce allora la correlazione tra iniziativa e passività da un lato, e direzione soggettiva della guerra dall’altro. Come abbiamo detto, possiamo liberarci dalla nostra relativa inferiorità e passività strategica, assicurandoci, nel corso di numerosissime campagne, la superiorità e l’iniziativa locale, così da strappare al nemico l’iniziativa e la superiorità sul piano locale, e da condannarlo all’inferiorità e alla passività. Con un gran numero di successi parziali, conquisteremo così la superiorità e l’iniziativa strategica, mentre il nemico si troverà ridotto in uno stato di inferiorità e passività strategica. La possibilità di una tale svolta dipende da una corretta direzione soggettiva della guerra. Perché? Perché il nemico si sforza, proprio come noi, di conquistare la superiorità e l’iniziativa. In questo senso, la guerra è una competizione tra la capacità soggettiva dei comandanti di ognuno dei due eserciti in lotta per la superiorità e l’iniziativa, competizione che riposa su di una base materiale quale le risorse militari, finanziarie, ecc. Uno dei due contendenti uscirà vittorioso dalla lotta, l’altro vinto. Al di là delle condizioni materiali oggettive, il vincitore dovrà il suo successo a una corretta direzione soggettiva, il vinto la sua sconfitta a una direzione soggettiva errata. Noi riconosciamo che è molto più difficile orientarsi nella guerra che in qualsiasi altro fenomeno sociale. Essa comporta minor certezza e maggiore “probabilità”. Ma non è nulla di soprannaturale, non è che un avvenimento della vita regolato da leggi ben definite. Ecco perché la regola di Sun Tzu: “Conosci il tuo nemico e conosci te stesso, e potrai senza rischio impegnare cento battaglie,” resta una verità scientifica. Gli errori della guerra si verificano perché non si conosce né il nemico né se stessi; d’altronde in molti casi, le caratteristiche specifiche della guerra non permettono di conoscere perfettamente né il nemico né se stessi, il che porta a una valutazione inesatta della situazione militare e delle operazioni militari, e quindi a errori e a sconfitte. Ma, in qualunque modo si presentino la situazione militare e le operazioni di una guerra, è perfettamente possibile conoscerne i caratteri fondamentali e generali. Grazie ad azioni di ricognizione, a deduzioni intelligenti e alle conclusioni che ne derivano, il comandante può decisamente ridurre il numero degli errori e realizzare una direzione generalmente corretta. Muniti dell’arma di una “direzione generalmente corretta”, potremo conseguire un maggior numero di successi, trasformare la nostra inferiorità in superiorità e la nostra passività in iniziativa. Questa, la correlazione tra l’iniziativa e la passività da un lato, e una direzione corretta o sbagliata dall’altro.

82. L’affermazione che una direzione corretta (o sbagliata) può modificare il rapporto di forze iniziale e trasformare la passività in iniziativa (o viceversa) acquista un carattere di maggior evidenza se si considerano gli esempi storici di sconfitte subite da eserciti numerosi e potenti e di vittorie riportate da eserciti poco numerosi e deboli. Ora, esempi di questo genere abbondano nella storia della Cina e degli altri paesi. Per quanto riguarda la storia della Cina, si possono citare: la battaglia di Chengpu fra i Chin e i Ch’u, di Chengkao fra i Ch’u e gli Han, la battaglia nel corso della quale Han Hsin distrusse le truppe di Chao, la battaglia tra gli Hsin e gli Han davanti a Kunyang, la battaglia di Kwantu fra Yuan Shao e Ts’ao Ts’ao, la battaglia fra i Wu e i Wei presso i monti Chihpi, la battaglia di Yiling fra i Wu e gli Shu, la battaglia sul fiume Feishui tra i Ch’in e i Chin. Quanto alla storia degli altri paesi, si possono prendere come esempio molte battaglie di Napoleone e la guerra civile nell’U.R.S.S. dopo la Rivoluzione d’Ottobre. In tutti questi esempi, eserciti piccoli conquistarono la vittoria su eserciti grandi, ed eserciti che disponevano di forze inferiori a quelle avversarie sconfissero eserciti di forze superiori. In ognuno di questi casi, la parte più debole riusciva a conquistarsi fin dall’inizio la superiorità e l’iniziativa in determinati settori; riportata una vittoria, si volgeva quindi verso un ulteriore obiettivo, sconfiggendo separatamente le forze nemiche; trasformava così la situazione generale, ovunque strappando al nemico la superiorità e l’iniziativa. La situazione del nemico assumeva un andamento opposto: inizialmente disponeva di forze superiori e aveva l’iniziativa; ma poi perdeva la sua superiorità più o meno assoluta insieme con l’iniziativa a causa di errori soggettivi commessi nella direzione della guerra e delle contraddizioni interne, cosicché i suoi capi si trovavano ad esser ridotti a generali senza esercito, o a re senza corona. Ne risulta che se il rapporto di forze nella guerra è certamente una base oggettiva da cui dipendono sia l’iniziativa che la passività, la superiorità di forze non implica di per se stessa l’iniziativa, così come la debolezza non implica la passività: l’iniziativa o la passività divengono effettive solo nel corso della lotta, nel confronto delle capacità soggettive. Nel corso della lotta, la debolezza può trasformarsi in superiorità, la passività in iniziativa e viceversa, a seconda di una direzione soggettiva giusta o sbagliata.»[33]

In terzo luogo, come emerge proprio dal brano citato, Mao fu in grado di distinguere con una certa precisione tra le due componenti fondamentali del rapporto di forza statale ed internazionale, quella oggettiva (articolata in forza militare, economica, organizzativa e del consenso) e quella soggettiva, intesa come capacità direzionale ed abilità nell’elevare il grado di combattività ed impegno dei simpatizzanti e dei militanti/soldati: tale processo di differenziazione costituisce uno degli strumenti fondamentali per sciogliere il complesso nodo delle interrelazioni che si formano via via tra i rapporti di forza esistenti all’inizio di uno scontro tra attori politici statali-internazionali e l’esito finale delle lotte scatenatesi tra questi ultimi, oltre che ovviamente per comprendere correttamente la strutturazione interna del “continente” dei rapporti di forza politico-sociali all’interno delle formazioni economiche classiste.


[1] F. Engels, “AntiDühring”, p. 165, parte II, cap. II, ed. Editori Riuniti

[2] Engels, op. cit., p. 177

[3] op. cit., p. 177

[4] op. cit., p. 178

[5] op. cit., p. 170

[6] op. cit., p. 171

[7] op. cit., p. 171

[8] Engels, “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato”, pp. 200-201, ed. Editori Riuniti

[9] Engels, “Origine…”, op. cit., p. 199

[10] Engels, “Antidühring”, cap. IV, parte II, p. 190

[11] F. Engels, prefazione alle “Lotte di classe in Francia, p. 14, ed. Editori Riuniti

[12] op. cit., pp. 19-20

[13] op. cit., p. 23

[14] op. cit., p. 25

[15] V. I. Lenin, “Che fare”, cap. II, par. 6, ed. Editori Riuniti

[16] Lenin, “Ancora sui sindacati”, 25/1/1921

[17] Lenin, “L’estremismo, malattia infantile del comunismo”, cap. VII, ed. Editori Riuniti

[18] Lenin, “Sull’infantilismo di sinistra e sullo spirito piccolo borghese”, cap. I, aprile 1918

[19] Lenin, “Il marxismo e l’insurrezione”, settembre 1917

[20] Lenin, “Risoluzione del CC del POSDF(6), 10 ottobre 1917

[21] V.I. Lenin, “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, cap. VII, ed. Editori Riuniti

[22] op. cit., cap. V

[23] Lenin, Discorso al secondo congresso dell’Internazionale Comunista, 18 luglio 1920

[24] Lenin, IX Congresso del PCR(6), 29 marzo 1920

[25] Lenin, “Discorso al III Congresso dell’Internazionale Comunista, 1 luglio 1921

[26] A. Gramsci, “Noterelle sul Machiavelli” in Quaderni dal carcere, vol. III, p. 1583

[27] A. Gramsci, “Noterelle sul Machiavelli”, op. cit., p. 1583/1586

[28] A. Gramsci, op. cit., p. 1578

[29] A. Gramsci, in l’Unità del 12 agosto 1925

[30] A. Gramsci, in l’Unità del 30 maggio 1924

[31] Mao Tse-Tung, “Una scintilla può dar fuoco a tutta la pianura”, 5 gennaio 1930

[32] Mao Tse-Tung, “Intervista a L. Strong”, agosto 1946

[33] Mao Tse-Tung, “Sulla guerra di lunga durata”, pp. 81-82


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