Capitolo Secondo

Il filo rosso da Sun Tzu a Kautilya

Il primo trattato di politica del genere umano consiste essenzialmente in uno studio approfondito sui rapporti di forza basato sullo studio dell’antica realtà cinese e costituisce una sorta di “lezione preliminare” per ogni progetto politico teso a modificare la correlazione di potenza tra i diversi contendenti in lotta per l’egemonia politico-sociale, statale e/o internazionale.

Il fine principale del testo in oggetto risulta quello di creare una scienza della vittoria e di fornire la “chiave” per il successo politico: analisi raffinate e spunti diretti per la praxis politica si fondono dialetticamente in un manuale politico di livello stupefacente, soprattutto perché la fonte primordiale del pensiero politico delle élite classiste non viene assolutamente inquinata da remore morali ipocrite ed è vivificato dal rapporto dialettico tra prassi e teoria.

L’arte della guerra del Maestro Sun non è altro che un breve trattato, scritto secondo alcuni storici approssimativamente all’inizio del V secolo a.C. in Cina, quando Socrate e Pericle non erano ancora nati e al tempo in cui il potere della vecchia dinastia cinese Zhou (XI secolo-403 a.C.) si trovava ormai in completo declino: i re Zhou di quel periodo svolgevano ancora funzioni religiose e rituali ma la loro sovranità reale si limitava ad un piccolo feudo, circondato da molti stati che si consideravano solo formalmente suoi vassalli mentre, di fatto, erano ormai completamente indipendenti. Essi erano chiamati Stati Centrali (Zhong guo) ed erano collocati intorno al bacino centro-inferiore del Fiume Giallo: tali regni proto-cinesi, e quelli “semi-barbari” che li circondavano combatterono tra loro per alcuni secoli un gran numero di guerre e strinsero mutevoli alleanze in un’epoca storica denominata il periodo delle Primavere e degli Autunni (770-476 a.C.).

Tra gli stati “semi-barbari” rientrava lo Stato di Wu, posto a nord dell’area strategica degli Stati Centrali e al suo servizio sembra che si fosse esercitata l’azione militare-politica del generale Sun Tzu (Sun Zi) che, in qualità di consigliere militare, sembra avesse aiutato l’esercito degli Wu ad ottenere una strepitosa vittoria contro le forze armate dello stato limitrofo di Yueh (496 a.C.); in seguito a tale successo lo stato di Wu venne ammesso con tutti gli onori alle conferenze di vertice, cui fino allora avevano preso parte solo i rappresentanti degli stati della Cina centrale che si contendevano l’eredità imperiale degli Zhou.

Secondo una seconda versione, invece, L’arte della guerra è il frutto di un lavoro collettivo di un gruppo di generali che, circa duemilatrecento anni fa, sintetizzarono per iscritto un’esperienza collettiva ereditata da antiche tradizioni orali.[1]

In ogni caso, L’arte della guerra ha riassunto sotto la forma di massime lapidarie la pratica generale di un lungo periodo storico contrassegnato dalla formazione di grandi eserciti e da guerre sanguinose, da sottili e mutevoli giochi di alleanze guidati da sofisticate diplomazie, da complessi apparati logistici e dalla presenza attiva dei servizi segreti ben strutturati al loro interno.

Non si tratta solo di una teoria della guerra e della politica internazionale e, benché riguardi principalmente il conflitto tra gli stati, sin dai tempi remoti l’opera è stata giustamente considerata in Cina e in tutta l’Asia orientale come una filosofia generale della lotta, un libro sui principi politici e sui metodi necessari per conquistare la supremazia nei confronti del nemico, un sistema di pensiero utile per ottenere-mantenere il potere con tutti i mezzi politici e militari a disposizione. Fin dal IV secolo a.C. L’arte della guerra è stato letto costantemente da molte decine di generazioni di politici e intellettuali cinesi, e Mao Tse-Tung lo citò espressamente nel suo saggio sulla guerra di lunga durata dell’agosto 1938, tanto che dopo venticinque secoli dalla sua comparsa viene tuttora studiato dai militari della Repubblica Popolare Cinese e da molti esponenti politici dell’Asia orientale. [2]

Innanzi tutto Sun Tzu (o il gruppo di lavoro collettivo) respinse qualunque suggestione “militarista”, visto che fin dall’inizio del suo testo si affermò che «la guerra è di vitale importanza per lo stato.

È materia di vita o di morte; è una scelta che può condurre alla salvezza o alla rovina. È pertanto un argomento di studio e di riflessione che in nessun caso può essere trascurato».[3]

Fin dalle prime righe Sun Tzu mostrò la guerra come uno degli strumenti a disposizione del potere politico per conseguire i suoi fini, ma un mezzo politico-militare particolarmente delicato poiché dal suo uso dipende “la salvezza” o la rovina dello stato e fece risultare subito chiara la subordinazione della guerra alla sfera politica e la preoccupazione per la conservazione-riproduzione del potere, anticipando a più di due millenni la famosa definizione di Clausewitz sulla guerra come prosecuzione della politica con altri mezzi.

Altrettanto chiaramente emerse la centralità dell’obiettivo politico rispetto al mezzo bellico e all’utilizzo della forza militare.

«1. Dichiarata la guerra, il risultato ideale è di prendere intero e intatto il paese nemico. Danneggiarlo o distruggerlo non è altrettanto buono. Del pari, è meglio catturare un’armata, o un reggimento, o una compagnia, o un distaccamento intatti piuttosto che distruggerli.

2. Perciò, combattere e vincere cento battaglie non è prova di suprema eccellenza: la suprema abilità consiste nel piegare la resistenza (volontà) del nemico senza combattere.»[4]

È il principio più noto della “strategia indiretta” di Sun Tzu, secondo cui la suprema abilità consiste nel piegare la resistenza del nemico senza combattere e la principale preoccupazione del politico-stratega deve avere come obiettivo il giungere alla lotta nelle migliori condizioni possibili, costringendo l’avversario a sua volta a presentarsi all’appuntamento nella peggiore posizione possibile; la condizione ottimale consiste nel porre il nemico nella situazione di non potere neanche accettare il combattimento, mantenendolo sotto la pressione vincente di una minaccia irresistibile che produce a sua volta la resa parziale o totale sostituendo alla violenza aperta il potere condizionante di una forza non ancora utilizzata, ma soverchiante.

Contrariamente all’opinione sostenuta da alcuni politologi occidentali, come P. Portinaro, il principio dell’antica strategia cinese non è certo “un atteggiamento che non mira a dominare il mondo”, ma al contrario diventa la ricerca costante della “supervittoria” il cui scopo principale non è solo il semplice successo, ma il massimo profitto (quan li) che si ottiene quando oltre alle proprie forze anche quelle nemiche restano intatte e sottoposte al controllo dell’avversario che le fa proprie accrescendo la propria potenza relativa ed assoluta.

Come terza questione preliminare viene affermata l’interdipendenza e il legame reciproco esistente tra guerra e risorse economiche, tra forza bellica e denaro.

«1. In una guerra, quando sia necessario allestire un migliaio di carri leggeri e altrettanti carri pesanti per centomila soldati, equipaggiati con mezzi sufficienti per trasportarli a cento li (miglia), la spesa complessiva per il mantenimento degli uomini e tutto il materiale ammonta a mille pezzi (d’argento) il giorno.

2. Quando si è impegnati in conflitto, se la vittoria tarda a venire, le armi degli uomini cominciano a spuntarsi e il loro ardore diminuisce. Se poi si assedia una città (e la vittoria tarda a venire), si rischia di esaurire le proprie forze.

3. Se la campagna militare si protrae a lungo, le risorse dello stato finiranno per non bastare a sostenere lo sforzo.

4. Quando le armi sono spuntate, l’ardore spento, lo sforzo esaurito, le finanze esauste, è facile che pretendenti al potere appaiano (da ogni parte) per trarre vantaggio dalla difficile situazione (del sovrano). Allora nessun uomo, per quanto saggio, sarà capace di evitare l’inevitabile.

5. Perciò, se talvolta si è udito dei danni provocati dalla fretta in guerra, la bravura mai si è vista associata con un lungo protrarsi delle operazioni.

6. Non c’è esempio di stato che abbia tratto beneficio da una guerra prolungata.»[5]

In sostanza Sun Tzu formula una sorta di legge della produttività decrescente della guerra, visto che un conflitto che si prolunga fa aumentare parallelamente i costi e diminuire il “rendimento” di un’armata, che vede pertanto allontanarsi la fine delle operazioni belliche e il conseguimento della vittoria, mentre allo stesso tempo il protrarsi di uno scontro bellico a sua volta aumenta esponenzialmente i pericoli politici “interni” connaturati a ciascuna guerra: in una situazione difficile per il sovrano emergono rivali politici e, aggiunge Sun Tzu, possibili ribellioni dei contadini.

«Quando i mezzi di sussistenza sono esauriti, i contadini sono afflitti da pesanti tassazioni.

Con questa perdita di sostanze e diminuzione delle forze, le case del popolo saranno spogliate interamente e i tre decimi dei redditi andranno in fumo»; a giudizio del teorico cinese, il costo (economico, sociale, politico) della guerra può diventare insostenibile rimandando al primo punto ed alla guerra come “materia di vita o di morte” per un regime politico.[6]

In quarto luogo «il generale (l’esercito) è il baluardo dello stato: se è perfetto in ogni sua parte, lo stato è forte e sicuro; se presenta delle lacune, lo stato è debole»: in questo passo viene analizzato, con estrema sintesi, la funzione di strumento (interno e internazionale) di valore essenziale svolta dall’apparato bellico per assicurare la riproduzione dei diversi sistemi socio-politici.[7]

Affermati questi presupposti generali, Sun Tzu sviluppa il nucleo fondamentale della sua opera, alias il calcolo dei rapporti di forza e la possibilità di modificarli in modo ottimale: assumono infatti un rilievo prioritario i calcoli (ji) e la pianificazione strategica, visto che ogni azione militare e per estensione ogni azione politica deve essere preceduta da un’accurata valutazione delle forze complessive in essa coinvolte.

«11. Quando si deve decidere e si cerca di determinare le condizioni dell’azione militare, bisogna usare questi principi come punti di riferimento nel seguente modo:

a)      In quale dei due stati regna l’armonia del Tao?

b)      Quale dei due generali ha maggiore abilità?

c)      Chi ha in suo favore i vantaggi derivanti dal Cielo e dalla Terra?

d)      Da quale parte la dottrina è più rigorosamente osservata?

e)      Quale esercito è più forte?

f)       Da quale parte si trovano gli ufficiali e gli uomini meglio addestrati?

g)      In quale esercito c’è maggiore uniformità di comportamento nel ricompensare e nel punire?

12. Per mezzo di queste sette considerazioni si può prevedere la vittoria e la sconfitta.

13. Il generale che presta ascolto a questi consigli, e agisce in conformità ad essi, sarà vittorioso: è necessario lasciare il comando a uno così. Il generale che non vi presta ascolto, e non agisce conformemente ad essi, sarà sconfitto: non gli si deve affidare il comando.»[8]

Per Sun Tzu lo scontro sul campo di battaglia è semplicemente la ratifica di un risultato già acquisito precedentemente, e l’elemento centrale della dottrina politico-militare risulta la valutazione-comparazione delle forze dal momento che durante la lotta le due armate (o forze politiche) non giungono mai nelle stesse condizioni: «un esercito vittorioso è tale ancora prima di combattere».[9]

Non si tratta di determinismo, ma del metodo di analisi per cui la storia di ogni battaglia si fonda sulla sua preistoria e sulla sua preparazione preventiva.

Come fattori politici di potenza da comparare, Sun Tzu mette immediatamente in evidenza il Tao, inteso come livello variabile di fiducia e di consenso popolare espresso nei confronti dello stato e dei nuclei dirigenti al potere: la guerra rappresenta infatti una decisione-azione che li riguarda entrambi, anche perché nel pensiero cinese la giustizia, la legge e la ragione stanno sempre in ultima analisi dalla parte del popolo. Quando il popolo si ribella al sovrano, per la teoria politica cinese significa che il sovrano ha compiuto pesanti ingiustizie venendo così privato del “mandato del cielo” e finendo inevitabilmente per essere travolto, e non a caso il grado di scontento/appoggio popolare diventa inevitabilmente un elemento importante sia in guerra che in generale nella lotta politica.

L’abilità dei generali-dirigenti politici rappresenta un altro elemento del rapporto di forze, poiché la lotta è anche scontro di intelligenze, una lotta mentale per la vittoria tra i leader delle squadre contrapposte, mentre “Cielo” e “Terra” indicano invece l’insieme dei fattori atmosferici e del “fattore campo”: conformazione geografiche, distanze e loro importanza, caratteristiche concrete del teatro di operazioni.

“Quale esercito è più forte?” Viene posta in modo sintetico la valutazione della forza materiale ed organizzativa (“addestramento” e “unità di comportamento”) dei soggetti contrapposti, al limite “l’immensità” di un esercito contrapposta a quella di un “piccolo esercito”.

Sempre sotto questo profilo Sun Tzu introdusse l’importante categoria dialettica della coesistenza in ogni attore politico di punti forti e punti deboli, di superiorità e inferiorità relativa, visto che a suo avviso si devono analizzare e attaccare prioritariamente i lati deboli dell’avversario nel momento più opportuno.

«La forza d’urto di un’armata che si lancia all’attacco si deve paragonare a quella di un sasso che colpisce un uovo: questo risultato si ottiene per mezzo della conoscenza dei punti deboli e dei punti forti.»[10]

Non a caso secondo l’opinione ponderata di Sun Tzu «l’occasione per sconfiggere il nemico viene fornita dal nemico stesso», sempre possedendo un sufficiente livello di conoscenza delle potenzialità e dei limiti di quest’ultimo e di se stessi.

«14. Perciò vale il detto: se conosci il nemico e conosci te stesso, non devi temere il risultato di cento battaglie. Se conosci te stesso ma non il nemico, per ogni vittoria ottenuta potrai subire anche una sconfitta. Se non conosci né il nemico né te stesso, soccomberai in ogni battaglia.»[11]

Una terza componente dei rapporti di forza, che emerse in forma embrionale dall’analisi di Sun Tzu, è costituita dalla categoria politica del differenziale di potenza.

«8. La regola (della strategia offensiva) in guerra è questa: se le nostre forze sono (superiori nella misura) di dieci a uno, basterà circondare il nemico (che si arrenderà senza combattere); se sono di cinque a uno, bisognerà attaccarlo (con la certezza della vittoria); se doppie di numero, dividi in due l’armata del nemico.

9. Se c’è parità di forze si può dare battaglia; se si è chiaramente inferiori di numero, bisogna evitare il nemico, se si è del tutto inferiori in ogni settore, è necessario ritirarsi (disimpegnarsi). Benché una piccola forza possa sostenere un ostinato combattimento, alla fine viene vinta da una forza più grande.»[12]

A più di due millenni di distanza, Mao Tse Tung e Chu Teh rielaborarono creativamente quest’ultima regola della strategia di Sun Tzu producendo le basi teoriche per una serie quasi incredibile di successi politico-militari riportati sia contro l’aristocrazia fondiaria e la borghesia cinese che nei confronti dell’imperialismo giapponese da parte della guerriglia delle “piccole forze” dei contadini poveri del paese, capaci di fuggire/sfuggire a forze soverchianti ed invece di attaccare subito se colte impreparate, isolate e/o demotivate.

Lo studio analitico delle squadre in campo può indicare l’esistenza di uno spettro variegato di differenze di forza e di squilibri di potenza tra di essi, in cui si passa da una superiorità “di dieci a uno” a una “inferiorità in ogni settore”, per usare le espressioni del teorico cinese, e proprio tale differenziale di potenza materiale di partenza non solo determina concretamente la strategia e la tattica d’azione, ma indica anche per Sun Tzu lo spazio d’azione concreto disponibile per l’intelligenza e le capacità della direzione militare al fine di rovesciare la superiorità materiale altrui: «prevedere una vittoria che anche il primo venuto può conseguire» (per lo squilibrio manifesto esistente tra le due forze contrapposte) «non è il massimo dell’abilità».[13]

L’analisi della tendenza all’accumulazione di forza, nelle sue variegate forme ed espressioni concrete, costituisce l’ultima lama dell’arsenale di Sun Tzu e in effetti la pratica da lui suggerita consiste nel raccogliere più forze possibili in una doppia direzione, tenendo conto infatti che accumulazione di potenza significa contemporaneamente sia ottenere elementi di forza endogeni che indebolire in ogni modo l’avversario.

Il processo di accumulazione di potenza venne considerato, innanzi tutto, come la scienza dell’organizzazione delle forze già a disposizione di ciascun attore politico.

«1. La gestione di una grande forza militare si effettua con gli stessi criteri con cui si guidano pochi uomini: basta dividerla in reparti.

2. Combattere al comando di una grande armata è come combattere alla testa di una piccola: è solo necessario istituire contrassegni e segnali.

3. Per mezzo di manovre dirette e indirette ci si assicura che tutte le truppe, restando compatte, siano in grado di opporsi all’urto dell’attacco nemico.»[14]

Ma l’accumulazione viene intesa anche come la divisione delle forze nemiche ed il loro massimo indebolimento possibile.

«13. Per scoprire le posizioni del nemico, e rimanere nel contempo invisibili, bisognerà tenere le forze concentrate e obbligare il nemico a dividere le sue.

14. Il principio è quello di formare un solo corpo compatto mentre il nemico deve essere frazionato. Così ci sarà un “intero” contrapposto a parti separate, e questo significa che saranno i “molti” contro i “pochi”.

15. Questo principio consente a una forza inferiore di attaccarne una superiore e di metterla in difficoltà.»[15]

Se per il grande teorico cinese il processo di modifica dei rapporti di forza nei confronti di un avversario più forte passa anche attraverso la capacità di dividere le forze nemiche, ventiquattro secoli dopo anche Lenin userà termini e concetti non molto diversi indicando le condizioni concrete per la vittoria dell’attore politico più debole su quello più forte materialmente, nel suo libro Estremismo, malattia infantile del comunismo.

Il processo di crescita di potenza venne inoltre inteso come un processo di costruzione di alleanze e di parallela distruzione del sistema di alleanze avversario, dato che per Sun Tzu la mossa migliore consiste nel “distruggere le sue alleanze attraverso la diplomazia”.

«55. Non si devono concludere alleanze con i principi vicini fino a quando non si conoscono le loro intenzioni. Non si deve mettere in marcia un esercito fino a quando non si ha piena familiarità con l’aspetto del paese: montagne e foreste, trappole e precipizi, paludi e pantani. Per essere capaci di approfittare dei vantaggi naturali bisogna fare uso di guide locali.

56. Ignorare qualcuno dei seguenti principi non giova al sovrano.

57. Quando un sovrano attacca uno stato potente, la sua abilità (politica) si manifesta nell’impedire la coalizione delle forze nemiche. Egli intimorisce i suoi avversari e gli impedisce di unirsi contro di lui.

58. Ne segue che egli non si misura contro potenti coalizioni e non favorisce la potenza degli altri stati. Egli tiene segreti i suoi piani, mantenendo i suoi avversari nell’incertezza. Così può conquistare le loro città e impadronirsi del potere.»[16]

Tre secoli dopo il consigliere politico dell’imperatore Wen, Chao Tso, affinerà ulteriormente la tattica del “divide et impera” di Sun Tzu proponendo la strategia finalizzata a “usare i barbari per attaccare i barbari”, e cioè a servirsi direttamente di un nemico secondario per sconfiggere o indebolirne un altro, ritenuto (a torto o a ragione) più pericoloso e potente.

Non meno importante risulta infine il settore organizzativo della raccolta di informazioni (“conosci te stesso e il nemico”), inteso come base essenziale per un’efficace azione politica e militare svolta contro gli stati antagonisti anche attraverso l’azione coordinata di spie: un importante campo e fattore di forza, sia in politica interna che internazionale.

«4. La raccolta sistematica di informazioni, che consente una previsione al di fuori della portata della gente comune, permette al sovrano e al generale di combattere e vincere.

5. Questa previsione non può essere ricavata dagli spiriti, non può essere dedotta dall’esperienza né attraverso il solo ragionamento deduttivo.

6. La conoscenza delle intenzioni (e delle condizioni) del nemico può essere ottenuta solo da altri uomini.

27. Perciò il sovrano illuminato e il generale astuto useranno gli uomini più intelligenti dell’esercito a scopo di spionaggio e per loro mezzo conseguiranno grandi risultati. Le spie sono infatti il più importante elemento in guerra poiché da esso dipende il successo delle operazioni militari, l’abilità delle mosse dell’esercito.»[17]

Sun Tzu sopravvalutò parzialmente l’importanza dello spionaggio (vedi CIA e USA in Vietnam), ma è solo un errore isolato in un lavoro teorico formidabile per contenuto e profondità teorica, anche se espresso in forma ipercondensata.

Dopo Sun Tzu il filo rosso si trasferì nell’Atene del geniale Aristotele e in una delle sue più grandi opere, la Politica.

La Politica di Aristotele non costituisce solamente una grandiosa sintesi del pensiero politico del mondo antico, che trae linfa vitale dal confronto-scontro con l’elaborazione filosofica dei sofisti, di Socrate e Platone e dal precedente lavoro storico di Erodoto e Tucidide, ma rappresenta anche la condensazione dell’esperienza storica e delle lotte politico-sociali svoltesi nella Grecia antica in un periodo di quasi tre secoli, dall’inizio del VI secolo a.C. fino al tramonto delle città-stato elleniche del IV secolo.

La Grecia in questi tre secoli venne caratterizzata da un rapido (ma temporaneo) sviluppo delle forze produttive attuato mediante la progressiva trasformazione dei prodotti in merci, attraverso l’utilizzo capillare del nuovo strumento della moneta e la riproduzione su larga scala di rapporti di produzione schiavistici: a sua volta lo sviluppo della produzione e del commercio favorì la formazione di città-stato gelose della propria indipendenza politica, economicamente autonome e intrecciate tra loro in una complessa rete di lotte-alleanze (con la presenza del “terzo incomodo” persiano) che alla fine confluì nella polarizzazione dello scontro tra Sparta ed Atene, le due principali potenze in terra ellenica.[18]

Aristotele, vissuto nella seconda metà del quarto secolo, giunse con le sue opere proprio al termine di un ciclo secolare di lotte di classe all’interno delle città-stato e verso la fine di una serie di guerre tra queste ultime, conflitti a loro volta spesso connessi allo scontro tra impero persiano e popolazioni greche: il regno macedone infatti proprio in quel tempo aveva ormai ottenuto l’unificazione politica sotto il dominio della Grecia e si stava preparando ad un salto di qualità eccezionale in politica internazionale, realizzato attraverso la distruzione dell’impero persiano. Il filosofo greco poté così in tal modo sintetizzare un’esperienza concentrata ed eccezionale di lotte tra stati e tra classi in modo tale che, a dispetto delle sue simpatie aristocratiche (moderate), Aristotele nella Politica riuscì ad individuare con lucidità il centro di gravità della storia antica greca nella lotta tra ricchi e poveri liberi: «queste, dunque, par che siano soprattutto parti dello stato, i ricchi e i poveri».[19]

La lotta di classe tra i due antagonisti politico-sociali emerse anche in una sua opera minore, l’Athenaion Politeia. Secondo Aristotele nel 596-595 a.C. ad Atene «avvenne che i nobili e il popolo cadessero per lungo tempo in preda ad una sedizione: in effetti il loro regime politico era sotto ogni aspetto oligarchico e in particolare i poveri erano schiavi dei ricchi, loro in persona, i figli e le mogli. Erano chiamati clienti e ectemori» (ectemori perché davano al padrone della terra cinque sesti del prodotto) «perché a questo prezzo lavoravano i campi dei ricchi. Tutta la terra era in mano a pochi e, se non pagavano i fitti, potevano essere tratti in schiavitù, loro e i figli. I prestiti erano fatti per tutti su pegno della persona, fino a Solone: costui fu il primo capo del popolo (…) Poiché tale era l’ordinamento costituzionale e poiché i molti erano servi dei pochi, il popolo si ribellò ai nobili. Essendo la guerra civile violenta e fronteggiandosi gli uni e gli altri per molto tempo, scelsero di comune accordo come arbitro ed arconte Solone, e gli dettero l’incarico di stabilire la costituzione».[20]

La lezione della guerra civile ateniese e della successiva mediazione politico-sociale tra le parti, svolta con parziale successo da Solone, costituì una delle matrici che indirizzarono in modo profondo e permanente il pensiero politico di Aristotele.

Ma il principale contributo di Aristotele all’analisi dei rapporti di forza politici proviene soprattutto dalla sua ricerca teorica sulle “costituzioni” e sulle forme istituzionali del potere, distinguendo le diverse tipologie di governo in monarchia, aristocrazia e politia a seconda che fosse sovrano uno solo, pochi o molti: forme di governo a suo avviso unite dalla ricerca «dell’interesse comune e distinte dalle loro rispettive degenerazioni: tirannide, oligarchia e democrazia».[21]

In ogni caso le forme di governo devono essere a suo avviso classificate a seconda delle priorità da loro date a determinati interessi e gruppi sociali. «L’essere pochi o molti sovrani del regime è un elemento accidentale, l’uno delle oligarchie, l’altro delle democrazie, dovuto al fatto che i ricchi sono pochi e i poveri sono molti dovunque»: l’elemento essenziale risulta il contenuto di classe espresso da ciascuna forma di potere, per cui si ha democrazia «quando stanno al potere uomini liberi e poveri, che sono in maggioranza, oligarchia quando stanno uomini ricchi e nobili, che sono in minoranza».[22]

Per spiegare la pluralità delle “costituzioni” ed il carattere multiforme delle strutture politiche delle città-stato greche Aristotele fece riferimento in primo luogo alla diversa composizione di classe delle società greche (ed asiatiche) da lui osservate.

«La pluralità delle costituzioni è dovuta al fatto che ogni stato ha un considerevole numero di parti. In primo luogo vediamo che tutti gli stati sono composti di famiglie, poi che di questa massa di gente, taluni necessariamente sono ricchi, altri poveri, altri di condizione media, e che dei ricchi e dei poveri gli uni sono armati, gli altri disarmati. Vediamo pure che il popolo si occupa parte di agricoltura, parte di commercio, parte di mestieri meccanici. Pure tra quelli di rango elevato si danno differenze in rapporto alla ricchezza e alla consistenza della proprietà, qual è ad esempio l’allevamento dei cavalli (in realtà non è facile che lo faccia chi non è ricco; per ciò anticamente in tutti gli stati che fondavano la loro potenza sulla cavalleria c’erano le oligarchie e in guerra usavano i cavalli come i vicini, ad esempio gli Eretriesi, i Calcidesi, i Magneti del Meandro e molti degli altri popoli dell’Asia): in più oltre le differenze di ricchezza, ci sono quelle dovute alla nascita, al valore, e a ogni altro elemento che è stato detto parte dello stato nell’esame dell’aristocrazia: ivi abbiano distinto di quante parti indispensabili risulta ogni stato.»[23]

In seconda battuta, il teorico politico greco proseguì nella sua analisi semi-materialistica mettendo in luce la relazione sussistente tra i rapporti di forza politico-sociali tra le classi e le forme di potere, vero e proprio “tesoro nascosto” che è enunciato e generalizzato in poche righe dal grande filosofo ellenico.

«La costituzione”» (alias il sistema politico di un determinato stato) «infatti è ordinamento di cariche e le cariche tutti le distribuiscono in rapporto alla forza di chi partecipa della costituzione o ad una qualità ad essa comune; voglio dire cioè nel primo caso la forza politica dei poveri o dei ricchi, nel secondo una qualità comune ad entrambi. È necessario quindi che le costituzioni siano proprio tante quanti sono i modi di ordinare le magistrature in rapporto alla superiorità e alla differenza delle varie parti.»[24]

Il pensatore di Stagira individuò in tal modo la relazione fondamentale esistente tra potere e rapporti di forza, tra struttura politica e peso politico dei diversi gruppi sociali, visto che a suo avviso la distribuzione del potere viene determinata anche dal differenziale di potenza esistente tra le varie classi e che di conseguenza la politica consiste essenzialmente in un rapporto tra la forza relativa (politica, politico-militare, produttiva, ecc.) detenuta rispettivamente da queste ultime.

La lucidità della tesi aristotelica viene solo in parte compromessa dalle preferenze politiche del grande teorico, che si indirizzavano verso forme di governo politico (meglio se aristocratiche) che svolgessero opera di mediazione (alla Solone) tra le classi sociali contrapposte ed in modo particolare in favore della politia, un misto di oligarchia e democrazia. La “qualità ad essa comune”, sopra indicata da Aristotele in riferimento alle cariche di potere, infatti consiste nell’auto-moderazione dei gruppi sociali, nella capacità di autoriduzione dei bisogni politico-sociali da parte delle classi contrapposte che produce “il giusto mezzo” tra esigenze contrapposte: tale “automoderazione” rappresenta per Aristotele la caratteristica fondamentale del regime politico di compromesso tra oligarchia e democrazia, capace di sostituire la funzione svolta dalla “forza politica” e di garantire pertanto una regolare riproduzione dei sistemi politici “di mediazione”.

Senza mezzi termini egli infatti afferma che «in realtà l’oligarchia e la democrazia possono conservarsi in maniera passabile anche se divergono dall’ordinamento migliore», ma se qualcuno forza troppo la situazione in «primo luogo renderà peggiore la costituzione, alla fine la distruggerà come costituzione. Per ciò il legislatore e l’uomo politico non devono ignorare quale sorta di istituzioni democratiche mantengono in vita e quali distruggono la democrazia e quale sorta di istituzioni oligarchiche l’oligarchia. Né l’una né l’altra possono esistere e perdurare senza i ricchi e il popolo, ma quando si formasse un livellamento di sostanze, la costituzione risultante sarebbe di necessità un’altra: di conseguenza, distruggendo queste classi con leggi eccessive, distruggono le costituzioni.

Sbagliano pertanto e nelle democrazie e nelle oligarche – nelle democrazie, dove la massa è signora delle leggi, i demagoghi (essi dividono sempre lo stato in due e combattono i ricchi, mentre al contrario dovrebbero sempre far vedere che parlano a favore dei ricchi), nelle oligarche, poi, bisognerebbe che gli oligarchi parlassero sempre a favore del popolo e facessero giuramenti contrari a quelli che fanno adesso, ché adesso in talune oligarchie il giuramento è di tale forma: “sarò ostile al popolo e consiglierò qualsiasi male io possa”; invece dovrebbero pensare e dare a vedere il contrario, dichiarando nei giuramenti “non farò torto al popolo”».[25]

È fin troppo facile sottolineare il carattere utopico e irreale dell’imperativo categorico aristotelico rivolto all’auto-moderazione, dato che solo l’equilibrio (parziale) delle forze in campo e la conseguente paura di ritorsioni e della sconfitta, in ultima analisi solo esclusivamente un rapporto di forza quasi equilibrato tra gli attori in conflitto a volte permette la riproduzione di forme di mediazione e di compromesso di relativa durata tra questi ultimi: ne fu cosciente lo stesso filosofo, quando infatti pose come fondamento indispensabile per la riproduzione di una comunità politica equilibrata la presenza di un forte ceto medio, in funzione di elemento di moderazione nella lotta tra oligarchie e popolo.

«È chiaro, dunque, che possono essere bene amministrati quegli stati in cui il ceto medio è numeroso e più potente, possibilmente delle due classi, se non di una delle due, che in tal caso aggiungendosi a una di queste, fa inclinare la bilancia e impedisce che si producano gli effetti contrari.»[26]

Aristotele ci fornisce anche una forma embrionale di teoria delle rivoluzioni-controrivoluzioni, che mantiene a distanza di più di due millenni un certo grado di validità storica essendo basata sulla proteiforme esperienza greca di quel tempo, da alcuni secoli costellata da sommosse e insurrezioni popolari, esili di massa e rapidi mutamenti delle relazioni di potere in una stessa città-stato.

«Ora in generale si deve ammettere che la causa per cui i cittadini sono disposti in certo senso al mutamento costituzionale è soprattutto quella di cui abbiamo già parlato. Coloro che vogliono l’eguaglianza si ribellano se pensano di avere di meno, pur essendo eguali a quelli che hanno di più, mentre quelli che vogliono disuguaglianza e superiorità, se suppongono che pur essendo diseguali, non hanno di più, ma lo stesso di meno (e queste cose si possono desiderare talora giustamente, talora anche ingiustamente): in effetti quelli che sono inferiori si ribellano per essere eguali, quelli che sono eguali per essere più grandi.»[27]

In forma confusa emerge l’idea per cui i poveri (liberi: gli schiavi per Aristotele sono solo degli oggetti dotati di parola) si ribellano quando non hanno l’eguaglianza che gli spetta, mentre i ricchi quando non godono della superiorità politica a cui pensano di avere diritto: seppur sotto una terminologia giuridica, si affaccia l’intuizione sulla sproporzione come forza motrice delle rivoluzioni e delle rivolte, anche se intesa come asimmetria tra diritti e potere reale piuttosto che come squilibrio tra potere e soggettività rivoluzionarie (controrivoluzionarie), creatasi in seguito ad un netto mutamento dei rapporti di forza a favore di determinati protagonisti politico-sociali.

La genialità di Aristotele gli permise anche di intuire l’importanza della dinamica dei rapporti di forza nei processi politici rivoluzionari, intesa innanzi tutto come forte aumento dello scontento popolare (o dei ricchi) contro la struttura politica esistente ed un livello di soddisfazione dei bisogni sensibilmente minore di quello raggiunto da essi nel passato.

«Le oligarchie si trasformano soprattutto per due vie quanto mai ovvie. Una se vessano la massa del popolo, perché allora ogni capo diventa buono, soprattutto se avviene che tale duce sia tratto dal seno stesso dell’oligarchia, come fu a Nasso Ligdami» il quale in seguito diventò tiranno di Nasso.[28]

Secondo Aristotele sul fronte opposto invece «le democrazie si trasformano soprattutto a causa dell’insolenza dei demagoghi: talora perseguono privatamente quanti hanno ricchezze, li spingono a mettersi insieme (il timore comune unisce anche i nemici più ostinati), talora incitando pubblicamente le masse (…) A Cos la democrazia fu sovvertita quando apparvero perfidi demagoghi (giacché i notabili fecero causa comune). Così a Rodi, perché i demagoghi provvedevano a pagare il popolo e vietavano che si dessero le somme dovute ai trierarchi: questi, allora, per i giudizi intentati contro di loro furono costretti a fare causa comune e a rovesciare il regime popolare».[29]

Oltre al “fattore scontento” ed al suo ruolo nei processi rivoluzionari-controrivoluzionari, Aristotele mise l’accento sull’importanza della coscienza collettiva delle proprie forze via via espressa dai diversi gruppi sociali e dai loro mandatari politici.

«Si mutano le costituzioni in oligarchia o in democrazia o in politia se una magistratura o una parte dello stato acquista troppa reputazione o autorità: così il consiglio dell’Areopago, acquistata grande reputazione durante le guerre persiane, decise di rendere più rigida la costituzione, mentre, a loro volta, la massa dei marinai, essendo stati artefici della vittoria di Salamina e con ciò dell’egemonia di Atene per la sua potenza sul mare, fecero più forte la democrazia: in Argo, gli ottimati, acquistarono grande reputazione a Mantinea nella battaglia contro i Licedemoni, tentarono di distruggere la democrazia: a Siracusa il popolo, essendo stato artefice della vittoria nella guerra contro gli Ateniesi, mutò la politia in democrazia: a Calcide il popolo, soppresso il tiranno Foxo, con l’aiuto dei notabili, occupò immediatamente il potere: così pure ad Ambracia, il popolo, cacciato coll’aiuto dei congiurati il tiranno Periandro, ridusse il governo nelle sue mani.»[30]

Aristotele riuscì anche a produrre osservazioni molto acute sulla creazione/riproduzione dei rapporti di forza politico-militari tra le classi nel mondo antico.

«Siccome quattro sono soprattutto le classi della popolazione, agricoltori, meccanici, mercanti, teti e quattro sono pure le forze utilizzate in guerra, cavalleria, fanteria pesante, fanteria leggera e marina, dove il caso vuole che il terreno sia adatto al maneggio di cavalli, le condizioni naturali favoriscono la creazione di un’oligarchia potente (perché la sicurezza degli abitanti dipende da questa forza e l’allevamento dei cavalli è proprio di chi possiede ampie sostanze), dove invece è adatto alla fanteria pesante le condizioni naturali “(e cioè materiali)” favoriscono la successiva forma di oligarchia (perché la fanteria pesante appartiene ai ceti agiati più che a quelli disagiati), infine la fanteria leggera e la marina sono forze del tutto popolari. E quindi, ai nostri giorni, dove questi corpi sono numerosi, quando scoppiano dei contrasti, gli oligarchi hanno spesso la peggio nella lotta: per ovviare a ciò, bisogna mutuare il rimedio dai generali esperti di guerra, i quali uniscono alle truppe di cavalleria e di fanteria pesante un contingente adeguato di fanteria leggera; è in forza di questa che il popolo nei suoi contrasti con i ricchi li supera, perché avendo armatura leggera combatte facilmente contro la cavalleria e la fanteria.»[31]

Da buon aristocratico (moderato), Aristotele in questo caso specifico non si limitò ad analizzare la concreta situazione politico-militare ma suggerì alla sua parte anche delle tecniche e dei piani d’azione militari contro i democratici e le classi popolari.

In un altro passo egli infine elaborò un’embrionale teoria sull’importanza del differenziale di potenza proprio analizzando le ricadute concrete – in termini di stabilità/instabilità dei rapporti di potere tra gruppi sociali – dello squilibrio/equilibrio di potenza materiale tra le classi, concludendo che la pace sociopolitica risulta di regola il sottoprodotto di una “grande” superiorità di uno degli attori politici e dei suoi mandanti sociali.

«Soggiacciono ai mutamenti le costituzioni anche quando le parti dello stato che sembrano opposte si eguagliano l’una con l’altra, ad esempio i ricchi e il popolo, e in mezzo ad essi non c’è niente, o ben poco: perché se una qualunque delle due parti ha una grande superiorità, l’altra non vuole correre il rischio di opporsi a un avversario manifestamente superiore. È questo il motivo per cui gli uomini eccezionali in virtù non fanno, per così dire, rivolta: sono pochi contro molti. In generale, rispetto a tutte le costituzioni, le origini e le cause delle rivolte e dei mutamenti stanno in questo modo.»[32]

Il vero limite teorico di Aristotele consistette nella sua feticizzazione dei rapporti di forza e nella trasformazione di determinate relazioni sociali e politiche di superiorità/inferiorità in presunte proprietà naturali e “magiche” di certi gruppi umani, geneticamente superiori ad altri, in modo tale che i rapporti sociali forzatamente squilibrati creati inevitabilmente dall’egemonia della società schiavistica del tempo tra uomini e donne e tra liberi e schiavi diventarono per il filosofo ellenico delle leggi naturali e non modificabili. «Così pure nelle relazioni del maschio verso la femmina, l’uno è per natura superiore, l’altra inferiore, l’uno comanda, l’altra è comandata”.e parallelamente “dunque, è evidente che taluni sono per natura liberi, altri schiavi, e che per costoro è giusto essere schiavi.»[33]

Tale assolutizzazione naturalistica dei rapporti di potenza del tempo produsse come suo logico corollario teorico l’attribuzione di superiorità morale e di virtù (l’aretè greca) al vincitore del momento ed al momentaneo dominatore, visto che per Aristotele risulta sempre la parte che domina a possedere “una certa superiorità in qualche bene, sicché pare che non ci sia forza senza virtù”. Ma in questo caso Aristotele dimenticò una delle lezioni più pregnanti di significato dell’esperienza concreta greca, in base alla quale i rapporti di forza mutano anche radicalmente ed il vincitore di oggi può diventare lo sconfitto politico di domani, visto che per loro natura i rapporti di forza sono infatti dinamici, in forme ed intensità diverse: i “semi-barbari” macedoni del regno di Filippo, il cui figlio Alessandro era stato affidato ad Aristotele per l’educazione, dimostrarono con la pratica la loro “non-inferiorità naturale” ai greci doc, ritenutisi in precedenza “superiori” per “forza e virtù” durante la stessa vita del filosofo di Stagira.

Altri preziosi contributi alla teoria generale dei rapporti di forza vennero forniti in precedenza anche da Tucidide, il più grande storico dell’antichità: nato ad Atene attorno al 460 a.C., Tucidide divenne testimone diretto del più grande scontro ellenico, quello tra Atene e Sparta (431/404 a.C.), che ispirò la produzione dell’opus magnum dell’autore ateniese, la “Guerra del Peloponneso”.

Innanzi tutto la lotta pluridecennale scatenatasi tra Atene e Sparta per l’egemonia in Grecia, in Asia Minore e nell’Italia meridionale diede spunto a Tucidide per enucleare una prima e fondamentale tesi sulla dinamica delle relazioni internazionali e sulla principale forza motrice degli scontri bellici. A giudizio dello storico ateniese, la causa fondamentale della guerra tra la coalizione ellenica guidata da Atene e quella diretta da Sparta venne costituita dal graduale processo di trasformazione dei rapporti di forza politici, militari ed economici a favore della potenza marittima ateniese, con la conseguente reazione spartana tesa ad evitare il sorgere (in un periodo più o meno lungo) dell’egemonia completa della città attica sul mondo ellenico: pertanto alla base della pluridecennale guerra non vi fu per Tucidide un “banale” conflitto economico o territoriale, ma una lotta per il potere in Grecia tra una potenza in ascesa e un’altra in declino relativo, il cui risultato finale ovviamente avrebbe avuto un’enorme ricaduta materiale ed economica a vantaggio del vincitore e a danno della coalizione sconfitta.

Tra il 480 ed il 430 a.C. la città-stato ateniese conobbe realmente un boom economico senza precedenti, accompagnato parallelamente dalla creazione di un’egemonia marittima della città attica nel Mar Egeo e dalla costruzione di un vasto impero rispetto alle ricche isole dell’Asia Minore, tanto che persino la tradizionale zona d’influenza della potenza schiavistica spartana era sottoposta alla forza attrattiva di Atene, ormai così pericolosa da costringere la prima alla guerra.

«Questo complesso quadro di operazioni militari e politiche, di rapporti reciproci tra Greci e con popolazioni straniere, si estende nel periodo di cinquant’anni circa che corre tra la ritirata di Serse e l’esplosione di questa guerra. Furono anni per Atene d’intensa e fruttuosa attività espansiva, con l’ampliamento e l’energica organizzazione dell’impero, e un impulso vigoroso, all’interno, della sua potenza economica e militare. Gli Spartani avvertivano questa crescita pericolosa, ma non sapevano frapporvi che limiti e ostacoli di breve respiro. Preferivano, in più occasioni, una politica di acquiescenza: non avevano mai avuto, neanche prima, la dote della fulmineità nel risolversi a una guerra. Occorreva in genere che vi fossero costretti, senza alternative: e in più fu un periodo difficile e inquieto per Sparta, sconvolta dalle sommosse civili. Ma alla fine la potenza d’Atene s’era imposta, rigogliosa e superba, all’attenzione del mondo: perfino la sfera d’influenza e d’alleanza tradizionalmente legata a Sparta non era immune dai suoi attacchi. La situazione critica suggerì agli Spartani che la loro supina linea di condotta era ormai superata; si doveva sferrare, loro per primi, un’offensiva, gettarvi ogni energia e demolire, se fosse possibile, quella molesta e invadente potenza.»[34]

Lo scontro per il controllo dell’isola di Corcira, in cui si affrontarono Atene da un lato e Sparta e Corinto dall’altro, costituì nel 432-431 solo il motivo occasionale di un conflitto latente di natura antagonista ed ormai pronto ad esplodere in qualsiasi momento.

Il secondo “regalo” di Tucidide consiste nella lucida e spietata individuazione delle regole del gioco e della logica fondamentale che sorreggono da millenni la politica internazionale (e nazionale) delle società di classe, dato che secondo lo storico greco le dinamiche interstatali sono regolate dai rapporti di forza e dallo squilibrio/equilibrio nella potenza globale via via posseduta dalle diverse formazioni statali, mentre i concetti di giustizia ed equità in campo internazionale hanno un valore ed un significato solo tra attori statali di forza equivalente (quasi equivalente).

L’esempio che permise allo storico greco di enucleare questo dato di fatto basilare venne fornito nel 421 a.C. dal caso concreto di Melo, un’isola dell’Asia Minore posta sotto il parziale controllo spartano e un’eccezione isolata in un’area geopolitica in cui era dominante l’egemonia imperialistica di Atene: una potente flotta ateniese, in una fase di tregua della guerra con Sparta, si era recata sull’isola per porla sotto assedio ed annetterla in ogni modo alla sfera di dominio attico ma, prima di aprire le ostilità, un’ambasciata degli ateniesi cercò di persuadere alla resa i notabili della città attraverso un incontro riservato.

Dal resoconto di Tucidide emerge che gli esponenti ateniesi chiarirono subito, con ammirevole sincerità e chiarezza, che la regola fondamentale a cui si ispirava (e si ispira tuttora) la pratica internazionale delle società di classe non è altro che la legge del più forte.

«89. Ateniesi: “D’accordo. Dal canto nostro rinunciamo all’armamentario fastoso dell’eloquenza, alla retorica interminabile di quei discorsi celebrativi che non danno frutto. Sicché non ribadiremo che per avere demolito la prepotenza persiana, rifulge per noi il diritto all’impero, o che la nostra attuale campagna è la replica a un attentato inferto al nostro onore. Ma si pretende qui che neppure voi tentiate di piegarci giustificando il vostro rifiuto di fornire leve all’armata con la circostanza che siete coloni di Sparta, o soggiungendo che nei nostri riguardi siete innocenti e puri. Sentite: sforziamoci di restringere le ipotesi di compromesso nei confini del realizzabile, attingendole ciascuna ai principi più autentici cui ispira, di norma, la sua condotta. Siete consapevoli quanto noi che i concetti della giustizia affiorano e assumono corpo nel linguaggio degli uomini quando la bilancia della necessità sta sospesa in equilibrio tra due forze pari. Se no, a seconda; i più potenti agiscono, i deboli si flettono.”»[35]

Quando i notabili di Melo obiettarono che la regola enunciata dagli Ateniesi (“i più potenti agiscono, i deboli si flettono”) avrebbe potuto essere applicata anche contro questi ultimi in caso di una loro disfatta, la risposta degli ambasciatori rimase lucida e spietata come in precedenza.

«91. Ateniesi: “Piano. Non ci sgomenta la decadenza della nostra signoria, se mai tramonterà. Non è chi domina su altre genti, come ad esempio Sparta, la sorgente di terrore più viva per i vinti (e noi, tra l’altro, non siamo in conflitto con Sparta): i soggetti piuttosto devono incutere l’angoscia quando, se mai, con spontaneo slancio rovesciano il potere di chi li tiene a freno.”»[36]

A circa un secolo di distanza, la lezione “realistica” di Tucidide venne ripresa ed ampliata inconsapevolmente dal libro dell’indiano Kautilya, l’Arthasastra (L’arte del governo), visto che proprio la complessa ed elaborata pratica politica dell’India negli ultimi secoli prima dell’era cristiana permise la condensazione della massa critica di lotte ed esperienze necessaria per individuare la relazione generale esistente tra la “strategia di stato” ed i rapporti di forza politici.

Il grande trattato indiano di politica ed economia dell’Arthasastra risale ad un tempo incerto, dato che la tradizione lo attribuisce a Canakya, ministro del IV secolo a.C. del re Candragupta e fondatore della dinastia Maurya, mentre gli storici ritengono invece che più probabilmente si tratti di un insieme di tradizioni trasmesse via via per secoli fino al testo ora conosciuto, la cui forma definitiva potrebbe datarsi intorno al III o IV secolo d.C.

Canakya, alias Kautilya (il “Tortuoso” in lingua indiana) espose una scienza organica del governare, dato che “la scienza che tratta della Danda” (=punizione) “è la scienza della punizione o scienza del governare (Danda-Niti)”.[37]

Organizzazione dell’apparato burocratico-militare dello stato; regolazione minuziosa delle relazioni socio-economiche (compresi i rapporti di schiavitù, le cooperative dei lavoratori, le corporazioni artigianali); individuazione degli strumenti ed elementi fondamentali della sovranità statale (“re, il Ministro, il territorio, la fortezza, il tesoro, l’esercito e l’alleato, nonché il nemico”) costituirono solo alcuni pezzi di un mosaico dotato di un notevole grado di sofisticazione intellettuale, espressione a sua volta di una realtà di classe fortemente stratificata.

Se il trattato da un lato descrisse infatti un modello di stato e di burocrazia centralizzata che impose alle comunità contadine e alle tribù nomadi soggiogate uno sfruttamento pianificato delle risorse materiali mediante lo strumento fiscale e l’amministrazione minuziosa e centralizzata della proprietà, sia privata che (soprattutto) statale, nelle forme tipiche del modo di produzione asiatico, dall’altro esso riprodusse e venne influenzato dallo stato di guerra quasi continuo esistente tra gli stati e microstati in cui era frazionato allora il subcontinente indiano, raffigurando una realtà molto simile a quella analizzata autonomamente da Sun Tzu e Aristotele.

Subito dopo la fine della spedizione di Alessandro in India, che portò il re macedone ad occupare l’attuale territorio afghano-pakistano (327-325 a.C.) cominciò infatti lo sviluppo del primo grande impero indiano: mentre poco si sa sulle origini del fondatore (Chandragupta Maurya) della dinastia e dei suoi eventuali rapporti con Alessandro, la sua ascesa produsse sicuramente un salto di qualità significativo nella vita politico-sociale indiana, caratterizzata in precedenza dalla riproduzione di una pluralità di stati e staterelli nel nord del paese, tra cui il regno del Magadha era probabilmente il più importante.

«Nel 322 a.C., due anni dopo che Alessandro aveva lasciato il Sind, Chandragupta Maurya s’impadronì del trono del Magadha e cominciò ad estendere il proprio potere verso nord-ovest. Seleuco Nicatore, divenuto re di Babilonia, o dell’Asia occidentale, nel 312 a.C., progettò di rientrare in possesso delle province indiane d’Alessandro, ma il suo tentativo d’invasione nel 306 a.C. fu immediatamente frustrato da Chandragupta. L’anno successivo un trattato dava a quest’ultimo Kabul, Kandahar, Herat e quello che oggi è il Belucistan in cambio di cinquecento elefanti: l’Oriente aveva vittoriosamente contrattaccato l’Occidente. I domini di Chandragupta Maurya si estesero rapidamente dal golfo del Bengala (attuale Bangladesh) a Herat, nell’odierno Afghanistan, mentre suo nipote Asoka (273-232 a.C.) conquistò il Kalinga, l’India centro orientale. La pratica politica vittoriosa, anche se effimera, dei Maurya ispirò certamente la sintesi teorica di Kautilya e dei suoi “continuatori”.»[38]

L’opera del “Tortuoso” delineò un quadro di chiarezza esemplare di un periodo dell’India antica, caratterizzato da una burocrazia ben organizzata con al centro il sovrano, essere semidivino, e da uno stato di guerra ininterrotta per la supremazia politica.

In politica interna Kautilya comprese lucidamente e con sorprendente modernità la centralità del controllo delle masse e delle classi sfruttate, basato su un attento “monitoraggio” del grado concreto di consenso/scontento popolare mediante una specie di sondaggio permanente effettuato da un sistema di spionaggio capillare, dato che i rapporti di forza tra governanti e governati assunsero secondo Kautilya un’importanza decisiva per la stabilità della riproduzione del potere politico e del sistema di dominio delle élite indiane.

«Così verranno ridotti al silenzio gli oppositori più infidi della sovranità. Le spie verranno a conoscenza anche delle dicerie più diffuse. Le spie “dalla testa rasata” o “con i capelli intrecciati” accerteranno se prevalgono sentimenti di soddisfazione o di malcontento presso le genti e presso coloro la cui esistenza è assicurata grazie ai cereali, al bestiame e all’oro del re e tra coloro che, nella buona o nella cattiva sorte, assicurano al re stesso la fornitura di tali beni»: contadini, artigiani e burocrazia statale.[39]

Verificato il “sentimento di soddisfazione o di malcontento” dei subordinati, Kautilya divise in quattro cerchi concentrici i sediziosi e i ribelli reali/potenziali, per distruggere scientificamente la minaccia proveniente dall’interno alla riproduzione del potere statale.

Nel primo cerchio «si cercherà di soddisfare, invece, i più inquieti con compensi o con l’opera di conciliazione fra opposti interessi»: il sistema tradizionale della carota…

Secondo cerchio: «Se tutto ciò non produrrà risultati, si cercherà di seminare discordia affinché questi insoddisfatti si dividano, oppure si allontanino dai nemici vicini e pericolosi, da tribù selvagge, da un principe recluso o esiliato»: divide et impera, avrebbe tradotto consenziente l’élite schiavistica romana contemporanea di Kautilya.

Terzo cerchio: «Qualora anche questi tentativi non abbiano esiti positivi queste stesse persone insoddisfatte avranno la responsabilità della riscossione di multe ed imposte. In questo modo costoro saranno facilmente oggetto – a loro volta – del malcontento della gente». Il metodo del capro espiatorio viene teorizzato con diabolica intelligenza: esiste dello scontento popolare? Proiettiamo contro le masse i potenziali catalizzatori della ribellione, cooptati e trasformati in ben pagati funzionari statali.

Si tratta di un mezzo di lotta politico abbastanza simile a quello utilizzato carsicamente dalla borghesia nel ventesimo secolo, dato che in particolari situazioni di crisi le classi dominanti hanno delegato temporaneamente il controllo del governo (non del potere reale) all’espressione politica moderata delle classi popolari, ottenendo il duplice risultato di compromettere nel “lavoro sporco” di risanamento i partiti in oggetto e di demoralizzare le masse che li sostenevano…

Quarto cerchio. «Gli individui che si riveleranno pervasi da sentimenti di odio verranno segretamente soppressi, o saranno esposti al disprezzo popolare, oppure, infine, tenendo sotto la protezione dello Stato le mogli e i figli, potranno essere costretti a lavorare nelle miniere in modo che non possano più dare rifugio a eventuali nemici»: con gli oppositori irriducibili Kautilya consigliò il tradizionale metodo del “bastone” e della repressione violenta come extrema ratio di autodifesa politica.[40]

Analizzando invece la dinamica di sviluppo delle relazioni tra stati sovrani, il teorico indiano sviluppò lo studio della correlazione di potenza intesa come fondamento della politica, assumendo e posizionando la centralità di un gioco delle alleanze in politica internazionale basato essenzialmente sulla categoria del “nemico principale”: il triangolo geopolitico principale per Kautilya è costituito dallo stato in oggetto, dal suo nemico “di considerevole potenza” (e vicino geografico) e dal nemico del proprio nemico, l'”Alleato”.

«Il re di buon carattere e forte dei migliori tra gli elementi della sua sovranità, è la fonte della politica: verrà definito “Conquistatore”. Un re situato in un punto qualsiasi nelle vicinanze dei confini del territorio del Conquistatore sarà definito “Nemico”.

Il re che si trova vicino al Nemico, ma è separato dal Conquistatore solo dal Nemico, verrà definito Alleato.»[41]

Uno stato ostile, confinante e potente diventa il nemico principale della struttura politico-statale a cui si contrappone e diventa necessario pertanto imporsi come fine strategico più o meno prossimo la sua distruzione, anche alleandosi con l'”Alleato” ed il nemico del proprio nemico calcolando le mosse tattiche nei suoi confronti in base al prisma della correlazione di forze concreto: «Quindi un re ostile confinante, di considerevole potenza, viene definito “Nemico”.

Quando questi è colpito da calamità o si è messo su una cattiva strada, allora diventa “affrontabile”. Quando riceve poco o nessun aiuto, allora si potrà distruggerlo. Diversamente, se riceve degli aiuti dovrà essere tormentato o si dovrà tentare di ridurre il suo potere. Questi sono gli aspetti del “Nemico”.»[42]

Inoltre Kautilya indicò in forma sintetica sia le forme principali di pratica politica internazionale che il loro stretto collegamento con i rapporti di forza, dato che le direttive principali di marcia e gli orientamenti concreti della prima risultano perfettamente intercambiabili per il teorico indiano in base alla trasformazione dei rapporti di forza tra gli stati, senza alcuna remora morale.

Per Kautilya le possibili strategie internazionali degli stati sono sei, in una sorta di esagono formato agli accordi di pace; dalle operazioni belliche; dalla neutralità; dalla preparazione alla guerra (accumulazione di forze); dalla costruzione di alleanze ed infine dalla compresenza di guerra e pace (con diversi soggetti internazionali). «Mentre Kautilya afferma che gli orientamenti della politica di stato sono sei, in quanto ognuna delle loro condizioni è diversa.

Tra questi, gli accordi stipulati con pegni costituiscono la pace; le operazioni di offesa costituiscono la guerra; l’indifferenza è la neutralità; fare i preparativi è la mobilitazione; cercare la protezione di un altro è definita la politica doppia…»[43]

Kautilya comprese che esisteva un “ponte” e un collegamento tra strategie politiche e correlazione di potenza.

«Chi è inferiore a un altro, stipulerà con lui la pace»: alias sarà costretto ad accettare le condizioni imposte dal soggetto più forte, tanto più svantaggiose per lui quanto più grande risulterà il divario di potenza. Viceversa egli affermò che «chi ha un potere superiore farà la guerra»: passare dalla pace subordinata alla guerra d’aggressione diventa solo una questione di diversa posizione di forza.[44]

In un passo successivo Kautilya teorizzò che «si firmeranno accordi di pace con i re eguali e superiori: quelli inferiori verranno attaccati»: i rapporti di forza determinano la scelta tra pace e guerra, volta per volta, per i diversi dirigenti statali.

«Chiunque penserà in questo modo: nessun nemico mi potrà far male, però nemmeno io riuscirò a distruggerlo, osserverà la neutralità»: l’equilibrio approssimativo delle forze diventa la premessa fondamentale per la creazione di un atteggiamento reciproco di non-belligeranza tra gli stati.

«Chi possiede i mezzi necessari marcerà contro il nemico», ossia il preventivo processo di accumulazione di forze necessarie prepara la strada per un’aggressione vittoriosa contro un altro stato.

«Chi è privo della necessaria forza per difendersi cercherà la protezione di un altro»: la forza di sostegno garantita da uno stato potente permette di attutire o eliminare le conseguenze di una sfavorevole posizione d’inferiorità.

«Chi ritiene che un aiuto sia necessario per raggiungere un fine, farà la pace con uno e la guerra con un altro»: bisogna utilizzare la forza di sostegno di un altro stato per creare una situazione favorevole, che permetta di neutralizzare il nemico principale.[45]

Il terzo colpo d’ala teorico di Kautilya è caratterizzato dalla capacità di penetrare e comprendere il lato dinamico dei rapporti di forza, che sono in permanente trasformazione e in un processo di mutamento. A suo avviso una formazione statale può produrre (oppure subire) una modifica dei rapporti di forza a sé favorevole o sfavorevole, o rimanere in uno stato stazionario: progresso-regresso-stasi rappresentano le forme principali della dinamica della correlazione di potenza tra stati, la quale influisce direttamente sulla direzione principale di marcia della strategia dei diversi nuclei dirigenti.

«Chi pensi che il suo potere stia aumentando più rapidamente, in quantità e qualità, di quello del suo nemico, e il contrario del nemico, potrà trascurare, per il momento, il progresso di quest’ultimo.» In una dinamica di tal natura un re, uno stratega può pensare-agire in questo modo, secondo Kautilya: «Se rispetto gli accordi di pace, potrò intraprendere delle opere produttive di considerevole importanza e distruggere, allo stesso tempo, quelle del mio nemico», mediante il sabotaggio, la creazione di alleanze con altri stati, la divisione delle forze del nemico.[46]

Viceversa «nessun re adotterà quell’orientamento politico che comporta una flessione dei profitti delle opere intraprese senza che altrettanto avvenga per il nemico: sarebbe il deterioramento»: nessuno stato può accettare un deterioramento permanente della propria posizione di forza relativa e un declino continuo, mentre «chi pensa invece che nel corso del tempo le sue perdite risulteranno inferiori alle sue acquisizioni – se paragonate a quelle del nemico – potrà trascurare questo temporaneo deterioramento.»[47]

La “stasi”, la stagnazione invece non è altro che la fase politica in cui i rapporti di forza non si modificano tra le forze antagoniste in modo significativo: «la fase in cui né il progresso né il regresso possono essere notati, è chiamato stasi». Si ha una situazione di stasi quando due stati antagonisti risultano entrambi in una fase di riproduzione semplice delle forze, oppure in una situazione concreta in cui essi non riescono ad accumulare ed allargare a sufficienza le proprie forze e se «aspettano di acquisire una stessa quantità di ricchezza e di potere nello stesso periodo di tempo, sarà conveniente, per loro, stipulare una pace».[48]

Un’altra intuizione di Kautilya indica che ogni trasformazione a proprio favore dei rapporti di forza non “cade dal cielo”, ma è il risultato della pratica umana di certi soggetti politici e – spesso – dell’utilizzo intelligente dell’attività errata ed autodistruttiva della controparte e degli antagonisti: seguendo senza saperlo le orme di Sun Tzu, a suo giudizio bisogna sempre accumulare forze e potenza relativa anche – a volte soprattutto – indebolendo gli avversari.

«Chi sia privo di un tesoro consistente e di un esercito forte dovrà concentrare la sua attenzione sul rafforzamento della sicurezza degli elementi della sua sovranità. Il Paese è infatti la fonte di tutto ciò che accresce il tesoro e rafforza l’esercito. È il rifugio sicuro di un re e del suo esercito è una fortezza inespugnabile.»[49]

Del resto giovarsi di un efficace processo di accumulazione di forze permette di sfruttare l’indebolimento relativo-assoluto dell’antagonista e la sua fase di “deterioramento delle forze”.

«Il mio nemico, anche se ha un immenso potere, presto danneggerà i suoi elementi di sovranità, se continuerà ad usare quel linguaggio oltraggioso, ad infliggere punizioni troppo severe ed a scialacquare la sua ricchezza. Egli, anche se ottenesse per un breve periodo qualche successo, prima o poi prenderà la strada della caccia, del gioco, del bere e delle donne. Allontanerà il suo popolo da se stesso. Si indebolirà, si arroccherà nella sua alterigia e, allora, lo spodesterò.»[50]

Infine non solo la strategia, ma anche l’esito e il risultato delle lotte viene determinato secondo Kautilya (sulle orme di Sun Tzu) dalla correlazione di forze, dato che la dialettica di vittoria/sconfitta risulta collegata correttamente al differenziale di potenza tra i contendenti.

«Chi dichiarerà guerra ad un re superiore verrà ridotto alla stessa stregua di un soldato che si opponga ad un elefante.

Così come la collisione di un vaso di terra non ancora cotto con uno analogo porta alla distruzione di entrambi, così la guerra tra due re eguali porterà la rovina per entrambi.

Come una pietra che colpisce un vaso di terracotta, così il re superiore otterrà un vittoria decisiva su di un re inferiore.»[51]

Il criterio del differenziale di potenza venne applicato dal teorico indiano ad una gamma estesa di casi particolari e di situazioni-tipo di scontro tra stati. Ad esempio egli si domandò «quando due nemici, uno conquistabile e l’altro potente, stanno attraversando entrambi un periodo di difficoltà, a quale dei due si dovrà fare la guerra per primo? Si marcerà prima contro il nemico potente. E dopo averlo sconfitto, si attaccherà il nemico conquistabile. Una volta sconfitto un nemico potente, un nemico più debole deciderà spontaneamente di aiutare il Conquistatore. Ciò non accadrebbe con un nemico potente».[52]

In sostanza l’analisi dei rapporti di forza con Kautilya raggiunse un grado di notevole sviluppo, venendo applicata alle varie sfere e articolazioni dell’universo politico indiano di quel periodo: larga parte della sua opera consistette nel processo di elaborazione di una casistica minuziosa delle varie posizioni in cui si sarebbe potuto trovare un sovrano e nell’analisi dei problemi di scelta/intervento concreto che ne derivano, risolti principalmente attraverso la categoria-chiave del calcolo della correlazione di potenza via via creatasi tra i diversi protagonisti della sfera internazionale.


[1] Prefazione a Sun Tzu, “L’arte della guerra”, p. V, Ed. Mondadori

[2] Sun Tzu, “L’Arte della guerra”, p. 6, ed. Guida

[3] op. cit., cap. I, p. 67, ed. Mondadori

[4] op. cit., cap. III, p. 81

[5] op. cit., cap. II, p. 70

[6] op. cit., cap. III, p. 76

[7] op. cit., cap. III,p. 82

[8] op. cit., cap. I, p. 68

[9] op. cit., cap. IV, p. 88

[10] op. cit., cap. V, p. 91

[11] op. cit., cap. III, p. 83

[12] op. cit., cap. III, p. 82

[13] op. cit., cap. IV, p. 87

[14] op. cit., cap. V, p. 91

[15] op. cit., cap. V, p. 92

[16] op. cit., cap. XI, p. 128

[17] op. cit., cap. XIII, p. 136

[18] M. Finley, “Gli antichi greci”, pp. 38/40, ed. Einaudi

[19] Aristotele, “Politica”, Libro IV, 4, 1291 b, ed. Laterza

[20] Aristotele, “La costituzione degli ateniesi”, par. II

[21] Aristotele, Politica, Libro III, 7, 1279 a

[22] op. cit., Libro III, 8, 1279 b e Libro IV, 4, 1290 b

[23] op. cit., Libro IV, 3, 1290

[24] op. cit., Libro IV, 3, 1290

[25] op. cit., Libro V, 1310 a

[26] op. cit., Libro V, 11, 1296 a

[27] op. cit., Libro V, 2, 1302

[28] op. cit., Libro V, 6, 1305 b

[29] op. cit., Libro V, 1305 a

[30] op. cit., Libro V, 4, 1304 a

[31] op. cit., Libro IV, 7, 1321 a

[32] op. cit., Libro V., 4, 1304 b

[33] op. cit., Libro I, 5, 1254 b e 1255 a

[34] Tucidide, “La guerra del Peloponneso”, Libro I, par. 118, ed. Mondadori

[35] op. cit. Vol. VI, 88-91

[36] op. cit. Vol. VI, 91

[37] Kautilya, “Arthasastra”, p. 25, ed. Bariletti

[38] P. Spear, “Storia dell’India”, p. 72-75, ed. Rizzoli

[39] Kautilya, op. cit., cap. XIII, p. 43

[40] op. cit., libro I, cap. XIII, pp. 43-44

[41] op. cit., Libro VI, cap. II, p. 302

[42] op. cit., p. 303

[43] op. cit., Libro VI, Cap. I, p. 307

[44] op. cit., p. 307

[45] op. cit., pp. 307-308

[46] op. cit., p. 308

[47] op. cit., p. 308

[48] op. cit., p. 308

[49] op. cit., Libro VII, Cap. XIV, p. 351

[50] op. cit., p. 304

[51] op. cit., p. 312

[52] op. cit., p. 318


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