Capitolo Sesto

L’effetto di sdoppiamento ed i rapporti di forza politico-sociali

Parte Prima

La prima base materiale che sorregge ininterrottamente dal 9000 a.C. e fino ai nostri giorni la centralità dei rapporti di forza politico-sociali, sia nelle società classiste che in quelle collettivistiche, è costituita dall’effetto di sdoppiamento (biforcazione).

L’effetto di sdoppiamento rappresenta il risultato principale del livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive sociali dopo il 9000 a.C., con il progressivo emergere della rivoluzione produttiva neolitica (agricoltura, allevamento ed artigianato) e la parallela comparsa e riproduzione nel tempo di un surplus produttivo permanente ed accumulabile a disposizione della nostra specie: il termine in esame indica il permanente campo di potenzialità alternative riprodottosi nella sfera dei rapporti di produzione/distribuzione sociali dopo le due grandiose rivoluzioni economiche del neolitico e che perdura fino ai nostri giorni, in base al quale sia i rapporti di produzione collettivistici che quelli classisti potenzialmente sono stati e sono tuttora in grado di esistere e riprodursi per tutto lo stesso (lungo) periodo storico, sono stati e sono tuttora entrambi potenzialmente in grado di coesistere (conflittualmente) con i diversi gradi di sviluppo via via raggiunti dalle forze produttive dopo il 9000 a.C., in un processo ininterrotto che arriva fino all’inizio del III millennio dopo Cristo.

La storia degli ultimi 11000 anni del genere umano è anche la storia del “tiro alla fune” e dello scontro tra due opposte tendenze socioproduttive, in grado a volte di coesistere nella stessa area geopolitica ed in presenza di una parità approssimativa nel livello di sviluppo delle forze produttive.

In altri termini, a partire dal 9000 a.C. e fino ai nostri giorni era ed è costantemente possibile sia l’egemonia dei rapporti di produzione collettivistici che di quelli classisti nelle diverse formazioni politico-sociali, in una sorta di sdoppiamento potenziale delle loro possibilità di esistenza storica effettiva. I vari livelli di sviluppo raggiunti dalle forze produttive sociali a partire dal 9.000 a.C. non hanno pertanto determinato la comparsa di “determinismi” storici, ma al contrario la produzione/riproduzione ininterrotta di un enorme spazio di libertà per la pratica umana, in primo luogo politica, consentendo la produzione/riproduzione ininterrotta di enormi margini di manovra sia nella sfera dei rapporti di produzione sociale che in campo politico (e politico-militare) tanto che, parafrasando Engels, si può affermare che la libertà consista innanzi tutto nella coscienza della necessaria esistenza di potenzialità alternative all’interno del segmento delle relazioni sociali di produzione e di potere, almeno a partire da undicimila anni fa.

Almeno fino al tardo paleolitico (30000-11000 a.C.), nel bene e nel male, il genere umano è diventato una specie iperpotente, acquisendo un’enorme asimmetria di forza globale rispetto a tutte le altre specie animali/vegetali che è andata via via aumentando negli ultimi secoli. Tra i principali superpoteri di specie, oltre all’assoluta superiorità militare e tecnologica-militare (con il tremendo potere di distruggere il nostro pianeta, ottenuto a partire dal 1945/60), alla capacità di sviluppare strumenti di produzione e di delineare dei progetti non-istintivi (Marx, l’architetto e le api), ai viaggi spaziali (Sputnik 1957), al possesso del pensiero astratto e della capacità di comunicarlo, alla creazione dell’arte e del processo di accumulazione di cognizioni tecnico-scientifiche, si deve anche inserire la capacità di produrre dei campi d’azione e delle modalità alternative (molto alternative) nella gestione e riproduzione dei rapporti di produzione e distribuzione: potere sociale sconosciuto a tutte le altre specie, comparso storicamente per la prima volta dopo il 9000 a.C. nell’area mediorientale ed in Cina.

Per comprendere l’essenza e la portata storica reale dell’effetto di sdoppiamento (biforcazione), bisogna analizzare rapidamente il processo complessivo di sviluppo del genere umano partendo da circa due milioni e mezzo di anni fa e da quando era apparso il primo esemplare umano, l’Homo abilis, dotato di una statura eretta collegata organicamente alla presenza di un pollice opponibile e già in grado di esprimere  un discreto sviluppo della massa cerebrale.

Il periodo storico che iniziò con l’Homo abilis ed arrivò fino all’11000 a.C. è stato caratterizzato soprattutto dal basso livello di sviluppo delle forze produttive sociali: a dispetto del progressivo miglioramento ed affinamento degli strumenti di produzione e distruzione, passati via via dalle rozze schegge di selce lavorate fino all’arco del tardo Paleolitico, il genere umano per più di due milioni d’anni si era dedicato esclusivamente alla raccolta di cibo, alla caccia e alla pesca, avvalendosi di rudimentali strumenti in pietra, in osso e in legno.

Le diverse tribù di esseri umani raccoglievano collettivamente con dei bastoni i tuberi e sceglievano vegetali e bacche commestibili, mentre quattrocentomila anni fa esse utilizzavano il fuoco e si servivano di asce e lance per la caccia di gruppo e di ami per la pesca (25000 a.C.): ma la loro attività produttiva non era quasi mai in grado di produrre un surplus produttivo costante rispetto ai bisogni fisiologici minimali e garantiva pertanto solo una riproduzione stentata del genere umano, sempre potenzialmente sottoposto ai colpi delle calamità naturali e al rischio di morte per fame/freddo, in una condizione generale spesso contraddistinta da una penuria assoluta di generi alimentari che faceva sì che nel Paleolitico sussistessero sia fenomeni carsici di cannibalismo che tutta una serie di sporadici scontri armati tra i diversi clan preistorici per il controllo del territorio, come quelli accertati presso le tribù di cacciatori/ raccoglitori dell’America del Sud durante il XVI secolo a.C.[1]

Fino all’11000/9000 a.C. un livello molto basso di sviluppo delle forze produttive e della divisione sociale del lavoro non consentiva (se non in via eccezionale ed in aree geoproduttive iperfavorite) la riproduzione costante di un’eccedenza produttiva e la sua accumulazione su larga scala nel lungo periodo, non permettendo pertanto alcuna forma di sfruttamento sistematico dell’uomo sull’uomo. Inoltre la raccolta dei tuberi, dei vegetali e della frutta, la caccia e la pesca erano svolte in modo cooperativo tra i pochi membri dei vari clan, determinando in tal modo inevitabilmente una distribuzione sostanzialmente egualitaria del prodotto dell’attività produttiva tra i piccoli gruppi umani preistorici: tali gruppi formavano le cosiddette bande, che «sono i gruppi umani più piccoli, e sono formate in genere da 5 a 80 individui, tutti più o meno affini e/o parenti», e a volte collettività ancora più estese (le tribù).[2]

I rapporti sociali di produzione che corrispondevano a questo grado molto arretrato di sviluppo delle forze produttive erano pertanto inevitabilmente di tipo collettivistico e contraddistinti dalla proprietà comunitaria della terra e dello spazio geografico utilizzato dai vari clan per la raccolta-caccia, oltre che dalla ripartizione sostanzialmente egualitaria del cibo e del risultato finale del processo produttivo.[3]

Per due milioni e mezzo di anni il genere umano si riprodusse materialmente attraverso l’egemonia quasi incontrastata delle strutture socioeconomiche del comunismo primitivo e nell’assoluta impossibilità di esistenza dello sfruttamento del lavoro altrui, visto che l’assenza di un surplus permanente ed accumulabile nel tempo precludeva a priori un’eventuale appropriazione privata dei risultati del lavoro altrui, assolutamente “improduttivo” per eventuali ed ipotetici “sfruttatori”.

Nessuna eccedenza = nessuna forma possibile di appropriazione privata di surplus da parte di una minoranza dei membri dei clan paleolitici: solo la presenza di condizioni geonaturali estremamente favorevoli per la caccia e/o la pesca, come nella California settentrionale del periodo tardo-paleolitico, permisero alle élite di alcune tribù cacciatori/pescatori di appropriarsi del surplus generato costantemente dal lavoro altrui, in modo tale che il possesso privato e la “linea nera” che si sviluppò enormemente in seguito si limitò a pochi oggetti di uso corrente e alle armi, mentre guerre e razzie fra clan esistevano e giocavano un ruolo limitato nell’insieme della riproduzione materiale delle “bande” paleolitiche.

Per più di due milioni di anni la pratica complessiva del genere umano ha confermato sul campo la validità della tradizionale tesi marxiana sulla corrispondenza dialettica esistente tra il livello di sviluppo delle forze produttive ed i rapporti sociali di produzione e di distribuzione, mentre anche la gestione degli affari comuni dei clan primitivi e le relazioni “politiche” del Paleolitico erano parallelamente caratterizzate dall’assoluta impossibilità materiale della riproduzione di “distaccamenti speciali” di uomini armati e di apparati statali.

In modo corretto Engels indicò come uno dei “segni distintivi” dello stato l’istituzione di una «forza pubblica che non coincide più direttamente con la popolazione che organizza se stessa come potere armato (…) Questa forza pubblica esiste in ogni stato e non consta semplicemente di uomini armati, ma anche di appendici reali, prigioni e istituti di pena di ogni genere, di cui nulla sapeva la società gentilizia».[4]

I clan paleolitici indubbiamente conobbero conflitti sporadici con le altre tribù e (a volte) anche l’uso del cannibalismo nei confronti dei nemici sconfitti, ma la preistoria “nulla sapeva” di eserciti e polizia, di prigioni ed imposte, di strutture politico-materiali inutili sul piano sociale ed il cui costo economico sarebbe stato in ogni caso insostenibile per le società primitive, nel caso di un’ipotetica “fioritura” statalista: «nelle tribù, come nelle bande, mancano burocrazia, polizia e tasse» (J. Diamond). La gestione degli affari comuni delle strutture primitive era affidata alla discussione-decisione collettiva e spesso al parere autorevole degli anziani, depositari dell’esperienza del clan: come ha notato anche lo storico statunitense J. Diamond, «le tribù nomadi di cacciatori-raccoglitori sono in gran parte società di eguali, la cui azione politica si limita al controllo del proprio territorio e a mutevoli alleanze con le tribù circostanti».[5]

Dal canto suo il ruolo sociale assunto dalle donne nel Paleolitico risultava notevole in virtù sia della loro importante partecipazione al processo produttivo, mediante la caccia di piccoli animali e la raccolta di cibo, che della “magica” procreazione di figli, visto che il contributo maschile alla riproduzione del genere umano rimase sconosciuto per più di due milioni di anni: l’arte del tardo Paleolitico dell’Homo Sapiens Sapiens espresse tale influenza reale con il culto della Dea Madre, generatrice di vita e dispensatrice di fertilità, «che influenza la crescita e la moltiplicazione, rappresentata incinta o nuda» (Marija Gimbutas, Il linguaggio della Dea).

In estrema sintesi, rapporti politici largamente egualitari e assolutamente a-statali corrisposero felicemente a rapporti di produzione collettivistici per una lunghissima fase di sviluppo del genere umano, caratterizzata da lenti miglioramenti degli strumenti di produzione (fuoco e arco, in primo luogo).

Ma la sostanziale continuità storica fu spezzata dal “Grande Evento”, alias dalla rivoluzione tecnico-produttiva del neolitico iniziata in forma embrionale dalle donne dell’Anatolia e dell’area siropalestinese tra l’11000 e il 9000 a.C., con un lento processo che venne replicato in seguito con modalità assolutamente autonome in Cina (prima dell’8800 a.C.) ed in America Centrale durante un’epoca anteriore al 3500 a.C.[6]

La gigantesca rivoluzione neolitica fu caratterizzata dalla nascita dell’agricoltura e dell’allevamento: tale genesi venne preparata alla fine dell’era glaciale da una fase intermedia di raccolta sistematica di cereali selvatici, iniziata da alcune tribù del Paleolitico (Ohalo, Israele, 21000 a.C.) e del Mesolitico nella zona turco-palestinese (11000-9000 a.C.), e resa possibile dalla produzione in questo lungo arco temporale di «falci dalla lama di selce e dal manico di legno o d’osso: pestelli, mole e mortai per liberare i grani dalla pula; metodi d’essiccazione per evitare che i semi germogliassero dopo la raccolta; e grandi silos sotterranei, alcuni dei quali intonacati per renderli impermeabili» (J. Diamond). Illustrando con fatti concreti l’importanza di questa lunga fase prerivoluzionaria, l’archeologo J. R. Harlan ha dimostrato negli anni Settanta che, usando un falcetto dalla lama di selce, in un periodo di mietitura di tre settimane una famiglia di sei persone nel Mesolitico avrebbe potuto accumulare frumento selvatico in quantità tale da permettere un consumo procapite giornaliero di quattro ettogrammi di cereali: i “motori” delle forze produttive si stavano ormai scaldando, preparando le condizioni per l’entrata nell’era del surplus.[7]

Dopo questo lungo periodo preparatorio, i clan della zona siropalestinese ed anatolica iniziarono a seminare con cura ed arte le prime piante di cereali cominciando a curarne la crescita e selezionando per caso e/o tentativi le sementi più produttive, mentre parallelamente allo sviluppo dell’agricoltura le tribù dell’area in esame presero ad allevare i primi animali “commestibili” (seguendo l’esperienza della domesticazione del lupo-cane), attirati e allo stesso tempo nutriti dalle colture di cereali neolitiche.

In tal modo nel Vicino Oriente il genere umano coltivò le piante del grano, dell’orzo e dei piselli, addomesticando la pecora e la capra attorno all’8500 a.C.; in Cina processi analoghi avvennero per miglio e riso, con i primi allevamenti di maiali (8000 a.C.), mentre in America Centrale la coltivazione di mais, fagioli e zucca si accompagnò all’allevamento del tacchino (3000 a.C.).

I risultati concreti della rivoluzione tecnico-produttiva del neolitico furono eccezionali e di un peso storico straordinario, visto che innanzi tutto si produsse un enorme aumento della produttività media del lavoro sociale rispetto alla precedente caccia-raccolta (o pesca) del Paleolitico: J. Diamond notò sinteticamente che «alla fine, un ettaro di terra coltivata riesce a dar sostentamento a molti più contadini (dalle 10 alle 100 volte) di quanto non riesca a fare un ettaro di terra vergine per i cacciatori-raccoglitori».[8]

Dalle dieci alle cento volte: un salto qualitativo gigantesco, anche se accompagnato dal lato negativo della progressiva riduzione del tempo libero disponibile rispetto alle precedenti società di raccoglitori-cacciatori, come evidenziato in modo provocatorio dal teorico statunitense John Zerzan.

Di conseguenza alcune frazioni consistenti del genere umano dopo l’8000 a.C. iniziarono a riprodurre sistematicamente, pur tenendo conto dei fattori atmosferici e climatici avversi, un surplus e un plusprodotto in eccedenza rispetto ai bisogni minimali di sopravvivenza biologica, in modo tale che l’aumento della produttività diede alla forza-lavoro umana, per usare una nota definizione di Engels del 1884, la capacità di creare un prodotto maggiore di quanto fosse necessario al suo mantenimento: anche se ovviamente nel corso del IX millennio a.C. la produttività media e la massa complessiva della forza lavoro impiegata rimasero bloccate ancora ad un livello relativamente basso, esse nondimeno consentirono all’oasi di Gerico di utilizzare il surplus e il pluslavoro disponibile per commerciare con altre zone (ossidiana) e per erigere mura e torri attorno alla città già a partire dal 8300-7500 a.C.[9]

Il gioco era riuscito e la “magia” si era realizzata con successo, visto che attorno al 9000-7500 a.C. alcune importanti zone geoeconomiche del globo crearono e riprodussero quel fondamentale salto di qualità produttivo che taglia seccamente in due la storia dell’Homo Sapiens dividendola nell’era pre e post surplus permanente, mentre come ulteriore sottoprodotto positivo l’aumento formidabile della produttività del lavoro sociale e la formazione parallela del plusprodotto agricolo innescarono un circolo economico “virtuoso” che si autoalimentò e si riprodusse su scala allargata: infatti l’agricoltura creò, come si è già rilevato, le condizioni materiali necessarie per innescare l’utilizzo dell’allevamento di animali domestici su larga scala e dopo il lupo, che si trasformò in cane a partire dal 12000 a.C. in Cina e Iran, venne il turno della domesticazione di altri preziosi animali.

«Gli animali domestici hanno aiutato l’uomo a produrre più cibo in quattro modi diversi: fornendo latte, carne, concime e forza motrice per gli aratri. Come è ovvio, il bestiame sostituì direttamente la selvaggina come fonte primaria di proteine; al giorno d’oggi, ad esempio, la stragrande maggioranza delle proteine animali assunte dagli americani proviene da buoi, maiali, galline e pecore, e non certo dalla carne di cervo – considerata una prelibatezza non da tutti i giorni. Gli animali domestici servono anche a migliorare la produzione agricola. Prima di tutto, come ogni giardiniere o contadino sa bene, non c’è niente di meglio del letame per fertilizzare la terra da coltivare. Anche se oggi abbiamo a disposizione i concimi sintetici prodotti dalle industrie chimiche, in gran parte del mondo le deiezioni animali (soprattutto di bovini, ovini e yak) continuano ad essere la principale fonte di fertilizzante. Lo sterco, inoltre, è stato ed è un apprezzato combustibile in molte società tradizionali.

Inoltre, i grandi animali domestici possono servire anche a tirare gli aratri, il che rende possibile dissodare terreni che sarebbero altrimenti lasciati incolti. Tra gli animali da lavoro ricordiamo i bovini, i cavalli, il bufalo asiatico e il banteng di Bali, e gli incroci tra buoi e yak. Ecco un esempio della loro importanza. I primi agricoltori apparsi in Europa centrale circa 7000 anni fa – i popoli della cosiddetta “cultura della Ceramica lineare”, o Linearbandkeramik – furono per un certo tempo confinati in terre dai suoli morbidi, che potevano essere dissodati a mano con appositi bastoni. Solo mille anni dopo questi agricoltori primitivi furono in grado di coltivare una maggiore varietà di terre. Lo stesso accade in America: gli indiani delle grandi pianure nordamericane erano confinati nei terreni alluvionali; lo sfruttamento degli altopiani, il cui suolo era molto più duro, fu possibile solo nel XIX secolo grazie agli europei e ai loro aratri tirati da animali».[10]

Va sottolineato come il surplus alimentare fosse diventato facilmente accumulabile e trasportabile, sia sotto forma vegetale che animale, da parte dei clan degli agricoltori sedentari e dalle tribù pastorizie. Un cacciatore-raccoglitore del Paleolitico poteva di tanto in tanto portare con sé più cibo di quanto non riuscisse a consumare in pochi giorni, ma alla lunga, notò correttamente Diamond, questa abbondanza non gli era utile perché egli era privo degli strumenti per conservarla e custodirla: nel Neolitico le tribù agricole erano invece in grado di immagazzinare molto cibo e conservarlo con una certa efficacia mentre i clan di nomadi-pastori disponevano a loro volta di una “riserva di cibo mobile” su larga scala, addomesticata e controllabile con relativa facilità dalla combinazione uomo-cane.

Inoltre le colture agricole non costituivano solo fonti di cibo. «Ad esempio, piante e animali domestici ci forniscono fibre naturali che, opportunamente intessute, diventano vestiti, coperte, reti o corde. In tutte o quasi le società che “scoprirono” l’agricoltura, i cereali erano affiancati da colture come il cotone, la canapa e il lino; molti animali erano allevati per lo stesso motivo: pecore, capre, lama e alpaca per la lana, e i bachi per la seta. Inoltre, gli uomini del Neolitico ricavavano attrezzi e altri manufatti dalle ossa degli animali domestici, e cuoio dalla pelle conciata dei bovini. Una delle prime piante domestiche in America, infine, fu coltivata per usi non alimentari: era un tipo di zucca utilizzata come recipiente.

Gli animali domestici di grossa taglia rivoluzionarono la storia dell’umanità anche perché furono gli unici mezzi di trasporto terrestre fino al XIX secolo e all’avvento delle ferrovie. Agli albori dell’umanità, l’unico modo per trasportare cose e persone era portarseli a spalle; grazie agli animali, l’uomo fu in grado di spostarsi con facilità e di portare con sé grandi quantità di merci. Si montarono cavalli, asini, yak, renne e cammelli, e si utilizzarono (insieme al lama) come animali da soma. Buoi e cavalli furono attaccati ai carri, renne e cani alle slitte. Il cavallo divenne il principale mezzo di trasporto in quasi tutta l’Eurasia, ruolo che fu assunto dalle tre specie di camelidi domestici (dromedario, cammello e lama) rispettivamente in Nordafrica e Arabia, Asia centrale e America andina.» Ma non solo. «Il contributo più diretto di un animale domestico alle guerre di conquista eurasiatiche venne dal cavallo. I cavalli erano le jeep e i carri armati del passato. Come abbiamo visto nel capitolo precedente, grazie ai cavalli due avventurieri come Cortés e Pizarro, a capo di piccole bande, conquistarono gli imperi degli aztechi e degli inca. Molto tempo prima, attorno al 4000 a.C., i cavalli montati a pelo furono probabilmente un fattore fondamentale per l’espansione verso occidente dei popoli indoeuropei stanziati nell’odierna Ucraina, un’espansione così inarrestabile da spazzare via tutte le lingue non indoeuropee (tranne pochissime). Quando più tardi i cavalli vennero usati anche come animali da tiro, il carro da guerra (inventato attorno al 1800 a.C.) fu una vera rivoluzione nell’arte militare che si diffuse nel Vicino Oriente, nel bacino del Mediterraneo e in Cina».[11]

Infine, con il passare del tempo, il surplus disponibile permise la creazione di società contraddistinte da una crescente diversificazione delle attività produttive e dalla specializzazione di una parte degli uomini neolitici in alcune forme relativamente sofisticate di artigianato.[12]

Le conseguenze sociopolitiche della rivoluzione neolitica e dello sviluppo gigantesco delle forze produttive e della divisione del lavoro furono realmente enormi, confermando la tesi marxiana sulla centralità per la dinamica storica dello sviluppo degli strumenti di produzione (ivi compreso l’uomo, principale forza produttiva), ma gli effetti concreti del salto di qualità tecnologico-produttivo si manifestarono attraverso modalità concrete molto diverse da quelle indicate da Marx ed Engels.

In base alla narrazione “marxista-ortodossa”, lo sviluppo accelerato delle forze produttive sociali provocato dalla rivoluzione neolitica ha inevitabilmente generato una contraddizione antagonista ed irrisolvibile tra i nuovi strumenti di produzione ed i “vecchi” rapporti di produzione collettivistici del Paleolitico, diventati rapidamente un ostacolo reazionario alla dinamica progressista dei mezzi di lavoro del genere umano: secondo il giudizio di Marx ed Engels, la rivoluzione tecnologica indusse ed innescò necessariamente una sorta di inevitabile “controrivoluzione” nelle relazioni di proprietà e nel processo di distribuzione del prodotto sociale all’interno delle strutture affermatesi nella fase “post-surplus”, provocando direttamente nel medio periodo l’affermazione di rapporti di produzione classisti, fondati sull’appropriazione dei mezzi di produzione e del plusprodotto da parte di una minoranza della popolazione.

In ultima analisi la dinamica delle forze produttive e la riproduzione costante di un plusprodotto, mediante la coppia formata da agricoltura e allevamento, determinarono sul piano storico per Marx ed Engels l’inevitabile successo nel lungo periodo di nuovi ed originali modi di produzione, quali quello asiatico e schiavistico; nel primo caso il surplus prodotto dalle comunità di villaggio veniva estorto da un apparato statale centralizzato, che poteva assumere forme religiose o laiche e che spesso curava la manutenzione delle grandi opere idrauliche indispensabili all’agricoltura, mentre nel secondo la forza-lavoro era ridotta a mero strumento parlante dei proprietari di schiavi, della terra e dei mezzi di produzione.

Nel 1884 Engels sintetizzò i risultati della pluridecennale elaborazione storico-teorica dei due rivoluzionari riaffermando, nell’Origine della proprietà, della famiglia e dello Stato, il carattere necessario e “progressista” della rivoluzione-controrivoluzione affermatasi nei rapporti di produzione durante la fase post-paleolitica.

«L’aumento della produzione in tutti i rami – allevamento del bestiame, agricoltura, artigianato domestico – diede alla forza-lavoro umana la capacità di creare un prodotto maggiore di quanto fosse necessario al suo mantenimento. L’aumento della produzione fece aumentare contemporaneamente la quantità di lavoro quotidiano che toccava ad ogni membro della gens, della comunità domestica e della famiglia singola. Si sentiva ora il bisogno di introdurre nuove forze-lavoro. La guerra le fornì; i prigionieri di guerra furono mutati in schiavi. La prima grande divisione sociale del lavoro, con l’aumento della produttività del lavoro e quindi della ricchezza e con l’ampliamento del campo di produzione che aveva determinato, dato l’insieme delle condizioni storiche esistenti, portò necessariamente dietro di sé la schiavitù. Dalla prima grande divisione sociale del lavoro, nacque la prima grande scissione della società in due classi: padroni e schiavi, sfruttatori e sfruttati.»[13]

Scissione moralmente discutibile, ma che per Marx ed Engels indubbiamente rappresentò la forza motrice essenziale del progresso storico. È stato stimato che ancora nel III millennio a.C. il contadino egiziano era già capace di produrre il triplo del cibo occorrente per sostenere se stesso e la sua famiglia, facendo sì che il surplus prodotto dalla forza-lavoro consentisse la costruzione di grandi edifici pubblici e delle enormi tombe per l’aristocrazia egizia, oltre a permettere la riproduzione della burocrazia civile e del clero: sulla base di analoghe masse di pluslavoro/surplus si crearono e riprodussero tutte le multiformi classi egemoni sul piano socioproduttivo, la cui funzione storica rimase secondo Marx sostanzialmente positiva e progressista per alcuni millenni ed almeno fino al 1824/1830 d.C.[14]

Sempre secondo lo schema marxista-ortodosso, anche il settore della politica e della “gestione degli affari comuni” fu rivoluzionato inevitabilmente e la comunità solidaristica del precedente periodo paleolitico, basata su decisioni prese collettivamente e sul potere limitato degli anziani, venne sostituita inevitabilmente da una direzione elitaria e dalla costruzione-riproduzione di apparati repressivi e di controllo sociale, rivolti contro la maggioranza oppressa e sfruttata della popolazione.

Per Engels la “costituzione gentilizia”, formata dall’unione di diverse classi e tribù, aveva rappresentato la prima e contraddittoria fase di superamento dell’antica organizzazione comunitaria, cui era seguito in un secondo momento il processo di costruzione dell’organizzazione statale con i connessi apparati repressivi, strumenti fiscali e dirigenti/funzionari politici staccati dal resto della società.

«Ma ora era sorta una società che, in forza di tutte le sue condizioni economiche di vita, aveva dovuto dividersi in liberi e schiavi, in ricchi sfruttatori e poveri sfruttati, una società che non solo non poteva riconciliare questi antagonismi, ma doveva sempre più spingerli al loro culmine. Una tale società poteva sussistere solo o nella lotta aperta continua di queste classi tra loro, oppure sotto il dominio di una terza potenza, che, stando apparentemente al di sopra delle classi in conflitto, ne comprimesse il conflitto aperto e permettesse che la lotta delle classi si combattesse, tutt’al più, nel campo economico, in forma cosiddetta legale. La costituzione gentilizia aveva fatto il suo tempo. Essa era stata distrutta dalla divisione del lavoro e dal suo risultato: la divisione della società in classi. Essa fu sostituita dallo Stato. (…) Lo Stato, poiché è nato dal bisogno di tenere a freno gli antagonismi di classe, ma contemporaneamente è nato in mezzo al conflitto di queste classi, è, per regola, lo Stato della classe più potente, economicamente dominante che, per mezzo suo, diventa anche politicamente dominante e così acquista un nuovo strumento per tener sottomessa e per sfruttare la classe oppressa. Come lo Stato antico fu anzitutto lo Stato dei possessori di schiavi al fine di mantener sottomessi gli schiavi, così lo Stato feudale fu l’organo della nobiltà per mantenere sottomessi i contadini, servi o vincolati, e lo Stato rappresentativo moderno è lo strumento per lo sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale. Eccezionalmente tuttavia, vi sono dei periodi in cui le classi in lotta hanno forze pressoché eguali, cosicché il potere statale, in qualità di apparente mediatore, momentaneamente acquista una certa autonomia di fronte ad entrambe. Così la monarchia assoluta dei secoli XVII e XVIII che mantenne l’equilibrio tra nobiltà e borghesia, così il bonapartismo del primo e specialmente del secondo impero francese che si valse del proletariato contro la borghesia e della borghesia contro il proletariato. L’ultimo prodotto del genere, in cui dominatori e dominati appaiono egualmente comici, è il nuovo impero tedesco di nazione bismarckiana: qui si mantiene l’equilibrio tra capitalisti e operai truffandoli entrambi a tutto vantaggio dei signorotti terrieri della Prussia.»[15]

Si tratta di uno schema interpretativo molto chiaro e pienamente legittimato dai dati empirici concretamente a disposizione di Marx ed Engels nella seconda metà dell’Ottocento, ma questo paradigma storico non risulta più corretto corrispondendo solo in parte allo sviluppo storico del genere umano in Eurasia verificatosi tra il 9000 ed il 3900 a.C. nel Neolitico e nel Calcolitico (età del rame), come emerge dai nuovi risultati ottenuti dai ricercatori storici nel corso del Ventesimo secolo.

Un’impressionante sequenza di “fatti testardi” (Lenin), che non potevano assolutamente essere conosciuti da Marx ed Engels nel XIX secolo, suggerisce con forza l’idea della costruzione di un inquadramento teorico alternativo e notevolmente difforme da quello “ortodosso”, fondato su delle diverse coordinate teorico-generali di riferimento.

In primo luogo l’irruzione nella storia del genere umano di un surplus costante ed accumulabile, del pluslavoro e del plusprodotto costituì realmente un evento decisivo ed uno spartiacque epocale poiché dal 9000 a.C. nel Vicino Oriente (e poi in Cina, Asia Minore, Egitto, Mesopotamia, Europa, ecc.) gli uomini del Neolitico ebbero a loro disposizione un “bottino” ed un’eccedenza permanente, conservabile e riproducibile anno per anno, fatta astrazione dei fattori atmosferici e climatici, ottenuta in larga parte attraverso processi produttivi collettivi e con la cooperazione durante l’attività agricola: tuttavia la ricaduta politico-sociale del “Grande Evento” neolitico non consistette nella produzione inevitabile di rapporti di produzione classisti in sostituzione delle antiquate e reazionarie relazioni produttive collettivistiche, ma nella creazione di un costante campo di potenzialità alternative per i rapporti di produzione e di potere all’interno delle strutture neolitiche e calcolitiche.

Il livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive sociali e dalla divisione del lavoro, a partire dal 9000 a.C., produsse inevitabilmente e necessariamente una specie di biforcazione storica in cui erano possibili nello stesso periodo e nelle stesse aree geopolitiche l’esistenza e la riproduzione parallela sia dei rapporti di produzione collettivistici che di quelli invece di matrice classista, fondati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo: prova ne è il fatto che per cinquemila anni concretamente si sono materializzate due forme generali di rapporti di produzione, in un lungo periodo in cui è esistita una reale duplicità di modi di produzione su scala planetaria (9000-3900 a.C. in Eurasia, 500 a.C.-1900 d.C. in America ed Africa) sulla base di un livello relativamente omogeneo nella produzione di surplus e nello sviluppo della produttività del lavoro.

Se nel Paleolitico lo sviluppo delle forze produttive consentiva e permetteva esclusivamente la sussistenza dei rapporti di produzione comunisti-primitivi, il boom produttivo-tecnologico del Neolitico produsse la possibilità di esistenza e di sviluppo per due forme alternative di rapporti di produzione, collettivistici e classisti: potenzialità generale trasformatasi in dinamiche storiche concrete ed alternative già durante il processo di sviluppo compreso tra il 9000 ed il 3900 a.C., almeno nella sfera geopolitica eurasiatica.

In altri termini la progressiva esplosione tecnologico-produttiva e demografica del Neolitico, a partire dal 9000 a.C., consentì e permise sia a livello potenziale che reale la presenza/riproduzione del comunismo neolitico da un lato, e la presenza/riproduzione di relazioni socio-produttive di tipo “asiatico” o schiavistico dall’altro; consentì e permise ininterrottamente l’azione potenziale dell’effetto di sdoppiamento (biforcazione), in base al quale il surplus-plusprodotto e i mezzi di produzione potevano (e possono) essere prodotti ed appropriati sia in presenza di rapporti di produzione collettivistici che di quelli classisti, fondati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sul possesso da parte di una minoranza delle forze produttive sociali e delle condizioni della produzione.

Nessun “decreto celeste” esigeva che la cooperazione nel processo produttivo agricolo e nei lavori di irrigazione/disboscamento tornasse a vantaggio totale/quasi totale di una ristretta sezione della civiltà “post-surplus”, come del resto nessuna “legge divina” e imperiosa “economica” imponeva al genere umano, a partire dal 9000 a.C., di utilizzare il “bottino” (alias il surplus) e le fonti del bottino (i nuovi strumenti di produzione) con modalità egualitarie e cooperative o, viceversa, per finalità classiste e discriminatorie nei confronti della maggioranza della popolazione del Neolitico-Calcolitico: il plusprodotto disponibile assunse il ruolo costante di “strumento tuttofare”, multiuso e sempre pronto ad essere utilizzato per finalità socioeconomiche diverse ed antagoniste tra loro (a beneficio di tutta la collettività/solo per una minoranza di essa), mentre entrambi i rapporti di produzione antagonistici, con i loro corrispondenti involucri politici, diventavano potenzialmente a disposizione dei neolitici “Adamo ed Eva” già undicimila anni or sono.

Se la terra e le sementi, il prodotto-plusprodotto agricolo e/o il bestiame rappresentavano degli oggetti che potevano essere posseduti alternativamente in modo collettivistico o privato (più o meno esteso, con varianti laiche e/o religiose), specialmente il surplus agricolo che venne accumulato anno dopo anno risultò costantemente a disposizione delle scelte di priorità concrete via via selezionate dalle diverse “chefferies” dal 9000/3900 a.C.: pertanto si crearono due tendenze socioproduttive, la “linea rossa” (collettivistica) e la “linea nera” (classista), generalmente alternative tra di loro, anche se in alcuni casi si verificò una parziale ed asimmetrica coesistenza tra le due potenzialità storico-produttive, come nelle civiltà Chavin e Harappa.

Lo schema classico marxista sul legame dinamico esistente tra processi produttivi, sociali e politici, è stato sintetizzato con notevole successo da G. Plechanov alla fine del XIX secolo assumendo la seguente forma:

–        Livello delle forze produttive

ß                                 ß

–        Divisione sociale del lavoro

ß                                 ß

–        Rapporti di produzione e distribuzione (classisti)

ß                                 ß

–        Relazioni sovrastrutturali di natura politico-statali

ß                                 ß

–        Altre forme di sovrastrutture ideologiche (religiose, artistiche, morali, ecc.)

Il processo di azione-reazione reale sussistente tra i diversi “livelli” è sempre stato collegato nel marxismo ortodosso al carattere determinante assunto dal livello di sviluppo delle forze produttive e dalla loro dinamica. Ma a questo punto si può proporre uno schema alternativo di interpretazione per il periodo neolitico-calcolitico (e non solo), in cui si ritrova un:

–        Livello delle forze produttive

ß                                 ß

–        Divisione sociale del lavoro

ß                                 ß

Surplus costante

Primo sbocco potenziale:                               Secondo sbocco potenziale:

Rapporti di produzione                                  Rapporti di produzione

e distribuzione collettivistici                          e distribuzione classisti

=    Effetto di sdoppiamento (biforcazione) e presenza di due modelli alternativi di produzione in campo economico-sociale.

Le potenzialità molto spesso si trasformarono in realtà concreta: proprio la pratica socioproduttiva del periodo neolitico-calcolitico dimostra che in molte e decisive aree geopolitiche del mondo si assistette concretamente alla coesistenza/lotta, a volte nella stessa area geografica e nello stesso periodo storico, di rapporti sociali di produzione/distribuzione e di gestione del potere alternativi tra loro e che per cinque millenni, in molte zone del nostro pianeta, si confrontarono ed a volte interagirono tra loro una “linea rossa” collettivistica ed una “linea nera” classista (anche se nell’America settentrionale-meridionale ed in India i tempi storici furono sfasati rispetto all’area mediorientale, europea e cinese), sempre in presenza di livelli di sviluppo relativamente omogenei delle forze produttive e della produzione di surplus.

Inoltre l’esperienza storica del 9000/3900 a.C. ci fornisce un secondo e sorprendente elemento storico di riferimento, sintetizzabile nella superiorità e maggiore dinamicità produttiva di regola raggiunta dai rapporti di produzione collettivistici rispetto a quelli classisti, fondati sull’appropriazione del surplus e dei mezzi di produzione da parte di una minoranza della collettività. Infatti i maggiori risultati tecnologici, produttivi e sociali, le migliori performance del periodo neolitico-calcolitico furono raggiunte e conseguite proprio dalle formazioni economico-sociali comuniste con una sola importante eccezione, l’addomesticamento del cavallo e delle «jeep e carri armati del passato» (J. Diamond) da parte dei predoni Kurgan: proprio dei centri d’irradiazione collettivistici quali Gerico, Catal Hüjuk, la cultura Ubaid e di Vinca (Europa) costituirono i punti più avanzati nello sviluppo storico reale e nel progresso produttivo del genere umano durante i cinque millenni presi in esame.

Infine emerge dalla pratica millenaria neolitica/calcolitica, come conseguenza della combinazione dialettica tra l’effetto di sdoppiamento ed il maggiore dinamismo storico dei rapporti di produzione collettivistici, il primato dei rapporti di forza politico-militari durante il Neolitico-Calcolitico (e non solo…): paradossalmente, proprio per cause e ragioni squisitamente economiche e socioproduttive.

Se infatti entrambi i rapporti di produzione, collettivistici e classisti, potevano riprodursi sul piano potenziale e si sono manifestati concretamente nell’arena internazionale per cinquemila anni, le vittorie riportate volta per volta e nei diversi scenari storici da un modo di produzione e di relazioni sociali sull’altro sono state determinate per cinque millenni da un “terzo incomodo” e da una terza forza storica.  L’esperienza indica che questo “arbitro” tra i due litiganti non è stato altro che il rapporto di forza politico (e politico-militare), via via sviluppatosi tra le diverse componenti umane del genere umano durante il Neolitico-Calcolitico, tra i diversi gruppi sociali che si sono riprodotti in quei cinquemila anni: il successo storico di uno dei due modi di produzione sul campo è stato determinato volta per volta dal mutevole controllo e direzione degli apparati di potere politici e militari, poiché,  parafrasando Marx, “tra modi di produzione diversi ha deciso la forza” e più precisamente i rapporti di forza politici e politico-militari.

Detto in altri termini, l’effetto di sdoppiamento generato da un particolare livello di sviluppo delle forze produttive sociali, con il derivato surplus costante e la coppia agricoltura/allevamento, e determinato da cause squisitamente economiche ha creato a sua volta come suo sottoprodotto un primato plurimillenario dei rapporti di forza politici e politico-militari, centralità del resto riconfermata proprio dall’affermazione su scala planetaria dei rapporti sociali di produzione meno efficienti sul piano produttivo, meno dinamici e progressivi nel campo della produttività complessiva del lavoro sociale: la comparsa di correlazioni di potenza politiche e militari sfavorevoli alle progredite società collettivistiche del periodo neolitico e calcolitico ha purtroppo causato progressivamente il successo quasi generalizzato del meno avanzato modo di produzione classista, nella forma asiatica o schiavistica a seconda dei casi concreti.

Riprendendo lo schema storico-generale alternativo sovraesposto, si otterrà pertanto una nuova serie di “anelli” e livelli interconnessi, tra cui emergono il:

–                   Livello delle forze produttive

ß                                   ß

–                   Divisione sociale del lavoro

ß                                   ß

Surplus costante

Possibili rapporti di produzione                                       Possibili rapporti di produzione

collettivistici                                      classisti

Rapporti di forza politico-militari dominanti, volta per volta

Rapporti di produzione dominanti (collettivistici o classisti)

Le concrete relazioni di potere e di forza militare hanno determinato volta per volta quale modo di produzione e rapporto di produzione fosse, volta per volta, centrale e decisivo nella vita concreta delle diverse strutture tribù e gruppi organizzati durante il Neolitico-Calcolitico; in ultima analisi, l’effetto di sdoppiamento ha trovato il suo “riduttore” storico ed il suo fattore di condensazione nei rapporti di potenza politici e politico-militari creatisi volta per volta nelle diverse collettività umane.

Le tesi in oggetto trovano una loro prima conferma nel fatto che la più recente ricerca storiografica a volte ha constatato, di sfuggita e quasi per caso, che nella gestione degli affari comuni delle società neolitiche-calcolitiche si affermarono realmente due diversi involucri socioproduttivi e sociopolitici, la chefferie (chiefdom) collettivistica e la chefferie protoclassista, che si inseriscono in larga parte in quello “stadio medio della barbarie” descritto da Engels nel 1884 e già caratterizzato dalla presenza dell’agricoltura e allevamento, produzione di ceramiche e lavorazione dei metalli (oro, rame, ecc.).

La chefferie costituisce una categoria storico-teorica elaborata nel XX secolo dalla scuola statunitense neo-evoluzionista di E. Service e M. Fried al fine di definire le forme concrete di organizzazione delle strutture politico-sociali neolitiche-calcolitiche, composte da centinaia o migliaia d’individui ed in cui un capo deteneva una posizione di comando ufficialmente riconosciuta, occupata di solito per diritto ereditario: si trattava di un’autorità centrale permanente che prendeva le decisioni politico-economiche più importanti, curava sia la redistribuzione del surplus e delle prestazioni fornite dagli artigiani specializzati che le relazioni internazionali con le tribù vicine, più o meno conflittuali a seconda dei casi.

Nelle chefferies la novità economico-politica principale rispetto alle tribù paleolitiche consistette soprattutto nello sviluppo di un sistema di economia redistributiva ed in ogni caso alternativa al baratto, visto che il capo della comunità ed i suoi assistenti amministravano, centralizzavano e ridistribuivano via via il surplus collettivo indirizzandolo concretamente verso gli scopi ritenuti prioritari dalla struttura politico-sociale in cui erano inseriti.

Un lungo processo di accumulazione di dati empirici sulle società del passato ha ormai evidenziato come il potere politico-economico di redistribuzione del surplus poté essere utilizzato attraverso due modi alternativi, per fini collettivi o al servizio di una minoranza della popolazione della chefferie che ne avrebbe pertanto tratto tutta una serie di vantaggi in termini di tempo libero e di livelli di consumo, determinando in tal modo la possibilità e la riproduzione concreta durante il Neolitico-Calcolitico di due diverse forme di organizzazione politico-sociale e socioproduttiva.

Nella chefferie collettivistica dell’8500-3900 a.C. il surplus era impiegato quasi esclusivamente per i bisogni collettivi ed individuali della popolazione, riservando al nucleo dirigente politico al massimo solo dei “privilegi” materiali estremamente modesti, limitati solo (e non sempre) ad alcuni prodotti artigianali e ad oggetti rari che venivano importati da lontano: esso formava il cosiddetto “clan conico”, un’élite sociopolitica che non trasformava la sua posizione di comando-gestione degli affari comuni “in reali vantaggi economici”, secondo la valutazione di M. Frangipane. [16]

La chefferie protoclassista ha rappresentato invece l’antenato delle formazioni economico-sociali asiatiche e/o schiavistiche. Giustamente J. Diamond ha notato che «in alcuni casi, parte dei beni ricevuti dal popolo non venivano ridistribuiti, ma erano consumati dalla casta dominante e da chi lavorava per loro: si trattava allora di un vero tributo, di un precursore delle moderne tasse che fece la sua prima comparsa proprio tra le chefferies. Non solo: il capo poteva chiedere al popolo anche di partecipare alla costruzione di grandi opere, sia queste fossero di utilità pubblica (come un sistema di irrigazione), sia fossero ad uso e consumo della classe alta (ad esempio una tomba monumentale).»[17]

Veniva in tal modo a formarsi una “società stratificata”, in cui i processi di centralizzazione e redistribuzione dei beni generavano nei gruppi di rango politico elevato dei diritti preferenziali di accesso e possesso ad alcune risorse materiali strategiche.

La direzione politica unitaria e la sua azione continua di redistribuzione del plusprodotto agricolo-armentizio poteva esprimersi in sostanza mediante due diverse modalità generali, con due scale di priorità socioproduttive alternative e sulla base di due diversi rapporti sociali di produzione-distribuzione: proprio nel suo eccellente lavoro, J. Diamond osservò empiricamente, anche se solo in riferimento alla Polinesia, la diversità reale creatasi in alcune strutture politico-sociali del Neolitico-Calcolitico a dispetto di una sostanziale omogeneità nel livello di sviluppo qualitativo delle forze produttive.

«Le chefferies, anche se finora ne abbiamo parlato come se fossero tutte la stessa cosa, erano in realtà molto diverse tra loro. Le più grandi avevano capi più potenti, un maggior numero di caste, distinzioni più marcate tra governanti e sudditi, tributi più elevati e costanti, un maggior numero di burocrati e un’edilizia pubblica più grandiosa. Per contrasto, società più piccole come quelle presenti in certe isolette polinesiane erano molto simili a delle tribù con il capo villaggio, con l’unica differenza che la carica era ereditaria. La capanna del capo era fatta come tutte le altre, non c’erano burocrazia e lavori pubblici, quasi tutti i tributi raccolti venivano ridistribuiti e la proprietà della terra era comune. Ma su isole più grosse come le Hawaii, Tahiti e Tonga i capi andavano in giro riccamente vestiti, grandi masse di popolani erano costrette a lavorare alle opere pubbliche, i tributi non venivano ridistribuiti e la terra era controllata dai capi. Inoltre, c’era molta variazione tra società costituite da un solo villaggio autonomo e tra quelle formate da agglomerati regionali, con un villaggio più importante a fare da capitale.»[18]

Se i risultati ottenuti da una parte degli storici contemporanei ci forniscono un primo indizio, è proprio la dinamica complessiva del periodo Neolitico-Calcolitico a costituire la migliore – e più diretta – prova concreta a sostegno della tesi sopraesposta sulla coesistenza/lotta tra due distinte tendenze in campo produttivo, sociale e politico, che si affermarono realmente come dominanti in segmenti diversi della popolazione mondiale tra il 9000 ed il 3900 a.C., anche se la tendenza “sconfitta” a volte lasciò un segno subordinato, ma reale in strutture sociopolitiche egemonizzate dalla “rivale”: infatti l’effetto di sdoppiamento provocato dalla “magica” apparizione di un surplus costante si rivelò soprattutto attraverso l’esistenza/riproduzione reale di due diversi rapporti di produzione sociali all’interno dello stesso contesto geopolitico (o di aree limitrofe) e della stessa epoca storica (o in periodi strettamente collegati), a parità approssimativa di sviluppo qualitativo delle forze produttive o in presenza di una superiorità detenuta in questo campo dalle società e culture contraddistinte da relazioni socioeconomiche tendenzialmente egualitarie e cooperative.

La più avanzata e dinamica tendenza socioproduttiva, la “linea rossa” del periodo Neolitico-Calcolitico, si è basata su rapporti di produzione collettivistici, sulla gilania (uguaglianza tra i sessi) e su una determinata forma politica di chefferies, il clan conico, finalizzata alla tutela delle relazioni produttive cooperative mediante il controllo di una distribuzione sostanzialmente ugualitaria del surplus, spesso indirizzata verso lavori di comune utilità: si trattò di società che spesso si riprodussero ininterrottamente per molti secoli (o addirittura millenni), superando a volte gravi problemi geoclimatici (alluvioni, processi di desertificazione, ecc.) e coinvolgendo nel loro sviluppo milioni e milioni di esseri umani.[19]

Il punto di partenza del segmento collettivistico delle società neolitiche venne costituito da Gerico, una delle più grandi meraviglie della storia, dato che proprio nel centro palestinese a partire dall’8500 a.C. venne progressivamente creata la prima civiltà urbana del genere umano in quella che diventò la capitale del mondo per più di duemila anni: i clan neolitici della città e della limitrofa area siro-palestinese non solo riuscirono a domesticare il grano, l’orzo, il farro e i maiali poco dopo il 9000 a.C., “inventando” l’agricoltura e l’allevamento nell’area mediterranea, ma effettuarono anche un’altra grande scoperta storica, la costruzione di piccole città.

Gerico nacque come piccolo villaggio attorno al 9000 a.C. in una fertile oasi nel deserto, diventando con il tempo un importante centro commerciale del periodo protoneolitico in un’area in cui vennero coltivati orzo e grano, innescando un lento processo di selezione delle sementi più produttive attraverso una lunga pratica cooperativa.

In pochi secoli, tra l’8900 ed il 8400 a.C., i clan collettivistici del luogo edificarono una piccola città con una caratteristica serie di abitazioni ovali, composte da mattoni di fango essiccato con un intonaco levigato dipinto di rosso; nella fase immediatamente successiva dello sviluppo di Gerico apparvero delle case rettangolari con molte stanze e dei microsantuari per la Dea, mentre la popolazione aumentò progressivamente fino a superare le duemila unità in una data anteriore al 7000 a.C., uomini e donne che vivevano in un’area calcolata in oltre quattro ettari e che superava per dimensioni quella di buona parte dei centri urbani formatisi nell’Europa occidentale durante il XV secolo della nostra era.[20]

Non solo: gli abitanti di Gerico erano circondati e difesi da una cinta muraria, munita di torri difensive alte fino a dieci (10!) metri dimostrando che già dieci millenni or sono l’arte edilizia aveva raggiunto livelli di sviluppo impressionanti, confermati del resto anche dalle costruzioni realizzate nel 9000 a.C. dai cacciatori-raccoglitori di Gobekli Tepe.

Non solo. Fin dall’8300 a.C. Gerico commerciò con altre tribù e villaggi dell’Asia Minore da cui importava principalmente l’ossidiana, un vetro naturale di colore nero, mentre il processo di sepoltura egualitaria dei teschi era accompagnata dal modellamento in argilla dei lineamenti dei viventi sui crani che venivano sepolti: si trattò della più antica forma di ritrattistica del singolo individuo, accompagnata anche dai primi segni di sviluppo di un’arte statuaria in grado di utilizzare l’argilla.[21]

Non era un fenomeno casuale: attorno al 6500 a.C., nell’area del Vicino Oriente e a Gerico si era diffusa l’arte della ceramica con la produzione stabile di oggetti e utensili di argilla, cotta col fuoco e variamente decorata, mentre già molto prima le case avevano porte munite di stipiti in legno e veri e propri lavandini emergevano dai pavimenti, molto spesso decorati.[22]

L’esperienza di Gerico non rimase sicuramente isolata, visto che nella regione palestinese-siriana essa era circondata da tutta una serie di villaggi “minori” del periodo natufiano quali Ain Mallaha, Nureybet, Ramad, Munhata e Beidha, mentre la rivoluzione produttiva ed urbana si estese progressivamente nell’8000-6000 a.C. a tutto il Vicino Oriente, dall’attuale Turchia (sito di Asili, 8000 a.C.) fino a Cipro (sito di Khirokitya, VI millennio a.C.), in presenza quasi ovunque dell’egemonia dei rapporti di produzione collettivistici.[23]

Saltano infatti subito all’occhio la sostanziale uniformità delle abitazioni di Gerico, la costruzione di silos collettivi per il deposito di grano ed orzo e i metodi di sepoltura egualitaria, limitati al solo cranio: la capacità ormai acquisita dalle tribù siropalestinesi di organizzare grandi lavori collettivi, quali la stessa produzione agricola e la costruzione di alte mura e di gigantesche torri per difendersi dagli attacchi predatori delle tribù di cacciatori-raccoglitori, permisero senza problemi la riproduzione plurimillenaria (seppur con qualche lunga interruzione storica) del primo e splendido modello di chefferie collettivistica.

La seconda concretizzazione della “linea rossa” neolitica è costituita dalla città anatolica di Catal Hüyük, sviluppatasi tra il 6600 ed il 5600 a.C.

Otto millenni or sono, la civiltà neolitica di Catal Hüyük (odierna Turchia) contava circa 6000 abitanti distribuiti in modo egualitario su un complesso abitativo che si estendeva con circa mille case su uno spazio di 1,5 Km2. Le omogenee case di mattoni e legno erano di forma rettangolare e consistevano in una o due stanze, mentre gli interni venivano decorati con cornici di legno rosso, rivestiti di creta e dipinti: visto che le case erano tutte contigue, oltre che uniformi esternamente, la “circolazione” avveniva sui tetti dove si apriva l’ingresso della casa, mentre una parte delle case era adibito a microcappelle per onorare la Dea Madre.

Gli abitanti neolitici di Catal Hüyük non solo erano abili artigiani nel campo dei monili, dell’ossidiana e della produzione dei tessuti, ma nel 6000 a.C. conoscevano già l’arte della ceramica ed i suoi segreti; sul piano agricolo essi utilizzavano su larga scala degli efficienti microimpianti di irrigazione artificiale, mentre il ritrovamento di numerosi piccoli santuari adorni di dipinti parietali e di offerte votive destinate alla Dea Madre (e altre divinità-totem) attestano il notevole livello di sviluppo artistico raggiunto dalla civiltà anatolica in esame.[24]

Inoltre, come è stato mostrato dall’archeologo britannico James Mellaart, la civiltà di Catal Hüyük conosceva a metà del VI millennio a.C. la metallurgia: lo studioso inglese ha infatti scoperto nel sito anatolico delle scorie che indicavano l’estrazione del rame dal minerale attraverso un processo di fusione, mentre tecniche analoghe vennero in seguito impiegate nell’area siropalestinese tra il 4500 ed il 4200 a.C. con l’utilizzo di fornaci che mantenevano il fuoco alla temperatura di 1084° necessaria per la fusione. Sempre a Catal Hüyük si è  trovate una serie di stampi di argilla cotta, utilizzati per fare tatuaggi e (probabilmente) disegni per abiti in quella che diventò la prima protoforma di tecnologia di stampa, scoperta circa sette millenni prima dei cinesi e di Gutenberg.[25]

Queste conquiste tecnologico-produttive vennero raggiunte in presenza di rapporti di produzione prevalentemente collettivistici e matriarcali, come dimostrato dal culto della Dea e dall’uniformità delle abitazioni: nonostante l’esistenza di alcune limitate forme di differenziazione socioeconomica, gli abitanti di Catal Hüyük ignoravano precisi segni distintivi della chefferie protoclassista quali l’esistenza di grandi e numerosi edifici religiosi, di tombe speciali destinate a pochi privilegiati e di abitazioni molto più ampie e sfarzose della media di quelle poste a disposizione dei lavoratori manuali.

La terza “stazione” è formata dalla civiltà Al-Ubaid, sviluppatasi in Mesopotamia tra il 4900 ed il 3900 a.C. e protagonista di un nuovo grande salto di qualità produttivo nella storia del genere umano; essa precedette ed interagì direttamente con la prima fase di sviluppo della società classista dei sumeri, i quali molto probabilmente vissero a stretto contatto con le popolazioni ubaidiche per un lungo periodo incorporandone via via le conquiste produttive e culturali, a partire dal 3900-3800 a.C.

La civiltà Ubaid non si limitò a produrre statuette dal corpo umano con il volto di serpente, probabilmente collegati al culto della Dea Madre, ma riuscì ad ottenere nell’ultima fase della sua esistenza (periodo tardo Ubaid, 4200/3900 a.C.) una serie impressionante di successi in campo agricolo e tecnologico, che in seguito vennero imitati su larga scala ed affinati dalla civiltà sumera (periodo antico Uruk) nella stessa area geopolitica, tra il 3800 ed il 3400 a.C.: non a caso quest’ultima ereditò dai suoi predecessori collettivistici tutta una serie di termini tecnico produttivi, quali engar (agricoltore) ed apin (aratro), simug (fabbro) e udur (pastore).[26]

Alcuni storici, tra cui M. Liverani, hanno definito giustamente la brusca accelerazione impressa dagli Ubaid allo sviluppo delle forze produttive sociali come la “rivoluzione secondaria” del Neolitico, composta in campo agricolo da tutta una serie di innovazioni strettamente connesse tra loro e capaci di sfruttare al meglio alcune condizioni geonaturali potenzialmente molto favorevoli.

Per facilitare il processo di mietitura di grandi estensioni cerealicole, la civiltà Ubaid introdusse infatti un attrezzo quale il falcetto di terracotta, a forma di mezzaluna e con il bordo interno affilato, il cui costo di produzione era estremamente basso in confronto a qualunque altro tipo di lama, in selce o rame.

Inoltre gli Ubaid seppero sfruttare con estrema efficacia l’intreccio di fiumi e acquitrini naturali che contraddistingueva la parte finale del corso del Tigri e dell’Eufrate, realizzando nel corso dei secoli un’estesa rete di canali e un’ottima sistemazione idraulica del terreno basso-mesopotamico. Nella loro ultima fase di esistenza essi crearono il campo lungo, nel quale il processo di irrigazione a solco veniva praticato su sottili strisce parallele tra di loro e che si estendevano in lunghezza per molte centinaia di metri, in leggera pendenza: si aveva pertanto una “testa alta” adiacente al canale da cui ricavavano l’acqua e una “testata bassa”, verso gli acquitrini o i bacini di drenaggio, in modo tale che l’acqua inondasse solo i solchi. Ovviamente il campo lungo, data la sua dimensione e il suo posizionamento rispetto al canale d’irrigazione, richiedeva un lavoro collettivo coordinato e una pianificazione centrale, ma consentiva d’altro canto un enorme innalzamento del livello medio di produttività.[27]

Sempre in epoca tardo-Ubaid venne infine introdotto l’aratro a trazione animale, strettamente collegato alla lavorazione del campo: l’aratro permise di scavare solchi rettilinei della lunghezza di molte centinaia di metri e al momento della semina lo strumento a trazione animale si trasformava in aratro-seminatore, mediante l’installazione di un imbuto a cannello che consentiva di collocare i semi uno per uno ed in profondità dentro nel solco.

La connessione strettissima creatasi tra campo lungo, irrigazione a solco ed aratro a trazione animale permette di attribuire loro una collocazione temporale approssimativa nel periodo tardo-Ubaid, quasi due secoli prima del sorgere dell’egemonia dei Sumeri e intorno al 4000 a.C.

«I falcetti di argilla, che per la loro materia sono l’unico elemento dell’intero complesso che sia archeologicamente ben visibile, si distribuiscono attraverso il periodo tardo-Ubaid e antico-Uruk, per essere poi evidentemente soppiantati da altro tipo di attrezzo – a differenza delle altre innovazioni che permarranno per millenni. Se esaminate tutte assieme, queste innovazioni si situano dunque a ridosso della grande esplosione demografica e organizzativa del periodo tardo-Uruk: non possono risalire più indietro della fase matura di Ubaid, e devono aver raggiunto la pienezza organizzativa con la fase antico-Uruk.

Si può anzi proporre che mentre l’uso del falcetto d’argilla (che implica un’intensificazione della cereali-coltura, ma non è necessariamente legato alle altre innovazioni) sembra introdotto in uso abbastanza presto durante il periodo Ubaid, invece le innovazioni più significative e strettamente interconnesse possono collocarsi a immediato ridosso del periodo Uruk, intorno al 4000 a.C.»[28]

La seconda grande rivoluzione neolitica produsse un enorme aumento della produttività del lavoro sociale, non molto lontano da quello raggiunto in precedenza nell’area palestinese-siriano attorno al 9000-8000 a.C.

«Questo complesso di innovazioni, impostato su un’organica sistemazione idraulica del territorio e sull’impiego della trazione animale, deve aver avuto un impatto sulla produttività agricola della bassa Mesopotamia che è senz’altro paragonabile all’introduzione della meccanizzazione nell’agricoltura moderna. Si potrebbero forse tentare dei calcoli più specifici: si è già detto che la messa a dimora dei semi produce un aumento della produttività valutato del 50% rispetto alla semina per dispersione; l’uso dell’aratro comporta rispetto all’uso della zappa un risparmio di tempo quantificabile; e così via. In complesso, non è certo azzardato ritenere che i passaggio dal sistema tradizionale (dissodamento a zappa, semina a getto, irrigazione per inondazione) di dimensione familiare, ad un complesso tecnico-organizzativo come quello ora descritto deve aver comportato un aumento di produttività (a parità di risorse umane impegnate) in un ordine di grandezza stimabile tra il cinque a uno e il dieci a uno.

Questo che possiamo ben chiamare una rivoluzione delle tecniche agricole, e che si sviluppò nell’arco di alcuni secoli a ridosso della rivoluzione urbana e delle formazioni proto-statali, è un evento storico di enorme rilievo, ed è in vario modo archeologicamente documentato. È stupefacente constatare quanto poco se ne parli nella corrente letteratura storico-archeologica sull’argomento, prevalentemente accentrata sugli sviluppi della struttura sociale e dell’élite dirigenti, sviluppi spesso estraniati da quelli relativi al modo di produzione.»[29]

La risposta alla questione posto dall’autorevole storico M. Liverani viene probabilmente  dal fatto che la struttura sociopolitica degli Ubaid era incentrata su un “clan conico” in cui le disuguaglianze socioeconomiche tra gli abitanti erano ridotte al minimo, fatto evidentemente poco apprezzato da larga parte degli storici, ma resta il fatto innegabile che un aumento di produttività pari ad almeno cinque volte rappresentò indubbiamente un’accelerazione eccezionale nel processo di sviluppo qualitativo delle forze produttive, che si unì tra l’altro ad altre innovazioni introdotte o adottate su larga scala dalla cultura Ubaid.[30]

Attorno al 4500-4200 a.C. alcune zone del Vicino Oriente (e gli Ubaid) conoscevano infatti da tempo la tecnica della metallurgia per la fusione del rame ed i primi elementi del processo di creazione di strumenti di lavoro e di armi prodotti con tale minerale, visto che le fornaci dell’epoca Calcolitica permettevano di mantenere il fuoco alla temperatura di 1084°C necessaria per la riduzione allo stato liquido del rame puro.

Inoltre tra gli Ubaid non solo si sviluppò la produzione su larga scala di contenitori in ceramica, di vasellame da tavola (brocche, tazze e bicchieri) e da cucina (pentole), ma tale lavorazione si poté avvalere delle forme primordiali di torni con piattaforme girevoli; del resto anche la tessitura del lino, ed in subordine della lana, si realizzò concretamente mediante l’utilizzo di telai di tessitura a pesi nel processo produttivo degli Ubaid i quali, nel loro ultimo periodo di esistenza, seppero creare anche alcuni tra i primi oggetti vetrificati in superficie all’interno dell’area del Medio Oriente. [31]

Il processo di urbanizzazione della civiltà Ubaid, nelle sue ultime fasi di esistenza storica, era già abbastanza avanzato e si esprimeva con l’esistenza di una serie di cittadine quali Eridu, Tell’Uqair, Tell’Abada e Tell Ubaid, nelle quali emersero degli edifici di culto sempre più estesi che «possono avere assunto e ridefinito vecchie pratiche di “magazzino comune”» (Liverani); infine è molto probabile che i sorprendenti Ubaid avessero riprodotto la ruota e i primi veicoli a ruota, dato che già da un vaso dell’età halafiana (la civiltà che precede storicamente Ubaid) sembra sia stata dipinta “la più antica rappresentazione di un veicolo a ruote” finora scoperta.[32]

Ma il dato storico che più sorprende consiste nel carattere sostanzialmente egualitario assunto dalla chefferie degli Ubaid, che si riprodusse anche in presenza della “seconda rivoluzione” neolitica e di quella quintuplicazione del rendimento produttivo medio (decuplicazione nelle stime più ottimistiche) sopra citata.

M. Liverani notò che «innanzi tutto si tratta di una cultura piuttosto egualitaria e piuttosto severa: priva di vistosi dislivelli, di fenomeni di accentramento, di tesaurizzazione e di ostentazione, o altro. Si pensi alla ceramica, che la produzione in serie, alla “ruota lenta”, depriva di quelle vivaci caratterizzazioni e decorazioni delle culture precedenti. Si pensi all’assenza di vistose differenze nella dimensione e la struttura degli abitati, che ove scavati su estensioni sufficienti (nel caso di Tell es-Sawwan e di Tell’Abada) colpiscono assai più per il loro aspetto omogeneo che non per la presenza di ovvie gradazioni dimensionali (sulle quali comunque torneremo più avanti). Si pensi all’omogeneità e povertà delle sepolture (ogni inumato è accompagnato da un paio di vasi di tipo standard e da un modesto ornamento personale), senza quella concentrazione diversificata di ricchezza che normalmente fornisce l’indicatore privilegiato per l’emergenza di élite. Si pensi più in generale all’estrema rarità, per non dire assenza (sia in contesti funerari sia di abitato), di materiali e oggetti di pregio e di importazione, come metalli o pietre semi-pregiate.

Questo carattere severo e sostanzialmente egualitario della cultura Ubaid può non stupire di per sé, ma deve certamente stupire se rapportato al fatto che proprio allora s’innescava quella decuplicazione dei rendimenti agricoli, quella possibilità di eccedenze sostanziose, di cui abbiamo detto sopra. La crescita demografica complessiva, nonché la floridezza generalizzata deducibile dalla dimensione e dalla fattura tecnica delle abitazioni, non hanno adeguato parallelo in una crescita di dislivelli interni – o almeno nella loro sottolineatura mediante pratiche ostentatorie.»[33]

In sintesi la florida civiltà Ubaid realizzò la seconda grande rivoluzione tecnologica e produttiva del periodo neolitico-calcolitico. Una crescita demografica molto consistente e un’urbanizzazione diffusa. Il tornio. La metallurgia del rame. Probabilmente la ruota. La tessitura con telaio. Una rete di canali d’irrigazione molto avanzata.

Tutto questo, in modo “stupefacente” (Liverani), in presenza e grazie allo stimolo di rapporti di produzione collettivistici: la presenza di capi e di chefferie ben organizzate per la redistribuzione del surplus, per la costruzione e manutenzione di canali e per la gestione delle città Ubaid si accompagnò costantemente alla parallela assenza di sfruttamento della forza lavoro e al possesso collettivo dei mezzi di produzione, visto che i nuclei dirigenti statali della civiltà Ubaid usufruirono fino alla fine solo di limitati privilegi durante la loro azione politico-sociale di coordinamento e di redistribuzione del surplus, a dispetto della forte crescita urbana e demografica e della crescente complessità delle strutture Ubaid (specializzazione artigianale, edilizia, agricola, ecc.).

Di fronte agli eccezionali risultati raggiunti dai punti avanzati della “linea rossa” nell’area mediterranea e mediorientale, impallidiscono le modeste conquiste tecnico-produttive ottenute dai popoli nomadi e pastori dell’Europa ed Ucraina, al cui interno stavano di regola prevalendo le tendenze all’appropriazione privata del surplus e dei mezzi di produzione, e limitate quasi solo al processo di domesticazione del cavallo.

La “linea rossa” neolitica si concretizzò anche in altri contesti geoeconomici e geopolitici, con modalità e tempi storici del tutto indipendenti da quelli vissuti nell’area del Mediterraneo orientale e del Golfo Persico.

Attorno all’8000/6000 a.C. iniziò a svilupparsi il neolitico cinese con le prime ed arcaiche culture di Jiahu, di Yixian e di Peiligang. Queste società protoneolitiche sapevano produrre la ceramica e oggetti musicali (flauti) intarsiati, mentre le pietre da macina ed i resti di miglio carbonizzato attestano che esse conoscevano l’agricoltura, oltre ad aver già addomesticato il maiale ed il cane.

Nel villaggio neolitico di Dadiwan (5500-3000 a.C.) sono venuti alla luce i più antichi dipinti, ceramiche ed edifici in terra della Cina, che risalgono a più di settemila anni fa, e fin da allora Dadiwan era composta sia da 240 case parzialmente diverse tra loro che da una grande area centrale per le cerimonie religiose; invece nel sito di Xinglonggou, posto nella Cina nordoccidentale e risalente al 6000 a.C., sono state trovate decine e decine di abitazioni utilizzate da una popolazione di cacciatori-raccoglitori che sapeva produrre la preziosa giada, creare statue di donna e commerciare con le tribù delle coste della Cina e del Giappone, in una cultura in cui erano già presenti alcune significative forme di differenziazioni sociale e politica.

La manifestazione più avanzata del collettivismo neolitico in Cina venne rappresentata dalla cultura di Yangshao, di cui sono stati ritrovati oltre mille siti nel bacino del Fiume Giallo e nel Gansu e che si sviluppò tra il 4800 ed il 2000 a.C., ereditando direttamente le precedenti conquiste della civiltà di Peiligang.

Le diverse collettività appartenenti alla matriarcale cultura Yangshao coltivarono per tre millenni il miglio attraverso forme produttive cooperative e comunitarie, iniziando allo stesso tempo su microscala quei lavori di irrigazione che avrebbero contraddistinto la storia cinese, mentre parallelamente esse integrarono l’attività agricola con l’allevamento di cani e maiali e con la caccia/pesca, costruendo delle grandi abitazioni collettive fuori da terra.

Inoltre le comunità Yangshao riuscirono ad acquisire le tecniche della filatura e della tessitura, attestate dalle impressioni di tessuto presenti sulla base di alcune ciotole e dal rinvenimento di aghi in osso, costruendo delle fornaci per la cottura delle terrecotte e le loro ceramiche, ancora modellate a mano, presentarono una grande varietà tipologica in cui gli oggetti più caratteristici furono dei bacili, con decorazioni dipinte in nero su sfondo rosso, e bottiglie a base appuntita con una decorazione impressa.

«Tra i numerosi siti Yahgshao il più significativo è senza dubbio quello di Banpo, nei pressi di Xi’an, in cui sono stati rinvenuti i resti di un villaggio distribuiti su un’area di oltre 10.000 mq. Situato a circa 300 m. dal fiume Chan, un affluente del fiume Wei, il villaggio, di pianta grosso modo ovale, presenta la zona abitativa al centro, divisa in due aree da un piccolo fossato; tutt’intorno è scavato un fossato più grande profondo sei metri, e ad est di esso si trovavano le fornaci per la cottura delle terrecotte, mentre a nord era situato il cimitero comune. Le abitazioni, a pianta circolare o quadrangolare, erano capanne seminterrate, cui si accedeva attraverso uno stretto cunicolo; al centro della zona abitativa era posta una capanna di grandi dimensioni (20 m. per 12,5 m.), probabilmente un edificio comunitario. All’interno del villaggio sono stati trovati un gran numero di manufatti in pietra, in osso e in terracotta.

Si ritiene che la comunità di Banpo – come le altre della cultura Yangshao – fosse caratterizzata da un sistema sociale di tipo egualitario, anche se la vita della comunità doveva essere regolata probabilmente da una complessa ritualità. Le tombe, le dimensioni delle abitazioni, e le fosse per l’immagazzinamento delle derrate presentano infatti dimensioni simili, ed anche i corredi delle sepolture non appaiono contrassegnati da differenze rilevanti riguardo alla loro quantità. La ritualità appare d’altro canto attestata, oltre che dalla composizione dei singoli corredi, anche dai motivi decorativi di alcune ceramiche, fra i quali si distingue una maschera circolare con quattro pesci, due attaccati all’altezza delle orecchie, e gli altri due congiunti all’altezza della bocca: l’immagine suggerisce l’esistenza di riti sciamanici. Di particolare interesse appaiono inoltre alcuni marchi incisi su terracotta, che sembrano ricollegarsi ad alcuni caratteri della scrittura Shang.»[34]

Verso il 2400 a.c. la civiltà Yangshao, nella sua ultima fase di sviluppo (Machang), riuscì a produrre sia il bronzo che la seta, ma queste conquiste tecnico-produttive furono seguite da una profonda trasformazione di una parte delle comunità in esame: infatti a poco a poco i riti sciamanici ed i loro protagonisti, i sacerdoti, assunsero un ruolo diverso in una sezione delle comunità Yangshao svolgendo la funzione di apripista per il processo di introduzione al loro interno di rapporti di produzione protoclassisti, fondati sull’egemonia di un’élite politico-religiosa (culture di Longhshan dello Shaanxi e dello Henan).

Sempre in Cina, ma nel bacino dello Yangzi (Fiume Azzurro), sorsero nel 6000/5000 a.C. le civiltà di Pengtoushan e di Hemudu, alle cui strutture socioproduttive collettivistiche (forse di origine africana) il genere umano è debitore della prima coltivazione su larga scala del riso: i semi di riso venivano coltivati in campi inondati in modo artificiale e controllato con l’aiuto di zappe di osso.

La “linea rossa” trovò un altro sbocco nel Nord America, zona geografica staccata per millenni dall’evoluzione parallela avvenuta nelle altre aree del globo: in quest’area le civiltà di cacciatori-raccoglitori paleolitici furono affiancate nella zona sud-occidentale degli Stati Uniti dalle splendide civiltà dei pueblos, gli Hohokam (“coloro che scomparvero senza tracce”) e gli Anasazi.

Preparata da un plurisecolare processo di sviluppo economico e culturale, la civiltà degli Hohokam fiorì nella zona del deserto del Sonora tra il 500 ed il 1250 d.C. e venne formata da gruppi di agricoltori che vivevano nei pueblos, agglomerati a più piani costruiti con mattoni di argilla essiccati, di dimensioni variabili e in cui si ritrovava sempre un Kiva, una sala di riunione e luogo di preghiera allo stesso tempo.[35]

Non solo tra gli Hohokam la produzione di ceste e di vasellame di argilla aveva raggiunto un livello artistico straordinariamente alto, ma essi raggiunsero un’eccezionale competenza nel processo di costruzione (e manutenzione) plurisecolare di un avanzatissimo sistema di irrigazione per la cultura del mais, avviato attorno al I secolo a.C. e sviluppatosi gradualmente fino alla fine del XI secolo.

«Questo popolo, così abile nei piccoli oggetti artistici, fu gigantesco nelle grandi opere. Alludiamo al sistema di canali che consentì loro l’agricoltura intensiva e soprattutto l’irrigazione costante del mais, che è la base di quasi tutte le culture nordamericane.

Questo sistema di canali lunghi miglia e miglia sorse a poco a poco, col lavoro di parecchie generazioni. Un canale di cinque chilometri, scavato con le mani e con primitivi strumenti di legno e pietra, poté essere datato a prima di Cristo, allorché gli Hohokam non avevano ancora sviluppato le loro “capacità artistiche”. I canali dovevano essere adeguatamente adattati al terreno (e come potevano farlo privi com’erano di qualsiasi strumento ottico di misurazione?) costantemente sorvegliati, modificati, migliorati; si dovettero costruire dispositivi per la regolazione delle acque, e ciò durò secoli.

E la natura era contro di essi. Giammai la portata d’acqua del Gila era costante, giammai si poteva calcolare in precedenza la quantità di pioggia che sarebbe caduta, neppure disponendo dei migliori uomini di medicina.»[36]

Anche la tecnica della costruzione urbana raggiunse presso gli Hohokam vertici notevoli, dato che ad esempio la grande costruzione (Kiva) di Casa Grande, a sud di Phoenix nell’odierno Nuovo Mexico, costituì una specie di “vetero-grattacielo” nordamericano a cinque piani e con centinaia di stanze affiancate.[37]

Fino al 1300 d.C., quando venne messa in crisi da disastrosi cambiamenti climatici (siccità e “piccola glaciazione” del 1200) e dalle invasioni di popoli nomadi, nel sud-ovest degli attuali Stati Uniti apparve un’altra millenaria concretizzazione della “linea rossa” neolitica, la grande civiltà agricola americana degli anasazi (“gli antichi”) che cominciò ad emergere nella Mesa Verde attorno al 300 a.C. e si sviluppò fino al 1200 d.C. Anche gli Anasazi costruirono spettacolari sistemi di canali di irrigazione e di bacini di riserva, incrementando enormemente la produzione agricola e la densità demografica in un’area semidesertica, mentre allo stesso tempo essi crearono una stupefacente produzione nel campo della tessitura, della ceramica e della gioielleria edificando anche enormi “condomini” a più piani (talvolta anche cinque) che arrivarono a contenere fino a 800 stanze, come nel caso di Pueblo Bonito nel Chaco Canyon.[38]

Le culture Hohokam ed Anasazi erano fondate su strutture sociopolitiche collettivistiche e matriarcali, visto che la coltivazione cooperativa del mais e i giganteschi lavori di irrigazione artificiale venivano regolati da una chefferie/clan conico che godette di privilegi insignificanti per diversi secoli e in centinaia di pueblo, la cui popolazione complessiva arrivò a toccare nel periodo d’oro alcune decine di migliaia di persone.

A migliaia di chilometri di distanza, nel centro-nord dell’attuale Perù, si affermò tra il 900 a.C. ed il 200 d.C. la civiltà di Chavin. Essa coltivò il mais, il tubero della manioca, le arachidi e le zucche; scoprì ed applicò i metodi necessari per l’irrigazione artificiale e la costruzione di grandi serbatoi d’acqua; addomesticò il lama, conobbe la tessitura di lana e cotone e seppe lavorare l’oro ed il rame, mentre la sua produzione di ceramica monocromatica raggiunse livelli artistici molto elevati anche grazie a una forte ispirazione magica-religiosa, ben evidente nei templi della “capitale” della cultura in esame.

Con la sola esclusione degli edifici religiosi di Chavin de Huantar, nell’enorme area geografica in esame e nei numerosi piccoli centri urbani della cultura Chavin sono stati trovati solo modesti santuari fatti di mattoni d’argilla, costruiti da piccole comunità agricole: secondo lo storico F. Katz nella zona in oggetto non sono state scoperte tracce di mura ed armi, neanche nella “capitale”, mentre la relativa uniformità delle sepolture nella civiltà precolombiana in esame rivela il carattere almeno semicollettivistico della cultura Chavin. Nella visione dello storico H. D. Disselhoff, a Chavin «né il potere né la ricchezza erano concentrate nelle mani di pochi, che ne avrebbero potuto abusare. Ci si può immaginare, piuttosto, un benessere abbastanza equamente distribuito…»[39]

Le culture dell’era post-Chavin vennero travolte dopo alcuni secoli da uno dei rappresentanti sudamericani della “linea nera”, i Mochica, abili guerrieri capaci di costruire il primo impero andino: essi introdussero la cattura su larga scala di prigionieri, l’espansione territoriale nel centro-nord del Perù e la parallela costruzione delle piramidi e di grandi tombe riservate all’élite politico-religiosa, anche se il livello di sviluppo qualitativo delle forze produttive rimase sostanzialmente uguale a quello del periodo Chavin.

Nell’area dell’Europa centro-orientale si svilupparono tra il 6000 ed il 3000 a.C. avanzate culture collettivistiche (della civiltà di Vinca) che si estesero dai Balcani fino al Baltico: esse crearono la prima forma storica di protoscrittura, coltivarono cereali, produssero splendide ceramiche e gioielli in oro ed arrivarono nell’ultima fase della loro esistenza ad impadronirsi della tecnica della metallurgia del rame: secondo l’opinione di M. Gimbutas, C. Renfrew e Gordon Childe, questa civiltà era composta da una serie di città e villaggi locali autonomi riprodottisi all’interno di una sorta di federazione neolitica con forti componenti paritarie tra i sessi, abitata da agricoltori egualitari le cui società non possedevano alcun ordine gerarchico stabile e rigido.[40]

Sempre in Europa apparvero anche delle civiltà megalitiche matriarcali, diffusesi tra il 4000 ed il 1000 a.C. in un’area posta tra il Portogallo, la Sardegna, l’isola di Malta e la Gran Bretagna. Le grandi opere in pietra realizzate da queste civiltà richiesero sia la presenza di un surplus agricolo costante che un alto grado di coesione sociale tra le donne e gli uomini impegnati nella creazione di monoliti giganteschi e cerchi di pietra, sempre in assenza di strutture statali o di elevati livelli di differenziazione socioeconomica al loro interno: tali strutture socioproduttive, come quelle di Vinca soprammenzionate, vennero in larga parte travolte e deformate dalle invasioni di popoli nomadi più arretrati sul piano economico-sociale.

Proprio la costruzione di megaliti, vere e proprie tombe collettive gigantesche, costituì un’attività cooperativa che serviva anche, se non soprattutto, a rafforzare la solidarietà interna delle comunità che via via realizzarono tali gigantesche opere: secondo Colin Renfrew, «è lecito immaginare che le comunità più strettamente collegate, in pace tra di loro e in grado di resistere alle pressioni dei vicini, si trovassero in una posizione di notevole vantaggio. Ora, è proprio la partecipazione comune a eventi sociali e cerimonie religiose, simboleggiate dai megaliti, che spesso serve a rafforzare una comunità, soprattutto quando essa è dispersa in fattorie che possono trovarsi a diversi chilometri l’una dall’altra. La popolazione mesolitica di Téviec e Hoëdic con le sue ben organizzate sepolture familiari, già segnate e rese evidenti da un tumulo di pietra, può aver riconosciuto il valore reale di tale solidarietà, allorché entrò in contatto con i nuovi vicini. In tali circostanze, con una popolazione in aumento e una crescente pressione sul territorio, si sarebbero dovuti rinforzare gli elementi che favorivano la solidarietà nella comunità, così che si sarebbe accresciuto il significato sociale dato alla sepoltura vera e propria e l’importanza del memoriale fisico. Questi fattori, uniti alla consueta competizione pacifica tra gruppi vicini, espressa in termini sociali da un generoso scambio di doni o dalla costruzione di monumenti sempre più belli, avrebbero favorito la rapida evoluzione di monumenti unificanti e apportatori di prestigio: in altri termini, dell’architettura megalitica».[41]

Secondo alcuni storici, risulta chiara anche la matrice semicollettivistica dei rapporti di produzione e politici che contraddistinsero l’estesa rete di antiche civiltà sorte nelle pianure alluvionali dell’Indo e dei suoi cinque principali affluenti, nell’odierno Punjab, alias la cultura di Harappa e Mohenio-daro, dal nome delle due principali città dell’India neolitica che si riprodussero tra il 3500 ed il 1900 a.C., anche se va notato che fin dal 7000 a.C. si sviluppò nell’area in oggetto la città di Mehrgath (ora sommersa) nel golfo di Cambaye, sede di una sofisticata comunità di agricoltori le cui abitazioni erano già fatte in mattoni.

La civiltà di Harappa era formata da una pleiade di estese città (ne sono state ritrovate circa ottanta) che coesistettero pacificamente per oltre un millennio su un’area geografica estesa quasi come l’Europa occidentale raggiungendo livelli “ubaidici” di sviluppo delle forze produttive, visto che l’agricoltura basata su un sistema idrico artificiale produceva surplus notevoli di cereali e favoriva la crescita di grandi città con decine di migliaia di persone quali la stessa Harappa, con un perimetro di quattro chilometri, vie ben progettate e un magnifico sistema di fognature; la tecnica delle civiltà indiane preariane e delle sue corporazioni inoltre conosceva la ruota e la scrittura, la costruzione di carri e battelli, la tessitura del cotone, la ceramica e la tecnica della verniciatura.

Sul piano sociale, in ogni caso, le poche tombe ritrovate ad Harappa si mostravano senza eccezione disadorne e prive di una dotazione di oggetti di valore, mentre secondo G. Childe «né templi monumentali né palazzi né tombe attestano senza equivoci una concentrazione centralizzata di ricchezza, né suggeriscono la dominazione economica di una città dell’Indo da parte di una “grande casa”: sempre ad Harappa il più grande edificio era significativamente un granaio che misurava 150 piedi per 50, mentre a Mohenjo-daro una costruzione che occupava un intero isolato conteneva una vasca da bagno asfaltata e viene considerata un bagno pubblico.

Comode case a due piani in cotto, provviste di stanze da bagno e di un alloggio per il portinaio, che coprivano ben 97 piedi per 83, possono venir messe in contrasto con monotone file di casette in mattoni di fango, composte ciascuna di due sole stanze e di un cortile, e che non superavano la superficie di 56 piedi per 30. Senza dubbio il contrasto riflette una divisione della società in classi, ma, a quanto pare, soltanto fra mercanti o “uomini d’affari”, e lavoratori o artigiani. Una sorprendente ricchezza di ornamenti d’oro, d’argento, pietre preziose e porcellana, di vasellame di rame battuto e di utensili e di armi di metallo, è stata raccolta dalle rovine. La maggior parte pare proviene dalle case attribuite ai “ricchi mercanti”. Ma una quantità di arnesi di rame e di braccialetti d’oro è venuta fuori a Harappa nei “quartieri degli operai”. Nulla fa pensare a tesori regi.»[42]

Non è casuale che la civiltà semicollettivistica di Harappa sia stata caratterizzata a livello religioso dalla presenza di divinità femminili e dal culto della fertilità, generalmente segno distintivo delle società gilaniche, egualitarie e pacifiche, tanto che secondo lo storico C. K. Maisels la civiltà dravidica della valle dell’Indo era organizzata come una federazione, un “commonwealth” in cui le varie comunità locali avevano uno status identico e il surplus restava nelle mani di coloro che lo producevano: «l’élite al comando aveva autorità non in virtù del suo potere economico sugli altri cittadini, bensì in virtù del consenso sociale di cui godeva presso i membri della comunità.»[43]

Si trattò di una civiltà complessa ma con un basso livello di stratificazione sociale, a cui dopo molto tempo succedette la cultura ariana, ferocemente militarista e classista ma incapace di replicare le opere di canalizzazione urbana (a disposizione di tutti gli abitanti) create in precedenza dalle antiche città egualitarie dell’area geopolitica indiana.

Anche in Egitto il periodo badariano e amraziano (5500-4000 a.C.) e la prima fase del Gerzeano/Nagada II (3900-3500 a.C.) furono contraddistinti dalla riproduzione di ben articolate strutture economico-sociali collettivistiche, in presenza e grazie alle quali si avviarono e svilupparono l’agricoltura e l’irrigazione artificiale, l’estrazione e lavorazione su larga scala della selce, la lavorazione artigianale dell’oro e l’arte ceramica.[44]

Nell’Africa subsahariana, accanto e simultaneamente ai regni classisti via via comparsi in tale area a partire dal 300 d.C., si crearono alcune civiltà evolute prevalentemente collettivistiche, pacifiche e relativamente avanzate sul piano tecnologico-produttivo: la più progredita tra esse fu quella di Jenne-Jeno, che si sviluppò per più di un millennio tra il 500 a.C. ed il 1100 d.C. nella regione del Niger (Africa occidentale), in una fase di transizione dall’epoca neolitica a quella del ferro.

In questa area geoeconomica «un caso piuttosto singolare è rappresentato da alcune società, vissute intorno al delta interno del Niger, che, pur essendo straordinariamente complesse sia dal punto di vista economico che dal punto di vista della concentrazione abitativa, non avevano né una struttura statale, né forme di potere centralizzato, i cui resti archeologici sono stati studiati per la prima volta negli anni settanta.

Le prime popolazioni a noi note dovettero insediarsi in queste regioni a partire dal 500 a.C. Esse conoscevano l’uso del ferro e dovettero costruire quel sistema integrato di agricoltura, pastorizia e pesca, che poi è sempre rimasto caratteristico di questa regione. Anche le attività artigianali erano progredite: la ceramica era raffinata, per gli insediamenti si usavano mattoni crudi, mentre esistevano elaborate tecniche di lavorazione del ferro e di altri metalli preziosi. (…) Il periodo più florido di queste società dovette verificarsi intorno all’800 d.C.: tre secoli dopo il sistema collassò rapidamente e la popolazione si ridusse a un decimo, non sappiamo se in relazione a cambiamenti climatici o a eventi esterni. In una località del delta, Jenne-Jeno, i resti archeologici hanno dimostrato l’esistenza di un agglomerato abitativo di circa 33 ettari. Le case, costruite in mattoni di argilla, erano poste una accanto all’altra, all’interno di un reticolo di strade piuttosto strette, con un mercato al centro, mentre l’intera area era racchiusa da un grosso muro di mattoni cilindrici. Jenne-Jeno non era isolata, ma circondata da altre 25 località dello stesso tipo, con una popolazione che è stata valutata intorno ai 27.000 abitanti. Gli archeologi che hanno studiato questi siti hanno ipotizzato una forte specializzazione economica della regione, con popolazioni diverse che si occupavano della pesca, dell’agricoltura e dell’allevamento. I modelli abitativi avrebbero rispecchiato questa differenziazione di compiti: pescatori, agricoltori, pastori, fabbri, vasai, tessitori avrebbero occupato siti distinti. Nel complesso, l’intero sistema, fondandosi sullo scambio, avrebbe funzionato come una città, ma in assenza di un’autorità centralizzata; questo è il motivo per cui si è parlato di “città senza cittadelle”.

Non abbiamo dati sufficienti per approfondire la natura di questo grande agglomerato di popolazione, con un’organizzazione sociale probabilmente molto più egualitaria che nelle società centralizzate. Certamente la presenza di Jenne-Jeno e di altri siti analoghi è la testimonianza della coesistenza in una regione geografica di sistemi sociali diversi e del fatto che non necessariamente le compagini statali sono in grado di inglobare in sé tutte le realtà circostanti.»[45]

In Giappone la cultura Jomon si riprodusse ininterrottamente e su basi prevalentemente collettivistiche dal 12000 a.C. fino a poco prima dell’era cristiana, scoprendo per prima al mondo l’arte ceramica (circa 11000 a.C.) e coltivando zucche e riso, rispettivamente dal 6000 e dal 3000 a.C.: alcuni villaggi recentemente scoperti dell’ultimo periodo Jomon attestano l’esistenza di abitazioni ben costruite e di lavori relativamente sofisticati di carpenteria e gioielleria.

La civiltà Jomon, contraddistinta dall’egualitaria sepoltura in comune dei defunti, venne rapidamente soppiantata da una serie di ondate di colonizzatori arrivati dalla Corea attorno al 300 a.C. che diedero vita al periodo Yayoy della storia nipponica, in cui progressivamente emersero le tipiche strutture distintive delle società protoclassiste.

Tra il IV ed il II millennio a.C. si estendeva nell’odierno Turkmenistan la Margiana, ricca di oasi e basata su un nomadismo commerciale che permise lo sviluppo di tutta una serie di città-stato alleate. La confederazione margiana era caratterizzata da un controllo matriarcale ed egualitario sui beni di scambio e di consumo e, soprattutto, sul mercato carovaniero che attraversava quella zona strategica dell’Asia: solo dopo molti secoli il controllo femminile fu lentamente sostituito dal dominio sociopolitico classista, introdotto da una sezione minoritaria dei maschi della zona in oggetto.[46]

In Corea, infine, civiltà prevalentemente collettivistiche fondate sulla coltivazione in comune del suolo si riprodussero senza interruzione tra il sesto e la fine del secondo millennio a.C. e solo nel corso del primo millennio a.C. si diffuse in Corea sia la coltivazione del riso che una profonda differenziazione tra il “popolo dei dolmen” e quello delle “tombe a lastre”: se il secondo era posizionato principalmente nell’area settentrionale della penisola ed era molto probabilmente sopraggiunto dalle steppe dell’Asia centrale, essendo composto da guerrieri-cacciatori che utilizzavano sepolture singole con ricche dotazioni di preziosi oggetti in bronzo, il popolo dei dolmen nel sud del paese praticava delle sepolture multiple di gruppi coperte da gigantesche strutture in pietra, molto simili a quelle delle tipiche civiltà megalitiche europee.

I capi dei villaggi meridionali della Corea, oltre ad organizzare i lavori collettivi necessari per la costruzione dei dolmen, curavano il processo di accumulazione del surplus alimentare e la sua redistribuzione tra i lavoratori rurali secondo un sistema ben conosciuto in Corea fino all’epoca recente, denominato ture (o pumasi): questi villaggi e strutture semicollettivistiche coesistevano con l’organizzazione fortemente gerarchizzata ed elitaria (sul modello Kurgan) delle popolazioni settentrionali, che probabilmente costituivano anche gli invasori ed i dominatori del “popolo dei dolmen” coreano.[47]

Le esperienze neolitiche/calcolitiche sopra descritte formano e costituiscono un quadro molto ricco ed esteso su scala planetaria, ma proprio negli stessi millenni, proprio dal 9000 a.C. e nelle aree geopolitiche sopra esaminate stava emergendo un’altra tendenza socioproduttiva e sociopolitica, che si differenziava nettamente dalla “linea rossa” rispetto a tutta una serie di elementi socioeconomici fondamentali.

Prima di esaminarla, va subito precisato che i parametri oggettivi utilizzabili in modo combinato per differenziare le società appartenenti alla “linea rossa” da quelle facenti parte della rivale “linea nera” neolitica risultano essere:

–         la presenza/assenza di vistose asimmetrie tra le diverse abitazioni delle strutture sociali neolitiche e calcolitiche.

–         la presenza/assenza di differenze molto marcate nelle sepolture dei diversi membri delle comunità.

–         la presenza/assenza di numerosi edifici di grandi dimensioni destinati a fini non-produttivi, e religiosi.

–         la presenza/assenza del culto delle armi (ivi compreso il cavallo).

–         la presenza/assenza del culto gilanico della “Dea Madre” e di raffigurazioni artistiche riguardanti donne e bambini.

La combinazione tra i vari criteri di differenziazione sopra proposti risulta di regola molto utile nel separare nettamente la “linea rossa” da quella “nera”, ma non sempre: esistono infatti degli scenari storici che consentono e stimolano una duplice interpretazione della loro natura sociopolitica e socioproduttiva, come avviene per l’ultima fase della civiltà neolitica di Varna (odierna Bulgaria) e rispetto ai rapporti di produzione formatisi nella cultura di Malta (tra il 5000 ed il 3000 a.C.), di Caral (attuale Perù, verso il 3000 a.C.) e nella società minoica.[48]


[1] M. Harris, “Buono da mangiare”, pp. 18/202/211, ed. Einaudi e Alvin M.M. Josephy, “L’America prima di Colombo”, pp. 218/264, ed. Leonardo

[2] J. Diamond, “Armi, acciaio e malattie”, p. 211, ed. Einaudi

[3] V. G. Childe, “Il progresso nel mondo antico”, p. 50, ed. Einaudi

[4] F. Engels, “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato”, cap. IX, ed. Editori Riuniti e J. L. Arsuaga, “A cena dai  Neanderthal “, p. 84 , ed. Mondadori

[5] J. Diamond, “Armi…”, p. 17, ed. Einaudi

[6] J. Diamond, op. cit., p. 73

[7] R Tannahill, “Storia del cibo”, p. 34, ed. Rizzoli

[8] Diamond, op. cit., p. 62

[9] Engels, op. cit., cap. IX

[10] J. Diamond, op. cit., pp. 63-64

[11] J. Diamond, op. cit., p. 66

[12] Autori vari, “Paleontologia”, p. 121, ed. La Nuova Italia Scientifica

[13] Engels, “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato”, cap. IX, ed. Editori Riuniti

[14] R. Tannahill, op. cit., p. 47

[15] op. cit., cap. IX

[16] M. Frangipane, “La nascita dello Stato nel Vicino Oriente”, p. 72, ed. Laterza

[17] J. Diamond, op. cit., pp. 217-218

[18] Diamond, op. cit., p. 218

[19] R. Eisler, “Il calice e la spada”, ed. Pratiche

[20] D. Trump, “La preistoria nel Mediterraneo”, pp. 15-17, ed. Mondadori

[21] S. Piggott, “Europa antica”, p. 46 – Ed. Einaudi e M. Harris, op. cit., p. 68

[22] G. Camps, “Il Neolitico”, p. 24, ed. Jaca Book

[23] H. Nissen, “Protostoria del Vicino Oriente”, pp. 30-32, ed. Laterza e I. Wilson, “I pilastri di Atlantide”, pp. 122, ed. Piemme

[24] S. Piggott, op. cit., pag. 77 e Ian Wilson, op. cit., pp. 144-154

[25] Ian Wilson, op. cit., pp. 145-148

[26] Ian Wilson, op. cit., p. 172

[27] M. Liverani, “Uruk, la prima città”, pp. 19-22, ed. Laterza

[28] op. cit., p. 24

[29] op. cit., p. 25

[30] M. Liverani, op. cit., pp. 70-71 e 55-56

[31] M. Frangipane, “La nascita dello Stato nel Vicino Oriente”, pp. 158/196, ed. Laterza

[32] Childe, op. cit., p. 80

[33] M. Liverani, op. cit., p. 30

[34] M. Sabatini e P. Santangelo, “Storia della Cina”, p. 37, ed. Laterza

[35] C. Ceram, “Il primo americano”, pp. 58-59, ed. Einaudi

[36] op. cit., pp. 192-193

[37] op. cit., p. 90

[38] J. Wilson, “La terra piangerà”, pp. 171-172, ed. Fazi

[39] H. Disselhoff, “Le civiltà precolombiane”, p. 243, ed. Bompiani e F. Katz, “Le civiltà dell’America precolombiana”, p. 113, ed. Mursia

[40] G. Childe, “L’alba della civiltà europea”, p. 127

[41] C. Renfrew, “L’Europa della preistoria”, p. 146, ed. Laterza

[42] G. Childe, “Il progresso..”, p. 137

[43] Autori Vari, “Origini della scrittura”, op. collettiva, p. 34, ed. Mondadori

[44] Autori Vari, “Storia del mondo antico”, vol. I, pp. 280-285, ed. Cambridge e N. Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, pp. 33-34, ed. Laterza

[45] F. Giusti e V. Sommella, “Storia dell’Africa”, pp. 73-74, ed. Donzelli

[46] R. R. Wilk, “Economia e culture”, pp. 140-141, ed. Mondadori

[47] M. Riotto, “Storia della Corea dalle origini ai giorni nostri”, pp. 44-48, ed. Bompiani

[48] C. Renfrew, op. cit., pp. 156-157


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