Capitolo Settimo

L’effetto di sdoppiamento ed i rapporti di forza politico-sociali

Parte Seconda

Dopo il “Grande Evento” e la riproduzione di un surplus costante ed accumulabile, iniziò a manifestarsi storicamente anche la tendenza politica, sociale ed economica volta a riprodurre dei livelli molto elevati di disuguaglianza rispetto al processo di appropriazione del surplus e dei mezzi di produzione, a tutto vantaggio di una minoranza di abitanti di alcune strutture economico-sociali formatisi del Neolitico-Calcolitico.

Già a Dolni Vestonice (attuale repubblica Ceca), dal 26000 a.C. sede dell’unica fabbrica di terrecotte del Paleolitico e di una fornace di livello tecnologico relativamente elevato, il processo di scambio delle preziose statuette in ceramica con altri clan limitrofi produsse le prime forme di differenziazione sociale, formatesi su scala relativamente ampia e testimoniate dalla diversità nelle sepolture ritrovate: ma la “linea nera” del Neolitico partì da Nevali Cori, situata nell’attuale Kurdistan e le cui origini risalgono all’8900 a.C.

La città-tempio di Nevali Cori era composta quasi esclusivamente da edifici di culto, alimentati da un plusprodotto estorto alla zona agricola circostante che veniva monopolizzato a proprio favore da una casta sacerdotale strettamente separata dai comuni “sudditi”, visto che solo una parte delle ventidue costruzioni scoperte a Nevali Cori era usata come abitazione, mentre gli altri edifici erano adibiti a templi o a magazzini ed officine di supporto di questi ultimi. Il centro della teocrazia della città anatolica era disposto attorno ad una struttura rettangolare di pietra, un edificio di culto comprendente giganteschi monoliti con lati perfettamente regolari ed inseriti in un basamento liscio: le costruzioni “sacre” erano utilizzate con tutta probabilità anche per compiere sacrifici umani, in sinistra analogia con i successivi riti aztechi e maya.

Questo prototipo di società protoclassista, quasi contemporanea a Gerico e relativamente vicino alla città palestinese, venne in seguito affiancata dalla frequente diffusione tra i pastori del neolitico di rapporti di produzione patriarcali (vedi Meillassoux e il “modo di produzione domestico”) in cui il maschio più anziano controllava il lavoro ed il surplus prodotto dalla propria moglie/dalle proprie mogli, dai figli e da un numero solitamente molto ristretto di schiavi/schiave: in Eurasia questo modello alternativo di organizzazione della vita socioproduttiva e politica si sviluppò contemporaneamente alla dinamica di riproduzione delle società collettivistiche di Catal Hüjuk, degli Ubaid e di Vinca e a volte in aree geopolitiche limitrofe a queste ultime.[1]

La diffusa cultura dei pastori nomadi del Neolitico ha espresso delle costanti e caratteristiche comuni che l’hanno fatta rientrare tendenzialmente (seppur con alcune eccezioni) nel raggio d’azione della “linea nera”, a partire dal semplice fatto che l’allevamento extradomestico e la cura delle mandrie rimasero occupazioni tipicamente maschili in società che coesistettero per lunghi periodi con le gilaniche ed egualitarie strutture agrarie formatesi nel  periodo storico in esame.

«Gli antropologi, naturalmente, rifuggono dalle generalizzazioni, ma persino loro sono costretti ad ammettere che i popoli dediti alla pastorizia di qualunque angolo del mondo condividono delle caratteristiche fondamentali. Tutti sono ossessionati dalle loro pecore, capre, mucche, cammelli o cavalli, a seconda del caso, perché questi animali garantiscono sia l’identità tribale che i mezzi di sostentamento. La mandria è tutto per i popoli dediti alla pastorizia e nulla può frapporsi fra mandrie, pascoli e aree d’abbeveraggio. Se ciò accade, la loro monomaniacalità si trasforma rapidamente in efferatezza, il disprezzo in violenza. In Thinking Animals, Paul Shepard elenca i tratti caratteristici delle società pastorali di qualunque parte del mondo: “Aggressività ostile verso i forestieri; famiglie, faide e scorrerie armate nell’ambito di un’organizzazione gerarchica patriarcale; costituzionale della caccia con la guerra; elaborate cerimonie sacrificali; orgoglio e sospetto monomaniacali…” Marvin Harris ha analizzato moltissime culture umane differenti alla ricerca di elementi che le accomunassero. In Cannibali e re, afferma che “molte società pastorali prestatali, nomadi o seminomadi, sono espansioniste e ultramilitariste”.

Tali società sono solitamente bellicose e a forte dominanza maschile perché la loro principale fonte di sussistenza e ricchezza “sono gli animali da pascolo piuttosto che i raccolti agricoli”.

Proprio perché così legate alle mandrie, le pressioni economiche obbligano le popolazioni dedite alla pastorizia a vivere al loro seguito, spostandosi per miglia alla ricerca di acqua, pascoli e altri animali di cui impossessarsi.

Nel resoconto sulle varie culture pastorali contenuto nel volume Man, Culture and Animals curato da Anthony Leeds e Andrei Vayda, l’antropologo Homer Aschmann sottolinea il medesimo bisogno di espansione territoriale: “Nella maggior parte delle culture pastorali è riscontrabile uno schema molto forte e definito basato sull’aggressività individuale e collettiva, nonché su strutture istituzionali ed elaborazioni etiche con valore giustificativo”.

Sempre Aschmann rileva anche un’ulteriore caratteristica della distruttività delle società pastorali e cioè che la loro tendenza a ingrandire le proprie mandrie, va invariabilmente a scapito della qualità dei terreni di pascolo: “Nessuna società basata sulla pastorizia ha mai raggiunto uno stabile equilibrio ecologico se non a patto di accettare un livello di produttività inferiore rispetto a quello esistente al momento dell’introduzione della pastorizia stessa”.»[2]

Il lato nomade-pastorizio del processo produttivo sviluppatosi nel periodo neolitico e calcolitico produsse delle conseguenze decisive all’interno dell’area eurasiatica, riuscendo progressivamente a modificare i rapporti di forza tra clan agricoli e nomadi e trasformando via via le relazioni sociali di produzione in questa enorme zona geopolitica a partire dal Medioriente, in una direzione protoclassista ed espansionistica che si adattava perfettamente alle caratteristiche dominanti in larga parte dei clan di pastori nomadi del periodo preso in esame.

«Ma fu in Medio Oriente che il potere regale, le guerre e le scorrerie raggiunsero proporzioni inaudite a causa delle influenze culturali delle prime popolazioni che in quei luoghi si dedicarono alla pastorizia. Non dimentichiamoci che i primi addomesticatori di animali di grossa taglia discendevano da una lunga tradizione di specializzazione nella caccia e, pertanto, conservavano intatta la loro perizia di cacciatori-guerrieri. Tale perizia tornò molto utile nel favorire la creazione di vere e proprie mandrie, cioè della loro ricchezza e sicurezza. Dal punto di vista di un cacciatore-guerriero era molto più prestigioso (nonché più facile e veloce) ampliare la propria mandria perpetrando razzie piuttosto che non impegnarsi in un lento e faticoso lavoro di allevamento. Le abilità guerriere erano inoltre utili a mantenere la ricchezza acquisita; una tribù in condizioni economicamente floride doveva, infatti, stare costantemente all’erta per difendersi da possibili razzie altrui. Infine i pastori erano marcatamente più espansionisti dei comuni agricoltori. I coltivatori vivevano in pochi acri in una vallata o lungo la riva di un fiume e ampliavano i propri campi molto lentamente, in genere nel corso di diversi anni. I pastori, al contrario, dominavano con arroganza su un’intera regione grazie alla forza militare, assicurandosi in tal modo l’accesso ai migliori pascoli e alle migliori aree d’abbeveraggio. In Medio Oriente, i pastori si trovavano nella posizione migliore per alimentare le fila della casta dei guerrieri, da cui sorsero poi le élite dominanti e i re. Di conseguenza, l’intera gerarchia sociale e la cultura di quella regione erano imbevute dei valori di fierezza e predominio tipici dei popoli pastorali. Quando tali valori vennero integrati nella religione e nelle istituzioni militari e di governo si rivelarono essenziali alla nascita di nazioni dispotiche pronte a condurre guerre di conquista.

Oltre a fomentare le occasioni di guerra e a fondare imperi, la cultura pastorale contribuì non poco all’ossessione occidentale per la proprietà e il denaro. Alcuni studiosi ritengono che tale ossessione discenda direttamente da quella più antica che i pastori nutrivano per le mandrie, la loro ricchezza semovibile. Richard Lewinsohn sostiene la tesi che il concetto di denaro – vale a dire la ricchezza scambiabile – ebbe origine proprio con la pastorizia piuttosto che con l’agricoltura in senso lato. Nel libro Gli animali nella storia della civiltà, Lewinsohn scrive: “Dall’esercitare il potere su mandrie a propria disposizione si formò il concetto di proprietà. Esso è più antico e più forte della pretesa al possesso terriero, poiché di terre coltivabili ve n’erano a sufficienza, mentre gli animali domestici erano scarsi. La terra è un bene di produzione, il bestiame è un bene di consumo e solo questo ha valore tangibile. […] Gli animali sono la prima forma di capitale. La parola è di origine romana, da capita, le teste di animali, in base al cui numero si misurava la ricchezza”.

Analogamente, alla radice di parole come pecunia e pecuniario, che fanno riferimento al denaro, c’è il termine latino pecu, che significa appunto gregge. Nell’antica lingua ariana, la parola che indica lo stato di guerra ha il significato letterale di “desiderio di possedere più bestiame”. Il bestiame, o più precisamente pecore e capre, la prima forma di ricchezza mobile che, come tale, poteva essere scambiata. In altre parole, furono la prima forma di denaro.»[3]

Le forme iniziali di rapporti di produzione patriarcali e protoclassisti fecero un decisivo salto di qualità in Eurasia tra le tribù dei pastori-predoni Kurgan. Se da un lato lo sviluppo del processo di appropriazione privata del surplus e dei mezzi di produzione da parte dei capifamiglia e di una minoranza della popolazione neolitica avvenne con particolare intensità nei clan nomadi della zona del Volga e dell’Ucraina a partire dal 6000 a.C., collegandosi in seguito con la domesticazione del cavallo e con un miglioramento parallelo nella produzione di strumenti di distruzione quali l’arco, d’altro canto il rapido peggioramento delle condizioni geoclimatiche verificatosi attorno al 4000 a.C. nell’Africa settentrionale ed in Arabia, nelle steppe ucraine e dell’Asia centrale favorì a sua volta i processi migratori e   predatori dei gruppi di pastori che in precedenza vi risiedevano (De Meo, 1986).

Un elemento decisivo nelle loro vittorie fu rappresentato dalla domesticazione del cavallo, avvenuta attorno al 4400 a.C. nelle steppe a nord del Mar Nero: “grazie ai cavalli si potevano coprire distanze maggiori, attaccare di sorpresa e fuggire prima dell’arrivo dei rinforzi”.[4]

Mentre l’introduzione della proprietà privata degli armenti tra alcune tribù pastorizie indo-europee ne incentivò la latente aggressività predatoria contro le più avanzate strutture agricole-sedentarie, i successi ed i bottini procurati loro dalle guerre condotte con la coppia cavallo-arco stimolarono a loro volta un salto di qualità nella differenziazione di classe: le vinte comunità agricole dell’Europa e dell’India fornirono infatti su larga scala schiavi e schiave, forza lavoro ed oggetti sessuali, surplus produttivo e ricchezza ai nomadi predatori determinando il definitivo trionfo al loro interno dei rapporti di produzione classisti, mentre anche le civiltà “indigene” sopravvissute all’invasione, per questioni vitali di sopravvivenza, iniziarono a loro volta a cambiare ed a imitare il modello protoclassista di società e di chefferie esportato con successo dai barbari, ma bene armati Kurgan.

Le tre grandi ondate di invasioni delle popolazioni Kurgan (4400; 3500; 3000-2600 a.C.) e quelle successive degli indoeuropei hanno rappresentato i momenti principali della “guerra mondiale” neolitica, scatenatasi per millenni tra i nomadi-pastori e le strutture agrarie-collettivistiche e gilaniche e terminata purtroppo con la sconfitta delle seconde.

Secondo i linguisti e molti storici, la cultura altaica dei Kurgan era contraddistinta dalle sepolture individuali poste sotto un tumulo o un’altura (Kurgan) e si era formata a partire dal 6000 a.C. nel bacino del Volga e in Ucraina, addomesticando il cavallo (4600 a.C.) e perfezionando la fabbricazione di armi quali l’arco e la freccia, la lancia e la daga: si trattava di una società patriarcale e protoclassista contraddistinta di regola da attività agricole praticate su scala ridotta e dal notevole peso assunto dall’allevamento di animali, in cui il culto del cavallo e la tumulazione dei personaggi più importanti (accompagnata dal sacrificio dei loro schiavi) simboleggiavano relazioni sociali fondate apertamente sulla disuguaglianza e sull’aggressività militare. Le incursioni dei Kurgan prima, e degli indoeuropei in seguito misero fine all’antica cultura europea matrilineare ed egualitaria, anche se alcune zone del Mediterraneo – quali Thera, Creta, Malta e la Sardegna – si sottrassero per più di mille anni all’invasione dei pastori indoeuropei, sensibilmente più arretrati delle popolazioni sconfitte sul piano produttivo e tecnologico-civile.[5]

«Su di una gran parte dell’Europa centrale orientale, sulla pianura nordeuropea, in Scandinavia e Olanda, abbiamo, lasciando da parte le tradizioni dei villaggi danubiani dalle case allungate e i loro successori, le tracce di quelle che sembrano essere nuove popolazioni di cui le forme del vasellame, con l’uso abbondante di ornamenti eseguiti con l’impressione di corde sulla superficie, le loro asce da battaglia in pietra con foro per il manico seppellite insieme ai guerrieri come armi di prestigio, le loro tombe individuali sotto tumuli e spesso in case mortuarie, tutto sembra rivelare legami con le regioni a nord del Mar Nero; compaiono anche degli insediamenti fortificati. Archeologicamente i nuovi venuti rappresentano un complesso di culture, – delle anfore globulari, della ceramica a corda, i popoli dall’ascia da battaglia, dalla tomba individuale, – e qualche studioso le ha considerate come derivate da gruppi locali e tardo-neolitici. L’opinione generale, tuttavia, ritiene che negli elementi essenziali essi sembrano rappresentare un diffuso e forse rapido movimento di popoli, collegati fra di loro, dalle steppe della Russia meridionale verso nord-ovest almeno fino al Reno e ai Paesi Bassi, dove le date al radiocarbonio mostrano che fabbricanti di ceramica cordata e di asce da battaglia erano arrivati verso il 2500 a.C. Parlavano una lingua indoeuropea? Questa è una domanda dalla risposta difficile e per il momento ne rinviamo la formulazione.

Esistono degli indizi, non del tutto decisivi, che indurrebbero pensare che questi “popoli dalle tombe sotto tumuli” avevano un’economia nella quale la pastorizia, forse nomade in parte, può aver rappresentato un ruolo importante; un recinto steccato per il bestiame bovino ad Anlo in Olanda c. del 2300 a.C. può essere significativo a questo proposito.»[6]

Raggruppati inizialmente in piccole bande, i pastori Kurgan inflissero fin dalla prima ondata dei notevoli danni alle civiltà neolitico-collettivistiche dei Balcani e dell’Europa centrale dato che, secondo l’opinione degli storici Anthony, Telegin e Brown (1991), «gli agricoltori sedentari divennero facile preda delle improvvise incursioni di nemici a cavallo che non potevano essere né inseguiti né puniti. Molti di questi villaggi furono abbandonati e i loro abitanti divennero cacciatori a cavallo per autodifesa».[7]

Le ondate di invasioni Kurgan e quelle successive ariane (dal 3000 a.C.) presero via via possesso dell’Europa occidentale riplasmando in senso elitario la cultura dei megaliti (tombe gigantesche in pietra) e dei menhir (grandi pietre poste in posizione verticale),  mentre dopo il 2000 a.C. il popolo nomade degli ari proveniente dalle steppe dell’Asia centrale si impadronì anche dell’area indiana, soggiogando progressivamente le popolazioni autoctone ivi stanziate (denominate dai vincitori con il termine di dasyu).

Passando all’area mesopotamica, si è già notato in precedenza come l’arrivo attorno al 3900 a.C. di nuove popolazioni (i sumeri) abbia portato alla rapida scomparsa nella zona della millenaria ed avanzata civiltà Ubaid ed alla creazione da parte degli invasori della prima struttura statale del genere umano, attorno al 3700 a.C., con città dominate in una prima fase da teocrazie in grado di controllare a proprio vantaggio il processo produttivo ed il processo di costruzione/manutenzione delle opere di irrigazione su larga scala.

In Cina “la linea nera” fu rappresentata invece dalle culture di Dawenkou, di Hongshan e Longshan.

La civiltà di Dawenkou era contraddistinta da una ceramica grigia, marrone o nera, con numerose varietà, mentre le terrecotte bianche e nere, con pareti sottili, erano lavorate al tornio: il livello di sviluppo delle forze produttive in campo agricolo era praticamente equivalente a quella raggiunta dai quasi contemporanei clan di Yangshao, ma i rapporti di produzione dominanti e la forma di chefferies politico-sociale appartenevano ormai alla tipologia protoclassista.

«Non sappiamo quali coltivazioni praticassero le comunità Dawenkou, ma certamente l’allevamento dei maiali doveva avere una particolare importanza, in quanto numerosi crani e talvolta interi scheletri di questo animale sono stati rinvenuti nelle tombe. Il grande divario esistente tra le sepolture di questa cultura per quanto concerne sia le dimensioni che la ricchezza dei corredi, sta ad indicare che già esistevano all’interno delle comunità forti differenziazioni sociali. Inoltre la presenza dei crani di maiale nelle sepolture farebbe pensare a sacrifici funerari riservati a un gruppo ristretto, ormai classificabile come una vera e propria élite[8]

Seimila anni or sono era apparsa la “cultura della giada” con la civiltà di Hongshan (4000-2500 a.C.), divenuta rapidamente protoclassista ed elitaria, in modo tale che più di cinque millenni or sono nei siti della Cina del nord si trovavano ormai delle città neolitiche con grandi templi e strutture difensive guidate da un’aristocrazia che monopolizzava il potere, gli articoli di lusso fatti con preziosa giada e le funzioni religioso-sacrificali, stimolando allo stesso tempo il processo di costruzione di numerose piramidi.

Attorno al III millennio a.C., nel bacino del Fiume Giallo, si formarono le culture Longhshan della Shaanxi, dello Henan e dello Shandong: le prime due come prodotto dell’evoluzione interna della civiltà Yangshao, la terza come sviluppo endogeno della cultura Dawenkou.

Deve essere subito rilevato che non sussistevano sostanziali differenze tra le civiltà protoclassiste contadine di Longhshan e quelle antecedenti per quanto riguarda il livello tecnologico degli attrezzi agricoli, mentre emerse solo una maggiore sofisticazione nell’arte ceramica, i cui prodotti più elaborati erano monopolizzati dall’élite politico-religiosa: sotto il profilo degli strumenti di produzione agricola, asse centrale del processo economico, «essi sono rappresentati ancora da vanghe, zappe, falcetti, e i materiali impiegati continuano ad essere la pietra, l’osso, il corno, le conchiglie. Consistenti progressi si realizzano invece nella produzione della ceramica: accanto a terrecotte grigie, probabilmente di uso comune, compare infatti un vasellame nero ad impasto fine, caratterizzato da una grande eleganza e lucentezza. Questi manufatti implicano l’esistenza di ceramisti con un elevato grado di specializzazione, che facevano uso del tornio e di fornaci relativamente sofisticate. Un’altra innovazione significativa rispetto al passato riguarda la stratificazione sociale, ormai profonda e probabilmente consolidata, come sembra indicare l’analisi delle sepolture. Tra il progresso della ceramica e l’approfondimento delle differenziazioni sociali esiste probabilmente una stretta connessione: il vasellame in ceramica nera era destinato certamente all’élite, che quasi certamente lo utilizzava a fini rituali. D’altro canto, il ritrovamento di numerose scapole di animali impiegati a scopo divinatorio – una pratica questa che, come vedremo, avrebbe conosciuto un notevole sviluppo nell’epoca successiva – denota senza dubbio la comparsa di un sistema ideologico relativamente complesso, collegato con un’élite politico-religiosa.»[9]

L’utilizzo della religione come “apripista” per le strutture protoclassiste si affermò anche in altri contesti geografici e temporali, oltre che nell’area geopolitica cinese, come emerge anche dal caso sumero.

Cambiando continente ed epoca storica, emerge che mentre nell’attuale California centro-meridionale popoli quali i Miwok, i Maidu, i Pomo e i Wintu cacciavano, raccoglievano e pescavano per secoli con rapporti di produzione cooperativi ed egualitari (riuscendo tra l’altro a sviluppare un elaborato sistema di frantumazione e filtrazione delle ghiande, la principale risorsa dell’area), la California settentrionale e l’Oregon assistettero ad un quadro socioproduttivo molto diverso: se infatti le tribù paleolitiche dei Coos, Chinook, Chehalis, Quileute e Makah vissero fondamentalmente pescando i salmoni che risalivano ogni anno in massa i fiumi della loro zona, affumicando ed essiccando il grosso della ricca preda, queste società furono rigorosamente gerarchiche e divise tra “capi”, cittadini comuni e schiavi, senza peraltro avere un livello qualitativo di sviluppo produttivo sensibilmente superiore a quello delle tribù della California centro-meridionale.[10]

In altre zone del Nordamerica si svilupparono strutture economico-sociali protoclassiste più avanzate e prevalentemente agricole, dominate da chefferie politico-religiose che si appropriavano del surplus/plusprodotto agricolo per i loro fini ed a proprio esclusivo vantaggio politico-materiale. Infatti in tutta la zona centrale degli Stati Uniti, dal Wisconsin fino al Golfo del Messico (con una notevole concentrazione nell’Ohio), si possono trovare decine di migliaia di collinette artificiali e di cumuli di terra, accumulata e spostata dal lavoro collettivo umano: sono i famosi mounds, il più gigantesco dei quali copre una superficie maggiore di quella della piramide egizia di Cheope, strutture costruite da diverse culture neolitiche nel corso di un periodo storico che parte dal 300 a.C. fino al 1450 d.C. (in quasi perfetta sincronia temporale con i pueblos collettivistici degli Anasazi ed Hohokam, isolati dalle civiltà mounds da migliaia di chilometri di distanza).

Tra le fasi più importanti della civiltà mounds si ricordano:

Ø      la cultura Adena, che si colloca tra il 600 a.C. ed il 300 d.C.

Ø      la cultura Hopewell, dal 200 al 700 d.C.

Ø      la cultura dei Temple Mound Builders, sviluppatasi dall’800 d.C. fino al 1540 lungo le rive del Missisippi

Il popolo Adena, situato negli attuali Ohio e Kentucky, fu il primo nella regione centrale del Nordamerica a impadronirsi della coltivazione del mais, della fabbricazione di ceramiche e del lavoro comunitario organizzato. A differenza delle culture Hohokam e Anasazi, la loro chefferie era di matrice protoclassista e basata su profonde disuguaglianze sociali, visto che i mounds erano destinati prevalentemente ad uso sepolcrale per i privilegiati e per i signori dei villaggi mentre la “gente oscura” veniva in buona parte cremata: il culto dei morti, come nell’antico Egitto, distingueva i vivi ed orientava l’utilizzo concreto del surplus sociale e della forza lavoro eccedente verso la creazione di tumuli sepolcrali.[11]

La cultura Hopewell riprodusse in forme molto più perfezionate l’utilizzo collettivo del lavoro sociale per la costruzione dei mounds, per il mantenimento della forza-lavoro ad essa destinata e la costruzione dei raffinati oggetti ornamentali, destinati alle élite e alle loro “case dei morti”: alla fine degli anni Sessanta si scoprì «che parecchi scheletri Hopewell dell’Ohio, rinvenuti nei più ricchi sepolcreti, rivelavano un’escrescenza ossea, conosciuta come exostosi, lungo i canali auditivi interni. Si tratta di una particolarità umana quanto mai rara, trasmessa geneticamente; da ciò si presume che i capi Hopewell rinvenuti in questi sepolcri appartenessero tutti alla stessa famiglia: in sostanza un’aristocrazia ereditaria».[12]

A partire dall’VIII secolo d.C., il popolo dei Temple Mound Builders si posizionò nel Missisippi: a differenza degli Adena-Hopewell le loro costruzioni principalmente non erano tumuli sepolcrali, ma le fondamenta (spesso gigantesche) di templi in legno posti alla sommità delle colline artificiali. Quasi dieci millenni dopo Nevali Cori, si affermò uno strato dominante politico-religioso che dominava la sfortunata massa della popolazione dei villaggi del Missisippi, tra l’altro quasi sicuramente sottoposta anche a periodici sacrifici umani, visto che nelle rappresentazioni ceramiche dei Temple Mound non si sono trovati soltanto un sacerdote con un fantasmagorico ornamento di penne, ma anche mani tagliate, crani umani e braccia da cui sporgono ossa e cuori umani.

Sempre nella zona del Missisippi, si formarono città enormi quali quella di Cahokia sul fiume Illinois, la cui popolazione è stata stimata in almeno 20.000 persone, che furono con tutta probabilità gli antenati della ipergerarchizzata società degli indiani Natchez, divisa al suo interno tra gli “uomini onorati” (l’aristocrazia teocratica) e i “puzzolenti” (i lavoratori comuni, secondo la gentile definizione dei primi).

Passando all’Egitto, il periodo che va dal 3500 al 3200 a.C. e denominato Gerzeano-III (Nagada) vide in presenza di un livello stabile di sviluppo qualitativo delle forze produttive la nascita e riproduzione di notevoli disuguaglianze sociali tra la popolazione, testimoniante dalla ricchezza di addobbi e dalla particolare forma rettangolare di alcuni sepolcri, quasi sicuramente come conseguenza del fatto che dopo il 3500 a.C. delle popolazioni di origine semite invasero l’Egitto imponendo la loro egemonia politico-sociale e determinando la formazione di una chefferie protoclassista, dal cui interno sarebbe via via emersi i primi faraoni, i capi politico-militari che unificarono progressivamente in un’unica formazione statale le diverse città sorte lungo il Nilo: secondo la studiosa E. J. Baumgartel questa tesi viene suffragata dai dati archeologici e dalla sussistenza nella lingua egiziana sia di elementi semitici che camitici, derivati questi ultimi dalla popolazione stanziata sul posto prima del 3500 a.C. Tuttavia la riproduzione del dominio della nuova aristocrazia coesistette con alcuni elementi importanti della vecchia struttura economico-sociale collettivistica, tipici della prima fase del Gerzeano, quali la proprietà collettiva del suolo e l’essiccazione collettiva del raccolto.[13]

Nell’America centro-meridionale tra il 2600 ed il 500 a.C., quasi contemporaneamente e dopo Chavin, si formarono le civiltà teocratiche e protoclassiste degli Olmechi (Guatemala/Messico), di Cuello (Belize), di Tiahuanaco (Bolivia) e di Teotihuacan (Messico), con la costruzione di grandi edifici e monumenti a scopo religioso-astronomico: il nascente modo di produzione asiatico, in cui la proprietà del suolo spettava al re-sacerdote e a caste teocratiche (o di guerrieri-invasori), venne portato in seguito a piena maturazione durante il dominio politico-militare via via esercitato dalle formazioni statali dei maya, dei toltechi, dei mochica e degli incas.

Tenendo conto delle sopracitate coesistenze concrete createsi tra “linea rossa” e “linea nera” in Corea, Africa subsahariana (Jenne-Jeno) e regione margiana durante l’epoca neolitica/calcolitica, è possibile trarre una prima sintesi teorica notando innanzi tutto che dal 9000 a.C. l’effetto di sdoppiamento rese possibile la riproduzione concreta, sincronica e vicina nello spazio sia di chefferie collettivistiche che di società protoclassiste, in virtù di un surplus costante/accumulabile ed utilizzabile in forme diversificate ed alternative tra di loro ed in presenza di un livello qualitativo di sviluppo delle forze produttive simile (o più favorevole alla linea rossa): all’interno di questo campo di possibilità alternative, si inserì la concreta praxis politica delle diverse civiltà neolitiche-calcolitiche nel suo aspetto specifico del controllo del potere decisionale e militare, della redistribuzione politica del prodotto sociale e del possesso dei mezzi di distruzione.

Germi e prodromi della “linea nera” erano già presenti nelle comunità paleolitiche rivelandosi nel possesso privato di alcuni oggetti di consumo, nelle sporadiche lotte e razzie tra clan preistorici e nei limitatissimi “privilegi” materiali di cui a volte godevano i capi-clan: la comparsa del surplus sull’area storica fece maturare questi “germi” come in una serra protetta trasformandoli in una tendenza reale sia a livello oggettivo che soggettivo, insita nella coscienza dei segmenti più o meno ampi della popolazione neolitica, visto che era ormai possibile utilizzare la forza-lavoro altrui a vantaggio di una minoranza a patto che quest’ultima controllasse a proprio esclusivo profitto il potere decisionale e redistributivo (del surplus) e i mezzi di distruzione della comunità.

La linea rossa, la chefferie collettivistica si affermò negli scenari storici in cui non si assistette alla creazione di un monopolio nell’uso delle armi da parte di una minoranza della popolazione ed in cui la redistribuzione del surplus non andò a vantaggio di un segmento della popolazione, mentre invece le chefferies protoclassiste e la linea nera vinsero laddove si attuarono concretamente queste due condizioni preliminari, di carattere sia materiale che politica.

Sorge a questo punto inevitabile un primo quesito sulle cause fondamentali dell’affermazione delle diverse forme storiche di controllo del potere decisionale, militare e distributivo: cosa “fece la differenza” e quali fattori spostarono la bilancia storica a favore di una delle due “soluzioni” storiche possibili dall’effetto di sdoppiamento? Estrapolando dai fattori casuali indipendenti dalla pratica umana (catastrofi naturali, siccità, epidemie, ecc.) ed ovviamente dal livello qualitativo di sviluppo delle forze produttive, simile o spesso favorevole alle culture della “linea rossa”, a mio avviso risultò decisiva volta per volta la presenza/assenza di particolari dinamiche belliche e religiose riguardanti le relazioni internazionali tra le diverse tribù/società del neolitico-calcolitico, e/o i rapporti via via creatisi tra i sacerdoti ed i semplici credenti dei culti religiosi durante il periodo storico preso in esame.

La “linea nera” si affermò in primo luogo mediante le guerre di conquista dei nomadi in Eurasia. Tra il 4400 ed il 1500 a.C. le società pastorizie e patriarcali dell’Eurasia furono inevitabilmente attratte dal surplus, dai metalli preziosi e dal superiore livello di sviluppo delle forze produttive raggiunto dalle collettività agrarie-sedentarie, mentre le loro vittorie politico-militari su queste ultime nel periodo in esame (anche grazie all’utilizzo del cavallo) determinarono sia la creazione di un monopolio dell’uso delle armi a vantaggio esclusivo dei conquistatori che la parallela redistribuzione del plusprodotto nelle loro avide mani: come già affermò Engels nel 1884, “i prigionieri di guerra furono mutati in schiavi” e trasformati in forza-lavoro subordinata a disposizione delle chefferie protoclassiste e dei successivi modi di produzione classisti asiatici, schiavistici e feudali (fenomeni simili avvennero nell’epoca post-neolitica di Corea, Giappone, Egitto, ecc.).

Ma nel neolitico-calcolitico si assistette anche ad una sorta di “via pacifica” ed endogena di affermazione delle formazioni economico-sociali e di chefferie protoclassiste, mediante il “cavallo di Troia” dell’apparato religioso-politico.

Per decine di migliaia di anni, durante il Paleolitico superiore e il Neolitico, forme variegate di autocoscienza religiose quali lo sciamanismo, il culto dei morti e quello della “Grande Madre” avevano rappresentato la sovrastruttura ideologica delle culture collettivistiche e si erano combinate felicemente con i rapporti di produzione comunistico-primitivi.[14]

Dopo la produzione-riproduzione di un surplus permanente ed accumulabile, tuttavia era ormai diventato possibile un utilizzo alternativo e classista della psicologia religiosa diffusa tra i diversi membri dei clan neolitici. A tale scopo era sufficiente la formazione più o meno casuale di un apparato religioso-politico dotato di un minimo di massa critica numerica e di prestigio sociale, che riuscisse ad ottenere legittimità e consenso in una determinata collettività neolitica a favore della scelta strategica tesa a destinare una parte del prodotto sociale sia per la costruzione di templi che per la stessa riproduzione materiale privilegiata della gerarchia politico-religiosa: in tal modo si spostavano i rapporti di forza politico-sociali a favore di quest’ultima, che col tempo avrebbero potuto via via accrescere la sua quota di appropriazione del surplus produttivo e dotarsi anche di apparati militari, per la difesa armata dei suoi privilegi sociopolitici.

Senza violenza, o con l’utilizzo di un minimo di coercizione iniziale si potevano in tal modo creare le basi materiali, politiche ed ideologiche per la riproduzione di chefferie (e stati) classisti imperniati sull’appropriazione del plusprodotto e dei mezzi di produzione sociali a vantaggio di una minoranza, oltre che sul monopolio del potere decisionale-militare da parte di una ristretta élite politico-religiosa: fu questo il caso sia di Nevali Cori, nel corso del nono millennio a.C., che delle strutture protoclassiste delle Haway descritte da J. Diamond.

«Gli uomini delle bande o delle tribù credevano già nelle entità soprannaturali, ma questo non giustificava l’esistenza dell’autorità o del trasferimento di ricchezze, e non bastava a frenare la violenza. Quando un insieme di credenze fu istituzionalizzato proprio a questo scopo, nacque ciò che chiamiamo religione. I capi hawaiani erano assai tipici in questo, visto che si proclamavano dei, o figli di dei, o per lo meno in stretto contatto con gli dei. Così potevano dire al popolo che lo servivano facendo da intermediari con il soprannaturale, recitando le formule rituali per ottenere la pioggia, un buon raccolto o una pesca abbondante.

Nelle chefferies troviamo in genere un’ideologia che anticipa le religioni istituzionalizzate, e che serve a rafforzare l’autorità del capo. Il capo può essere un leader politico e religioso allo stesso tempo, o può mantenere una casta di sacerdoti che provvede alla bisogna. Ecco perché una così larga parte dei tributi serve per costruire i templi, che servono sia come luoghi di culto della religione ufficiale sia come segni visibili di potere.»[15]

Non è certo casuale che la prima formazione statale classista, quella sumera, fosse imperniata su una teocrazia egemonizzata da un’élite politico-religiosa: una “prova del nove” di questa ipotesi può essere ritrovata proprio nell’assenza di guerre di conquista e/o di apparati ecclesiastici su larga scala nelle chefferies e nelle formazioni economico-sociali collettivistiche del Neolitico-Calcolitico eurasiatico, cinese, indiano e americano, da Gerico fino agli Ubaid.

In secondo luogo bisogna cercare di spiegare le cause della trasformazione della “linea nera” da potenzialità a realtà storica: perché una parte del genere umano ha sfruttato a proprio esclusivo vantaggio le potenzialità alternative create dal “Grande Evento” del 9000 a.C., abbandonando metodi di produzione/distribuzione collettivistici antichissimi e riprodottisi per due milioni di anni?

La ragione fondamentale, su cui torneremo in seguito, è che lo sviluppo dei bisogni materiali era già relativamente elevato all’inizio dell’era neolitica e nel 9000 a.C. L’uomo paleolitico lavorava relativamente poco, tre-quattro ore al giorno in media, ed aveva ovviamente interiorizzato sia un legittimo e sacrosanto diritto all’ozio che una certa riluttanza ad impegnarsi costantemente in attività faticose e prolungate, come erano quelle agricole e/o pastorizie: come inevitabile sottoprodotto si diffuse più o meno intensamente la tentazione di scaricare il proprio pesante carico di lavoro su altri esseri umani, a partire da eventuali prigionieri di guerra e dalle donne dei clan neolitici, tensione individuale e collettiva emersa almeno in una parte dei maschi vissuti nel periodo preso in esame (9000-3900 a.C.).

Va inoltre notato che già attorno al 9000 a.C., come vedremo meglio più avanti, l’uomo paleolitico-mesolitico aveva costruito e riprodotto tutta una serie di bisogni di consumo superflui, non indispensabili alla sua riproduzione fisiologica. Oggetti ornamentali, vestiti e calzature, abitazioni in legno erano già allora costantemente prodotti e consumati dai nostri lontani antenati e la disponibilità concreta di oggetti “di lusso” aumentò progressivamente fin dall’inizio del neolitico, con l’avvio del processo di produzione degli oggetti in ceramica decorati, di gioielli in oro e giada, di bevande alcoliche quali la birra (ed in seguito il vino, dopo il 4500 a.C.) e di suppellettili in legno per le abitazioni: una massa di oggetti e di bisogni materiali che stava progressivamente aumentando e che poteva scatenare almeno in alcuni individui – e in alcune tribù di pastori, di regola meno evolute sul piano tecnologico-civile – delle tentazioni predatorie finalizzate ad appropriarsi in modo esclusivo e senza lavorare degli “status symbol” dell’era neolitica e calcolitica, dei beni di consumo di qualità superiore.

Potenzialità socioproduttive e presenza costante del surplus, tentazioni/desideri materiali-elitari e rifiuto del lavoro vennero in reciproco contatto nell’epoca in esame creando in una serie crescente di casi storici come loro figli legittimi le strutture elitarie della “linea nera”, divenute poi egemoni soprattutto in seguito alle invasioni Kurgan ed indoeuropee nell’Eurasia e nel Mediterraneo (risultate purtroppo vincenti grazie ai nuovi rapporti di forza politico-militari).

Comunque l’effetto di sdoppiamento non cessò di esercitare la sua influenza sul processo storico universale anche dopo la fine del Neolitico-Calcolitico, sebbene in Eurasia dopo il 2000 a.C. l’egemonia politica, sociale ed economica fu detenuta quasi sempre dalla “linea nera”, dall’esito classista, patriarcale e militarista di quella biforcazione potenziale dei rapporti di produzione sociali generatasi dopo il 9000 a.C.: in questi ultimi sei millenni la “linea rossa” è riapparsa carsicamente nel processo di sviluppo socioproduttivo del genere umano, anche se (quasi) sempre in posizione subordinata rispetto ai rapporti di produzione classisti e venendo influenzata-deformata dall’egemonia detenuta da questi ultimi, proprio perché non erano venute meno alcune basi materiali e sociopsicologiche necessarie per una sua riproduzione (come lato secondario e deformato) all’interno delle nuove formazioni economico-sociali classiste.

Infatti anche dopo il 3900 a.C. la terra e i campi poterono essere posseduti collettivamente e coltivati in comune, in tutto o in parte, mentre anche dopo la data sopraccitata l’attività produttiva combinata degli umani produsse via via masse variabili del prezioso surplus/plusprodotto, potenzialmente sempre utilizzabili a vantaggio dell’intera collettività e non solo di una sua ristretta minoranza. Anche dopo il 3900 a.C. la “linea rossa” trovò dei punti di appoggio materiali e concreti su cui appoggiarsi per riprodursi sia realmente, anche se molto spesso in modo deformato e parziale, che a livello potenziale visto che:

Ø        il livello di sviluppo delle forze produttive sociali all’interno delle società classiste non cadde mai sotto la soglia già raggiunta durante il periodo neolitico-calcolitico e non si deteriorò mai dal punto di creare un recupero generalizzato della raccolta di cibo-caccia dell’era paleolitica, con la sua correlata assenza di processi di produzione-accumulazione continua del surplus.

Ø        la produzione ininterrotta di surplus rimaneva utilizzabile anche per scopi collettivi, almeno a livello potenziale.

Ø        poteva essere utilizzato sia per fini cooperativi che per scopi di profitto privato il lavoro universale, termine con cui si intende «qualunque lavoro scientifico, qualunque scoperta o invenzione. Esso dipende in parte dalla cooperazione tra i vivi e in parte dall’impiego del lavoro dei morti» (K. Marx, Il Capitale, Libro III, Cap. V, par. 4).

Ø        il “bene immateriale della conoscenza” (E. Graziani, 2008), anche in campo scientifico e tecnologico, può essere sempre utilizzato dagli esseri umani per fini cooperativi e senza brevetti di sorta, può essere riprodotto e replicato con relativa facilità dai non-inventori non deteriorandosi in seguito all’uso, costituendo pertanto un bene facilmente (anche se non inevitabilmente) condivisibile: può diventare un bene privato, ma anche e più facilmente un bene pubblico.

Ø        la terra continuò ad essere il “grande laboratorio” (Marx, Grundrisse) che forniva al genere umano sia “i mezzi di lavoro” che il “materiale di lavoro”; arsenale sempre suscettibile, almeno a livello potenziale, di essere destinato a processi di appropriazione collettiva da parte del genere umano, mentre considerazioni analoghe possono essere effettuate anche per l’acqua e le opere di irrigazione, partendo dai sumeri e dai famosi giardini pensili di Babilonia.[16]

Ø        una parte del suolo e dell’acqua continuò ad essere realmente proprietà collettiva, “proprietà tribale o comunitaria” (Marx, Grundrisse), anche dopo il 3700 a.C. e in larghe sezioni del pianeta.

Ø        anche altri oggetti del lavoro umano, come i metalli preziosi, le materie prime (rame, ferro, ecc.) e le diverse fonti energetiche (legname, carbone, idrocarburi, uranio, ecc.) hanno potuto essere appropriati realmente dal processo lavorativo umano sotto modalità di lavoro cooperativo e con una  proprietà collettiva, spesso statale, sempre durante il periodo postcalcolitico.

Ø        anche dopo il 3900 a.C. si riprodusse una “comunanza del lavoro” (Marx, Grundrisse) e una cooperazione lavorativa nei processi di riproduzione delle “condizioni comuni della produzione” (sempre Marx, Grundrisse): “sistemi di irrigazione”, “mezzi di comunicazione” (Marx, Grundrisse) ed opere di dissodamento del suolo.

Ø        anche dopo il 3900 a.C. almeno una parte variabile del suolo venne molto spesso coltivata in modo cooperativo dai produttori rurali, in una concreta “comunanza lavorativa” che divenne un “vero e proprio sistema” (ancora Marx, sempre nei Grundrisse) in larga parte del pianeta, ivi compresa l’Europa.

Ø        la manifattura prima, la grande industria molto in seguito divennero delle esperienze diffuse di stretta cooperazione nel processo produttivo proprio dopo il 3900 a.C., partendo dalla prima fase della società sumera: mezzi di produzione sociali suscettibili, sia potenzialmente che realmente, di processi di appropriazione collettiva in grado di assorbire il loro prodotto e surplus sociale.

Ø        alcune sezioni e frazioni dei produttori diretti sfruttati continuarono ad essere dei convinti sostenitori della “linea rossa”: uomini/donne in lotta più o meno aperta contro il sistema di sfruttamento classista, le disuguaglianze socioeconomiche e la miseria, anche se spesso utilizzando ideologie e relazioni organizzative di matrice religiosa.

Risulta possibile verificare l’esistenza di sette “orme”, subordinate/deformate, le quali attestano concretamente come i livelli qualitativi di sviluppo raggiunti dalle forze produttive nel periodo post-Calcolitico, almeno equivalenti a quelli della lunga fase storica precedente, permettessero potenzialmente sia la riproduzione di relazioni di produzione classiste che di quelli collettivistici, attraverso l’analisi di esperienze concrete che hanno interessato una parte minoritaria, ma reale del processo di sviluppo delle formazioni economico-sociali classiste dopo il 3900 a.C.: la “linea rossa” non sparì mai del tutto dall’orizzonte storico anche dopo quella data, coesistendo conflittualmente con l’alternativa ed egemonica tendenza socioproduttiva.

La prima “orma” riguarda la principale forza produttiva, l’uomo: la soggettività dei produttori diretti di oggetti di consumo, servizi e mezzi di produzione ha espresso infatti una propria tendenza collettivistica e antagonista rispetto ai multiformi rapporti di produzione e di distribuzione classisti, sintetizzabile sotto la categoria dei “rossi”.

Dopo il 3700 essa ha compreso al suo interno l’insieme di donne e uomini che, fin dal 2000 a.C. in Egitto, si sono ribellati apertamente contro l’oppressione e lo sfruttamento; ha inglobato tutti gli esseri umani che da quattro millenni hanno conservato e tramandato l’utopia di un mondo di liberi ed eguali, sotto forme laiche o religiose, ed ha sussunto tutti gli schiavi e i servi della gleba che, con la fuga o la lotta aperta, hanno sfidato i loro padroni e gli “eretici” comunisti sterminati periodicamente in Europa o nel mondo arabo; ha compreso al suo interno le grandi e periodiche ribellioni dei contadini cinesi e le espressioni politico-sociali più avanzate della classe operaia degli ultimi secoli, a partire dalle lotte dei Ciompi fiorentini fino ad arrivare ai nostri giorni. Per fortuna una parte variabile degli esclusi e delle vittime della “linea nera” si è sempre opposta, sotto forma aperta o clandestina, con la lotta o con il sogno collettivo ad occhi aperti, alla logica e alle costanti di fondo che hanno unito ed accomunato tutti i modi di produzione classisti succedutisi dal 3700 a.C. fino al nostro terzo millennio.

La seconda “impronta” storica si manifestò nella concreta riproduzione della parte subordinata del modo di produzione asiatico: questa categoria storico-teorica indica e comprende al suo interno tutte le formazioni economico-sociali contraddistinte sia dall'”inesistenza della proprietà privata del suolo” (lettera di Marx ad Engels, 2 giugno 1853) che diventava invece proprietà dello stato, che da una struttura dualistica in cui coesistevano e lottavano allo stesso tempo due diverse forme di rapporti sociali di produzione, creando una sorta di “centauro” composto da due settori socioproduttivi distinti ma inscindibili tra loro.

Il primo (e subordinato) lato del centauro era formato dalle comunità rurali agricolo-artigiane parzialmente collettivistiche, caratterizzate da una rete di solidarietà comunitaria e dall’appropriazione collettiva (in varie forme)  del prodotto delle attività lavorative comuni: in molti casi esse fondavano la loro attività produttiva su opere di irrigazione più o meno estese, alla cui costruzione e manutenzione contribuiva l’intera popolazione del villaggio.[17]

Il surplus creato da queste comunità semicollettivistiche veniva in larga parte estorto in modo coercitivo ai produttori diretti dall’autorità politica centrale e dagli apparati centrali-periferici dello stato; il nucleo centrale politico del modo di produzione asiatico, spesso rivestito di vesti divino-religiose, e le sue emanazioni periferiche costituivano l’altra (e principale) metà del “centauro” in oggetto, che si appropriava con la violenza/minaccia della violenza del plusprodotto erogato dalle comunità di villaggio fornendo spesso in cambio delle limitate prestazioni produttive, quali la direzione della creazione/manutenzione delle opere d’irrigazione e la regolamentazione delle forniture d’acqua a scopi irrigui, oppure limitandosi a svolgere delle attività meramente simbolico-magiche.[18]

Il modo di produzione asiatico rappresentò la relazione di produzione egemone in larghe zone del globo per archi temporali molto ampli, a partire dal 3700 a.C. fino al 1793 d.C. (India), coesistendo a volte con relazioni schiavistiche ad esso subordinate.[19]

La prima fase della società sumera (tardo-Uruk) fu contraddistinta dal possesso della proprietà fondiaria e del surplus da parte della casta sacerdotale, che si appropriò delle risorse produttive accadiche come casta collettiva monopolizzando il controllo delle opere collettive irrigue nell’area mesopotamica,  facendo in modo che le comunità di villaggio sumere fossero asservite alla casta sacerdotale, al “tempio” e all'”agenzia centrale” mediante la corvè ed altri obblighi lavorativi.[20]

In buona parte dell’India il modo di produzione asiatico si riprodusse su larga scala fino al 1793, partendo già dall’epoca precristiana: correttamente Marx affermò nel Capitale che “per esempio, le piccole, millenarie comunità indiane, che in parte sussistono tuttora, poggiano sul possesso collettivo del suolo, sulla combinazione immediata dell’agricoltura e dell’artigianato e su una divisione del lavoro stabile…”; benché fossero inquinate dal sistema delle caste, in esse era assente il possesso privato del suolo. “Nella forma più semplice, la comunità coltiva in comune la terra e ne distribuisce il prodotto tra i suoi membri, mentre ogni famiglia pratica la filatura, la tessitura, ecc. come mestiere domestico e sussidiario”.[21]

Il surplus veniva controllato ed estorto essenzialmente dagli apparati statali, mentre solo in piccola parte esso garantiva il mantenimento del capo del villaggio, del contabile, dell’ispettore delle acque e del maestro di scuola, del bramino e dei diversi artigiani specializzati.

Le civiltà pre-colombiane di Teotihuacan, olmeche, maya ed incas costituirono ulteriori esempi americani di formazione economico-sociali dualiste, con comunità agrarie almeno in parte collettivistiche sfruttate dai nuclei dirigenti politico-religiosi sempre in assenza di proprietà privata del suolo, mentre anche i regni cambogiani di Fu-nan (100-330 d.C.) e di Angkor adottarono il modello asiatico-idraulico nelle loro relazioni sociali interne di produzione/distribuzione.

In alcuni stati dell’Africa subsahariana, tra il 600 ed il 1500 d.C., si sviluppò un modo di produzione basato su una rete diffusa di clan e di villaggi in cui era assente il possesso privato del suolo e al cui interno vigevano delle relazioni diffuse di cooperazione nel processo produttivo agricolo: tali comunità dovevano fornire tributi regolari all’autorità politico-centrale, che prendeva tutte le decisioni fondamentali relative alla redistribuzione del surplus ed allo stesso possesso delle terre tra i diversi clan.

In tal modo si presentarono nell’arena storica africana una serie di regni contraddistinti da grandi città e da forme artistiche molto raffinate (sculture in legno), che ebbero un largo arco spaziale e temporale di esistenza: secondo lo storico J. Fage, questo tipo di modello è presente in buona parte dell’Africa Nera, nei regni lacustri dell’Africa orientale e negli stati Zimbabwe-Monopotama, nell’Africa occidentale con monarchie quali quelle del Benin.

«Si sostiene comunemente che le forme di governo monarchico organizzato sviluppatesi fra le popolazioni nere sub-sahariane, e probabilmente manifestatesi per la prima volta a un certo punto del primo millennio d.C., sono espressioni di un modello comune. Si credeva che il re fosse, se non un dio egli stesso, quanto meno discendente degli dei e quindi era separato dagli uomini comuni tramite una quantità di rituali. Raramente si mostrava in pubblico, generalmente dava udienza nascosto dietro una specie di cortina, comunicava quasi esclusivamente tramite dei portavoce e non poteva essere visto mentre compiva azioni terrene quali mangiare e bere. Era il rappresentante degli dei, in nome dei quali controllava l’uso delle terre da cui dipendeva la sopravvivenza del suo popolo, stabiliva il tempo della semina e del raccolto e occupava un ruolo centrale nelle grandi cerimonie che accompagnavano queste attività. Si riteneva che la fertilità del suolo, il regolare arrivo delle piogge, e quindi il benessere complessivo della comunità, dipendessero da lui e dalla continuità della sua prosperità; la sua infermità era una calamità che doveva essere dissimulata o, in alcuni casi, fatta finire con un’uccisione rituale. Alla sua morte, veniva sepolto in gran pompa in compagnia delle sue mogli e del suo seguito. Nella sua corte generalmente era riservato un posto importante alla grande regina o regina madre, che era il capo femminile della famiglia reale più che una moglie. Al di sotto del re c’era una gerarchia di grandi funzionari che governavano la corte e che imponevano ordine e tributi sulle comunità di clan e di villaggio dei suoi sudditi. I più importanti articoli del commercio a lunga distanza, quali l’oro, l’avorio, il rame e il sale, erano comunemente monopolio reale e la corte reale era il principale punto di concentrazione dei maggiori artigiani del paese, come quelli che lavoravano l’oro e i metalli più rari, i tessitori e i musici.»[22]

Passando all’area geopolitica cinese, il periodo storico compreso tra il 2100 e il 770 a.C. ha visto il dominio politico-sociale di una serie di aristocrazie guerriere, gli Xia, gli Shang e gli Zhou occidentali: durante questo arco temporale “sembra di potere desumere che la coltivazione avveniva collettivamente, sotto la supervisione di rappresentanti del sovrano. Tutta la terra coltivata era considerata come proprietà del re”.[23]

È appena il caso di rilevare come l’esperienza plurimillenaria del modo di produzione asiatico attesti che anche nel periodo post-Calcolitico fosse possibile concretamente la lavorazione e l’appropriazione collettiva di una frazione variabile della terra e che, d’altra parte, i nuclei dirigenti statali e i gruppi sociali ad esso legati riuscissero ad estorcere il surplus dalle comunità solo mediante la loro superiorità politica e militare rispetto ai produttori diretti rurali: il lato dominante del “centauro asiatico” riprodusse nel tempo uno sfruttamento sistematico delle masse contadine solo mediante l’utilizzo/minaccia di utilizzo di strumenti militari, coadiuvati da meccanismi di legittimazione religiosi e politici, “vampirizzando” i rapporti sociali di produzione semicollettivistici ad esso subordinati.

La terza orma lasciata dall’effetto di sdoppiamento, dopo il 3900 a.C., proviene da tre esperienze di “stati degli schiavi”, sorti sull’onda di alcuni dei rarissimi movimenti di manodopera servile e di liberi-poveri che riuscirono a rovesciare – purtroppo per brevi periodi – i rapporti di produzione e di potere schiavistici esistenti in aree geopolitiche relativamente estese.

Nel 136-132 a.C. venne alla luce un grande movimento armato di schiavi in Sicilia, che dopo aver battuto larga parte dell’esercito romano presente nell’isola elesse un proprio consiglio direttivo ed un leader indiscusso, di nome Euno. Durante il breve periodo di tempo in cui gli ex-schiavi controllarono buona parte dell’isola coniarono delle proprie monete, con inciso il nuovo nome preso da Euno (Antioco), e soprattutto essi riorganizzarono i rapporti di produzione rurali salvando dalla distruzione le sementi, le riserve e gli strumenti di produzione, distruggendo invece le relazioni schiavistiche prima esistenti e creando nuove “comuni” rurali di uomini liberi (purtroppo spazzate via dalla vittoria successiva delle armate romane): le “villae” romane, i grandi latifondi agrari vennero trasformate in nuclei produttivi di tipo cooperativo, con una precisa divisione sociale del lavoro al loro interno.

Nel regno di Pergamo (Asia Minore) una rivolta antiromana degli schiavi e dei poveri-liberi del regno guidata da Aristonico, figlio di un precedente sovrano, tra il 132 ed il 130 a.C. fondò un effimero “Stato del Sole” la cui ambizione era quella di diventare un regno della libertà e dell’uguaglianza dove non sarebbero esistiti né ricchi né poveri, né schiavi né padroni, riprendendo apertamente elementi sociopolitici collettivistici presenti nel culto della divinità solare diffusa in larghi strati popolari dell’Asia Minore e Siria: purtroppo anche in questo caso l’intervento vittorioso degli eserciti schiavistici romani mise fino ad un’esperienza ricca di notevoli potenzialità sovversive.

Nel 104-101 a.C. gli schiavi siciliani insorsero nuovamente e riottennero il controllo di larga parte dell’isola, eleggendo come loro capi Atenione e Trifone. Atenione invitò larga parte degli ex-schiavi a continuare a lavorare nelle grandi tenute conservando il massimo ordine e facendole diventare delle comunità di uomini liberi, come viene ammesso persino nell’opera dello storico romano-schiavista Diodoro, ma ancora una volta il processo di consolidamento dei nuovi rapporti di produzione collettivistici fu interrotto bruscamente dalla vittoria – ottenuta a caro prezzo – delle armate di Roma.

I casi storici sopraelencati costituirono degli episodi eccezionali, ma dimostrarono almeno la non-inevitabilità della riproduzione delle relazioni sociali schiavistiche e la possibile affermazione di altre ed ugualitarie modalità di produzione e distribuzione nel mondo antico, purché esse fossero concretamente sostenute dalla supremazia politica e militare acquisita dagli schiavi insorti.[24]

L’effetto di sdoppiamento trovò una sua nuova e parziale epifania post-Calcolitica nelle comuni rurali riprodottesi per lunghi periodi in presenza di rapporti di produzione feudali in Europa, nell’America Latina e in Vietnam (938-1862 d.C.): specialmente in Europa la comune rurale (di origine germanica, slava o celta, a seconda delle diverse aree geopolitiche) del periodo medioevale si sviluppò parallelamente e contemporaneamente alla dominante formazione economico-sociale feudale, ma anche dopo il 1492 le comunità solidaristiche di villaggio degli indios rappresentarono un pezzo importante delle realtà socioproduttive nell’America Latina dominata dal colonialismo spagnolo (gli ejidos e gli ayllu), come del resto in Scozia, Russia e nei paesi balcanici.[25]

La comune rurale medioevale di matrice germanica attraversò due fasi di sviluppo: nella prima non solamente la proprietà del suolo era comune, ma anche l’attività produttiva era svolta in modo cooperativo e il prodotto complessivo era ripartito secondo “i bisogni del consumo”, detratte le quote destinate alla riproduzione del processo produttivo ed estorte dai signori feudali, laici ed ecclesiastici

La comune rurale “arcaica” fu in seguito sostituita da una nuova “comune agricola dualistica” (Marx 1881), nella quale la terra rimase proprietà pubblica inalienabile venendo tuttavia divisa e ridistribuita periodicamente tra i suoi membri, in modo tale che ciascuno di essi potesse coltivarla e appropriarsi individualmente dei frutti del lavoro agricolo (detratte le quote di beni/lavoro destinate alla riproduzione del processo produttivo e alla classe feudale). Se i terreni destinati a pascolo o alla raccolta di legno/cacciagione erano sempre a libera disposizione di tutti i membri della comunità, spesso – ma non sempre – una parte consistente della terra era coltivata ancora in comune dai contadini, che comunque mantenevano sempre dei vincoli reciproci di solidarietà e mutuo appoggio durante alcuni momenti del processo produttivo nei campi, nel dissodamento dei terreni vergini e nella creazione/manutenzione delle opere di irrigazione.

In una lettera indirizzata nel 1881 a V. Zasulich, Marx notò correttamente che “la proprietà comune di tipo più o meno arcaico si ritrova dappertutto nell’Occidente europeo”, dalla Germania all’Irlanda per arrivare alla Russia, e in un passo memorabile distinse tra le due forme principali di comune rilevando per la prima volta alcuni segni concreti dell’esistenza dell’effetto di sdoppiamento nel processo storico di sviluppo del genere umano.

«Passiamo ora ad esaminare i tratti più caratteristici che distinguono la “comune agricola” dalle comunità più arcaiche:

1)       Tutte le altre comunità poggiano su rapporti di consanguineità fra i loro membri. Vi si entra alla sola condizione di essere parente naturale o adottivo. La loro struttura è quella di un albero genealogico. La “comune agricola”, tagliando il cordone ombelicale che la teneva legata alla natura, fu il primo raggruppamento sociale di uomini liberi non tenuto stretto da vincoli di sangue.

2)       Nella comune agricola, la casa e il suo complemento, la corte rustica, appartengono in privato ai coltivatori. La casa comune e l’abitazione collettiva erano invece una base economica delle comunità più primitive, era questo molto prima dell’introduzione della vita pastorale e agricola. Si trovano, certo, delle comuni agricole in cui le case, pur avendo cessato d’essere luoghi di abitazione collettivi, cambiano periodicamente possessore; ma si tratta di comuni che conservano il loro marchio di nascita, che cioè si trovano in uno stadio di transazione da una comunità più arcaica alla comune agricola propriamente detta.

3)       La terra coltivabile, proprietà inalienabile e comune, è periodicamente divisa fra i membri della comune agricola, in modo che ciascuno sfrutta per conto suo i campi che gli vengono assegnati e, in particolare, se ne appropria i frutti. Nelle comunità più primitive, il lavoro si svolge in comune, e il prodotto comune – eccettuata la quota destinata alla riproduzione – si ripartisce a seconda dei bisogni del consumo.

È ovvio che il dualismo inerente alla costituzione della comune agricola può dotarla di un’esistenza vigorosa. Emancipata dai legami forti ma ristretti della parentela naturale, la proprietà comune della terra e i rapporti sociali che ne discendono le garantiscono una solida base, mentre la casa e la corte rustica, dominio esclusivo della famiglia individuale, la coltura particellare del suolo e l’appropriazione privata dei suoi frutti, danno all’individualità un impulso incompatibile con la struttura delle comunità più primitive.

Tuttavia, non è meno evidente che, alla lunga, questo stesso dualismo può trasformarsi in un germe di decomposizione. A parte tutte le influenze maligne provenienti dall’esterno, la comune porta nel suo stesso grembo elementi deleteri. La proprietà fondiaria privata vi si è già insinuata sotto la forma di una casa con la sua corte rustica, che si può trasformare in una piazzaforte dalla quale si prepara l’assalto alla e contro la terra comunale. È un fatto al quale si è già assistito. Ma l’essenziale è il lavoro particellare come fonte di accumulazione privata; lavoro che dà luogo all’accumulazione di beni mobili come il bestiame, il denaro e, a volte, persino schiavi o servi.

Questa proprietà mobile, che sfugge al controllo della comune ed è il soggetto di scambi individuali in cui l’astuzia e il caso hanno buon gioco, peserà sempre più su tutta l’economia agraria. È questo il vero solvente della primitiva eguaglianza economica sociale. Esso introduce elementi eterogenei, che provocano in seno alla comune conflitti d’interessi e di passioni suscettibili di incidere dapprima sulla proprietà comune delle terre coltivabili, poi su quella delle foreste, dei pascoli, del suolo incolto, ecc., che, una volta convertiti in annessi comunali della proprietà privata, finiscono, a lungo andare, nelle sue mani.

Come… fase ultima della formazione primitiva della società, la comune agricola… è nello stesso tempo fase di trapasso alla formazione secondaria e, quindi, di trapasso dalla società basata sulla proprietà comune alla società basata sulla proprietà privata. La formazione secondaria, si intende, abbraccia tutta la serie delle società poggianti sulla schiavitù e sul servaggio.

Ma significa ciò che la parabola storica della comune agricola debba fatalmente giungere a questo sblocco? Nient’affatto. Il dualismo ad essa intrinseco ammette un’alternativa: o il suo elemento di proprietà privata prevale sul suo elemento collettivo, o questo s’impone a quello. Tutto dipende dall’ambiente storico nel quale essa si trova… Le due soluzioni sono, di per sé, entrambe possibili.»[26]

Fin dal 1881 Marx notò che “le due soluzioni” erano entrambe possibili, senza tuttavia attirare l’attenzione dei suoi eredi su questo punto nevralgico di natura storico-teorica.

La comune agricola in ambito feudale, parzialmente collettivistica, dimostrò un’eccezionale vitalità storica anche fuori dall’area dell’Europa centro-occidentale (600-1500 d.C.). In Vietnam si assistette per molti secoli alla coesistenza (non pacifica) tra domini feudali dei grandi proprietari terrieri, terre private e campi comunali (la maggioranza), suddivisi periodicamente tra contadini e signori feudali; nella Russia e nell’Europa meridionale la comune rurale si riprodusse su larga scala fino al XIX secolo; in larga parte nell’America Latina le comunità solidaristiche e prevalentemente collettivistiche degli indios hanno formato per tre secoli (1550-1850), dal Messico fino al Cile, un forte contraltare socioeconomico rispetto al colonialismo feudale spagnolo, come dimostra la grande diffusione nella regione andina di forme di relazione produttive quale l’ayni e la faena (lavori collettivi destinati a soddisfare sia bisogni individuali che comunitari); nelle regioni scozzesi restò per molti secoli in vigore (fino al 1746) il sistema per cui il  terreno era sorteggiato ogni anno tra i membri delle comunità e coltivato attraverso l’aratura in comune, mentre in Irlanda tra il 500 ed il 1100 d.C. il terreno da pascolo rimase proprietà collettiva della comunità domestica (tate), lasciata al massimo in possesso vitalizio a singoli membri della collettività.[27]

La capacità di autoriproduzione della comune rurale si rivela ancora più straordinaria se viene messa in collegamento con la parallela azione parassitaria esercitata nei suoi confronti dai rapporti di produzione e dagli apparati statali feudali, che estorsero ininterrottamente surplus e pluslavoro dalle comunità di base contadine. Infatti esse non si conservarono certo in una sorta di “vuoto storico”, ma all’interno di un rapporto di coesistenza-lotta con le strutture economiche, sociali e politiche classiste che egemonizzavano le diverse formazioni statali medioevali e post-medioevali, visto che nel feudalesimo le comunità rurali erano formate in larga parte dai servi della gleba, legati da un vincolo personale diretto con l’aristocrazia fondiaria laica/ecclesiastica che prevedeva una tassazione sulla persona del contadino-servo, prestazioni lavorative e/o monetarie a carico di quest’ultimo e il ritorno della proprietà al feudatario in mancanza di eredi del servo della gleba.[28]

Ad esempio in Russia la comune agricola dualistica (l’obscina), con la sua assemblea (myr), la redistribuzione periodica ed il possesso collettivo delle terre, mantenne una sua continuità storica a partire dall’XI millennio pur convivendo con  strutture feudali  quali i possedimenti terrieri ereditari (le votciny) dei boiari-principi, la barscina (periodi di lavoro gratuiti forniti ai proprietari terrieri) e l’obrok (pagamenti in natura, o in denaro o di rendite a vantaggio dei feudatari), al punto che la servitù della gleba (ancora parziale fino al 1500) costituì il fondamento della società russa poiché “il lavoro servile sostentava la piccola nobiltà e pertanto l’intera struttura dello stato”.[29]

La servitù della gleba divenne sempre più rigida e pesante per i contadini a partire dal XVI secolo, senza tuttavia distruggere la comune contadina che “suddivideva la terra tra i suoi membri ed era responsabile di tasse, reclutamenti militari e altri obblighi verso lo stato” (Riasanovsky) conservando il possesso di circa tre quinti del suolo russo, coltivato in buona parte attraverso modalità cooperative dai contadini.

In ultima analisi la comune rurale, nelle sue diverse forme e fasi di sviluppo storiche, rappresentò per secoli il lato secondario di un quarto “centauro” in cui l’egemonia era in ogni caso detenuta dai rapporti di produzione feudali ed in cui solo la superiorità politico-militare acquisita e conservata dall’aristocrazia fondiaria, laica o religiosa, permise l’estorsione sistematica di surplus ai contadini schiacciandone le frequenti rivolte e mantenendo nel tempo la loro forzata sottomissione. Solo la violenza dei conquistatori spagnoli, ad esempio, permise loro di schiacciare le carsiche rivolte dei contadini indios dell’America Latina, schiacciati ed oppressi per secoli da un sistema di tributi statali e feudali che gravava sulle loro comunità semicollettivistiche di villaggio, gli ejidos: dal 1536 fino alla rivolta di Tupac Amaru in Perù (1780) e dei contadini indios messicani, guidati dal sacerdote Hidalgo e da Morelos all’inizio dell’Ottocento, si sono susseguite numerose rivolte – sempre soffocate nel sangue – promosse dai produttori diretti rurali dell’impero coloniale spagnolo.[30]

Una quinta parziale e profondamente deformata manifestazione della “linea rossa” si ritrova nella riproduzione plurimillenaria delle manifatture e miniere statali.

Mentre il termine manifattura indica la produzione combinata in un medesimo luogo fisico di oggetti di consumo e/o di strumenti di lavoro da parte di gruppi più o meno consistenti di lavoratori, con diversi livelli di divisione sociale del lavoro al loro interno e in assenza della potente combinazione costituita dalla macchina utensile collegata a una fonte motrice naturale, va subito sottolineato come il carattere intrinsecamente sociale e collettivo della produzione manifatturiera consentisse sia l’appropriazione privata dei mezzi di produzione (e del loro prodotto complessivo) che quella pubblica, visto che una pratica millenaria ha dimostrato sia l’esistenza di manifatture di proprietà statale-collettiva che quella di opifici in possesso di imprenditori privati.

Il quinto “centauro” in cui si è parzialmente concentrato l’effetto di sdoppiamento è stato rappresentato proprio dalle manifatture statali e dalle miniere pubbliche.

Il lato nettamente subordinato e secondario di queste ultime fu infatti costituito dall’assenza di possesso privato dei mezzi di produzione e dalla mancanza di alienazione-compravendita-trasmissione ereditaria degli opifici pubblici, in assenza di decisioni vincolanti prese in tal senso da parte delle autorità statali: le manifatture statali attestano concretamente, con la loro stessa riproduzione materiale, come l’appropriazione privata dei mezzi di produzione e del surplus non fosse assolutamente collegata in modo “genetico” ed inevitabile allo sviluppo di un processo produttivo combinato e finalizzato ad un output variabile di beni materiali, mentre viceversa fossero possibili anche modalità alternative di utilizzo dei mezzi di produzione sociali diverse dal possesso ed appropriazione privata, provando con la loro stessa esistenza che l’imprenditore privato era una figura sostituibile con relativa facilità nel processo sociale di direzione delle forze produttive e  di produzione-scambio.

Tuttavia è innegabile che le manifatture pubbliche sorsero e si riprodussero via via in contesti storici caratterizzati sia dall’egemonia complessiva dei rapporti di produzione classisti (asiatici, schiavistici, feudali e capitalistici) che dal dominio di apparati statali che rappresentarono e difesero gli interessi generali delle classi privilegiate, neutralizzando in tal modo a priori qualunque funzione socioproduttiva alternativa degli opifici pubblici e determinando la caratteristica dominante di questo ” centauro”, per cui la loro forza-lavoro collettiva era composta via via da schiavi, servi della gleba o da protosalariati quasi totalmente privi di diritti.

Una prima rudimentale forma di manifattura pubblica si era già sviluppata nel regno sumero durante il IV millennio a.C., in un’epoca dominata da una teocrazia (“il tempio”) che dirigeva le attività agricole (orzo, grano) e i complessi lavori di irrigazione: sia nel campo della filatura e tessitura della lana, che avveniva mediante telai a mano, che della molitura dei cereali la nuova classe dominante progressivamente adottò il metodo organizzativo della concentrazione di centinaia di lavoratori in laboratori appositi e destinati ad un processo produttivo cooperativo.

«Le fasi di lavorazione più impegnative sono quelle della filatura e tessitura. E qui la soluzione adottata è di tutt’altro genere – una soluzione che nel ciclo dell’orzo viene applicata solo alla fase relativamente marginale della molitura in farina per i consumi interni. Si tratta del ricorso a lavoro schiavile, con concentrazione di manodopera soprattutto femminile e anche minorile, considerata più adatta per consuetudine domestica e soprattutto meno costosa per l’agenzia centrale. Le razioni alimentari sono infatti rapportate grosso modo al peso corporeo, e sono dunque minori per donne e bambini rispetto agli uomini: le razioni femminili sono sui 2/3 di quelle maschili per le donne adulte, e quelle per bambini sono ancora minori, circa la metà. Questa manodopera schiavile, nell’ordine delle centinaia di persone, viene concentrata in edifici appositi (a metà tra prigioni e laboratori tessili), e il suo rendimento lavorativo può essere facilmente controllato da sorveglianti e guardie.»[31]

Il prototipo sumero fu seguito da una serie numerosa e proteiforme di manifatture statali, tra le quali si possono ricordare brevemente gli opifici militari dei romani, le grandi manifatture tessili e gli zuccherifici egiziani nell’Egitto dell’alto medioevo islamico, l’Arsenale di Venezia (in cui lavoravano ventimila addetti, nel momento di massimo fulgore), le manifatture pubbliche francesi del Cinquecento-Settecento e le fabbriche metallurgiche russe del ‘700, in cui la forza-lavoro fu sempre composta prevalentemente da servi della gleba. In Cina, sotto la dinastia degli Han occidentali (206 a.C. – 24 d.C.), si formarono in molte città delle grandi officine statali che producevano su larga scala armi ed attrezzi agricoli, gioielli e tessuti e tali opifici pubblici mantennero quasi costantemente un ruolo significativo nel processo economico cinese per due millenni, mentre nell’Europa medioevale i bei e le risorse collettive dei Comuni non costituirono certo “un’economia marginale” (P. Grasso), ma un fattore materiale di proprietà collettiva vitale ed indispensabile per la stessa riproduzione delle società urbane, sostanziato nei mulini, terreni ed immobili venuti allora in possesso dei Comuni italiani ed europei.[32]

La sesta “orma” (parziale, subordinata e deformata) lasciata dalla “linea rossa” nel periodo post-Calcolitico si è espressa nei processi di cooperazione produttiva-distribuitiva e di statizzazione su larga scala dei mezzi di produzione verificatisi nell’epoca industriale in Europa occidentale, in Giappone e negli Stati Uniti nel corso del XIX e XX secolo, sotto l’egemonia della borghesia.

Dopo lo scoppio della Rivoluzione industriale, i livelli di sviluppo raggiunti via via dalle forze produttive sociali hanno permesso indubbiamente la riproduzione ininterrotta di rapporti sociali capitalistici, imperniati sullo sfruttamento del lavoro salariato e sulla produzione costante di plusvalore-pluslavoro da parte di questi ultimi: anzi tali relazioni di produzione e distribuzione borghesi sono rimasti egemoni per più di due secoli nell’area occidentale del globo, a dispetto delle frequenti crisi economiche, sociali e politiche da esse stesse provocate, con diversi gradi di intensità e multiformi ricadute sociopolitiche.

Ma il carattere sociale assunto dalle forze produttive, con la grande industria ed i trasporti moderni, ha fatto riemergere parallelamente e allo stesso tempo la “linea rossa” proprio all’interno delle più avanzate metropoli capitalistiche, anche se con forme molto deformate e in posizione nettamente subordinata rispetto all’egemonia complessiva detenuta dai rapporti di produzione classisti.

La cooperazione, secondo Engels, ha dimostrato nei fatti e fin dalla prima metà dell’Ottocento (pionieri di Rochdale, Owen, ecc.) che “tanto il mercante quanto il fabbricante sono persone di cui si può fare a meno”, mediante l’azione concreta delle società solidaristiche di consumo e di produzione.[33]

Pur tenendo conto dell’adozione da parte di una sezione del sistema cooperativo di logiche e pratiche di chiara matrice capitalistica, non si può non rilevare come agli inizi del terzo millennio l’International Cooperative Alliance rappresentasse circa 750.000 cooperative di consumo e di produzione attive in cento stati, con un numero totale di associati superiore ai 730 milioni di persone; persino negli Stati Uniti sono attive più di 48.000 cooperative con un giro d’affari annuale superiore ai 125 miliardi di dollari, mentre 34 milioni di statunitensi utilizzano elettricità fornita a prezzo di costo da cooperative elettriche.[34]

Forme “post-moderne” di utilizzo collettivistico dei mezzi di produzione sono emerse in modo subordinato anche nel nuovo ed emergente settore del software, contrapponendosi in parte alla gestione privatistica (Microsoft) e paramilitare (Arpanet, NSA) dei programmi computeristici: in particolare il sistema operativo Linux è diventato dal 1991 l’icona principale del software non proprietario, disponibile gratuitamente e continuamente modificabile mediante l’azione collettiva degli utenti di Internet.

Inoltre, come notò Engels nel 1878, l’esigenza oggettiva di una parziale e deformata socializzazione delle forze produttive sviluppatesi dopo l’inizio della Rivoluzione Industriale si è spesso imposta con forza nelle stesse società capitalistiche, anche superando la resistenza di ampie frazioni della borghesia dell’Ottocento e del XX secolo e dei suoi mandatari politici.

«In un modo o nell’altro, con trust o senza trust, una cosa è certa: che il rappresentante ufficiale della società capitalistica, lo Stato, deve alla fine assumerne la direzione. La necessità della trasformazione in proprietà statale si manifesta anzitutto nei grandi organismi di comunicazione: poste, telegrafi, ferrovie.

Se le crisi hanno rivelato l’incapacità della borghesia a dirigere ulteriormente le moderne forze produttive, la trasformazione dei grandi organismi di produzione e di traffico in società anonime e in proprietà statale mostra che la borghesia non è indispensabile per il raggiungimento di questo fine. Tutte le funzioni sociali del capitalista sono oggi compiute da impiegati salariati. Il capitalista non ha più nessuna attività sociale che non sia l’intascar rendite, il tagliar cedole e il giocare in borsa, dove i capitalisti si spogliano a vicenda dei loro capitali. Se il modo di produzione capitalistico ha cominciato col soppiantare gli operai, oggi esso soppianta i capitalisti e li relega, precisamente come gli operai, tra la popolazione superflua, anche se in un primo tempo non li relega tra l’esercito di riserva industriale. (…) Lo Stato moderno, qualunque ne sia la forma, è una macchina essenzialmente capitalistica, uno Stato dei capitalisti, il capitalista collettivo ideale. Quanto più si appropria le forze produttive, tanto più diventa un capitalista collettivo, tanto maggiore è il numero dei cittadini che esso sfrutta. Gli operai rimangono dei salariati, dei proletari. Il rapporto capitalistico non viene soppresso, viene invece spinto al suo apice. Ma giunto all’apice, si rovescia. La proprietà statale delle forze produttive non è la soluzione del conflitto, ma racchiude in sé il mezzo formale, la chiave della soluzione.

Questa soluzione può consistere solo nel fatto che si riconosca in effetti la natura sociale delle moderne forze produttive e che quindi il modo di produzione, di appropriazione e di scambio sia messo in armonia con il carattere sociale dei mezzi di produzione.»[35]

A partire dalla prima guerra mondiale, con Rathenau e lo sviluppo del capitalismo di stato tedesco, e soprattutto dopo la grande depressione del 1929-38 la storia del capitalismo dell’ultimo secolo ha mostrato la parziale validità della tesi di Engels, anche se la tendenza oggettiva alla statalizzazione dei mezzi di produzione si è scontrata ininterrottamente con una potente controtendenza politico-sociale, finalizzata a realizzare processi di privatizzazione del settore pubblico e promossa al momento opportuno dalla frazione (generalmente) maggioritaria della borghesia, mediante i suoi diretti e fidati mandatari politici: si pensi solo al fenomeno del thatcherismo “globalizzato” e privatizzatore affermatosi negli ultimi due decenni del XX secolo in larga parte del pianeta.[36]

Ma proprio in terra inglese il caso Northern Rock, la banca privata britannica fallita nei fatti e salvata nel febbraio 2008 dal governo  di G. Brown con la nazionalizzazione e una pesante iniezione di fondi pubblici pari a 25 miliardi di sterline, mostra con chiarezza la forza d’urto che assume la tendenza alla statizzazione nei momenti di crisi più gravi delle singole imprese e del sistema capitalistico nel suo complesso: nel modo di produzione capitalistico la “linea nera” ha spesso utilizzato in modo deformato (e paradossale) la controtendenza all’appropriazione collettiva delle condizioni e dei mezzi della produzione proprio per arginare le proprie tendenze autodistruttive, come ha dimostrato anche nel 2008  e con estrema chiarezza il “socialismo dei banchieri” di Bush e Brown.

L’ultima traccia post-calcolitica lasciata dalla “linea rossa” appare nell’epoca industriale ed è rappresentata dall’esperienza delle formazioni economico-sociali socialiste-deformate sviluppatesi, dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917, a fianco e simultaneamente con il mondo capitalistico. Risulta tuttavia necessario effettuare su questa materia “incandescente” una ipersintetica premessa, per fornire un inquadramento storico che rifletta almeno parzialmente sia la complessità e i “chiaroscuri” di sette decenni divenuti centrali per la storia contemporanea sia la natura socioproduttiva dell’esperienza sovietica, subito rilevando che secondo la corretta concezione marxiana del socialismo, prima fase di sviluppo del m.p. comunista sviluppato, la distribuzione del prodotto sociale complessivo avviene in base al lavoro erogato dai produttori e non in base ai bisogni, sottraendo inoltre a tale “scambio di equivalenti” (Marx, Critica al programma di Gotha) le detrazioni necessarie per il fondo di accumulazione e di riserva, del consumo sociale e delle spese per i disabili al lavoro, ecc.

Dal 1930 al 1989 le caratteristiche positive del “socialismo reale” in campo socioeconomico sono state:

Ø   la socializzazione della grande maggioranza dei mezzi di produzione, mediante sia il settore statale che quello cooperativo.

Ø   la nazionalizzazione integrale delle terre, dei boschi, delle acque e delle risorse minerali ed energetiche contenute nel sottosuolo dell’URSS.

Ø   l’assenza di processi di compravendita, privatizzazioni e trasmissioni ereditarie aventi per oggetto i mezzi e le condizioni sociali della produzione.

Ø   l’assenza di borse-valori per azioni, merci ed il capitale speculativo (futures, ecc.).

Ø   la pianificazione parziale del processo produttivo globale.

Ø   l’assenza di crisi economiche di sovrapproduzione.

Ø   l’inesistenza di un esercito di riserva industriale, ossia della disoccupazione.

Ø   l’assenza sia di esportazione di capitali all’estero che di estorsione su scala internazionale di surplus e sovrapprofitti (con la parziale eccezione del 1945-52, riguardante la Germania Orientale, l’Ungheria e la Romania).

Ø   l’inesistenza dei dividendi azionari, del profitto commerciale e della rendita fondiaria/speculativa all’interno dei paesi del “socialismo reale”.

Ø   la presenza di un robusto sistema di previdenza sociale per i lavoratori ed i cittadini, fondato sulla garanzia della piena occupazione e sull’erogazione gratuita di servizi essenziali, seppur modesti, per la salute, l’educazione, la vecchiaia e gli inabili al lavoro. Anche secondo lo storico occidentale Henry Hedelman «è esistito un campo principale in cui i regimi post-staliniani sono divenuti altamente competitivi e il consumo ha raggiunto uno standard internazionale elevato: la fruizione di servizi sociali».[37]

Ø   la presenza di prezzi politici molto bassi per elettricità e gas, generi alimentari di prima necessità, affitti e trasporti pubblici.

Ø   il parziale contenimento delle disuguaglianze sociali, le quali nella grande maggioranza dei casi rimasero ad un livello enormemente inferiore a quello esistente nel capitalismo. Su questo tema il feroce antisovietico M. Voslensky concluse che a metà degli anni Ottanta un importante capodivisione del Comitato Centrale del PCUS guadagnava mensilmente 450 rubli al mese, a cui si aggiungevano a suo avviso altri 300 rubli in buoni d’acquisto e benefit vari: “cinque volte di più dell’operaio e dell’impiegato ordinario”.[38] Un alto esponente della nomenklatura, quasi ai vertici del potere del partito comunista sovietico, guadagnava in sostanza meno di un trattorista siberiano dello stesso periodo storico, meno delle punte avanzate dell’aristocrazia operaia sovietica.

Ø   l’orario lavorativo di tipo “occidentale”, un’età pensionabile non elevata (55 anni per le donne negli anni Ottanta) e ritmi lavorativi molto meno intensi che nel capitalismo.

Ø   l’aumento costante del potere d’acquisto dei lavoratori sovietici verificatosi tra il 1945 ed il 1987.

Elementi negativi sono stati invece:

Ø   lo sviluppo progressivo delle disuguaglianze sociali, extra legali e “sommerse”, dato che fin dai tempi di Lenin sussistettero fenomeni relativamente diffusi di corruzione e arricchimento illecito da parte dei funzionari di partito e dei dirigenti industriali, utilizzando illegalmente fondi e mezzi di produzione pubblici e creando elementi reali di capitalismo di stato nell’area sovietica.

Ø   l’esistenza di un settore privato illegale-paralegale, vera e propria fonte di accumulazione primitiva per le mafie sovietiche.

Ø   il primato attribuito ininterrottamente per sessant’anni (1928-1988) alla produzione di mezzi di produzione, a scapito dei consumi di massa e dell’agricoltura, nella destinazione del surplus e del prodotto sociale: ad esempio in Unione Sovietica dal 1925 al 1958 la produzione dei mezzi di produzione era aumentata di 103 volte, mentre quella dei beni di consumo solo di 15,6 volte.[39]

Ø   la costante sottoproduzione di beni di consumo, con le sue inevitabili conseguenze: code nei negozi, penuria relativa di merci ed insoddisfazione crescente delle masse popolari dell’Unione Sovietica.

Ø   La grande massa di surplus sociale destinato ingiustificatamente all’apparato militar-industriale e spaziale, una volta raggiunto dopo il 1966/68 un livello più che ragionevole di sicurezza rispetto ai potenziali attacchi militari occidentali.

Ø   la bassa produttività e qualità media del lavoro sociale.

Proprio la sottoproduzione di mezzi di consumo, individuali e collettivi, è risultato il vero “tallone d’Achille” delle formazioni statali nate dopo l’Ottobre del 1917, solo parzialmente tamponato e coperto dall’idealismo rivoluzionario, dalle garanzie sociali acquisite e dal “patriottismo” sovietico, manifestatosi con particolare rigore nel 1918-20 e nel 1941-45.

Certo, anche nelle ipotesi e negli scenari più favorevoli qualunque formazione economico-sociale socialista avrebbe dovuto superare progressivamente la contraddizione generale che segna inevitabilmente la prima ed immatura fase di sviluppo del modo di produzione comunista moderno, facilmente individuabile nel conflitto esistente tra l’alto livello di sviluppo dei bisogni popolari (consumi materiali, tempo libero, cultura, sicurezza sociale, scuola e sanità) e il basso grado di sviluppo raggiunto dalle forze produttive sociali; ma la particolare combinazione formatasi nel “socialismo reale” tra il bassissimo grado iniziale di partenza delle forze produttive e gli elementi negativi sopra elencati ha fatto in modo che tale contraddizione generale assumesse nel “socialismo reale” ininterrottamente un carattere acuto (code, penuria economica) e a volte antagonistico, creando la base materiale per uno scontento di massa che a volte si trasformò in scioperi e movimenti di protesta, partendo da Kronstdat 1921 fino agli scioperi dei minatori russi del 1989-91.

La categoria di socialismo deformato, soprattutto per il primato dell’industria pesante e delle spese militari, esprime pertanto il carattere contraddittorio, le luci e le ombre dei rapporti sociali di produzione delle esperienze storiche di stampo sovietico, il cui nucleo centrale (positivo) era costituito dal possesso collettivo dei mezzi di produzione e dalla destinazione di larga parte del prodotto sociale al settore dei consumi e dei servizi sociali (sanità, scuola, pensioni, prezzi “politici” di molti generi alimentari e della casa) ed in cui la “linea nera”, costituita principalmente dagli elementi illegali di capitalismo di stato (appropriazione privata di risorse e beni pubblici da parte della nomenklatura di partito e dei manager delle industrie statali) risultava nettamente subordinata alla riproduzione dei rapporti di produzione e distribuzione collettivistici, basati sul principio socialista del “a ciascuno secondo il suo lavoro”.

Non si trattava di strutture produttive egemonizzate dal capitalismo di stato per l’assenza del mercato dei capitali, della disoccupazione strutturale e dei dividendi azionari, del profitto commerciale e delle rendite appropriate ed accumulate dai privati, oltre che per la nazionalizzazione integrale delle risorse naturali e per la mancanza di esportazione di capitali all’estero: se si vuole realmente osservare un concreto esempio di capitalismo di stato, si deve passare all’analisi della Russia post-sovietica e delle sue dinamiche nel periodo compreso tra il 1992 ed il 2008.

Ugualmente sbagliata appare la definizione di modo di produzione asiatico applicata all’esperienza sovietica da C. Preve, visto l’enorme aumento della produzione verificatosi in Unione Sovietica tra il 1922 ed il 1987, l’incremento sostanzioso verificatosi dopo il 1947 nel livello dei consumi popolari e l’alto grado di istruzione creatosi tra i cittadini del socialismo deformato, il peso consistente del settore cooperativo e la promozione “dal basso” di una larga parte dei quadri dirigenti sovietici in campo politico ed economico (Rita Di Leo).

Finita questa indispensabile premessa, risulta abbastanza agevole estrapolare dalla ricca esperienza sovietica (e post-sovietica) alcune lezioni storiche che interessano la teoria in esame e la verificano concretamente “sul campo”.

In primo luogo dopo il 1917 lo scenario politico-sociale e politico-economico mondiale si è realmente “sdoppiato” attraverso un processo di confronto/scontro tra il campo capitalistico e quello socialista-deformato, che è anche arrivato a dividere in due nazioni importanti quali la Germania (tra il 1948 ed il 1989), il Vietnam (tra il 1954 ed il 1975) e la Corea: ancora nell’aprile del 1922 una dichiarazione preparata congiuntamente da Lenin e da G. V. Cicerin, allora commissario del popolo per gli affari esteri della Russia sovietica, riconosceva pubblicamente che «nell’attuale epoca storica» si rende possibile per un tempo indefinito «l’esistenza parallela del vecchio regime sociale» (alias il capitalismo) «e del nuovo che sta sorgendo», la formazione economico-sociale/comunista nella sua prima fase di sviluppo.

Inoltre la pratica concreta ha mostrato come i rapporti di produzione collettivistici, anche se deformati, siano serviti concretamente tra il 1929 ed il 1989 ed in un quinto del globo come reali forze motrici ed indispensabili supporti socioproduttivi per un aumento esponenziale e pluridecennale delle forze produttive sovietiche, giunte dopo il 1933/35 ad un livello quantitativo e qualitativo quasi equivalente a quello esistente negli stessi decenni in Occidente in un processo di sviluppo realizzato per giunta in condizioni quasi proibitive.

La Russia del 1919-21 era infatti un paese afflitto da una corruzione spaventosa, tanto da far scrivere nel luglio del 1919 ad un vecchio bolscevico di Tula in una lettera a Lenin che «la concussione è ormai diffusa ovunque: senza tangenti i compagni comunisti non riuscirebbero a sopravvivere»; una nazione in cui un’inchiesta del 1920 scoprì che l’88% delle ragazze erano dedite saltuariamente alla prostituzione e in cui la carestia del 1921 provocò circa cinque milioni di morti, mentre nello stesso anno la produzione industriale si rivelò solo la settima parte del già basso livello del 1913.[40]

Inoltre l’Unione Sovietica fu costretta in seguito a sopportare una tremenda guerra contro il nazifascismo, che tra il 1941 ed il 1945 provocò la morte di più di 20 milioni di sovietici e la distruzione del 40% del suo prodotto nazionale globale, mentre tra il 1945 e il 1988 essa dovette anche affrontare una costosissima corsa agli armamenti, in primo luogo nucleari, per riuscire a competere quasi alla pari con la superpotenza statunitense; più volte, infine, i suoi quadri dirigenti commisero degli errori clamorosi (ed evitabili) in politica economica, estera e nella scelta delle priorità produttive-tecnologiche.

Nonostante questi gravi handicap, il tasso di incremento produttivo tra il 1929 e il 1978 risultò esente da crisi di sovrapproduzione e soprattutto raggiunse cifre molto elevate, tali da rendere l’Unione Sovietica la seconda potenza economica mondiale: la combinazione concreta tra la pianificazione ed il socialismo deformato, seppur tra grandi errori e (a volte) tragedie, trasformò la Russia dell’aratro in legno in quella dei trattori e delle grandi centrali elettriche, dello Sputnik e di Gagarin, come riconobbe in parte anche lo storico antistalinista I. Deutscher.[41]

I rapporti di produzione collettivistici rimasero in larga parte compatibili con i diversi livelli di sviluppo raggiunti dalle forze produttive in Unione Sovietica nei decenni compresi tra l 1928 ed il 1979, mentre le relazioni di produzione socialiste-deformate fino al 197678 sostennero abbastanza efficacemente l’urto e la trasformazione progressiva delle forze produttive, quasi equivalenti per livello di sviluppo a quelle occidentali nel periodo in esame, a dispetto del clamoroso errore commesso dai diversi nuclei dirigenti sovietici nell’attribuire costantemente il primato alla produzione di mezzi di produzione-distruzione anche dopo il 1948/50 (errore che alla fine ebbe degli effetti devastanti per l’Unione Sovietica e gli altri stati del Patto di Varsavia).

I dati ufficiali sovietici forniti nel 1987 da V. Zagladin danno un’idea complessiva sulla capacità dimostrata dalla formazione economico-sociale sovietica di riprodursi in forma allargata, in presenza di una progressiva escalation nello sviluppo delle forze produttive sociali, anche se il dato sulla produzione agricola si rivela estremamente basso e deludente.

«Nel 1985 in confronto al 1917 il reddito nazionale prodotto è aumentato di 138 volte, i fondi fissi di produzione di tutti i settori dell’economia sono cresciuti di 62 volte (nonostante le enormi perdite subite dal paese in questo periodo!). La produzione dell’industria in questo periodo è aumentata di 303 volte, quella dei mezzi di produzione di 669 volte, la produzione dell’agricoltura di 5,4 volte.

Come si presentano questi risultati in confronto allo sviluppo delle forze produttive del sistema capitalistico mondiale? Negli anni 1961-1985 l’aumento medio annuo della produzione industriale nei paesi del socialismo è stato pari al 6,9% (nei paesi del Comecon del 6,6%), nei paesi in via di sviluppo del 4,6%, nei paesi capitalistici sviluppati del 3,9%.

È noto che in conseguenza delle omissioni e degli errori di previsioni, nonché delle difficoltà di carattere oggettivo, negli ultimi anni i ritmi di crescita della produzione nell’URSS e in una serie di altri paesi del socialismo hanno subito un rallentamento. Ma il mondo capitalista ha conosciuto in questo periodo una serie di oscillazioni della produzione dovute alle crisi. Di conseguenza nei paesi socialisti il ritmo medio annuo di crescita della produzione è stato negli anni 1981-1985 del 5,5%, nel Comecon del 3,4%, nei paesi capitalistici sviluppati dell’1,8%. Nei paesi in via di sviluppo poi la produzione è diminuita in media dello 0,5% all’anno.»[42]

In terzo luogo proprio l’ultima fase dell’esperienza sovietica, dal 1988 fino all’agosto 1991, ed il successivo periodo post-sovietico dimostrano concretamente come sulla base di livelli di sviluppo delle forze produttive simili tra loro (dal punto di vista quantitativo e qualitativo) sia stata possibile e reale l’egemonia sia di rapporti di produzione collettivistico-deformati che di quelli capitalistici di stato; sia la storia sovietica che quella post-sovietica insegnano che sulla base di livelli quasi equivalenti di sviluppo delle forze produttive rimane possibile, sia a livello potenziale che concreto, anche il ritorno all’egemonia dei rapporti di produzione classisti/capitalistici, come avvenne negli anni seguenti al dissolvimento dell’Unione Sovietica verificatosi tra l’agosto e il dicembre 1991.

Certo, durante il quadriennio 1992-1996 il processo di restaurazione capitalistica guidato da Eltsin, Gaidar e Cubais determinò un calo della produzione industriale rispetto all’ultimo periodo sovietico che risultò quasi pari al 50%, ma non certo in misura tale da riportare la Russia al livello produttivo del Ruanda o da creare un decisivo salto di qualità negativo nei confronti dei primi anni Ottanta sovietici; eppure tra il 1992 ed il 1996 si verificò ugualmente un gigantesco processo di privatizzazione dei mezzi di produzione e dei servizi che fece riemergere vittoriosamente la “linea nera” e che ricostruì l’egemonia in Russia (ed in tutte le zone dell’ex URSS) dei rapporti di produzione fondati sull’appropriazione da parte di una minoranza dei mezzi di produzione e del surplus/pluslavoro, realizzando un esempio “chimicamente puro” di capitalismo di stato e un enorme processo di privatizzazione della proprietà statale attuato grazie al sostegno decisivo degli apparati statali e dei nuclei dirigenti politici russi del tempo.

Ancora nel giugno del 1991 venne infatti istituita una Commissione dei beni statali per la Russia, quasi contemporaneamente all’elezione di Eltsin a presidente della Federazione Russa, avvenuta nello stesso mese con il sostegno di un ampia maggioranza popolare (57% dei voti); nel novembre del 1991 venne posto a capo della Commissione Anatolij Cubais, il quale redasse con il suo protettore V. Gaidar un programma di privatizzazione dell’economia russa che entrò in vigore con un decreto del 29 dicembre 1991, pochi giorni dopo la fine formale dell’Unione Sovietica.

“Scopo della privatizzazione”, affermò Cubais in seguito, “era di costruire il capitalismo in Russia, e di farlo in pochi anni di attacco frontale, realizzando così norme di produzione che al resto del mondo avevano richiesto secoli”.[43]

Secondo il progetto Cubais-Gaidar, ogni cittadino russo avrebbe avuto intestato a suo nome una specie di pagamento in contante, attraverso un buono da usare solo a scopi di privatizzazione con una quota azionaria “uguale per tutti”, ma la realtà si mostrò molto diversa. Al posto del conto nominativo vennero emessi invece dei certificati di privatizzazione anonimi che potevano essere comprati-venduti dagli speculatori ad un prezzo irrisorio, visto l’altissimo livello dell’inflazione e la miseria di larga parte della popolazione, tanto che a metà del 1993 i “buoni” di privatizzazione valevano ormai solo un centesimo del loro valore iniziale; inoltre molti cittadini russi non ricevettero mai i loro voucher in una delle truffe più clamorose della storia economica, visto che nel 1993 su un totale di 148 milioni di buoni ne erano stati utilizzati solo 36 milioni.

Una parte significativa delle aziende russe fu auto-acquistata dai collettivi di lavoro (la “linea rossa”), utilizzando proprio i buoni-azione della forza-lavoro interna, ma moltissime altre imprese divennero preda di speculatori e uomini d’affari anche grazie ai sovrammenzionati prezzi d’acquisto stabiliti per le imprese da privatizzare; altre ancora, circa il 2% del totale, conobbero una combinazione tra le due prime ipotesi.

«D’altro canto, alcuni uomini d’affari e “fondi buoni” di recente formazione avevano fatto incetta di buoni dal resto della popolazione a bassissimo prezzo, e cercavano il modo di investirli proficuamente. In questi casi non furono indette aste, e i beni furono venduti per il loro “valore base”. Così alcune grandi imprese passarono in mani private a prezzi assurdamente bassi.

Per esempio, un famoso cantiere navale di Pietroburgo, le Officine baltiche, fu messo in vendita per 150 milioni di rubli, pagabili con buoni. Contemporaneamente il prezzo del grande magazzino di giocattoli Malys, sul Nevskij Prospekt, la principale via di negozi pietroburghese, era di 701 milioni di rubli. A Mosca l’Hotel Minsk, un edificio di medie dimensioni, fu venduto per una somma in buoni del “valore” nominale di 200.000 rubli. Di contro, il gigantesco stabilimento automobilistico Zil, che occupa a Mosca più di diecimila ettari, fu privatizzato (in base alla prima variante) per 800.000 rubli in buoni, raccolti in ogni parte della Russia. Una serie di impianti sportivi, attrezzature portuali e fabbriche furono venduti a prezzi bassissimi in buoni. La Fabbrica di macchinari degli Urali, più nota con l’acronimo russo Uralmaš, che era stata il più grande stabilimento dell’URSS e lo era ancora della Russia, e impiegava più di 100.000 lavoratori, fu privatizzata nel giugno 1993 in cambio di buoni. Ne fu stabilito il valore in 1,8 miliardi di rubli, pari al cambio di allora a 2 milioni di dollari. Cosa si comprerebbe con 2 milioni di dollari nel cuore di New York? Sì e no un appartamento di lusso.

Il pacchetto azionario di controllo dell’Uralmaš fu comprato dall’uomo d’affari moscovita K. Bendukidze (di cui parleremo ancora nel capitolo “La nuova classe della Russia”), già fondatore di una società biotecnologica.

Uno stabilimento gigantesco come l’Uralmaš non si avvantaggiò passando in mani private. Per un serio investimento che modernizzasse gli impianti occorrevano non buoni ma dollari sonanti, a milioni se non a centinaia di milioni, che i nuovi proprietari non possedevano. Neanche i nuovi proprietari di questi grandi stabilimenti trassero molto beneficio dal loro acquisto, perché nelle condizioni generali di declino industriale gli stabilimenti non davano profitti; di fatto riuscivano a malapena a tenersi a galla.»[44]

Sempre sotto questo profilo va rilevato che anche se il valore reale della famosa fabbrica d’automobili Zil era stimato nel 1992 attorno ai 4 miliardi di dollari, essa fu venduta ad un millesimo del suo valore reale e che se tra il 1992 ed il 1994 vennero privatizzate 88.577 aziende, il sessanta per cento circa del totale, larga parte delle attività produttive dimesse o regalate ai privati cessò l’attività produttiva nel giro di breve tempo.[45]

Nel 1994-97 il processo di privatizzazione entrò in una nuova fase toccando i “bocconi” più prelibati,  il settore energetico e quello minerario. Si attuò la cosiddetta “vendita del secolo”, in sostanza aste a prezzi combinati: ad esempio, l’Associazione russa degli industriali del petrolio denunciò nel 1995 che il valore di mercato delle aziende in vendita nel loro settore era stato spesso ridotto di 50-70 volte. I neocapitalisti russi rilasciarono dei prestiti in larga parte fittizi allo stato in cambio delle azioni dei settori più redditizi, industrie energetiche (gas e petrolio), alluminio, materie prime e metalli preziosi ed in tal modo si formò una ristretta oligarchia monopolista composta da nomi divenuti famosi quali Khodorkovsky, Fridman e Shtyrov (petrolio, diamanti), Gusinsky e Abramovic.[46]

Secondo una stima della Literaturnaja Gazeta del maggio 2002, nel primo anno dell’era Putin l’Unione degli industriali e imprenditori della Russia controllava ormai tre quarti della ricchezza del paese e quattro quinti del PIL russo, mentre sempre all’inizio del nuovo millennio erano state privatizzate anche larga parte delle imprese della telecomunicazione e del trasporto ferroviario del paese.

Si trattò di una strategia generale a favore delle privatizzazioni basata su una precisa scelta di campo filo-capitalistica (di stato) che si disinteressava della stessa razionalità economica, come ha rilevato lo stesso Cubais nel suo libro Storia della privatizzazione russa.

«Dovevamo decidere di continuo questioni di rapporti tra fini e mezzi. Ma io ritenevo, e ritengo tuttora, che la creazione della proprietà privata in Russia un valore assoluto [per cui lottare]. Per ottenere questo obbiettivo era necessario a volte sacrificare certe idee schematiche di efficienza economica. Queste sono categorie che si misurano con metri diversi. L’efficienza economica esiste su una scala di uno o due o dieci anni, la proprietà privata opera su una scala di cento o mille anni.»[47]

In effetti la “linea nera” opera realmente su una scala temporale plurimillenaria, da Nevali Cori fino a Cubais e Putin, tanto che nel 2003 la riforma fiscale attuata dal governo di quest’ultimo ha introdotto una tassa unica con un’aliquota del 13% uguale per tutti, poveri e miliardari, operai e borghesi, venditori di strada e multinazionali.

L’ultima lezione che ci regala la storia dei processi storici sovietici e post-sovietici riguarda la centralità della lotta politica e dei rapporti di forza politici (in primo luogo politico-militari) nella risoluzione del conflitto esistente tra i rapporti di produzione collettivistici (deformati) e quelli capitalistici: risulta infatti evidente che  dal 1986 al 1992 il fattore decisivo per la dinamica delle relazioni di produzione sociale fu rappresentato in Unione Sovietica dalla trasformazione dei rapporti di forza politici esistenti in precedenza tra le forze comuniste ed anticomuniste, tra i sostenitori del sistema economico-sociale socialista e i fans del “libero mercato” e della proprietà privata dei mezzi di produzione.

Il crescente e diffuso malcontento popolare per le lunghe code e la penuria relativa di mezzi di consumo, già ai livelli di guardia nel 1986-87; le rinascenti ed esplosive spinte nazionalistiche nelle repubbliche non-russe (Armenia e Azerbaigjan, Asia Centrale e paesi baltici, ecc.); lo spostamento di larga parte dei giovani, dei minatori e delle grandi città russe a favore dell’anticomunista dichiarato B. Eltsin, aperto sostenitore dell’Occidente e del capitalismo; gli scioperi dei minatori del 1989-91 e la crescente demoralizzazione e disgregazione del PCUS; l’elezione trionfale di B. Eltsin a presidente della Federazione Russa nel giugno del 1991 e il fallimento totale dell’iper-disorganizzato golpe militare attuato nell’agosto 1991 dall’ala “dura” del partito comunista formarono i tasselli principali di un declino accelerato del peso politico, del prestigio e del consenso detenuto da quest’ultimo, che fu accompagnato parallelamente dall’innegabile crescita nel potere d’urto delle forze liberal-borghesi e dalla successiva presa del controllo dei gangli decisivi dell’apparato statale, delle forze armate e dei servizi segreti da parte di queste ultime.

La nuova borghesia russa, composta dai piccoli affaristi del mercato nero, da ex funzionari comunisti e soprattutto dalla Mafia russa, vinse innanzi tutto sul piano politico lo scontro con il partito comunista, ormai entrato in uno stato semi-comatoso e da anni diviso tra riformatori gorbacioviani e “ala dura”, incassando subito dopo l’ascesa al potere di Eltsin i dividendi socioeconomici del proprio trionfo politico (sponsorizzato e sostenuto dal democratico Occidente capitalistico).

«Nel giro di pochi mesi, dopo il golpe del 1991, la Mosca di Elcin ha incominciato ad essere dominata dalla presenza di questa prorompente “nuova imprenditoria”. Gli spazi ove sino a poco tempo prima si allungavano le code per il pane, le patate, le mele, diventavano mercati ove era possibile trovare di tutto, computer americani e biscotti danesi, biancheria italiana, e birra tedesca. Il panorama urbano appariva profondamente cambiato: si pensi alle insegne dei nuovi negozi, a quel che si intravede al di là dei vetri delle finestre degli uffici delle ditte giapponesi, italiane, francesi, ove lavorano migliaia di segretarie, centinaia di piccoli manager (e anche a quella che viene chiamata la “nuova criminalità” con le vittime che sono oggi banchieri, commercianti, costruttori di case)…»[48]

In altri termini, i “nuovi ricchi” russi e le multinazionali straniere attuarono in pochi anni una gigantesca accumulazione primitiva capitalistica, creando soprattutto per via politica e con mezzi politici il dominio della “linea nera” socioproduttiva in Russia.

Un veloce excursus attorno a sei millenni di storia ci porta pertanto a concludere che anche nel periodo post-Calcolitico l’effetto di sdoppiamento abbia continuato ad esercitare la sua azione storica, sebbene la “linea nera” sia riuscita finora quasi sempre a prevalere su quella collettivistica ponendola forzatamente in una posizione subordinata/deformata o allo stato latente, grazie soprattutto al controllo (quasi) costante esercitato sugli apparati statali dalle classi sfruttatrici.

La seconda conclusione che si può trarre è che tra i due litiganti il “terzo” (alias la sfera politico-statale) ha costantemente assunto un ruolo decisivo. La coesistenza/lotta tra la linea rossa e quella classista ha prodotto e riprodotto per millenni il primato della lotta politica, tesa e finalizzata al decisivo e vitale controllo del potere statale e degli apparati decisionali, di controllo e repressivi: controllo decisivo proprio per il successo storico dei rapporti di produzione fondati sull’appropriazione da parte di una minoranza delle forze produttive e del surplus sociale, o viceversa per la “rivincita” dei rapporti di produzione collettivistici (vedi URSS nel 1917-90). Proprio i concreti rapporti di forza politici (politico-militari, ecc.) via via creatisi tra le diverse classi e frazioni di classe hanno fatto la differenza tra le “due linee”, provocando quasi sempre negli ultimi millenni la prevalenza di rapporti di produzione classisti, asiatici, schiavistici, feudali o capitalistici: rapporti di produzione coercitivi, che si sono basati e si fondano tuttora principalmente sull’utilizzo/minaccia dell’uso della forza da parte delle classi privilegiate, esercitata di regola attraverso i loro mandatari politici e gli apparati statali da esse controllati, direttamente o indirettamente.

Ad ulteriore sostegno di queste tesi, risulta utile analizzare altre due concrete situazioni storiche, estremamente diverse tra loro: lo scenario romeno del 1600-1800, brevemente descritto da Marx nel Capitale, e quello cinese del 1977-2008.

La regione della Valacchia era rimasto uno stato vassallo dell’impero turco per quattro secoli, dal 1419 fino all’ottobre del 1826, e dopo quella data essa venne sottoposta per quasi otto anni al controllo diretto russo prima di ottenere una parziale indipendenza e di costituire il nucleo centrale dello stato romeno.[49]

Sul piano socioproduttivo la zona valacca era contraddistinta da un dominio plurisecolare dei feudatari boiardi, via via accentuatosi nel corso del XVII e XVIII secolo, mentre le giornate di corvee erano la forma principale di sfruttamento dei contadini rumeni. Ma la “corvata”, la forma di pluslavoro erogata gratuitamente dai contadini rumeni a favore dell’aristocrazia feudale, costituì il sottoprodotto ed il risultato di una correlazione di potenza politico-militare favorevole ai secondi, e non certo l’esito inevitabile e necessario di un determinato livello di sviluppo storico delle forze produttive: i “ladri della terra” valacchi, come li definì correttamente Marx, prevalsero sui contadini soprattutto con la “critica delle armi” e l’appoggio degli apparati statali ottomani (e poi zaristi).

«Nei principati danubiani la corvata si trovava accanto a rendite in natura e altre conseguenze della servitù della gleba, ma era il tributo più importante per la classe dominante. In simili condizioni la corvata derivava raramente dalla servitù della gleba, ma al contrario quest’ultima derivava dalla corvata. Questo accade alle province rumene. Il loro primitivo modo di produzione si basava sulla proprietà comune, ma non sulla proprietà comune nella forma slava o addirittura indiana. Una parte delle terre era coltivata in forma indipendente dai membri della comunità, quale libera proprietà privata, un’altra parte – l’ager publicus – era lavorata in comune dagli stessi membri. I prodotti di questo lavoro comune in parte costituivano il fondo di riserva per raccolti cattivi e per altre circostanze, in parte costituivano il tesoro pubblico per sostenere le spese della guerra, della religione e di altri bisogni della comunità. Con l’andare del tempo dignitari militari ed ecclesiastici usurparono la proprietà comune e allo stesso tempo i servizi che le erano connessi. Il lavoro dei liberi contadini sulla terra della loro comunità divenne corvata per i ladri della terra della comunità e contemporaneamente si svilupparono pure rapporti di servitù, ma di fatto e non di diritto, fino a che la Russia, liberatrice del mondo, con il pretesto di abolire la servitù della gleba, la sollevò a legge. Il codice della corvata, proclamato dal generale russo Kisselev nel 1831, fu naturalmente dettato dagli stessi boiardi. In tal modo la Russia, d’un sol colpo, conquistò i magnati dei principati danubiani e gli applausi dei cretini liberali di tutta l’Europa.»[50]

Grazie ai loro agganci privilegiati e alla loro superiorità politica, militare ed organizzativa, gli avidi feudatari romeni “usurparono la proprietà comune” devastando la linea rossa all’interno della Valacchia ed instaurandovi l’egemonia incontrastata dei rapporti di produzione semifeudali.

Se si passa invece all’esame della storia della Cina Popolare durante gli ultimi tre decenni, emerge chiaramente come dopo il 1977 la scelta strategica dei nuclei dirigenti del Partito Comunista Cinese, a partire da Deng Xiao Ping fino ad arrivare a Hu Jintao sia stata quella di introdurre una forma di NEP, con modalità abbastanza simili all’opzione leninista applicata nell’Unione Sovietica tra il 1921 ed il 1928.

Mentre nei tre decenni presi in esame la proprietà del suolo, delle risorse naturali e (in stragrande maggioranza) del settore bancario è rimasta pubblica, il settore statale e cooperativo venne affiancato via via da una sfera produttiva nell’agricoltura, nei servizi e nell’industria posta sotto il possesso-controllo del capitalismo nazionale e delle multinazionali straniere: nel 20002008 il rapporto tra i due segmenti in campo industriale e bancario era approssimativamente di tre a due a favore del settore statale e cooperativo, senza però tener conto delle riserve monetarie straniere di proprietà statale, pari nel giugno del 2008 a circa 1800 miliardi di dollari ed a circa il 50% del prodotto nazionale lordo cinese al suo valore nominale.

A giudizio di chi scrive i lati negativi della “NEP cinese” (disoccupazione al 4,3% nel 2007, aumento delle disuguaglianze sociali e degrado del sistema sanitario, forza di pressione notevole acquisita dal capitalismo autoctono e straniero e diffusione della corruzione) rimangono molto inferiori ai risultati positivi e ai successi ottenuti dalla Cina Popolare tra il 1977 ed il 2008: aumento di circa dieci volte del prodotto nazionale e quintuplicazione del salario reale degli operai e impiegati cinesi nel periodo in esame, larghissima diffusione dei generi di consumo tra i lavoratori delle campagne e delle città. Tra il 1978 ed il 1999, a Shangai i metri quadrati a disposizione nelle abitazioni sono passati da 4,5 a testa fino a 10,9; per ogni cento famiglie, il numero delle biciclette è passato da 65 a 139, quello delle TV a colori da zero a 144; dei frigoriferi da zero a 103; delle lavatrici da zero a 93; dei telefoni fissi da zero a 79. (Repubblica, novembre 2001), mentre nei primi otto anni del nuovo millennio si è verificato un nuovo salto di qualità nel potere di acquisto reale dei lavoratori cinesi, sia rurali che urbani.[51]

Ma al di là della valutazione storico-politica della dinamica socioproduttiva di questi tre decenni, emerge subito evidente come la diffusione del settore privato sia stato il sottoprodotto di una scelta politica generale dei nuclei dirigenti cinesi, giudizio che del resto vale per la particolare coesistenza-lotta creatasi tra i due grandi segmenti in cui è diviso il processo produttivo cinese. Allo stesso tempo sono state proprio le opzioni socioproduttive generali individuate dal partito comunista a impedire finora in Cina la creazione di processi di privatizzazione selvaggia dei mezzi di produzione, salvando invece integralmente la proprietà statale del suolo e delle risorse naturali ed evitando dinamiche simili a quelle verificatisi nella Russia di Eltsin-Cubais, nell’ex Repubblica Democratica Tedesca e nei defunti stati del socialismo deformato di matrice sovietica: anche nello scenario cinese si afferma insomma il primato della sfera politica, centralità determinata e riprodotta a sua volta dalla lotta più o meno aperta via via sviluppatasi tra le due tendenze sviluppatesi dopo il 9000 a.C. nella sfera dei rapporti sociali di produzione, tra la “linea rossa” e la “linea nera” nell’era post-surplus e successiva al “Grande Evento” neolitico.

Dopo il 1927/28 e fino ai nostri giorni, la Cina ha rappresentato la migliore conferma su scala mondiale dell’effetto di sdoppiamento.

A parità del livello qualitativo delle forze produttive sociali (escludendo alcune punte produttive più avanzate), dal 1928 fino al 1948 si sono via via formate delle “basi rosse” controllate dal partito comunista con già al loro interno alcuni elementi collettivistici, zone rosse che si sono contrapposte per un ventennio al  predominio dei rapporti di produzione capitalistici e semifeudali nel resto della Cina.[52]

Dopo il 1948/49 e fino al 1970, l’egemonia acquisita progressivamente dalla”linea rossa” nella Cina continentale è stata contrastata dal dominio simultaneo dei rapporti di produzione capitalistici in parti geopolitiche significative del gigantesco paese asiatico quali Taiwan, Hong Kong e Macao, sempre in presenza di una parità approssimativa nel livello qualitativo di sviluppo delle forze produttive.

Dopo il 1976/77 e fino ai giorni nostri, una subordinata “linea nera” di matrice capitalistica ha ripreso forza e vigore anche nella Cina continentale, seppur sovrastata dall’egemonia di relazioni sociali di produzione collettivistiche, di matrice statale o cooperativa.

Al fine di verificare la riproduzione dell’effetto di sdoppiamento è stato necessario accertare se:

–         A parità approssimativa di sviluppo qualitativo delle forze produttive, possano crearsi parallelamente due diverse forme di rapporti di produzione in due o più formazioni politico sociali autonome, in aree geografiche vicine e nello stesso periodo storico.

–         Nello stesso ramo produttivo (agricolo-manufatturiero-industriale) di una stessa formazione politica possano riprodursi fianco a fianco due diverse forme di rapporti di produzione, in una certa fase storica.

–         Il possesso collettivo dei mezzi di produzione possa trasformarsi in una loro proprietà privata, o viceversa, all’interno di una stessa formazione statale ed a parità approssimativa nello sviluppo qualitativo delle forze produttive.

Ma la teoria in oggetto deve superare in ogni caso altre prove e “collaudi”.


[1] R. R. Wilk, “Economie e culture”, pp. 140-149, ed. Mondadori

[2] J. Mason, “Un mondo sbagliato”, pp. 203-204, ed. Sonda

[3] Mason, op. cit.,  pp. 206-207

[4] Rifkin, “Ecocidio”, p. 62

[5] M. Gimbutas, “Il linguaggio della Dea”, p. XX/3, ed. Neri Pozza

[6] S. Piggt, op. cit., p. 91-93

[7] Autori vari, “Le radici dell’Europa”, p. 100, ed. Mondadori

[8] M. Sabattini, op. cit., p. 38

[9] op. cit., pp. 39-43

[10] J. Wilson, op. cit., pp. 200-202

[11] C. W. Ceram, op. cit., p. 211-212 e J. Wilson, op. cit., p. 134

[12] Ceram, op. cit., p. 248 e B. Fagan, “Le origini degli dei”, p. 136, ed. Sperling e Kupfer

[13] “Storia del mondo antico”, op. cit., vol. I, pp. 285-287

[14] Pepe Rodriguez, “Dio è nato donna”, pp. 78-178, ed. Editori Riuniti

[15] J. Diamond, op. cit., p. 220

[16] G. Altamore, “Acqua Spa”, p. 205, ed. Mondadori

[17] K. Marx e F. Engels, “India, Cina e Russia”, p. 13, ed. Saggiatore

[18] Marx, “Il Capitale”, libro I, sez. V, cap. 14

[19] Autori vari, “Le radici prime dell’Europa”, p. 331, ed .Laterza

[20] M. Liverani, op. cit., p. 49

[21] Marx, “Il Capitale”, Libro I, Cap. XXII, Par. IV

[22] J. R. Fage, “Storia dell’Africa”, p. 39, ed. SEI

[23] M. Sabattini e P. Santangelo, op. cit., p. 87

[24] S. I. Kovaliov, op. cit., libro I, pp. 342-345/381

[25] K. Marx, “Grundisse”, vol. III, pp. 99-120, ed. La Nuova Italia

[26] K. Marx, “Russia, India e Cina”, op. cit., pp. 240-241

[27] M. Weber, “Storia economica”, pp. 29-30, ed. Edizioni di Comunità

[28] P. Castagneto, “Schiavi antichi e moderni”, p. 19, ed. Carocci

[29] N. V. Riasanovsky, “Storia della Russia”, pp. 125-190, ed. Bompiani

[30] H. Herring, “Storia dell’America Latina”, pp. 335-346, ed. Rizzoli

[31] M. Liverani, op. cit., pp. 54-55

[32] Chien lo-Tsan, “Storia della Cina”, p. 26, ed. Editori Riuniti

[33] Engels, “Antiduhring”, p. 281, ed. Editori Riuniti

[34] J. Rifkin, “Economia all’idrogeno”, p. 275, ed. Mondadori

[35] Engels, “Antiduhring”, pp. 296-297, ed. Editori Riuniti

[36] L. Villari, “L’insonnia del Novecento”, pp. 53-55, ed. Mondadori

[37] A. Guerra, “Il crollo dell’impero sovietico”, p. 46, ed. Editori Riuniti

[38] M. Voslensky, “Nomenklatura”, pp. 89, 209-247, ed. Longanesi

[39] R. Medvedev, “La Russia  post-sovietica”,pag. 5962, ed. Einaudi

[40] O. Figes, “La tragedia di un popolo”, pp. 835-931-937, ed. Corbaccio

[41] G. Boffa, “Storia dell’Unione Sovietica 1917-27”, p. 185, ed. l’Unità

[42] V. Zagladin, “Attualità della Rivoluzione d’Ottobre”, p. 42, ed. Teti

[43] Roj Medvedev, “La Russia post-sovietica”, pp. 95-96, ed. Einaudi

[44] Medvedev, op. cit., pp. 101-102

[45] A. Rubbi, “La Russia di Eltsin”, pp. 134-138, ed. Editori Riuniti

[46] P. Sinatti, “Sole 24 Ore”, 21/07/2002

[47] Medvedev, op. cit., p. 105

[48] A. Guerra, op. cit., pp. 197-198

[49] G. Castellan, “Storia dei Balcani”, pp. 173/228, 246-248 e 324-330, ed. Argo

[50] Marx, “Il Capitale”, Libro I, cap. VIII, par. II

[51] M. Panara, “Repubblica”, 19/11/2001 e L. Maitan, “La rivista del Manifesto”, maggio 2001

[52] E. Collotti Pischel, “Le origini ideologiche della rivoluzione cinese”, pp. 227-228, ed. Einaudi


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