Capitolo Tredicesimo

La costante di Sargon

Parte Seconda

Sotto il dominio dell’imperialismo finanziario il processo di trasferimento di plusvalore-surplus dalle “periferie” coloniali-neocoloniali ai nuovi stati (ed imprese)-vampiro è stato in parte nascosto dall’azione apparentemente neutrale delle leggi di mercato e dello scambio formalmente “equo” di natura commerciale e finanziaria, mentre il processo di decolonizzazione (1945-61) e l’indipendenza politica formale raggiunta dalle ex colonie africane ed asiatiche hanno creato un ulteriore schermo politico ai principali meccanismi di trasferimento unilaterale del surplus su scala internazionale.

Tuttavia, a dispetto di questi “veli di Maya”, la fase imperialistica del m.p. capitalistico (1875-2008…) è stata caratterizzata dalla costruzione-riproduzione del più gigantesco sistema di sfruttamento internazionale mai visto nella storia delle società di classe: dal 1875 fino ai nostri giorni si è assistito allo spettacolo di “stati particolarmente ricchi e potenti che saccheggiano tutto il mondo mediante il semplice taglio delle cedole” (Lenin, prefazione all’opera Imperialismo) e, attraverso tutta una serie di strumenti di rapina, le potenze imperialistiche hanno operato concretamente e costantemente negli ultimi 140 anni per sfruttare il mondo extraeuropeo, coinvolgendo in tale processo anche l’Europa orientale (nei periodi compresi tra il 1880-1945 ed il 1990-2008) e gli altri poli imperialistici, se e quando questi ultimi rimanevano sconfitti durante gli scontri per l’egemonia planetaria.

Il trasferimento unilaterale di surplus e plusvalore dalle colonie-neocolonie, dalle “aree periferiche” fino alle metropoli imperialistiche europee, nordamericane e giapponesi è avvenuto principalmente attraverso nove tentacoli:

1.        i super-profitti ottenuti dalle multinazionali delle metropoli imperialistiche nelle aree ipersfruttate del cosiddetto Terzo Mondo, grazie all’acquisizione privilegiata da parte delle prime di appalti e commesse nel settore civile e militare di tale gruppo di nazioni attraverso il loro preventivo controllo di natura geopolitica.

Il sopraccitato sistema di spionaggio anglo-statunitense Echelon e la struttura creata negli USA e denominata Advocacy Center costituiscono solo due delle forme ipermoderne con cui i governi dell’Occidente sostengono direttamente “le imprese impegnate ad ottenere appalti e commesse all’estero”, come recita la pubblicità creata dall’Advocacy Center nel 1993, affiancando il ruolo svolto tradizionalmente in questo campo dall’appartenenza diretta di determinate nazioni alla sfera d’influenza ed ai “territori economici” controllati dai diversi imperialismi nazionali.[1]

2.        gli interessi sui debiti pagati dagli stati e dai privati delle zone periferiche a favore del sistema finanziario privato delle nazioni imperialistiche, in una relazione asimmetrica così evidente che già nel 1916 Lenin denunciò lo “stato-Rentier” affermando che “il mondo si divide in un piccolo gruppo di Stati usurai e in un’immensa massa di Stati debitori”, suddivisione sostenuta e garantita principalmente dal “pugno visibile” (Friedman) a disposizione dei creditori.[2]

Nel 1992 il debito complessivo cosiddetto Terzo Mondo ammontava a 1.300 miliardi di dollari e su questa massa monetaria le aree ipersfruttate del globo pagavano 167 miliardi di dollari di interessi, mentre nel 2000 il debito era già salito a 2.100 miliardi e il trasferimento di surplus-interessi agli stati-creditori ormai corrispondeva a 320 miliardi di dollari (fonti OCSE): si è calcolato che tra il 1982 e il 2000 i paesi poveri abbiano rimborsato alle potenze occidentali oltre 3.400 miliardi di dollari, una somma pari ad una volta e mezza del loro debito globale e che non cessa di aumentare.

3.        i superprofitti ottenuti dalle multinazionali nelle aree “periferiche” del pianeta mediante le attività industriali ivi installate, grazie al bassissimo costo della forza-lavoro locale e ad un grado di produttività di quest’ultima quasi equivalente a quello dei salariati delle metropoli imperialistiche (nella forza-lavoro occupata dalle multinazionali rientrano anche milioni di bambini-operai): infatti una parte importante dei 58 milioni di persone impiegate nel 2002 (dati UNCTAD 2003) dalle 65.000 multinazionali mondiali era occupata nelle manifatture del Terzo Mondo, specialmente nei monopoli che operano nel settore tessile, dell’abbigliamento e dell’alimentazione.

Nel 1998 gli operai indonesiani che lavoravano per la Nike erano pagati meno di 8 dollari settimanali per 60 ore di lavoro; nel 1997 l’incidenza del costo della manodopera extraeuropea su un paio di scarpe Nike risultava solo del 1,96% sul totale, i profitti degli azionisti pari al 3,53%, il margine dei dettaglianti ammontava al 41,42%. Secondo delle prudenti stime effettuate nel 1999 dalla Commissione Economica delle Nazioni Unite per l’America Latina ed i Caraibi, la massa dei profitti rimpatriati negli Stati Uniti dalle multinazionali americane che operavano allora in America Latina ha raggiunto i 157 miliardi di dollari durante il triennio 1996-1998, più di 50 miliardi di dollari all’anno.[3]

4.        i profitti derivanti alle multinazionali dal controllo della produzione, trasporto e distribuzione delle materie prime agricole ed industriali collocate nelle aree ipersfruttate del globo, specialmente se controllate politicamente dal loro stato di appartenenza.

Secondo l’Ocse nel 2000, “l’85% del commercio mondiale di cereali, caffè, cacao, juta, legno, tabacco e the è nelle mani di poche multinazionali; nello stesso periodo tre multinazionali controllano il 75% del mercato internazionale delle banane”. Livelli analoghi di monopolizzazione della produzione-distribuzione-trasporto si verificano anche per molte materie prime industriali quali rame, stagno, cromo, tantalio, uranio, cobalto, bauxite, zinco, piombo e manganese, visto che le materie prime in questo settore provengono in larga parte dal cosiddetto Terzo Mondo esse costituiscono delle fonti gigantesche di dividendi e redditi per i paesi o imprese importatrici.

Secondo l’Ocse la quota del prezzo totale del tabacco che rimane al contadino locale è stato negli anni Novanta pari solo al 6%; per il caffè la proporzione va dal 12 al 25%; per il cotone dal 4 all’8%, mentre il resto viene succhiato da multinazionali, intermediarie, del settore commerciale delle metropoli grazie alla loro posizione privilegiata.

5.        i superprofitti ottenuti dalle multinazionali mediante l’estrazione e/o la commercializzazione dei metalli e minerali preziosi delle “zone periferiche” sottoposte al controllo dei loro stati d’appartenenza: oro, argento, platino, palladio, diamanti, rubini, zaffiri e smeraldi, per citare solo i principali..

6.        i profitti procurati dalla produzione, trasporto, raffinazione e distribuzione delle risorse energetiche (petrolio e gas naturali), situate nel Terzo Mondo, ottenuti di regola dalle multinazionali nelle sfere d’influenza delle loro nazioni d’origine.

La storia dell’egemonia detenuta dalle “Sette Sorelle” in questo settore strategico è abbastanza conosciuta: la sola Exxon Mobile ha ottenuto più di 15 miliardi di dollari di utili nel 2001, in larga parte dovuti al petrolio e gas estratto dal Golfo Persico, America Latina e Africa. Anche del prezzo finale di vendita del petrolio venezuelano, nel 2003 ormai in mano quasi completamente allo Stato, rimase in quell’anno solo il 10% al produttore, mentre il 40% del totale venne appropriato dalle multinazionali.[4]

7.        i superprofitti monopolistici derivanti alle multinazionali dal commercio mondiale delle armi prodotte nei paesi sviluppati e destinati in buona parte agli stati indipendenti-semidipendenti del Terzo Mondo, in un meccanismo in cui ancora una volta gioca un ruolo centrale l’appartenenza dei paesi compratori all’area d’influenza di determinate potenze imperialistiche.

Già fiorente alla fine del XIX secolo, il mercato internazionale dei mezzi di distruzione si è particolarmente sviluppato negli ultimi cinque decenni ed ha arricchito enormemente il complesso militare-industriale degli stati più avanzati in campo tecnologico e militare, visto che nel solo periodo 1993-99 il giro di affari in questo settore è aumentato secondo stime prudenti fino a 325 miliardi di dollari, di cui più della metà è stato speso dai “paesi in via di sviluppo”.[5]

8.        la riduzione tendenziale al minimo possibile del prezzo delle materie prime e dell’energia, nella sua parte lasciata alla “periferia” coloniale-neocoloniale dalle multinazionali occidentali, sostenute e spalleggiate dai loro stati d’appartenenza.      Non è un caso che il termine relativo di scambio tra materie prime ed oggetti industriali sia enormemente peggiorato a sfavore dei primi, con poche eccezioni: secondo FAO e Unctad, il potere d’acquisto dei paesi produttori di materie prime non petrolifere si è dimezzato nel 2000 rispetto a soli tre decenni prima.

9.        le rendite e i profitti derivanti dal traffico di droga e da riciclaggio/deposito dei capitali esportati illegalmente dal Terzo Mondo, di cui si sono appropriati (specialmente negli ultimi quattro decenni) sia la grande finanza che il settore capitalistico-criminale dell’Occidente: secondo dati dell’ONU, il giro di affari annuo dei narcotici è risultato pari a circa 500 miliardi di dollari nel solo 1998.

Nel corso degli ultimi 130 anni di esistenza dell’imperialismo moderno il peso relativo dei “nove tentacoli” sopracitati è mutato più volte, a seconda del periodo storico e delle caratteristiche particolari dei diversi imperialismi nazionali, senza tuttavia alterare la sostanziale continuità del flusso globale di surplus e plusvalore proveniente dalle zone periferiche del pianeta e appropriato dai centri imperialistici durante tutto il periodo preso in esame. In altri termini, il cosiddetto Terzo Mondo ha rappresentato un gigantesco forziere pieno di tesori saccheggiati per il capitalismo finanziario moderno e post-moderno, mentre ormai persino le risorse idriche delle zone periferiche stanno progressivamente cadendo nelle mani delle “grandi sorelle” dell’acqua, Suez, Vivendi, Sauer, RW e United Utilities; si prevede che entro il 2020 le multinazionali occidentali arriveranno a controllare quasi i due terzi degli attuali acquedotti (in via di privatizzazione) dei cosiddetti paesi in via di sviluppo.[6]

Va da sé che ciascun imperialismo nazionale di regola ottiene il miglior livello e la maggior massa di profitti nelle proprie rispettive sfere d’influenza politico-economiche, nei “territori economici”  controllati direttamente sia sotto forma di colonie che di stati-vassalli formalmente indipendenti.

«D’accordo, si potrebbe obiettare a questo punto. La costante di Sargon ed il trasferimento di surplus e mezzi di produzione dagli stati “vampirizzati” alle zone centrali esistono realmente, mentre risulta chiaro che delle relazioni economiche internazionali profondamente squilibrate ed asimmetriche influenzino parzialmente i rapporti di produzione endogeni degli stati interessati: ma per quale motivo diventa centrale la forza politica (politico-militare) ed i rapporti di forza politici (politico-militari) per questo processo economico di trasferimento di surplus?»

Il primato dell’utilizzo-minaccia di uso della forza politica e politico-militare accumulata, intesa in senso ampio, centralità che rappresenta la terza caratteristica fondamentale delle relazioni internazionali sviluppatesi dopo il 3700 a.C., si riproduce costantemente perché sia nella determinazione volta per volta del controllo delle aree di influenza politico-economiche tra i diversi stati classisti che nell’effettuazione concreta del trasferimento di surplus dalle “periferie” ai “centri”,  nella discriminazione empirica tra tendenze egemoniche (politico-economiche) vittoriose, sconfitte o rimaste solo latenti sono state (e sono tuttora) decisivi i differenziali di potenza politici e politico-militari creatisi volta per volta tra i diversi stati e aree geopolitiche sfruttate-dominate, proprio per determinare via via il successo/l’insuccesso/la latenza di quella “costante di Sargon” insita in ogni formazione economico-sociale classista.

Non a caso.

Anche astraendo dall’effetto di sdoppiamento, qualunque forma di oppressione politico-economica genera una resistenza potenziale/reale negli oppressi e, in presenza di rapporti di sfruttamento economici e di relazioni di dominio espressi su scala internazionale, gli oppressi ed i potenziali ribelli non risultano di regola solo la massa dei produttori diretti degli stati/aree geopolitiche sfruttate, ma ad essi spesso si aggiungono settori più o meno ampi dei privilegiati possessori indigeni delle condizioni della produzione diventati contrari al processo di trasferimento di surplus alla zona centrale, scontenti sia per i mezzi e condizioni della produzione tenuti in mano agli stranieri che per le materie prime sottratte più o meno gratuitamente alla loro zona di appartenenza: per vincere tale “doppia resistenza”, serve di regola l’utilizzo della forza, oppure la minaccia credibile del suo impiego.

A tale quadro generale si deve inoltre aggiungere la già citata pluralità di formazioni statali e classiste esistenti sull’arena internazionale: la collisione potenziale-reale tra le tendenze egemoniche ed espansionistiche via via espresse – in presenza di correlazioni di potenza politico-militari ritenute favorevoli – sul piano politico ed economico da parte degli stati classisti più agguerriti e potenti costituisce un fenomeno frequente nella sfera delle relazioni interstatali e determina come suo sottoprodotto inevitabile il primato della legge del più forte, seppur intesa in senso molto lato ed in forme articolate. Infatti il campo di forza politico-militare nelle relazioni internazionali si fonda non solo sul possesso di un determinato potenziale produttivo e tecnologico-militare, sul controllo ed utilizzo di determinati complessi militar-produttivi (logistica, uomini in armi) in grado di supportare le scelte di politica internazionale, ma comprende al suo interno anche la costruzione e  l’utilizzo di alleanze con altre formazioni statali, la cooptazione di segmenti politico-sociali delle aree coloniali-neocoloniali nel sistema di potere e sfruttamento degli imperi (asiatici, schiavistici, ecc.) ed il settore paramilitare (terrorismo, sabotaggio, creazione/appoggio di golpe in stati esteri).

La potenzialità di sfruttare altri stati ed aree geopolitiche si trasforma in ogni caso in realtà economica e produttiva soprattutto grazie all’acquisizione/conservazione della superiorità politica e politica-militare nelle relazioni interstatali e per via “extraeconomica”.

Almeno fino al 1945-60 l’esperienza storica plurimillenaria delle società classiste conferma platealmente la tesi espressa da Marx nel Capitale e secondo cui «negli annali della storia reale sono la conquista, l’assoggettamento, il regno della forza bruta che hanno sempre prevalso».[7]

Almeno fino al 1946-60, la dinamica plurimillenaria di tutte le società classiste attesta in modo plateale la validità generale della tesi leninista per cui «in regime capitalistico non è possibile altra base, altro principio di spartizione» delle colonie e del territorio economico «che la forza», consentendo allo stesso tempo di allargarne lo spazio di applicazione anche ad altre formazioni economico-sociali.[8]

Almeno fino al 1945-60, la dimostrazione concreta dell’esistenza del primato della forza politico-militare nel determinare il successo/l’insuccesso delle tendenze egemoniche negli stati classisti e nella riproduzione/non riproduzione del sistema di sfruttamento internazionale, nel trasformare delle potenzialità economiche in realtà produttive asimmetriche risulta relativamente facile, basandosi su cinque “banalità” indiscutibili e su due mancate “carte vincenti”.

Prima “banalità”: la costruzione degli imperi (asiatici, schiavistici, feudali o capitalistici) e la creazione di colonie nei territori stranieri, l’allargamento degli imperi/colonie/stati vassalli/aree di influenza politico-economiche sono avvenuti quasi sempre vincendo con la forza armata – o con la minaccia del suo uso – la “doppia resistenza” dei nuclei dirigenti statali e dei popoli divenuti “bersaglio” delle operazioni espansionistiche, utilizzando per tale scopo la superiorità militare-tecnologica o la minaccia del suo utilizzo.[9]

Hanno costituito delle isolatissime eccezioni a questa elementare regola del gioco internazionale il caso del regno di Pergamo, che il sovrano Attalo nel 133 a.C. regalò per testamento al popolo romano, e l’analoga consegna del “suo” stato ai romani effettuata nel testamento del re Nicomede III (75 a.C.): ma nel primo caso proprio l’arrivo a Pergamo di una delegazione romana, venuta a prendere possesso dell’isola, scatenò l’insurrezione guidata da Aristonico e la creazione dello “Stato del sole” collettivistico già citato.[10]

Seconda “banalità”: la stessa opera di conservazione dell’impero, la riproduzione semplice delle sfere di influenza e dei rapporti di sfruttamento su scala internazione di altri stati, o zone abitate da etnie e razze diverse da quelle delle “zone centrali” rappresentano dei processi che hanno sempre richiesto la necessaria disponibilità di un’adeguata forza politico-militare e il suo utilizzo concreto in caso di emergenza nelle aree dominate, per rendere inoffensive e/o latenti le tendenze latenti-aperte alla rivolta contro il dominio e lo sfruttamento coloniale espresse non solo dalle masse popolari, ma in molti casi storici anche da alcune frazioni più o meno consistenti delle classi sociali privilegiate indigene delle zone oppresse.

Per citare solo alcuni casi storici, le numerose ed eroiche ribellioni scatenate dal popolo ebraico contro il dominio coloniale dell’impero schiavistico romano, nel I e II secolo d.C., pur vedendo come protagonisti principali gli operai, artigiani e contadini dell’area palestinese e mediterranea, coinvolsero anche settori abbastanza consistenti dei commercianti e dell’alto clero locale durante l’insurrezione del 66-72 d.C., del 115-117 e del 132-135; diciassette secoli più tardi, nel 1857-58, la grande rivolta scatenata dalle masse popolari indiane contro il dominio del colonialismo britannico nel loro paese fu sostenuta e diretta da segmenti abbastanza consistenti della classe dei grandi proprietari fondiari locali, specie musulmani; nel 1898, in seguito ad una delle numerose rivolte contro il sistema coloniale britannico, nella regione di Koinadugu (odierna Sierra Leone) vennero impiccati un centinaio di africani, tra cui alcuni capi tradizionali che si opponevano alle crescenti ingerenze dei colonialisti e delle loro “quinte colonne” indigene.[11]

In ogni caso, una volta consolidatosi in modo apparentemente saldo il dominio imperialistico, i gruppi privilegiati autoctoni oscillando di regola tra la collaborazione subalterna con l’imperialismo straniero e la tendenza ad eliminare invece il controllo di quest’ultimo sul loro territorio, per recuperare in tal modo la loro precedente posizione egemonica in campo socio-produttivo.

Terzo fenomeno banale: come si è già visto in precedenza, gli scontri tra grandi imperi e tra le potenze del medio livello per la conquista/mantenimento dell’egemonia politico-economica su determinate aree geopolitiche sono stati risolti sempre dalla guerra, dalla “prova del nove” globale sulla forza reale posseduta via via dagli stati asiatici, schiavistici, feudali o capitalistici: questa ulteriore ed elementare regola del gioco internazionale funzionò già a partire dalla lotta sviluppatasi tra l’impero egizio e quello ittita nel corso del XIV secolo a.C., ed è stata via via verificata sul campo dagli altri conflitti bellici scoppiati tra le grandi e medie potenze, fino ad arrivare alla seconda guerra mondiale (1939-45).

L’esperienza storica globale dimostra inoltre come anche i crolli delle sfere di influenza esclusive e degli imperi non siano mai avvenuti per delle gentili concessioni degli imperialisti e per delle ritirate spontanee delle aree centrali e dei loro quadri dirigenti, ma solo a causa dell’impossibilità politico-militare delle potenze dominanti di mantenere il loro sistema di egemonia politica e di sfruttamento economico a causa di interventi armati di “cugini” colonialisti più forti, oppure per le rivolte vittoriose dei popoli oppressi o in conseguenza dell’esaurimento del potenziale bellico-produttivo del vecchio stato egemone (oppure anche per una particolare combinazione di tali fattori).

Ad esempio il colonialismo britannico dichiarò per la prima volta la sua intenzione di concedere l’indipendenza politica al popolo indiano solo nel 1942, quando il governo inglese era terrorizzato dalla possibilità concreta che l’avanzata delle truppe giapponesi verso l’India si saldasse con l’aperta rivolta delle masse popolari del subcontinente asiatico.[12]

Quinta “banalità”. La stessa indipendenza politica ed economica delle formazioni statali che si sono trovate nel livello medio-basso della scala gerarchica delle potenze internazionali è stata normalmente un sottoprodotto del possesso da parte loro di un’adeguata controforza politico-militare, sufficiente almeno ad arrestare le tendenze egemoniche di altre (e più potenti) formazioni statali; in altri casi la loro autonomia relativa è stata mantenuta sia dalla controforza accumulata per conto proprio che da conflitti di interesse sorti tra i grandi protagonisti dell’area internazionale, quando tali lotte abbiano portato all’annullamento reciproco degli appetiti egemonici di questi ultimi in determinate aree geopolitiche “cuscinetto”; oppure, in altri casi, i margini variabili di autodeterminazione sono stati creati e riprodotti dall’interessata protezione politico-militare di una grande potenza, tesa a bloccare i progetti espansionistici di uno o più stati rivali nei confronti di una nazione di limitato peso internazionale.

Fra gli esempi disponibili di utilizzo vittorioso della “controforza” si possono ricordare le lotte condotte contro la superpotenza spagnola dall’Inghilterra (1587-1596), che nel corso del XVI secolo costituiva ancora una potenza europea di medio livello; casi di stati-cuscinetto in Europa sono quelli del regno sabaudo in Piemonte e della Svizzera tra il 1555 ed il 1790, mentre il Portogallo invece ha mantenuto la propria indipendenza e il suo impero coloniale nel periodo compreso tra il 1701 ed il 1820 solo grazie alla protezione armata della Gran Bretagna, trasformatasi ormai in quella fase storica nella prima potenza politico-militare (e navale) del mondo.

La prima, clamorosa “mancata carta vincente” della politica internazionale dopo il 3700 a.C. è stata la demografia.

A differenza del potenziale militare e tecnologico-militare, il numero di abitanti posizionati nei diversi stati o aree geopolitiche non ha mai avuto infatti dei riflessi immediati sulla posizione internazionale detenuta concretamente dalle diverse nazioni o zone internazionali: ad esempio il subcontinente indiano, con una popolazione pari a circa il centinaio di milioni di persone fin dal 1760, è stato dominato politicamente e sfruttato economicamente per quasi due secoli da una nazione europea lontana migliaia di chilometri dall’Asia meridionale e la cui massa demografica è stata al massimo solo un settimo della sua, ma superpotente e dominante allora sul piano militare e tecnologico-militare, specie navale.

In secondo luogo va rilevato come, contrariamente alle teorie oggi dominanti, almeno fino al 1945-60 anche il potenziale produttivo “civile” ed il livello di sviluppo delle forze produttive non-militari non abbiano prodotto riflessi immediati sulla posizione geoeconomica e geopolitica detenuta concretamente dai diversi stati e sulla parallela creazione-riproduzione di imperi/zone coloniali.

Ad esempio i mongoli di Genghiz Khan, con alle spalle un livello di sviluppo produttivo e tecnologico civile di infimo livello, sconfissero e dominarono per quasi 150 anni la Cina, la quale nel XIII secolo era invece di gran lunga la zona geoeconomica più avanzata del mondo: la formidabile cavalleria mongola e la totale concentrazione del potenziale produttivo ottenuta dai popoli nomadi dell’Asia nelle loro attività politico-militari garantirono infatti la vittoria delle loro tendenze espansionistiche verso il popolo cinese e l’intera Eurasia.

Nella storia delle società di classe il potenziale produttivo ha contato realmente in politica internazionale solo se esso si è trasformato realmente in potenziale bellico-produttivo ed in tecnologia militare, in armi e soldati in armi. Ovviamente gli stati dotati di maggiori risorse economiche civili hanno molto spesso potuto convertire tale “energia potenziale” in forza d’urto militare-produttiva reale e superiore per quantità e qualità a quella accumulata dalle formazioni statali meno sviluppate economicamente e, parimenti, la detenzione del superiore livello tecnologico “civile” molto spesso ha favorito enormemente l’acquisizione concreta della superiorità tecnologica-militare, ma le potenzialità astratte non sempre si sono trasformate in potere reale durante i processi di sviluppo delle società classiste. Per riprendere il caso storico sopra citato, è sufficiente notare come la Cina avesse scoperto la formula chimica della polvere da sparo e risolto gran parte dei problemi tecnici del suo utilizzo ancora nel XI secolo d.C., mentre furono invece proprio i conquistatori mongoli a sfruttare effettivamente e su larga scala la nuova e grandiosa scoperta in campo bellico… anche contro gli stessi cinesi.[13]

In campo internazionale non ha mai pesato la potenza economica “astratta”, ma quella concretamente “commutata” e trasferita per via politica nella tecnologia militare e nel complesso militare produttivo delle diverse formazioni statali, quella trasformata concretamente in potenza militare e tecnologico-militare: senza tale processo di “trasformazione” le formazioni statali hanno rischiato, e rischiano tuttora, di trovarsi nella scomoda posizione dialettica di “giganti economici/nani politici”, come capitò alla Germania nel periodo compreso tra il 1945 ed il 1991 (il rapporto generale esistente tra il potere economico e quello militare in ambito internazionale verrà esaminato in modo più esteso nell’ultima sezione della seconda parte di questo libro).

Pertanto si può concludere con sicurezza che, almeno tra il 3700 a.C. ed il 1945-60, le strutture imperiali di tipo asiatico, schiavistico, feudale e capitalistico si sono create, mantenute e riprodotte nel tempo (o sono crollate) essenzialmente grazie allo strumento indispensabile della coercizione politico-militare, alla supremazia politico-militare e alla presenza di favorevoli rapporti di forza politico-militare: la potenzialità di sfruttare/dominare altri stati ed aree geopolitiche si è trasformata in realtà economica, materiale e produttiva principalmente grazie alla sfera politico-militare, alla superiorità di fuoco ed alla “canna del fucile”.

Già nel 1614 uno spregiudicato responsabile della Compagnia delle Indie olandesi, Jan Pietertszoon Coen, aveva scritto ai propri dirigenti centrali di matrice borghese che «le vostre Eccellenze dovrebbero sapere per esperienza che il commercio in Asia ha da essere attivato e mantenuto sotto la protezione e il favore delle armi delle Vostre Eccellenze, e che dette armi devono essere pagate con i profitti del commercio, laonde per cui non si può far commercio senza guerra né guerra senza commercio»; a sua volta lo storico I. Wallerstein ha affermato giustamente che «quando esiste una differenza di forza nelle macchine statali, otteniamo come risultato un rapporto di “scambio ineguale” che viene fatto valere dagli stati forti su quelli deboli, dagli stati centrali sulle zone periferiche.»[14]

Per il periodo successivo al 1945-60, con la scomparsa quasi generalizzata del colonialismo internazionale, bisogna verificare se l’assenza di una coercizione diretta e spudorata di tipo colonialista abbia posto fine al primato della forza politica (e politico-militare) nel processo di creazione/riproduzione delle sfere di influenza tra le principali potenze imperialistiche contemporanee. Il successo/insuccesso via via riportato da queste ultime non dipende ormai dall’utilizzo del “pacifico” potere economico e, al massimo, dal ricatto economico esercitato dagli stati dominanti nei confronti delle aree subordinate e dei loro “concorrenti” internazionali? Il trasferimento di surplus dalle “periferie” alle “metropoli” non avviene ormai in base alle semplici e naturali leggi di mercato ed  allo scambio “puro” di valori?

La risposta a questi interrogativi non può che venire dalla pratica, dalla politica concreta adottata negli ultimi decenni dalle potenze imperialistiche moderne e postmoderne (1991-2008).

Ovviamente l’assenza di processi di accumulazione di forza militare da parte delle grandi potenze e di loro interventi militari negli stati del Terzo Mondo; il mancato utilizzo dei servizi segreti su scala internazionale per scopi di destabilizzazione di governi ostili; l’assenza di basi militari collocate all’estero; la mancata creazione nelle nazioni straniere di “partiti” e frazioni fedeli alle diverse potenze egemoni, all’interno dei principali circoli politici, delle forze armate e dei servizi segreti delle nazioni “in via di sviluppo” sarebbero sicuramente delle prove inequivocabili della fine del primato del possesso-utilizzo della forza politico-militare nelle relazioni internazionali.

Ma è sufficiente analizzare la struttura e la dinamica concreta della progettualità-praxis espressa dalla principale potenza mondiale degli ultimi sei decenni, gli Stati Uniti, per arrivare all’inequivocabile conclusione che proprio l’imperialismo statunitense ha utilizzato principalmente ed in modo continuo tutti i possibili strumenti politici, militari e paramilitari per mantenere ed allargare negli ultimi 60 anni la propria sfera di influenza esclusiva di carattere politico-economica, per mantenere ed allargare il proprio impero (post-coloniale) di natura politica ed economica su scala planetaria garantendone la riproduzione nel tempo, prima e dopo il processo mondale di decolonizzazione del 1948/60, prima e dopo il 1989-91 ed il crollo dell’URSS.

Avendo compreso che ormai stava tramontando l’epoca degli imperi coloniali, dopo il 1919 i circoli dirigenti statunitensi sono stati infatti impegnati in prima fila nel processo di creazione del sistema neocoloniale, caratterizzato dalla presenza di stati nel Terzo Mondo formalmente sovrani e indipendenti ma di fatto invischiati nella “rete della dipendenza finanziaria e politica” (Lenin) e proprio i nuclei dirigenti statali di Washington ed i loro mandanti sociali hanno elaborato, applicato ed affinato nel corso degli ultimi sei decenni una strategia egemonica multilaterale di intervento e di intimidazione neocoloniale, che tenta di garantire la riproduzione dell’impero post-coloniale statunitense principalmente attraverso l’azione politica, politico-militare e paramilitare degli apparati statali della superpotenza americana.

A partire dal 1945, il principale supporto materiale dell’imperialismo statunitense è stato, ed è tuttora il costante tentativo di creare/riprodurre una netta superiorità tecnologico-militare (nucleare, ma non solo) in campo internazionale, per poter usufruire del grande potere di ricatto e di condizionamento (con ricadute sia politiche che economiche) che tale supremazia assicura rispetto agli stati già compresi nella propria area di influenza, ai potenziali bersagli della sua espansione futura ed ai più forti concorrenti di Washington in campo internazionale.

Il secondo cardine della strategia neocoloniale statunitense è stato – ed è tuttora – rappresentato dagli interventi militari e dai bombardamenti effettuati contro numerose nazioni straniere, per eliminare i nemici politico-sociali delle imprese e multinazionali americane nelle zone già controllate dall’impero e per tentare di allargarne l’egemonia nelle zone del Terzo Mondo. Ancora nel lontano 1933 Smedley Butler, generale maggiore dei marines, descrisse efficacemente la lunga serie di aggressioni belliche da lui dirette sul piano operativo per conto della borghesia monopolistica statunitense e dei mandatari politici di quest’ultimo, a favore del “racket” di Washington.

«Dal sacco del racket non esce un solo stratagemma che la gang militare non riconosca. Ma i suoi “uomini-indice” per individuare i nemici e i suoi “uomini-muscolo” per distruggerli, i suoi “uomini-cervello” per allestire i preparativi di guerra e un “Grande Capo” costituito dal Capitalismo Sovranazionale.

Può sembrare strano che un militare come me istituisca un tale parallelo. Il bisogno di verità me lo impone. Ho trascorso 33 anni e 4 mesi in servizio militare attivo come membro della forza militare più agile di questo Paese, il Corpo dei Marines. Ho prestato servizio in tutti i gradi di comando, da sottotenente a generale maggiore. E durante quel periodo ho passato la maggior parte del tempo a fare “l’uomo-muscolo” d’alto rango per i Grandi Affari, per Wall Street e per i Banchieri. In breve, ero un estorsore, un gangster al servizio del capitalismo.

Già allora sospettavo di non essere altro che un ingranaggio del racket. Ora ne sono sicuro.

Ho concorso a fare dell’Honduras “il posto giusto” per le compagnie della frutta americane nel 1903, a render sicuro il Messico, soprattutto Tampico, per gli interessi petroliferi americani nel 1914, e a trasformare Haiti e Cuba in un luogo decente dove i ragazzi della National City Bank potessero riscuotere tasse. Ho collaborato a violentare una mezza dozzina di repubbliche centroamericane a vantaggio di Wall Street. L’elenco delle operazioni del racket è lungo. C’ero quando purificammo il Nicaragua per l’istituto bancario internazionale dei Fratelli Brown, dal 1909 al 1918. Ho illuminato la Repubblica Dominicana su come favorire gli interessi americani nel commercio dello zucchero nel 1916. In Cina ho fatto sì che la Standard Oil potesse procedere indisturbata lungo il suo cammino.

Durante quegli anni tenevo in piedi, come direbbe chi trama dietro le quinte, un racket di primo “ordine”. Riguardando al passato credo che avrei potuto senz’altro alcuni buoni consigli ad Al Capone. Il massimo che egli poté fare fu gestire il suo racket in tre quartieri. Io l’ho gestito su tre continenti.»[15]

Dopo il 1933 e l’onesta autocritica del generale Butler, l’elenco degli interventi statunitensi all’estero, in forma diretta o indiretta (CIA), si è notevolmente allungato: secondo lo storico statunitense W. Blum «dal 1945 al 2003 gli Stati Uniti hanno cercato di rovesciare più di 40 governi stranieri, e di schiacciare più di 30 movimenti nazionali popolari che combattevano contro regimi assolutamente intollerabili».[16]

L’imperialismo statunitense ha dedicato inoltre particolare cura nel creare-sostenere dei “partiti americani” a sé fedeli, sia nelle aree egemonizzate – in tutto o in parte – da Washington che nei suoi futuri target su scala internazionale, a partire dalle aree strategiche del Terzo Mondo.

Fin dagli anni Trenta del secolo passato, i nuclei dirigenti degli Stati Uniti aiutarono concretamente il consolidamento della dinastia semifeudale dei Faysal in Arabia Saudita, veri e propri agenti di Washington nell’area strategica del Golfo Persico, mentre F. D. Roosevelt, uno dei più progressisti presidenti americani, commentò quasi nello stesso periodo la presa del potere in Nicaragua di Somoza (1934) affermando che quest’ultimo era «un figlio di puttana, ma il nostro figlio di puttana»: l’elenco degli uomini fidati a “stelle e strisce” potrebbe essere allungato a dismisura, fino ad arrivare all’inizio del terzo millennio ed a personaggi quali Blair, Berlusconi, Aznar, Havel, ecc.[17]

Specialmente dopo il 1947/49, un altro importante strumento materiale utilizzato dai circoli dirigenti statunitensi è stato rappresentato dalla costruzione di alleanze politico-militari egemonizzate da Washington in molti quadranti dello scacchiere internazionale: si pensi solo al ruolo svolto dalla NATO in Europa, al SEATO in Asia, all’Organizzazione degli Stati Americani per l’America Latina ed alla funzione esercitata da Israele e Turchia nel Medio Oriente, con i dividendi politici ed economici che sono derivati a Washington dalla posizione di supremazia acquisita nei patti interstatali e nelle relazioni privilegiate di alleanza sopra citate.

Il quinto tassello della strategia neocoloniale statunitense è individuabile nel processo di costruzione di “lobbies” americane all’interno delle forze armate e dei servizi segreti sia degli stati compresi nella sua area di influenza che delle nazioni ostili, corporazioni pronte ad essere attivate in caso di emergenza: anche sotto questo aspetto le alleanze politico-militari egemonizzate da Washington sono state sempre molto utili, al fine di creare un’osmosi parziale tra i militari ed i servizi segreti americani e quelli delle nazioni amiche.

Il sesto “artiglio” è stato costituito, almeno a partire dal 1947, dall’azione di destabilizzazione clandestina/semiclandestina dei governi e delle forze politiche ritenute ostili agli interessi strategici statunitensi nel mondo, nella quale hanno giocato un ruolo essenziale i servizi segreti americani, CIA in testa.

Le “operazioni coperte” hanno avuto come obiettivi principali sia l’Unione Sovietica (appoggio ai movimenti di opposizione o alle guerriglie anticomuniste in Polonia, nell’Europa orientale, in Afghanistan, Angola e Cambogia) che le forze antimperialiste ritenute in grado di mettere in pericolo il controllo americano in determinate aree geopolitiche: la storia dei colpi di stato e delle guerre civili istigate e finanziate dall’imperialismo statunitense negli ultimi sei decenni è densa di avvenimenti, partendo dal rovesciamento del governo nazionalista di Mossadeq in Iran (1953) e di quello progressista di Arbenz in Guatemala (1954) per arrivare ai giorni nostri, al golpe militare del 2002 ed allo sciopero generale del 2003 pilotati ad arte in Venezuela contro il gruppo dirigente progressista guidato da H. Chavez. Nell’azione pluridecennale svolta da Washington al fine di destabilizzare gli antagonisti internazionali, è stato ed è tuttora compreso anche l’utilizzo del terrorismo (individuale o di massa) per eliminare fisicamente i quadri dirigenti avversari e/o per spargere il panico nelle popolazioni degli stati da loro diretti: l’esperienza latino-americana del 1945-2003 è particolarmente esemplare sotto questo aspetto, con le 45000 persone uccise nella sola decade del 1973-83 in Cile, Argentina e Uruguay e con gli innumerevoli attentati statunitensi contro Fidel Castro, ecc.[18]

Infine si è già accennato in precedenza ad altri tre rilevanti gangli operativi politico-militari che sono stati via via costruiti e sviluppati dai circoli dirigenti americani:

–         la “basing strategy”, la pluridecennale strategia tesa alla creazione su larga scala di basi militari statunitensi in tutto il mondo;

–         il controllo di un avanzato sistema satellitare per ottenere un efficace e capillare spionaggio politico, militare ed economico di nemici e concorrenti, Europa occidentale in testa;

–         il controllo politico diretto e l’accesso privilegiato alle aree geopolitiche del pianeta più ricche dal punto di vista delle risorse energetiche e naturali, a partire dal Golfo Persico (1930-45).

L’utilizzo combinato e prolungato degli strumenti politici, politico-militari e paramilitari, e soprattutto la minaccia costante e credibile del loro impiego sono stati elementi decisivi per la riproduzione allargata del controllo statunitense sui propri “territori economici” e per la tenuta dell’impero neocoloniale statunitense: D. Harrey ha notato recentemente ed in modo corretto che «quando si arriva alle lotte per l’egemonia, al colonialismo, alle politiche imperiali come pure a più prosaici aspetti dei rapporti con l’estero, lo stato è da molto tempo l’agente fondamentale della dinamica del capitalismo globale e continua ad esserlo».[19]

Senza la strategia flessibile di intervento-ricatto neocoloniale ed i suoi indispensabili supporti politico-militari, dopo il 1945 l’imperialismo statunitense sicuramente non sarebbe potuto riuscire a conservare-allargare negli ultimi sei decenni la sua rete di sfruttamento economico su scala internazionale, non sarebbe riuscito a mantenere per sei decenni un controllo egemonico su larga parte delle fonti energetiche e delle principali materie prime mondiali, non sarebbe stato in grado di proteggere le proprie multinazionali ed i crediti vantati dal proprio capitale finanziario nei confronti delle “zone periferiche”, oltre a essere impossibilitata a contrastare la concorrenza degli altri poli imperialistici.

Viceversa il tanto decantato potere di ricatto economico, determinato dal controllo statunitense sul Fondo Monetario Internazionale e su una parte importante della finanza creditizia planetaria, oltre che dalla presenza massiccia all’estero delle multinazionali americane e dalla possibilità di effettuare degli embarghi economico-commerciali contro gli stati nemici, ha svolto solo un ruolo reale ma secondario nel garantire la stabilità e la riproduzione politico-economica del “racket” imperialistico di Washington, per almeno due buone ragioni.

In primo luogo senza il “pugno di ferro” forgiato dagli strumenti politico-militari e paramilitari, da sempre le multinazionali rischiano seriamente di essere espropriate ed i crediti internazionali possono facilmente trasformarsi in carta straccia. Ancora nel 1916 Lenin riportava con evidente approvazione una frase dello storico tedesco Schutze Gaevernitz, in cui quest’ultimo notava che per i prestiti effettuati dalla Gran Bretagna ai suoi stati debitori «nel caso di bisogno la sua marina da guerra funziona da ufficiale giudiziario. La forza politica dell’Inghilterra la preserva contro la eventualità di una sommossa di debitori».[20]

In seconda battuta l’arma economica in mano agli Stati Uniti negli ultimi sei decenni era largamente inefficace e “spuntata”.

Infatti per “tenere in riga” le masse popolari del Terzo Mondo e contenere i rivali potenziali/reali l’utilizzo del condizionamento economico non era assolutamente sufficiente, in primo luogo perché le principali fonti energetiche e di materie prime (e le diverse zone su cui passavano gli oleodotti) non si trovarono negli Stati Uniti, ma proprio al di fuori di essi e a volte a distanza di molte migliaia di chilometri.

Inoltre il fatto che il capitalismo statunitense non fosse l’unica potenza economica esistente sul pianeta, ma che invece coesistesse con altri possibili fornitori di crediti e merci alle nazioni ipersfruttate del Sud del pianeta, con la sola eccezione del periodo compreso tra il 1945 ed il 1948, ha prodotto il risultato che le esperienze politico-sociali degli stati che si staccavano dal blocco americano (Cina, Egitto di Nasser, Cuba, Nicaragua sandinista, ecc.) fossero appoggiate dall’URSS, controbilanciando in parte la pressione economica degli Stati Uniti tra il 1953 ed il 1990: tale controforza, ereditata in parte dopo il 1991 dalla Cina Popolare, ha fatto in modo che le sanzioni economiche «siano riuscite solo parzialmente a costringere gli attori colpiti a piegarsi. Per essere efficaci, le sanzioni devono bloccare quasi il 100% del commercio del paese colpito, cosa che è impossibile, visto che i mercati internazionali offrono molte fonti alternative di rifornimento. Le azioni militari ostili, al contrario, pur con tutti i loro limiti, possono essere altamente distruttive in un breve lasso di tempo».[21]

La stessa esperienza concreta provata dall’imperialismo statunitense nel corso degli ultimi quattro decenni ha del resto provato e dimostrato, anche se in modo sorprendente e paradossale, i profondi limiti del potere economico nelle relazioni interstatali.

Infatti si può facilmente verificare che, se da un lato nel periodo compreso entro il 1972 ed il 2008 gli Usa si riempivano di una massa enorme di debiti finanziari con il resto del mondo, essi allo stesso tempo riuscivano contemporaneamente ad allargare notevolmente la loro particolare sfera di influenza politico-economica planetaria, creando in tal modo un reale e gigantesco paradosso antieconomicistico.[22]

Proprio a partire dal 1972 gli Stati Uniti sono via via diventati una nazione pesantemente indebitata, verso la quale i crediti vantati dalle altre potenze internazionali e dagli istituti finanziari privati esteri sono progressivamente aumentati fino a raggiungere nel settembre del 2003 la cifra astronomica di 6494 miliardi di dollari, pari a circa il 60% del prodotto nazionale lordo del paese: quasi il triplo dei 2634 miliardi del 1986, e comunque almeno venti volte più del secondo maggior debitore su scala mondiale.

A livello puramente astratto e in un’ottica economicistica, tra il 1986 ed il 2008 i circoli dirigenti di Washington ed i loro mandanti sociali avrebbero dovuto essere ricattati efficacemente dai loro creditori giapponesi, sauditi, europei o cinesi, ma tutto ciò non è assolutamente mai successo: evidentemente la “grande partita” a livello internazionale si gioca principalmente in base ad altri parametri, superiorità militare-tecnologica, capacità di intervento armato in tutto il globo ed accumulazione massiccia degli ordigni di sterminio nucleari, chimici e batteriologici, controllo politico militare su larghe aree del globo e ruolo egemonico svolto all’interno delle principali alleanze politico-militari del pianeta, ecc.

A dispetto della tremenda crisi economica e finanziaria in cui sono entrati dalla fine del 2007, gli Stati Uniti sono riusciti fino ad ora (marzo 2009) ad ottenere masse enormi di denaro da tutto il mondo  per finanziare il loro sastronoico deficit di bilancio: e non certo per fattori strettamente economici o per la solidità del sistema economico americano.

Il ragionamento in esame vale soprattutto per gli Stati Uniti, ma non solo per esso: infatti l’utilizzo della minaccia o dell’impiego di forze politico-militari non sono certo stati il monopolio esclusivo dell’imperialismo americano, anche nel periodo compreso tra il 1945 ed il 2008.

Ad esempio i nuclei dirigenti del capitalismo finanziario francese scatenarono (e persero) due guerre coloniali di lunga durata contro il popolo vietnamita (1946-54) ed algerino (1954-62); con il socio britannico ed il sostegno israeliano, essi attuarono una spedizione punitiva per tentare di mettere in ginocchio con le armi l’Egitto di Nasser, nell’autunno del 1956, mentre in seguito essi costruirono freneticamente un notevole potenziale nucleare e missilistico, a partire dal del 1960.[23]

Nella sua principale area di influenza extraeuropea, l’Africa occidentale, l’imperialismo francese anche dopo il consolidamento del processo di decolonizzazione pianificò ed eseguì una serie di interventi militari, tesi a riaffermare nell’area il proprio ruolo egemonico: Senegal, 1962; Gabon, 1964; Ciad, 1968-72; Congo, 1977; Ciad, 1978; Repubblica Centrafricana, 1979; di nuovo Ciad, nel 1983 e 1986; Togo, 1986; Congo e Ruanda, 1990; Zaire, 1991; Ruanda, 1994; Repubblica Centrafricana, 1999; Costa d’Avorio, 2002-2003; Ciad 2008 rappresentano alcune delle tappe di questo tour sanguinoso attuato da Parigi per molti anni, senza quasi soluzione di continuità.

Proprio la storia internazionale, postmoderna e post-sovietica, del 1991-2008 riafferma la centralità della forza politico-militare per il processo di riproduzione del sistema di sfruttamento imperialistico, per la riproduzione storica della rete di sfruttamento “post-moderna” degli stati-vampiri. Anche se il tema verrà ripreso alla fine della seconda parte di questo libro, si può illustrare questo (rinnovato) primato attraverso alcuni segmenti significativi della pratica internazionale seguita al crollo del blocco sovietico.

Primo flash. Nella gestione della seconda crisi irachena il nucleo dirigente guidato da Bush junior ha perseguito i suoi chiari obiettivi imperialistici (possesso del petrolio iracheno+stretto controllo del Golfo Persico+affermazione dell’egemonia planetaria americana) abbandonando lo strumento inefficace (sul piano politico) e criminale del blocco economico contro il popolo iracheno, a favore di un’opzione militare altrettanto criminale (20 marzo 2003) ma molto più efficace, almeno nel breve periodo.

Come ha notato lucidamente un giornalista liberale, B. Valli, «in questa situazione, che politicamente sfugge al suo controllo, Bush ha nelle mani un’arma decisiva: la forza militare, che non ha eguali nella storia. Quest’ultima, la forza, gli consente sia di distruggere Saddam, il mostro ingigantito (la cui sopravvivenza sarebbe una sconfitta americana); sia di scavalcare gli ostacoli politico-diplomatici creati dagli alleati; sia di negare le velleità verbali del Vecchio Continente, rimandandolo nel suo abituale letargo».[24]

Un secondo quadro post-moderno e dell’era della globalizzazione dimostra come il controllo politico-militare dello spazio terrestre/navale ormai non risulti più sufficiente per “proteggere gli investimenti”, ma debba essere integrato dal dominio dello spazio e dalla sua militarizzazione da parte degli USA.

Nel 1996 il generale Joseph Ashy, all’epoca comandante in capo dell’U.S. Space Command, ha dichiarato senza mezzi termini che «dominare lo spazio con operazioni serve a proteggere gli interessi degli investimenti americani. Integrare le forze spaziali della macchina bellica per dominare il continente in tutta la loro estensione (…) il corso della prima parte del XXI secolo il controllo sullo spazio si evolverà fino a diventare un nuovo strumento di guerra (…) la sinergia crescente tra superiorità nello spazio e superiorità aerea, terrestre e navale condurrà al dominio a tutto campo (…) Lo sviluppo di difesa costituito da missili balistici che si avvalgono dei sistemi spaziali e la capacità di colpire con precisione dallo spazio rappresentano un freno allo sviluppo di armi di distruzione di massa (…) Lo spazio è una regione in cui sono in gioco interessi commerciali, civili, internazionali e militari crescenti. Ma anche le minacce contro questi sistemi vitali aumentano (…) Il controllo dello spazio significa la capacità di assicurarvi l’accesso, libertà di operazioni e capacità di impedirne l’uso ad altri, se necessario (…) Il controllo dello spazio è una missione complessa che richiede al supremo comando spaziale americano di svolgere un ruolo eminentemente militare e impone precise responsabilità (…) Riguardo al dominio dello spazio, lo abbiamo, lo consideriamo importante e teniamo a mantenerlo (…) Verrà il giorno in cui occorrerà colpire obiettivi terrestri, navali, aerei dallo spazio (…) Combatteremo nello spazio. Combatteremo dallo spazio e verso lo spazio».[25]

Come ha affermato il premio Pulitzer Bill Keller, «la difesa missilistica non ha a che fare con la difesa, ma ha a che fare con l’attacco», e alle parole del 1996 sono seguiti i fatti del nuovo millennio, con il rilancio da parte delle amministrazioni di Clinton e Bush junior del progetto a medio-lungo termine delle “Guerre Stellari”, i relativi stanziamenti finanziari e l’installazione di un primo embrione di scudo stellare in Giappone ed in Polonia.[26]

Terzo squarcio “postmoderno” di politica internazionale: il 30 settembre del 2001, la rivista del Pentagono Quadrennial Defence Review Report affermò a chiare lettere che «le forze armate statunitensi devono mantenere la capacità, sotto la direzione del Presidente, di imporre la volontà degli Stati Uniti a qualsiasi avversario, inclusi stati e entità non-statali, di cambiare regime di uno stato avversario od occupare un territorio straniero finché gli obiettivi strategici statunitensi non siano realizzati”. Anche alle parole militariste del “cambio di regime” del 30 settembre 2001 sono seguiti dei fatti concreti: occupazione dell’Afghanistan, nell’autunno del 2001; invio di corpi scelti statunitensi in Colombia e nelle Filippine; guerra all’Iraq del marzo 2003; minacce belliche all’Iran, prendendo a pretesto il suo progetto di arricchimento dell’uranio, ecc.

Attraverso l’HAARP (High Altitude Auroral Research Program), i circoli dirigenti statunitensi stanno infine sviluppando in segreto da decenni gli strumenti necessari per mettere in atto una guerra meteorologica, al fine di destabilizzare l’economia degli stati avversari mediante la produzione di manipolazioni climatiche ed evitando allo stesso tempo la “solita guerra convenzionale”.[27]

Alcune dichiarazioni pubbliche hanno confermato i “fatti” citati, visto che fin dal 1999 Thomas Friedman, a suo tempo consigliere speciale di Madeleine Albright (segretario di stato nell’amministrazione Clinton), ha sottolineato sul New York Times Magazine il ruolo decisivo svolto dal fattore politico-militare nelle relazioni tra stati, anche se post-moderni ed operanti nell’era post-sovietica.

«La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno visibile. E il pugno visibile che garantisce la sicurezza mondiale della tecnologia della Silicon Valley si chiama esercito, aviazione, forza navale e corpo di marines degli Stati Uniti.»

La progressiva creazione di un pugno visibile, con il suo utilizzo concreto è stato del resto la “grande costante” della politica internazionale statunitense, per ammissione di uno degli stessi alti dirigenti di Washington, a partire dalla fondazione della repubblica e fino ai nostri giorni: secondo un rapporto dell’insospettabile Dean Rusk, nel 1962 segretario di Stato americano, la potenza statunitense tra il 1798 ed il 1945 effettuò ben 168 interventi militari all’estero, grandi o piccoli, alla media impressionante di più di una aggressione all’anno verso il mondo esterno (D. Rusk, Instances of the use of the United State armed forces abroad, 17 settembre 1962), tanto che sempre nel rapporto di Rusk emerse che già nel 1801 (1801!) i marines erano sbarcati a Tripoli e che nel 1806 il Messico subì una prima (piccola) invasione di truppe statunitensi…

Dopo il 1945 gli interventi politico-militari degli Stati Uniti all’estero quasi non si contano, e nel solo biennio 2001-2003 hanno raggiunto un nuovo apice. Eventi casuali? Sopravvalutazione da parte dei circoli dirigenti di Washington del ruolo svolto dal potere politico-militare nel processo di riproduzione dell’imperialismo contemporaneo? Due secoli di “errori continui” sembrano francamente troppi, per poter sostenere questa tesi…


[1] D. Campbell, “Un Mondo sotto sorveglianza”, pp. 103-104, ed. Eleuthera

[2] V. I. Lenin, “Imperialismo…”, op. cit. cap.VIII

[3] J. Petras e H. Veltmeyer, “La globalizzazione smascherata”, p. 119, ed. Jaka Book

[4] Il Manifesto, 09/03/2003, intervista a R. Contrega, presidente della società venezuelana Prolog

[5] S. Finardi e C. Tombola, “Le strade delle armi”, pp. 23-24, ed. Jaka Book

[6] La Repubblica, 15/02/2003

[7] K. Marx, “Il Capitale”, Libro I, cap. XXIV

[8] V. I. Lenin, “Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa”

[9] F. Jennings, “La creazione dell’America”, p. 10-14, ed. Einaudi

[10] S. I. Kovaliov, op. cit., Libro I, p. 344

[11] P. Johnson, op. cit., p. 155-160 e P. Spear, op. cit., pp. 348-350

[12] P. Spear, op. cit., p. 516

[13] C. Levi Strauss, “Razze e storie. Razze e cultura”, p. 38, ed. Einaudi

[14] I. Wallerstein, “Alla scoperta del sistema-mondo”, p. 109, ed. Il Manifesto

[15] T. Ali, “Lo scontro dei fondamentalismi”, pp. 351-352, ed. Rizzoli

[16] W. Blum, “Il libro nero…”, p. 579, ed. Fazi

[17] L. Incisa di Camerana, “I caudillos”, p. 397, ed. Il Corbaccio

[18] J. Petras e H. Veltmeyer, op. cit., p. 217

[19] D. Harvey, “La guerra perpetua”, p. 82, ed. Il Saggiatore

[20] V. I. Lenin, “L’imperialismo”, op. cit., cap. VIII

[21] Autori Vari, “Le relazioni internazionali contemporanee”, p. 190, ed. Carroccio

[22] G. Mammarella, “Liberal e conservatori”, p. 53, ed. Laterza

[23] G. W. F. Hallgarten, “Storia della corsa agli armamenti”, p. 304, ed. Editori Riuniti

[24] B. Valli, in La Repubblica, 18/02/2003

[25] W. Blum, “Con la scusa della libertà”, pp. 37-38, ed. Tropea

[26] V. Giacché, “Il piano inclinato del capitale”, p. 169, ed. Jaka Book

[27] M. Chossudovsky, “Guerra e globalizzazione”, p. 104, ed. EGA


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