Capitolo Undicesimo

Il paradosso di Lenin

Parte Terza

La quarta massa di fatti combinati che sorregge il “paradosso di Lenin” consiste nella riproduzione plurimillenaria e ininterrotta di tutta una serie di segmenti delle società classiste in cui si intersecano strettamente politica ed economia, attività di gestione degli affari comuni delle società di classe e pratica di produzione di beni, di servizi e condizioni della produzione: in queste “zone di confine” la sfera politica e gli apparati statali si trasformano direttamente in una “struttura” (in senso marxiano) ed in una potenza materiale ed economica, esercitando in prima persona un grado variabile di influsso e controllo su lati ed aspetti importanti del processo di riproduzione delle formazioni economico-sociali classiste. Come affermò Engels in una lettera a C. Schmidt (27/10/1890), «la violenza (cioè il potere dello Stato) è essa pure una potenza economica», mentre è appena il caso di rilevare come non si tratti dell’attività “neutrale” di sfere statali “imparziali”, ma dell’azione multiforme di apparati e centri di potere occupati e controllati da mandatari politici che tutelano ormai da millenni dei precisi interessi di classe, difendendo determinate opzioni politico-sociali e precisi bisogni materiali dei loro referenti sociali anche attraverso una gestione partigiana ed interessata delle “terre di frontiera” politico-economiche a favore delle classi privilegiate e dominanti del momento.

Almeno in parte, in proporzioni variabili a seconda delle situazioni statiche, la politica diventa anche “struttura economica”, affari e denaro, appalti e profitti, fattore d’intervento nel settore produttivo ed all’interno delle condizioni della produzione, scelta e selezione tra opzioni economico-sociali più o meno alternative.

La prima “terra di frontiera” è costituita dal controllo politico del denaro, della “merce universale” permutabile con tutte le altre merci (Marx).

Fin dal 3000 a.C. il processo di tesaurizzazione del denaro avvenne sotto la forma del processo di accumulazione di metalli preziosi quali l’oro e l’argento, le più importanti merci che servivano da “equivalente generale” per gli altri beni, costituendo fin da un’epoca remota un elemento importante della politica economica di molti dirigenti statali del m.p. asiatico e di quello schiavistico: proprio le “lettere di Amarna”, uno dei primi documenti storici della diplomazia internazionale (1350 a.C. circa), attestano concretamente che nello scambio epistolare tra i faraoni egiziani e gli altri sovrani del Medioriente la ricerca dell’oro assunse spesso forme spudorate ed imbarazzanti.[1]

In seguito il denaro, in quanto mezzo di circolazione, misura del valore e strumento di tesaurizzazione, a partire dal 600 a.C. circa prese la forma di moneta, e la moneta non era/è altro che un pezzo di metallo (o di carta, negli ultimi anni) coniato in forma, qualità e peso certificati dallo stato, che ne curava e garantiva il valore e la quantità-qualità di emissione con le inevitabili ricadute sul processo produttivo delle diverse società di classe (tassi di inflazione, saggi di interesse, ecc.).

Il più antico sistema di coniazione statale di moneta apparve in Cina, dove la protomoneta era costituita da “rozzi pezzi fusi in bronzo, simili a zappe, coltelli e cipree”, ma la prima moneta “vera e propria” era fatta di elettro, una lega di oro e di argento che fu coniata in Asia Minore, in Lidia: non si conosce la sua data di nascita esatta, ma gli storici sono concordi nel ritenere che le prime monete apparvero negli anni a cavallo tra il VII ed il VI secolo a.C., dopo di che il suo uso si estese nel mondo ellenistico ed in seguito in tutto il bacino del Mediterraneo, mentre a Roma giunse più tardi ed intorno al V secolo a.C.[2]

La nascita della moneta non è dovuta al caso: inventata per favorire i commerci all’interno delle varie comunità statali e tra di esse, divenne ben presto il mezzo indispensabile per finanziare le spese militari e le guerre diventando uno strumento di potere molto importante, e proprio per questo motivo sin dall’inizio gli stati ed i sovrani se ne impadronirono per gestirla in modo monopolistico, diventando gli unici abilitati a legalizzare l’emissione delle monete ed a fissarne il tipo, la lega e il corso legale.

Sin dall’inizio, dunque «l’identificazione tra moneta e potere fu molto stretto. Cesare Augusto e gli imperatori che gli successero se ne servivano persino come mezzo di propaganda politica, facendo incidere la loro immagine sul denaro circolante, mentre quando i soldi non bastavano più per pagare i soldati, non ci furono scrupoli nell’attribuire alle monete un valore superiore a quello intrinseco: la prima grande inflazione monetaria della storia si ebbe proprio nel tardo Impero romano, costringendo l’imperatore dell’epoca (Diocleziano) ad emettere i famosi editti sul blocco dei prezzi, il primo nella storia dell’economia».[3]

Ben presto i governi schiavistici dell’antichità scoprirono sia i vantaggi che gli svantaggi determinati dall’alterazione delle monete, con la scomparsa progressiva nel breve-medio periodo della “moneta buona” e la produzione su larga scala di processi inflattivi, mentre anche nel feudalesimo europeo e bizantino del resto, rimase forte l’attenzione degli apparati statali sul processo di produzione e circolazione monetaria (vedi capitolare di Pitres dell’846 d.C. e le sue diverse disposizioni ed imposte sul conio delle monete).

Le attenzioni e cure “politiche” fecero un ulteriore salto di qualità con l’introduzione della carta moneta in Cina nell’810 d.C., e in seguito nell’Europa mediterranea del XV secolo, visto che gli stati feudali e capitalistico-manifatturieri iniziarono ad emettere monete di carta del tutto prive di valore intrinseco affinché esse potessero esercitare al meglio la funzione di mezzo di circolazione in sostituzione (parziale-totale) del denaro metallico.

Negli ultimi tre secoli il potere di controllo sulla circolazione-emissione di moneta è stato via via delegato dai nuclei dirigenti statali borghesi ad enti centrali parastatali, dotati di un certo (e variabile) grado di autonomia rispetto al potere politico e agli stessi “potere forti” economici: le banche centrali. Queste ultime rimangono enti controllati dallo stato, i cui esponenti centrali sono nominati in ultima istanza dai nuclei dirigenti politici e che armonizzano di regola la loro politica con quelle governative: ad esempio la Banca di Inghilterra, inizialmente composta solo da banchieri privati, fu creata in ogni caso attraverso un atto legislativo del parlamento inglese che le concesse nel 1694 il monopolio per l’emissione di banconote, e fin dal 1696-97 essa fu sostenuta direttamente dal potere statale attraverso concrete misure di appoggio che le fecero superare tutta una serie di gravi attacchi alla sua stessa esistenza.

I sette membri del Board of Governors che dirigono la Federal Reserve, fondata nel 1913 dal potere legislativo degli Stati Uniti, vengono selezionati direttamente dal presidente americano con un mandato che dura 14 anni; agli inizi del Novecento a capo della Banca di Francia, allora di proprietà privata, era posto un funzionario pubblico scelto dagli apparati esecutivi mentre sempre nello stesso periodo gli alti funzionari della Reichsbank tedesca erano dipendenti statali, anche se dotati di una certa autonomia rispetto ai nuclei dirigenti statali; anche la nomina (di data recente) del direttore della Banca centrale europea spetta in modo collegiale ai leader politici dell’area dell’euro.[4]

Il secondo settore di compenetrazione tra potere politico e processi economici è costituito dalla politica fiscale e dagli apparati statali di natura tributaria: infatti il rapporto coercitivo esistente da sei millenni tra produttori diretti e possessori delle condizioni di produzione non ha solamente determinato la necessità di creare apparati repressivi e di controllo, ma ha anche generato l’esigenza bruciante per i leader al potere di possedere almeno i mezzi economici indispensabili per sostenere la macchina statale, nelle sue varie articolazioni.

L’estensione del carico fiscale ha sempre incontrato dei limiti strutturali, individuabili nella necessità di consentire almeno la riproduzione stentata della forza lavoro e di garantire allo stesso tempo alle classi privilegiate il possesso-utilizzo di una massa critica minimale di plusprodotto, almeno nel medio periodo; ma pur con queste restrizioni oggettive, la politica fiscale dei governi classisti ha conservato sempre un notevole margine di manovra potenziale sia riguardo all’estensione complessiva del carico fiscale in una determinata formazione statale che al processo di ripartizione della massa generale di imposte tra le varie classi, nella cui determinazione concreta giocano volta per volta un ruolo decisivo i concreti rapporti di forza politico-sociale esistenti nelle diverse società e nelle loro “espressioni concentrate” poste nella sfera politico-direzionale. Si tratta di un nodo materiale molto corposo, tanto che persino nel modo di produzione classista di regola meno “fiscalista” e centralista, quello feudale, l’imposizione di tasse e di contributi straordinari è stato spesso il campo di battaglia preferito tra potere centrale, feudatari, città mercantili e borghesia (ribellione dei baroni e dei mercanti inglesi nel 1213-1215, con la concessione della Magna Charta; rivolte antifiscali in Francia nel 1308-1314, ecc.).

Parlare di fisco significa trattare di economia e di politica allo stesso tempo, viste le ricadute concrete che le entrate tributarie hanno provocato sulle condizioni di vita dei vari gruppi sociali e sui diversi processi produttivi classisti.

Non è certo un caso che la scelta preferenziale di creare/mantenere delle imposte sui beni di largo consumo sia stata per millenni una costante nella vita politico-sociale di numerosissime formazioni precapitalistiche e che proprio le tasse sui cereali e sul sale, che hanno gravato principalmente sui produttori diretti, abbiano provato carsicamente una lunga serie di ribellioni popolari, specialmente nei periodi di carestia; non è inoltre casuale che privilegi e franchigie fiscali, di regola riservate solo dalle classi privilegiate, siano stati uno dei cardini delle società sviluppatesi dopo il 3700 a.C. ed uno dei fattori principali di rivolta delle masse popolari, o delle frazioni dei possessori di condizioni di produzione svantaggiati nella distribuzione del carico tributario, come dimostra la lotta condotta dalla borghesia contro i privilegi fiscali dell’aristocrazia nel 1789-1793.[5]

La politica fiscale ha inciso e pesa tuttora fortemente anche sul processo di sviluppo della formazione economico-sociale capitalistica, tanto che lo storico I. Wallerstein ha notato correttamente che “la tassazione è stata un fenomeno in costante espansione lungo il corso dello sviluppo storico dell’economia-mondo capitalistico, se paragonato al valore totale, creato o accumulato”.[6]

Tale processo di espansione non solo ha permesso la crescita degli apparati statali, ma ha consentito anche una sorta di secondo livello di sfruttamento dei lavoratori dipendenti ed un ulteriore processo di redistribuzione del prodotto sociale a favore della borghesia, mediante i privilegi fiscali diretti ed indiretti di cui essa ha goduto per secoli, con la parziale eccezione di certi periodi (1940-70).

Non solo infatti la borghesia e le imprese private hanno goduto quasi sempre della complicità degli apparati statali nel processo di evasione-elusione delle normative fiscali e nell’usufrutto di particolari benefici tributari (la detassazione degli utili reinvestiti, ecc.), ma anche la distribuzione del carico fiscale complessivo è stata effettuata quasi sempre in modo nettamente sbilanciato a favore dei contribuenti più abbienti, con rari periodi eccezionali. In una di queste brevi fasi di “equità fiscale” relativa, l’aliquota massima dell’imposta sul reddito che gravava sugli strati medio-alti della borghesia statunitense ha raggiunto il 70% nel periodo compreso tra il 1950 ed il 1980, mentre sempre nello stesso arco temporale il contributo di previdenza sociale imposto sui redditi più bassi variava tra il 4 ed il 9%: tuttavia, per effetto della profonda trasformazione dei rapporti di forza politico-sociale avvenuta negli USA durante i due decenni successivi, l’aliquota fiscale massima sui ricchi era scesa nel 1997 a 39,6% mentre il contributo previdenziale sostenuto dai lavoratori statunitensi era invece salito al 15,3%.

Negli anni Cinquanta, durante la presidenza repubblicana di Eisenhower, i monopoli statunitensi pagavano il 25% di tasse federali sugli utili, mentre nel 1997 l’amministrazione “democratica” di Clinton li costringeva a versare un’imposta… del 10%, eliminata del tutto in seguito da Bush Junior.[7]

Viene confermata in tal modo sul campo la tesi di Wallerstein, e più in generale del marxismo, secondo cui “il potere di imporre tasse è stata una delle vie più immediate attraverso cui lo stato ha direttamente sostenuto processi di accumulazione di capitale a favore di certi ceti piuttosto che di certi altri”.[8]

La terza “terra di frontiera” è rappresentata dalla riproduzione degli stessi apparati statali e dei beni pubblici, di quella che è stata ed è “l’azienda economica numero uno” all’interno di quasi tutte le formazioni economico-sociali classiste sviluppatesi nel corso degli ultimi sei millenni di storia.

Anche escludendo dall’analisi il modo di produzione asiatico, al cui interno la proprietà fondiaria e quella delle acque/dighe/canali di irrigazione è stata controllata sempre dai nuclei dirigenti statali, gli apparati statali centrali e locali hanno costantemente rappresentato un centro importante della vita economica sia mediante i processi di erogazione di risorse pubbliche per scopi produttivi, civili e/o militari, che attraverso il possesso in prima persona di frazioni più o meno consistenti delle condizioni della produzione e/o la parallela attribuzione di commesse-appalti ai privati.

Innanzi tutto lo stato ha quasi sempre rappresentato il principale “datore di lavoro” nelle società schiavistiche, feudali e capitalistiche, fornendo i mezzi di produzione materiali necessari per la riproduzione delle burocrazie civili e militari, più o meno numerose a seconda degli scenari storici. Se infatti nell’epoca precapitalistica la spesa pubblica di Atene ha rappresentato circa il 20% del prodotto nazionale ateniese, per la Roma augustea la quota relativa era meno del 5%; nella Firenze medicea, largamente permeata dagli “spiriti animali” della nascente borghesia, la percentuale oscillò tra il 3% dei periodi di pace ed il 20% dei periodi bellici.[9]

Molto di frequente gli stati classisti hanno anche controllato il possesso-utilizzo di alcuni beni preziosi: ad esempio il sale per alcuni millenni, e fino a metà dell’Ottocento, ha rappresentato una potente arma politico-economica su scala mondiale e il controllo statale di saline e miniere di salgemma era diventato una parte significativa della vita politica e sociale della Cina del I millennio a.C. come per i Tolomei in Egitto, per la Francia feudale dopo il XIII secolo (le gabelle sul sale) o per il colonialismo britannico in India.

Inoltre, in forme variabili a seconda delle situazioni storiche concrete, le basi economiche degli apparati statali sono state gestite direttamente dalla nomenklatura politica dominante volta per volta e dalla burocrazia pubblica, oppure date in appalto ai privati (attraverso decisioni squisitamente politiche) per il loro sfruttamento concreto: in moltissimi scenari storici si sono riprodotte delle imprese statali che hanno prodotto in prima persona beni o servizi, sia in campo civile che bellico, dato che il complesso militar-produttivo delle società di classe è stato spesso contraddistinto dalla presenza di segmenti dell’attività produttiva posti sotto il diretto controllo e possesso pubblico.

Infine si è creato un altro settore “politico-economico”, caratterizzato spesso da fenomeni di corruzione: lo stato ha quasi sempre rappresentato un grande erogatore di commesse e di appalti per gli imprenditori privati, sia in campo civile che militare, in proporzioni variabili a seconda dei modi di produzione e dei periodi storici: proprio nel m.p. capitalistico dell’ultimo secolo si è avuto l’apice in questo processo di interscambio tra sfera pubblica e privata, tra risorse pubbliche e processi di accumulazione della borghesia.

La combinazione concreta di questi diversi aspetti dell’azione degli stati classisti in campo economico ha fatto sì che essi costituissero sempre una potenza materiale di tutto rispetto, anche negli scenari storici in cui il loro peso relativo era più ridotto: vista l’attuale egemonia dell’ideologia liberista, è interessante notare che nel modo di produzione capitalistico il ruolo del settore pubblico progressivamente è aumentato, anche se in modo non lineare.

Infatti il crescente sviluppo della tassazione negli ultimi due/tre secoli ha fatto sì che gli apparati statali controllati dalla borghesia abbiano “avuto grande importanza, dal punto di vista delle risorse da essa controllate, non solo perché tali risorse hanno permesso loro di accrescere l’accumulazione di capitale, ma anche perché esse sono state distribuite e sono entrate perciò, direttamente o indirettamente, in un processo di ulteriore accumulazione di capitale” (Wallerstein): ad esempio risulta dai dati statistici ufficiali che negli Stati Uniti del 1903 la spesa pubblica complessiva (statale, locale e federale) rappresentava solo il 7,4% del prodotto nazionale lordo e che nel 1929 la percentuale era passata solo al 9,8%, balzando invece nel 1949 al 23,1%; nel 1961 essa era ormai pari al 28,8% della ricchezza globale prodotta negli Stati Uniti, nel capitalismo di stato americano e da allora la quota percentuale è ancora leggermente aumentata.[10]

A dispetto delle crociate liberiste, persino sotto i governi statunitensi degli ultimi tre decenni il peso relativo della spesa pubblica, statale-federale-locale, non è diminuito rimanendo pari a quasi un terzo del prodotto nazionale lordo americano: è “solamente” aumentato il ruolo del settore militare-industriale e degli investimenti finalizzati a riprodurre condizioni generali della produzione quali strade, ponti, infrastrutture a spese del Welfare state e del salario “differito” dei dipendenti, mentre anche l’iperliberista politica thatcheriana in Gran Bretagna non ridusse le dimensioni dello stato, tanto che vero la fine del periodo di governo conservatore il livello di tassazione della maggioranza delle famiglie era superiore a quello del 1979, di un decennio prima.[11]

Certo, a volte le strutture statali capitalistiche hanno mantenuto dimensioni minime se confrontate con quelle dei nostri tempi. Ad esempio lo stato inglese nel corso del Seicento disponeva di una truppa permanente su suolo britannico di soli 10.000 uomini, seppur affiancati dalla flotta e dalle milizie locali, mentre il totale dei funzionari pubblici retribuiti era pari a circa mille unità, anche se essi venivano supportati a livello locale nella loro azione da circa cinquemila esponenti dell’aristocrazia fondiaria (rispetto ad una popolazione del tempo pari a circa 5 milioni di abitanti): quantità esigue, in termini assoluti, dalle quali è facile rilevare che grazie a quattro secoli di sviluppo capitalistico la burocrazia britannica si è progressivamente dilatata a dismisura.[12]

Il quarto settore di compenetrazione tra sfera politica e processo produttivo è rappresentato dalla politica commerciale internazionale – intesa in senso stretto – via via espressa dagli apparati statali classisti, con le sue inevitabili ripercussioni sul processo di produzione nazionale.

I dazi doganali e le diverse normative sull’esportazione-importazione, stabiliti volta per volta dai nuclei dirigenti politici, hanno evitabilmente influenzato le dinamiche produttive delle formazioni statali da loro controllate, e proprio le entrate doganali sono arrivate in molti scenari storici a trasformarsi in preziose fonti di risorse pubbliche ed in “barriere” politico-economiche per la circolazione di merci, materie prime, metalli preziosi e forza lavoro: ad esempio nella Roma schiavistica di Augusto le entrate provenienti dai dazi doganali incidevano circa su un quarto degli interi proventi statali, mentre a sua volta la Corona inglese del XIII-XIV secolo impose forti imposte all’esportazione di lana del paese, fino a provocarne il lento declino.[13]

La borghesia non è stata assolutamente immune dal “peccato originario” dello statalismo, in questo come in altri settori, tanto che proprio durante il periodo di sviluppo manifatturiero del capitalismo si assistette infatti ad un vero e proprio salto di qualità nel ruolo economico-commerciale internazionale dello stato, che si espresse nella teoria-pratica del mercantilismo.

L’opzione politico-economica perorata dai mercantilisti ed applicata su scala generale dai poteri statali europei, tra gli inizi del Seicento e la fine del XVIII secolo, consistette essenzialmente nel favorire con ogni mezzo lo sviluppo dei monopoli commerciali della “madrepatria” con le colonie e nel sostenere contemporaneamente il protezionismo nei confronti dei prodotti manifatturieri degli altri stati: Colbert, il principale responsabile dell’introduzione del mercantilismo in Francia nel corso del Seicento, sosteneva ad esempio che “la vera arte del commercio” consisteva “nel facilitare l’importazione delle merci che servono alle manifatture del paese, e mettere l’embargo su quelle che vi entrano sotto forma di prodotti finiti”.[14]

Nello stesso periodo anche l’iperliberista borghesia inglese prese tutta una serie di misure politico-economiche, tese a monopolizzare i trasporti di merci su navi britanniche e a proibire le attività manifatturiera nelle sue colonie (a partire dall’Irlanda) che potessero competere con le merci d’esportazione del settore produttivo inglese; venne inoltre proibita l’esportazione di tutta una serie di prodotti coloniali in nazioni che non fossero la Gran Bretagna, come avvenne per le lane irlandesi e lo zucchero/tabacco proveniente dai possedimenti americani.

Persino l’opzione “libero-scambista”, tesa essenzialmente a rimuovere molti dei vincoli e delle tariffe doganali, ha sempre rappresentato una scelta elaborata ed attuata in sede politica, attraverso precise misure politico-economiche, dai mandatari politici della borghesia in determinate fasi di sviluppo per produrre precisi risultati economici e sociali.

Per rimanere agli ultimi decenni, la stessa creazione dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO) nel gennaio del 1995 è avvenuta per effetto di una serie di decisioni politiche congiunte prese dai nuclei politici delle principali potenze capitalistiche mondiali, il cui interesse comune di medio periodo in una precisa fase storica (1990-2007) era rappresentato dall’eliminazione parziale delle barriere doganali su scala planetaria e dall’istituzione di un “tribunale” internazionale per dirimere le principali controversie commerciali tra gli stati, oltre che a regolare e uniformare su scala mondiale le normative sui brevetti, l’esportazione di capitali ed il libero accesso delle multinazionali in ogni segmento della produzione di beni e servizi, ivi compreso istruzione e sanità.[15]

Risulta innegabile la continua e strutturale dipendenza del WTO dalle scelte politiche effettuate dai nuclei dirigenti delle principali potenze mondiali, a loro volta mandatarie di precisi interessi materiali di classe: nel dicembre 2002 gli Stati Uniti, soli contro tutti, hanno ad esempio silurato all’interno del WTO un possibile accordo finalizzato a fornire farmaci a prezzi contenuti ai paesi poveri, aggirando parzialmente le normative internazionali a tutela dei brevetti farmaceutici, mentre la rappresentante USA al WTO è arrivata ha dichiarato che “diciamo no perché altrimenti di questo passo cadranno anche i brevetti sui prodotti contro la calvizie”.[16]

Scelte politico-economiche, in questo e molti altri casi…

La quinta “zona di connessione” generale tra sfera politica ed attività economica all’interno delle società di classe è costituita da quella parte del diritto scritto-consuetudinario delle società di classe, il cui oggetto specifico è la regolazione diretta, per via legale, dei rapporti di produzione e dello stesso processo produttivo. Diritto privato e delle successioni, diritto internazionale “economico”, norme statali sul controllo dei prezzi e dei tassi di interesse, regole previste dai diversi diritti penali in relazione alla violazione della proprietà, norme legali sui tassi di interesse formano ormai da millenni un complesso di disposizioni economico-legali via via emanate e trasformate nel corso dei secoli dai diversi organi statali, a partire dal codice di Hammurabi (circa 1700 a.C.) fino ai nostri giorni, alle quali negli ultimi secoli si sono aggiunti progressivamente il diritto commerciale ed industriale, le leggi sui brevetti e sulla concorrenza, le normative antitrust e le disposizioni sull’inquinamento ambientale, i protocolli sulla qualità delle merci e dei servizi, ecc.

La sesta “terra di confine” è rappresentata dall’azione di condizionamento e di trasformazione esercitata direttamente dal potere politico e dagli apparati statali sui processi produttivi e sui rapporti di produzione tra le classi, attraverso forme variabili di “ingegneria politico-economica” quali la creazione ex novo per mano pubblica di attività e servizi economici, i processi di privatizzazione-statalizzazione dei mezzi e delle condizioni sociali della produzione, i divieti statali di produzione o importazione di determinati oggetti di lavoro o di consumo, la modifica “dall’alto” delle condizioni di lavoro dei produttori diretti, ecc.

Non può essere certo sottovalutata l’importanza assunta carsicamente da tutta una serie di processi di intervento politico-economici, generati da mutevoli interessi di classe e rapporti di forza politico-sociale, tanto che lo stesso Engels, in una lettera a Starkenburg del 1894, notò che “l’evoluzione politica, giuridica, filosofica, religiosa, letteraria, artistica riposa sull’evoluzione economica. Ma esse reagiscono tutte, tanto l’una sull’altra, quanto sulla base economica”.[17]

Come esempi conosciuti di questa retroazione, Engels aveva citato sia la legislazione (“che pure è un atto politico”) britannica relativa alla giornata di lavoro emanata nel 1847-48, sia il  ruolo attivo svolto dallo stato inglese nel favorire il processo di accumulazione capitalistico, mentre sempre il rivoluzionario tedesco affermò in un’altra lettera, rivolto contro ogni tentazione economicistica, «o ancora, perché lottiamo noi dunque per la dittatura politica del proletariato, se il potere politico è economicamente impotente?»[18]

Le scelte di priorità e gli indirizzi generali politici rispetto al campo economico influenzano e condizionano, in misura diversificata a seconda delle epoche storiche e dei modi di produzione, lo stesso processo economico e i rapporti di produzione classisti ed alcune operazioni statali di “ingegneria politico-economica”, non certo neutrali, hanno modificato profondamente gli stessi rapporti di produzione, attuando nelle società di classe delle forme più o meno estese di privatizzazione o statalizzazione dei mezzi di produzione e degli oggetti di lavoro.

Uno dei casi storici più importanti in questo senso è stato il movimento delle “enclosures”, iniziata proprio nella patria del liberalismo economico, la Gran Bretagna e sviluppatosi attraverso mezzi e strategie squisitamente politiche.

«Nell’Europa medioevale, la terra era considerata un possedimento divino, prestato all’uomo affinché lo dissodasse e lo coltivasse. Sebbene i signori feudali esercitassero sulla terra diritti di proprietà e la concedessero ai contadini secondo diverse formule di fitto, la terra, in sé, non poteva essere facilmente suddivisa, venduta e acquistata. Inoltre gran parte della terra era di proprietà collettiva e gestita in comune dai contadini.

A partire dal Cinquecento, sotto il regno dei Tudor, il Parlamento inglese approvò alcune leggi che permettevano ai proprietari terrieri di recintare le terre collettive, ovvero di acquistarle sotto forma di proprietà privata, cancellando quindi ogni precedente diritto di condivisione collettiva goduto dai contadini. Il grande movimento delle enclosure, iniziato in Inghilterra e poi diffuso su tutto il continente europeo, sia pure in forme leggermente diverse, pose fine a seicento anni di feudalesimo, in cui i contadini erano stati legati alla terra.»[19]

Più in generale, lo stesso processo di accumulazione originaria capitalistica si è sviluppato principalmente grazie all’utilizzo prolungato ed ininterrotto di strumenti politici e politico-militari quali lo sfruttamento manu militari delle colonie extraeuropee (e dell’Irlanda, nel caso inglese) e la costruzione di un sistema del debito pubblico garantito dagli apparati statali, elementi che hanno affiancato il processo politico-economico di espropriazione forzata dei produttori autonomi rurali.

Il movimento delle enclosures costituì un’impresa politica replicata in Europa circa quattro secoli più tardi con un target diverso ed attraverso un processo gigantesco di privatizzazione dei mezzi di produzione statali e dei servizi pubblici attuato da quasi tutti i governi del continente, nel periodo compreso tra il 1979 ed il 2006; a sua volta nei “liberisti” Stati Uniti, il Congresso tra il 1860 ed il 1862 attribuì alle compagnie ferroviarie delle porzioni enormi del territorio americano e, dopo solo due decenni, sempre l’autorità legislativa progettò e mise in pratica attraverso mezzi legislativi e militari lo smantellamento della proprietà collettiva vigente in precedenza nelle aree in cui vivevano i nativi americani, attuando un nuovo e gigantesco processo di privatizzazione “dall’alto”.[20]

Altre operazioni statali di “ingegneria politico-economica” hanno preso di mira a volte la stessa riproduzione delle forze produttive sociali, come avvenne nel caso della politica attuata dal potere feudale nella Cina del XV secolo e che causò la distruzione scientifica dei cantieri navali e della flotta di quel paese, in tempo relativamente brevi.

Attorno al 1400-1425, infatti, l’impero dei Ming rappresentava la più grande potenza marittima militare superando nettamente l’insieme delle flotte di tutte le altre nazioni della stessa epoca: oltre a 250 grandi navi del tesoro, che potevano contenere un’enorme massa di prodotti stranieri, la marina cinese contava altre 3.500 imbarcazioni, le più grandi delle quali misuravano 146 metri di lunghezza (quasi quattro volte di più delle più grandi galee veneziane del tempo) ed erano munite di artiglieria pesante e polvere da sparo.

Anche i cantieri navali cinesi del tempo erano i più grandi dell’epoca: quello di Longjiang, presso Nanchino, comprendeva ancora nel 1420 decine di migliaia di operai, tecnici ed ingegneri.

Il prevalere di una tendenza isolazionista all’interno della corte imperiale e del feudalesimo cinese, tra il 1422 ed il 1426, causò la cessazione in pochi anni della costruzione-riparazione delle grandi navi, la fine dei viaggi intercontinentali della flotta cinese (che probabilmente arrivò in America, Australia e Antartico) ed il disarmo progressivo degli enormi cantieri navali cinesi con la quasi completa soppressione degli scambi con l’estero: dopo il 1435 i mercanti cinesi sorpresi a commerciare con l’estero furono processati come pirati e giustiziati. La dinastia Qing, che succedette ai Ming nel 1644, si spinse ancora oltre: per impedire ogni commercio e contatto con l’estero, una striscia di terra sulla costa meridionale, lunga circa 1.130 chilometri e larga 50, fu devastata e bruciata mentre la popolazione veniva trasferita con la forza all’interno.[21]

D’altro canto si è già verificato in precedenza come anche i processi di “cannibalizzazione” di classe, con cui gruppi sociali privilegiati hanno espropriato i mezzi di produzione e le ricchezze possedute dai loro “cugini” socioproduttivi ancora in possesso del surplus, ma meno potenti sul piano politico-militare, siano avvenuti soprattutto mediante l’azione ed il peso decisivo degli apparati statali legati ai “cannibali” vittoriosi in una certa fase storica, partendo dalle città-stato sumere fino ad arrivare all’amministrazione di Bush junior.

Altre operazioni su larga scala di “ingegneria politico-economica” hanno riguardato negli ultimi secoli il processo di appropriazione privata/statale di beni comuni come il mare, l’aria, il patrimonio genetico umano, animale e vegetale.

«Nel Settecento i governi degli Stati nazionali iniziarono ad appropriarsi dei domini collettivi oceanici, declamando la sovranità sulle acque costiere entro il limite delle tre miglia dalla costa: la gittata delle batterie d’artiglieria dell’epoca. Una spinta ancora più aggressiva all’appropriazione degli oceani prese le mosse, alla fine della Seconda guerra mondiale, da una dichiarazione del presidente americano Harry Truman che annunciava l’annessione di acque costiere al territorio degli Stati Uniti, fino a includere “la giurisdizione e il controllo” dei giacimenti di petrolio e di minerali sul fondo della piattaforma continentale.»[22]

Sempre sotto questo aspetto una vasta corsa all’appropriazione pubblico/privata si verificò sia per gli spazi aerei posti sopra le diverse nazioni che per il patrimonio genetico, a partire dal 1975.

«A tutt’oggi gli Stati Uniti e la maggior parte delle nazioni europee hanno dichiarato che i geni e le proteine che li compongono, così come cellule viventi, tessuti, organi, embrioni e specie animali e vegetali, sono potenzialmente brevettabili. Altre nazioni e la maggior parte di organizzazioni non governative ribattono che il patrimonio genetico è, per sua natura, “condiviso” e perciò, in termini economici o politici, non può essere ridotto a proprietà.»[23]

Negli ultimi decenni si sono aggiunti al precedente elenco nuovi settori, quali la regolazione del cyber spazio e di Internet: «la politica è entrata nel cyber spazio. Cosa del resto ovvia, perché dove va la gente la politica la segue» ha rilevato giustamente B. Sterling.[24]

Va sottolineato infine come in alcuni importanti scenari storici siano stati gli stessi apparati statali e gli stessi nuclei dirigenti politici al potere ad innescare ed alimentare in modo decisivo il processo di creazione-riproduzione del capitalismo industriale, fin dai suoi albori.

Si prenda l’esempio del Giappone dei Meiji, tra il 1868 ed il 1922, del capitalismo di stato giapponese nipponico, imperniato sulla stretta alleanza creatasi tra borghesia, esercito e nuova aristocrazia fondiaria. Ha scritto J. Halliday in un passo gia riportato che «lo stato del periodo Meiji era allo stato il nuovo blocco dominante ed era stato costruito per servire gli interessi di coloro che a tale blocco appartenevano o erano da esso rappresentati (…) L’origine di molti tratti caratteristici del capitalismo giapponese risale proprio al periodo Meiji: l’energico intervento dello stato nella formazione, nell’accumulazione ed investimento del capitale; la concentrazione dei beni capitali; il controllo statale sull’attività bancaria; la direzione e l’intervento dello stato nel commercio estero; un certo numero di severi provvedimenti contro il capitale straniero; elevato risparmio, relativamente dipendente dalle condizioni economiche delle masse popolari; spesa assai bassa in beni di consumo e assenza quasi totale dei molti servizi sociali (…) Il nuovo regime Meiji dovette escogitare mezzi idonei a massimizzare l’accumulazione e a orientare verso nuove destinazioni il capitale liberato all’interno della società.

I due principali elementi del programma di accumulazione statale furono le imposte e la creazione del credito (…) L’imposta fondiaria continua a essere la fonte principale delle entrate governative fin verso la fine del secolo, quando, per un certo tempo, fu superata dall’imposta sulle bevande alcoliche (nel 1899). I tributi furono manovrati come strumento sia politico sia economico, insieme ad altri mezzi di intervento fiscale e monetario (…) Il privilegio che la proprietà e l’impresa riprese godettero dal punto di vista fiscale è dimostrato dal fatto che, fino a tutto il 1913, l’imposta sulla proprietà e sul reddito da capitale forniva soltanto il 15% del gettito tributario nazionale globale. Contrariamente ad un mito assai diffuso, i primi uomini d’affari giapponesi ebbero un’intensissima sete di profitto e furono incoraggiati in questa tendenza dall’iniqua politica fiscale dei governi. E poiché gli imprenditori reinvestivano una percentuale assai esigua i loro profitti, lo stato, attraverso le banche, costituiva la principale fonte di finanziamento dell’industria durante tutto il periodo considerato».[25] Lo stesso sviluppo dei monopoli giapponesi (Zaibatsu) rimase strettamente legato al ruolo dello stato. «Fin dagli inizi del periodo Meiji, il nuovo governo decise di cedere ai privati numerose imprese gestite dallo stato, a esclusione delle ferrovie, dei telegrafi, dei cantieri navali di Yokosuka, degli arsenali e delle fortificazioni”. Come sottolinea Andò, “queste fabbriche e miniere furono vendute ai mercanti politicamente privilegiati dell’epoca, a prezzi puramente nominali e a condizioni di favore incredibili”. Inoltre, anche dopo la vendita, lo stato continuò a concedere la sua generosa protezione per mezzo di sussidi e altre facilitazioni.»[26]

Il settimo punto di interconnessione tra apparati statali e attività economica delle formazioni economico-sociali classiste fu ed è rappresentato dalla creazione-manutenzione per mano pubblica delle infrastrutture materiali indispensabili per la riproduzione del processo produttivo in tutti gli stati egemonizzati dalla “linea nera”.

Tale pratica politico-economica, estremamente diffusa anche prima dell’affermazione del m.p. capitalistico, ebbe come principale riferimento le vie di comunicazione e di controllo delle acque: infatti il processo di regolazione statale del corso delle acque e dell’irrigazione artificiale ha rappresentato storicamente uno dei principali fondamenti materiali del potere statale all’interno del modo di produzione asiatico, a partire dai Sumeri fino ad arrivare all’India del periodo precedente alla colonizzazione britannica, ma anche in altri contesti storici questo importante compito produttivo è spettato agli organi statali (centrali o periferici) fino ad arrivare anche ai nostri giorni, tanto che Marx poté ricordare giustamente che «nella storia dell’industria il momento principale è costituito dalla necessità di controllare socialmente una forza naturale, di colonizzarla, di impadronirsene per la prima volta o di sottometterla per mezzo della mano dell’uomo in larga misura.

Così, per esempio, la regolazione delle acque in Egitto, in Lombardia, in Olanda, ecc. oppure in India, in Persia, ecc., dove l’irrigazione a mezzo di canali artificiali reca non soltanto l’acqua necessaria, ma allo stesso tempo le rifornisce anche del concime naturale che l’acqua porta con sé dalle montagne e deposita nel suo fango.»[27]

I poteri politici centrali (o locali) hanno inoltre giocato di regola da sei millenni un ruolo decisivo, direttamente o indirettamente, nella costruzione e manutenzione di altre essenziali condizioni materiali per il processo produttivo, quali strade, porti, ponti ed acquedotti, mentre proprio gli ultimi due secoli di egemonia esercitata della borghesia su scala mondiale hanno provocato una simultanea estensione degli interventi statali anche a settori ad alta composizione organica del capitale rivelatisi poco lucrosi per il sistema capitalistico (o divenuti troppo onerosi) quali il settore ferroviario, la produzione di energia elettrica e nucleare, la creazione-manutenzione dei sistemi satellitari e l’industria spaziale in generale.

In modo sostanzialmente corretto, l’economista J. Madrick fece notare recentemente agli esponenti liberisti (ipocriti e fasulli) degli USA che l’intervento del governo a fianco del capitale “con la costruzione della rete dei canali e grandi laghi prima, delle ferrovie poi, della rete stradale per ultimo”, attraverso una rete di massicce opere pubbliche, risultò decisivo per la stessa riproduzione materiale dell’economia americana.[28]

Proprio all’interno del modo di produzione capitalistico si sono inoltre aggiunte altre particolari “terre di frontiera” collocate a cavallo tra la sfera politica e la riproduzione generale del processo economico, le quali hanno ulteriormente aumentato l’impatto diretto-indiretto della potenza materiale degli apparati statali sui rapporti di produzione sociali e sulla stessa produzione di beni-servizi: si è arrivati via via ad un tale livello di intervento statale che, ancora nel 1918, Lenin poteva definire correttamente gli stati imperialisti più avanzati dell’Europa come forme concrete di capitalismo monopolistico di stato, caratterizzato dallo straordinario consolidamento della macchina statale (vedi la sua prefazione del 1918 a “Stato e rivoluzione”).

Le specifiche “terre di frontiera” del capitalismo hanno interessato e riguardato:

–         la regolazione statale del rapporto di scambio tra forza lavoro salariata e capitale, alias il diritto del lavoro.

I. Wallerstein ha sottolineato che l’elemento di fondamentale interesse «per l’attività del capitalismo storico è stato il potere legale degli stati nel determinare regole che governassero rapporti sociali di produzione entro la loro giurisdizione territoriale. Le moderne strutture statali si sono arrogate questo diritto a revocare o modificare un insieme di rapporti consuetudinari. In materia di legge, gli stati non riconoscevano alcun vincolo al loro campo d’azione, che non fosse autoimposto.

Anche quando certe costituzioni statali particolari hanno dovuto pagare il pedaggio psicologico a vincoli derivanti da dottrine basate su leggi religiose o naturali, esse hanno riservato a un qualche corpo costituzionalmente definito, o a una qualche persona, il diritto di interpretare questa dottrina.

Questo diritto a legiferare circa le modalità di controllo del lavoro non è rimasto per nulla confinato entro una sfera meramente teorica. Gli stati hanno regolarmente adoperato questi diritti, e spesso in modi che comportavano trasformazioni radicali dei fattori esistenti. Come ci si potrebbe aspettare, nel capitalismo storico, gli stati hanno legiferato in modo da accrescere la mercificazione della forza-lavoro, abolendo vari tipi di vincoli consuetudinari, che ostacolavano la mobilità dei lavoratori da un tipo di occupazione a un altro. Inoltre essi hanno imposto alla forza-lavoro obblighi fiscali in denaro che spesso costringevano certi lavoratori a intraprendere un lavoro salariato. Ma d’altro canto, come si è già visto, gli stati con le loro azioni legislative spesso hanno anche scoraggiato la completa proletarizzazione, imponendo limiti di residenza o insistendo perché un gruppo familiare adottasse certe forme di obbligo all’assistenza nei confronti dei suoi membri.

Gli stati hanno controllato i rapporti di produzione. Dapprima hanno legalizzato, poi hanno posto fuorilegge certe forme particolari di lavoro obbligato (schiavitù, obblighi di lavoro pubblico, contratti a termine, ecc.). Hanno creato regole che presiedessero ai contratti di lavoro salariati, comprendendovi le garanzie contrattuali, reciproci obblighi minimi e massimi, ecc. Hanno regolamentato per legge il diritto di mobilità geografica della forza-lavoro, non solo oltre le frontiere ma anche all’interno di esse.

Tutte queste decisioni statali erano prese in diretto riferimento con le implicazioni economiche sull’accumulazione di capitale. Lo si può verificare scorrendo l’enorme numero di dibattiti, registrati mentre si svolgevano, sulle possibili scelte alternative in campo legislativo o amministrativo.»[29]

Si può aggiungere che, fino al 1860-1900, anche l’involucro politico liberaldemocratico delle formazioni economico-sociali capitalistiche ha messo al bando per secoli il diritto di sciopero e di organizzazione sindacale, mentre persino le attività di lotta corporative della classe operaia incontrano tuttora abbastanza spesso dei notevoli ostacoli legali e/o materiali nelle democrazie parlamentari, anche all’inizio del Terzo millennio.

–         la creazione del sistema del debito pubblico, a partire dal XIV secolo: sistema politico-economico in cui l’indebitamento dello stato permetteva e permette tuttora a frazioni più o meno consistenti della borghesia (ed anche a certi strati popolari) di ottenere una rendita finanziaria sicura dai poteri pubblici.

«Il sistema del credito pubblico, ossia dei debiti dello Stato, le cui origini possono essere rintracciate sin nel Medioevo a Genova e Venezia, si estese nel periodo della manifattura per tutta l’Europa, e trovò il sistema coloniale, col suo commercio per i mari e con le sue guerre commerciali, la propria serra calda. In questa maniera attecchì soprattutto in Olanda. Il debito pubblico, vale a dire l’alienazione dello stato – dispotico, costituzionale o repubblicano – imprime il suo marchio all’era capitalistica. L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che entra realmente nel possesso collettivo del popolo moderno è il loro debito pubblico. Donde, assolutamente consequenziaria, la moderna dottrina che un popolo diviene tanto più ricco quanto più esso s’empie di debiti. Il credito pubblico diviene il “credo” del capitale.»[30]

Nel XX secolo la massa dei debiti statali e degli interessi pagati dagli apparati statali ai “creditori dello stato” (Marx) sono aumentati in maniera esponenziale, creando un complesso intreccio di interessi tra potere politico, la borghesia ed anche una fascia più o meno ampia di lavoratori dipendenti/risparmiatori.

–         la continua azione degli apparati statali tesa alla “socializzazione delle perdite” subite nel processo economico da una parte o dall’insieme della borghesia, e/o finalizzata alla privatizzazione dei profitti.

«Lungo tutta la storia del sistema capitalistico, quanto più grande è stato il rischio e più ampia la perdita, tanto più è stato vero che i governi hanno proceduto nella direzione di prevenire la bancarotta e persino di restituire le perdite, anche solo allo scopo di evitare lo scompiglio finanziario», ha notato correttamente I. Wallerstein.[31]

Sulla sua scia Noam Chomsky ha riportato in un suo libro un’analisi molto interessante, che focalizza l’attenzione sul processo di sviluppo reale del capitalismo statunitense nell’ultimo secolo.

«Un ampio studio sulle imprese multinazionali condotto da Winfried Ruigrogk e Rob van Tulder ha sottolineato che “la strategia e la posizione concorrenziale di quasi tutte le più grandi aziende del mondo hanno risentito in misura decisiva delle politiche e/o delle barriere commerciali adottate dai governi” e ha rilevato che “almeno venti delle cento maggiori imprese censite da Fortune nel 1993 non sarebbero potute sopravvivere come società indipendenti, se non le avessero salvate i governi dei paesi di appartenenza” socializzando le perdite o subentrando alla proprietà nei momenti di difficoltà finanziaria.

Una di esse, la Lockheed, azienda leader nel distretto fortemente conservatore di Gingrich, è stata salvata dal collasso grazie alle importanti garanzie offerte dal governo sui prestiti ottenuti dalle banche. Lo studio sottolinea inoltre che l’intervento del governo, che “negli ultimi due secoli non è stata un’eccezione, ma la regola… ha giocato un ruolo decisivo nello sviluppo e nella diffusione di molti prodotti e di molte relazioni dei processi produttivi, specialmente l’industria aerospaziale, elettronica, nell’agricoltura moderna, nella tecnologia di materiale e dei trasporti, in campo energetico, nonché nelle telecomunicazioni e nell’informazione (che ha trovato in Internet il simbolo più eclatante) come tempo fa era avvenuto nel settore tessile, siderurgico e, naturalmente, energetico. L’azione dei governi ha plasmato in misura determinante le strategie e le concorrenzialità delle più grandi aziende del mondo”. Queste conclusioni trovano conferma in altri studi tecnici.»[32]

Anche lo storico conservatore Kevin Phillips, descrivendo i rapporti concreti createsi negli ultimi due secoli tra politica ed economia nella nazione “liberista” degli Stati Uniti, ha ammesso onestamente che “i favori ottenuti attraverso la politica, la concessione da parte del governo delle autorizzazioni bancarie, dei terreni per la costruzione delle ferrovie, dei dazi sull’importazione, del monopolio, dell’offerta monetaria, delle detrazioni per esaurimento dei pozzi petroliferi (oil depletion allowance), dei salvataggi finanziari e dei benefici fiscali – ebbero un ruolo critico, a volte addirittura sfacciato, nella creazione” (e nella successiva riproduzione) “delle élite economiche”.[33]

Il processo di socializzazione delle perdite e di privatizzazione dei profitti è durato costantemente fino ai nostri giorni, risultando enormemente stimolato dalla progressiva creazione del capitalismo di stato su scala mondiale a partire dal 1914-29.

Ad esempio, quando nel 1998 le perdite subite da uno spericolato fondo d’investimento statunitense, il Long Term Capital Management (LTCM), superarono la soglia di guardia minacciando la bancarotta degli hedge funds ed una reazione a catena del mercato finanziario, l’iperliberista Federal Reserve guidata dal conservatore A. Greenspan intervenne subito per organizzare-gestire il finanziamento di 3,5 miliardi di dollari all’istituto finanziario in crisi; a partire dall’estate del 2007, sempre la Federal Riserve è di nuovo intervenuta ripetutamente per sostenere con ogni mezzo finanziario disponibile il mercato azionario e la riproduzione del capitalismo statunitense, colpita in modo serio dalla bolla speculativa del mercato immobiliare e dalla crisi dei mutui subprime, mentre nella patria della sig.ra Thatcher il governo di G. Brown è stato costretto ad attuare una nazionalizzazione “temporanea” della Northern Rock, un importante istituto finanziario inglese, iniettando nel 2008 nelle casse della banca liquidità per circa 25 miliardi di sterline al fine di evitare un’ondata di panico tra i risparmiatori e di socializzare le perdite lasciate dalla finanza privata.

Era solo l’inizio di una nuova fase del “socialismo dei banchieri”, culminato (per il momento) nel caldissimo settembre 2008.

Il sette settembre, tanto per iniziare, l’amministrazione “liberista” di Bush junior annunciava la nazionalizzazione di Fannie Mae e Freddie Mac, le due società finanziarie private che in precedenza garantivano quasi la metà dei mutui contratti negli USA per una cifra pari a circa 5200 miliardi di dollari, due volte il prodotto nazionale lordo italiano. Le finanze statali degli USA dovranno garantire “la sommetta” di cui sopra e si calcola che nel caso migliore l’intervento pubblico costerà all’erario 100 miliardi di dollari, mentre proprio negli stessi giorni -secondo atto- le case automobilistiche della General Motors, Ford e Chrisler chiedevano a mamma-stato altri 50 miliardi di aiuti statali per cercare di salvarsi da una possibile bancarotta (Repubblica, 8 settembre 2008).

Terzo atto della tragicommedia del capitalismo di stato americano: il 17 settembre 2008, dopo soli dieci giorni, un nuovo processo di socializzazione delle perdite ha interessato  il colosso assicurativo AIG, nazionalizzato dalla Federal Riserve/governo americano con un nuovo finanziamento di 85 miliardi di dollari pagati dai soliti contribuenti al fine di evitarne il fallimento. Il “socialismo dei ricchi” in salsa statunitense è poi continuato il 19 settembre con un quarto atto e con l’annuncio che l’amministrazione Bush, appoggiata da quasi tutti i democratici, era disposta ad acquistare i titoli ormai invendibili che si erano accumulati nelle casse delle banche ed assicurazioni private al modico costo di almeno 700 miliardi di dollari, erogati quasi senza contropartita dai soliti contribuenti americani, in gran parte operai ed impiegati. L’ennesima socializzazione delle perdite compiuta dai finti-liberisti e dai reali amici della grande finanza, dalla sfera politica del capitalismo monopolistico di stato del mondo occidentale.

Tutto finito? No. Il 10 febbraio 2009 l’Amministrazione Obama annunciava un nuovo piano d’emergenza che prevedeva la costruzione di una nuova struttura finanziaria, destinata a ritirare (a spese del contribuente americano) i “titoli tossici” accumulati dalle banche private e con una prima iniezione di fondi pubblici pari a ben 500 milirdi di dollari, a cui dovrebbe seguire un nuovo regalo di mamma-stato a Wall Street attraverso una seconda tranche, pari a 500 miliardi di denaro di provenienza statale.

Secondo uno studio effettuato da Mediobanca, nel febbraio 2009 gli aiuti statali forniti alle banche su scala mondiale avevano raggiunto nel giro di un solo anno la rispettabile cifra di 470 miliardi di euro, di cui 199 sborsati nei “liberisti” Stati Uniti dal settore pubblico.

Il 2 marzo del 2009, mamma-stato americano regalava altri 30 miliardi di dollari al colosso assicurativo AIG, per evitarne il fallimento e sempre al fine di “socializzare le perdite”

Sempre “mamma-stato” ha provveduto al salvataggio del colosso finanziario Citigroup (20 miliardi di fondi pubblici, più la garanzia statale su 306 miliardi di dollari di titoli tossici accumulati dal gruppo bancario dopo il 2001) ed a cercare di evitare il fallimento di General Motors e Chrisler, nel dicembre 2008, con un’iniezione di liquidità pari a 17,4 miliardi di dollari.

–         le politiche economico-sociali tese a contrastare la gravità e la durata delle periodiche crisi economiche del sistema capitalistico, sviluppatesi non a caso dopo il 1929 e la grande depressione, degli anni Trenta.

Persino secondo A. Kaletski, strenuo difensore del capitalismo ed analista economico per il conservatore Times di Londra, «le nuove tecniche di gestione della domanda sviluppatesi negli anni Trenta (non solo in Inghilterra da Keynes, ma anche in America da Roosevelt e in Germania dagli economisti del nazismo con Hjalmar Schacht), sono state altrettanto efficaci nel prevenire le depressioni economiche di quanto la penicillina lo è stato nel curare la tubercolosi”. L’assunto di Keynes, secondo il quale “i governi possono, anzi devono prendersi la responsabilità di sostenere la domanda se consumatori e imprese smettono di spendere”, costituisce un punto di non ritorno,  una lezione che hanno seguito anche ideologi del “free market” come la Thatcher del 1981 ed il Reagan del 1982, e monetaristi dogmatici come i leader del Bundesbank nel ’95.

Tanto è vero che mai, dagli anni Trenta, il mondo ha più conosciuto una depressione di quelle dimensioni. La peggiore caduta dell’occidente capitalistico da allora in poi è stata del 2% in Gran Bretagna, nel 1980 e di nuovo nel 1991; mentre nella Grande Depressione la caduta fu del 20% e più».[34]

In questi ultimi decenni sono variati, a seconda degli scenari storici e dei rapporti di forza tra le classi, l’entità e l’efficacia della “penicillina” inoculata dai diversi governi al sistema capitalistico malato; è mutata anche la natura civile o militare delle medicine statali (spese militari e/o investimenti nel settore non-bellico dell’economia) e la particolare combinazione delle politiche anticicliche, essendosi via via trasformato il ricorso al controllo statale sull’offerta-domanda di moneta e sui tassi di interesse, ma l’intervento pubblico durante le fasi recessive del processo di riproduzione capitalistico è stato – ed è tuttora – un elemento centrale della “sfera economica” del capitalismo di stato contemporaneo, come emerge esaminando il caso statunitense e quello giapponese.

Non è certo per caso che l’amministrazione “liberista” di Bush junior abbia iniettato una particolare combinazione di “penicillina” per tentare di contrastare la grave recessione statunitense del 2001-2002, mediante l’aumento vertiginoso delle spese militari e del deficit statale, accompagnati dalla parallela riduzione a tappe forzate dei tassi di interesse e delle imposte sui redditi più elevati, mentre in Giappone solo un elevato livello di spesa pubblica ha consentito al paese di superare senza eccessivi danni politico-economici lo scoppio della bomba finanziaria all’inizio degli anni Novanta. Come ha sottolineato di recente Richard Koo, capo economista della Nomura Researcing Institute e di un centro studi che appartiene alla maggiore società di intermediazione mobiliare del Giappone, «senza i programmi congiunturali di spesa dello stato non saremmo sopravvissuti agli ultimi dieci anni»: infatti nel 2003 l’indebitamento pubblico ha raggiunto in Giappone il 166% del Pil (il 105% raggiunto nel 2006 dall’Italia fa ridere, a confronto) rispetto al 68% del 1991, e se da quell’anno al 2002 il Pil è ristagnato e la disoccupazione è raddoppiata, senza il colossale aumento della spesa pubblica il prodotto nazionale lordo sarebbe caduto almeno dell’8% all’anno, sempre secondo R. Koo.[35]

Nel 2007/2008 le somministrazioni di “penicillina” sono aumentate considerevolmente…

–         la regolazione statale, gli eventuali limiti e lo stimolo politico diretto/indiretto ai processi di concentrazione del capitale alle fusioni tra monopoli e grandi banche: processi di gestione e controllo di dinamiche economiche “spontanee” nei quali la sfera politica e gli apparati statali non hanno quasi mai giocato un ruolo neutrale, intervenendo direttamente per influenzare in un senso o nell’altro (come ad esempio è avvenuto in Italia nel 2002-2005 con i casi Antonveneta, Unipol-Monte dei Paschi, ecc.).

–         sotto la pressione delle lotte economiche politiche della classe operaia, i poteri statali borghesi sono stati costretti negli ultimi due secoli a introdurre progressivamente forme più o meno estese di tutela pubblica della forza-lavoro rispetto alla durata della giornata lavorativa, al salario minimo, al settore previdenziale (pensioni, assicurazione contro gli infortuni, ecc.), alla sanità ed alla scuola pubblica: in ultima analisi essi hanno dovuto gestire la costruzione dello “stato sociale” e del salario “differito”, almeno laddove i rapporti di forza politico-sociali e il grado di coscienza/combattività della classe operaia sembrava poter portare a guai peggiori, alias processi rivoluzionari oppure estesi movimenti di massa di natura politico-sociale.

Anche se almeno in parte lo “stato sociale” ed i suoi effetti corrispondono ad una sezione specifica degli interessi generali della borghesia (ad esempio disporre di forza-lavoro istruita ed in salute per la riproduzione del processo produttivo), la storia e lo sviluppo/involuzione dello stato sociale rappresentano soprattutto il sottoprodotto mutevole di lotte di classe politiche ed economiche di durata bisecolare.

Ad esempio nel 1833 la crescente pressione operaia ed il movimento cartista in Gran Bretagna portarono all’emanazione del Factory Act, con cui si proibiva il lavoro per i minori di nove anni (nove) e si limitava la durata della giornata lavorativa per i bambini di età compresa tra i nove e i tredici anni ad otto ore, mentre solo nel 1847, dopo battaglie durissime e sempre con l’agitazione cartista alle spalle, gli operai britannici ottennero un nuovo “Atto delle fabbriche” attraverso il quale lo stato decretava l’entrata in vigore della limitazione a dieci ore (per sei giorni alla settimana) della giornata lavorativa normale.

Il reazionario nucleo dirigente prussiano diretto da Bismarck paradossalmente rappresentò un altro “pioniere riluttante” nella forzata costruzione di un sistema di previdenza sociale all’interno del m.p. capitalistico, dato che il cancelliere tedesco cercò di contrastare lo sviluppo impetuoso della socialdemocrazia tedesca, che a dispetto dello stato di semillegalità in cui si trovava raccoglieva sempre maggiori consensi negli strati popolari, utilizzando anche la tattica della “carota” e delle concessioni parziali alla classe operaia della Germania riunificata: nel 1883 il Parlamento tedesco votò infatti una legge sulle assicurazioni contro le malattie, a cui seguì a breve distanza un ulteriore provvedimento legislativo relativo alle assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro.[36]

Dopo gli esperimenti-pilota della Gran Bretagna e della Germania, la classe operaia europea e nordamericana riuscì progressivamente nel corso del XX secolo a strappare nuove conquiste in materia di “stato sociale”, laddove i rapporti di forza le diventavano parzialmente favorevoli: i risultati positivi ottenuti vennero invece intaccati o addirittura distrutti in presenza di grandi vittorie dell’antagonista politico-sociale borghese, come ad esempio successe negli anni Trenta sotto il fascismo oppure durante gli anni ’80-90, con l’affermazione su scala planetaria del neoliberismo economico, sotto forme più o meno accentuate.

–         la creazione/riproduzione per via politica di una rete internazionale di complicità e tolleranza per la speculazione e la rendita finanziaria, per il riciclaggio del denaro sporco e per gli stati/staterelli che costituiscono le basi territoriali per i giganteschi processi di evasione/elusione fiscale riprodottisi su scala planetaria, a partire dal “prototipo svizzero” dei paradisi fiscali fino ad arrivare ai suoi attuali epigoni.

–         l’enorme estensione quantitativa qualitativa raggiunta dal complesso militare-industriale e dalle spese per armamenti, a partire dagli ultimi due decenni dell’Ottocento fino ad arrivare senza soluzione di continuità ai giorni nostri: «tra l’industria bellica, gli alti ufficiali delle forze armate ed il mondo politico si è sviluppato un potente legame, quasi di natura simbiotica.»[37]

Le aziende private che detengono il quasi monopolio delle forniture destinate alle forze armate dei principali paesi capitalistici costituiscono da molti decenni un potente gruppo di pressione e, anche attraverso i loro diretti mandatari politici, svolgono un ruolo importante all’interno dei processi politici ed economici delle metropoli imperialistiche e del capitalismo di stato contemporaneo: basti pensare che nel solo 2002 il Pentagono ha investito ben 47 miliardi di dollari nel high-tech elettronica e nelle tecnologie di rete, nel software e nel settore multimediale e che si calcola che più di un terzo di tutte le nuove compagnie che sono nate nell’ultimo periodo nel settore tecnologico ed informatico dipendano dagli investimenti statali a fini bellici, creando una rete impressionante di lucrosi legami ed interconnessioni tra sfera pubblica e settore economico privato (Us News and World Today, gennaio 2003).

Sotto questo profilo un settore parastatale che si è espanso enormemente negli Stati Uniti durante gli ultimi anni è stata l’interrelazione politico-economica creatasi tra governo americano ed agenzie militari/paramilitari private per la tutela “della sicurezza interna” ed il supporto logistico alle basi e missioni militari USA all’esterno, tanto che nel 2006 erano stati firmati ben 115.000 accordi in questo senso per un giro d’affari pari a circa duecento miliardi di dollari.[38]

–         l’intervento statale finalizzato a modificare per via politica i tassi di cambio tra le diverse valute monetarie internazionali e a creare ex novo nuove monete di scambio.

Per il XX secolo si possono citare – tra i principali – gli accordi di Bretton Woods stipulati dal governo statunitense con quello britannico, mediante i quali nel 1944 venivano stabiliti tassi di cambio tra le monete dell’Occidente e l’ancoraggio al dollaro-oro delle principali valute capitalistiche (sistema durato fino all’agosto del 1971); l’intesa di Rambouillet del 1975, con cui i principali stati occidentali “legalizzavano” la variabilità dei tassi di cambio abolendo il ruolo speciale dell’oro; l’incontro verificatosi nel 1985 al Plaza Hotel di New York tra i ministri delle finanze di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia e Giappone, con cui tali stati raggiunsero un accordo segreto per ottenere “dall’alto” per via politica una diminuzione del valore di scambio del dollaro e gli accordi di Maastricht del 1991, mediante i quali la maggioranza delle nazioni dell’Europa occidentale stabilirono la creazione a tappe di una Banca Centrale Europea e di una moneta unica europea, con la parallela eutanasia delle vecchie valute nazionali.

–         l’intervento statale esercitato a favore dello sviluppo della scienza e tecnologia, risultato particolarmente evidente dopo il 1940: la bomba atomica e le centrali nucleari, il radar e i satelliti, le missioni nello spazio e sulla Luna, la ricerca sulla fusione termonucleare controllata ed ARPANET (l’antenato di Internet) sono alcuni tra i principali risultati dell’intervento della mano pubblica nella “big science” (Galison).

–         la politica urbanistica, con la sua profonda compenetrazione tra rendita fondiaria, speculazioni, opere edilizie e decisioni politiche. E. Berselli ha notato (Repubblica, 8/12/08) che «un nuovo piano regolatore, con le sue inevitabili varianti contrattate con le corporazioni economiche, può spostare volumi ingenti di risorse e di ricchezza, e che quindi il ruolo del ceto politico risulta decisivo nell’orientare futuri flussi di profitto. Accade qualcosa di simile in tutte le opere infrastrutturali (strade, ponti, edifici pubblici, tratti ferroviari, metropolitane), ma con gli interventi nel tessuto urbano gli incrementi di valore possono risultare colossali».

Si può pertanto concludere, in riferimento alle multiformi “terre di frontiera” sviluppatesi tra sfera economica e politica nelle società di classe, che non è mai esistita dal 3700 a.C. ad oggi una netta separazione tra i due quadranti e che il potere politico ha giocato sempre un ruolo diretto ed almeno significativo nel processo di produzione delle formazioni economico-sociali classiste, nella creazione/riproduzione delle condizioni generali della produzione (moneta, infrastrutture, oggetti di lavoro) e nella formazione/modifica per via politica e giuridica dei rapporti di proprietà e nel settore fiscale: l’intervento della sfera politica rispetto a quella economica rappresenta una costante degli ultimi sei millenni di storia del genere umano.

Premesso che la Commissione Trilateral aveva prodotto nel 1977 un rapporto (Toward a renovate international system) in cui si sosteneva correttamente che «la promessa liberale di una separazione tra le sfere economiche e la politica è obsoleta» e che i problemi dell’economia sono al cuore della politica moderna” delle metropoli imperialistiche, si può tranquillamente allargare il campo di applicazione storica di questa tesi della Trilateral, visto che i “problemi dell’economia” molto spesso sono stati da millenni al cuore della politica e dei rapporti di forza politici nelle società precapitalistiche, anche se sotto forme ed in proporzioni molto diversificate.

Basti pensare al m.p. asiatico, con la sua proprietà statale del suolo e con la rendita terriera strappata dai nuclei dirigenti politici e dagli apparati statali alle comunità contadine, accompagnata di regola dal processo di regolazione da parte dei poteri pubblici dell’irrigazione artificiale, tanto che in questa formazione economico-sociale la compenetrazione tra sfera politica e settore economico ha raggiunto il massimo livello attraverso il ruolo decisivo svolto dal potere statale e dai rapporti di forza politici nel campo produttivo ed economico: oppure alle società del “socialismo deformato”, in cui sfera politica ed economica si sono connesse già dopo il 1917, e con intensità massima dopo il 1929/30, attraverso la proprietà collettiva dei mezzi di produzione e del suolo, la parziale pianificazione di natura politico-economica del processo produttivo e il monopolio statale su banche-commercio estero-emissione di moneta, ecc.

Se una funzione di notevole peso è stata di regola svolta dagli apparati statali nelle formazioni economiche-sociali schiavistiche, attraverso fisco e moneta, aziende pubbliche e commesse statali in campo civile-militare, creazione su larga scala di strade, acquedotti e porti, legislazione e diritto “politico-economico”, ecc., nel m.p. feudale il potere di intervento della sfera statale sui processi economici è stato generalmente inferiore a quello detenuto dagli apparati politici negli altri modi di produzione, specialmente durante i periodi di “anarchia feudale” in cui i nuclei dirigenti centrali non riuscirono a vincere o contenere le spinte centrifughe dell’aristocrazia fondiaria delle varie regioni dei propri stati: ma nelle fasi storiche in cui l’apparato feudale centrale mantenne una sua relativa stabilità interna ed un reale potere di intervento rispetto agli altri “poteri forti” periferici, l’interconnessione tra sfera politica ed economia riapparve con forza.

Ad esempio il Sacro Romano Impero di Carlomagno rappresentò un progetto di ingegneria politico-sociale di carattere generale che influenzò profondamente e per quasi un secolo anche i processi produttivi ed i rapporti di produzione in larga parte dell’Europa occidentale. Dato che Carlomagno divise il suo impero in una serie di contee, poste sotto il governo di funzionari che esercitavano i poteri giuridici ed amministrativi ed in cui almeno all’inizio i feudatari-funzionari non godevano del possesso ereditario dei propri territori, venendo anzi controllati annualmente da emissari diretti dell’imperatore, i missi dominici, risulta chiaro che proprio nelle sue prime fasi di sviluppo il feudalesimo risultò almeno in parte il frutto di una “rivoluzione dall’alto”, seppur basata su esperienze socioproduttive già parzialmente consolidate in Europa. Sempre dall’alto venne attuata la creazione, agli inizi del IX secolo d.C., di quei modelli di organizzazione produttiva feudale che furono le “villae“: esse erano possedimenti fondiari che appartenevano direttamente al sovrano e il cui surplus complessivo, amministrato dagli intendenti del luogo, forniva buona parte dei mezzi necessari per l’amministrazione centrale dello stato, mentre contemporaneamente il potere statale emanò tutta una serie di norme tecniche ed amministrative per la gestione delle grandi proprietà fondiarie, raccolte in un documento denominato Capitulare de villis.

Infine Carlomagno cercò di intervenire direttamente anche per incrementare la produzione e i commerci: mentre le comunità ebraiche, che gestivano la maggior parte degli scambi internazionali, furono agevolate e protette, il nucleo dirigente carolingio attuò un’importante riforma monetaria attraverso la quale fu riservato soltanto agli apparati statali il diritto di coniazione relativo ad un solo metallo, l’argento, mentre nello stesso tempo fu formato un sistema generale dei pesi e delle misure che tentò – senza troppo successo – di unificare sulla base di prototipi conservati nel palazzo imperiale.[39]

Si trattò insomma di un vero e proprio “dirigismo feudale”, sommerso dopo alcuni decenni da una nuova ondata di particolarismo centrifugo espresso dall’aristocrazia fondiaria, laica o ecclesiastica: ma persino nei periodi di “anarchia feudale” il controllo dell’autorità politica periferica rimase uno strumento essenziale per la riproduzione del potere economico dei signori feudali locali, divenuto quasi completamente/totalmente sovrani nella loro rispettiva area d’influenza, dato che la combinazione diretta tra il dominio produttivo e l’occupazione in prima persona del potere politico costituì sempre un elemento importante della formazione economico-sociale feudale, giunta nell’epoca della sua piena maturità socioproduttive.

Inoltre il signore feudale dell’Europa amministrava le contese giuridiche per tutti gli abitanti dei villaggi da esso controllati, ottenendo in tal modo un considerevole surplus di entrate ed allo stesso tempo, grazie al “potere di banno”, egli obbligava in modo lucroso i suoi sudditi a servirsi dei suoi mulini, forni e taverne, impedendo l’installazione di tali attività da parte di eventuali concorrenti; egli imponeva tasse sull’attività di scambio, pedaggi sulle strade e sui porti ed esigeva ulteriori prestazioni di lavoro (corvées, angarie) ed imposte straordinarie (taglie), oltre a quelle che percepiva nella sua qualità specifica di capo politico-militare, ottenendo in tal modo che il villaggio nel suo insieme e larga parte delle forme della sua attività economica fossero soggette al signore locale e che rimanessero spazi poco consistenti per l’esercizio di attività indipendenti. Si può pertanto concludere che anche nel modo di produzione feudale la “separazione tra sfera economica e politica” non era solo “obsoleta”, quanto piuttosto quasi inesistente ed invece sostituita da una gestione partigiana delle multiformi e cangianti “terre di frontiera”.[40]

Un’ultima massa di fatti combinati, che (indirettamente) supporta il primato della politica delle società di classe e il “paradosso di Lenin”, viene proprio dai “bassifondi” delle formazioni economiche-sociali comparse dopo il 3700 a.C. ed è fornita dall’insieme variegato di pratiche multimillenarie di corruzione ed acquisizione di cariche pubbliche attraverso l’erogazione di denaro, nelle loro proteiformi varianti storiche (simonia, tangenti, concussione, creazione di posti lucrosi per gli ex dipendenti statali corrotti, ecc.) via via sviluppatesi all’interno dei processi di riproduzione materiale di tutti i modi di produzione classisti.

Infatti perché privarsi di risorse economiche più o meno consistenti per ottenere il controllo parziale-totale di una risorsa assolutamente “marginale”, quale risulta il potere politico secondo le fragili concezioni post-moderne relative alla gestione degli affari comuni delle società di matrice capitalistica? Perché cercare di controllare (totalmente-parzialmente) un presunto “cane morto”, una dimensione della pratica umana spesso ritenuta dopo il 1989 – a torto – priva di qualunque valore e rilevanza concreta? Perché comprare/tentare di comprare le cariche politiche, se esse non possono rendere niente sul piano materiale?

Anche in questo campo la concreta pratica umana degli ultimi millenni dà torto, con fenomeni tangibili, molteplici e combinati alle astratte teorie economiciste attestando che la sfera politica conta e pesa molto proprio in campo produttivo, fino al punto di spingere da sei millenni tutta una serie proteiforme di gruppi, lobbies economiche e frazioni politico-sociali a commettere azioni illegali-paralegali pur di controllare e/o condizionare la sfera statale, in tutti i diversi modi di produzione classisti. Tangentopoli non nasce certo a Milano negli anni Settanta-Ottanta, visto che «nell’antichità in ogni caso, “ungere le ruote” era costume diffuso quanto oggi ed in qualche caso considerato persino lecito.

“Le Sacre Scritture ospitano tracce incontestabili di un’etica almeno apparentemente differente rispetto a quella corrente. Nell’Antico Testamento i giudici governanti dedicano il proprio favore ai sudditi più servizievoli: uomini accorti e zelanti, pronti a elargire denaro ed immolare vittime sacrificali. Lo scambio di favori e la necessaria reciprocità che sottende la relazione, non solo erano ammesse, ma anche protette di fatto come comportamenti corretti e generalmente accettati. C’è insomma una certa ambiguità tra corrotto e corruttore e prevale una diffusione sociale del meccanismo del baratto, dello scambio, del do ut des, soprattutto nella Bibbia della Genesi, mentre l’idea di corruzione come peccato emerge in particolare nella Bibbia dei profeti e poi con la filosofia di Socrate e di Platone.” [41]

Nella Roma schiavista del III secolo a.C. e V secolo d.C. il controllo delle cariche pubbliche comportava, oltre ai vantaggi materiali collettivi già citati, anche notevoli dividendi personali per i politici coinvolti, tollerati dalla legge e dalla consuetudine, se non in casi eccezionali.

«Lo storico romano Sallustio ha illustrato e condannato con severità i costumi licenziosi di Roma e dei suoi governanti. “I potenti” si legge nelle Storie “cominciarono a trasformare la libertà in licenza. Ognuno afferrava quello che poteva, strappava, rubava.

Lo Stato veniva governato dall’arbitrio di pochi. Avevano in mano il tesoro, le province, le cariche, le glorie ed i trionfi. Gli altri cittadini erano oppressi dalla povertà, oberati dal servizio nelle legioni. I capi spartirono le prede con pochi, mentre le persone venivano cacciate dalle loro terre se, per disgrazia, queste erano desiderate da un potente vicino”. Ricercando, come gli era consono, la causa degli eventi nei vizi o nelle virtù dei singoli, Sallustio indagò anche sulla congiura di Catilina: “I capi dei partiti al potere profanavano e devastavano tutto; nulla premeva loro, nulla tenevano per gli altri. Finché sprofondarono nell’abisso che si erano preparati con le loro mani”.

Doveva trattarsi di una realtà che Sallustio conosceva molto bene dal momento che, occupando una carica di rilievo in provincia, lasciò di sé (almeno sotto questo profilo) un pessimo ricordo. Sfruttò infatti fino all’ultimo un paese ricco con la concussione e l’esazione, e lo fece a tal punto da scandalizzare persino i suoi contemporanei, che pure erano avvezzi a tale usanze.

Processato, Sallustio dovette ricorrere alla protezione di Cesare, il quale intervenne presso i giudici in favore dell’amico, tanto che il tribunale alla fine lo assolse. Il denaro da lui estorto fu impiegato in parte per comprare una villa a Cesare vicino a Tivoli e in parte per impiantare splendidi giardini attorno alla propria villa romana… Il sedicente e integerrimo custode dell’erario romano Catone il Censore – tra un lavacro morale e l’altro – subì oltre quaranta processi per corruzione. Tutti ricorderanno la frase “Delenda Carthago“, “Bisogna distruggere” Cartagine. Ma perché Catone ce l’aveva tanto con Cartagine? Vi è stato chi ha sostenuto che erano in gioco interessi particolari del Censore, dal momento che Cartagine esportava quell’olio di cui Catone era grande produttore.»[42]

Anche la “storia sacra” e planetaria dei più potenti apparati ecclesiastici, legati strettamente al potere politico o addirittura in grado di egemonizzare direttamente la gestione degli affari pubblici, conosce bene la simonia ed i processi di acquisizione di cariche religiose per mezzo di denaro innescati da precisi motivi materiali e sicuramente il Vaticano non è stato certo esente da tale peccato mortale, come già ricordava Dante nella sua Divina Commedia.

«Ormai nel IV secolo, soprattutto in alcune zone di Oriente, si era affermata la consuetudine secondo cui i vescovi si facevano versare somme di denaro da coloro che venivano ordinati a nuovi ruoli ecclesiastici. Era una forma di cessione della grazia divina, un fenomeno simile a quello che, con la vendita di delle indulgenze e altre pratiche simoniache, acquisterà nel tempo una diffusione ed una dimensione impressionante… Il IV concilio ecumenico di Calcedonia del 451 condannò espressamente la vendita di cariche ecclesiastiche e nel 790 anche Carlo Magno condannò chiunque accettasse doni e offerte macchiandosi del “eresia di Simone Mago”. Tuttavia, dopo mille anni di cristianesimo quell’eresia era diventata la regola; le istituzioni religiose erano sfruttate largamente per scopi personali e l’urgenza di una riforma si faceva sempre più evidente.

Nell’epoca del Sacro Romano Impero ebbe poi grande rilievo la figura del vescovo-conte, una carica cui spesso si accedeva pagando. Riunendo in sé potere temporale e spirituale proprio quella carica finì per essere il modo per sfruttare, come ha scritto Giordano Bruno Guerri, le risorse esistenti “mantenendo gli italiani sotto ambigue leggi morali e le rigide strutture burocratiche-finanziarie della Chiesa”.»[43]

La praxis diffusa del “do ut des” e del meccanismo di scambio tra sfera politica ed economica, la pratica diffusa della corruzione/clientelismo all’interno del processo di riproduzione delle liberaldemocrazie capitalistiche (Tangentopoli, caso Elf, caso Enron, fallimento del Credit Lyonnais, ecc.) risulta ormai ben conosciuta in Occidente, mentre lo sono molto meno le numerose “Tangentopoli” che hanno spesso contraddistinto la dinamica politico-sociale di sviluppo delle dittature militari di destra e dei regimi fascisti del XIX-XX secolo.

Secondo N. Chomsky, “le giunte militari e i dittatori finanziati e/o sostenuti dagli Stati Uniti proclamano in genere di voler fare piazza pulita della “corruzione” presente nella società civile e democratica. Ma la corruzione è “connaturata” a questi regimi che, una volta al potere, ne agevolano la diffusione.

Grazie alla corruzione, le élite collaborazioniste hanno accumulato ricchezze così ingenti che gli stati da loro governati possono essere definiti Stati “saccheggiatori”. Ma questa non è una novità. Nel caso della “vecchia Cina” di Chiang Kai-shek, il generale Stilwell, che aveva collaborato a lungo con il Kuomintang, era giunto alla conclusione, spesso ribadita, che i suoi membri erano semplicemente dei “gangster” convinti (giustamente, come si sarebbe rivelato in seguito) di poter “continuare a mungere gli Stati Uniti per ottenere soldi e armi usando il ben noto ricatto di mollare tutto se… non fossero stati aiutati.» Come sottolinea Kolko: «Tutti gli studiosi di storia della Cina, tra il 1942 ed il 1945, sono concordi nell’affermare che la corruzione e la venalità dell’élite al governo erano le sue uniche caratteristiche costanti». Uno studio su certificati di deposito e titoli obbligazionari USA per un valore complessivo di 43 milioni di dollari, messi in vendita nell’ottobre 1943, ha rivelato che quel bottino apparteneva ai leader del Kuomintang: T. D. Soong ne possedeva 4,4 milioni di dollari, K. T. Chen 4,1 milioni, H. H. Kung 1,4 milioni e così via.

Quanto al Vietnam del Sud, i compradores hanno accumulato enormi fortune ancor prima che l’escalation del 1965 facesse affluire nel paese ingenti risorse che si prestavano ad essere rubate. Il generale Khanh, che Washington aveva messo a capo dello stato sudvietnamita tra il 1964 ed il ’65, mandando dopo quel breve periodo in esilio, si vantava di avere accumulato un patrimonio di soli 10 milioni di dollari prima di uscire di scena.»[44]

A sua volta nell’arcipelago indonesiano, tra il 1965 ed il 1998, l’élite militare fascista di Suharno «vende tutto – licenze commerciali, di importazione ed esportazione, autorizzazioni per sfruttare le risorse forestali e minerarie, pubblici contratti e crediti della banca di Stato – o lo riserva ai gruppi nei quali qualche ufficiale o la frazione militare hanno la maggioranza. La cricca militare esercita il suo dominio controllando l’accesso ai mercati e al credito proprio come i gangster controllano con la forza certi settori finanziari, dove si può entrare solo pagando la loro “protezione”.

Nel caso dell’Indonesia i gangster governano un intero paese e pretendono di essere pagati sia con le “commissioni” sia tramite l’istituzione di joint venture nelle quali i generali o i loro agenti incassano dal 10% al 25% dei profitti, per un investimento puramente nominale. Oltre a vendere licenze e altri privilegi, i generali e le loro famiglie o i loro clienti talvolta creano società proprie, affidandone spesso la gestione a manager cinesi (cukong). Così, una società legata a Suharno è concessionaria della Volkswagen, il generale Sutowo possiede la società concessionaria della Mitsubishi, e via dicendo fino ai gradi più bassi della gerarchia. La fortuna di Suharno è cominciata con il gruppo Cendana, formato da quindici società che operano in settori bancari, immobiliari, commerciali e cementiferi, nella produzione di farina, gomma, legname e in altri ancora.

Suharto, la moglie, il fratello e i due cognati, al pari di altri suoi parenti e clienti, possiedono azioni di varie società straniere, alle quali sono regolarmente concessi monopoli e crediti bancari agevolati. Gli imperi commerciali dei generali sono costituiti da “reti di partecipazione minoritaria negli joint venture dove hanno un ruolo essenzialmente politico…»[45]

Di solito viene ricavata solo una lezione dalla pratica diffusa della corruzione/clientelismo, e cioè l’esistenza di un potere reale di pressione esercitato dal “denaro” sulla sfera ed il personale politico, ma non i suoi due corollari teorici e pratici. Infatti proprio dalle multiformi esperienze “paralegali-illegali” degli ultimi millenni emerge subito anche l’importanza del “mezzo” politico, la centralità dell’involucro politico e del suo controllo (totale-parziale) proprio per la soddisfazione concreta di bisogni materiali, spesso di natura solo corporativa/lobbistica o anche individuale, mentre in secondo luogo non si può non notare come la corruzione sottintenda implicitamente la parziale autonomia dei “politici corrotti” dai “corruttori”, almeno all’inizio del loro rapporto, visto che non risulta necessario pagare al fine di comprare dei “burattini” politici già eterodiretti e dei robot politici già sottoposti in precedenza al proprio volere ed interessi materiali.

Conclusa a questo punto l’analisi dei segmenti che sorreggono in modo combinato il “paradosso di Lenin”, si può passare all’esame delle relazioni internazionali tra gli stati classisti e del loro particolare intreccio tra sfera politica (politica-militare) ed economica.


[1] K. Marx, “Il Capitale”, Libro I, Cap. II

[2] P. L. Bernstein, “Oro”, p. 36, ed. Longanesi

[3] R. Bencinvenga, “La storia del denaro”, p. 275-276, ed. Sperling e Kupfer

[4] B. Eichengreen, “La globalizzazione del capitale”, pp. 44-45, ed. Baldini e Castoldi

[5] G. Duby, “Storia della Francia”, Vol. I, pp. 681/697, ed. Bompiani

[6] I. Wallerstein, “Il capitalismo storico”, p. 39, ed. Einaudi

[7] R. Batra, “Il crack finanziario del 1998-99”, p. 15, ed. Sperling e Kupfer

[8] I. Wallerstein, op. cit., p. 38

[9] N. Ferguson, “Soldi e potere”, p. 52, ed. Ponte alle Grazie

[10] P. Baran e P. Sweezy, “Il capitale monopolistico”, pp. 124-125, ed. Einaudi

[11] J. Gray, “Alba bugiarda”, p. 35, ed. Ponte alle Grazie

[12] K. Morgan, “Storia dell’Inghilterra”, pp. 264-265, ed. Bompiani

[13] N. Ferguson, op. cit., p. 66

[14] M. Dobb, “Problemi di storia del capitalismo”, p. 222, ed. Editori Riuniti

[15] L. Wallach e M. Sforza, “WTO”, pp. 14/102, ed. Feltrinelli

[16] Il Manifesto, 29/12/2002

[17] F. Engels, Lettera a Starkenburg, 25/01/1894

[18] F. Engels, Lettera a C. Schmidt, 27/10/1890

[19] J. Rifkin, “Economia all’idrogeno”, p. 267, ed. Mondadori

[20] Autori vari, “Tutto quello che sai è falso”, 2003 p. 224, ed. Nuovi Mondi Media

[21] G. Menzies, “1421. La Cina scopre l’America”, pp. 38/52, ed. Carocci

[22] J. Rifkin, op. cit., p. 267

[23] op. cit., pp. 268-269

[24] B. Sterling, “Giro di vita contro gli hacker”, p. 10, ed. Mondadori

[25] J. Halliday, “Storia del Giappone contemporaneo, pp. 46-47, ed. Einaudi

[26] J. Halliday, op. cit., p. 48

[27] K. Marx, “Il Capitale”, Libro I, cap. XIV

[28] J. Madrick, in Corriere della Sera, 31/01/2005, p. 10

[29] I. Wallerstein, “Il capitalismo…” op. cit., p. 37-38

[30] K. Marx., “Il Capitale”, Libro I, cap. XXIV, par. V

[31] I. Wallerstein, op. cit., p. 48

[32] N. Chomsky, “Sulla nostra pelle”, pp. 50-51, ed. Tropea

[33] K. Phillips, “Ricchezza e democrazia”, p. 434, ed. Garzanti

[34] A. Kaletsky, in La Repubblica, 13/11/1998

[35] Liberazione, 11/07/2004

[36] F. Mehring, “Storia della socialdemocrazia tedesca”, vol. III, p. 1283-1284, ed. Riuniti

[37] Tariq Ali, “Lo scontro dei fondamentalismi”, p. 359, ed. Rizzoli

[38] N. Klein, “Shock economy” pp. 20 e 332-333, ed. Rizzoli

[39] J. Le Goff, “La civiltà dell’Occidente medievale”, pp. 53-54, ed. Einaudi e H. Pirenne, “Maometto e Carlomagno”, pp. 235-237 e 247-248, ed. Laterza

[40] G. Duby, “Le origini dell’economia europea”, p. 289, ed. Laterza

[41] C. A. Brioschi, “Breve storia della corruzione”, p. 25, ed. TEA

[42] op. cit., pp. 38-39

[43] op. cit., pp. 51-52

[44] N. Chomsky, “La Washington Connection e il fascismo nel Terzo Mondo”, vol. I, p. 88, ed. Baldini e Castoldi

[45] op. cit., p. 231


Warning: Division by zero in /home/webdes90/public_html/Domini/robertosidoli.net/wp-includes/comment-template.php on line 1381