Prefazione

Prefazione

Marx affermò giustamente che «l’economia effettiva – il risparmio – consiste in un risparmio di tempo di lavoro»: per tentare di far risparmiare tempo ed energie ai potenziali lettori, sintetizzerò in modo schematico i principali risultati di questo lungo libro, diviso in due parti.[1]

Le tesi principali in esso sostenute consistono nella “scoperta” del primato della sfera ed azione politica, all’interno del processo di riproduzione complessivo di tutte le formazioni economico-sociali apparse sull’arena storica dopo il 9000 a.C. fino ad arrivare ai nostri giorni, e della parallela centralità assunta dai rapporti di forza tra gli attori politici – ed i loro mandanti sociali – all’interno della dinamica contraddittoria che ha segnato i proteiformi involucri politici sviluppatisi nel corso degli ultimi undici millenni di storia del genere umano.

Per rapporto di forza si intende il processo di confronto e di paragone tra le masse complessive di potenza (economica, cognitiva, politico-militare, consensuale e direzionale) accumulate e detenute rispettivamente, in modo via via mutevole, dai diversi protagonisti entrati in contatto nella sfera politica, mentre quest’ultima risulta definibile a sua volta dopo il 3700 a.C. come la gestione degli affari comuni di una determinata società e degli apparati statali, comprendendo in tale azione multiforme di direzione e controllo anche le relazioni con gli altri stati e l’intervento del potere politico sulla sfera economica, teso a trasformare (anche in minima parte) il processo di riproduzione materiale di una determinata struttura socioproduttiva.

I due paradigmi teorici sovraesposti si fondano e sorreggono su cinque basi materiali e “gambe di appoggio”, collegate parzialmente tra di loro:

–         l’effetto di sdoppiamento (biforcazione), creato ed alimentato costantemente fino ai nostri giorni nella sfera dei rapporti di produzione/distribuzione dallo sviluppo plurimillenario via via raggiunto dalle forze produttive sociali su scala planetaria dopo il 9000 a.C., con la riproduzione per la prima volta di un surplus costante attraverso l’introduzione dell’agricoltura, allevamento e artigianato. Si tratta di un processo che è aumentato in modo esponenziale con la rivoluzione industriale e che, sia a livello potenziale che reale, da undici millenni permette costantemente ed allo stesso tempo la riproduzione sia di relazioni sociali di produzione collettivistiche che di quelle classiste, nelle quali le condizioni/mezzi della produzione ed il surplus/plusprodotto vengano posseduti e controllati da parte di una minoranza della popolazione a proprio vantaggio; dal 9000 a.C. fino all’inizio del terzo millennio in cui viviamo, due tendenze generali alternative di natura socioproduttiva si sono confrontate reciprocamente a livello virtuale e spesso hanno coesistito realmente nello stesso periodo e nella medesima area geopolitica, anche in presenza di una parità approssimativa nel livello di sviluppo qualitativo delle forze produttive.

–         il “paradosso di Lenin“, per cui il mezzo” e la sfera politica assumono una netta centralità rispetto al “fine” economico diventando decisivi per la stessa riproduzione delle formazioni economico-sociali classiste e del socialismo deformato, a causa di un insieme variegato e combinato di fattori socioeconomici e socioproduttivi che fanno in modo che la sfera politica risulti almeno in parte un elemento costitutivo proprio del processo produttivo, “espressione concentrata dell’economia”.

–         la “costante di Sargon“, ossia la tendenza comune espressa (in forma aperta o latente) da tutti i nuclei dirigenti al potere nelle società classiste e tesa ad allargare al massimo la sfera d’influenza politica ed economica dei loro stati di appartenenza, il processo di appropriazione del surplus e dei mezzi di produzione sociali formatisi invece in altri stati e/o aree geopolitiche: impulso politico-economico che esce dal suo stato di letargo solo quando le élite egemoni ritengano – a torto o a ragione – di essere in presenza nell’arena internazionale di rapporti di forza politici e politico-militari favorevoli a tali scopi predatori.

–         la riproduzione costante in tutte le classi e frazioni di classe omogenee e comparse dopo il 3700 a.C., sia privilegiate che sfruttate/autonome sul piano socioproduttivo, di una scala estremamente elastica di bisogni economico-collettivi espressa spesso in forma latente e che parte da un livello minimale alfa fino ad arrivare al grado superiore omega.

–         la riproduzione costante, all’interno della progettualità/pratica espressa da tutte le nomenklature e forze politiche che hanno operato dopo il 3700 a.C., della tendenza generale alla massimizzazione del possibile, intesa anche come minimizzazione delle perdite in presenza di rapporti di forza politici percepiti come sfavorevoli da determinati protagonisti dell’arena statale/internazionale. Sotto questo aspetto, la politica non è solo arte del possibile, ma anche trasformazione dell’impossibile di oggi nel possibile di domani.

Al fine di cercare di definire le caratteristiche fondamentali dell’universo dei rapporti di forza politico-sociali, ho individuato cinque elementi costanti e cinque campi di forza reali operanti ininterrottamente nelle diverse sfere politiche statali e internazionali (forza politico-militare; economica; consensuale; processo di accumulazione di informazioni/conoscenze; capacità direzionale), distinguendo inoltre tra:

–         rapporti di forza del presente e dinamica/sviluppo di questi ultimi

–         campi di forza materiali e fattore mentale-direzionale

–         campi di forza reali e potenziali

–         campi di forza reali e strumenti di produzione della forza politico-sociale (a partire dall’organizzazione, dai mass-media, ecc)

–         correlazioni di potenza reali e loro percezione collettiva da parte dei protagonisti della sfera politica

Nella seconda parte di questo libro verrà infine esposto un metodo (elementare e rozzo) per il processo di calcolo dei rapporti di forza statali ed internazionali e della loro dinamica, tentando sia di individuare l’impatto reale del potere direzionale via via espresso dalle diverse nomenklature politiche sulle lotte di classe/frazione di classe o internazionali che le hanno viste coinvolte (o sui loro processi “pacifici” ed endogeni di accumulazione di potenza) che di costruire i criteri oggettivi attraverso i quali scoprire quale campo di potenza materiale diventi il “numero uno” nei diversi scenari storici, volta per volta.

Le tesi sovraesposte sono immerse in primo luogo in una concezione generale plurilivellare della sfera politico-statale ed internazionale, sia in riferimento alle sopraccitate scale elastiche di bisogni materiali delle diverse classi/frazioni di classe che:

–         alla scala elastica di bisogni economici soddisfatti/non soddisfatti dalle diverse classi e frazioni di classe, partendo da un livello minimo fino al grado massimo di questi ultimi.

–         alle scale di bisogni politici ed economici espresse su scala internazionale dai mandatari politici delle classi divenute egemoni in campo socioproduttivo.

–         alla scala di bisogni politici espressi dai diversi nuclei dirigenti politici, partendo sempre da un livello minimale/alfa fino ad arrivare a quello omega/massimo (egemonia totale su una determinata formazione statale).

Strettamente associata a questo “paradigma generale”, assume un notevole rilievo anche la categoria dell’emersione centrale/latenza dei diversi livelli di bisogni materiali e politici collettivi, a seconda dei rapporti di forza politico-sociali via via creatisi, della loro dinamica reale e della loro percezione collettiva da parte dei diversi protagonisti politici (e dei loro rispettivi referenti e mandanti sociali).

In terzo luogo la sfera politico-sociale viene considerata come il campo di battaglia/mediazione nel quale si scontrano e confrontano non solo le diverse classi/frazioni di classe e i diversi stati-blocchi di stati, ma anche le tendenze e controtendenze conflittuali che emergono all’interno di ciascun gruppo sociale omogeneo e di ogni forza politica: tra di esse assume un ruolo particolarmente rilevante la mutevole dialettica tra bisogni e paure collettive, con i suoi variegati sottoprodotti concreti all’interno delle diverse sfere politico-sociali.

Come vale per ogni lavoro teorico, quello in esposizione si sorregge e basa sull’utilizzo di determinate categorie analitiche, alias le “reti” e gli strumenti attraverso i quali l’uomo in generale si avvicina alla riproduzione della realtà «creando astrazioni, concetti, leggi, un’immagine scientifica del mondo, etc. etc.».[2]

Le categorie teoriche parzialmente nuove che sono state introdotte in questo lavoro sono:

–         la “sindrome di Chou Kou t’ien”, e cioè la tendenza consumistica che contraddistingue (quasi) tutto il genere umano a partire almeno dal tardo Paleolitico e da quarantamila anni or sono.

–         la “cascata di Lenin”, ossia la ricaduta economico-produttiva prodotta dai successi/insuccessi politici sui livelli di soddisfazione/insoddisfazione dei bisogni materiali via via raggiunti dalle diverse classi.

–         il “multipolarismo sbilanciato” che contraddistingue quasi tutti gli involucri politici delle società classiste e del socialismo deformato.

–         il processo di occupazione (totale/parziale) del potere politico inteso come obiettivo centrale delle diverse forze politiche e dei loro mandanti sociali, anche e soprattutto nell’epoca “post-moderna” e nel capitalismo di stato che contraddistingue da decenni le metropoli imperialistiche più avanzate.

–         la duplice scelta di campo compiuta da (quasi) tutti i nuclei dirigenti e le forze politiche, sia verso i rapporti di produzione dominanti nei loro stati di appartenenza che rispetto a determinati gruppi sociali, i loro “cocchi di mamma”.

–         il mandato politico – revocabile e con margini variabili di autonomia – attribuito dalle diverse classi/frazioni di classe a determinate forze e leader politici, affinché essi cerchino di soddisfare al massimo grado possibile le loro sfere di interessi economici e politici.

–         l’individuazione della progettazione-previsione come elemento integrante e necessario di qualunque pratica politico-sociale non occasionale, anche se di basso livello qualitativo ed a volte involontariamente autodistruttiva nei risultati finali per i suoi promotori.

–         la valutazione delle variegate esperienze socioproduttive e politiche sorte dopo la Rivoluzione d’Ottobre come socialismo deformato, con deformazioni burocratiche e militaristiche più o meno accentuate e tracce secondarie/subordinate di capitalismo di stato, intese come società paraclassiste per la presenza inevitabile al loro interno di apparati statali e livelli variabili di disuguaglianza sociale.

–         la valutazione delle formazioni economico-sociali di matrice asiatica e feudale come “centauri”, nelle quali hanno svolto un ruolo subordinato ma importante le comunità di villaggio, contraddistinte anche da tratti collettivistici e cooperativi più o meno accentuati nelle relazioni sociali di produzione.

–         le “terre di frontiera” politico-economiche, i segmenti di pratica politica che influenzano in modo rilevante – più o meno esteso – i rapporti di produzione e lo sviluppo delle forze produttive (fisco, moneta, creazione/manutenzione delle infrastrutture, politica commerciale internazionale, ecc.).

Tra le “vecchie”, ma sempre valide categorie teoriche marxiste ho ripreso ed utilizzato innanzitutto il concetto di capitalismo monopolistico di stato, inteso come la combinazione dialettica tra la sfera politica (comprendente al suo interno un più o meno esteso settore economico controllato direttamente dallo stato, anche attraverso la riproduzione della burocrazia e mediante gli appalti/commesse pubbliche) e  l’estesa sfera produttiva viceversa dominata dalle multinazionali e banche private.

Per capitalismo monopolistico di stato si intende il processo di cooperazione che si crea nel tempo tra i grandi monopoli, l’alta finanza e le multinazionali da un lato ed i governi e gli apparati statali dall’altro, anche se a volte con tensioni e conflitti tra i due partner. Da un lato il settore privato ottiene costantemente l’aiuto materiale-politico e l’appoggio pubblico concreto al processo di accumulazione capitalistico attraverso finanziamenti diretti-indiretti alle grandi imprese ed appalti statali a loro favore, disposizioni legislative e fiscali favorevoli agli interessi generali/particolari dei trust privati e una loro compartecipazione lucrosa nel settore degli armamenti, sostegno diretto-indiretto all’azione delle proprie multinazionali in campo interstatale e socializzazione delle perdite subite dal settore privato (si pensi solo al prestito da 30 miliardi di dollari fornito dalla Federal Reserve alla Morgan Chase per permettere a quest’ultima di acquistare nel marzo 2008 la Bear Stearns, un gigante finanziario in fallimento), una posizione privilegiata attribuita ai grandi monopoli nei processi di privatizzazione delle risorse collettive e l’agevolazione fornita di regola dal potere pubblico ai processi di centralizzazione dei capitali privati, oltre al sostegno materiale agli investimenti dei monopoli privati: dall’altro il settore statale controlla parzialmente il processo produttivo e di accumulazione, sia mediante le “relazioni speciali” di collaborazione politico-economico via via createsi con il grande capitale finanziario e le multinazionali private che attraverso l’utilizzo mutevole dello strumento fiscale, delle politiche monetarie e commerciali, dell’intervento delle aziende statali, ecc.

Molto spesso, ma non sempre (si pensi agli Stati Uniti nel periodo compreso tra il 1952 ed il 2008, con la loro quasi totale assenza di imprese economiche statali) all’interno del capitalismo monopolistico di stato si riproduce anche un settore produttivo di proprietà pubblica che interviene direttamente in campo industriale, bancario e commerciale, mentre a volte (in periodi prebellici-bellici o di grave crisi economica) si assiste persino alla creazione dall’alto di “cartelli obbligati” tra le principali aziende private e all’azione coattiva di meccanismi di pianificazione parziale da parte dello stato degli investimenti, del livello salariale e delle priorità socioeconomiche fondamentali, come avvenne nel caso della Germania nazista tra il 1935 ed il 1944 e del Giappone, nel periodo compreso tra il 1937 e la fine del secondo conflitto mondiale. Tuttavia l’elemento centrale e costante del processo di riproduzione del capitalismo monopolistico di stato rimane l’aiuto reciproco e la cooperazione continua, anche se a volte non priva di contraddizioni secondarie e di carsiche tensioni, che si riproduce senza sosta tra stato e monopoli privati, tra governi e multinazionali, tra alta burocrazia civile/militare e capitale finanziario al fine principale di favorire al massimo grado possibile il processo di accumulazione dei grandi monopoli privati, anche per ottenere a cascata e in via derivata un aumento della potenza economica delle formazioni statali interessate e coinvolte dalle “relazioni speciali” (miuchi ishiki, in giapponese) via via formatesi tra i due partner, tra la sfera politico-statale e quella economico-privata.

Il primo esempio significativo, duraturo e su larga scala di capitalismo monopolistico di stato venne progressivamente alla luce in Giappone tra il 1871 ed il 1887, con i suoi “sentimenti di parentela” stabilitisi e consolidatisi tra i principali monopoli privati (zaibatsu) e il governo e la burocrazia statale quasi fin dall’inizio del periodo Meiji.

Durante tutta una prima fase, compresa tra il 1871 ed il 1887, «il ruolo dello stato e dell’iniziativa privata cambiarono col tempo. Nel primo periodo lo stato rilevò le industrie manifatturiere dei daimyo» (i feudatari nipponici) «e ne costruì altre: arsenali e cantieri navali, ma anche cantieri edili, distillerie, zuccherifici, ecc.; diffuse la conoscenza tecnica, acquistò macchinari stranieri, reclutò centinaia di esperti occidentali e costruì le infrastrutture per le comunicazioni. Tuttavia, questi investimenti, e la liquidazione dei privilegi feudali, fecero lievitare il debito statale. Dopo il 1880 la maggior parte delle industrie furono privatizzate; lo stato non si ritirò completamente dalla produzione – nel 1901 fondò le Acciaierie Yawata che garantirono la maggior parte della produzione giapponese -, ma impiegò meno di un lavoratore su dieci. La privatizzazione favorì l’affermazione di quattro grandi zaibatsu» – grandi gruppi monopolistici privati – «che dominarono la scena economica fino al 1945: Mitsui, Mitsubishi, Sumitomo e Yasuda. I loro fondatori erano discendenti di vecchie dinastie mercantili (Mitsui e Sumitomo), oppure provenivano dal rango di samurai, come Iwasaki Yatarö (1835-1885), il fondatore della Mitsubishi. Durante i primi giorni della restaurazione, questi stabilirono rapporti particolari con i futuri leader del governo Meiji attraverso il finanziamento del movimento; ad esempio, Iwasaki mise a disposizione le navi per l’attacco di Taiwan nel 1875. come ricompensa, durante la privatizzazione ebbero la quota maggiore alle condizioni migliori. Essi coltivarono come fosse la loro attività più preziosa questa relazione speciale con il governo e con l’élite amministrativa; così nacque un “sentimento di parentela” (miuchi ishiki) che assicurò la loro cooperazione con lo stato, con l’obiettivo degli investimenti nell’industria strategica e della formazione di cartelli in settori delicati. Gli zaibatsu furono lo strumento più importante per una guida flessibile dell’economia.»[3]

In seguito, tra il 1887 ed il 1937, si cristallizzarono le strutture fondamentali del moderno capitalismo di stato nipponico, rimaste in larga parte inalterate fino ai nostri giorni (anche se i “vecchi” zaibatsu si trasformarono nominalmente nei “nuovi” keiretsu, dopo l’agosto 1945).

«La politica economica dello stato fu empirica e diversa a seconda del settore. Il primo interesse era l’indipendenza nazionale e ci si concentrò con tutte le forze sullo sviluppo delle industrie strategiche sotto il controllo diretto dello stato. Dopo il 1929, fu l’industria statale Yawata a coprire i tre quarti del fabbisogno giapponese d’acciaio, e il trasporto marittimo, vitale per ogni nazione insulare, ebbe massicci sussidi e molte rotte navali furono coperte da compagnie semistatali. Nel 1868 il Giappone non aveva navi transoceaniche, ma già nel 1913, gestiva da solo la maggior parte del proprio traffico. Lo stato si mosse anche per frenare quella che considerava una “competizione eccessiva”, dannosa per l’interesse nazionale: ordinò agli zuccherifici di unirsi per porre fine alle ostilità tra i raffinatori di zucchero importato e i proprietari di piantagioni a Formosa (1911), e divise il mercato del petrolio tra ditte giapponesi (35%) e americano (65%) per assicurarsi i rifornimenti. L’industria tessile, invece, che copriva la quota maggiore delle esportazioni, si sviluppò liberamente per iniziativa di imprenditori residenti nelle aree rurali: il governo controllava solo la qualità dei filati per assicurare che si adeguassero alle esigenze della tessitura meccanica. Ci fu un inizio di concentrazione, ma verso il 1930 il Giappone aveva ancora migliaia di piccoli opifici e decine di migliaia di telai domestici, dei quali alcuni sopravvivono ancora oggi (…) Così presero forma molte di quelle che ancora oggi sono le caratteristiche dell’economia giapponese. Al vertice, conglomerati altamente diversificati (oggi, sette keiretsu) ricavano la loro forza da “rapporti speciali” con il governo e con la burocrazia; il che, a sua volta, rende possibile allo stato guidare l’economia. I conglomerati si combinano in una struttura dualistica con una profusione di versatili piccole e medie imprese, e con un settore produttivo che risponde a specifiche abitudini di consumo, dai tatami alla pasta di soia (tofu). Nel 1998 la piccola e media impresa, con meno di 300 addetti, dava ancora occupazione al 74% di tutta la manodopera dell’industria manifatturiera e copriva il 52,2% delle sue spedizioni. Ancor oggi i primi obiettivi della politica industriale sono la promozione dell’indipendenza nazionale, la regolazione di una competizione potenzialmente fonte di disgregazione e lo sviluppo dell’efficienza tecnica. Infine, rimane un interesse a proteggere la piccola azienda, un interesse che è stato talvolta modificato dalle circostanze, ma che è alla base di molte misure del dopoguerra, nonostante sia ora apertamente sfidato dalla logica liberista della globalizzazione.»[4]

I principali parametri oggettivi che distinguono a livello socioeconomico il capitalismo di stato dal socialismo, prima fase del modo di produzione comunista caratterizzata da un processo di distribuzione del prodotto sociale (effettuate le detrazioni dovute al fondo di accumulazione e riserva, ecc.) che viene attuato attraverso il criterio generale della quantità e qualità di lavoro erogato da ciascun esponente della società socialista, sempre secondo «lo stesso principio che regola lo scambio delle merci» (Marx, Critica al programma di Gotha), sono:

–         la presenza/assenza dell’egemonia della proprietà privata, individuale o societaria, nei diversi rami produttivi (agricoltura, industria e trasporti, servizi, finanza, ecc.).

–         la presenza/assenza di processi continui di compravendita (anche attraverso la borsa valori e i suoi moderni derivati) di mezzi di produzione e di azioni, di beni immobili e terreni, etc.

–         la presenza/assenza della proprietà collettiva del suolo e delle risorse naturali, a partire da quelle energetiche.

–   la presenza/assenza di processi di alienazione dei beni statali, pubblici e cooperativi da parte dei   nuclei dirigenti egemoni sul piano politico-sociale.

–         la presenza/assenza di ereditarietà nel possesso dei mezzi di produzione e delle condizioni della produzione (terra, acqua, oggetti di lavoro, fonti energetiche).

Data l’egemonia dei rapporti di produzione collettivistici, bisogna anche accertare:

–         la presenza/assenza, nelle società che si autodefiniscono socialiste, di processi relativamente diffusi, illegali o paralegali, di appropriazione ed utilizzo privato (individuale o di gruppo) dei mezzi di produzione e delle risorse pubbliche da parte del personale politico al potere, della burocrazia civile/militare e dei dirigenti d’azienda (alias degli elementi tipici di una forma particolare di capitalismo di stato).

–         la presenza/assenza, nelle società che si autodefiniscono socialiste, di un forte livello di differenziazione sociale tra le fasce meno retribuite dei lavoratori e gli strati più elevati della burocrazia civile/militare e dei dirigenti d’azienda, a partire dai loro rispettivi fondi di consumo: a titolo di paragone, un decreto della Russia sovietica del gennaio 1923 cercava con fatica di contenere gli stipendi dei dirigenti delle aziende statali sotto la cifra di 1.500 rubli mentre il salario minimo era allora fissato per legge in 44 rubli, ancora vivo ed operante Lenin.[5]

–         la presenza/assenza, nelle società che si autodefiniscono socialiste, di estesi e diffusi fondi di tesaurizzazione (denaro, metalli preziosi, oggetti di lusso e gioielli, etc.) appartenenti agli strati medio-alti della nomenklatura al potere e della burocrazia statale.

–         la presenza/assenza della trasmissione ereditaria delle cariche politiche nel processo di riproduzione della nomenklatura al potere e degli stati medio-alti della burocrazia statale, sempre all’interno delle società che si autodefiniscono socialiste.

–         la presenza/assenza di processi di miglioramento costanti e significativi nel tenore di vita materiale e nello sviluppo culturale della popolazione impegnata direttamente nel processo produttivo, sempre all’interno delle società che si autodefiniscono socialiste.[6]

In questo libro vengono anche utilizzate le consolidate categorie teoriche di:

–         classe sociale. Per classi sociali si intendono, seguendo le indicazioni di Lenin, «quei grandi gruppi di persone che si differenziano per il posto che occupano nel sistema storicamente determinato dalla produzione sociale, per i loro rapporti (per lo più sanzionati e fissati da leggi) con i mezzi di produzione, per la loro funzione nell’organizzazione sociale del lavoro, e quindi per il modo e la misura in cui godono della parte di ricchezza sociale di cui dispongono. Le classi sono gruppi di persone, dei quali l’uno può appropriarsi del lavoro dell’altro, a seconda del differente posto da esso occupato in un determinato sistema di economia sociale».[7]

–         surplus-plusprodotto, alias la rimanenza del prodotto complessivo ancora disponibile una volta detratta la quota minima necessaria per la reintegrazione dei mezzi di produzione logorati/consumati durante il processo lavorativo e per la riproduzione materiale, anche solo precaria e stentata, della forza-lavoro impiegata nel processo produttivo.

–         il potere politico, alias la capacità variabile di trasformare i comportamenti di altri gruppi sociali mediante lo stato, utilizzata a proprio vantaggio sia dalle forze politiche dotate di tale potenziale di pressione che dai loro referenti e mandanti sociali.

–         le condizioni della produzione, intese come l’insieme degli oggetti di lavoro, delle infrastrutture e delle risorse economiche necessarie per la riproduzione sociale sia della forza lavoro (settore scolastico e sanitario, ad esempio) che del processo produttivo generale di ogni società.

–         le forze produttive sociali, consistenti nei mezzi di produzione creati dal lavoro sociale umano,  nella tecnologia disponibile e soprattutto negli stessi uomini, nelle loro capacità fisiche, intellettuali e cognitive, nella massa di conoscenze e di informazioni da loro progressivamente accumulate ed utilizzate nel processo produttivo generale.


[1] K. Marx, “Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica” (Grundrisse), p. 409, vol. II, ed. La Nuova Italia

[2] V. I. Lenin, “Quaderni filosofici”, p. 173, ed. Feltrinelli

[3] Jean-Marie Bouissou, “Storia del Giappone contemporaneo”, pp. 34-35, ed. Il Mulino

[4] Bouissou, op. cit.., pp. 36-37

[5] E. H. Carr, “La morte di Lenin”, p. 41/60 – Ed. Einaudi

[6] K. Marx, “Critica al programma di Gotha”, cap. I

[7] V. I. Lenin, “La grande iniziativa”, 28 giugno 1919


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