Il caso Olberg e la collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti

Il 19 agosto del 1936 si aprì a Mosca il primo processo pubblico contro una serie di importanti personaggi pubblici sovietici, a partire da Zinoviev e Kamenev (due dirigenti dell’opposizione antistalinista che operò alla luce del sole all’interno del partito comunista sovietico dal 1925 alla fine del 1927), Ivan Nikitic Smirnov (un fedele e coraggioso dirigente trotzkista) e soprattutto Trotskji (pseudonimo di Lev Davidovic Bronstein, 1879-1940) e suo figlio Lev Sedov, imputati in contumacia perché in esilio, a quel tempo rispettivamente in Norvegia e in Francia.

I reati e i capi d’imputazione posti a carico degli imputati dalla pubblica accusa e dal suo rappresentante, A. Vysinskij, erano gravissimi: essi vennero accusati tra l’altro di aver complottato in segreto per rovesciare il nucleo dirigente stalinista alla guida del paese dei Soviet dal 1925, creando a tale scopo a partire dal 1932 una sorta di fronte unico e un “Blocco delle Opposizioni” guidato da Trotskji e Zinoviev/Kamenev, di aver organizzato il primo dicembre 1934 l’assassinio di S. M. Kirov, in quel periodo uno dei principali leader sovietici, di aver preparato una serie di attentati terroristici contro i più alti esponenti del potere sovietico e di essere alleati del regime nazista, nella lotta comune contro l’apparato stalinista.

In particolare uno dei sedici imputati presenti  al primo processo, Valentin Olberg, cittadino tedesco dal 1919 al 1939 e in seguito apolide, sostenne pubblicamente il 20 agosto del 1936 di essere stato in segreto un militante trotzkista a partire dal 1928 e di essere entrato in modo clandestino, in pieno accordo con Trotskij e Lev Sedov, in Unione Sovietica nel luglio del 1935 al fine di preparare un attentato contro Stalin, utilizzando a tal scopo un falso passaporto honduregno procuratogli anche grazie all’aiuto del regime hitleriano e della sua polizia politica, la Gestapo; Olberg dichiarò altresì che solo l’arresto suo e di altri militanti antistalinisti, avvenuto il 5 gennaio del 1936 nella città sovietica di Gorky e compiuto da parte dell’NKVD, acronimo allora utilizzato per indicare la polizia sovietica, aveva impedito lo sviluppo e la concretizzazione del piano terroristico diretto contro Stalin.

Intendiamo dimostrare e provare, dati concreti alla mano che:

  • Valentin Olberg costituì realmente e senza soluzione di continuità un coraggioso militante trotzkista dal 1929 al 5 gennaio del 1936, data del suo arresto a Gorky e in territorio sovietico, oltre che un uomo politico in stretto contatto con Trotskij e suo figlio Lev Sedov;
  • Valentin Olberg si recò di sua libera iniziativa in Unione Sovietica nel luglio del 1935, con un falso passaporto honduregno che aveva ottenuto all’inizio del 1935 mediante il pagamento di una tangente dall’allora console dell’Honduras a Berlino, anche grazie all’appoggio logistico fornitogli a tal scopo dalla Gestapo;
  • che esisteva quindi nel corso del 1935 una collaborazione tattica tra il regime nazista e i più alti dirigenti del movimento trotzkista, ossia Trotskij e Lev Sedov, anche a causa della lotta comune contro il regime stalinista, odiato e detestato per opposte ragioni politico-sociali da entrambe le parti in esame (il nemico del mio nemico è il mio alleato temporaneo, in estrema sintesi).

A tale scopo utilizzeremo e ci serviremo non solo di tutta una serie di dati concreti, provenienti quasi sempre da fonti e autori antistalinisti, ma anche il particolare strumento dialettico dell’«avvocato del diavolo» al fine di esporre via via dubbi e critiche alla tesi da noi elaborate su questa particolare materia d’interesse non solo storico, ma anche di natura politica e con una valenza ancora attuale.

Valentin Olberg (1907-1936) venne arrestato senza alcun dubbio in Unione Sovietica all’inizio di gennaio del 1936, ove egli era entrato di propria volontà e soprattutto in modo illegale nel luglio del 1935, mediante un falso passaporto honduregno.

Altrettanto sicuro è che tale falso documento, esibito del resto durante il processo di Mosca dell’agosto 1936, era stato procurato a Valentin Olberg all’inizio del 1935 dal consolato honduregno a Berlino principalmente grazie all’aiuto dell’apparato statale nazista e di V. Tukalevskij, un esule anticomunista dalla Russia sovietica.

Altrettanto indiscutibile è la notizia che Valentin Olberg avesse agito come un militante trotzkista tra il 1929 e il 1932 e che fosse allora in rapporto personale con Lev Sedov, uno dei principali dirigenti della costituenda Quarta Internazionale, allora guidata e diretta da Trotskij.

Siamo in presenza di alcune informazioni che, anche a prima vista, sollevano subito dei seri interrogativi sui reali rapporti tra Trotskij e i nazisti, nel 1933-36: ma proprio rispetto al caso Olberg sono emerse finora tre diverse tesi, assolutamente contrastanti tra loro.

La versione stalinista sostenne che il militante trotzkista Valentin Olberg entrò illegalmente e con una falsa nazionalità in Unione Sovietica nel luglio del 1935, su indicazione diretta di Lev Sedov, il figlio di Trotskij, soggiornando prima a Minsk e poi nella città russa di  Gorkij (odierna Nižnij Novgorod), al fine di prendere contatto con altri militanti trotzkisti e di preparare un attentato contro Stalin; e venne altresì sottolineato, durante il processo di Mosca dell’agosto del 1936 nel quale Valentin Olberg risultò uno degli imputati, che quest’ultimo era stato in stretto contatto con i nazisti e la Gestapo, la polizia segreta hitleriana, proprio nella sua azione tesa ad ottenere un falso passaporto honduregno al fine di entrare illegalmente in URSS.

La versione alternativa, quella invece fornita da Trotskij e suo figlio Lev Sedov a partire dall’estate del 1936, sostenne che Valentin Olberg costituiva un agente provocatore stalinista, che si era infiltrato ad arte nelle file del movimento trotzkista a partire dal 1929 al solo fine di comprometterlo e di danneggiarlo. Secondo questa tesi, inoltre, Valentin Olberg realmente si recò in Unione Sovietica nel luglio del 1935 mediante un finto passaporto honduregno procuratogli anche grazie all’aiuto della Gestapo, ma egli agì in tal senso sempre in qualità di infiltrato stalinista operante contro il movimento trotzkista: anche nel 1935, quindi, Olberg agì per conto e al servizio del suo vero “datore di lavoro”, e cioè il regime stalinista, a cui va pertanto imputato direttamente anche l’acquisizione di un falso passaporto honduregno grazie alla Gestapo e ai nazisti, azione per cui invece Trotskij e suo figlio Lev Sedov risultavano totalmente innocenti.

Secondo una terza e diversa tesi, proposta dal Manchester Guardian il 28 agosto del 1936, Valentin Olberg sarebbe stato invece nel 1933-35 un personaggio non legato ad alcuna fazione politica, né stalinista né trotzkista; un giovane ebreo che, incuriositosi della realtà sovietica e in serie difficoltà materiali durante il suo esilio a Praga del 1933-35, prese solo per motivi personali la decisione di recarsi nell’Unione Sovietica stalinista nel luglio del 1935, senza avere alcun contatto né con la polizia sovietica né con i trotzkisti.

Valentin Olberg: coraggioso militante trotzkista, oppure agente provocatore stalinista, o invece semplice curioso-apartitico?

Rispetto a queste tre teorie alternative intendiamo dimostrare, superando i dubbi ragionevoli e anche quelli poco razionali, che Valentin Olberg risultava realmente un ardito e sincero militante trotzkista nel 1930 come nel 1935, quando entrò illegalmente in Unione Sovietica. In tal modo otterremo la prova sicura che si sia realmente sviluppata una collaborazione diretta (a nostro avviso tattica e limitata tra nemici, con un obiettivo momentaneamente in comune) tra Trotskij e alcuni settori del partito nazista guidati da R. Hess, che aveva portato all’appoggio logistico dell’apparato statale hitleriano nell’acquisizione del finto passaporto honduregno a vantaggio del trotzkista Valentin Olberg: aiuto materiale del resto indiscutibile, ammesso anche da Trotskij (ma da lui interpretato invece come un aiuto di matrice nazista a un provocatore stalinista), rispetto a un falso passaporto honduregno altrettanto indiscutibile.

Prima di entrare nel merito, tuttavia, forniamo tutta una serie di elementi indiscutibili e sicuri rispetto al “caso Olberg” che permetteranno di far luce sull’intera vicenda.

Partiamo innanzitutto dal background familiare e politico di Valentin Olberg: sappiamo che il padre di Valentin Olberg, (nato a Zurigo nel 1907) e di Pavel Olberg (nato invece a Helsinki, nel 1909) era Paul Olberg, fino dal 1903 un noto esponente politico e un teorico dei menscevichi, la frazione più moderata dei marxisti russi che operò dal 1903 al 1921, in tale area geopolitica.

Paul Olberg nacque nel 1878 da una famiglia ebrea della Lettonia, allora parte dell’impero russo, e dal 1906 rimase in esilio prima in Svizzera e in seguito in Finlandia, tornando in Russia solo all’inizio del 1918: avversario accanito del partito di Lenin, dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 egli subito criticò in modo durissimo il neonato partito sovietico e il governo bolscevico qualificandolo nel 1919 come un regime di “terrore, corruzione e mancanza di cibo” che, a suo avviso, risultava persino peggiore dello zarismo costituendo una dittatura sul e contro il proletariato[1].

Alla fine del 1918 Paul Olberg lasciò la Russia sovietica assieme alla moglie Frida Markovna e ai figli Valentin e Pavel, per trasferirsi con la sua famiglia a Berlino dove il suo nucleo familiare rimase dal 1919 all’inizio del 1933; egli fece parte della corrente menscevica, che ormai operava quasi esclusivamente fuori dai confini sovietici a partire dal 1921, iscrivendosi allo stesso tempo alla socialdemocrazia tedesca. Dopo l’ascesa al potere del nazismo, nel gennaio-marzo del 1933, Paul Olberg si trasferì in Svezia mentre invece la moglie si recò per qualche tempo in Lettonia dove, secondo la sua testimonianza scritta conservata negli archivi Trotskij di Harvard, lavorava come massaggiatrice[2].

Per quanto riguarda invece Valentin Olberg, fin dal 1926 egli si professò comunista senza soluzione di continuità, come ammesso anche dalla madre nella sopracitata deposizione scritta.

Dal 1928 al 1930 Valentin Olberg, allora iscritto al KPD (il partito comunista tedesco), scrisse tra l’altro una serie di articoli sulla rivista “International Press Corrispondance” dell’Internazionale Comunista, fondata nel 1919 e con sede a Mosca, ma come minimo dal 1929 egli prese contatto e poi entrò a far parte del movimento internazionale trotzkista, il cui leader indiscusso era stato espulso dall’inizio del 1929 dall’URSS, adottando già in quegli anni una posizione apertamente ostile a Stalin e al suo nucleo dirigente politico che, proprio all’inizio del 1929, avevano ormai assunto la piena egemonia politica all’interno dell’Unione Sovietica.

L’insospettabile Max Shachtman, che nel 1936 era ancora un militante trotzkista, scrisse proprio in quel periodo un libro contro il primo processo di Mosca dell’agosto del 1936 e intitolato “Behind the Moscow trial”, notando a questo proposito che nel luglio del 1930 proprio Valentin Olberg elaborò un breve articolo con il titolo “Epochè Stalin”, che venne non a caso pubblicato sulla rivista dei trotzkisti tedeschi “Der Kommunist”[3].

Come prova inconfutabile dell’appartenenza di Valentin Olberg al movimento trotzkista a partire dall’inizio del 1930 – vedremo in seguito se come coraggioso militante della costituenda Quarta Internazionale diretta da Trotskij, oppure in qualità di infiltrato della polizia stalinista – emerge del resto anche il fitto carteggio intessuto dal 1930 al 1931 tra Valentin, lo stesso Trotskij e il figlio di quest’ultimo Lev Sedov, conservato negli archivi Trotskij di Harvard.

Ad esempio Trotskij scrisse una lettera molto amichevole al “compagno Olberg”, ossia a Valentin Olberg, il 27 aprile del 1930, nella quale egli esordì definendolo “caro compagno” e trattando con lui alcuni problemi politici che allora affliggevano il movimento trotzkista: la si può trovare in internet cliccando su Trotskij-Oeuvres-27 avril 1930, “Au camarade Olberg”.

Una lettera di Trotskij al “compagno Olberg”, sempre nell’archivio Trotskij di Harvard è altresì conservata la corrispondenza tra Valentin Olberg e Lev Sedov, il figlio e braccio destro politico di Trotskij, che durò fino al 1931, e nell’ultima lettera inviata a Lev Sedov da Valentin Olberg, datata 23 febbraio del 1931, si può leggere all’inizio la frase “Caro Lev Luovic, ho ricevuto la tua lettera a suo tempo”. Sempre nella stessa missiva, Valentin Olberg non solo discusse le contraddizioni politiche createsi a quel tempo all’interno del milieu trotzkista di Berlino con il figlio e braccio destro politico di Trotskij, ma altresì concluse con le parole testuali: “Io aspetto le tue direttive” (le direttive politiche di Sedov e di suo padre, di un Trotskij allora ancora confinato in Turchia) “e ti rimango fedele. Compagno Olberg. 23 febbraio 1931”.

Quindi Valentin Olberg manifestò una chiara e aperta fedeltà politica a Trotskij e Sedov poco prima che quest’ultimo arrivasse a Berlino, e quindi nella stessa metropoli in cui egli viveva da molti anni, dichiarando senza mezzi termini di aspettare le “direttive” e le istruzioni politiche di Sedov e di Trotskij.

Connettendo tali dati, emerge l’inevitabile conclusione che Valentin Olberg si presentava e agiva come un dirigente trotzkista anche alla fine di febbraio del 1931; egli costituiva quindi un quadro politico che in seguito venne espulso dal partito comunista tedesco (KPD) nel maggio-giugno del 1932 proprio per la sua attività trotzkista, e che compirà poi il suo primo viaggio segreto, sotto falsa identità e con un falso passaporto, nell’URSS stalinista del marzo-luglio del 1933.

Lo storico antistalinista Firsov ci informa infatti che sicuramente Valentin Olberg venne espulso dal partito comunista tedesco (KPD) nel maggio-giugno del 1932, e proprio per attività trotzkista: durante una perquisizione illegale e segreta di militanti della KPD nell’appartamento berlinese di Valentin Olberg, i “ladri” politici allora entrati in azione avevano infatti ritrovato al suo interno alcune lettere e cartoline inviate da Trotskij e Lev Sedov a Valentin Olberg, conservate con cura da quest’ultimo.

In seguito a tale perquisizione, Olberg venne pertanto espulso dal KPD e il partito comunista tedesco comunicò subito le nuove informazioni acquisite su di esso alla sede centrale di Mosca dell’Internazionale Comunista: grazie al lavoro di Firsov, sappiamo ormai che tutti i dati del 1932 rispetto a Olberg vennero conservati negli archivi di Mosca, risultando quindi a disposizione della polizia sovietica[4].

Altro dato sicuro: sempre verso la metà del 1932 la prima moglie di Valentin Olberg, la cittadina tedesca Sulamith Braun (1906-1937), si separò dal marito e quasi subito si spostò a Mosca, come stenografa e traduttrice presso l’Internazionale Comunista: ella rimase nella capitale sovietica fino agli inizi del 1936 e al suo arresto per attività trotzkista, a cui seguì una condanna a vent’anni di carcere duro e la sua fucilazione nel 1937[5].

Valentin Olberg, in ogni caso, nel 1933 si risposò con un’altra cittadina tedesca di nome Betty Siermann, figlia di un funzionario statale che a sua volta mandò nel corso del 1934-35 delle piccole somme di denaro a favore di Valentin Olberg e di sua figlia, ormai in esilio a Praga. Entrata in Unione Sovietica assieme con Olberg, Betty Siermann fu a sua volta arrestata agli inizi del 1936 e in seguito condannata a dieci anni di carcere, venendo in seguito riconsegnata dalle autorità sovietiche ai nazisti nel 1940: dopo tale data, di lei si perse ogni traccia[6].

Due mesi dopo l’ascesa al potere di Hitler, avvenuta alla fine del gennaio 1933, Valentin Olberg in ogni caso iniziò alla fine di marzo del 1933 un viaggio clandestino in Unione Sovietica con un falso passaporto tedesco, sulla cui esistenza concreta esiste anche la deposizione scritta della madre di Valentin Olberg, Frida Markovna, rilasciata verso la fine del 1936 e conservata presso gli archivi Trotskij di Harvard.

Proprio quest’ultima testimoniò sull’esistenza concreta del viaggio clandestino del figlio in URSS, notando nella sua deposizione scritta che a fine luglio del 1933, di ritorno dalla città sovietica di Stalinabad (odierna Dushanbe, in Asia centrale), il figlio Valentin si incontrò in Lettonia proprio con lei e con la sua seconda moglie, la sopracitata Betty Siermann.

Anche Vladimir Tukalevskij, un esule ucraino e anticomunista che conosceremo meglio tra poco, accennò più volte in un suo articolo scritto per un quotidiano di Praga alla fine dell’agosto del 1936, che Valentin Olberg più volte gli aveva riferito di essere stato un insegnante di storia a Stalinabad: del resto l’autenticità del viaggio di Valentin Olberg in URSS, dalla fine di marzo alla fine di luglio del 1933, è stata ammessa perfino dallo stesso Trotskij nel 1937 oltre che riportata persino da una rivista della Cia, in un articolo del 1972 intitolato “Leon Trotskij: the dupe of the NKVD”[7].

Dato altrettanto indiscutibile: dopo una permanenza clandestina a Mosca di poche settimane, dall’aprile al luglio del 1933 Valentin Olberg lavorò per circa tre mesi come insegnante di storia a Stalinabad, ma una irregolarità riscontrata dalle autorità sovietiche rispetto al suo falso passaporto tedesco, intestato a un’altra persona, lo costrinsero ad allontanarsi rapidamente da Stalinabad e dall’Unione Sovietica.

Dalla fine di luglio del 1933 al marzo del 1935, Valentin Olberg soggiornò invece quasi sempre a Praga assieme alla seconda moglie Betty Siermann e al fratello Pavel, prima che quest’ultimo partisse legalmente e con un regolare passaporto tedesco proprio per l’Unione Sovietica stalinista, nel novembre del 1934; e nel 1934 a Praga, Valentin Olberg ottenne la tessera di accesso come lettore alla Biblioteca Slavica di Praga, diretta dal 1929 dall’esule anticomunista Vladimir Tukalevskij, come riconosciuto da quest’ultimo nella sua dichiarazione scritta al Prager Tageblatt nell’agosto del 1936 e riportata da Shachtman nel libro “Behind the Moscow trial”.

Dopo aver cercato invano e più volte di ottenere un visto legale dì ingresso per l’Unione Sovietica, come ammesso anche dalla madre Frida Markovna, Valentin Olberg riuscì finalmente a procurarsi all’inizio del 1935 un passaporto honduregno che gli attribuiva la fittizia nazionalità di tale paese grazie a Lucas Parades, che lavorava a Berlino in qualità di console dell’Honduras presso la Germania nazista, pagando a quest’ultimo una tangente di alcune migliaia di corone ceche per entrare in possesso di tale documento; e proprio nell’acquisizione del falso documento in esame, Valentin Olberg venne aiutato direttamente anche dallo stesso Vladimir Tukalevskij, come riconobbe anche la stessa madre di Olberg.

Altri fatti sicuri e non contestati neanche da Trotskij: l’anticomunista Vladimir Tukalevskij era sospettato di legami segreti con i nazisti, venendo licenziato dalle autorità ceche dal suo incarico di direttore della Biblioteca slava poco tempo dopo l’agosto del 1936 e la conclusione del primo processo di Mosca, mentre sempre l’anticomunista Tukalevskij spedì al comunista ed ebreo Valentin Olberg nell’estate del 1935 una cartolina in terra sovietica, documento scritto di notevole rilevanza che verrà esibito pubblicamente assieme al falso passaporto honduregno dalle autorità staliniste durante il processo dell’agosto del 1936.

Munito della sua nuova e fittizia cittadinanza honduregna, Valentin Olberg nel luglio del 1935 riuscì infatti a entrare clandestinamente in Unione Sovietica assieme alla seconda moglie, Betty Siermann e, dopo una breve permanenza a Minsk, arrivò nella città russa di Gorkij alla fine di agosto del 1936, dove trovò subito lavoro come insegnante di storia nell’istituto pedagogico della sopracitata località sovietica.

Dall’agosto del 1935 al 4 gennaio del 1936, Valentin Olberg visse quindi a Gorkij per circa cinque mesi in modo illegale grazie al suo falso passaporto e cittadinanza honduregna, assieme a Betty Siermann e proprio nella stessa città in cui da alcuni anni risiedeva suo fratello Pavel: quest’ultimo, infatti, poco dopo essere giunto in URSS nel novembre del 1934 si recò a Gorkij, dove trovò lavoro come ingegnere in un grande complesso chimico di tale centro urbano.

Nessun dubbio, inoltre, che il 5 gennaio del 1936 sia Valentin che Pavel Olberg, assieme a Betty Siermann, vennero arrestati a Gorkij dalla polizia sovietica assieme ad altri cittadini sovietici accusati di attività trotzkista. In base agli archivi sovietici desegretati dopo il 1991, lo storico antistalinista V. Rogovin nel suo libro “1937” ha sottolineato a questo proposito che, una volta arrestato, Valentin Olberg quasi subito spedì ai responsabili della polizia sovietica una dichiarazione scritta in cui egli affermò testualmente: “è possibile che io possa auto-calunniarmi e fare qualsiasi cosa, se solo bastasse a porre fine alle mie sofferenze. Ma chiaramente non posso riferire ciò che è una ovvia menzogna, e cioè che sono un trotzkista, un emissario di Trotskij, ecc.”[8].

Altresì Valentin Olberg si rifiutò di collaborare con la polizia sovietica fino alla seconda metà del febbraio del 1936: solo dopo più di un mese di interrogatori egli ammise la sua militanza trotzkista e che, assieme agli altri accusati, stava preparando un attentato contro Stalin a Mosca in occasione del corteo del primo maggio.

Altro fatto indiscutibile: a dispetto dell’esistenza concreta del suo falso passaporto honduregno, ritrovato del resto dall’NKVD subito dopo il suo arresto del 5 gennaio del 1936, Valentin Olberg confessò la sua connessione con V. Tukalevskij, i nazisti e il console honduregno Lucas Parades solo nel maggio del 1936. Lo storico antistalinista V. Rogovin ammise tale fatto nel suo libro intitolato “1937”, notando che Valentin Olberg fece la sua confessione in merito al nesso Tukalevskij-nazisti-passaporto honduregno solo in giugno e per di più dopo che l’inchiesta contro lui e gli altri arrestati era stata dichiarata chiusa dall’NKVD nel maggio del 1936, venendo riaperta solo dopo un mese[9].

Ennesima informazione incontestabile: nelle dichiarazioni rese da Olberg al primo processo di Mosca, tenutosi nell’agosto del 1936, quest’ultimo attestò nel corso di un interrogatorio tenuto alla presenza anche di giornalisti e di diplomatici stranieri che egli era entrato clandestinamente in Unione Sovietica in qualità di militante trotzkista, per preparare un attentato contro Stalin; che il suo falso passaporto honduregno gli era stato procurato anche con l’aiuto della Gestapo e dei nazisti e, infine, che esisteva una collaborazione costante tra questi ultimi e i più alti dirigenti trotzkisti, a partire da Lev Sedov, figlio e braccio destro di Trotskij (che a sua volta, dal giugno del 1935 al dicembre del 1936 aveva trovato asilo in Norvegia). Le dichiarazioni rese da Valentin Olberg al processo di Mosca, durante la sessione del 20 agosto del 1936, sono consultabili facilmente sul sito www.marxists.org, mentre ovviamente si dovrà verificare punto per punto la corrispondenza delle sue affermazioni con la realtà concreta.

Al termine del processo di Mosca dell’agosto del 1936 Valentin Olberg, come gli altri quindici imputati (Zinoviev, Kamenev, ecc.) venne condannato a morte dalla corte giudicante sovietica e fu fucilato il 25 agosto, come del resto gli altri accusati[10].

A sua volta Paul Olberg, il fratello di Valentin, venne giudicato a Mosca agli inizi dell’ottobre del 1936 in un altro processo, questa volta a porte chiuse e non pubblico: come notò anche Rogovin, egli venne condannato a morte e subito fucilato assieme ad altri cittadini sovietici, arrestati all’inizio del 1936 per attività trotzkiste a Gorkij e in altre zone dell’URSS.

Fin qui i fatti sicuri, ivi comprese le dichiarazioni che Valentin Olberg sicuramente rese pubbliche ed esplicitò durante il processo di Mosca dell’agosto del 1936: tuttavia, come si è già notato, rispetto al caso Olberg sono stati via via presentati tre diversi schemi di interpretazione dei fatti, quasi come nel geniale film Rashomon di Kurosawa, e tre diverse teorie che risultano in conflitto antagonistico tra loro, escludendosi a vicenda.

Una prima tesi è quella relativa a un Olberg “curioso-apartitico”, avanzata dal quotidiano britannico Manchester Guardian il 28 agosto del 1936.

Secondo quest’ipotesi, Valentin Olberg costituiva solo un giovane ebreo non affiliato a nessuna organizzazione politica, stalinista o trotzkista, che si recò in Unione Sovietica nel luglio del 1935 spinto solo dalle difficoltà economiche e dalla simultanea curiosità di conoscere la realtà sovietica di quel tempo; tale tesi venne riportata di sfuggita anche dal trotzkista Max Schachtman, nel suo libro “Behind the Moscow trial”[11].

La seconda tesi, che invece denomineremo d’ora in poi “Olberg-infiltrato stalinista” all’interno delle file trotzkiste, venne avanzata quasi apertamente da Trotskij fin dal 20 agosto del 1936, subito dopo la deposizione pubblica di Olberg al primo processo di Mosca. In una breve dichiarazione, Trotskij scrisse infatti in data 20 agosto di non aver mai incontrato di persona Valentin Olberg ma che fin dall’inizio del 1930, quando stava cercando un segretario personale, Trotskij ricevette una comunicazione da Franz Pfemfert (uno dei suoi seguaci) che lo informava che Olberg era disposto a recarsi in “Turchia per assumere il ruolo di assistente personale del leader in esilio della Quarta Internazionale. Nella sua dichiarazione del 20 agosto 1936, Trotskij aggiunse inoltre che “il primo aprile 1930, Franz Pfemfert mi scrisse: “Olberg produce la più sfavorevole impressione”, e a parere di Trotskij sempre Pfemfert ventilò la possibilità che Olberg potesse anche appartenere alla “clique di Stalin”[12].

Secondo la teoria in esame, Valentin Olberg prese realmente contatto con il movimento trotzkista, e in seguito anche con Trotskij e con Lev Sedov all’inizio del 1930; realmente egli entrò con due diversi e falsi passaporti in Unione Sovietica, sia nel 1933 che nel luglio del 1935; realmente Olberg si procurò nel 1935 un falso passaporto honduregno dal console generale Lucas Parades, operante allora nella Germania nazista per conto del paese latinoamericano in via d’esame, anche attraverso l’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo. Ma egli compì tali azioni in base agli ordini e alle indicazioni dirette della polizia stalinista che lo utilizzò in qualità di agente provocatore nelle file trotzkiste fin dal 1929/30, quando Olberg prese contatti con i trotzkisti di Berlino e con uno dei loro leader, Anton Grylewicz, operando come infiltrato dell’NKVD stalinista dal 1930 fino all’agosto del 1936 e senza soluzione di continuità.

Di conseguenza la tesi “Olberg-infiltrato stalinista” scagiona completamente Trotskij, Lev Sedov e gli altri dirigenti trotzkisti da qualunque responsabilità, anche indiretta, rispetto alle azioni svolte invece da Valentin Olberg nel 1930/35 in base alle direttive e in base a ordini della polizia sovietica, ossia della GPU (acronimo della polizia sovietica, dal 1923 al 1933) e dell’NKVD (nuovo acronimo della polizia sovietica, a partire dal 1934).

La terza tesi, che condividiamo e che dimostreremo come veritiera fatti alla mano, sostiene invece che Valentin Olberg fosse un coraggioso militante trotzkista che arrivò clandestinamente in Unione Sovietica nel luglio del 1935 con l’aiuto anche della Gestapo, nell’ambito di una collaborazione tra una parte dei vertici nazisti e Trotskij, al fine di uccidere Stalin; tuttavia non condividiamo invece le conclusioni staliniste del 1936/37 su un presunto e inesistente asservimento di Trotskij ai fascisti tedeschi, antisemiti e anticomunisti, visto che tutta una serie di fatti concreti (ad esempio Trotskij era un ebreo con un ego fortissimo, e fin dal 1898 si rivelò senza soluzione di continuità un convinto marxista) portano invece a concludere che tra le due parti esistesse solo una collaborazione tattica e limitata, tra nemici giurati, contro un loro nemico comune (Stalin e il suo regime) anche in vista del secondo conflitto mondiale, il cui futuro scoppio stava ormai avvicinandosi con grande rapidità proprio dopo l’ascesa al potere dei nazisti.

In ogni caso chi ha ragione, sul caso Olberg?

Il Manchester Guardian, con la teoria “Olberg-curioso apartitico”?

Trotskij nel 1936/37 con la sua tesi “Olberg-infiltrato stalinista”?

Stalin e l’NKVD, con l’ipotesi “Olberg-militante trotskista”?

Ormai in possesso di una serie di dati di fatto sicuri rispetto al “caso Olberg”, possiamo innanzitutto demolire la tesi assurda e incongruente che giudica Olberg come una persona “apartitica e innocente”, distante nel 1933-35 da qualunque contatto diretto sia con il movimento trotzkista che con la polizia stalinista.

Per demolire subito tale tesi senza lasciare spazio ad alcun dubbio ragionevole, è sufficiente anche solo tenere a mente che Valentin Olberg non entrò legalmente in Unione Sovietica nel luglio del 1935, ma viceversa in modo illegale e clandestino, utilizzando a tal proposito di sua libera iniziativa un passaporto honduregno che lo presentava sotto una falsa nazionalità: honduregna, per l’appunto, e non certo tedesca o europea.

Lo stesso Olberg evidenziò, durante il processo di Mosca dell’agosto del 1936 e di fronte alle domande di Vysinskij, ossia della pubblica accusa stalinista, che egli non aveva in alcun modo “congiunti” e parenti in Honduras, né del resto degli “antenati” che provenissero dalla piccola repubblica centroamericana, sostenendo invece e senza tema di smentite che egli risultava viceversa “nativo di Riga”, ossia di una città della Lettonia distante alcune migliaia di chilometri dal continente americano.

Sempre di sua libera iniziativa, Valentin Olberg altresì pagò sicuramente una tangente e una somma di denaro a Lucas Parades, console honduregno nella Berlino nazista del 1935: un altro atto illegale – e costoso, sul piano materiale – finalizzato a compiere un viaggio illegale all’interno dell’Unione Sovietica stalinista del 1935.

Il Valentin Olberg che entrò clandestinamente e con mezzi illegali in territorio sovietico stava pertanto commettendo nel luglio del 1935 un reato evidente, chiaro e innegabile contro lo stato sovietico da cui egli sarebbe stato “incuriosito”, almeno secondo la tesi strampalata in via d’esame, compiendo quindi fin dall’inizio del suo viaggio sia un atto ostile contro il regime stalinista che un particolare reato di cui Valentin Olberg era sicuramente a conoscenza, visto l’impegno e i soldi che gli costarono l’azione tesa a procurarsi in segreto il passaporto falso dell’Honduras.

Ma non solo: a demolire ancora di più la tesi su “Valentin Olberg–innocente curioso” interviene il fattore aggiuntivo per cui a quest’ultimo, come del resto a qualunque persona con un minimo di intelligenza, risultava chiaro ed evidente che entrare illegalmente nell’URSS stalinista del luglio 1935, ossia usare nel 1935 un passaporto con falsa identità nazionale per arrivare nel paese sovietico e soggiornarvi anche solo per pochi giorni, comportava dei pericoli significativi: rischi come minimo di arresto e di detenzione per un periodo più o meno lungo nelle prigioni sovietiche, se non peggio. A un uomo intelligente come Valentin Olberg, come del resto per qualunque persona dotata di un minimo di buon senso, risultava chiaro che entrare illegalmente nell’URSS stalinista del 1935 determinava come minimo dei seri pericoli per la propria incolumità personale, ivi compreso il rischio concreto di poter essere accusato di essere una spia straniera con tutte le ricadute negative del caso.

Il gioco – ossia l’ipotetica soddisfazione della presunta curiosità di Olberg – non valeva quindi la “candela”, e cioè la prospettiva tutt’altro che remota di finire prima o poi nelle carceri staliniste.

Inoltre Valentin Olberg, a partire dal luglio del 1935, non rimase sotto falsa identità nell’URSS stalinista di quel periodo solo per pochi giorni, diciamo per una settimana: egli risiedette invece in terra sovietica per circa cinque mesi, dal luglio 1935 al 5 gennaio del 1936, quando venne scoperto e arrestato dall’NKVD. Detto in altri termini, durante i circa cinque mesi in cui egli stazionò illegalmente in Unione Sovietica i rischi derivanti dalla sua permanenza clandestina aumentavano costantemente, e quasi giorno per giorno: Valentin Olberg infatti cercò – e trovò, guarda caso – lavoro presso l’istituto pedagogico di  Gorkij in modo illegale, visto che si presentò con una falsa identità nazionale e con un falso passaporto, e lavorò inoltre realmente per alcuni mesi presso tale istituto, continuando pertanto a commettere ulteriori reati contro la legge sovietica e il potere stalinista durante la sua permanenza nel paese dei Soviet.

Pensare che Valentin Olberg fosse incosciente e ignaro di tutti i reati evidenti che stava via via commettendo in terra sovietica, dal luglio del 1935 fino al 4 gennaio del 1936, significa cadere nel campo dell’assurdo: un presunto “curioso” e un presunto giovane “apartitico”, come venne dipinto dalla tesi in via di demolizione, non avrebbe mai commesso tutta questa serie diversificata di – prolungate, plurimensili – azioni illegali e rischiose e non si sarebbe mai comportato in modo come minimo assai simile a una spia, penetrata illegalmente in una nazione straniera.

Un vero e reale “curioso-apartitico”, non ostile a priori rispetto al nucleo dirigente stalinista, non avrebbe inoltre mai effettuato un viaggio clandestino nel paese verso cui provava una certa attrazione; non avrebbe mai cercato prima di acquisire una falsa nazionalità e un passaporto (honduregno) contraffatto per viaggiare in Unione Sovietica cercando di sfuggire al controllo delle autorità locali, né tanto meno avrebbe usato concretamente in seguito il falso documento dell’Honduras per recarsi sul posto presentando alle autorità staliniste la sua nazionalità fittizia.

Ma a devastare completamente la teoria su “Olberg-curioso e apartitico”, senza lasciare spazio a dubbi anche poco ragionevoli, interviene altresì il primo e lungo viaggio clandestino già compiuto da Valentin Olberg nel marzo/luglio del 1933 e sempre in Unione Sovietica, penetrando illegalmente e per lungo tempo all’interno del regime stalinista già nel marzo-luglio 1933.

Stiamo infatti prendendo in esame un soggiorno di Olberg in terra sovietica altrettanto sicuro e altrettanto clandestino di quello successivo, effettuato a partire dal luglio del 1935; un primo viaggio di Valentin Olberg nell’URSS del 1933 che venne compiuto, anche secondo la testimonianza della madre di Valentin Olberg, Frida Markovna, sempre con un falso passaporto, anche se quella volta di provenienza tedesca; un soggiorno sempre illegale e rischioso come quello successivo del 1935, e sempre di lunga durata (circa quattro mesi) all’interno del paese dei Soviet.

Se risultava già assurdo che un presunto “curioso apartitico” compisse un viaggio illegale e prolungato nell’URSS stalinista del luglio 1935, diventa subito abnorme e inconcepibile che sempre il presunto “curioso apartitico” di nome Valentin Olberg avesse effettuato anche il precedente e lungo soggiorno illegale nell’URSS stalinista del 1933 sempre senza secondi fini, sempre senza alcun collegamento politico né con i trotzkisti né con la polizia stalinista.

Siamo quindi in presenza di due viaggi illegali di Valentin Olberg, compiuti nella chiusa e dura Unione sovietica del 1933-35; di due viaggi clandestini e tra l’altro prolungati; di due viaggi illegali, prolungati e compiuti attraverso due diversi passaporti falsi.

Già a questo punto l’ipotesi del “curioso-apartitico” evapora ormai come neve al sole d’agosto: ma basta esaminare anche la storia personale e il background politico di Valentin Olberg perché la tesi del “curioso-apartitico” crolli e si dissolva in modo ancora più plateale.

Valentin Olberg non solo veniva da una famiglia ebrea molto politicizzata, nella quale il padre Paul Olberg era fin dal 1903 un autorevole menscevico e un teorico dell’ala moderata e antibolscevica dei marxisti operanti nell’impero zarista e in Occidente, ma altresì egli entrò in prima persona nelle file comuniste ancora in giovane età; fin dal 1928 e appena ventenne, scrisse infatti su una rivista stalinista autorevole come l’International Press Correspondance tutta una “serie di articoli sulla Lettonia” (paese in cui vissero per lungo tempo i suoi genitori), come venne ammesso persino dal trotzkista Max Schachtman nel suo scritto “Behind the Moscow Trial”.

Sempre lo stesso Valentin Olberg, il presunto “apartitico” e “curioso”, fin dal 1930 entrò inoltre in segreto nel movimento trotzkista internazionale, scrivendo tra l’altro un articolo pubblicato nel luglio del 1930 sul mensile trotzkista tedesco Der Kommunist, intitolato “Epoché Stalin”: fatto ammesso persino dal trotzkista Max Schachtman, nel suo libro sopracitato[13].

Non solo Valentin Olberg si dichiarò sempre comunista, come riconobbe del resto anche sua madre nella sua deposizione contenuta negli archivi Trotskij di Harvard, ma egli inoltre non si limitò a far parte come semplice militante di base del movimento trotzkista, visto che almeno dal 1930 – vedremo in seguito se in qualità di fedele trotzkista o di infiltrato stalinista – Olberg invece entrò in contatto diretto con lo stesso Trotskij e soprattutto con suo figlio Lev Sedov, a cui scrisse (e da cui ricevette) numerose lettere nel corso del 1930 e dei primi mesi del 1931 conservate nell’archivio Trotskij di Harvard, dimostrando come minimo un notevole interesse per le idee e pratiche politiche espresse allora da Trotskij.

Nell’ultima missiva che scrisse a Lev Sedov, datata 23 febbraio 1931 e conservata negli archivi Trotskij di Harvard, non a caso Valentin Olberg esordì affermando: “Caro Lev Luovic, ho ricevuto la vostra lettera a suo tempo”, e continuò la sua missiva criticando apertamente Kurt Landau, allora uno dei dirigenti trotzkisti tedeschi, notando che “non capisco per niente in quale gioco di Landau siamo coinvolti… Io aspetto le tue direttive e ti rimango fedele.  Compagno Olberg, 23 febbraio 1931”.

Anche nel febbraio del 1931, quindi, Olberg era inserito in un livello come minimo abbastanza elevato del quadro dirigente del movimento trotzkista internazionale e non risultava certo un “apartitico” e uno sprovveduto in campo politico: pertanto la teoria fantasiosa su un Valentin Olberg valutato in qualità di semplice “curioso” della realtà sovietica del 1935, oltre che del 1933, non sta assolutamente in piedi anche solo per il livello assai elevato di impegno e attivismo politico mostrato da quest’ultimo, nel periodo compreso tra il 1928 e la fine del 1932.

Ma non solo: Valentin Olberg costituiva così poco nel 1931-32 un “curioso-apartitico” che persino Trotskij, pubblicamente e durante la quarta sessione della commissione Dewey, ammise che quando suo figlio Lev Sedov arrivò e soggiornò per due anni a Berlino, dalla fine di febbraio del 1931, egli si incontrò più volte con Olberg e che quest’ultimo a sua volta era entrato all’interno della cerchia di amici di Lev Sedov nella capitale tedesca del 1931-32.

Ma non solo: abbiamo già notato in precedenza che nel 1932 Valentin Olberg, allora cittadino tedesco, era iscritto al KPD, ossia al partito comunista tedesco, e che venne espulso nel giugno del 1932 dal KPD stalinista sotto l’accusa esplicita di trotzkismo. Nella sopracitata intrusione illegale, effettuata da militanti clandestini del KPD nell’abitazione berlinese di Valentin Olberg, vennero infatti trovate una serie di lettere di Trotskij e di Lev Sedov che Valentin Olberg custodiva anche nel 1932 con cura, seppur con poca fortuna.

Valentin Olberg venne in pratica espulso dal KPD nell’estate del 1932 per attività trotzkista e pertanto egli sapeva benissimo, nel marzo 1933 come nel luglio del 1935, di essere stato espulso in precedenza dal partito comunista tedesco a causa della sua militanza trotzkista.

Ora, dipingere il Valentin Olberg del marzo del 1933 e del luglio del 1935 come un soggetto “apartitico” e un “semplice curioso” dell’URSS risulta un’assurdità incredibile anche solo per questa semplice ragione, risalente alla metà del 1932 e quindi a pochi mesi prima del suo primo viaggio illegale del marzo-luglio 1933. Inoltre persino un presunto “curioso-apartitico” come Valentin Olberg non poteva non sapere che, nell’Unione Sovietica del 1933-35, il trotzkismo costituiva già da alcuni anni un movimento politico illegale e aspramente combattuto dalle autorità staliniste; non poteva altresì non sapere, sia nel marzo del 1933 che nel luglio del 1935, che la sua precedente e ancora fresca espulsione dal KPD per attività trotzkista non costituiva in alcun modo un buon biglietto di presentazione, per la polizia e il governo stalinista. Eppure, a dispetto della presenza di questi elementi certi e innegabili, il presunto “curioso-apartitico” di nome Valentin Olberg entrò – tra l’altro illegalmente – nella tana del lupo stalinista: evidentemente fiducioso di ricevere, sia nel 1933 che nel 1935, le congratulazioni dell’NKVD stalinista, sia per i suoi precedenti politici di matrice trotzkista in Germania che per la sua entrata con una nazionalità fittizia in terra sovietica.

Si è già notato inoltre in precedenza come Valentin Olberg, dopo esser giunto illegalmente a Gorkij nell’estate del 1935, avesse ottenuto quasi subito un lavoro in qualità di insegnante nell’istituto pedagogico della città sovietica in via d’esame.

È vero che nell’Unione Sovietica del 1935 non esisteva da tempo la disoccupazione. Ma che un uomo di nazionalità straniera, appena arrivato in URSS con un passaporto honduregno e ancora in giovane età (nel 1935 Valentin Olberg aveva solo 28 anni) ottenesse quasi subito un lavoro a  Gorkij non come semplice manovale, ma invece in qualità di intellettuale assunto in un qualificato istituto sovietico, costituisce un anomalia così  vistosa da essere stata notata e individuata persino da uno studioso antistalinista come F. Firsov, nel suo saggio contenuto nel libro “Reflection on the Gulag”. Firsov giustamente rilevò a questo proposito come fosse assai strano che proprio Valentin Olberg, “collegato con Trotskij” e “espulso dal partito comunista tedesco” nel 1932, “potesse andare in URSS” (illegalmente, aggiungiamo noi) “e ottenere un buon lavoro” nel 1935 all’istituto pedagogico di Gorkij[14].

Giudizio e osservazione assolutamente incontestabile, quello di Firsov, proprio perché basata su fatti reali e innegabili.

L’assunzione del presunto “honduregno” Valentin Olberg all’istituto pedagogico di Gorkij, nell’estate del 1935, costituisce un fatto così clamoroso da demolire, anche se preso isolatamente, la tesi su Olberg “curioso-apartitico”: un presunto “curioso-apartitico” così “fortunato” da aver ottenuto, “casualmente” e quasi subito, un “buon lavoro” (Firsov) a  Gorkij e nell’URSS stalinista, appena arrivato in terra sovietica come straniero, e per di più avendo un passaporto falso ed esibendo una falsa nazionalità, costituirebbe un caso eccezionale di “fortuna” – si fa per dire, certo – degno di entrare nel Guinness dei primati.

Ma non solo: proprio al fine di acquisire in modo illegale il falso passaporto honduregno, l’ebreo e comunista Valentin Olberg all’inizio del 1935 sicuramente si rivolse e pagò senza ombra di dubbio una tangente al console generale dell’Honduras – Lucas Parades – che operava a Berlino, nella Germania nazista di quel tempo.

Ora, risultano subito poco comprensibili i motivi per cui un presunto “curioso e apartitico” come Valentin Olberg, ossia uno dei tanti ebrei così odiati dai nazisti in modo esplicito e fin dal sorgere del partito nazionalsocialista, avrebbe dovuto rivolgersi per ottenere un falso passaporto al rappresentante diplomatico di un paese centroamericano che operava proprio nella tana del lupo hitleriana, nella Germania nazista, antisemita e anticomunista del 1935.

In altri termini l’ebreo e comunista Valentin Olberg, al fine di entrare illegalmente nell’URSS stalinista del 1935, si mise in contatto volutamente con il console di un paese latinoamericano che – guarda caso – aveva la sua sede di lavoro proprio nella Germania nazista e anticomunista, hitleriana e antisemita del 1935, e  cioè nel posto meno salubre al mondo per un ebreo comunista: una connessione di elementi come minimo molto anomala, e che contribuisce a demolire ancora più profondamente la tesi che ritiene Valentin Olberg un “curioso-apartitico”.

Dopo l’ascesa al potere dei nazisti, nel gennaio-marzo del 1933, Valentin Olberg era stato inoltre costretto ad emigrare dalla Germania proprio per la sua scomoda posizione di ebreo e di comunista: e nel 1935 proprio il presunto “curioso-apartitico” Olberg cercò prima, e ottenne in seguito un documento illegale dal console honduregno attivo nella stessa nazione fascista che lo aveva messo in fuga e costretto all’esilio, solo due anni prima? I conti non tornano anche per questa sola ragione, e a questo punto possiamo tirare le somme.

Ciascuno dei fatti sopra indicati (l’impegno politico di matrice trotzkista di Olberg nel 1928-32, la sua entrata illegale in URSS nel 1933, il suo nuovo viaggio illegale in terra sovietica nel 1935, ecc.) demolisce subito la tesi fantasiosa su Olberg “curioso-apartitico”, anche se preso isolatamente e non messo in contatto con gli altri indizi: ma se si effettua invece tale interconnessione e si uniscono tra loro le tessere del mosaico, svanisce del tutto qualsiasi dubbio, anche poco ragionevole, sulla falsità assoluta della teoria in via d’esame.

E a questo punto rimangono sul campo solo due tesi alternative, ossia quella su “Olberg infiltrato stalinista” e la sua diretta antagonista, che vede Olberg invece operante dal 1930 all’inizio del 1936 nel ruolo di fedele e coraggioso militante trotzkista. Andiamo dunque a verificare quale delle due ipotesi sia giusta, corretta e corrispondente alla realtà storica, utilizzando a tal fine tutti i fatti sicuri a nostra disposizione: ossia una serie di elementi innegabili che se da un lato annientano e demoliscono l’ipotesi “Olberg-provocatore stalinista”, simultaneamente comprovano in modo altrettanto sicuro la tesi opposta.

È sufficiente tenere a mente che la teoria che ritiene Valentin Olberg un infiltrato stalinista nelle file della costituenda Quarta Internazionale esige e richiede, per forza di cose e in modo inevitabile, di presumere che quest’ultimo fosse un agente provocatore della polizia stalinista almeno dal 1930 all’agosto del 1936, senza soluzione di continuità: e cioè che Valentin Olberg svolgesse tale particolare ruolo nel 1930.

Nel 1931.

Nel 1932.

Nel 1933.

Nel 1934.

Nel 1935.

Nel gennaio del 1936, quando quest’ultimo venne arrestato nella città sovietica di Gorkij.

E infine anche nell’agosto del 1936, quando Olberg testimoniò al primo processo di Mosca.

Partiamo innanzitutto riesaminando un fatto sicuro e innegabile, che avvenne proprio nell’estate del 1936: l’imputato Valentin Olberg fu sicuramente condannato a morte alla fine del processo dell’agosto 1936, come tutti gli altri quindici imputati (Zinoviev, Kamenev, ecc.) in quel procedimento giudiziario, venendo fucilato subito dopo la conclusione di quest’ultimo assieme a tutti gli altri condannati.

La condanna a morte e la fucilazione di Valentin Olberg, rispettivamente il 24 e 25 agosto 1936, costituiscono due fatti innegabili che si scontrano frontalmente con l’ipotesi “Olberg-provocatore stalinista”, per motivi fin troppo evidenti. Se Valentin Olberg fosse stato realmente un infiltrato stalinista nelle file della Quarta Internazionale e per alcuni anni, dal 1930 al 4 gennaio del 1936 e se avesse realmente svolto un duro e ingrato lavoro segreto di “talpa” stalinista nelle file trotzkiste, operando come agente provocatore anche durante il processo dell’agosto 1936, sarebbe stato assurdo e incomprensibile per Stalin e l’NKVD “premiare” e gratificare il loro fedele dipendente Valentin Olberg, il loro fedele “agente provocatore”, con la “ricompensa” e la particolarissima gratificazione della pena di morte, con il “regalino” della sua irreversibile fucilazione subito dopo il processo dell’agosto del 1936.

Stalin e l’NKVD potevano benissimo far condannare il loro (presunto) agente provocatore Valentin Olberg ad alcuni anni di carcere duro e poi liberarlo in segreto dopo qualche tempo, passata la ventata dei processi di Mosca: ma invece “premiarono” il loro (presunto) fedele agente provocatore, il loro presunto “dipendente” Valentin Olberg con la durissima “ricompensa” della pena di morte e della fucilazione immediata, dopo la fine del processo di Mosca dell’agosto del 1936.

Una fucilazione irreversibile e irrevocabile, è appena il caso di notare: pertanto la tesi su “Olberg-provocatore stalinista”, sul presunto infiltrato stalinista per lunghi anni nelle file trotzkiste, viene subito messa in crisi dal dato di fatto inequivocabile costituito dall’esecuzione del presunto “agente provocatore stalinista” di nome Valentin Olberg.

Viceversa risulta fin troppo facile notare come la condanna a morte e la fucilazione di Valentin Olberg risultino invece perfettamente corrispondenti e compatibili con l’ipotesi opposta in via di esame, con la tesi “Olberg-coraggioso militante trotzkista”. Per un uomo come Valentin Olberg, che era entrato in Unione Sovietica in modo illegale e in qualità di militante trotzkista; con un passaporto falso procurato anche grazie all’aiuto logistico della Gestapo e dei nazisti; con l’intento di organizzare un attentato proprio contro Stalin; per un uomo e per un imputato del genere, per un coraggioso militante trotzkista impegnatosi a uccidere Stalin l’unica pena applicabile, nell’URSS stalinista del 1936, consisteva per l’appunto nella pena di morte e nella fucilazione immediata, senza alcuna possibilità di grazia o di carcerazione, anche lunga.

Secondo elemento concreto: qualunque (reale) agente provocatore che fosse stato davvero capace di infiltrarsi con successo nelle file della Quarta Internazionale, e per di più dal 1930 al 1935; in grado per di più di procurare all’NKVD il fatto eclatante (e l‘informazione eclatante) della connessione tra falso passaporto honduregno, Tukalevskij e la Gestapo, avrebbe meritato come minimo una medaglia al valore da parte di Stalin e dei capi della polizia sovietica, anche se consegnata in segreto.

Viceversa Valentin Olberg, il presunto “agente provocatore” stalinista, ottenne al contrario la bella ricompensa della pena di morte da parte dei suoi presunti “datori di lavoro” di Mosca, da parte dei suoi presunti capi dell’NKVD: a dispetto del lungo periodo speso nella sua presunta opera d’infiltrazione nelle file trotzkiste e degli eccellenti risultati da lui ottenuti innescando e favorendo la connessione, utilissima alla propaganda stalinista tra Tukalevskij, la Gestapo e il falso passaporto honduregno.

Se si segue la teoria “Olberg-agente infiltrato stalinista”, se ne dovrebbe inevitabilmente dedurre che proprio i migliori stachanovisti dell’NKVD venissero “ricompensati” da Stalin nel 1936 con il presunto incentivo della pena di morte, e proprio nel caso avessero svolto il loro compito con efficienza

Terza prova: la condanna a morte di Pavel Olberg, ossia il fratello di Valentin, nell’ottobre del 1936.

Lo storico Rogovin, simpatizzante trotzkista, ci ha informati che proprio nell’ottobre del 1936 e circa due mesi dopo il processo di Mosca venne condannato a morte e fucilato dall’NKVD anche Pavel Olberg, assieme ad altri uomini accusati di attività trotzkista a Gorkij e in altre zone della Russia: e anche questo fatto sicuro contribuisce a demolire ulteriormente la tesi di “Olberg-provocatore stalinista”.

Se Valentin Olberg fosse stato davvero un infiltrato dell’NKVD stalinista nelle file trotzkiste, dal 1930 al 1936, alla sua già assurda condanna a morte si sommerebbe a questo punto anche l’esecuzione di suo fratello, di Pavel Olberg. Stalin e l’NKVD avrebbero quindi espresso un abnorme e ancora più originale modo di ricompensare i loro agenti provocatori, non solo fucilandoli in prima persona ma per di più uccidendo anche i loro familiari, nel caso specifico il fratello Pavel Olberg, oltre a incarcerare sia la prima che la seconda moglie di Valentin Olberg, come si è già notato in precedenza, sempre per “ricompensarlo” in modo adeguato dei preziosi e faticosi servizi svolti da quest’ultimo a vantaggio dello stato sovietico e contro la detestata e aborrita – dal nucleo dirigente stalinista – Quarta Internazionale diretta allora da Trotskij.

Ancora una volta siamo entrati in un teatro dell’assurdo e del delirio, seguendo la tesi interpretativa in via di discussione, mentre invece l’esecuzione di Pavel Olberg risulta perfettamente corrispondente e compatibile con l’ipotesi “Olberg-coraggioso militante trotzkista”, che si avvalse anche della collaborazione del fratello Pavel nella città di  Gorkij al fine di cercare di organizzare il tentativo di uccisione di Stalin: per un reato di quel tipo, nell’Unione Sovietica stalinista del 1936 risultava infatti inevitabile e sicura la condanna a morte dei principali cospiratori, ivi compresi ovviamente anche Valentin e Pavel Olberg.

Ma passiamo a un’altra prova e a un’altra “pistola fumante” visto che V. Rogovin, storico russo molto vicino alle posizioni trotzkiste e che negli anni Novanta ha scritto un’opera intitolata “1937”, nella quale cercò di sostenere che i processi di Mosca risultavano solo delle tragiche farse inscenate da Stalin, ha contribuito involontariamente a decidere una volta per tutte la “questione Olberg” a favore di Stalin e contro le tesi sostenute da Trotskij, fin dall’agosto del 1936.

Prendendo spunto da documenti contenuti negli archivi sovietici del tempo e desegretati dopo il 1991 e il crollo dell’URSS, Rogovin infatti ci informa che Olberg venne arrestato il 5 gennaio del 1936, assieme ad altri trotzkisti di Gorkij.  Ora, il presunto agente provocatore di Stalin di nome Valentin Olberg, al posto di confessare subito o quasi subito la sua militanza (fittizia) trotzkista e in tal modo dare il via libera alle presunte montature poliziesco-giuridiche di Stalin, spedì invece agli investigatori dell’NKVD che lo avevano arrestato e sottoposto a un primo interrogatorio un’incredibile ma indiscutibile dichiarazione scritta, nella quale Valentin Olberg affermò testualmente: “è possibile che io possa autocalunniarmi e fare qualsiasi cosa, se solo bastasse a porre fine alle mie sofferenze. Ma chiaramente non posso riferire ciò che è una ovvia menzogna, e cioè che sono un trotzkista, un emissario di Trotskij, ecc.”[15].

E questo sarebbe il comportamento tipico di un vero infiltrato stalinista, di un reale agente provocatore stalinista, il cui compito sarebbe stato costituito proprio dal presentarsi al mondo sotto le (false, stiamo ora supponendo) vesti e nel ruolo di trotzkista, di seguace ed “emissario di Trotskij”?

La dichiarazione di Valentin Olberg, effettuata per iscritto dopo il suo arresto e ben meditata, risulta abnorme, incredibile e assurda se si accetta la già pericolante teoria per cui Valentin Olberg agisse fin dal 1930 come un agente provocatore di Stalin, inviato nelle file della costituenda Quarta Internazionale proprio per acquistarsi via via la fama di trotzkista, con un lungo lavoro di infiltrazione durato alcuni anni e che egli continuava a svolgere anche nel gennaio del 1936.

Aderendo per un istante a tale tesi Valentin Olberg, agente provocatore di Stalin, venne arrestato dall’NKVD evidentemente per finta (erano già d’accordo, le due parti) il 5 gennaio del 1936: ma, fatto clamoroso e abnorme, invece di “cantare” e parlare subito o quasi subito, confessando di essere un agente segreto di Trotskij in URSS, viceversa egli rilasciò una dichiarazione scritta in cui invece sostenne innanzitutto di non essere in alcun modo un seguace di Trotskij, di non essere in alcun modo un “emissario” di Trotskij. Sarebbe il primo caso mondiale finora conosciuto di un presunto agente provocatore/infiltrato di Stalin che, una volta “arrestato” (si far per dire, certo), abbia dimenticato proprio di essere un agente infiltrato (da Stalin) nelle file trotzkiste e che si autopresentava al mondo come antistalinista, smettendo quindi di fare il suo lavoro di provocatore proprio quando serviva e al momento decisivo: “lo smemorato di Mosca”, in estrema sintesi.

Ma non solo: Olberg, con la dichiarazione, avvisò altresì per iscritto e in modo preventivo di non credere alle sue eventuali e future confessioni (estorte attraverso “le sue sofferenze”) rispetto all’essere un agente e un “emissario” di Trotskij.

In pratica il presunto agente provocatore di Stalin, inviato nelle file trotzkiste per una missione prolungata di infiltrazione e provocazione, indicò di non credergli assolutamente se e quando in futuro egli avesse affermato, in prigione e sotto tortura, di essere un “emissario” di Trotskij. Saremmo quindi in presenza anche del primo caso mondiale di un agente provocatore stalinista che dichiarò, tra l’altro per iscritto e in modo preventivo, di non voler essere assolutamente creduto se egli avesse confessato in futuro di essere un trotzkista: e cioè di non prestargli fede in alcun modo, se egli avesse esposto e confessato in futuro proprio il fatto (essere un trotzkista, anche se per finta) che costituiva lo scopo essenziale della sua lunga missione di infiltrazione, avente per oggetto proprio il presentarsi in qualità di militante trotzkista, almeno dal 1930 e fino ad arrivare senza soluzione di continuità al 1936 .

Non solo “smemorato”, quindi, ma anche un (presunto) agente provocatore stalinista di tipo autodistruttivo per sé e per i suoi presunti mandanti, questo Valentin Olberg!

Secondo l’insospettabile Rogovin, Valentin Olberg inoltre iniziò a collaborare parzialmente con l’NKVD, ammettendo di essere un trotzkista, solo nel febbraio 1936 e quindi dopo almeno un mese di resistenza alle “sue sofferenze”. In estrema sintesi troviamo sia un supersmemorato che un supermasochista, nelle vesti del presunto agente provocatore di Stalin e dell’NKVD: un presunto e irreale supermasochista che, sebbene dovesse quasi per forza di cose collaborare con i suoi presunti “datori di lavoro” stalinisti, avrebbe invece scelto di resistere e restare in silenzio per più di un mese, di non dire niente per più di un mese e di subire in modo assurdo e masochistico per più di un mese proprio gli interrogatori dei suoi presunti capi, dei suoi presunti mandanti e datori di lavoro dell’NKVD.

Non è certo per caso che l’allora trotzkista Max Schachtman, nel suo libro “Behind the Moscow trial” sopracitato, abbia affermato con presuntuosa sicurezza, quando sostenne la tesi “Olberg-infiltrato stalinista”, che c’era “una buona ragione di credere che Olberg, di tutti quelli arrestati” (nel gennaio del 1936) “fu tra i primi, se non il primo” che confessarono la loro militanza e azione antistalinista[16].

Proprio magnifica e rivelatrice, la “credenza” di Schachtman sul fatto che Olberg fosse stato “tra i primi, se non il primo” a collaborare con le autorità staliniste, tra gli arrestati del gennaio del 1936.

Purtroppo per il trotzkista (del 1936) Schachtman, l’inequivocabile e sicura dichiarazione scritta rilasciata da Valentin Olberg (e riportata anche dallo storico antistalinista Rogovin) attesta invece, senza ombra di dubbio, che il coraggioso trotzkista Olberg riferì per iscritto all’NKVD dopo il suo arresto di:

  • non essere un trotzkista;
  • di non credergli, se in futuro si fosse “autocalunniato” confessando forzatamente di essere un trotzkista, un emissario di Trotskij, ecc.;
  • di voler dunque resistere, rispetto alle accuse di essere un militante trotzkista.

Siamo d’accordo su un solo punto, ma decisivo, con il trotzkista Schachtman. Se Valentin Olberg fosse stato davvero un reale agente provocatore stalinista, egli sarebbe stato sicuramente “tra i primi, se non il primo” degli arrestati del 5 gennaio 1936 a confessare di essere un trotzkista, e soprattutto mai e poi mai avrebbe prodotto la sua dichiarazione scritta sul “non credetemi, se in futuro mi autocalunnierò” ammettendo di essere trotzkista, un “emissario di Trotskij”, ecc.: ma tale dichiarazione scritta esiste realmente ed è stata ritrovata negli archivi sovietici dopo il 1991, per grande sfortuna di Schachtman.

Avendo a disposizione la dichiarazione scritta da Olberg all’inizio di gennaio 1936 e accettando per un istante la tesi di Trotskij e di Rogovin, Olberg risultava pertanto un agente provocatore smemorato, seppur infiltrato da lungo tempo nelle file trotzkiste; e per di più un provocatore che, fin dalla sua dichiarazione scritta iniziale, mandò all’aria subito la sua presunta “missione”, e cioè per l’appunto fingersi un infiltrato trotzkista in Unione Sovietica, con la frase “non credetemi, se dirò di essere un trotzkista”.

Un elemento e un individuo supersmemorato, autodistruttivo e per di più masochista, visto che Olberg sopportò senza parlare né rivelare alcunché più di un mese di interrogatori da parte dei suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD; un supermasochista che infine venne fucilato dai suoi stessi presunti mandanti proprio dopo aver compiuto il suo dovere, alias dopo essersi trasformato a partire dal 1929 in un infiltrato stalinista, operante sia all’estero che in URSS.

Siamo ormai a conoscenza di quattro innegabili anomalie da Guinness dei primati, di quattro asimmetrie combinate e devastanti, ciascuna delle quali basterebbe anche da sola a distruggere la tesi relativa a Olberg agente provocatore di Stalin; siamo ormai in presenza di quattro note dissonanti comprovate tra l’altro dal semi-trotzkista Rogovin attraverso l’uso di documenti riservati degli archivi sovietici del tempo e resi pubblici solo dopo il 1991, in una fase successiva al crollo dell’Unione Sovietica.

Sono quattro presunte anomalie viceversa inesistenti, seguendo invece l’ipotesi che vede Olberg come un coraggioso militante trotzkista. Negare con decisione la sua appartenenza alla Quarta Internazionale, anche per ovvi motivi di sopravvivenza personale, risultava infatti in questa prospettiva un’azione inevitabile per Olberg, come del resto cercare di resistere agli interrogatori dell’NKVD e di delegittimare in anticipo sue eventuali e future confessioni; come del resto diventa perfettamente spiegabile che l’NKVD abbia alla fine fucilato Valentin Olberg, proprio a causa della sua temeraria attività clandestina di matrice trotzkista in terra sovietica.

La teoria che ritiene Valentin Olberg un coraggioso militante trotzkista comprende e spiega senza alcuna difficoltà gli elementi di fatto sopra esposti, a partire dall’altrimenti assurda e abnorme dichiarazione scritta elaborata da quest’ultimo subito dopo essere stato arrestato, trasformandosi pertanto già da ora nell’unica chiave di lettura realistica rispetto al “caso Olberg”.

Risulta credibile, anche solo in minima parte, che un vero e reale agente provocatore stalinista, infiltrato realmente almeno dal 1930 nelle file trotzkiste, abbia negato anche per iscritto, una volta arrestato nel 1936 dai suoi “datori di lavoro” dell’NKVD, di essere per l’appunto un militante trotzkista, ossia il ruolo specifico che egli aveva volutamente assunto a scopi di provocazione e nell’interesse del nucleo dirigente stalinista?

Ma che assurdo tipo di agente infiltrato stalinista era Olberg, allora?

Risulta inoltre credibile che un vero, un reale e un concreto agente provocatore stalinista abbia affermato per iscritto ai suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD, appena arrestato: “non credetemi se mi autocalunnierò” in futuro, sotto tortura e/o minacce, dichiarando di essere trotzkista e un’“emissario” di Trotskij?

Ma allora, quale varietà abnorme di agente provocatore stalinista era rappresentata da Valentin Olberg?

Risulta inoltre credibile, anche solo in minima parte, che il presunto agente provocatore stalinista di nome Valentin Olberg abbia resistito per più di un mese, dal 5 gennaio fino almeno alla seconda metà di febbraio del 1936, agli interrogatori dell’NKVD stalinista e dei suoi presunti “datori di lavoro”, non rivelando neanche che egli era un trotzkista a dispetto delle sue “sofferenze”?

Ma allora, che tipo di agente provocatore stalinista assolutamente anomalo era Olberg?

Per quale incomprensibile motivo tale presunto informatore stalinista non collaborò subito con i suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD che, tra l‘altro, l’avevano arrestato proprio in terra sovietica trovando subito il suo falso passaporto honduregno?

Avvocato del diavolo: “forse Valentin Olberg era davvero diventato un infiltrato stalinista disorientato e smemorato, il 5 gennaio del 1936 e il giorno del suo arresto”.

Anche ammettendo per un istante tale ipotesi, assurda oltre ogni limite accettabile, sarebbe bastata l’esistenza concretissima del falso passaporto honduregno che Olberg ancora possedeva e utilizzava un istante prima di essere arrestato il 5 gennaio del 1936, e la presunta memoria “perduta” sarebbe sicuramente tornata al presunto agente provocatore stalinista di nome Valentin Olberg: quest’ultimo avrebbe ritrovato sicuramente la sua precedente autocoscienza di infiltrato stalinista, quando gli investigatori dell’NKVD che lo avevano arrestato gli misero sotto il naso proprio il suo falso passaporto honduregno, che essi avevano requisito al momento del suo arresto e che venne del resto esibito in seguito, durante il processo pubblico di Mosca dell’agosto del 1936.

La dichiarazione scritta di Olberg (“non credetemi, se mi autocalunnierò”) e la sua mancata collaborazione per più di un mese con l’NKVD sovietica, che l’aveva arrestato agli inizi di gennaio del 1936, rappresentano quindi due elementi concreti che devastano completamente la teoria “Olberg-infiltrato stalinista”, costituendo dei fatti abnormi e assurdi se interpretati con la chiave di lettura dell’agente provocatore dei servizi segreti di Stalin.

Se poi colleghiamo tali assurdità – eventi abnormi e incredibili, ma solo prendendo per buona la tesi “Olberg-infiltrato stalinista” nelle file trotzkiste – alla reale, concreta e innegabile fucilazione del presunto agente provocatore stalinista di nome Valentin Olberg da parte dell’NKVD stalinista, nell’agosto del 1936, qualunque dubbio ragionevole già a questo punto svanisce: Olberg risultava sicuramente un coraggioso militante trotzkista infiltratosi nell’URSS stalinista del 1935 e che venne arrestato, per sua sfortuna, dalla polizia sovietica il 5 gennaio del 1936, mentre le pagine che seguono serviranno solo per far evaporare i dubbi invece poco ragionevoli e razionali rispetto alla concreta selezione tra le due tesi antagoniste poste a confronto.

Rispetto al caso Olberg abbiamo infatti a disposizione tutta una serie di altri indizi, a partire dalla richiesta di informazioni rispetto a Valentin Olberg effettuata dall’NKVD e da S.M. Spiegelglass a Mordka Zborovski, nel marzo 1936.

Zborovski a quel tempo costituiva una concreta, reale e abile “talpa” dell’NKVD (GPU, nella terminologia usata da Brouè) che a Parigi, nel corso del 1935, era riuscito a conquistarsi “a poco a poco la fiducia personale di L. Sedov” (Brouè), diventando uno dei collaboratori più fidati del figlio di Trotskij durante gli anni compresi tra 1935 e il 1937.

Cercando di utilizzare l’ottima posizione raggiunta ormai da Zborovski all’interno delle file trotzkiste, nel marzo del 1936 i servizi segreti sovietici, nella persona del loro alto funzionario S. M. Spiegelglass, chiesero al loro  agente infiltrato (conosciuto allora dai trotzkisti con lo pseudonimo di “Etienne”) di cercare di scoprire documenti, scritti e lettere contenute nell’archivio parigino del figlio di Trotskij in relazione a circa una ventina di nominativi di politici e attivisti, considerati dall’NKVD come sospetti di legami con i trotzkisti; un elenco assai particolare, di cui ancora nel 1955 “Etienne” ricorderà alcuni nomi.

Infatti nella primavera del 1936 Zborovski, trasferitosi in seguito negli USA e sottoposto a processo per attività spionistica a favore dell’URSS verso la fine del 1955/inizio del 1956, si mise al lavoro in quella direzione, come ammise davanti a una corte giudiziaria statunitense nel 1955, ma ottenne pochi risultati concreti almeno in quel campo specifico della sua attività di talpa e informatore. Stando anche alla ricostruzione effettuata dall’insospettabile storico trotzkista Brouè, nel marzo del 1936 i servizi segreti sovietici misero infatti Zborovski “in contatto con un personaggio importante, probabilmente l’alto funzionario della GPU Michail Spiegelglass evidentemente impegnato nella preparazione del processo di Mosca. Costui gli mostra una lista di una ventina di nomi – nel 1955 Zborovski dirà di ricordarsi di quelli di Zinov’ev, Smirnov, Olberg, Kurt Landau – dei quali deve cercare eventuali tracce nelle carte di Sedov. Spiegelglass gli spiega che si tratta di persone che cospirano contro l’Urss, che sono strettamente legate a Sedov e che la sorveglianza da lui esercitata potrebbe permettere di smascherarle. Zborovski esegue l’incarico con tutto lo zelo possibile, ma non ottiene grandi risultati”[17].

In questa sede non ci interessa soffermarci sull’elevato livello di penetrazione ottenuto dall’NKVD/GPU all’interno delle file trotzkiste europee già nel corso del 1935/36, ma viceversa vogliamo sottolineare la natura e l’obiettivo concreto delle informazioni richieste a Zborovski nel marzo del 1936 dai capi dell’NKVD, per il tramite di Spiegelglass: esse risultavano infatti delle domande relative ad alcuni personaggi sospettati dalla polizia stalinista di attività trotzkiste o in qualche modo legate al trotzkismo, tra i quali emerge anche il nome di Valentin Olberg.

Proprio quel Valentin Olberg che, nel marzo del 1936, era già stato arrestato da circa due mesi proprio dall’NKVD in terra sovietica, come si è già notato in precedenza.

A questo punto supponiamo ancora una volta e per un istante che sia veritiera la tesi “Olberg-infiltrato stalinista”. Ammettendo tale ipotesi e collegandola subito con le informazioni ottenute involontariamente da Brouè, otterremmo il seguente “quadretto”, allo stesso tempo esilarante e assolutamente incredibile:

  • – l’NKVD/GPU infiltrò Olberg come agente provocatore stalinista nelle file trotzkiste, a partire dal 1929;
  • – all’inizio del 1936 l’NKVD arrestò in URSS il suo presunto agente provocatore Olberg, che tuttavia si “dimenticò” di essere un agente provocatore stalinista una volta che venne arrestato;
  • – nel marzo del 1936, l’NKVD chiese altresì al suo (questa volta reale) agente provocatore e infiltrato stalinista Zborowski delle informazioni anche sul conto del suo (presunto) agente provocatore Valentin Olberg, tra l’altro già arrestato dalla stessa NKVD il 5 gennaio del 1936 e in una città sovietica.

Accettando per un attimo la tesi su “Olberg-infiltrato stalinista”, avremmo quindi un infiltrato stalinista reale e ben conosciuto dai vertici dell’NKVD (=Zborowski) che, per incarico della stessa NKVD, indagò nel marzo del 1936 rispetto a un altro agente infiltrato e provocatore dell’NKVD (=Olberg), anch’esso ben conosciuto almeno a partire dal 1929 dai vertici dell’NKVD stalinista e, per di più, già arrestato da quest’ultima nel gennaio del 1936.

Almeno seguendo la fallimentare tesi di un “Olberg-infiltrato stalinista”, si sarebbe quindi creata all’inizio del 1936 una particolare e tragicomica situazione nella quale il reale infiltrato e l’indiscutibile “talpa” stalinista Etienne/Zborowsky avrebbe dovuto investigare, e indagò realmente per conto dell’NKVD stalinista, rispetto a un altro infiltrato stalinista all’interno delle file della costituenda Quarta internazionale: siamo già ora nel campo dell’assurdo.

Inoltre l’infiltrato stalinista Etienne/Zborowsky, dal marzo del 1936 e sempre per conto dell’NKVD stalinista, indagò su un presunto infiltrato stalinista di nome Valentin Olberg che tra l’altro era già stato arrestato proprio dall’NKVD stalinista, fin dal 5 gennaio del 1936 e solo due mesi prima: ancora più assurdo.

L’infiltrato stalinista Etienne/Zborowsky indagò infine per conto dell’NKVD stalinista sull’infiltrato stalinista Valentin Olberg a partire dal marzo del 1936, e cioè dopo che quest’ultimo aveva ormai ammesso – seppur dopo più di un mese di resistenza rispetto agli interrogatori dell’NKVD – almeno di essere trotzkista, un “emissario” di Trotskij e un militante trotzkista: sempre più assurdo e delirante, sempre se si segue e si accetta l’ipotesi che Olberg agisse in qualità di infiltrato stalinista all’interno della Costituenda Quarta Internazionale diretta allora da Trotskij.

Assurdità e delirio che invece subito svaniscono, accettando la tesi che Valentin Olberg non fosse assolutamente e in alcun modo un agente provocatore stalinista, ma viceversa un militante trotzkista.

Solo in quest’ottica diventa perfettamente spiegabile e razionale la richiesta di informazioni e di prove scritte rivolta nel marzo del 1936 dai capi dell’NKVD/GPU al loro (reale) infiltrato Zborowski, affinché quest’ultimo fornisse ulteriori dati sicuri anche su un reale nemico di Stalin quale il coraggioso militante trotzkista Valentin Olberg, che già in quel periodo era considerato dai vertici dei servizi segreti leali a Stalin come un personaggio antistalinista importante, al fine di scoprire i fili nascosti della vera attività clandestina della Quarta Internazionale e degli emissari di Trotskij in terra sovietica.

Grazie anche a Brouè, l’ipotesi che Valentin Olberg fosse realmente un agente provocatore stalinista diventa pertanto ancora più assurda e incredibile, con le conseguenze inevitabili del caso esaminate in precedenza.

Un’agenzia di spionaggio può sicuramente chiedere a un suo reale infiltrato nelle file avversarie di indagare e fornire informazioni sul conto di un suo particolare nemico, nel caso specifico un militante trotzkista di nome Valentin Olberg: si tratta di un’azione razionale e sensata, anche secondo il buon senso più elementare. Ma non è certo verosimile e comprensibile il contrario, ossia che essa richieda e domandi a una sua reale “talpa” (Zborowski) delle informazioni rispetto a un suo altro reale agente infiltrato, in questo caso Valentin Olberg, tra l’altro arrestato proprio dalla polizia stalinista due mesi prima del marzo 1936 e che, nella seconda metà del febbraio 1936, aveva almeno confessato di essere un “emissario” di Trotskij.

A meno di non supporre e ipotizzare, entrando ancora di più nel mondo dell’assurdo, che anche Spiegelglass e gli altri capi dell’NKVD di Mosca fossero diventati improvvisamente anch’essi degli “smemorati” (forse imitando il loro presunto e “smemorato” agente provocatore, Valentin Olberg?) nel marzo del 1936, “dimenticandosi” pertanto di avere almeno dal 1930 alle loro (presunte) dipendenze Valentin Olberg, di averlo fatto infiltrare da ben sei anni all’interno delle file trotzkiste e di averlo fatto arrestare ad arte il 5 gennaio del 1936 a  Gorkij, in terra sovietica.

Ma dovremmo entrare in un presunto regno di follia e di mancanza di memoria collettiva degno per l’appunto di un manicomio allo sbando, e non certo degli efficienti servizi segreti sovietici degli anni Trenta.

A questo punto possiamo finalmente uscire dal teatro dell’assurdo e tornare invece alla realtà concreta.

Risulta fin troppo chiaro che a Spiegelglass, o a qualunque altro alto dirigente dell’NKVD di quel periodo e dell’inizio del 1936, erano sufficienti al massimo pochi giorni di tempo per conoscere la reale posizione politica e il ruolo concreto svolto da Valentin Olberg dal 1930 al gennaio del 1936, e cioè per accertarsi attraverso un semplice controllo e un’ “inchiesta” interna se quest’ultimo rappresentasse davvero dal 1930 un infiltrato, un informatore e un provocatore dell’organizzazione da loro guidata all’interno della costituenda Quarta Internazionale: e il solo fatto, semplice e innegabile, per cui nel marzo del 1936 essi invece chiesero al loro – reale, concreto – agente di nome Zborowski delle informazioni sul conto di Valentin Olberg costituisce un ulteriore, particolare ma indiscutibile “pistola fumante” sulla matrice trotzkista e antistalinista di Valentin Olberg, durante gli anni presi in esame.

Come criterio di verifica di tale fatto testardo va del resto sottolineato anche un altro nome citato da Zborowski nel 1955, e cioè Kurt Landau.

Kurt Landau era stato un militante antistalinista vicino sul piano politico a Trotskij almeno dal 1929 fino al 1931, che tra l’altro aveva conosciuto e lavorato assieme proprio con Valentin Olberg nel corso del 1931: pur denunciando in seguito con veemenza il primo processo stalinista dell’agosto del 1936, in cui risultava imputato anche Valentin Olberg, Landau invece polemizzò apertamente con Trotskij e suo figlio Sedov proprio rispetto a Olberg, personaggio considerato da Landau non come un agente provocatore dell’NKVD ma, viceversa, come una “vittima di Stalin”[18].

Nessun dubbio, anche da parte trotzkista, che Landau fosse a sua volta un infiltrato stalinista, visto che proprio la Quarta Internazionale lo considera un martire della repressione stalinista in Spagna, dove Landau si era trasferito aderendo all’organizzazione semi trotzkista del Poum e militandovi nel periodo compreso tra il 1935 e il 1937.

Il punto che ci interessa più da vicino è che proprio l’insospettabile Landau, che non credette mai alla versione che reputava Olberg un infiltrato stalinista, divenne a sua volta oggetto dell’attenzione speciale di Spiegelglass e della NKVD nel marzo del 1936, con la loro richiesta a “Etienne-Zborowsky” di avere informazioni dettagliate anche sul suo conto, oltre che sulla posizione di Valentin Olberg: e il fatto innegabile che i dirigenti della polizia stalinista allora richiedessero a Etienne notizie certe e dettagliate sul conto di Landau si spiega con la semplice ragione che anche quest’ultimo, al pari di Valentin Olberg, costituiva un coraggioso militante trotzkista e non certo un provocatore infiltrato al servizio dell’NKVD.

Anche grazie alle informazioni richieste nel marzo del 1936 da Spiegelglass e dall’NKVD rispetto a Olberg, possiamo a questo punto analizzare e comprendere un’ulteriore indizio che demolisce nuovamente la tesi su “Olberg-infiltrato stalinista”.

Ancora a metà del 2016 e a ben 24 anni di distanza dal dicembre del 1991, e cioè dalla caduta dell’URSS e dall’apertura al pubblico degli archivi sovietici, prima tenuti segreti, non è emerso infatti alcun documento che attesti le presunte relazioni di cooperazione e di dipendenza di Valentin Olberg con la polizia stalinista, nel 1929-1935. Non è emerso finora neanche un solo, isolato e solitario atto scritto che attesti, per il lungo periodo compreso tra il 1929 e il 1935, rapporti di collaborazione tra Olberg e la polizia sovietica, attraverso relazioni e memorandum inviati da quest’ultimo alla GPU/NKVD; dal 1991 fino ad ora non è stata altresì ritrovata neanche una sola lettera della GPU/NKVD a Valentin Olberg, ossia al suo presunto infiltrato stalinista, prima del suo arresto del 5 gennaio del 1936, o almeno un memorandum dei servizi segreti stalinisti del periodo 1929-35 che indicasse Valentin Olberg come un loro agente, un loro infiltrato e un loro informatore.

Non a caso due intelligenti storici antistalinisti come Getty e Naumov, nell’edizione del 2010 del loro ottimo libro “The road to terror”, sono stati costretti a riconoscere, seppur tra mille cautele, che fino a quel momento “nessun documento” di quel periodo storico “è stato trovato” per supportare le tesi che Olberg fosse “un doppio agente o un informatore della polizia” sovietica[19].

“Nessun documento”, e non certo per caso, “è stato trovato” negli archivi sovietici riguardo alla presunta collaborazione tra Olberg e la polizia stalinista per la stessa ragione per cui, nel marzo del 1936, Spiegelglass e l’NKVD di Mosca chiesero delle informazioni sul conto di Olberg alla loro reale talpa, ben collocata nelle file trotzkiste, di nome Etienne/Zborowski.

Va inoltre sottolineato come persino lo storico antistalinista Rogovin abbia a sua volta evidenziato, nel primo capitolo del suo libro sopracitato, che G.A. Molchanov, ossia uno dei principali dirigenti dell’NKVD nel 1935/36, sostenne apertamente ancora nell’aprile/maggio del 1936 di considerare Olberg un “emissario isolato”, ossia un’attivista antistalinista ma privo di relazioni significative sia con il mondo sovietico che con Trotskij: in pieno accordo con Jagoda, allora ancora il capo della polizia sovietica, egli ritenne che Olberg dovesse essere portato a processo rapidamente ma che, “senza dubbio, Trotskij non aveva alcun legame diretto” con Valentin Olberg, oltre che con I.N. Smirnov.

Quindi due capi e responsabili della polizia sovietica quali Jagoda e Molchanov, ancora nell’aprile/maggio del 1936 non solo non indicarono in alcun modo che Valentin Olberg fosse un loro agente provocatore e un infiltrato dell’NKVD, all’interno della costituenda Quarta Internazionale, ma altresì rifiutarono simultaneamente persino l’idea che quest’ultimo fosse stato un militante in rapporto con Trotskij. Stiamo esaminando due altri fatti testardi che rendono ancora più assurda la teoria in base alla quale Valentin Olberg fosse stato fin dal 1930 un agente della polizia stalinista: una presunta talpa, un presunto infiltrato del cui presunto ruolo persino Jagoda e Molchanov, i due principali responsabili dell’NKVD dal gennaio all’agosto del 1936, dichiararono di non sapere alcunché ancora nella primavera del 1936.

In quel periodo a Molchanov e a Jagoda bastavano alcune ore, al massimo pochi giorni di tempo per conoscere la reale posizione politica di Valentin Olberg, ossia per accertarsi attraverso un controllo e un “inchiesta” interna se quest’ultimo costituisse una talpa e un’agente provocatore dell’organizzazione da loro diretta all’interno del movimento trotzkista: ma nulla emerse in questo senso, nella primavera del 1936, da parte di due tra i più alti dirigenti dell’NKVD di quel preciso momento storico.

Un ulteriore elemento di prova rispetto alla reale militanza trotzkista di Valentin Olberg è costituita dalla distanza temporale di quasi un anno e mezzo creatasi tra il momento in cui Valentin Olberg ottenne materialmente a Praga il falso passaporto honduregno, con l’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo agli inizi del 1935, e quello in cui invece egli rivelò tale dato di fatto all’NKVD e alla polizia sovietica, nel giugno del 1936 e dopo circa un anno e mezzo.

Si è già ricordato che lo storico antistalinista Rogovin aveva riportato nel suo libro che “le indagini sul caso Olberg, che si erano concluse a maggio” del 1936 “vennero riaperte” nel giugno del 1936: Rogovin ammise che “ora” (nel giugno del 1936) “Olberg aveva testimoniato di avere legami con la Gestapo”, a partire dal famoso passaporto falso honduregno procuratogli a Praga anche grazie a Tukalevskij e ai nazisti.

Seppur involontariamente, Rogovin ha contribuito a devastare ancora più profondamente la teoria secondo cui Valentin Olberg costituiva un infiltrato stalinista: e la falla emerge quasi subito, proprio accettando come veritiera tale ipotesi almeno per un istante.

Agli inizi del 1935, Valentin Olberg infatti ottenne ed ebbe materialmente in mano il falso passaporto honduregno, anche grazie a Tukalevskij e alla Gestapo: fatto sicuro, innegabile e certo.

Ma solo nel maggio del 1936, e cioè solo dopo più di un anno, Valentin Olberg confessò tale fatto eclatante e tale aiuto logistico di matrice nazista agli investigatori della polizia sovietica: altro fatto sicuro e riportato persino dal trotzkista Rogovin, anche se quest’ultimo spostò ancora avanti nel tempo, ossia al giugno del 1936, le prime ammissioni di Olberg sui suoi rapporti di collaborazione logistica con Tukalevskij e i nazisti[20].

Sussiste, in altre parole, una sicura e innegabile distanza temporale di più di un anno tra il momento in cui Valentin Olberg ricevette e venne materialmente in possesso a Praga del falso passaporto honduregno, ossia l’inizio del 1935, grazie a Tukalevskij e alla Gestapo, prima di entrare illegalmente e sotto falso nome in Unione Sovietica nel luglio del 1935, e il periodo (maggio del 1936) in cui invece Valentin Olberg finalmente ammise e confessò di fronte all’NKVD che il suo falso passaporto gli era stato procurato da Tukalevskij e dall’apparato statale nazista.

Non è solo un dato di fatto arido e privo di importanza, quello avente per oggetto i lunghi mesi che distanziarono l’acquisizione materiale del passaporto falso da parte di Olberg, all’inizio del 1935 e grazie all’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo, dalla confessione effettuata da Valentin Olberg all’NKVD stalinista rispetto a tale eclatante notizia e avvenuta solo nel maggio del 1936.

Si  tratta invece di un informazione che demolisce ulteriormente e con forza devastante la tesi di “Olberg-provocatore stalinista”, mentre simultaneamente conferma e comprova nuovamente  l’ipotesi opposta sulla precisa, coraggiosa scelta di campo trotzkista di quest’ultimo: proprio i circa cinquecento giorni di tempo che separano l’acquisizione materiale da parte di Olberg del falso passaporto honduregno, grazie all’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo, dalla data di confessione di tale notizia all’NKVD costituiscono infatti l’elemento concreto e sicuro che fa sparire anche i dubbi poco ragionevoli sul fatto che Valentin Olberg fosse un coraggioso militante trotzkista, e non certo un infiltrato della polizia stalinista nelle file trotzkiste.

Prendiamo per buona e veritiera, almeno per un attimo, la teoria che Valentin Olberg costituisse davvero un uomo che agì, dal 1930 al 1936, come un reale provocatore e un vero infiltrato stalinista nelle file della costituenda Quarta Internazionale, ma almeno in apparenza operando come trotzkista.

Sempre accertando tale ipotesi, ne discende che fin dall’inizio del 1935 il provocatore-stalinista di nome Valentin Olberg aveva ormai ottenuto un eccezionale successo professionale e un’impresa di notevole valore, sia per i suoi “padroni” e datori di lavoro della polizia sovietica che per la sua carriera.

Egli si era infatti assicurato, grazie al passaporto falso dell’Honduras e all’aiuto fornitogli proprio in tale acquisizione da Tukalevskij/Gestapo, le prove materiali – concrete e innegabili – necessarie al fine di compromettere e infangare in modo serio la reputazione politica e l’onore della Quarta Internazionale: un militante trotzkista, almeno a prima vista e solo in apparenza, che avesse ottenuto un falso passaporto e un ingresso clandestino in URSS anche attraverso l’aiuto materiale dei nazisti, costituiva infatti un eccellente e concretissimo punto d’appoggio per la propaganda stalinista, oltre che una notevole spinta in avanti per la carriera dell’infiltrato stalinista Valentin Olberg.

Proprio dal momento stesso in cui egli aveva preso possesso del falso passaporto honduregno grazie alla Gestapo, e cioè proprio all’inizio del 1935, Valentin Olberg aveva quindi già in mano – anche materialmente – una carta concreta e un’arma assai valida da utilizzare contro Trotskij e il movimento politico da lui diretto, coinvolgendo infatti quest’ultimo come minimo in “relazioni pericolose” con Tukalevskij e la Gestapo rispetto al finto passaporto honduregno.

Eppure agli inizi del 1935 il presunto agente provocatore di nome Valentin Olberg non comunicò niente dell’utilissima interconnessione logistica-materiale creatasi tra sé stesso, Tukalevskij, la Gestapo e il falso passaporto honduregno ai suoi presunti “datori di lavoro”, ai suoi presunti dirigenti dell’NKVD di Mosca.

Neanche un accenno, neanche una parola: e siamo già nel campo dell’assurdo, fin dall’inizio del 1935.

Anche se ormai in possesso del falso passaporto honduregno (che usò per un altro viaggio illegale in URSS, nel marzo del 1935, su cui torneremo), Valentin Olberg non passò e trasmise alcuna informazione sul falso documento honduregno, su Lucas Parades – console generale dell’Honduras a Berlino – e su Tukalevskij/Gestapo ai suoi presunti datori di lavoro dell’NKVD di Mosca, all’inizio del 1935, al posto di affrettarsi a comunicare loro una notizia allo stesso tempo utilissima ed eclatante per il nucleo dirigente stalinista e il suo apparato repressivo.

Un mutismo e un silenzio indiscutibile ma altresì abnorme e incredibile, se Valentin Olberg fosse stato realmente un agente provocatore e un vero infiltrato stalinista – e dal 1930, poi – all’interno delle file trotzkiste.

Ammettendo per un istante come vera la tesi “Olberg-infiltrato stalinista”, saremmo inevitabilmente in presenza di un nuovo teatrino dell’assurdo da cui non si può certo uscire ipotizzando, ancora una volta, una presunta “smemoratezza” di Valentin Olberg, del presunto agente provocatore stalinista all’inizio del 1935; e cioè di un presunto, irreale e inverosimile infiltrato stalinista, dimostratosi tanto incapace e/o smemorato da dimenticarsi di riferire subito e senza indugio ai suoi presunti datori di lavoro dell’NKVD di Mosca persino la ghiotta, preziosa e utilissima informazione avente per oggetto la connessione concreta ed evidentissima tra Olberg, il falso passaporto honduregno (ormai in pieno possesso di Olberg), il console honduregno a Berlino, la Gestapo e Tukalevskij.

Ma non solo: anche dopo il luglio del 1935 e anche una volta entrato illegalmente in URSS grazie al falso passaporto honduregno, Valentin Olberg si prese addirittura altri nove mesi di silenzio rispetto alla connessione concreta Gestapo e Tukalevskij, e sempre nei confronti dei suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD.

Ancora una volta: ma che strano esemplare di agente provocatore era dunque Valentin Olberg?

Egli arrivò infatti nel luglio del 1935 in terra sovietica con il falso passaporto honduregno, mediante un falso documento che tra l’altro aveva nelle sue stesse mani e che stava utilizzando concretamente: ma anche una volta entrato in URSS e nella sua presunta “casa-madre”, Olberg non comunicò alcunché ai suoi presunti datori di lavoro dell’NKVD rispetto al falso passaporto e alle particolari modalità attraverso le quali egli lo aveva acquisito. Neanche una semplice e facilissima telefonata – per non parlare poi di un rapporto scritto – a Spiegelglass o un altro leader dell’NKVD, del tipo: “caro compagno, prepara la vodka per festeggiare e una bella promozione per me. Ho infatti a mia disposizione un falso passaporto honduregno procuratomi anche grazie all’aiuto dei nazisti, e che tra l’altro ho già usato per entrare illegalmente sul sacro suolo sovietico: visto che è dal 1929 che mi fingo trotzkista, abbiamo già ora in mano un’eccellente carta e un ottimo strumento per calunniare con grande efficacia quei controrivoluzionari di Trotskij e Sedov, con cui sono stato costretto a rimanere in contatto nel corso degli ultimi anni”.

Invece il presunto infiltrato Valentin Olberg non inviò alcun rapporto al centro di Mosca, anche nell’estate del 1935 e anche una volta arrivato in Russia.

Lo stesso abnorme silenzio – abnorme se Olberg fosse stato davvero una “talpa” stalinista, certo – si ripeté infatti anche nell’agosto del 1935, quando tra l’altro Olberg era già ritornato stabilmente in Unione Sovietica e nella sua presunta “casa madre” stalinista: sempre più assurdo…

Identica omertà di Olberg, sempre rispetto ai suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD, anche nel settembre 1935 e quando egli ormai risiedeva a Gorkij, lavorando all’istituto pedagogico di tale città: sempre bocca cucita da parte del presunto agente provocatore, rispetto ai suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD stalinista.

Totale mancanza di comunicazione da parte sua anche nell’ottobre del 1935, sempre rispetto all’interconnessione Tukalevskij-Gestapo-console honduregno a Berlino-falso passaporto honduregno.

Novembre del 1935? Come sopra: silenzio di tomba, da parte di Valentin Olberg e del presunto infiltrato stalinista nelle file trotzkiste.

Dicembre del 1935? Niente di nuovo dal “fronte Valentin Olberg” e da parte del presunto agente provocatore stalinista, rispetto ai suoi presunti capi dell’NKVD stalinista.

Gennaio del 1936? Valentin Olberg venne arrestato dall’NKVD il 5 gennaio del 1936 (per finta, secondo la teoria che lo ritiene un agente infiltrato proprio di quest’ultima), ma anche una volta incarcerato egli si “dimenticò” ancora una volta di informare i suoi presunti “datori di lavoro” della polizia stalinista sull’importante connessione Tukalevskij-Gestapo-falso passaporto honduregno, nonostante che almeno tale documento materiale fosse ormai sotto gli occhi e nelle mani della polizia sovietica, che stava del resto iniziando allora ad interrogare in carcere proprio il suo presunto agente provocatore e il suo presunto infiltrato all’interno delle file trotzkiste.

Ancora una volta riemerge Valentin Olberg in qualità di (presunto) “smemorato di Mosca”, sempre se seguiamo la teoria dell’infiltrato stalinista.

Nel febbraio del 1936 la musica (o meglio, l’assenza di narrazione da parte di Valentin Olberg) non cambiò visto che persino in quel mese Valentin Olberg, il presunto infiltrato stalinista, non rivelò niente ai suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD sull’aiuto da lui ricevuto da Tukalevskij-Gestapo per l’acquisizione del falso passaporto honduregno, nonostante egli fosse sempre in un carcere sovietico e sottoposto agli interrogatori della polizia stalinista, dei suoi presunti padroni; egli confessò di essere trotzkista, certo, ma non invece il “dettaglio” essenziale delle sue connessioni con la Gestapo e il console honduregno operante a Berlino nel 1935, Lucas Parades.

Marzo del 1936? Come sopra: il presunto “smemorato” continuò a non riferire un’informazione come minimo preziosa a Stalin e ai dirigenti dell’NKVD, una notizia eclatante che egli aveva letteralmente in mano (il falso passaporto honduregno acquisito grazie anche all’aiuto di Tukalevskij e ai nazisti) fin dall’inizio del 1935.

Aprile 1936? Ancora e per l’ennesimo mese di fila, niente di nuovo dal “fronte Valentin Olberg”.

Solamente nel maggio del 1936 – nel giugno, secondo Rogovin – Olberg ammise la sua collusione con i nazisti e Tukalevskij anche rispetto al falso passaporto honduregno, dopo circa quattro mesi di interrogatori.

Quindi solo nel maggio del 1936 Valentin Olberg, il presunto “infiltrato stalinista” nelle file trotzkiste, si decise finalmente a rilevare all’NKVD le sue notizie-bomba su Tukalevskij, la Gestapo e il falso passaporto honduregno: ma solo dopo circa cinquecento giorni dal momento in cui egli ebbe in mano e a sua completa disposizione il falso passaporto honduregno, anche grazie all’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo.

La sicura e inequivocabile distanza temporale di più di un anno tra il periodo in cui Valentin Olberg ebbe a disposizione concretamente il falso passaporto honduregno, grazie all’aiuto di Tukalevskij e dei nazisti (inizi del 1935), e il momento nel quale egli invece rivelò tali fatti eclatanti all’NKVD nel maggio del 1936, demolisce già di per sé in modo irreversibile la tesi di “Olberg-infiltrato stalinista” nelle file del movimento trotzkista, anche non considerando gli elementi presi già in esame (la fucilazione dello stesso Olberg, ecc.).

La distanza temporale dei cinquecento giorni in via d’esame risulta invece perfettamente spiegabile e compatibile con la teoria “Olberg-coraggioso militante trotzkista”.

Valentin Olberg non rivelò, all’inizio del 1935, alcuna informazione all’NKVD stalinista sulla reale connessione Tukalevskij-Gestapo-falso passaporto honduregno per la semplice ragione che egli era un fedele seguace di Trotskij: l’ultima cosa al mondo che avrebbe fatto Olberg, per evidenti ragioni politiche (non danneggiare l’immagine e la reputazione di Trotskij, rivelando gli “sporchi” e spregiudicati contatti con i nazisti) oltre che di incolumità personale (ossia non farsi scoprire dalla polizia stalinista, quando avrebbe cercato di entrare illegalmente in Unione Sovietica) era proprio quella di “cantare” e dire la verità all’odiato nemico stalinista.

E anche in seguito, una volta entrato in URSS e nel periodo compreso tra il luglio 1935 e il 4 gennaio del 1936, il giorno prima del suo arresto, Olberg non rivelò alcuna informazione alla polizia stalinista per le stesse ragioni appena esposte, aggravate dal fatto che egli ormai si trovava nella “tana del lupo” stalinista e in terra sovietica.

Quando infine venne arrestato, il coraggioso militante trotzkista Valentin Olberg non rivelò alcunché rispetto a Tukalevskij e alla Gestapo, e cioè su una notizia disastrosa per il movimento trotzkista per ben cinque mesi, dal 5 gennaio fino al maggio del 1936, anche se sottoposto ai duri interrogatori della polizia sovietica; seguendo la “regola del silenzio” rivoluzionaria, ossia del non rivelare niente al nemico e nel caso specifico a quel regime stalinista tanto odiato ai trotzkisti, egli riuscì a tenere duro almeno su questo punto specifico fino al maggio del 1936.

Poi egli cedette, ma si tratta del fenomeno perfettamente comprensibile che deriva anche dai limiti della resistenza umana. Olberg era stato del resto realmente arrestato in URSS, e non ad esempio a Parigi; il suo falso passaporto honduregno costituiva altresì un dato di fatto innegabile, come del resto i suoi precedenti rapporti con Tukalevskij e con il console honduregno a Berlino, e i nuovi interrogatori dell’NKVD, una volta riaperta l’indagine sul suo conto, non saranno certamente stati benevoli nei suoi confronti…

Inoltre si può altresì applicare un ragionamento quasi analogo anche per il primo viaggio clandestino ed effettuato sotto falso nome sempre da Olberg, nel marzo-luglio 1933.

Ipotizziamo ancora una volta, per un istante, che Olberg fosse un infiltrato e una talpa stalinista anche in quell’anno e in quei mesi.

Seguendo tale ipotesi Olberg quindi entrò in URSS, nella sua “casa madre” utilizzando per ben quattro mesi un falso nome e un falso passaporto tedesco, come venne ammesso anche da sua madre Frida Markovna: ma egli non comunicò alcunché di tale fatto, di tale falso passaporto e di tale sua presenza clandestina ai suoi presunti datori di lavoro della polizia stalinista, visto che dagli archivi sovietici non è finora emerso alcun ipotetico rapporto scritto nell’aprile-luglio del 1933 dai suoi presunti responsabili e “controllori”, o dal presunto agente provocatore di nome Valentin Olberg, in cui quest’ultimo informasse i suoi superiori di Mosca, ossia i dirigenti del 1933 della GPU/NKVD, almeno che egli era giunto illegalmente in terra sovietica e on un falso passaporto tedesco, tra l’altro partendo proprio dalla Berlino ormai nazista di fine marzo 1933: una serie di ghiotte notizie sia per la GPU/NKVD che per la carriera di Olberg.

Siamo quindi in presenza di un’altra anomalia, seppur meno importante e rilevante di quella esposta in precedenza per il 1935/36.

Attraverso anche all’analisi della sopracitata distanza temporale tra l’inizio del 1935 e il maggio del 1936, sono ormai superati anche i dubbi poco ragionevoli e poco razionali sul fatto concreto che Valentin Olberg costituisse, a partire dal 1929, un coraggioso militante trotzkista: passiamo quindi a esporre altri elementi per demolire anche le indecisioni quasi irrazionali e le perplessità quasi irragionevoli su tale materia, iniziando con l’applicazione concreta del “rasoio di Occam” come ulteriore criterio di prova rispetto al caso Olberg.

Valentin Olberg entrò sicuramente nelle file trotzkiste, almeno a partire dal 1930.

Inoltre Valentin Olberg venne arrestato sicuramente in Unione Sovietica (nella città di Gorkij, per la precisione) all’inizio del gennaio del 1936; pertanto egli non fu fermato dall’NKVD in un luogo e in una nazione fuori dell’URSS, non venendo in alcun modo trascinato a forza in terra sovietica dai cattivi poliziotti stalinisti, ma egli invece entrò in Russia di sua volontà e di sua libera iniziativa, nel luglio del 1935.

Non solo: Valentin Olberg entrò sicuramente in Unione Sovietica in modo illegale e operò poi per circa cinque mesi nella “tana del lupo” stalinista e fino al 4 gennaio 1936 attraverso un falso passaporto e una falsa nazionalità, commettendo pertanto delle azioni considerate come reati in tutti gli stati del mondo.

Non solo. Valentin Olberg partecipò innegabilmente al movimento trotzkista nel 1930/32 (lettere inviate e ricevute da Trotskij/Lev Sedov, ecc.), ma altresì venne espulso dal partito comunista tedesco contro la sua volontà, a causa di una perquisizione illegale compiuta da attivisti stalinisti del KPD e proprio per la sua attività trotzkista, nella primavera del 1932 e nell’abitazione berlinese di quest’ultimo.

Infine sempre Olberg si autopresentò al processo di Mosca del 1936 come un militante trotzkista che era entrato illegalmente in URSS con l’aiuto anche dei nazisti, al fine di preparare un attentato contro Stalin, autoaccusandosi quindi di una serie di reati gravissimi per i quali, nell’Unione Sovietica stalinista del 1936, l’unica conseguenza possibile era costituita dalla fucilazione.

Anche estraendo e non volendo considerare per un attimo tutti i fattori esposti in precedenza (l’effettiva fucilazione da parte dell’NKVD stalinista del “suo” presunto agente provocatore e infiltrato stalinista, la distanza temporale con cui la polizia stalinista venne infine a conoscenza della connessione Tukalevskij-Gestapo-passaporto honduregno falso, ecc.), siamo in presenza di tutta una serie di fatti sicuri che sono spiegati meglio dalla tesi “Olberg-coraggioso militante trotzkista” rispetto a quella, assai macchinosa e complicata, che valuta invece Valentin Olberg in qualità di agente provocatore dell’NKVD nelle file trotzkiste.

Il criterio generale espresso dal “rasoio di Occam”, per cui a parità di condizioni tra due spiegazioni alternative di determinati fatti bisogna scegliere quella più semplice, gioca senza dubbio contro la tesi “Olberg-infiltrato stalinista” e viceversa a favore dell’ipotesi che valuta “Olberg come un coraggioso militante trotzkista”.

Un militante trotzkista in incognito e in contatto con Trotskij/Sedov, a partire almeno dal 1930; espulso contro la sua volontà dal KPD stalinista nel maggio del 1932 e proprio per attività trotzkista; entrato illegalmente e di sua spontanea volontà nell’URSS stalinista del 1933 e del 1935; presente sia nel 1933 che nel 1935 per alcuni mesi in URSS, in modo illegale e con un falso passaporto: questi quattro fatti innegabili risultano interpretabili e comprensibili in modo semplice e immediato attraverso la tesi “Olberg-trotzkista”, piuttosto che con la teoria molto più complicata e macchinosa che vede invece in Valentin Olberg un agente provocatore stalinista.

Detto in altri termini, se Trotskij e i suoi seguaci non avessero astutamente e abilmente posto il seme del dubbio con la loro astrusa teoria su “Olberg-infiltrato stalinista”, qualunque osservatore anche solo relativamente obiettivo non avrebbe avuto esitazioni nel ritenere assolutamente razionale e accettabile la tesi alternativa. Ad esempio focalizzando l’attenzione sul fatto che solo una persona realmente impegnata all’interno della costituenda Quarta Internazionale sarebbe stata espulsa nel 1932 dal KPD stalinista per un’attività di matrice trotzkista, in seguito tra l’altro a una perquisizione illegale e inaspettata – per Olberg –  da parte di militanti dello stesso KPD e nella quale, guarda caso, erano state trovate nell’abitazione berlinese di quest’ultimo proprio delle lettere e cartoline speditegli da Trotskij e da suo figlio Lev Sedov, oltre che conservate con cura da Valentin Olberg.

Anche l’uso del “rasoio di Occam” indica quindi che Valentin Olberg fosse stato realmente un coraggioso militante trotzkista, almeno dal 1930: il tutto, in ogni caso, astraendosi e non considerando l’insieme combinato di fattori già esposti in precedenza (“è possibile che io possa autocalunniarmi e fare…”, ecc.).

Un’altra prova rispetto all’assurdità di quest’ultimo è fornita dall’inconcludenza del viaggio clandestino in URSS che Valentin Olberg effettuò, sempre sotto una falsa identità, dalla fine di marzo del 1933 per arrivare alla fine di luglio del 1933: egli infatti soggiornò clandestinamente prima a Mosca e poi nella città di Stalinabad per altri quattro mesi, senza che tuttavia da tale primo viaggio clandestino fossero derivati arresti o perquisizioni a danno del movimento trotzkista sovietico.

Dalla testimonianza resa da lui stesso a Mosca il 20 agosto del 1936, risulta che alla fine di marzo del 1933, quando ormai Hitler era al potere da due mesi, Valentin Olberg si recò clandestinamente in terra sovietica con un falso passaporto tedesco intestato a nome Friedmanm, un trotzkista berlinese già conosciuto dalla polizia prussiana, a sua volta diretta già dal gennaio del 1933 dal gerarca nazista Hermann Göring. Olberg si fermò clandestinamente per un breve periodo a Mosca, prima di trasferirsi per circa tre mesi nella zona asiatica dell’URSS e a Stalinabad (odierna Dushambe), dove ottenne un posto di lavoro come insegnante di storia nell’istituto pedagogico della città sovietica: ma non essendo i suoi documenti in regola, egli perse il posto di lavoro e fu obbligato ad allontanarsi dall’Unione Sovietica alla fine di luglio del 1933, recandosi a Praga dove soggiornò fino al febbraio del 1935.

Dato che anche la testimonianza scritta dalla stessa madre di Olberg, Frida Markovna, dimostra con assoluta sicurezza la realtà innegabile del soggiorno clandestino di Valentin Olberg a Mosca e a Stalinabad, da fine marzo al luglio del 1933, non solo viene alzato il livello di credibilità e di veridicità della testimonianza resa da quest’ultimo al processo di Mosca dell’agosto del 1936 ma altresì viene distrutta e devastata, ancora una volta, la tesi su “Olberg provocatore stalinista”, vista la totale assenza di risultati concreti (arresti di dirigenti e militanti trotzkisti, in primo luogo) determinati dal primo viaggio effettuato da Olberg a (presunto) favore della polizia stalinista.

Un presunto “provocatore stalinista” che nel 1933 si rechi per quattro mesi in Unione Sovietica, ma  che in questi quattro mesi non riesca a combinare alcunché di concreto contro i trotzkisti di Mosca, vicino al Cremlino; che poi giunga per ordine dei suoi “datori di lavoro” della GPU/NKVD per circa tre mesi a Stalinabad, lontanissima dalla capitale dal potere sovietico, senza combinare in ogni caso niente di positivo contro il movimento clandestino antistalinista neanche in tale città e zona sovietica; bene, un tale presunto agente provocatore stalinista non risulta in alcun modo credibile ed entrerebbe invece a pieno titolo nel Guinness dei primati per la sua presunta stupidità, inefficienza e pigrizia all’interno della categoria intitolata “i peggiori infiltrati della storia umana”.

Per di più il presunto agente provocatore stalinista di nome Valentin Olberg venne allontanato dalle autorità sovietiche di Stalinabad perché i suoi documenti tedeschi non risultavano in regola: siamo pertanto ancora di più nel regno dell’assurdo, dato che un presunto agente provocatore dell’NKVD come Olberg almeno in terra sovietica avrebbe dovuto invece contare proprio sull’aiuto e soccorso logistico della polizia sovietica, ossia del suo presunto “datore di lavoro” stalinista.

Solo la tesi opposta, in base alla quale Valentin Olberg risultava invece un coraggioso militante trotzkista, può spiegare tali anomalie altrimenti abnormi e assurde.

Olberg si recò illegalmente a Mosca nel 1933 e non produsse danni contro il movimento trotzkista di Mosca proprio perché non era un provocatore stalinista, ma viceversa un fedele seguace di Trotskij, egli non combinò niente contro l’underground antistalinista neanche a Stalinabad semplicemente perché era un fedele militante trotzkista, e non certo un infiltrato stalinista; venne inoltre allontanato da Stalinabad e dall’URSS stalinista di quel periodo proprio perché non era tutelato e protetto in alcun modo dai vertici della polizia sovietica, per la banale ragione che Valentin Olberg non era certo una loro talpa all’interno delle file trotzkiste.

Un ulteriore indizio rispetto alla militanza trotzkista di Valentin Olberg deriva dalla connessione casuale e temporale tra due elementi di fatto sicuri e indiscutibili: come si è già notato in precedenza, Spiegeglass e l’NKVD di Mosca chiesero infatti delle informazioni a Zborovskij-Etienne su Olberg (e Landau, Zinoviev, ecc.) agli inizi di marzo del 1936, mentre a sua volta proprio Valentin Olberg aveva confessato il tentativo di preparare e attuare un attentato contro Stalin (ma non ancora, fino al maggio del 1936, il suo collegamento con Tukalevskij-Lucas Parades-Gestapo) proprio nella seconda metà di febbraio del 1936, come ammesso anche dallo storico antistalinista Rogovin.

Quindi:

  • – verso la seconda metà di febbraio del 1936 Valentin Olberg iniziò a confessare, anche se solo parzialmente e riconoscendo allora solo la sua militanza trotzkista;
  • – agli inizi di marzo del 1936, e quindi dopo pochi giorni dalle prime ammissioni di Valentin Olberg, Spiegelglass e i dirigenti dell’NKVD di Mosca chiesero a Zborovskij-Etienne, al loro reale infiltrato e reale agente provocatore stalinista nelle file trotzkiste, di raccogliere informazioni anche su Valentin Olberg e su Kurt Landau, legato fin dal 1931 a Olberg da una collaborazione politica e da rapporti personali.

Sussiste pertanto un’evidente connessione, sia materiale che temporale, tra i due eventi che può essere spiegata e compresa ancora una volta solo attraverso il prisma della teoria “Olberg-coraggioso militante trotzkista”, e non certo mediante quello che valuta invece Olberg come un provocatore stalinista.

Guarda caso, infatti, solo dopo le prime ammissioni effettuate da Valentin Olberg l’NKVD mise in azione il suo indiscutibile agente provocatore Zborovskij al fine di acquisire informazioni anche sul trotzkista Olberg e il suo vecchio amico Kurt Landau; non invece prima delle iniziali confessioni di Olberg né tanto meno, andando indietro nel tempo, nell’agosto o alla fine del 1935, quando già Etienne si era guadagnato la fiducia di Lev Sedov a Parigi ma Olberg non era stato ancora scoperto dalla polizia stalinista, pur essendo già presente in modo clandestino in Unione Sovietica e a Gorki, come insegnante di storia nell’istituto pedagogico di tale città.

Un’altra prova è rappresentata dalla cartolina spedita da Vladimir Tukalevskij a Olberg in URSS, nel corso dell’estate del 1935.

Si tratta di un documento materiale e di una concreta “pistola fumante”, esibita con notevole risalto e in pubblico durante il processo pubblico di Mosca dell’agosto del 1936: l’anticomunista Tukalevskij inviò infatti realmente una cartolina nell’URSS stalinista del 1935 al comunista Valentin Olberg e anche tale azione concreta entra subito in totale contrasto con la tesi “Olberg-infiltrato stalinista”.

Risulta infatti assurdo credere che Olberg, se fosse stato davvero un agente infiltrato stalinista, non avrebbe subito o quasi subito informato i suoi presunti datori di lavoro dell’NKVD anche rispetto alla cartolina compromettente speditagli da Tukalevskij nell’estate del 1935, che poteva ovviamente essere sfruttata in modo efficace dalla propaganda stalinista: ma invece Valentin Olberg, il presunto agente provocatore della GPU/NKDV,  non rivelò alcunché per un lungo periodo e per alcuni lunghi mesi ai suoi presunti capi dell’NKVD neanche sulla compromettente e utilissima – per il nucleo dirigente stalinista – cartolina speditagli in URSS dall’anticomunista Tukalevskij, ritrovata dalla polizia sovietica solo dopo l’arresto di Valentin Olberg avvenuto all’inizio di gennaio del 1936.

Detto in altri termini, oltre a non informare per circa molti mesi del 1935 i suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD sulla concreta connessione avente per oggetto il falso passaporto honduregno, il console honduregno a Berlino, Tukalevskij e la Gestapo, il presunto infiltrato stalinista di nome Valentin Olberg riuscì quasi simultaneamente e per alcuni mesi anche a compiere il suo nuovo “capolavoro” di non rivelare alcuna notizia ai suoi presunti capi della polizia stalinista neanche sull’utilissima – per il nucleo dirigente stalinista, certo – e compromettente cartolina inviatagli in terra sovietica dall’anticomunista Vladimir Tukalevskij.

E questo sarebbe il comportamento tipico di un agente provocatore stalinista, quale sarebbe stato Valentin Olberg?

Viceversa è appena il caso di notare che il silenzio totale tenuto da Valentin Olberg con l’NKVD, sia prima che dopo il suo arresto, anche  rispetto alla cartolina inviatagli da Tukalevskij nell’estate del 1935 e in terra sovietica risulta invece perfettamente comprensibile utilizzando invece la tesi opposta, che valuta Valentin Olberg come un coraggioso e fidato militante trotzkista che non avrebbe mai rivelato alcunché di sua spontanea iniziativa all’odiata polizia stalinista, e tantomeno la compromettente missiva inviatagli nell’estate del 1935 da Tukalevskij.

Un ulteriore indizio deriva dalla testimonianza resa da Valentin Olberg al processo pubblico di Mosca dell’agosto del 1936, quando quest’ultimo si autopresentò sicuramente come un militante trotzkista almeno dal 1930 all’inizio del 1936, e non certo in qualità di infiltrato stalinista nelle file dei seguaci della costituenda Quarta Internazionale

Il grado di affidabilità della testimonianza resa da Olberg su questo punto specifico risulta infatti molto alta per tutta una serie di motivi, essendosi dimostrata assolutamente inattaccabile e sicura:

  • – sul fatto che egli si fosse impegnato in attività clandestine trotzkiste nel 1930-32 (si pensi alle missive spedite da Trotskij e Sedov a Olberg, alle lettere inviate da Olberg a Trotskij e Sedov nel 1930-31, all’espulsione di Olberg dal KPD nel 1932 per attività trotzkista, ecc.);
  • – sul fatto che egli fosse entrato clandestinamente in URSS già nel marzo-luglio del 1933, con un falso passaporto tedesco (si pensi alla testimonianza scritta di Frida Markovna, la madre di Olberg, su questo punto specifico);
  • – sul fatto che egli fosse entrato spontaneamente e senza alcuna forma di costrizione in URSS anche nel luglio del 1935, sempre con un falso passaporto (questa volta honduregno, fornito dal console del paese centroamericano operante nella Berlino nazista del 1935);
  • – sul fatto che egli fosse stato residente a Gorkij in modo clandestino e utilizzando una falsa nazionalità honduregna, dall’estate del 1935 al 4 gennaio 1936;
  • – sul fatto che egli fosse stato arrestato a Gorkij dall’NKVD, il 5 gennaio del 1936.

A questo punto rimane “solo” da verificare se la testimonianza resa in aula da Valentin Olberg nell’agosto del 1936 fosse inattaccabile anche quando quest’ultimo affermò di essere stato un militante antistalinista dal 1930 all’inizio del 1936, e non certo un infiltrato stalinista nelle file trotzkiste.

Per risolvere tale questione possiamo utilizzare tutta una serie di distinte e autonome fonti di prova, da combinare in seguito tra loro.

Primo criterio: Valentin Olberg aveva tutto l’interesse personale, in termini di sopravvivenza fisica, a dichiarare nell’agosto del 1936 che egli fosse un infiltrato stalinista nelle file trotzkiste, per cercare di salvare la pelle e tutelare la sua vita. Ma non lo fece, e invece si presentò apertamente nell’agosto del 1936 come un militante trotzkista che aveva cercato di organizzare un attentato contro Stalin, per di più entrando clandestinamente in URSS con l’aiuto dei nazisti (passaporto honduregno): si accusò quindi pubblicamente di una serie di reati gravissimi per i quali l’unica conseguenza finale era costituita dalla pena di morte e dalla fucilazione, nella dura realtà stalinista dell’agosto del 1936.

Secondo criterio: l’assoluta veridicità della testimonianza resa da Valentin Olberg sugli altri elementi di fatto sopra indicati (sulla militanza trotzkista segreta nel 1930/32, primo viaggio clandestino in URSS nel 1933 con un falso passaporto tedesco, ecc.) depone a favore della veridicità anche della sua testimonianza rispetto al fatto che egli fosse un militante trotzkista nel 1930/gennaio 1936.

Terza fonte di prova: il sopracitato e prolungato silenzio di Valentin Olberg con l’NKVD, dall’inizio del 1935 al maggio del 1936, sul fatto eclatante che egli aveva ottenuto un falso passaporto honduregno mediante l’aiuto della Gestapo/Tukalevskij, risulta come si è già visto assolutamente incompatibile con l’ipotesi per cui egli fosse un infiltrato dell’NKVD stalinista nelle file trotzkiste, supportando quindi direttamente la veridicità della sua testimonianza dall’agosto del 1936 sulla sua concreta ed appassionata militanza trotzkista, a partire almeno dal 1929/30.

Quarto elemento: anche il sopracitato e totale silenzio tenuto da Valentin Olberg sulla reale e concretissima cartolina inviatagli da Tukalevskij, nell’estate del 1935, porta alle stesse e identiche conclusioni.

Quinta fonte di prova: la sopracitata dichiarazione scritta di Valentin Olberg, quasi appena arrestato dall’NKVD, sul “non credetemi, se mi autocalunnierò sotto tortura/minacce rivelando di essere trotzkista” si rivela subito un fatto sicuro e allo stesso tempo assolutamente incompatibile con la tesi secondo la quale egli fosse una talpa dell’NKVD stalinista nelle file trotzkiste, attestando quindi simultaneamente anche la veridicità della sua testimonianza dell’agosto del 1936 rispetto alla sua precedente militanza trotzkista.

Sesto indizio. Il sopracitato silenzio e la totale mancanza di collaborazione di Valentin Olberg con l’NKVD, dal 5 gennaio del 1936 fino alla seconda metà del febbraio del 1936, anche sul fatto che fosse un militante trotzkista costituisce un fatto incompatibile con la teoria secondo la quale egli rappresentava un infiltrato stalinista, supportando invece simultaneamente la veridicità della sua testimonianza dell’agosto del 1936 sulla sua precedente scelta di campo di matrice trotzkista fino al momento del suo arresto.

Settimo elemento: la sopracitata richiesta di informazioni effettuata nel marzo del 1936 da parte di Spiegelglass/NKVD di Mosca, alla reale talpa/infiltrato stalinista di nome Mark Zborovsky anche rispetto a Valentin Olberg, rappresenta un fatto sicuro e allo stesso tempo assolutamente incompatibile con la tesi secondo la quale Olberg fosse a sua volta un agente provocatore stalinista, supportando quindi ancora una volta e simultaneamente la veridicità della testimonianza resa da quest’ultimo nell’agosto del 1936 sul fatto che egli costituisse invece un attivista della Quarta Internazionale in via di costruzione.

Ottava fonte di prova. Come si è già sottolineato in precedenza, Valentin Olberg venne fucilato subito dopo la conclusione del processo stalinista di Mosca dell’agosto del 1936: fatto sicuro e allo stesso tempo in evidente contrasto con la tesi “Olberg-infiltrato stalinista”, e che supporta quindi direttamente – anche se dopo l’esecuzione di quest’ultimo – la veridicità delle sue stesse affermazioni rispetto alla sua precedente fede e militanza trotzkista del 1930-gennaio del 1936.

In base agli indizi sopraesposti, che vanno subito collegati tra loro, abbiamo quindi ottenuto un mosaico combinato di prove attestanti come Valentin Olberg avesse dichiarato nell’agosto del 1936 la pura e semplice verità anche rispetto alla sua reale militanza trotzkista, dal 1930 fino al gennaio del 1936 e al momento del suo arresto a Gorkij da parte dell’NKVD stalinista.

E una volta accertata la veridicità delle testimonianze, rese in prima persona da Valentin Olberg nell’agosto del 1936 rispetto alla sua scelta di campo e alla sua concreta attività di matrice trotzkista del 1930/36, queste sue dichiarazioni – rese in un processo pubblico, tenutosi alla presenza anche di giornalisti e diplomatici occidentali – si rivelano e diventano subito un’ulteriore prova a favore della tesi per cui Valentin Olberg costituì un coraggioso e intelligente militante trotzkista dal 1930 al gennaio del 1936, e non certo invece un infiltrato stalinista all’interno delle file della costituenda Quarta Internazionale.

La clamorosa menzogna espressa da Trotskij il 20 agosto del 1936 sui suoi reali rapporti con Valentin Olberg costituisce un ulteriore indizio contro la tesi che valuta Olberg come un provocatore nel movimento trotzkista.

Infatti il 20 agosto del 1936 Trotskij rilasciò una sua dichiarazione scritta alla stampa e a tutto il mondo, nel quale egli affermò testualmente che era entrato indirettamente in contatto con Valentin Olberg “all’inizio del 1930”, visto che quest’ultimo si era offerto di svolgere il ruolo di segretario dello stesso Trotskij, allora in esilio in Turchia; ma visto che una sorta di commissione d’inchiesta trotzkista aveva esaminato a Berlino lo stesso Olberg e aveva espresso un giudizio – politico e morale – assai negativo su quest’ultimo, con il militante trotzkista Pfempfert che aveva ventilato la possibilità che Olberg fosse addirittura un “diretto agente di Stalin”, Trotskij sostenne allora che una volta che egli venne a conoscenza di tale opinione negativa, “nell’aprile del 1930” (nell’aprile del 1930…), chiuse a suo dire ogni rapporto con Olberg.

Nella sua dichiarazione del 20 agosto del 1936, Trotskij infatti sottolineò con cura che “dopo tali raccomandazioni” (negative sul conto di Olberg), Olberg “sparì totalmente dalla mia attenzione”; stando alla sua dichiarazione del 20 agosto del 1936, quindi, riportata tra l’altro da Schachtman nel suo libro “Behind the Moscow trial”, Trotskij ruppe qualunque forma di rapporto con Olberg nell’aprile del 1930 e quindi Valentin Olberg “sparì totalmente” dalla “sua attenzione”.

Il problema è che invece Valentin Olberg non “sparì” per niente dall’orizzonte di Trotskij, a partire dall’aprile del 1930, e la prova inconfutabile di tale tesi ci viene dagli archivi Trotskij di Harvard.

Infatti il 27 aprile del 1930 Trotskij scrisse una lettera amichevole proprio a Valentin Olberg, e più precisamente al “compagno Olberg”, nella quale il leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale dedicò la sua “attenzione” a Valentin Olberg discutendo con lui alcuni dei problemi che affrontava allora il movimento trotzkista in Germania, come si è già notato in precedenza.

Negli archivi Trotskij di Harvard sono inoltre contenute le copie di ben cinque lettere spedite da Valentin Olberg a Trotskij, dal 2 maggio del 1930 al 3 marzo 1931: quindi Valentin Olberg certo non sparì per forza di cose – e di lettere – dall’attenzione e dall’orizzonte di Trotskij nell’aprile del 1930, e soprattutto il figlio e fedele aiutante di Trotskij, ossia Lev Sedov, spedì di persona a Valentin Olberg una lettera in data 11 luglio 1930 e quindi ben dopo l’aprile del 1930, ricevendo a sua volta ben dodici lettere da Olberg a partire dal 7 maggio 1930 e fino al 23 febbraio 1931.

Siamo dunque in presenza di una ben strana “sparizione” di Olberg dall’orizzonte e dall’«attenzione» di Trotskij e di suo figlio Lev Sedov.

Si è già notato inoltre che Olberg, in una sua lettera del 23 febbraio del 1931 inviata a Lev Sedov, iniziò la sua missiva proprio con la frase: “Caro Lev Luovic, ho ricevuto la vostra lettera a suo tempo”.

Frase sicura e rivelatrice, quella scritta da Valentin Olberg alla fine di febbraio del 1931: quasi un anno dopo “l’aprile del 1930”, e quindi quasi un anno dopo il mese nel quale secondo Trotskij Olberg “sparì dalla sua attenzione”, proprio il figlio e il principale aiutante politico del leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale ricevette una lettera personale e amichevole di Valentin Olberg, nella quale quest’ultimo lo informò subito di aver ricevuto una precedente missiva a sua volta inviatagli da Lev Sedov.

No, Olberg non “sparì” certo dall’«attenzione» del duo Trotskij-Sedov nell’aprile del 1930.

Anche se l’intelligente e astuto Trotskij attuò nell’agosto del 1936 una particolare ma necessaria forma di “disconoscimento” del coraggioso militante trotzkista di nome Valentin Olberg, per evidentissime ragioni politico-propagandistiche e per difendersi dalle accuse staliniste, i concreti e innegabili rapporti tenuti da Lev Sedov, suo principale aiutante politico, con Valentin Olberg nel corso del 1930-32, dopo la presunta chiusura di ogni legame di Trotskij con quest’ultimo, chiariscono la verità storica sulla rete di rapporti creatisi e consolidatisi  via via tra Olberg e il nucleo centrale della costituenda Quarta Internazionale.

Durante la terza sessione della commissione Dewey che esaminò in Messico e nell’aprile del 1937 la posizione politica di Trotskij, quest’ultimo sottolineò apertamente che “dopo le lettere di Pfemfert” sopracitata su Olberg dell’aprile del 1930, egli non aveva più avuto della “corrispondenza” con Olberg perché, sempre secondo Trotskij, “dopo le lettere di Pfemfert, era molto difficile per me entrare in qualunque corrispondenza più intima con lui”.

Per sfortuna di Trotskij e dei suoi seguaci, proprio dagli archivi Trotskij, conservati ad Harvard dal 1940 emerge invece che:

  • – Trotskij ricevette ben cinque lettere da parte di Olberg dopo l’aprile del 1930, e fino al 3 marzo del 1931; un piccolo particolare che il leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale si guardò bene dal rivelare alla commissione Dewey;
  • – Lev Sedov, figlio e importantissimo aiutante politico del padre, spedì una lettera a Valentin Olberg in data 11 luglio 1930, e quindi dopo l’aprile del 1930; un altro piccolo particolare che il leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale si guardò bene dal rivelare alla commissione Dewey; sempre Lev Sedov ricevette ben dodici lettere da Valentin Olberg dopo l’aprile del 1930, a partire dal 7 maggio 1930 fino ad arrivare alla missiva sopracitata del 23 febbraio del 1931, che come si è già visto iniziava con la frase: “ Caro Lev Luovic” (ossia Lev Sedov) e, “ho ricevuto la tua lettera a suo tempo” e si concludeva con le parole: “Io attendo le tue direttive e ti rimango sempre fedele”; altri piccoli particolari che Trotskij si guardò bene dal rivelare alla commissione Dewey, nell’aprile del 1937.[21]

Proprio gli archivi Trotskij di Harvard, in sostanza, demoliscono per l’ennesima volta la tesi dello stesso Trotskij sul caso Olberg.

Passiamo ora all’analisi dell’atteggiamento bellicoso e intransigente espresso dalla Germania nazista nel 1935 contro l’Unione Sovietica stalinista: elemento politico che a sua volta legittima e spiega il sorprendente appoggio logistico e materiale fornito dalla Gestapo hitleriana e dall’anticomunista Tukalevskij a un militante antistalinista come Valentin Olberg, costituendo pertanto la precondizione politica per il supporto logistico fornito dai fascisti tedeschi a favore di quest’ultimo.

Sotto questo aspetto tutta una serie di dichiarazioni di Hitler e di Goebbels non lasciano dubbi sulla furibonda ostilità dei gerarchi nazisti contro la Russia e il bolscevismo “giudaico”, sia agli inizi   degli anni Trenta che nel settembre del 1935, e cioè proprio nel periodo in cui Valentin Olberg aveva iniziato la sua missione clandestina in URSS.

In un suo discorso davanti agli industriali di Düsseldorf del 27 gennaio del 1932, ad esempio, Hitler “era partito dal dominio effettivo della razza bianca sul mondo e lo aveva ricondotto “alla superiorità ereditaria, che era quindi un diritto, ma un diritto minacciato” dai bolscevichi e dai comunisti.

“Infatti contro il dominio della razza bianca”, affermò Hitler nel 1932, si era levata una concezione del mondo (Weltanschauung) che “aveva già conquistato uno stato e che in futuro avrebbe fatto crollare tutto il modo se non fosse  stata annientata in tempo debito”, e Hitler altresì sottolineò che se il comunismo avesse continuato ad esistere “tra trecento anni non si vedrà in Lenin soltanto un rivoluzionario del 1917 ma il fondatore di una nuova dottrina universale con una venerazione pari a quella di Buddha”[22].

Risulta inequivocabile anche il significato della dichiarazione politica di Hitler del 15 settembre del 1935, quando quest’ultimo attaccò pubblicamente sia la “sobillazione rivoluzionaria bolscevica” che il congresso della Terza Internazionale tenutosi durante l’agosto del 1935 nell’URSS stalinista, in un suo discorso pronunciato di fronte al parlamento tedesco.

“Gli ebrei all’estero, disse, erano colpevoli degli attacchi e del rinnovato boicottaggio contro la Germania. Accusò “elementi giudei” della “sobillazione rivoluzionaria bolscevica” che aveva fatto seguito al congresso del Comintern di Mosca e del “vilipendio alla bandiera tedesca” a New York (dove alcuni portuali avevano lacerato la svastica che sventolava sul vaporetto Bremen, provocando un incidente diplomatico). Il “fermento internazionale” aveva incitato gli ebrei di Germania a “gesti provocatori” su base organizzata”.[23]

Non vi è pertanto alcun dubbio che anche nel 1935, anno sia del viaggio di Olberg in URSS come del volo di Pjatakov in Norvegia, la polemica e l’ostilità nazista contro il regime stalinista fosse arrivata a livelli di estrema intensità, trasudando odio e ostilità pubblica contro la “sobillazione rivoluzionaria bolscevica” e il “Comintern” stalinista del 1935, come attesta del resto anche un discorso ferocemente antistalinista pronunciata da Goebbels sempre nel settembre del 1935, nel quale Stalin veniva definito apertamente e pubblicamente come un “rapinatore di banche” e la nazione da lui diretta era descritta come una sorta di inferno sulla terra, dominata da ebrei come L. Kaganovich.

Altro criterio di verifica: dal luglio del 1933 al marzo del 1935, Valentin Olberg risiedette per circa venti mesi a Praga assieme al fratello Pavel Olberg, ma senza compiere delle azioni di particolare rilievo sul piano politico e limitandosi a vivere modestamente nella capitale cecoslovacca assieme alla sua seconda moglie, Betty Siermann.

Dopo il suo ritorno dal primo (e lungo) viaggio clandestino nell’URSS stalinista, avvenuto tra il marzo e il luglio del 1933, Valentin Olberg entrò quindi in una sorta di fase prolungata di letargo e d’inazione politica, vivendo a Praga quasi ininterrottamente per circa venti mesi e fino agli inizi di marzo del 1935: in quei lunghi cinquecento giorni, il presunto agente stalinista Valentin Olberg non espresse alcuna attività politica significativa, sia in generale che soprattutto contro il movimento trotzkista.

Siamo in presenza di un nuovo fatto sicuro ma in ogni caso inspiegabile, sempre se prendiamo per un istante come veritiera la tesi di “Olberg-infiltrato stalinista” all’interno del movimento trotzkista.

Ben posizionato da tempo all’interno del movimento trotzkista, Olberg si trovava nell’agosto del 1933 a Praga: ma al posto di metterlo nuovamente in attività per i loro progetti provocatori, i suoi presunti padroni e “datori di lavoro” dell’NKVD accettarono evidentemente senza problemi che il loro presunto “dipendente”, il presunto infiltrato stalinista Valentin Olberg restasse sostanzialmente inattivo per quasi due anni. Siamo quindi in presenza di una vistosa nota dissonante, che invece si spiega facilmente adottando la tesi alternativa di un Olberg militante trotzkista, coraggioso e disposto all’azione ma non ancora in grado di mettere nuovamente piede in Unione Sovietica, a dispetto dei suoi sforzi in tal senso.

Ulteriore “prova del nove”: secondo le dichiarazioni rese da Valentin Olberg al processo di Mosca dell’agosto del 1936, che lo vedeva al banco degli accusati, quest’ultimo sottolineò che suo fratello Pavel Olberg era giunto invece legalmente in Unione Sovietica alla fine del 1934, con un regolare passaporto tedesco intestato a suo nome e, soprattutto, che i due fratelli Olberg erano entrati in contatto reciproco quando a sua volta Valentin giunse a Gorkij nell’estate del 1935.

Possediamo la prova indiscutibile che attesta la veridicità delle dichiarazioni rese da Valentin Olberg anche su questi punti specifici, e cioè la lettera scritta da Pavel Olberg del novembre del 1935 e conservata negli archivi Trotskij di Harvard. In tale missiva, indirizzata a sua madre Frida Markovna, Pavel Olberg affermò innanzitutto che era giunto in URSS all’inizio di novembre del 1934 e nella città di Gorkij agli inizi di dicembre del 1934, ma che il passaporto tedesco che egli aveva utilizzato per recarsi sotto forma legale in URSS correva il rischio di essere annullato dai “fascisti tedeschi”: prova indiscutibile che Pavel Olberg usò proprio un regolare passaporto tedesco nell’autunno del 1934, quando egli arrivò sul suolo sovietico.

Sempre al processo di Mosca dell’agosto del 1936, Valentin Olberg testimoniò altresì che egli era stato in contatto con il fratello Pavel Olberg quando, sotto falsa identità, egli poté raggiungerlo nella città di Gorkij alla fine dell’agosto del 1935; e possediamo la prova indiscutibile della veridicità anche di tale affermazione di Valentin Olberg, ossia sempre la lettera del novembre del 1935 indirizzata da Pavel Olberg alla “madre”.

In tale missiva, infatti, proprio Pavel Olberg scrisse testualmente che “Vali” (Valentin Olberg) “sta bene e lavora molto”: fermo restando che il coraggioso trotzkista Valentin Olberg davvero “lavorava molto” a  Gorkij, nel novembre e alla fine del 1935, la missiva scritta e spedita da Pavel Olberg dimostra in modo assolutamente sicuro che egli e “Vali”, suo fratello Valentin, risultavano in contatto a  Gorkij negli ultimi mesi del 1935, anche se quest’ultimo era arrivato con un falso passaporto honduregno, con una falsa nazionalità honduregna e quindi in modo illegale in Unione Sovietica e a Gorkij.

Un ennesimo criterio di verifica incrociata viene fornita dalla sopracitata assunzione di Valentin Olberg all’istituto pedagogico di Gorkij, poco dopo il suo arrivo illegale e sotto falso nome nella sopracitata città sovietica nell’agosto del 1935: si tratta di un’anomalia che è stata rilevata, come si è già notato in precedenza, anche dallo storico antistalinista Firsov.

Arriva a Gorkij un giovane di soli ventotto anni, e per di più straniero; un giovane con un passaporto honduregno, ossia di una piccola nazione centroamericana non certo famosa nel 1935 per i suoi intellettuali e la sua produzione culturale; un giovane con passaporto honduregno che tra l’altro risiedeva in URSS da poco più di un mese; ma nonostante tutti questi svantaggi e handicap combinati tra loro, Valentin Olberg ottiene un buon posto di lavoro come insegnante nell’istituto pedagogico di Gorkij, ossia di un grande centro urbano sovietico.

Siamo nel campo del paranormale: solo attraverso delle forti protezioni all’interno dell’Unione Sovietica, di Gorkij e dell’istituto pedagogico di Gorkij, solo mediante degli agganci forti e concreti Valentin Olberg poteva ottenere un posto qualificato come ricercatore e insegnante in un istituto culturale di una grande citta sovietica.

Ma chi erano dunque, i protettori di Valentin Olberg in terra sovietica e a Gorkij?

Secondo il trotzkista (nel 1936) Max Shachtman, erano la polizia stalinista e l’NKVD, da lui chiamata con il vecchio acronimo di GPU.

Il piccolo problema di questa tesi è che essa è già stata demolita alla radice e senza possibilità di smentita dai fatti testardi esposti in precedenza. Basti pensare alla fucilazione del presunto agente provocatore dell’NKVD/GPU Valentin Olberg, ad opera della stessa NKVD/GPU; alla fucilazione del fratello di Valentin, Pavel Olberg; alla distanza temporale di più di un anno creatosi tra l’acquisizione del falso passaporto honduregno da parte di Olberg (inizio del 1935) e la confessione di tale fatto elementare da parte del presunto “agente provocatore dell’NKVD” (giugno 1936); alla frase pronunciata del presunto “agente provocatore” Valentin Olberg sul “non credetemi, se mi autocalunnierò dichiarando sotto costrizione di essere un trotzkista”; all’indagine richiesta dall’NKVD a Etienne/Zborovskji, un reale infiltrato stalinista, proprio sul conto di Valentin Olberg nel marzo del 1936, oltre che agli altri elementi già accumulati ed esposti in precedenza.

Una volta crollata la tesi del “protettore-GPU”, rimane pertanto in piedi solo la tesi alternativa, del resto sostenuta pubblicamente da Valentin Olberg al processo dell’agosto del 1936: egli venne assunto all’istituto pedagogico di Gorkij grazie e attraverso l’interessamento del fratello Pavel e soprattutto di due professori antistalinisti che lavoravano nella scuola in esame, e cioè Yelenin e Fedotov.

La controprova – sanguinosa e durissima – di tale tesi viene dal fatto che nell’ottobre del 1936 anche i militanti trotzkisti in esame vennero fucilati, dopo un processo a porte chiuse, dall’NKVD stalinista. Fatto indiscutibile e che inevitabilmente comprova come essi fossero a loro volta dei coraggiosi militanti trotzkisti, al pari del loro “protetto” Valentin Olberg, e non certo degli infiltrati stalinisti; a meno di credere che la specialità dell’NKVD fosse invece proprio quella di eliminare con il piombo i suoi (presunti) agenti e i suoi (presunti) infiltrati, ma in questo caso entreremmo di nuovo nel teatro dell’assurdo.

Un altro criterio di verifica incrociata riguarda il sopracitato Vladimir Tukalevskij: chi era costui? Il suo background politico e personale risulta compatibile e corrisponde all’identikit di agente di collegamento fra i nazisti da un lato, e Valentin Olberg, Lev Sedov e i dirigenti trotzkisti dall’altro?

Vladimir Tukalevskij nacque nel 1881 nella città di Poltava, nella zona centrale ucraina dell’impero zarista di etnia ucraina.

Sotto il regime zarista egli entrò a far parte del partito dei socialisti-rivoluzionari e, come gran parte dei dirigenti di questa organizzazione politica, dopo la presa del potere bolscevica e l’ottobre del 1917 venne subito in aperto contrasto con Lenin e il neonato potere sovietico, subendo anche un arresto per un breve tempo nel 1918 e emigrando nello stesso anno in Finlandia: l’anticomunismo costituì da quel momento una delle matrici principali del pensiero e azione concreta dell’uomo politico ucraino in via di esame, che non a caso si impegnò tra il 1918 e il 1922 a dirigere il periodico antibolscevico intitolato “Novità politiche”[24].

Dal 1923 Tukalevskij si trasferì a Praga dove visse fino alla sua morte, avvenuta alla fine del 1936 e pochi mesi dopo la conclusione del primo processo di Mosca. Nel suo esilio praghese a partire dal 1929, egli diventò da un lato il direttore (con l’appoggio del governo cecoslovacco) della sopracitata “Biblioteca Slava”, e dall’altro si impegnò in un attività culturale che lo portò a scrivere tutta una serie di saggi e di libri di matrice antimarxista, dimostrando in ogni caso un notevole interesse per la cultura tedesca: ad esempio scrisse a Praga un saggio sull’influsso esercitato dal filosofo tedesco Leibnitz su V. Lomonosov, insigne intellettuale russo del Diciottesimo secolo[25].

Accanito bibliofilo, Tukalevskij si impegnò inoltre a Praga nell’espansione della Biblioteca Slava anche attraverso l’acquisto continuo di libri dall’Unione Sovietica stalinista agli inizi degli anni Trenta del 1925-35, mantenendo quindi tutta una serie di preziosi contatti all’interno del paese sovietico[26].

Fin dal 1911 studioso raffinato della massoneria russa e delle sue ramificazioni, più o meno segrete, Tukalevskij era contraddistinto pertanto sia da un radicato anticomunismo che dalla profonda attenzione per la Russia sovietica e per la Germania: un cocktail di elementi che ben si addice all’identikit del personaggio che, all’inizio del 1935, aiutò concretamente Valentin Olberg a procurarsi il falso passaporto honduregno dal console del paese centroamericano operante nella Germania nazista.

Vladimir Tukalevskij non era quindi un soggetto e un uomo apartitico, ma viceversa un ucraino vissuto nell’ex-impero zarista e ovviamente interessato alle questioni russe/sovietiche, viste e analizzate sotto un’ottica antisovietica; un personaggio indiscutibilmente anticomunista, che tuttavia aiutò sicuramente il comunista Valentin Olberg a ottenere il falso passaporto honduregno e che spedì sicuramente al marxista Valentin Olberg, nell’estate del 1935, la sopracitata cartolina ritrovata dall’NKVD a Stalinabad ed esibita al processo di Mosca dell’agosto del 1936; un personaggio anticomunista depositario di molti segreti e che, guarda caso, morì alla fine del 1936 e solo pochi mesi dopo la conclusione del primo processo di Mosca, a causa del quale egli era salito prepotentemente alle luci della ribalta storica.

Un’ulteriore prova del nove deriva dalla testimonianza sul primo viaggio compiuto da Olberg in URSS e a Stalinabad nel corso del 1933, resa dal sopracitato Vladimir Tukalevskij e che venne pubblicata sul Prager Tageblatt del 27 agosto 1936.

Tukalevskij comunicò ai lettori del Prager Tageblatt che “Valentin Olberg apparve alla Biblioteca Slava” (diretta da tempo dallo stesso Tukalevskij) “per la prima volta nel 1933, presentandosi come un insegnante dell’istituto pedagogico di Stalinabad, in Tagikistan, scrisse sul registro sottopostogli” (dalla libreria slavonica) “che egli voleva ottenere una carta del lettore, che egli era un cittadino tedesco e dichiarò che egli voleva conoscere le ultime pubblicazioni nel campo della storia. Il 29 settembre 1933 la carta di accesso alla biblioteca gli fu concessa. Per un certo periodo egli frequentò la sala di lettura, e dopo la lasciò, egli disse, per l’Unione Sovietica. Nella primavera del 1934 egli” (Valentin Olberg) “riapparve nella libreria e il 4 maggio del 1934 la sua carta d’accesso venne rinnovata. Egli frequentò la stanza di lettura per un certo periodo di tempo, dichiarando che egli sarebbe stato qui per un certo tempo, perché l’Ambasciata tedesca aveva rifiutato di prolungare il suo passaporto per l’estero. Questa è la ragione per cui egli si impegnò a ottenere l’aiuto dell’Istituto Pedagogico di Stalinabad per un visto di ingresso per l’URSS, per continuare la sua attività pedagogica a Stalinabad. Il 21 gennaio del 1935 la sua carta d’accesso fu prolungata. Egli frequentò la stanza di lettura con alcune interruzioni. Più tardi, nella primavera del 1935, egli apparve alla biblioteca e disse che stava partendo per Stalinabad. Da quel momento io non seppi più niente di lui… Vladimir Tukalevskij”[27].

Rispetto alla dichiarazione resa da Tukalevskij a fine agosto del 1936, vogliamo focalizzare l’attenzione solo sul nome della città sovietica che compare più volte nella sua testimonianza pubblica: e cioè la sopracitata Stalinabad, una città sovietica dell’Asia centrale.

Vladimir Tukalevskij, un convinto antistalinista di origine ucraina, era stato chiamato direttamente in causa da Valentin Olberg al processo dell’agosto del 1936, e stava altresì effettuando la sua dichiarazione pubblica subito dopo il primo processo di Mosca, dopo averla attentamente meditata: eppure egli in ogni caso nominò e fece riferimento diretto a Stalinabad, legando tale centro urbano sovietico alle parole che, a suo avviso, gli aveva riferito direttamente Valentin Olberg. Quest’ultimo “si era presentato” a lui, a Tukalevskij, nell’estate del 1933 in qualità di un “insegnante di Stalinabad”, mentre Olberg si era in seguito “impegnato a ottenere l’aiuto dell’Istituto pedagogico di Stalinabad” proprio per ottenere “un visto di ingresso per l’Unione Sovietica”, e così via.

Stalinabad: solo una delle tante città sovietiche, ma guarda caso proprio il centro urbano nominato più volte da Valentin Olberg durante il processo di Mosca dell’agosto del 1936 e la città sovietica nella quale Valentin Olberg dichiarò di essere vissuto sotto falsa identità per alcuni mesi, lavorando all’istituto pedagogico di tale località.

Passiamo ora ad esaminare più da vicino il sopracitato Pavel Olberg: ossia il fratello più giovane di Valentin e uno dei protagonisti minori, ma non certo irrilevanti, del “caso Olberg”.

Come si è già ricordato in precedenza, Pavel Olberg nacque a Helsinki nel 1909 e seguì in seguito la sua famiglia nell’esilio a Berlino: si laureò in ingegneria e, dopo l’ascesa al potere di Hitler nel marzo del 1933, si spostò a Praga abitando con il fratello fino all’ottobre del 1934.

All’inizio di novembre di quell’anno, Pavel Olberg si recò legalmente e mediante un regolare passaporto tedesco in Unione Sovietica: all’inizio di dicembre del 1934 egli giunse nella città di Gorkij dove trovò lavoro come ingegnere, come ricordò “alla mamma” in una sua successiva lettera del 12 novembre del 1935.

Quando il fratello Valentin Olberg entrò illegalmente in Unione Sovietica e sotto falsa identità honduregna in URSS, stabilendosi dalla fine di agosto 1935 proprio a Gorkij (il mondo/l’URSS era molto piccola, evidentemente), i due fratelli si misero rapidamente in contatto reciproco come dimostra del resto la lettera sopracitata del 12 novembre del 1935, nella quale lo stesso Pavel Olberg scrisse sempre alla sua “mamma”, in modo testuale, che “Vali” (Valentin Olberg) “tutto bene in questo momento lavora tanto”: tale frase di Pavel Olberg dimostra come egli fosse in contatto all’inizio di novembre del 1935 con “Vali”, ossia con il fratello Valentin, conoscendo il suo stato di salute (“Vali tutto bene”) e che egli lavorava a  Gorkij (“in questo momento lavora tanto”).

Il 5 gennaio del 1936, assieme al fratello Valentin e ad altri cittadini sovietici sospettati di attività trotzkista, anche Pavel Olberg venne arrestato dalla polizia sovietica, processato a porte chiuse nell’ottobre del 1936, condannato e fucilato due mesi dopo il fratello Valentin.

Ora, anche la vicenda drammatica di Pavel Olberg esclude con assoluta sicurezza l’ipotesi che il fratello Valentin fosse “un infiltrato stalinista” nelle file del movimento trotzkista: già solo il fatto eclatante della fucilazione di Pavel Olberg nell’ottobre del 1936 contraddice questa tesi, come si è notato in precedenza, ma proprio un esame attento dei dati a nostra disposizione, a partire da due lettere di Pavel del novembre e dicembre 1935, porta con sé altri  elementi che vanno nella stessa direzione.

I fatti principali ormai a nostra disposizione, rispetto alla connessione a Gorkij tra Pavel e Valentin Olberg, sono infatti i seguenti:

  • – Pavel Olberg abitava legalmente e con un regolare passaporto tedesco a Gorkij, dal dicembre del 1934 al 4 gennaio del 1936;
  • – Valentin Olberg risiedeva invece illegalmente e sotto falsa identità honduregna sempre a Gorkij, dall’agosto del 1935 fino al 4 gennaio 1936;
  • – Pavel e Valentin Olberg erano in contatto reciproco a Gorkij, come minimo dall’inizio di novembre 1935 (“Vali sta bene”, “in questo momento lavora molto”);
  • – Valentin Olberg si presentò sicuramente come un militante trotzkista nel 1930/32, e non era certo un uomo apartitico dal 1930 al 1932;
  • – Valentin e Pavel Olberg non risiedevano certo per caso nella stessa città a Gorkij, una delle tante città dell’immensa Unione Sovietica del 1935, la cui superficie allora risultava pari a quasi un sesto dell’intero globo terrestre.

Mettendo in contatto questi fatti, otteniamo un quadro particolare che può essere spiegato con assoluta facilità e semplicità dalla tesi secondo la quale Valentin Olberg costituiva un coraggioso militante trotzkista, che operava clandestinamente a Gorkij supportato anche da suo fratello Pavel, con cui condivideva sia audacia che convinzione politiche.

Non risultava certo casuale che Pavel e Valentin abitassero alla fine del 1935 nella stessa città dell’immensa e gigantesca Unione Sovietica, equivalente allora a quasi un sesto del globo terrestre; non era certo casuale che Valentin Olberg fosse altresì entrato illegalmente nell’Unione Sovietica stalinista del 1935; non era certo casuale che Valentin Olberg, espulso nel maggio del 1932 dal KPD per attività trotzkista, avesse scelto liberamente di entrare in modo illegale in URSS e di recarsi nell’agosto del 1935 sotto falsa identità proprio a  Gorkij dove, guarda caso, risiedeva dal dicembre 1934 e da circa nove mesi proprio il fratello Pavel, assunto in modo legale come ingegnere in un’azienda sovietica.

Specialmente in territorio ostile e nella “bocca del lupo” stalinista, l’unione faceva la forza anche per i due fratelli e per i due coraggiosi militanti trotzkisti, sia sul piano materiale che sotto l’aspetto politico e morale: organizzare un attentato contro Stalin non costituiva certo uno scherzo o un compito facile, nell’URSS del 1935.

La tesi di “Valentin Olberg-infiltrato stalinista”, già del resto demolita e seppellita in precedenza, incontra invece subito delle difficoltà insormontabili a spiegare i fatti concreti sopramenzionati e la loro evidente interconnessione.

Accettando per un momento la teoria secondo cui Valentin Olberg costituiva un agente provocatore stalinista, se ne possono trarre infatti solo due possibili conseguenze rispetto alla posizione politica di Pavel Olberg: o quest’ultimo svolgeva anch’esso il ruolo di talpa stalinista, o risultava viceversa estraneo a qualunque attività clandestina.

Partiamo dalla prima variante e sotto-ipotesi: davvero Pavel Olberg, come il fratello Valentin, poteva essere anch’esso un infiltrato stalinista nelle file della Quarta Internazionale?

Non solo tale teoria finora non è mai stata sostenuta neanche da Trotskij e dai suoi seguaci, ma non vi è alcuna prova in tal senso che sia emersa dagli archivi segreti sovietici dopo il 1991; e in ogni caso saremmo in presenza di un evento come minimo eccezionale, con due fratelli entrambi infiltrati stalinisti ed entrambi spediti dall’NKVD a Gorkij, anche se (e non si capisce bene la ragione) in tempi diversi e a otto mesi di distanza.

E ancora: per quale motivo tutti e due i fratelli Olberg, questa presunta coppia di infiltrati stalinisti nelle file trotzkiste, sarebbero stati entrambi mandati a Gorkij? Almeno uno dei due non poteva invece essere spedito dall’NKVD in città sovietiche di importanza decisiva quali Mosca o Leningrado, sempre mantenendosi in contatto fisico ed epistolare con l’altro fratello posizionato a Gorkij? Accettando la tesi dei “due provocatori stalinisti”, entriamo pertanto nel campo dell’assurdo.

Per evitare tali assurdità si potrebbe proporre invece l’ipotesi alternativa, e cioè che Pavel Olberg fosse un “curioso-apartitico” e quindi innocente rispetto a qualunque accusa di stalinismo e/o trotzkismo, mentre viceversa solo Valentin Olberg avrebbe costituito un infiltrato stalinista.

Ma i problemi insolubili anche con questa variante rimangono, e anzi si aggravano. Valentin costituiva un infiltrato stalinista, d’accordo: ma tale agente provocatore sarebbe arrivato fino al punto di coinvolgere nella sua particolare attività, che esponeva inevitabilmente al pericolo di arresto le persone in suo contatto, anche il fratello Pavel? Anche l’innocente, il “curioso” e “apartitico” fratello Pavel?

Accettata tale sotto-tesi e variabile, Valentin Olberg risulterebbe subito un Caino; anzi, peggio di Caino, che almeno ebbe il coraggio di uccidere il fratello Abele con le sue stesse mani.

Siamo ancora una volta nel regno dell’abnorme e dell’assurdo, e la situazione si aggrava ulteriormente a svantaggio della tesi “Olberg-provocatore stalinista” se prendiamo in esame anche la posizione di Betty Siermann, ossia della seconda moglie tedesca di Valentin Olberg, dal settembre 1935 al 4 gennaio del 1936.

Infatti negli ultimi mesi del 1935, dall’inizio di settembre a fine dicembre del 1935 (e nei primi quattro giorni di gennaio del 1936…) si trovarono contemporaneamente in terra sovietica, ancora in stato di libertà, non solo Pavel Olberg, ma anche Betty Siermann, ossia la seconda moglie di quest’ultimo.

Dato sicuro e inequivocabile: Pavel Olberg, Valentin Olberg e Betty Siermann risiedevano simultaneamente tutti e tre in stato di libertà e venuti liberamente in loco, nell’Unione Sovietica stalinista del 1935, formando un trio di stranieri legati da rapporti familiari inequivocabili e nel quale uno dei suoi componenti, ossia Valentin Olberg, era penetrato illegalmente e con un falso passaporto honduregno all’interno della “tana del lupo” stalinista.

Rispetto alla tesi secondo cui Valentin Olberg costituiva un infiltrato stalinista nelle file trotzkiste, il grosso problema è che seguendo tale teoria la presunta talpa stalinista avrebbe pertanto coinvolto nelle sue (presunte) losche trame di agente provocatore anche la sua seconda moglie Betty Siermann, oltre che il fratello, in una situazione come minimo pericolosa per la loro libertà e incolumità personale nella dura URSS stalinista del 1935: e all’inizio del 1936 realmente Betty Siermann venne realmente arrestata dalla polizia, come il marito e suo cognato.

Quindi Valentin Olberg risulterebbe inevitabilmente, stando almeno alla decrepita teoria in via d’esame, non solo un Caino in versione peggiorata verso il fratello Pavel, ma anche e simultaneamente un malintenzionato e crudele marito nei confronti della povera e ignara Betty Siermann, della sua sfortunata seconda moglie di nazionalità tedesca: ancora una volta, seguendo la teoria su “Olberg-infiltrato stalinista”, entriamo nel campo dell’inverosimile.

La presenza fisica nell’URSS stalinista del 1935 di Betty Siermann diventa invece perfettamente comprensibile se viene interpretata attraverso lo schema alternativo dell’«Olberg-coraggioso militante trotzkista», che si giovò della compresenza in terra sovietica anche della sua seconda moglie, la tedesca Betty Siermann, in qualità sia di complice nella trama segreta da lui ordita contro Stalin che di utile copertura della sua attività clandestina: una coppia di coniugi dà meno nell’occhio, specialmente all’estero.

Una diversa “prova del nove” emerge invece focalizzando di nuovo l’attenzione sulla posizione e sulle azioni concrete di Pavel Olberg negli ultimi mesi del 1935, facendo riferimento alle due lettere inviate allo stesso Pavel Olberg e a sua madre da Gorkij, rispettivamente il 12 novembre e il 27 dicembre del 1935.

Partiamo dall’esposizione completa della lettera di Pavel Olberg del 12 novembre 1935, indirizzata a sua madre e quindi fuori dai confini sovietici.

“Cara mamma,

la tua cartolina è arrivata prima delle feste e non sono riuscito a risponderti per via di queste feste. Questa è andata benissimo. C’era una grande festa di democrazia che hanno partecipato più di 300 mila persone.

In giornata a Gorki è caduta la prima neve. È il mio secondo inverno a Gorki.

Il 4 novembre sarà un anno che io sono venuto a Mosca… invece il 1 dicembre sarà un anno che io sono venuto a Gorki.

Per il momento non ci sono novità, come ci saranno, ti scriverò subito.

Vali tutto bene, in questo momento lui lavora tanto. Come mi arriva il passaporto comincerò a preoccuparmi per farti venire qui.

Quando tu verrai qui vivremo bene. Tu come stai? Hai trovato la camera? Un bacio grande.

Pavel.

12 novembre 1935”.

Ora passiamo alla missiva inviata invece da Pavel Olberg alla madre il 27 dicembre 1935, poco prima del suo arresto.

“Cara mamma,

ti voglio dare una grande e bella novità. Mi hanno dato la cittadinanza sovietica. Tu lo sai come io volevo essere cittadino sovietico.

Qui ho trovato tutto. Lavoro, ma la cosa più importante, ho trovato la mia seconda patria.

E ora il problema più importante è che anche tu dovrai venire qui per sempre.

Per questo dovrai andare in ambasciata sovietica a richiedere i documenti per entrare in Unione Sovietica.

Tu questi documenti non devi compilarli ma darli a me.

Io conosco i tuoi dati e i tuoi anni. Li compilo io.

Se a te diranno che i documenti non li devi spedire ma li devi fare là, non dare retta e dalli a me. Poi ti scriverò cosa devi fare dopo.

Per il momento io aspetto da te la busta dei documenti.

Quindi questa è la mia novità più grande. In ambasciata puoi dire che tu vai da tuo figlio che lavora a Gorki.

Tutto il resto lo scriverò in un’altra busta.

Io penso che il mese di febbraio potrò andare in vacanza.

La tua cartolina è già arrivata. Io aspetto la tua lettera.

Voi avete una pelliccia invernale?

Un bacio grande.

27 dicembre 1935”.

Dato per assodato che la polizia sovietica apriva e leggeva di regola quasi tutte le lettere spedite verso l’estero, fatto ben conosciuto anche nel mondo occidentale del 1935, quali sono le note dissonanti contenute in queste due missive, conservate negli archivi Trotskij di Harvard?

Prima anomalia: nella sua lettera del 12 novembre 1935, Pavel Olberg non accennò in alcun modo alla moglie di “Vali”, del fratello Valentin; e cioè a quella Betty Siermann che era venuta liberamente in Unione Sovietica assieme a Valentin, a partire dall’agosto del 1935.

Pavel era in contatto con il fratello e di ciò scrisse alla madre proprio nella lettera del novembre 1935, mentre a sua volta la madre di Pavel conosceva benissimo e fin dall’estate del 1933 Betty Siermann, la seconda moglie di suo figlio Valentin, come emerge più volte dalla sua deposizione scritta e conservata negli archivi Trotskij di Harvard; eppure, al posto di almeno accennare che “Betty” o “la moglie di Vali” stava “anch’essa bene”, il coraggioso militante trotzkista Pavel Olberg si guardò bene dal fare anche il minimo riferimento a Betty Siermann.

Il motivo è semplice: sapendo che la sua missiva diretta alla madre, a Frida Markovna e all’estero sarebbe stata quasi certamente controllata dall’NKVD, l’intelligente Pavel Olberg evitò qualunque tipo di accenno a Betty Siermann per non insospettire la polizia sovietica e a tal proposito basta solo ricordare che Valentin (“Vali”) Olberg era in Unione Sovietica illegalmente e con un falso passaporto honduregno, e quindi ogni accenno anche a sua moglie risultava pericoloso, seppur in misura forse lieve.

Di conseguenza Betty Siermann rappresentava un nome/cognome da evitare di nominare, per l’abile e coraggioso trotzkista Pavel Olberg.

Seconda nota dissonante: Pavel Olberg scrisse più volte, nelle due lettere in esame, rispetto alla necessità che la madre venisse a sua volta in Unione Sovietica, ma allo stesso tempo si guardò bene dal dirle che in URSS avrebbe potuto vedere anche l’altro suo figlio “Vali”, ossia Valentin Olberg, oltre che ovviamente lo stesso Pavel: non riferì quindi niente di specifico su “Vali”, e cioè che esso fosse ovviamente il figlio della destinataria della missiva.

I motivi di tale silenzio? Come sopra.

Sapendo che l’NKVD avrebbe quasi sicuramente aperto e letto la sua lettera, l’abile e prudente cospiratore trotzkista di nome Pavel Olberg evitò qualunque accenno al fatto che “Vali” fosse suo fratello, oltre ovviamente che suo fratello “Vali” fosse ormai anch’esso a Gorkij, sempre per non insospettire la polizia sovietica. Suo fratello Valentin era stato infatti espulso nel maggio/giugno del 1932 dal partito comunista tedesco, si era visto rifiutare più volte il visto d’ingresso dalle autorità sovietiche nel 1934/35 e soprattutto risiedeva in URSS in modo illegale; bisognava quindi non accennare in alcun modo al fatto che “Vali” fosse Valentin Olberg visto che quest’ultimo era giunto illegalmente in URSS, e di conseguenza non bisognava neanche menzionare nella lettera alla madre che essa, venendo in Unione Sovietica, avrebbe trovato sul posto anche “Vali”, suo figlio Valentin Olberg, tra l’altro collocato proprio a  Gorkij e nella stessa città di residenza di Pavel.

Terzo elemento singolare: specialmente nella sua lettera del 27 dicembre 1935, Pavel Olberg più volte ritornò sulla questione del “passaporto” che egli poteva procurare alla madre per farla venire in URSS, ma pur essendo ormai pratico ed esperto nelle vicende dei passaporti si “dimenticò” anche solo di accennare al fatto che egli voleva, doveva e poteva procurare un “passaporto” regolare anche a “Vali”, e cioè al fratello Valentin Olberg. I motivi di tale “dimenticanza” rispetto ai documenti di “Vali”, proprio mentre Pavel sproloquiava invece per alcune righe sulla sua attitudine a procurare il passaporto sovietico alla madre, risultano fin troppo chiari e già accennati poco sopra.

La quarta anomalia consiste nella grande sicurezza dimostrata da Pavel Olberg di fronte alla madre, quando egli affermò più volte che poteva procurargli in prima persona il passaporto quasi saltando e bypassando le autorità sovietiche all’estero, e cioè la rappresentanza diplomatica sovietica dello stato di residenza della madre, nel processo di acquisizione di un passaporto e di un visto di entrata in URSS a favore del suo genitore materno.

Ora, Pavel Olberg nel dicembre del 1935 era entrato in URSS da poco più di un anno e aveva da pochissimo acquisito la cittadinanza sovietica, non essendo tra l’altro neanche membro del potentissimo partito comunista sovietico: da dove gli veniva quindi, una simile sicurezza?

Ma non solo: la quinta nota dissonante è che, in una lettera che sarebbe stata quasi sicuramente letta dall’NKVD, proprio il Pavel Olberg che aveva vissuto in Germania dal 1919 al 1933 propose alla madre un metodo assai disinvolto, per niente “tedesco” e molto “all’italiana”, per l’acquisizione del passaporto e del visto d’entrata in URSS a favore della madre. “Faccio tutto (o quasi) io, mamma”: questa è la sintesi degli accenni ripetuti di Olberg sul passaporto e visto d’entrata della mamma, quando invece la pratica sovietica del 1935 (come negli anni successivi) era che il visto d’ingresso in URSS, anche per i parenti all’estero dei cittadini sovietici, dovesse passare necessariamente anche attraverso il controllo dei consolati e delle ambasciate del paese dei soviet operanti nei paesi stranieri.[28]

La sesta e clamorosa nota dissonante è che nelle due lettere Pavel Olberg non accennò mai e in alcun caso al fatto che “Vali”, suo fratello Valentin Olberg, era arrivato e risiedeva in URSS con un falso passaporto honduregno, e quindi in modo illegale: fatto che non poteva essere sfuggito a Pavel Olberg, visto che suo fratello aveva già compiuto in precedenza un viaggio illegale in terra sovietica di circa quattro mesi, dalla fine di marzo al luglio del 1933, e che tale fatto indiscutibile era a conoscenza persino di sua madre.

Siamo quindi in presenza di un numero considerevole di anomalie che emergono dall’esame delle due lettere di Pavel Olberg alla madre e che attestano che quest’ultimo fosse un complice consapevole delle attività antistaliniste di suo fratello, evitando pertanto di comprometterlo di fronte alla polizia stalinista, oltre a dimostrare simultaneamente l’erroneità delle ipotesi alterne del “curioso-apartitico” e dell’ “infiltrato stalinista”.

Certo, almeno l’entusiasmo mostrato nella sua corrispondenza da Pavel Olberg per la realtà sovietica del 1935 (“è la mia seconda patria”) e la sua richiesta/acquisizione della cittadinanza sovietica costituiscono degli elementi compatibili con tutte le tesi alternative in campo, e cioè con le ipotesi su:

  • – Pavel Olberg “curioso-apartico”, che aveva “bisogno di lavorare”;
  • – Pavel Olberg “infiltrato stalinista”;
  • – Pavel Olberg “coraggioso militante trotzkista”.

L’ammirazione espressa per l’URSS e per l’acquisizione della cittadinanza sovietica risultano infatti compatibili con quello dovuto e inevitabile in un infiltrato stalinista, in una lettera alla madre che poteva essere letta dalle autorità staliniste e poteva altresì circolare anche nelle cerchie trotzkiste: egli non avrebbe mai commesso l’errore grossolano di presentarsi come un nemico di Stalin,  sia per evitare guai con le autorità sovietiche che per non far sorgere legittimi sospetti nelle stesse file trotzkiste, del tipo “ma è un pazzo, Valentin, a dire che è trotzkista, in una lettera dall’URSS che è stata quasi sicuramente letta dall’NKVD? Oppure non è pazzo, ma molto peggio”.

Ma tali elementi risultano in ogni caso perfettamente compatibili anche con la tesi di Pavel Olberg “coraggioso militante trotzkista”: un militante che, dotato come minimo di un intelligenza di medio livello, si rendeva perfettamente conto che le sue lettere sarebbero state quasi sicuramente lette dall’NKVD e che quindi egli doveva in ogni caso presentarsi come un uomo entusiasta del regime sovietico del 1935, acquisendo allo stesso tempo un’utilissima (a fini di copertura) cittadinanza sovietica.

Tuttavia la situazione cambia invece radicalmente se si prendono in esame le note dissonanti che emergono dalle due lettere spedite da Pavel Olberg a sua madre.

Ad esempio, si è già notato in precedenza che Pavel Olberg non accennò mai alla moglie di “Vali”, del fratello Valentin Olberg, pur risiedendo nella stessa città di Gorkij ed essendo in contatto con lui, dichiarando che essa “stava bene” (o “male”). Solo la tesi che ritiene Pavel Olberg un coraggioso e astuto militante trotzkista può spiegare tale nota dissonante, mentre se viceversa Pavel Olberg fosse stato realmente un “infiltrato stalinista” nelle file trotzkiste, un breve accenno alla moglie di Valentin sarebbe stata un’azione perfettamente comprensibile: ma ciò non avvenne, con tutte le conseguenze del caso.

Perché inoltre un “infiltrato stalinista”, proprio per portare avanti meglio la sua opera di provocazione, non avrebbe potuto scrivere alla mamma che, venendo in URSS, essa avrebbe potuto anche incontrare “Vali” proprio a  Gorkij, al limite senza nominare il nome per esteso di Valentin Olberg?

Passiamo ora a una nuova “prova del nove”: secondo la versione data da Trotskij il 20 agosto del 1936 e riportata in precedenza, Franz Pfemfert espresse infatti un giudizio negativo rispetto a Olberg sia sul piano politico che morale durante la particolare “commissione di inchiesta” composta da militanti trozkisti che valutò le doti di Valentin Olberg “all’inizio del 1930”, nei primi mesi del 1930.

Bene: stando almeno a Trotskij, Pfemfert “all’inizio del 1930” giudicò molto male Valentin Olberg da tutti i punti di vista, ventilando addirittura assieme a sua moglie la possibilità che egli fosse “un agente provocatore di Stalin”.

Il problema è che negli archivi Trotskij di Harvard è contenuta (documento “3913” negli archivi in oggetto) una lettera collettiva spedita proprio a Trotskij da un certo numero di suoi seguaci, e datata 1 aprile del 1930: una missiva dal chiaro contenuto politico e spedita da Alexandra Ramm, la moglie di Pfemfert, che venne firmata non solo da essa, ma altresì anche dal marito Franz Pfemfert e da… Valentin Olberg.

Sorpresa, sorpresa: proprio quel Franz Pfemfert che valutò così negativamente Valentin Olberg all’inizio del 1930, almeno a giudizio di Trotskij, il primo aprile del 1930 firmò una lettera comune a Trotskij proprio assieme a Valentin Olberg.

La contraddizione che si manifesta tra la versione fornita da Trotskij il 20 agosto del 1936 e il fatto concreto della lettera comune firmata da Pfemfert, sua moglie e Valentin Olberg in data 1 aprile 1930 risulta fin troppo evidente e plateale, con un Pfemfert che non ebbe alcun problema a sottoscrivere una lettera di natura politica assieme a quello stesso Olberg che aveva descritto, stando almeno a Trotskij, addirittura come un possibile infiltrato stalinista all’inizio del 1930.

Passiamo ora all’ultima prova del nove, e cioè al breve viaggio illegale compiuto da Valentin Olberg in URSS nel marzo del 1935 utilizzando per la prima volta il falso passaporto honduregno procuratogli all’inizio del 1935 da Lucas Parades, dalla Gestapo e da Tukalevskij.

Non abbiamo affrontato prima la questione del secondo viaggio illegale di Olberg nella “tana del lupo” stalinista perché, a differenza del primo (marzo-luglio 1933) e del terzo soggiorno (luglio 1935-4 gennaio 1936), non vi sono prove “esterne” a sostegno di tale viaggio, se non le affermazioni a tal proposito rese dallo stesso Valentin Olberg al processo di Mosca dell’agosto del 1936: ma a questo punto proprio il crollo disastroso e irreparabile delle tesi sul “curioso apartitico” e su “Olberg-infiltrato stalinista”, assieme alla simultanea verifica della tesi “Olberg-coraggioso militante trotzkista”, porta a concludere che il resoconto di Olberg anche su questo punto specifico risulti veritiero e verosimile.

Valentin Olberg entrò per una seconda volta in URSS, sempre illegalmente e grazie al finto passaporto honduregno, nel marzo del 1935 in URSS. Ma visto che egli allora aveva ottenuto un breve visto turistico valido solo per pochi giorni, una volta scaduto il suo permesso di soggiorno egli fu costretto a rientrare subito nel mondo occidentale: solo dopo che il fratello Pavel Olberg riuscì, con la connivenza di militanti trotzkisti sovietici, a fargli avere un posto di lavoro al prestigioso istituto pedagogico di  Gorkij, egli poté entrare per un lungo periodo in URSS, arrivando a  Gorkij nell’agosto del 1935 al fine di iniziare la sua particolare e pericolosa attività “lavorativa” in terra sovietica[29].

E’ appena il caso di rilevare come il secondo e breve viaggio clandestino compiuto da Olberg, nel marzo del 1935, demolisca ancora più a fondo la tesi “Olberg-curioso apartitico”, dato che ben tre viaggi illegali in URSS risultano assolutamente incompatibili con una presunta “curiosità”; diventa inoltre evidente che un reale infiltrato e una vera “talpa” stalinista non avrebbe certo avuto problemi, anche nel marzo del 1935, a procurarsi un lungo soggiorno in URSS grazie alle (presunte) protezioni dei datori di lavoro dell’NKVD, oltre al fatto che un agente provocatore reale avrebbe subito rivelato ai suoi “datori di lavoro” dell’NKVD la connessione tra falso passaporto honduregno, Tukalevskij e la Gestapo.

A questo punto affrontiamo le critiche che via via sono state mosse alla tesi che ritiene Olberg un coraggioso militante trotzkista.

L’innegabile e concreta realtà del viaggio clandestino effettuato nel 1933 da Valentin Olberg in URSS rende innanzitutto ridicole e assurde le obiezioni che l’allora trotskista Max Schachtman cercò di portare rispetto al primo soggiorno illegale del 1933, ammesso e attestato più volte dalla stessa madre di Valentin Olberg nella sua deposizione scritta conservata negli archivi Trotskij di Harvard.

Schachtman affermò in prima battuta che alla fine di marzo del 1933, quando Olberg entrò per la prima volta in modo illegale in URSS, non esisteva ancora la Gestapo: quella Gestapo a cui invece fece un riferimento esplicito a quest’ultimo, nel corso della sua testimonianza davanti al tribunale di Mosca del 20 agosto 1936.

Se è vero che formalmente la polizia segreta nazista venne costituita solo nell’aprile del 1933, è altrettanto sicuro che il gerarca nazista H. Göring divenne il capo della potente polizia prussiana già alla fine del gennaio del 1933: quindi l’apparato repressivo prussiano e di Berlino (a cui fece riferimento Valentin Olberg, nella sua deposizione dell’agosto del 1936) era ormai piegato ai progetti hitleriani due mesi prima della fine di marzo del 1933 e del periodo nel quale Olberg partì per l’URSS, con una falsa identità e con la connivenza delle autorità della capitale tedesca di quel periodo.

Già alla fine di gennaio del 1933, inoltre, Göring e i nazisti controllavano l’importante sezione politica della polizia prussiana specializzata principalmente nella lotta contro il KPD, egemonizzato a sua volta da dirigenti stalinisti a partire dal 1926: e non è certo un caso che la prima denominazione assunta della famigerata Gestapo, nell’aprile del 1933, risultò proprio quella di Dipartimento 1A della polizia di stato prussiana avendo inoltre come suo primo capo e responsabile Rudolf Diels, il quale a sua volta già prima dell’ascesa al potere di Hitler risultava – guarda caso – proprio un consulente autorevole della polizia prussiana fin dal 1932. La linea di continuità creatasi fin dal gennaio del 1933 tra l’apparato poliziesco di Berlino e la Gestapo risulta quindi molto evidente, per grande sfortuna di Schachtman e dei suoi emuli[30].

Nel suo tentativo di insinuare dubbi e incertezze rispetto al viaggio clandestino di Olberg in Unione Sovietica nel marzo/luglio del 1933, Schachtman si appigliò altresì al fatto che Olberg testimoniò il 20 agosto del 1936 che, quando egli era a Stalinabad ed era riuscito a procurarsi un posto di insegnante di storia in quella città, dovette lasciare sia il posto di lavoro che l’URSS perché i suoi falsi documenti tedeschi non erano in regola “riguardo al servizio militare”.

Schachtman fece notare a questo proposito che nella Germania del 1919/32 era stato abolito il servizio militare di leva e che quindi Valentin Olberg non poteva in ogni caso avere a disposizione dei documenti in proposito, in regola o meno che fossero, rispetto al suo servizio militare.

Sotto questo aspetto specifico va subito notato che i documenti e il passaporto che usò Valentin Olberg in URSS, dal marzo del 1933 alla fine di luglio del 1933, risultavano sicuramente irregolari e falsi avendo quest’ultimo utilizzato un passaporto tedesco intestato a un’altra persona, come venne ammesso persino dalla madre di Olberg nella sopracitata dichiarazione scritta che è conservata proprio negli archivi Trotskij di Harvard.

Fatto sicuro, quindi: nel marzo/luglio del 1933 Valentin Olberg utilizzò un passaporto falso e una falsa identità per entrare e soggiornare nell’URSS stalinista del 1933.

Pertanto il motivo specifico per cui Olberg venne fatto allontanare dalle autorità sovietiche di Stalinabad perde subito di qualsiasi valore e rilevanza; se poi Valentin Olberg fosse stato davvero un “provocatore stalinista”, i suoi presunti capi e “datori di lavoro” della polizia sovietica non avrebbero in qualsiasi caso fatto emergere nell’estate del 1933 l’irregolarità del passaporto e dei documenti del loro presunto “agente infiltrato”, che avrebbe lavorato a quel tempo proprio per loro conto e su loro diretto incarico contro il movimento trotzkista, a Stalinabad e in altre città del paese dei soviet.

Un’altra obiezione mossa da Schachtman si rivela ancora più assurda: nel suo scritto del 1936 egli riportò, condividendola in pieno, la tesi espressa da una “commissione d’inchiesta” composta essenzialmente da trotzkisti e nella quale venne affermato testualmente che Valentin Olberg “entrò, al contrario, assolutamente e legalmente” in URSS nel 1935, “con il suo passaporto, vistato dalla Legazione Sovietica” (l’ambasciata sovietica) “a Praga”.

La “Legazione Sovietica” certo vistò e timbrò il passaporto honduregno di Olberg, ma quest’ultimo era dal canto suo contraffatto e falso, perché attribuiva una nazionalità honduregna inesistente, falsa e menzognera a Valentin Olberg: e dichiarare una falsa nazionalità non risulta certo un modo e un’abitudine “legale” di entrare in un paese straniero, sia secondo il buon senso che secondo le leggi di qualunque stato al mondo.

Ancora più assurda risulta un’altra obiezione espressa dalla “commissione d’inchiesta” trotzkista del 1936, riportata sempre senza alcuna riserva da Schachtman: essa dichiarò infatti testualmente che “non c’è niente di irregolare rispetto all’acquisizione di questo passaporto”, del passaporto honduregno utilizzato da Valentin Olberg nel luglio del 1935 per entrare nell’URSS stalinista[31].

Incredibile, che faccia tosta incredibile!

Valentin Olberg non era nel luglio del 1935 un cittadino honduregno, né aveva in alcun modo dei parenti honduregni. Non aveva inoltre avviato, né tanto meno portato a termine le procedure necessarie per l’acquisizione della cittadinanza honduregna nel luglio del 1935; egli inoltre ottenne il falso passaporto honduregno da Lucas Parades, console honduregno a Berlino, solo versando a quest’ultimo una somma di denaro, ossia una tangente e una “mazzetta” per un atto illegale, con un pagamento sottobanco a Luca Parades ammesso anche dallo stesso “tribunale” trotzkista del 1936. Ma a dispetto di questa realtà concreta, allo stesso tempo evidente e illegale, il “tribunale” di matrice trotzkista del 1936 ebbe il coraggio di concludere che non “c’era niente di irregolare nell’acquisizione” del falso passaporto honduregno da parte di Olberg.

Una menzogna da Guinness dei primati, non c’è che dire.

Una diversa obiezione venne invece sollevata da Trotskij davanti alla terza sessione della commissione Dewey, nel controprocesso che si tenne in Messico nell’aprile del 1937 alla sua presenza.

In quella sede Trotskij dichiarò che all’inizio del 1930, quando Valentin Olberg si offrì di diventare un suo segretario e di raggiungerlo nell’isola turca di Prinkipo in cui egli era allora in esilio, fece incontrare ed esaminare Olberg proprio da alcuni leader del movimento trotzkista internazionale, e cioè lo statunitense Max Schachtman, il francese Pierre Naville, il tedesco Kurt Landau e una coppia di coniugi tedeschi, composto da Alexandra Ramm e Franz Pfemfert, anch’essi militanti trotzkisti.

Come si è già notato più volte in precedenza, Trotskij sottolineò con enfasi nell’aprile del 1937 che Valentin Olberg venne giudicato assai negativamente, sia sul piano politico che su quello organizzativo, dagli esponenti della particolare “giuria trotzkista” che lo stava esaminando, raccomandando pertanto a Trotskij di non utilizzarlo come suo segretario personale: a suo avviso la moglie di Franz Pfemfert ventilò apertamente la possibilità che Olberg fosse un agente provocatore stalinista, un infiltrato della polizia sovietica nelle file trotzkiste[32].

Dall’esame di questa particolare “giuria” di esaminatori trotzkisti, Trotskij cercò di far discendere e di derivare la conclusione che fin dal 1930 egli aveva sospettato che Valentin Olberg fosse un “provocatore stalinista”; ma i fatti testardi che andremo ad analizzare di nuovo trasformano subito e in modo inevitabile la tesi di Trotskij in un clamoroso boomerang e in un disastro politico proprio a danno di quest’ultimo, del leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale.

Innanzitutto Trotskij seppe quasi subito del verdetto negativo della “giuria” trotzkista su Olberg, che lui stesso aveva messo in azione e chiamata a valutare il giovane tedesco proveniente dalla Lettonia, fin dall’inizio del 1930. Ma, fatto clamoroso ed eclatante, non ruppe in alcun modo con Valentin Olberg sul piano politico-organizzativo e, oltre a non allontanare in alcun modo dalla sua cerchia Valentin Olberg, giudicato dagli altri dirigenti trotzkisti come un possibile infiltrato di Stalin nelle file trotzkiste, Trotskij assegnò invece proprio a Olberg nel corso del 1930 dei compiti politici rilevanti proprio tra i trotzkisti berlinesi.

Ma non solo: come si è già notato in precedenza, il 27 aprile del 1930 proprio Trotskij scrisse una lettera molto amichevole al “compagno Olberg”, e non certo “all’agente provocatore” Olberg.

Come si è già notato in precedenza, Lev Sedov continuò inoltre per quasi un altro anno, dall’aprile del 1930 e fino al febbraio del 1931, a mantenere e conservare una fitta corrispondenza proprio dal presunto “agente provocatore” stalinista di nome Valentin Olberg.

Si è già ricordata in precedenza la lettera spedita da Olberg a Lev Sedov ancora il 23 febbraio del 1931, nella quale il primo sottolineava di “aver ricevuto” e “a suo tempo” una missiva inviatagli da poco proprio dal figlio e aiutante politico di Trotskij: prova evidente e concretissima che Olberg, Sedov e Trotskij risultavano in contatto politico diretto anche dopo quasi un anno di distanza dal famoso aprile del 1930, il mese della presunta “rottura” dei rapporti di Trotskij con Olberg.

La prima ipotesi possibile, per spiegare queste incredibili anomalie e note dissonanti, risulta quella di una totale stupidità e di una colossale incapacità politica-organizzativa, sia da parte di Trotskij che di suo figlio.

Ma entriamo nel campo dell’assurdo e del paranormale per l’ennesima volta, visto che Trotskij era un uomo politico assai intelligente e astuto e che nel 1930 aveva inoltre ormai accumulato una lunga esperienza in campo cospirativo, dato che egli aveva iniziato la lotta clandestina contro l’impero zarista già nel lontano 1897; a rendere poi ancora più assurda tale ipotesi interviene il fatto che a essere colpito da un attacco di stupidità incredibile, nel 1930/31, non sarebbe stato allora solo Trotskij ma anche e simultaneamente suo figlio Lev Sedov, ossia un giovane anch’esso perspicace e accorto, anche se non dello stesso livello intellettuale del padre.

Esclusa quindi l’ipotesi sull’abnorme e simultanea “stupidita” di Trotskij e Sedov riguardo a Valentin Olberg, ne deriva che Trotskij non credette che Olberg fosse un infiltrato e un agente provocatore stalinista e pertanto respinse, nei fatti e in base a sue particolari ragioni, proprio il giudizio negativo emesso a suo avviso dalla sopracitata “giuria” trotzkista (Naville, Landau, Schachtman, Pfemfert) che lui stesso aveva sollecitato, dalla particolare “giuria” che lui stesso aveva creato e messo in azione rispetto al giovane tedesco in via di esame.

Quindi proprio Trotskij e Lev Sedov non credettero in alcun modo, nel 1930 e nel 1931, alla tesi su “Olberg-provocatore stalinista”: e come si è già visto, tale fu anche il giudizio espresso da Kurt Landau su tale argomento specifico nel 1931-36, visto che quest’ultimo persino nell’agosto-settembre del 1936 difese l’onore politico di Valentin Olberg, ritenendolo una vittima di Stalin e un militante antistalinista in buona fede.

La tesi elaborata da Trotskij quindi si scioglie come neve al sole per il semplice e sicuro motivo che fu proprio Trotskij a non credere, nel 1930-31, che Olberg fosse un infiltrato stalinista, e gli attribuì invece un ruolo di fiducia nell’arcipelago trotzkista sempre in quegli anni.

In ogni caso il migliore testimone contro le tesi espresse da Trotskij su Valentin Olberg durante la terza sessione della commissione Dewey è proprio lo stesso Trotskij.

Quest’ultimo, infatti, durante la sua deposizione alla quarta sessione della commissione Dewey commise un gravissimo errore ammettendo a chiare lettere che Lev Sedov, suo figlio e suo principale aiutante politico-organizzativo a partire dal 1929 e che era giunto a Berlino non prima della fine di febbraio 1931, era in diretto contatto e in relazione personale proprio con Valentin Olberg nella capitale tedesca.

Colpo di scena: proprio Trotskij, seppur involontariamente, attestò e dimostrò senza tema di smentita che Olberg e suo figlio Lev Sedov interagivano e discutevano a Berlino nel 1931-32, quindi ben due anni dopo la presunta “rottura” politica del 1930 tra Trotskij e Valentin Olberg.

Riportiamo per intero le dichiarazioni effettuate da Trotskij verso la fine della quarta sessione della commissione Dewey, riportate dal sito www.marxists.org nel “The case of Leon Trotskij”.

Trotskij dichiarò: “Posso fare una osservazione? Io comunico alla commissione” (la commissione Dewey) “che Olberg era realmente in comunicazione con mio figlio” (ossia con Lev Sedov) “a Berlino”.[33]

Ripetiamo: Lev Sedov arrivò a Berlino dalla Turchia solo nei primi mesi del 1931, e non certo nel 1930.

Ma non solo. Durante il suo discorso finale davanti alla commissione Dewey, sempre lo stesso Trotskij affermò inoltre con decisione: “Olberg… fu realmente impegnato con me e allo stesso tempo ebbe una personale conoscenza di Sedov a Berlino e lo incontrò diverse volte, conosceva gli amici di Sedov, in sintesi si muoveva a un certo livello nel suo cerchio di amicizie”.

A questo punto ogni commento diventa superfluo.

Un’altra possibile obiezione sarebbe invece sostenere che i nazisti e Tukalevskij non avessero avuto alcun ruolo nel procurare il finto passaporto honduregno a Valentin Olberg, nel giugno/luglio del 1933: rimarrebbe in questo caso la connessione Olberg-Trotskij, ma ovviamente non quella tra Olberg, Trotskij e i nazisti/Gestapo.

Ora, non solo anche Trotskij proponendo la sua teoria dell’“Olberg-infiltrato trotzkista” davanti alla commissione Dewey ammise il collegamento diretto tra Valentin Olberg e la Gestapo, seppur interpretandolo come il risultato di un’astuta e diabolica mossa di Stalin e dell’NKVD, ma va subito ricordato che Lucas Parades, ossia il console generale dell’Honduras che procurò dietro il pagamento di una tangente in denaro il falso passaporto honduregno a Valentin Olberg, non operava certo nel 1935 a Praga o a Oslo, ma viceversa nella Berlino nazista e nella “tana del lupo” hitleriana: il collegamento tra Olberg e la Germania nazista risulta subito innegabile anche solo partendo da questo dato di fatto elementare e dal concretissimo documento rilasciatogli da Parades.

Per quanto riguarda poi Tukalevskij, nella sua sopracitata testimonianza scritta egli stesso ammise di aver conosciuto Valentin Olberg a Praga, nella biblioteca slava da lui diretta, oltre ad averlo aiutato rispetto ai suoi contatti con l’istituto pedagogico sovietico di Stalinabad; ma soprattutto Tukalevskij, uomo di sicura fede anticomunista, come si è già ricordato spedì in URSS a Valentin Olberg nell’estate del 1935 la famosa cartolina che venne ritrovata dalla polizia stalinista guarda caso a Stalinabad, e che fu in seguito esibita come prova materiale durante il processo di Mosca dell’agosto del 1936.

Siamo quindi in presenza di un altro fatto sicuro che attesta in modo indiscutibile come l’anticomunista Vladimir Tukalevskij, nel corso della seconda metà del 1935, si interessasse e fosse in contatto diretto proprio con il comunista Valentin Olberg anche quando quest’ultimo aveva lasciato Praga ed era entrato illegalmente, con una finta identità e passaporto honduregno, nell’URSS stalinista durante l’estate del 1935.

Tukalevskij era e si professava anticomunista, per di più fuggito dalla Russia bolscevica nel 1918, mentre invece Valentin Olberg si presentò sempre come un comunista e un marxista: la strana e anomala connessione tra i due, provata anche dalla cartolina spedita nel 1935 da Tukalevskij a un Olberg ormai giunto in terra sovietica, si spiega solo con la lotta comune contro un nemico politico comune ad entrambi, e cioè Stalin e il suo regime, e rimanda direttamente a una lotta politica comune creatasi nel 1934-35 tra anticomunisti (Tukalevskij e la Gestapo) e comunisti antistalinisti (Valentin Olberg, Trotskij e Lev Sedov) contro l’allora leader del Cremlino e il suo nucleo dirigente.

Infine risulta assolutamente inverosimile e abnorme, in assenza di un collegamento politico-operativo e logistico tra Trotskij e alcuni dirigenti nazisti, che Valentin Olberg si sia rivolto per ottenere un falso passaporto al fine di entrare in modo clandestino in Unione Sovietica proprio al console honduregno che operava allora a Berlino, ossia nella tana del lupo nazista e degli hitleriani, anticomunisti e antisemiti: quindi uno dei peggiori posti al mondo, nel 1935, per un Valentin Olberg invece ebreo e comunista, oltre che l’ultimo luogo del pianeta che quest’ultimo avrebbe dovuto utilizzare, al fine di procurarsi un falso documento d’identità e una nazionalità fittizia.

Un’altra possibile obiezione riguarda il livello di ostilità espresso rispettivamente da Trotskij e dai nazisti nei confronti del regime stalinista, nel 1933-35: davvero Trotskij e gli hitleriani, nel 1935, volevano abbattere e far cadere con la forza Stalin e il suo regime politico?

Per quanto riguarda Trotskij, fin dall’ottobre del 1933 e dal suo articolo intitolato “Sulla natura sociale dell’URSS”, pubblicato nel numero 46/47 della rivista trotzkista “Bollettino dell’Opposizione”, quest’ultimo sostenne pubblicamente, a chiare lettere e senza mezzi termini la necessità di rovesciare il regime stalinista con la forza e con mezzi illegali: con la “forza” e attraverso l’uso di “misure di carattere poliziesco”.

All’interno del suo scritto dell’ottobre 1933 intitolato “Sulla natura sociale dell’URSS”, si ritrova infatti un capitolo intitolato in modo significativo “La natura di classe dello stato sovietico”, con un intero capitolo intitolato significativamente “L’eliminazione pacifica della burocrazia è possibile?”. La risposta di Trotskij alla domanda risultava netta e inequivocabile: “è infantile credere che sia possibile eliminare la burocrazia staliniana al congresso del partito dei Soviet. Per scalzare la cricca al governo… non resta nessuna via costituzionale normale” e “obbligarli a consegnare il potere nelle mani dell’avanguardia proletaria è possibile soltanto con la forza”[34].

“Soltanto con la forza”…

Parole chiare, quelle di Trotskij: già nell’ottobre del 1933 egli affermò pubblicamente che il regime stalinista poteva essere rovesciato solo con la violenza, con l’utilizzo della forza e l’impiego – parole testuali – di “misure di carattere poliziesco”, quasi due anni prima che Valentin Olberg si introducesse in modo clandestino in URSS nel luglio del 1935, con l’obiettivo estremamente ambizioso di uccidere Stalin.

Passando invece alla parte nazista, fin dal 1925 e con il suo famigerato “Mein Kampf” Adolf Hitler aveva sottolineato la necessità vitale per la Germania e l’imperialismo tedesco di procurarsi con la forza un suo spazio vitale, un “lebensraum” e una sfera coloniale posizionata principalmente ad est e nella zona russa[35].

Per quanto riguarda poi l’Unione Sovietica e il comunismo mondiale, che a partire dal 1925 avevano ormai come loro leader Stalin, il genocida Adolf Hitler notò esplicitamente nel Mein Kampf del 1925 che “già negli anni del 1913-14, io cominciai a esprimere in diversi circoli, oggi fedeli alla causa nazionalsocialista,  il pensiero che la questione del futuro tedesco ruotava attorno alla distruzione del marxismo”; per il caporione nazista il comunismo, a suo avviso “tipica creazione ebraica”, aveva come fine ultimo una “soluzione destinata ad annientare l’esistenza di libere nazioni sulla terra”.

Secondo Hitler il marxismo non risultava altro che “l’aborto di un cervello criminale”, un’ideologia criminale a cui a suo avviso non potevano aderire “i galantuomini e le persone veramente intelligenti”, ma viceversa solo “tutti i mediocri o ignoranti o spostati”.

Non erano certo affermazioni antimarxiste isolate e prive di significato, visto che proprio nel settembre del 1935 il famigerato Joseph Goebbels, alto gerarca e ministro della propaganda nazista, nel suo discorso pubblico al raduno di Norimberga del partito nazista, affermò esplicitamente che il comunismo costituiva un’ideologia antiumana e l’URSS stalinista un vero e proprio inferno sulla terra, dominato da ebrei come L. Kaganovic[36].

Lo scontro del nazismo con Stalin e l’URSS risultava dunque sicuramente frontale e al calor bianco nel corso del 1935, sia in campo ideologico che in quello della politica internazionale.

Avvocato del diavolo: “torniamo alle vostre presunte prove sul caso Olberg. Avete affermato che proprio il fatto che Valentin Olberg fosse stato fucilato dall’NKVD stalinista, subito dopo il processo di Mosca dell’agosto del 1936, costituisce un dato di fatto che confuta la tesi per cui Olberg costituiva un infiltrato stalinista nelle file del movimento trotzkista: ma vi è un’altra e ben diversa spiegazione di tale elemento fattuale, e cioè che Stalin e l’NKVD attraverso la fucilazione di Olberg vollero far sparire in modo definitivo le prove del loro reale complotto contro Trotskij, per l’appunto eliminando una volta per tutte quel testimone scomodo di nome Valentin Olberg”.

Se fosse vera tale ipotesi, Stalin e l’NKVD si sarebbero innanzitutto preclusi come minimo per alcuni anni l’utilizzo di “agenti provocatori” nelle file dei loro nemici politici, trotzkisti o di altro genere: solo un aspirante suicida o un novello kamikaze avrebbe potuto infatti assumere il ruolo di “talpa” e agente provocatore, dopo l’esperienza orrenda subita – in pubblico e con gran clamore – proprio da Valentin Olberg nell’agosto del 1936. Un reale infiltrato stalinista che, avendo operato per lunghi anni nel movimento trotzkista, fosse stato “premiato” e ricompensato per i suoi servizi all’NKVD stalinista proprio con il “regalo” della pena di morte, e proprio da parte dei suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD, avrebbe costituito un pessimo esempio e un precedente devastante per i futuri “agenti provocatori” stalinisti, che avessero voluto/dovuto mettersi in azione dopo l’agosto 1936 e la fucilazione di Valentin Olberg.

In seconda battuta si è già sottolineato a sufficienza come Valentin Olberg non costituì in alcun modo un agente provocatore stalinista, togliendo quindi a priori qualsiasi senso e valore alla tesi presentata dall’avvocato del diavolo.

Valentin Olberg non agì in alcun modo come infiltrato e “talpa” stalinista all’interno del movimento trotzkista proprio perché nessun agente provocatore, anche particolarmente ebete, idiota e “smemorato” avrebbe “dimenticato” per più di un anno, dall’inizio del 1935 al maggio 1936, di comunicare ai suoi datori di lavoro e capi dell’NKVD la notizia eclatante che egli si era procurato il falso passaporto honduregno anche grazie all’aiuto dell’anticomunista Tukalevskij e della Gestapo.

Inoltre nessun agente provocatore stalinista, anche se particolarmente sciocco e “smemorato”, avrebbe prodotto il documento scritto elaborato da Valentin Olberg dopo il suo arresto, quando quest’ultimo dichiarò: “non credetemi”, se sotto tortura “mi autocalunnierò” in futuro, sostenendo di essere trotzkista o un “emissario di Trotskij”.

Nessun agente provocatore stalinista, anche se particolarmente cretino, “smemorato” e masochista, avrebbe poi resistito per più di un mese (gennaio-prima metà di febbraio del 1936) di fronte agli interrogatori dell’NKVD senza rivelare nemmeno la sua reale militanza e il suo rapporto di stretta collaborazione, sorto fin dal 1929/30, proprio con la polizia sovietica che lo interrogava in quel periodo.

Anche solo per questi concretissimi motivi, la tesi avanzata dall’avvocato del diavolo crolla quindi miseramente assieme allo schema generale che lo sostiene, e cioè l’ipotesi che Valentin Olberg rappresentasse un provocatore stalinista all’interno delle file trotzkiste.

Avvocato del diavolo: “mi è appena venuta in mente un’altra ipotesi sul caso Olberg. Valentin Olberg può anche essere stato realmente un militante antistalinista, che progettò realmente un attentato contro Stalin e che si procurò un falso passaporto honduregno, anche grazie ai nazisti e a Tukalevskij e dal console operante a Berlino di tale paese centroamericano: ma egli agì in ogni caso come un “emissario isolato”, per usare la terminologia di Molchanov, senza quindi alcun legame con Trotskij e Sedov”.

Un presunto solitario, un presunto emarginato, un presunto “emissario isolato” come Olberg, per di più ebreo e comunista oltre che emigrato nel 1933 dalla Germania, sarebbe riuscito ad ottenere l’aiuto degli astuti nazisti anticomunisti e antisemiti, e ad acquisire pertanto anche grazie a loro un falso passaporto honduregno?

Evidentemente gli hitleriani non ebbero allora alcun timore di compromettersi con un presunto “isolato” come l’ebreo e comunista Olberg, oltre a non aver alcuna paura che quest’ultimo fosse un agente provocatore stalinista.

Il presunto “emissario isolato” di nome Valentin Olberg era inoltre un solitario e emarginato, quando ricevette in terra sovietica la sopracitata cartolina da parte di Tukalevskij nel corso del 1935?

Un presunto “emissario isolato” come Olberg risultava forse senza appoggi e agganci a Gorkij, quando ottenne rapidamente e in modo più che sorprendente un lavoro di insegnante nell’istituto pedagogico di tale centro urbano sovietico?

Valentin Olberg era forse “isolato” a Gorkij nel 1935, vista la presenza in loco di suo fratello Pavel?

Valentin Olberg risultava forse un “emissario isolato” quando egli spedì – e ricevette – alcune missive da Lev Sedov nel corso del 1930-31, o quando svolgeva quella coraggiosa militanza trotzkista a Berlino che portò alla sua sopracitata espulsione dal partito comunista tedesco?

Olberg costituiva forse un “emissario isolato” anche durante il suo primo viaggio clandestino del 1933 in terra sovietica, guarda caso usando un falso passaporto anche in quell’occasione?

Anche solo per una di tali ragioni e motivi concreti, da combinare ovviamente tra di loro, la cosiddetta “tesi-Molchanov” non sta in piedi e crolla subito miseramente: del resto proprio un abile leader come Trotskij, e proprio all’inizio del 1936, aveva definito pubblicamente e con orgoglio la sezione (illegale) sovietica della costituenda Quarta Internazionale come la “più forte, la più numerosa e la più temprata” tra tutti i reparti nazionali di quest’ultima[37].

Valentin Olberg non era certo “isolato” nel 1935 anche sotto tale aspetto.

A questo punto passiamo a effettuare una sintesi sul “caso Olberg”.

La tesi di Olberg “curioso-apartitico” risulta assolutamente inverosimile e inconsistente anche solo per i due viaggi clandestini effettuati da Valentin Olberg nel 1933 e nel luglio del 1935 in terra sovietica, in ambedue i casi con un passaporto falso e in modo clandestino (per non parlare poi del background trotzkista dell’iperpoliticizzato Olberg del 1930-32, ecc.).

Rispetto alla tesi alternativa, secondo la quale Valentin Olberg costituì invece un infiltrato stalinista, la sua fucilazione nell’agosto del 1936 e l’eliminazione fisica del presunto provocatore stalinista nelle file trotzkiste costituisce già da sola un primo e duro colpo a questa teoria.

Usiamo il criterio di analisi che porta ad esaminare ciò che entra in un certo ambiente-caso storico e ciò che esce invece da tale situazione specifica: nel caso Olberg entrò di sua spontanea iniziativa e in modo illegale in Unione Sovietica, e uscì invece un Valentin Olberg ormai cadavere, fucilato dai suoi presunti datori di lavoro stalinisti dell’NKVD. Si tratta di un fatto sicuro che mette subito in crisi la tesi “Valentin Olberg-infiltrato stalinista”, tanto più che anche suo fratello Pavel venne fucilato per attività trotzkiste, mentre a loro volta, entrambe le mogli di Valentin Olberg (Sulamith Braun e Betty Siermann) vennero condannate a lunghe pene detentive dalle autorità staliniste, nel corso del 1936.

Già indebolita dalla fucilazione del presunto agente provocatore stalinista, la teoria in esame viene demolita al di là di ogni ragionevole dubbio da due altri fatti sicuri e combinati tra loro, ossia:

  • – la mancanza totale di collaborazione di Valentin Olberg con l’NKVD stalinista, dal 5 gennaio fino almeno alla prima metà di febbraio del 1936;
  • – l’abnorme, incredibile, assurda dichiarazione scritta elaborata dal presunto agente provocatore Valentin Olberg poco dopo il suo arresto del 5 gennaio 1936, con cui quest’ultimo negando di essere trotzkista altresì annunciava di non credergli se si fosse in futuro “autocalunniato” sostenendo, sotto tortura/minacce, di essere un “trotzkista”, un “emissario di Trotskij”, ecc.

Se colleghiamo il comportamento assolutamente abnorme di Valentin Olberg (abnorme e assurdo solo per un presunto “agente provocatore” stalinista, infiltrato da anni e dal 1930 nelle file trotzkiste, certo…) nel gennaio-febbraio del 1936 con la sua successiva fucilazione nell’agosto del 1936, vengono superati i dubbi ragionevoli per cui Valentin Olberg costituisse un infiltrato stalinista nelle file della costituenda Quarta Internazionale.

Si tratta altresì di una connessione concreta di fatti che viceversa attesta, al di là di ogni ragionevole dubbio, come Valentin Olberg costituisse invece un coraggioso militante trotzkista, che odiava il regime stalinista e si rifiutò quindi di collaborare in qualunque modo con l’NKVD stalinista per più di un mese, ossia dal 5 gennaio alla metà di febbraio del 1936; un temerario Valentin Olberg che venne in seguito fucilato dall’NKVD stalinista proprio perché egli era realmente implicato in attività trotzkiste particolarmente pericolose quale la preparazione di un attentato contro Stalin, anche grazie alla collaborazione logistica della Gestapo e del loro agente Tukalevskij.

Per superare anche i dubbi poco razionali sull’assoluta inconsistenza e della tesi “Olberg-infiltrato stalinista”, e per confermare simultaneamente in modo ancora più evidente la teoria secondo cui invece Valentin Olberg costituiva un coraggioso militante trotzkista, abbiamo ormai a nostra disposizione tutta una serie di altri indizi concordanti, quali:

  • – il silenzio assoluto tenuto da Valentin Olberg, dal presunto infiltrato stalinista, per quasi un anno nei confronti dei suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD stalinista (dall’inizio del 1935 al giugno del 1936) rispetto alla sua concreta connessione con Luca Parades, Tukalevsky e la Gestapo per l’acquisizione del falso passaporto honduregno: più di un anno di silenzio da parte di Valentin Olberg su tale informazione concreta e su tale concretissimo passaporto honduregno, e cioè rispetto a una notizia utilissima per la propaganda politica stalinista;
  • – il silenzio totale tenuto da Olberg, prima del suo arresto, sulla cartolina ricevuta da Tukalevskij nell’estate del 1935 e quando il primo era ormai già arrivato in Unione Sovietica;
  • – la richiesta di informazioni effettuata nel marzo del 1936 da Spiegelglass e dall’NKVD di Mosca alla loro reale “talpa” Mark Zborowski (“Etienne”), proprio su Valentin Olberg e sul loro presunto infiltrato stalinista (dal 1930!) nelle file trotzkiste;
  • – l’assoluta mancanza di documenti negli archivi sovietici desegretati dopo il 1991 (Getty-Naumov) che attestino, anche in minima parte, la presunta collaborazione politico-organizzativa tra Valentin Olberg e la polizia sovietica nei sei anni compresi tra il 1930 e il 5 gennaio del 1936;
  • – il deciso diniego di Kurt Landau rispetto all’ipotesi che Valentin Olberg fosse una spia e un infiltrato stalinista;
  • – l’utilizzo del “rasoio di Occam” rispetto al caso Olberg;
  • – le dichiarazioni rese da Valentin Olberg, nel processo dell’agosto del 1936, sulla sua reale e concreta militanza trotzkista del 1930-36: dichiarazioni e testimonianze corroborate da tutta una serie multiforme di elementi concreti e sicuri.

Tutti gli elementi e i dati di fatto in oggetto risultano incompatibili e in aperta contraddizione con l’ipotesi “Olberg-infiltrato stalinista”, e allo stesso tempo perfettamente compatibili con la tesi opposta, secondo la quale Valentin Olberg nel 1930-36 costituiva un coraggioso attivista della costituenda Quarta Internazionale.

Al fine di eliminare preventivamente anche i dubbi quasi irrazionali sul fatto che Valentin Olberg fosse un audace e determinato militante trotzkista, abbiamo infine esposto tutta una serie di altri criteri di verifica incrociata, oltre a demolire senza grossi problemi le obiezioni via via espresse da Shachtman e da Trotskij rispetto al caso Olberg.

In estrema sintesi, abbiamo dimostrato come Valentin Olberg fosse nel 1930-36 un coraggioso militante trotzkista in diretto contatto con Lev Sedov, e non certo un “curioso-apartitico” o un “infiltrato stalinista”; un risoluto e audace attivista trotzkista che venne invece valutato dallo stesso Trotskij, per evidenti ragioni di autodifesa politica, in qualità di un ignobile provocatore della polizia stalinista.

E vista l’innegabile connessione creatasi tra il trotzkista Valentin Olberg e la Gestapo-Tukalevskij rispetto al falso passaporto honduregno, abbiamo dimostrato altresì la sicura esistenza di una collaborazione tattico-logistica nel corso del 1935 tra i principali dirigenti trotzkisti di quel periodo e segmenti importanti dell’apparato nazista, dei fascisti tedeschi: un elemento concreto che serve a gettare luce indirettamente anche rispetto al volo clandestino compiuto da Pjatakov in terra norvegese nel dicembre del 1935, viaggio che a sua volta merita di essere trattato in modo specifico a partire dalla demolizione dell’argomento principale usato di solito contro la sua esistenza, ossia l’assenza totale di mezzi materiali e opportunità concrete per compiere la transvolata in oggetto.

Anche in questo campo specifico ci verrà in aiuto involontario lo stesso Trotskij, attraverso le sue dichiarazioni pubbliche durante una delle sessioni della commissione Dewey.

di Daniele Burgio , Massimo Leoni, Giovanni Pluchino e Roberto Sidoli

[1] H. Blomquist, “Lost worlds of labour: Paul Olberg, the Jewish Labour Bund, and menshevik Socialism”, 2014, in sh.diva-portal.org

[2] Harvard University – Houghton Library/Olberg Valentin, 1907 – ) letters to [ ] Olberg. Leon Trotsky exile papers, 1929-1940, MS Russ 13.1 (15197-151205)

[3] M. Shachtman, “Behind the Moscow trial”, in www.marxist.org, 1936

[4] F. Firsov, in “Reflection on the Gulag”, p. 112, in books.gogle.it

[5] H. Blomquist, op. cit.

[6] “Valentin Olberg”, in Biographische datenbankien, in www.bundesstiftung-aufarbeitung.de

[7] R.T. Kronenbitter, “Leon Trotskij, dupe of the NKVD”, 1972, Studies in Intelligence 16, no.1, in www.cia.gor

[8] V. Rogovin, “1937”, cap. primo, in www.marxists.org, sezione italiana, Archivio storico

[9]  V. Rogovin, op. cit., cap. primo

[10]  “Valentin Olberg”, in “Biographische Datenbanken”, in www.bundesstiftung-aufarbeitung.de

[11] M. Schactman, “Behind the Moscow trial”, op. cit.

[12] L.D. Trotskij, “Who is V. Olberg?”, 20 agosto 1936, in Writings of Leon Trotskij 1935-36

[13] M. Shachtman, “Behind…”, op. cit.

[14] F. Firsov, op. cit., pag. 112

[15] V. Rogovin, “1937”, cap. primo, in www.marxist.org

[16] M. Schachman, “Behind the Moscow trial”, op. cit.

[17] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, pag. 840, ed. Bollati Boringhieri

[18] P. Broué, “Kurt Landau”, in www.marxist.org, 1988

[19] J. A. Getty e O. V. Naumov, “The road to terror”, p. 264, ed. Yale Course Book

[20] “Moscow trials 1936. August 19 (morning session), Indictment”, in art-bin.com

[21] Trotskij exhile papers, in oasis.lib.harvard.edu/oasis/deliver/~hou00301

[22] E. Nolte, “Nazional-socialismo e bolscevismo”, pp. 172-173, ed. Rizzoli

[23] J. Kershaw, “Hitler. 1935-45”, p. 851, ed. Rizzoli

24 “Tukalevskij Vladimir”, in www.edenhell.net, “Soul profile detail”.

25 G. S. Vasetskii, “Lomonosov’s philosophy”, pag. 116 e 245, Progress Publishers, in books.google.it

26 N. Andreyev, “A moth on the fence”, pag. 89, in books.google.it

27 M. Shachtman, “Behind the Moscow trial”, op. cit.

[28] “Examination of the accused Olberg”, 20 agosto del 1936, in www.marxists.org

[29] “Examination of the accused Olberg”, 20 agosto del 1936, in www.marxists.org

[30] “Rudolf Diels”, in it.wikipedia.org

[31] M. Shachtman, “Behind….”, op. cit.

[32] The case of Leon Trotsky”, terza sessione, in www.marxists.org

[33] J. R. Campbell, “Trotskij’s explanations”, Left review, dicembre 1937

[34] L. D. Trotskij, “Sulla natura sociale dell’URSS”, ottobre 1933, in www.marxists.org

[35] Papini, “La fallimentare strategia continentale di Hitler”, in www.tuttostoria.net

[36] J. Goebbels, “Communism with the Mask off”, 13 settembre 1935, in research.calvin.edu

[37] P. Brouè, op. cit., p. 789


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