Il caso Olberg e la collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti

Il 19 agosto del 1936 si aprì a Mosca il primo processo pubblico contro una serie di importanti personaggi pubblici sovietici, a partire da Zinoviev e Kamenev (due dirigenti dell’opposizione antistalinista che operò alla luce del sole all’interno del partito comunista sovietico dal 1925 alla fine del 1927), Ivan Nikitic Smirnov (un fedele e coraggioso dirigente trotzkista) e soprattutto Trotskji (pseudonimo di Lev Davidovic Bronstein, 1879-1940) e suo figlio Lev Sedov, imputati in contumacia perché in esilio, a quel tempo rispettivamente in Norvegia e in Francia.

I reati e i capi d’imputazione posti a carico degli imputati dalla pubblica accusa e dal suo rappresentante, A. Vysinskij, erano gravissimi: essi vennero accusati tra l’altro di aver complottato in segreto per rovesciare il nucleo dirigente stalinista alla guida del paese dei Soviet dal 1925, creando a tale scopo a partire dal 1932 una sorta di fronte unico e un “Blocco delle Opposizioni” guidato da Trotskji e Zinoviev/Kamenev, di aver organizzato il primo dicembre 1934 l’assassinio di S. M. Kirov, in quel periodo uno dei principali leader sovietici, di aver preparato una serie di attentati terroristici contro i più alti esponenti del potere sovietico e di essere alleati del regime nazista, nella lotta comune contro l’apparato stalinista.

In particolare uno dei sedici imputati presenti  al primo processo, Valentin Olberg, cittadino tedesco dal 1919 al 1939 e in seguito apolide, sostenne pubblicamente il 20 agosto del 1936 di essere stato in segreto un militante trotzkista a partire dal 1928 e di essere entrato in modo clandestino, in pieno accordo con Trotskij e Lev Sedov, in Unione Sovietica nel luglio del 1935 al fine di preparare un attentato contro Stalin, utilizzando a tal scopo un falso passaporto honduregno procuratogli anche grazie all’aiuto del regime hitleriano e della sua polizia politica, la Gestapo; Olberg dichiarò altresì che solo l’arresto suo e di altri militanti antistalinisti, avvenuto il 5 gennaio del 1936 nella città sovietica di Gorky e compiuto da parte dell’NKVD, acronimo allora utilizzato per indicare la polizia sovietica, aveva impedito lo sviluppo e la concretizzazione del piano terroristico diretto contro Stalin.

Intendiamo dimostrare e provare, dati concreti alla mano che:

  • Valentin Olberg costituì realmente e senza soluzione di continuità un coraggioso militante trotzkista dal 1929 al 5 gennaio del 1936, data del suo arresto a Gorky e in territorio sovietico, oltre che un uomo politico in stretto contatto con Trotskij e suo figlio Lev Sedov;
  • Valentin Olberg si recò di sua libera iniziativa in Unione Sovietica nel luglio del 1935, con un falso passaporto honduregno che aveva ottenuto all’inizio del 1935 mediante il pagamento di una tangente dall’allora console dell’Honduras a Berlino, anche grazie all’appoggio logistico fornitogli a tal scopo dalla Gestapo;
  • che esisteva quindi nel corso del 1935 una collaborazione tattica tra il regime nazista e i più alti dirigenti del movimento trotzkista, ossia Trotskij e Lev Sedov, anche a causa della lotta comune contro il regime stalinista, odiato e detestato per opposte ragioni politico-sociali da entrambe le parti in esame (il nemico del mio nemico è il mio alleato temporaneo, in estrema sintesi).

A tale scopo utilizzeremo e ci serviremo non solo di tutta una serie di dati concreti, provenienti quasi sempre da fonti e autori antistalinisti, ma anche il particolare strumento dialettico dell’«avvocato del diavolo» al fine di esporre via via dubbi e critiche alla tesi da noi elaborate su questa particolare materia d’interesse non solo storico, ma anche di natura politica e con una valenza ancora attuale.

Valentin Olberg (1907-1936) venne arrestato senza alcun dubbio in Unione Sovietica all’inizio di gennaio del 1936, ove egli era entrato di propria volontà e soprattutto in modo illegale nel luglio del 1935, mediante un falso passaporto honduregno.

Altrettanto sicuro è che tale falso documento, esibito del resto durante il processo di Mosca dell’agosto 1936, era stato procurato a Valentin Olberg all’inizio del 1935 dal consolato honduregno a Berlino principalmente grazie all’aiuto dell’apparato statale nazista e di V. Tukalevskij, un esule anticomunista dalla Russia sovietica.

Altrettanto indiscutibile è la notizia che Valentin Olberg avesse agito come un militante trotzkista tra il 1929 e il 1932 e che fosse allora in rapporto personale con Lev Sedov, uno dei principali dirigenti della costituenda Quarta Internazionale, allora guidata e diretta da Trotskij.

Siamo in presenza di alcune informazioni che, anche a prima vista, sollevano subito dei seri interrogativi sui reali rapporti tra Trotskij e i nazisti, nel 1933-36: ma proprio rispetto al caso Olberg sono emerse finora tre diverse tesi, assolutamente contrastanti tra loro.

La versione stalinista sostenne che il militante trotzkista Valentin Olberg entrò illegalmente e con una falsa nazionalità in Unione Sovietica nel luglio del 1935, su indicazione diretta di Lev Sedov, il figlio di Trotskij, soggiornando prima a Minsk e poi nella città russa di  Gorkij (odierna Nižnij Novgorod), al fine di prendere contatto con altri militanti trotzkisti e di preparare un attentato contro Stalin; e venne altresì sottolineato, durante il processo di Mosca dell’agosto del 1936 nel quale Valentin Olberg risultò uno degli imputati, che quest’ultimo era stato in stretto contatto con i nazisti e la Gestapo, la polizia segreta hitleriana, proprio nella sua azione tesa ad ottenere un falso passaporto honduregno al fine di entrare illegalmente in URSS.

La versione alternativa, quella invece fornita da Trotskij e suo figlio Lev Sedov a partire dall’estate del 1936, sostenne che Valentin Olberg costituiva un agente provocatore stalinista, che si era infiltrato ad arte nelle file del movimento trotzkista a partire dal 1929 al solo fine di comprometterlo e di danneggiarlo. Secondo questa tesi, inoltre, Valentin Olberg realmente si recò in Unione Sovietica nel luglio del 1935 mediante un finto passaporto honduregno procuratogli anche grazie all’aiuto della Gestapo, ma egli agì in tal senso sempre in qualità di infiltrato stalinista operante contro il movimento trotzkista: anche nel 1935, quindi, Olberg agì per conto e al servizio del suo vero “datore di lavoro”, e cioè il regime stalinista, a cui va pertanto imputato direttamente anche l’acquisizione di un falso passaporto honduregno grazie alla Gestapo e ai nazisti, azione per cui invece Trotskij e suo figlio Lev Sedov risultavano totalmente innocenti.

Secondo una terza e diversa tesi, proposta dal Manchester Guardian il 28 agosto del 1936, Valentin Olberg sarebbe stato invece nel 1933-35 un personaggio non legato ad alcuna fazione politica, né stalinista né trotzkista; un giovane ebreo che, incuriositosi della realtà sovietica e in serie difficoltà materiali durante il suo esilio a Praga del 1933-35, prese solo per motivi personali la decisione di recarsi nell’Unione Sovietica stalinista nel luglio del 1935, senza avere alcun contatto né con la polizia sovietica né con i trotzkisti.

Valentin Olberg: coraggioso militante trotzkista, oppure agente provocatore stalinista, o invece semplice curioso-apartitico?

Rispetto a queste tre teorie alternative intendiamo dimostrare, superando i dubbi ragionevoli e anche quelli poco razionali, che Valentin Olberg risultava realmente un ardito e sincero militante trotzkista nel 1930 come nel 1935, quando entrò illegalmente in Unione Sovietica. In tal modo otterremo la prova sicura che si sia realmente sviluppata una collaborazione diretta (a nostro avviso tattica e limitata tra nemici, con un obiettivo momentaneamente in comune) tra Trotskij e alcuni settori del partito nazista guidati da R. Hess, che aveva portato all’appoggio logistico dell’apparato statale hitleriano nell’acquisizione del finto passaporto honduregno a vantaggio del trotzkista Valentin Olberg: aiuto materiale del resto indiscutibile, ammesso anche da Trotskij (ma da lui interpretato invece come un aiuto di matrice nazista a un provocatore stalinista), rispetto a un falso passaporto honduregno altrettanto indiscutibile.

Prima di entrare nel merito, tuttavia, forniamo tutta una serie di elementi indiscutibili e sicuri rispetto al “caso Olberg” che permetteranno di far luce sull’intera vicenda.

Partiamo innanzitutto dal background familiare e politico di Valentin Olberg: sappiamo che il padre di Valentin Olberg, (nato a Zurigo nel 1907) e di Pavel Olberg (nato invece a Helsinki, nel 1909) era Paul Olberg, fino dal 1903 un noto esponente politico e un teorico dei menscevichi, la frazione più moderata dei marxisti russi che operò dal 1903 al 1921, in tale area geopolitica.

Paul Olberg nacque nel 1878 da una famiglia ebrea della Lettonia, allora parte dell’impero russo, e dal 1906 rimase in esilio prima in Svizzera e in seguito in Finlandia, tornando in Russia solo all’inizio del 1918: avversario accanito del partito di Lenin, dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 egli subito criticò in modo durissimo il neonato partito sovietico e il governo bolscevico qualificandolo nel 1919 come un regime di “terrore, corruzione e mancanza di cibo” che, a suo avviso, risultava persino peggiore dello zarismo costituendo una dittatura sul e contro il proletariato[1].

Alla fine del 1918 Paul Olberg lasciò la Russia sovietica assieme alla moglie Frida Markovna e ai figli Valentin e Pavel, per trasferirsi con la sua famiglia a Berlino dove il suo nucleo familiare rimase dal 1919 all’inizio del 1933; egli fece parte della corrente menscevica, che ormai operava quasi esclusivamente fuori dai confini sovietici a partire dal 1921, iscrivendosi allo stesso tempo alla socialdemocrazia tedesca. Dopo l’ascesa al potere del nazismo, nel gennaio-marzo del 1933, Paul Olberg si trasferì in Svezia mentre invece la moglie si recò per qualche tempo in Lettonia dove, secondo la sua testimonianza scritta conservata negli archivi Trotskij di Harvard, lavorava come massaggiatrice[2].

Per quanto riguarda invece Valentin Olberg, fin dal 1926 egli si professò comunista senza soluzione di continuità, come ammesso anche dalla madre nella sopracitata deposizione scritta.

Dal 1928 al 1930 Valentin Olberg, allora iscritto al KPD (il partito comunista tedesco), scrisse tra l’altro una serie di articoli sulla rivista “International Press Corrispondance” dell’Internazionale Comunista, fondata nel 1919 e con sede a Mosca, ma come minimo dal 1929 egli prese contatto e poi entrò a far parte del movimento internazionale trotzkista, il cui leader indiscusso era stato espulso dall’inizio del 1929 dall’URSS, adottando già in quegli anni una posizione apertamente ostile a Stalin e al suo nucleo dirigente politico che, proprio all’inizio del 1929, avevano ormai assunto la piena egemonia politica all’interno dell’Unione Sovietica.

L’insospettabile Max Shachtman, che nel 1936 era ancora un militante trotzkista, scrisse proprio in quel periodo un libro contro il primo processo di Mosca dell’agosto del 1936 e intitolato “Behind the Moscow trial”, notando a questo proposito che nel luglio del 1930 proprio Valentin Olberg elaborò un breve articolo con il titolo “Epochè Stalin”, che venne non a caso pubblicato sulla rivista dei trotzkisti tedeschi “Der Kommunist”[3].

Come prova inconfutabile dell’appartenenza di Valentin Olberg al movimento trotzkista a partire dall’inizio del 1930 – vedremo in seguito se come coraggioso militante della costituenda Quarta Internazionale diretta da Trotskij, oppure in qualità di infiltrato della polizia stalinista – emerge del resto anche il fitto carteggio intessuto dal 1930 al 1931 tra Valentin, lo stesso Trotskij e il figlio di quest’ultimo Lev Sedov, conservato negli archivi Trotskij di Harvard.

Ad esempio Trotskij scrisse una lettera molto amichevole al “compagno Olberg”, ossia a Valentin Olberg, il 27 aprile del 1930, nella quale egli esordì definendolo “caro compagno” e trattando con lui alcuni problemi politici che allora affliggevano il movimento trotzkista: la si può trovare in internet cliccando su Trotskij-Oeuvres-27 avril 1930, “Au camarade Olberg”.

Una lettera di Trotskij al “compagno Olberg”, sempre nell’archivio Trotskij di Harvard è altresì conservata la corrispondenza tra Valentin Olberg e Lev Sedov, il figlio e braccio destro politico di Trotskij, che durò fino al 1931, e nell’ultima lettera inviata a Lev Sedov da Valentin Olberg, datata 23 febbraio del 1931, si può leggere all’inizio la frase “Caro Lev Luovic, ho ricevuto la tua lettera a suo tempo”. Sempre nella stessa missiva, Valentin Olberg non solo discusse le contraddizioni politiche createsi a quel tempo all’interno del milieu trotzkista di Berlino con il figlio e braccio destro politico di Trotskij, ma altresì concluse con le parole testuali: “Io aspetto le tue direttive” (le direttive politiche di Sedov e di suo padre, di un Trotskij allora ancora confinato in Turchia) “e ti rimango fedele. Compagno Olberg. 23 febbraio 1931”.

Quindi Valentin Olberg manifestò una chiara e aperta fedeltà politica a Trotskij e Sedov poco prima che quest’ultimo arrivasse a Berlino, e quindi nella stessa metropoli in cui egli viveva da molti anni, dichiarando senza mezzi termini di aspettare le “direttive” e le istruzioni politiche di Sedov e di Trotskij.

Connettendo tali dati, emerge l’inevitabile conclusione che Valentin Olberg si presentava e agiva come un dirigente trotzkista anche alla fine di febbraio del 1931; egli costituiva quindi un quadro politico che in seguito venne espulso dal partito comunista tedesco (KPD) nel maggio-giugno del 1932 proprio per la sua attività trotzkista, e che compirà poi il suo primo viaggio segreto, sotto falsa identità e con un falso passaporto, nell’URSS stalinista del marzo-luglio del 1933.

Lo storico antistalinista Firsov ci informa infatti che sicuramente Valentin Olberg venne espulso dal partito comunista tedesco (KPD) nel maggio-giugno del 1932, e proprio per attività trotzkista: durante una perquisizione illegale e segreta di militanti della KPD nell’appartamento berlinese di Valentin Olberg, i “ladri” politici allora entrati in azione avevano infatti ritrovato al suo interno alcune lettere e cartoline inviate da Trotskij e Lev Sedov a Valentin Olberg, conservate con cura da quest’ultimo.

In seguito a tale perquisizione, Olberg venne pertanto espulso dal KPD e il partito comunista tedesco comunicò subito le nuove informazioni acquisite su di esso alla sede centrale di Mosca dell’Internazionale Comunista: grazie al lavoro di Firsov, sappiamo ormai che tutti i dati del 1932 rispetto a Olberg vennero conservati negli archivi di Mosca, risultando quindi a disposizione della polizia sovietica[4].

Altro dato sicuro: sempre verso la metà del 1932 la prima moglie di Valentin Olberg, la cittadina tedesca Sulamith Braun (1906-1937), si separò dal marito e quasi subito si spostò a Mosca, come stenografa e traduttrice presso l’Internazionale Comunista: ella rimase nella capitale sovietica fino agli inizi del 1936 e al suo arresto per attività trotzkista, a cui seguì una condanna a vent’anni di carcere duro e la sua fucilazione nel 1937[5].

Valentin Olberg, in ogni caso, nel 1933 si risposò con un’altra cittadina tedesca di nome Betty Siermann, figlia di un funzionario statale che a sua volta mandò nel corso del 1934-35 delle piccole somme di denaro a favore di Valentin Olberg e di sua figlia, ormai in esilio a Praga. Entrata in Unione Sovietica assieme con Olberg, Betty Siermann fu a sua volta arrestata agli inizi del 1936 e in seguito condannata a dieci anni di carcere, venendo in seguito riconsegnata dalle autorità sovietiche ai nazisti nel 1940: dopo tale data, di lei si perse ogni traccia[6].

Due mesi dopo l’ascesa al potere di Hitler, avvenuta alla fine del gennaio 1933, Valentin Olberg in ogni caso iniziò alla fine di marzo del 1933 un viaggio clandestino in Unione Sovietica con un falso passaporto tedesco, sulla cui esistenza concreta esiste anche la deposizione scritta della madre di Valentin Olberg, Frida Markovna, rilasciata verso la fine del 1936 e conservata presso gli archivi Trotskij di Harvard.

Proprio quest’ultima testimoniò sull’esistenza concreta del viaggio clandestino del figlio in URSS, notando nella sua deposizione scritta che a fine luglio del 1933, di ritorno dalla città sovietica di Stalinabad (odierna Dushanbe, in Asia centrale), il figlio Valentin si incontrò in Lettonia proprio con lei e con la sua seconda moglie, la sopracitata Betty Siermann.

Anche Vladimir Tukalevskij, un esule ucraino e anticomunista che conosceremo meglio tra poco, accennò più volte in un suo articolo scritto per un quotidiano di Praga alla fine dell’agosto del 1936, che Valentin Olberg più volte gli aveva riferito di essere stato un insegnante di storia a Stalinabad: del resto l’autenticità del viaggio di Valentin Olberg in URSS, dalla fine di marzo alla fine di luglio del 1933, è stata ammessa perfino dallo stesso Trotskij nel 1937 oltre che riportata persino da una rivista della Cia, in un articolo del 1972 intitolato “Leon Trotskij: the dupe of the NKVD”[7].

Dato altrettanto indiscutibile: dopo una permanenza clandestina a Mosca di poche settimane, dall’aprile al luglio del 1933 Valentin Olberg lavorò per circa tre mesi come insegnante di storia a Stalinabad, ma una irregolarità riscontrata dalle autorità sovietiche rispetto al suo falso passaporto tedesco, intestato a un’altra persona, lo costrinsero ad allontanarsi rapidamente da Stalinabad e dall’Unione Sovietica.

Dalla fine di luglio del 1933 al marzo del 1935, Valentin Olberg soggiornò invece quasi sempre a Praga assieme alla seconda moglie Betty Siermann e al fratello Pavel, prima che quest’ultimo partisse legalmente e con un regolare passaporto tedesco proprio per l’Unione Sovietica stalinista, nel novembre del 1934; e nel 1934 a Praga, Valentin Olberg ottenne la tessera di accesso come lettore alla Biblioteca Slavica di Praga, diretta dal 1929 dall’esule anticomunista Vladimir Tukalevskij, come riconosciuto da quest’ultimo nella sua dichiarazione scritta al Prager Tageblatt nell’agosto del 1936 e riportata da Shachtman nel libro “Behind the Moscow trial”.

Dopo aver cercato invano e più volte di ottenere un visto legale dì ingresso per l’Unione Sovietica, come ammesso anche dalla madre Frida Markovna, Valentin Olberg riuscì finalmente a procurarsi all’inizio del 1935 un passaporto honduregno che gli attribuiva la fittizia nazionalità di tale paese grazie a Lucas Parades, che lavorava a Berlino in qualità di console dell’Honduras presso la Germania nazista, pagando a quest’ultimo una tangente di alcune migliaia di corone ceche per entrare in possesso di tale documento; e proprio nell’acquisizione del falso documento in esame, Valentin Olberg venne aiutato direttamente anche dallo stesso Vladimir Tukalevskij, come riconobbe anche la stessa madre di Olberg.

Altri fatti sicuri e non contestati neanche da Trotskij: l’anticomunista Vladimir Tukalevskij era sospettato di legami segreti con i nazisti, venendo licenziato dalle autorità ceche dal suo incarico di direttore della Biblioteca slava poco tempo dopo l’agosto del 1936 e la conclusione del primo processo di Mosca, mentre sempre l’anticomunista Tukalevskij spedì al comunista ed ebreo Valentin Olberg nell’estate del 1935 una cartolina in terra sovietica, documento scritto di notevole rilevanza che verrà esibito pubblicamente assieme al falso passaporto honduregno dalle autorità staliniste durante il processo dell’agosto del 1936.

Munito della sua nuova e fittizia cittadinanza honduregna, Valentin Olberg nel luglio del 1935 riuscì infatti a entrare clandestinamente in Unione Sovietica assieme alla seconda moglie, Betty Siermann e, dopo una breve permanenza a Minsk, arrivò nella città russa di Gorkij alla fine di agosto del 1936, dove trovò subito lavoro come insegnante di storia nell’istituto pedagogico della sopracitata località sovietica.

Dall’agosto del 1935 al 4 gennaio del 1936, Valentin Olberg visse quindi a Gorkij per circa cinque mesi in modo illegale grazie al suo falso passaporto e cittadinanza honduregna, assieme a Betty Siermann e proprio nella stessa città in cui da alcuni anni risiedeva suo fratello Pavel: quest’ultimo, infatti, poco dopo essere giunto in URSS nel novembre del 1934 si recò a Gorkij, dove trovò lavoro come ingegnere in un grande complesso chimico di tale centro urbano.

Nessun dubbio, inoltre, che il 5 gennaio del 1936 sia Valentin che Pavel Olberg, assieme a Betty Siermann, vennero arrestati a Gorkij dalla polizia sovietica assieme ad altri cittadini sovietici accusati di attività trotzkista. In base agli archivi sovietici desegretati dopo il 1991, lo storico antistalinista V. Rogovin nel suo libro “1937” ha sottolineato a questo proposito che, una volta arrestato, Valentin Olberg quasi subito spedì ai responsabili della polizia sovietica una dichiarazione scritta in cui egli affermò testualmente: “è possibile che io possa auto-calunniarmi e fare qualsiasi cosa, se solo bastasse a porre fine alle mie sofferenze. Ma chiaramente non posso riferire ciò che è una ovvia menzogna, e cioè che sono un trotzkista, un emissario di Trotskij, ecc.”[8].

Altresì Valentin Olberg si rifiutò di collaborare con la polizia sovietica fino alla seconda metà del febbraio del 1936: solo dopo più di un mese di interrogatori egli ammise la sua militanza trotzkista e che, assieme agli altri accusati, stava preparando un attentato contro Stalin a Mosca in occasione del corteo del primo maggio.

Altro fatto indiscutibile: a dispetto dell’esistenza concreta del suo falso passaporto honduregno, ritrovato del resto dall’NKVD subito dopo il suo arresto del 5 gennaio del 1936, Valentin Olberg confessò la sua connessione con V. Tukalevskij, i nazisti e il console honduregno Lucas Parades solo nel maggio del 1936. Lo storico antistalinista V. Rogovin ammise tale fatto nel suo libro intitolato “1937”, notando che Valentin Olberg fece la sua confessione in merito al nesso Tukalevskij-nazisti-passaporto honduregno solo in giugno e per di più dopo che l’inchiesta contro lui e gli altri arrestati era stata dichiarata chiusa dall’NKVD nel maggio del 1936, venendo riaperta solo dopo un mese[9].

Ennesima informazione incontestabile: nelle dichiarazioni rese da Olberg al primo processo di Mosca, tenutosi nell’agosto del 1936, quest’ultimo attestò nel corso di un interrogatorio tenuto alla presenza anche di giornalisti e di diplomatici stranieri che egli era entrato clandestinamente in Unione Sovietica in qualità di militante trotzkista, per preparare un attentato contro Stalin; che il suo falso passaporto honduregno gli era stato procurato anche con l’aiuto della Gestapo e dei nazisti e, infine, che esisteva una collaborazione costante tra questi ultimi e i più alti dirigenti trotzkisti, a partire da Lev Sedov, figlio e braccio destro di Trotskij (che a sua volta, dal giugno del 1935 al dicembre del 1936 aveva trovato asilo in Norvegia). Le dichiarazioni rese da Valentin Olberg al processo di Mosca, durante la sessione del 20 agosto del 1936, sono consultabili facilmente sul sito www.marxists.org, mentre ovviamente si dovrà verificare punto per punto la corrispondenza delle sue affermazioni con la realtà concreta.

Al termine del processo di Mosca dell’agosto del 1936 Valentin Olberg, come gli altri quindici imputati (Zinoviev, Kamenev, ecc.) venne condannato a morte dalla corte giudicante sovietica e fu fucilato il 25 agosto, come del resto gli altri accusati[10].

A sua volta Paul Olberg, il fratello di Valentin, venne giudicato a Mosca agli inizi dell’ottobre del 1936 in un altro processo, questa volta a porte chiuse e non pubblico: come notò anche Rogovin, egli venne condannato a morte e subito fucilato assieme ad altri cittadini sovietici, arrestati all’inizio del 1936 per attività trotzkiste a Gorkij e in altre zone dell’URSS.

Fin qui i fatti sicuri, ivi comprese le dichiarazioni che Valentin Olberg sicuramente rese pubbliche ed esplicitò durante il processo di Mosca dell’agosto del 1936: tuttavia, come si è già notato, rispetto al caso Olberg sono stati via via presentati tre diversi schemi di interpretazione dei fatti, quasi come nel geniale film Rashomon di Kurosawa, e tre diverse teorie che risultano in conflitto antagonistico tra loro, escludendosi a vicenda.

Una prima tesi è quella relativa a un Olberg “curioso-apartitico”, avanzata dal quotidiano britannico Manchester Guardian il 28 agosto del 1936.

Secondo quest’ipotesi, Valentin Olberg costituiva solo un giovane ebreo non affiliato a nessuna organizzazione politica, stalinista o trotzkista, che si recò in Unione Sovietica nel luglio del 1935 spinto solo dalle difficoltà economiche e dalla simultanea curiosità di conoscere la realtà sovietica di quel tempo; tale tesi venne riportata di sfuggita anche dal trotzkista Max Schachtman, nel suo libro “Behind the Moscow trial”[11].

La seconda tesi, che invece denomineremo d’ora in poi “Olberg-infiltrato stalinista” all’interno delle file trotzkiste, venne avanzata quasi apertamente da Trotskij fin dal 20 agosto del 1936, subito dopo la deposizione pubblica di Olberg al primo processo di Mosca. In una breve dichiarazione, Trotskij scrisse infatti in data 20 agosto di non aver mai incontrato di persona Valentin Olberg ma che fin dall’inizio del 1930, quando stava cercando un segretario personale, Trotskij ricevette una comunicazione da Franz Pfemfert (uno dei suoi seguaci) che lo informava che Olberg era disposto a recarsi in “Turchia per assumere il ruolo di assistente personale del leader in esilio della Quarta Internazionale. Nella sua dichiarazione del 20 agosto 1936, Trotskij aggiunse inoltre che “il primo aprile 1930, Franz Pfemfert mi scrisse: “Olberg produce la più sfavorevole impressione”, e a parere di Trotskij sempre Pfemfert ventilò la possibilità che Olberg potesse anche appartenere alla “clique di Stalin”[12].

Secondo la teoria in esame, Valentin Olberg prese realmente contatto con il movimento trotzkista, e in seguito anche con Trotskij e con Lev Sedov all’inizio del 1930; realmente egli entrò con due diversi e falsi passaporti in Unione Sovietica, sia nel 1933 che nel luglio del 1935; realmente Olberg si procurò nel 1935 un falso passaporto honduregno dal console generale Lucas Parades, operante allora nella Germania nazista per conto del paese latinoamericano in via d’esame, anche attraverso l’aiuto di Tukalevskij e della Gestapo. Ma egli compì tali azioni in base agli ordini e alle indicazioni dirette della polizia stalinista che lo utilizzò in qualità di agente provocatore nelle file trotzkiste fin dal 1929/30, quando Olberg prese contatti con i trotzkisti di Berlino e con uno dei loro leader, Anton Grylewicz, operando come infiltrato dell’NKVD stalinista dal 1930 fino all’agosto del 1936 e senza soluzione di continuità.

Di conseguenza la tesi “Olberg-infiltrato stalinista” scagiona completamente Trotskij, Lev Sedov e gli altri dirigenti trotzkisti da qualunque responsabilità, anche indiretta, rispetto alle azioni svolte invece da Valentin Olberg nel 1930/35 in base alle direttive e in base a ordini della polizia sovietica, ossia della GPU (acronimo della polizia sovietica, dal 1923 al 1933) e dell’NKVD (nuovo acronimo della polizia sovietica, a partire dal 1934).

La terza tesi, che condividiamo e che dimostreremo come veritiera fatti alla mano, sostiene invece che Valentin Olberg fosse un coraggioso militante trotzkista che arrivò clandestinamente in Unione Sovietica nel luglio del 1935 con l’aiuto anche della Gestapo, nell’ambito di una collaborazione tra una parte dei vertici nazisti e Trotskij, al fine di uccidere Stalin; tuttavia non condividiamo invece le conclusioni staliniste del 1936/37 su un presunto e inesistente asservimento di Trotskij ai fascisti tedeschi, antisemiti e anticomunisti, visto che tutta una serie di fatti concreti (ad esempio Trotskij era un ebreo con un ego fortissimo, e fin dal 1898 si rivelò senza soluzione di continuità un convinto marxista) portano invece a concludere che tra le due parti esistesse solo una collaborazione tattica e limitata, tra nemici giurati, contro un loro nemico comune (Stalin e il suo regime) anche in vista del secondo conflitto mondiale, il cui futuro scoppio stava ormai avvicinandosi con grande rapidità proprio dopo l’ascesa al potere dei nazisti.

In ogni caso chi ha ragione, sul caso Olberg?

Il Manchester Guardian, con la teoria “Olberg-curioso apartitico”?

Trotskij nel 1936/37 con la sua tesi “Olberg-infiltrato stalinista”?

Stalin e l’NKVD, con l’ipotesi “Olberg-militante trotskista”?

Ormai in possesso di una serie di dati di fatto sicuri rispetto al “caso Olberg”, possiamo innanzitutto demolire la tesi assurda e incongruente che giudica Olberg come una persona “apartitica e innocente”, distante nel 1933-35 da qualunque contatto diretto sia con il movimento trotzkista che con la polizia stalinista.

Per demolire subito tale tesi senza lasciare spazio ad alcun dubbio ragionevole, è sufficiente anche solo tenere a mente che Valentin Olberg non entrò legalmente in Unione Sovietica nel luglio del 1935, ma viceversa in modo illegale e clandestino, utilizzando a tal proposito di sua libera iniziativa un passaporto honduregno che lo presentava sotto una falsa nazionalità: honduregna, per l’appunto, e non certo tedesca o europea.

Lo stesso Olberg evidenziò, durante il processo di Mosca dell’agosto del 1936 e di fronte alle domande di Vysinskij, ossia della pubblica accusa stalinista, che egli non aveva in alcun modo “congiunti” e parenti in Honduras, né del resto degli “antenati” che provenissero dalla piccola repubblica centroamericana, sostenendo invece e senza tema di smentite che egli risultava viceversa “nativo di Riga”, ossia di una città della Lettonia distante alcune migliaia di chilometri dal continente americano.

Sempre di sua libera iniziativa, Valentin Olberg altresì pagò sicuramente una tangente e una somma di denaro a Lucas Parades, console honduregno nella Berlino nazista del 1935: un altro atto illegale – e costoso, sul piano materiale – finalizzato a compiere un viaggio illegale all’interno dell’Unione Sovietica stalinista del 1935.

Il Valentin Olberg che entrò clandestinamente e con mezzi illegali in territorio sovietico stava pertanto commettendo nel luglio del 1935 un reato evidente, chiaro e innegabile contro lo stato sovietico da cui egli sarebbe stato “incuriosito”, almeno secondo la tesi strampalata in via d’esame, compiendo quindi fin dall’inizio del suo viaggio sia un atto ostile contro il regime stalinista che un particolare reato di cui Valentin Olberg era sicuramente a conoscenza, visto l’impegno e i soldi che gli costarono l’azione tesa a procurarsi in segreto il passaporto falso dell’Honduras.

Ma non solo: a demolire ancora di più la tesi su “Valentin Olberg–innocente curioso” interviene il fattore aggiuntivo per cui a quest’ultimo, come del resto a qualunque persona con un minimo di intelligenza, risultava chiaro ed evidente che entrare illegalmente nell’URSS stalinista del luglio 1935, ossia usare nel 1935 un passaporto con falsa identità nazionale per arrivare nel paese sovietico e soggiornarvi anche solo per pochi giorni, comportava dei pericoli significativi: rischi come minimo di arresto e di detenzione per un periodo più o meno lungo nelle prigioni sovietiche, se non peggio. A un uomo intelligente come Valentin Olberg, come del resto per qualunque persona dotata di un minimo di buon senso, risultava chiaro che entrare illegalmente nell’URSS stalinista del 1935 determinava come minimo dei seri pericoli per la propria incolumità personale, ivi compreso il rischio concreto di poter essere accusato di essere una spia straniera con tutte le ricadute negative del caso.

Il gioco – ossia l’ipotetica soddisfazione della presunta curiosità di Olberg – non valeva quindi la “candela”, e cioè la prospettiva tutt’altro che remota di finire prima o poi nelle carceri staliniste.

Inoltre Valentin Olberg, a partire dal luglio del 1935, non rimase sotto falsa identità nell’URSS stalinista di quel periodo solo per pochi giorni, diciamo per una settimana: egli risiedette invece in terra sovietica per circa cinque mesi, dal luglio 1935 al 5 gennaio del 1936, quando venne scoperto e arrestato dall’NKVD. Detto in altri termini, durante i circa cinque mesi in cui egli stazionò illegalmente in Unione Sovietica i rischi derivanti dalla sua permanenza clandestina aumentavano costantemente, e quasi giorno per giorno: Valentin Olberg infatti cercò – e trovò, guarda caso – lavoro presso l’istituto pedagogico di  Gorkij in modo illegale, visto che si presentò con una falsa identità nazionale e con un falso passaporto, e lavorò inoltre realmente per alcuni mesi presso tale istituto, continuando pertanto a commettere ulteriori reati contro la legge sovietica e il potere stalinista durante la sua permanenza nel paese dei Soviet.

Pensare che Valentin Olberg fosse incosciente e ignaro di tutti i reati evidenti che stava via via commettendo in terra sovietica, dal luglio del 1935 fino al 4 gennaio del 1936, significa cadere nel campo dell’assurdo: un presunto “curioso” e un presunto giovane “apartitico”, come venne dipinto dalla tesi in via di demolizione, non avrebbe mai commesso tutta questa serie diversificata di – prolungate, plurimensili – azioni illegali e rischiose e non si sarebbe mai comportato in modo come minimo assai simile a una spia, penetrata illegalmente in una nazione straniera.

Un vero e reale “curioso-apartitico”, non ostile a priori rispetto al nucleo dirigente stalinista, non avrebbe inoltre mai effettuato un viaggio clandestino nel paese verso cui provava una certa attrazione; non avrebbe mai cercato prima di acquisire una falsa nazionalità e un passaporto (honduregno) contraffatto per viaggiare in Unione Sovietica cercando di sfuggire al controllo delle autorità locali, né tanto meno avrebbe usato concretamente in seguito il falso documento dell’Honduras per recarsi sul posto presentando alle autorità staliniste la sua nazionalità fittizia.

Ma a devastare completamente la teoria su “Olberg-curioso e apartitico”, senza lasciare spazio a dubbi anche poco ragionevoli, interviene altresì il primo e lungo viaggio clandestino già compiuto da Valentin Olberg nel marzo/luglio del 1933 e sempre in Unione Sovietica, penetrando illegalmente e per lungo tempo all’interno del regime stalinista già nel marzo-luglio 1933.

Stiamo infatti prendendo in esame un soggiorno di Olberg in terra sovietica altrettanto sicuro e altrettanto clandestino di quello successivo, effettuato a partire dal luglio del 1935; un primo viaggio di Valentin Olberg nell’URSS del 1933 che venne compiuto, anche secondo la testimonianza della madre di Valentin Olberg, Frida Markovna, sempre con un falso passaporto, anche se quella volta di provenienza tedesca; un soggiorno sempre illegale e rischioso come quello successivo del 1935, e sempre di lunga durata (circa quattro mesi) all’interno del paese dei Soviet.

Se risultava già assurdo che un presunto “curioso apartitico” compisse un viaggio illegale e prolungato nell’URSS stalinista del luglio 1935, diventa subito abnorme e inconcepibile che sempre il presunto “curioso apartitico” di nome Valentin Olberg avesse effettuato anche il precedente e lungo soggiorno illegale nell’URSS stalinista del 1933 sempre senza secondi fini, sempre senza alcun collegamento politico né con i trotzkisti né con la polizia stalinista.

Siamo quindi in presenza di due viaggi illegali di Valentin Olberg, compiuti nella chiusa e dura Unione sovietica del 1933-35; di due viaggi clandestini e tra l’altro prolungati; di due viaggi illegali, prolungati e compiuti attraverso due diversi passaporti falsi.

Già a questo punto l’ipotesi del “curioso-apartitico” evapora ormai come neve al sole d’agosto: ma basta esaminare anche la storia personale e il background politico di Valentin Olberg perché la tesi del “curioso-apartitico” crolli e si dissolva in modo ancora più plateale.

Valentin Olberg non solo veniva da una famiglia ebrea molto politicizzata, nella quale il padre Paul Olberg era fin dal 1903 un autorevole menscevico e un teorico dell’ala moderata e antibolscevica dei marxisti operanti nell’impero zarista e in Occidente, ma altresì egli entrò in prima persona nelle file comuniste ancora in giovane età; fin dal 1928 e appena ventenne, scrisse infatti su una rivista stalinista autorevole come l’International Press Correspondance tutta una “serie di articoli sulla Lettonia” (paese in cui vissero per lungo tempo i suoi genitori), come venne ammesso persino dal trotzkista Max Schachtman nel suo scritto “Behind the Moscow Trial”.

Sempre lo stesso Valentin Olberg, il presunto “apartitico” e “curioso”, fin dal 1930 entrò inoltre in segreto nel movimento trotzkista internazionale, scrivendo tra l’altro un articolo pubblicato nel luglio del 1930 sul mensile trotzkista tedesco Der Kommunist, intitolato “Epoché Stalin”: fatto ammesso persino dal trotzkista Max Schachtman, nel suo libro sopracitato[13].

Non solo Valentin Olberg si dichiarò sempre comunista, come riconobbe del resto anche sua madre nella sua deposizione contenuta negli archivi Trotskij di Harvard, ma egli inoltre non si limitò a far parte come semplice militante di base del movimento trotzkista, visto che almeno dal 1930 – vedremo in seguito se in qualità di fedele trotzkista o di infiltrato stalinista – Olberg invece entrò in contatto diretto con lo stesso Trotskij e soprattutto con suo figlio Lev Sedov, a cui scrisse (e da cui ricevette) numerose lettere nel corso del 1930 e dei primi mesi del 1931 conservate nell’archivio Trotskij di Harvard, dimostrando come minimo un notevole interesse per le idee e pratiche politiche espresse allora da Trotskij.

Nell’ultima missiva che scrisse a Lev Sedov, datata 23 febbraio 1931 e conservata negli archivi Trotskij di Harvard, non a caso Valentin Olberg esordì affermando: “Caro Lev Luovic, ho ricevuto la vostra lettera a suo tempo”, e continuò la sua missiva criticando apertamente Kurt Landau, allora uno dei dirigenti trotzkisti tedeschi, notando che “non capisco per niente in quale gioco di Landau siamo coinvolti… Io aspetto le tue direttive e ti rimango fedele.  Compagno Olberg, 23 febbraio 1931”.

Anche nel febbraio del 1931, quindi, Olberg era inserito in un livello come minimo abbastanza elevato del quadro dirigente del movimento trotzkista internazionale e non risultava certo un “apartitico” e uno sprovveduto in campo politico: pertanto la teoria fantasiosa su un Valentin Olberg valutato in qualità di semplice “curioso” della realtà sovietica del 1935, oltre che del 1933, non sta assolutamente in piedi anche solo per il livello assai elevato di impegno e attivismo politico mostrato da quest’ultimo, nel periodo compreso tra il 1928 e la fine del 1932.

Ma non solo: Valentin Olberg costituiva così poco nel 1931-32 un “curioso-apartitico” che persino Trotskij, pubblicamente e durante la quarta sessione della commissione Dewey, ammise che quando suo figlio Lev Sedov arrivò e soggiornò per due anni a Berlino, dalla fine di febbraio del 1931, egli si incontrò più volte con Olberg e che quest’ultimo a sua volta era entrato all’interno della cerchia di amici di Lev Sedov nella capitale tedesca del 1931-32.

Ma non solo: abbiamo già notato in precedenza che nel 1932 Valentin Olberg, allora cittadino tedesco, era iscritto al KPD, ossia al partito comunista tedesco, e che venne espulso nel giugno del 1932 dal KPD stalinista sotto l’accusa esplicita di trotzkismo. Nella sopracitata intrusione illegale, effettuata da militanti clandestini del KPD nell’abitazione berlinese di Valentin Olberg, vennero infatti trovate una serie di lettere di Trotskij e di Lev Sedov che Valentin Olberg custodiva anche nel 1932 con cura, seppur con poca fortuna.

Valentin Olberg venne in pratica espulso dal KPD nell’estate del 1932 per attività trotzkista e pertanto egli sapeva benissimo, nel marzo 1933 come nel luglio del 1935, di essere stato espulso in precedenza dal partito comunista tedesco a causa della sua militanza trotzkista.

Ora, dipingere il Valentin Olberg del marzo del 1933 e del luglio del 1935 come un soggetto “apartitico” e un “semplice curioso” dell’URSS risulta un’assurdità incredibile anche solo per questa semplice ragione, risalente alla metà del 1932 e quindi a pochi mesi prima del suo primo viaggio illegale del marzo-luglio 1933. Inoltre persino un presunto “curioso-apartitico” come Valentin Olberg non poteva non sapere che, nell’Unione Sovietica del 1933-35, il trotzkismo costituiva già da alcuni anni un movimento politico illegale e aspramente combattuto dalle autorità staliniste; non poteva altresì non sapere, sia nel marzo del 1933 che nel luglio del 1935, che la sua precedente e ancora fresca espulsione dal KPD per attività trotzkista non costituiva in alcun modo un buon biglietto di presentazione, per la polizia e il governo stalinista. Eppure, a dispetto della presenza di questi elementi certi e innegabili, il presunto “curioso-apartitico” di nome Valentin Olberg entrò – tra l’altro illegalmente – nella tana del lupo stalinista: evidentemente fiducioso di ricevere, sia nel 1933 che nel 1935, le congratulazioni dell’NKVD stalinista, sia per i suoi precedenti politici di matrice trotzkista in Germania che per la sua entrata con una nazionalità fittizia in terra sovietica.

Si è già notato inoltre in precedenza come Valentin Olberg, dopo esser giunto illegalmente a Gorkij nell’estate del 1935, avesse ottenuto quasi subito un lavoro in qualità di insegnante nell’istituto pedagogico della città sovietica in via d’esame.

È vero che nell’Unione Sovietica del 1935 non esisteva da tempo la disoccupazione. Ma che un uomo di nazionalità straniera, appena arrivato in URSS con un passaporto honduregno e ancora in giovane età (nel 1935 Valentin Olberg aveva solo 28 anni) ottenesse quasi subito un lavoro a  Gorkij non come semplice manovale, ma invece in qualità di intellettuale assunto in un qualificato istituto sovietico, costituisce un anomalia così  vistosa da essere stata notata e individuata persino da uno studioso antistalinista come F. Firsov, nel suo saggio contenuto nel libro “Reflection on the Gulag”. Firsov giustamente rilevò a questo proposito come fosse assai strano che proprio Valentin Olberg, “collegato con Trotskij” e “espulso dal partito comunista tedesco” nel 1932, “potesse andare in URSS” (illegalmente, aggiungiamo noi) “e ottenere un buon lavoro” nel 1935 all’istituto pedagogico di Gorkij[14].

Giudizio e osservazione assolutamente incontestabile, quello di Firsov, proprio perché basata su fatti reali e innegabili.

L’assunzione del presunto “honduregno” Valentin Olberg all’istituto pedagogico di Gorkij, nell’estate del 1935, costituisce un fatto così clamoroso da demolire, anche se preso isolatamente, la tesi su Olberg “curioso-apartitico”: un presunto “curioso-apartitico” così “fortunato” da aver ottenuto, “casualmente” e quasi subito, un “buon lavoro” (Firsov) a  Gorkij e nell’URSS stalinista, appena arrivato in terra sovietica come straniero, e per di più avendo un passaporto falso ed esibendo una falsa nazionalità, costituirebbe un caso eccezionale di “fortuna” – si fa per dire, certo – degno di entrare nel Guinness dei primati.

Ma non solo: proprio al fine di acquisire in modo illegale il falso passaporto honduregno, l’ebreo e comunista Valentin Olberg all’inizio del 1935 sicuramente si rivolse e pagò senza ombra di dubbio una tangente al console generale dell’Honduras – Lucas Parades – che operava a Berlino, nella Germania nazista di quel tempo.

Ora, risultano subito poco comprensibili i motivi per cui un presunto “curioso e apartitico” come Valentin Olberg, ossia uno dei tanti ebrei così odiati dai nazisti in modo esplicito e fin dal sorgere del partito nazionalsocialista, avrebbe dovuto rivolgersi per ottenere un falso passaporto al rappresentante diplomatico di un paese centroamericano che operava proprio nella tana del lupo hitleriana, nella Germania nazista, antisemita e anticomunista del 1935.

In altri termini l’ebreo e comunista Valentin Olberg, al fine di entrare illegalmente nell’URSS stalinista del 1935, si mise in contatto volutamente con il console di un paese latinoamericano che – guarda caso – aveva la sua sede di lavoro proprio nella Germania nazista e anticomunista, hitleriana e antisemita del 1935, e  cioè nel posto meno salubre al mondo per un ebreo comunista: una connessione di elementi come minimo molto anomala, e che contribuisce a demolire ancora più profondamente la tesi che ritiene Valentin Olberg un “curioso-apartitico”.

Dopo l’ascesa al potere dei nazisti, nel gennaio-marzo del 1933, Valentin Olberg era stato inoltre costretto ad emigrare dalla Germania proprio per la sua scomoda posizione di ebreo e di comunista: e nel 1935 proprio il presunto “curioso-apartitico” Olberg cercò prima, e ottenne in seguito un documento illegale dal console honduregno attivo nella stessa nazione fascista che lo aveva messo in fuga e costretto all’esilio, solo due anni prima? I conti non tornano anche per questa sola ragione, e a questo punto possiamo tirare le somme.

Ciascuno dei fatti sopra indicati (l’impegno politico di matrice trotzkista di Olberg nel 1928-32, la sua entrata illegale in URSS nel 1933, il suo nuovo viaggio illegale in terra sovietica nel 1935, ecc.) demolisce subito la tesi fantasiosa su Olberg “curioso-apartitico”, anche se preso isolatamente e non messo in contatto con gli altri indizi: ma se si effettua invece tale interconnessione e si uniscono tra loro le tessere del mosaico, svanisce del tutto qualsiasi dubbio, anche poco ragionevole, sulla falsità assoluta della teoria in via d’esame.

E a questo punto rimangono sul campo solo due tesi alternative, ossia quella su “Olberg infiltrato stalinista” e la sua diretta antagonista, che vede Olberg invece operante dal 1930 all’inizio del 1936 nel ruolo di fedele e coraggioso militante trotzkista. Andiamo dunque a verificare quale delle due ipotesi sia giusta, corretta e corrispondente alla realtà storica, utilizzando a tal fine tutti i fatti sicuri a nostra disposizione: ossia una serie di elementi innegabili che se da un lato annientano e demoliscono l’ipotesi “Olberg-provocatore stalinista”, simultaneamente comprovano in modo altrettanto sicuro la tesi opposta.

È sufficiente tenere a mente che la teoria che ritiene Valentin Olberg un infiltrato stalinista nelle file della costituenda Quarta Internazionale esige e richiede, per forza di cose e in modo inevitabile, di presumere che quest’ultimo fosse un agente provocatore della polizia stalinista almeno dal 1930 all’agosto del 1936, senza soluzione di continuità: e cioè che Valentin Olberg svolgesse tale particolare ruolo nel 1930.

Nel 1931.

Nel 1932.

Nel 1933.

Nel 1934.

Nel 1935.

Nel gennaio del 1936, quando quest’ultimo venne arrestato nella città sovietica di Gorkij.

E infine anche nell’agosto del 1936, quando Olberg testimoniò al primo processo di Mosca.

Partiamo innanzitutto riesaminando un fatto sicuro e innegabile, che avvenne proprio nell’estate del 1936: l’imputato Valentin Olberg fu sicuramente condannato a morte alla fine del processo dell’agosto 1936, come tutti gli altri quindici imputati (Zinoviev, Kamenev, ecc.) in quel procedimento giudiziario, venendo fucilato subito dopo la conclusione di quest’ultimo assieme a tutti gli altri condannati.

La condanna a morte e la fucilazione di Valentin Olberg, rispettivamente il 24 e 25 agosto 1936, costituiscono due fatti innegabili che si scontrano frontalmente con l’ipotesi “Olberg-provocatore stalinista”, per motivi fin troppo evidenti. Se Valentin Olberg fosse stato realmente un infiltrato stalinista nelle file della Quarta Internazionale e per alcuni anni, dal 1930 al 4 gennaio del 1936 e se avesse realmente svolto un duro e ingrato lavoro segreto di “talpa” stalinista nelle file trotzkiste, operando come agente provocatore anche durante il processo dell’agosto 1936, sarebbe stato assurdo e incomprensibile per Stalin e l’NKVD “premiare” e gratificare il loro fedele dipendente Valentin Olberg, il loro fedele “agente provocatore”, con la “ricompensa” e la particolarissima gratificazione della pena di morte, con il “regalino” della sua irreversibile fucilazione subito dopo il processo dell’agosto del 1936.

Stalin e l’NKVD potevano benissimo far condannare il loro (presunto) agente provocatore Valentin Olberg ad alcuni anni di carcere duro e poi liberarlo in segreto dopo qualche tempo, passata la ventata dei processi di Mosca: ma invece “premiarono” il loro (presunto) fedele agente provocatore, il loro presunto “dipendente” Valentin Olberg con la durissima “ricompensa” della pena di morte e della fucilazione immediata, dopo la fine del processo di Mosca dell’agosto del 1936.

Una fucilazione irreversibile e irrevocabile, è appena il caso di notare: pertanto la tesi su “Olberg-provocatore stalinista”, sul presunto infiltrato stalinista per lunghi anni nelle file trotzkiste, viene subito messa in crisi dal dato di fatto inequivocabile costituito dall’esecuzione del presunto “agente provocatore stalinista” di nome Valentin Olberg.

Viceversa risulta fin troppo facile notare come la condanna a morte e la fucilazione di Valentin Olberg risultino invece perfettamente corrispondenti e compatibili con l’ipotesi opposta in via di esame, con la tesi “Olberg-coraggioso militante trotzkista”. Per un uomo come Valentin Olberg, che era entrato in Unione Sovietica in modo illegale e in qualità di militante trotzkista; con un passaporto falso procurato anche grazie all’aiuto logistico della Gestapo e dei nazisti; con l’intento di organizzare un attentato proprio contro Stalin; per un uomo e per un imputato del genere, per un coraggioso militante trotzkista impegnatosi a uccidere Stalin l’unica pena applicabile, nell’URSS stalinista del 1936, consisteva per l’appunto nella pena di morte e nella fucilazione immediata, senza alcuna possibilità di grazia o di carcerazione, anche lunga.

Secondo elemento concreto: qualunque (reale) agente provocatore che fosse stato davvero capace di infiltrarsi con successo nelle file della Quarta Internazionale, e per di più dal 1930 al 1935; in grado per di più di procurare all’NKVD il fatto eclatante (e l‘informazione eclatante) della connessione tra falso passaporto honduregno, Tukalevskij e la Gestapo, avrebbe meritato come minimo una medaglia al valore da parte di Stalin e dei capi della polizia sovietica, anche se consegnata in segreto.

Viceversa Valentin Olberg, il presunto “agente provocatore” stalinista, ottenne al contrario la bella ricompensa della pena di morte da parte dei suoi presunti “datori di lavoro” di Mosca, da parte dei suoi presunti capi dell’NKVD: a dispetto del lungo periodo speso nella sua presunta opera d’infiltrazione nelle file trotzkiste e degli eccellenti risultati da lui ottenuti innescando e favorendo la connessione, utilissima alla propaganda stalinista tra Tukalevskij, la Gestapo e il falso passaporto honduregno.

Se si segue la teoria “Olberg-agente infiltrato stalinista”, se ne dovrebbe inevitabilmente dedurre che proprio i migliori stachanovisti dell’NKVD venissero “ricompensati” da Stalin nel 1936 con il presunto incentivo della pena di morte, e proprio nel caso avessero svolto il loro compito con efficienza

Terza prova: la condanna a morte di Pavel Olberg, ossia il fratello di Valentin, nell’ottobre del 1936.

Lo storico Rogovin, simpatizzante trotzkista, ci ha informati che proprio nell’ottobre del 1936 e circa due mesi dopo il processo di Mosca venne condannato a morte e fucilato dall’NKVD anche Pavel Olberg, assieme ad altri uomini accusati di attività trotzkista a Gorkij e in altre zone della Russia: e anche questo fatto sicuro contribuisce a demolire ulteriormente la tesi di “Olberg-provocatore stalinista”.

Se Valentin Olberg fosse stato davvero un infiltrato dell’NKVD stalinista nelle file trotzkiste, dal 1930 al 1936, alla sua già assurda condanna a morte si sommerebbe a questo punto anche l’esecuzione di suo fratello, di Pavel Olberg. Stalin e l’NKVD avrebbero quindi espresso un abnorme e ancora più originale modo di ricompensare i loro agenti provocatori, non solo fucilandoli in prima persona ma per di più uccidendo anche i loro familiari, nel caso specifico il fratello Pavel Olberg, oltre a incarcerare sia la prima che la seconda moglie di Valentin Olberg, come si è già notato in precedenza, sempre per “ricompensarlo” in modo adeguato dei preziosi e faticosi servizi svolti da quest’ultimo a vantaggio dello stato sovietico e contro la detestata e aborrita – dal nucleo dirigente stalinista – Quarta Internazionale diretta allora da Trotskij.

Ancora una volta siamo entrati in un teatro dell’assurdo e del delirio, seguendo la tesi interpretativa in via di discussione, mentre invece l’esecuzione di Pavel Olberg risulta perfettamente corrispondente e compatibile con l’ipotesi “Olberg-coraggioso militante trotzkista”, che si avvalse anche della collaborazione del fratello Pavel nella città di  Gorkij al fine di cercare di organizzare il tentativo di uccisione di Stalin: per un reato di quel tipo, nell’Unione Sovietica stalinista del 1936 risultava infatti inevitabile e sicura la condanna a morte dei principali cospiratori, ivi compresi ovviamente anche Valentin e Pavel Olberg.

Ma passiamo a un’altra prova e a un’altra “pistola fumante” visto che V. Rogovin, storico russo molto vicino alle posizioni trotzkiste e che negli anni Novanta ha scritto un’opera intitolata “1937”, nella quale cercò di sostenere che i processi di Mosca risultavano solo delle tragiche farse inscenate da Stalin, ha contribuito involontariamente a decidere una volta per tutte la “questione Olberg” a favore di Stalin e contro le tesi sostenute da Trotskij, fin dall’agosto del 1936.

Prendendo spunto da documenti contenuti negli archivi sovietici del tempo e desegretati dopo il 1991 e il crollo dell’URSS, Rogovin infatti ci informa che Olberg venne arrestato il 5 gennaio del 1936, assieme ad altri trotzkisti di Gorkij.  Ora, il presunto agente provocatore di Stalin di nome Valentin Olberg, al posto di confessare subito o quasi subito la sua militanza (fittizia) trotzkista e in tal modo dare il via libera alle presunte montature poliziesco-giuridiche di Stalin, spedì invece agli investigatori dell’NKVD che lo avevano arrestato e sottoposto a un primo interrogatorio un’incredibile ma indiscutibile dichiarazione scritta, nella quale Valentin Olberg affermò testualmente: “è possibile che io possa autocalunniarmi e fare qualsiasi cosa, se solo bastasse a porre fine alle mie sofferenze. Ma chiaramente non posso riferire ciò che è una ovvia menzogna, e cioè che sono un trotzkista, un emissario di Trotskij, ecc.”[15].

E questo sarebbe il comportamento tipico di un vero infiltrato stalinista, di un reale agente provocatore stalinista, il cui compito sarebbe stato costituito proprio dal presentarsi al mondo sotto le (false, stiamo ora supponendo) vesti e nel ruolo di trotzkista, di seguace ed “emissario di Trotskij”?

La dichiarazione di Valentin Olberg, effettuata per iscritto dopo il suo arresto e ben meditata, risulta abnorme, incredibile e assurda se si accetta la già pericolante teoria per cui Valentin Olberg agisse fin dal 1930 come un agente provocatore di Stalin, inviato nelle file della costituenda Quarta Internazionale proprio per acquistarsi via via la fama di trotzkista, con un lungo lavoro di infiltrazione durato alcuni anni e che egli continuava a svolgere anche nel gennaio del 1936.

Aderendo per un istante a tale tesi Valentin Olberg, agente provocatore di Stalin, venne arrestato dall’NKVD evidentemente per finta (erano già d’accordo, le due parti) il 5 gennaio del 1936: ma, fatto clamoroso e abnorme, invece di “cantare” e parlare subito o quasi subito, confessando di essere un agente segreto di Trotskij in URSS, viceversa egli rilasciò una dichiarazione scritta in cui invece sostenne innanzitutto di non essere in alcun modo un seguace di Trotskij, di non essere in alcun modo un “emissario” di Trotskij. Sarebbe il primo caso mondiale finora conosciuto di un presunto agente provocatore/infiltrato di Stalin che, una volta “arrestato” (si far per dire, certo), abbia dimenticato proprio di essere un agente infiltrato (da Stalin) nelle file trotzkiste e che si autopresentava al mondo come antistalinista, smettendo quindi di fare il suo lavoro di provocatore proprio quando serviva e al momento decisivo: “lo smemorato di Mosca”, in estrema sintesi.

Ma non solo: Olberg, con la dichiarazione, avvisò altresì per iscritto e in modo preventivo di non credere alle sue eventuali e future confessioni (estorte attraverso “le sue sofferenze”) rispetto all’essere un agente e un “emissario” di Trotskij.

In pratica il presunto agente provocatore di Stalin, inviato nelle file trotzkiste per una missione prolungata di infiltrazione e provocazione, indicò di non credergli assolutamente se e quando in futuro egli avesse affermato, in prigione e sotto tortura, di essere un “emissario” di Trotskij. Saremmo quindi in presenza anche del primo caso mondiale di un agente provocatore stalinista che dichiarò, tra l’altro per iscritto e in modo preventivo, di non voler essere assolutamente creduto se egli avesse confessato in futuro di essere un trotzkista: e cioè di non prestargli fede in alcun modo, se egli avesse esposto e confessato in futuro proprio il fatto (essere un trotzkista, anche se per finta) che costituiva lo scopo essenziale della sua lunga missione di infiltrazione, avente per oggetto proprio il presentarsi in qualità di militante trotzkista, almeno dal 1930 e fino ad arrivare senza soluzione di continuità al 1936 .

Non solo “smemorato”, quindi, ma anche un (presunto) agente provocatore stalinista di tipo autodistruttivo per sé e per i suoi presunti mandanti, questo Valentin Olberg!

Secondo l’insospettabile Rogovin, Valentin Olberg inoltre iniziò a collaborare parzialmente con l’NKVD, ammettendo di essere un trotzkista, solo nel febbraio 1936 e quindi dopo almeno un mese di resistenza alle “sue sofferenze”. In estrema sintesi troviamo sia un supersmemorato che un supermasochista, nelle vesti del presunto agente provocatore di Stalin e dell’NKVD: un presunto e irreale supermasochista che, sebbene dovesse quasi per forza di cose collaborare con i suoi presunti “datori di lavoro” stalinisti, avrebbe invece scelto di resistere e restare in silenzio per più di un mese, di non dire niente per più di un mese e di subire in modo assurdo e masochistico per più di un mese proprio gli interrogatori dei suoi presunti capi, dei suoi presunti mandanti e datori di lavoro dell’NKVD.

Non è certo per caso che l’allora trotzkista Max Schachtman, nel suo libro “Behind the Moscow trial” sopracitato, abbia affermato con presuntuosa sicurezza, quando sostenne la tesi “Olberg-infiltrato stalinista”, che c’era “una buona ragione di credere che Olberg, di tutti quelli arrestati” (nel gennaio del 1936) “fu tra i primi, se non il primo” che confessarono la loro militanza e azione antistalinista[16].

Proprio magnifica e rivelatrice, la “credenza” di Schachtman sul fatto che Olberg fosse stato “tra i primi, se non il primo” a collaborare con le autorità staliniste, tra gli arrestati del gennaio del 1936.

Purtroppo per il trotzkista (del 1936) Schachtman, l’inequivocabile e sicura dichiarazione scritta rilasciata da Valentin Olberg (e riportata anche dallo storico antistalinista Rogovin) attesta invece, senza ombra di dubbio, che il coraggioso trotzkista Olberg riferì per iscritto all’NKVD dopo il suo arresto di:

  • non essere un trotzkista;
  • di non credergli, se in futuro si fosse “autocalunniato” confessando forzatamente di essere un trotzkista, un emissario di Trotskij, ecc.;
  • di voler dunque resistere, rispetto alle accuse di essere un militante trotzkista.

Siamo d’accordo su un solo punto, ma decisivo, con il trotzkista Schachtman. Se Valentin Olberg fosse stato davvero un reale agente provocatore stalinista, egli sarebbe stato sicuramente “tra i primi, se non il primo” degli arrestati del 5 gennaio 1936 a confessare di essere un trotzkista, e soprattutto mai e poi mai avrebbe prodotto la sua dichiarazione scritta sul “non credetemi, se in futuro mi autocalunnierò” ammettendo di essere trotzkista, un “emissario di Trotskij”, ecc.: ma tale dichiarazione scritta esiste realmente ed è stata ritrovata negli archivi sovietici dopo il 1991, per grande sfortuna di Schachtman.

Avendo a disposizione la dichiarazione scritta da Olberg all’inizio di gennaio 1936 e accettando per un istante la tesi di Trotskij e di Rogovin, Olberg risultava pertanto un agente provocatore smemorato, seppur infiltrato da lungo tempo nelle file trotzkiste; e per di più un provocatore che, fin dalla sua dichiarazione scritta iniziale, mandò all’aria subito la sua presunta “missione”, e cioè per l’appunto fingersi un infiltrato trotzkista in Unione Sovietica, con la frase “non credetemi, se dirò di essere un trotzkista”.

Un elemento e un individuo supersmemorato, autodistruttivo e per di più masochista, visto che Olberg sopportò senza parlare né rivelare alcunché più di un mese di interrogatori da parte dei suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD; un supermasochista che infine venne fucilato dai suoi stessi presunti mandanti proprio dopo aver compiuto il suo dovere, alias dopo essersi trasformato a partire dal 1929 in un infiltrato stalinista, operante sia all’estero che in URSS.

Siamo ormai a conoscenza di quattro innegabili anomalie da Guinness dei primati, di quattro asimmetrie combinate e devastanti, ciascuna delle quali basterebbe anche da sola a distruggere la tesi relativa a Olberg agente provocatore di Stalin; siamo ormai in presenza di quattro note dissonanti comprovate tra l’altro dal semi-trotzkista Rogovin attraverso l’uso di documenti riservati degli archivi sovietici del tempo e resi pubblici solo dopo il 1991, in una fase successiva al crollo dell’Unione Sovietica.

Sono quattro presunte anomalie viceversa inesistenti, seguendo invece l’ipotesi che vede Olberg come un coraggioso militante trotzkista. Negare con decisione la sua appartenenza alla Quarta Internazionale, anche per ovvi motivi di sopravvivenza personale, risultava infatti in questa prospettiva un’azione inevitabile per Olberg, come del resto cercare di resistere agli interrogatori dell’NKVD e di delegittimare in anticipo sue eventuali e future confessioni; come del resto diventa perfettamente spiegabile che l’NKVD abbia alla fine fucilato Valentin Olberg, proprio a causa della sua temeraria attività clandestina di matrice trotzkista in terra sovietica.

La teoria che ritiene Valentin Olberg un coraggioso militante trotzkista comprende e spiega senza alcuna difficoltà gli elementi di fatto sopra esposti, a partire dall’altrimenti assurda e abnorme dichiarazione scritta elaborata da quest’ultimo subito dopo essere stato arrestato, trasformandosi pertanto già da ora nell’unica chiave di lettura realistica rispetto al “caso Olberg”.

Risulta credibile, anche solo in minima parte, che un vero e reale agente provocatore stalinista, infiltrato realmente almeno dal 1930 nelle file trotzkiste, abbia negato anche per iscritto, una volta arrestato nel 1936 dai suoi “datori di lavoro” dell’NKVD, di essere per l’appunto un militante trotzkista, ossia il ruolo specifico che egli aveva volutamente assunto a scopi di provocazione e nell’interesse del nucleo dirigente stalinista?

Ma che assurdo tipo di agente infiltrato stalinista era Olberg, allora?

Risulta inoltre credibile che un vero, un reale e un concreto agente provocatore stalinista abbia affermato per iscritto ai suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD, appena arrestato: “non credetemi se mi autocalunnierò” in futuro, sotto tortura e/o minacce, dichiarando di essere trotzkista e un’“emissario” di Trotskij?

Ma allora, quale varietà abnorme di agente provocatore stalinista era rappresentata da Valentin Olberg?

Risulta inoltre credibile, anche solo in minima parte, che il presunto agente provocatore stalinista di nome Valentin Olberg abbia resistito per più di un mese, dal 5 gennaio fino almeno alla seconda metà di febbraio del 1936, agli interrogatori dell’NKVD stalinista e dei suoi presunti “datori di lavoro”, non rivelando neanche che egli era un trotzkista a dispetto delle sue “sofferenze”?

Ma allora, che tipo di agente provocatore stalinista assolutamente anomalo era Olberg?

Per quale incomprensibile motivo tale presunto informatore stalinista non collaborò subito con i suoi presunti “datori di lavoro” dell’NKVD che, tra l‘altro, l’avevano arrestato proprio in terra sovietica trovando subito il suo falso passaporto honduregno?

Avvocato del diavolo: “forse Valentin Olberg era davvero diventato un infiltrato stalinista disorientato e smemorato, il 5 gennaio del 1936 e il giorno del suo arresto”.

Anche ammettendo per un istante tale ipotesi, assurda oltre ogni limite accettabile, sarebbe bastata l’esistenza concretissima del falso passaporto honduregno che Olberg ancora possedeva e utilizzava un istante prima di essere arrestato il 5 gennaio del 1936, e la presunta memoria “perduta” sarebbe sicuramente tornata al presunto agente provocatore stalinista di nome Valentin Olberg: quest’ultimo avrebbe ritrovato sicuramente la sua precedente autocoscienza di infiltrato stalinista, quando gli investigatori dell’NKVD che lo avevano arrestato gli misero sotto il naso proprio il suo falso passaporto honduregno, che essi avevano requisito al momento del suo arresto e che venne del resto esibito in seguito, durante il processo pubblico di Mosca dell’agosto del 1936.

La dichiarazione scritta di Olberg (“non credetemi, se mi autocalunnierò”) e la sua mancata collaborazione per più di un mese con l’NKVD sovietica, che l’aveva arrestato agli inizi di gennaio del 1936, rappresentano quindi due elementi concreti che devastano completamente la teoria “Olberg-infiltrato stalinista”, costituendo dei fatti abnormi e assurdi se interpretati con la chiave di lettura dell’agente provocatore dei servizi segreti di Stalin.

Se poi colleghiamo tali assurdità – eventi abnormi e incredibili, ma solo prendendo per buona la tesi “Olberg-infiltrato stalinista” nelle file trotzkiste – alla reale, concreta e innegabile fucilazione del presunto agente provocatore stalinista di nome Valentin Olberg da parte dell’NKVD stalinista, nell’agosto del 1936, qualunque dubbio ragionevole già a questo punto svanisce: Olberg risultava sicuramente un coraggioso militante trotzkista infiltratosi nell’URSS stalinista del 1935 e che venne arrestato, per sua sfortuna, dalla polizia sovietica il 5 gennaio del 1936, mentre le pagine che seguono serviranno solo per far evaporare i dubbi invece poco ragionevoli e razionali rispetto alla concreta selezione tra le due tesi antagoniste poste a confronto.

Rispetto al caso Olberg abbiamo infatti a disposizione tutta una serie di altri indizi, a partire dalla richiesta di informazioni rispetto a Valentin Olberg effettuata dall’NKVD e da S.M. Spiegelglass a Mordka Zborovski, nel marzo 1936.

Zborovski a quel tempo costituiva una concreta, reale e abile “talpa” dell’NKVD (GPU, nella terminologia usata da Brouè) che a Parigi, nel corso del 1935, era riuscito a conquistarsi “a poco a poco la fiducia personale di L. Sedov” (Brouè), diventando uno dei collaboratori più fidati del figlio di Trotskij durante gli anni compresi tra 1935 e il 1937.

Cercando di utilizzare l’ottima posizione raggiunta ormai da Zborovski all’interno delle file trotzkiste, nel marzo del 1936 i servizi segreti sovietici, nella persona del loro alto funzionario S. M. Spiegelglass, chiesero al loro  agente infiltrato (conosciuto allora dai trotzkisti con lo pseudonimo di “Etienne”) di cercare di scoprire documenti, scritti e lettere contenute nell’archivio parigino del figlio di Trotskij in relazione a circa una ventina di nominativi di politici e attivisti, considerati dall’NKVD come sospetti di legami con i trotzkisti; un elenco assai particolare, di cui ancora nel 1955 “Etienne” ricorderà alcuni nomi.

Infatti nella primavera del 1936 Zborovski, trasferitosi in seguito negli USA e sottoposto a processo per attività spionistica a favore dell’URSS verso la fine del 1955/inizio del 1956, si mise al lavoro in quella direzione, come ammise davanti a una corte giudiziaria statunitense nel 1955, ma ottenne pochi risultati concreti almeno in quel campo specifico della sua attività di talpa e informatore. Stando anche alla ricostruzione effettuata dall’insospettabile storico trotzkista Brouè, nel marzo del 1936 i servizi segreti sovietici misero infatti Zborovski “in contatto con un personaggio importante, probabilmente l’alto funzionario della GPU Michail Spiegelglass evidentemente impegnato nella preparazione del processo di Mosca. Costui gli mostra una lista di una ventina di nomi – nel 1955 Zborovski dirà di ricordarsi di quelli di Zinov’ev, Smirnov, Olberg, Kurt Landau – dei quali deve cercare eventuali tracce nelle carte di Sedov. Spiegelglass gli spiega che si tratta di persone che cospirano contro l’Urss, che sono strettamente legate a Sedov e che la sorveglianza da lui esercitata potrebbe permettere di smascherarle. Zborovski esegue l’incarico con tutto lo zelo possibile, ma non ottiene grandi risultati”[17].

In questa sede non ci interessa soffermarci sull’elevato livello di penetrazione ottenuto dall’NKVD/GPU all’interno delle file trotzkiste europee già nel corso del 1935/36, ma viceversa vogliamo sottolineare la natura e l’obiettivo concreto delle informazioni richieste a Zborovski nel marzo del 1936 dai capi dell’NKVD, per il tramite di Spiegelglass: esse risultavano infatti delle domande relative ad alcuni personaggi sospettati dalla polizia stalinista di attività trotzkiste o in qualche modo legate al trotzkismo, tra i quali emerge anche il nome di Valentin Olberg.

Proprio quel Valentin Olberg che, nel marzo del 1936, era già stato arrestato da circa due mesi proprio dall’NKVD in terra sovietica, come si è già notato in precedenza.

A questo punto supponiamo ancora una volta e per un istante che sia veritiera la tesi “Olberg-infiltrato stalinista”. Ammettendo tale ipotesi e collegandola subito con le informazioni ottenute involontariamente da Brouè, otterremmo il seguente “quadretto”, allo stesso tempo esilarante e assolutamente incredibile:

  • – l’NKVD/GPU infiltrò Olberg come agente provocatore stalinista nelle file trotzkiste, a partire dal 1929;
  • – all’inizio del 1936 l’NKVD arrestò in URSS il suo presunto agente provocatore Olberg, che tuttavia si “dimenticò” di essere un agente provocatore stalinista una volta che venne arrestato;
  • – nel marzo del 1936, l’NKVD chiese altresì al suo (questa volta reale) agente provocatore e infiltrato stalinista Zborowski delle informazioni anche sul conto del suo (presunto) agente provocatore Valentin Olberg, tra l’altro già arrestato dalla stessa NKVD il 5 gennaio del 1936 e in una città sovietica.

Accettando per un attimo la tesi su “Olberg-infiltrato stalinista”, avremmo quindi un infiltrato stalinista reale e ben conosciuto dai vertici dell’NKVD (=Zborowski) che, per incarico della stessa NKVD, indagò nel marzo del 1936 rispetto a un altro agente infiltrato e provocatore dell’NKVD (=Olberg), anch’esso ben conosciuto almeno a partire dal 1929 dai vertici dell’NKVD stalinista e, per di più, già arrestato da quest’ultima nel gennaio del 1936.

Almeno seguendo la fallimentare tesi di un “Olberg-infiltrato stalinista”, si sarebbe quindi creata all’inizio del 1936 una particolare e tragicomica situazione nella quale il reale infiltrato e l’indiscutibile “talpa” stalinista Etienne/Zborowsky avrebbe dovuto investigare, e indagò realmente per conto dell’NKVD stalinista, rispetto a un altro infiltrato stalinista all’interno delle file della costituenda Quarta internazionale: siamo già ora nel campo dell’assurdo.

Inoltre l’infiltrato stalinista Etienne/Zborowsky, dal marzo del 1936 e sempre per conto dell’NKVD stalinista, indagò su un presunto infiltrato stalinista di nome Valentin Olberg che tra l’altro era già stato arrestato proprio dall’NKVD stalinista, fin dal 5 gennaio del 1936 e solo due mesi prima: ancora più assurdo.

L’infiltrato stalinista Etienne/Zborowsky indagò infine per conto dell’NKVD stalinista sull’infiltrato stalinista Valentin Olberg a partire dal marzo del 1936, e cioè dopo che quest’ultimo aveva ormai ammesso – seppur dopo più di un mese di resistenza rispetto agli interrogatori dell’NKVD – almeno di essere trotzkista, un “emissario” di Trotskij e un militante trotzkista: sempre più assurdo e delirante, sempre se si segue e si accetta l’ipotesi che Olberg agisse in qualità di infiltrato stalinista all’interno della Costituenda Quarta Internazionale diretta allora da Trotskij.

Assurdità e delirio che invece subito svaniscono, accettando la tesi che Valentin Olberg non fosse assolutamente e in alcun modo un agente provocatore stalinista, ma viceversa un militante trotzkista.

Solo in quest’ottica diventa perfettamente spiegabile e razionale la richiesta di informazioni e di prove scritte rivolta nel marzo del 1936 dai capi dell’NKVD/GPU al loro (reale) infiltrato Zborowski, affinché quest’ultimo fornisse ulteriori dati sicuri anche su un reale nemico di Stalin quale il coraggioso militante trotzkista Valentin Olberg, che già in quel periodo era considerato dai vertici dei servizi segreti leali a Stalin come un personaggio antistalinista importante, al fine di scoprire i fili nascosti della vera attività clandestina della Quarta Internazionale e degli emissari di Trotskij in terra sovietica.

Grazie anche a Brouè, l’ipotesi che Valentin Olberg fosse realmente un agente provocatore stalinista diventa pertanto ancora più assurda e incredibile, con le conseguenze inevitabili del caso esaminate in precedenza.

Un’agenzia di spionaggio può sicuramente chiedere a un suo reale infiltrato nelle file avversarie di indagare e fornire informazioni sul conto di un suo particolare nemico, nel caso specifico un militante trotzkista di nome Valentin Olberg: si tratta di un’azione razionale e sensata, anche secondo il buon senso più elementare. Ma non è certo verosimile e comprensibile il contrario, ossia che essa richieda e domandi a una sua reale “talpa” (Zborowski) delle informazioni rispetto a un suo altro reale agente infiltrato, in questo caso Valentin Olberg, tra l’altro arrestato proprio dalla polizia stalinista due mesi prima del marzo 1936 e che, nella seconda metà del febbraio 1936, aveva almeno confessato di essere un “emissario” di Trotskij.

A meno di non supporre e ipotizzare, entrando ancora di più nel mondo dell’assurdo, che anche Spiegelglass e gli altri capi dell’NKVD di Mosca fossero diventati improvvisamente anch’essi degli “smemorati” (forse imitando il loro presunto e “smemorato” agente provocatore, Valentin Olberg?) nel marzo del 1936, “dimenticandosi” pertanto di avere almeno dal 1930 alle loro (presunte) dipendenze Valentin Olberg, di averlo fatto infiltrare da ben sei anni all’interno delle file trotzkiste e di averlo fatto arrestare ad arte il 5 gennaio del 1936 a  Gorkij, in terra sovietica.

Ma dovremmo entrare in un presunto regno di follia e di mancanza di memoria collettiva degno per l’appunto di un manicomio allo sbando, e non certo degli efficienti servizi segreti sovietici degli anni Trenta.

Testo integrale sul libro in pubblicazione

di Daniele Burgio , Massimo Leoni, Giovanni Pluchino e Roberto Sidoli


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