Capitolo Decimo

Capitolo Decimo

“L’ipotesi Hong Kong: identikit e critica/anticritica”

Dopo l’Argentina (2000) e l’Islanda (2008), è venuto ormai il (triste) turno di altre bancarotte statali nel 2010.

A fianco dell’Italia, ma in posizione ancora peggiore, sta arrivando il momento anche degli Stati Uniti in questo duro elenco: la paura espressa dall’amministrazione Obama durante l’apice della “crisi greca” e riferita all’effetto domino, con un “credit crunch” simile a quello del settembre 2008, risulta perfettamente giustificato.[1]

Tutti i dati a disposizione all’inizio del 2012 portano a concludere che il debito sovrano statunitense andrà in default al massimo nel giro di tre anni, e più probabilmente entro la fine del 2013, a meno di assistere ad un intervento su scala gigantesca della Cina accompagnata simultaneamente da una profonda riforma (progressista e pacifista) dell’intera struttura del capitalismo americano: il “punto di ebollizione” (G. Chiesa) nella grande “vasca” del mondo occidentale risulta ormai molto  vicino al salto di qualità.

In caso di  (futura ma sicura) imminenza ravvicinata della bancarotta del debito federale degli USA, abbiamo notato che si apre un campo di potenzialità politico-sociale al cui interno emergono quattro diverse varianti ed alternative:

–          “ipotesi Gingrich-Stranamore”: default del debito USA, guerre nucleari “mirate” contro Iran, Corea del Nord e (forse) Cina probabile guerra nucleare globale e “non limitata”;

–          “ipotesi Gingrich”: default debito USA caos economico mondiale guerra civile strisciante negli USA, intervento massiccio di Guardia Nazionale ed esercito in terra americana (magari legittimata anche da un attentato, vero o presunto, sul suolo americano);

–          “ipotesi rivoluzione”: default degli USA sollevazioni popolari gigantesche negli USA, vittoria del movimento di massa anticapitalista nel paese nordamericano;

–          “ipotesi Hong Kong”: imminenza default debito USA, compromesso planetario tra Cina  (e i BRICS) e gli USA.

Sempre data per certa (futura, ma sicura) l’imminenza della bancarotta del debito sovrano degli USA nel giro dei prossimi tre anni al massimo, come arco temporale più ottimistico-dilatato, quale delle quattro variabili è più probabile che si realizzi?

Dipenderà principalmente dai rapporti di forza politico-sociali.

In un primo sotto-scenario, se il default dovesse avvenire dopo l’elezione presidenziale del novembre 2012 e con la vittoria in essa di un candidato repubblicano (non necessariamente del Tea Party, visto che anche molti dei leader dell’ala moderata di tale formazione sono ormai su posizioni iperconservatrici vicine a quelle della Palin), a nostro giudizio “l’ipotesi Gingrich” diventerebbe purtroppo lo scenario nettamente più probabile. Senza tra l’altro escludere, in un futuro più o meno prossimo, la possibilità che il nuovo presidente “repubblicano-bancarottiere” possa poi dare fiato ai venti di guerra contro la Cina, che già ora soffiano impetuosi in molte stanze del Pentagono e dei più accesi “falchi” statunitensi.

Come aveva ribadito G. Chiesa fin dall’agosto del 2011, in assenza di fatti nuovi l’orizzonte mondiale, neanche tanto remoto (“da qui a 5-10 anni al massimo”) diventa quello di una Terza Guerra Mondiale che, a giudizio del pubblicista italiano, gli Stati Uniti scateneranno contro la Cina e, sempre a suo (forse errato) avviso, “solo chi è più armato di tutti può decidere di questo conflitto imminente. Cioè gli Stati Uniti”.[2]

In un secondo e diverso “sottoscenario”, che veda collocato invece l’imminenza del default statunitense prima degli inizi di novembre del 2012, oppure dopo ma in presenza di un Obama capace di vincere le elezioni presidenziali d’autunno, “l’ipotesi Hong Kong” diventerebbe invece a nostro avviso   l’opzione più probabile all’interno dello scenario politico statunitense, intesa come “male minore” per una parte importante dell’alta borghesia del paese e “bene maggiore” (anche e non certo “massimo” ed ottimale) per le masse popolari americane.

Una profonda differenza, tra due “sotto-scenari” in via d’esame, viene determinata e riprodotta dalla tipologia del nucleo dirigente politico, che risulterà al potere, nell’imminenza o durante l’inizio del periodo del default: è un punto assai rilevante.

Fermo restando la matrice anticomunista sia di Barak Obama che dell’ancora sconosciuto candidato presidenziale repubblicano, qualunque sia dei due il vincitore alle elezioni di novembre del 2012, i referenti sociali di Obama risultano tuttavia diversi da quelli di un presidente conservatore-repubblicano; afroamericani, chicanos, operai sindacalizzati e lavoratori statali non potrebbero certo tollerare un disastroso default del debito sovrano senza ribellarsi in massa, anche in un “ipotesi Gingrich” gestita da Obama e da un’amministrazione democratica.

Non solo:  nella (inevitabile) repressione sanguinosa che seguirebbe l’(inevitabile) rivolta, Obama commetterebbe un suicidio politico totale, facendo sparare  sui ghetti neri in stato di effervescenza.

Aggiungendo danno e beffa al suo suicidio politico, l’amministrazione Obama inoltre non si garantirebbe certo l’acquiescenza dei repubblicani e dei loro potenti mandanti sociali, a partire dal complesso militar-industriale, viceversa ne diventerebbe un loro ostaggio impotente e deriso per il resto del suo mandato: sia che il default avvenisse prima che dopo le elezioni presidenziali del novembre 2012, in caso di un eventuale vittoria dell’ex senatore dell’Illinois.

Non solo: la potente ala sinistra del partito democratico non accetterebbe in alcun caso lo scenario previsto dall’ipotesi Gingrich.

Se (se…) Obama non avesse a disposizione un opzione di riserva alternativa, non vi è alcun dubbio che accetterebbe, da buon anticomunista e uomo d’ordine selezionato da tempo  dall’ala meno oltranzista della borghesia statunitense, di far partire l’“ipotesi Gingrich” con il reddito e derivato sottoprodotto di repressione, lacrime e sangue di churchilliana memoria.

Ma un alternativa alla “variante Gingrich” sussiste realmente e da almeno un paio d’anni, risultando ormai ben conosciuta sia da Obama che dai suoi esperti consiglieri. Come ed assai meglio di coloro che stanno scrivendo, lo staff del presidente USA attualmente in carica è sicuramente al corrente delle significative, parole pronunciate pubblicamente fin dal 20 settembre del 2011 dal consigliere capo della banca centrale cinese, l’autorevole Li Daouki, secondo il quale addirittura “10 trilioni di dollari” (10.000 miliardi di dollari…) controllati dall’apparato statale cinese “attendono di essere investiti negli USA”, e di essere usati, come ha chiosato correttamente un analista, “sul cadavere del partito Repubblicano, si potrebbe aggiungere”.[3]

Un alternativa in parte allettante sia per Obama che per i suoi mandanti sociali, ivi compresa la fazione meno reazionaria del capitalismo statunitense, sotto l’aspetto economico (“arriva babbo Natale, e parla cinese”) e sul fronte politico,  per lo più se paragonata alla devastazione ed al suicidio che comporterebbe inevitabilmente l’“ipotesi Gingrich”. Un’alternativa di fronte al futuro crollo del debito sovrano USA, di cui è già ora espressione (certo minimale e limitatissima) la forzata decisione presa dall’amministrazione democratica, nel gennaio del 2012, di tagliare di circa 260 miliardi di dollari le spese per le forze armate nel 2012/2016: una piccola “sforbiciata”, ma indicativa.

“Ma l’amministrazione Obama ha espresso per tutto il 2010 e il 2011 una linea politica chiaramente anticinese”, si potrebbe obiettare. Vero, verissimo, ma essa non era ancora con l’acqua alla gola: a titolo di esempio concreto, basti ricordare l’atteggiamento assunto da G. Tremonti, in precedenza un fiero anticomunista anticinese, quando la crisi del debito sovrano italiano è esplosa nel settembre del 2011, con la sua impellente richiesta di aiuto finanziario proprio a… Pechino.

“Ma ancora il 17 novembre del 2011, di fronte al parlamento australiano, Obama aveva espresso una chiara opzione anti-cinese dichiarando che “il mio orientamento è chiaro. Quando stileremo i progetti e i fondi per il prossimo futuro, assegneremo le risorse necessarie per mantenere una nostra forte presenza militare in questa regione nel Pacifico”.

Vero, verissimo. Se (se…) l’amministrazione Obama non dovesse affrontare una futura bancarotta, continuerebbe inevitabilmente a perseguire l’attuale linea politica anticinese, che individua chiaramente in Pechino il nemico numero uno dell’imperialismo statunitense.

Il  problema tuttavia, è come essa reagirebbe in presenza di un imminente default del debito USA: evento che radicalizzerebbe inevitabilmente la sua linea politica generale, sia in campo interno che internazionale imponendo o una decisa svolta a destra (“ipotesi Gringrich”, o “ipotesi gringrich-Stranamore”) o una repentina conversione a sinistra dell’aministrazione Obama.

Un eventuale presidente repubblicano-conservatore, alla Palin, non potrebbe che scegliere l’“ipotesi Gingrich” (o peggio) in caso di imminenza del default USA, mentre l’amministrazione Obama sarebbe invece almeno incerta rispetto all’“ipotesi Hong Kong”: un asimmetrica non da poco, ferma restando la comune scelta di campo anticomunista e filocapitalista dei due schieramenti principali in campo negli Stati Uniti.

Il resto (e che resto…) lo deciderebbe l’atteggiamento delle masse popolari statunitensi e la forza di mobilitazione della loro ala sinistra, contrapposta alla prevedibile contro mobilitazione degli aderenti al Tea Party: mai come negli Stati Uniti del 2012/2014, risulterà vero l’assioma marxista secondo cui in ultima analisi “sono le masse popolari a scrivere la storia”, nel bene come nel male.

Come hanno notato G. Chiesa e P. Cabras, risulta in ogni caso necessario capire se arriveremo al “punto di ebollizione” del capitalismo mondiale ed occorre anche “identificare con la maggior precisione possibile, chi sono gli “attori” in grado di influire, almeno in via teorica, su questo percorso temporale. Sappiamo che, attorno a questo interrogativo, stano lavorando in  molti, nei think tank più qualificati del pianeta, a Washington e a Pechino, a Londra, Berlino, Parigi, New Delhi, Ankara. Le risposte che stanno formulando sono molto diverse le une dalle altre. E probabilmente sono assai diverse anche da quelle che noi formuliamo in queste brevi note. Tuttavia, ci preme qui sottolineare due cose: la prima è che da come si affronta questo problema dipenderà la sorte dell’umanità e il modo in cui avverrà il passaggio,  o la transizione, del multipolarismo attuale a qualche cosa di diverso. La seconda è che, proprio per la grandezza della posta in gioco, che è poi la nostra sopravvivenza e quella dei nostri figli, occorrerà molto sangue freddo e molta attenzione affinché non venga sbagliata l’analisi. Perché sbagliare sarebbe come paracadutarsi senza paracadute”.[4]

Proprio per evitare errori grossolani di calcolo, a questo punto si deve passare all’identikit dell’“ipotesi Hong Kong”, partendo dalla sua matrice e finalità principale.

Essa non è altro che uno scenario (potenziale e non-inevitabile) di compromesso planetario tra due contraenti principali (anche se non certo unici), e cioè da un lato la frazione meno reazionaria ed aggressiva della borghesia statunitense,  supportata da un ampia fascia delle masse popolari del paese, e dall’altro la direzione del partito comunista cinese, mandatario politico dei produttori diretti del gigantesco paese asiatico. A tali ipotesi fanno fugacemente riferimento G. Chiesa e P. Cabras quando, nel loro interessante libro, notano che “il modello americano, per altro, mostra crepe talmente evidenti che nemmeno il Mainstream, impegnato allo stremo, con il suo straripante esercito di propagandisti, riesce a nascondere il disastro incombente. La Banca centrale europea, invece di assumere gradualmente una strategia autonoma e differente rispetto a quella di Wall Street, chiedendo con fermezza l’istituzione di nuove regole per la finanza mondiale, segue la scia di Washington, quando dovrebbe ormai essere evidente che occorre venire a patti non solo con i popoli europei, ma con la Cina, il Giappone, il Brasile, l’India. Certo che, per evitare il peggio, occorre salvare gli Stati Uniti e Gran Bretagna dalla bancarotta in cui si trovano, ma non ci sarà salvataggio possibile se non attraverso un negoziato mondiale che certifichi nuovi rapporti di forza”.[5]

Durante tutta una prima fase di durata come minimo quadriennale, in caso di un suo avvio concreto e reale, l’“ipotesi Hong Kong” inevitabilmente si incentrerebbe ed avrebbe come suoi elementi costitutivi una serie di cardini e oggetti specifici di progettualità/praxis politico-sociale, in parte condensabili nel “piano Tobin/Stigliz/Krugman”. Esso consiste nel:

–          salvataggio, pilotato e oggetto di una mediazione preventiva, del debito sovrano statunitense da parte dell’apparato statale cinese. Un flusso enorme di denaro pubblico si dirigerebbe da Pechino a Washington, comprendendo una parte dei “dieci trilioni di dollari” in mano cinese a cui accennava l’autorevole Li Daokui, in cambio di precise contropartite dalla sponda americana;

–          l’acquisizione di pacchetti azionari di minoranza in alcune delle più grandi imprese statunitensi, a partire dal settore bancario, da parte dello stato cinese (prima contropartita);

–          processo immediato e su vasta scala di disarmo da parte del governo statunitense, a partire dalle basi militari all’estero/guerre stellari/occupazioni USA di paesi stranieri (seconda contropartita), a cui corrisponderebbero subito atti concreti di distensione/disarmo del governo cinese, a partire dalle zone “calde” di Taiwan e della penisola coreana;

–          processo di risanamento su larga scala del bilancio statale degli USA, di matrice realmente riformista di sinistra. Oltre al taglio drastico delle spese militari, si potrebbe avviare la riduzione delle spese per i farmaci (Stiglitz), un aumento  accelerato dell’imposizione fiscale sui ricchi e sulle multinazionali, tale da riportarli ai livelli vigenti negli USA durante gli anni 1945/1970 (sempre Stiglitz), il rientro in patria/tassazione dei circa duemila miliardi di dollari lasciati attualmente all’estero dalle multinazionali statunitensi, una super-Tobin tax (dell’1%) imposta negli USA e nel resto del mondo sulle transazioni finanziarie nel sistema banco centrico, sia “normale” che “ombra”:

–          controllo strettissimo e un processo graduale di riduzione al minimo livello della “finanza ombra”, apparsa negli USA e nel mondo occidentale dopo il 1971/80;

–          progressiva creazione, nel giro di circa un triennio, di una nuova moneta internazionale di riserva/riferimento, con un “paniere” che comprenda oltre al dollaro lo yen, la sterlina, l’euro e lo yuan cinese, avendo come base le riserve aurifere. In altri termini, la vecchia proposta avanzata da Keynes a Bretton Woods, modificata per adeguarsi alla nuova situazione mondiale, oppure ancora prima “lo scenario monetario possibile, una moneta paniere basata sulle principali valute del pianeta, proposto dal politico  e banchiere italiano, Luigi Luzzati, nel corso della prima guerra monetaria del secolo tra Sterlina e Dollaro, la crisi del 1907. Il 15 novembre 1907, sul viennese Neue Freie Presse, Luzzati propose “una conferenza internazionale di pace contro la lotta per l’oro” dove si auspicava, a chiare lettere, un direttorio di banche centrali sotto forma di una Commissione Monetaria Internazionale permanente, per redimere le controversie sull’oro e regole fisse di compensazione monetaria tra stati”; [6]

–          riforma del Fondo Monetario e della Banca Mondiale, imponendo “solo” ai due istituti di applicare ai paesi del cosiddetto Terzo e Quarto Mondo i “tassi cinesi” attuali, l’assenza di ingerenze politiche nei paesi in via di sviluppo e la concentrazione di buona parte dei fondi erogati nei settori strategici delle infrastrutture, oltre che in agricoltura, sanità ed educazione;

–          moratoria decennale sulla restituzione e gli interessi pagati dai paesi più poveri alle banche occidentali e al FMI/Banca Mondiale,  con limitati “danni economici” al sistema finanziario compensabili anche grazie alla Tobin-tax;

–          grazie anche alla “Tobin-tax”, un piano d’emergenza, finanziato innanzitutto da Cina e Stati Uniti, al fine di ridurre in tempi rapidissimi le morti per inedia e malattie facilmente curabili (morbillo, malaria, dissenteria, ecc) nel Terzo mondo, iniziando dalla proposta di Stiglitz di garantire a tale area i farmaci salvavita “necessari a prezzo di costo”; [7]

–           risoluzione immediata (e più che matura) del conflitto arabo-israeliano, con il riconoscimento di uno stato palestinese ed un flusso gigantesco di aiuti economici internazionali a quest’ultimo, pari almeno a quello ottenuto finora da Tel-Aviv per mano americana, con la precisa contropartita del riconoscimento della sicurezza/fronti-ere/integrità dello stato ebraico da parte di tutte le nazioni ebraiche;

–          inizio della riconversione su larga scala della struttura produttiva statunitense, oltre che mondiale, verso l’“economia verde” e le fonti energetiche rinnovabili, il risparmio energetico ed il riciclo quasi totale delle materie prime, l’auto ecologica ecc;

–          come suggerito sempre da Stiglitz, in un suo libro del 2006 (“La globalizzazione che funziona”), iniziare a limitare sensibilmente il segreto bancario e a creare un crescente controllo sui “paradisi fiscali” (Svizzera, Cayman, Bahamas, Guerseney, ecc) sparsi per il pianeta, anche per iniziare un seria lotta alla corruzione, al traffico di droga ed al crimine organizzato su scala internazionale con tutta una serie di misure “riformiste-forti” internazionali.

Come aveva notato N. Roubini ancora il 20 settembre del 2011, si potrebbe avere un cambio di modello di riferimento nel capitalismo mondiale prendendo come esempio Singapore, visto che il ricercatore USA era convinto che proprio “Singapore – che ha avuto imprese di proprietà statale e una forte regolamentazione abbinata al libero mercato – sia un economia che possa essere al riparo dagli shock globali”.[8]

Del resto si tratta di un modello alternativo di capitalismo che, senza successo, era stato proposto nel lontano periodo compreso tra il 1945 ed il 1948 dall’ala sinistra del partito democratico e dal suo leader di allora, H. Wallace: forse i tempi sono diventati maturi?

In ogni caso le misure proposte/proponibili, quasi tutte inevitabili se (se…) si adotta su scala planetaria l’“ipotesi Hong Kong”, non sono certo di matrice rivoluzionaria ed espropriatrice, ma invece un serio programma “riformista-forte” che potrebbe essere accettato da una parte della stessa borghesia statunitense in un caso di totale emergenza, oltre che in una certa misura già enucleato da tempo da due celebri studiosi americani, J. Stiglitz e P. Krugman: anticomunisti,  ma coscienti della gravità della  crisi capitalistica/USA e decisamente intenzionati a promuovere l’attuazione di un “riformismo- forte”.

Krugman ha affermato con decisione, dalle pagine dell’anticomunista New York Times e già  nel corso del 2011, che “una parte troppo grande della ricchezza e del talento degli Stati Uniti è stata usata per escogitare e vendere complessi sistemi finanziari – sistemi che hanno la tendenza a far saltare l’intera economia. Mettere fine a questo stato di cose farà sicuramente male all’industria della finanza. E allora?”[9]

A sua volta J. Stiglitz, premio Nobel per l’economia, ha proposto sempre l’anno scorso quattro semplici, ma incisivi “consigli” all’amministrazione Obama “al fine di ridurre drasticamente il debito pubblico statunitense.

  1. Abrogare immediatamente i tagli alle tasse per i più ricchi, sia quelli di Bush Junior sia quelli prorogati dall’attuale amministrazione.
  2. Fine alla guerra in Afghanistan e in Iraq “che non hanno migliorato la nostra sicurezza” e stanno costando migliaia di miliardi di dollari.
  3. Investimenti per lo stimolo all’occupazione. “Mettere le persone al lavoro può costare soldi, ma farà crescere le nostre entrate fiscali nel medio periodo” alleviando il deficit.
  4. Riforma del Medicare. Secondo la legge attuale le grandi case farmaceutiche fissano i propri prezzi, eliminare questa disposizione consentirebbe al governo di negoziare con Big Pharma da una posizione di forza risparmiando 1000 miliardi in dieci anni con i nuovi contratti”.[10]

Fin dal lontano 1972, inoltre, James Tobin (altro economista premio Nobel, statunitense ed anticomunista) aveva già proposto una tassa che avrebbe dovuto colpire, in maniera assai contenuta, tutte le transazioni sui mercati valutari per stabilizzarli penalizzando le speculazioni valutarie  a breve termine e contemporaneamente procurando un flusso di entrate da destinare alla comunità internazionale.

L’aliquota proposta era bassa, tra lo 0,05 e l’1%, ma ad un tasso dello 0,1% la tassa Tobin garantirebbe già  ora ogni anno all’incirca 166 miliardi di dollari, il doppio della somma annuale necessaria ad oggi per sradicare in tutto il mondo la povertà estrema, e ad un livello dell’1% potrebbe fare ottenere più di mille miliardi di dollari all’anno: in buona parte utilizzabili dalle (attualmente disastrate) finanze statunitensi, almeno fino al termine del periodo di transizione necessario per ridurre al minimo grado possibile il sistema dei derivati e della finanza-ombra. In altri termini, il “virus” stesso (in via di scomparsa) aiuterebbe per una sorta di contrappasso a curare, almeno per alcuni anni, la “malattia” da esso provocata al sistema capitalistico occidentale.

A sua volta l’effettivo avvio, la graduale applicazione e soprattutto un successo almeno parziale della prima fase dell’“ipotesi Hong Kong” aprirebbe il campo ad un secondo periodo di sviluppo dell’opzione planetaria in via d’esame, con obiettivi assai più ambiziosi quali:

–          lo sradicamento totale delle ignobili morti per inedia, mancanza di acqua potabile e malattie facilmente curabili, e cioè la moderna Auschwitz che affligge la nostra specie;

–          l’eliminazione quasi totale delle armi atomiche nel nostro pianeta, e quella completa delle altre armi di sterminio di massa, chimiche e batteriologiche, dell’“incubo Hiroshima” che affligge dal 1945 la  nostra specie;

–          la sempre più forte riduzione dell’effetto serra e del grado d’inquinamento del nostro pianeta, dell’“infarto ecologico” che dal 1945/60 affligge la nostra specie.

Tre obiettivi assolutamente riformisti ed in gran parte compatibili con lo stesso processo di riproduzione/accumulazione capitalistico: ma che allo stesso tempo risultano purtroppo ancora all’inizio del 2012 quasi inconcepibili, fantascientifici ed utopici, mentre invece potrebbero essere realizzati con un grado serio, ma assolutamente superabile, di difficoltà tecnico-finanziarie, una volta risolta la (decisiva ed ipercomplicata…) questione politica, della volontà/progettualità politica. Tre obiettivi allo stesso tempo minimalistici e giganteschi, la cui realizzazione concreta permetterebbe di evitare al genere umano il pericolo concreto e sempre crescente della sua autodistruzione, oltre a restituire almeno riproduzione materiale di base, dignità e speranza a miliardi di “dannati della terra” (Fahon).

E per avvicinarsi a risolvere via via tali gigantesche problemi, serve come minimo un “riformismo forte”: non soft, è bene chiarirlo subito, ne tanto meno il “controriformismo” ed il liberismo soft adottato quasi senza eccezioni dalle socialdemocrazie europee e dal partito democratico statunitense, tra il 1978 ed il 2011.

Gli attori ed i protagonisti in positivo dell’“ipotesi Hong Kong” costituiscono il secondo “scatto” dell’identikit in via d’elaborazione, premettendo subito che non si tratterà certo di un matrimonio d’amore, ma, viceversa, di un patto di medio periodo stipulato tra soggetti politici a volte potenzialmente conflittuali, ed in precedenza avversari.

Tra gli attori emergono innanzitutto la Cina ed il partito comunista cinese, proprio perché si tratta, come ha notato lo studioso anticomunista G. Chiesa, dell’unico centro nevralgico economico-finanziario del pianeta che “appare al riparo (relativo) rispetto alla tempesta che si sta rovesciando sull’America  e sull’intero Occidente”.

Infatti “la Banca centrale cinese non è indipendente dal governo cinese; lo yuan ha un corso “politico” chiaramente programmato a Pechino e svincolato dalle logiche di Wall Street. I cinesi che comandano sono marxisti e sanno che la roulette della finanza è un trucco, dove il mercato non c’entra niente. Le decisioni essenziali sono squisitamente politiche. Per questo non si sono fatti assorbire, o integrare, nel mercato globale. E perché dovrebbero?

Nei prossimi cinquant’anni – questa è la dimensione del loro tempo, mica come da noi dove il tempo si misura a trimestri – loro saranno il mercato di se stessi, mentre l’Occidente andrà in malora. Ai trucchi di Wall Street, controllati da Wall Street, preferiscono i propri. Avete mai visto una delle famose “agenzie di  rating” dare un giudizio perentorio sulla borsa di Shanghai? Da noi quando Moody’s o Standard&Poors, aprono bocca, tremano le borse, crollano le quotazioni. Dovrebbero ridere tutti, se ricordassero che queste “agenzie” sono i croupiers truffaldini della roulette, gli artisti dell’insider trading i maggiordomi delle grandi banche d’investimento, i funzionari a pagamento della Grande Bisca di Wall Street. Eppure il panico si diffonde – fa parte del gioco – perché tutti devono rimanere all’interno della convenzione. Se cerchi di uscirne, sarai fatto a pezzi.

Pechino ha deciso, molto semplicemente, di non entrarci. E’ entrata nell’Organizzazione mondiale del commercio, partecipa al gioco, ma come un visitatore pieno di soldi. La sua banca sta fuori, da un’altra parte. Usa i vantaggi di partecipare al gioco della roulette, ma non scommette che gli spiccioli. Ecco perché  i giudizi delle agenzie di rating non interessano un bel niente a Pechino, se non per le ripercussioni che hanno sugli investimenti cinesi in occidente, o nel regno del dollaro. E infatti la Borsa di Shanghai si fa i fatti suoi.”[11]

Si tratta di un attore politico marxista, ma che non desidera sicuramente catastrofi/guerre su vasta scala nel nostro pianeta e che, a determinate condizioni e senza voler imporre assurdi e controproducenti egemonismi in salsa han, potrebbe intervenire in soccorso degli Stati Uniti se essi virassero finalmente a sinistra, anche se con un  modello ancora riformista ed ancorato ad una scelta di campo capitalista. Pechino ha sia l’autorità, che la volontà politica ed i mezzi materiali per giocare un ruolo di primo piano all’interno dell’“opzione Hong Kong”: anche (ma non solo) al fine di evitare il caos planetario che deriverebbe da un default americano e che prima o poi coinvolgerebbe anche la Cina, non tanto sul piano economico ma soprattutto sotto l’aspetto militar-nucleare, a dispetto della volontà/praxis del suo nucleo dirigente comunista.

Il secondo protagonista non potrebbe che diventare/essere Barack Obama ed il partito democratico statunitense, con i loro variegati mandanti sociali, se (grosso se) l’attuale presidente americano svoltasse realmente a sinistra, dopo una sua eventuale rielezione.

Dato per assodato la paurosa imminenza del default USA e l’opposizione di principio del partito repubblicano all’“ipotesi Hong Kong”; dato per quasi sicuro (al 99,99 per cento) che non nascerà entro il 2012 una formazione politica di sinistra, capace di battere alle elezioni presidenziali del novembre 2011 sia i repubblicani che i democratici; dato per quasi sicuro (al 99 per cento) che il candidato naturale di questi ultimi sarà proprio Obama; dato per quasi sicuro (al 99,99 per cento) che, nella variante di un crollo finanziario che si verifichi prima delle elezioni del novembre 2012 sarebbe proprio l’attuale presidente in carica a dover gestire “la patata rovente” del default; ammesso (ma non certo dato per scontato) che quest’ultimo riesca a vincere le elezioni presidenziali statunitensi di questo novembre; tutto ciò premesso, se (se…) l’“ipotesi Hong Kong” potrà  realmente uscire dal limbo storico delle potenzialità non sfruttate, il primo presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti risulterà uno degli attori principali del suo processo di contrattazione preventiva e di (eventuale) messa in pratica.

Ma è realistica, una sua svolta a sinistra di tale portata, anche se “solo” riformista?

G. Chiesa ha notato giustamente, rispetto ai primi tre anni di mandato presidenziale di Obama e fino all’agosto del 2011, che tale periodo ha sicuramente mostrato un nucleo dirigente politico ben diverso da “quel Barack Obama che fu eletto nel 2008, l’Obama pacifista, l’Obama democratico, l’Obama ecologista, l’Obama della Nuova Frontiera, l’Obama che prometteva – ahi quanto incautamente! – di far rivivere il sogno americano.

Del resto è ormai molto difficile  distinguere le speranze e le illusioni dei “molti” da quelle dell’“uno”, supposto che le coltivasse realmente e non avesse ingannato tutti fin dall’inizio, lui e la squadra di sponsor che lo hanno portato al potere. Ma il fatto è che, giunto nell’empireo nel mezzo della tempesta che stava squassando il mondo finanziario tutto intero – tempesta nata negli Stati Uniti – Barack si è schierato senza esitazioni dalla parte delle grandi banche d’investimento che avevano provocato quella crisi. E’ stata Wall Street la sua stella cometa, non le speranze di giustizia sulla cui onda aveva nuotato. Aveva annunciato la rivoluzione verde, ma rilanciò, tra la sorpresa generale, l’atomo. Come non bastasse, accontentò i petrolieri autorizzando le perforazioni petrolifere in Alaska e lungo la costa occidentale, sul Pacifico. Solo il disastro del Golfo del Messico e l’esplosione della Deepwater Horizon della British Petroleum lo indussero a sospendere la decisione. Gli undici morti, lo tsunami di petrolio vomitato dal profondo, la gigantesca crisi ecologica che ne seguì, richiesero una pausa. Ma, trascorso il tempo necessario perché tutto fosse dimenticato (e nella società dello spettacolo questo tempo dell’oblio è ormai molto breve), ecco il “presidente verde” ri-autorizzare le trivellazioni petrolifere su larga scala, e non solo sulle rive occidentali, ma anche su quelle orientali dell’Atlantico”.[12]

Senza il rapido avvicinarsi, fin dall’estate del 2011, del tremendo terremoto/default economico che scuoterà entro i prossimi tre anni la superpotenza (militare) statunitense, non vi è alcun dubbio che Obama si sarebbe rassegnato a continuare nel ruolo di “valletto di  Wall Street”, anche se dotato di un modesto margine d’autonomia: ma lo stesso G. Chiesa lucidamente ha notato come, dal 2012 in poi, per l’impero statunitense i tempi da vivere non saranno assolutamente “normali”, ma viceversa abnormi e potenzialmente catastrofici, tali da richiedere un vero leader ed un “condottiero” alla F. D. Roosevelt.

“Qualcuno ha definito Barack Obama come la più riuscita operazione di maquillage della storia contemporanea. L’èlite politica americana – quella più intelligente –  aveva ben capito che Washington non avrebbe più potuto tenere insieme il mondo con la faccia neocon. Si è scelta un presidente capace di contenere le contraddizioni interne e, nello stesso tempo, di presentarsi all’esterno con un volto molto arcigno, disponibile ad accettare una idea multipolare, seppure all’acqua di rose: adelante con juicio. Ha funzionato, in prima battuta. Sfortunatamente sia la crisi interna all’Impero sia quella esterna non ammettono una soluzione “moderata”. Non si può guidare un impero che affonda con un guidatore “normale”, ovvero con un presidente capace di fare solo giochi di prestigio. Sarebbe necessario un condottiero. Ed è un ipotesi che sicuramente non solo noi stiamo prendendo in considerazione. Si tratta ora di vedere in che modo ciò avverrà, essendo chiaro che la  sostituzione (o il travestimento) richiederà un operazione di maquillage molto più invasiva”.[13]

E sulla piazza, almeno all’inizio del 2012 e per tutto l’anno in corso, la figura di Barack Obama presidente in carica, conosciutissimo, afroamericano e con un inevitabile potere di richiamo sugli elettori di colore, ormai con una discreta esperienza di potere alle spalle oltre che ben connesso con la frazione meno aggressiva della borghesia statunitense, attualmente non ha rivali nè reali nè potenziali in campo democratico ed alla sua (vasta) sinistra, a dispetto della figura intelligente e decisa di Matt Dimon proposta con  lucida carica provocatoria da Michael Moore, poco prima della “Buffett tax” e della prima timida svolta a sinistra di Obama.

Un’alternativa politica reale ad Obama? Nei tempi brevi, quasi sicuramente un nuovo presidente repubblicano-conservatore…

Obama come artefice/contraente dell’“ipotesi Hong Kong”, sempre e solo ovviamente in presenza di un imminente bancarotta del bilancio pubblico degli USA? Solo una possibilità al 50%, in questo momento, che si scontra alla pari con uno scenario alternativo in cui l’attuale presidente statunitense in carica scelga invece la “variante Gingrich” ed una sorta di “guerra fredda” (all’inizio…) con la Cina Popolare, suscettibile di degenerare in tempi non troppo lunghi in un conflitto armato: una probabilità di esito positivo che a sua volta dipende ed è collegata, in larga misura, allo sviluppo di un movimento di massa negli USA diretto almeno contro lo strapotere di Wall Street ed a favore di un processo di ridistribuzione del reddito tra le classi in terra americana. Sussistono molte variabili che potrebbero influire su Obama e sui suoi mandatari politici, non ultima per importanza la risposta concreta delle masse popolari e del già forte partito comunista greco all’inevitabile aggravamento della paurosa crisi che attraversa il paese ellenico ed al più che probabile default: uno scenario di lotta imprevedibile nel suo esito (forse… rosso), che sarebbe di lezione anche per la borghesia statunitense.

Un altro attore positivo, nel caso di una svolta progressista a vasto raggio del partito democratico, dovrebbe risultare la Russia dopo la vittoria di Putin alle elezioni presidenziali del marzo 2012.

Crediamo che, almeno su questo punto, avesse torto G. Chiesa quando aveva previsto nell’estate del 2011 che l’ipotesi per il futuro prossimo più probabile “è la Russia – lasciata a se stessa, in preda alle proprie debolezze – finisca per schierarsi con l’Occidente, contro la Cina. Più che per l’atavica paura russa del vicino gigante orientale, ciò avverrà per il groviglio d’interessi che  la lega allo sviluppo capitalistico consumista che sta andando in rovina. Stiamo perciò assistendo allo strano spettacolo di un facoltoso gigolò che si affretta a comprare il biglietto per salire sul Titanic”.[14]

Riteniamo invece che Putin sia un uomo politico troppo abile, con dei mandatari sociali troppo lucidi e con una trama di rapporti strategici già così ben consolidati con Pechino da non poter cadere in una simile trappola ed in un tale suicidio: il suo nuovo mandato politico-sociale vedrebbe sicuramente con favore l’“ipotesi Hong Kong”, se Mosca ed il mondo dovranno assistere all’imminenza (o allo scoppio) della bancarotta statunitense.

Per quanto riguarda l’Europa di Maastrich ed il suo asse centrale, la Germania, già da tempo la borghesia tedesca ha manifestato cauti segnali d’interesse per un asse strategico tra Berlino, Mosca e Pechino: si pensi solo all’astensione comune all’Onu con Russia e Cina sulla guerra contro la Libia, alias ostilità al piano Geithner del 2010 per colpire i paesi esportatori, alle fiorenti relazioni economiche-tecnologiche con il gigante asiatico ecc.

La (probabilissima) necessità di ricorrere all’aiuto finanziario cinese per sostenere i numerosi paesi pericolanti dell’area  dell’euro costituisce un secondo fattore da considerare, anche per bloccare il chiaro disegno espresso da Washington dal 2010 e finalizzato, come ha notato lucidamente  G.Chiesa, a demolire la sovranità europea “attraverso l’erosione sistematica delle sovranità dei singoli paesi più deboli. Le convulsioni greche sono già state seguite da quelle irlandesi, e portoghesi. Seguiranno Spagna e Italia, in un gioco di domino che vedrà estendersi non solo il controllo della finanza mondiale sui singoli stati, ma la trasformazione dell’euro in moneta ancillare al diretto servizio del debito americano”.[15]

La Germania ha molto da guadagnare, e soprattutto moltissimo da evitare di perdere, dall’avverarsi dell’“ipotesi Hong Kong”, anche perché potrebbe svolgere un ruolo di utile mediatore nella complessa ed intricata partita planetaria che si potrebbe aprire nei prossimi due anni, a determinate condizioni.

Almeno sotto quest’ultimo aspetto, un discorso in buona parte analogo vale anche per la Gran Bretagna, che pur risulta come i cugini statunitensi sull’orlo della bancarotta.

Secondo alcuni analisti, tra cui P. Cereghino e G. Belllini, la borghesia finanziaria inglese (la “City” di Londra) da lungo tempo sta pensando di sganciarsi dall’alleanza subordinata che ha intessuto con Washington dopo il 1941/45, per mettersi in proprio e giocare un ruolo autonomo di mediazione tra le grandi potenze, prima e durante la fase imminente del default: utilizzando a tal fine, oltre alle sue ottime relazioni con Cina ed USA, le sue efficienti e plurisecolari reti di interconnessione bancaria-monetaria. Specialmente l’eventuale processo di creazione di una nuova moneta internazionale di riserva/riferimento potrebbe, almeno nel breve periodo, aprire forse la  strada anche ad una situazione nella quale un gruppo di potere che rappresenta il fulcro internazionale del vecchio impero britannico (il Commonwealth) abbia invece “la possibilità di sfruttare l’impreparazione degli inseguitori più titolati per inserirsi nel processo e raccogliere il potere e in vantaggi perduti con due guerre mondiali. Perché “gli inglesi”?

–          perchè gli inglesi hanno maturato, durante il gold standard classico, un’ampia capacità di gestione di un sistema monetario basato su garanzie reali, mentre negli Stati Uniti hanno dimostrato di non essere assolutamente affidabili in questa bisogna;

–          perché la ripresa della piena sovranità britannica, legata all’indebolimento americano, richiede l’inversione della politica monetaria rispetto agli anni del blairismo…

–          …perché nel precipitare della situazione a trarre vantaggio sarebbero proprio gli inglesi, in quanto in grado di proporsi come ente indipendente e super partes nelle tenzoni monetarie, abbastanza piccoli da non disturbare, abbastanza grandi da essere credibili.

–          perché gli inglesi hanno dato fuoco alla miccia delle catastrofi finanziarie già molte volte in passato, sanno come si fa e hanno un gruppo dirigente pronto a farlo”.[16]

Avrebbe tra l’altro parecchio da rosicchiare, da guadagnare con la sua “mediazione”: tanto più che proprio rispetto a compromessi importanti e di lunga durata con tradizionali nemici storici, la borghesia inglese ha ormai accumulato una notevole esperienza. Basti pensare agli incontri del 1985 avvenuti in segreto tra Oliver Tambo, importantissimo (e radicale) leader dell’ANC sudafricana, e Gavin Relly, uno dei dirigenti dell’Anglo American Corporation, il più importante trust minerario del Sudafrica, che prepararono in parte il terreno al grande compromesso politico-sociale conclusosi dopo pochi anni tra il movimento di liberazione africano e la sezione principale della borghesia bianca, con le sue relative ricadute (liberazione di N. Mandela nel 1990, elezioni nel 1994 con la schiacciante vittoria dell’ANC, ecc).

Per quanto riguarda paesi importanti ed emergenti come India e Indonesia, Turchia e Sudafrica, Egitto e Nigeria, Brasile ed Argentina, oltre a poter impedire il caos tremendo che altrimenti esploderebbe in giro per quasi tutto il pianeta, con il derivato pericolo per il loro stesso processo di sviluppo, l’“ipotesi Hong Kong” consentirebbe loro di partecipare al processo di ridefinizione degli equilibri planetari e di innalzare in modo sensibile il loro status complessivo all’interno dell’arena internazionale, acquisendo allo stesso tempo l’avvio dell’ormai indispensabile processo di riequilibrio degli attuali (asimmetrici e vergognosi) rapporti di scambio tra Nord e Sud del pianeta.

Un eccellente argomento anche per i leader e le masse popolari della grande maggioranza delle nazioni del cosiddetto Terzo Mondo. Anche estrapolando dagli stati socialisti (Cuba, Vietnam, Laos, Corea del Nord), da quelli che hanno avviato un lento processo di transizione verso il socialismo (Venezuela e Bolivia) e dai paesi collocati su posizioni decisamente antimperialiste (Iran e Siria), il Sud del globo già ora ha ben apprezzato i vantaggi derivanti dal trattamento cooperativo adottato nei loro confronti dalla Cina il (“Bejing consensus), specie se confrontato con la pratica politico-economica esercitata finora contro di essi dall’imperialismo occidentale (il “Washington consensus”).

Se rispetto alle tendenze/controtendenze che attraverserebbero, con tutta probabilità, le masse popolari statunitensi rispetto all’opzione in via d’esame ci siamo già dilungati in precedenza, va subito sottolineato come gran parte della sinistra occidentale, sia di matrice socialdemocratica (anche se ormai assai logorata) che comunista, adotterebbero un atteggiamento di regola favorevole nei confronti dell’“ipotesi Hong Kong”, con l’eccezione quasi totale dell’area (sparuta e quasi residuale, salvo che in Francia) d’estrema sinistra, nelle sue quasi infinite ramificazioni/divisioni interne.

Sommando i paesi emergenti (India, ecc) del sud del pianeta, + la netta maggioranza delle nazioni povere + la sinistra occidentale + gli stati socialisti/sulla via del socialismo, non si può che concludere che l’opinione pubblica mondiale si colloca già ora potenzialmente a sostegno di un avanzato e dinamico “compromesso storico planetario” in grado almeno di evitare il caos planetario, e di iniziare almeno ad affrontare, con un minimo di concretezza, i “tre flagelli” combinati che affliggono il genere umano dall’estate del 1945, e cioè l’incubo nucleare, l’orrore permanente dello sterminio per fame/malattie curabili nel Terzo Mondo e l’infarto ecologico incombente sul nostro pianeta.

Un processo di costruzione dell’identikit di un opzione passa tuttavia anche attraverso l’identificazione preventiva dei suoi nemici, dei “protagonisti in negativo” di una lotta che assumerà  proporzioni planetarie e probabilmente di notevole intervista.

Si è già descritta in precedenza la potente ala reazionaria ed aggressiva del capitalismo statunitense, a partire dal suo complesso militar-industriale. Essa inoltre riuscirebbe facilmente a  creare una rete mondiale di lotta contro l’“ipotesi Hong Kong”, con i segmenti a lei affini delle borghesie occidentali e giapponesi ed unendo a se i settori più reazionari degli apparati statali della rete imperialistica (oltre che ovviamente l’estrema destra e le forze razziste), preparando anche nel migliore dei casi movimenti di massa più o meno estesi che denuncino la (presunta) “resa al comunismo” e probabilmente anche atti di terrorismo su vasta scala, purtroppo facilmente prevedibili e da mettere anticipatamente in preventivo.

Sempre in caso di default imminente/imminente affermazione dell’ipotesi Hong Kong, a questo variegato fronte “anti-riformista” si aggiungerebbero anche la potente borghesia parassitaria dell’Arabia Saudita. Giulietto Chiesa ha notato con la consueta lucidità che proprio dalla dinastia corrotta dei monarchi sauditi, da decenni “un enorme flusso di denaro viene indirizzato, dai servizi segreti sauditi, attraverso le organizzazioni fondamentaliste wahhabite, verso l’Afghanistan, il Pakistan, la Cecenia, l’India, la Bosnia, l’Albania, il Kosovo, la Cina, gli altri paesi arabi. In tal modo, si sono ottenuti risultati di grande efficacia. Minacciare e ricattare, di volta in volta, chi tra gli arabi tendesse a uscire dal seminato; lanciare segnali alla Russia e tenere Mosca sotto permanente ricatto destabilizzatore nel Caucaso, lasciando tracimare all’occorrenza il terrorismo islamico fin nella capitale o nelle regioni del Sud, confinanti con il Caucaso; lanciare segnali alla Cina nello Xinjiang; tenere sotto scacco l’India; mantenere il Pakistan sotto permanente controllo. Infine, last but not least, tenere al guinzaglio l’intera galassia sunnita contro la minaccia sciita, cioè l’Iran: il prossimo bersaglio.”[17]

Si tratta di un potenziale d’urto facilmente motivabile e indirizzabile contro i nemici vecchi (= Cina) e nuovi (= Stati Uniti eventualmente orientati a sinistra): il clan saudita è troppo reazionario ed arrogante per poter anche solo prendere in considerazione delle ipotesi riformistiche che intacchino, seppur solo in parte modesta, i suoi enormi privilegi e le sue  gigantesche rendite petrolifere.

Seppur su un fronte ideologico e di classe opposto, anche una netta maggioranza dell’estrema sinistra occidentale purtroppo si schiererebbe con tutta probabilità contro l’“ipotesi Hong Kong” e ne denuncerebbe (specularmente alla destra statunitense ed europea) il carattere controrivoluzionario ed orwelliano, il suo segno di resa al “capitalismo di stato” cinese e dei BRICS, e via condannando e maledicendo.

Diventa infatti facile rilevare come sussista e persista tutta una tradizione poco nobile, di durata quasi secolare, che la spinge in questa direzione, a partire dal Bucharin del febbraio/marzo del 1918: allora leader dei comunisti di sinistra”, l’archetipo dell’estrema sinistra occidentale condannò senza mezzi termini la pace di Brest-Litovsk (svantaggiosissima) conclusa dal neonato potere sovietico con l’imperialismo tedesco con concetti e parole così dure, come emerge da una “risoluzione di fiducia” del febbraio 1918 emessa dal Comitato bolscevico della regione di Mosca, da costringere Lenin a definirle “cosa strana e mostruosa”.

Lenin rilevò che tale “risoluzione” era “seguita da un testo esplicativo”, che riproduciamo per intero:

“IL Comitato della regione di Mosca non crede sia possibile evitare una prossima scissione nel partito e si assegna quindi il compito di contribuire al raggruppamento di tutti gli elementi comunisti rivoluzionari conseguenti che lottano sia contro i fautori della conclusione di una pace separata, sia contro tutti gli elementi opportunisti moderati del partito. Noi crediamo sia conforme agli interessi della rivoluzione internazionale ammettere la perdita eventuale del potere dei Soviet che sta diventando ormai puramente formale. Come nel passato, noi consideriamo nostro compito fondamentale la diffusione delle idee della rivoluzione socialista in tutti gli altri paesi, l’applicazione decisa della dittatura operaia, la repressione implacabile della controrivoluzione borghese in Russia”.

Lenin rispose che “noi sottolineiamo qui le parole che sono… strane e mostruose.

Il nodo della questione è in queste parole. In queste parole tutta la linea degli autori della risoluzione spinta fino all’assurdo. Queste parole scoprono con straordinaria  evidenza le radici del loro errore.

“E’ conforme agli interessi della rivoluzione internazionale ammettere la perdita eventuale del potere dei Soviet…”. Ciò è strano, poiché non vi è nemmeno un nesso fra i postulati e la deduzione. “E’ conforme agli interessi della rivoluzione internazionale ammettere la sconfitta militare del potere sovietico”: una siffatta tesi potrebbe essere giusta o no, ma non si potrebbe chiamarla strana. Questo in primo luogo.

In secondo luogo: il potere dei Soviet “sta diventando ormai puramente formale”. Ecco ciò che non è già più solamente strano, ma addirittura mostruoso. E’ evidente che i nostri autori si sono inoltrati in un dedalo inestricabile, toccherà a noi sbrogliare la matassa.

Sulla prima questione i nostri autori pensano evidentemente che sia conforme agli interessi della rivoluzione internazionale ammettere la eventualità di una sconfitta militare che condurrebbe alla perdita del potere dei Soviet, cioè alla vittoria della borghesia in Russia. Esponendo questa idea gli autori riconoscono indirettamente che è giusto, ciò che ho affermato nelle mie tesi (del 7 gennaio 1918, pubblicate sulla Pravda del 24 febbraio), e precisamente che il rifiuto di accettare le condizioni di pace offerta dalla Germania condurrebbe la Russia alla disfatta e all’abbattimento del potere dei Soviet.

E così, la raison finit touiours par avoir raison, la verità prende sempre il sopravvento! I miei avversari “estremi”, i moscoviti, che ci minacciano di scissione, hanno dovuto, – appunto perchè hanno spinto le cose sino a parlare apertamente di scissione, – sciorinare fino in fondo anche le loro considerazioni concrete, quelle stesse che le persone le quali si limitano a frasi generali sulla guerra rivoluzionaria preferiscono eludere”.[18]

E’ abbastanza noto che gran parte dell’estrema sinistra locale e sudamericana si è già schierata decisamente contro il processo antimperialista e (timidamente) anticapitalistica avviato da Chavez in Venezuela fin dal 1999, anche se i “superivoluzionari” partirono da posizioni politico-sociali opposte a quelle della destra, della borghesia e dell’alto clero venezuelano, schierati a loro volta sul piano di un’opposizione senza quartiere al governo bolivariano di Caracas: si tratta di un “paradigma di rifiuto” di ogni compromesso, preventivo e non dialettico, che si riproporrebbe sicuramente in tutto il globo di fronte al potenziale scenario planetario, più arretrato di quello venezuelano dal punto di vista socioeconomico e politico, incarnato dall’“ipotesi Hong Kong”.

Nell’opzione in via d’esame emergerebbe sicuramente anche una “zona grigia” di forze incerte, oscillanti ed indecise, anche in presenza di una grande mobilitazione di massa a suo favore.

A tale settore “di frontiera” apparterrebbero quasi sicuramente:

–          la rete sionista statunitense e mondiale, anche di fronte a precise e solide garanzie di sicurezza (e finanziamenti economici su vasta scala) a favore di Israele, oltre che ovviamente per la borghesia statunitense ed occidentale: si può sicuramente immaginare anche la formazione di una “strana alleanza” (già creatasi sottobanco in passato) tra il fondamentalismo islamico, in tutto o in parte controllato dall’Arabia Saudita, e la parte più reazionaria del movimento sionista;

–          il Vaticano. L’alta gerarchia cattolica ha via via intessuto a partire dall’inizio del Novecento, e particolarmente con l’abile finanziere B. Nogara, e la fondazione dello IOR, una fitta rete d’interconnessione economica e politica con i grandi monopoli e le multinazionali capitalistiche di quasi tutto il mondo, oltre a rimanere uno dei principali proprietari di beni immobili, terreni e case all’interno dell’Europa. La partita è indecisa, tuttavia viste le posizioni pubbliche del Vaticano a favore della pace e dei poveri del Terzo Mondo, almeno a livello verbale, la necessità di tener conto dei referenti sociali della chiesa cattolica (in gran parte lavoratori, nel Sud del pianeta), la presenza di una parte del clero ancora su posizioni riformiste (come quelle della forte Teologia della liberazione sudamericana e del cardinale Martini di Milano) e soprattutto la paura del caos insita nella psicologia collettiva delle alte sfere ecclesiastiche di Roma, fattori che forse potrebbero determinare il via libera della chiesa cattolica al processo di formazione dell’“ipotesi Hong Kong”:  sempre con precise garanzie e condizioni, ed a patto che si sviluppi realmente un movimento di massa progressista, diretto almeno contro lo strapotere della finanza mondiale ed i “tre flagelli”;

–          l’alta borghesia giapponese. A partire dal 1948/55, una delle sue più profonde contraddizioni interne risulta lo scontro/unità dialettica tra la sua spinta reazionaria, revanscista ed imperialistica, più o meno nascosta ma reale, e la sua volontà parallela (rimasta finora, quasi sempre allo stato latente) di affrancarsi finalmente dall’oppressiva tutela, politico-militare ed economica, esercitata per decenni sul paese nipponico dal “Grande Fratello” di Washington: la direzione concreta della risoluzione di tale contraddizione, oltre all’umore/coscienza che prevarrà tra i lavoratori nipponici e dal grado di aggravamento della già profonda crisi strutturale in cui si trova da due decenni il capitalismo giapponese, contribuiranno a determinare il processo di risposta dell’élite economico e del nucleo dirigente nipponico di fronte alla futura imminenza del default USA e della (eventuale) risposta riformista, pacifista-ecologica, a tali eventi epocali.

Il processo di costruzione di un identikit richiede anche, se non soprattutto, la focalizzazione dei mezzi materiali disponibili a sorreggere l’opzione in via d’esposizione.

A supporto dell’“ipotesi Hong Kong” potrebbero essere mobilitati ed utilizzati, per il solo soccorso/ristrutturazione del bilancio/economia statunitense:

–          almeno e come minimo cinquecento miliardi di dollari all’anno (per triennio) provenienti dalle casse dello stato cinese, anche riducendo ai minimi termini la cifra di dieci trilioni di dollari prevista dal cauto e pragmatico Li Daokui;

–          almeno trecento miliardi di dollari all’anno di entrate create da una tassazione abbastanza rigorosa, ma non certo draconiana, dei ceti ricchi e dei profitti delle multinazionali statunitensi;

–          almeno cento miliardi di dollari all’anno ottenuti grazie ai risparmi ottenibili, con relativa facilità, dalla riforma della spesa dei farmaci negli USA (Stiglitz);

–          almeno trecento miliardi di dollari all’anno provenienti dalla fine delle costosissime occupazioni statunitensi dell’Afghanistan (sempre Stiglitz), dalla riduzione progressiva delle basi USA e Nato all’estero e dalla fine dei costosi programmi quali le Guerre Stellari, i nuovi prototipi di armi non-nucleari, ecc;

–          almeno centocinquanta miliardi di dollari all’anno (per circa un triennio) derivanti da un livello di tassazione più che modesto (il 25%) sul rientro progressivo della massa enorme di capitali lasciati volutamente all’estero dalle multinazionali statunitensi, equivalenti ad una somma uguale a circa duemila miliardi di dollari;

–          circa centocinquanta miliardi di dollari all’anno, per almeno un quinquennio, derivanti da una  Tobin tax relativamente moderata sulle transazioni finanziarie che si riprodurranno sui mercati finanziari americani nel prossimo quinquennio.

Tirando le somme, per almeno un triennio dai (potenziali) flussi finanziari in entrata e dai tagli mirati alla spesa verrebbero formati un “tesorone” annuo pari ad almeno 1500 miliardi di dollari: una “sorgente” capace in altri termini di erogare almeno 1500 miliardi annui per almeno un triennio, destinabili sia al lungo processo di risanamento del deficit USA che al rilancio dell’“economia verde” del paese e del suo settore scientifico-tecnologico non destinato agli utilizzi bellici, alla riconversione progressiva del complesso militar-industriale, ecc.

Un flusso di risorse enormi e per un periodo relativamente prolungato, che eviterebbe il default e allo stesso tempo avrebbe le basi per un rilancio dell’apparato produttivo civile degli USA: con tagli finanziari assai pesanti ma non devastanti, visti gli stratosferici livelli di profitto accumulati in precedenza, perfino per il complesso militar-industriale, per la finanza USA e “Big Pharma”, e relativamente contenuti per i super ricchi statunitensi.

Per quanto riguarda la matrice ideologica dell’“ipotesi Hong Kong”, essa risulta di carattere umanista oltre a ricollegarsi strettamente alla corrente migliore e più avanzata del pensiero occidentale non-comunista, e cioè a quel diffuso e radicato populismo di sinistra che, partendo da Jean Jacques Rosseau, ha interessato via via in forme diverse la progettualità/praxis di uomini politici quali T. Jefferson, Lincoln, Garibaldi, Herzen, F. D. Roosevelt e J. F. Kennedy/Ted Kennedy.

Il profondo respiro umanista dell’“ipotesi Hong Kong”, il suo afflato universalista e pacifista, subito emerge perché l’opzione in via d’analisi tende principalmente a soddisfare alcuni bisogni basilari e fondamentali dell’intera specie umana, e cioè l’eliminazione progressiva dei “tre flagelli” che stanno minacciando concretamente dopo il luglio del 1945 il processo di riproduzione del genere umano: l’enorme e terrificante accumulazione di armi di sterminio, a partire da quelli nucleari, l’agghiacciante, visibilissima e costante “Auschwitz” moderno dello sterminio per fame/malattie curabili che affligge il cosiddetto Terzo Mondo e, infine ma non certo per importanza, la devastazione ecologica di proporzioni immani che sta subendo il nostro pianeta negli ultimi decenni, ad un ritmo sempre più accelerato.

In seconda battuta, va evidenziato come l’“ipotesi Hong Kong” si colleghi anche alla tendenza politico-culturale del populismo di sinistra che si è riprodotta carsicamente all’interno del mondo occidentale ed il cui padre fondatore è stato il grande filosofo Jean Jacques Rosseau, il leader indiscusso della tendenza di sinistra dell’illuminismo occidentale.

Seppur senza mettere in discussione la proprietà privata e l’intero processo di accumulazione capitalistica, tale corrente politico-culturale ha sempre espresso l’esigenza di porre in primo piano anche i bisogni materiali e culturali dei lavoratori e delle masse popolari, oltre ad avere come proprio imperativo categorico l’obiettivo dell’eliminazione della guerra e della fame dalla faccia della terra.

Ad esempio F. D. Roosevelt, seppur legato ad una ferrea scelta di campo filo capitalistica, espresse in modo sintetico il “dna” e l’essenza più profonda del populismo di sinistra all’interno del mondo occidentale quando, in un suo celebre discorso tenuto al Congresso degli Usa l’8 dicembre del 1941 e subito dopo l’attacco giapponese contro Pearl Harbor, enunciò la “dottrina delle quattro libertà”. Secondo tale prospettiva, lo scopo principale dell’azione politica degli stati Uniti doveva tendere a promuovere e difendere, sia sul piano interno che internazionale, non solo la libertà di espressione e la libertà di culto, ma  anche la libertà dal bisogno (= dalla fame, dalla disoccupazione, dall’assenza di tutela sociale)  e la libertà dalla paura (= dal timore del nazismo e dalla guerra, dalla ripetizione di nuove disastrose depressioni come quella degli anni Trenta, ecc).

Diventa relativamente facile, per i marxisti, far notare le principali debolezze del populismo di sinistra, e cioè il mancato collegamento tra disoccupazione/guerra/miseria e dinamica di sviluppo capitalistico oltre all’evidente asimmetria tra discorsi/enunciazioni di principio e praxis politico-sociale concreta, a partire da quella espressa dal nucleo politico diretto da F.  D. Roosevelt.

Ma in questa  sede risulta molto più importante sottolineare l’antagonismo potenziale che sussiste tra il populismo di sinistra, anche se non collegato a una scelta anticapitalistica, ed il “turbocapitalismo” finanziario (Luttwak) e di Wall Street che si è via via affermato, dopo il 1971/80 e fino ai nostri giorni, su scala mondiale; e soprattutto notare con realismo come tale populismo di sinistra costituisca l’orizzonte più avanzato, nel breve periodo insuperabile, dei lavoratori e delle masse popolari che si orientano attualmente verso posizioni progressiste all’interno del mondo occidentale e soprattutto degli Stati Uniti, salvo una minoranza di operai già collocati su  posizioni apertamente anticapitalistiche (minoranza molto forte in Grecia, ad esempio, ma invece assai ristretta in terra americana).

Come insegna anche l’esperienza venezuelana del 1999/2011, il movimento comunista ed il populismo di sinistra possono percorrere un lungo pezzo di strada assieme, a patto che il  secondo attore sappia porsi in una prospettiva di lotta contro i “tre flagelli” planetari, contro la proliferazione cancerosa del “finanz-capitalismo” (Gallino) e le tendenze più reazionarie della borghesia: è già successo nel passato, al tempo dei fronti popolari, della resistenza mondiale contro il nazifascismo e del movimento del sessantotto, rivolto anche (e non soprattutto) contro la  sporca guerra in Vietnam. Ed avvenne anche in precedenza, durante la guerra di Secessione negli Stati Uniti, quando Marx nel gennaio del 1886 si congratulò con Lincoln ed il popolo americano per la loro vittoriosa lotta contro lo schiavismo, ricevendo dal presidente Lincoln (tramite l’ambasciatore USA a Londra, C. F. Adams) una risposta calorosa in cui il governo statunitense sottolineava di aver accolto “nuovi incoraggiamenti a perseverare” nella sua politica “dalla testimonianza dei lavoratori dell’Europa”, notando inoltre che “le nazioni non esistono solo per sé, ma per promuovere il benessere e la felicità del genere umano attraverso un benevolo interscambio ed esempio reciproco”.[19]

Fragili germogli, certo, che a determinate condizioni potrebbero rifiorire e contribuire a costruire “un altro mondo”, sicuramente possibile. Come del resto si immaginava uno degli eroi descritti dal deista, romantico e populista di sinistra Victor Hugo nei suoi celebri “I miserabili”. L’idealista Enjolras, creato dalla fantasia di Hugo, prima di morire. Sulle barricate parigine del giugno 1832, prefigurò infatti una nuova pacifica ed utopica società, chiedendo ai suoi compagni di lotta “Cittadini, vi figurate l’avvenire? Le vie delle città inondate di rami verdi sulle foglie, le nazioni sorelle, gli uomini giusti, i vecchi che benedicono i bambini, il passato che ama il presente, i pensatori in piena libertà, i credenti in piena uguaglianza, per religione il cielo, Dio come sacerdote diretto, la coscienza umana divenuta altare, niente più odii, la fratellanza dell’officina e della scuola, per pena e per ricompensa la notorietà, a tutti il lavoro, per tutti il diritto, su tutti la pace, non più sangue versato, non più guerre, le madri felici! Domare la materia, è il primo passo: realizzare l’ideale, è il secondo. Pensate a quel che ha già fatto il progresso. Un tempo le prime razze umane si vedevano con terrore passare davanti agli occhi l’idra che soffriva sulle acque, il drago che vomitava fuoco, il grifone che era il mostro dell’aria (…). Abbiamo domato l’idra, e si chiama steamer; abbiamo domato il drago, e si chiama locomotiva; siamo sul punto di domare il grifone e si chiama pallone…”.

Vi è una scintilla di infinito in ogni uomo, e tale scintilla può produrre meraviglie oggi difficilmente immaginabili.

All’“ipotesi Hong Kong” possono essere mosse tutta una serie di obiezioni, iperlegittime e parzialmente giustificate innanzitutto dal fatto che essa non risulta certamente una panacea per tutti i mali mondiali e neanche via facile, senza lotta e resistenze, verso “il paradiso in terra”.

Essa è semplicemente la migliore delle opzioni realistiche sul campo, in caso d’imminente default del debito sovrano degli USA: ma non certo la migliore che si potrebbe immaginare o sperare, specialmente da parte dei comunisti, nell’ipotetica presenza di un altro tipo di classe operaia (per livello di coscienza politica, forza organizzativa e capacità di lotta) negli USA ed in gran parte del mondo occidentale, in assenza (ipotetica) dell’enorme massa di armi di sterminio fino ad ora accumulate nel nostro pianeta, in assenza (ipotetica) dell’effetto domino e del caos planetario che provocherebbe una bancarotta USA, ecc.

Prima possibile critica: “a dispetto delle vostre analisi, la borghesia statunitense non potrà mai accettare la cosiddetta “ipotesi Hong Kong” per motivi strumentali e di classe: siamo solo nel campo delle vuote utopie e dei pii desideri”.

Solo fino al 2007, l’opzione in via d’analisi sarebbe stata sicuramente una vana utopia, ma tutto cambia, a volte rapidamente.

Quali cambiamenti, dal 2008 ad oggi?

Senza la Cina attuale e la sua forza economico-finanziaria, la critica sarebbe più che giustificata ma la Cina attuale, e la sua attuale forza economico-finanziaria, sono tutto fuori che una “vuota utopia”…

Senza l’imminente default del debito sovrano, inoltre, la grande maggioranza politica della borghesia statunitense non prenderebbe neanche per un istante in considerazione l’opzione in via d’analisi: ma il fatto e presupposto indispensabile (da verificare nella pratica…) di questo libro risulta proprio l’inevitabilità ed imminenza di tale bancarotta, che a nostro (magari errato, sbagliato, scorretto) parere è tutto fuori che una “vuota utopia”.

Dato per ammesso tale presupposto, anche solo per un istante e per amor di discussione, l’èlite economica e politica si troverebbe di fronte “solo” a quattro possibili scenari e varianti principali, che sono state descritte a lungo in precedenza.

Ora, è proprio una “vuota utopia” pensare che la borghesia statunitense sia cosciente dei terrificanti costi/pericoli, delle tremende conseguenze che porterebbe l’ipotesi “Gingrich-Stranamore”, anche nel caso (iperremoto) di una sua vittoria militar-nucleare contro Iran, Corea del Nord e soprattutto… Cina? O di quelle, meno gravi a livello planetario ma sempre terrificanti, derivanti dalla guerra civile  strisciante sul suolo statunitense?

Non è invece “vuota utopia”, pensare che la maggioranza dell’èlite economica degli USA, di fronte all’imminenza di un default, scelga il male (nettamente) minore dell’“ipotesi Hong Kong” e la regola del “se non puoi batterli unisciti a loro”. Solo una possibilità, certo, ma non un ipotesi fantapolitica.

Seconda possibile obiezione. “Ma quali garanzie concrete potrebbe ottenere, la borghesia statunitense, sulla tenuta della sua riproduzione come classe egemone negli stati Uniti?”

Di fronte a (improbabili) minacce esterne, come ad esempio un (impossibile) invasione militare da parte dei “cattivi comunisti cinesi”, resterebbero “solo” molte decine di vettori e testate atomiche in mano alle forze armate degli Stati Uniti, anche molti anni dopo aver avviato il (relativamente) lungo processo di disarmo globale rispetto alle armi di sterminio.

Per quanto riguarda invece il “fronte interno” il più grande pericolo per l’èlite economico-politica degli USA viene costituito proprio… da se stessa e dalle sue tendenze autodistruttive, dal continuare sulla disastrosa strada che l’ha portata a costruire il  “turbocapitalismo”,  la “finanza ombra” e la demolizione dello stato sociale dopo il 1971/79.

Per dirla più chiaramente, negli Stati Uniti i più efficaci ed agguerriti “sovversivi”, a dispetto delle loro borghesissime intenzioni, sono stati personaggi politici ed economici – assieme ai loro mandatari sociali – quali R.  Reagan, Bush figlio ed Allan Greesnpan, non certo il piccolo partito comunista statunitense: in modo paradossale, solo abbandonando la strada del liberismo dei “Chicago boys” ed il tentativo di controllare l’intero pianeta la borghesia statunitense potrà avere una probabilità reale di restare classe egemone del suo paese, forse per qualche quinquennio ancora.

Se già nel settembre del 2011 l’acuto N. Roubini temeva ( a ragione) l’esplodere di “rivolte negli Stati Uniti”, ancora prima dell’imminenza/scoppio del  default statale, i borghesi più intelligenti  ed i loro mandatari politici possono immaginarsi le ribellioni che creerebbero l’imminenza/scoppio del  default: certo reprimibili nel breve periodo, certo dilazionabili con una “sana guerra” contro un nemico esterno (= la Cina/Iran), ma lo “spettro rosso” di E. A. Poe sarebbe sempre dietro l’angolo.

Terza potenziale critica. “Ma il tradizionale nazionalismo statunitense come potrebbe sopportare uno scenario in cui l’America venisse salvata in misura consistente dalla Cina, perdendo una parte importante del suo status/potere nell’arena internazionale?”

La vera, reale e gigantesca umiliazione per il sacrosanto e legittimo sentimento patriottico degli statunitensi verrebbe solo ed esclusivamente dall’imminenza e/o realtà del default, da una (vergognosa, fino a pochi anni fa quasi impensabile) bancarotta del debito statale: e quel fallimento non sarebbe certo il  fallimento dei normali cittadini statunitensi, ma della classe dirigente succedutasi dopo il 1971/79 e di un sistema economico-sociale ben individuato ed individuabile, con un nome preciso.

Non sarebbe invece certo umiliante dal baratro; di più, uscire dal baratro senza caos e/o guerre (civili o militari) di mezzo; di più, uscire dal baratro senza vendere il proprio paese al Fondo Monetario di turno, ma solo delle quote di minoranza delle aziende nazionali (non belliche) al prezzo di mercato ai paesi del BRICS.

Per quanto riguarda invece la posizione internazionale degli Stati Uniti, questi ultimi partono da tali e così elevate posizioni di potere (ancora all’inizio del 2012 essi risultano l’unica super potenza globale, con una rete di basi militari sparse per gran parte del pianeta), che anche scendere in parte gradini nella gerarchia internazionale li farebbe sempre restare tra i protagonisti principali della politica internazionale del Ventunesimo secolo: l’America mantiene ancora oggi un enorme potenziale economico e tecnologico, rimane sempre il terzo paese al mondo per numero di abitanti ed estensione geografica. Paradossalmente ma non troppo, solo “l’ipotesi Gingrich” e/o quella “Gingrich-Stranamore” potrebbero declassare realmente il ruolo statunitense nel mondo, quasi sicuramente in proporzioni oggi inimmaginabili.

Quarta possibile obiezione. “Ammettendo l’avvio reale dell’“ipotesi Hong Kong”, i processi in essa indicati (disarmo, cambiamenti nelle relazioni Nord/Sud del pianeta, ecc.) non potrebbero forse essere annullati dopo qualche anno da una nuova e reazionaria presidenza statunitense, da una “Super Palin” di turno?”

Tutto è potenzialmente reversibile in politica, dato che non sussistono “tavole divine” (magari scritte da Marx) che per sempre mettano al sicuro conquiste progressiste, o anche rivoluzionarie, da dinamiche inverse di matrice reazionarie e filoclassista: anche non prendendo in esame la teoria dell’effetto di sdoppiamento, l’esperienza cilena del 1970/73 e quella sovietica del 1989/91 non lasciano spazi a dubbi in proposito.

Ma, anche nel caso peggiore, rimarrebbero all’attivo:

–          l’inizio del processo di disarmo nucleare e di smantellamento delle basi militari statunitensi che verrebbe avviato contestualmente alla stipulazione, più o meno formale, del compromesso storico su scala planetaria;

–          l’inizio del processo di riequilibrio, sul “modello cinese”, delle attualmente ipersimmetriche relazioni economiche e politiche tra Nord e Sud del pianeta;

–          l’inizio del processo di costruzione di “un economia verde” su scala mondiale, partendo proprio dagli Stati Uniti;

–          il formidabile indebolimento del “dogma neoliberista”, sia per il default scampato del “liberista” capitalismo statunitense che per l’intervento statale (anche dalla non- liberista Cina Popolare) che l’avrebbe evitato;

–          l’effetto combinato, e sicuramente non fuggevole, di tutti questi fattori sulle coscienze collettive di miliardi di lavoratori di tutto il mondo, a partire proprio dagli Stati Uniti.

Quinta possibile critica. “L’“ipotesi Hong Kong” rientra in una prospettiva riformista e non rivoluzionaria, ed in ultima analisi anticomunista”.

Anche se non sarebbe certo un matrimonio d’amore, ma un accordo di medio periodo tra soggetti diversi e spesso potenzialmente conflittuali, sicuramente l’“ipotesi Hong Kong” risulta da tutti i punti di vista un opzione riformista e non rivoluzionaria: nessun dubbio in merito,  nessuna esitazione su questo tema.

Ma qual’é l’alternativa in positivo, e non invece nella logica del “tanto peggio, tanto meglio?”

La rivoluzione socialista ed operaia negli Stati Uniti, nell’imminenza o subito dopo del default del debito sovrano statunitense, diventa l’unica risposta possibile.

Ma, domanda facile facile, c’è qualche marxista che creda a questo scenario possibile, almeno con un certo grado di probabilità?

Assai pochi, crediamo, e quei pochi basta innanzitutto far notare l’esperienza argentina, abbastanza recente, del 2000-2001. Una classe operaia sicuramente assai superiore a quella statunitense del 2012 per livello di organizzazione sindacale, tradizioni politiche e capacità collettive di lotta, purtroppo non (non!) è riuscita neanche ad avvicinarsi all’avvio (non parliamo poi di portare al successo…) concreto di un processo rivoluzionario anticapitalistico nel paese latinoamericano, scosso da una crisi economica e da una bancarotta statale facilmente paragonabili per gravità a quelle previste per gli Stati Uniti nel prossimo futuro.

Sveglia, compagni! Non stiamo parlando di una classe operaia “ideale” e che vive solo nei nostri sogni, ma viceversa dei lavoratori statunitensi in carne ed ossa del presente e che, specialmente nel loro settore maggioritario di razza bianca, hanno introiettato in gran parte l’anticomunismo e la paura della rivoluzione fin dal 1919/20, ancora ben vivo ed operante Lenin; degli operai e dei lavoratori statunitensi che, specialmente nel loro settore maggioritario di razza bianca, hanno visto confermato (a torto o a ragione, questo è un altro discorso…) il loro pluridecennale anticomunismo dagli eventi del blocco sovietico del 1989/91; degli operai e dei lavoratori statunitensi che, specialmente nel loro settore maggioritario di razza bianca, sono stati martellati costantemente negli ultimi vent’anni dal mantra della “fine dell’orrendo comunismo”, sentendosi tra l’altro sempre dire (anche da buona parte delle ristrette cerchie marxiste del loro paese) come anche la Cina fosse diventato un paese capitalista, in tutto o in larga parte, con conseguenze facilmente immaginabili sul loro livello di coscienza politica.

Questa è la reale e concreta classe operaia statunitense del 2012, uscita tra l’altro da un processo pluridecennale di de-sindacalizzazione di proporzioni enormi, divisa almeno in parte ancora da latenti differenze di razza e nella quale il settore più combattivo, quello afroamericano, a torto o a ragione vede ancora in suoi larghi settori proprio Obama, proprio il presidente attualmente in carica, come una sorta di riscatto simbolico da quattro secoli di oppressione e razzismo.

Ripetiamo la domanda facile facile: c’è qualche marxista che creda a questo scenario possibile, almeno con un certo grado di probabilità?

Si è già sottolineato in precedenza che, in caso di vittoria dell’“ipotesi Gingrich”, non necessariamente (anzi…) il movimento di massa che si scatenerebbe negli USA sarebbe di matrice populista di sinistra. Punto secondo,  già evidenziato in precedenza: la borghesia statunitense è in grado di reprimere nel breve periodo tale movimento e/o di incanalarlo, almeno in parte, su obiettivi reazionari e sciovinisti. Punto terzo, è molto probabile che (casualmente…) l’“ipotesi Gingrich” sarebbe accompagnata da (casuali) attentati in grande stile sul suolo americano, con le prevedibili conseguenze sulla coscienza delle masse statunitensi.

Escludendo a priori, per evidenti e molteplici ragioni, l’attesa di un fatto clamoroso (ad esempio un attentato riuscito “di un pazzo” contro la vita di Obama) che spezzi d’incanto questa situazione, assai complicata sul piano soggettivo, come alternativa all’“ipotesi Hong Kong” (ma in negativo e sul piano della “disperazione speranzosa”) non rimane altro che la vecchia strategia del “tanto peggio, tanto meglio” di bordighiana memoria.

In modo particolarmente sincero e chiaro, questo slogan e stato d’animo è stato recentemente difeso e presentato da Stefano D’Andrea il 21 settembre del 2011, in un articolo sottotitolato non a caso “E’ davvero immorale desiderare che la crisi economica sfoci nel crollo?” Secondo l’onesto D’Andrea, “la crisi è incertezza. Il crollo è certezza. Non si deve confondere la crisi con il crollo. Con il crollo la crisi termina il crollo è la fine della crisi, l’avvento della certezza in luogo dell’incertezza.

La crisi è incertezza, il persistere degli scricchiolii, la diffusione lenta dei suicidi, la tristezza, il ragionare morboso sulla crisi medesima, il timore del crollo o che comunque il futuro non sarà più come il passato… Che certezza sopravviene con il crollo? La certezza della fame per alcuni; della violenza e della mancanza di sicurezza per tutti. La certezza del ritorno nella loro patria di molti extracomunitari, dell’aumento notevole del lavoro fisico, della riduzione enorme delle imprese che forniscono “servizi”, della rinascita di mercati locali. La certezza che moltissimi diranno: “mi devo rimboccare le maniche”.

Se poi crolla anche la moneta – e diciamo crolla, non perde significativamente di valore – divengono certi anche disintegrazione di alcuni Stati, per implosione o secessioni, mutamenti di regimi monetari e politici, nonché guerre, civili e tra Stati. E si organizzano rapidamente economie nazionali, attraverso vincoli anche rigidissimi alla libera circolazione delle merci, dei capitali e del lavoro… Il crollo è certezza della sofferenza ma anche certezza che rinasca la speranza. Tanto maggiore è la sofferenza, tanto più alta è la speranza. E siccome viviamo in tempi nichilistici, caratterizzati dall’assenza di speranza, si deve convenire che il crollo recherebbe con sé anche un valore altamente positivo: la speranza. Vi sarebbe nuova speranza. La speranza di un futuro diverso dal passato. Questa speranza, che è speranza collettiva, è intimamente legata al crollo. Senza il crollo la speranza è debole; è speranza di alcuni; è rinchiusa nella rete (di Internet); può aspirare, al più, a coagulare le poche forze resistenti in un progetto alternativo che al sistema appare (ed effettivamente è) innocuo.

Il crollo abbatte le ideologie dominanti; le sgretola; li disintegra; le smentisce e le seppellisce, fino a quando esse non riemergeranno a distanza di decenni – le idee, infatti, non muoiono ma si assopiscono per poi riprendere forza. Il crollo smentisce i profeti vincenti e dà ragione ai profeti dimenticati o ignorati. Il crollo rimuove i presupposti impliciti sulla base dei quali veniva esercitato il potere. Il crollo crea scontri e guerre, ossia situazioni in cui le parti che esercitano la violenza sono almeno due e non una soltanto: il potere consolidato.”[20]

Almeno su un punto D’Andrea coglie nel  segno: senza un alternativa reale e credibile oltre che senza forze reali e credibili che la sostengano, “il crollo” è sicuramente “certezza della fame”, anche se per molti e non solo “per alcuni”; il crollo/default crea realmente “scontri e guerre”, con un alto livello di probabilità di tipo nucleare (più o meno “limitato”); il crollo/bancarotta crea davvero “certezza della sofferenza”.

Ma crea anche “certezza che rinasca la speranza”? Non sempre, e non è certo inevitabile che questa speranza vada a favore della sinistra antagonista.

“Tanto peggio, tanto meglio”? Nella Germania del 1929/33, slogan e strategie abbastanza simili nel contenuto espressa dal (pur eroico) partito comunista tedesco aiutarono in modo non irrilevante la salita al potere di Hitler, dimostrando tra l’altro con “fatti testardi” (Lenin) come il “tanto peggio” porta solo a “peggioramenti ancora più gravi” e devastanti, ad Auschwitz e alla guerra mondiale.

In estrema sintesi, se l’alternativa fosse tra “ipotesi Hong Kong” e rivoluzione socialista negli USA, ogni marxista non potrebbe che optare per la seconda variante. Ma la vera scelta che si profila nel “Titanic-USA” entro tempi assai brevi, sarà con un livello estremamente elevato di certezza quella tra “ipotesi Hong Kong” da un lato, e “opzione Gingrich” (o ancora peggio, “Gingrich-Stranamore”) dall’altro: e se prevarrà la seconda, non solo il caos si diffonderà in tutto il mondo occidentale, ma dopo un certo (ma non troppo lungo) lasso di tempo, la parola prima o poi verrebbe lasciata quasi sicuramente alla guerra tra stati e alle armi atomiche, certo usate in modo “intelligente”, mirato e selettivo (seconda fase del disastro).

“Ma dopo verrebbe finalmente la rivoluzione proletaria mondiale”, si potrebbe obiettare, “in una successiva terza fase” post-bellica.

Proprio sicuri di tale esito post-bellico, proprio sicuri che le macerie radioattive non sarebbero troppe?

E anche ammesso ciò, non sarebbe meglio risparmiare qualche decina di milioni di morti per eventi bellici attraverso lo sviluppo dell’“ipotesi Hong Kong”? Non sarebbe preferibile risparmiare un altro colpo tremendo alla salute ecologica del nostro pianeta? Non sarebbe meglio risparmiare un aumento inevitabile e spaventoso della fame (che già ora colpisce più di un miliardo di esseri umani) nel Terzo Mondo, in presenza di caos quasi generalizzato in giro per il globo?

Per quanto riguarda invece il presunto carattere anticomunista dell’opzione in via d’esame, basta porsi in mente e rispondere a due altre domande, sempre facili facili:

–          il suo avvio/successo trasformerebbe i rapporti di forza mondiali a favore delle forze democratiche e anticapitalistiche?

–          Il suo avvio/successo modificherebbe in senso progressista e (come minimo) populista di sinistra le coscienze collettive di larga parte degli operai occidentali e delle masse popolari di tutto il mondo?

“Ma sarebbe possibile organizzare l’“ipotesi Hong Kong” anche dopo, e non prima del default statunitense? Ed ancora, quale forma concreta assumerebbe il possibile accordo/scambio economico tra Stati Uniti e Cina? Sarebbe inoltre necessario a tal fine un vertice mondiale, o viceversa risulterebbe sufficiente un accordo informale tra i leader delle grandi potenze”?

A queste e molte altre possibili domande “di dettaglio”, l’unica risposta possibile è che “la Risposta” potrà venire solo dalla futura pratica concreta, a questo livello assolutamente non prevedibile almeno dagli autori di queste pagine.

Sarà invece necessario analizzare la dinamica degli eventi ed in primo luogo dei processi economico-finanziari che si verificheranno negli Stati Uniti nel biennio 2012/2013, per poter valutare la corrispondenza tra previsioni e realtà; premettendo in ogni caso, come aveva già notato A. Gramsci nei suoi splendidi “ Quaderni dal carcere”, che “è assurdo pensare ad una previsione puramente “oggettiva”. Chi fa la previsione in realtà ha un “programma” da far trionfare, e la previsione è appunto un elemento di tale trionfo”.[21]

Meglio giocare a carte scoperte, in questo delicatissimo momento storico di svolta epocale: non è più il tempo dei “furbetti” in ogni  schieramento politico-sociale attualmente esistente, ma quella del ((duro) confronto con una (dura) realtà in divenire, che potrebbe facilmente diventare a breve esplosiva e apocalittica.

7 giugno 2012.

 

 

 

 

Ringraziamenti

 

 

Innanzitutto a L. Gallino e A. Giannuli, le cui dettagliate e lucidissime elaborazioni storico-teoriche hanno permesso agli autori di questo scritto di trovare un importante “filo di Arianna” nel tentativo di analisi della crisi del capitalismo contemporaneo. Un grazie di cuore anche al compagno Xu He, per la sua ottima condensazione delle principali tesi marxiane rispetto al primo “cerchio” di tendenze autodistruttive del modo di produzione capitalistico: ovviamente gli errori contenuti nel presente scritto ricadono solo sugli autori di queste pagine.

 



[1] F.Rampini, “USA terrorizzati dall’effetto domino”, 20 settembre 2011, la Repubblica

[2] F. Chiusi, intervista a G. Chiesa del 27/8/2011, in www.libriidee.org

[3] P. Escobar, “Perché i BRICS non salveranno l’Europa”; 21/9/2011, in www.comedonchisciotte.org

[4] G. Chiesa e P. Cabras, “Barack Obush”, p. 171, ed. Ponte alle Grazie

[5] Op. cit., p. 185

[6] G. Bellini, “Note sulla situazione attuale”, settembre 2011

[7] J. E. Stiglitz, “La globalizzazione che funziona”, p. 133, ed. Einaudi

[8] “Roubini e Soros: negli USA sono possibili rivolte e una nuova recessione”, 28 settembre 2011, op. cit.

[9] “Doppio gioco di Goldman Sachs”, op. cit.

[10]“USA. I quatto consigli…”, op. cit

[11] G. Chiesa e P. Cabras, op. cit.,  p. 176-177

[12] Op. cit., p. 192

[13] G. Chiesa e P. Cabras, op. cit., p. 196

[14] Op. cit., p. 182

[15] Op. cit., p. 182

[16] G. Bellini, “Note sulla situazione attuale”, settembre 2011

[17] G. Chiesa e P. Cabras, op. cit., pp. 57-58

[18] V. I. Lenin, “Cosa strana e mostruosa”, 28 febbraio 1918

[19] “Address of the International Working men’s Association to Abraham Lincoln, president of the United State of America, 28 gennaio 1865, e “Ambassador Adam Replies”, in www.marxists.org

[20] S. D’Andrea, “La crisi è incertezza, il crollo è certezza”, 21/9/2011, in www.campoantimperialista.it

[21] A. Gramsci, “Quaderni dal carcere”, in “Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo stato moderno”, pag. 37, ed. Einaudi

One thought on “Capitolo Decimo

  1. Fate un indice iniziale con i diversi capitoli, i rispettivi argomenti accompagnati da una piccola sintesi. A mio avviso, in questo modo, si facilita la lettura e si può risalire con facilità agli argomenti trattati.

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