Capitolo Nono

Capitolo Nono

 

“Falchi, colombe a masse popolari negli USA”

 

Risulta ormai fuori discussione, a partire come minimo dalla primavera del 2011, che la gravità proteiforme e multi liberale della crisi del capitalismo statunitense ed occidentale sia perfettamente conosciuta dalla (variegata) élite economica degli USA, oltre che dai suoi diversi (ed a volte conflittuali) mandatari politici.

Basti solo ricordare che il 16 agosto del 2011 uno dei principali analisti-strateghi del colosso finanziario statunitense Goldman Sachs, Alan Brazil, aveva spedito un rapporto riservato di 54 pagine ai clienti istituzionali più importanti della grande banca di New York.

“Il vasto pubblico non dovrebbe aver accesso a questo report. Fortunatamente, alcune persone al Wall Street Journal sono riusciti ad aver una copia e ci hanno informato di alcuni dettagli. Ne viene fuori che Goldman Sachs creda segretamente che stia arrivando un collasso economico e hanno delle idee davvero interessanti sul come fare soldi nell’ambiente finanziario turbolento in cui faremo ingresso fra poco. Nel report, Brazil dice che il problema del debito U.S. non può essere risolto con altro debito, che la crisi del debito europeo diventerà ancora peggiore e che ci sono un gran numero di istituzioni finanziarie in Europa che sono sull’orlo della crisi. Se questo è ciò di cui parlano le persone ai più alti livelli del mondo finanziario, forse dovremo fare un po’ di attenzione. In questo momento c’è un clima di paura totale nella comunità finanziaria globale.

Mentre scrivevo l’altro giorno … Forse la cosa più impressionante è quello che il report ha da dire sui problemi del debito in Europa e Stati Uniti.

Per esempio, il seguente estratto dal resoconto sembra venire dalle pagine di The Economic Collapse:

“Risolvere il problema del debito con altro debito non allevierà i problemi sottostanti. Negli Stati Uniti, la crescita del debito del Tesoro ha finanziato il consumatore statunitense, ma non ha avuto abbastanza impatto sulla crescita dei posti di lavoro. Gli Stati Uniti possono continuare a deprezzare la moneta di riserva mondiale?

Ricordate, questa affermazione non è stata scritta da qualcuno su internet, uno dei massimi analisti di Goldman Sachs lo ha pubblicato in un report per gli investitori istituzionali”.[1]

Sulla stessa lunghezza d’onda (iperpessimista) si collocava l’autorevole N. Roubini, il 20 settembre del 2011. “Dr. Doom Roubini è diventato pessimista da quando tre settimane fa dava il 60% di probabilità di una nuova recessione degli USA entro il 2012. Il giornale Businness Day ha riportato che, nel corso di una conferenza, tenutasi a Johannesburg il 20 di settembre, Roubini è convinto che “ gli Stati Uniti son già in recessione, anche se non lo ammetteranno mai” e che il resto del mondo non sarà isolato dagli effetti di un altro collasso globale… Egli ha affermato che “se si dovesse entrare in un’altra recessione, ci saranno rivolte negli Stati Uniti”.[2]

Ai primi d’ottobre T. Geitner, segretario al Tesoro USA, appena arrivato a Marsiglia si lasciò sfuggire che la crisi attuale “è più forte di quella che scatenò la Grande Depressione” degli anni Trenta.

Con questi chiari di luna, il primo nodo centrale in questa sede diventa la questione su come potrebbero reagire sul piano politico-sociale le diverse (e a volte conflittuali) frazioni ed i proteiformi segmenti economici, in cui si divide attualmente l’insieme dell’alta borghesia statunitense, nel caso estremamente probabile, (stando anche all’autorevole “stratega” della Goldman Sachs), di un futuro default del debito pubblico statunitense e di un suo imminente arrivo nell’arco dei prossimi tre anni.

Quale potrebbe essere la progettualità/praxis politica (politico-economico, politico-militare, ecc) adottata dalla maggioranza dell’élite statunitense e dei loro referenti politici, quale “maggioranza politica” (e su quali basi programmatiche/d’azione) potrebbe emergere al loro interno nel caso di una ravvicinata bancarotta del debito sovrano americano?

Per tentare di rispondere a questo nodo centrale bisogna procedere ad una “radiografia” approssimativa, socioproduttiva e politica, dell’attuale capitalismo (di stato) degli USA, con particolare riferimento alle opzioni già presentate in caso di un default imminente del debito pubblico USA: come presupposto per tale processo di focalizzazione, si può riportare un sofisticato studio che di recente ha scoperto come l’economia mondiale capitalistica risulta “in mano ad una rete di poche aziende intrecciate tra loro. Una corporazione che decide sulle sorti del globo. Eccovi i nomi…

Sono appena 147 compagnie. E hanno in pugno il mondo. Aziende che controllano l’economia mondiale e dettano il programma alla politica. Non è la teoria di cospirazionisti e fanatici del complotto che impazzano sul web, ma è il risultato di una complessa analisi di tre studiosi del Politecnico ETH di Zurigo. Nello studio intitolato The network of global corporate control Stefania Vitali, James Glattfelder e Stefano Battiston hanno rintracciato le relazioni di ben 43.000 multinazionali e sono giunti alla conclusione, che l’intero sistema è governato dal rapporto di un piccolo gruppo di imprese, principalmente del settore bancario.

Si tratta dunque di un indagine assolutamente non ideologica e dal volto scientifico. Sulla base di 37 milioni di imprese sono stati isolati 43.000 grosse aziende transnazionali. E poi è stato analizzato l’intreccio che le lega insieme, atraverso una rete di azionisti che controllano il mercato come in una tela di ragno. Dalla prima scrematura sono uscite 1318 aziende che generano da sole il 20% del fatturato mondiale, ma che controllano la maggior parte delle grosse industrie mondiali, che generano l’ulteriore 60% dell’intero volume di affari su scala globale.

L’analisi più approfondita di queste aziende ha fatto emergere un nucleo di 147 soggetti economici, principalmente istituti finanziari, che esercitano il controllo di oltre il 40% di questa ragnatela globale. Nell’attuale crisi economico-finanziaria questi intrecci, secondo gli studiosi, potrebbero innescare facilmente delle reazioni a catena, con un rapido contagio dello stress finanziario.

Non bisogna tuttavia pensare ad un ordine di tipo corporativo: come mostrano le simulazioni approntate, questa struttura si sarebbe creata secondo un proprio processo. Nel sistema economico attuale, questa è la conclusione dello studio, una tale concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi soggetti è una conseguenza del tutto logica e prevedibile. Se il complotto esiste, insomma, è nel disegno dell’intero sistema.

Il team di ricerca pone il dubbio se una rete di 147 soggetti sia in grado di perseguire i propri interessi politici in senso cospirativo e se questo numero di per se troppo grande.

La maggior parte delle aziende operano nelle attività di business, seguite dai servizi ed in terza battuta dal manifatturiero. L’ambito degli intermediari finanziari invece rimane sorprendente- mente più indietro.

Ma è bene svelare i nomi di quelli che sono ritenuti i 25 gruppi economico-industriali più influenti:

  1. Barclays plc
  2. Capital Group Companies Inc. (USA)
  3. FMR Corporation (USA)
  4. AXA
  5. State Street Corporation (USA)
  6. JP Morgan Chase & Co. (USA)
  7. Legal & General Group pic
  8. Vanguard Group Inc. (USA)
  9. UBS AG
  10. Merrill Lynch & Co. Inc (USA)
  11. Wellington Management Co. LLP
  12. Deutsche Bank AG
  13. Franklin Resources Inc. (USA)
  14. Credit Suisse Group
  15. Walton Enterprises LLC (USA)
  16. Bank of New York Mellon Corp. (USA)
  17. Naticsis
  18. Goldman Sachs Group Inc. (USA)
  19. T Rove Price Group Inc.
  20. Legg Mason Inc.
  21. Morgan Stanley (USA)
  22. Mitsubishi UFJ Financial Group Inc.
  23. Norther Trust Corporation (USA)
  24. Société Générale
  25. Bank of America Corporation (USA).”

Passando da tale studio, riportato su Indymedia il 28 ottobre del 2011, alla descrizione dell’articolazione dell’élite economiche americane, la “mappa” in oggetto, grossolana e parziale, non può che iniziare dall’anello principale della borghesia statunitense contemporanea, e cioè l’alta finanza d’intermediazione di Wall Street, connessa dialetticamente ai principali istituti finanziari (formalmente) non d’investimento  ed alla “finanza ombra” (Gallino) operante attual- mente negli USA.[3]

Siamo in presenza di un “club” ristrettissimo, e composto da una quindicina di “soci privati”.

Le più importanti banche statunitensi risultano infatti essere all’inizio del 2012 Morgan Stanley e Goldman Sachs per gli istituti (prevalentemente) d’investimento, e JP Morgan Chase, Citigroup, Bank of America Merrill Linch e Wells Fargo sul fronte della finanza “ordinaria”.

Anche non contando altri colossi bancari, quali ad esempio la Bank of New York Mellon e la US Bankcorp, le sole “sei sorelle” prese in esame detengono una massa globale di assett che equivale approssimativamente al 60% del prodotto interno lordo statunitense ed a circa 8000 miliardi di dollari, quattro volte il Pil Italiano del 2011.[4]

Si tratta di gruppi d’élite assai compatti e uniti da molti decenni anche da vincoli organizzativi ed amicali più o meno clandestini: basti pensare, ad esempio, alla società segreta di banchieri denominata Kappa Beta Phi che, fondata di nascosto attorno al 1929, è emersa alla luce solo nel 2009 e dopo ben sette decenni, risultando composto da una parte significativa (Merril Linch, Banca Mellon, l’inglese Barclays, ecc) dei dirigenti del Gotha della finanza anglosassone, ai due lati dell’oceano.

Anche se nella lista redatta nel 2011 da Fortune, che ha per oggetto le cinquecento principali aziende statunitense, i sei colossi bancari sopra elencati non risultano nelle primissime posizioni per giro d’affari ufficiale (Bank of America figura “solo” al nono posto della classifica, JP Morgan Chase e Citigroup rispettivamente al tredicesimo e quattordicesimo, Wells Fargo al ventitreesimo), la loro enorme potenza deriva da tre sofisticati meccanismi finanziari ben descritti da Gallino, oltre che dalle già loro enormi dimensioni in termini di revenues visibili anche ai profani.

Innanzitutto le “sei sorelle“ controllano in modo più o meno discreto, spesso attraverso società intermediarie e banche paravento a loro collegate (le società-veicolo), una parte enorme (più del 90%) della gigantesca “finanza ombra” che si riproduce da decenni negli Stati Uniti. E le dimensioni di tale “finanza ombra”, come aveva già sottolineato Gallino, “superano di molte volte gli attivi delle società finanziarie che di essa tengono i fili, sebbene sia arduo stabilire quale sia alla fine il totale degli attivi (o dei passivi) che sono in capo a ciascuna di esse. La finanza ombra è formata da montagne di derivati (titoli il cui valore dipende da un’entità sottostante: più avanti se ne parlerà a lungo) che una banca detiene ma che per varie ragioni non sono registrati in bilancio; da migliaia di società prive in realtà di sostanza organizzativa, costituite dalle banche unicamente allo scopo di veicolare fuori bilancio attivi che dovrebbero figurarvi (per questo sono chiamate “veicoli”); da altre migliaia di intermediari specializzati nel confezionare e vendere soprattutto a investitori istituzionali ed enti pubblici dei titoli obbligazionari complicatissimi, formati da un gran numero di altri titoli; da centinaia di trilioni (in dollari) di derivati che con l’intermediazione di una banca o altra istituzione finanziaria sono scambiati direttamente tra privati, al di fuori di ogni registrazione in borsa. Grazie a questi caratteri, la finanza ombra risulta praticamente invisibile anche alle autorità di vigilanza, quindi di fatto non regolabile.”[5]

La seconda dinamica significativa, nel processo di riproduzione allargata del potere dei sei colossi finanziari degli USA, viene costituita dal controllo più o meno completo, esercitato da questi ultimi su una parte consistente degli “investitori istituzionali” che operano in terra americana, e cioè su quella porzione “di fondi pensione e fondi comuni  che sono un’emanazione di società finanziarie o grandi banche” operanti negli Stati Uniti.

Il terzo meccanismo che produce da circa tre decenni una sorta di “big bang” continuo nel potenziale economico delle “Sette sorelle” è formato invece dal cosiddetto potere di “leva finanziaria”, che consente specialmente alle banche d’investimento di Wall Street di moltiplicare a dismisura il valore dei crediti concessi inizialmente, attraverso il sopracitato complicato “gioco di specchi” con il quale si “inventano” crediti sui crediti e derivati sui derivati, in una catena potenzialmente infinita.

Ha notato acutamente Gallino che il denaro odierno, “tranne una percentuale minima che circola in forma di contante, al presente esso esiste soltanto come segno elettronico nei computer di una banca. Una banca privata può creare denaro, in misura decine di volte superiore ai depositi in essa effettuati e registrati, semplicemente inscrivendo un segno elettronico sul conto di un cliente. In teoria, secondo gli accordi interbancari di Basilea 1 e 2, una banca europea sarebbe tenuta ad avere in cassa almeno 8 euro (e, in Usa, dieci dollari) per ogni cento che presta, ragion per cui dovrebbe limitarsi a concedere prestiti fino a un massimo di dodici volte e mezzo il proprio capitale. In realtà la tecnica di portare i crediti fuori bilancio trasformandoli in titoli commerciabili, la vendita di questi a società a loro stesse create, l’invenzione di nuovi prodotti finanziari e altri mezzi ancora consentono alle banche di concedere prestiti, quindi di creare debito, e con esso denaro, per un ammontare enormemente superiore ai multipli formali sopra indicati. Viene definito, questo singolare potere, “effetto leva” o “leva finanziaria””.[6]

Pertanto le “sei sorelle” statunitensi possiedono ormai gran parte significativa, pari a quasi  trecento trilioni di dollari sul piano virtuale (e due decine di volte il Pil statunitense del 2011), dell’universo parallelo dei derivati, il cui valore globale a livello mondiale risultava ancora nel 2008 equivalente a 683 trilioni di dollari (683.000 miliardi di dollari).

“L’ammontare dei derivati trattati non sui mercati borsistici bensì over the counter, cioè “scambiati al banco” tra privati (sigla universale Otc), al di fuori da ogni possibilità di controllo delle autorità di vigilanza e delle registrazioni delle borse, è salito in dieci anni di 7,5 volte, passando da 92 a 683 trilioni di dollari, corrispondenti a 12,6 volte il Pil mondiale 2007”.[7]

Come si è già riportato in precedenza, vi sono quattro sole banche statunitensi che possiedono/gestiscono ben il 96% dei 250.000 miliardi di derivati (del genere più diverso) e circolanti negli USA: quattro sole banche (JP Morgan Chase, Citigroup, Bank of America e Goldman Sachs), gestiscono derivati per un valore cartaceo superiore di quasi 18 volte il Pil degli Stati Uniti.[8]

Ancora nel 2007,  si era arrivati al punto che le cinque principali banche d’investimento di Wall Street (nel corso degli ultimi anni ne sono scomparse ben tre, e cioè Bear Stearns, Merril Linch e Lehman Brothers) erano riuscite “con un capitale proprio che non arriva a 200 miliardi di dollari, a finanziare investimenti per oltre 4.000 miliardi”.[9]

Un rapporto ed una “leva finanziaria” equivalenti a circa 20:1, e da questo punto di vista la stessa “Lehman Brothers, ingloriosamente fallita nel settembre 2008, non era nemmeno quella messa nel peggiore  dei modi, anzi:

(…) nel giugno 2008 gli indici di leva finanziaria delle banche europee avevano raggiunto livelli stratosferici: un istituto rispettabile come Credit Suisse impiegava una leva di 33:1, mentre  ING stava a 49:1; e Deutsche Bank era indebitata fino al collo con un indice di leva finanziaria di 53:1, mentre Barclays presentava il rapporto d’indebitamento più elevato di tutti, pari a 61:1; a confronto, la decotta Lehman Brother con il suo 31:1 aveva un grado di leva finanziaria relativamente modesto, e quella di Bank of America a 11:1 era ancora più basso”.[10]

Al potere finanziario in mano alle “sei sorelle” si può aggiungere subito quello accumulato parallelamente da altri grandi istituti degli Stati Uniti, citati in un rapporto di Mediobanca del 2011 sulle banche con un “capitale netto tangibile” valutato nel 2009 come superiore ai 9 miliardi di dollari, e cioè:

–          The Bank of New York Mellon (capitale netto tangibile pari a 28,9 miliardi di dollari)

–          U.S. Bankorp (18,9 miliardi di dollari)

–          BBT (15,2 miliardi di dollari)

–          The PNC Financial Service Group (15,9 miliardi di dollari)

–          Capital One Financial (13,1 miliardi di dollari)

–          Regions Financial (13,1 miliardi di dollari)

–          Suntrust Banks (11,5 miliardi di dollari)

–          Fifth Third Bankorp (10,7 miliardi di dollari)

–          Keycorp (9,3 miliardii di dollari).

Si ottiene in tal modo un quadro generale nel quale solo 15 banche, solo 15 giganteschi istituti finanziari statunitensi controllano un flusso di ricchezza (in gran parte “fittizia”) di centinaia di trilioni di dollari, tra assett, crediti derivati e derivati creditizi, per un valore superiore di molte volte all’intero prodotto interno lordo della loro stessa nazione di appartenenza.

Sul piano politico, facendo un discorso a parte per Goldman Sachs e Morgan Stanley (che fanno parte di una particolare “cordata” e rete politico-sociale, e con logiche di priorità/ragionamento in parte diverse), l’alta finanza ha sempre dimostrato anche in questi ultimi anni una resistenza accanita verso qualunque forma seria di regolamentazione delle attività finanziarie, specie di quelle “d’ombra”: ogni ipotesi di riforma del sistema finanziario internazionale statunitense (per non parlare poi di uno scenario di transizione pacifica al socialismo) non potrebbe che vedere una sua totale preventiva opposizione, con le sole possibili (a particolari condizioni…) eccezioni di Goldman Sachs, e Morgan Stanley, mentre “l’opzione Gingrich” e quella “Gingrich-Stranamore” acquisirebbero facilmente un alto livello di popolarità al suo interno, in caso di un imminente default del debito sovrano degli USA.

Solo l’eventuale azione congiunta della “lobby sionista”, di quella cinese ed inglese (su cui si tornerà tra poco) all’interno di Wall Street potrebbe forse mitigare, in misura impossibile calcolare a priori, tale sua ostilità di fondo ad un “compromesso planetario” tra socialismo e capitalismo, tra Cina (BRICS) e Stati Uniti.

Un ragionamento quasi analogo, ma ancora peggiorato in relazione alla scala di preferenze pre e post-default, emerge anche dal processo di focalizzazione su un altro importante segmento dell’odierno capitalismo di stato americano, e cioè il complesso militar-industriale.

Per complesso militar-industriale degli USA si intende la connessione organica tra industria privata degli armamenti, alti vertici delle forze armate e classe politica americana, attraverso un processo continuo e capillare di osmosi tra i tre “segmenti” che vede le grandi aziende “del settore militare sempre più integrante con il Pentagono. E non solo attraverso semplici ufficiali di collegamento: di norma le aziende di armi, nel senso più largo del termine, al loro interno ospitano uffici permanenti del Pentagono nelle quali lavorano centinaia di addetti che invece che dipendere dall’imprenditore dipendono dal Ministero della Difesa. Inoltre questo intreccio si rivela nell’intenso scambio di ruoli e posizioni con alti gradi militari che una volta in pensione, vanno a sedere nei consigli di amministrazione di aziende del settore bellico, mentre imprenditori di questo comparto che finiscono sui banchi del Congresso.

Questa lobby influenza sensibilmente le scelte economiche del Paese, ma anche le priorità finanziarie e la stessa politica estera degli Stati Uniti.

Nella lista elaborata da Fortune nel 2011, emergono le dimensioni gigantesche delle multinazionali statunitensi impegnate nel settore militar-industriale, in tutto o in parte.

La Boeing fatturava nel 2010 circa 64 miliardi di dollari, risultando al 36° posto nella classifica delle più grandi imprese statunitensi, la Lockheed Martin espresse revenues equivalenti a 46 miliardi di dollari nello stesso anno (52° posto), la Northorp Grunman 34 miliardi (72° posto) e la General Dynamic invece 32 miliardi (86° posizione).

Ma oltre alle super-imprese militari, sussiste negli USA una fitta rete di aziende belliche di tutto rispetto, che fatturavano spesso miliardi di dollari grazie alle lucrose commesse del Pentagono. Ad esempio “nel settore dei veicoli militari vediamo che, tra il 2004 e il 2005, i fatturati dell’Am General, dell’Armor Holdings e della Oshkosh Truck sono passati rispettivamente da 690 milioni di dollari a 1050, da 610 a 1190 e da 770 a 1060. Nel campo degli elicotteri la L-3 Comunication è passata da 5970 milioni di dollari a 8970”.[11]

Va pure sottolineato come il settore delle esportazioni di armi statunitensi risulti uno dei pochi ancora vitale ed in espansione nel “Titanic-USA”, visto che ancora nel 2006 “gli USA hanno esportato sistemi d’arma (si intende per lo più aerei, navi, mezzi corazzati, sottomarini, ecc., in quanto lo smercio delle armi leggere, che è pur intenso, è molto meno proficuo) per 7.929 miliardi di dollari. Tra le prime dieci aziende leader nel settore, sei sono statunitensi; sette se si considerano le prime dodici. Un tempo le esportazioni degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica si equivalevano, oggi la Russia esporta quantitativi analoghi, ma di livello tecnologico inferiore, diretti a un mercato più modesto, per lo più del Terzo mondo”.[12]

Anche dal settore spaziale e delle “Guerre Stellari” è derivata una valanga di lucrosissimi appalti per le imprese private operanti nel settore bellico. “Philip Coyle ha lavorato abbastanza al Pentagono da conoscere anche troppo bene quel complesso militar-industriale, che vive di guerre, conflitti continui e spese militari folli. “Lo scudo missilistico è il programma di difesa più costoso della storia”, spiega, “dal 1983 ad oggi, gli USA hanno speso almeno 120 miliardi di dollari. Per i prossimi cinque anni, il Pentagono ha chiesto altri 62.5 miliardi: non si vede la fine”. Chi incasserà questa valanga di denaro? “Boeing, Raytheon, Lockheed Martin”, dice Coyle, “ma ci sono anche centinaia di aziende minori che lavorano al progetto”.[13]

Oltre al notevole potenziale economico, il complesso militar-industriale (ivi compreso il Pentagono) dispone di un gigantesco potere di pressione politica, visto la massa enorme di statunitensi che lavorano per esso ancora all’inizio del 2012: quasi tre milioni di soldati (più che in Cina) si sommano alle centinaia di migliaia di salariati che lavorano per le imprese private che ricevono appalti dalle forze armate, rendendo l’intero settore uno dei principali datori di lavoro negli USA.

Rispetto alle possibili varianti politico-sociali che emergerebbero nel caso di un’eventuale fase pre-post default negli Stati Uniti, va da sè che anche i super profitti vigenti nella sfera d’azione del complesso militar-industriale esso risulterebbe ancora più ostile all’ipotesi Hong Kong” dell’alta finanza sopra esaminata, manifestando tra l’altro una (probabile) preferenza per la prospettiva militaristica insita nell’opzione “Gingrich-Stranamore”, sempre in presenza di una situazione da “allarme rosso” per il capitalismo statunitense.

Una prevedibile scelta di campo che sarebbe subito imitata dall’estrema destra politica dello spettro della borghesia americana, rappresentata fin dal 1970 da otto potenti famiglie, iperliberiste ed ultraconservatrici. Notava nel 2004 Marco D’Erasmo che a destra “sono otto le famiglie che hanno plasmato l’odierna cultura politica americana: la famiglia Bradley, quella Mellon Scaife, gli Smith Richardson, i Coors, gli Olin, i McKenna, gli Earhart e i Koch.

La più ricca delle fondazioni (nel 2001 disponeva di 584 milioni di dollari) è la Lynde e Harry Bradley (i due fratelli fondatori dell’omonima compagnia di componentistica elettrica industriale), fondata nel 1943, ma divenuta potentissima solo nel 1985 perché i Bradley vi versarono buona parte dei proventi ricavati dalla vendita dell’azienda di famiglia alla Rockwell. Seconda in ordine di ricchezza viene la fondazione della famiglia Smith Richardson (494 milioni di dollari), quella del Vix Vaporub. Segue la famiglia Mellon: sono banchieri, petrolieri (proprietari della Gulf), azionisti di maggioranza dell’Alcoa (alluminio), potenti nell’uranio. La fondazione assunse la sua aggressiva connotazione di destra quando a presiedere le fortune della famiglia fu Richard Mellon Scaife che, secondo un articolo del Wall Street Journal è “nientemeno che l’arcangelo finanziario del movimento intellettuale conservatore”. Nel corso degli anni Richard Scaife ha finanziato figure come Barry Goldwater, Richard Nixon, e Newt Gingrich (che negli anni ’90 guidò la svolta a destra repubblicana): Gingrich stesso definisce Scaife come una delle persone “che hanno davvero creato il moderno conservatorismo”.

Dal 1873 la famiglia Coors produce in Colorado quella che secondo l’attore Paul Newman è “la migliore birra americana” (sia consentito dissentire), ma dalle sue casse scorre anche un fiume di denaro che da trent’anni irriga l’estrema destra: la Fondazione Adolf Coors fu fondata nel 1975 e nel 1993 fu affiancata dalla fondazione Castle Rock (una marca della Coors, assets per 50 milioni di dollari). Ecco come suonava il necrologio di Joe Coors: “Fu la sua fede in principi conservatori di stato limitato e di libertà economica che lo portò, a partire dagli anni ’60, a sostenere un politico californiano dal nome Ronald Reagan”.[14]

Sempre all’ala destra della borghesia statunitense appartengono di regola anche altre tre sue importanti frazioni socioproduttive, e cioè il complesso agro-alimentare, “Big Pharma” ed il comparto energetico operante all’interno del capitalismo di stato americano.

Rispetto al primo segmento, attualmente sussistono nel settore dei cereali cinque multinazionali, definite le “cinque sorelle” del grano, che controllano gran parte del mercato su scala internazionale.

“Esse sono le Cargill di Minneapolis, della famiglia Mc Millan, la Dreyfus di Stanford a Parigi, della famiglia francese Louis-Dreyfus, la Bunge y Borne di Buenos Aires, della famiglia argentina Hirsh, la Garnac di Chicago e Losanna, della famiglia svizzera Andrè, e la Continental Grain di New York, della famiglia americana Fribourg. Queste poche famiglie scelgono di fare le politiche di profitto, che non mettono al primo posto la vita umana, ma il loro personale interesse, condannando milioni di persone alla morte. Rincorrendo soltanto l’interesse creano un mondo in cui i magazzini europei e americani traboccano di derrate alimentari”, mentre il resto del mondo spesso muore di fame.[15]

Se due delle “cinque sorelle” dei cereali sono statunitensi, le multinazionali americane partecipano anche in modo massiccio al processo globale di monopolizzazione negli altri segmenti nel settore agroalimentare ed agrochimico.

Infatti agli inizi del 2000, il grado di concentrazione risultava per “frumento, mais e soia: 6 società hanno l’85-90%, Cargill, Continental, Louis Dreyfus, Burge & Born, Andrè, Toepfer.

Caffè: 6 società hanno l’85-90%, Rothfoss, ACLI (dall’83 acquisita da Cargill), J. Aron, Volkart, Socomex, ED&F Man.

Zucchero: 4 società hanno il 60-65%, Sucden, Phibro, Tate & Lyle, ED&F Man.

Banane: 3 società hanno l’80%, United Brands, Castle&Cook, Delmonte.

Cacao: 3 società hanno l’80%, Gill&Duffus, Berisford, Sucden.

Tè: 3 società hanno l’85%, Unilever, Associated British Foods, Lions-Tetley.

Cotone: 8 società hanno l’80%, Cargill, Volkart, Mcfadden/Valmac, Dunavant, Tokyo, Menka. Kaisha, Sumimoto, Bunge & Born, Allenberg…

Anche il settore agrochimico presenta un’alta percentuale di concentrazione. Le prime due compagnie (Syngenta e Pharmacia), controllano il 34% del mercato; le prime quattro ben il 56%. Il settore “Food & beverage” dal giugno 2000 al giugno 2001, ha visto acquisizioni ed accorpamenti per un valore di 69,2 miliardi di dollari, superiore al valore totale delle “unioni” dei cinque anni precedenti.

Le prime cinque società del settore sono: Nestlè (Svizzera), Philip Morris (USA), ConAgra Inc. (USA), Unilever (Olanda/UK), Coca-Cola (USA)”.[16]

Sul piano politico, qualunque ipotesi di riforma degli (asimmetrici ed ipersquilibrati) rapporti di produzione esistenti attualmente nel pianeta, a partire proprio dal settore agricolo, non può che entrare in contraddizione frontale con gli interessi economici e geopolitici sia delle “cinque sorelle” dei cereali che di molte altre multinazionali statunitensi che operano nel settore, a partire dai colossi Del Monte e Bacardi. Greg Page, uno degli azionisti principali della Cargill, ama dire che la sua azienda (con un fatturato annuo, di ben 129 miliardi di dollari) si dedica alla “commercializzazione della fotosintesi”, ma probabilmente le sue innegabili doti umoristiche non gli permetterebbero di sorridere troppo rispetto ad un eventuale successo dell’“ipotesi Hong Kong”.[17]

Per quanto riguarda invece “Big Pharma”, negli Usa essa viene costituita dalle principali multinazionali farmaceutiche e dalla rete di relazioni, lucrose e di complicità reciproca, che queste ultime hanno via via intessuto con la casta dei medici e gli istituti sanitari privati degli Stati Uniti.

Ancora nel 2009 il gigante farmaceutico Pfizer aveva un giro d’affari pari a 70 miliardi di dollari (assieme a Wyet) e la Johnson & Johnson fatturava 63,47 miliardi di dollari, gli Abbott Laboratories quasi 30 e la Bristol-Myers Squibb circa 20 miliardi di dollari: tra le prime 15 multinazionali del settore farmaceutico e biotech, ben sette risultavano in quell’anno di proprietà statunitense.[18]

“Big Pharma” rappresenta da molti decenni negli Stati Uniti un cartello monopolistico assai potente, che tra l’altro estende il suo raggio d’azione (assieme ad altri colossi farmaceutici come Glaxo Smithkline, Astra Zeneca, Bayer, ecc) a gran parte del pianeta, con mezzi legali o paralegali. Non è certo un caso che nel giugno del 2010, e proprio dagli Stati Uniti, sia emersa la notizia di un’inchiesta del Dipartimento di Giustizia americano, da cui emergeva che enormi tangenti che provenivano “dalle industrie farmaceutiche a politici, funzionari e medici di tutto il mondo. Pagavano governanti, medici, agenti di commercio.

Pagavano e forse continuano a pagare ancora per vedersi autorizzare un farmaco, riuscire a far approvare una medicina, costringere a scegliere un prodotto invece di un altro.

Le pratiche della malasanità, si sa, sono confinate negli augusti confini d’Italia. Ma in Italia possono avere trovato terreno sicuramente fertile i boss di Big Pharma, a cui adesso l’amministrazione degli Stati Uniti sta finalmente cominciando a presentare il conto.

Dalla Merck alla Bristol-Myers Squibb, dalla GlaxoSmithKline all’AstraZeneca i grandi nomi dell’industria farmaceutica, per una volta ci sono tutti nell’inchiesta del Dipartimento di giustizia e della Sec, la Consob americana. Obiettivo: scoprire se e come le quattro sorelle dei farmaci ungevano i governi di mezzo, mondo per inondare il mercato con i loro prodotti.

L’inchiesta è davvero globale”.[19]

Vista la situazione di monopolio goduta da lungo tempo da “Big Pharma” negli Stati Uniti non sorprende come tra i consigli dati da un celebre premio Nobel per l’Economia, l’americano Joseph Stiglitz, per ridurre il debito del paese vi sia anche la “riforma del Medicare”, del sistema sanitario statunitense: “secondo la legge attuale le grandi case farmaceutiche fissano i propri prezzi: eliminare questa disposizione consentirebbe al governo di negoziare con Big Pharma da una posizione di forza, risparmiando 1000 miliardi di dollari in 10 anni con i nuovi contratti di acquisto di medicine da parte dell’apparato statale degli USA, ha notato Stiglitz nel 2011”.[20]

Lo studioso americano quindi ipotizza l’esistenza odierna di una massa di superprofitti accumulati annualmente da Big Pharma ed equivalenti ad almeno 100 miliardi di dollari: un “bottino” enorme, che spiega le accanite resistenze del cartello a qualunque ipotesi di riforma del sistema sanitario statunitense e fa prevedere le sue più che probabili reazioni di rigetto di fronte a qualunque variante dell’“ipotesi Hong Kong”.

Riguardo invece al gigantesco settore energetico negli Stati Uniti, da più di un secolo sono state elaborate innumerevoli analisi sull’enorme potere di pressione detenuto su scala planetaria dalle cosiddette “sette sorelle” del petrolio, dalle multinazionali operanti (con una forte egemonia statunitense) all’interno del comparto energetico.

Rimandando al geniale lavoro di Lenin sull’imperialismo per tutta una serie di illuminanti analisi, valide in gran parte ancora oggi sull’argomento, basta in questa sede rilevare come nel 2010 tre soli giganti energetici ancora giocassero un ruolo di eccezionale importanza, nella Top 500 delle imprese americane elaborata dalla rivista Fortune.

Nell’anno in via d’esame, infatti, la Exxon Mobil fatturava ben 354,67 miliardi di dollari (2° posto nella graduatoria americana) e denunciava ufficialmente ben 30,46 mld di profitti, risultando di gran lunga la prima nella “Top 500” sotto questo aspetto; la Chevron invece arrivava “solo” a 196,3 miliardi di dollari di giro d’affari (3° posto) ed a 19 miliardi di profitti; la Conoco Phillip a sua volta fatturava 184,9 miliardi di dollari (4° posto nella “Top 500”) e dichiarava a sua volta 11,3 miliardi di dollari di profitti. In altri termini, le “tre sorelle” petrolifere di proprietà statunitense esprimevano nel 2010 un giro d’affari globale (dichiarato, ufficiale) equivalente a circa 730 miliardi di dollari ed al 4% dell’intero PIL degli USA.

Fino ad ora le multinazionali energetiche degli USA hanno manifestato, senza quasi eccezioni significative, un appoggio costante proprio alle tendenze più aggressive ed espansionistiche emerse all’interno dell’imperialismo americano dopo il 1890/96, partendo dall’attenzione particolare data all’area mediorientale dalle diverse amministrazioni statunitensi, da Roosevelt fino ad arrivare all’amministrazione Obama.

E non certo casualmente, visto che un processo di espansione delle aree geopolitiche sottoposte al controllo degli Stati Uniti serve spesso, simultaneamente ed in modo parallelo, ad incrementare anche le “riserve di caccia” (Lenin) più o meno esclusive dei grandi monopoli energetici americani, in un processo di sviluppo storico pluridecennale che è stato ben descritto nelle sue linee-guida da J. Halevi, quando egli notò nel 2003 che proprio “il settore petrolifero fu uno dei primi comparti dell’economia nazionale in grado di estendere gli interessi delle corporation statunitensi nel mondo. Nell’ultimo decennio dell’Ottocento l’utilizzo del petrolio era negli USA assai più ampio che altrove per via dell’attaccamento della Gran Bretagna e della Germania alle proprie fonti di carbone. Inoltre le strategie di Rockfeller avevano consolidato in senso oligopolistico le società petrolifere. Queste hanno quindi agito da battistrada nella nascita del complesso di compagnie multinazionali americane. All’indomani del primo conflitto mondiale l’ambasciatore americano a Londra, un petroliere, chiese, ottenendone soddisfazione, alla Gran Bretagna di aprire in Medioriente spazi per le società petrolifere Usa. Il tutto succedeva quando gli Stati Uniti, essendo i maggiori esportatori di greggio, non abbisognavano di importazioni. Si trattava unicamente di una strategia imperialista diretta a conquistare le fonti estrattive indipendentemente dalla domanda interna. Nel 1928 le compagnie britanniche, francesi e americane in Medioriente firmarono un’alleanza oligopolistica che sanciva la spartizione di eventuali nuovi giacimenti. Tale accordo venne però denunciato dalle società nel 1947. Infatti nel 1945 avvenne lo storico incontro tra il presidente Roosevelt e il re saudita, in cui fu verbalmente siglato un patto in base al quale Washington garantiva la protezione e la stabilità della monarchia saudita in cambio del controllo delle risorse petrolifere. Formalmente le compagnie americane si svincolarono dall’accordo del 1928 sostenendo che esso era collusivo e quindi contro lo spirito di concorrenza immediatamente dopo però ottennero, come previsto dall’incontro del 1945, pressoché la totalità delle concessioni saudite annientando gli interessi inglesi. Il nocciolo della questione fu comunicato senza mezzi termini dall’allora segretario di Stato Bynes al Segretario alla Marina Forrestal: “New York Times” pochi anni fa che fu Londra a chiedere l’intervento della CIA per abbattere il governo di Massadeq che aveva voluto la nazionalizzazione della Anglo-Iranian Petroleum Company. Appena eseguito il colpo di Stato (1953), le società USA ricevettero il 49% delle concessione iraniane che, prima della nazionalizzazione, andavano quasi interamente alle società britanniche. La strategia americana non era quindi volta a togliere spazio ai sovietici, che in quelle zone erano inesistenti, bensì a ridurre ai minimi termini l’influenza europea, mentre contemporaneamente sostenevano in Europa la formazione di un nucleo economico altamente integrato alla Germania”.[21]

Sembra assai improbabile che il trend secolare via via selezionato dalle multinazionali energetiche degli USA, allo stesso tempo economico e geopolitico, possa scomparire dall’oggi al domani, indirizzandole senza eccessivi problemi a favore dell’“ipotesi Hong Kong”…

Facendo un’analisi generale di tipo politica, attualmente l’insieme dell’ala più reazionaria ed aggressiva della borghesia statunitense trova la sua principale espressione politica nel partito repubblicano, dividendosi poi (sul piano tattico, con contraddizioni assolutamente non-antagoniste) tra i seguaci della tendenza estremista del Tea Party con i suoi Palin, Ron Paul e Gingrich, ed i sostenitori di una politica più moderata (di matrice “bushiana”, per intenderci) del partito: nel suo insieme,  un’ala socioproduttiva assai potente del capitalismo USA trova nel partito repubblicano odierno un mandatario politico quasi altrettanto potente, anche in assenza del controllo diretto delle cariche governativo-presidenziali.

Gli esponenti attualmente più quotati dell’ala dura del partito, sono rappresentati Rick Santorum e Newt Gingrich, mentre la tendenza più “moderata” attualmente fa invece capo a Mitt Romney, un’abile esponente di religione mormone ed un leader assai pragmatico, con rapporti relativamente corretti con Pechino e già fautore nel Massachussett (di cui era stato governatore), di un’estensione della copertura sanitaria.

Sul piano politico-sociale Romney (divenuto candidato repubblicano per le elezioni presidenziali USA nel novembre 2012), risulta più vicino alla sensibilità, agli umori contraddittori ed agli interessi corporativi, anche di lungo periodo, di un altro grande settore e segmento del capitalismo statunitense dei nostri giorni, e cioè la sua “fascia oscillante”, almeno rispetto alla risposta da dare in caso di gravissima crisi finanziaria ed economica del processo interno di accumulazione capitalistica.

Un primo segmento della “zona grigia” della borghesia statunitense viene costituita da tutte le multinazionali ed i monopoli statunitensi contraddistinti da due caratteristiche specifiche e combinate, alias:

–          essere presenti nel processo di produzione di beni di consumo e di trasporto;

–          essere già impegnati in investimenti diretti, con partecipazioni e strutture produttive significative, all’interno della Cina e di altri paesi dei BRICS.

In questo segmento troviamo molte delle principali aziende statunitensi, a partire dalla Wal-Mart Stores, il cui giro d’affari è stato stimato in ben 421,8 miliardi di dollari nel solo 2010 (nettamente in testa all’interno della classifica di Fortune) con profitti dichiarati equivalenti a circa 16 miliardi.

Il gigante statunitense importa dalla Cina a basso costo  molti dei prodotti di consumo che essa vende nei suoi ipermercati: ad esempio le biciclette (80% di quelle vendute in USA vengono dalla Cina, un altro 15% da Taiwan e altri Paesi emergenti), i giocattoli (67% dalla Cina) e le decorazioni natalizie (95% “made in China”), per citare solo alcuni dei tanti esempi disponibili.[22]

Dal 2005 al 2010 il colosso statunitense ha inoltre più che quadruplicato il numero dei suoi grandi supermercati aperti sul suolo cinese e ormai fattura quasi otto miliardi di dollari, mentre allo stesso tempo Wal-Mart ha di recente acquisito una consistente partecipazione in 360 Buy, la principale catena di vendita on-line per l’elettronica in Cina.[23]

A sua volta la Boeing ha creato numerose imprese in Cina “per la fabbricazione di materiali sintetici, per la trasformazione e la manutenzione degli aerei e il servizio di fornitura di componenti e pezzi di ricambio”, tanto che “attualmente i maggiori componenti e parti assemblate di 3300 aerei Boeing in servizio nel mondo sono prodotti in Cina”, mentre “la Microsoft è arrivata in Cina nel 1992, investendo enormi somme nella costruzione del suo Centro cinese di ricerca e sviluppo, nel suo Istituto asiatico di ricerca e del suo Centro tecnologico mondiale. Queste tre strutture di sviluppo, ricerca scientifica e supporto tecnologico di livello mondiale hanno reso la Microsoft-Cina la filiale più multifunzionale della Microsoft all’esterno degli Stati Uniti… La Microsoft ha trasferito in Cina la produzione dell’Xbox, molto di moda in tutto il mondo. Inoltre la Microsoft produce mouse nella provincia cinese del Guangdong imballandoli all’estero, con un valore annuale pari a 100 milioni di dollari”.[24]

A sua volta la Apple del defunto Steve Jobs già da molto tempo riceveva dalla Cina buona parte dei componenti dei suoi prodotti (iPad, iPod, iPhone, ecc) proprio dalla Cina, tramite la chiacchieratissima multinazionale taiwanese Foxconn, che ha in Cina circa 900.000 dipendenti. Nell’elenco risulta anche la grande multinazionale Coca-Cola, che opera da tempo nel paese asiatico ed ha assunto in loco il nome cinese di “Kekou Kele”, ovvero “Bevi e sei felice”, mentre le grandi aziende del settore automobilistico statunitense, General Motors in testa, hanno da tempo costruito joint-ventures con società cinesi e grandi stabilimenti sul posto, con una produzione che ha acquisito un forte significato del mercato delle vetture in Cina, divenuto dopo il 2009 il primo al mondo per importanza.

Sono ormai molte decine di migliaia le imprese di consumo/trasporto statunitensi (sulle 590.000 imprese straniere che risultavano attive nel gigantesco paese asiatico, ancora alla fine del 2006) cha fanno affari in Cina e con la Cina, a volte su scala gigantesca. Se diamo per assodato l’interesse corporativo delle imprese operanti nel settore della produzione di generi di consumo (degli USA, oltre che di tutto il pianeta) a veder innalzati i salari dei lavoratori (meno quelli… della loro stessa azienda), al fine di veder aumentati i consumi di questi ultimi, ed a cascata il loro giro d’affari ed i loro profitti; se sommiamo a ciò le controtendenze ed i pericoli paurosi che derivano dalle due ipotesi “catastrofiche” (opzione Gingrich e opzione Gingrich-Stranamore): se a questi due importanti fattori si aggiungono anche gli interessi di gran parte delle multinazionali statunitensi  del ramo dei generi di consumo/trasporti a mantenere, e magari sviluppare buone relazioni commerciali con la Cina e le imprese cinesi (rapporti che verrebbero devastati dal fall-out creato inevitabilmente dalle ipotesi catastrofiche sopra elencate); tenendo conto di tutto ciò, si può presupporre con un ragionevole grado di probabilità che larga parte dei giganti del settore del consumo degli USA manifesteranno almeno un certo grado, variabile ma non infinitesimale, di apertura verso “l’ipotesi Hong Kong” in caso di un prossimo default del debito sovrano statunitense. In altri termini, Bill Gates e la Microsoft potrebbero almeno riflettere con attenzione su tale opzione, ovviamente a determinate condizioni e con precise garanzie a tutela delle loro proprietà/profitti.[25]

Sempre alla “fascia oscillante”, non pregiudizialmente contraria al “compromesso storico” planetario, appartengono anche una parte importante dei potenti fondi pensione e soldi d’investimento degli Stati Uniti, a partire da quelli della Warren Buffett.

Warren Buffett, da alcuni decenni “l’oracolo di Omaha” del capitalismo statunitense, risulta il fondatore, il principale azionista e l’indiscusso leader della settima azienda statunitense nella lista elaborata da Fortune, e cioè la Berkshire Hathaway, che nel 2010 ha ottenuto un gigantesco giro d’affari equivalente a ben 136,1 miliardi di dollari e profitti dichiarati pari quasi a 13 miliardi di dollari (oltre ad essere il maggior azionista dell’istituto di rating Moody’s).

Buffett è un abilissimo investitore e risulta perfettamente inserito nella logica dell’accumulazione capitalistico-finanziario, ma si rende lucidamente conto della gravità sia della situazione del debito pubblico americano che di quella sociale del suo paese, tanto che nell’agosto del 2011 è giunto fino al punto di dichiarare che “mentre i poveri e la middle class combattono per noi in Afghanistan; mentre la maggior parte degli americani stenta ad arrivare a fine mese, noi mega ricchi continuiamo a goderci i nostri sgravi fiscali straordinari”.

“L’anno scorso le mie imposte le mie imposte federali – continua – le imposte sul reddito che devo pagare, come pure i contributi che verso o sono versati a mio nome, ammontavano a 6.938.744 dollari. Detta così questa cifra fa pensare ad un mucchio di dollari; di fatto però ho pagato solo il 17,4% del mio imponibile, e tale importo è stato considerevolmente inferiore a quello versato da chiunque altro tra le venti persone che lavorano nel mio ufficio. Il loro carico fiscale varia dal 33 al 41 per cento e si assesta su una media del 36 per cento”.[26]

Una logica sempre di matrice capitalistica, ma declinata in senso keynesiano e riformista, che crea almeno una cauta apertura all’eventuale sua accettazione dell’“ipotesi Hong Kong”: una prospettiva condivisa da una parte significativa dei grandi fondi pensione e di investimento degli Stati Uniti, preoccupatissimi da tempo sia per l’aggravarsi della crisi del capitalismo americano che delle inevitabili reazioni dei loro principali referenti e “azionisti”, i pensionati ed i lavoratori statunitensi che hanno investito parte dei loro risparmi proprio nelle casse dei fondi pensione, ed indirettamente degli istituti d’investimento, con i quali i primi collaborano di regola in modo assai stretto.

Riguardo ai fondi pensione operanti da molti decenni negli Stati Uniti, va subito sottolineato come uno studio dell’ONU pubblicato nel settembre del 2010 ha valutato in ben 8600 dollari i loro assett globali, le quali circa la metà in mano a quelli di proprietà statunitense.[27]

Basti pensare che il principale fondo pensionistico americano, la Calpers, nel 2010 vantava da sola un patrimonio equivalente a 226 miliardi di dollari, mentre anche quello degli insegnanti statunitensi viene valutato nell’ordine di molte decine di miliardi: sia per ragioni “corporative”, di difesa degli interessi basilari dei loro associati (in gran parte lavoratori salariati e pensionati-ex dipendenti), che di autoriproduzione delle strutture finanziario-organizzative da loro guidate, dal 2008 di regola in passivo, i manager dei fondi pensioni nella loro maggioranza sarebbero almeno disposti a prendere in considerazione “l’ipotesi Hong Kong” ed a scartare invece quelle “catastrofiche” e violente, sul piano interno o internazionale.

A loro volta anche i fondi d’investimento indipendenti, almeno in larga parte autonomi dal sistema finanziario, rappresentano una lobby assai influente all’interno della borghesia statunitense. Collegata al gruppo tedesco Allianz, la società d’investimento PIMCO ad esempio operava in dieci paesi e gestiva nel 2010 un insieme di assett per 1242 miliardi di dollari, mentre il fondo statunitense Fidelity Investments esprimeva nello stesso anno un giro d’affari equivalente a circa 1500 miliardi di dollari e il Vanguard Group, fondato nel 1975, era arrivato ad una somma pari a 1600 miliardi di dollari.[28]

Almeno una parte consistente dei gestori/grandi azionisti dei fondi d’investimento si rende perfettamente conto dell’estrema gravità della situazione del capitalismo statunitense, soprattutto rispetto alle prospettive del 2012/2015.

Ad esempio il leader del PIMCO, Bill Gross, ancora agli inizi di marzo del 2011 aveva sostenuto pubblicamente che la crisi statunitense sarebbe potuta facilmente diventare ancora peggiore di quella greca nel giro di pochi anni, visto che egli stimava addirittura in 75 trilioni di dollari (più dell’intero PIL mondiale…) la massa globale di debiti accumulati via via dal “Titanic USA” nella sfera pubblica e privata, alias dalle famiglie ed imprese della nazione nordamericana.

Sempre uno dei responsabili di PIMCO, P. McCulley, ha sottolineato nello stesso anno come proprio la finanza rappresenta “il centro della crisi” del processo di riproduzione/accumulazione del capitalismo americano: due dichiarazioni che si sono trasformate in fatti concreti, attraverso la riduzione ai minimi livelli da tre anni degli investimenti della PIMCO nei titoli di stato emessi da Washington.[29]

Con molta probabilità l’“opzione Hong Kong” non rappresenterebbe certo il peggiore dei mali per i leader di alcuni dei grandi fondi statunitensi, ovviamente solo in presenza di un imminente/avvenuto default del debito sovrano degli USA e con precise garanzie per la loro autonomia ed i loro profitti.

Ad una sola (ma decisiva e centrale) condizione politica, anche la potente lobby settore ebraica può rientrare nella “fascia oscillante” della borghesia statunitense, sempre se si avverano le previsioni più fosche sulla dinamica a breve termine del capitalismo americano.

Premesso che Karl Marx e Rosa Luxemburg erano ebrei, e dato per scontato che l’antisemitismo risulta spesso solo “il socialismo degli imbecilli” (Bebel/Engels); notato che la maggioranza degli ebrei statunitensi è costituita da lavoratori dipendenti e pensionati, a volte in gravi difficoltà economiche, ma soprattutto che solo una frazione dell’élite economica degli USA risulta di matrice etnica ebraica, non si può tuttavia non rilevare il peso consistente “lobby sionista” in terra americana.

Guidata attualmente da L. Blankfein e rimasta dal 2009 una delle due sole grandi banche (principalmente) d’investimento degli USA, Goldman Sachs ad esempio vede il suo capitale azionario da sempre egemonizzato da cittadini di etnia ebraica, e proprio il “sistema Goldman Sachs” ha espresso un’indiscutibile influenza sui governi americani degli ultimi due decenni, tanto che “l’ultimo segretario del Tesoro dell’amministrazione Bush Hank Paulson e il precedente governatore del New Jersey John Corzine sono entrambi ex-amministratori  delegati della banca”.[30]

E’ stato notato, con sicuri dati alla mano, che “pure Bush aveva un bel numero di Goldman Sachsini nel governo e così Clinton, ma con Obama pare si stia battendo ogni record.

Elena Kagan: Nominata da Obama Giudice delle Corte Suprema (provenienza Goldman Sachs).

Tim Geithner: Ministro del Tesoro e Managing Director della Goldman Sachs.

Joe Biden: Vicepresidente, ha ricevuto cospicui finanziamenti dalla Goldman Sachs.

Hillary Clinton: Ministro degli Esteri (451 milioni dalla Goldman Sachs).

Rahm Emanuel: Capo staff Casa Bianca (ex direttore Goldman Sachs).

Diana Farrell: Nominata da Obama Vice direttrice del National Economic Council (ex Goldamn Sachs).

Stephen Freidman: Nominato da Obama Foreign  Intelligence Advisory Board, ancora nel consiglio di amministrazione di Goldman Sachs.

Thomas Donilon: Vice consigliere sicurezza nazionale dell’amministrazione Obama, ex avvocato della Goldman Sachs.

Douglas Elmendorf: A capo del Congressional Budget Office di Obama, ex direttore dell’Hamilton Project finanziato da Goldman Sachs e fondato da Robert Rubin, ministro del tesoro di Clinton e dirigente Goldman Sachs.

Larry Summers: Consigliere economico di  Obama ed ex Goldman Sachs.

Karen Kornbluh: Ambasciatrice OCSEM per nomina Obama, vice capo dello staff di Roubini ex ministro Clinton, ex dirigente Goldman Sachs.

Jacob Lew: Vice segretario di Stato (Gestione Risorse), ex dirigente del progetto Hamilton finanziato e fondato dalla Goldman Sachs.

Peter Orszag: direttore bilancio Obama e uno dei fondatori del progetto Hamilton”.[31]

Seppure esagerando notevolmente il grado d’influenza della lobby sionista statunitense, M. Freytas ha in parte ragione quando ha notato che, oltre alla Goldman Sachs, “mega corporazioni del capitalismo senza frontiere come Wal-Mart Stores, Walt Disney, Microsoft Pfizer Inc, General Motors, Hewlett Packard, Home Depot, Honeywell, IBM, Intel Corporation, Johnson&Jonhson, JP Morgan Chase, American International Group, American Express, AT&T, Boeing Co (armi), Caterpillar, Citigroup, Coca Cola, Dupont, Exxon Mobil (petrolifera), General Elettric, McDonald’s, Merck&Co., Procter&Gamble, United Technologies, Verizon, sono controllate e/o dirette da capitali e persone di origine ebraica”.[32]

Spesso, nelle aziende citate da Freytas, al massimo si è in presenza di un influenza significativa, e non certo di un “controllo/direzione” esercitata dalla (trasversale e ben ramificata) rete sionista su di esse, ma tale influsso costituisce un dato di fatto innegabile e concreto, seppur con intensità assai variabile a seconda delle diverse multinazionali prese in esame.

Invece Freytas ha colto in buona parte nel segno quando ha rilevato che ai nostri giorni “le tre catene televisive principali degli USA (CNN, ABC, NBC e FOX), i tre giornali principali (Wall Street Journal, New York Times e Washington Post) sono controllati e guidati (attraverso il pacchetto azionario o di famiglie) da gruppi lobbisti ebrei, principalmente newyorkesi.

Allo stesso modo come le tre più influenti riviste (Newsweek, Time e New Yorker) e consorzi egemonici d’internet come Time-Warner (unitasi con America online) o Yahoo!, sono controllati da direttori e capitale ebraico che opera a livelli delle reti e conglomerati allacciati ad altre aziende.

Colossi del cinema di Hollywood e dello spettacolo come Walt Disney Company, Warner Brothers, Columbia Pictures, Paramouth, 20th Century Fox, tra gli altri, formano parte di questa rete interattiva del capitale sionista imperialista”.[33]

A questo elenco non si può che aggiungere i nomi ormai celebri sia dell’astuto finanziere G. Soros che di M. Zuckerberg, fondatore ed azionista principale di Facebook.

Fermo restando l’anticomunismo militante delle potenti lobby sioniste degli Stati Uniti, esse forse potrebbero almeno prendere in considerazione l’“ipotesi Hong Kong” se (ma si tratta di una condizione decisiva e vincolante) venisse assicurata in modo inequivocabile e duraturo sia l’esistenza che la sicurezza nel lungo termine dello stato israeliano, a cui sono legate da molteplici e saldissimi legami di varia natura, non ultimi quelli economici. Sotto questo aspetto il fatto che un noto ebreo come Israel Epstein fosse diventato un cittadino cinese nel 1957 ed un autorevole membro del partito comunista, dal 1964 al 1983, oltre alle corrette relazioni già createsi dal 1980 tra Cina e Israele possono servire da (limitato) stimolo per decisioni future di grande portata.

Infine, ma non certo per importanza, va considerata la “lobby inglese” che agisce all’interno della finanza statunitense. Come ha dimostrato concretamente anche l’esempio clamoroso della loggia segreta Kappa Beta Phi, l’alta finanza inglese da sempre esercita un ruolo significativo all’interno dei processi decisionali via via presi da Wall Street: e visto che la City londinese, per suoi interresi generali particolari, potrebbe essere interessata a svolgere un ruolo attivo di mediatore e protagonista all’interno dell’“ipotesi Hong Kong”, come si analizzerà meglio in seguito, risulta  ragionevole pensare che dalla “lobby inglese” giungano almeno dei forti segnali di prudenza ai “soci” più oltranzisti di Walll Street, in caso (e solo nel caso…) di imminenza di bancarotta dello stato americano.

Un terzo e diverso “spicchio” di quella grande “arancia” costituita dall’attuale borghesia statunitense viene formato invece dai particolari, minoritari e diversificati segmenti dell’élite economica degli USA che, con un buon livello di probabilità, potrebbero invece accettare (in caso di imminente default, e solo in tal caso) senza eccessivi problemi l’idea/attuazione di un grande “compromesso storico” su scala mondiale: a patto ovviamente di mantenere le loro proprietà/privilegi materiali e senza mutare in alcun modo la sicura scelta di campo filo capitalistica ed anticomunista, che contraddistingue gran parte dei soggetti che andremo ad esaminare.

I contraddittori e diversificati nuclei di aggregazione di tale (minoritario, secondario) “terzo settore”sono:

–          l’ala sinistra (anticomunista, ma riformista) della borghesia americana, la “liberal élite” formata dal clan dei Kennedy, da Ted Turner e dal ristretto gruppo di famiglie facoltose ancora attratte dagli elementi più avanzati del “New Deal” di Roosevelt e dell’esperienza dei democratici durante gli anni Sessanta, almeno sul fronte interno;

–          la “Hollywood left”, e cioè il folto segmento di celebri attori e registi (Woopy Goldberg, Oliver Stone, Francis Ford Coppola, Sean Penn, ecc) collegati su posizioni di sinistra più o meno radicale, a partire dai “liberal” di sinistra (Woody Allen, ecc);

–          lo strato più famoso dell’intellighenzia di sinistra degli Stati Uniti, partendo dalle posizioni riformiste di studiosi quali P. Krugman e J. Stieglitz fino ad arrivare ad alcuni celebri “radicali” quali N. Chomsky;

–          il borghesissimo ed anticomunista, ma consistente “Club Ren”, che dal 2004 riunisce una sorta di lobby cinese all’interno dell’alta finanza degli Stati Uniti.

“Sei anni fa a Wall Street è nata la “potente” Ren, associazione che raduna gli executive che vantano radici cinesi e che lavorano alla Borsa americana. Ad oggi ha circa 400 iscritti e tra gli esponenti di spicco si contano managing director (77 stando al rapporto annuale 2010, ai quali aggiungere 99 directory), gestori e dirigenti di tutti i nomi di prestigio della finanza globale, da Bank of America Merril Lynch a Jp Morgan, da UBS a Deutsche Bank, da Morgan Stanley e Lazard a Black Rock. Tra questi Li Lu, il 44enne delfino di Warren Buffett. Tra gli altri big spicca Fred Hu –  partner di Goldman Sachs, che ha deciso di lasciare la stella di Wall Street dopo una carriera di 13 anni per lanciare con il suo aiuto un fondo di private equity in Cina – e un altro big cinese di Goldman, Fang Fenglei, che aveva già varato con successo il fondo di boyout Hopu nel 2007”;[34]

–          il fondo sovrano China Investment Corporation (CIC), di proprietà dell’apparato statale cinese, è entrato a sua volta ormai da tempo proprio nel “salotto buono” dell’alta finanza statunitense, dato che dal dicembre del 2007 ha acquistato il 10% della potente banca d’affari Morgan Stanley, come del resto anche una quota azionaria pari al 10% del fondo americano di private equity Blackstone Group. Si tratta di un socio di minoranza, ma certo di peso non irrilevante in due “gemme” dell’alta finanza di Wall Street e nei loro futuri processi decisionali di carattere politico-economico (secondo Lenin, la politica è molto spesso “l’espressione concentrata dell’economia”).

In una particolare forma di “auto neutralizzazione” politica risulta invece invischiata la potente lobby massonica degli Stati Uniti. Fin dalla costruzione della nazione americana, nel 1774/79, essa rappresenta un gruppo di pressione dotato globalmente di un’enorme potere d’influenza, ma proprio fin dal 1774/1788 essa è divisa al suo interno tra sottogruppi con diverse prospettive politico-sociali, fermo restando la comune scelta di campo filocapitalistica: una differenzia- zione/lotta interna che si riproporrà sicuramente al suo interno nel caso di imminenza/scoppio della bancarotta del debito sovrano americano.

Tirando in modo approssimativo le somme e sempre presupponendo l’imminenza/scoppio del default statunitense, i rapporti di forza sembrano a prima vista sbilanciati nettamente a favore della tendenza più aggressiva della borghesia statunitense, ma la radiografia della (futura) soggettività politico-sociale degli USA deve tenere conto anche di un potente… “terzo incomodo”, e cioè delle masse popolari e dei lavoratori salariati che vivono nella superpotenza (militare) americana.

Già ora, come risulta dalle dichiarazioni sopra riportate di N. Roubini del 20 settembre 2011, gli analisti più intelligenti della borghesia  americana iniziano a temere lo scoppio di rivolte popolari anche prima del futuro default, anche prima della futura bancarotta del debito sovrano USA, mentre proprio a partire dalla seconda metà del settembre 2011 è partito un primo movimento relativamente esteso di lavoratori e giovani americani contro lo strapotere di Wall Street e della finanza, capace per più di un mese di accendere i riflettori dei mass media.

Luci ed ombre coesistono dialetticamente all’interno della coscienza collettiva di gran parte dei proletari statunitensi dei nostri giorni, ma paradossalmente proprio il limite e la barriera insuperabile (per qualche anno, nel breve periodo) che li contraddistingue, e cioè il rifiuto di qualunque opzione rivoluzionaria, può trasformarsi in potente fattore a sostegno di una seria ipotesi riformista e populista di sinistra, come alla seconda fase del New Deal sviluppatosi nel triennio 1934/36.

Sul lato negativo della bilancia, emerge subito come l’anticomunismo risulti tuttora particolarmente diffuso e radicato in gran parte dei lavoratori dipendenti degli Stati Uniti, con (limitate) eccezioni solo nella popolazione afroamericana e nei settori assai ristretti,  seppur in crescita, di salariati che già ora militano e simpatizzano nelle diverse correnti del marxismo americano, a partire dal partito comunista degli Stati Uniti (che vanta circa 10.000 iscritti, su una popolazione di più di 300 milioni di abitanti).

Sul piano della soggettività, pertanto, non sussiste al mondo un paese capitalistico importante che sia così lontano come gli USA, almeno nel breve periodo, dalla possibilità di innescare processi anticapitalistici di massa: la Grecia del 2010/2012, ad esempio risulta anni-luce più avanti della superpotenza statunitense sotto questo aspetto specifico ed “antagonista”.

In secondo luogo il populismo di destra e cripto-razzista si è dimostrato assai vitale e diffuso in ampi strati popolari negli  Stati Uniti, specialmente (ma non solo) nelle ampie zone rurali del paese: prima mediante il miliardario Pat Buchanan, ed ora attraverso il Tea Party, settori consistenti di operai, impiegati, contadini autonomi di razza bianca del paese hanno via via trovato il principale canale di espressione delle loro pulsioni, desideri e bisogni politico-materiali, allo stesso tempo ostili a Wall Street come a qualunque forma di sinistra e di pensiero progressista ( su aborto, divorzio, diritti dei gay), oltre che permeati da una forma più o meno latente di razzismo contro gli afroamericani, latino-americani e gli immigrati.

Ancora nel 1998 J. Dyers notò, rispetto a quelle enormi zone rurali degli USA in cui vivevano ancora un quinto della popolazione americana, che nelle direzioni presidenziali del 1996 “gli stati blu erano per Clinton, quelli rossi per Dole, o almeno così veniva commentata dal traduttore del notiziario Peter Jennings, la mappa a due colori mostrata al pubblico televisivo la sera delle elezioni del 1996… C’era un vuoto nella vittoria di Clinton. In mezzo a tutti quegli stati blu c’era una larga striscia rossa che si estendeva dal Messico al Canada. Quei grandi stati ritagliati nel cuore dell’America avevano votato contro il presidente. Anche se gli analisti hanno affermato che nelle arre rosse aveva vinto Bob Dole, sarebbe stato più appropriato dire che quelli erano gli stati in cui Bill Clinton e il governo federale avevano perso.

Avevo passato gran parte del 1996 a percorrere ripetutamente la parte centrale del paese facendo interviste e parlando di politica; mi fermavo nelle fattorie, nelle stazioni di benzina, nei ristoranti e nelle case di cura. Credetemi, Dole erra ben poco popolare. Gran parte degli agricoltori e degli americani delle aree rurali vedeva poca differenza tra i repubblicani e i loro avversari democratici. Per quanto li riguardava, i politici di Washington erano tutti fatti della stessa stoffa.

La mappa che Jennings usò per mostrare i risultati elettorali poteva raccontare anche un’altra storia. Avrebbe potuto essere usata per far capire agli osservatori quali erano i posti in cui l’attuale rivoluzione antigovernativa sarebbe diventata una forza rilevante. Il rosso non era per Dole. Il rosso era anti-Washington. Ma è un errore pensare che gli stati che avevano votato per Clinton siano immuni da questa reazione antigovernativa violentemente radicale. Sotto il blu indicato sulla mappa, in quelle aree che riempiono lo spazio tra le città, c’è uno strato di rosso, costituito da gente privata dei propri diritti elettorali e arrabbiata”.[35]

Terzo dato indiscutibile, la forte carica nazionalistica, con tratti più o meno forti di sciovinismo, che contraddistingue ancora oggi larga parte dei lavoratori bianchi del gigante statunitense.

Infine va sottolineato anche il radicamento del millenarismo religioso di matrice protestante in ampi settori dei salariati americani, specie nel sud degli Stati Uniti, utilizzato di regola (ma non sempre) da predicatori di orientamento iperconservatore sia in campo culturale che sociopolitico: anche se va subito notato, come ricordava il ricercatore A. Lieven, che tale millenarismo popolare spesso è solo “un socialismo che si vergogna”, di lavoratori disillusi completamente dalla politica, ma in cui sono latenti forti tratti anticapitalistici (anche se trasferiti nell’attesa di un’apocalissi divina). “Infine, nel contesto della tradizione americana di sconfitta e dei loro legami con la paranoia d’aggressione, dobbiamo notare, in seno all’intera tradizione millenarista, una forte componente di odio di classe: un sentimento magistralmente analizzato da Norman Cohn nel suo famoso libro “I Fantastici dell’Apocalisse”, in cui vedeva nei culti millenaristici dell’Europa medievale e della prima età moderna, con i loro deliri di un regno di Dio all’insegna dell’eguaglianza e della distruzione dei padroni e governanti legittimi, una sorta di precursori del comunismo (e in qualche caso del moderno antisemitismo).

Analizzando culti vecchi di cinquecento anni, a Cohn e agli altri sfuggì che gruppi millenaristici portatori della stessa tradizione erano ancora vivi negli Stati Uniti del loro tempo. Negli USA esiste  una relazione fortissima tra credenze del genere e la povertà, la residenza in campagna e nelle piccole città, ma, soprattutto, la mancanza di istruzione. La combinazione è naturalmente alimentata da più ampi risentimenti meridionali e della Heartland contro l’élite della costa orientale, nonché dall’ostilità delle classi subalterne per le èlite in generale, specie quelle largamente identificate come di origine “straniera” quali i banchieri. Alcuni storici hanno infatti considerato il fondamentalismo statunitense nel suo complesso come una specie di “oppio del popolo”, un espediente che fa assumere ai risentimenti socioeconomici una forma ostile alla cultura delle élite ma che di fatto non ne minaccia l’effettivo potere.

Cento volte, nella letteratura millenaristica, personaggi facoltosi, colti e ricchi di prestigio muoiono e vanno all’inferno a causa della loro vita peccaminosa, mentre i semplici, i comuni credenti timorati di Dio si salvano. Gli scrittori millenaristi sferzano con la stessa regolarità anche l’edonismo e la cultura consumista degli Stati Uniti. Il millenarismo statunitense è da sempre, in larga misura, una religione dei diseredati, una sorta di socialismo spirituale per persone incapaci, per qualsiasi ragione, di aderire al socialismo.

I predicatori evangelici, specie quelli millenaristi, parlano del futuro regno di Cristo sulla Terra in termini che ricordano da vicino quelli usati da Karl Marx: il regno sarà, in sostanza, un’America grandemente migliorata, senza più povertà, peccati e valori estranei: “Molto come la vita attuale… ma senza tutti gli inconvenienti che hanno distrutto il vero, pieno significato della vita”. Il regno di Cristo porterà lavoro, avventura, emozione, occupazione e impegno. Vi è un forte accento posto sull’eguaglianza –  compresa quella economica – di tutti quelli che credono in questo regno venturo, nel quale ogni uomo sarà un sovrano”.[36]

Fenomeni innegabili e veritieri, certo: ma “il vero è l’intero”, aveva sottolineato giustamente Hegel, e altrettanto reali risultano le dinamiche e controtendenze positive che attraversano gran parte delle masse popolari statunitensi, anche di razza bianca, permettendo di delineare e prevedere anche una possibile risposta progressista ad un eventuale default del debito sovrano degli USA.

Una parte significativa degli statunitensi ha infatti già espresso nel 2008/2009 una timida, ma reale simpatia e preferenza per il socialismo (riformista e graduale, certo) rispetto all’ancora dominante reale alternativa di matrice capitalistica. Infatti secondo un sondaggio effettuato dall’insospettabile (in termini di filocomunismo) agenzia Rasmussen, nel marzo del 2009 circa il 33% statunitensi sotto i trent’anni di età preferiva il socialismo al capitalismo, mentre un altro 30% in quella fascia d’età non era sicuro nella scelta, dimostrando come minimo di nutrire seri dubbi sulla bontà del processo generale di accumulazione privata a scopi di lucro: il tutto all’interno della storica roccaforte mondiale del capitalismo/anticomunismo, nel “liberisti” Stati Uniti.[37]

Secondo fattore positivo, non scontato né banale, l’orientamento progressista e populista di sinistra sia di gran parte dei lavoratori/disoccupati afroamericani che seppur in proporzioni minori, della numerosa comunità latino-americana del paese. Non è certo casuale che, nel sopracitato sondaggio dell’agenzia Rasmussen, proprio i giovani neri avessero optato in netta maggioranza per il socialismo rispetto alla realtà capitalistica in cui essi vivono, di regola malissimo e sottoposti al peso della disoccupazione, del lavoro precario o del carcere, a seconda dei casi.[38]

Terzo elemento progressivo, un sentimento quasi generalizzato di ostilità diffusa in “Main Street” rispetto a “Wall Street”, nei lavoratori americani rispetto all’alta finanza, nelle masse popolari del paese nei confronti almeno del nucleo centrale del capitalismo (di stato) degli USA, e cioè il sistema bancario e la correlata “finanza ombra”: dopo la crisi del 2008, la credibilità e l’influenza politica degli istituti finanziari sui salariati e piccoli agricoltori del paese è scesa ai minimi storici. Un sentimento ed un pensiero collettivo condiviso anche dagli strati popolari ancora influenzati dal Tea Party e dai predicatori di destra, che non a caso cercano di glissare sulle responsabilità della finanza e del “socialismo dei ricchi” di Bush Junior per la crisi economica e del debito sovrano del paese, mentre il miliardario di destra Pat Buchanan lucidamente e da molto tempo ha utilizzato (ed usa tuttora) “una gran quantità di retorica populista” per cercare di conquistare i favori di segmenti significativi degli operai americani di razza bianca.[39]

Ulteriore fattore progressivo, una netta maggioranza dei lavoratori statunitensi erano già da tempo, e sono tuttora con rinnovata intensità a favore di processi di tassazione più elevati dei redditi dell’élite economica e della borghesia, anche quando manifestano posizioni conservatrici sui diritti civili e sulla questione degli omosessuali. Ancora alla fine degli anni Novanta il giornalista John Dyer sottolineò che “in The True and Only Heaven: Progress and Its Critics, Christopher Lasch cita una ricerca che ha messo in luce come la grande maggioranza degli americani sia a favore di una qualche forma di redistribuzione del reddito. Ma, con gran dispetto dei progressisti, la stessa ricerca ha dimostrato che gran parte degli americani disapprova la posizione del partito democratico su temi quali i diritti degli omosessuali, l’educazione sessuale, l’aborto e il controllo delle armi. Gli studi hanno inoltre evidenziato che al momento del voto, questi temi – la redistribuzione del reddito, le scelte morali e le libertà individuali – portano due conseguenze: o la gente rimane a casa perché non ci sono canditati che propagandano la redistribuzione del reddito combinata con una moralità conservatrice, o votano repubblicano perché alle preoccupazioni economiche preferiscono le istanze morali. Questo segmento moralmente conservatore ed economicamente progressista della popolazione costituisce la parte più cospicua degli elettori. Include inoltre la maggioranza della classe media e dei poveri di questo paese. Se arrivasse il candidato giusto, potrebbe anche esserci una soluzione democratica alla rivolta nelle aree interne dell’America”.[40]

Un altro fattore positivo viene costituito dalla presenza concreta di una forte sinistra riformista, pacifista e ostile a Wall Street all’interno degli USA.

Tale tendenza viene composta principalmente dall’ala sinistra del partito democratico, incarnata dal Congressional Progressive Caucus (CPC) e guidata, tra gli altri, da D. Kucinich, B. Lee e B. Sanders: essa comprende un segmento rilevante dei senatori/deputati democratici e della base del partito, godendo di consensi particolarmente forti proprio tra le sue due “roccaforti”, gli afroamericani ed i latino-americani. A tale nucleo centrale vanno aggiunti i cristiano-sociali e le forze che fanno riferimento al movimento ecologista statunitense e (R. Nader) oltre a gran parte della (ridotta, ma in crescita) sinistra di matrice marxista del paese, a partire dal partito comunista statunitense guidato attualmente da Sam Webb.

Sesto fattore positivo, gran parte dei salariati statunitensi sono armati e dotati di regola di un certo grado di allenamento al loro utilizzo.

Dall’analisi delle tendenze e controtendenze sociopolitiche in via d’esame, emerge con chiarezza come il vero nodo centrale rispetto all’orientamento futuro delle masse statunitensi, in caso di imminenza/scoppio del default, non riguarderebbe la sicura emersione di una grande ondata populista nella società americana, ma viceversa se essa risulterebbe principalmente guidata da un populismo di sinistra o di destra; in altri termini, il punto centrale diventerà la matrice principale e l’indirizzo dominante, progressista o reazionario, del grande movimento di massa, non-rivoluzionario ma con alcune confuse declinazioni anticapitalistiche, che si creerà inevitabilmente negli USA nella vicinanza temporale di un default del debito sovrano, oppure al momento del suo scoppio. La risposta principale, anche se non certo unica, a questa domanda verrà dalla scelta politico-sociale che compirà Obama, a partire dal settembre del 2011 e fino ad un paio di mesi dalle elezioni presidenziali del novembre 2012: in altri termini, l’attuale leader statunitense continuerà a fare il “valletto di Wall Street” e della Goldman Sachs, posizione da lui di regola assunta nei primi tre anni del suo mandato, o viceversa selezionerà l’opzione “Roosevelt 1935-36”?

Non è molto conosciuto il fatto che F. D. Roosevelt partì da posizioni relativamente moderate nel primo anno della sua presidenza, compiendo tutta una serie di atti che salvarono dal collasso innanzitutto le banche e l’alta finanza di Wall Street: ad esempio nel marzo del 1933, una volta insediato Roosevelt subito fece approvare L’Emergency Banking Relief Bill, che permise la riapertura delle banche ancora solvibili del paese.

Ma lentamente, a partire dalla seconda metà del 1934, il presidente statunitense iniziò una vera “svolta a sinistra”, dovuta alla combinazione di diversi fattori quali la cieca miopia/resistenza conservatrice dell’alta borghesia statunitense, l’aumento delle proteste popolari e degli scioperi operai, a partire da quello generale di San Francisco nel luglio del 1934, e lo spostamento a sinistra di una parte significativa degli elettori, degli intellettuali e dei ceti medi. Ferma restando la sua sicura e salda scelta di campo filocapitalistica, Roosevelt iniziò a scontrarsi su diverse questioni con i monopoli capitalistici del paese (Social Security Act; Il Wagner Act; l’aumento della tassazione redditi più elevati, ecc.) e impostò la sua vittoriosa campagna presidenziale del 1936 con parole d’ordine contro Wall Street, contraddistinte da un combattivo riformismo socialdemocratico, anche se esse vennero rapidamente ripudiate e lasciate in un cassetto già nella prima metà del 1937.[41]

Ora, Obama è democratico come F. D. Roosevelt e sta affrontando una crisi economico-sociale paragonabile (anche se più grave) di quella del 1929/33: inevitabile che si rivolga anche al modello costituito da uno dei presidenti USA più celebri.

Ma anche tralasciando tali (utili) analogie storiche, fin dall’estate del 2011 l’amministrazione di Obama è pertanto posta di fronte ad un bivio ineludibile. Può continuare a perdere popolarità tra i suoi referenti sociali mantenendo la sua precedente politica ipermoderata, con la sola eccezione della (limitata) riforma sanitaria, oppure tentare di passare all’offensiva attaccando Wall Street e l’alta borghesia almeno sul piano cruciale del sistema di tassazione, ottenendo quattro risultati combinati:

–          dimostrare di voler agire concretamente al fine di salvare il disastrato bilancio federale degli USA;

–          capitalizzare il forte scontento di “Main Street” contro “Wall Street”;

–          rendere visibile a tutti il collegamento organico, sia dei repubblicani che del finto populismo del Tea Party, con gli interessi concreti dei ricchi, vista l’inevitabile opposizione delle forze politiche osservatrici a qualunque misura destinata ad intaccare anche solo in minima parte, gli interessi di quel ristretto 0,3% della popolazione con redditi superiori al milione di dollari;

–          recuperare credibilità tra i giovani e le masse popolari che l’avevano  sostenuto nel 2008, ponendo le condizioni per una sua possibile (anche se incerta) vittoria alle elezioni presidenziali del 2012.

Proprio il 20 settembre del 2011, il nucleo diretto da Obama ha fatto un primo passo significativo in direzione della “soluzione Roosevelt 1934/36”, proponendo la cosiddetta Buffett Rule, sollevando subito la furiosa reazione dei repubblicani, che l’hanno accusato di “fomentare la lotta di classe”: preannunciando il loro ostruzionismo al congresso, dove hanno la maggioranza, anche a costo di innescare i tagli di spesa automatici (previsti dall’accordo bipartisan dell’agosto 2011) che cadrebbe a metà sul Welfare e, per l’altra metà, sulle spese militari USA (tagli pari complessivamente ad almeno numero 1.200 miliardi di dollari).

Un commentatore ha notato che Obama “ha deciso di fare una cosa di sinistra. Si chiamerà “Buffet Rule”, la regola di Buffett, dal nome del secondo miliardario più ricco d’America. E’ la regola per cui “se sei così ricco devi pagare almeno l’aliquota fiscale della tua segretaria”. Il presidente lancia la sfida dell’equità fiscale, per abolire i privilegi assurdi.

Privilegi che premiano chi percepisce rendite finanziarie, plusvalenze patrimoniali e altre entrate speculative. Nasce così la “giusta tassa sul milionario”: chiunque guadagni dal milione di dollari annuo in su, dovrà essere soggetto a un prelievo del 35% come lo sono i redditi da lavoro dipendente del ceto medio. Addio al privilegio del 15% di ritenuta secca, che oggi si applica alle entrate di tanti gestori di hedge fund. Il gettito della nuova tassa “di sinistra” sarà destinato proprio alla solidarietà: dovrà finanziare la manovra per l’occupazione che Obama ha presentato una settimana fa, 447 miliardi di dollari di investimenti nella scuola, nelle infrastrutture, e negli sgravi fiscali per chi assume disoccupati”.[42]

Agendo come fattore scatenante, tale opzione non potrebbe che acutizzare il livello di scontro politico-sociale all’interno degli Stati Uniti e creare nello scenario estremo alcuni sottoprodotti di un certo peso, come la possibile fuga di capitali degli Stati Uniti ad opera dell’alta borghesia e la creazione di un brodo di cultura per eventuali futuri attentati di “pazzi esaltati” dell’estrema destra americana contro le alte sfere del partito democratico, riproducendo ad un livello superiore l’orrendo massacro avvenuto in Arizona nel gennaio del 2011.

Il tempo dirà quale delle due strade del “bivio” sceglierà Obama, nel corso del 2012.

Tiriamo a questo punto le somme.

Fino a quando il default del debito sovrano statunitense non risulterà imminente o non scoppierà in modo irreversibile, le (reali, serissime) contraddizioni politico-sociali degli USA rimarranno in ogni caso entro i limiti di guardia, con le sole possibili eccezioni di un (riuscito) attentato alla vita di Barack Obama o di nuovi atti di terrorismo di massa sul suolo americano.

I principali problemi in gioco, sul fronte decisivo della soggettività politica all’interno degli USA, e le possibili varianti sul campo risultano essere:

1)      i tempi reali del (futuro, ma sicuro) default del debito sovrano degli USA, alias se l’amministrazione Obama e la Federal Reserve riusciranno a posporre l’inevitabile “resa dei conti” per le finanze americane all’anno successivo alle elezioni presidenziali del novembre del 2012, o se la (disastrosa) crisi scoppierà ancora prima.

2)      Quale nucleo politico sarà al potere nell’imminenza della (futura, ma sicura) bancarotta statunitense.

3)      Supponendo un default posposto ad almeno dopo la metà di novembre del 2012, quale nucleo dirigente politico prevarrà durante le elezioni presidenziali del 2012 (Obama o il candidato repubblicano?).

4)      Lo stato d’animo politico prevalente tra le masse popolari statunitensi, nell’imminenza del default.

5)      I rapporti concreti (cooperativi o antagonistici) che l’amministrazione al potere avrà costruito su scala internazionale subito prima dell’approssimarsi del default, con particolare riguardo alle decisive relazioni sinoamericane e all’atteggiamento di Pechino nei confronti del “Titanic-USA”.

Nessuno possiede una magica sfera di cristallo per prevedere l’esito delle cinque varianti politiche in gioco, nella loro inevitabile interconnessione dialettica, e quale opzione si affermerà all’interno degli Stati Uniti nel biennio 2012/2013.

Non servono invece poteri divinatori eccezionali per anticipare e prevedere la sicura imminenza del fallimento del debito sovrano statunitense nel giro al massimo di tre anni ed entro la fine del 2014, anche supponendo l’ipotesi più ottimistica (e meno probabile) che l’economia statunitense registri solo un rallentamento/stagnazione nel prossimo biennio, e non cada invece in uno stato recessivo più o meno acuto.

Il “Giorno del Giudizio” (finanziario e materiale, non dovuto ad asteroidi ed interventi apocalittico-divini) si approssima per il sistema-USA. Il futuro default può essere evitato esclusivamente attraverso “l’ipotesi Hong Kong”, con la combinazione tra massicci aiuti cinesi ed una parallela, profonda e seria (seppur non rivoluzionaria) riforma dell’intera struttura del capitalismo di stato degli USA: non sono più sostenibili, per il processo di riproduzione dell’azienda-USA, delle affermazioni incredibili come quelle rilasciate ancora nel 2009 da due personaggi importanti dell’élite economico-politica quali D. Viniar e R. Cohen.

“Il nostro modello non è cambiato, abbiamo sempre detto coerentemente che il nostro modello di business rimaneva lo stesso”, ha dichiarato a luglio 2009 all’agenzia Bloomberg David Viniar, responsabile finanziario dell’ex banca d’affari Goldman Sachs. Una lampante presa di distanze da qualsiasi responsabilità nel disastro. Ancora più chiaro è stato a maggio 2009 Rodgin Cohen, grande legale di Goldman e di tutta Wall Street. “Non sono per nulla convinto che vi fosse qualcosa di davvero sbagliato nel sistema”, ha detto Cohen, che era stato pochi mesi prima seriamente candidato come numero due al Tesoro a fianco di Timothy Geithner, ex presidente della FED di New York e poi ministro di Obama. Come a dire: non è successo nulla, è stata solo una maligna passeggera congiunzione di stelle. A gennaio 2010, davanti alla commissione incaricata dal Congresso di scrivere la storia del grande crac del 2008, i numeri uno di Goldman Sachs e JP Morgan, Llloyd Blankfein e Jamie Dimon, come vedremo, non avrebbero avuto una posizione diversa. La crisi? Succede, sarà la loro risposta”.[43]

Tali schemi interpretativi tardo-liberisti non risultano più sostenibili in una situazione in cui, come denunciava lucidamente N. Roubini nell’estete del 2011 durante un’intervista a Bloomberg TV, “abbiamo raggiunto uno stallo dell’economia, non solo negli Stati Uniti, ma nell’euro zona e nel Regno Unito. Abbiamo una probabilità del 60% di entrare in recessione l’anno prossimo, e purtroppo siamo a corto di strumenti di politica economica. Ogni paese sta facendo politiche di austerità fiscale e ci sarà un drenaggio fiscale. La possibilità di sostenere le banche è oggi impossibile a causa dei vincoli politici e gli stati sovrani non possono salvare le proprie banche in difficoltà, perché sono in difficoltà essi stessi. Stiamo entrando in una recessione, siamo a velocità di stallo ed a corto di proiettili”.[44]

In una situazione in cui l’autorevole, competente ed anticomunista Bill Gross, leader della Pimco, stimava il debito complessivo dell’”azienda-USA” come pari a ben 75 trilioni di dollari ancora nella primavera del 2011, ben cinque volte il PIL statunitense dello stesso anno.

In una situazione in cui una ricerca di Arnaud Mares, del gigantesco istituto finanziario statunitense Morgan Stanley, risultava intitolata in modo eloquente “non chiedetevi se gli stati andranno in default, ma come”.[45]

In una situazione in cui, dei titoli in scadenza nel 2012, “pubblici e privati, si calcola che il 43 per cento siano targati a stelle e strisce”, e si tratta di migliaia di miliardi di dollari in giro per il pianeta.[46]

A questo punto possiamo finalmente passare al processo di focalizzazione relativo all’“ipotesi Hong Kong”.

 

 

 

 

 



[1] “Anche Goldman Sachs crede in segreto che stia arrivando un collasso economico”, 4 settembre 2011, in www.altrainformazione.it

[2] “Roubini e Soros: negli USA sono possibili rivolte e una nuova recessione”

[3] Gallino, op. cit., pp. 10-11

[4] “Anche Goldman Sachs…”, op. cit., p. 3

[5] Gallino, op. cit., pp. 10-11

[6] Op. cit., p. 19

[7] Op. cit., p. 55

[8] “Centinaia di trilioni…”, op. cit.

[9] A. Giannuli, op. cit., pp. 45 -46

[10] Op. cit., p. 46

[11] Intervista a L. Simoncelli, in www.30giorni.it, p.1

[12] Op. cit., p. 2

[13] S. Maurizi, “Scudo spaziale: perché Putin e Bush si accendono per un’arma che non funziona”, pubblicato sul Venerdì del 12 settembre 2008

[14] M. D’Eramo, “Bigotti e reazionari negli USA” da Il Manifesto, novembre 2004

[15] A. Randazzo, “Capitalismo totalitario”, in www.disinformazione.it

[16] “Il boccone più grasso.” In www.disinformazione.it

[17] “Greg Page, l’uomo che controlla il cibo del pianeta”, in www.altervista.org

[18] “List of farmaceutical compagnie” 2010 in en.wikypedia.it

[19] “Big Pharma, accuse di corruzione”, in www.mednat.org, 6/10/2010

[20] “USA, i quattro consigli di Joseph Stiglitz per alleviare il debito americano”, in www.finanzablog.it

[21] J.Halevi, “L’imperialismo del petrolio”, pp. 1-2, settembre 2003, in “La Rivista del Manifesto, n.42

[22] “La repubblica di Wal-Mart”, Corriere della Sera, 2006

[23] A. Foroni, “I segreti di Wal-Mart e i problemi legati alla globalizzazione”, 6/6/2011, in www.gdonews.it

[24] “Le maggiori multinazionali in Cina”, 2007, in italian.cri.cn

[25] R. Sidoli e M. Leoni, op. cit., p. 100

[26] “Warren Buffett: è giusto tassare di più i super ricchi”, 17 agosto 2011 in Il Sole24 Ore

[27] “L’ONU ai fondi pensione: trasparenza sulla responsabilità”, 22/9/2010, in www.valori.it

[28] G. Maiorano, “I rendimenti USA sono in salita”, 25/3/2011, in www.consulenti-finanziari.it

[29] G. Maiorano, op. cit.

[30] L. Mazzuccato, “Doppio pacco di Goldman Sachs” in www.altrenotizie.org

[31] “Goldman Sachs e l’amministrazione Obama”, in gargantua.tumblir.it

[32] M. Freytas, “Il potere occulto: da dove nasce l’impunità di Israele?”, in www.voltairenet.org

[33] Freytas, op. cit., p. 4

[34] M. Valsania, “I cinesi di Wall Street si vedono al club Ren”, 10 agosto 2010, il Sole 24Ore

[35] J. Dyer, “Raccolti di rabbia”, pag. IX, ed. Fazi

[36] A. Lieven, “Giusto o sbagliato, è l’America”, pp. 201- 203, ed. Sperling&Kupfer

[37] D. Maceri, “Stati Uniti: verso il socialismo”, 4/4/2009, in www.businessonline

[38] D. Maceri, op. cit.

[39] J. Dyer, op. cit., p. 191

[40] Op. cit., pp. 191- 192

[41] M. A. Jones, “Storia degli Stati Uniti”, pp. 415, 420-421, ed. Bompiani

[42][42] F. Rampini, “Obama tassa i ricchi per risanare i conti”, 19/9/2011, La Repubblica

[43]  Margiocco, op. cit., pp. 22-23

[44] “N. Roubini: 60% di probabilità di una recessione”, 2/9/2011, in forum.politicainrete.net

[45]  A. Giannuli, op. cit., p. 99

[46]  Op. cit., p. 115


Warning: Division by zero in /home/webdes90/public_html/Domini/robertosidoli.net/wp-includes/comment-template.php on line 1381