Capitolo Ottavo

Capitolo Ottavo

Cina e politica internazionale: la teoria del magnete

-parte seconda-

 

La terza sfera della strategia internazionale di Pechino è segnato dalla teoria (engelsiana/leninista) “del magnete”, la quale a sua volta orienta la particolare (e pacifica) tendenza cinese alla massimizzazione del possibile ed all’accumulazione progressiva di potenza da parte cinese su scala  regionale e planetaria, il suo “sviluppo pacifico” (heping fazan) nell’arena internazionale.

Nel settembre del 1882, attraverso una lettera a Karl Kautsky, il grande comunista F. Engels delineò un possibile (ed auspicabile, desiderabile) esito del processo rivoluzionario mondiale notando che, a suo parere, dopo una rivoluzione europea le colonie “occupate da popolazione europea, Canada, il Capo” (Sudafrica) e “Australia diventeranno indipendenti; dall’altro lato le nazioni con popolazione nativa, che sono semplicemente soggiogate, India, Algeria, i possedimenti olandesi, portoghesi e spagnoli, devono essere controllate per qualche tempo  dal proletariato e condotti il più rapidamente possibile verso l’indipendenza. Come questo processo si svilupperà è difficile a dirsi. Forse l’India, veramente con tutta probabilità, produrrà una rivoluzione, e dato che il proletariato che sta emancipandosi non può condurre alcuna guerra coloniale, a ciò dovrebbe essere data piena libertà d’azione; tale processo non si svolgerà senza tutta una serie di distruzioni, ovviamente, ma questa sorte di avvenimenti sono indispensabili da tutte le rivoluzioni. Lo stesso potrebbe accadere anche in altri posti, ad esempio in Algeria ed Egitto, e tutto ciò sarebbe certamente la migliore cosa per noi” (per i rivoluzionari europei). “Noi avremo già abbastanza da fare a casa nostra. Una volta che l’Europa si sia riorganizzata, come il Nord America, tutto ciò fornirà un tale gigantesco potere e un tale esempio” (positivo) “che le nazioni semicivilizzate ci seguiranno sull’onda di un loro personale accordo… Una sola cosa è certa: il proletariato vittorioso non può costringere ad accettare doni di alcun genere rispetto a qualunque nazione straniera, senza minare la sua stessa vittoria nel far ciò. La qual cosa, ovviamente, in nessun caso esclude guerre difensive di vario genere”.[1]

Ipotizzando una rivoluzione socialista in Europa (opzione che purtroppo non si sarebbe verificata, almeno fino al 2011), Engels delineò un piano d’azione per i dirigenti dell’Europa socialista verso il resto del mondo, già allora sottoposto in gran parte al dominio coloniale/semicoloniale dell’occidente. I cardini della strategia planetaria engelsiana risultavano:

–          la concessione dell’indipendenza ai popoli coloniali, seppur auspicando (erroneamente) un periodo di transizione verso tale obiettivo;

–          la coesistenza tra Europa/USA socialisti e paesi ex-coloniali, arrivati all’indipendenza ma invece ancora legati a rapporti di produzione classisti (capitalistici e/o feudali, a secondo del loro grado di sviluppo socioproduttivo);

–          il rifiuto categorico dell’“esportazione della rivoluzione” da parte della “rossa” Europa rivoluzionaria verso le nazioni ex-coloniali, ancora di matrice classista (il proletariato vittorioso non potrebbe farlo “senza minare la sua stessa vittoria”, rilevò con decisione Engels);

–          soprattutto e principalmente, la previsione che la “riorganizzazione” collettivistica dell’Europa/Nord America avrebbe fornito dei risultati tanto positivi da costituire, in tempi rapidi, un gigantesco magnete per tutte le altre nazioni del pianeta, tanto forte da attrarre spontaneamente e senza alcuna costrizione verso il socialismo il resto del pianeta.

La lettera di Engels è assai importante, visto che siamo in presenza della prima (embrionale) riflessione teorica di alto livello su quello che verrà in seguito definito come “soft power” in campo internazionale. Ben conosciuta da Lenin, che commentò proprio tale lettera a Kautsky nel suo geniale lavoro sull’imperialismo del 1916, la “teoria del magnete” (= esempio attrattivo dei successi economici delle nazioni socialiste verso gli stati ancora di matrice capitalistica) ed il suo  derivato rigetto dell’esportazione della rivoluzione venne ripresa in modo creativo proprio dal geniale rivoluzionario russo, almeno a partire dal maggio del 1921.

A dispetto della disastrosa situazione economico-sociale in cui si trovava allora la Russia sovietica, dopo la vittoria dei bolscevichi sulle forze controrivoluzionarie interne ed internazionali, Lenin a partire dal marzo del 1921 e dalla sconfitta della sommossa anticomunista di Kronstad riuscì infatti non solo a lanciare con successo la NEP (Nuova Politica Economica, che introdusse la libertà d’impresa per i contadini) ed a stipulare il primo accordo commerciale-diplomatico del paese sovietico con la Gran Bretagna, ma iniziò ad elaborare la strategia del “socialismo in un solo paese”: abbandonando allo stesso tempo qualunque precedente opzione tesa all’esportazione della rivoluzione, su scala europea/mondiale, oltre a gran parte delle passate speranze bolsceviche  in un’ondata rivoluzionaria all’interno del mondo occidentale che scoppiasse nel medio-breve periodo (a differenza che per l’Asia, dove invece la “pentola” era in via di ebollizione).

Nel nuovo disegno globale elaborato da Lenin, proprio la competizione produttiva tra socialismo sovietico (deformato) ed imperialismo avrebbe svolto un ruolo centrale, vista la convinzione del grande rivoluzionario russo che il paese dei soviet sarebbe stato via via in grado, come un magnete attrattivo, di far vincere “su scala internazionale in modo certo e definitivo” (Lenin) il processo rivoluzionario mondiale, attraverso “la nostra politica economica” (sempre Lenin) e con la risoluzione del “problema” (sempre Lenin) dell’“edificazione economica”, attraverso una politica che doveva “durare molti anni” (Lenin).

Nel suo discorso del 28 maggio 1921, alla decima conferenza panrussa del partito bolscevico, Lenin lanciò pubblicamente la “teoria del magnete” (pacifico-economico) notando innanzitutto che “certo, quando tracciamo una politica che deve durare per molti anni, non dimentichiamo neppure per un momento che la rivoluzione internazionale, il ritmo e le condizioni del suo sviluppo possono cambiare ogni cosa. Attualmente la situazione internazionale è tale che si è stabilito un certo equilibrio, che è temporaneo, instabile, ma è tuttavia un equilibrio, ed è un equilibrio di questo tipo: le potenze imperialistiche, nonostante tutto il loro odio e il loro desiderio di scagliarsi contro la Russia Sovietica, hanno rinunziato a questa idea perché la disgregazione del mondo capitalistico progredisce, la sua unità continua a diminuire, mentre la pressione esercitata dai popoli coloniali oppressi, che contano più di un miliardo di abitanti, diventa più forte di anno in anno, di mese in mese, di settimana in settimana. Ma non possiamo far congetture a questo proposito. Attualmente esercitiamo la nostra influenza sulla rivoluzione internazionale soprattutto con la nostra politica economica. Tutti guardano alla Repubblica sovietica russa, tutti i lavoratori in tutti i paesi del mondo, senza alcuna eccezione e senza alcuna esagerazione. Questo risultato è stato raggiunto. I capitalisti non possono tacere e nascondere nulla; perciò essi sfruttano soprattutto i nostri errori economici e la nostra debolezza. Su questo terreno la lotta è stata portata su scala mondiale. Risolviamo questo problema, e avremo vinto su scala internazionale in modo certo e definitivo. Perciò i problemi dell’edificazione economica assumono per noi un’importanza veramente eccezionale. Dobbiamo riportare la vittoria su questo fronte con un progresso e un’avanzata lenta, graduale (non può essere rapida), ma incessante. E mi sembra che, a conclusione dei lavori della nostra conferenza, abbiamo, in ogni caso, raggiunto certamente questo scopo”.[2]

Fin dal marzo/maggio del 1921, Lenin si era pertanto convinto che i comunisti russi avrebbero esercitato la loro “influenza sulla rivoluzione internazionale soprattutto con la nostra politica economica”, e che essa a sua volta avrebbe potuto “riportare la vittoria“ grazie a “un progresso e un’avanzata” lenta ma incessante, capace di attrarre ed entusiasmare “tutti i lavoratori in tutti i paesi del mondo”: un pacifico magnete, in estrema sintesi capace di produrre “soft power” su scala mai vista in precedenza rispetto al campo imperialista ed alle nazioni da esso sfruttate.

Teoria e pratica ripresa in modo creativo anche dal geniale Deng Xiaoping, che fin dal marzo del 1975 aveva previsto per la Cina che «la nostra economia dovrà espandersi in due fasi. Nella prima verranno creati entro il 1980 un sistema industriale e un’economia nazionale indipendenti e relativamente completi. Nella seconda, la Cina sarà trasformata, entro la fine del XX secolo, e cioè entro i prossimi venticinque anni, in una potenza socialista con una moderna agricoltura, industria, difesa nazionale, scienza e tecnologia. L’intero Partito e l’intero Paese dovranno impegnarsi per raggiungere questo superbo obiettivo. È una questione di primaria importanza…»[3]

Deng sapeva benissimo che, in una nazione e con una popolazione superiore di più di quattro volte rispetto a quella statunitense, il raggiungimento di un veloce e costante tasso di crescita (attorno all’8% annuo) nell’economia del paese avrebbe portato inevitabilmente la Cina a raggiungere prima, e poi superare gli USA, per massa globale di forze produttive e di ricchezza reale nel giro di alcuni decenni, anche rimanendo molto al di sotto rispetto al gigante americano in termini di reddito e produttività pro-capite: i numeri erano e sono tuttora dalla parte della Cina, seppur solo nel medio-lungo periodo e a patto di riuscire a conservare sia la stabilità politico-sociale interna che una continua riproduzione allargata del processo produttivo del paese.

Ancora nell’aprile del 1987, Deng sottolineò il valore attrattivo ed il fascino esercitabile sulle masse popolari di tutto il mondo da parte di un “socialismo che sia superiore al capitalismo”, rilevando che “durante la rivoluzione culturale la “banda dei quattro” lanciò slogan assurdi quali “meglio essere poveri sotto il socialismo e comunismo che essere ricchi sotto il capitalismo”.Ma come si può esigere di essere poveri sotto il socialismo ed il comunismo?… Così, per costruire il socialismo è necessario sviluppare le forze produttive. Povertà non è socialismo. Per sostenere il socialismo, un socialismo che sia superiore al capitalismo, rappresenta un imperativo in primo luogo e soprattutto eliminare la povertà”.[4]

Basandosi su questa prospettiva generale oltre che sui due livelli di articolazione della politica estera cinese sopra descritti, i nuclei dirigenti del partito comunista cinese a partire dal 2001/2002 hanno elaborato e messo in pratica una raffinata strategia di “sviluppo pacifico”, una particolare e brillante variante di quella tendenza alla massimizzazione del possibile che opera costantemente, seppur in modo proteiforme, all’interno dell’arena internazionale: siamo pertanto in presenza di un geniale e pacifico “approccio strategico che dà priorità al lungo termine rispetto al breve periodo, alla modifica progressiva e paziente del contesto, anziché all’attacco diretto per causare danni all’avversario, all’accumulazione di piccoli vantaggi competitivi, che modificano nel modo più economico e meno rischioso i rapporti di potenza fra due avversari”.[5]

Il terzo livello dell’attuale politica internazionale cinese viene costituito da un mosaico combinato di “pezzi” diversi di progettualità/praxis, tra cui emerge in primo luogo la promozione del pacifico processo di ascesa economica della Cina ed il simultaneo, cooperativo e non-violento utilizzo mirato/selettivo di tale dinamica di sviluppo all’interno delle relazioni internazionali.

I fatti testardi dimostrano come, a parità di potere d’acquisto, la Cina (prevalentemente) socialista sia ormai diventata dal 2009/2010 la prima potenza economica mondiale scavalcando gli Stati Uniti, e quasi allo stesso tempo il principale creditore del declinante imperialismo statunitense. E tali “jolly” costituiscono  infatti delle carte vincenti su scala internazionale, facendo in modo che i dirigenti di Pechino intendano sia aumentare il peso specifico cinese nel corso del decennio in corso (il Conference Board americano prevede che il Pil reale del gigante asiatico supererà di più del 50% quello americano, alla fine del 2010), che far valere la ricaduta politica dei nuovi rapporti di forza mondiali, al cui interno gioca un ruolo centrale dal 1945/57 proprio il campo di potenza produttivo, come si è già sottolineato in precedenza.

Lo sviluppo pacifico  della Cina sulla scena interstatale si basa proprio  sulla riproduzione allargata della sua potenza produttiva e sul derivato allargamento progressivo della sua superiorità economica sulla ex-superpotenza statunitense. Attraverso tale strategia di progressivo incremento del suo vantaggio relativo rispetto agli Stati Uniti ed al resto del mondo occidentale, in termini di massa globale di potenziale economico-finanziario (il “tesorone” statale cinese potrebbe facilmente raggiungere l’enorme massa di 4.000 miliardi di dollari già alla fine del 2015…), la Cina punta ad ottenere nel decennio in corso un triplice risultato positivo, e cioè:

–          l’aumento graduale del suo contropotere di pressione rispetto alla superpotenza militare degli Stati Uniti;

–          l’incremento graduale del suo potere relativo di condizionamento (oggettivo, prima ancora che soggettivo) sull’economia/finanza internazionale, e quindi almeno in parte sulla politica mondiale;

–          l’ascesa graduale del suo potere attrattivo e di “seduzione”, grazie alla combinazione di successi economici e del peso specifico in campo produttivo, sulle masse popolari e nuclei dirigenti politici del cosiddetto Terzo Mondo in una prima fase, ed in seguito dello stesso mondo occidentale in via di (più o meno rapido) declino.

Anche se in forma originale, si tratta del “magnete pacifico” immaginato e previsto da Engels, oltre che da Lenin del 1921 e da Deng Xiaoping fin dal 1975. Un “magnete” capace di attrarre simpatie mondiali al socialismo cinese sia in campo economico e politico, seppur per vie diverse e con un impatto diversificato nelle diverse aree geopolitiche del pianeta, sicuramente di livello più intenso e ravvicinato nel tempo nei paesi in via di sviluppo: non è certo un caso che l’importante teorico cinese Zheng Yongnian abbia notato, fin dal 2003/2005, che attualmente l’economia è il mezzo principale  per l’ascesa pacifica della Cina in campo internazionale.[6]

Sta maturando una vera e propria “rivoluzione” (pacifica) “per il resto del mondo”, come ha ammesso persino B. Courmont nel suo saggio, seppur sbagliando in modo assai grossolano sul raggio (gigantesco e planetario) d’azione e nei tempi di attuazione dell’“avvio per le relazioni internazionali di una nuova era”, secondo i termini usati dal politologo francese, mentre sta emergendo una strategia (pacifica e graduale) di massimizzazione del possibile che da tempo prende “in contropiede” l’imperialismo militarista degli Stati Uniti.

Persino l’anticomunista Courmont è stato infatti costretto a riconoscere, seppur deformando in parte la progettualità/pratica dei comunisti cinesi, che “ i superlativi non mancano per qualificare il miracolo cinese, che la crisi asiatica del 1997 non ha rallentato e che la recessione economica attuale non sembra colpire così profondamente come accade invece alle Potenze occidentali.

La Cina stessa potrebbe approfittare di questa congiuntura per rinforzare il suo status sulla  scena internazionale e diventare ancora più grande.

Un numero sempre più crescente di osservatori cinesi, provenienti anche dagli ambienti militari, raccomanda di accordare la priorità allo sviluppo dell’economia e delle strategie d’influenza di Pechino, tenendo in particolare considerazione  la diaspora.

Così prendendo in contropiede lo sviluppo militare degli Stati Uniti, la Cina sembra orientarsi principalmente verso lo sviluppo di altri settori, senza tuttavia rinunciare alle sue ambizioni territoriali, che per ora sono soltanto regionali e si esprimono quasi esclusivamente privilegiando le questioni economiche e commerciali e oggi culturali”.[7]

Un “contropiede” che sta avendo un notevole successo e che si collega strettamente al secondo “pezzo” del mosaico della strategia di massimizzazione del possibile adottate dalla dirigenza cinese su scala internazionale (sempre con evidenti connessioni con la sfera d’azione interna del gigantesco paese asiatico), avente per oggetto  la progressiva acquisizione durante il decennio in corso anche della superiorità tecnologica-civile (ivi compreso il settore spaziale) rispetto all’attuale “numero uno” mondiale, gli Stati Uniti.

All’inizio del 2012 la Cina doveva registrare ancora un certo gap nello sviluppo tecnologico non-militare rispetto agli Stati Uniti, ma esso risultava da tempo in via di rapida diminuzione lasciando presagire un nuovo “sorpasso” di Pechino anche in questo settore ed in tempi relativamente rapidi, rispetto al vecchio primatista americano. Infatti “secondo uno studio dell’autorevole Royal Society britannica, pubblicato nel marzo del 2011 la Cina supererà gli Stati Uniti in campo scientifico verso il 2013.

Un analisi sulle ricerche pubblicate, una delle misure chiave per misurare il livello di progresso e di produzione scientifica delle diverse nazioni, ha mostrato infatti che nel 1996 gli USA avevano pubblicato 292.513 ricerche scientifiche, ben dieci volte più della Cina Popolare ferma a 25474 studi pubblicati.

Ma già nel 2008 la situazione risultava profondamente cambiata. Se le ricerche pubblicate negli Stati Uniti avevano raggiunto in quell’anno 316317, quelle cinesi erano aumentate di ben sette volte raggiungendo quota 184.080, permettendo già in quell’anno alla  Cina il sorpasso sulla Gran Bretagna e l’acquisizione della posizione di “numero due” su scala planetaria in un settore strategico per il processo produttivo globale: e la dinamica sta continuando in questi ultimi tre anni, tanto da far prevedere all’istituto britannico l’acquisizione del primato mondiale da parte della Cina ed il suo sorpasso sugli USA entro il 2013, in quello che essi reputano un importante “barometro della capacità di un paese di competere sulla scena mondiale”.

Non è un risultato che cade dal cielo, ma il sottoprodotto del fatto che la spesa totale cinese per la ricerca scientifica è cresciuta ogni anno di ben il 20% dal 1999 fino ad oggi, e che già nel solo 2006, si erano laureati nelle università cinesi addirittura un milione e mezzo di studenti in facoltà scientifiche e di ingegneria, più di tutti gli abitanti di Milano”.[8]

Dopo il fallimento sostanziale del progetto Shuttle, chiuso per i suoi costi eccessivi nel corso del 2011, la Cina ha già scavalcato gli Stati Uniti nel livello di sviluppo spaziale che, come ha tristemente ricordato lo stesso direttore della NASA, permetterà fino dal prossimo decennio a Pechino di raggiungere risultati (missioni automatizzate ed umane sulla Luna, sonde su Marte, ecc) attualmente fuori dalle capacità economiche della declinante potenza  americana.

Con il dodicesimo piano quinquennale 2011/2015, inoltre, la Cina  ha ben focalizzato l’attenzione sul progresso scientifico-tecnologico selezionando nove settori chiave al suo interno: energie alternative, nuovi materiali, tecnologie informatiche, biologia e medicina, protezione ambientale, aerospaziale, navale, industrie avanzate e servizi hi-tech, nei quali verrà iniettato un flusso di risorse di enormi dimensioni. In tal modo l’“economia verde” diventa il futuro prossimo della Cina (prevalentemente) socialista e non certo dello squallido, declinante ed antipopolare capitalismo di stato mondiale.[9]

L’impatto complessivo del processo di scavalcamento tecnologico della Cina sugli Stati Uniti, sia in termini produttivi che di acquisizione di consenso/fascino sul piano internazionale, non risulterà molto inferiore a quello già operato con il sorpasso avvenuto nel campo del prodotto interno lordo, sempre tenendo conto del criterio di parità del potere d’acquisto.

Terzo segmento del mosaico “massimizzante” della politica estera cinese, il processo di costruzione e continuo allargamento di una rete concentrica di alleanze internazionali le quali, seppur con diverso valore e peso specifico, servono sia per accrescere in modo pacifico l’influenza cinese nel mondo che ad isolare il suo avversario principale di fase, gli Stati Uniti.

In modo ipersintetico, si può osservare che il principale cerchio concentrico delle relazioni speciali internazionali intessute da Pechino negli ultimi quindici anni è costituito dall’alleanza strategica ormai consolidata con la Russia ed altre importanti nazioni dell’Asia centrale: essa trova la sua espressione più sensibile nel “Patto di Shanghai”, basato sia su ragioni geopolitiche che energetiche, visto il flusso enorme di petrolio e gas naturale che dalla Siberia e dall’Asia centrale si sta già ora riversando nell’area cinese,  creando una sorta di “geopolitica delle pipeline” fuori del controllo statunitense e che va dal Turkmenistan fino a Shanghai”.[10]

Il Patto di Shanghai, “stipulato nel 1996 tra Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan, ha dato vita ad un’organizzazione i cui scopi, allo stesso tempo limitati e difensivi, sono riconosciuti come pacifici dalla grande maggioranza degli studiosi di politica internazionale: non è stato certamente tale alleanza ad invadere l’Afghanistan 2001/2011 o l’Iraq nel 2003, mentre invece il carattere cooperativo, pacifico ed egualitario del Patto di Shanghai ha provocato l’adesione ad esso, a titolo di paesi osservatori, di nazioni come l’India, il Pakistan, l’Iran e la Mongolia”.[11]

Il secondo anello di alleanze internazionali di Pechino  ha per oggetto il resto del gigantesco continente asiatico, puntando ad avviare a relazioni armoniose e cooperative con tutti i paesi dell’area, partendo dal Giappone fino ad arrivare all’Iran e all’Arabia Saudita e passando per gli stretti rapporti di cooperazione già instaurati con le nazioni dell’ASEAN: con alcuni di essi, quali ad esempio Tailandia e Myanmar, Pechino ha sviluppato un alleanza strategica che ha fatto parlare di una strategia del “filo di perle” adottata da parte della Cina, con punti di appoggio per il suo commercio marittimo che vanno dal porto di Akyab in Myanmar fino a quello di Gwadar in Pakistan.[12]

Un altro “cerchio” è costituito dalla fitta rete di proficue relazioni via via intessute da Pechino con alcune potenze emergenti su scala mondiale e facenti parte del “club dei BRICS”, e cioè con Brasile, Russia, India e Sudafrica: un “club” che già ore inizia a pesare sensibilmente sulla politica mondiale e sulla sua dinamica futura.

Il quarto anello viene costituito dalla summenzionata cooperazione, “win-win” ed egualitaria (di natura sia economica che politica), avviata dalla Cina con gran parte delle nazioni dell’Africa e dell’America Latina, del mondo arabo e (ultimamente) dell’Europa centro-meridionale, a partire dalla Grecia e dalla Bulgaria: l’obiettivo immediato di Pechino risulta diventare il loro partner economico “numero uno” sul piano quantitativo, oltre che un utile amico sia per il loro sviluppo che per il superamento delle loro crisi interne.

Come ha notato persino il Corriere della Sera, “in questi anni di crisi la Cina sembra fare da Fondo monetario e da Banca mondiale ombra. Mentre gli USA e la UE, ostaggi dei propri problemi, se ne tengono lontani, Pechino e le società cinesi investono, massicciamente, nei Paesi a rischio. Dal Perù all’Angola, costruiscono infrastrutture, aprono filiali e finanziano banche e Stati con un duplice obiettivo: ottenerne le risorse naturali e assicurarsi mezzi per la propria produzione ed esportazione. Tipico è il caso della Grecia, abbandonata o quasi dalle imprese americane ed europee. La Cina ha speso 700 milioni di dollari nella ristrutturazione del Pireo, il porto di Atene, e investirà ancora di più in centro di distribuzione e in una rete di alberghi e strade. Vuole fare delle città la Rotterdam del Sud e assieme il capolinea dell’antica strada della seta, il suo polo commerciale per l’Europa, il Medio oriente e l’Africa del Nord.[13]

Penultimo cerchio concentrico, i crescenti rapporti economici e finanziari formatisi tra Cina ed Europa e, con particolare intensità, tra Pechino e Berlino: già alla fine del 2011 il gigantesco paese asiatico aveva in suo possesso centinaia di miliardi di dollari in titoli di stato dei paesi dell’area dell’euro, oltre ad essere diventato da tempo un loro importante partner commerciale.

Ed in ultimo, ma non certo per importanza, la strategia cinese punta ad acquisire ottime relazioni commerciali con i tradizionali e più stretti alleati dell’imperialismo statunitense, dal Giappone alla Gran Bretagna, da Israele fino ad arrivare ad Australia e Nuova Zelanda, al fine di cercare di neutralizzare in modo preventivo un loro eventuale sostegno alle tendenze più aggressive, militariste ed anticinesi che si annidano a Washington.

Il quarto elemento costitutivo della (particolare) tendenza alla massimizzazione del possibile, proiettata nell’arena interstatale da parte cinese, consiste nel tentativo di Pechino teso a modificare profondamente, seppur in modo prudente e graduale, l’attuale sistema monetario internazionale.

Innanzitutto la dirigenza cinese punta apertamente a creare via via la convertibilità dello yuan entro il 2015, rendendo internazionale e convertibile sui mercati internazionali la moneta nazionale (renminbi) al pari del dollaro, euro, yen, ecc, con una forte ricaduta positiva sia sull’immagine internazionale di Pechino che sui rapporti di forza economici a  livello planetario: anche a tal fine lo stato cinese da alcuni anni sta incrementando le sue riserve d’oro, prendendo “due piccioni con una fava” ed ottenendo un duplice risultato. Infatti, come ha riportato il 28 aprile del 2011 il quotidiano World News Journal (Shijie Xinwenbao), “secondo l’amministrazione nazionale degli scambi esteri della Cina, le riserve cinesi di oro sono recentemente aumentate. Ad oggi la maggior parte delle riserve auree cinesi sono custodite negli Usa e in Europa. Usa ed Europa hanno sempre soppresso il crescente prezzo dell’oro per indebolirne la funzione di moneta di riserva.  Non vogliono che altri paesi acquistino riserve auree al posto di dollari o euro pertanto la riduzione del prezzo dell’oro beneficia fortemente il ruolo di moneta internazionale di riserva del dollaro. La crescente riserva aurea cinese sarà da modello e guida per altre nazioni”.[14]

La Cina punta inoltre apertamente, dalla fine del 2009, a creare progressivamente e nel corso di circa un decennio una nuova moneta internazionale di riserva, formata da una sorta di paniere tra le principali monete del mondo (tra cui un futuro yuan convertibile…) e che sostituisca gradualmente il dollaro in tale importantissima funzione, come punto di riferimento per gli scambi finanziari e commerciali dell’intero pianeta; la posta in palio, sia sotto il profilo monetario-economico che politico, risulta enorme e di peso epocale, visto che Pechino punta a sostituire gradualmente il sistema monetario uscito da quegli incontri di Bretton Woods che, nel lontano 1944, incoronarono il dollaro come nuovo sovrano monetario del globo.

Quinto elemento, il processo crescente di integrazione economica-finanziaria della Cina con le nazioni dell’ASEAN (Indonesia, Thailandia, Singapore, ecc), con l’Europa e l’Africa, producendo la riduzione parallela del peso relativo del commercio con i declinanti Stati Uniti, in un processo avviato fin dal 2007/2008. Come ha notato Brandon Smith nel settembre del 2011, a quel tempo in terra americana “ancora abbondano le illusioni della dipendenza dei cinesi dal consumatore statunitense e quelli che suggeriscono una vendita catastrofica di debito pubblico e di dollari Usa nel breve termine rischiano di sentire i soliti discorsi privi di senso che abbiamo udito così a lungo:

“I cinesi stanno meglio con noi che senza di noi”;

“La Cina ha bisogno dell’esportazione dagli Usa per sopravvivere…”;

“La Cina non è attrezzata per produrre merci senza le conoscenze tecnologiche degli Usa…”;

“L’America porterebbe semplicemente all’industria e alla produzione per dare ai cinesi una bella lezione…”;

“Gli Stati Uniti possono andare in default sul proprio debito detenuto dalla Cina come se niente fosse…”;

E’ tutta colpa dei cinesi perché la loro svalutazione artificiale dello yuan nel corso dei decenni…”.

E si può ancora andare avanti. Anche se ho demolito questi argomenti più volte in passato, mi sento in dovere di occuparmene ancora una volta.

Il consumo statunitense di tutte le merci, non solo di quelle cinesi, è precipitato dal 2008 ed è improbabile che riesca a recuperare. La Cina se l’è passata abbastanza bene malgrado questo calo delle esportazioni, considerando le circostanze. Con l’istituzione dell’ASEAN, potrebbero quasi fare a meno della nostra presenza.

La Cina è bene equipaggiata per produrre merci tecnologiche senza l’aiuto degli Stati Uniti e, se il Giappone farà ingresso nell’ASEAN (e io credo che avverrà presto), ne saranno ancora più capaci”.[15]

Un’ulteriore tassello del livello strategico più avanzato di Pechino consiste nel processo di pacifica neutralizzazione del principale avversario della Cina, la superpotenza militare statunitense.

Va subito notato come il rapporto sinoamericano risulta profondamente asimmetrico, almeno dal 1985/89, perché se da un lato i dirigenti cinesi non ritengono di avere contraddizioni antagoniste con l’imperialismo statunitense, quest’ultimo nel suo complesso e da più di un ventennio risulta convinto invece del contrario. Per tutti i mandatari politici della borghesia americana la Cina è infatti diventata il “nemico numero uno” fin dal 1991 e dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, mentre viceversa i leader del partito comunista cinese auspicano e ritengono possibile sul piano oggettivo una seria cooperazione, non priva certo di secondari elementi conflittuali, tra il loro paese e Washington: non vi sono frontiere in comune tra i due paesi, i loro rapporti politico-diplomatici sono ripresi dal 1972, gli interscambi commerciali tra le due nazioni sono incrementati in modo enorme dal 1978 fino ad oggi, tra il 1972 ed il 1982 le loro relazioni furono addirittura di alleanza tattica (contro l’Unione Sovietica, per un errato calcolo delle direzioni politiche cinesi di quel decennio), ecc.

Ma pur con questo atteggiamento generale, asimmetrico rispetto a quello statunitense, la direzione cinese fin dal 1989/91 ha dovuto realisticamente prendere via via atto di una serie combinata di innegabili fatti testardi, e cioè che:

–          per tutte le amministrazioni statunitensi, via via succedutesi dal 1988 ad oggi, il regime socialista cinese ha rappresentato un nemico da abbattere e la Cina dopo il 1991 è stata  considerata il principale avversario su scala internazionale, da “contenere” con tutti i mezzi disponibili e con tutte la forze possibili da impiegare;

–          le forniture di armi statunitensi a Taiwan sono continuate in modo sfacciato dal 1972 fino ai nostri giorni, come faceva giustamente notare il Quotidiano del Popolo di Pechino ancora a metà luglio del 2011[16];

–          I missili americani hanno bombardato “per errore” l’ambasciata cinese a Belgrado nel 1999, mentre nel marzo/aprile del 2001 si è verificata un’altra grave crisi militar-diplomatica tra i due paesi provocata da un aereo-spia degli USA;

–          tutte le amministrazioni statunitensi succedutesi dopo il 1988 hanno appoggiato, in modo più o meno velato/ipocrita, le forze separatiste (= Dalai Lama) che operano nel Tibet, parte integrante della Cina da molti secoli, e nello Xinjiang;

–          I circoli dirigenti statunitensi, dal 1988 fino ad oggi, hanno cercato con tutti i mezzi a loro disponibili di “contenere” l’espansione dell’influenza cinese nel pianeta, a partire dai paesi in via di sviluppo. Ad esempio Hillary Clinton, ancora nel giugno del 2011, è arrivata fino al punto di accusare Pechino di aver avviato in Africa “un nuovo colonialismo”, secondo le (incredibili e spudorate) dichiarazioni rese dal segretario di stato americano durante una sua visita in Zambia.[17] La Cina è vista, considerata, analizzata dai nuclei dirigenti statunitensi – sia democratici che repubblicani – come il nemico principale degli USA per motivi strutturali, almeno a partire dal 1991.

E’ il paese più popoloso al mondo.

La sua economia cresce e si sviluppa, almeno a partire dal 1977, a ritmi di incremento medi del 9% all’anno, quasi quattro volte di più del capitalismo statunitense.

Si tratta di un paese con alla guida un partito comunista, che rivendica senza problemi la sua matrice ideologica marxista.

La Cina è una nazione assolutamente indipendente, fuori del controllo dell’imperialismo statunitense e di qualunque altra potenza egemonica.

Dal 2008/2009, ha superato gli USA come principale potenza economica mondiale.

Vuole e desidera un nuovo ordine economico-politico mondiale, multipolare e non soggetto ai diktat ed all’egemonismo occidentale.

Mettendosi facilmente nei panni e nella testa (collettiva) dell’élite politiche statunitensi, i dirigenti del PCC conoscono benissimo questa visione “antagonista” ed anticomunista delle loro controparti americane, sapendo altrettanto bene che potrà essere modificata solo da una profonda trasformazione (pacifica) dei rapporti di forza mondiali, collegata dialetticamente ad una politica cooperativa e non egemonica da parte di Pechino.

Di fronte alla concreta realtà, dell’ostilità americana, provata da una miriade di altri fatti testardi ed innegabili, la direzione comunista della Cina come contromossa principale ha innanzitutto elaborato a partire dal 1999/2002 la pacifica “strategia del primo creditore” verso gli USA: in altri termini, essenzialmente per motivi geopolitici ed extraeconomici la Cina ha via via acquisito una massa enorme di titoli di stato e di moneta statunitense, ottenendo in tal modo un formidabile contropotere di condizionamento rispetto all’imperialismo statunitense, che dalla sfera economica è facilmente tracimata in quella politica. Come ha ammesso la stessa Hillary Clinton nell’estate 2011, “dareste fastidio al vostro banchiere di riferimento” ed al vostro creditore principale, senza validi ed imperativi motivi?

Ma non solo. Le multinazionali statunitensi, con il consenso ed il controllo delle autorità statali cinesi, a partire dal 1979/82 hanno via via investito una massa gigantesca di risorse finanziarie al fine di creare proprie unità produttive e filiali nella Cina continentale, partendo da Wal-Mart e dalla General Motors. Finché la situazione generale dei rapporti sino-americani rimane buona non sorge alcun problema, ma in caso di contraddizioni e tensioni tra le due nazioni proprio le grandi imprese americane formano una lobby abbastanza compatta tesa ad evitare il peggio, per evidenti ragioni economiche e per paura di veder compromessi i loro ingenti (e lucrosi) investimenti nell’area cinese. Il fenomeno risulta così evidente che persino l’anticomunista Wall Street Journal lo ha notato a modo suo, nel settembre del 2010, sottolineando che sebbene tante aziende americane (e non solo) “stanno soffrendo le distorte ragioni di scambio che favoriscono i prodotti cinesi, ci sono altrettanto aziende politicamente potenti che vogliono mantenere questo status quo. Geithner (segretario al tesoro americano) l’ha detto apertamente constatando che le aziende americane hanno paura del confronto con la Cina, visto che la nazione asiatica ha una lieve impronta vendicativa”.[18]

Il sesto pezzo del “mosaico” cinese in via d’esposizione consiste nel pacifico processo di espansione del “soft power” cinese in campo internazionale, nel medio-breve periodo.

Per “soft power” si intende il grado di capacità di attrazione, persuasione e seduzione che esercita un determinato stato rispetto alle altre nazioni dello scacchiere mondiale (o di una determinata area geopolitica), lo charme ed il fascino che esso emana nell’area internazionale: in altri termini il “magnete” cultural-ideologico,  inteso nel senso più ampio del termine, in grado di attrarre simpatie e consenso tra le élite e/o le masse popolari delle altre nazioni, portandole all’imitazione/accettazione empatica del “modello di vita” socioeconomico e politico, culturale ed ideologico dello “stato-magnete”: risulta appena il caso di sottolineare come si tratti di un potere e di un (sotto) campo di forza che ha acquisito un peso  sempre crescente, dopo il 1917 e l’Ottobre Rosso, nell’arena internazionale.

Gli elementi che costituiscono il “soft power” sono numerosi e tra di essi si possono elencare:

–          la presenza di aiuti economici e scambi commerciali vantaggiosi per le altre nazioni (se viene in mente la cooperazione “win-win” impostata dalla direzione cinese non si è certo fuori strada), con la relativa ricaduta positiva nel campo della percezione-immagine nazionale in determinati paesi esteri;

–          l’esempio trascinante dei successi economici (si pensi alle ricadute dei primi piani quinquennali sovietici nel mondo occidentale sconvolto dalla depressione degli anni Trenta) e tecnologici (lo Sputnik e Gagarin) riportate via via da una determinata formazione statale, rispetto alla psicologia collettiva dell’élite/masse di altre nazioni.

–          l’esempio trascinante dei successi riportati nei campi dell’aumento del tenore di vita materiale (dal 1977 il potere d’acquisto reale degli operai cinesi è aumentato di almeno sei volte), dell’ecologia e dello sviluppo dello stato sociale da parte di una determinata nazione, sempre nei confronti degli altri stati;

–          l’adozione e/o elaborazione autonoma di una concezione del mondo allo stesso tempo umanistica e di valore universale (il marxismo, ad esempio, nato nel mondo occidentale  ma ben accolto fin dal 1918/49 nel sub-continente cinese), in grado di attirare simpatie anche al di fuori dei propri confini nazionali;

–          la ricerca costante della pace e della soluzione pacifico-diplomatica delle contraddizioni e dei focolai di crisi internazionali, legata all’assenza di propri interventi militari all’estero: almeno dall’estate del 1914, l’opinione pubblica mondiale di regola non ama i guerrafondai e gli invasori di altre nazioni (= la prima “bacchetta magica” cinese? Certo…);

–          le tradizioni cultural-artistiche di una nazione;

–          la presenza di comunità relativamente numerose di propri connazionali all’estero, purché legate almeno in parte da relazioni di affinità e vicinanza con la madrepatria;

–          il fascino esercitato dalla produzione intellettuale ed artistica recente/contemporanea di una nazione, ivi compresa quella espressa dal cinema (= Hollywood), dai fumetti e dai cartoni animati, rispetto alle élite e/o masse popolari degli altri stati;

–          la capacità di convincere sezioni più o meno consistenti dell’élite e/o delle masse popolari di altri stati della validità delle ragioni/diritti di un determinato stato, attraverso “l’offerta di argomenti” (J. S. Nye) razionali e/o di forte motivazioni ideologiche.

Nel settore (come minimo importante) del “soft-power”, la Cina risultava da molto tempo ben posizionata nei suoi tradizionali “presupposti” (Courmont), grazie a “una storia plurimillenaria, una cultura raffinata e capace di rivaleggiare con l’Occidente e una demografia attiva, che gli permette di disporre di intermediari ai quattro angoli della Terra”.[19]

Ma proprio la strategia globale del “magnete” adottata dalla Cina negli ultimi decenni, nelle sue diverse articolazioni descritte in precedenza,  ha consentito già ora al gigantesco paese asiatico dei notevoli successi nel campo della capacità “di seduzione” su scala internazionale, ammessi del resto a denti stretti e parzialmente anche da alcuni studiosi anticomunisti come B. Courmont.

“Se la Cina intende divenire una Potenza, essa deve essere percepita come un elemento di stabilizzazione all’interno delle relazioni internazionali. Per fare questo, essa cerca di curare la sua immagine ponendo in evidenza il suo modello di sviluppo per fornire delle possibili soluzioni a problemi quali la povertà e l’ambiente.

Ma è soprattutto il suo approccio Sud-Sud, nei confronti dei paesi in via di sviluppo, che assicura, attualmente, il successo di questo soft-power cinese”.[20]

Un ruolo importante in questo processo è stato giocato anche dall’azione di “penetrazione culturale” (Mini) promossa con abilità dalle autorità cinesi, che in se stessa “non è una gran novità, perché anche l’Occidente utilizza la stessa strategia. I Confucius Institutes proliferano in tutti i Continenti. Il numero di studenti cinesi all’estero è degli studenti stranieri in Cina è in costante aumento. L’attenzione dedicata da Pechino alle public relations in occasione dei Giochi Olimpici e dell’Esposizione Mondiale di Shanghai magistralmente descritte da Barthélemy Courmont, darà un impulso notevole in questo senso. La penetrazione culturale è considerata dal governo cinese indipendente dalle relazioni politiche. In occasione delle grandi manifestazioni anti-giapponesi in Cina del 2005, è stato aperto in Giappone un secondo istituto Confucio.

La Cina è generalmente apprezzata dalle opinioni pubbliche e non solo da quelle del Terzo Mondo. E’ ritenuta meno pericolosa per l’ordine internazionale degli Stati Uniti”.[21]

Nel prossimo decennio, in ogni caso, la Cina (prevalentemente) socialista punta ad ottenere un salto di qualità nel processo di espansione del suo  “soft power”, soprattutto (ma non solo, anzi…) nei paesi in via di sviluppo. La probabile combinazione tra sviluppo continuo dell’economia cinese nel decennio 2012/2022 e parallela acutizzazione della crisi generale del capitalismo, tra processo di aumento del potere d’acquisto operaio in Cina e sua parallela diminuzione nel mondo occidentale in depressione, tra cooperazione “win-win” di Pechino con i paesi del Terzo Mondo   ed il loro sfruttamento feroce da parte dell’imperialismo occidentale, offre ovviamente enormi margini di manovra per la dinamica di sviluppo del potere attrattivo cinese in campo internazionale, trasformando via via i rapporti di forza mondiali e rendendo il “modello cinese” sempre più seducente ed attrattivo per le masse popolari del pianeta.

La Cina non vuole nè può “comandare il mondo”, come aveva erroneamente notato il giornalista inglese Martin Jacques, ma vuole invece influenzarlo in modo pacifico (con l’egemonia culturale e soprattutto l’esempio concreto, di gramsciana derivazione) per aiutarlo ad entrare nella fase di transizione al socialismo su scala globale ed in un’epoca di relazione internazionali cooperative, multipolari e pacifiche, senza la minaccia di “guerre senza fine” e di olocausti atomici.

Ma a questo punto stiamo entrando nel quarto livello della politica estera cinese, emerso con particolare evidenza dopo il 2007 e lo scoppio della disastrosa recessione capitalistica: e cioè nel settore della “gestione del disastro altrui” (statunitense, e più in generale, del mondo occidentale) da parte di  Pechino, nel campo della relazione progettuale e della pratica collettiva cinese di fronte al (possibile) Armageddon capitalista del prossimo triennio.

La piena coscienza della gravità della crisi capitalistica sviluppatasi a partire dalla fine del 2007, con la “miccia d’innesco” dei mutui subprime, è apparsa con assoluta chiarezza all’interno della dirigenza del partito comunista cinese al più tardi nell’estate del 2008 e poco prima delle Olimpiadi di Pechino, quando un’ondata di chiusure di fabbriche private che esportavano nel mondo capitalistico sconvolse alcune zone costiere della Cina, specialmente nel Guandong: pertanto il nucleo dirigente di Pechino ha avuto finora quasi quattro anni di tempo per analizzare per conto/mezzi propri, oppure con la semplice lettura dell’elaborazione effettuata dagli esperti più abili dell’occidente, (a partire da N. Roubini), l’impatto di lungo periodo e le possibili varianti/conseguenze della  depressione che attanaglia dal 2008 il mondo occidentale.

Quattro lunghi anni rappresentano un tempo enorme per una dirigenza considerata da alcuni studiosi anticomunisti come una “delle più abili” ed esperte nella storia del genere umano, secondo la terminologia utilizzata dallo studioso indiano Swatan Singh.[22]

Come ha notato G. Bellini, “è certo che i cinesi non abbiamo le fette di salame sugli occhi per quel che riguarda il Dollaro: già dal 9 novembre 2010 l’agenzia cinese di rating Dagong Global Credit Rating Co. ha assegnato al debito locale ed estero degli Stati Uniti un misero A+ (riducendo il rating dal precedente AA) proprio in base all’analisi della stabilità della Valuta USA.” (G. Bellini, I venti giorni che sconvolgeranno il mondo”, p.104).

Oltre ad ottenere la garanzia diretta della Federal Reserve sui debiti accumulati da Fanni Mae e Freddy Mac, istituti finanziari nei quali la Cina aveva già investito centinaia di miliardi di dollari, la prima reazione di Pechino allo tsunami economico che stava devastando la finanza e l’economia occidentale si incentrò principalmente sulla sopracitata richiesta strategica dell’avvio (graduale, ma reale) di un nuovo ordine economico mondiale, che nel medio periodo e progressivamente ponesse fine all’egemonia del dollaro ed al “signoraggio” esercitato dal capitalismo statunitense. Come ha notato lucidamente A. Giannuli, “anche la crisi bancaria sortì effetti devastanti dello stesso tipo che oltrepassarono ampiamente l’ambito strettamente finanziario: svelò la debolezza economica degli Stati Uniti, indicò i limiti della loro potenza e, soprattutto, rese manifesto il peso del signoraggio sulla moneta di riferimento internazionale.E, infatti, il 24 marzo 2009 il premier Wen Jiabao e il governatore della Banca centrale Zhou Xiaochuan lanciarono la proposta di accantonare il dollaro come moneta di riferimento per gli scambi internazionali, sostituendola con i diritti speciali di prelievo dell’FMI, basati su un paniere di monete formato da dollaro, sterlina, yen ed euro. Ma sottintendendo, ovviamente, che nel ristretto club sarebbe dovuto entrare lo yuan. Immediata la reazione di Bernanke, che respinse con tutte le sue forze la proposta…Iniziava in questo modo una cauta manovra aggirante della Cina. Già dal gennaio 2009, Pechino stata progettando la nascita in America Latina di una borsa delle commodities (le materie prime) alternativa a quella di Chicago. Un primo effetto della trattativa si ebbe a fine marzo, con la stipula di un accordo tra le banche centrali di Cina e Argentina per uno scambio del valore di 70 milioni di yuan, relativo al commercio tra i due paesi (R 1.4.09). L’azione suonò come una adesione indiretta degli argentini alla posizione cinese sul dollaro. Un altro segnale ci fu a maggio, con l’acquisto di 450 tonnellate di oro da parte della Cina,  che ne chiedeva ulteriori 403 all’FMI (S24 17.5.09). Il 16 giugno successivo, in un incontro a Yekaterinburg, i quattro paesi del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) avanzarono congiuntamente la proposta di superare il dollaro come moneta di riserva in favore di diritti speciali di prelievo FMI. La richiesta era pesante poiché formulata da un blocco di paesi che rappresenta la metà della popolazione e un quarto del PIL mondiale; tuttavia, ancora una volta gli USA resistevano, sostenuti dal Giappone e dalla UE (ma la Francia mostrava qualche incertezza in proposito)”.[23]

Con il nuovo acutizzarsi della crisi economica e finanziaria mondiale, a partire dalla seconda metà del 2011, la dirigenza cinese alzò ulteriormente il livello di allarme giungendo ad ammonire l’amministrazione Obama ed i suoi mandanti sociali di porre finalmente una stretta al deficit statale, ormai quasi fuori controllo, del “Titanic-USA”. All’inizio di agosto del 2011, il governo cinese emetteva infatti un durissimo comunicato nel quale si denunciava “il protrarsi dei problemi dell’enorme debito sovrano. “I giorni in cui lo zio Sam, piegato dai debiti, poteva facilmente dilapidare quantità infinite di prestiti stranieri sono ormai contati”, si legge nel comunicato di Nuova Cina. La cancellazione della tripla A per gli Stati Uniti è “un ammonimento”, scrive Nuova Cina nel suo severo giudizio sullo stato delle finanze americane. L’agenzia di rating cinese Dagong, che non ha la stessa credibilità delle sue concorrenti anglosassoni, ha anch’essa abbassato il suo giudizio da A+ ad A, con una prospettiva negativa”.[24]

Il processo intenso di intensificazione delle molteplici contraddizioni capitalistiche non poteva del resto risultare impensabile ed impossibile ad una direzione politica come quella cinese, il cui principio-guida era e rimane tuttora il marxismo: non a caso un dirigente comunista autorevole come Xi Jinping aveva sottolineato nel novembre del 2010 “la necessità di spingere attivamente la formazione del partito sul modello di studio marxista, rilevando simultaneamente che i dirigenti politici cinesi riconoscono “un valore autentico… allo studio dell’analisi marxista” e ai “valori centrali del socialismo”, proprio mentre Obama visitava Pechino”.[25]

Ciò che invece risultava assurdo ai leader cinesi, e da molto tempo erano affermazioni come quelle espresse nel 2003 dall’(allora) autorevole economista statunitense Robert Lucas, docente dell’università di Chicago (la roccaforte della famigerata scuola monetarista di Milton Friedman), quando assicurò che grazie agli sviluppi del pensiero economico, “il problema principale di prevenire la depressione è stato risolto, in tutte le sue implicazioni pratiche”.[26]

Come volevasi dimostrare…

In base alla combinazione dialettica tra la gravità plateale della crisi statunitense ed occidentale (a partire dallo stato disastroso del debito sovrano statunitense ed europeo dopo il 2009), e le  innegabili conoscenze di Pechino sui meccanismi della finanza mondiale e sul debito statale di USA/Europa, di cui tra l’altro la Cina è uno dei principali detentori mondiali, fattori a cui si aggiunge la salda concezione del mondo marxista, del PCC, al cui interno è data per scontata (e a ragion veduta…) l’azione di potenti tendenze autodistruttive nel capitalismo, i dirigenti cinesi sono perfettamente coscienti della possibilità concreta di un futuro default del debito pubblico americano e di un aggravamento disastroso della crisi capitalistica.

Come è già emerso dalla reazione cinese alla crisi del debito USA durante l’estate del 2011, la dirigenza cinese è perfettamente cosciente che l’“Armageddon” (Tremonti) della bancarotta statale degli USA risulti ormai come minimo una delle possibili opzioni del prossimo triennio, con un alto livello di probabilità che essa si verifichi in assenza di eventi clamorosi, in grado di far da potente controtendenza a tale imminente disastro.

Ma soprattutto i dirigenti politici della Cina sono allo stesso tempo ben preparati alle possibili e diverse conseguenze di un (possibile/probabile) default statunitense nel 2012-2015, alle possibili e diverse opzioni che deriverebbero da una dichiarazione di bancarotta da parte di Washington.

Già alla fine del 1950, i loro predecessori dovettero infatti confrontarsi con una concreta minaccia di attacco nucleare al loro paese, sostenuta dal reazionario generale D. McArtur e da ampi settori della borghesia statunitense. Più di recente, l’ipotesi “Gingrich-Stranamore”, risultò  una strategia in parte già adottata dall’amministrazione Bush junior nel 2001 dopo l’11 settembre, sebbene con livelli di crisi economica interna ancora assai  inferiori a quelle attuali e con una reazione militare devastante, ma enormemente inferiore a quella che potrebbe derivare da una (devastante) bancarotta del debito sovrano americano. Che negli attentati delle “torri gemelle” di New York ed al Pentagono vi fossero molti elementi “strani”, risultava ben chiaro alla Cina ed a una parte significativa del mondo pochi giorni dopo l’11 settembre; che le amministrazioni statunitensi avessero già utilizzato in precedenza degli attacchi, presunti e reali, per giustificare l’escalation belliche del loro paese (“incidente” del Maine a Cuba nel 1898, “incidente” del golfo del Tonchino in Vietnam nel 1964, ecc) risulta un dato storico conosciuto dalla direzione, dagli storici e dagli analisti cinesi, da un partito che da molti decenni ha avviato un processo continuo di apprendimento dalle lezioni della storia, ivi compresi i suoi stessi errori (= apprendimento attraverso l’autocritica).

A sua volta la più probabile “ipotesi Gingrich”, che non prevede scatenamento di una guerra nucleare (più o meno limitata) contro Iran, Corea del Nord o Cina, rientra essa stessa (facilmente) nei possibili scenari (facilmente) immaginati e prevedibili dagli eccellenti e numerosi studi di Pechino, visti anche il recente precedente dell’Argentina nel 2000/2002 e le dichiarazioni esplicite in tal senso pronunciate da autorevoli esponenti della destra repubblicana.

L’ipotesi di una “rivoluzione socialista” negli Stati Uniti, per effetto di un devastante default del debito pubblico interno, non può invece che essere considerata, per tutta una serie di fattori, come estremamente improbabile dalla direzione cinese: anche perché l’amministrazione Obama, nella percezione collettiva delle masse popolari statunitensi (specie se afroamericane), risulta collocata ancora “a sinistra”, ed essa verrebbe considerato inevitabilmente come la diretta responsabile di un crack che avvenisse nel 2012 o nelle sue immediate vicinanze, almeno in assenza di una sua eventuale “svolta a sinistra” ed in senso populista.

A nostro avviso l’opzione che la direzione cinese ritiene allo stesso tempo possibile e desiderabile, nel caso di un (più che probabile) avvicinarsi del default americano, sarebbe proprio “l’ipotesi Hong Kong”.

Vanno in questa direzione tutta una serie di indizi combinati tra loro, tra cui emergono:

–          il rifiuto, allo stesso tempo sincero ed interessato, della guerra (specie se nucleare…) da parte del governo e del popolo cinese;

–          la convinzione sincera, sia da parte del partito comunista che di gran parte della popolazione cinese, che il tempo giochi a favore dell’ascesa pacifica del gigantesco paese asiatico sulla scena internazionale, a patto proprio di evitare conflitti bellici e/o guerre commerciali diffuse su scala planetaria;

–          il derivato rifiuto cinese della mentalità estremistica del “tanto peggio, tento meglio”, del resto già dimostratasi ai comunisti di tutto il mondo fallimentare e controproducente fin dai tempi della depressione degli anni Trenta: si pensi solo all’ascesa del potere di Hitler in Germania, favorita (certo in modo secondario e non essenziale) anche dall’assurda politica del “socialfascismo” adottata allora dall’Internazionale Comunista e dal partito comunista tedesco;

–          la lucida coscienza degli attuali rapporti di forza mondiali, ancora contraddistinti dall’apatia della classe operaia occidentale e dalla forza militare della “tigre nucleare” USA;

–          la lucida coscienza degli enormi arsenali in mano attualmente agli Stati Uniti, ed eventualmente ad un futuro “dottor Stranamore” che prendesse le redini del comando a Washington;

–          la forte ed ancora attuale presenza,  all’interno del pensiero politico cinese, della sua “matrice originaria” rappresentata dall’elaborazione geniale effettuata in questo campo da Sun Tzu, già attorno al 400 a.C.

La sua opera, ancora oggi attentamente studiata sia in Cina/Asia che da molti teorici  della scienza politica nel mondo occidentale, ha al suo centro (oltre all’analisi rigorosa dei concreti rapporti di forza, e della loro dinamica futura) la piena comprensione che la vittoria più brillante e desiderabile a livello internazionale è quella che si ottiene proprio non combattendo, non utilizzando in alcun modo le armi, evitando di entrare in guerra con l’avversario/nemico: nel caso ottimale, addirittura convincendo quest’ultimo ad allearsi al vecchio avversario e ad adottare la massima, del resto ben conosciuta da molto tempo dai capitalisti più intelligenti, che recita “se non puoi batterli, unisciti a loro”. Sun Tzu infatti affermò esplicitamente che “combattere e vincere cento battaglie non è prova di suprema eccellenza: la suprema abilità consiste nel piegare la resistenza (volontà) del nemico senza combattere”, nell’ipotesi migliore convincendolo ad entrare in una nuova rete di alleanze[27];

–          anche in base a tale matrice di pensiero, la Cina a differenza del decadente mondo occidentale è ben predisposta all’uso della “via indiretta” e pacifica della lotta politica.

Come ha ammesso anche il generale (anticomunista) Fabio Mini, “la via indiretta (il c’i di                                    Sun Tzu) è da preferirsi all’azione diretta (il c’ieng), anche se le due vanno semprecombinate fra di loro, seppure in modo variabile a seconda delle circostanze. Più che alla distruzione dell’avversario, la strategia – secondo gli esperti cinesi –  deve tendere alla sua destrutturazione, con un azione progressiva e paziente, mirante più alla modifica del  contesto e all’acquisizione di vantaggi comparativi – anche indiretti a lungo termine –  che all’urto frontale risolutivo, volto alla distruzione dell’avversario[28]”;

–          il parziale “compromesso storico” che è stato avviato dal partito comunista cinese nella stessa Cina continentale rispetto alle tendenze capitalistiche, endogene e delle multinazionali straniere, a partire dal 1977 e dalla strategia elaborata da Deng Xiaoping, oltre che “esportato” in seguito con successo ad Hong Kong (egemonizzata dal vero, reale capitalismo di stato) rientrata sotto il controllo politico di Pechino dal luglio del 1997. La storia degli ultimi quattro decenni insegna pertanto che il partito comunista cinese  non ha certo avuto particolari “allergie” a stipulare compromessi di lunga durata ed accordi tattici con la rete capitalistica mondiale, a partire dalla prima visita effettuata da H. Kissinger in Cina nel lontano 1971, ancora ben vivo ed attivo Mao Zedong: detto in altri termini, quello che definiamo “ipotesi Hong Kong” (un compromesso dinamico su scala planetaria tra socialismo e capitalismo) è stata scoperta ed inventata proprio dai comunisti cinesi, sia in riferimento alla Cina continentale che ad Hong Kong/Macao, e pertanto l’allargamento eventuale del suo raggio d’azione a gran parte del mondo non può creare alcun problema di principio al nucleo dirigente di Pechino.

Tutti gli elementi di analisi attualmente disponibili indicano, in modo concorde ed univoco, la preferenza indiscutibile e sicura del partito comunista cinese per un processo di risoluzione pacifica e non catastrofica delle contraddizioni capitalistiche, a partire da quelle statunitensi, ma che avvii allo stesso tempo una  dinamica reale di cambiamenti epocali, sia dell’attuale ordine economico-finanziario globale che dei  rapporti di forza politico-sociali vigenti nel nostro pianeta.

Sembra una banalità, ma invece siamo in presenza di un fattore assai importante per il processo di analisi in via di esposizione. Infatti sussiste oggi concretamente una grande forza politica, a capo tra l’altro della principale potenza economica del pianeta (a parità di potere d’acquisto), che esprime sicuramente sul piano della sua progettualità/soggettività collettiva un ripudio delle soluzioni catastrofiche e una scelta preferenziale verso soluzioni e pratiche politico-economiche, allo stesso tempo pacifiche ed avanzate, da noi cristallizzate sotto il nome di “ipotesi Hong Kong”, in caso di imminenza del default del debito sovrano degli USA nei prossimi anni.

Si tratta di un punto fermo importante, nel caso il “Titanic-USA” incontri il suo personale (ed auto costruito) “supericeberg”: la (pacifica, costruttiva enorme) potenza economica accumulata dalla Cina socialista risulta la precondizione politico-materiale che rende “l’ipotesi Hong Kong” possibile, anche se certo assolutamente non-inevitabile, rappresenta la base politico-materiale indispensabile (anche se certo non sufficiente, in mancanza di altri fattori) per l’avvio concreto dell’opzione in oggetto.

Ma se si può prevedere con sicurezza la reazione possibile/desiderata della direzione del partito comunista cinese, di fronte alle avvisaglie del più che probabile default statunitense, il processo di previsione risulta molto più complesso sul versante della soggettività politico- sociale statunitense, sia a livello d’élite che delle masse popolari americane, sempre dando per sicuro l’avvicinarsi/avverarsi della situazione limite che costituisce il presupposto fondamentale del nostro scritto.

 

 

 

 

 

 



[1] F. Engels, lettera a K. Kautsky del 12 settembre 1882

[2] V. I. Lenin, “Discorso di chiusura della conferenza del P.C. (6) R”, 27 maggio 1921

[3] Deng Rong, “Deng Xiaoping e la rivoluzione culturale”, pp. 279-280, ed. Rizzoli

[4] Deng Xiaoping, “Selected Works”,  vol. III, 26 aprile 1987, “To uphold socialism we must eliminate povergy”

[5] B. Courmont, op. cit., p. 7

[6] Op. cit., pp. 13-14

[7] Op. cit., p. 16

[8] “La Cina sorpasserà gli USA nella scienza nel 2013”, maggio 2011, in www.lacinarossa

[9] “China’s 12th Five.Year Plane”, in cbi.typepad.com, dicembre 2010

[10] P. Escobar, “Geopolitiche delle pipeline”, 20/10/2010, in www.ariannaeditrice.it

[11] R. Sidoli, e M. Leoni, op. cit., p. 127

[12] “La strategia del filo di perle”, 5/7/2011, in www.ilcaffegeopolitico.net

[13] E. Carretto, “Si scrive Cina, si legge FMI ombra”, 2 luglio 2010, Corriere della Sera

[14] P. Durder, “Wikileaks espone le ragioni della mania nascosta della Cina per l’oro”, 6/9/2011, in www.comedonchisciotte.org

[15] B. Smith “la Cina è pronta a staccare la spina?”, 17/9/2011, in www.comedonchisciotte.org

[16] “To improve relations, US must respect China’s core interest”, Quotidiano del Popolo del 14/7/2011, in englishpeopledaily.com.cn

[17] “Clinton remarks aim to estrange Sino-African ties”, Quotidiano del Popolo, 15 giugno 2011

[18] “USA: “sempre più ostaggio della Cina”, 17 settembre 2010, in www.wallstreetitalia.com

[19] Courmont, op. cit., p.16

[20] Op. cit., p. 17

[21] Op. cit., p. 9

[22] “PCC: una delle più abili forze politiche della storia”, in www.lacinarossa.net, luglio 2011

[23] Giannuli, op. cit., pp. 70-71

[24] “S&P abbassa il rating, la Cina vuole garanzie”, 8 agosto 2011, in www.trend-online.com

[25] F. Scisci, “La Cina marxista saluta Obama”, 15 novembre 2010, in La Stampa

[26] A. Giannuli, op. cit., pp. 63-64

[27] Sun Tzu, op. cit., cap. terzo p. 81

[28] B. Courmont, op. cit., p. 8


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