Capitolo primo

Capitolo primo

“Cronaca di una bancarotta annunciata”

 

Questo saggio ha come oggetto principale “l’ipotesi Hong Kong”: e cioè un potenziale, futuro e pluridecennale compromesso storico su scala planetaria da costruirsi tra le forze soggettive di matrice socialista e collettivistica, a partire innanzitutto dalla Cina Popolare, e quelle invece contraddistinte da una ferrea scelta di campo capitalistica (di stato), a partire dalla maggioranza politico-sociale della borghesia, delle multinazionali e dell’alta finanza statunitense, che traghetti senza guerre nucleari ed in alcuni decenni il nostro pianeta verso il socialismo, prima fase “immatura” del comunismo sviluppato (Marx, “Critica al Programma di Gotha”).

Fantapolitica? Non proprio, dal 2008.

Come aveva ricordato F. Mehring nella sua monumentale “Storia della socialdemocrazia tedesca”, esprimendo uno spunto poi ripreso da Lenin, in alcune occasioni Marx ed Engels espressero l’opinione antidogmatica che il miglior modo per attuare una rivoluzione socialista mondiale fosse quella di “comprarsi l’intera banda capitalistica”; e cioè, grazie a rapporti di forza divenuti favorevoli, di controllare sul piano materiale la borghesia assicurandosi di conseguenza una transizione pacifica al socialismo su scala planetaria e garantendosi, come notò Lenin per la Russia del 1918, la “sottomissione” volontaria al potere operaio con “i metodi del compromesso o del riscatto” dei “capitalisti progrediti, che sono favorevoli al capitalismo di stato, dei capitalisti utili per il proletariato come intelligenti ed esperti organizzatori delle più grandi imprese”.[1]

Ai tempi di Marx non erano presenti, neanche in embrione, i rapporti di forza favorevoli (reali, concreti e non solo potenziali) ed una reale (non solo potenziale) posizione di supremazia a favore del movimento anticapitalistico indispensabile per attuare, con forti probabilità di successo, tale operazione di “acquisto/compromesso”.

Sempre la correlazione di potenza mondiale, anche se enormemente migliorata rispetto al 1865/83 grazie all’“Ottobre Rosso”, non risultava ancora matura a tal fine quando Lenin nel 1920, con geniale anticipazione, notò che un processo rivoluzionario pacifico e indolore, “ordinato e regolato” (Lenin), indubbiamente “il più vantaggioso” (Lenin) per le masse popolari, presupponeva proprio “una situazione assolutamente disperata per i capitalisti, una necessità assoluta per i capitalisti di sottomettersi di buon grado”.[2]

Il rapporto di forza mondiale estremamente favorevole alle forze anticapitaliste, necessario ed indispensabile per “comprarsi l’intera banda”, rappresentava solo “un futuro lontano ed eventuale” quando nel 1924 Stalin immaginò, con lucidità visionaria, uno scenario “in un avvenire lontano”, nel quale “se il proletariato vincerà nei principali paesi capitalistici e se l’attuale accerchiamento capitalistico sarà sostituito da un accerchiamento socialista, una via “pacifica” di sviluppo sarà del tutto possibile per alcuni paesi capitalistici, in cui i capitalisti, di fronte a una situazione internazionale “sfavorevole”, giudicheranno opportuno fare essi stessi “volontariamente” delle concessioni serie al proletariato. Ma questa supposizione (alias scenario ipotetico), “riguarda solo un futuro lontano ed eventuale”.[3]

Analisi scolastiche ed ipotesi bizantine, si potrebbe forse rilevare a prima vista. Ma la profonda, reale e non “scolastica” trasformazione dei rapporti di forza planetari, verificatasi tra il 1992 ed il 2012, porta invece alla conclusione paradossale che il “futuro lontano ed eventuale” intravisto da Stalin nell’aprile del 1924 sia diventato, seppur con modalità diverse da quelle previste dal leader georgiano, proprio il particolare “attimo fuggente” che stiamo vivendo attualmente ed a cui parteciperemo nel prossimo triennio.

Con due sole alternative possibili, da parte della borghesia statunitense: una guerra atomica “mirata” con un attacco nucleare a sorpresa contro Cina ed Iran, o la guerra civile nel suo paese.

Ma procediamo con ordine.

Cinque formidabili “colpi di maglio”, seppur pacifici e dilatati nel tempo, stanno ormai cambiando alla radice la dinamica della correlazione di potenza, sia internazionale che tra le due principali “squadre” operanti sul piano politico-sociale, e cioè il campo socialista e quello imperialista.

Primo e principale shock, il profondo e disastroso declino economico dell’imperialismo statunitense via via delineatosi dopo il 1998, ormai trasformatosi dopo il 2008/2011 in una bancarotta finanziaria del debito pubblico, arginata e tamponata ormai a stento e con sempre maggiore fatica. Il “Titanic-USA”, in estrema sintesi, contraddistinto anche dalla crescente insostenibilità delle spese militari (700 miliardi di dollari nel 2011) rispetto a risorse globali interne sempre più ridotte.

Secondo J. Attali, “i prestiti annuali rappresenteranno il 248% delle entrate fiscali; il Tesoro americano deve rifinanziare ogni anno più della metà del suo debito; lo fa per metà con capitali venuti dall’estero, di cui la metà proveniente dal Giappone e dalla Cina. Nel 2009, gli interessi sui buoni del Tesoro americani rappresentavano già il 34% dell’onere del debito, con un tasso d’interesse medio del 3,3%.[4]

Secondo evento epocale, l’enorme sviluppo pacifico ottenuto dalla Cina (prevalentemente) socialista in tutti i campi durante gli ultimi tre decenni, specialmente (ma non solo) in campo economico e finanziario. Con l’enorme saggio di accumulazione interna (pari nel 2010 al 45% del PNL cinese), il prodotto nazionale lordo del gigantesco paese asiatico potrebbe addirittura quadruplicare tra il 2011 ed il 2025, nel giro di soli quindici anni, per effetto del meccanismo “magico” della crescita composta/esponenziale (un chicco di grano, dopo soli sei raddoppi, si trasforma in 64 unità), in assenza di guerre e/o collassi politici interni.

Terzo fenomeno di portata planetaria, derivato dai due precedenti, il sorpasso acquisito tra il 2009 ed il 2010 dalla Cina Popolare rispetto agli Stati Uniti in campo economico, tenendo conto del parametro della parità del potere d’acquisto: come ha previsto persino l’arciborghese istituto d’analisi Conference Board, nel novembre del 2010, già nel 2012 a suo avviso la Cina avrebbe scavalcato l’imperialismo statunitense come prima potenza economica globale, sempre utilizzando il criterio della parità del potere d’acquisto.[5]

Come avvenne nel 1880/1890 per gli Stati Uniti, rispetto alla declinante potenza britannica, ormai siamo in presenza di un nuovo “numero uno” in campo economico  e sempre su scala planetaria, che parla lingua cinese.

Quarto shock, dal 2008 la Cina è ormai diventata il principale paese creditore nell’arena planetaria e risulta inoltre di gran lunga il maggior finanziatore estero dell’indebitatissimo “Titanic-USA”: erano cinesi 1100 miliardi di titoli di Stato USA, nel luglio del 2011. Come gli Stati Uniti passarono dallo stato di paese debitore (1914) a quello di creditore dell’intero pianeta, nel 1944-48, lo stesso processo epocale a favore della Cina (e contro gli stessi Stati Uniti) si è verificato nel corso del periodo 1991/2012.

Quinto elemento, la semistagnazione statunitense del 2000/2011, a dispetto del pauroso deficit statale e dei tassi d’interesse tenuti praticamente a zero dalla Federal Reserve, incremento del PNL assai bassi, alias 3% di aumento del PIL nel 2010 e solo il 2,1% nel 2011: i più ridotti di sempre nel paese, dopo la fase depressiva.

“Questa è la ripresa più debole con una ricrescita del PIL nel primo anno e del 2,5% in media nel 2011: ben sotto il balzo del 6,8% tipico del primo anno in tutti i cicli precedenti quando, a partire dal sesto mese dalla fine della recessione, si creavano oltre 100 mila nuovi posti di lavoro ogni 30 giorni. Tutto è cambiato con gli anni 90. Oggi siamo al 24° mese dalla fine ufficiale della recessione più grave dalla Grande Depressione e la disoccupazione è ancora al 9,1% poco sotto il 9,5% del giugno 2009”.[6]

Dal 27 giugno del 2011, la situazione USA non è migliorata sostanzialmente: anzi.

La combinazione dialettica tra i cinque “colpi  di maglio”, che in forma molecolare (Gramsci) e pacifica stanno ormai progressivamente scardinando il vecchio “disordine mondiale” a guida statunitense, sorto dalle ceneri dell’Unione Sovietica e dopo il tragico triennio 1989/91, potrebbe aprire sei possibili scenari alternativi tra il 2012 ed 2015, gli ultimi quattro di grande portata.

Essi sono unificati da un presupposto materiale fondamentale, e cioè il disastroso stato delle finanze statali degli USA. Se il debito pubblico (al netto del deficit degli stati federali) risultava pari a “solo” 6.800 miliardi di dollari alla fine del 2000 e della presidenza Clinton, esso era decollato a 10.000 miliardi alla fine del 2008, con Bush junior, ed a 14.300 miliardi di dollari nel giugno del 2011: da esso andavano tolti (sempre nel giugno del 2011) 4.600 miliardi di dollari  di contributi versati che eccedevano la spesa corrente per pensioni e sanità, accantonati presso il Tesoro USA, ma considerati debito pubblico, ed invece aggiunti circa 3.000 miliardi di debiti accumulati dai diversi stati federali, California in testa.[7]

Ma non solo. Al deficit (reale) di bilancio pubblico centrale degli USA vanno aggiunti, come ricordava per l’ennesima volta Il Sole 24 Ore del 7 agosto del 2011, anche i circa 3.000 miliardi di passivi accumulati da Fannie Mae e Freddy Mac, due istituti finanziari di mutui che sono stati in sostanza nazionalizzati già nell’autunno del 2008.

In estrema sintesi, a fine giugno 2011 il debito pubblico USA era pari a 14.300 mld meno 4.000 mld, più 3.000 mld più 3.000 mld: alias ad almeno 16.300 mld, circa il 110% del PNL americano.

Secondo B. Gross, capo della Pinco, ben 10.000 miliardi di dollari in obbligazioni verranno a scadenza negli USA nel 2012/2014, mentre a sua volta il tasso di aumento del debito statale (escludendo gli stati federali, Fannie Mae/Freddy Mac), risultava nel 2011, pari a circa 1.300 miliardi di dollari annui, equivalenti a circa l’8,5% del PNL USA.[8]

Cosa riserva il prossimo triennio (2012-2014), alla disastrata azienda-USA?

Partendo dall’opzione a nostro avviso nettamente meno probabile, la prima ipotesi prevede un processo di riproduzione sostanzialmente “neutra” ed invariata (con qualche modifica non essenziale) della situazione finanziaria degli USA e della correlazione di potenza internazionale formatasi dopo il 1990/91 ed il crollo dell’Unione Sovietica, senza radicali modifiche nella struttura dell’odierno capitalismo finanziario e senza sue crisi catastrofiche.

La dinamica concreta dei rapporti di forza globali, in primo luogo economico-finanziari, porta a ritenere assai improbabile il verificarsi di questo ottimistico scenario. Un osservatore acuto,  ma alieno da qualsiasi tentazione rivoluzionaria o anticapitalistica, come J. Attali ha notato in un suo interessante saggio del 2011 (intitolato significativamente “Come finirà?”) che ormai “ci si può dunque aspettare nel 2010 un deficit del bilancio federale americano di 1.600 miliardi dollari e di almeno 1.300 nel 2011. A questa data, il debito pubblico americano rappresenterà il 400% delle entrate dello Stato (in altre parole, quattro anni di redditi fiscali) e l’80% del PIL. Nel 2012, il governo americano dovrà rimborsare 8500 miliardi di dollari di obbligazioni e finanziarie, in deficit di almeno 1.000 miliardi di dollari. E più ancora negli anni successivi. Secondo le previsioni dell’amministrazione attuale, il deficit di bilancio federale resterà ogni anno superiore al 4% del PIL almeno fino al 2019. Secondo la BRI, il debito federale americano raggiungerà il 150% del PIL nel 2020. Gli oneri d’interesse rappresenteranno, al livello attuale dei tassi, il 25% di entrate fiscali. Occorrerà aggiungere le spese legate al nuovo programma della sanità, valutate intorno a 16.000 miliardi per il prossimo decennio. Inoltre se i tassi d’interesse salgono e anche se il dollaro resta la principale valuta di riserva mondiale, la situazione non sarà tollerabile.”[9]

Troppi debiti pregressi: ormai si è accumulato troppo “materiale infiammabile” e da troppo tempo per permettere una continuità sostanzialmente stabile sia nel processo di riproduzione dell’accumulazione capitalistica, che negli equilibri/squilibri di potenza esistenti su scala internazionale, a partire soprattutto dalla situazione disastrosa del “Titanic-USA” e dell’ascesa pacifica, ma rapida e continua della nuova superpotenza cinese?

Nuovi interventi da parte della FED? Non ce la fa più, visto che ha già dato 16.100 miliardi in aiuti  dal 2007 al 2010 a Citigroup, Gran Bretagna, grandi istituti occidentali, ecc.[10]

Aiuti agli USA da parte dell’Europa? Certo, una volta superati piccoli problemi di nome Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia!

Forse dal Giappone? Già dato, e del resto la potenza nipponica risulta in uno stato semicomatoso dopo il pauroso maremoto a Fukushima, oltre ad essere entrata in recessione all’inizio del 2011 per l’ennesima volta dopo il 1990 e con l’inizio della cosiddetta “decade perduta”.

Il risparmio americano? Solo il 6% del PNL, contro il 17% nell’anno di riferimento del 2010 per la Germania.

Ricorrere alle imprese, alle famiglie ed ai singoli cittadini statunitensi? Ancora alla metà del 2011, questa “trinità” era già paurosamente indebitata per una somma globale ufficialmente pari a circa 36.000 miliardi di dollari (36.300 più 14.400 miliardi di debiti statali, uguale a 50.700 miliardi, circa 3,5 volte il PNL USA del 2011), ma in realtà assai più elevata (B. Gross, marzo 2011).

Utilizzare una “normale” svalutazione del dollaro? Già fatto: nel 2002 il dollaro valeva un euro, mentre nel 2011 1,43 dollari servivano per acquistare un euro.

Secondo scenario, solo leggermente più probabile: avvio di un autoriforma profonda, ma controllata e progettata “dall’alto”, senza avere l’acqua alla gola, da parte del principale anello di sostegno della rete capitalistica mondiale, e cioè l’imperialismo statunitense attraverso i suoi mandatari politici al potere: una riedizione, riveduta e corretta, del “New Deal” e di quel particolare “compromesso sociale” di lunga durata che ha garantito a sua volta la genesi e la fioritura di quella lunga “Estate di San Martino” del capitalismo che si è riprodotta quasi senza soluzione di continuità nelle metropoli imperialistiche tra il 1948 ed il 1973.

In primo luogo, marcia contro tale ipotesi il durissimo “fatto testardo”, a cui accennava J. Attali nel passo sopracitato del suo libro, per cui proprio nel corso del 2012 “il Tesoro USA sarà costretto ad emettere titoli per oltre 2.000 miliardi di dollari per spegnere l’incendio” (D. Frenna), alias per rimborsare titoli di stato e junkbond in via di scadenza nel solo 2012.[11]

Ma contro il verificarsi di tale scenario sta soprattutto il fatto eclatante per cui la principale controtendenza emersa dal 1929 contro i processi autodistruttivi del modo di produzione capitalistico, ivi compresa la tendenza alla caduta del saggio di profitto, e cioè l’intervento pubblico in campo economico attraverso l’utilizzo del deficit statale per stimolare il processo di accumulazione privata, da essenziale “strumento di salvezza” e fondamentale rete di protezione per l’egemonia della borghesia si è ormai trasformato da alcuni anni in una trappola, potenzialmente disastrosa, per la stessa riproduzione “pacifica” del sistema imperialistico.

In estrema sintesi, siamo in presenza almeno dal 2008 di una crisi profonda del debito sovrano e dei conti pubblici, di grande portata.

In estrema sintesi, un nuovo Roosevelt (del 1933/35) non potrebbe servirsi dell’“arma magica” del deficit statale per arginare la recessione economica statunitense e mondiale, perché… qualcuno  ha già utilizzato troppo, e da troppo tempo, tale ormai logoratissima “bacchetta magica”. Se nel 1929 i conti statali americani risultavano quasi in pareggio ed il rapporto deficit statale/PNL era pari solo al 16%, nel solo 2011 il bilancio statale degli USA (senza contare quello dei singoli stati federali, a partire dalla California) ha registrato un pauroso deficit pari a circa 1.300 miliardi di dollari ed all’8,5% del prodotto nazionale lordo. E non solo: vista l’enorme dilatazione del debito pubblico statunitense, anche lo strumento d’appoggio dell’inflazione (che ridurrebbe la morsa complessiva del deficit statale) ormai comporta una pesantissima e letale controindicazione, alias l’aumento esponenziale dei tassi d’interesse e delle somme destinate a pagare i proprietari dei titoli di stato americani.

L’inflazione è un’altro strumento ormai inutilizzabile per affrontare la devastante “bomba ad orologeria” del debito pubblico interno. Secondo Attali, le autorità americane dovranno prima invece “decidersi infine ad aumentare le imposte per ridurre la spesa pubblica, facendo affondare le ultime illusioni di un ritorno alla crescita, come accadde già nel 1936 quando Morgenthau impose a Roosevelt di rinunciare al lassismo di bilancio dei primi anni del suo mandato. Il presidente americano, qualunque esso sia, sceglierà allora certamente la via dell’inflazione per evitare la depressione – un ricorso ricorrente nella storia americana: un inflazione del 6% su cinque anni può ridurre il rapporto debito/PIL di venti punti. Accetterà anche, con extrema ratio, l’emissione e la distribuzione di somme in valuta dell’FMI, i Diritti Speciali di Prelievo (DSP). Di conseguenza verrà fabbricata una nuova cartamoneta, emettendo un’altra valuta,  che completerà la planopia dei finanziamenti immaginari dei deficit pubblici, questi si, reali.

Se non si rimette in sesto, come ha fatto così spesso nella sua storia, lo Stato americano sarà rovinato dall’inflazione. Il dollaro terrà soltanto con il beneplacito di Pechino. La crisi finanziaria apparirà allora come una tappa importante nell’accelerazione della perdita di fiducia del mondo nei confronti dell’Occidente e nello spostamento “del centro” del mondo verso l’Asia”.[12]

Purtroppo per la borghesia statunitense ed i suoi variegati mandatari politici, più inflazione significa anche necessariamente un rialzo dei tassi d’interesse e del servizio/saggio d’interesse sui titoli di stato americani, con il derivato incremento esponenziale dello stesso debito pubblico. Come ha notato lo stesso Attali, in caso di “aumento di tassi d’interesse dei buoni del Tesoro”, “quest’aumento finirà per pesare molto sulle finanze pubbliche americane. Un aumento di due punti dei tassi d’interesse farà passare l’onere del debito al 40% delle entrate fiscali. E questo è l’unico indicatore serio che annuncia ai creditori l’imminenza di una grave crisi del debito pubblico”.[13]

Non solo: gli enormi problemi di deficit si collegano alla nuova stagnazione del 2011/2012.

Fin dall’agosto 2011 negli USA nasceva “una growth scare, la paura della mancata crescita, di una ricaduta nella recessione, che i dati sulla debolezza persistente dell’economia occidentale fanno temere.

Dietro a questa fuga dalle borse, in altre parole dagli investimenti in imprese e nell’economia reale c’è, secondo molti commentatori, la convinzione che l’America si stia  avvitando in una nuova recessione. Puntano in questa direzione i dati più recenti sull’industria manifatturiera, sulla fiducia dei consumatori, le previsioni (l’ultima, del Conference Board, è di ieri) sul ritmo asfittico di assunzioni nel mercato del lavoro. Il recente accordo sul debito, con i suoi drastici tagli di spesa, avrà un effetto depressivo, togliendo risorse all’economia e, dunque, facendo rallentare le entrate fiscali, aggravando, così, il problema del debito. Ma, fra i dati, fa capolino anche lo spettro di un male raro, ma devastante: la deflazione, ovvero la contrazione dei prezzi dovuta alla mancata crescita economica. I segnali ci sono. Le aziende americane sono floride, hanno più soldi che debiti, ma non investono. La Bank of New York, una delle più grandi negli Stati Uniti, ha cominciato ad applicare tassi negativi per i depositi sopra i 50 milioni di dollari: in altre parole, fa pagare per tenere i soldi in banca. Anche tassi così bassi come lo 0,22% sui titoli pubblici a due anni, in realtà, preoccupano. Fanno temere quella che gli economisti chiamano “trappola della liquidità”, cioè una situazione in cui i tassi sono così bassi che la banca centrale non ha più margini per abbassarli ulteriormente e stimolare così l’economia.[14]

Le vie “facili” e “normali”, almeno dal 1929 in poi, di uscita dalla recessione economica, con l’aumento più o meno combinato del deficit statale e/o dell’inflazione, sono ormai precluse a priori per il sistema capitalistico statunitense e (per diverse ragioni) anche per i suoi partner/concorrenti, l’area europea e quella nipponica. E a sua volta, tagliare il deficit statale attraverso un nuovo processo di distruzione del (residuo) stato sociale americano rappresenta, secondo il premio Nobel P. Krugman, solo un nuovo stimolo all’aggravamento della crisi economica (e dello stesso debito statale USA), visto che “il tentativo di giungere al pareggio di bilancio in tempi di crisi economica è una ricetta per peggiorare la crisi. Tagli alle spese effettuati oggi non riporterebbero l’economia su basi più solide: ridurrebbero la crescita e aumenterebbero la disoccupazione. Anche Simon Johnson, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, parlando davanti alla Commissione economica del Congresso USA, ha affermato che tagli immediati alle spese rallenterebbero l’economia. Anch’egli si è detto preoccupato per la disoccupazione, oggi oltre il 9 per cento” nel luglio 2010.[15]

La strada “iperpacifica” di tagliare drasticamente le spese militari statunitensi? Obama ed i democratici le hanno addirittura aumentate, almeno nel 2009/2011, in piena sintonia su questo punto con i repubblicani: senza un formidabile intervento allarme rosso finanziario, “esterno” (estero…), tale (utilissima, fattibile) via di fuga è autopreclusa al sistema imperialistico USA.

A questo punto emerge una terza ipotesi, “far saltare il tavolo da gioco” attraverso lo scenario “Gingrich dottor Stranamore”.

Progettualità  il cui nucleo centrale è una (possibile) praxis della borghesia statunitense, tesa sia ad ammettere e dirigere il default/bancarotta del debito statale americano che, allo stesso tempo, a lanciarsi in un rilancio in grande stile della “guerra infinita” di Bush. Ma questa volta su scala d’intensità di gran lunga maggiore, mirando al “cuore” del suo nemico principale sul fronte internazionale, e cioè la Cina e la sua (pacifica) rete di alleanze: attacco all’Iran, provocazioni aperte su Taiwan, dispiego delle armi stellari ai confini di Russia e Cina, alimentazione di scontri armati di ampie proporzioni al (già caldo) confine tra le due Coree, potrebbero diventare alcuni dei tasselli  della praxis di un nuovo e potenziale “SuperBush”, ancora in cerca di autore e di un leader politico che lo interpreti.

Sotto l’aspetto della (possibile) strategia del “far saltare il tavolo da gioco”, finanziario-planetario e delle relazioni internazionali, alcuni suoi germi erano già emersi nella calda estate del 2011. Come aveva lucidamente notato V. Giacchè, “il 30 giugno le agenzie hanno battuto la notizia dell’ennesima minaccia di Standard & Poor’s di abbassare il rating del debito di uno Stato addirittura a “D”: selective default, ossia insolvenza su alcune obbligazioni. Però, per una volta, non si trattava dell’Europa, ma degli Stati Uniti. Non era mai successo. Il motivo? La minaccia dei repubblicani di bloccare la legge per elevare il limite massimo di debito consentito oltre i 14,3 trilioni di dollari attuali. Siccome il debito USA presto supererà quella soglia, in assenza della legge un obbligazione a breve termine in scadenza il 4 agosto, del valore di 30 miliardi, non potrà essere ripagata. Il problema è che i repubblicani, in cambio di un loro voto favorevole, chiedono che Obama, anziché alzare le tasse (in particolare ai ricchi), tagli pesantemente la spesa pubblica”.[16]

Anche se la crisi estiva del “default tecnico” del luglio-agosto 2011 è stata (a fatica) messa sotto controllo, essa ha rappresentato una sorta di “fulmine” che ha illuminato il fosco scenario del debito sovrano statunitense e la possibilità di una sua drastica eliminazione, attraverso la dichiarazione unilaterale di bancarotta da parte statunitense: con il derivato annullamento del debito contratto in precedenza, l’azzeramento del pagamento degli interessi sui titoli di stato USA e l’impossibilità, più o meno prolungata nel tempo, di spendere anche un solo dollaro per gli stipendi dei dipendenti pubblici e per i  servizi statali.

Fantapolitica? Non proprio visto che, almeno rispetto agli stati federali in grave dissesto finanziario, due autorevoli esponenti del partito repubblicano quali Newt Gingrich e Jeb Bush (si, il fratello di Bush junior), hanno auspicato il default controllato fin dal luglio del 2011, e hanno apertamente sostenuto una sorta di “soluzione finale”.

Come ha notato D. Maceri, “nel 1995 Newt Gingrich, presidente della Camera dei rappresentanti, chiuse le porte del governo per una settimana perché non voleva approvare una legge che aumentasse il tetto di spesa dell’amministrazione. Adesso, Gingrich suggerisce qualcosa di più drastico per risolvere i bilanci degli stati che si trovano in condizioni precarie. In un recente articolo scritto insieme a Jeb Bush ex governatore della Florida e fratello dell’ex presidente George, pubblicato sul Los Angeles Times, Gingrich sostiene che la soluzione è la bancarotta.

Dichiarando fallimento gli Stati si potrebbero proteggere dai creditori e non pagare i costi per tutti i servizi che devono offrire e ovviamente abrogare i contratti con gli impiegati statali, incluse le loro pensioni.

Lo stato di insolvenza è l’ultima carta dei repubblicani per affamare la bestia, ossia il governo, togliendogli tutti i fondi e ricominciare daccapo offrendo servizi limitati e colpire naturalmente i sindacati visti come responsabili della crisi economica.

Andare in bancarotta non è facile per gli individui anche se offre un minimo di protezione temporanea ma con notevoli conseguenze negative. Per un azienda la bancarotta a volte è possibile ma anche qui si tratta di serie situazioni.

La bancarotta per una città è legale negli Stati Uniti e, anche se non tipica, può avvenire. E’ successo nella Contea di Orange, California del Sud, non lontano dal noto parco di divertimenti di Disneyland. Ci sono voluti diciotto mesi per la ripresa della città, ma il grande vantaggio secondo la destra è che non si sono aumentate le tasse.

La legge federale non permette agli Stati di dichiarare bancarotta, quindi non ci sono possibilità che ciò avvenga.

Si tratta solo di un idea radicale che spinge il concetto antigoverno ad un punto estremo. Sorprende che i proponenti di quest’idea siano Bush e Gingrich. Per il primo si tratta di un repubblicano di reputazione moderata il quale sarebbe dovuto diventare presidente invece del fratello. Ovviamente Jeb non ha perso le speranze e ci sono possibilità che fra non molto ritorni a galla come candidato alla Casa Bianca, non per il 2012 ma più in la.

Gingrich, da parte sua, ha già fatto capire che sta facendo un pensierino per il 2012. In un suo intervento ha dichiarato che i leader alla nomination repubblicana al momento sono Mitt Romney, ex governatore del Massachussetts, Sarah Palin, ex governatore dell’Alaska, e Mike Huckbee, ex governatore dell’Arkansas. Romney e Huckbee sono stati  candidati alle primarie repubblicane del 2008 ma sono stati sconfitti da John McCaine. La Palin è stata scelta da McCain come sua vice”.[17]

Già nel luglio del 2011 F. Ghira avanzava l’ipotesi che, come fece Nixon nel lontano 15 agosto del 1971, la direzione politica statunitense volesse “scaricare il crack USA sul resto del mondo”, almeno dopo le elezioni presidenziali del novembre 2012.

“Fallire oggi” (luglio del 2011) “non si può, nel 2012 ci sono le presidenziali, meglio farlo più in là.

In effetti il livello del debito è altissimo. A fine marzo era pari a 14.260 miliardi di dollari, che è pari al 97,3% del Prodotto interno lordo. Ma contando anche i debiti degli enti locali, il suo livello è pari al 130% del Pil, cifra che fa impallidire l’attuale 120% italiano.

Se poi si tiene conto che anche la bilancia commerciale USA è in profondo rosso (600 miliardi di dollari nell’intero 2010 e 50 miliardi solo nel maggio scorso, il record degli ultimi tre anni) si ha una chiara idea del fatto che i cittadini degli Stati Uniti vivono ben al di sopra delle proprie possibilità, e che i costi del loro sostentamento sono scaricati sul resto del mondo.

Questo è possibile soltanto in virtù del fatto che il dollaro, nonostante le debolezze del sistema economico che rappresenta (tra debito pubblico e commerciale e debito delle famiglie), resta la moneta per eccellenza negli scambi internazionali e soprattutto la moneta di riferimento nell’acquisto delle materie prime, da quelle energetiche, petrolio e gas, fino a quelle alimentari, come il grano. Se si ponesse come forte e reale un alternativa al dollaro, rappresentata da un’altra moneta, sia essa l’euro o lo yuan cinese, per il biglietto verde sarebbe notte fonda. Oggi però, e non ci stancheremo mai di ricordarlo, il dollaro continua ad imporre la sua supremazia in quanto rappresenta la prima potenza militare del globo che, avendo centinaia di migliaia di suoi cittadini sotto le armi, deve poter disporre di una moneta con la quale poter sancire il proprio ruolo di Paese occupante. E questo vale sia per i Paesi in cui sono in corso conflitti, sia per i tradizionali alleati degli Stati Uniti che già hanno concesso l’utilizzo di basi militari sul proprio territorio, dalle quali partire per una delle tante crociate che sono la caratteristica degli USA, a partire dalla guerra dei primi del Novecento contro la Spagna per il controllo di Cuba.

E poiché stiamo parlando di corsi e ricorsi storici c’è da ricordare che il 15 agosto del 1971, a Borse chiuse, Richard Nixon decretò la fine della convertibilità del dollaro in oro prendendo atto che era così alta la quantità di banconote verdi in circolazione, derivanti dal commercio del greggio, i cosiddetti “petrodollari”, pompati dalla Casa Bianca e dal Tesoro per tenere bassi i prezzi praticati dai Paesi produttori, da rischiare di vedere prosciugate le riserve auree USA. Quest’anno Ferragosto cade di lunedì ed essendo gli uffici pubblici in molti Paesi chiusi per festa, alla Casa Bianca si offrirebbero tre giorni buoni per fare un annuncio eclatante e tentare di ammortizzare i contraccolpi”.[18]

E appena il caso di rilevare che una bancarotta statunitense sarebbe, e sarebbe vista/vissuta, come una sorta di “dichiarazione di guerra” finanziaria dagli stati creditori dell’America sparsi in tutto il mondo, Cina, Giappone, petrostati arabi e Gran Bretagna in testa.

Non solo, una bancarotta del debito pubblico trascinerebbe inevitabilmente con se nel default totale anche la stessa banca centrale statunitense, la parastatale Federal Reserve, che risultava già nel 2011 il principale creditore dell’apparato statale americano, superando sensibilmente la stessa Cina Popolare.[19]

Non solo: un possibile default del debito sovrano USA porterebbe con se nel gorgo della bancarotta anche  numerosi stati federali, già sull’orlo del fallimento per conto loro, a partire dalla California.

Già nel corso del 2011 “non solo lo stato centrale, ma anche la parte degli Stati federali, annunciano dei grandi buchi nei propri bilanci: 125 mila milioni di dollari per i bilanci del 2011-2012, mentre per l’anno in corso la somma supera i 130 mila milioni. Se questi bilanci saranno approvati, la tassa sul deficit per il 2010-2011 in Nevada arriverà al 45,2%; in Illinois al 44,9%; al piccolo New Jersey al 37,4%; in Texas al 31,5% e in California al 29,3%.

Tutti gli Stati federati registrano, in media, un deficit del 20%. Più crescerà la crisi immobiliare e lavorativa su scala regionale, maggiore sarà il deficit. La crisi più grave dopo quella degli anni ’30 ha ancora drammaticamente raggiunto le entrate fiscali, che sono attualmente di un 12-15% al di sotto del livello precedente alla crisi. Senza l’aiuto finanziario dell’Unione – circa 140 mila milioni di dollari dall’inizio del 2009 – , che ha coperto circa il 30-40% del deficit, molti stati sarebbero già in bancarotta da molto tempo. Senza un nuovo indebitamento, senza un flusso monetario da Washington, il deficit degli stati federati non avrebbe mai potuto essere finanziato”.[20]

Non solo. Nel maelstrom devastante della (possibile) bancarotta statunitense verrebbero trascinati nella rovina buona parte dei giganteschi fondi-pensione statunitensi, che possiedono e gestiscono buona parte dei titoli di stato e federali.

“Le città, i municipi e gli stati federali americani sono per ora indebitati per un importo di tre bilioni di dollari. Come si diceva, funzioneranno ancora un po’ grazie all’aiuto finanziario federale. Col 2011 è finito il programma Build American Bonds, con cui l’Unione aveva assunto un terzo degli interessi. Il mercato irromperà immediatamente perché, a differenza che in Europa, sia le città che gli Stati sono senza capitali e hanno grosse difficoltà ad emettere buoni del tesoro (il New Jersey ha appena fallito nell’operazione. Gli interessi, insieme ai costi per la permuta d’inadempimento creditizio (credit default swaps) dei buoni municipali montano alle stelle. Le cose diventeranno davvero gravi quando i ciclopici deficit dei fondi di pensione entreranno nel campo visivo le perdite multimilionarie subite durante la crisi da questi depositi di professori e funzionari, non possono essere coperte dagli Stati federali, i quali non riescono nemmeno a farsi carico della ritardata riforma sanitaria. La verità è che per gli Stati Uniti non si riesce a vedere all’orizzonte la fine della crisi finanziaria”.[21]

Non solo: il dollaro statunitense diventerebbe subito mera carta straccia in tutto il mondo, privando l’imperialismo statunitense di quel “diritto di signoraggio” che, come notava Ghira, garantiva alla borghesia e a una parte dei lavoratori statunitensi di vivere “ben al di sopra delle loro possibilità”: fine immediata di questa costante ed iperbenefica fonte di reddito, per il sistema-USA.

Non solo: in caso di bancarotta, lo scenario sociale USA assomiglierebbe a quello della California del 2011, ma assai peggiorato ed esteso ovviamente su scala nazionale.

“Il rubinetto monetario ora si è però chiuso, facendo scoppiare il panico finanziario, e tutti i governatori federali sono disperati. Jerry Brown, appena entrato in carica a gennaio, ha dichiarato la situazione d’emergenza finanziaria in California. E quindi i detenuti sono liberati in anticipo; le vacanze scolastiche prolungate; scuole, università, biblioteche e musei chiusi (o privatizzati); salari fortemente ridotti; l’offerta di posti pubblici paralizzata; e migliaia di funzionari inviati in vacanza o in pensione anticipata. In questo modo si sono aggiustati i conti e si è smesso di pagare fatture multimilionarie accumulate nel corso degli anni, con prevedibili conseguenze disastrose per l’economia regionale, sostenuta dalla domanda pubblica. Tasse e aggravi fiscali sono fortemente aumentati in 30 stati federali, e bisognerà aumentare ancora”[22].

Con il default, cesserebbero di operare sia il Medicare che il Medicaid, i due piani statali che erogavano nel 2011 ben ottanta milioni di assegni mensili per l’assistenza medica di base ad anziani, disabili e cittadini con i redditi più bassi; gli stipendi dei dipendenti pubblici, ivi compresi i  poliziotti, non verrebbero più pagati; le scuole, le biblioteche, i musei pubblici non avrebbero fondi per luce e riscaldamento.

In estrema sintesi, la guerra civile (di classe e/o razza) sarebbe subito dietro l’angolo negli Stati Uniti, come avvenne nella calda Detroit dell’estate del 1967, in un paese in cui quasi tutti i cittadini, poveri o ricchi, bianchi o neri, sono ben armati e legittimamente armati, oltre che in media ben addestrati all’uso delle armi da fuoco.

Come potrebbero essere gestite, con qualche ragionevole possibilità di successo politico ed economica-finanziario, questo scenario da incubo dalla borghesia statunitense ed i suoi mandatari?

Semplice, con i poteri straordinari derivanti dalla proclamazione dello “stato di guerra” da parte del presidente statunitense.

Semplice, amplificando l’incubo all’ennesima potenza, creando dal caos finanziario un supercaos bellico, occultando il “caos-default” con il supercaos-guerra, con un conflitto diretto contro Iran e (soprattutto, per forza di cose, perché Pechino è ritenuta da Washington il principale nemico, oltre che è realmente il principale creditore degli USA) contro Cina e, a cascata, Corea del Nord.

Non contano, sotto questo profilo, i pretesti utilizzabili (e sono tanti…), al fine di scatenare il “supercaos” planetario: un altro 11 settembre 2001, un altro “incidente del Tonchino” (Vietnam, agosto 1964) vicino a Taiwan, una presunta aggressione dei “cattivi” nordcoreani, oppure un presunto atto ostile attribuito ad altri paesi dell’“asse del male” di Bush junior, un presunto atto di pirateria cibernetica attribuito alla Cina, ecc.

I pretesti necessari si trovano sempre, la CIA ha una discreta esperienza pluridecennale in questo campo, mentre va sottolineato come (non casualmente…) il 7 luglio del 2011 il Congresso statunitense abbia votato una legge che equipara gli attacchi via Internet agli USA ad “atti di guerra” contro la nazione, prendendo a pretesto dei presunti attacchi di hacker cinesi (guarda caso!) su target americani che si sarebbero verificati un mese prima.

Invece conta il contenuto, lo scatenamento di una guerra di grandi proporzioni contro Cina ed Iran, che servirebbe contemporaneamente (in caso di successo, certo non garantito) a:

–          tenere in stato di acquiescenza i lavoratori degli USA, visti gli “interessi nazionali” in gioco in presenza di una guerra su vasta scala;

–          congelare gli effetti disastrosi sul piano economico del default del debito sovrano USA;

–          far superare con rapidità le conseguenze  disastrose dell’azzeramento del valore di scambio/credibilità del dollaro come moneta unica di riferimento mondiale, grazie ed attraverso la liquidazione per via militare del principale nemico strategico degli Stati Uniti, la Cina Popolare;

–          far implodere l’egemonia del partito comunista cinese sul  gigantesco paese asiatico;

–          demolire in un sol colpo la nuova primatista mondiale in campo economico, la Cina Popolare, anche grazie al riesplodere dell’attività delle forze secessioniste in Tibet, Xinjiang, ecc.;

–          far implodere il regime islamico iraniano e, a cascata, quello siriano;

–          evitare uno scontro nucleare diretto con la Russia ed il suo ancora formidabile arsenale atomico, ma allo stesso tempo indebolire gravemente Mosca privandola del suo principale (e confinante) alleato geopolitico in campo internazionale, la Cina;

–          legittimare a posteriori l’annullamento unilaterale del debito statale americano in mano allo stato cinese, a quella potenza asiatica che diventerebbe in un solo istante (per unilaterale decisione di Washington) una potenza belligerante contro la superpotenza militare a stelle e strisce;

–          legittimare a posteriori l’annullamento del debito statale americano in mano ai petrostati arabi, Arabia Saudita in testa, grazie ed attraverso la liquidazione per via atomica del regime sciita di Teheran, super-odiato dai nuclei dirigenti sunniti del Golfo Persico;

–          sviluppare enormemente il controllo statunitense sulla principale fonte/area energetica del pianeta, il Medioriente (e l’Iran “americanizzato”);

–          quasi contemporaneamente all’attacco di sorpresa al nemico principale, la Cina, poter  stringere un “pacifico” blocco navale/aereo contro l’eroica isola cubana, rimasta senza alleati internazionali di grande peso; in seguito partire alla riconquista del vecchio “giardino di casa”, statunitense, l’America Latina.

Grandi vantaggi, anzi immensi benefici potenziali deriverebbero alla borghesia statunitense da una vittoria nella nuova “crociata” contro Cina ed Iran.

Si tratta di giganteschi “dividendi” politici, geopolitici ed economici, che tra l’altro sarebbero ottenibili almeno a livello potenziale senza una guerra di sterminio rivolta contro le popolazioni cinesi ed iraniane, ma “solo” attraverso un attacco a sorpresa e “mirato” di tipo nucleare (con micro-bombe atomiche, a disposizione in grande quantità e già da tempo negli arsenali statunitensi) contro i siti  di lancio dei missili atomici intercontinentali dei cinesi e le loro principali basi aeree, contro i siti atomici della Corea del Nord e gli impianti di arricchimento nucleare iraniani, oltre che con “umanitari” assalti al sistema satellitare e cibernetico di Pechino.

La superpotenza statunitense dispone dei necessari mezzi materiali, della massa critica militare indispensabile per portare a buon fine un simile attacco a sorpresa, il “first strike” nucleare contro i gangli vitali dell’apparato bellico della Cina, Nord Corea e Iran?

Purtroppo la risposta a tale domanda risulta positiva.

Gli Stati Uniti dispongono attualmente di più di quattromila testate nucleari, oltre che di migliaia di missili a lungo/medio raggio e di bombardieri che potrebbero raggiungere con estrema rapidità i target potenziali in Cina, Corea del Nord e Iran.

Dispongono da molti anni dei piani d’attacco e delle simulazioni del “first strike” contro i tre paesi in via d’esame.

Dispongono di un bilancio militare gigantesco, spendono tuttora (inizio del 2012) somme gigantesche per il loro apparato bellico e complesso militar-industriale. Ancora nel luglio del 2011, A. Mazzeo ha notato che il nucleo dirigente guidato da Obama, che “l’amministrazione degli Stati Uniti d’America sfida l’opposizione repubblicana e una parte del Partito democratico e annuncia per il 2012 una manovra finanziaria “lacrime e sangue” per ridurre lo spaventoso debito pubblico di oltre 14.000 miliardi di dollari. All’orizzonte si profilano nuove tasse sui consumi e tagli alla spesa sociale e sanitaria per 4.000 miliardi ma il complesso militare industriale e i signori del Pentagono potranno comunque dormire sonni tranquilli. Il Congresso, infatti, con 336 voti favorevoli e 87 contrari, ha varato per il prossimo anno un bilancio della difesa record: 649 miliardi di dollari in nuove armi e missioni di guerra, 8,9 miliardi in meno di quanto  aveva richiesto  il presidente Obama, ma 17 miliardi in più di quanto previsto nel budget 2011. Restano fuori dalla difesa perché computate sotto altre voci del bilancio federale, le spese per la cosiddetta “sicurezza nazionale”, quelle per la ricerca e la sperimentazione di nuovi strumenti bellici e quelle per la realizzazione d’installazioni militari nazionali e d’oltremare, per le abitazioni da assegnare al personale o per la produzione degli ordigni nucleari destinati ai cacciabombardieri strategici o ai missili a  medio e lungo raggio imbarcati nei sottomarini.

Anche se il Congresso ha confermato in buona sostanza il piano finanziario approntato dal Dipartimento della Difesa, sono stati approvati una serie di emendamenti che comportano il trasferimento di risorse da un programma militare all’altro, la cancellazione di alcuni progetti “chiave” del Pentagono e l’acquisizione di sistemi d’arma non richiesti dai militari ma offerti dalle generose e potenti lobby dei fabbricanti. Pienamente esaudite invece le richieste del Pentagono di finanziamento dei nuovi cacciabombardieri F-35, di una nuova classe di sottomarini nucleari dotati di missili balistici e dei velivoli per il pattugliamento marittimo P-8 (destinati in parte alla base siciliana di Sigonella).

Un “premio extra” di 335 milioni di dollari è stato concesso inoltre per l’acquisto di due satelliti del Wideband Global System, il sistema di telecomunicazioni satellitari che il Dipartimento della difesa sta sviluppando in cooperazione con le forze armate australiane (complessivamente il sistema assorbirà nel 2012 investimenti per 804 milioni di dollari)”.[23]

Gli USA dispongono di una formidabile rete di basi militari sparsi per quasi tutto il pianeta, a partire dal Giappone/Corea del Sud e collocate in prossimità delle coste cinesi.

Come ha sottolineato Hugh Gusterson, “ prima di leggere questo articolo, cercate di rispondere a questa domanda. Quante basi militari hanno gli Stati Uniti in altri paesi: a) 100  b) 300  c) 700  d) 1000?

Secondo una lista dello stesso Pentagono (1) la risposta è 865, ma se si comprendono le nuove basi in Iraq e in Afghanistan la cifra sale a più di mille. Queste mille basi rappresentano il 95% di tutte le basi militari che gli altri paesi hanno in territorio straniero. In altre parole, gli Stati Uniti stanno alle basi militari come Heinz sta al ketchup.

Il vecchio modo di fare colonialismo, praticato dagli europei, consiste nel farsi carico di tutto un paese e amministrarlo. Ma è un metodo superato. Gli Stati Uniti sono stati i pionieri di una gestione più agile dell’impero mondiale. Lo storico Chalmers Johnson afferma: “La versione nordamericana della colonia è la base militare”: gli Stati Uniti, aggiunge, hanno un “impero di basi militari”.

Queste basi non costano certo poco. Escludendo le loro basi in Afghanistan e Iraq, gli Stati Uniti spendono circa 102 milioni di dollari all’anno nella gestione delle basi all’estero, secondo Miriam Pemberton, dell’Istituto for Policy Studies. E in molti casi, dobbiamo chiederci a cosa servono. Per esempio, gli Stati Uniti hanno 227 basi in Germania. Forse avevano un senso durante la Guerra Fredda, quando la Germania era divisa in due dalla “cortina di ferro” e i responsabili della politica statunitense cercavano di convincere i sovietici che il popolo statunitense considerava un attacco all’Europa alla stregua di un attacco agli Stati Uniti. Ma nella nuova era in cui la Germania è riunificata e gli Stati Uniti sono preoccupati per altri focolai di conflitto in Asia, Africa e Medio Oriente, che senso ha per il Pentagono mantenere le sue 227 basi militari in Germania, se non quello che avrebbe conservare per il servizio postale una flotta di cavalli e carrozze?

Affogata nella burocrazia, la Casa Bianca si trova di fronte alla necessità di tagliare i fondi non necessari del bilancio federale. Il congressista del Massachussets Barney Frank, democratico, ha suggerito una riduzione del 25% del bilancio del Pentagono. Che consideriamo o meno realistico il calcolo di Frank, le basi all’estero sono senza dubbio un obiettivo appetitoso per le forbici dei tagliatori di bilancio. Nel 2004, Donald Rumsfeld aveva stimato che gli Stati Uniti avrebbero potuto risparmiare 12.000 milioni di dollari con la chiusura di circa 200 basi all’estero. Il costo politico sarebbe quasi nullo dato che le persone economicamente dipendenti dalle basi sono cittadini stranieri e non possono votare nelle elezioni statunitensi.

Ma le basi straniere sembrano invisibili a quelli che intendono tagliare il bilancio del Pentagono, che raggiunge i 664.000 milioni di dollari all’anno. Prendiamo l’articolo del “New York Times” “The Pentagon Meets the Real Word” (il Pentagono di fronte al mondo reale) (2). L’editorialista del “Times” chiede alla Casa Bianca di avere il “coraggio politico” di tagliare il bilancio della difesa. Suggerimenti? Sopprimere i programmi per l’acquisizione del caccia F-22 e del distruttore DDG-1000 e ridurre il Sistema di Combattimento futuro dell’esercito di terra,  allo scopo di risparmiare 10.000 milioni in più all’anno. Sono tutti suggerimenti accettabili, ma che succede con le basi all’estero?”.[24]

Niente, e non a caso…

Lo scenario “Gingrich-dottor Stranamore” incontra tuttavia delle formidabili controtendenze, facilmente rilevabili (e rilevate da decenni, per fortuna) persino nei “falchi” più accesi del complesso militar-industriale e della destra repubblicana.

Il potenziale militare (e militar-nucleare, missilistico) cinese è senz’altro nettamente inferiore a quello statunitense, ma di tutto rispetto e basterebbero solo tre-quattro ordigni atomici, sopravvissuti ad un eventuale “first-strike” nucleare degli Stati Uniti, per devastare per molti decenni economia, ecologia, e demografia del “Titanic-USA”, già pericolante di per sè…

Seconda controtendenza, la formidabile potenza nucleare della Russia: niente garantisce (anzi, tutt’altro) che Mosca rimanga immobile ed inattiva di fronte ad un eventuale attacco militare statunitense alla Cina, all’Iran, ecc.

Terzo fattore, il complesso (ipergiustificato) del “vaso di Pandora”: una volta aperto coscientemente unilateralmente e in grande stile il “vaso” nucleare, con l’utilizzo delle armi di sterminio di massa, ci si trova di fronte ad una situazione irreversibile e disastrosa. Chi la fa, l’aspetti: anche i più accesi “falchi” statunitensi non potrebbero che mettere in conto il pericolo reale di continui attacchi terroristici con uranio impoverito, e/o micro-ordigni nucleari, armi batteriologiche sul suolo statunitense, in un incubo costante che durerebbe per decenni.

Quarto elemento, l’insurrezione dell’opinione pubblica mondiale contro gli scoperchiatori del “vaso di Pandora” e gli utilizzatori di armi di sterminio per una seconda volta, dopo Hiroshima e Nagasaki.

Quinta controtendenza, le multinazionali statunitensi (tantissime) che hanno investito (tantissimo) in Cina negli ultimi tre decenni. In caso di conflitto, verrebbero nazionalizzate subito le loro filiali in Cina, da Wal-Mart in giù, con tremende conseguenze finanziarie per le case-madri di Washington: esse sono una sorta di “ostaggio” americano nelle mani di Pechino.

Siamo in presenza di controtendenze formidabili ed inevitabili, la cui presenza incombente prevale a nostro avviso nettamente sui potenziali (solo potenziali, anche se immensi) “dividendi” politici, geopolitici ed economici che deriverebbero da un eventuale (solo eventuale, assolutamente non sicuro, pieno di tremende controindicazioni) successo del “primo colpo” nucleare-limitato contro Cina, Iran e/o Corea del Nord. Solo se si sentisse realmente con le “spalle al muro”  e minacciata concretamente nei suoi interessi vitali, nello specifico da un’ondata enorme ed incontrollabile di proteste di massa, scatenatesi da Los Angeles fino a New York, la maggioranza politica dell’alta borghesia e dei centri nevralgici degli apparati statali (CIA e forze armate) potrebbero accettare i paurosi rischi insiti in tale scenario politico, in assenza di alternative meno terrificanti.

Quarto possibile scenario, l’“ipotesi Gingrich”: senza utilizzo di attacchi militari preventivi contro Cina e Iran, dichiarare il fallimento del debito sovrano statunitense e lasciare spazio all’azione “purificatrice” del “libero mercato” negli Stati Uniti.

Nel luglio del 2011, l’autorevole senatore repubblicano (e allora candidato della presidenza degli USA nel 2012) Ron Paul aveva rilevato senza mezzi termini che “noi” (gli Stati Uniti) “andremo in default perché il debito è insostenibile”.[25]

Non si tratta delle predizioni un po’ avventate di Gerard Celeste, o dello studioso russo Igor Panarin, per cui nel 2010 gli Stati Uniti si sarebbero disintegrati in ben sei parti distinte: Ron Paul e Newt Gingrich non solo rappresentano due esponenti autorevoli della potente destra del partito repubblicano, ma si basano su fatti reali (il pauroso aumento del debito sovrano statunitense) ed espongono una loro particolare “cura”, collegando analisi con progettualità/praxis futura. Come aveva notato il giornalista D. Carcea, già nella primavera del 2011 Ron Paul e la “frangia oltranzista” del partito repubblicano prevedevano ed invocavano il default, la bancarotta finanziaria dello stato americano: il giornalista (filocapitalista) italiano aveva sottolineato che nell’aprile del 2011 “l’agenzia di rating Standard & Poor’s rompe il tabù dei tabù: portando da stabile a negativo il giudizio sul debito pubblico americano.

Il rating del debito americano segna da sempre la tripla A, ma ora S.&P. (una delle tre sorelle, agenzie di rating) minaccia di abbassarlo se non verrà approvato dal Congresso Americano un serio piano di rientro dal debito che veleggia verso il 100 per cento del Pil e di contenimento del deficit, che nel 2010 è stato del 10 per cento. I repubblicani auspicano potenti tagli della spesa sociale: sanità, dipendenti pubblici, sistema pensionistico, mentre Barack Obama e i democratici puntano alla diminuzione delle spese militari e quindi lo scontro si presenta molto aspro. Il debito è letteralmente esploso negli ultimi anni, nel 1980 segnava il 33,4 per cento del Pil, nel 2000 il 56 per cento, fino al 2007 si è mantenuto su questi livelli, ma lo scoppio della crisi e la decisione di salvare tutto il sistema finanziario americano, socializzando le perdite sui mutui tossici, scaricandole quindi sull’intera collettività, ha portato ad una vera esplosione del debito pubblico.

Per una corretta visione globale della situazione americana è però necessario fare operazione di completezza: al debito Federale si devono sommare i debiti dei singoli Stati, così come si fa ad esempio con il debito pubblico italiano, dove si somma il debito statale a quello di tutte le pubbliche amministrazioni. Il debito dei singoli Stati si aggira intorno ai 3.000 miliardi di dollari, pertanto se si somma il debito federale e i debiti statali si arriva ad un rapporto debito pubblico/pil del 120 per cento.

Il debito USA è uguale quindi a quello italiano in termini percentuali di rapporto debito/pil debito (118 per cento), e di gran lunga superiore al debito complessivo area euro, che è attestato all’84 per cento del pil e presenta un deficit medio del 6,35 per cento contro il 10 per cento degli Stati Uniti.

Se poi il discorso viene allargato all’intero indebitamento del sistema a stelle e strisce, allora ci troviamo di fronte ad una vera e propria bomba innescata: il totale dei debiti pubblici (stato federale e singoli stati), più le famiglie, più le imprese e infine le banche ammonta a 57.000 miliardi di dollari, per un rapporto indebitamento/Pil che si aggira intorno al 400 per cento, una cifra pazzesca, se si tiene conto che è la stessa cifra a cui ammonta l’intero pil mondiale 60.000 miliardi.

E’ chiaro che in ballo c’è la tenuta di tutto il sistema economico-finanziario, ma per essere corretti di tutto il mondo occidentale, che da troppo tempo a causa delle politiche dell’indebitamento vive al di sopra delle proprie possibilità; a maggio si raggiungerà il tetto massimo di possibile indebitamento pubblico federale previsto dalla legge, l’ultima soglia massima autorizzata: 14.300 miliardi di dollari, occorrerà, una nuova autorizzazione, altrimenti il giocattolo si blocca: perché il tesoro non ha più il potere legale di vendere Bot.

Sicuramente verrà fatta l’ennesima legge, che consentirà di sforare il 100 per cento, fissando il limite più in alto, ma i repubblicani stanno alzando terribilmente il prezzo. Addirittura nelle file dei repubblicani i Tea party chiedono tagli della spesa di 4.000 miliardi di dollari nei prossimi quattro anni, una cifra pazzesca e un’altra frangia quella più oltranzista che fa capo a Ron Paul e al figlio Randy si auspica proprio che gli Stati Uniti dichiarino il fallimento e l’impossibilità di pagare l’enorme debito pubblico, in modo da smettere di continuare a drogare il sistema con la politica portata avanti dalla Fed da  sempre, con la perenne emissione di moneta, senza alcun sottostante che faccia da controvalore e garantisca quella moneta”. [26]

L’idea-guida della destra repubblicana è diretta ad ottenere la “grande disintossicazione” dalla “droga” del deficit statale-locale negli Usa, costi quel che costi in termini economici e sociali, come avvenne nella contea californiana (liberista e… fallita) di Orange County: essa era entrata in uno stato di bancarotta (per debiti) nel dicembre del 1994, uscendo da tale stato di default attraverso una durissima politica di “austerità”, rispetto alle spese e servizi sociali.

Sempre il liberista D. Carcea, approvando tale progetto di default “controllato” antistatalista, ha notato che “ la Federal Reserve, la Banca Centrale americana, da due anni e mezzo a questa parte ha stampato una quantità enorme di dollari per salvare le grandi banche: troppo grandi per poter fallire e garantire l’economia americana dal cosiddetto rischio sistemico, cioè il collasso. In realtà le banche dovevano essere fatte fallire, e sarebbe dovuta essere sfruttata quella grande crisi per ripensare il sistema monetario mondiale.

Invece, governi e soprattutto banche centrali se la sono ben vista dall’invertire una situazione di accumulo di debito pubblico e privato, ma anno continuato nella politica di pompaggio di liquidità nel sistema, così come si fa con un drogato a cui si continua a dare l’eroina, anziché avviarlo ad un sistema di recupero e disintossicazione che deve inevitabilmente passare anche da crisi di astinenza. Sicché anziché affrontare le conseguenze di una recessione che avrebbe comportato grossi sacrifici nell’immediato, si è scelta la politica della conversione in debito pubblico dei debiti privati, nello specifico quelli derivanti dai prodotti tossici presenti nei bilanci delle banche, nella classica ottica della privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite, che caratterizza la negazione del libero mercato e la promozione del capitalismo di stato.

La Fed ha prodotto liquidità per 2.000 miliardi di dollari, con due operazioni chiamate QE: quantitative easing, che hanno consentito di agguantare le banche, tenere bassi i tassi d’interesse Usa e soprattutto comprare i titoli del proprio debito pubblico, quelli emessi dal Tesoro americano.

Sembra che la quantità dei titoli del debito pubblico americano che la Fed si è auto comprata ammonti al 70 per cento del debito emesso negli ultimi anni, ha nel proprio portafoglio un totale di 1.400 miliardi di obbligazioni del tesoro, 600 in più rispetto all’anno scorso.

Ora a giugno finirà la somma a disposizione, stanziata con la seconda fase di quantitative easing (QE2), a quel punto per gli Stati Uniti i problemi saranno enormi: come faranno a piazzare i titoli del proprio debito, con la stampante che si blocca, la Cina che sta progressivamente diminuendo l’acquisto di titoli del debito federale, perché da tempo consapevole della possibile insolvenza americana, e il Giappone in piena crisi da post tsunami-terremoto-nucleare, che dovrà pensare a sovvenzionare la propria ricostruzione?

Faranno una terza emissione di moneta? Allungheranno l’agonia e aumenteranno ancora di più l’inflazione mondiale dovuta all’inflazione di dollari, rimandando ancora per un po’ di tempo il regolamento dei  conti?”.[27]

Il “regolamento dei conti” rispetto al debito pubblico statunitense è ormai inevitabile e prorogabile al massimo di un paio di anni: l’unico problemino della ricetta liberista-bancarottiera è che essa inevitabilmente conduce diritto sia alla guerra civile (di classe e razza), nei pacifici ed ordinati Stati Uniti d’America, che al loro collasso economico, in assenza della via d’uscita (iperpericolosa anch’essa, anche se per molti motivi sopra elencati) della guerra preventiva contro Cina ed Iran.

L’esperienza (recente) insegna.

Il laisser-faire era stata proprio la strada battuta per pochi giorni dallo stesso Bush junior quando, nel settembre 2008, aveva lasciato fallire lo stato americano, ma il solo (anche se potentissimo) gruppo finanziario Lehman Brothers. Solo una multinazionale bancaria, anche se gigantesca, e non certo il supergigantesco apparato statale americano.

Le conseguenze? Il panico totale su tutte le borse del mondo capitalistico. R. Patalano aveva osservato giustamente già nel dicembre del 2008 che “la crisi finanziaria che si trascina ormai da più di un anno, ha avuto una netta accelerazione dopo il 14 settembre 2008, giorno in cui la Lehman Brothers ha ceduto alle pressioni che da qualche mese assediavano i suoi titoli a Wall Street, per annunciare l’intenzione di avvalersi della protezione in caso di bancarotta prevista dal Chapter 11 dell’U.S. Bankruptcy Code, gettando così nel panico le borse di tutto il mondo. Dopo l’annuncio del fallimento in un solo giorno tra le due sponde dell’Atlantico sono andate in fumo 825 miliardi di dollari. Secondo i dati della Federazione Mondiale delle Borse nei primi dieci giorni di ottobre sono stati persi dai listini azionari mondiali 4.000 miliardi, portando a 25 miliardi di dollari la perdita complessiva rispetto all’ottobre 2007. Solo nei paesi Ocse dall’inizio dell’anno alla fine di ottobre le borse hanno bruciato 15.630 miliardi di dollari, circa il 30% del PIL mondiale.

La scelta dell’amministrazione americana di lasciar colare a picco il colosso Lehman è stata considerata da alcuni commentatori una decisione inspiegabile di fronte al salvataggio del gigante assicurativo AIG effettuato proprio il giorno dopo, al sostegno dato lo stesso giorno dalla Bank of America alla Merril Lynch (pilotato dalle autorità monetarie federali), e ancor più di fronte al doppio salvataggio di Fanni Mae e Freddie Mac, istituzioni specializzate nel campo dei mutui avvenuto una settimana prima, e alla scelta compiuta sei mesi prima in favore di un’altra grande banca d’affari statunitense, la Bear Stearns, tenuta a galla dall’apertura di garanzia da parte della Fed, pari a 30 miliardi di dollari. La scelta è apparsa inspiegabile anche allo stesso Richard Fuld, amministratore delegato della Lehman Brothers, che il 6 ottobre scorso di fronte alla Commissione del Congresso Usa, ha ammesso candidamente: “Avrei voluto essere salvato anch’io. Certo ancora non mi spiego perché siamo stati gli unici a non essere salvati. E ciò che mi colpisce è che il venerdì prima Lehman e Merryll Lynch erano nelle stesse condizioni”.[28]

“Contagio strategico”: risulta la definizione corretta per inquadrare il default della Lehman Brothers.

Ma è facile immaginare il “megacontagio strategico”, che determinerebbe la bancarotta del gigantesco debito sovrano americano. Come si è già accennato in precedenza, sul piano economico-finanziario esso determinerebbe subito:

–         il collasso della stessa Federal Reserve, con circa 1.600 miliardi di dollari il principale possessore di titoli di stato americani (acquisti definiti come “una relazione incestuosa”);

–         il collasso del bilancio di buona parte degli stati federali, a partire dalla California;

–         il collasso di buona parte dei grandi fondi-pensione statunitensi, che hanno investito in parte proprio sulle obbligazioni statali e delle diverse città/stati federali americane. Già alla fine del 2010 la loro situazione generale risultava assai negativo, visto che già allora era in corso “un silenzioso attacco al cuore dei fondi pensione, provocato da un malanno non riconoscibile sino a quando il paziente non cade a terra. Così è stato definito la crescita del rosso dei cento maggiori fondi pensione delle corporation Usa. Per Kenneth Hackl presidente della società di ricerca e consulenza Ct Capital Llc, non c’è una corretta percezione delle pesanti nubi che si addensano sul futuro dei pensionati statunitensi; tanto che il tema non trova spazio nel dibattito di politica economica sui media Usa. Il deficit dei principali fondi pensione statunitensi si è impennato dai 108 miliardi di dollari in luglio ai 459,8 di agosto, come riferito dalla società attuariale e di consulenza Miliman. Si tratta della differenza tra il monte rendite da erogare e il patrimonio a disposizione. A provocare il peggioramento della salute delle strutture previdenziali Usa è la politica di bassi tassi operata dalla Federal Reserve: una politica tesa a prevenire un ulteriore recessione ma che ha come effetto l’appiattimento dei rendimenti dei bond benchmark utilizzati a riserva delle rendite, gli AA rated ossia i bond con una valutazione S&P di doppia A. Questi titoli sono scesi ai minimi storici in termini di rendimento: il mese scorso questi bond offrivano un rendimento medio del 2,81%, dal 3,9% della fine del 2009, ben sotto il 5,8% del 2008, secondo gli analisti di Bank of America Merrill Lynch”;[29]

–          il sicuro collasso di Fannie Mae e Freddie Mac, i due fondi parastatali specializzati nell’emissione di mutui immobiliari salvati a fatica dal fallimento già nel 2008, attraverso l’esborso di centinaia di miliardi di dollari provenienti dallo stato e la diversa garanzia prestata dal Tesoro USA e dalla stessa Federal Reserve sulla loro solvibilità futura. Ancora prima di un futuro default, essi sopravvivono solo grazie all’aiuto pubblico: Fannie Mae aveva riportato nel solo trimestre gennaio-marzo 2011 perdite pari a 8,7 miliardi di dollari, chiedendo subito aiuti statali pari a tale importo deficitario: facile immaginare la sorte dei due enti parastatali, in caso di una bancarotta a Washington…;

–         crollo verticale di Wall Street e, a catena, delle borse di tutto il pianeta;

–         crollo della fiducia dei risparmiatori statunitensi nelle banche e nello stesso dollaro, file crescenti davanti agli istituti finanziari per ritirare i depositi bancari, ecc.;

–         crollo del “mondo parallelo” finanziario dei derivati e dei credit default swaps (cds): un “mondo parallelo” che già nel 2010 aveva un valore (di carta, ma sempre valore di scambio riconosciuto su piano internazionale) pari a ben dieci volte il prodotto nazionale lordo di tutto il pianeta e di dimensione galattico-apocalittiche. [30]

Per ottenere un’idea sulle possibili conseguenze sociopolitiche di un default, all’interno degli Stati Uniti, basta moltiplicare per 50 (in estensione quantitativa) e per 10 (in intensità, collera di massa, ecc.) le grandi agitazioni che hanno scosso lo stato del Winsconsin ancora nel febbraio del 2011: in caso di bancarotta federale, gli Stati Uniti si trasformerebbero in un Wisconsin all’ennesima potenza.

Come a ben descritto M. A. Gandasegui, “la crisi economica degli USA ha colpito i suoi stessi lavoratori, che sono rimasti disoccupati (il 10% della forza lavoro) e senza casa (3 milioni di famiglie hanno perduto le loro abitazioni). Le proteste e le manifestazioni popolari negli stati nordamericani del Wisconsin, del Minnesota e dell’Ohio stanno provocando preoccupazioni tra politici e analisti nordamericani. Si tratta di stati industriali che sono stati colpiti dalla crisi in forma particolare. La sovrapproduzione (o, in altre parole, il sub-consumo) dell’economia nordamericana sta creando seri dubbi sulla capacità del paese di uscire dalla recessione a medio termine, nel breve termine neanche se ne parla.

In Wisconsin 80.000 persone si sono riunite davanti al Campidoglio della città di Madison per difendere i diritti alla contrattazione collettiva dei lavoratori. Sabato hanno effettuato la quinta giornata di protesta contro un progetto di legge presentato dal governatore repubblicano Scott Walker, che stabilisce di cancellare i contratti collettivi, i diritti sindacali e aumentare i tagli salariali per assicurazione e fondi pensione (il Wisconsin è uno stato del nord degli Stati Uniti).

Il governatore Walker, eletto l’anno scorso, vuole tagliare i salari ed eliminare i diritti alla contrattazione collettiva dei lavoratori del pubblico impiego. I senatori democratici dello stato – che sono usciti dalle frontiere statali per paralizzare la votazione della legge – hanno inviato venerdì una lettera al governatore Walker dicendo che i lavoratori avrebbero accettato il taglio delle pensioni e l’aumento dei contributi per i piani di salute e di pensionamento se egli avesse accettato di trattare il tema della contrattazione collettiva. I tagli proposti da Walker lascerebbero senza aumenti salariali e senza capacità di contrattare migliaia di lavoratori del pubblico impiego come i maestri, i pompieri e i poliziotti.

Le proteste sono iniziate martedì scorso, il 15 febbraio, e sono continuate in crescendo, con la decisione di migliaia di lavoratori di non smettere di lottare contro quello che vedono come “un piano dei repubblicani per indebolire i lavoratori”. I senatori democratici, che si oppongono alla proposta, hanno ripetuto il loro rifiuto del progetto.

Finora la risposta delle autorità è stata di portare avanti il progetto affermando che le proteste non le faranno desistere. Secondo Walker, la legge antisindacale pretende di ridurre il deficit dello Stato attraverso tagli ai salari, alle pensioni, alle assicurazioni sanitarie e ai diritti di contrattazione collettiva. Nonostante le manovre del governatore repubblicano, i maestri statali hanno dichiarato lo sciopero fino al ritiro del progetto di legge. Le manifestazioni si sono estese a città vicine come Milwaukee e ad altri stati con governatori repubblicani come l’Ohio, l’Indiana e la Pennsylvania.

Il professore di Linguistica del MIT, Noam Chomsky, ritiene che l’attuale fermento in USA si debba al fatto che i lavoratori hanno preso coscienza  che “i posti di lavoro non torneranno”. Questo si deve al fatto che “la politica consiste nell’esportare i posti di lavoro in paesi dove la forza lavoro è più a basso costo”. La ragione è semplice, rende molto di più investire nella speculazione finanziaria che nella produzione economica.

Il mondo arabo ha qualcosa in comune con gli USA: le loro economie hanno collassato e le loro classi dominanti stanno andando in fallimento. Nel caso degli USA i rischi aumentano nella misura in cui i suoi governanti continuano a giocare alla roulette con l’economia.

Le conseguenze sociali e politiche cominciano ad affacciarsi all’orizzonte. La ribellione del Wisconsin è un segnale”.[31]

In seguito ad un eventuale default, le decine di milioni di dipendenti pubblici statunitensi non percepirebbero più i loro stipendi, i pensionati e i fondi pubblici loro destinati, ospedali e scuole si chiuderebbero inevitabilmente nel giro di pochi giorni, le forze armate del paese rimarrebbero a secco e in paesi a volte assai “poco ospitanti”, come l’Iraq e l’Afghanistan.

Se succede A (= il default), non si può che verificare B (= collasso economico, sociale e politico degli USA): e A (il default) è stato non solo previsto come inevitabile, ma addirittura invocato a gran voce dal solito senatore-candidato della presidenza Ron Paul già il 22 luglio del 2011, con la chiara e testuale parola d’ordine: “default ora, o si soffrirà una crisi ancora più dispendiosa in futuro”.[32]

E, ancora il 27 giugno del 2011, l’abile economista Allen Sinai ha dichiarato: “Se entro la fine del 2012 il debito pubblico degli USA continuerà a crescere a questo ritmo insostenibile, può scatenarsi una nuova crisi finanziaria: ad un certo punto gli investitori smetteranno di comprare prima i titoli di Stato e poi le azioni Usa”.

Certo, nell’“opzione Gingrich” son insiti alcuni vantaggi (potenziali) per la borghesia e la grande finanza statunitense, i quali spiegano le posizioni altrimenti assurde di Ron Paul e Gingrich.

In primo luogo essi ritengono che gli Stati Uniti abbiano già subìto altri tre default statali nel corso della loro storia bisecolare, e cioè nel 1779, nel 1862 (sui “green back”) e nel 1934 (default dei “Liberty Bond”), senza per questo veder arrestata la loro lunga ascesa in campo politico ed economico, interno ed internazionale.

Più concretamente il primo vantaggio del default sarebbe che il nemico principale dell’imperialismo statunitense sull’arena internazionale, e cioè la Cina Popolare, subirebbe un duro colpo economico da un eventuale bancarotta del debito sovrano degli Usa perdendo, in questo scenario-limite, circa 1.200 miliardi di dollari: “solo” un terzo delle sue riserve pubbliche di denaro e titoli esteri, ma di sicuro una notevole botta arriverebbe a Pechino.

Secondo “dividendo” dell’opzione in via d’esame, l’azzeramento degli interessi pagati annualmente dall’apparato statale degli Usa ai possessori di bond e buoni del tesoro del paese, con un risparmio equivalente a circa 300 miliardi di dollari ogni anno. Un innegabile lato positivo, che si collegherebbe alle positive ricadute per l’economia e le esportazioni statunitensi create dall’inevitabile e sicura svalutazione selvaggia del dollaro, che si determinerebbe in caso di default del debito sovrano degli Stati Uniti: l’attuale rapporto di 1:1,30 tra dollaro ed euro si trasformerebbe in una relazione di scambio nella quale come minimo servirebbero due euro per ottenere un dollaro, senza assolutamente escludere dinamiche ancora più sfavorevoli per la moneta statunitense (e più proficue per la disastrosa bilancia commerciale di Washington).

Un’altra ricaduta positiva, allo steso tempo politico-sociale e finanziaria, che deriverebbe alla borghesia statunitense dalla bancarotta del debito sarebbe la liquidazione quasi totale delle garanzie acquisite in passato, dagli stipendi e delle pensioni dei dipendenti pubblici “civili”, non impegnati nelle forze armate e nel mantenimento dell’ordine pubblico. I nuovi contratti collettivi tra stato/enti pubblici, e lavoratori riassunti dopo il default al loro interno, risulterebbero assai più sfavorevoli di quelli operanti prima del grande crack, portando  sia a processi su ampia scala di de-sindacalizzazione (in uno dei pochi settori lavorativi statunitensi ancora in larga parte coperti dalle tutele sindacali-legislative) che a sensibili risparmi per il bilancio pubblico, beninteso pagati sulla pelle dei lavoratori statali.

Certo, si tratterebbe di una serie combinata di vantaggi e dividendi assai significativa, sia sul piano politico-sociale che a livello economico, ma che tuttavia impallidisce e perde in gran parte di valore di fronte ai paurosi lati negativi (sicuri) ed al “dark side of the moon” del default, e cioè:

–          il collasso del sistema finanziario statunitense e mondiale, con la sola (e probabilissima) eccezione cinese;

–          il collasso dell’ipergigantesco mercato dei derivati e dei credit default swaps, e cioè dei derivati previsti proprio per assicurare i terzi in caso di fallimento (sarebbe proprio il loro momento di “gloria”…);

–          il collasso del potere d’acquisto dei lavoratori statunitensi;

–          il collasso dei potentissimi fondi-pensioni statunitensi e internazionali;

–          fuga gigantesca ed iperaccellerata dal dollaro;

–          indignazione collettiva dei dipendenti pubblici, dei pensionati rimasti senza fondi pensione, ecc.;

–          decollo immediato di disoccupati, senza casa, ecc.;

–          disordini di massa e prolungati in tutti gli Stati Uniti, quasi sicura necessità di ricorrere alla; violenza statale (guardia nazionale/esercito) per sedarli, spirale di repressione/nuovi disordini/nuova repressione, ecc.;

–          sarebbe una via senza ritorno, anzi un punto di non ritorno parafascista che potrebbe  sfociare, in caso di successo, in una versione post-moderna ed ipertecnologica del “tallone di ferro” dittatoriale descritto dal geniale Jack London nella sua famosa disutopia, scritta ancora nel 1908.

Fra l’altro il default non risolverebbe assolutamente, preso di per sé e senza altri provvedimenti-shock, i problemi strutturali dell’economia statunitense, visto che innanzitutto il deficit statale rimarrebbe attorno almeno al 6% del PNL statunitense e a circa 900 miliardi di dollari di disavanzo annuale. Con un’economia ed entrate fiscali tra l’altro in caduta libera, proprio per l’inevitabile effetto del default, rimarrebbe in ogni caso un grande “buco nero” ed una voragine da colmare per il neo-bancarottiere stato americano: non potendo poi contare in alcun modo su flussi finanziari dall’estero per l’acquisto di nuovi ed eventuali titoli di stato made in USA (“farsi fregare una volta è umano, ripeter l’esperienza sarebbe… diabolico”), oppure dal comune risparmiatore-lavoratore indigeno (“farsi fregare una volta…”), o da ipotetici extraterrestri in visita sul nostro pianeta (“perché farsi subito fregare dagli statunitensi?”).

Per alcuni anni, il bilancio statale americano dovrebbe restare come minimo in assoluto e rigido pareggio, creando fin da subito la necessità di abbattere la spesa pubblica e/o aumentare le entrate per un importo pari ad almeno 900 miliardi di dollari ed al 6% del PNL, nel caso migliore e nell’ipotesi ottimale. Sarebbe pertanto indispensabile un immediato e nuovo “bagno di sangue” ai danni dei lavoratori e dello stesso processo di riproduzione economica dell’azienda-USA, determinando così a catena sia nuova disoccupazione e un nuovo calo dei consumi, che un nuovo e derivato processo di diminuzione delle entrate fiscali, un nuovo bisogno di ridurre le spese pubbliche e/o aumentare le tasse e così via, in una spirale negativa senza rapida fine e in un circolo vizioso devastante.

Inoltre il default del debito sovrano non farebbe certo sparire, ma al massimo attenuare, il peso di altri talloni d’Achille (pluridecennali) degli Stati Uniti, quali l’indebitamento pauroso di imprese/famiglie, la crisi imminente del sistema pensionistico per l’ondata di “baby-boomer” ed il costante deficit commerciale con l’estero: in ultima analisi tremendi svantaggi (sicuri) dell’“opzione Gingrich” supererebbero in modo schiacciante i reali, ma non straordinari benefici che deriverebbero da essa, a favore della borghesia e del processo generale di accumulazione del capitalismo statunitense.

Come uscire dal “tunnel del disastro”, allora, per le classi dirigenti americane?

Si è già notato come il primo scenario, quello della riproduzione “normale” dei vecchi e collaudati meccanismi che hanno sostenuto il capitalismo dopo il 1929/32 (a partire proprio dall’aumento del deficit statale) sia ormai improponibile: troppi debiti accumulati, e da troppo tempo.

La seconda opzione, un nuovo New Deal fondato sull’iniezione di quella particolare “adrenalina” costituita dall’aumento su vasta scala delle spese statali (welfare/warfare state), risulta assolutamente impraticabile, per la semplice ragione che proprio la “medicina-adrenalina” si è ormai trasformata da tempo in un “veleno” mortale per il “paziente”: il problema è ormai il deficit statale-default, non certo l’assenza di stimoli “esterni” e pubblici a favore del processo complessivo di riproduzione del pericolante “Titanic-USA”.

Il terzo scenario ha per oggetto nientemeno che una guerra nucleare, anche se “mirata” ed “intelligente”: un opzione utilizzabile solo se (ma è un “solo se” terrificante, reale) la borghesia statunitense si sentisse ormai  con le spalle al muro e  minacciata da una marea di massa anti-sistema  scaturita all’interno delle viscere (ora dominanti) della nazione statunitense.

La quarta opzione porta diritto sia al collasso economico a breve termine che a una situazione interna pre-rivoluzionaria, con una guerra civile più o meno strisciante e scarse probabilità di ripresa (economica, finanziaria, nel caso di controllo/egemonia sui lavoratori statunitensi, ecc.) in tempi rapidi per il “Titanic-Usa”.

Le ultime due opzioni rientrano nelle “alternative del diavolo”, e cioè scenari in cui si rischia di perdere molto/quasi tutto, qualunque delle ipotesi si voglia selezionare e praticare; le prime due ormai appartengono al “libro dei sogni” ed alle utopie irrealizzabili dell’èlite politica statunitense e dei loro mandatari sociali (alta finanza, multinazionali, complesso militar-industriale, ecc.).

Pensiamo a questo punto alle opzioni preferibili dai comunisti.

Quinta opzione, la rivoluzione socialista ed operaia negli Stati Uniti, prima/dopo il default.

Prima del default, purtroppo appartiene al “libro dei sogni”, questa volta dei marxisti di tutto il mondo.

Dopo il default, essa potrebbe avere solo un minimo di probabilità di avvio, valutabile in modo ottimistico (vista la paurosa estensione dell’anticomunismo, anche ora e all’inizio del 2012) all’incirca al 10%, grazie ad una (possibile) azione dei proletari e sottoproletari afroamericani e latinoamericani. Ma anche in questo scenario, purtroppo assai improbabile anche nell’ipotesi migliore, sorgerebbero dei problemi enormi: ipotizzando infatti l’inizio di una sollevazione in massa degli afroamericani e di settori consistenti dei lavoratori bianchi, chichanos, ecc., essi dovrebbero infatti subito incontrare problemi enormi e quasi irrisolvibili.

Non solamente perché, come tutti i marxisti sanno (o dovrebbero sapere), non esiste mai una situazione assolutamente “senza via d’uscita” per la borghesia, come sottolineò giustamente Lenin ancora nel 1920: e proprio l’esperienza storica ha insegnato che la grande depressione capitalistica del 1929/32 non  ha certo sicuramente portato alla rivoluzione socialista in Germania e negli Stati Uniti, due delle nazioni più colpite dal tremendo ciclo recessivo di quegli anni, ma rispettivamente a… Hitler e Roosevelt. Alla dittatura aperta e terroristica della frazione  più reazionaria della borghesia tedesca, con un fortissimo sostegno di massa tra la piccola borghesia ed i giovani disoccupati, e al New Deal, nell’altro scenario, una forma intelligente di sostegno statale al capitalismo americano, aperta in parte a soddisfare alcuni bisogni collettivi di natura economico-corporativa della classe operaia statunitense.

In altri termini dalla crisi si può uscire anche a destra, anzi all’estrema destra: una lezione storica che vale sia per il 2012/2016 come per il 1929/32.

Ma il vero problema risulta un altro, in questa ipotetica “quinta opzione”: e cioè nel fatto innegabile che, a partire dal luglio del 1945 e da Los Alamos, dell’agosto del 1945 e da Hiroshima/Nagasaki, la borghesia statunitense ha improvvisamente acquisito – e sviluppato via via enormemente, sia in senso qualitativo che quantitativo – la magica-demoniaca arma nucleare, oltre alle tremende armi di sterminio di tipo chimico-betteriologico.

Strumenti (migliaia, decine di migliaia) di distruzione di massa utilizzabili in pochi secondi e solo premendo la famosa “valigetta atomica” in mano al presidente di turno degli Stati Uniti. Mezzi orrendi di sterminio non certo sotto il controllo di Francesco d’Assisi o di M. L. King, ma di una classe dominante di regola cinica e spietata, quando vengono posti in gioco anche solo alcuni suoi interessi collettivi: Cile 11 settembre del 1973, golpe in Honduras nell’estate del 2010, bombardamento della Libia (marzo/settembre) del 2011, rappresentano solo alcuni degli esempi utilizzati per dimostrare tale tesi, oltre ai massacri di Hiroshima e Nagasaki.

Una classe sociale che, in una sua frazione consistente e forse maggioritaria, ancora nel 2012 farebbe proprio con convinzione il vecchio slogan della guerra fredda “meglio morti che rossi”.

Una classe sociale che, nella sua grande maggioranza politica – e qui si ritrova il fulcro del ragionamento che ci interessa,  come comunisti – se messa con le spalle al muro dal default e minacciata da grandi movimenti di massa, non può che adottare l’opzione “Gingrich-Stranamore”. Molti, anzi troppi, nell’èlite statunitense, potrebbero infatti pensare che “prima, anche pochissimo prima dello scoppio di una rivolta popolare che ci sommerga, o rischi seriamente di affossarci nei “nostri” Stati Uniti, diventa obbligatorio passare all’attacco e tentare l’avventura nucleare-mirata.

Tanto, cosa abbiamo da perdere? Niente, a questo punto, se non diventate… proletari.

Cosa potremmo guadagnare/riguadagnare? Tutto, e cioè un intero mondo da dominare per almeno qualche decennio, in caso eventuale di successo del first-strike nucleare contro Iran, Corea del Nord e Cina”.

Una tentazione che potrebbe diventare irresistibile anche per quella frazione di borghesia statunitense non convinta a sufficienza della direttiva apocalittica basata sul “meglio morti che rossi”, in assenza di un alternativa praticabile ed almeno in parte accettabile, in mancanza di una via di fuga che non comporti la perdita totale oppure la seria probabilità di perdere ricchezze, privilegi e poteri: concezioni che sicuramente valgono per l’asse socioproduttiva centrale del capitalismo statunitense, l’alta finanza, che verrebbero subito alla luce in presenza di una seria minaccia interna, di una rivoluzione anticapitalista in divenire in terra americana: per stroncare sul nascere (o quasi) tale pericolo, le classi dominanti statunitensi inizierebbero in anticipo i preparativi di guerra, con l’opzione “Stranamore”..

Certo, si tratta di analisi inaccettabile per il tradizionale riformismo socialdemocratico, anche se di “sinistra” e combattivo, perché essa considera la borghesia statunitense proprio per quella che è  realmente sul piano storico-generale: e cioè una “”tigre di carta” (debiti-carta straccia…) sul piano strategico, ma una “tigre d’acciaio” con “denti atomici” a livello tattico, operativo e concreto, almeno nella decisiva fase del default-bancarotta. Ma soprattutto si tratta di un analisi realistica ed obiettiva, anche se angosciante e tenebrosa per le sue ovvie implicazioni, che riguardano le sorti dei sette miliardi di esseri umani che abitano il nostro pianeta.

Per dircela con chiarezza, in caso di (probabile) guerra atomica generalizzata e su vasta scala, sicura conseguenza dell’opzione “Gingrich-Stranamore”, al posto della rivoluzione popolare negli Stati Uniti (e nel resto del pianeta in mano alla borghesia) avremmo alcuni miliardi di morti  e le rovine terrificanti create da un conflitto nucleare, con il sottoprodotto dell’inverno nucleare: l’abbassamento devastante della temperatura del pianeta, per effetto degli immani incendi e della derivate emissioni di materia carbonizzata e polveri radioattive create dall’olocausto termonucleare, in grado di causare l’estinzione della vita sul nostro pianeta.

Il “vaso di Pandora”, per l’appunto: da studi recenti, sembra più verosimile che persino guerre atomiche locali possano provocare “una catastrofe globale”, come hanno rivelato nel 2010 i ricercatori A. Robock e O. B. Toon.[33]

Sempre ammettendo come valida la premessa fondamentale di questo saggio, e cioè il futuro default del debito sovrano statunitense nel giro al massimo di tre anni, in assenza di misure più che drastiche, si può trovare e risulta potenzialmente disponibile un’alternativa migliore sia per la borghesia statunitense che, soprattutto, per il genere umano e le sorti del movimento anticapitalistico mondiale?

Il movimento comunista può proporre un’alternativa capace, come auspicò Togliatti già al convegno di Como nel maggio 1924, di costruire “tutta una catena storica attraverso i suoi successivi anelli”, lanciando parole d’ordine adeguate “ai rapporti di forza reali”?[34]

A nostro avviso, una proposta adeguata consiste nell’“ipotesi Hong Kong”, in un compromesso planetario con vantaggi reciproci (win-win) tra gli stati principali , Stati Uniti e Cina in testa, dettato da rapporti di forza divenuti favorevoli a quest’ultima: un accordo pluridecennale nel quale le principali potenze capitalistiche prendano atto di essersi messe (principalmente da sole, con le loro stesse mani) in un vicolo ceco e adottino forzatamente la regola opportunistico-capitalistica “se non puoi batterli” (i cinesi ed i “rossi”), “alleati con loro”, accettando una graduale transizione al socialismo su scala mondiale.

Un accordo che, in una prima fase, sarebbe centrato sul disarmo mondiale e la parallela destinazione delle risorse risparmiate a favore del Terzo Mondo, oltre che verso un’evoluzione ecologista e riformista del capitalismo occidentale.

Limitandoci per il momento alla borghesia statunitense, attraverso l’ipotesi futuribile in via d’esposizione le classi dominanti americane otterrebbero sul piano dell’“avere”:

–          l’appoggio finanziario su larga scala e di medio periodo della Cina, al fine di agevolare l’arduo processo graduale di risanamento delle disastrate finanze pubbliche degli Usa;

–          la possibilità reale di mantenere la propria egemonia politico-sociale interna per alcuni anni rispetto alle masse popolari americane, e le sue proprietà per alcuni decenni;

–          la sicurezza di poter evitare guerre nucleari (più o meno limitate) con gli inevitabili e tremendi rinculi sul suolo statunitense, ineliminabili anche nel caso migliore creato dall’ipotesi “Gingrich-Stranamore”;

–          non essere accusati di essere dei nuovi “Hitler-atomici”;

–          un alto livello di probabilità di evitare il default del debito sovrano degli Usa;

–          la possibilità reale, garantita in primo luogo dall’ex nemico strategico cinese, di conservare un ruolo assai importante per alcuni anni in campo internazionale, anche in seguito alla drastica riduzione delle spese militari statunitensi;

–          la drastica riduzione del deficit statale interno, consentita dalla drastica riduzione delle spese belliche destinate alle forze armate ed al complesso militar-industriale statunitense (è la sopracitata proposta del deputato Barney Franck, solo ampliata sul piano quantitativo);

–          la disponibilità, come arma di garanzia, di un gran numero (seppur progressivamente decrescente) di armi nucleari intercontinentali;

–          la messa sotto controllo del meccanismo abnorme e ipergigantesco, già ora quasi del tutto fuori controllo, del “mondo parallelo” ormai impazzito dei derivati e dei credit swaps default;

–          la trasformazione del disfunzionale sistema sanitario Usa (che ha portato la spesa per la sanità per gli Usa al 14% del PNL, contro circa l’8% delle altre nazioni capitalistiche avanzate), con un grande risparmio complessivo per l’azienda-Usa;

–          la progressiva costruzione di un capitalismo di stato sul modello scandinavo, che abbia tra le sue priorità anche la riproduzione di uno stato sociale adeguato, lo sviluppo accelerato della scienza/tecnologia “civile”, l’economia verde ed il controllo almeno parziale sulle periodiche crisi di sovrapproduzione capitalistiche;

–          la garanzia per il nucleo principale Usa, l’alta finanza, di poter fare profitti/affari consistenti senza gli impazzimenti del 1979/2011, seppur con  controlli crescenti del potere pubblico;

–          il mantenimento temporaneo, in una fase di transizione di due/tre anni, del ruolo del dollaro su scala monetaria internazionale;

–          poter rivendicare un ruolo positivo-propositivo nel drastico rapido processo di riduzione delle armi nucleari, chimico-batteriologiche, ecc.;

–          la garanzia di una “pace onorevole” e duratura per il principale alleato internazionale degli Stati Uniti, e cioè Israele e la potente lobby sionista mondiale;

–          la garanzia di forniture energetiche future da parte dei paesi arabi del Golfo Persico, dopo la creazione di una pace stabile nell’area meridionale, assieme alla riduzione progressiva (grazie al nuovo quadro geopolitico) della vendita petrolifera globale, del prezzo delle fonti energetiche basate su idrocarburi e della “bolletta energetica” pagata annualmente dai paesi occidentali (e da Cina/India);

–          riapertura di relazioni economiche-commerciali e proficue con vecchi “stati canaglia” quali Cuba (e i suoi enormi giacimenti petroliferi, ancora non sfruttati), Iran (come sopra…), Sudan (come sopra…), ecc.;

–          la concentrazione delle enormi risorse scientifico-tecnologiche statunitensi dal settore militare a quello civile, aumentandone di colpo produttività media, creatività, innovazione;

–          la progressiva riformazione di posti di lavoro nel suolo americano, eliminando rapidamente l’esportazione di capitali/aziende in Messico, India, Cina, ecc., ottenendo il consenso dei lavoratori statunitensi.

Sul piano del “dare”, la borghesia e gli apparati statali degli Usa dovrebbero parallelamente concedere:

–          la drastica ed immediata riduzione delle spese militari interne;

–          la drastica ed immediata riduzione delle basi militari all’estero,

–          la drastica e rapida riduzione delle armi nucleari, dei missili intercontinentali, ecc.;

–          la fine quasi immediata sia delle occupazioni da parte statunitense di nazioni sovrane, a partire dall’Afghanistan, che dei progetti di “guerre stellari”;

–          la fine delle “sanzioni” tecnologiche verso la Cina e la Russia;

–          la messa sotto controllo immediata, e la progressiva eliminazione dei profitti derivanti dal  “mondo parallelo” ed ormai impazzito dei derivati, dei credit default swaps  e degli hedge found;

–          la progressiva trasformazione dei rapporti internazionali e di scambio con il Terzo Mondo, a favore di quest’ultimo;

–          un programma internazionale serio, basato proprio sui risparmi derivanti dalla riduzione delle spese militari, per ridurre finalmente a zero nel giro di pochi anni le atroci morti per fame, mancanza di acqua potabile, malattie facilmente curabili (morbillo, malaria, ecc.) nel gigantesco Terzo Mondo del globo: meno armi, zero morti per fame;

–          un controllo parziale, di natura capitalistica ma assai stringente, sull’attività della finanza statunitense e sui suoi livelli di profitto;

–          la fine quasi immediata dei “paradisi fiscali”, a partire da quelli caraibici e svizzeri;

–          un forte controllo ed una dura tassazione (una super-Tobin tax) delle attività speculative e della rendita finanziaria interna;

–          un alto livello di tassazione dei profitti non reinvestiti (nel 2011 pari a circa il 13% del PNL Usa) e dei redditi più elevati, ricreando il sistema fiscale che del resto già operava proprio nei borghesi Usa, tra il 1940 ed il 1970;

–          rientro rapido negli Usa, con una tassazione adeguata (almeno il 30% di aliquota) dei più di 1.900 miliardi di dollari che le multinazionali Usa fino al 2011 hanno accumulato come profitti all’estero, e lasciati in loco non dovendo pagare tasse;[35]

–          la ristrutturazione progressiva dell’economia statunitense in funzione delle energie rinnovabili, sostituendo progressivamente la sua dipendenza patologica dal petrolio;

–          la rapida fine dell’esportazione delle aziende (e posti di lavoro) statunitensi in Messico, India, Cina, ecc.;

–          la riconversione delle ancora enormi risorse scientifiche-tecnologiche interne dal settore bellico alle “supertecnologie”: fusione termonucleare, fusione fredda, energia solare a basso costo, robotica, nanotecnologie, computer quantistici, ecc.;

–          la progressiva nazionalizzazione del sistema  sanitario privato americano, assieme ad uno stretto controllo sui profitti del “Big Pharma”, la potente e monopolistica lobby farmaceutica statunitense con i suoi attuali superdividendi;

–          precise contropartite materiali alla Cina, in cambio dell’aiuto fornito da quest’ultimo alle finanze statunitensi.

Fermo restando che l’opzione potenziale in via d’esame risulta fin d’ora in gran parte accettabile per l’ala sinistra, relativamente influente, del partito democratico (Kucinich ed il liberal Congress Progressive Caucus),  a questo punto sorgono numerose domande, dubbi ed interrogativi.

Anche in caso di una situazione di estrema emergenza per il capitalismo Usa, è praticabile concretamente “l’ipotesi Hong Kong” ed attraverso quali lotte interne essa si potrebbe affermare nella (ex) superpotenza americana?

Quale sarebbe l’atteggiamento rispetto ad essa del nucleo decisivo del capitalismo Usa, e cioè l’alta finanza?

Quali garanzie reali rimarrebbero alla borghesia statunitense, per la riproduzione a breve termine della sua egemonia interna?

La Cina potrebbe accettare “l’ipotesi Hong Kong”? E la Russia?

Quali sarebbero i “grandi sconfitti” all’interno degli Stati Uniti, nel caso essa si affermasse?

Tra di essi vi sarebbero la “lobby sionista” americana?

Che rapporto sussiste tra “l’ipotesi Hong Kong” e il “sorpasso” effettuato dalla Cina sugli Stati Uniti, in campo economico?

Che ruolo avrebbero, in tale scenario, i comunisti/anticapitalisti occidentali e gli afroamericani, assieme ai latino-americani ed alla sinistra statunitense?

Quale rapporto sussiste tra “l’opzione Hong Kong” e la teoria dell’effetto di sdoppiamento, che prevede la possibilità concreta di una coesistenza/lotta tra una “linea rossa” collettivistica ed una “linea nera” classista, (capitalistica, dopo il 1770 e la rivoluzione industriale), partendo dal neolitico (la “rossa” Gerico dell’8500 a.C.) fino ad arrivare ai nostri giorni ed all’inizio del terzo millennio, ivi compresa l’arena e la politica interstatale?

Su questi ed altri interrogativi ci dilungheremo nei prossimi capitoli. Ma prima e proprio a tale scopo, risulta necessario sviluppare una sintetica panoramica della struttura, e delle leggi fondamentali di funzionamento/sviluppo della politica internazionale scoprendo le tendenze e regole fondamentali al suo interno, in buona parte quasi misconosciute e dimenticate sul piano teorico, a differenza invece di quello che avviene sul piano pratico delle relazioni internazionali (diplomatiche, commerciali, finanziarie, militari, ecc.).

Gli “undici pilastri” dell’arena interstatale risultano essere:

–          la centralità  dei rapporti di forza (e della loro dinamica) nelle relazioni internazionali;

–          l’esistenza di una scala elastica nei bisogni materiali e politici proiettati dalle classi dominanti e dai loro mandatari politici nelle relazioni internazionali, partendo da un bisogno “alfa” (minimale) o quello “omega” (utopistico-massimale);

–          la tendenza della massimizzazione del possibile, in base al calcolo (corretto/errato) dei rapporti di forza e della loro dinamica, vera e propria “stella polare” (misconosciuta sul piano teorico) della praxis politica (politico-economica, politico-militare, ecc.) all’interno dell’arena internazionale;

–          una derivata importante della tendenza alla massimizzazione del possibile, e cioè la tendenza alla minimizzazione delle perdite in presenza di rapporti di forza ritenuti (a ragione o a torto) sfavorevoli dai diversi attori della politica internazionale;

–          la divisione plurimillenaria del pianeta in zone-vampiro (= nazioni che sfruttano altri stati/aree geopolitiche) e zone-vampirizzate (= gli stati/aree geopolitiche sfruttate), assieme alla presenza di “zone neutre” (stati non sfruttati nè sfruttatori);

–          la presenza costante di sei principali campi di forza della politica internazionale: forza economica, militare, del consenso (interno e all’estero), della cognizione-informazione, potenziale demografico e capacità direzionale.

–          tali fattori di potenza a loro volta rimandano agli strumenti di produzione della forza in campo internazionale (livelli di sviluppo delle forze produttive, del complesso militar-industriale, ecc.) ed alle forze potenziali nelle relazioni interstatali (ideologie e religioni eventualmente in grado di attrarre simpatie e consensi in altre nazioni, corruzione/infiltrazioni nell’èlite politica di altri stati,ecc.);

–          i criteri per selezionare, volta per volta, il campo di forza principale nelle relazioni internazionali;

–          la categoria del nemico principale è quella dell’alleato temporaneo (il nemico del mio nemico principale);

–          il processo di accumulazione di potenza (e le sue dinamiche interne) all’interno dei sei “campi di forza”;

–          lo squilibrio relativo nei ritmi di accumulazione di potenza via via raggiunti dalle diverse formazioni statali;

–          la ricerca dell’“anello debole/punto debole” negli avversari (anche potenziali), che opera assai spesso nelle relazioni tra stati oltre che nella politica interna delle società classiste.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] F. Merhing, “Storia della socialdemocrazia tedesca”, p. 721, Editori Riuniti;  V. I. Lenin, “Sull’infantilismo di sinistra”, cap. quinto

[2] V. I. Lenin, “Note di un pubblicista”, 1920

[3] J. D. Stalin, “Principi del leninismo”, cap. quarto , aprile del 1924

[4] J. Attali, “Come finirà”, p. 89, ed. Fazi

[5] R. Sidoli, M. Leoni, “Cina, Stati Uniti: il sorpasso”, in Autori Vari, “Il ruggito del dragone”, pp. 169-170, ed. Aurora

[6]  J. Attali, op. cit., pp. 66-67

[7]  A. Penati, “USA e UE: i default non sono uguali”, 30/7/2011, Repubblica

[8]  “Una manovra da repubblica delle banane”, M. Caprotti, 4/8/2011, in www.morningstar.it

[9]  J. Attali, op. cit., p. 116

[10]  S. Webster, 21/07/2011, “Audit: Fed, grave 13 trilioni di dollari in emergency loans”, in www.patriotactonnetwork.com

[11]  E. Frenna, 7/8/2011, “Il default mondiale”, in www.ilfattoquotidiano.it

[12] Attali, op. cit., pp. 122-123

[13] Op. cit., p. 122

[14] M. Ricci, “Se si paralizza il motore del mondo”, 9/08/2011, Repubblica

[15] V. Giacchè, “Il vero rischio debito è quello di Obama”, 24/7/2011, in www.marx21.it

[16] V. Giacché, “Il vero rischio debito è quello di Obama”, 24/7/2011, in www.marx21.it

[17] D. Maceri, “Gingrich propone che gli Stati dichiarino fallimento. La soluzione finale”. 02/07/2011, in www.americaoggi.info

[18] F. Ghira, “Obama vuole scatenare il crack USA sul resto del mondo”, 17 luglio 2011, in fantapolitik.blogspot.com

[19] M. R. Kratke, “L’epoca di ciò che sembrava impossibile”, 17/03/2011, in www.comedonchisciotte.net

[20] M. R. Kratke, op. cit.

[21] Op. cit.

[22] F. Troglia, “Intanto in America”, 18 marzo 2011, in www.lamiaeconomia.com

[23] A. Mazzeo, “Le folli spese di guerra dell’amministrazione Obama”, 17/7/2011, in www.lernesto.it

[24] H. Gusterson, “L’impero delle basi militari””; 15/7/2011, in www.lernesto.it; R. Sidoli, “I rapporti di forza”, cap. 13, in  www.robertosidoli.net

[25] P. Kasperowicz, “Ron Paul says default on debt unavailable”, 19/7/2011, in The Hill-Floor action blog

[26] D. Carcea, “Rischio bancarotta per gli Stati Uniti”, 27/4/2011

[27] D. Carcea, op. cit.

[28] R. Patalano, “Lehman Brothers, contagio strategico”, 22/12/2008, in www.economiaepolitica.it

[29] M. Loconte, “I fondi pensione USA sempre più in crisi”, 15/9/2010, in marcoloconte.blog.ilsole24ore.com

[30] L. Gallino, “Finanzcapitalismo”, p. 17,  ed. Einaudi

[31] M. A. Gandasegui, “La ribellione del Wisconsin”, 24/02/2011, in alainet.org

[32] Ron Paul, “Default now, or suffer a more expensive crisis later”, 22/07/2011, in www.zerohedge.com

[33] A. Robock e O. B. Toon, “Guerra nucleare locale,  catastrofe globale”, febbraio 2010, in “Le scienze”

[34] P. Spriano, “Storia del partito comunista italiano”, vol. primo, p. 359, Editori Riuniti.

[35] M. Valsania, “Corporate Usa con mille miliardi di cash”, 2 agosto 2011, Il Sole24 ore


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