Capitolo Quarto

Capitolo Quarto

I rapporti di forza mondiali e il sorpasso della Cina

 

 

Contrariamente alla tesi avanzata da Mearsheimer, che sostiene ancora ai nostri giorni la centralità delle forze armate terrestri, nell’epoca nucleare e dopo l’agosto del 1945 gli elementi centrali all’interno della correlazione di potenza militare vengono (da almeno cinque decenni…) invece rappresentati dal numero di testate atomiche e dalla quantità/qualità dei vettori capaci di trasportare queste ultime, di aerei o missili in grado di portarli verso il bersaglio.

Sotto questo profilo, la Republica Popolare Cinese risulta nettamente staccata dalla superpotenza statunitense.

Alla fine del 1999 il National Intelligence Council (NIC) statunitense stimava che vi fossero solo una ventina di missili cinesi intercontinentali DF 5A, in grado di raggiungere gli Stati Uniti; sempre le fonti di Washington allora conoscevano appena due nuove tipologie di missili intercontinentali DF31 e DF41, con un raggio d’azione rispettivamente di 8.000 e 12.000 chilometri e lanciati con il sicuro ed efficace combustibile solido.[1]

Verso la metà del primo decennio del XX secolo, sia il NIC che la CIA stimavano che al massimo entro il 2015 la Cina avrebbe avuto a disposizione circa 100 missili intercontinentali supermoderni a testate multiple, in grado di rendere inefficaci qualunque tipo di scudo stellare americano grazie ad una rapidissima dispersione delle testate ed il lancio simultaneo di finti vettori atomici.[2]

Seppur con questo progresso considerevole, alla fine del 2011 la Cina in ogni caso può disporre al massimo di un centinaio di missili intercontinentali e di circa 400 testate atomiche, di fronte ai circa 1.100 vettori ed alle 6.000 testate atomiche strategiche a dispozione dell’imperialismo statunitense nello stesso anno: sembrerebbe uno squilibrio tremendo ed un’asimmetria senza rimedio, ma per fortuna della Cina la situazione reale risulta assai diversa (e molto più favorevole) di quello che appare a prima vista.

Infatti il superpotere atomico degli USA viene subito controbilanciato a livello planetario dall’arsenale nucleare russo, dotato ancora nel 2005 di 5.900 testate nucleari o di quasi un migliaio di vettori tra missili di terra, missili disposti su sottomarini e bombardieri strategici: una Russia che, dal 2001/2003, è tra l’altro diventata un alleato strategico proprio di Pechino, anche attraverso il “Patto di Shanghai”.[3]

In secondo luogo anche il (relativamente) modesto arsenale strategico cinese risulta da solo ancora sufficiente per fermare eventuali propositi bellici (razionali, non suicidi) del Pentagono, ed ogni tentazione da “primo colpo nucleare” statunitense, per effetto delle tremende distruzioni che provocherebbero sul suolo americano anche solo il 2% dell’attuale potenziale nucleare cinese. Otto testate atomiche cinesi, infatti, provocherebbero la scomparsa di otto grandi città della regione centro-occidentale degli USA anche nel caso di un più che fortunato attacco a sorpresa di Washington, in grado di eliminare preventivamente circa il 98% dell’attuale potenziale bellico-atomico di Pechino: anche otto ordigni sopravvissuti a Pechino causerebbero pertanto decine di milioni di morti negli USA e farebbero subito collassare per almeno un ventennio l’economia statunitense, il suo mercato immobiliare ed il livello medio di profitti del grande capitale finanziario americano.

Un risultato devastante ed autodistruttivo, per la stessa borghesia statunitense.

Non solo il moderno imperialismo del XXI secolo risulta ipersensibile a catastrofi belliche che avvengono sul suo suolo, come ha dimostrato a sufficienza l’11 settembre del 2001, ma già la lucida scuola militare francese degli anni Sessanta aveva compreso correttamente come nell’era nucleare anche una piccola (relativamente parlando) potenza atomica godesse di un notevole potere di pressione, alias del principio della “dissuasione dal debole al forte” rispetto ai giganti nucleari, assioma (veritiero) enunciato e sintetizzato (tra gli altri) dal generale L. Poirier fin dalla metà degli anni Sessanta.[4]

Il potere di rappresaglia delle “piccole” potenze nucleari risulta pertanto eccezionale, anche in caso di un eventuale primo colpo nucleare preventivo dei nemici.

In campo militar-spaziale la Cina, con grandi sforzi, ha ormai quasi raggiunto il livello di sviluppo degli USA, dato che i dirigenti politici e militari di Pechino sono perfettamente coscienti dei piani statunitensi relativi alle “guerre stellari” e del progetto strategico del Pentagono teso, nel medio periodo, ad annullare l’attuale stallo atomico rendendo gli USA invulnerabili ad ogni colpo di risposta e ritorsione atomica dei loro nemici, grazie alla combinazione tra missili balistici con base a terra e ad un complesso sistema di armi laser, destinati a distruggere i vettori nemici collocati sia nello spazio che a terra.[5]

L’eventuale riuscita ed un’ipotetica creazione del famigerato “scudo stellare” da parte statunitense cambierebbe radicalmente i rapporti di forza politici-militari del pianeta, eliminando alla radice il sopracitato “stallo nucleare” ed il reciproco potere di dissuasione detenuto da ciascuna potenza nucleare: come ha rilevato sempre J. Mearsheimer, una reale superiorità nucleare si ottiene infatti solo quando una «grande potenza ha la capacità materiale di distruggere la società di un avversario senza timore di una sostanziale rappresaglia contro la propria società.»[6]

Per impedire un’eventuale strapotere americano nel futuro, anche solo a livello potenziale, i dirigenti del partito comunista cinese (PCC) hanno pianificato e messo tutte le leve difensive più adeguate, come i fatti si sono assicurati di dimostrare nel gennaio del 2007. Ha notato A. Boyd nel giugno 2008 sull’Asia Times che «da quando sono riusciti a colpire con un missile, nel gennaio del 2007, un satellite meteorologico obsoleto in un’orbita esterna, le forze armate cinesi stanno operando da una posizione di relativa forza. Il missile, a quattro stadi e che viaggiava quasi a 29.000 Km all’ora, quando ha colpito l’obiettivo ha prodotto un impatto così potente che ha disperso frammenti su mezzo pianeta. Lasciando, evidentemente, un’orma dalle intenzioni strategiche.

Nulla di strano che il Pentagono abbia risposto nel febbraio di quest’anno, colpendo uno dei suoi satelliti sull’Oceano Pacifico, stracciando così l’impegno preso negli anni ’80, impegno che prevedeva il divieto di fare prove balistiche antisatelliti (l’accordo ASAT)…

Di certo, l’apparato militare cinese non è rimasto con le mani in mano mentre i loro diplomatici venivano provocati dagli statunitensi. Analisti della sicurezza dicono che in Cina è stato investito molto denaro per una capacità di guerra elettronica concepita per interferire nelle trasmissioni satellitari, nello sviluppo d’armi laser e per migliorare i propri vettori missilistici in grado di portare carichi pesanti.

L’Accademia di Ricerca Tecnologica cinese sta lavorando su di un’arma avanzata del Programma Antisatelliti chiamata “satellite a cuestas” che sarebbe in grado di aderire ad un satellite, stazione spaziale o laser, interferendo nelle comunicazioni o esplodendo sull’obiettivo.»[7]

Oltre ad una sostanziale parità nell’importante settore spaziale-militare rispetto agli USA, garantita anche dai successi ottenuti da Pechino nel lancio di astronauti a partire dall’autunno del 2003, la Cina vanta quasi un equilibrio approssimativo con le forze armate statunitensi anche nel settore militare non-nucleare.

Nonostante che il bilancio della difesa cinese risulti enormemente inferiore a quello statunitense, anche secondo le stime occidentali dell’Istituto di ricerca SIPRI (nel 2007 gli USA avevano speso 335,7 miliardi di dollari per le forze armate, contro i 33,1 dei cinesi), le forze armate cinesi contavano al loro interno nel 2008 2.300.000 tra donne e uomini, numero quasi equivalente a quello degli USA anche se enormemente diminuito rispetto ai cinque milioni di soldati cinesi del 1980.[8]

I progressi compiuti nella tecnologia militare (non-nucleare) dalla Cina sono stati stupefacenti, a partire dal 1993 fino ad oggi. Ad esempio il missile cinese denominato “Sunburn” rientra a pieno titolo «nella categoria che l’esperto del Jane chiama “grigia”, ossia impossibile da intercettare e distruggere. La Cina ha originariamente acquistato almeno diciassette di questi missili dai venditori russi affamati di contante. Ognuno di questi è capace di trasportare un potenziale esplosivo sei volte più potente di quello della bomba atomica sganciata su Hiroshima.

Non sappiamo quanti ulteriori Sunburn abbiano costruito i cinesi e non conosciamo il tipo di aggiornamenti compiuti. Tuttavia, sappiamo che i cinesi hanno iniziato il loro programma missilistico nel 1977, che hanno riprogettato il missile Tomahawk statunitense nei primi anni ’90 e che possiedono missili cruise a testata nucleare dal 1995. Sappiamo inoltre che hanno costruito uno dei missili anti-nave più avanzati del tardo ventesimo secolo, il Silkworm (noto in Cina come Hai Ying-2), che stavano lavorando a un missile cruise dalla strabiliante gittata di 2.400 chilometri nel 2000 e che a questo punto avranno avuto il tempo di perfezionare la produzione in serie dei dispositivi tanto da consentirne una massiccia esportazione ad altre nazioni. Non ci sorprende quindi che documenti militari cinesi annuncino orgogliosamente che “la superiorità strategica rivendicata dagli Stati Uniti è pressoché pari a zero. Non gode neanche di un vantaggio certo in termini di grado di prevedibilità di una guerra e dei contenuti altamente tecnologici necessari per combatterla”.

Inizialmente i cinesi hanno installato le loro armi d’attacco Sunburn su due nuovi missili-sterminatori guidati di classe Sovremenny di produzione russa. Corre voce che il loro prossimo progetto sia di un’estrema semplicità: la costruzione di navi della grandezzaa approssimativa di una motosilurante, capaci di trasportare un missile Sunburn.

Roba degna degli episodi di Tom Clancy. Volando a pelo d’acqua e sfruttando improvvise manovre in grado di battere le difese, i missili Sunburn sono in grado di mettere totalmente fuori uso la macchina militare USA nel Pacifico Occidentale. Con la attuale capacità di intercettazione, la marina militare dovrebbe architettare una risposta in 2,5 secondi. Impossibile.»[9]

Secondo gli stessi esperti politici e militari statunitensi, quali ad esempio il procuratore Deidre L. Eliot, i progressi tecnologici cinesi supportati (a giudizio degli americani) dall’efficace azione dei servizi segreti cinesi ha portato Pechino a compromettere la superiorità degli USA anche nel sistema aereo di difesa navale Aegis e nei sistemi di propulsione silenziosa dei sottomarini, nelle armi ad impulsi elettromagnetici e negli aerei militari senza guida umana.

La residua superiorità statunitense nell’aviazione sposta solo in misura ridotta la bilancia complessiva delle forze militari a vantaggio degli USA, al massimo superiore della metà a quella cinese.

Per un altro aspetto dell’hard-power, il campo di forza demografico, basta rilevare che ancora nel 2010 gli abitanti della Cina continentale (escluse Hong Kong e Macao) risultavano essere più di un miliardo e trecento milioni di unità e più di quattro volte dei cittadini americani: un rapporti di 1:4 a favore di Pechino, un’asimmetria di potenza clamorosa a suo vantaggio.

Passando invece alla potenza informatica-cognitiva espressa attualmente dalle due superpotenze, e cioè alla loro rispettiva capacità concreta di procurarsi ai giorni nostri sia delle particolari e fruttuose relazioni politico-umane (“accessi” privilegiati ai centri di potere di altri stati) che una massa proteiforme di informazioni utili/utilizzabili nei diversi campi, va sottolineato che tale campo di potenza internazionale dipende principalmente e costantemente da tre canali, spesso interconnessi:

–          lo spionaggio;

–          la diplomazia;

–          un sistema legale di informatori e di “procacciatori” di relazioni speciali, operanti nelle altre nazioni.

Il sistema spionistico cinese ha dimostrato nei fatti, come si è notato poco prima a proposito dei sistemi di armi, un livello di efficienza almeno pari a quella espressa nell’ultimo decennio dai loro “colleghi” statunitensi della CIA, DIA e NSA.

Oltre all’efficiente servizio di spionaggio militare, opera da più di due decenni il Minitero della Sicurezza Statale (MSS, in cinese Guoanbu), creato nel 1983 come risultato della fusione degli organi statali cinesi di sicurezza, spionaggio e controspionaggio: tra le sue numerose mansioni esso ha anche quella di procurarsi informazioni, informatori ed accessi privilegiati nelle altre nazioni e, in particolar modo, nelle metropoli imperialistiche statunitensi ed europee, utilizzando tutti i mezzi necessari a tale scopo.

Secondo le (sospette) fonti americane, nel primo decennio del Ventunesimo secolo il Guoanbu cinese è riuscito, stando almeno alle parole sopracitate del procuratore statunitense Deidre L. Elliot, a creare tutta una serie di anelli e cellule in grado di compromettere la segretezza ed il livello di efficacia di tutta una serie di importanti sistemi d’arma americani e, sempre in base alle notizie fornite dai mass-media occidentali, parecchie decine di migliaia di “spie comuniste cinesi” (o di “eroi senza nome”, a seconda delle simpatie politiche di chi osserva il fenomeno) operano in giro per il mondo, con un grado di successo almeno pari a quella dei servizi segreti occidentali.[10]

Per quanto riguarda invece il livello di efficacia espresso dal controspionaggio cinese, mancano ovviamente dati sicuri: le notevoli difficoltà di accesso e di manovra che incontrano i cittadini stranieri in Cina, anche per motivi linguistici, ed il forte patriottismo del cittadino medio cinese costituiscono in ogni caso dei seri e concreti fattori che quasi sicuramente contribuiscono a rendere molto difficile la vita alle spie e/o agli informatori legali di provenienza occidentale, supportando invece la capillare azione interna effettuata dal Guoanbu.

L’apparato diplomatico cinese viene comunemente considerato uno dei migliori del pianeta per la combinazione concreta tra competenza professionale e cortesia “innata” dei membri di questa particolare branchia dell’apparato statale cinese, la quale fin dai tempi della conferenza internazionale di Bandung del 1955 (e soprattutto dopo il 1977) ha dimostrato di sapere ottenre dei notevoli successi politici e propagandistici, anche in condizioni di partenza sfavorevoli.[11]

A partire dagli inizi del Ventunesimo secolo, inoltre, l’attività della diplomazia cinese è riuscita ad effettuare un notevole salto di qualità, riconosciuto a denti stretti da numerosi occidentali, creando una sorta di “offensiva dello charme” (J. Kurlantzick) che ha rafforzato sensibilmente la capacità di attrazione del modello cinese in larghi settori del Terzo Mondo ed il “soft power” di Pechino: si tratta di un’azione a tutto campo che, utilizzando anche fitti scambi culturali ed educativi, sta proiettando con notevole risultati nei paesi in via di sviluppo l’immagine di un modello cinese capace di ottenere notevoli successi politici ed economici, facilitando allo stesso tempo il processo di creazione di una larga rete di alleanze internazionali da parte dei dirigenti del PCC.[12]

Anche grazie ad un efficace utilizzo dei gravi errori politico-strategici commessi dagli USA nell’ultimo decennio, a partire dall’invasione dell’Iraq del 2003, il livello di efficacia della diplomazia cinese sicuramente almeno equivale a quello espresso nell’ultimo decennio dai loro “colleghi” statunitensi.

Sul fronte del duplice processo di raccolta legale sia di informazioni, che di accessi/relazioni privilegiati con privati, imprese e uomini politici di altre nazioni, la Cina risulta almeno in parte superiore agli Stati Uniti grazie ad un vantaggio oggettivo e ad una rendita di posizione impagabile nelle relazioni interstatali.

Tale “rendita” è provocata e prodotta dalla presenza forte e capillare di comunità cinesi, spesso molto numerose, in quasi tutti i paesi del mondo: secondo alcune stime approssimative, le persone di origine cinese che vivono in altre nazioni risultano essere pari ad almeno 90 milioni, che hanno via via formato una rete sviluppatissima di relazioni economiche, sociali e culturali, creando comunità molto omogenee e compatte al loro interno (le cosiddette “chinatown”).

Con la madrepatria i cinesi all’estero conservano spesso la comunità linguistica e alcune abitudini culturali, parenti in Cina ed un diffuso senso di patriottismo nazionale. Tutti elementi che giocano a favore di una stretta interrelazione e connessione politico-culturale di una parte (variabile) delle comunità cinesi all’estero con la madrepatria ed il governo cinese, procurando in tal modo a quest’ultimo una massa impressionante di informazioni selezionate, dettagliate e multiformi sulle altre nazioni, di relazioni speciali e di accessi privilegiati a favore di Pechino all’interno di tutti i paesi occidentali: persino il potente apparato del Vaticano e della chiesa cattolica non regge il confronto, a giudizio di molti osservatori ed esperti.

Supportata in modo consistente dall’attività dei diplomatici e degli studenti che si recano all’estero e degli uomini d’affari, la “rendita di posizione” internazionale in oggetto facilita notevolmente il processo continuo di accumulazione legale di dati, notizie e informazioni più o meno riservate da parte delle autorità statali cinesi: esse sono pertanto in vantaggio nell’importante settore del “data mining” planetario che tutte le grandi potenze effettuano da sempre, ma con particolare e rinnovato vigore nell’epoca di Internet e dei supercomputer.

Si tratta di un indispensabile processo di accumulazione di dossier (e relazioni speciali) che i comunisti cinesi conoscono assai bene, e praticano con successo fin dai tempi della guerra civile contro il Kuomitang: infatti proprio in quei lontani tempi Mao aveva iniziato a raccogliere un grande elenco di dati sull’organizzazione rivale, «un dossier su ogni comandante e ogni unità militare, fin al livello di battaglione e qualche volta a quello di compagnia. Ogni ufficiale dell’Armata Rossa contribuiva con le sue osservazioni e informazioni. Era un’arma di straordinaria utiltà. Deng» (Deng Xiaoping) «studiava questi rapporti notte dopo notte: egli ormai conosceva i comandanti del Kuomintang e le loro unità meglio di quello che essi stessi si conoscessero.»[13]

Si tratta di utili metodi e di efficaci strumenti, che non sono certo stati dimenticati dagli apparati statali cinesi: in ogni caso si può concludere con una certa sicurezza come nel terzo fattore di potenza su scala internazionale la Cina Popolare gode alla fine del 2011 almeno di una parità complessiva sugli Stati Uniti.

Si è già notato che un altro campo di forza che opera nella sfera delle relazioni internazionali, e specialmente tra le grandi potenze, viene rappresentato da sempre dal grado di consenso (e di élite) goduto dai nuclei dirigenti politici, via via venuti al potere, nelle rispettive formazioni statali e negli stati esteri.

Sul fronte interno, specialmente nell’epoca contemporanea, la forza motrice del consenso all’interno delle relazioni internazionali si divide in appoggio sulle materie politico-nazionali ed in sostegno invece alla politica internazionale di ciascun nucleo dirigente.

Sotto il primo aspetto ed in relazione alla politica interna (politica economica, sociale, demografica, ecc.) portata avanti dal governo cinese, si può rilevare con assoluta certezza che fino a quando il PCC riuscirà a garantire ed assicurare (come negli ultimi trent’anni) una crescita impetuosa del prodotto nazionale lordo, pari a circa il 9% annuo, ed uno sviluppo parallelo del tenore di vita materiale degli operai e contadini cinesi (equivalente a circa il 7% annuo), come si è verificato dal 1977 fino ad oggi, il suo grado di consenso rimarrà alto nel gigantesco paese asiatico. Con l’aiuto di tale fondamentale presupposto, lo “zoccolo duro” di donne/uomini di ideologia comunista (cira 75 milioni di iscritti al PCC, 75 milioni iscritti alla gioventù comunista, oltre agli stretti simpatizzanti) che corrispondono a circa un quinto dell’intera popolazione cinese di età superiore ai 15 anni, riuscirà con relativa facilità a mantenere una reale egemonia politico-sociale sulla maggioranza del restante 80%, seppur con sacche più o meno ampie di disagio e di dissenso orientato in senso anticomunista, come il Falung Gong ed i separatisti tibetani e uiguri.

Rispetto invece alle linee-guida della politica internazionale perseguita dal governo cinese nell’ultimo decennio, la grande maggioranza del popolo cinese, rimane da molti decenni in sintonia ed esprime un appoggio incondizionato alla difesa dell’integrità territoriale cinese ricercata con costanza dal PCC, a partire dalla questione di Taiwan, dalla scelta strategica di mantenere completamente autonoma la Cina rispetto all’imperialismo statunitense ed al forte patriottismo enunciato (e messo in pratica) dal partito-guida all’interno dello scenario politico cinese.

Anzi, una parte consistente della popolazione e dell’opinione pubblica cinese “scavalca a sinistra” il PCC in questo campo, esprimendo un intenso (e legittimo) sentimento colletivo antimperialista ed antiamericano, che è stato rilevato ed ammesso a denti stretti anche da alcuni ricercatori ed osservatori occidentali.

Il successo travolgente che accolse alla metà degli anni Novanta «il libro di Zhang Xiaobo, Zhongguo keyi shuo bu (La Cina può dire no) era un segno di questa ondata patriottica. Il volume è un insieme non approfondito e talvolta semplicistico di pregiudizi antiamericani e xenofobi. Ma le milioni di copie vendute e le decine di volumi usciti sulla sua scia provocano l’interesse del pubblico per la materia. Le polemiche con l’America sulla protezione dei diritti di proprietà intellettuale e le controversie con il Giappone per il possesso delle isole Diaoyu/Senkaku rafforzavano il sentimento patriottico del paese. Era l’inizio di un cambio di tendenza che poi prese ritmi tumultuosi nel 1997, con l’avvicinarsi del ritorno di Hong Kong alla sovranità cinese.

L’approssimarsi della scadenza del 1° luglio 1997 aveva promosso un crescendo di sentimenti nazional-patriottici. Sondaggi non divulgati pubblicamente rivelavano un aumento di sentimenti nazionalistici che andavano ben al di là delle aspettative ed esigenze di Pechino, e potevano trasformarsi in altro.»[14]

Vista anche l’enorme reazione di massa sviluppatasi nel paese di fronte ai sanguinosi pogrom anticinesi scatenati dagli squadristi del Dalai Lama in Tibet (marzo del 2008) e dai terroristi uiguri nel luglio del 2009; considerato il fervore collettivo che ha coinvolto sotto vari aspetti la grande maggioranza della popolazione cinese durante le spettacolari Olimpiadi tenutesi nel paese durante l’agosto 2008 (l’Expo di Shanghai del 2010), si può valutare che il livello di consenso quantitativo/qualitativo espresso dai cittadini cinesi alla politica interna/estera del loro governo sia almeno equivalente a ancora quello manifestato dalla popolazione statunitense nel 2012 verso le linee-guida bipartisan, comuni sia ai democratici che ai repubblicani, che orientano la dinamica politico-sociale degli Stati Uniti, sia in campo statale che nelle relazioni internazionali.

Per quanto riguarda invece il “soft power” e lo charme attrattivo acquisito da Pechino negli ultimi anni nel resto del pianeta, da tutti i sondaggi (effettuati da agenzie occidentali) e da molti indizi esso risulta a sua volta almeno come minimo equivalente a quello statunitense, come si vedrà meglio in seguito.

Resta a questo punto da esaminare un ultimo (ma non per importanza) campo di forza di natura intellettuale, mentale e spirituale: la capacità direzionale (strategico-tattica) via via espressa dai diversi nuclei dirigenti di Cina e Stati Uniti.

Sul piano generale, va sottolineato come gli effetti potenziali e virtuali della capacità direzionale politica sugli altri fattori di potenza siano enormi: in linea teorica, un leader traditore che non sia  controllato/fermato in tempo potrebbe ridurre a zero una massa enorme di potenza militare (e/o economica, e/o organizzativa) accumulata via via dal suo stato nel passato.

Pertanto il potere mentale/direzionale assume il ruolo di moltiplicatore/divisore relativo del pentagono di forza materiale esaminato in precedenza, premettendo subito che una parità di “prestazioni” strategico-tattiche espresse da due o più nuclei dirigenti in reciproca interrelazione-conflitto lascia ovviamente invariata ed immutata la correlazione di potenza materiali esistente tra i due (o più…) attori internazionali presi in esame.

Riteniamo pertanto che avesse in parte ragione il ricercatore statunitense Ray Cline, un lucido stratega di destra, quando all’interno di un sua equazione creata per valutare i rapporti di forza internazionali ed il “potere nazionale”, pose come elemento moltiplicatore di fattori materiali quali la popolazione ed il territorio, la forza economica e la potenza militare, proprio il fattore della “strategia nazionale” supportato dalla “volontà di una nazione”.[15]

La capacità direzionale, sia strategica che tattica, applicata, deve a sua volta essere scomposta in due distinte sezioni: capacità direzionale interna e capacità direzionale proiettata sul piano internazionale.

Il primo segmento si interessa degli effetti provocati dal potere politico-mentale sullo sviluppo economico e tecnologico dei diversi paesi, sulla dinamica militare/militar-tecnologica e sulla stabilità politica interna, tre sfere d’azione decisive e tre presupposti fondamentali per un’azione efficace di ciascuna nazione nel quadrante interstatale; il secondo invece ha come oggetto i risultati via via ottenuti dal potere politico direzionale nella costruzione di una strategia in grado di massimizzare al massimo i vantaggi e/o minimizzare le perdite (in termini di potere, prestigio e potenza internazionale), per la propria formazione statale (ed i suoi mandanti socioproduttivi), nel costruire/allargare una rete di alleanze internazionali e nell’indebolire il proprio avversario principale in campo internazionale.

Partendo dal primo sotto-insieme ed esaminando l’esperienza concreta cinese del 2001/2011, emergono subito ed in modo evidente sia l’enorme rafforzamento del potenziale economico, tecnologico e spaziale del gigante asiatico negli otto anni presi in esame, che la stretta interconnessione di questa progressione con l’ottima (ed essenziale) pratica politica economica espressa dai nuclei dirigenti al potere e dagli apparati statali coinvolti.

I dirigenti comunisti cinesi hanno utilizzato assai bene l’esperienza di governo accumulata fin dal 1930, nelle prime statali “zone rosse”, e proseguita per arrivare ai nostri giorni, seguendo a modo loro una tradizione plurimillenaria del loro paese tesa alla conservazione/utilizzo mirato della pratica politica (politico-sociale, politico-economica, ecc.) espressione del passato, che si è concretizzata in libri cinesi famosi quali lo “Specchio generale per l’aiuto ai governanti” ed i “Registri degli storici”.[16]

La profonda ristrutturazione del settore industriale ed estrattivo di proprietà statale, l’enorme attivo in bilancio raggiunto negli ultimi otto anni dalle banche pubbliche, il formidabile progresso conseguito di recente dal settore scientifico e della ricerca, a partire dall’ambito spaziale e dal campo dei supercomputer, oltre ai notevoli sviluppi qualitativi della tecnologia militare, rappresentano alcuni degli elementi centrali della proficua e profonda interconnessione e cooperazione creatasi tra progresso “spontaneo” socioproduttivo e spinte propulsive “dall’alto”, politiche e statali, all’interno della Cina.

La spinta propulsiva “dall’alto” è riuscita inoltre a trasformare, in una certa misura ed almeno in parte, dei fattori di forza potenziali, quali  l’enorme massa di forza-lavoro agricola del paese e le risorse naturali energetiche non ancora scoperte, in vari e propri campi di potenza reali su scala internazionale, attraverso la trasformazione progressiva di decine di milioni di contadini in operai e le scoperte (grazie ad un programma mirato e su larga scala, sostenuto dalle imprese statali e dai finanziamenti/ricercatori pubblici) di enormi giacimenti di petrolio, gas e materie prime strategiche compiute negli ultimi dieci anni dalla Repubblica Popolare Cinese.

Sul fronte produttivo americano, invece, la politica economica progettata e perseguita di comune accordo dall’amministrazione Bush Junior e dalla Federal Reserve guidata dal miope A. Greenspan, ha portato progressivamente l’imperialismo statunitense al disastro finanziario dei mutui subprime ed al semicollasso del mercato immobiliare degli USA, precedendo prima ed aggravando pesantemente in seguito il normale e spontaneo ciclo recessivo capitalistico.[17]

A loro volta i risultati ottenuti dopo il 2008 dalla nuova amministrazione di Obama, anche sotto questo aspetto vengono giudicati al massimo come mediocri dagli stessi analisti occidentali ed americani.

Nel campo della capacità direzionale relativo ai rapporti internazionali, la Cina è riuscita ad allargare notevolmente la sua rete di alleanze internazionali dopo il 2001, a partire soprattutto dall’alleanza strategica con la Russia, a dispetto degli attentati dell’11 settembre che (per un breve periodo) avevano assicurato un notevole vantaggio geopolitico, politico e propagandistico alla superpotenza americana: la cooperazione politico-militare di Pechino con la Russia di Putin ha indebolito in modo rilevante, seppur indiretto, la posizione ed il peso specifico internazionale assunto dagli Stati Uniti in precedenza.[18]

Viceversa i nuclei dirigenti guidati da Bush Junior e Obama hanno effettuato un percorso inverso, di segno negativo. A dispetto del vantaggio politico e propagandistico acquisito dopo gli strani attentati dell’11 settembre 2001, i circoli dirigenti statunitensi si sono gettati nella costosissima e catastrofica invasione/occupazione dell’Iraq, riuscendo nel triplice capolavoro di indebolire il proprio sistema di alleanze internazionali, di rafforzare nel medio periodo sia la comunità sciita in Iraq che l’Iran sciita e di contribuire allo stesso tempo ad aggravare sensibilmente la crisi energetica del pianeta, devastando involontariamente la produzione petrolifera irachena: Barack Obama ha riconosciuto in un discorso tenuto il 19 marzo 2008 che «la guerra in Iraq ha rafforzato l’Iran, il paese che da una generazione pone la sfida più grande agli interessi americani nel Medio Oriente, continuando a sviluppare il suo programma nucleare e minacciando il nostro alleato, Israele.»[19] Un lucido riconoscimento, di matrice chiaramente imperialistico-democratica.

Tra l’altro risulta ormai chiaro, alla fine del 2011 e dopo più di dieci anni di inutile occupazione, che il mondo occidentale e – soprattutto – gli USA stanno perdendo anche la guerra in Afghanistan e sono impantanati sul posto per effetto della pressione della guerriglia talebana.[20]

Si può rilevare pertanto come anche in questo campo di forza internazionale, di matrice intellettuale e psicologica, la direzione del PCC sia riuscita a superare nettamente le prestazioni direzionali/strategiche fornite dall’amministrazione di Bush Junior ed Obama, sia per innegabili meriti propri che per demeriti del nucleo dirigente statunitense.

In estrema sintesi, qual’è dunque la nazione più potente tra Cina e Stati Uniti all’inizio del 2012? La Cina, seppur da poco, è più forte (leggermente) nel centrale campo di potenza economica, enormemente più forte in quello demografico, superiore per capacità direzionale ed almeno pari agli USA per potenza cognitiva e consensuale, con il solo svantaggio del (subordinato) campo di forza militare.

L’innegabile superiorità nucleare degli USA non basta a compensare tali tremendi handicap, a meno di non ritenere (come fa Mearsheimer) che il campo di potenza principale nell’arena internazionale sia quello militare, e dando poi (cosa che invece non fa Mearsheimer) il primato al suo interno agli ordigni/vettori nucleari.

Vi proponiamo a questo punto il “gioco” (relativamente serio) delle percentuali di potenza.

Se si attribuisce infatti un valore percentuale pari a 100 alla potenza raggiunta da Cina o Stati Uniti in ciascuno dei campi di forza internazionali in cui esse primeggiano (o si equivalgono), otteniamo la seguente “classifica” in termini relativi (con un notevole margine di approssimazione, ovviamente, e non tenendo conto dell’aleatorio calcolo del campo di potenza direzionale):

1)      Potenza economica: Stati Uniti quota 95, Cina quota percentuale pari invece a 100 (non tenendo conto delle risorse produttive e finanziarie accumulate ad Hong Kong e Macao).

2)      Potenza militare: Stati Uniti quota cento e Cina almeno quota 50 (grazie sia alla deterrenza nucleare “del più debole” che all’aiuto indiretto fornito in questo senso dall’arsenale atomico della Russia).

3)      Potenza organizzativa/informativa: Cina quota 100, Usa quota percentuale sempre pari a quota 100.

4)      Potenza consensuale interna: USA quota 100, a pari merito con la direzione del PCC.

5)      Potenza demografica: Cina quota 100, Stati Uniti quota 25 (arrotondata a suo favore, come incoraggiamento).

Dato che almeno dal 1965 la potenza militare si è autospodestata dal “numero uno” e a causa del continuo processo di sovraccumulazione ed iperproduzione di armi di sterminio (atomiche, ma anche chimiche e batteriologiche), perdendo la sua tradizionale posizione di primato all’interno dei cinque campi di forza internazionali, e che il suo tradizionale posto di privilegio è stato invece  preso dal fattore di potenza economico (e tecnologico-civile), si può attribuire a quest’ultimo campo di forza  un valore di moltiplicatore pari almeno al famoso pi greco ed a 3,14, per ragioni logiche e storiche che verranno trattati diffusamente in altra sede ed in un altro libro.

In termini percentuali “l’Everest” cinese in campo economico ottiene pertanto un valore pari a 314, mentre il rivale statunitense ottiene in questo campo e “specialità” un coefficiente di potenza (relativa) pari a 298 (= 95 x 3,14).

Se nella colonna statunitense al valore pari a 298 sommiamo la quota percentuale pari a 100 (militare), il valore 100 (cognitivo/informazione), la percentuale di 100 del campo di potenza del consenso ed il 25 del fattore demografico, troviamo un valore percentuale pari a 613; viceversa la quota percentuale ottenuta dalla Cina risulta rispettivamente pari a 314 + 50 + 100 + 100 + 100, per un totale di 664 sempre in punti percentuali.

Detto in altri termini, la potenza materiale accumulata in campo materiale dalla Cina alla fine del 2001 risultava essere pari quasi al 110% di quello statunitense: dato empirico che, se collegato alla netta superiorità ottenuta da Pechino in campo direzionale, porta come minimo ad un distacco notevole nella correlazione di potenza globale creatasi tra le due formazioni statali, durante l’anno precedente.

Certo, la Cina nonostante la sua ormai innegabile superiorità sugli USA sconta dei seri punti deboli, sia interni che internazionali.

La questione di Taiwan e la non indifferente forza d’urto mostrata finora dai separatisti tibetani e dello Xinjiang; l’ancora notevole arretratezza cinese rispetto al mondo occidentale, in termini sia di produttività pro-capite che di livelli di vita degli operai e dei contadini rispetto ai loro “cugini” occidentali; una metà della popolazione ancora collocata (ed impiegata) nelle zone rurali; forti disuguaglianze tra zone costiere ed aree interne, oltre che tra nuova borghesia e masse lavoratrici; le sacche di scontento presenti all’interno del miliardo e trecento milioni di cinesi; le contraddizioni presenti nella rete di alleanze planetaria intessuta con cura da Pechino negli ultimi decenni oltre alla crescente dipendenza cinese dalle importazioni di petrolio, rappresentano dei punti deboli reali, innegabili e concreti ai danni di Pechino.[21]

Proprio rispetto alla rete di alleanze internazionali, da un lato (prioritario e centrale) il nucleo dirigente del partito comunista cinese è via via riuscito con grande abilità, a partire almeno dal 1997/98, a costruire una trama di collegamenti ed interconnessioni strategiche a più livelli. Tale rete parte dall’accordo strategico ormai consolidato con la Russia di Putin e altri passi del “Patto di Shanghai (Kazakistan, ecc.), passando per le ottime relazioni intessute con molti paesi dell’Asia (Thailandia, Birmania, ecc.) ed arrivando al terzo (ma meno solido) “gradino” proiettato su scala planetaria, il BRICS, con la rete di solidarietà ormai intessuta da Pechino con Brasile, Sud Africa e (parzialmente) India.

Ma sussiste anche un rovescio della medaglia, ancora all’inizio del 2012.

Delle nazioni sopracitate che fanno parte del secondo gradino nella gerarchia  mondiale, e cioè le potenze di alto livello su scala planetaria, almeno tre risultano attualmente strette alleate dell’imperialismo statunitense (Gran Bretagna, Giappone e Francia), la Germania è ancora collegata ad esso da una certa (anche se declinante) solidarietà strategica, l’India rimane in una posizione di interessata/oscillante neutralità tra Cina e Stati Uniti, mentre il Brasile finora ha espresso solo una limitata e parziale preferenza per un’asse strategico con la Cina: solo la Russia, tra i sette membri del “secondo scalino” planetario, è diventato finora un solido alleato strategico di Pechino.

Infine va notato che se il grado di autodeterminazione della Cina risulta attualmente superiore anche a quello statunitense (gli USA dipendono già ora molto dai crediti di Pechino), il gigante asiatico esercita un’influenza/potere di condizionamento sulle relazioni internazionali in Asia e nel pianeta fino ad ora molto inferiore a quella detenuto da Washington, seppur in continua crescita nel corso dell’ultimo decennio (grande potere economico, diritto di veto all’ONU, aumento del ruolo di Pechino nell’FMI e nella Banca Mondiale, alleanza strategica con la Russia, ecc.): sussiste attualmente una grande asimmetria tra potenza globale cinese e potere/influenza regionale e mondiale esercitata dal gigante asiatico, anche per l’inequivocabile scelta “antiegemonica” ed antibellica compiuta dai leader cinesi del passato e del presente, per tutta una serie di ragioni che saranno analizzate in seguito.

Si tratta di un insieme di elementi negativi innegabili, che tuttavia perdono buona parte del loro peso specifico se inquadrati in una prospettiva di medio periodo (2012-2020) e alla luce della dinamica dei rapporti di forza mondiali nei prossimi anni: oltre che sul lato statico, infatti, la correlazione di potenza (sia su scala nazionale che internazionale) può e deve essere analizzata nel suo divenire e nel suo sviluppo dialettico, più o meno di breve periodo, e proprio sotto questo aspetto la Cina può contare su sei “jolly” ed “armi magiche” (pacifiche) di peso straordinario.

La prima, pacifica “arma magica” di natura materiale in mano alla Cina, nel suo prevedibile processo di sviluppo durante i prossimi otto/dieci anni, consiste nel formidabile tasso di accumulazione interno. Nel 2008/2011 esso risultava pari a circa il 45% del PIL cinese di quell’anno, e cioè quasi la metà delle intere risorse cinesi andava destinato ai nuovi investimenti produttivi, alle infrastrutture e all’ammortamento del vecchio capitale produttivo, mentre era equivalente al 38,36% tra il 2001 ed il 2005.[22]

Una vera e propria “arma magica” perché permette costantemente di riprodurre un forte sviluppo esponenziale: se da 1 il prodotto nazionale lordo cinese diventa 2 in (ipotizziamo) soli otto anni, allo stesso ritmo di sviluppo diventerà 4 in soli sedici anni, da 4 diventerà 8 in soli ventiquattro anni, da 8 diventerà 16 in soli trentadue anni, e via accumulando.

Da un “chicco” di ricchezza a 16 “chicchi”, in poco più di tre decenni.

Una vera e propria “moltiplicazione dei pani e dei pesci”, ottenibile e riproducibile ovviamente a condizione e patto di essere in presenza di un saggio di accumulazione stabile (diciamo, “a caso”, il 45%) e sufficiente a permettere un simultaneo e sensibile aumento del PIL interno, diciamo “a caso” l’8% all’anno, così da poter avviare il raddoppio del PIL cinese in soli otto anni, la sua quadruplicazione in sedici, ecc.; sempre ovviamente dato per costante e stabile anche il rapporto tra saggio di accumulazione (ipotizziamo 45% all’anno) ed aumento del PIL (ipotizzato) come pari al 9% annuo (si preveda pertanto che cinque yuan investiti permettano l’aumento di uno yuan di prodotto nazionale lordo cinese, con un rapproto di 5:1).

Una vera e propria “arma magica” di natura materiale, ben descritta già da millenni attraverso una famosa leggenda araba, che narra la vicenda del (presunto) inventore del gioco degli scacchi, il persiano Sessa Ebu Daher: egli presentò infatti al re di Persia il nuovo gioco appena inventato, ed il sovrano divenuto subito entusiasta degli scacchi, chiedendo in seguito al suo inventore quale dono desiderava come ricompensa. Sessa Ebu Daher, che conosceva bene i calcoli sull’elevamento di potenza, chiese un chicco di grano per il primo riquadro della scacchiera, due per il secondo, quattro per il terzo e così via, fino ad arrivare alla 64 ed ultima casella. Dapprima il re pensò che la ricompensa fosse troppo misera, ma alla fine i suoi matematici scoprirono allibiti che i chicchi richiesti erano pari a ben 18.446.744.073.709.551.615 unità, ben più di un’intero raccolto di grano del paese: potenza dell’aumento esponenziale, se regolare e costante”…[23]

Passando dalla leggenda alla realtà, emerge che restando stabili (almeno a grandi linee) il tasso e l’efficienza (nelle sue ricadute) del processo di accumulazione interno, la Cina vedrà raddoppiare il suo PIL attuale e la sua ricchezza procapite del 2011 entro la fine del 2020, quasi raddoppiando parallelamente il suo distacco attuale dagli Stati Uniti, anche se questi ultimi (un ipotesi forse ottimista) nel periodo 2010/2020 avranno un tasso dell’annuale medio del PIL pari al 2%.

Escludendo guerre e catastrofi interne, rendono inoltre altamente probabile il raggiungimento da parte cinese, dell’obiettivo del raddoppio del proprio PIL altre due forze motrici di sviluppo materiali, nascoste  nel suo grembo del gigantesco paese asiatico.

La seconda “arma magica” viene costituita infatti dalla porzione gigantesca della popolazione cinese che abita e lavora attualmente nelle zone rurali, pari a circa il 50% del totale.

Una distanza abissale rispetto alla percentuale del 2% (solo due per cento…) impiegato invece in campo agricolo negli Stati Uniti o in Giappone: ma, allo stesso tempo, una massa enorme di forza-lavoro disponibile ed un surplus enorme di riserva di manodopera che, con i derivati livelli medi di produttività enormemente più elevati, potranno via via essere spostati in pianta stabile (e non solo come “stagionali” lavoratori migranti) nelle città, negli stabilimenti/uffici cinesi, con i derivati vantaggi sia per i lavoratori che per l’economia di Pechino.

E, terzo megatrend positivo, il livello globale di produttività  medio degli operai/impiegati  cinesi può a sua volta crescere ancora notevolmente ed in modo costante nel prossimo decennio, visto che attualmente esso risulta nel migliore dei casi pari a circa un terzo di quello espresso, sempre in media, dai lavoratori salariati degli Stati Uniti, del Giappone e della Germania. Lo sviluppo qualitativo delle forze produttive, l’introduzione su larga scala della robotica, il miglioramento dell’organizzazione interna del lavoro nelle fabbriche ed uffici cinesi possono infatti facilmente consentire la riproduzione pluridecennale della tendenza, ormai in via di sviluppo dal 1977 ad oggi, all’incremento della produttività procapite della forza-lavoro del paese.

Quarta “arma magica”, la futura convertibilità dello yuan su scala planetaria: prevista da molti economisti, cinesi ed occidentali, come raggiungibile entro il 2016, essa porterà un‘afflusso enorme di valuta estera (dollari, euro, yuan, ecc.) nelle casse cinesi ed un ulteriore stimolo al processo di crescita dell’economia cinese, seppur con gli inevitabili lati negativi (speculazione, afflusso di “hotmoney” dal mondo occidentale, ecc.).

Quinto fattore positivo, il prevedibile e certo aumento del “tesorone” attualmente in mano allo stato cinese, della massa complessiva di riserve di titoli di stato e monete estere in possesso della banca centrale cinese.

Tale “tesorone” ammontava a fine giugno del 2011 alla già astronomica cifra di 3200 miliardi di dollari: anche al “moderato” tasso di aumento di quattrocento miliardi di dollari all’anno, somma sensibilmente inferiore all’incremento da esso riportato nel quinquennio precedente, esso potrebbe facilmente raggiungere la quota ancora più gigantesca di 5000 miliardi di dollari alla fine del 2015 in tempi relativamente ravvicinati e con i relativi vantaggi.

Sesto elemento, rimarrà quasi sicuramente alto (seppur decrescente) il tasso di risparmio medio delle famiglie cinesi, pari a circa un quarto del reddito disponibile negli anni compresi tra il 2000 ed il 2009.[24]

Una dinamica multilaterale potenzialmente assai positiva, ma che si scontrerà con le reali contraddizioni (e tendenze negative) operanti nel gigantesco paese asiatico e soprattutto con le conseguenze derivanti dal “Titanic-USA”: paradossalmente, proprio le possibili ricadute di un (più che  probabile) default statunitense costituisce, con tutte le sue possibili implicazioni economiche (= crollo delle esportazioni cinesi verso il mondo occidentale) e politiche, la principale controtendenza rispetto all’ascesa pacifica e graduale, ma formidabile, della Cina al ruolo di unica ed indiscussa superpotenza economica-finanziaria del pianeta, come previsto anche dal sopracitato rapporto del (borghese ed anticomunista) Conference Board statunitense, entro e non oltre il 2020.

Ma a questo punto si deve necessariamente passare al processo di analisi e previsione sulla futura dinamica di sviluppo/involuzione dell’altra superpotenza attualmente esistente nel pianeta, all’inizio del 2012: il declinante, disastrato e pericolante imperialismo statunitense.

 

 



[1] “Chinese Nuclear forces, 1999”, in www.bullatomsci.org/issues/nukenotes

[2] M. Dinucci, “Il potere nucleare”, pp. 194-196, Ed. Fazi

[3] M. Dinucci, op. cit., pp. 124-125 e 128

[4] Jean-Marc Mathey, “Comprendere la strategia”, pp. 66-67, Ed. Asterios

[5] M. Dinucci, op. cit, pp. 174-175

[6] J. Mearsheimer, op. cit.,  p. 119

[7] A. Boyd, “Cina e USA a confronto nello spazio”, in www.rebelion.org, giugno 2008

[8] M. Dinucci, op. cit., p. 147 e Quotidiano del Popolo, “China to finish trimming 200.000 military ranks, premier”, 5 marzo 2005

[9] Autori Vari, “Tutto quello che sai è falso, 2004”, p. 274, Ed. Nuovi Mondi

[10] C.R. Smith, “China spies in U.S. portend war with China”, 10/11/2005, in archive.newsmax.com/archives

[11] G. Samarani, “La Cina del Novecento”, pp. 242-243, Ed. Einaudi

[12] J. Kurlantzick, “Charm offensive”, Ed. Yale University Press

[13] H. E. Salisburg, “The new emperors”, p. 58, Ed. Harper Collins

[14] Rivista Limes, “Asia Maior”, p. 69, numero 1, 1999

[15] M. Pillbury, “China debates the future security enviroment”, cap. V, in  www.fas_org/nuke/guide/chine/doctrine/pills2

[16] Salisbury, op. cit., pp. 8-9

[17] Quotidiano del Popolo, 22 agosto 2008, “Research: U.S. faces softer economy ahead”

[18] Quotidiano del Popolo, 18 agosto 2005, “Unprecedent Sino-Russia military drills unveiled”

[19] E. Piovesano, “ImpantaNATO”, agosto 2008, in www.contropiano.org

[20] S. Romito, “Perché Obama”, p. 90, Ed. Limina

[21] National Intelligence Council, “Rising power: the changing geopolitical landscape”, 2004 in www.dni.gov/nic; Rand Corporation, “Fault lines in China’s economic terrain”, 2003 in www.rand.org/pubs/monograpb_reports

[22] G. Iannini, “Banche e sviluppo in Cina”, 2008, in dspace-unipr.cilea.it; “Cina: il ruolo del risparmio nella corsa allo sviluppo”, 10/3/2008, www.quadrantefuturo.it

[23] “Come funzionano gli interessi”, in www.luogocomune.net

[24] “Cina: il ruolo del risparmio nella corsa allo sviluppo “, Quadrante futuro, 19 marzo 2008


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