Capitolo Quinto

Capitolo Quinto

Due “nidi” di virus maligni

 

La situazione concreta del capitalismo di stato degli USA risulta di estrema gravità per l’azione congiunta di tre livelli e sfere diverse, ma combinate tra loro, di tendenze autodistruttive operanti nell’azienda-USA.

Contro di essa ricade innanzitutto il peso considerevole di un primo cerchio concentrico di contraddizioni che assume un carattere generale e valido per qualunque formazione economico-sociale capitalistico formatasi dopo il 1770/1815, poiché esso ha per oggetto quei tre “virus” maligni insiti nel sistema e che avevano fatto affermare a Marx (e a N. Roubini, di recente) che “il vero limite del capitalismo è il capitale stesso”, nel terzo libro del Capitale. Essi risultano essere le crisi periodiche di sovrapproduzione, la caduta tendenziale del saggio medio di profitto e l’impoverimento relativo/assoluto dei lavoratori, malattie e “virus” che hanno colpito nel passato, colpiscono tuttora e colpiranno nel futuro anche il capitalismo statunitense, al pari di qualunque altra struttura dominata dai rapporti di produzione capitalistici con i suoi elementi principali: proprietà privata, ricerca del profitto/accumulazione a vantaggio della borghesia e “libero mercato”/monopolizzazione de facto di quest’ultimo da parte dei trust, a partire dal 1880/1890.

Rispetto al primo “virus”, va subito notato come principalmente da esso, (in ultima istanza), deriva la recessione del 2008/2009, crisi di sovrapproduzione di capitali e merci trasformatasi quasi subito in crisi finanziaria. Elemento importante che emerge dalla splendida sintesi che, sui risultati raggiunti dall’analisi marxiana in questo campo, è stata effettuata dall’economista cinese Xu He mediante il suo “Trattato di economia politica” del 1973, quando egli in primo luogo distinse tra possibilità generale delle crisi economiche capitalistiche e cause effettive della loro realizzazione concreta.

«Dopo essere entrata nel periodo della grande industria meccanica, a cominciare dagli inizi del XIX secolo, la società capitalistica dopo un certo numero di anni attraversa una crisi economica.

Ogni volta che scoppia una crisi, la vita economica e l’intera esistenza sociale dei paesi capitalistici sprofondano improvvisamente in uno stato di paralisi e di disordine, come se fossero state violentemente danneggiate da un’epidemia o una guerra. In periodo di crisi, la circolazione delle merci ristagna e una grande quantità di esse si ammassa nei depositi o addirittura ne viene distrutta un’ingente quantità a causa dell’impossibilità di trovare uno smercio; si riduce il tempo in cui le imprese lavorano e la produzione cala rovinosamente; i rapporti creditizi vengono seriamente danneggiati; le fabbriche, i negozi e le banche falliscono gli uni dopo gli altri; il numero dei disoccupati cresce impetuosamente; i redditi degli operai e del resto della popolazione lavoratrice scendono sensibilmente e la loro vita diventa insopportabilmente difficile.

Nei diversi paesi capitalistici e in diversi periodi, pur con le sensibili differenze nella forma e nel processo specifico, le crisi sono generalmente tutte crisi di sovrapproduzione. Il fenomeno più generale, più comune, di una crisi è la sovrapproduzione di merci. I vari fenomeni dei tempi di crisi sono tutti provocati direttamente o indirettamente dalla sovrapproduzione, sono la manifestazione della sovrapproduzione nei vari aspetti della vita economica della società.

Queste crisi economiche di sovrapproduzione non furono mai attraversate dall’umanità di tutte le epoche anteriori al capitalismo. Anche nelle società precapitalistiche le guerre, le calamità naturali o le epidemie ecc. potevano paralizzare la produzione per un periodo più o meno lungo e provocare una crisi nella produzione e sociale. Tuttavia, il fenomeno caratteristico di questo tipo di crisi non fu affatto l’eccesso di produzione, ma la grave insufficienza di essa, e furono dunque radicalmente diverse dalle crisi capitalistiche da sovrapproduzione. La caratteristica fondamentale delle crisi economiche capitalistiche è da un lato la presenza di montagne di merci in eccesso che non trovano uno smercio, dall’altro la vita di stenti delle vaste masse popolari.

In definitiva, dunque, da quali cause sono provocate le crisi capitalistiche da sovrapproduzione, questa “epidemia sociale che in tutte le epoche anteriori sarebbe apparsa un assurdo”? – (Marx/Engels, Manifesto) – Quali ripercussioni hanno le crisi sulla produzione capitalistica e sullo stato delle varie classi? Come si può tenere lontana questa paurosa calamità sociale? Analizzeremo ora questi problemi.

Cominciamo dalla possibilità sulle crisi economiche.

La manifestazione più comune della crisi economica è la sfasatura tra compera e vendita delle merci, cioè l’impossibilità di venderle. Quando analizzammo il denaro, dicemmo che la possibilità di sfasature nella compravendita delle merci è sorta fin dallo scambio di merci mediato dal denaro, cioè fin dalla comparsa della circolazione di merci. In condizioni di circolazione mercantile, la compera e la vendita si scindono in due atti indipendenti l’uno dall’altro nel tempo e nello spazio, e se alcuni produttori, dopo aver venduto le proprie merci, non procedono puntualmente all’acquisto, le merci di alcuni altri produttori resteranno invendute. […]

Tuttavia, in fase di economia mercantile semplice le crisi sono pur sempre solo una possibilità che non si tramuta affatto in realtà, cioè non diventa un eccesso di produzione nell’ambito sociale. E ciò principalmente perché: 1) Nell’economia delle società precapitalistiche la posizione predominante è tenuta dall’economia natura autarchica, in cui il peso della produzione di merci è limitato, e quindi le sfasature nella compravendita delle merci e la distruzione della catena dei pagamenti, per quanto possano ripercuotersi abbastanza pesantemente su certi produttori di merci, non riescono però a trascinare nella rovina l’economia dell’intera società. 2) Nel dominio della produzione di merci, i vari legami economici – che pure esistono – tra i piccoli produttori di merci, non sono in definitiva molto estesi, poiché i vari mercati locali si trovano separati gli uni dagli altri e in generale sono confinati in un ambito piuttosto angusto. 3) Di norma il piccolo produttore di merci produce per il mercato natìo o per una clientela fissa che egli ben conosce: perciò il rapporto di offerta e domanda è piuttosto stabile.

La possibilità di crisi spiega, in astratto, solo le condizioni per il sorgere delle crisi e la loro forma più generale, ma non certo le cause del necessario scoppio delle crisi.»[1]

Esse invece derivano, secondo l’analisi di Marx ormai verificata da una pratica che da quasi due secoli, dal 1825 fin al 2012, dalla contraddizione tra natura sociale (e riproduzione allargata) del processo produttivo nel capitalismo e matrice privata dell’appropriazione dei mezzi di produzione/plusprodotto/plusvalore, con le sue principali conseguenze (inevitabili, necessarie):

–          carattere anarchico della produzione capitalistica;

–          carattere asimmetrico dello sviluppo dei diversi rami della produzione, all’interno del capitalismo;

–          e soprattutto asimmetria tra sviluppo a spirale della produzione dei beni di consumo e domanda solvibile delle masse popolari, domanda sociale in grado di pagare concretamente gli oggetti di consumo desiderati e richiesti dai lavoratori, esclusi dalla proprietà dei mezzi di produzione sociale.

Xu He notò con lucidità che «per svelare dunque le cause delle crisi economiche, bisogna analizzare i fattori specifici del modo di produzione capitalistico.

Il modo di produzione capitalistico si differenzia da tutti i modi di produzione del passato, da un lato, perché le forze produttive della società conoscono qui un colossale sviluppo e la produzione raggiunge un alto livello di socializzazione, dall’altro perché i mezzi e i frutti della produzione sociale sono di proprietà privata di un pugno di capitalisti. Proprio questa contraddizione tra il carattere sociale della produzione e la forma di proprietà privata capitalistica dei mezzi e dei frutti della produzione, cioè la contraddizione fondamentale del modo di produzione capitalistico, costituisce la vera causa delle crisi economiche da sovrapproduzione.

Con un’elevata socializzazione della produzione, i legami tra i vari settori e le varie imprese impegnati nella produzione sociale hanno un ampliamento e un rafforzamento senza precedenti e l’economia dell’intera società si fonde in un unico organismo. Questa grande produzione socializzata richiede oggettivamente la proprietà comune dei mezzi di produzione, una pianificazione e una gestione unificate della produzione sociale, oltre che la proprietà comune e la distribuzione sociale dei frutti della produzione. Solo così è possibile armonizzare i rapporti proporzionali tra i vari settori e le varie imprese della produzione sociale e i rapporti proporzionali tra produzione e consumo e dunque effettuare agevolmente la riproduzione sociale. Tuttavia la situazione reale del capitalismo è molto diversa. In seguito allo sviluppo del capitalismo, i mezzi e i frutti della produzione sociale si concentrano sempre più nelle mani di una minoranza di capitalisti, diventano loro proprietà privata e sono soggetti al loro vorace obiettivo di conquista del plusvalore. Ciò provoca immancabilmente una serie di resistenze e di conflitti nella vita economica del capitalismo e conduce inevitabilmente allo scoppio delle crisi economiche.

Spieghiamo meglio questo aspetto.

Innanzitutto, la contraddizione fondamentale del capitalismo appare come una contraddizione tra l’organicità della produzione all’interno delle singole imprese capitalistiche e lo stato anarchico della produzione sociale complessiva.

Il regime di proprietà privata capitalistico dei mezzi di produzione determina l’assoluto potere di governare l’attività produttiva nella propria impresa da parte del capitalista il quale determina cosa, come e quando deve produrre l’impresa. Per procurarsi un plusvalore maggiore, il capitalista fa sempre tutti gli sforzi possibili per adottare tecniche avanzate, migliorare le condizioni di produzione, regolare l’organizzazione del lavoro e potenziare la gestione della produzione, per cui, dal punto di vista della singola impresa capitalistica, si può avere una certa organicità. Dal punto di vista della produzione sociale complessiva, i reciproci legami tra i vari settori produttivi e le varie imprese sono spezzati dal regime di proprietà che mette nelle mani dei privati i mezzi di produzione, per cui essa si trova in uno stato di completa concorrenza e anarchia. Ciascun capitalista produce ciecamente, governato dalle leggi della concorrenza, all’oscuro della situazione delle altre imprese e senza sapere se le proprie merci siano o no adeguate alle necessità della società, oppure se possano o no essere vendute sul mercato a condizioni vantaggiose. […]

In seguito all’aggravarsi della concorrenza e dell’anarchia nella produzione, diventa sempre più serio il fenomeno della sproporzione tra i vari settori produttivi capitalistici. Dopo che questa sproporzione ha raggiunto un certo grado, le condizioni per la realizzazione del prodotto complessivo sociale, in primo luogo di alcuni importanti prodotti, vengono distrutte e nasce perciò inevitabilmente uno sfasamento generale tra compera e vendita: scoppia la crisi economica da sovrapproduzione.

In secondo luogo, la contraddizione fondamentale del capitalismo appare anche come la contraddizione tra tendenza all’allargamento illimitato della produzione capitalistica e contrazione relativa della domanda solvibile del popolo lavoratore.

La tendenza della produzione capitalistica all’illimitato allargamento è determinata dalla legge economica fondamentale del capitalismo: quella del plusvalore. La sconfinata avidità di plusvalore e la pressione della concorrenza esterna spingono i capitalisti a migliorare senza posa le tecniche di produzione e ad ampliare la scala di quest’ultima. Nell’economia capitalistica esiste perciò una tendenza oggettiva al cieco elevamento della capacità produttiva e all’ampliamento della scala della produzione, incurante dei limiti del mercato. Allo stesso tempo, v’è anche per la natura sociale della produzione la possibilità di un rapido ampliamento della produzione. E ciò perché la grande produzione altamente socializzata è tecnicamente basata sull’industria meccanica moderna. Le tecniche di produzione possedute dalla grande industria meccanica possono portare la produzione su una nuova base razionale e applicare sistematicamente alla produzione le nuove conquiste della scienza, conferendo in tal modo alla produzione una estensibilità capace di improvvisare balzi in avanti e creando la possibilità d’un illimitato ampliamento della scala produttiva.

D’altro canto, però, con la tendenza all’illimitato allargamento della scala produttiva, coesiste la tendenza alla contrazione relativa della domanda solvibile del popolo lavoratore. In regime capitalistico, la produzione non si sviluppa affatto allo scopo di elevare il livello di vita del popolo lavoratore, ma perché i capitalisti si possano procurare altri profitti. I capitalisti, dunque, mentre migliorano le tecniche di produzione ed elevano le capacità produttive delle imprese, intensificano sempre al massimo lo sfruttamento degli operai, riducono i loro salari e fanno sì che la classe operaia sia sempre più impoverita, assolutamente e relativamente. Il capitalista utilizza inoltre la posizione di predominio della grande produzione per estromettere e spossessare ininterrottamente i piccoli e medi produttori, impoverendoli senza sosta. Il sistema capitalistico limita così la domanda solvibile delle vaste masse del popolo lavoratore in un ambito estremamente ristretto e sempre meno adeguato alla scala della produzione estendentesi senza sosta.

Tutti sanno che in ultima analisi l’aumento della produzione sociale dipende dal consumo delle masse popolari. Il capitalismo provoca una contraddizione antagonistica sempre più stridente fra produzione e consumo perché, mentre allarga senza alcun limite la produzione, riduce relativamente il potere d’acquisto delle vaste masse del popolo lavoratore e abbassa il loro livello di consumo. Quando questa contraddizione s’è sviluppata fino a un certo grado, quando cioè parecchie merci importanti non trovano uno smercio perché le masse sono prive di potere d’acquisto, le condizioni per la realizzazione del prodotto sociale complessivo vengono violentemente distrutte e scoppia una generale crisi economica di sovrapproduzione.

Marx mise in evidenza che “la causa ultima di tutte le crisi effettive è pur sempre la povertà e la limitazione di consumo delle masse, in contrasto con la tendenza della produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive a un grado che pone come unico suo limite la capacità di consumo assoluta della società”.

Bisogna precisare che il motivo per cui in regime capitalistico lo scoppio delle crisi da sovrapproduzione è inevitabile, non consiste affatto nel superamento dei bisogni assoluti delle masse popolari da parte della colossale crescita della produzione sociale capitalistica, ma esclusivamente nel superamento della loro domanda solvibile. Disse Marx: “Che c’entra la sovrapproduzione in generale con i bisogni assoluti? Essa ha a che fare solo con i bisogni capaci di pagamento. Se la sovrapproduzione non potesse verificarsi che quando tutti i membri della nazione avessero soddisfatto almeno i bisogni più indispensabili, fino a oggi, nella storia della società borghese, non solo non si sarebbe mai potuta verificare una sovrapproduzione generale, ma neppure una sovrapproduzione parziale”. I fatti stanno proprio così. In periodo di crisi, milioni e milioni di lavoratori sentono la mancanza dei generi di prima necessità e soffrono la fame e il freddo proprio perché hanno prodotto “troppi” generi alimentari, combustibili ecc. Proprio come disse il socialista utopista Fourier: “Gli agi si sono trasformati in fonte di miseria e sofferenza.” La sovrapproduzione in regime capitalistico non è dunque affatto assoluta, formata cioè dal superamento delle necessità assolute delle masse popolari, ma è soltanto relativa, cioè eccedente relativamente la domanda solvibile delle masse popolari. Le crisi economiche sono in realtà crisi da sovrapproduzione relativa della produzione capitalistica di merci.

L’analisi precedente ha chiarito che le crisi da sovrapproduzione sono in tutto e per tutto un prodotto delle contraddizioni interne al modo di produzione capitalistico, sono provocate dal sistema economico capitalistico stesso, sono un fenomeno economico esclusivo del modo di produzione capitalistico e anche le compagne inseparabili del sistema capitalistico. Se il capitalismo potesse usare la produzione non per procacciarsi i più alti profitti possibili, ma per migliorare continuamente le condizioni materiali di vita delle masse popolari, le crisi non potrebbero più verificarsi. Ma in tal caso il capitalismo non sarebbe più quello che è. Se esiste il sistema capitalistico, il capitalista non può abbandonare lo sfruttamento, le profonde contraddizioni del capitalismo non possono trovare soluzione e la classe operaia e il resto del popolo lavoratore non possono liberarsi di questa calamità sociale, la crisi economica.»[2]

Xu He condensò inoltre l’ormai consolidato processo di analisi marxista sul carattere di regola periodico (ma che a volte si può trasformare in una depressione costante e decennale, come si è visto in Giappone dal 1991 al 2002) delle crisi economiche nel capitalismo oltre che sulle quattro fasi tradizioni del ciclo economico generale del sistema capitalistico.

«Per tutto il periodo storico di esistenza del capitalismo, esistono la contraddizione fondamentale del capitalismo e la serie di antagonismi e conflitti da essa provocati. Ciò non significa assolutamente però che l’economia capitalistica precipiti direttamente nella crisi. Le crisi economiche del capitalismo si ripresentano ogni tanti anni, sono un fenomeno periodico.

Fin dalla fine del XVIII secolo e dagli inizi del XIX secolo, in Inghilterra si verificarono crisi economiche da sovrapproduzione limitate ai singoli settori industriali. Nel 1825, scoppiò per la prima volta in Inghilterra una crisi industriale di ampiezza nazionale. Nel 1836 scoppiò una nuova crisi economica, che in seguito si ripercosse fino in America. La crisi economica del 1847-1848 investì l’Inghilterra, l’America e molti paesi dell’Europa continentale, ebbe già in realtà il carattere di crisi economica mondiale. In seguito, nel 1857, nel 1866, nel 1873, nel 1882 e nel 1890 scoppiarono crisi economiche mondiali. Le crisi economiche del XIX secolo, la più grave delle quali fu quella del 1873, accelerarono grandemente la centralizzazione del capitale e della produzione e stimolarono la formazione e lo sviluppo dell’organizzazione monopolistica. Da allora il capitalismo iniziò la sua transizione allo stadio monopolistico.

Agli inizi del XX secolo, si verificarono le crisi economiche del 1900/’03 e del 1907. Il mondo capitalistico attraversò poi le tre crisi economiche del 1920/’21, del 1929/’33 e del 1937/’38, delle quali quella del 1929/’33 fu la più profonda e la più grave mai attraversata dal capitalismo. Essa non soltanto abbracciò tutti i paesi del mondo capitalistico, ma all’interno dei principali paesi capitalistici intrecciò tra loro crisi dell’industria e crisi dell’agricoltura, per cui ebbe un carattere di particolare gravità. La crisi durò per quattro anni e fece cadere il volume della produzione industriale del mondo capitalistico nel suo complesso del 44% e il volume dei commerci del 66%. Nel 1933, il numero dei disoccupati in tutto il mondo capitalistico raggiunse i 30 milioni di unità.

Dopo la seconda guerra mondiale, in condizioni di ulteriore aggravamento delle crisi generali del capitalismo, scoppiarono in America cinque crisi economiche: nel 1948, nel 1953, nel 1957, nel 1960 e nel 1969; quella del 1957/’58 si ripercosse sul Giappone, sul Canada e sui principali paesi capitalistici dell’Europa occidentale e fu la prima crisi economica mondiale del dopoguerra.

Perché le  crisi economiche del capitalismo sono un fenomeno che si verifica periodicamente?

Le crisi economiche sono determinate dalle contraddizioni insite nel capitalismo. Si possono perciò ricercare le cause del loro periodico scoppio soltanto nel movimento delle contraddizioni capitalistiche, le quali esistono sì sempre, ma possono causare lo scoppio di una crisi economica solo quando si sono sviluppate fino a un grado estremamente acuto e hanno gravemente sconvolto le proporzioni della riproduzione. In periodi di crisi, un gran numero di fabbriche chiude i battenti, la produzione cala precipitosamente e viene distrutto una colossale quantità di forze produttive sociali. Attraverso le distruzioni apportate dalle crisi, si realizza uno stato di temporaneo adeguamento della produzione capitalistica al calato livello del consumo, che ricostituisce i rapporti proporzionali necessari alla riproduzione e dà alla produzione  capitalistica la possibilità di riprendere il suo “normale” svolgimento.

Tuttavia, poiché le crisi sono semplicemente la soluzione temporanea e coercitiva delle varie contraddizioni del processo di riproduzione capitalistico, ma non l’abolizione di esse, le varie contraddizioni insite nel capitalismo, in seguito al ripristino e allo sviluppo dell’economia capitalistica dopo il superamento delle crisi, si sviluppano e si acutizzano nuovamente, si fa nuovamente serio il fenomeno della sproporzione del processo di riproduzione e scoppia di conseguenza un’altra crisi.

Per queste ragioni, le crisi economiche sono un fenomeno periodico. Gli uomini hanno appena scacciato l’ansia che si riaffaccia una nuova crisi. Scrive Engels: “La espansione dei mercati non può andare di pari passo con quella della produzione. La collisione diventa inevitabile e poiché non può presentare nessuna soluzione sino a che non manda a pezzi lo stesso modo di riproduzione capitalistico, diventa periodica. La produzione capitalistica genera un nuovo “circolo vizioso”.

La riproduzione capitalistica ha un carattere periodico a causa dello scoppio delle crisi economiche. Il periodo compreso tra l’inizio di una crisi e l’inizio di un’altra crisi non è che il periodo di riproduzione, ciascuno dei quali include le quattro fasi: crisi, depressione, ripresa e prosperità; di esse, la crisi è la fase determinante della periodicità, è il punto d’avvio della fase precedente e contemporaneamnete anche il punto d’arrivo della crisi seguente.

In paesi capitalistici diversi e in periodi diversi nello sviluppo di un paese, l’andamento complessivo del ciclo e ciascuna fase di esso hanno, a causa della diversità delle condizioni storiche specifiche, questa o quella caratteristica. Chiariremo ora, in base alla situazione più generale, le caratteristiche  delle varie fasi del periodo di riproduzione del capitalismo.

Le crisi scoppiano normalmente quando l’economia capitalistica è all’apice della floridezza, vale a dire quando le contraddizioni capitalistiche sono più acute. In fase di crisi, una gran quantità di merci non trova uno sbocco, le giacenze si ammassano nei magazzini, il capitale ruota con difficoltà e il saggio di profitto cade rovinosamente, costringendo i capitalisti a contrarre la scala della produzione, a licenziare un gran numero di operai e a ridurre l’orario di lavoro precipitando in uno stato di disoccupazione e semi-occupazione migliaia e migliaia di operai. La disoccupazione d’un gran numero di operai fornisce ai capitalisti le condizioni per comprimere ulteriormente i salari degli operai occupati. In tal modo, in fase di crisi, cadono rovinosamente  il livello salariale degli operai e il totale dei salari. Allo stesso tempo, l’inaudito aggravarsi della concorrenza sul mercato, provocato dalle difficoltà di smercio, fa fallire le varie masse dei piccoli produttori le cui forze concorrenziali sono più deboli. Tutto ciò causa una violenta diminuzione del potere d’acquisto delle masse consumatrici fondamentali della società capitalistica, cioè delle vaste masse del popolo lavoratore. Tale diminuzione provoca la rovinosa caduta del prezzo delle merci. Molte imprese industriali e commerciali, in particolare quelle medie e piccole, falliscono l’una dopo l’altra, non potendo resistere ai pesanti attacchi della crisi.

In fase di crisi, il fatto che molte imprese industriali e commerciali non possono pagare puntualmente i loro debiti a causa delle difficoltà di smercio, provoca una tensione nei rapporti di pagamento complessivi capitalistici e la crisi del credito monetario. A questo punto, i capitalisti non desiderano più vendere a credito le loro merci, ma richiedono solo pagamenti fatti in contanti. A causa dell’impetuoso aumento della domanda di denaro liquido, e del fatto che l’offerta di capitale da prestito sul mercato finanziario è assai lontana dal potere soddisfare tale domanda, si verifica un grande aumento del saggio dell’interesse. L’aumento del saggio dell’interesse e la caduta dei dividendi delle imprese, oltre alla liquidazione in grande quantità da parte dei capitalisti delle azioni, dei titoli del debito pubblico e degli altri titoli fruttiferi, fa precipitare le quotazioni dei titoli fruttiferi. I capitalisti, nella loro caccia al denaro liquido, in generale prelevano grandi quantità di fondi della banche costringendone così molte, in particolare quelle medie e piccole, a dichiarare fallimento, in quanto la loro disponibilità di contante non può soddisfare le esigenze del saldo dei debiti. Lo stato di instabilità economica causato dalla crisi provocherà anche una diminuzione delle entrate del commercio con l’estero e una diminuzione delle altre entrate e uscite internazionali, la fuga all’estero dell’oro e la riduzione del risparmio.

In conclusione, la crisi economica, come un tifone di particolare violenza, con le sue pazze e incontrollate raffiche precipita nel caos la vita economica dei paesi capitalistici e tutta la vità della società.

Trascorso un certo periodo dall’inizio della crisi, la quantità di merci sul mercato diminuisce in conseguenza della chiusura delle imprese, della  contrazione della produzione e della distruzione degli stock da parte dei capitalisti e si verificano gradualmente dei cambiamenti nella situazione di superamento della domanda solvibile da parte dell’offerta di merci. Da allora l’economia capitalistica trapassa dalla fase della crisi a quella della depressione.

Nella fase di depressione, poiché la produzione sociale nel suo complesso si è già adeguata al calato livello del consumo sociale e alla capienza ormai ridotta del mercato, i capitalisti non contraggono più oltre la produzione, il fallimento delle imprese si arresta temporaneamente e il numero dei disoccupati non aumenta più, mentre anche il prezzo delle merci frena la sua caduta. A questo punto, tuttavia, non sono stati ancora eliminati i depositi di merci in eccesso, un gran numero di operai disoccupati non ha ancora trovato lavoro, il potere d’acquisto sociale è sempre estremamente basso, lo smercio continua ad avere molte difficoltà e il livello dei prezzi delle merci e del profitto imprenditoriale si mantiene assai basso, per cui la produzione sociale si trova in uno stato di ristagno. Al ristagno produttivo s’accompagna la contrazione della domanda di capitale da prestito, per cui il mercato è inondato da fondi inattivi e languono i rapporti creditizi. In una parola, l’economia capitalistica, anche se gli scossoni della crisi sono ormai passati, nel suo complesso offre uno spettacolo di depressione.

Neppure in fase di depressione, però, il consumo della società s’è arrestato e le merci accumulate diminuiscono gradualmente perché i capitalisti le mettono in vendita a poco prezzo; a poco a poco scompare così lo stato di ostruzione del mercato. In seguito al graduale miglioramento dello stato del mercato, i capitalisti pongono mano al ripristino della produzione e rinnovano i macchinari, gli impianti e il resto del capitale fisso. A causa del graduale aumento di nuovi investimenti, aumenta progressivamente anche la domanda di mezzi di produzione e di forza-lavoro, con il risultato di sollecitare la ripresa dello sviluppo della produzione sociale complessiva. La fase della depressione sbocca così nella fase della ripresa. Bisogna mettere in rilievo che l’ampio rinnovamento del capitale fisso all’inizio della fase di depressione ha una funzione importante nella sollecitazione della ripresa e lo sviluppo della produzione sociale; ritorneremo in seguito su questo punto con un’analisi specifica.

Nella fase della ripresa, gli investimenti continuano a crescere, cresce ogni giorno di più la domanda di mezzi di produzione e anche il numero degli operai occupati sale quotidianamente. Il potere d’acquisto sociale comincia a salire, i prezzi dei beni che lentamente riprendono ad aumentare e la capienza del mercato si estende gradualmente. L’attività delle imprese industriali e commerciali accresce la domanda di capitale da prestito stimolando perciò l’ampliamento del credito. L’estensione della capienza del mercato, l’accelerazione della rotazione del capitale e l’aumento del profitto imprenditoriale risospingono i capitalisti verso ulteriori allargamenti della produzione. In tal modo la produzione sociale ripristina pian piano il livello precedente la crisi. Quando la produzione sociale ha raggiunto e superato il culmine precedente la crisi, la fase della ripresa entra nella fase della prosperità (detta anche fase della floridezza). […]

Però “le cose belle durano poco” e mentre l’economia capitalistica attraverso il suo processo di floridezza, semina già i semi della sua crisi. Più la produzione capitalistica si sviluppa, più s’intensificano la concorrenza e l’anarchia della produzione, più è gravoso lo sfruttamento capitalistico degli operai e più è terribile l’estromissione e lo spossessamento dei piccoli e medi produttori. Anche se dunque a questo punto il numero degli operai occupati e il livello dei salari monetari degli operai, e delle entrate monetarie del resto della popolazione lavoratrice, sono in genere più alti che negli altri stadi ciclici, l’aumento del potere sociale d’acquisto è nondimeno di gran lunga più arretrato dell’aumento della produzione. Ciò fa inevitabilmente ricadere la produzione sociale complessiva in un grave stato di sovrapproduzione. Questo stato di sovrapproduzione può però essere dapprima mantenuto temporaneamente nascosto dalla funzione del commercio e del credito capitalistici.

A causa della floridezza del mercato e della scorrevole circolazione delle merci nella fase della prosperità, i commercianti incamerano e immagazzinano a gara le merci onde procurarsi profitti illeciti. Le speculazioni commerciali provocano una falsa domanda di mercato e occultano lo stato effettivo del potere sociale d’acquisto, e stimolano la crescita della produzione anche quando le merci sono ormai state accumulate in grandi quantità nella sfera della cricolazione e la sovrapproduzione è già concretamente comparsa. L’ampliamento del credito contribuisce a nascondere lo scollamento delle esigenze del mercato della produzione. I capitalisti dell’industria e commerciali si ostinano ciecamente ad allargare la produzione e la circolazione delle merci facendo affidamento sui prestiti e sui rapporti di credito tra di loro anche quando l’offerta delle merci ha in realtà ormai superato di molto la domanda solvibile. La falsa floridezza dei periodi di prosperità, causata dalla dilatazione del credito e dalla speculazione commerciale, fa superare alla produzione in misura ancora maggiore l’ambito della domanda solvibile e amplia ancor più la scala della sovrapproduzione, approfondendo perciò la crisi economica incombente.

Quando la prosperità ha raggiunto il culmine e le varie contraddizioni del capitalismo si sono acutizzate fino al punto estremo, è sufficiente che si blocchi la circolazione di alcune merci principali perché anche gli altri settori siano investiti e la crisi economica in gestazione scoppi all’improvviso.

Tutte queste fasi si succedono senza posa e compaiono ripetutamente nello sviluppo economico del capitalismo, formano la periodicità della riproduzione capitalistica.»[3]

Anche se il libro di Xu He è stato scritto nel 1973, risulta subito evidente che esso descrive nelle linee generali anche il processo recessivo che ha interessato l’intero mondo capitalistico tra il 2008 ed il 2009, seppur non potendo tener conto fino in fondo del ruolo svolto dalla grande finanza e dell’intervento statale, teso a contrastare i processi di sovrapproduzione ed a favorire la tenuta del processo di accumulazione capitalistica anche con il noto meccanismo della “socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti”, tipico del capitalismo di stato contemporaneo.

Per quanto riguarda la causa fondamentale della periodicità delle crisi capitalistiche e del loro carattere ciclico, essa viene “costituita dal rinnovamento del capitale fisso. Il rinnovamento su vasta scala del capitale fisso stimola il ripristino e lo sviluppo della produzione sociale, una volta passata la crisi, e fornisce le condizioni materiali al sopraggiungere delle fasi della ripresa e della prosperità. Allo stesso tempo, il rinnovamento su vasta scala del capitale fisso crea anche le premesse materiali per la sovrapproduzione e per il sopraggiungere della prossima crisi.

Come il rinnovamento su vasta scala del capitale fisso fornisce le condizioni materiali al sopragggiungere delle fasi di ripresa e prosperità?

Abbiamo detto che in fase di depressione la produzione sociale, pur non continuando a cadere, giace in uno stato di ristagno nel quale i prezzi calano, il commercio è depresso, i capitali inattivi abbondano e il saggio dell’interesse è basso. Per poter ottenere alti profitti in una situazione di bassi prezzi per reggersi in piedi nel clima feroce di concorrenza, il capitalista si spreme il cervello per diminuire i  costi di produzione dell’impresa. Per questo, oltre a intensificare lo sfruttamento degli operai, egli fa degli investimenti su larga scala per rinnovare il capitale fisso, allo scopo di elevare velocemente la produttività del lavoro nella propria impresa per mezzo di macchine e impianti a più alto rendimento. Allo stesso tempo, il livello dei prezzi, dei salari e dell’interesse è molto basso e le condizioni per investire sono vantaggiose perché esistono nella società grandi quantità di capitali inattivi. Dopo la crisi, dunque, quando le merci accumulate in ingenti quantità sono state gradualmente eliminate, molti capitalisti cominciano a investire su vasta scala per rinnovare il capitale fisso. Proprio come dice Marx: “Sono principalmente catastrofi, crisi, a imporre tale rinnovo dell’attrezzatura su larga scala sociale”. “I periodi in cui viene investito  capitale sono bensì molto differenti e non coincidono affatto, però la crisi costituisce sempre il punto di partenza di un nuovo grande investimento”.

Il rinnovo su vasta scala del capitale fisso provoca nuovi bisogni di macchine, impianti e altri mezzi di produzione, che fanno aumentare le prenotazioni presso i settori produttivi di mezzi di produzione, la cui produzione deve perciò essere ripristinata per prima. Il ripristino della produzione di questi settori aumenta d’altra parte il bisogno di forza-lavoro, dando così a molti operai disoccupati la possibilità di avere un nuovo lavoro. In tal modo, si estende parallelamente anche il mercato dei mezzi di consumo e si promuove la crescita della produzione nei settori produttivi di mezzi di consumo. Risulta evidente che il rinnovo su vasta scala del capitale fisso dopo la crisi è un fenomeno perfettamente naturale nel ripristino nella produzione capitalistica. Sulla base di quest’impulso, la produzione sociale del capitalismo riprende e si sviluppa gradualmente, un anello dopo l’altro, e la fase della depressione viene sostituita dalla fase della prosperità…

Contemporaneamente, il rinnovo in grande quantità del capitale fisso e l’ampia adozione di nuove tecniche provocano anche la riduzione del valore-capitale esistente nei vari settori, facendo aggravare e complicare ulteriormente il fenomeno della sproporzione causata dallo sviluppo squilibrato dei vari settori produttivi. Scrive Marx: “il periodico deprezzamento del capitale esistente […] turba le condizioni date in cui si compie il processo di circolazione e riproduzione del capitale, e provoca di conseguenza degli arresti improvvisi e delle crisi del processo di produzione”.

Il rinnovo su vasta scala del capitale fisso evidentemente stimola un nuovo superamento della domanda solvibile da parte dell’allargamento della produzione sociale e una nuova riduzione in stato di grave disarmonia dei rapporti proporzionali della riproduzione, e crea dunque le premesse materiali alla venuta di una crisi ancora più profonda.

Bisogna mettere in rilievo che il rinnovo su vasta scala del capitalismo è la base materiale della periodicità della crisi, ma non è assolutamente la causa del periodico scoppio di esse. Infatti senza il sistema capitalistico e senza l’acutizzazione della contraddizione fondamentale del capitalismo, il rinnovo di grandi quantità di macchine, impianti e altro capitale fisso nonché la colossale crescita delle forze produttive che ne deriva, non condurranno mai allo scoppio di una crisi economica.

Bisogna mettere in rilievo anche che non si può ritenere che lo sviluppo dell’economia capitalistica avvenga in questo modo, gradualmente, a causa della sua periodicità. Ogni ciclo in realtà non è affatto la pura e semplice ripetizione del ciclo precedente. Il periodico scoppio delle crisi e il loro ininterrotto aggravamento sono la manifestazione della sempre maggiore acutezza delle contraddizioni capitalistiche. Dopo che il capitalismo è entrato nella fase dell’imperialismo e in particolare nel periodo delle sue crisi generali, lo scoppio della crisi si infittisce e i loro cicli si abbreviano a causa dell’inaudito acutizzarsi delle varie contraddizioni della società capitalistica e la loro funzione distruttiva è più forte che in passato. Tutto ciò spiega esaurientemente che il sistema capitalistico si avvicina ogni giorno di più alla sua immancabile scomparsa”.[4]

Concreti fenomeni, tendenze e (possibili) sbocchi, ben presenti anche nell’attuale crisi (in ultima analisi e principalmente, di sovrapproduzione) dal 2007/2010, anche se discuteremo a lungo sulla presunta inevitabilità della scomparsa  del sistema capitalistico. Ma, sempre grazie a Xu He, è possibile descrivere con chiara sinteticità anche un secondo “virus” maligno del capitalismo, e cioè la caduta tendenziale del saggio medio di profitto, partendo in modo preventivo dall’esame sia dalla categoria teorica/processo concreto denominata composizione organica del capitale, che del suo aumento progressivo.

“Ogni capitalista industriale dovrà investire sempre il proprio capitale in mezzi di produzione e in forza-lavoro; dal punto di vista della sua forma naturale, quindi, il capitale è sempre composto da una certa quantità di mezzi di produzione e di forza-lavoro. Tra mezzi di produzione e forza-lavoro esiste un certo rapporto, che generalmente dipende dal livello di sviluppo delle tecniche produttive. Più è alto il livello delle tecniche di produzione, maggiore sarà la quantità dei mazzi di  produzione messi in moto dalla forza-lavoro unitaria; viceversa, più è basso il livello delle tecniche di produzione, minore sarà la quantità dei mezzi di produzione messi in moto dalla forza-lavoro unitaria. L’economia politica definisce composizione tecnica del capitale questo rapporto tra mezzi di produzione e forza-lavoro, determinato dal livello delle tecniche di produzione.

La composizione del capitale può essere esaminata non solo sotto la forma naturale, ma anche sotto la forma del valore; da quest’ultimo punto di vista, il capitale si divide in capitale costante e capitale variabile. Anche tra queste due parti di valore-capitale esiste un certo rapporto: tale rapporto viene chiamato composizione in valore del capitale.

Tra la composizione tecnica del capitale e la composizione in valore del capitale esiste uno stretto legame. La composizione in valore del capitale  si basa sulla composizione tecnica i cui cambiamenti provocano generalmente analoghi cambiamenti della composizione in valore, mentre le variazioni di quest’ultimo riflettono le variazioni della composizione tecnica. Per esprimere questo rapporto Marx parla di composizione organica del capitale: la composizione, cioè, il valore del capitale determinato dalla composizione tecnica e della quale riflette le variazioni…

La composizione organica del capitale differisce nelle varie imprese e nei vari settori produttivi. Tutte le imprese o settori in cui il livello tecnico degli impianti è alto, o la quantità di materie prime necessarie è abbondante, ma in cui i prezzi sono cari, hanno una composizione organica del capitale più elevata; nella situazione inversa, la composizione organica del capitale sarà bassa. Per questa ragione, dalla composizione organica del capitale delle varie imprese all’interno di un settore, possiamo ricavare la composizione media di tutto il capitale del settore, mentre dalla composizione organica del capitale dei vari settori possiamo ricavare la composizione media di tutto il capitale della società. D’ora in avanti, ogni qual volta si parlerà di composizione organica del capitale, s’indicherà la composizione media del capitale sociale.”[5]

Ora, “dal punto di vista però dell’intero processo storico dello sviluppo capitalistico, la composizione organica del capitale cambia incessantemente. Per impadronirsi di più plusvalore e avere il predominio nella concorrenza, i capitalisti devono sempre aumentare la produttività del lavoro nelle loro imprese allo scopo di diminuire la spesa di lavoro per prodotto unitario. Ciò esige il miglioramento e l’aumento incessanti del livello tecnico degli impianti dell’impresa: cioè la sostituzione delle macchine al lavoro artigianale, di macchine nuove al posto di quelle vecchie. Più le attrezzature meccaniche sono perfette, più il numero degli operai richiesti per la stessa quantità di macchine e minore e più si eleva la composizione tecnica del capitale. L’aumento progressivo della composizione tecnica del capitale provoca necessariamente un mutamento parallelo nella composizione organica del capitale, ovvero un aumento progressivo della quantità relativa di capitale costante nel suo insieme. Questo vale tanto per una sola impresa quanto per l’intera società capitalistica. L’aumento della composizione organica del capitale è dunque una tendenza necessaria dello sviluppo capitalistico. In base alle statistiche, in America, nel periodo compreso fra il 1889 e il 1959, la quantità di capitale costante nelle industrie di trasformazione è aumentata complessivamente di 28 volte, mentre la quantità di capitale variabile è aumentata invece di 22 volte. Questa è la situazione specifica dei cambiamenti nella composizione organica del capitale nelle industrie di trasformazione:

1885                1904                     1929                 1939                       1959

4,4 c:1v            5,7: c:1v               6,5 c:1v            6,5 c:1v                   7,5 c:1,v

L’aumento del livello tecnico degli impianti e di conseguenza l’aumento della composizione organica del capitale hanno in generale come premessa la crescita dei capitali individuali. Quanto maggiore è la quantità di capitali individuale, tanto più esistono le condizioni per adottare nuove installazioni allo scopo di elevare la produttività del lavoro, con la conseguenza di mutare il rapporto di valore tra capitale costante e capitale variabile”.[6]

Su questa base e dinamica materiale si genera e riproduce la caduta tendenziale del saggio di profitto, dando ovviamente per acquisito (attraverso un processo storico plurisecolare) un livello medio, un saggio medio di quest’ultimo.

Una  volta che esso si è formato, notano Marx/Xu He, “non è detto che il saggio medio del profitto sia fissato per sempre: esso può ancora continuare a oscillare. Considerando la situazione reale dello sviluppo del capitalismo, il livello del saggio del profitto medio non tende ad elevarsi, ma al contrario ad abbassarsi, anche se la velocità di caduta non è certo molto rapida.

Perché il saggio medio del profitto tende a scendere?

La ragione fondamentale che provoca tale fenomeno è l’aumento della composizione organica media del capitale sociale. Sappiamo che, fermo restando il saggio del plusvalore, in ultima analisi, la quantità di plusvalore o di profitto che un capitale può procurarsi e l’altezza del saggio del profitto che può raggiungere, sono direttamente connessi con il livello della sua composizione organica. Minore è la composizione organica del capitale, maggiore è la forza-lavoro messa in moto dal capitale della stessa entità: di conseguenza, maggiore è la quantità del profitto e più elevato è il saggio del profitto; in caso contrario, avremo la situazione contraria. Sappiamo anche che in regime capitalistico la composizione organica del capitale di ogni settore aumenta ininterrottamente a causa della ricerca di sovraprofitti e della partecipazione della concorrenza da parte di ciascun capitalista. Ma il risultato dell’aumento della composizione organica del capitale nei vari settori fa necessariamente aumentare la composizione organica media del capitale complessivo sociale, con conseguente caduta tendenziale del saggio medio del profitto.

Perciò la caduta del saggio medio del profitto è, in regime capitalistico, il necessario risultato dell’innalzamento della produttività del lavoro. Marx dice: “La progressiva tendenza alla diminuzione del saggio generale del profitto è dunque solo un’espressione peculiare al modo di produzione capitalistico per lo sviluppo progressivo della produttività sociale del lavoro.”

La graduale caduta tendenziale del saggio medio del profitto è un fatto da tempo osservato e riconosciuto dagli studiosi borghesi i quali però, non avendo mai compreso la differenza tra plusvalore e profitto, e non avendo mai analizzato il processo di formazione della composizione organica del capitale e il saggio generale del profitto, non sono mai riusciti a dare una spiegazione corretta del fenomeno della caduta del saggio del profitto. Questa legge ha avuto la sua prima spiegazione scientifica con Marx.”[7]

Dopo aver precisato che gli “studiosi borghesi” a cui si riferisce Xu He furono D. Ricardo ed i suoi seguaci, e che la caduta tendenziale del saggio di profitto non significa assolutamente né alleggerimento (anzi…) del grado di sfruttamento sopportato dagli operai, né diminuzione della massa totale di profitti, si può seguire agevolmente l’economista cinese quando egli sottolineò  le controtendenze indicate da Marx alla caduta del saggio medio, e che la rendono una tendenza generale e non una “legge assoluta”.

“La caduta tendenziale del saggio medio del profitto non soltanto non esclude l’aumento del totale del profitto, ma neppure l’ascesa del saggio del profitto in ciascuna singola annata. La caduta del saggio del profitto non va intesa come una caduta in linea retta anno dopo anno, ma va intesa come una tendenza che manifesta la sua funzione su un lungo periodo di tempo.  Nel corso dello sviluppo produttivo capitalistico, sebbene la produttività del lavoro e la composizione organica del capitale si siano elevate a considerevole velocità (in particolare dalla rivoluzione industriale in poi la composizione organica si sia elevata ancor più velocemente), la caduta del saggio del profitto è stata piuttosto lenta a causa di una serie di fattori che la ostacolano. I principali sono:

  1. L’aumento del grado dello sfruttamento. Esso comprende il prolungamento della giornata lavorativa, l’aumento dell’intensità del lavoro, la riduzione dei salari ecc. Senza dubbio, il prolungamento della giornata lavorativa accresce i mezzi di produzione adoperati da ciascun lavoratore, dunque il capitale costante, mentre dal punto di vista del capitale fisso si verifica una diminuzione relativa. Prima dicemmo che in fase di prolungamento della giornata lavorativa la quantità del plusvalore, e dunque del profitto, aumenta anche se il capitale fisso non cresce. Ciò ostacola la caduta del saggio del profitto. Anche l’aumento nell’intensità del lavoro svolge una funzione del genere. In particolare, il metodo di accelerare la velocità di funzionamento dei macchinari per intensificare il lavoro è più vantaggioso per il capitalista, che non quello di aumentare il numero dei macchinari cui è addetto ciascun lavoratore…
  2. La diminuzione del valore dei mezzi di produzione, verificatasi in seguito all’aumento della produttività del lavoro. Nel corso dello sviluppo della produzione capitalistica, per quanto la quantità assoluta e la quantità relativa del capitale costante aumentino interrottamente, noi sappiamo che quest’aumento non è affatto direttamente proporzionale alla quantità di mezzi di produzione. Infatti, il valore di una certa quantità di mezzi di produzione diminuisce parallelamente all’aumento della produttività del lavoro. Scrive Marx: “Se per esempio oggi il valore capitale investito nella filanda è per sette ottavi costante e per un ottavo variabile, mentre all’inizio del secolo XVIII era per una metà costante e per l’altra variabile, la massa di materia prima, di mezzi di lavoro ecc. consumati oggi produttivamente da una determinata quantità di lavoro di filatura, è molte centinaia di volte più grande che non all’inizio del XVIII secolo”. Il  motivo è semplicemente questo: con la crescente produttività del lavoro non solo aumenta il volume dei mezzi di produzione da esso consumati, ma il valore di questi ultimi diminuisce a paragone del loro volume. Il loro valore aumenta dunque in assoluto, ma non in proporzione del loro volume. La costante caduta di valore dei mezzi di produzione rallenta la velocità d’aumento della composizione organica e quindi ritarda la caduta del saggio del profitto. Inoltre, la caduta di valore dei mezzi di produzione provocherà anche la diminuzione del valore del capitale costante preesistente: e se riflettiamo su questo punto, gli ostacoli incontrati dalla caduta del saggio del profitto saranno ancora maggiori di quelli illustrati.
  3. L’assunzione di lavoro artigianale da parte di alcuni settori, provocata dall’esistenza di una gran quantità di sovrappopolazione relativa…
  4. Lo sviluppo del commercio con l’estero. Gli Stati capitalistici sviluppati possono procurarsi colossali quantità di profitto tramite il commercio con l’estero, con gli Stati economicamente arretrati. L’utilizzazione del commercio con l’estero può innanzitutto importare sia materie prime e materiale a basso prezzo, diminuendo il valore dal capitale costante con il risultato di elevare il saggio del profitto, sia mezzi di sussistenza a basso prezzo, diminuendo il valore  della forza-lavoro, con il risultato di elevare il saggio del plusvalore e del profitto. In secondo luogo, le merci esportate nei paesi economicamente arretrati possono essere vendute a un prezzo maggiore del loro valore negli Stati esportatori. Poiché nei paesi economicamente arretrati le merci hanno un alto valore a causa della bassa produttività del lavoro e della grande quantità di lavoro speso nella loro produzione, le merci dello stesso tipo esportate dai paesi economicamente sviluppati possono conseguire alti profitti anche se vendute a un prezzo inferiore al valore locale. Infine, i capitalisti possono anche unire il commercio con l’estero agli investimenti diretti nelle colonie e nei paesi economicamente arretrati: essi possono in tal modo acquistare all’estero forza-lavoro, materie prime, materiali ecc., a basso prezzo ed effettuare la produzione sullo stesso posto ove vendono il prodotto. A causa della bassa composizione organica del capitale e dell’alto grado di sfruttamento nelle colonie e nei paesi economicamente arretrati, il saggio del profitto è piuttosto alto. Tutto ciò ostacolerà la caduta del saggio medio del profitto nel paese di provenienza.
  5. L’aumento del capitale azionario. In seguito allo sviluppo della produzione capitalistica, il capitale azionario cresce sempre più senza però esigere il profitto medio, ma solo un certo dividendo in base alle azioni: dividendo che è abitualmente più piccolo del profitto medio. Il fatto che il capitale azionario ottenga solo un saggio del profitto (saggio di dividendo) piuttosto basso, può svolgere una certa funzione di rallentamento del processo di caduta del saggio medio del profitto”.[8]

Tra le controtendenze che contrastano la caduta tendenziale del saggio di profitto, Xu He purtroppo non cita quella che dopo il 1914/29 è diventata ormai centrale, e cioè l’intervento statale teso alla “privatizzazione delle perdite e socializzazione dei profitti” (su cui si ritornerà tra poco), ma sottolinea invece correttamente le conseguenze principali del processo in via d’esame, e cioè il suo ruolo di acutizzatore multidirezionale delle altre contraddizioni del capitalismo.

Infatti “per compensare le perdite arrecate alla caduta del saggio del profitto, i capitalisti, in condizioni di caduta del saggio del profitto, aumentano l’accumulazione e ampliano al massimo le dimensioni del capitale con la speranza di accrescere la quantità del profitto mediante la dilatazione dell’ambito e l’elevamento del grado dello sfruttamento. Tutto ciò, non soltanto provoca l’acutizzarsi della concorrenza tra i grandi e i piccoli e medi capitali, ma anche l’aumento del minimo di capitale necessario per procurarsi una data quantità di profitto e aprire nuove imprese. Ciò rende difficile ai medi e piccoli capitali dispersi di funzionare in autonomia e li fa diventare eccesso di capitale a riposo. Nello stesso tempo, cresce ininterrottamente, in seguito all’accumulazione e all’aumento della composizione organica del capitale, anche la sovrappopolazione relativa. Da un lato, una gran quantità di capitale in eccesso non viene più usata nella produzione; dall’altro, anche una gran quantità di popolazione eccedente non trova più lavoro: si crea così un colossale spreco di forza-lavoro umana e materiale. E’, questa, una delle manifestazioni più evidenti del fatto che i rapporti di produzione capitalistici ostacolano lo sviluppo delle forze produttive della società.

In terzo luogo, si manifesta la contraddizione fra produzione e consumo. La caduta del saggio del profitto e l’aumento dell’accumulazione sono due aspetti di uno stesso processo, i quali si manifestano contemporaneamente e si accelerano reciprocamente.      L’incessante accumula-

zione del capitale causa un colossale sviluppo della produzione, causa e aggrava nello stesso tempo l’impoverimento delle masse lavoratrici. Il capitalista intensifica ancor più lo sfruttamento dei lavoratori (in particolare allo scopo di ostacolare la caduta del saggio del profitto) provocando una relativa diminuzione della domanda solvibile della società. In tal modo la realizzazione delle merci, e di conseguenza la realizzazione del valore e del plusvalore, si fanno sempre più difficili. Rileva Marx che le condizioni di produzione e le condizioni di realizzazione del plusvalore sono diverse giacché “le une sono limitate esclusivamente dalla forza produttiva della società, le altre dalla proporzione esistente tra i diversi rami di produzione e dalla capacità di consumo della società. Quest’ultima, a sua volta, è determinata […] dalla capacità di consumo fondata su una distribuzione antagonista, che riduca il consumo della grande massa della società ad un limite che può variare solo entro confini più o meno ristretti.” Evidentemente, tra i processi capitalistici di produzione e di realizzazione delle merci esiste una contraddizione antagonista, la quale può essere ricondotta alla contraddizione tra produzione e consumo, cioè alla contraddizione tra la tendenza all’illimitato allargamento della produzione e alla relativa contrazione della domanda solvibile.

Infine anche la funzione della legge della caduta tendenziale del saggio del profitto acutizza le contraddizioni tra la borghesia e il proletariato, tra le potenze capitalistiche da un lato e le colonie e i paesi economicamente arretrati dall’altro, e in seno ai capitalisti stessi. Davanti alla minaccia della caduta tendenziale del profitto, i capitalisti degli Stati economicamente sviluppati, oltre a intensificare quotidianamente lo sfruttamento e la spoliazione del proletariato dei propri paesi, ampliano anche il più possibile il commercio di rapina e l’esportazione di capitali verso le colonie e i paesi economicamente arretrati. Ciò approfondirà necessariamente la contraddizione che gli oppone al proletariato dei propri paesi è quella che li oppone agli altri paesi inoltre, tende anche ad acutizzarsi la lotta dei capitalisti l’uno contro l’altro per disputarsi il profitto”.[9]

Va sottolineato e ribadito, come del resto vale anche per le crisi di sovrapproduzione, che la caduta tendenziale del saggio di profitto costituisce una concreta realtà e un duro “fatto testardo” nella dinamica di sviluppo delle metropoli capitalistiche più avanzate, a partire proprio dagli Stati Uniti del 1941-2011.

sLa tendenza generale a produrre sempre più merci, con sempre meno lavoro umano costituisce l’espressione storica più semplice, ed allo stesso tempo meglio visibile e verificabile, del processo in via d’esame e dell’aumento della composizione organica del capitale, ma una seconda conferma empirica risulta ancora più importante.

V. Giacché ha notato giustamente che “basandosi sulle stesse statistiche ufficiali statunitensi,  i profitti medi delle imprese americane prima delle tasse hanno subito una costante flessione: se dal 1941 al 1956 il  saggio medio di profitto era ancora del 28%, dal 1957 al 1980 esso era sceso invece al 20%, per diminuire ancora al livello del 14% nel periodo 1981-2004”.[10]

Sempre dal 1980 al 2004, il tasso medio di utilizzazione degli impianti statunitensi risultava sempre inferiore in media all’82% (quasi un quinto del potenziale produttivo non utilizzato…) mentre era sceso al 78% nel 2005, nonostante si fosse allora in presenza, di un periodo di boom (drogato, certo) dell’economia degli USA.

La caduta tendenziale del saggio di profitto, a dispetto delle tesi avanzate contro di essa negli ultimi 117 anni da innumerevoli economisti e filosofi borghesi (Benedetto Croce, tra tanti altri), costituisce pertanto una realtà concreta ed un fenomeno reale, autodistruttivo nel lungo periodo, insito nel modo  di produzione  capitalistico, come avviene simultaneamente anche per le periodiche crisi capitalistiche.

Per quanto riguarda il terzo virus maligno, l’impoverimento relativo ed assoluto dei lavoratori, questa tendenza è diventata dominante nel mondo capitalistico avanzato a partire dal 1973/80, con un trend che continua fino ai nostri giorni e proseguirà nei prossimi anni. L. Gallino ha notato che “è peggiorata fortemente la distribuzione del reddito a scapito dei salari. Tra i primi anni ’90 e il 2007, l’occupazione è cresciuta nel mondo in media del 30 per cento. Ciò nonostante, in 51 paesi sui 73 per i quali si dispone di dati, la quota dei salari sul Pil è sceso in media di 13 punti percentuali nell’America Latina e caraibica; di 10 punti in Asia e nei paesi del Pacifico; di 9 punti nell’economie avanzate. I punti persi dai redditi da lavoro sono andati ai redditi da capitale”.[11]

Impoverimento relativo, ma anche assoluto della classe operaia occidentale (a partire dagli USA) negli ultimi decenni, con una lenta riduzione del suo potere d’acquisto reale. Secondo il riformista J. Attali, acuto osservatore assolutamente distante da qualunque forma di comunismo e/o di tendenze antagoniste, “a cominciare dal 1978, i salari americani cominciano a stagnare”, in un lungo processo che ha portato ad avere nel 2010 (dati ufficiali del rapporto Census Bureau) ben 44 milioni di statunitensi e circa un sesto della popolazione ad avere un reddito inferiore alla soglia ufficiale di povertà”.[12]

Sempre Attali ci ricordava nel suo libro che “in Gran Bretagna, dal 1998 i salari perdono valore in termini reali”, mentre il Sole 24Ore del primo dicembre del 2010 sottolineava a sua volta che nel periodo 2005/2010 “le retribuzioni reali” degli operai italiani “erano diminuite in valore assoluto”.

La tendenza dell’impoverimento assoluto dei lavoratori, seppur sempre contrastabile da altre controtendenze, non si è certo rivelata un invenzione di Marx.

Infatti si tratta di fenomeni che corrispondono alla tendenza generale del capitalismo, in assenza di una resistenza adeguata degli operai ed in presenza di rapporti di forza favorevoli alla borghesia, tesa alla continua riduzione del valore della forza-lavoro, con una tendenza nichilista ben descritta da Marx nel primo libro del capitale. Una “tendenza nichilista” che è però allo stesso tempo autodistruttiva nel lungo periodo per il sistema capitalistico in assenza di correzioni, perché gli operai ridotti alla miseria non consumano, e quindi a loro volta non vendono le loro merci anche i capitalisti che producono beni di consumo, che a loro volta non acquistano i mezzi di produzione dai capitalisti che li producono e così via: il terzo “virus” è assai pericoloso per il processo di riproduzione dell’intero sistema, anche se non in tempi brevi.

Ma a questo punto bisogna fare una sorta di “salto di livello”, dato che i tre sovracitati “virus maligni”, dal 1970 ai nostri giorni sono stati affiancati dialetticamente ed esaltati nella loro portata storica da un diverso e secondo cerchio concentrico di contraddizioni, da una seconda sfera combinata di fattori di crisi che ha colpito tutte le economie capitalistiche, a partire da quella statunitense.

Tale secondo livello è costituito da due “bombe ad orologeria”, che sono già in parte scoppiate e sono in procinto di esplodere nuovamente a breve termine, e cioè:

–          Ia deriva ingestibile del mercato (fittizio) dei derivati e delle opzioni, dei credit swap default e dei mutui subprime;

–          la tremenda crisi del debito statale sviluppatosi in tutto il mondo occidentale (ma con particolare intensità negli Stati Uniti), che ha trasformato la leva del debito pubblico da strumento principale di salvezza in uno strumento del suo (contrastato e tendenziale) processo di autodistruzione economica.

Ipotizzando per un attimo la scomparsa magica ed immediata del “secondo livello” di contraddizioni capitalistiche, la prima sfera di tensioni (crisi di sovrapproduzione + caduta tendenziale del saggio di profitto + impoverimento dei salariati) sarebbe da sola probabilmente gestibile e controllabile almeno in buona parte dall’attuale borghesia mondiale e dai suoi mandatari politici, che hanno fatto tesoro in una certa misura della tremenda depressione economica del 1929/38. Ma il loro vero problema è che la seconda (tenebrosa ed inquietante) sfera di contraddizioni non può essere eliminata con una “bacchetta magica”, proprio perché essa ha fatto scomparire “magicamente” l’efficacia della più grande arma di riserva del capitalismo mondiale dopo il 1929: alias il costante utilizzo del debito pubblico al servizio (e controllo) del processo di accumulazione capitalistico, il “socialismo dei ricchi” ed il meccanismo (tipico del capitalismo di stato contemporaneo) della “privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite”.

Partendo dal gigantesco problema generato dal processo di deriva, ormai fuori controllo, del “mercato parallelo” finanziario, (derivati, opzioni, credit swap default, mutui subprime, ecc.), esso si è via via sviluppato dopo il 1970/73 fino ad arrivare alle terrificanti ed autodistruttive dimensioni attuali, che interessano tutto il mondo occidentale: ancora nel 2008 esso era arrivato a valere (sulla carta) ben 683 mila miliardi di dollari e più di dieci volte il valore del prodotto nazionale lordo dell’intero pianeta, creando un “gioco di specchi” (ormai fuori controllo…) che fa impallidire la fervida immaginazione di Borges.

Nel terzo libro del Capitale Marx, ancora nel 1860/70, aveva descritto la categoria teorica (e concretissima realtà empirica) del “capitale fittizio”. E cioè quella frazione del capitale complessivo non investito dai diversi segmenti della borghesia nel processo produttivo, ma viceversa nel processo di circolazione di denaro, titoli di credito, titoli di stato, cambiali scontate, azioni (e ultimamente, dei proteiformi derivati creditizi, opzioni d’acquisto, contratti di assicurazioni contro i rischi e i fallimenti, ecc) nella speculazione finanziaria e nel processo di compravendita dei titoli cartacei sulla ricchezza (azioni ed obbligazioni statali, in primo luogo): con la relativa e derivata massa di plusvalore che deriva da tali processi di possesso ed interscambio senza l’acquisizione di forza-lavoro e capitale costante, con il solo passaggio tra D (denaro investito nella circolazione) e D1 (denaro + plusvalore acquisito con tale investimento).

Negli ultimi quattro decenni, ed è un elemento centrale per l’analisi in corso, il capitale fittizio (gestito principalmente dal sistema finanziario, nelle sue diverse diramazioni) è letteralmente “esploso” in termini di dimensioni e peso specifico dall’interno del processo di riproduzione del capitalismo (di stato) contemporaneo, partendo dal settore egemone dei derivati, delle opzioni e dei credit swap default, superando di almeno una decina di volte in termini di valore nominale (e “fittizio”) la massa di beni e servizi prodotti annualmente nel mondo capitalistico.

Come ha notato Margiocco in un suo recente libro, una delle principali cause della crisi economica odierna “sono stati proprio i derivati: sono cresciuti talmente di volume da sopravanzare alla grande qualsiasi altro mercato. Creati per essere nella maggiore dei casi un’assicurazione o una diversificazione o comunque un’alternativa, sono diventati una massa di rischio mai vista nella storia finanziaria.

Ora, poiché gli intermediari, come sono le banche, lavorano su commissione, è chiaro che un mercato arrivato nel 2008 a 683.000 miliardi di dollari di valore effettivo dei contratti rappresenta, per le istituzioni che operano in questo settore una fonte di utili senza confronti.

Sui derivati vale la pena ricordare la spiegazione che ne ha dato una decina di anni fa al Consiglio di Stato cinese (l’equivalente del nostro Consiglio dei ministri) e al premier Zhu Rongji un giovane avvocato d’affari che aveva studiato e lavorato negli Stati Uniti, oggi a capo della China Investment Corporation, società che gestisce 200 miliardi di dollari di riserve monetarie in valuta. E’ la cosiddetta teoria degli specchi, come l’ha definita il suo creatore Gao Xiqing: prendiamo un bene, ad esempio un libro, che ha un valore preciso. Possiamo scegliere di acquistare il libro in questione oppure un certificato azionario che ne assicura la proprietà, o quella di una sua quota. Questo è il primo specchio. Poi se ne può aggiungere un altro, comprando un titolo legato al certificato azionario: questo è il primo derivato. Da qui in poi si possono aggiungere diecimila specchi, tutti con il loro derivato, dando così un’immagine quasi perfetta e riuscendo a far contenta la gente interessata a investire nel libro. “L’immagine però può interrompersi, a un certo punto. E tutto può sparire”, diceva Xiqing, “e questo è quanto è successo in America”.[13]

Ma prima un passo indietro. Per spiegare la natura (fittizia) del mercato parallelo finanziario, bisogna fornire innanzitutto una breve spiegazione dei suoi principali prodotti, fra i quali spiccano:

 

–          i derivati = titoli cartacei e contratti in cui due parti si impegnano  a vendere/acquistare, a una data prefissata e ad un dato prezzo, una certa merce o un’entità sottostante di natura ipervariabile, fino ad arrivare al limite di un “riferimento” costituito dal valore stimato… per una tempesta di neve;

–          le opzioni = contratti che garantiscono all’acquirente il diritto, ma non l’obbligo di acquistare o vendere un qualunque tipo di beni/titoli, entro un periodo futuro più o meno ravvicinato e ad un prezzo (prefissato) di esercizio, il cosiddetto “strike price”;

–          commercial paper = dei “pagherò cambiari” non garantiti, emessi dalle imprese con scadenza massima  a nove mesi, e che vengono accettate e sottoscritte da banche e fondi d’investimento;

–          mutui subprime = mutui ipotecari su beni immobili concessi a persone particolarmente a rischio per grado di solvibilità dell’obbligazione e con una corrispondente elevazione del saggio d’interesse dovuto dai debitori;

–          credit swap default = (CDS) è un derivato creditizio ed una polizza assicurativa, in cui l’acquirente paga un premio periodico al venditore del CDS, mentre quest’ultimo lo dovrebbe garantire in caso di fallimento di un debitore dell’acquirente (di regola, ma non sempre, la sua durata è quinquennale);

–           hedge fund = fondi comuni speculativi, gli “squali” dell’oceano parallelo dei derivati.

 

Sul ruolo centrale svolto negli ultimi tre decenni della “finanza ombra” e del “mercato parallelo” finanziario, il lucido studioso L. Gallino ha fornito un contributo allo stesso tempo chiaro, prezioso ed esaustivo. A suo (corretto) parere, l’attuale sistema finanziario  (il “finanzcapitalismo”) da alcuni decenni si articola infatti su tre grandi sezioni, nelle quali solo la prima componente “opera in larga misura alla luce. Per definirla si è usato spesso, discutendo della crisi, il termine “sistema bancocentrico”, volendo sottolineare come le istituzioni in esso predominanti sono soprattutto grandi banche. In realtà, sebbene sia quasi inevitabile ricorrervi per brevità, il termine è divenuto da tempo inadeguato. Anche quando siano ancora chiamate sovente con il nome che designava la loro attività originaria per cui si parla della banca X, della compagnia di assicurazione Y, della cassa di depositi e prestiti Z e simili – le istituzioni che caratterizzano il sistema finanziario della nostra epoca sono grandi società che operano in almeno una dozzina di settori di attività differenti, ben  lontani da quello originario, e in ciascuno di questi controllano decine se non centinaia di società, tra le quali possono esservi una o più banche. Siamo quindi dinnanzi a immense reti societarie nelle quali si intrecciano inestricabilmente sia le funzioni che i titoli di proprietà.

Per menzionare qualcuna di tali reti a fini indicativi, e specificando molto, si può dire che esistono società finanziarie, dette bank holding companies, le quali controllano a un tempo sia banche che compagnie di assicurazioni; banche proprietarie di assicurazioni del comparto immobiliare e compagnie di assicurazioni sulla  vita che sono proprietarie di banche; banche commerciali che hanno divisioni operanti come banche di investimento e viceversa; società che emettono titoli aventi per collaterale o garanzia un bene reale – una casa, un azienda, un pacchetto di titoli – oppure un bene irreale come un debito; banche o loro divisioni specializzate nel vendere certificati di protezione dal rischio che un debitore sia insolvente le quali, al tempo stesso, comprano certificati analoghi per proteggere se stessi dal rischio di  fallimento del protettore; e, ancora, casse di depositi e prestiti che provvedono ad assicurare o ri-assicurare ipoteche e imprese sponsorizzate da un governo, unicamente per assicurare ipoteche che si dedicano a cospicue attività d’investimento non per conto dei clienti, bensì per conto proprio.

La componente “bancocentrica” del sistema finanziario, per quanto complessa, è composta da entità visibili, nel senso che hanno nome e indirizzo, società controllate o filiali ufficialmente elencate, tot dirigenti e tot dipendenti, azionisti o proprietari privati per lo più chiaramente individuabili, nonché bilanci ufficiali in cui sono registrati attivi e passivi. Per contro esiste una seconda componente del sistema stesso che risulta priva di tutti o quasi i suddetti caratteri, sicché le sue attività sono discernibili a fatica anche dagli esperti. Per questo viene chiamata finanza ombra. Le sue dimensioni, in termini di attivi, superano di molte volte gli attivi delle società finanziarie che di essa tengono i fili, sebbene sia arduo stabilire quale sia alla fine il totale degli attivi (o dei passivi) che sono in capo a ciascuna di esse. La finanza ombra è formata da montagne di derivati (titoli il cui valore dipende da un entità sottostante: più avanti se ne parlerà più a lungo) che una banca detiene ma che per varie ragioni non sono registrati in bilancio; da migliaia di società prive in realtà di sostanza organizzativa, costituite dalle banche unicamente allo scopo di veicolare fuori bilancio attivi che dovrebbero figurarvi (per questo sono chiamate “veicoli”); da altre migliaia di intermediari specializzati nel confezionare e vendere soprattutto a investitori istituzionali ed enti pubblici dei titoli obbligazionari complicatissimi, formati da un gran numero di altri titoli; da centinaia di trilioni (in dollari) di derivati che, con l’intermediazione di una banca o altra istituzione finanziaria, sono scambiati direttamente tra privati, al di fuori di ogni registrazione in borsa. Grazie a questi caratteri, la finanza ombra risulta praticamente invisibile anche alle autorità di vigilanza, quindi di fatto non regolabile.

Una terza componente del sistema finanziario che sta a cavallo tra il sistema bancocentrico e la finanza ombra è costituita dagli investitori istituzionali: principalmente fondi pensione, fondi comuni di investimento, compagnia di assicurazione e fondi comuni speculativi (come sono denominati dalla normativa italiana) gli hedge fund, espressione che significa letteralmente “fondi di copertura” o di protezione). Gli investitori istituzionali sono una delle maggiori potenze economiche del nostro tempo. Gestiscono un capitale di oltre 60 trilioni di dollari, equivalente al Pil del mondo 2009. Le loro strategie di investimento influenzano sia le sorti delle grandi corporation sia quelle dei bilanci statali.

Affermare che gli investitori istituzionali si muovono a cavallo delle altre due componenti è appropriato per diversi motivi. In primo luogo esistono fondi pensione e fondi comuni che sono una emanazione di società finanziarie o grandi banche, ma vi sono anche in entrambi i settori dei fondi indipendenti. Tra di essi spiccano i fondi pensione pubblico impiego, autentici colossi finanziari che in Giappone, in Olanda, in California controllano ciascuno patrimoni di centinaia di miliardi di dollari. Così come sono indipendenti le “famiglie” di fondi comuni, in prevalenza statunitensi, che figurano insieme con grandi gruppi bancari nella classifica dei primi dieci o venti investitori del mondo.

In secondo luogo sistema bancocentrico, finanza ombra o investitori istituzionali sono collegati da scambi quotidiani di denaro e capitale dell’ordine di centinaia di miliardi di dollari o di euro”. [14]

In estrema sintesi, il processo di finanziarizzazione dell’economia, il “capitale fittizio” e la produzione di denaro/profitti solo per mezzo di denaro dominano ormai all’interno dei capitalismi di stato contemporanei, a partire dagli USA e da ormai due decenni.

Cifre gigantesche sono in mano al sistema bancocentrico e soprattutto alla “finanza ombra”, certo: Ma sono state ben utilizzate, proprio dal punto di vista borghese e degli interessi generali del processo di accumulazione capitalistico?

Sicuramente la risposta risulta negativa, visto che almeno a partire dal 1973-80, si è creato su larga scala un “gioco di specchi” (Zhu Rongji) ed un “processo di illusionismo finanziario” (Gallino) che si è diffuso in tutto il mondo capitalistico, anche se avendo per principale epicentro il “Titanic-USA”, con effetti autodistruttivi (Roubini/Marx) di grande peso per l’insieme del sistema capitalistico planetario.

Sempre Gallino ha notato acutamente, seppur non prendendo in esame i “virus maligni” contenue nella  prima e più generale sfera di contraddizioni capitalistiche (crisi economiche cicliche + caduta tendenziale del saggio di profitto + caduta del potere d’acquisto operaio),che la “crisi economica che è riesplosa nel 2010, allorché molti politici ed economisti intravvedevano “i germogli della ripresa”, si è manifestata inizialmente durante l’estate 2007, previa una maturazione pressappoco trentennale e ripetute crisi, di minore portata dell’attuale e tuttavia localmente devastanti, in diversi paesi del mondo. Le principali si sono verificate nel 1987, quando in un solo giorno le borse crollarono di 22 punti in USA, di 26 in Gran Bretagna, di 45 a Hong Kong; nel 1997-98 in Asia orientale, America latina e Russia, con paurose cadute del prodotto interno; nel 2000-2003 di nuovo in USA. La crisi ha avuto come terreno di coltura i tre elementi sopra indicati della civiltà-mondo. Peraltro la causa immediata è stata lo sviluppo di un sistema finanziario basato sul debito  privato e pubblico. Dal 1980 in poi l’economia mondiale è stata intensivamente finanziarizzata. In altre parole la produzione di denaro per mezzo di denaro, insieme con la creazione di denaro dal nulla per mezzo del debito, hanno preso largamente il sopravvento, quali criteri guida dell’azione economica, rispetto alla produzione di merci per mezzo di merci. In effetti la propensione alla speculazione finanziaria ha coinvolto pure molte corporation industriali di tutto il mondo.

Una prova della corsa alla finanziarizzazione è fornita dal mutato rapporto tra il volume degli attivi finanziari globali e il Pil mondiale, un rapporto che verrà approfondito in seguito. Intorno al 1980 gli attivi finanziari equivalevano all’incirca al Pil del mondo. Per contro a fine del 2007 esse risultavano aumentati al punto di superare il Pil medesimo di oltre quattro volte. La maggior parte di questi attivi sono stati creati dalle principali banche del mondo concedendo prestiti, se non anzi imponendoli con pressioni e clausole in apparenza eccezionalmente favorevoli; prestiti che venivano utilizzati per acquistare titoli finanziari o immobiliari nell’aspettativa di un aumento ininterrotto del loro valore. Un caso tipico di profezia che si autorealizza, giacché l’aspettativa favoriva gli acquisti, i candidati acquirenti richiedevano prestiti, e gli acquisti effettuati con denaro preso a prestito facevano crescere i valori di mercato.

Il denaro è una promessa di valore (e al tempo stesso un rapporto sociale, un mezzo di scambio e un linguaggio: una quadriglia che viene illustrata nel cap. VII). Tranne una percentuale minima che circola in forma di contante, al presente esso esiste soltanto come segno elettronico nei computer di una banca. Una banca privata può creare denaro, in misura decine di volte superiore ai depositi in esse effettuati e registrati, semplicemente iscrivendo un segno elettronico sul conto di un cliente. In teoria, secondo gli accordi interbancari di Basilea 1 e 2, una banca europea sarebbe tenuta ad avere in cassa almeno 8 euro (e. in USA, 10 dollari) per ogni 100 che presta, ragion per cui dovrebbe limitarsi a concedere prestiti fino ad un massimo di dodici volte e mezzo il suo proprio capitale. In realtà, la tecnica di portare i crediti fuori bilancio trasformandoli in titoli commerciabili, la vendita di questi a società da loro stesse create, l’invenzione di nuovi prodotti finanziari e altri mezzi ancora consentono alle banche di concedere crediti, quindi di creare debito, e con esso denaro, per un ammontare enormemente superiore ai multipli formali sopra indicati. Viene definito, questo singolare potere, “effetto leva” o “ leva finanziaria”. Più avanti su questi temi ci si soffermerà a lungo.

Il problema, con le promesse di valore di cui consiste il denaro, è che a un certo punto esse si debbono concretare nel potere di disporre di un bene reale. Ma se le promesse di valore in circolazione, espresse in dollari, superano come s’è detto di oltre quattro volte il Pil del mondo – l’insieme dei beni e dei servizi realmente prodotti – ciò significa che per ogni dollaro di beni o servizi reali circolano almeno quattro dollari di denaro, creato dal nulla mediante un debito e altri marchingegni, i quali sono pronti a contenderselo. Si è dinanzi, in altre parole, a un gigantesco processo di illusionismo finanziario; ovvero, si potrebbe dire, di un’inflazione mondiale deliberatamente creata. La crisi economica è appunto esplosa quando un numero crescente di famiglie, di imprese, di investitori istituzionali e di banche dovettero constatare che alla promessa di valore che avevano in mano sottoforma di titoli (azioni, derivati semplici e complessi, certificati di protezione del credito, conti di risparmio, ecc) non corrispondeva più la quantità o il tipo di beni reali che essa pareva nominalmente assicurare. Il problema fu inoltre aggravato dallo sviluppo di una architettura finanziaria che rendeva difficili, se non anzi impossibili, le attività di sorveglianza e regolazione che le autorità avrebbero dovuto esercitare sulle banche”.[15]

Il processo di “illusionismo finanziario”, il “gioco di specchi” dei proteiformi derivati, opzioni e CDS si è rivelato in sostanza un formidabile fattore di accelerazione delle tendenze di crisi “normali” del capitalismo, del suo primo “cerchio” di contraddizioni interne.

Sempre Gallino ha notato come attualmente siano diffuse in campo occidentale quattro principali varianti di schemi esplicativi (o presunti tali…) della supercrisi in atto in tutto il mondo capitalistico, a partire dagli Stati Uniti, ognuno dei quali “riassumibile in poche proposizioni:

–          la crisi è dovuta all’eccessiva concessione di mutui per la casa, in USA, a famiglie che in realtà non erano in grado di far fronte al debito contratto. A causa della dipendenza dal reddito individuale e familiare che le banche si sono così costruite di propria mano, l’insolvenza di milioni di proprietari ha messo in crisi buon numero di esse e di altri enti finanziari, tipo le società che assicurano i creditori dal rischio di insolvenza del debitore. Le loro difficoltà hanno poi contagiato il sistema finanziario di numerosi paesi;

–          alla base di tutto v’è lo sviluppo patologico, a partire dai primi anni ’90, della finanza mondiale. Oltre a raggiungere dimensioni sproporzionate a paragone dell’economia reale, essa ha generato, accanto al tradizionale sistema bancocentrico, un gigantesco sistema finanziario ombra, sottratto a ogni forma di tracciabilità e sorveglianza;

–          la causa prima della crisi va cercata nella regolazione carente dei mercati finanziari e dei loro principali attori;

–          la crisi non è stata un incidente di percorso nella crescita fisiologica del finanzcapitalismo, detto anche capitalismo dei mercati finanziari, o capitalismo manageriale azionario. E’ una conseguenza inevitabile delle dinamiche interne del finanzcapitalismo, della sua fragilità sistemica e delle distorsioni che questa impone all’economia reale. L’ascesa del finanzcapitalismo si è accompagnata alla vittoria dell’ideologia e delle politiche neoliberali sulle istanze tradizionali del liberalismo americano e delle socialdemocrazie europee, avviata dai governi di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher e proseguita con mezzi analoghi mediante la trasmutazione delle socialdemocrazie nella “nuova sinistra” britannica, tedesca, francese e italiana. In altre parole la crisi ha solide basi strutturali, economiche e politiche a un tempo”.[16]

L’ultimo schema risulta sicuramente quello più corrispondente alla dinamica reale delle crisi economico-finanziaria in atto, anche se basato in ultima analisi (ed acutizzato) dalla “prima sfera” di contraddizioni (potenzialmente) autodistruttive del sistema capitalistico.

In ogni caso dall’estate del 2007 è in atto e continuerà a svilupparsi anche nei prossimi anni, in tutto il mondo capitalistico (a partire specialmente dagli USA), una sorta di “debtonation”, su scala gigantesca.

“Debtonation” è la parola usata da un economista inglese, Ann Pettifor, per indicare i drammatici eventi dell’estate 2007. In poche settimane masse di creditori istituzionali – banche di deposito e di investimento americane, inglesi, tedesche, belghe e francesi, società di assicurazione e ri-assicurazione di mutui e ipoteche in genere, assicuratori del credito, compagnie specializzate nell’erogazione di mutui immobiliari, fondi speculativi (hedge funds), e altri – dovettero rendersi conto di tre cose: a) una quota imprevedibilmente alta di loro debitori, sia famiglie che istituzioni, non sarebbe mai più stata in condizioni di ripagare il suo debito; b) considerato l’elevato numero di soggetti contemporaneamente insolventi, quasi nessun ente che aveva venduto forme di assicurazione del credito era in grado di far fronte all’impegno contrattuale di versare al creditore le somme assicurate; c) quasi nessuno degli enti indicati sopra era disposto a prestare agli altri un solo dollaro per fronteggiare il fenomeno delle insolvenze di massa.

Gli ingredienti della debtonation erano stati predisposti per un verso dal Federal Reserve System (che si usa chiamare “la FED” ma non è una banca, bensì un sistema di dodici banche private, retto da un consiglio di nomina federale, cui in USA è affidato il ruolo di banca centrale), d’intesa con il governo e il ministero del Tesoro; nonché, in ripetuti casi, con la sollecitazione e l’intervento diretto del Congresso. Per un altro verso furono forniti dalle banche (come anticipato userò questo termine di comodo per designare l’intera platea di enti finanziari in gioco nella crisi), le quali avevano sviluppato nuove tecniche per indurre le famiglie a contrarre debiti senza che questi gravassero come pesi morti sul bilancio delle banche stesse. Questa via, percorsa alacremente per un lungo periodo, ha prodotto un vero e proprio mutamento strutturale dell’attività bancaria. Mai era avvenuto in passato che le banche dipendessero così pesantemente dai prestiti concessi a singoli individui”.[17]

Più avanti indagheremo a fondo sulla specificità statunitense oltre che sulla particolare acutezza della sua crisi multilaterale. Per il momento basti rilevare che in tutto il mondo capitalistico, e non solo a Washington, si è assistito ad una sorta di “sviluppo patologico” (Gallino) del sistema finanziario planetario, uno “sviluppo” malato che è imploso già nel 2007 e la cui precipitazione colpirà tutte le economie capitalistiche anche durante i prossimi anni, assumendo particolare virulenza nel sistema americano sia sotto l’aspetto finanziario che produttivo. Il disastro finanziario è ancora in corso e continuerà  nei prossimi anni, viste le dimensioni quasi incredibili crescenti ed autodistruttive raggiunte  dalla “finanza parallela” e dal mercato dei derivati, ormai largamente più grandi della “finanza pubblica”: come ha sottolineato giustamente Gallino, e proprio “la struttura patologicamente abnorme, del sistema dei derivati ad aver causato in (penultima) istanza l’attuale crisi capitalistica, visto che il valore del mercato dei derivati è passato dai 92 trilioni di dollari del 2000 ai 683 del 2008”. Sempre Gallino ha notato, con cifre concrete ed indiscutibili, che “la rappresentazione che vede nei mutui sub-standar (o sub-prime) “e nello sgonfiamento repentino della bolla immobiliare” (degli USA) della crisi si può considerare fondamentalmente corretta; tuttavia lascia fuori dal quadro, come una foto presa troppo da vicino o con un’angolazione errata, il suo principale attore, il sistema finanziario e lo sviluppo patologico che questo ha fatto registrare quantomeno dagli anni ’80 in poi. Il sistema finanziario è uno strumento indispensabile per il buon funzionamento dell’economia reale. Nondimeno, quando si verifica che: il suo valore complessivo arriva a superare di parecchie volte il valore di quest’ultima; la maggior parte delle sue operazioni hanno palesemente una finalità speculativa anziché produttiva; infine una frazione elevatissima dei movimenti di capitale che nel sistema hanno luogo sono sottratti deliberatamente a ogni forma di effettiva regolazione da parte delle autorità, che per legge dovrebbero vigilare su di esso, lo sviluppo del sistema finanziario non può che essere definito patologico. Secondo codesto schema esplicativo, è dunque la struttura patologicamente abnorme del sistema ad aver causato la crisi.

Tra i sintomi che autorizzano a emettere una simile diagnosi rientrano i seguenti:

–          il valore degli attivi finanziari globali (formati da azioni, obbligazioni pubbliche e private, e attivi delle banche) è aumentato di 9 volte dal 1980 al 2007, passando da 27 a 241 trilioni di dollari in moneta costante. Nello stesso periodo il Pil del mondo, sempre in termini reali, è appena raddoppiato, da 27 a 54 trilioni. Ciò comporta che mentre nel 1980 gli attivi finanziari globali equivalevano all’incirca al Pil del mondo, nel 2007 essi lo superavano di 4,4 volte;

–          l’ammontare dei derivati trattati non sui mercati borsistici bensì over the counter, cioè “scambiati al banco” tra privati (sigla universale Otc), il che significa al di fuori da ogni possibilità di controllo delle autorità di vigilanza e delle registrazioni delle borse, è salito in dieci anni di 7,5 volte, passando da 92 a 683 trilioni di dollari, corrispondenti a 12,6 volte il Pil mondiale 2007;

–          nel periodo 1992-2007 gli attivi registrati in bilancio dalle banche commerciali USA sono cresciuti del 200 per cento; i capitali detenuti fuori bilancio sono invece aumentati di un incredibile 1.518 per cento. Pertanto nel 2007 queste sole banche detenevano in media voci fuori bilancio corrispondenti a circa 16 volte l’ammontare degli attivi registrati in bilancio: 165 trilioni di dollari contro 10,4. Nel 1992 lo scarto era inferiore a 3: 10,2 trilioni contro 3,5. La maggior parte delle voci fuori bilancio erano costituite da derivati (sui quali si torna poco oltre) relativi ad azioni, merci o tassi di interesse; derivati del credito; titoli dati in prestito. La dimensione delle voci fuori bilancio comportava che dette banche erano capaci di operare, in realtà, con un effetto leva – cioè il rapporto tra capitali propri e capitali mobilizzabili per qualsiasi sorta di operazione finanziaria – che in taluni casi, per quanto sembri inverosimile, secondo alcuni esperti poteva raggiungere il valore di 185 a 1. In chiaro ciò significa, ad esempio, che disponendo in tutto di un solo miliardo di soldi veri, esse potevano muovere fino a 185 miliardi di titoli ed altri effetti”.[18]

A partire dal 1971/80, il “sistema bancocentrico” risulta cambiato in modo radicale, visto che ad esempio “le banche di investimento hanno destinato per anni, in media, il 50 per cento dei loro ricavi netti ai compensi per i dirigenti e i trader (stipendi, bonus, opzioni sulle azioni ecc.). Nel 2007, in alcuni casi, tale quota si è avvicinata al 100 per cento. Simile allocazione dei ricavi, di per sé, sta a indicare che l’attività di codeste banche è primariamente speculativa. Nessun tipo di investimento nell’economia reale permetterebbe di erogare compensi paragonabili. Il caso vuole che nel 2008 le prime cinque banche di investimento del mondo, tutte americane, siano sparite dalla scena – almeno come entità giuridiche indipendenti. A marzo Bearn Stearns viene comprata per pochi dollari ad azione, con il sostegno del governo, da J. P. Morgan-Chase; Lehman Brothers, fondata nel 1850, fa bancarotta a settembre, ovvero viene lasciata intenzionalmente fallire dal governo; Merryll Linch viene assorbita da Bank of America; Goldman Sachs e Morgan Stanley ottengono di trasformarsi in bank holding compagnies. Come sappiamo sono così denominate le società che possiedono da una parte una banca (o divisione) commerciale, dall’altra una banca (o divisione) di investimento, la quale peraltro fa esattamente quel che faceva prima la società richiedente il mutamento; un modello che si osserva ormai in tutte le maggiori banche, incluse quelle italiane.

Gli sviluppi sopra riassunti si possono compendiare nel dire che il sistema bancario internazionale ha radicalmente trasformato le proprie funzioni e forme organizzative, costruendo inoltre a tale scopo accanto a sé, sin dagli anni ’80 ma con una forte accelerazione negli ultimi vent’anni, il sistema finanziario ombra con il quale intrattiene strettissimi rapporti. Si noti ancora che questa suddivisione non ha nulla a che fare con la divisione tra attività finanziarie legali e illegali. E’ stata la legislazione de-regolatrice e liberalizzatrice intervenuta dagli anni ’80 del Novecento in poi a consentire agli enti finanziari di svolgere nell’ombra, ossia al di fuori della visibilità e della presa normativa delle autorità di sorveglianza, ma in modo affatto legale, una massa colossale di attività finanziarie.

Nella sua forma originaria, già in uso secoli addietro, il derivato è semplicemente un contratto tra due controparti che si impegnano l’una a vendere, l’altra ad acquistare, a una data prefissata oppure entro un periodo definito, una certa quantità di merce a un determinato prezzo. In questa forma un derivato – che si chiama così perché il suo valore “deriva” da quello di un’entità sottostante – è una razionale ed efficace garanzia contro il rischio di variazioni sfavorevoli di prezzo atte a verificarsi a distanza di tempo. Il venditore si garantisce dal rischio di dover vendere la sua merce a un prezzo scarso, magari inferiore al costo di produzione. L’acquirente si garantisce dal rischio di aumenti del prezzo di mercato che lo costringerebbero a pagare di più ciò che mesi o anni prima poteva pagare meno.

Durante il Novecento, ma soprattutto dopo il 1971 quando è stato soppresso il cambio fisso tra dollaro e oro, le banche hanno introdotto in questo strumento una serie di innovazioni che ne hanno trasformato radicalmente la funzione originaria, facendo di esso uno strumento speculativo piuttosto che assicurativo. Dopodichè lo hanno prodotto e distribuito in quantità colossali, che lo hanno reso uno dei maggiori fattori di instabilità del sistema finanziario. Anzitutto hanno moltiplicato a dismisura i tipi di entità sottostanti. Esse sono passate da alcune decine a diverse migliaia, e la funzione di riduzione del rischio per cui i derivati erano nati è divenuta relativamente marginale rispetto a quella speculativa; più esattamente, rispetto alla funzione di scommessa dove, alla fine, succede inevitabilmente che una parte vinca e una perda. Al presente il sottostante può essere qualsiasi cosa: tassi di interesse; corso di singole azioni o indici azionari compositi; prezzo di innumerevoli merci (seppure con una certa prevalenza di metalli, petrolio e gas); costo del noleggio di navi portacontainer, valore delle monete; andamento della piovosità e della temperatura (un tipo di derivato ideato inizialmente per le società che producono energia); esito di eventi sportivi, e perfino la futura capacità di trasmissione delle fibre ottiche.

L’ammontare dei derivati in circolazione è enormemente cresciuto negli ultimi vent’anni. Stanti le regole vigenti in tale periodo, che la riforma finanziaria approvata in USA nel 2010 modificherà solo in parte, oltre a poter essere scambiati “al banco” (Otc), al di fuori delle borse e delle loro norme, esse permettono alle banche di detenerli senza l’obbligo di registrarli in bilancio. Nel 2008 i derivati Otc in circolazione superavano, s’è detto, i 683 trilioni di dollari, su un totale di 765 trilioni di derivati quanto ad ammontare nominale. Chi erano i loro possessori ? Sono molti i soggetti che negli anni 2000 si sono caricati di derivati di vario genere: banche, investitori istituzionali, amministrazioni pubbliche. La parte del leone spetta però alle prime. Infatti, facendo riguardo ai soli Stati Uniti, si stima che i derivati detenuti dalle banche con attivi superiori a 1 miliardo di dollari ammontassero nel 2008 a circa il 2.000 per cento dei loro attivi: in altre parole i primi soverchiavano i secondi di 20 volte. In tal caso si tratterebbe di 240 trilioni di derivati. Per contro, un rapporto dell’Onu calcolava che il sistema finanziario ombra comprendesse nel 2007 circa 16 trilioni di dollari di attivi, per cui le sue dimensioni superavano di appena il 25 per cento, pari a 4 trilioni, gli attivi regolarmente registrati presso le banche di deposito.

Si possono addurre varie ragioni per spiegare tale discrepanza. Anzitutto le piccole banche, con meno di 1 miliardo di attivi, detengono derivati in misura dieci volte inferiore alle grandi. In secondo luogo un grosso volume di derivati è detenuto dalle banche di investimento, laddove il rapporto Onu considera solamente le banche di deposito. Infine il rapporto stesso non si riferisce all’ammontare nominale dei derivati, bensì al loro valore di mercato, che si aggira mediamente sul 3-5 per cento del primo. D’altra parte anche le banche europee si sono accollate derivati per trilioni di euro, anche quando la moneta di denominazione originale sia stata il dollaro. Già da questi dati si evince quanto sia distribuito tra una molteplicità di soggetti, nel mondo intero, il sistema finanziario ombra”.[19]

Il capitalismo finanziario, descritto magistralmente da Lenin (ed Hilferding) fin dal 1916, è diventato dopo il 1971/80 un super-capitale finanziario fuori da  qualunque controllo-autocontrollo, assumendo dimensioni e dinamiche abnormi e allo stesso tempo potenzialmente autodistruttive per l’intero sistema capitalistico mondiale (e statunitense).

Anche se da posizioni riformiste, Gallino ha lucidamente notato che attualmente e per i prossimi anni, in assenza di una sua iperstrutturazione, “a motivo della sua considerevole fragilità intrinseca, la mega-macchina sociale denominata finanzcapitalismo rappresenta il maggior generatore di insicurezza socio-economica che il mondo moderno abbia finora conosciuto. Essa è strettamente intrecciata alla produzione di smisurate disuguaglianze; al deterioramento delle condizioni di lavoro nei paesi sviluppati e al mantenimento di esse a bassi livelli per la maggior parte della popolazione dei paesi emergenti; alla progressiva distruzione degli ecosistemi e alla devastazione dell’agricoltura tradizionale a favore di un modello industriale rivelatosi incapace di nutrire il mondo. L’ascesa finora incontenibile della mega-macchina che svolge simili funzioni è un fattore centrale del degrado della civiltà-mondo”.[20]

Le sue dimensioni su scala mondiale sono tali che:

–          nel 2007 gli attivi finanziari globali ammontavano a quattro volte e mezzo il Pil del mondo. Da essi proviene l’eccesso di liquidità che circola nell’economia mondiale alla ricerca spasmodica di rendimenti eccezionalmente elevati – che sono realizzabili soltanto se si sottrae valore a qualcun altro;

–          le transazioni sui mercati finanziari globali corrispondevano nel 1991 a 15 volte il Pil del mondo; nel 2007 erano salite a 75 volte il Pil del mondo, raggiungendo i 4050 trilioni di dollari. Si stima che oltre l’80 per cento di transazioni perseguano unicamente finalità speculative;

–          i soli titoli derivati scambiati privatamente ammontavano alla fine dello stesso anno a 12 volte il Pil del mondo. I derivati sono di fatto scommesse finanziate dalle maggiori banche anglosassoni mediante denaro creato al computer;

–          il mondo, formato da famiglie, imprese, enti territoriali e stati, ha contratto con se stesso un debito stimato in almeno 100 trilioni di dollari. Le sole obbligazioni emesse da imprese e pubbliche amministrazioni locali e centrali ammontano a 80 trilioni. Supponendo che sul totale del debito si debba pagare non più del 3 per cento di interesse – ipotesi assai cauta – il Pil del mondo dovrebbe crescere di almeno il 6/7 per cento l’anno, cioè il doppio degli ultimi decenni, unicamente per pagare il servizio del debito. Per riuscire a rimborsare anche quote di capitale dovrebbe crescere molto di più;

–          nei paesi sviluppati le prime cinque-sei banche detengono ciascuna attivi equivalenti a circa due terzi del Pil. Le stesse banche detengono fuori bilancio, nei loro “veicoli” ma non solo in essi, attivi pari o superiori a quelli registrati. In USA a fine 2007, l’anno in cui si palesa la crisi, esse detenevano derivati per un valore complessivo che variava tra il 2000 e il 6000 per cento dei loro attivi. Tuttavia, essendo considerati titoli negoziabili a breve termine i derivati non rientrano normalmente tra gli attivi. E’ una delle zone più vaste e oscure della finanza ombra.

Una ulteriore prova del predominio del finanzcapitalismo si è avuta nel corso del 2010, quando l’intera zona euro, più il Regno Unito, rischiarono il collasso perché alcuni dei maggiori operatori finanziari privati, tra i quali non mancavano investitori istituzionali, poterono impiegare in poche settimane capitali sufficienti per attaccare il debito pubblico degli stati. Debito che era cresciuto in misura cospicua nei tre anni precedenti grazie agli aiuti concessi al sistema finanziario di cui quegli operatori e investitori facevano parte, e agli interventi di stimolo all’economia resi necessari dalle loro stesse azioni”.[21]

Proprio prendendo spunto dalla frase di Gallino, riferita all’“attacco al debito pubblico degli stati” capitalistici, entriamo a questo punto nel secondo (ed immane) “mattone” che forma la struttura essenziale della seconda sfera di contraddizioni insite nel capitalismo contemporaneo.

Infatti  già nel breve periodo (2012/2016) sta agendo sempre su scala mondiale, un “virus maligno” ancora più letale per il normale processo di riproduzione del sistema capitalistico: ormai la crisi finanziaria del 2007/2012 si è trasformata, nel corso degli stessi anni e con ritmi sempre più accelerati, in crisi del debito sovrano ed in un altissimo rischio di default delle finanze statali di quasi tutti i principali paesi capitalistici, a partire dagli Stati Uniti e da alcuni paesi europei (Grecia, ma non solo.

Al culmine (estate 2007/febbraio 2009) della crisi finanziaria planetaria, “le banche smisero quindi di compiere o ridussero al minimo l’operazione su cui si fonda in gran parte il sistema bancario: prestarsi a vicenda denaro a breve termine. Partita dagli Stati Uniti, l’ondata di perdite, cancellazioni di attivi dai bilanci, insolvenze incrociate, crediti bloccati, si diffuse nella Ue, con particolare virulenza nel Regno Unito, ma anche in Francia, Germania, Belgio, oltre che in vari paesi emergenti. In poco più di un anno, la distruzione di valore indotta dalla cosiddetta “crisi dei subprime” arrivò a superare i 25 trilioni di dollari – una somma equivalente a poco meno della metà del Pil 2007 del mondo. Centinaia di enti finanziari sono stati salvati dai governi a un costo che secondo una stima del Fondo Monetario Internazionale, contenuta in un rapporto dell’agosto 2009, finirà per toccare entro il 2011 i 12 trilioni di dollari. Stime successive hanno innalzato la cifra a 14-15 trilioni”.[22]

La tipica dinamica, almeno dal 1929, del capitalismo monopolistico di stato, e cioè la “privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite”; il particolare “socialismo dei ricchi”, tanto caro a tutta la borghesia mondiale a dispetto del suo ipocrita credo “liberista ed antistatale”, ancora una volta è entrato in azione scongiurando per il momento l’esplosione e l’Armageddon (Giulio Tremonti) della finanza mondiale, ufficiale o parallela, ma ad un costo pauroso: affossando cioè i conti delle protettive “mamme-stato” di tutte le metropoli capitalistiche avanzate e preparando la loro futura bancarotta nelle nazioni più deboli sotto questo aspetto, a partire dagli Stati Uniti.

La crisi finanziaria del 2007/2009, in altri termini, si è trasformata in crisi di debito pubblico in tutti i paesi capitalisti, USA in testa, creando un effetto di portata epocale. Mentre infatti dopo il 1929 il processo di riproduzione capitalistico mondiale si era affidato proprio all’“arma magica” dell’intervento pubblico e del deficit statale (nelle sue svariate forme: welfare state, warfare state, welfare e warfare state commisti assieme, tipologie unificate dalla comuni dinamiche della “socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti” in caso di crisi, oltre che dall’intervento/controllo statale a favore del processo di accumulazione capitalistico), a partire dal 2008/2009 lo “strumento di salvezza” del capitalismo si è trasformato quasi ovunque in una “pietra al collo” pesantissima per la stabilità del sistema e, nei casi più gravi (Stati Uniti in testa), in uno strumento di (ravvicinata, prossima) rovina per alcune decisive sezioni della conflittuale e variegata rete imperialistica mondiale.

Le stime di “14/15 trilioni” di dollari (Gallino) destinati a coprire il costo della parziale opera di salvataggio dell’alta finanza privata risultano gigantesche e pari a circa un quinto del prodotto nazionale lordo mondiale per il 2009, un fenomeno senza paragoni nella storia plurisecolare del capitalismo e che ha interessato l’intero sistema occidentale. Ma si è trattato del resto di una dinamica molto più estesa di quella avvertibile alla fine del 2008, dato che ad esempio Les Leopold ha notato nel dicembre del 2011 che, attraverso una richiesta “fatta da Bloomberg News, il pubblico ora ha accesso a oltre 29.000 pagine di documenti della Fed e ad altre 21.000 transazioni della Fed che sono state deliberatamente nascoste, e per buone ragioni. Questi documenti mostrano come alti funzionari del governo hanno volontariamente celato al Congresso e al pubblico il vero scopo dei salvataggi del 2008/09 che hanno arricchito i pochi e rafforzato gli interessi de giganti di Wall Street. Ora sappiamo che:

–          i salvataggi segreti di Wall Street ammontavano a 7,77 trilioni di dollari, dieci volte più del Troubled Asset Relief Program (TARP) da 700 miliardi approvato dal Congresso nel 2008;

–          la conoscenza dei fondi per i salvataggi segreti non era stata condivisa con il  Congresso anche quando stava stilando e dibattendo le leggi per smantellare le grandi banche;

–          il finanziamento segreto, fornito a tassi più bassi del livello di mercato, hanno fornito alle banche di Wall Street altri 13 miliardi di dollari di profitti. (Denaro sufficiente per assumere più di 325.000 insegnanti);

–          i prestiti segreti hanno finanziato le fusioni bancarie, per far si che le banche più grandi potessero crescere ancora. Questo denaro ha anche permesso alle banche di dar manforte alle proprie iniziative di lobby;

–          quando Herry Paulson (il segretario al Tesoro sotto Bush) informò il Congresso  e il pubblico che ci sarebbe stato bisogno solo di piccole riforme per proteggere Fannie Mae e Freddie Mac dal collasso, si incontrò segretamente con i manager dei maggiori hedge fund di Wall street – tra loro gli ex colleghi di Goldman Sachs – per avvisarli che era sul punto di nazionalizzare le gigantesche compagnie di emissione mutui, una mossa che avrebbe praticamente svuotato il valore azionario di queste aziende. Questa informazione era di enorme valore, perché ha consentito a questi hedge fund di shortare Fannie e Freddie, facendo una fortuna”.[23]

Come ha ben evidenziato A. Giannuli, “quanto è accaduto nel 2008/2009 è consistito, sostanzialmente, in un trasferimento di debiti dalle banche allo Stato, negli Stati Uniti come nella maggior parte degli altri paesi. A questo si è sommata una riduzione della pressione fiscale per favorire una ripresa dell’espansione.

Questi interventi di politica fiscale hanno certamente contribuito a frenare la discesa nella depressione, ma occorre qualche parola di avvertimento. In primo luogo, la politica fiscale non è priva di costi: se un governo aumenta la spesa e taglia le imposte – e lo fa durante una recessione, quando le entrate fiscali tendono comunque a diminuire – il disavanzo di bilancio cresce vertiginosamente. Per coprire questo buco in generale si emette nuovo debito, il quale in futuro dovrà essere ripagato. Se questo non avvenisse e i debiti diventano ogni anno più ampi, bisogna ricompensare gli investitori con tassi di interesse più elevati per indurli ad acquistare altro debito. Questi rendimenti, aumentando, entrano in competizione con i tassi d’interesse su altri investimenti – mutui ipotecari, credito al consumo, obbligazioni societarie e prestiti auto – e possono spingere al rialzo il costo dell’indebitamento per tutti gli altri attori economici, riducendo così la spesa in conto capitale delle aziende e la spesa per consumi delle famiglie.

E infatti, nel 2007, prima della tempesta, sulle economie del G20 gravava un debito pubblico medio del 78 per cento del Pil annuo; il Fondo monetario stima che nel 2014 esso raggiungerà il 106 per cento (Cs 13.6.10), ma ci sono stime ancor più pessimistiche. Pertanto, già a dicembre, le agenzie di rating lanciarono l’allarme sulla possibilità di nuovi crack in moltissimi paesi a causa del debito pubblico. Un rischio alto era segnalato in ben sessantanove nazioni (dall’Argentina alla Nigeria, dalla Bielorussia al Kazakhstan, dall’Iran all’Ucraina, dal Vietnam alla Colombia), mentre a rischio “medio” erano considerate anche la Russia e molti paesi emergenti (Messico, Brasile, Egitto, Sudafrica, Turchia, India e Indonesia). Si può ritenere realisticamente che in queste valutazioni possano aver pesato anche fattori politici, così come è possibile che abbiano pesato gli effetti del mercato dei CD swaps con le consuete “scommesse”.[24]

Ancora nel 2009, le statistiche del debito sovrano di quasi tutte le principali potenze capitalistiche (tra l’altro assai sottostimate, almeno rispetto al principato “malato” mondiale, gli Stati Uniti) erano già entrate nella soglia di alto livello di pericolo e di allarme rosso, specialmente se vengono poste a confronto con quelle di Russia, Australia ed Arabia Saudita (la Cina rientra invece nella sfera dei paesi prevalentemente di matrice socialista).

In proporzione al rispettivo prodotto interno lordo, i dati mostravano che la percentuale del debito pubblico risultava pari a:

Giappone: 214,3

Italia: 118,2

USA: 87,5

Francia: 83,6

India: 81,2

Canada: 81,2

Inghilterra: 79,1

Germania: 78,8

Brasile: 70,2

Argentina: 66,0

Turchia: 45,3

Sudafrica: 38,2

Messico: 38,2

Corea del Sud: 37,3

Indonesia: 25,0

Cina: 23,9

Australia: 19,1

Russia: 11,1

Arabia Saudita: 4,3”.[25]

Anche la dinamica di sviluppo, anche il processo di  crescita del debito statale rispetto al Pil aveva già assunto proporzioni assai elevate ancora nel 2009, mediamente pari ad un pauroso 10,1%, con punte particolarmente elevate in Grecia e negli Stati Uniti. D. Moro ha sotto questo profilo sottolineato che “la crisi di sovraccumulazione di capitale e merci, manifestatasi nel 2008 come crisi finanziaria, ha cambiato faccia e si presenta nella forma di crisi del debito statale, ovvero sotto forma di crescita incontrollata del debito e del deficit pubblico, che è aumentato mediamente dal 2,2% del 2007 al 11,01% di fine 2009. Questo perché lo stato, come ha sempre fatto dinanzi ai fallimenti del mercato autoregolato, è dovuto correre al salvataggio di imprese e banche. Gli aiuti di Stato al settore bancario hanno superato i 14 mila miliardi di dollari, una cifra pari a un quarto del Pil mondiale, che non ha paragoni nella storia. Tutto questo allo scopo di evitare un collasso generalizzato del modo di produzione.

Tuttavia la crisi non è risolta, come provano i 50 milioni di disoccupati in più a livello mondiale del 2009. Inoltre, la riduzione del costo del denaro e la massa di liquidità statale immessa nel sistema finanziario hanno scatenato una nuova speculazione verso le materie prime e soprattutto verso i titoli del debito pubblico e le valute.

La crisi attuale, dunque, ingigantisce il debito e rende più difficile finanziarlo a causa della stagnazione dell’economia, che riduce il gettito fiscale dello Stato”.[26]

Sulla presenza concreta, oltre che sul rapido processo di incremento del debito pubblico nelle principali potenze capitalistiche non possono essere posti seri dubbi ed obiezioni fondate: assieme alla crescita abnorme ed alla crisi sempre latente del mercato dei derivati e al sistema finanziario mondiale, esso forma una sorta di “coppia diabolica” ed il secondo livello di contraddizione che sta minando sia le basi attuali, che le prospettive future di crescita dell’economia capitalistica mondiale.

Ma non è tutto, perché delle due sfere sopra esaminate di contraddizioni operanti nel modo di produzione capitalistico contemporaneo se ne aggiunge una terza ancora più devastante, nel breve periodo: la particolarità statunitense. E cioè la crisi esplosiva ed attuale del capitalismo USA,  che ha assunto ormai caratteristiche sistemiche ed epocali proprio nella principale potenza della rete imperialista e che (anche nella migliore delle ipotesi sul campo) comprometterà quasi totalmente la sua dinamica di sviluppo negli anni compresi tra il 2012 ed il 2017, con evidenti e pesantissime ricadute anche nella  sua “gara produttiva” con il nuovo “numero uno” mondiale in campo economico, la Cina (prevalentemente) socialista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Xu He, “Trattato di economia politica”, vol. secondo, pp. 543-545

[2] Op. cit., pp. 546-551

[3] Op. cit., pp. 551-558

[4] Op. cit., pp. 559-561

[5] Xu He, op. cit., pp. 204-205

[6] Op. cit., pp. 206-207

[7] Xu He, op. cit., libro primo, pp. 373-375

[8] Op. cit., pp. 376-379

[9] Op. cit., pp. 381-382

[10] V. Giacché, “La crisi è dopo”, marzo 2011, in www.pdcrieti.it

[11] L. Gallino, “Finanzcapitalismo”, p. 33, Einaudi

[12] J. Attali, op. cit., p. 80

[13] M. Margiocco, “Il disastro americano”, pp. 10-17, ed. Fazi

[14] L. Gallino, “Finanzcapitalismo”, pp- 10-12, ed. Einaudi

[15] Op. cit., pp. 18-20

[16] Gallino, op. cit., pp. 46-47

[17] Op. cit., pp. 48-49

[18] Gallino, op. cit., pp. 53-55

[19] Gallino, op. cit., pp. 54-62

[20] Op. cit., p. 167

[21] Op. cit., pp. 292-293

[22] Op. cit., p. 54

[23] Les Leopold, “Sei rivelazioni shock sul “governo segreto” di Wall Street, in ww.comedonchisciottte.org

[24] A. Giannuli, “2012: la grande crisi”, pp. 108-109, ed. Ponte alle Grazie

[25] Op. cit., p. 9

[26] D. Moro, “Le cause della crisi del debito sovrano UE e dell’euro”, 7/5/2010, in www.sinistrainrete.info


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