Capitolo Terzo

Capitolo Terzo

 I rapporti di forza mondiali e il sorpasso della Cina

Per attuare un corretto processo di costruzione della gerarchia di potenza nel 2012, si deve innanzitutto selezionare il campo di forza attualmente principale e prioritario nell’arena internazionale.

A giudizio del lucido teorico statunitense J. M. Mearsheimer, esso viene rappresentato tuttora e all’inizio del terzo millennio, come del resto nei secoli/millenni precedenti, dalla concreta capacità d’urto espressa rispettivamente dalle forze armate delle diverse formazioni statali: posizione e concezione generale sostanzialmente valida fino al 1945, fino a Los Alamos ed Hiroshima, ma che da alcuni decenni non risulta più corrispondente alla concreta dinamica di potenza storica.

Come si è già accennato in precedenza, dal 1945/57 fino ad oggi è intervenuta infatti un’epocale rivoluzione delle armi atomiche (e delle altre armi di sterminio di massa, di tipo chimico e batteriologico), che tra l’altro sono venute in possesso via via di un certo numero di nazioni, senza creare (eccetto che per il periodo 1945/49) alcun “monopolio” atomico a vantaggio di un solo stato.

Dal 1945/57 fino ai nostri giorni, si è verificato infatti un salto di qualità gigantesco nella tecnica di produzione degli armamenti, con l’entrata (tragica e devastante) del genere umano nell’epoca “pluralista” delle armi nucleari, creando simultaneamente una ricaduta decisiva (tra altre “cosette”) sul punto teorico in via d’esame.

Dal 1945/57 fino ai nostri giorni, attraverso una strana e perversa dialettica storica, proprio l’iperaccelerato balzo raggiunto dal processo (plurimillenario) di produzione degli armamenti è arrivato al livello (condiviso tra più potenze) di “superdistruzione” nucleare, demolendo il  precedente primato detenuto dal campo di forza militare sia nell’arena internazionale che nella definizione della gerarchia tra le diverse nazioni. Detto in altri termini, proprio un nuovo tipo d’arma e un nuovo processo di produzione di strumenti di distruzione ha innescato un salto di qualità epocale che permette con estrema facilità la potenziale autodistruzione dell’umanità, eliminando paradossalmente la precedente ed indiscutibile “centralità delle armi” esistente su scala internazionale, sia per determinare l’esito dei conflitti/minacce di guerra che per selezionare la scala di potenza tra le diverse nazioni, a livello regionale e planetario.

Il processo di passaggio di testimone e di trasformazione del primato tra i sei campi di potenza è avvenuto per alcuni fattori, che si sono combinati dialetticamente tra di loro.

In primo luogo ha operato concretamente la potenza di distruzione gigantesca propria ed insita anche nei primissimi ordigni atomici, sperimentati (in modo criminale ed essenzialmente per fini anticomunisti/antisovietici) in modo terroristico dall’imperialismo statunitense contro Hiroshima e Nagasaki, rispettivamente il 6 e l’8 agosto del 1945.

Visti con la scala di misura attuale, si trattava di armi di sterminio ancora relativamente poco sviluppate: ma con la loro ancora “piccola” (relativamente parlando) potenza d’urto, i “pochi” chilotoni sganciati sulle due inermi città giapponesi portarono in pochi istanti alla loro quasi totale distruzione ed alla morte istantanea di centinaia di migliaia di persone. Ad esempio “Little Boy” (nome atroce, per un’arma atroce), l’ordigno atomico sganciato ad Hiroshima e dotato di una potenza di “appena” 16 chilotoni, fece ardere vivi in un istante circa 80.000 esseri umani, donne e bambini inclusi, nella cittadina giapponese radendola al suolo quasi completamente in un solo attimo, alle 8.15 del mattino di quel maledetto agosto del 1945.[1]

In pochi istanti, con la forza d’urto del “nuovo sole” atomico che si propagava via via nelle zone più periferiche di Hiroshima, “Little Boy” distrusse la vita di decine di migliaia di persone: un potenziale d’urto e di morte inimmaginabile nella precedente storia dell’umanità e per gli stessi fisici statunitensi, almeno prima del primo esperimento nucleare tenutosi a Los Alamos nel luglio del 1945.

Secondo elemento, il gigantesco processo di accumulazione quantitativa di ordigni nucleari, il pauroso aumento del numero complessivo delle testate atomiche disponibili su scala mondiale: infatti nell’arcipelago di arsenali atomici mondiali non vennero certo depositati solo due armi nucleari, come avveniva invece nell’agosto del 1945, ma il loro numero salì negli anni Settanta/Ottanta alla quantità astronomica di decine di migliaia di ordigni, in una corsa al riarmo mai vista in precedenza nella storia per massa totale di risorse impiegate.[2]

Terzo fattore, l’enorme incremento qualitativo del potere distruttivo degli ordigni nucleari con l’acquisizione delle bombe H, la fusione nucleare, vennero costruite armi nucleari fino a tremila volte (3.000…) più potenti di quella (già terrificante) utilizzata ad Hiroshima fin dall’inizio degli anni Sessanta.

Quarto e decisivo elemento, da connettere dialetticamente ai precedenti: l’Unione Sovietica seppe rompere irreversibilmente il monopolio statunitense sull’arma nucleare dall’agosto del 1949 (seguita  nel corso di quindici anni da Gran Bretagna, Francia, Israele e Cina Popolare), accumulando poi tra il 1949 ed il 1968/70 sia un arsenale nucleare approssimativamente uguale a quello in mano all’imperialismo statunitense che una pleiade di vettori di lancio (i missili intercontinentali, fin dall’agosto del 1957) capaci di raggiungere in meno di un’ora il suolo americano in un numero pari a circa duemila unità fin dalla fine degli anni Sessanta.[3]

Pertanto si creò via via, tra il 1949 ed il 1968, una sorta di “equilibrio del terrore” nucleare su scala planetaria, le cui conseguenze vennero illustrate fin dal 1967 da R. Mc Namara, allora segretario alla Difesa statunitense, enunciando il principio della “distruzione assicurata” e reciproca (MAD) ormai esistente tra USA ed URSS, con il suo corollario; la “sostanziale inutilità” sia di un’eventuale superiorità nucleare da parte di una delle due superpotenze atomiche, che dello stesso campo di forza militare nelle relazioni tra le grandi potenze atomiche, una volta raggiunta e superata una certa soglia critica – quantitativa e qualitativa – di armamenti di sterminio.

Mc Namara formulò il principio del MAD rilevando che «la pietra angolare della nostra politica strategica continua ad essere la decisione di scoraggiare un deliberato attacco nucleare contro gli Stati Uniti ed i suoi alleati. Noi facciamo questo mantenendo un’efficientissima capacità di infliggere danni inaccettabili ad ogni singolo aggressore, o combinazione di aggressori, in qualsiasi periodo durante il corso di uno scambio nucleare strategico, anche dopo un eventuale primo colpo di sorpresa”. Poiché – aggiungeva Mc Namara – anche l’Unione Sovietica dispone di analoga capacità, la reale superiorità americana sul piano degli armamenti è sostanzialmente inutile. Inoltre dato che “… le azioni o perfino le azioni possibili di una delle due parti riguardo all’ammassamento delle forze nucleari provocano necessariamente reazioni dall’altra parte”, la corsa agli armamenti può procedere inutilmente all’infinito».[4]

È stato calcolato, rispetto alla situazione esistente all’inizio degli anni Sessanta, che anche nel caso di un primo colpo nucleare a sorpresa portato da una delle due superpotenze ai danni del rivale, «il riarmo dell’URSS valse a modificare la situazione, da una posizione in cui essa poteva infliggere circa 30 milioni di perdite umane agli Stati Uniti ad una posizione in cui le perdite avrebbero potuto essere dell’ordine di 100-140 milioni, mentre le perdite che gli Stati Uniti potevano infliggere all’Unione Sovietica in un secondo colpo erano rimaste nell’ordine di 100-120 milioni».[5]

Se a tutto ciò si aggiunge anche il fenomeno devastante dell’“inverno nucleare”, e cioè il tremendo raffreddamento del nostro pianeta che deriverebbe dall’immissione su larga scala di polveri radioattive in seguito ad una guerra nucleare su larga scala, non si può che concludere che, a partire dal 1945/57, il campo di potenza militare ha perso la sua precedente, innegabile e plurimillenaria centralità nelle relazioni interstatali per motivi… paradossalmente militari e tecnologico-militare, collegati strettamente ad un particolare rapporto di forza militare e tecnologico-militare contraddistinto dal “pluralismo” atomico, creatosi con la rottura da parte dell’Unione Sovietica del monopolio nucleare americano a partire dall’agosto del 1949. E cioè armi troppo distruttive, poste nelle mani di “troppi” stati potenzialmente in conflitto tra loro, e capaci di infliggere troppe distruzioni al nemico, anche in caso di un attacco a sorpresa di quest’ultimo.

Perdere la centralità ed il primato non significa, comunque, assolutamente ed in alcun caso l’azzeramento dell’importanza del campo di forza militare nelle relazioni internazionali.

In primo luogo, solo se sussiste o si riproduce il principio del “MAD” si vede svanire la precedente centralità degli armamenti, visto che a sua volta il cardine della mutua distruzione assicurato si regge su ragioni e forze motrici militari e politico-militari, e cioè sulla presenza sia di una massa critica di armi nucleari che di un rapporto di forze relativamente equilibrato tra le grandi potenze, nel settore degli armamenti atomici e dei loro vettori di lancio: in secondo luogo, proprio il possesso delle armi atomiche distingue l’esiguo “club nucleare” dalle più di 190 nazioni che, invece, non sono ancora in possesso dello strumento di distruzione nucleare.

Inoltre non solo il campo di forza militare mantiene la sua importanza per i conflitti non-nucleari contemporanei (Iraq, 1991 e 2003; Jugoslavia del 1999, ecc.), ma esso riacquisterebbe subito la sua centralità se uno stato riuscisse a crearsi eventualmente uno “scudo” in grado di intercettare e distruggere i missili ed aerei nemici, in caso di conflitto nucleare: come ha sottolineato il lucido Mearsheimer, in questa direzione vanno inquadrati i famigerati progetti di “Guerre Stellari” avviati e, in piccola parte, già messi in pratica dall’imperialismo statunitense ancora con l’amministrazione di Bush padre, di Bush figlio e dello stesso Obama, almeno fino al 2011, in una sinistra ed inquietante linea di continuità anti-MAD perseguita e mantenuta negli ultimi tre decenni dai nuclei dirigenti statunitensi.

Ma allora, quale risulta dopo il 1949/57 il campo di potenza principale nell’arena internazionale?

L’esperienza concreta indica quello economico, per un insieme combinato di fattori oggettivi, a partire ovviamente dall’’autoeliminazione” – per eccesso di capacità distruttive, ridistribuite su alcune nazioni/grandi potenze nucleari – riportata dal vecchio ”numero uno”, il campo di potenza militare.

In seconda battuta, dopo il 1770 e la Rivoluzione Industriale il prodotto interno lordo (PIL) risulta aumentato in media nelle principali potenze occidentali di circa il 2% all’anno, determinando un processo di riproduzione allargata sostanzialmente sconosciuto al precedente mondo classista (modo di produzione asiatico, schiavistico, feudale e capitalistico-manifatturiero) per quasi sei millenni, dal 3700 a.C. fino al 1689/1780. Una dinamicità sconosciuta inoltre anche agli altri campi di potenza, ad eccezione di quello militare (tuttavia autoesclusosi dalla “gara” dopo il 1945/57), e che ha permesso per il solo XIX secolo alla Gran Bretagna di aumentare di ben 14 volte il PIL in un solo secolo, o agli Stati Uniti di aumentare la loro produzione industriale più di sei volte negli “anni d’oro” compresi tra il 1950 ed il 2000.[6]

Dopo il 1914/29, inoltre, il potere diretto di pressione e condizionamento esercitato dai detentori reali del campo di potenza economico-finanziario su scala planetaria risulta aumentato a dismisura. Ruolo concreto dei prestiti internazionali e degli (eventuali) aiuti a fondo perduto, con l’interrelazione squilibrata che sempre si crea tra stati-creditori e nazioni-debitrici; funzione di ricatto svolta anche (dopo il 1944/46) dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, istituti egemonizzati almeno fino al 2011 dall’imperialismo statunitense; vendita/embargo di tecnologia civile (spesso con applicazioni e ricadute militari) dalle potenze più avanzate, Stati Uniti in testa, rispetto alle nazioni meno progredite; azione di sfruttamento/condizionamenti svolto dopo il 1945 dalle multinazionali occidentali (a loro volta supportate concretamente dai rispettivi governi nazionali) soprattutto nelle nazioni del cosiddetto “Terzo e Quarto Mondo”, rappresentano alcuni tasselli nel processo di dispiegamento ed articolazione di un campo di forza che se è di natura economica, si trasforma (direttamente o indirettamente) tuttavia molto spesso in potere politico su scala internazionale.

Una particolare controprova al riguardo? Hillary Clinton, quando essa ha notato nell’agosto del 2011 rispetto al rapporto Cina/USA “lei darebbe fastidio al suo banchiere di riferimento?” Come ha riportato con rammarico l’iperborghese Sole 24Ore: «Stretta di mano e larghi sorrisi durante la visita in Cina del vicepresidente americano Joe Biden. E soprattutto rassicurazioni. Sulla solidità dell’economica e del bilancio americano e sulla certezza del rimborso dei debiti – per 3,2 trilioni di dollari – nei confronti della Cina. Dopo il declassamento la sudditanza – non solo psicologica – americana è evidente. Per i diritti civili, quotidianamente calpestati in Cina, dal vicepresidente Biden naturalmente neanche una parola. Del resto che cosa ci si poteva attendere? Qualche giorno fa, il segretario di Stato americano Hillary Clinton, interrogata sul punto specifico da un giornalista aveva risposto: lei darebbe fastidio al suo banchiere di riferimento? E l’anno scorso lo stesso presidente Obama aveva preso parte a una conferenza stampa senza domande imposta dagli amici cinesi proprio per paura di imbarazzi sul tema dei diritti civili. Pecunia non olet fin dall’origine dell’umanità. Ma il problema del condizionamento dei grandi creditori nei confronti del resto del mondo è ormai diventato gigantesco. I Paesi occidentali dovrebbero riflettere: abbandonare il campo è una doppia sconfitta. Di principio, naturalmente, e strategica. Allentare la presa vuol dire consegnare le chiavi della cassaforte, e non solo, a un mondo che avanza ma nella direzione sbagliata.»[7]

“Direzione sbagliata” per il capitalismo mondiale, non certo per la Cina ed il movimento comunista…

Terzo fattore, il controllo delle fonti energetiche (a partire dal petrolio) e delle materie prime (a partire dalle “terre rare”, dopo il 1960/75) costituisce come minimo un fattore di tutto rispetto all’interno della sfera politica internazionale, a partire dal ruolo giocato sul piano politico-economico dalle “Sette Sorelle” (Exxon, Shell, ecc.) occidentali in gran parte del pianeta, a partire dalla fine dell’Ottocento (petrolio di Baku) e fino ad arrivare ai nostri giorni, senza soluzione di continuità.

Quarto elemento, specialmente dopo il 1917 e l’Ottobre Rosso, i successi/insuccessi riportati dalle diverse potenze in campo economico e tecnologico (Sputnik e Gagarin per l’URSS, le missioni lunari Apollo per gli USA, ecc.) si sono trasformati subito in fattori di produzione di consenso (o di ripulsa, in caso di disastri produttivi), popolarità e “charme”, in ultima analisi di soft power nell’arena internazionale: la storia degli USA e dell’Unione Sovietica risulta  particolarmente ricca di esempi clamorosi, nel bene e nel male, sotto questo profitto…

Quinto fattore, notato parzialmente da Mearsheimer in alcuni passi sopracitati, come in passato ma con molta più forza e rapidità che nell’era pre-industriale, il potere economico si può sempre trasformare e quasi sempre si trasforma concretamente in potenza militare e tecnologico-militare: le eccezioni tedesche e giapponesi, del 1945/2011, non fanno altro che confermare tale “regola generale”.

Ulteriore elemento, legato al precedente: un collasso del potenziale economico (economico-finanziario, economico-tecnologico, ecc.) detenuto da particolari stati, colpiti da gravi crisi economiche, si trasforma prima o poi in un crollo parallelo della sua sfera d’influenza politica (e militare). Il caso dell’Unione Sovietica tra il 1979 ed il 1991, e quello ancora in divenire degli Stati Uniti rappresentano eccellenti concretizzazioni di questa importante dinamica.

Come aveva ben notato P. Kennedy, “la ricchezza è in genere necessaria per sostenere la potenza militare, così come la potenza militare è di solito necessaria per conquistare e proteggere la ricchezza”. Tuttavia “se, naturalmente, una percentuale eccessiva di ricchezza viene destinata a scopi militari, a lungo andare può portare a un indebolimento della potenza nazione”, come avviene del resto nel caso di un’eccessiva estensione della sua rete imperialistica o di un “coinvolgimento in guerre dispendiose”.[8]

Dopo il 1945, pertanto, si assiste al primato (contrastato) del campo di potenza economico (inteso in senso lato) su scala planetaria: una centralità relativa che, pur non annullando assolutamente il ruolo concreto ed importante svolto allo stesso tempo dagli altri campi di forza, permette di individuare e definire con una certa precisione la gerarchia di potenza esistente attualmente sul nostro pianeta.

Facendo leva sul primato relativo del campo di potenza economico, si rileva che il primo livello gerarchico dell’arena internazionale viene formato all’inizio del 2012 da due superpotenze indiscusse, seppur ben differenti sotto quasi tutti gli aspetti (a partire dalla loro natura sociale e le loro relazioni internazionali): la Repubblica Popolare Cinese e gli Stati Uniti.

Proprio in campo economico, secondo le stime insospettabili (in senso anticomunista, ovviamente) della CIA e del Fondo Monetario, nel 2010 il prodotto interno lordo degli Stati Uniti ammontava a 14.666 miliardi di dollari, mentre quello cinese risultava pari a 10.085 miliardi di dollari adottando  il criterio della parità del potere d’acquisto (5.878 miliardi di dollari, ai valori nominali).

Anche secondo le stime (riduttive e falsate a sfavore di Pechino, come si vedrà meglio nelle prossime pagine) fornite dalla CIA e dal Fondo Monetario, la superpotenza – pacifica e non-imperialista – cinese superava di quasi il doppio il numero tre su scala planetaria in questo settore, il Giappone, con il suo PIL nominale equivalente nel 2010 ad “appena” 5.459 mld.

Se nel 2010 il PIL degli Stati Uniti era aumentato debolmente dell’1,5%, quello cinese risultava invece decollato di ben il 9,3%, riducendo ancora di più il gap nominale con gli USA; e mentre il prodotto interno di questi ultimi nel 2011 hanno raggiunto quota 15.000 miliardi, la Cina è invece arrivata sempre nel 2011 ad un PIL nominale di circa 7.200 miliardi fino a raggiungere, usando invece il moltiplicatore di 1,8 adottato dall’FMI/CIA per il criterio della parità del potere d’acquisto, quota 11.800 miliardi di dollari.

Tralasciando per ora altri fattori che verranno analizzati più avanti, come ad esempio il pauroso indebitamento statunitense rispetto alla Cina ed il livello tecnologico-scientifico, emerge subito che si tratta di due prodotti interni lordi assai superiori a quelli di tutti gli altri stati, a partire da quel Giappone, rimasto quasi al palo nel 2011 e con un PIL sempre vicino a quota 5.500 miliardi di dollari, solo la metà di quello cinese (a parità di potere d’acquisto) nello stesso anno di riferimento.

Per quanto riguarda inoltre il segmento del potenziale economico formato dalle risorse naturali, basti solo ricordare che nel 2010 gli USA erano il secondo produttore mondiale di petrolio dopo l’Arabia Saudita, e il secondo estrattore mondiale di carbone dopo la Cina; oltre al primato in tale campo, il gigante asiatico produce a sua volta ben il 93% delle “terre rare” utilizzate nel pianeta.

Passando agli altri cinque campi di forza, subordinati rispetto a quello economico ma in ogni caso di grande peso specifico e valore, va subito notato come il potenziale demografico cinese risultasse il primo al mondo, con 1.348.931.000 abitanti a metà del 2010 (escludendo Hong Kong e Macao), mentre gli Stati Uniti in questo campo rimanevano (dopo l’India) in numero tre a livello mondiale, seppur con meno di un quarto degli abitanti della Cina (310 milioni nel 2010).

In questo campo di forza, pertanto, Pechino risultava il numero uno mondiale, ed USA invece in terza posizione.

Rispetto al potere cognitivo, come si vedrà meglio nel corso del processo di confronto tra Cina e USA, queste ultime nazioni rispetto alla dinamica globale di acquisizione di informazioni e segreti risultano come minimo sensibilmente superiori ai loro più vicini concorrenti, Russia, Gran Bretagna ed Israele/Mossad, acquisendo pertanto i primi due posti in quest’altra “graduatoria” planetaria.

Consenso politico interno, e popolarità/charme rispetto ai nuclei dirigenti ed alle popolazioni delle altre nazioni?

Come si vedrà tra poche pagine, il nucleo dirigente ed il partito comunista cinese vantavano nel 2011 secondo le stesse fonti occidentali di sondaggio, un altissimo livello di consenso da parte della popolazione della gigantesca nazione asiatica (nove decimi), oltre ad un notevole grado di simpatia all’interno delle nazioni del cosiddetto “Terzo Mondo” e di paesi emergenti importanti quali Russia, Brasile e Sud Africa.

Dando ancora per acquisito il consenso di larga parte della popolazione statunitense al sistema capitalistico, almeno fino al futuro default del bilancio statale, anche in questo campo di forza “soft” (difficilmente valutabile con precisione) si può concludere con un ragionevole margine di sicurezza che Cina e Stati Uniti risultavano, alla fine del 2011, tra le prime potenze al mondo anche in questo campo di forza.

Forza militare? Sempre rimandando di poco un calcolo dettagliato, non solo ovviamente Stati Uniti e Cina fanno parte del ristretto “club nucleare” planetario (assieme a Russia, Gran Bretagna, Francia, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord), ma secondo quasi tutti gli analisti risultano rispettivamente la prima e la terza (dopo la Russia) potenza militare su scala mondiale.

E la capacità decisionale (autonoma, non etero diretta)? Se il nucleo dirigente cinese viene di regola considerato anche nel mondo occidentale, a partire almeno dall’inizio del 2008, uno dei migliori al mondo per abilità strategica e tattica nelle diverse sfere della politica interna ed internazionale, quella guidata da Obama ha dimostrato nel 2009/2011 di essere al massimo di livello mediocre e privo di “lampi” di genialità, a partire dal processo di direzione/controllo dei processi economico-finanziari interni.

Un serio elemento di debolezza per l’imperialismo statunitense, ma che va tuttavia rapportato con l’ancora più basso livello generale di direzione politica espresso negli ultimi tre anni dalle altre nazioni occidentali, incluso Giappone ed Israele, e che in ogni caso non può far dimenticare che all’inizio del 2012, prima del default prossimo venturo, gli USA risultano essere:

–        al 1° posto nel mondo per potenza militare;

–        al 1° posto per potenza economica, almeno ai valori nominali;

–        al 1° posto per capacità cognitiva-informativa, assieme alla Cina;

–        al 3° posto mondiale nel campo di forza demografica;

–        come minimo nei primi venti posti mondiali, per livello medio di fedeltà (attuale, prima di un possibile default) dei loro cittadini al sistema socioproduttivo e politico interno.

Dato che la Cina Popolare è invece:

–        al 1° posto mondiale per potenza demografica;

–        al 2° posto per potenza economica, almeno secondo l’ingannevole criterio nominale;

–        al 1° posto in termini di potenza cognitiva, approssimativamente pari a Washington;

–        ai primi posti mondiali, come minimo, sia per livello di consenso interno che per capacità direzione dell’élite dirigente, ed al terzo nel campo di potenza militare;

non si può non concludere che all’inizio del 2012 risultano esserci solo due (differenti, diverse) superpotenze mondiali, ben distinte per potenza d’urto globale dal secondo ed inferiore “livello” della scala di gerarchia internazionale.

Esso viene costituito dalle nazioni dotate innanzitutto di un notevole potenziale nel prioritario campo di forza produttivo, facendo parte della “top ten” nel PIL mondiale a parità di potere d’acquisto, oltre a essere munite di una forte massa d’urto in almeno due degli altri campi di forza operanti su scala planetaria.

Gli stati facenti attualmente parte del “secondo livello” gerarchico internazionale, più o meno allo stesso livello, risultano essere:

–        Russia;

–        Gran Bretagna;

–        India;

–        Francia;

–        Giappone;

–        Brasile;

–        Germania.

Partendo ovviamente dal (centrale) campo di potenza economico ed utilizzando il criterio della parità del potere d’acquisto per i rispettivi PIL del 2009, ritroviamo che:

–        il Giappone si posizionava al terzo posto mondiale, dopo Cina e Stati Uniti: con un PIL nominale per l’anno 2009 pari a 5.068 miliardi di dollari, e invece equivalente a “soli” 4.152 miliardi di dollari utilizzando il criterio della parità del potere d’acquisto secondo i calcoli del Fondo Monetario Internazionale[9];

–        l’India era invece collocata al quarto posto mondiale: con un PIL nominale equivalente per l’anno 2009 a “soli” 1.237 miliardi di dollari, ma invece pari a ben 3.615 miliardi utilizzando il criterio della parità potere d’acquisto[10];

–        la Germania risultava al quinto posto nel campo di forza economico, di poco staccata dall’India, con 3.316 miliardi di dollari di PIL;

–        a loro volta la Francia deteneva nel 2000 un PIL pari a 2.583 miliardi di dollari, mentre la Gran Bretagna arrivava fino a quota 2.247 miliardi;

–        la Russia esprimeva nell’anno di riferimento in via d’esame un PIL nominale pari a 1.231 miliardi, che si trasformava tuttavia in una somma globale di 2.116 miliardi sempre utilizzando il criterio della parità del potere d’acquisto;

–        il Brasile si trovava al nono posto della gerarchia economica internazionale, con un PIL giunto nel 2009 a circa 2.100 miliardi di dollari utilizzando il criterio della parità del potere d’acquisto.

Allarghiamo a questo punto lo spettro di valutazione.

La Russia rappresentava nel 2008/2011 la seconda potenza militare del globo, avendo ancora nei suoi arsenali ben 2.200 testate atomiche in stato d’allerta e migliaia di vettori di armi nucleari ivi compresi i bombardieri intercontinentali; l’erede del KGB, l’FSB (la cui denominazione attuale risale al 3 aprile del 1995), e il GRU (militare) vengono ancora adesso considerati partì fondamentali di una delle migliori e più estese strutture di servizi di raccolta d’informazi- one/infiltrazione del mondo; la popolazione della Russia, seppure in vistoso calo a partire dal 1991, risulta ancora pari a circa 140 milioni di persone ed è collocata al nono posto mondiale; il nucleo dirigente russo guidato da Putin ha ripreso una piena autonomia rispetto agli USA ed ha espresso una discreta capacità di elaborazione strategico-tattica, sia sul piano interno che internazionale.[11]

Anche se la base economica della formazione economico-sociale russa rimane relativamente debole, essa ha conservato ancora nel 2009 il settimo posto mondiale e mantiene il suo punto di forza nella gigantesca ricchezza di fonti energetiche e di materie prime che contraddistingue il gigantesco paese euroasiatico, a partire dalla regione siberiana; invece il vero “buco nero” della potenza russa è la debolezza del consenso popolare al sistema politico e sociale interno, oltre alle forti spinte secessionistiche interne.

La grande potenza economica accumulata via via dalla Germania si collegava sia al 15° posto da esso riportato su scala mondiale nel campo di potenza demografica, oltre al buon livello di direzione politica espressa dall’imperialismo negli anni compresi tra il 1989 ed il 2011, a partire dalla riconquista/ristrutturazione capitalistica dei territori facenti parte della ex-Repubblica Democratica Tedesca (RDT) e dalla riacquisizione di un ampio margine di autonomia rispetto alla superpotenza statunitense, a partire dal 1992 e dalla nascita dell’euro. Sul piano del consenso interno ed internazionale, il sistema capitalistico ed i suoi più importanti mandatari politici godono ancora in Germania di una salda popolarità, con la parziale eccezione della zona orientale che faceva parte della defunta RDT, mentre da tempo ormai il riemergere della potenza tedesca ha cessato di far paura in gran parte del globo, sia a livello d’élite che di massa.

Punti di debolezza, la scarsa potenza militare (anche per la mancata partecipazione al “club nucleare”) ed il livello appena mediocre dei servizi segreti interni.

Un processo di analisi largamente simile vale anche per il Giappone: non solo esso rappresenta la terza potenza economica del mondo e la decima in campo demografico (quasi 130 milioni di abitanti alla fine del 2008), ma il capitalismo di stato nipponico ed il suo involucro politico liberaldemocratico conservano ancora un alto grado di consenso tra la popolazione e la stessa classe operaia del paese, a dispetto di un serio radicamento del partito comunista giapponese (in media il 9% dei votanti).

Punti di debolezza: la limitata potenza militare (anche per la mancata partecipazione al “club nucleare”), il livello appena discreto dei servizi segreti interni e l’insufficiente grado di autonomia dei nuclei dirigenti nipponici rispetto al loro reale controllore, l’imperialismo statunitense (si pensi solo alla vicenda della base USA di Okinawa nel 2010/2011).

Per quanto riguarda Francia e Gran Bretagna, oltre a far parte della top ten economica mondiale esse hanno un notevole potenziale militare e fanno parte da almeno cinque decenni del ristretto “club nucleare”, mantengono e riproducono degli efficaci strumenti di acquisizione di informazioni e segreti (il famoso MT5 britannico e la DGSE francese) e risultano rispettivamente il secondo e terzo paese più popolati dell’Unione Europea, seguendo ad una certa distanza la Germania; a loro volta il sistema capitalistico ed il suo involucro politico liberaldemocratico conservano ancora, agli inizi del 2012, un alto livello di consenso tra la popolazione e la classe lavoratrice, nel caso francese specialmente dopo l’impressionante declino di consensi del partito comunista francese (che ancora alla fine degli anni Settanta godeva del consenso di circa un quinto degli elettori); il petrolio del Mar del Nord garantisce inoltre attualmente l’autosufficienza energetica della Gran Bretagna, dotata ancora di un potenziale e … finanziaria ben consolidata e di notevole potenza su scala mondiale.

Punti di debolezza principale di entrambe le nazioni: il notevole distacco in campo economico rispetto alla Germania e lo scarso livello di direzione politica espresso negli ultimi anni dai nuclei dirigenti di entrambe le nazioni, a partire dall’imbarazzante “élite” guidata da N. Sarkozy con il  suo sostanziale ripudio del gollismo, per alcuni decenni la carta significativa giocata sull’arena politica dalla borghesia francese (elementi a cui si aggiunge lo stato di coma del sistema produttivo britannico).

Rispetto all’India, va notato che oltre ad essere la quarta potenza economica mondiale essa risulta il secondo paese al mondo per potenziale demografico, staccando già nel 2008 di quasi quattro volte la popolazione statunitense; sul piano militare esso fa parte del “club nucleare” e rientra tra le prime sei potenze mondiali in questo campo di forza; i suoi servizi segreti sono di buon livello, mentre sul piano direzionale i nuclei dirigenti indiani hanno espresso un’abile politica tesa a sfruttare le vistose contraddizioni tra Cina e Stati Uniti, per ritagliarsi un ampio grado di autonomia e potere di pressione internazionale.

Punti di debolezza: l’enorme ed agghiacciante livello di povertà nelle campagne indiane, l’aumento demografico fuori controllo e potenzialmente esplosivo nei prossimi anni, un grado di consenso interno al capitalismo di stato (dei “compari”, con un altissimo livello di corruzione) che tra le masse rurali è come minimo assai limitato, fatto quasi solo di acquiescenza (parziale e temporanea) verso condizioni di vita materiali spesso sotto il livello di sopravvivenza.

A sua volta il Brasile coniuga l’appartenenza alla “top ten” economico mondiale con l’essere la quinta potenza geografica (più di 9 milioni di Km2) e demografica del pianeta (190 milioni di abitanti già nel 2009), e l’aver a disposizione enormi risorse naturali, si avvantaggiano anche di un alto livello di consenso interno per il nazionalismo (relativamente di matrice antistatunitense) espresso nell’ultimo decennio con notevole capacità strategiche dai nuclei dirigenti guidati prima da Lula da Silva, ed in seguito da Dilma Roussef.

Punti di debolezza: il Brasile non fa parte del “club nucleare” e non è ancora dotato di forze armate/servizi segreti di buon livello, per capacità operativa ed efficienza media.

Nel terzo “gradino” della gerarchia di potenza internazionale, possono essere collocate le potenze di medio livello con un buon livello di sviluppo economico e demografico, e un discreto potenziale militare non nucleare,  con l’eccezione israeliana.

Tra di esse rientrano anche Italia e Canada, a dispetto della loro appartenenza alla “top ten” planetaria per il PIL, vista:

–          la loro limitata autonomia politica nelle relazioni internazionali, rispetto al “Grande Fratello” statunitense;

–          la loro limitata accumulazione di potenza militare, oltre alla bassa capacità operativa dei rispettivi servizi segreti su scala internazionale;

–          la quasi totale mancanza di nuclei dirigenti politici almeno di discreto livello, sempre  rispetto alla politica internazionale;

–          nel caso canadese (ed ancora con più intensità, nel caso australiano) un potenziale demografico di mediocre livello: 34 milioni di abitanti nel 2010, che portano la nazione nordamericana solo al trentaseiesimo posto in questa particolare scala di potenza internazionale.

Proprio perché non facenti invece parte della “top ten” a livello economico-mondiale, vanno attualmente collocati tra le “medie potenze” anche un insieme di nazioni quali:

–          Sud Africa;

–          Nigeria;

–          Egitto;

–          Arabia Saudita;

 

–          Corea del Sud;

–          Iran;

–          Pakistan;

–          Indonesia;

–          Turchia;

–          Vietnam;

 

–          Messico;

–          Argentina;

–          Venezuela;

 

–          Australia;

–          Israele.

 

Si tratta di nazioni inserite di regola dentro i primi venticinque posti della graduatoria del PIL su scala mondiale, e con un numero di abitanti superiore i quaranta milioni. L’inserimento in via eccezionale di Israele nella terza fascia della gerarchia di potenza internazionale è giustificata dalle sue potenti carte, e cioè la sua pluridecennale appartenenza al “club nucleare” combinato agli enormi aiuti economici e militari che lo stato sionista riceve dalla sua fondazione dagli USA.

Nel caso dell’Arabia Saudita, la sua inclusione viene legittimata dall’essere in possesso da diversi atout, e cioè che Ryad risulta essere il principale paese esportatore di petrolio su scala mondiale, oltre che il detentore delle più grandi riserve di “oro nero” su scala planetaria, mentre l’Iran possiede “a sua volta” il “jolly” del possesso delle più grandi fonti di gas naturale del mondo dopo la Russia, pari a circa il 15% dell’intera quota mondiale, imitata sotto questo aspetto dalla “superpotenza energetica” (anche come riserve potenziali di petrolio e bituminosi) venezue- lana.[12]

Fermo restando che nel quarto e rimanente “scalino” della gerarchia di potenza internazionale fanno parte, con gradi decrescenti di potenza, tutte le altre 170 nazioni sovrane del pianeta (con “punte” assai avanzate per Cuba socialista, nel suo appeal e forza attrattiva ideologica verso i paesi dell’America Latina, e per la Corea del Nord sotto l’aspetto militar-nucleare), si può passare a questo punto ad un dettagliato processo di analisi delle due attuali superpotenze mondiali proprio partendo da un dato di fatto epocale, e cioè dal clamoroso “sorpasso” riportato dalla Cina Popolare proprio nel centrale e prioritario (dal 1945/57) campo di potenza economico.

Come si era già notato nel libro “Il ruggito del dragone”, già nel novembre del 2010 i mezzi di comunicazione annunciavano che la Cina si apprestava al grande sorpasso e, in due anni, potrebbe battere gli Stati Uniti affermandosi come prima economia al mondo: la previsione del Conference Board (un autorevole istituto di ricerche degli USA) indicava anche che l’economia cinese dovrebbe rappresentare ben un quarto (il 25%!) di quella globale di fronte al 15% degli USA, entro e non oltre il 2020.

Una notizia già eclatante di per sé, ma molto di più bolle in pentola.

“Non nel 2012, ma prima: nel corso del 2009 la Cina Popolare è già diventata la più grande potenza economica mondiale e il suo prodotto nazionale lordo (PNL) reale ha superato quello degli Stati Uniti. C’è ormai un nuovo “numero uno” a livello mondiale, in altri termini, dato che la Cina Socialista ha scavalcato senza alcun dubbio gli USA per massa di ricchezze reali prodotte, anche se rimane ancora molto indietro nel livello di produttività pro-capite: i mass media occidentali che straparlano di un futuro sorpasso economico della Cina sugli USA nel 2025, 2035 o 2050, semplicemente (e strumentalmente)… straparlano.

Passiamo ai dati di fatto: nel 2008 il PNL degli Stati Uniti era pari, a valori nominali e di mercato, a 14.204 miliardi di dollari secondo la Banca Mondiale, mentre anche i dati della CIA e dell’FMI su questo tema variano di pochissimo. Sempre nel 2008 l’ufficio Nazionale di statistica della Cina ha rilevato che il PNL della Cina risultava invece pari a 4.590 miliardi di dollari in base ai valori nominali di mercato.

Dal lato USA ben 14.200 miliardi di dollari, dal lato cinese circa 4.600 miliardi: sembra a prima vita che non ci sia storia nel confronto tra i due stati con gli USA, che superano la Cina di quasi tre volte, tenendo conto inoltre che la popolazione americana è inferiore di più di quattro volte di quella cinese.

Nel 2009 c’è stata una certa variazione, visto che nel 2009 il PNL degli USA nel migliore dei casi vedrà una caduta dell’1,5%: PNL USA, pari quindi a 14.000 miliardi di dollari a fine anno. Sempre nel 2009 il PNL della Cina è aumentato dell’8,7%: il PNL è pari quindi a circa 5.000 miliardi di dollari (4.560 mililardi + 8,7%). E allora, si potrebbe subito replicare? 14.000 miliardi di dollari sono sempre quasi tre volte più di 5.000 ed il dislivello tra i due stati in esame rimane ancora enorme, seppur in diminuzione: bel segreto, che ci avete propinato!

Tenete a mente 14.000 e 5.000 miliardi di dollari, come PNL a valori nominali delle due nazioni per il 2009, ed abbiate ancora pazienza.

Fino ad ora abbiamo parlato di prodotti nazionali lordi ai valori nominali, ma il punto essenziale è che tutti gli economisti, ivi compresi quelli occidentali e statunitensi, sono d’accordo già da alcuni decenni sul fatto che il processo di comparazione della potenza economica reale/PNL reale, tra due o più stati, deve sempre tener conto del criterio della parità di potere d’acquisto (PPA), con il suo effetto moltiplicatore/divisore sul PNL delle nazioni che vengono esaminate in modo combinato.

Il criterio della parità di potere d’acquisto riequilibra infatti il valore reale del PNL dei vari stati rispetto ai valori nominali dei loro PNL, in base appunto all’eventuale diversità dei prezzi nominali (e dei rispettivi poteri d’acquisto nominali) degli stessi beni/servizi prodotti dalle diverse nazioni: se un bene X costa ad esempio un dollaro nel paese A, e lo stesso bene X costa quattro dollari nel paese B, si deve riequilibrare lo scarto fasullo e fittizio di 4:1 tra la ricchezza prodotta dalle nazioni A e B.

Astraendo da mille fattori, supponiamo per assurdo che sia gli Stati Uniti che la Cina producano entrambi nello stesso anno solo ed esclusivamente un chilo di riso della stessa qualità, ma che negli Stati Uniti l’isolato chilo di riso venga venduto al prezzo nominale di 3,9 dollari, ed in Cina invece a un dollaro. Ai valori nominali, il PNL degli USA (che in tutto l’anno, nel caso assurdo ed esemplificativo proposto, è composto da un solo chilo di riso) risulterebbe maggiore di 3,9 volte rispetto a quello cinese, ma ai valori reali (anche la Cina produce, nello stesso anno, 1 chilo di riso della stessa qualità) tale superiorità nominale risulta fittizia e dovrebbe essere annullata appunto con il criterio della parità del potere d’acquisto reale.

Rimanendo al confronto tra PNL degli USA e quello della Cina Popolare, il coefficiente di riequilibrio utilizzato dalla CIA (sì, proprio dalla CIA di Langley nel suo World Factbook) e dall’FMI/Banca Mondiale, per misurare il potenziale economico globale cinese (a parità di potere d’acquisto) rispetto agli USA, risultava pari a 4,1 fino al 2002, e poi a 3,94 fino al 2005. Con quest’ultimo moltiplicatore, ad esempio, il PNL nominale cinese del 2005 veniva moltiplicato x 3,94: visto che a livello nominale il PNL cinese di quell’anno risultava pari a 2.680 miliardi di dollari, quest’ultima cifra moltiplicata per 3,94 portava il PNL reale di Pechino, calcolato dalla CIA in termini di parità di potere d’acquisto è diventato l’equivalente di circa 10.500 miliardi di dollari.

Torniamo ora al dato empirico del PNL cinese per il 2009, calcolato ai valori nominali, ed a quello degli USA nello stesso anno.

5.000 miliardi di dollari, il PNL cinese nel 2009.

14.000 miliardi di dollari, il PNL USA nel 2009.

Prendendo una calcolatrice si verifica facilmente che, se moltiplichiamo i 5.000 miliardi di dollari del PNL cinese 2009 (nominale) per il coefficiente di 3,94 (utilizzato dalla CIA, dall’FMI e dalla Banca Mondiale fino al 2005, per il PNL cinese), otteniamo inevitabilmente la notevole cifra di 19.700 miliardi di dollari nel 2009: e 19.700 miliardi di dollari sono sicuramente una cifra molto più alta di quei 14.000 miliardi di dollari, che esprimono la ricchezza globale ed il PNL statunitense nel corso del 2009.

19.700 miliardi (Cina Popolare) contro 14.000 (Stati Uniti): nel 2009 il sorpasso su scala mondiale è avvenuto senza alcuna ombra di dubbio, utilizzando proprio il coefficiente di moltiplicazione – targato CIA, lo ripetiamo volutamente – pari a 3,94 ed utilizzato nel processo di ricalibrazione.

Non solo: la Cina avrebbe scavalcato nel 2009 gli Stati Uniti, per quanto riguarda il PNL a parità di potere d’acquisto, anche utilizzando un moltiplicatore pari a 2,81 (5.000 x 2,81  = 14.050).

Certo, si potrà obiettare, i calcoli numerici sembrano inequivocabili: ma allora perché nessuno parla di questo “supersegreto” in giro per il mondo?

Per una semplice ragione: a partire dal 2006, CIA, FMI e Banca Mondiale hanno fatto crollare senza alcuna spiegazione ragionevole il coefficiente usato per il PNL cinese, per il suo calcolo  a PPA, dal 3,94 sopracitato fino a …1,85, dimezzandolo senza alcun motivo plausibile.

Con il nuovo coefficiente creato dalla CIA dopo il 2006, il PNL cinese del 2009 risulta pertanto pari a “soli” 9.250 miliardi di dollari, cifra ancora sensiblmente inferiore ai 14.000 del PNL USA.

Secondo il coefficiente 3,94 utilizzato dalla CIA, FMI e Banca Mondiale fino al 2006, pertanto, lo storico sorpasso cinese si sarebbe verificato sicuramente nel 2009 (ed anche nel 2008…); invece, secondo il nuovo coefficiente 1,85, nessun sorpasso di Pechino su Washington nel 2009 e per quasi un altro decennio, con tutta probabilità.

D’accordo: ma perché ritenere valido il criterio della CIA del 2004/2006, e non invece il nuovo criterio adottato da Langley nel 2007/2009?

Per molti e validi motivi.

–          Nel 2006/2007 non è successo niente di sconvolgente, sia nell’economia cinese sia in quella statunitense: nessun nuovo (e grave) fenomeno oggettivo che spiegasse l’enorme riduzione del coefficiente da 3,94 a 1,85.

–          La CIA, il FMI e la Banca Mondiale non hanno inoltre fornito alcun elemento concreto, per giustificare la legittimità del passaggio del coefficiente da 3,94 a 1,85.

–          Passare da 3,94 a 1,85 non costituisce certo una lieve modifica, come quella invece effettuata dalla CIA e dall’FMI nel 2003, già riducendo il coefficiente usato per il PNL cinese da 4,5 a 3,94: si tratta di un vero e proprio dimezzamento e di un enorme salto di qualità in negativo.

–          Un chilo di riso, una macchina, un elettrodomestico non costano in Cina solo due volte meno che negli Stati Uniti, anche a Shanghai o Pechino. E il riso cinese equivale di regola a quello statunitense, gli elettrodomestici di Pechino sono di regola come quelli di New York (e spesso vengono esportati a New York, Los Angeles, ecc.): pertanto il coefficiente di 3,94, anche a prima vista, risulta più credibile del “nuovo” equivalente a 1,85. Ancora nel 2005 T. Fishman notava che secondo gli stessi esperti statunitensi “in Cina, con un dollaro si compra all’incirca quello che a Indianapolis si acquista con 4,70 dollari”.

–          Nel 2005 in Cina venivano prodotti solo sei milioni di veicoli, contro i circa 12 milioni degli Stati Uniti. Nel 2009 gli USA hanno prodotto 9 milioni di veicoli, la Cina invece ha superato quota 13 milioni di veicoli usciti dalle sue fabbriche.

–          Ogni anno in Cina vengono costruiti due miliardi di metri quadrati di nuove abitazioni, metà circa dell’intera produzione mondiale e molto più che negli Stati Uniti anche in termini di indotto, di impianti elettrici ed idraulici, piastrellature, ecc.

–          Già nel 2003 la Cina deteneva il primato mondiale nella produzione mondiale di acciaio, cemento, articoli di abbigliamento, cotone, carbone, oro e zinco.

–          Nel 2008 la Cina Popolare aveva prodotto 528,5 milioni di tonnellate di cereali, mentre gli USA erano rimasti a circa tre quarti di tale cifra.

–          Nel 2009 la capacità energetica globale installata in Cina toccava 860 GW e si avvicinava al dato degli USA, a dispetto del pauroso spreco di benzina/energia che avviene in America ogni anno per il trasporto su autoveicoli.

–          Già nel 2004 la Cina era leader mondiale nella produzione di TV, computer, lettori CD e DVD, condizionatori, piccoli elettrodomestici e cellulari.

–          Secondo le proiezioni contenute nel rapporto del 2007 del World Energy Outlook, era già previsto il sorpasso della Cina sugli USA entro il 2010 in termini di consumi di energia primaria.

–          Già nel 2004, secondo Lester Brown vi erano in Cina una volta e mezza più televisori che nel “concorrente” americano e quasi tre volte più cellulari.

–          Nel giugno 2009 gli utenti di Internet in Cina erano pari a 338 milioni, molto di più dei circa 240 milioni di internauti statunitensi, mentre nelle aree rurali più di 155 milioni di contadini cinesi ormai usano Internet grazie al telefonino. Alla fine del 2009 gli internauti cinesi erano saliti fino a quota 384 milioni.

–          Nel 2009 la Cina è diventata il leader delle esportazioni mondiali, scavalcando (di poco) la Germania e di molto gli USA.

Lo storico sorpasso della Cina (prevalentemente) socialista rispetto al capitalismo (di stato) degli USA costituisce ormai una realtà attuale e molto sgradevole per la borghesia mondiale, mentre diversa risulta invece la situazione rispetto alla produttività pro-capite della forza-lavoro cinese, ancora globalmente inferiore di circa quattro volte a quella statunitense, anche a causa della gigantesca popolazione rurale tuttora esistente in Cina.

In ogni caso, il fenomeno più clamoroso sta nel fatto che il sorpasso non avverrà tra due o tre decenni, come prevedono con spudorata falsa coscienza i massmedia occidentali e la CIA, ma che esso si è invece trasformato in un pesante dato di fatto dei nostri giorni, con evidenti ricadute sui rapporti di forza mondiali sia a livello economico che politico. Proprio in tale sottoprodotto politico-economico, del resto, sta la ragione del cambiamento radicale nel coefficiente di riequilibrio, operato nel 2006: anche a Langley sanno contare (e modificare i calcoli…), sanno prevedere come “cambiare le carte in tavola” quando fa loro comodo.

Comodo anche perché il processo di trasformazione dei rapporti di forza economici su scala planetaria è continuato  nel 2010, come tra l’altro dimostra concretamente:

–           il fatto che in Cina, proprio nel 2010, si sono venduti 18 milioni di autoveicoli (e quasi 14 milioni di auto per passeggeri) contro i circa 12 milioni degli Stati Uniti;

–          il fatto che nell’ottobre del 2010, gli esperti americani hanno ammesso che in quel momento il più veloce supercomputer al mondo era diventato il cinese Tianhe-1 A;

–          il fatto per cui, sempre nel 2010, la Cina abbia raggiunto ormai gli Stati Uniti anche nel campo dell’energia rinnovabile già installata;

–          la domanda di cellulari in Cina ha superato nel 2010 la richiesta globale di tutte le altre nazioni del pianeta;

–          il fenomeno concreto della riforestazione: persino lo statunitense Al Gore ha riconosciuto che, da alcuni anni, la Cina da sola pianta due volte e mezza la quantità di alberi installati dall’uomo in tutto il resto del globo;

–          il numero di internauti in Cina, saliti nel novembre 2010 fino all’astronomica quota di 450 milioni di utenti e pari a quasi il doppio di quelli statunitensi.

Ma forse basta notare che, sempre nel 2010, il PNL cinese è aumentato del 10%, mentre quello statunitense invece è cresciuto solo attorno al 3%: cifre inequivocabili, che parlano da sole…

Il sorpasso cinese rispetto agli Stati Uniti emerge ormai persino non tenendo conto del (decisivo) criterio della parità del potere d’acquisto. Infatti alcuni organi di informazione occidentali sono stati costretti a pubblicare, il 14 marzo 2011, la notizia per cui “la Cina supera gli Stati Uniti e diventa nel 2010 la prima potenza manifatturiera del mondo. È quanto emerge da uno studio di Global Insight, secondo il quale la produzione manifatturiera cinese ha rappresentato il 19,9% di quella mondiale nel 2010 a fronte del 19,4% statunitense. Il valore della produzione manifatturiera cinese è balzato a 1995 miliardi di dollari (+12,3%) a fronte dei 1952 miliardi di dollari dell’America (+6,6%).»[13]

Sempre rispetto al campo di potenza economica, si è già accennato alla riproduzione di un profondo differenziale di sviluppo tra l’economia (prevalentemente socialista) cinese e quello statunitense anche nel 2011:

Cina: + 9,3%

Stati Uniti: + 1,5%

Il sorpasso cinese sugli Stati Uniti, nel centrale aspetto economico, si è ancora fatto più vistoso che nel biennio 2009/2010.

Sul fronte della tecnologia civile, il gap ancora esistente in questo sotto-campo di forza tra Cina e Stati Uniti si sta riducendo con molta rapidità. Come ha notato l’autorevole «Royal Society britannica nel marzo del 2011, la Cina supererà gli Stati Uniti in campo scientifico verso il 2013 (“China to overtake US scienze in two years”, in www.bbc.co.uk).

Un’analisi sulle ricerche pubblicate, una delle misure chiave per misurare il livello di progresso e di produzione scientifica delle diverse nazioni, ha mostrato infatti che nel 1996 gli USA avevano pubblicato 292.513 ricerche scientifiche, ben dieci volte più della Cina Popolare ferma a 25474 studi pubblicati.

Ma già nel 2008 la situazione risultava profondamente cambiata. Se le ricerche pubblicate negli Stati Uniti avevano raggiunto in quell’anno quota 316.317, quelle cinesi erano aumentate di ben sette volte raggiungendo quota 184.080, permettendo già in quell’anno alla Cina il sorpasso sulla Gran Bretagna e l’acquisizione della posizione di “numero due” su scala planetaria in un settore strategico per il processo produttivo globale: e la dinamica sta continuando in questi ultimi tre anni, tanto da far prevedere all’istituto britannico l’ottenimento del primato mondiale da parte della Cina ed il suo sorpasso sugli Usa entro il 2013, in quello che essi reputano un importante “barometro della capacità di un paese di competere sulla scena mondiale”.

Non è un risultato che cade dal cielo, ma il sottoprodotto del fatto che la spesa totale cinese per la ricerca scientifica è cresciuta ogni anno di ben il 20% dal 1999 fino ad oggi e che già nel solo 2006, nel giro di un solo anno, si erano laureati nelle università cinesi addirittura un milione e mezzo di studenti in facoltà scientifiche e ingegneria, assai più di tutti gli abitanti di Milano, neonati e bambini inclusi.»[14]

In gran parte dei segmenti dell’high-tech civile,  la Cina ha ormai quasi raggiunto il livello di sviluppo tecnologico e scientifico degli USA, a partire dall’esplorazione spaziale e dal settore dei supercomputer, della genetica e della quantistica fino ad arrivare alle nanotecnologie, ai superconduttori ed alla produzione di energia rinnovabile, in particolar modo solare.[15]

Il lieve svantaggio cinese nel campo della supertecnologia civile viene comunque abbondantemente compensato da un out-out formidabile in mano al gigantesco paese asiatico, e che riguarda proprio il suo rapporto con gli Stati Uniti: e cioè il fenomeno straordinario per cui Pechino risulta da alcuni anni, e di gran lunga, il principale creditore internazionale dell’indebitatissimo e declinante imperialismo statunitense.

Ancora alla fine di luglio del 2011, la Cina Popolare deteneva titoli di stato americani per un (enorme, gigantesco) valore quasi pari a 1.200 miliardi di dollari, superando di 1/3 il secondo creditore straniero di Washington, il Giappone: a tale somma vanno aggiunte le centinaia di miliardi di dollari di crediti vantati dalla Cina verso i sopracitati Fannie Mae e Freddie Mac, per cui Pechino ottenne (non a caso) già nell’autunno del 2008 la garanzia diretta della Federal Reserve.[16]

Come aveva chiesto in modo retorico H. Clinton nell’agosto del 2011 ad un giornalista, “lei darebbe fastidio al suo banchiere di riferimento” (cinese)? Ormai l’asimmetria di potenza tra il creditore (cinese) ed il debitore (statunitense) si sta facendo via via sempre più vistoso ed importante, determinando un continuo sviluppo del potere di condizionamento reale, concreto, visibile di Pechino rispetto al declinante “Titanic-USA”: il borghesissimo Sole 24Ore aveva ammesso con tristezza nell’agosto del 2011 che il problema “del condizionamento dei grandi creditori” (si legga Cina, principalmente) “nei confronti del resto del mondo” (si legga Stati Uniti, principalmente) “è ormai diventato gigantesco”.[17]

Parole sacrosante, ma a questo punto bisogna passare al processo di focalizzazione di una seconda componente dell’hard-power, costituita dalla potenza militare e militar-tecnologica: fattore di forza di regola prioritario prima del 1948/57 e che, ancora all’inizio del terzo millennio, mantiene un suo rilevante peso specifico, seppur subordinato per le ragioni suddette al nuovo “numero uno”, costituito dal campo di potenza economica inteso in senso ampio.

 

 



[1] C. Pinzani, “Da Roosevelt a Gorbaciov”, p. 54, Ed. Ponte alle Grazie

[2] Op. cit, p. 233

[3] Op. cit., pp. 59 e 209

[4] Op. cit., p. 169

[5] Op. cit., p. 233

[6] P. Kennedy, “Ascesa e declino delle grandi potenze”, p. 219, Ed. Garzanti

[7] “Se il grande traditore impone il silenzio”, Sole 24Ore, 20 agosto 2011

[8] P. Kennedy, “Ascesa e declino delle grandi potenze”, p. 20, Ed. Einaudi

[9] “Confronto tra il PIL nominale e PIL (PPA)”, in it.wikipedia.org; dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale nel 2009

[10] Op. cit.

[11] H. Nizamam, “Stati Uniti, Russia e il controllo delle armi nucleari”, 9/04/2010, in www.medarabnews.com

[12] G. Rampoldi, “I giacimenti del potere”, p. 116, Ed. Mondadori

[13] M. Leoni e R. Sidoli, “Cina, Stati Uniti: il sorpasso” in “Il ruggito del dragone”, pp. 169-176, Ed. Aurora

[14] M. Leoni e R. Sidoli, “La Cina sorpasserà gli USA nella scienza nel 2013”, in www.lacinarossa.net, maggio 2011

[15] M. Leoni e R. Sidoli, “La Cina al primo posto nell’energia pulita”, in www.lacinarossa.net, maggio 2011

[16] Pitagora, “E se fosse la Cina a finanziare il nostro debito”, 13/08/2011, in www.ilmanifesto.it

[17] “Se il grande creditore impone il silenzio”, op. cit.


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