Prefazione

Prefazione

Il presupposto fondamentale, il nucleo delle previsioni da cui si sviluppa il nostro processo di analisi è che al massimo entro il 2014 il deficit pubblico degli USA risulterà insostenibile ed ingestibile, per la borghesia statunitense ed i suoi variegati mandatari politici.

Vi sono tre possibili/principali soluzioni alternative al default USA:

–          Guerra mondiale scatenata dagli USA.

–          Guerra civile negli USA.

–          Ipotesi Hong Kong, un compromesso planetario in cui gli USA accettino forzatamente una nuova configurazione dei rapporti di forza mondiale.

Una previsione (verificabile/falsificabile dalla futura pratica sociale) che, se corretta e veritiera, anticipa il dispiegarsi di conseguenze di portata planetaria e gigantesche per il genere umano.

La natura e la tendenza principale di tale sconvolgimento epocale dipenderanno infatti in ultima analisi solo dalla praxis collettiva, in primo luogo politico-sociale.

Fantapolitica, fantaeconomia? Forniamo innanzitutto alcuni dati, alcuni giudizi e alcune osservazioni in merito.

“Il debito pubblico americano è un porto sicuro proprio come lo fu Pearl Harbor nel 1941” (N. Ferguson, storico anticomunista, Financial Times, 13/02/2010).

Secondo S&P le società avranno bisogno di 30 trilioni di dollari per rifinanziare i bond in scadenza e i prestiti erogati nel periodo pre-crisi (le società europee contano per il 30%), cui si aggiungeranno altri 13-16 trilioni di nuovi capitali che serviranno a finanziare la crescita. Un conto da 46 trilioni di dollari che rischia di sbilanciare ulteriormente gli equilibri economici mondiali.

Agli Stati Uniti, infatti, serviranno 8,6 trilioni di rifinanziamenti, mentre sulla crescita verranno investiti poco meno di tre trilioni, così come in Europa dove per la crescita verranno spesi meno di 2,3 trilioni. Ancora peggio il Giappone: 5,5 trilioni per i debiti in scadenza e neppure uno per l’economia. (www.repubblica.it 10 maggio 2012).

Gli USA dal luglio del 2011 a fine ottobre, in soli quattro mesi hanno aumentato il loro debito pubblico di 800 miliardi di dollari sfondando quota 15.000 miliardi. Di questo passo le previsioni di arrivare a 23.000 miliardi nel 2020 saranno abbondantemente superate. Obama si dice preoccupato per la situazione debitoria europea io gli consiglio di guardare in casa sua. Guardate il grafico: non serve un economista per capire che la situazione è fuori controllo e che sta peggiorando a vista d’occhio”. “Debito americano”, 17 novembre 2011, gasalasco.blogspot.com.

Il 12 gennaio 2012, il governo statunitense chiedeva l’innalzamento del tetto del debito pubblico da 15.194 a 16.394 miliardi di dollari, mentre al 12 gennaio il deficit USA era ormai arrivato a quota 15.090.

In un editoriale denuncia sul Wall Street Journal del 29 marzo 2012, Lawrence Goodman, un ex funzionario del Tesoro che al momento presiede il Centro di Stabilità Finanziaria, riferisce che la banca  entrale americana ha comprato sinora il 61% del debito degli Stati Uniti, avvertendo di tutti i pericoli di un tale comportamento.

“L’anno scorso la Fed ha comprato un impressionante somma, pari al 61% del debito emesso dal Tesoro, in rialzo anche rispetto ai livelli della crisi subprime nel 2008”, si legge nell’articolo.

La maggiore economia mondiale dei mercati “rischiano di subire una correzione improvvisa e decisa” se le cose non vengono riportate alla “normalità”.

“Questa situazione non fa che creare la falsa illusione di una domanda senza limiti per il debito USA, ma soprattutto nasconde l’urgenza di ridurre i deficit fiscali di dimensioni spropositate”. (www.finanzaonline.com)

N. Roubini, intervista del 19 agosto 2011 al Wall Street Journal: “Karl Marx aveva ragione. Ad un certo punto, il capitalismo può autodistruggersi”. (Karl Marx, “Il Capitale”, libro terzo, cap. 15, par. terza: “il vero limite della produzione capitalistica è proprio il capitale”.)

Ron Paul, senatore repubblicano del Texas e candidato alla presidenza degli Stati Uniti, 19 luglio del 2011: “quando una nazione è indebitata al livello in cui noi” (gli Stati Uniti) “ci siamo indebitati, la nazione fa sempre bancarotta. Noi andremo in default perché il debito è insostenibile”.

Il Manifesto, 13/9/2011: “il Financial Times ha rivelato che il ministro Tremonti ha chiesto a Lu Eiji, amministratore della China Investment Corp, di acquistare BOT e CCT” italiani.

Allan Sinai, economista statunitense, 27 giugno  del 2011: “se entro la fine del 2012 il debito pubblico degli USA continuerà a crescere a questo ritmo insostenibile, può scatenarsi una nuova crisi finanziaria: ad un certo punto gli investitori smetteranno di comprare prima i titoli di Stato e poi le azioni USA”.

Bill Gross, marzo 2011: “il debito complessivo degli USA” (ivi compreso famiglie e aziende) “è pari a 75 trilioni di dollari”, cinque volte il prodotto interno lordo americano.

Barack Obama, 16 luglio 2011: “intesa sul debito” (statale degli USA) “o sarà l’Armageddon”.

N. Roubini, 5/9/2010: “gli USA hanno finito le munizioni” per evitare un double-dip, una seconda recessione ravvicinata dopo quella del 2008/2009.

N. Roubini, 5 agosto 2011: “gli Stati Uniti hanno il 50% di probabilità di finire di nuovo in una recessione”.

D. Bianco, stratega azionario della Merrill Linch, agosto 2011: “il rischio di un’altra recessione” (dopo quella del 2008/2009) “è aumentata fino all’80%”.

K. Rogoff, economista, 5 agosto 2011: “la crisi? Chiamatela la Grande Contrazione… L’espressione “Grande Recessione” da l’impressione che l’“economia” (statunitense ed occidentale) “stia assumendo il profilo di una tipica recessione, anche se un po’ più severa – qualcosa come un influenza molto brutta… Tuttavia il vero problema è che l’economia mondiale si è eccessivamente indebitata, e non c’è alcuna via di scampo veloce senza un piano per trasferire ricchezza dai creditori ai debitori, tramite dei default (= bancarotte del debito statale, “sovrano”)” o delle depressioni finanziare, o utilizzando l’inflazione.

La prima “Grande Contrazione naturalmente fu la Grande Depressione” (degli anni Trenta) “come rilevato da Anna Schwarz e dall’ultimo Milton Friedman. La contrazione si manifesta colpendo non solo la produzione e l’occupazione, come in una normale recessione, ma anche debito e credito, e con il deleveraging” (processo di riduzione della leva finanziaria, a partire dal deficit di bilancio statale) “che tipicamente si completa in parecchi anni”.

Il presidente dell’agenzia di rating cinese Dagong, Guan Jianzhong, il 6 agosto del 2011 a sua volta ha rilevato che già dalla metà del 2011 gli Stati Uniti sarebbero ormai assai vicini al default. Gli USA “continuano a contare sul diritto di emettere dollari per mantenere una continuità nel rapporto fra debitore e creditore, ma alla fine – immagina il presidente Guan Jianzhong – il biglietto verde verrà abbandonato ed allora gli Stati Uniti non potranno più chiedere prestiti. E quel che è peggio, le banconote in circolazione diventeranno cartastraccia”. Uno scenario apocalittico: se le previsioni di questo signore fossero realistiche, la crisi del 1929 sarebbe Disneyland al confronto. Gli USA, infatti, sono un centro finanziario globale. “Un crollo del sistema americano – avverte ancora Guan – si trasmetterebbe istantaneamente a tutto il mondo”. (Liberazione, 07/08/2011).

J. Stieglitz, 8 agosto 2011: a suo avviso, con l’accordo teso ad evitare il default tecnico nell’agosto del 2011, “il presidente Barack Obama ha accettato una strategia squilibrata per la riduzione del debito, senza aumenti delle tasse, nemmeno per i milionari che tanto bene se la sono passata durante gli ultimi vent’anni, e nemmeno eliminando le regalìe fiscali alle compagnie petrolifere, che minano l’efficienza economica e contribuiscono al degrado ambientale.

Gli ottimisti affermano che l’impatto macroeconomico dell’accordo per innalzare il tetto all’indebitamento e impedire il default sarà limitato sul breve termine, all’incirca 25  miliardi di tagli alle spese per l’anno entrante. Ma la riduzione dell’imposta sul libro paga (che metteva oltre 100 miliardi di dollari nelle tasche dei cittadini americani) non è stata rinnovata e sicuramente le imprese, in previsione degli effetti contrattivi del mancato rinnovo di questa misura, saranno ancora più riluttanti a prestare.

La stessa fine delle misure di stimolo produce effetti contrattivi. E con il prezzo delle case che continua a calare, la crescita che arranca e la disoccupazione che rimane ostinatamente alta (un americano in cerca di lavoro su sei non riesce a trovare un impiego a tempo pieno), quello che serve – anche per riportare in ordine i conti pubblici – sono altri stimoli di bilancio, non l’austerity. Il fattore che può concorrere a far lievitare il deficit è il calo del gettito fiscale provocato dal cattivo andamento dell’economia: il rimedio migliore sarebbe tornare a far crescere l’occupazione. Il recente accordo sul debito è una mossa nella direzione sbagliata”.

N. Roubini,  25/09/2011: è diventato ancor più pessimista da quando tre settimane fa dava il 60% di probabilità per una nuova recessione degli USA entro il 2012. Business Day ha riportato che, nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Johannesburg il 20 di settembre, Roubini ora è convinto che: “gli Stati Uniti sono già in recessione anche se non l’ammetteranno mai”, e che il resto del mondo non sarà isolato dagli effetti di un altro collasso globale.

Ma c’è una ragione in più che ha fatto guadagnare a Roubini il soprannome di “Dr. Doom”, quando ha fatto una previsione ancora più clamorosa, affermando che ci saranno proteste anche nella più grande economia planetaria.

“C’è una  sempre maggiore disuguaglianza in tutto il mondo (…). Se si dovesse entrare in un’altra recessione, ci saranno rivolte negli Stati Uniti”.

In un’intervista rilasciata a CNBC, Soros crede che gli Stati Uniti sono già in una seconda recessione e che “alcune nazioni più piccole della zona euro potranno fare default e lasciare la moneta unica.”

Intervista a R. Petrini, 14 novembre 2011 “nel dicembre del 2009 il New York Times, citando un analista di Moody’s, avvertiva che nel 2012 sarebbe venuta a scadenza una valanga di titoli e aggiungeva una sua previsione: “ci travolgerà”. Infatti oltre ai debiti pubblici ci saranno da rinnovare una montagna di bond che sono stati emessi prima della crisi del 2007 quando la liquidità scorreva abbondante: di solito hanno 5-7 anni di scadenza, dunque eccoci al capolinea, con il rischio che al loro rinnovo, quei bond si rivelino nient’altro che junk bond. Poi ci sono le obbligazioni bancarie e quelle delle aziende private emesse per far fronte ad acquisizioni ed operazioni di salvataggio”.

Il Financial Times, citando fonti di mercato, ha lanciato una stima del controvalore nominale del portafoglio dei titoli a rischio detenuti dall’istituto. Se il calcolo risultasse esatto, JP Morgan avrebbe a bilancio titoli potenzialmente tossici per 100 miliardi di dollari. (Matteo Cavallitto, il Fatto Quotidiano, 22 maggio 2012)

Le alternative?

“Ipotesi default: modello Argentina? Islanda? O Grecia? Forse può essere ipotizzabile quello che è avvenuto in paesi disastrati come l’Argentina o assai piccoli come l’Islanda. Ma già il fallimento selettivo della Grecia, che fa parte dell’euro, sta presentando molti più problemi di quanto si pensasse: non è facile cancellarla con un tratto di penna. Basta sfogliare l’ultimo rapporto del CER (Centro Europeo Ricerche) per rendersene conto. L’unica ipotesi che resta è quella di far comprare i titoli pubblici alle banche centrali”.

Non lo farà mai nessuno.

“Ed invece lo stanno già facendo”.

 

 


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