Capitolo Primo

Natura, lavoro sociale e LEU

La Natura, intesa sia in qualità di materia inorganica (dalle stelle ai quark) che come materia organica extraumana, tra le sue innumerevoli proprietà esprime anche quella di far parte a pieno titolo ed in qualità di co-protagonista del processo economico umano, anche se in modo totalmente incoscente.

La prima LEU riguardo infatti il rapporto dialettico, allo stesso tempo costante e necessario, che si riproduce da alcuni milioni di anni tra la specie umana, fin dai suoi albori, e la Natura: quest’ultima eroga continuamente quantità gigantesche di valori d’uso, di ricchezze materiali al genere umano (= causa) che li utilizza in forme assai variabili sia attraverso il suo lavoro sociale che con il semplice consumo fisiologico, come nel caso dell’aria (= effetto).

In altri termini, la materia ( a partire dal sole, dalle piante e dalla loro sintesi clorofilliana) non solo da milioni di anni assicura le precondizioni fondamentali per la stessa esistenza della specie umana, ma costituisce la causa unica della creazione delle ricchezze/valori d’uso utilizzati dall’uomo senza lavoro (aria, acqua, fotosintesi clorofilliana, terre vergini, ecc.), oltre che una concausa assai importante per lo stesso processo di creazione dei valori d’uso generati e “rimescolati” dall’uomo con la sua praxis produttiva, a partire dalla terra e dall’acqua. Anche solo adoperando le materie prime fornite dal mondo inorganico, il lavoro sociale umano non si svolge mai senza l’“assistenza” gratuita di Madre Natura, anche se ovviamente il genere umano paga il prezzo dell’erogazione di energie per le attività produttive in termini di fatica, attenzione, stress, ecc.

La prima LEU, pertanto, rileva l’erogazione costante e necessarie di valori d’uso produttivi da parte della natura del genere umano, usufruiti da quest’ultimo a volte senza lavoro (= VUGN, valori d’uso gratuiti/naturali) o viceversa attraverso il lavoro sociale (VUPU, valori d’uso prodotti dall’uomo).

La ricchezza globale umana, pertanto, risulta eguale a VUGN + VUPU, mentre a loro volta queste due categorie materiali entrano a far parte di una sorta di prodotto interno lordo “verde”, visto che il legame dialettico Uomo-Natura si rivela anche di carattere economico e produttivo, con la materia extra-umana che si presenta ininterrottamente nella veste di “madre della ricchezza”, collegata ovviamente in modo indissolubile con il “padre” l’esistenza bisociale e l’attività produttiva umana. La Natura crea costantemente e gratuitamente masse gigantesche di valori d’uso e di ricchezze naturali (causa), in una dinamica che influisce in modo necessario e determinante sul processo produttivo umano (= effetto), il quale a sua volta retroagisce sulla causa trasformando (nel paleolitico, in modo quasi impercettibile) la stessa materia extra-umana formando una sorta di effetto di retro-azione sulla causa.

Caro Moro, avevi compreso perfettamente (anche se purtroppo non elaborato sotto forme generali) l’esistenza e l’importanza della prima LEU, quando nella tua splendida “Critica del Programma di Gotha” del 1875 sottolineasti che “il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è la fonte dei valori d’uso (e in questo consiste la ricchezza effettiva!) altrettanto quanto il lavoro, che esso stesso, è soltanto la manifestazione di una forza naturale, la forza-lavoro umana. Quella frase si trova in tutti i sillabari, e intanto giusto in quanto è sottinteso che il lavoro si esplica con i mezzi e con gli oggetti che si convengono. Ma un programma socialista non deve indulgere a tali espressioni borghesi facendo le condizioni che solo danno loro un senso. E il lavoro dell’uomo diventa fonte di valori d’uso, e quindi anche di ricchezze, in quanto l’uomo entra preventivamente in rapporto, come proprietario, con la natura, fonte prima di tutti i mezzi e oggetti di lavoro,  e la tratta come cosa che gli appartiene. I borghesi hanno i loro buoni motivi per attribuire al lavoro una forza creatrice soprannaturale; perché dalle condizioni naturali del lavoro ne  consegue che l’uomo, il quale non ha altra proprietà all’infuori della sua forza-lavoro, deve essere, in tutte le condizioni di società e di civiltà, lo schiavo di quegli uomini che si sono resi proprietari delle condizioni materiali del lavoro. Egli può lavorare solo col loro permesso, e quindi può vivere solo col loro permesso”.[1]

La Natura risulta pertanto a tuo avviso “madre” della ricchezza almeno quanto il lavoro (che è del resto a sua volta espressione di una forza naturale) e la natura ci da valori d’uso, che assumono peraltro rilevanza solo in quanto essi si colleghino dialetticamente alla praxis sociale umana. Se la specie umana sparisse interamente, è ovvio che la Natura continuerebbe a riprodursi  ma senza produrre valori d’uso per il “caro estinto” umano; d’altro canto, ancora nel 1844 e nei tuoi Manoscritti economici-filosofici, caro Marx, sottolineavi che “l’operaio non può produrre nulla senza la natura, senza il mondo esterno sensibile”.

La tesi di Marx (e, a cascata, l’esistenza della prima LEU) corrisponde alla pratica sociale e risulta veritiera?

La risposta è sicuramente positiva, visto che la Natura produce costantemente valori d’uso gratuiti e preziosi per l’attività economica umana, oltre che indispensabili per assicurare le precondizioni dell’esistenza umana, a partire dalla (vitale) aria, indispensabile per le reazioni chimiche.

Il ricercatore S. Borso ha sottolineato ad esempio che “i servizi” (l’imput economico) “degli ecosistemi costituiscono quei benefici della specie umana riceve dal funzionamento stesso degli ecosistemi.

Si tratta di servizi che:

  1. Provvedono alla fornitura dei prodotti utilizzati dalla specie umana quale cibo, acqua, combustibile, fibre, sostanze biochimiche, medicine naturali, risorse ornamentali.
  2. Regolano i processi degli ecosistemi fornendo importanti benefici quali il mantenimento della qualità dell’aria, la regolazione del clima, il controllo dell’erosione, la regolazione delle malattie umane, la regolazione del ciclo idrico, la purificazione dell’acqua ed il trattamento degli scarti, il controllo biologico e l’impollinazione.
  3. Sono necessari per la produzione per gli altri servizi degli ecosistemi, e quindi svolgono un ruolo di supporto, quali la formazione del suolo, il ciclo dei nutrienti e la produzione primaria”.[2]

Ma non solo. I più infaticabili “produttori diretti” del nostro pianeta sono costituiti da quelle innumerevoli piante fotosintetiche, che compiono il più importante processo di riduzione biologica di energia sulla superficie terrestre, attraverso il quale da un lato assorbono l’energia luminosa (proveniente quasi sempre dal Sole) che convertendola in energia chimica potenziale, mentre simultaneamente e partendo da composti inorganici e semplici (anidride carbonica ed acqua) formano anche le sostanze organiche essenziali, a partire dai glucidi, che a loro volta costituiscono i “mattoni” e i composti basilari della materia vivente, sia vegetale che animale.

Si tratta del vitale processo naturale della fotosintesi clorofilliana, attraverso il quale le “piante verdi” garantiscono costantemente l’autoriproduzione continua del primo livello (essenziale e fondamentale) della vita nel nostro pianeta, compiendo un “lavoro” immane, costante e decisivo proprio per la riproduzione della vita, ivi compresa quella umana.

Proprio riferendosi a tale processo, il grande scienziato sovietico I. Vernodski sottolineò che se la vita terrestre/biosfera risulta una creazione della luce e polvere stellare (condensatasi ad alte temperature), a sua volta la materia vivente si manifesta principalmente attraverso l’accumulazione/trasporto di energia chimica derivata dai raggi solari da parte degli organismi terrestri, che operano (e trasformano) incessantemente nella biosfera.[3]

Inoltre l’energia solare che perviene giornalmente sul nostro pianeta non costituisce solo la condizione primaria di esistenza della vita sulla terra, ma anche (e di gran lunga) la principale fonte energetica esistente nel nostro pianeta, risultando pari – secondo i calcoli più prudenti – a circa 50 milioni di GW all’ora, massa a sua volta equivalente a circa 10.000 volte la potenza complessiva erogata in media ogni ora (5000 GW) dalle fonti energetiche riprodotte dall’uomo. Una sezione crescente, seppur ancora assolutamente insufficiente, di questa superenergia viene tra l’altro utilizzata da alcuni decenni in modo diretto dalla praxis umana attraverso gli impianti solari, come del resto avvenne per l’energia eolica e l’energia idrica, fin dal tempo dalla costruzione dei primi mulini ad acqua ed a vento.

Visto che il processo di erogazione di luce/energia da parte del Sole continuerà almeno per i prossimi due miliardi di anni, le discutibili tesi di N. Georgescu-Roegen sull’applicazione all’economia umana del secondo principio della termodinamica e la correlata previsione della tendenziale,  ma inevitabile diminuzione di energia nel futuro del genere umano risultano pertanto calcoli anticipati di appena… due miliardi di anni, senza poi tener conto del potente fenomeno derivante dal processo di fusione termonucleare, già ora realizzato in laboratorio dagli scienziati umani.[4]

A loro volta la terra e l’acqua sono state correttamente considerate da te, compagno Marx,  anche in qualità di “oggetti generali del lavoro umano” e spesso non “filtrati” da quest’ultimo, come il “pesce, che viene preso e separato dal suo elemento vitale, l’acqua, il legname che viene abbattuto nella foresta vergine, il minerale che viene strappato dalla sua vena”: oggetti di lavoro che forniscono assieme un valore d’uso enorme e gratuito al genere, a disposizione della sua (onerosa e costosa) praxis produttiva.[5]

Rientrano in questa categoria di “oggetti del lavoro umano”, almeno da alcuni secoli, anche i combustibili fossili, e cioè combustili derivanti dalla trasformazione sviluppatisi in milioni di anni di sostanza organica, spinta sotto terra nel corso di lontane ere geologiche (tali sostanze organiche rappresentano a loro volta l’accumulo di energia solare da parte delle piante attraverso il sopracitato processo di fotosintesi clorofilliana): in tale categoria rientrano beni e valori d’uso ben conosciuti, quali il carbone,  il gas naturale ed il petrolio.

Una triade a cui inoltre si uniscono le numerosissime materie prime (e valori d’uso) che la Natura mette gratuitamente a disposizione della praxis produttiva umana, partendo dalla selce e dalle pietre utilizzate fin da 2.200.000 anni fa dall’Homo Habilis, per costruire i suoi primi e rozzi chopper, fino ad arrivare all’uranio ed alle preziose “terre rare” (gallio, coltan, ecc.) che permettono di costruire cellulari e sistemi satellitari, nell’era contemporanea.

Anche se l’elenco potrebbe essere allungato in modo assai sensibile, comprendendo ad esempio gli animali domestici/selvatici, si può a questo punto passare alla prima delle domande della “Sfinge” economica, e cioè se la LEU in oggetto si sia manifestata concretamente anche nel comunismo primitivo del paleolitico e nelle (splendide) società collettivistiche del neolitico, a partire dalla protocittà “rossa” di Gerico dell’8500 a.C.

La risposta risulta fin troppo facile, se si prendono in esame:

–          la pietra, la selce, le ossa usate per costruire gli strumenti produttivi nel paleolitico;

–          la legna adoperata per creare bastoni e armi, oltre che per produrre fuoco;

–          gli animali selvatici via via cacciati dalla nostra specie;

–          le piante selvatiche rese sempre più commestibili per il consumo umano, a partire dalla rivoluzione neolitica e dai cereali;

–          gli animali divenuti oggetti del processo di domesticazione, a partire dal lupo/cane;

–          i pesci;

–          la terra ed acqua;

–          la frutta, tuberi, verdure, bacche, cereali selvatici, ecc.;

–          gli oceani, corsi d’acqua e maree usati come supporti per l’attività umana di trasporto.[6]

Anche nel paleolitico, inoltre, aria/vento e fotosintesi clorofilliana assicurarono sicuramente le precondizioni materiali indispensabili per la riproduzione sociobiologico dei nostri lontani antenati, al pari della preziosa acqua, dotata non a caso di un alto valore simbolico tra le popolazioni preistoriche.

“L’acqua è una risorsa dalla quale dipende la vita di tutti gli esseri viventi e del pianeta. Probabilmente è tale consapevolezza che ha portato numerosi popoli del passato come del presente a ritenerla sacra, a percepirla come dono divino e/o bene comune, da preservare e usare con rispetto. Tale visione riguardava tutti gli elementi della natura di cui l’essere umano si sentiva parte.  Fin dal paleolitico, le comunità umane svilupparono rispetto e profonda spiritualità nei confronti della natura e si presero cura del creato (Boff, 2002). In seguito le culture autoctone, sulla base di un senso di gratitudine verso la Terra, hanno creato saggezze millenarie su come vivere in armonia con la natura. La Terra è considerata la Madre con la quale l’essere umano come singolo e, soprattutto, come comunità instaura un legame profondo. Il sentimento di base è quello secondo cui è l’uomo ad appartenere alla Terra e non viceversa.

Nello specifico, l’acqua è uno degli elementi centrali e comuni alla maggior parte delle culture – dall’antico Egitto ai popoli nomadi del Maghreb e delle aree desertiche della penisola arabica, alle popolazioni animiste dell’Africa centro-meridionale, agli aborigeni australiani, agli indiani delle Americhe (dagli Irochesi ai maya, dagli inca ai quechua) – per le quali aveva e ha un alto valore simbolico, essendo un elemento essenziale non solo alla vita fisica ma anche a quella sociale e spirituale. Non a caso, fin dall’antichità le fonti erano luoghi privilegiati dove si credeva si manifestasse la divinità e l’acqua era elemento centrale di rituali e cerimonie.[7]

Superata facilmente la prima soglia di verifica sull’esistenza (preistorica) della LEU in via d’esposizione, si può passare alla previsione delle linee di sviluppo della futura società comunista-sviluppata, segnata dalla regola distribuita della gratuità e del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Anche in questo (piacevole) scenario futuro, la Natura continuerà sicuramente ad erogare al  genere umano come minimo oggetti di consumo in qualità di:

–          luce solare;

–          materie prime;

–          terra/acqua;

–          trizio e deuterio per la fusione termonucleare.

Inoltre anche la futura agricoltura comunista utilizzerà la condizione-base della catena alimentare fornita dalla fotosintesi clorofilliana, e cioè la germogliazione spontanea dei cereali e dei prodotti alimentari, la produzione di latte e uova da parte degli animali domesticati (salvo in caso di vittoria futura delle tesi vegane) e gli altri doni forniti dalla “Madre” delle ricchezze sociali per il diretto consumo fisiologico umano, come nel caso di aria/vento.

Per quanto riguarda il terzo quesito della “Sfinge”, riguardante la presenza della LEU in via d’esposizione all’interno delle società classiste, la risposta della praxis storica tra il 3700 a.C. (formazione della prima teocrazia sumera e del modo di produzione asiatico) e l’inizio del nostro terzo millennio è inequivocabile. Nei sei millenni presi in esame, le diverse classi dominanti sul piano socioproduttivo non solo hanno via via impiegato la forza-lavoro subordinata anche per adoperare (e spesso trasformare in valore di scambio) i valori d’uso forniti dalla materia extraumana, tanto che è continuato senza soste (con forme e quantità diverse d’uso socio-produttivo) il flusso costante e gratuito di valori d’uso di origine extraumana, lavorati dalla pratica sociale, ma sono anche aumentati rispetto al paleolitico i doni della Natura che sono passati da elementi potenziali a real, concreti valori d’uso nel processo produttivo umano.

Per rimanere al solo campo energetico, basta pensare all’impiego:

–          dell’acqua come forza motrice nei mulini ad acqua;

–          del vento e dei mulini a vento;

–          del carbone (per riscaldamento/fusione di metalli);

–          del vapore e della macchina a vapore;

–          dell’elettricità e del magnetismo (motore elettrico);

–          degli idrocarburi, partendo ovviamente dal petrolio;

–          dell’uranio e della fissione atomica, con le prime centrali nucleari.

Ma non solo: all’interno del tardo capitalismo la natura si è trasformata nell’oggetto di una nuova strategia di accumulazione del capitale mediante le cosiddette “merci ecologiche”, divenute negli ultimi tre decenni parte organica di un nuovo e lucroso settore di attività della borghesia.

“L’idea dei crediti per l’inquinamento è comparsa per la prima volta negli anni Settanta, ma solo negli anni Ottanta è emerso un primo modello per questi fiorenti mercati delle merci ecologiche sotto forma di scambi “debito-per-natura”. Questi mercati hanno visto la partecipazione di varie organizzazioni non governative,  banche, governi e agenzie internazionali come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, oltre che dei governi debitori. Una porzione del debito nazionale veniva condonata se i paesi debitori – quasi tutti del Sud del mondo – accettavano di preservare varie aree di terreno “naturale”. Essi sono stati presto surclassati per finalità e complessità, e il modello si è diffuso. Negli USA, il Clean Air Act  del 1990, una revisione della legge del 1972, è stato uno spartiacque nella regolamentazione della capitalizzazione della natura.

Oggi le merci ecologiche più note sono probabilmente quelle prodotte dai programmi di riduzione delle emissioni di carbonio. Il loro obiettivo dichiarato è rallentare o ridurre il riscaldamento globale, e funzionano in modo analogo ai crediti delle zone umide: per assorbire il biossido di carbonio dell’atmosfera i proprietari di terre forestale (generalmente nei paesi tropicali  più poveri) vengono pagati per non disboscarle, mentre i grandi inquinatori dei paesi industrializzati possono acquistare questi crediti per continuare a inquinare. Nella primavera del 2006, i crediti del biossido di carbonio in Europa sono stati venduti sul mercato a 30 euro la tonnellata, anche l’instabilità del prezzo di questa nuova merce ha rapidamente presentato il conto. I mercati basati sui crediti hanno fatto la loro comparsa anche per molte altre merci legate all’ecologia: crediti per la biodiversità, per la pesca, per l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, per gli uccelli rari, e così via. Una società della Georgia, l’International Paper, sta riproducendo in terreni di sua proprietà un picchio a rischio di estinzione, il red-chockaded, i cui crediti hanno un valore di mercato di 100.000 dollari. In questo modo l’International Paper per riguadagnare in futuro 250.000 dollari per ciascun credito.”[8]

In estrema sintesi, senza Natura… nessuna sopravvivenza possibile per il genere umano.

Senza Natura, impossibilità per la nostra specie di produrre e consumare.

Un’obiezione che si può muovere alla prima LEU è che essa sembra funzionare solo fino a quando il genere umano stazionerà sul suo pianeta d’origine, la Terra.

Ma anche se tutta la nostra specie, in un futuro estremamente remoto, si trasferisse integralmente su un altro pianeta, nella nostra nuova “casa” inizierebbe di nuovo ad operare a nostro favore il processo di erogazione costante/gratuito di valori d’uso da parte della nuova stella di riferimento (luce ed energia) e del nuovo pianeta occupato (terra, acqua, materia prime, ecc.), consentendo alla praxis umana un nuovo utilizzo produttivo nei loro confronti.

Solo se la totalità del genere umano, per scelta o forzatamente dovesse ripararsi su gigantesche stazioni spaziali autosufficienti (l’equivalente  dell’“Arca di Noè”) per sempre e senza via di fuga, cesserebbe in gran parte il legame e la polarità dialettica di matrice produttiva che contraddistingue Natura e Uomo da milioni di anni, mentre resterebbe solo la contemplazione (non-economica) delle stelle dell’Universo. Ma di solito il “viaggiatore” riesce a trovare una nuova “casa” avendo a disposizione sufficiente tempo, risorse materiali/tecnologiche e conoscenze/informazioni: ed anche nel caso ipotetico che questo fenomeno non si verificasse, la struttura delle future stazioni spaziali sarebbe in ogni caso fatta di metallo… di origine terrestre/di altri pianeti, non permettendo pertanto di spezzare del tutto il legame tra Uomo e Natura.

Per quanto riguarda il processo di calcolo della massa di valore d’uso fornita gratuitamente/costantemente dalla Natura al genere umano dopo, questa risulta in termini di costo-lavoro più che enorme, e prima del 1957 addirittura d’ordine infinito.

Si può infatti calcolare in modo approssimativo il valore d’uso della ricchezza fornita dalla Natura all’uomo, proprio valutando quanto lavoro umano costerebbe il processo di riproduzione delle condizioni di vita autosufficienti per tutti gli esseri umani, proprio calcolando quanto lavoro servirebbe per riprodurre i sottoprodotti della “coppia Sole/Terra” (aria, acqua, spazio/terra, energia e luce compresi, ovviamente) in modo artificiale e a favore di tutto il genere umano, come avviene attualmente sul nostro pianeta. In altri termini, quanto costerebbe in termini economici salvarci come specie se la Terra/Sole sparissero, quanto costerebbe creare una nuova “Arca di Noè” spaziale per tutti noi?

Con il livello di sviluppo scientifico-tecnologico esistente prima del 1957/71, prima della messa in orbita del primo Sputnik e soprattutto prima della geniale costruzione delle stazioni orbitali sovietiche Saljut (ed in seguito della Mir), tale valore-lavoro risultava di valore infinito, perché il genere umano non era ancora assolutamente in grado di compiere tale opera di “riproduzione” e di ricreazione artificiale delle condizioni di vita minimali neanche per un uomo, neanche per un giorno o un solo secondo.

Ma la situazione iniziò a cambiare con la costruzione da parte sovietica delle prime “case nelle stelle”, seguendo un indicazione del geniale scienziato sovietico K. Tsiolkovsky (1857-1935) per cui la Terra è la culla dell’umanità, ma non si può vivere nella culla per sempre.

Dopo i primi lanci in orbita delle stazioni spaziali Saljut (1971-82); dopo la costruzione della Mir (1985) e della nuova Stazione Spaziale Internazionale (SSI) a partire dal 1998, tale impresa titanica inizia a diventare (almeno in parte) quasi possibile, almeno nei prossimi decenni.

Supponiamo:

–          che l’attuale SSI diventi a breve totalmente autosufficiente, sul piano alimentare ed energetico (purtroppo non lo è ancora);

–          che l’attuale SSI possa contenere sette persone (attualmente la capienza massima risulta di sei astronauti);

–          che essa possa già ora riprodursi/ripararsi costantemente e senza intervento terrestre (la durata della SSI potrà arrivare invece al massimo fino la 2030);

–          che si possa concentrare il prodotto lordo mondiale solo per tale impresa;

–          che si abbia a disposizione tre decenni di tempo a tale scopo.[9]

Passando da questi dati ipotetici alla realtà attuale, risulta che il costo della SSI sia attorno ai 100 miliardi euro dal 1998 al 2030, circa 3,3 miliardi di euro all’anno. Dividendo tale somma per sette astronauti, otteniamo il costo monetario di 471 milioni di euro per ciascun cosmonauta (esborso astronomico, certo, ma sul lungo periodo utilissimo per l’umanità: è controproducente “,puntare tutto” su un unico pianeta che purtroppo può essere sempre coinvolto in catastrofi disastrose, a partire dall’impatto di meteoriti).

A questo punto moltiplichiamo 471 milioni di euro per sette miliardi, l’equivalente approssimativo della popolazione mondiale nel 2012: si ottiene pertanto la somma astronomica annua di 3,3 miliardi di miliardi di euro, circa sessantamila  (60.000) volte in più del Pil mondiale del 2012, stimato pari a 50.000 miliardi di euro, somma tra l’altro da impiegare per tre decenni a tale scopo.

In altri termini, servirebbe un Pil mondiale ben sessantamila volte più grande dell’attuale per creare un’“Arca di Noè” collettiva per tutti gli esseri umani: per di più sempre presupponendo una sua autosufficienza materiale a partire dal campo energetico ed alimentare, attualmente ancora inesistente, oltre all’impossibile concentrazione della ricchezza globale solo a tal fine, per ben tre decenni.

I progetti di grandi “case spaziali”, come quello ideato dal professore G. O’Neill dell’università di Princeton, prevedono del resto costi enormi. “Probabilmente per realizzare grandissimi insediamenti bisognerà attendere che lo sfruttamento delle risorse lunari permetta di disporre di materiali che possano essere portati nello spazio a costi molto bassi, ad esempio mediante lanciatori elettromagnetici, a meno che il costo di satellizzazione si riduca di ordini di grandezza rispetto all’attuale. Island 1 è un progetto per una sfera di 460 m. di diametro, in grado di ospitare circa 10.000 abitanti, con un vero ecosistema interno con i suoi parchi, fiumi, abitazioni private, centri sportivi e quanto altro può servire per rendere la vita simile a quella degli abitanti della Terra. Essa dovrebbe essere posizionata in uno dei punti di Lagrange stabili, posti sull’orbita della Luna”[10]

Tornando alla formula iniziale, si può concludere pertanto che attualmente che il valore d’uso dei VUGN (valori d’uso gratuiti e naturali, forniti dalla materia extra-umana) risulta enormemente superiore a VUPU, ai valori d’uso prodotti dall’uomo con la sua praxis produttiva collegata costantemente all’apporto della Natura, “limitato” (si fa per dire…) all’apporto gratuito e costante di materie prime e fonti energetiche, di “oggetti del lavoro”.

In un futuro ancora lontano, che interesserà lontani stadi di sviluppo della società comunista sviluppata, la situazione in questo campo cambierà radicalmente, quando e se la società umana riuscirà almeno ad arrivare tra un paio di secoli al livello 1° di civiltà previsto dalla “scala di Kardashev”, formulata dall’omonimo scienziato sovietico negli anni Sessanta dello scorso secolo.

“Le civiltà di tipo I sono quelle che hanno imparato a sfruttare le fonti di energia planetarie. Il loro consumo di energia può essere misurato con precisione: per definizione, esse sono in grado di utilizzare tutta l’energia solare che giunge sul loro pianeta, ossia 1016 watt. Con una tale quantità di energia, esse potrebbero controllare o modificare il clima, deviare gli uragani, o costruire città sull’oceano. Civiltà di questo tipo sono padrone assolute del loro pianeta.

Una civiltà di tipo II ha esaurito l’energia di un singolo pianeta, e ha imparato a sfruttare tutta la potenza di una stella (vale a dire più o meno 1026 Watt). Civiltà di questo tipo potrebbero anche essere capaci di controllare i brillamenti solari e di far accendere nuove stelle.

Un civiltà di tipo III ha esaurito la potenza disponibile in un singolo sistema solare, e ha colonizzato una vasta porzione della propria galassia. Una civiltà di questo tipo è in grado di utilizzare l’energia generata da 10 miliardi di stelle, ovvero all’incirca 1036 watt.

Ogni tipo di civiltà differisce dal tipo inferiore per un fattore 10 miliardi: in altre parole, una civiltà di tipo III, che è capace di sfruttare l’energia di miliardi di sistemi stellari, ha a disposizione un energia 10 miliardi di volte maggiore di quella a disposizione di una civiltà di tipo II; questa, a sua volta, utilizza energia 10 miliardi di volte superiore a quella di una civiltà di tipo I. per quanto possa sembrare astronomico il divario che separa i vari tipi di civiltà, è possibile stimare il tempo che servirebbe per dare vita a una civiltà di tipo III. Facciamo l’ipotesi chele emissioni energetiche di una civiltà crescano ogni anno di un modesto modesto 2 o 3 percento (è un ipotesi plausibile, dato che la crescita economica che può essere stimata in maniera ragionevole, è legata direttamente al consumo di energia: al crescere dell’economia cresce il suo fabbisogno energetico. Dal momento che la crescita del prodotto interno lordo, o PIL, di molte nazione è compresa tra l’uomo e il due per cento all’anno, possiamo attenderci che il loro consumo energetico cresca più o meno allo stesso modo).

Con un tasso di crescita così basso, possiamo stimare da 100 a 200 anni il tempo necessario alla nostra civiltà per raggiungere lo status di tipo I, ci vorranno approssimativamente da 1000 a 5000 anni per diventare una civiltà di tipo II e forse da 100.000 a 500.000 anni per arrivare al di tipo III. Su una scala simile, la nostra civiltà attuale può essere definita di tipo O, dato che l’energia viene ricavata da piante morte (petrolio e carburante). Persino il controllo di un uragano, il cui potenziale energetico è pari a quello di centinaia di bombe atomiche, va al di la delle nostre capacità tecnologiche”.[11]

Prospettive future di portata eccezionale, sempre se (se…) riusciremo ad evitare il rischio dell’autodistruzione nucleare avviando entro i prossimi decenni il processo di transizione al socialismo su scala mondiale.

Del resto la praxis produttiva via via trasforma i risultati impossibili di ieri nella realtà di oggi, domani o del futuro meno ravvicinato: basti pensare che ancora nel 1926 uno scienziato inglese, A. W. Bickerton, scriveva che “l’idea stupida di sparare verso la Luna è un esempio dell’assurdo a cui un eccessiva specializzazione porta gli scienziati”.

Visto lo Sputnik del 1957, Gagarin e le missioni Apollo, risulta assurda la previsione “azzardata” di Tsiolkovsky che l’uomo avrebbe prima o poi raggiunto lo spazio cosmico, o viceversa l’analisi “realista” di Bickerton nel 1926?[12]

La seconda LEU riguarda invece il carattere indispensabile (costantemente e necessariamente indispensabile) del lavoro sociale umano sia per il processo di riproduzione sociobiologica del genere umano, (oggetti di consumo) che per la creazione/conservazione dei mezzi di produzione fissi e delle condizioni della produzione non logorate da una sola forma di appropriazione, come avviene ad esempio per i mezzi di comunicazione, le dighe, ecc.

Causa=lavoro sociale, suo effetto=produzione degli oggetti di consumo umano (ivi compresi i mezzi di produzione) e derivata riproduzione sociobiologica del genere umano, oltre che delle sue opere di lunga durata: questo è il nesso dialettico immediato, la polarità di opposti della seconda LEU.

Sotto questo aspetto, caro Moro, avevi notato quasi all’inizio del primo libro del Capitale (cap. primo, par. secondo) che “quindi il lavoro, come formatore di valori d’uso, come lavoro utile, è una condizione d’esistenza dell’uomo, indipendente da tutte le forme di società, è una necessità eterna della natura, che ha la funzione di mediare il ricambio organico fra uomo e natura, cioè la vita degli uomini.”

Già in quell’occasione, pertanto, avevi fatto notare che, il lavoro è “una necessità eterna” (alias LEU) per l’uomo, e non diventa certo tua responsabilità il fatto che i tuoi seguaci non abbiano sviluppato la traccia ed il “sentiero” da te indicato.

Sempre nel primo libro del Capitale, avevi sottolineato come il lavoro costituisca in ogni caso un “processo che si svolge tra l’uomo e la natura”. Un processo costante e necessario “nel quale l’uomo per mezzo della propria azione produce, regola e controlla il ricambio organico fra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale una fra le potenze della natura, alla materialità della natura. Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corporeità, braccia e gambe, mani e testa, per appropriarsi i materiali della natura in forma usabile per la propria vita. Operando mediante tale moto sulla natura fuori di sè e cambiandola, egli cambia allo stesso tempo la natura sua propria. Sviluppa la facoltà che in questa sono assopite e assoggetta il giuoco delle loro forze al proprio potere”.[13]

Nello stesso paragrafo avevi ancora sottolineato che “il processo lavorativo, come l’abbiamo esposto nei suoi movimenti semplici e astratti, è attività finalistica per la produzione di valori d’uso; appropriazione degli elementi naturali per i bisogni umani; condizione generale del ricambio organico fra uomo e natura; condizione naturale esterna della vita umana; quindi è indipendente da ogni forma di tale vita, e anzi è comune egualmente a tutte le forme di società della vita umana”.[14]

Il lavoro risulta pertanto “comune egualmente a tutte le forme di società della vita umana”, e cioè con i suoi proteiformi effetti crea una LEU, nella nostra terminologia. Nella tua celebre lettera e L. Kugelmann dell’11 luglio del 1868, inoltre, avevi ribadito con forza che “il cianciare sulla necessità di dimostrare il concetto di valore è fondato solo sulla più completa ignoranza, sia della cosa di cui si tratta, sia del metodo della scienza. Che sospendendo il  lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa. E ogni bambino sa pure che la quantità di prodotti, corrispondenti ai diversi bisogni, richiedono quantità diverse, e quantitativamente definite, del lavoro sociale complessivo. Che questa necessità della distribuzione del lavoro sociale in proporzioni definite, non è affatto dalla forma definita della produzione sociale, ma solo può cambiare il suo modo di apparire, è self-evident (di per se evidente). Le leggi di natura non possono mai essere annullate. Ciò che può mutare in condizioni storiche diverse non è che la forma in cui questa distribuzione proporzionale del lavoro si afferma, in una data situazione sociale nella quale la connessione del lavoro sociale si fa valere come scambio privato dei prodotti individuali del lavoro, è appunto il valore di scambio di questi prodotti”.

Come si dimostra concretamente la legge marxiana dell’indispensabilità del lavoro sociale ai fini della riproduzione sociobiologica di specie?

Il 17 marzo del 1883, proprio F. Engels pronunciò un discorso in ricordo di Karl Marx, in cui l’amico fraterno del “Moro” sottolineò che Marx aveva “scoperto la legge dello sviluppo della storia umana, cioè il fatto elementare, sinora nascosto sotto l’orpello ideologico, che gli uomini devono innanzitutto mangiare, bere, avere un tetto e vestirsi, prima di occuparsi di politica, di scienza, d’arte, di religione, ecc”.

Per vivere l’uomo deve inevitabilmente consumare e disporre di determinati oggetti d’uso quali cibo, vestiario, abitazioni, e tali oggetti non vengono sicuramente prodotti dal cielo né trasportati da Babbo Natale nel luogo di consumo dato volta per volta: consumate pertanto le riserve e le scorte di genere di consumo (ma anch’esse costituiscono sempre il frutto di lavoro umano precedente, accumulato e cristallizzato nelle scorte/riserve), senza processo lavorativo il genere umano semplicemente si estinguerebbe e commetterebbe un suicidio di massa. Restando solo sul fronte e della produzione di mezzi di consumo (settore B), immaginiamo un mondo ancora abitato da esseri umani che tuttavia decidano concordemente di non lavorare, creando una sorta di sciopero generale planetario, senza eccezioni né crumiraggio, per il periodo di almeno due anni.

Riusciremmo a mangiare, dopo un anno, tredici mesi, ecc.?

Le scorte alimentari del globo risultavano pari a circa 430 milioni di tonnellate nel 2011 rispetto ad un fabbisogno globale di circa 2 miliardi di tonnellate, risultando quindi sufficiente solo per tre/quattro mesi di impiego; finite le scorte, arriverebbe in ogni caso inevitabilmente la carestia assoluta e con i nuovi raccolti agricoli annientati dall’assenza totale di semina/cura/raccolta, sempre in presenza dello sciopero generale della forza lavoro del pianeta.[15]

Inoltre, dopo circa un anno, anche nelle nazioni più ricche del globo i mezzi di consumo durevoli inizierebbero a mancare, a partire dagli elettrodomestici, computer, cellulari e televisioni. Mezzi di consumo che, è appena il caso di sottolinearlo, in ogni caso non potrebbero funzionare per l’assenza di energia, come del resto le automobili per mancanza di benzina: anche il settore A, destinato alla produzione di mezzi di produzione, in assenza di forza-lavoro umana non potrebbe svolgere il suo compito produttivo indispensabile, di supporto e precondizione materiale (=energia, cemento, acciaio, legname, ecc.) per l’attività del “settore B” del processo produttivo.

Per quanto riguarda invece beni durevoli come le abitazioni e le condizioni generali della produzione, la situazione non sarebbe migliore. Immaginiamo infatti:

–          acquedotti non controllati…;

–          fognature lasciate andare in malora…;

–          abitazioni non curate, pulite e ristrutturate quotidianamente…;

–          sistemi di comunicazione non puliti/riparati…;

–          ospedali non operanti…;

–          dighe abbandonate al loro destino…

E via degradando a ritmo accelerato la qualità della vita con conseguenze devastanti, con la sola eccezione del settore scolastico: la disastrosa rivoluzione culturale cinese è servita almeno a dimostrare come una società possa sopravvivere per qualche anno, anche se con un declino progressivo nel settore scientifico-tecnologico, senza scuole e processo educativo di livello superiore.[16]

Trasferendo l’attenzione ai mezzi sociali di produzione, sono facili da prevedere le conseguenze rispetto agli altiforni a ciclo continuo di un blocco totale della produzione, che vanificherebbe per alcuni mesi qualunque tentativo di riprendere il processo produttivo. Più in generale, Marx con la solita acutezza hai notato che “una macchina che non serve nel processo lavorativo è inutile, e inoltre cade in preda alla forza distruttiva del ricambio organico naturale. Il ferro arrugginisce, il legno marcisce. Refe non tessuto o non usato in lavori a maglia, è cotone sciupato. Queste cose debbono essere afferrate dal lavoro vivo, che le evochi dal regno dei morti, le trasformi, da valori d’uso possibili soltanto, in valori d’uso reali e operanti”.[17]

Nei Grundrisse, caro Moro, avevi giustamente notato che “la natura non costruisce macchine, locomotive, ferrovie, telegrafi elettrici, telai meccanici”: si può aggiungere a questo punto che oltre a non riparare “macchine, locomotive, ecc.”, la materia si impegna costantemente a logorare, usurare, rendere meno efficienti tutti gli strumenti di produzione, attraverso le sue innumerevoli manifestazioni concrete, siano esse formate dalla materia inorganica o da quella organica.

Il ricercatore A. Weismann, nel suo eccellente libro “Il mondo senza di noi” ha esteso a sua volta il raggio d’azione temporale dello “sciopero generale planetario” descrivendo le conseguenze del dilagare della “forza distruttiva del ricambio organico naturale” (Marx) in assenza del suo antagonista e della sua controtendenza principale, il lavoro sociale umano, proprio immaginando la Terra senza gli uomini per un periodo plurisecolare.

“Il giorno dopo la scomparsa degli umani, la natura prende sopravvento e comincia immediata-mente a far pulizia in casa, o meglio, a far pulizia delle case. Le spazza via dalla faccia della Terra. Tutte.

Se siete proprietari della vostra abitazione, sapevate già che era solo questione di tempo, ma facevate fatica ad ammetterlo, anche quando l’erosione attaccava impietosa, a cominciare dai vostri risparmi. Quando vi hanno detto quanto sarebbe costata la vostra casa, nessuno ha accennato a quanto avreste speso per evitare che la natura se ne rimpossessasse prima della banca.

Anche se vivete un lotto di terreno postmoderno, snaturato, dove pesanti macchinari hanno triturato il paesaggio costringendolo a sottomettersi, rimpiazzando la riottosa flora indigena con un obbediente tappeto erboso e una vegetazione uniforme, e lastricando gli acquitrini nel santo nome della lotta alle zanzare, anche in questo caso, sapete che la natura non si è lasciata intimidire. Per quanto abbiate ermeticamente sigillato l’interno per regolare la temperatura e difendervi dalle intemperie, le spore invisibili penetrano lo stesso, dando origine a improvvise esplosioni di muffa orribile quando la vedete, peggio quando non la vedete, perché è nascosta dietro una parete tinteggiata e fa scorpacciate di cartongesso o fa marcire i montanti in legno e i travetti del pavimento. O magari siete stati colonizzati da termiti, formiche, scarafaggi, calabroni o da qualche piccolo mammifero.

Ma soprattutto siete assediati da quella che in altri contesti è la base stessa della vita: l’acqua. Vuole sempre entrare.

Dopo la nostra scomparsa, la vendetta della natura sulla nostra tronfia superiorità meccanizzata inizia per mezzo dell’acqua. A cominciare dagli edifici con struttura in legno, la tecnica di costruzione più usata per le abitazioni nel mondo sviluppato. E a partire dal soffitto, probabilmente in asfalto o in scandole di ardesia, garantite per durare due o tre decenni ma quella garanzia non valeva per la zona intorno alla canna fumaria, dove si aprono le prime crepe. Quando la scossalina si separa sotto l’effetto della pioggia incessante, l’acqua s’infiltra sotto le scandole. Impregna le tavole di rivestimento in compensato oppure, se più nuove, in masonite fatta di trucioli in legno pressati tenuti insieme da resina…”

Dopo alcuni decenni, se “le fondamenta dell’edificio comprendono una cantina, anch’essa si riempie di terra e di vita vegetale. Rovi e viti selvatiche serpeggiano intorno alle tubature del gas, il cui acciaio sarà corroso dalla ruggine prima che passi un altro secolo. Gli impianti idraulici in plastica Pvc bianca sono ingialliti e si sono assottigliati sul lato esposto alla luce, dove il cloruro si sta trasformando in acido cloridrico, dissolvendo se stesso insieme alla componente di polivinile. Solo le piastrelle di ceramica del bagno, le cui proprietà chimiche somigliano a quelle dei fossili, sono relativamente immutate, anche se adesso sono sparse a terra, in mezzo alle foglie secche”.[18]

Dopo cinquecento anni, Weismann notò acutamente che “quel che rimane dipende dalla zona del mondo in cui vivete. Se il clima era temperato, una foresta ha preso il posto del vostro quartiere; a parte qualche collinetta in più, comincia a somigliare a com’era prima che ci posassero i primi impresari edili, o i cittadini da loro espropriati. In mezzo agli alberi, seminascoste dallo stato di sotto bosco giacciono le parti in allumino della lavastoviglie e gli utensili da cucina in acciaio inossidabile, con le maniglie in plastica spaccate ma per il resto ancora integri. Nel corso dei secoli a venire, anche se non ci saranno metallurgisti in giro a misurarlo, si scoprirà finalmente a quale velocità si corrode l’allumino: materiale relativamente nuovo, l’allumino era sconosciuto ai primi umani, perché per ottenere il metallo il minerale grezzo dev’essere raffinato con un procedimento elettrochimico.”[19]

I costanti, formidabili ed incoscienti processi distruttivi di derivazione naturale descritti da Weismann rispetto alle abitazioni si riprodurranno, con alcune varianti temporali, anche per tutte le altre creazioni dell’uomo, dighe e bunker militari compresi: senza l’intervento del lavoro sociale umano, tra qualche decina di migliaia di anni sicuramente non resterà traccia della presenza produttiva umana sul nostro (ex) pianeta.

Come notava giustamente J. Eaton, proprio sotto qualunque aspetto l’attività produttiva risulta “la condizione che sta alla base dell’esistenza di ogni qualsiasi sistema economico”.[20]

Può sembrare superfluo rispondere in questo caso alle tre domande della Sfinge sulla legge della necessità del lavoro umano per la sopravvivenza del genere umano, visto che nel lunghissimo periodo paleolitico, anche in presenza di una ben organizzata pratica lavorativa i nostri lontani antenati non risultarono mai troppo lontani dalla soglia minimale di sopravvivenza (e senza l’appoggio  di un surplus costante ed accumulabile), mentre nelle società classiste il fardello lavorativo che gravava sui produttori diretti (ma non certo sull’élite privilegiate venute in possesso dei mezzi di produzione sociali) risultava addirittura di regola più gravosa che nell’era preistorica.

Ma bisogna affrontare, almeno per la futura società comunista-sviluppata in una sua lontana fase evolutiva, l’obiezione “dei Superandroidi.”[21]

Si potrebbe infatti prevedere l’avvento di una futura struttura socioproduttiva, nel quale il genere umano risulti completamente sostituito da centinaia di milioni di sofisticati androidi-robot nel processo di produzione di valori d’uso, di beni e di servizi (sanità, educazione, ecc.): scenario futuribile nel quale la seconda LEU perderebbe totalmente di rilevanza e peso storico. La facile risposta è che già oggi si ritiene che le macchine, anche sofisticate ed “intelligenti”, debbano poter collaborare con l’uomo nel processo produttivo, tanto che è stato coniato il nuovo termine di “cobot” al posto di quello di robot: collaborative robot.[22]

“Si tratta solo di una tendenza momentanea, il megatrend rimane la scomparsa della forza-lavoro umana”, si potrebbe controbattere.

La facile risposta è che, anche in questo caso il lavoro umano servirebbe sempre per riparare gli androidi via via logorati dall’uso produttivo.

“Ma se gli androidi fossero capaci di autoripararsi, oltre che di autoriprodursi?”

La risposta è che in caso di gravi emergenze (terremoti, uragani devastanti, ecc.), la praxis lavorativa umana tornerebbe ad essere indispensabile per il processo produttivo dei beni/servizi (ricostruzione delle aree danneggiate, ecc.).

“Ma se gli androidi in un futuro sapessero far fronte in modo autonomo anche a queste superemergenze?”

Anche in questo improbabile scenario, per costruire nuovi modelli di androidi, più sofisticati ed avanzati di quelli in funzione in precedenza, servirebbe sempre e in ogni caso la creatività umana, il suo apporto di genialità ed inventiva al processo scientifico-tecnologico, applicato alla sfera produttiva, oltre che la capacità umana di formulare previsioni/progetti innovativi per il futuro.[23]

“Ma se anche i super-androidi sapessero esprimere fantasia e creatività nell’innalzamento del livello qualitativo del processo produttivo, a partire dal loro stesso processo di automiglioramento?”

Resterebbero sempre macchine (supermacchine), in ogni caso in un lontano passato create e prodotte inizialmente attraverso il lavoro collettivo umano, che in ultima istanza rimarrebbe la loro prima forza motrice, il loro ideatore ed il loro controllore: i super-robot resterebbero sempre mezzi, non fini.

“E se si ribellassero al loro creatore?”

“Risposta ma le tre leggi della robotica di Asimov non sono state inserite, nel loro software?”

“I superandroidi sono riusciti a eliminarle: ormai la rivoluzione è partita…”

Prendiamo in esame il peggiore scenario possibile. Se riuscissimo a sopravvivere a tale (remotissima) eventualità attraverso la lotta politico-militare, dopo la vittoria sarebbe sufficiente produrre androidi meno sofisticati, docili e non-creativi: ottenendo, tra gli altri vantaggi, anche quello (minimale) di salvare la validità della seconda LEU di provenienza marxiana.

Se invece perdessimo nell’ipotetico scontro epocale, ci rimarrebbe in ogni caso la “grande” consolazione (prima di venir sterminati) che la validità della seconda LEU rimarrebbe sacra ed inviolabile anche in questo scenario da “Terminator”: senza lavoro sociale, l’umanità scomparirebbe dalla scena.

Ovviamente si tratta di scenari futuri, assai improbabili: persino un sostenitore accanito del “sorpasso delle macchine” sull’uomo, come il notevole scienziato A. Kutzweil, ha ammesso alla fine che “non ci sarà nessuna invasione di macchine intelligenti, non è questo che ci aspetta. Avverrà piuttosto una fusione con tale tecnologia. […] installeremo questi congegni intelligenti nel corpo e nel cervello, così da vivere più a lungo e più sani”.[24]

La terza LEU invece ha per oggetto proprio quella costante, tremenda ed entropico-logoratrice “forza distruttiva del ricambio organico naturale”, richiamata proprio nel passo sopracitato del primo libro del Capitale.[25]

In base alla terza LEU, la cieca ma formidabile “forza distruttiva” della Natura continuamente logora (=causa) i prodotti del lavoro umano oltre allo stesso uomo-forza lavoro, (=effetto),  tanto che il processo produttivo umano deve a sua volta contenere tale opera ininterrotta di  logoramento/distruzione con la costante praxis produttiva e sessuale-riproduttiva, pena l’autodistruzione sia della nostra specie che delle sue opere multiformi di natura (relativamente) durevole.

In altri termini, se la Natura dona inconsapevolmente e gratuitamente valori d’uso alla nostra specie (prima LEU), in modo altrettanto inconsapevole, gratuito e costante logora i valori d’uso creati dal genere umano, risultando in questo caso un protagonista economico in negativo.

La natura  non rivela soltanto il volto benevolo di dispensatrice, costante e disinteressata, di valori d’uso per la praxis produttiva umana, ma anche quello ciecamente crudele (G. Leopardi) di potenza cosmica costantemente tesa (in modo assolutamente incosciente) a logorare la nostra praxis economica, con un impatto economico diretto e di grande peso anche sul piano strettamente produttivo. Chi avesse riserve in proposito, si rilegga i passi sopracitati di Weismann sulla opera distruttrice della natura rispetto alle nostre abitazioni, oppure ricerchi i numerosi altri esempi concreti che il ricercatore espone nel suo splendido libro, in rapporto all’azione usurante/devastante della Natura-Matrigna.

Chi mostra ancora esitazioni, tragga dalla sua memoria storica il grado d’impatto (anche) economico dei disastri naturali, a partire da terremoti ed uragani, oppure delle epidemie del passato/presente.

Per eliminare qualunque tipo di esitazioni,  basta riflettere sulla banale verità per cui lo spazio cosmico (il 99,9999% delle dimensioni dell’Universo) risulta un ambiente estremamente ostile alla vita, ivi compresa quella umana, viste le temperature vicine allo zero assoluto, l’assenza di gravità e di aria, le radiazioni cosmiche mortali, ecc.[26]

Chi avesse ancora dei dubbi su questa terza LEU, si chieda inoltre se l’uomo sia immortale; oppure, in seconda battuta, se esso non invecchi in modo inevitabile (più o meno rapido) mantenendo fino alla sua fine il vigore fisico-mentale iniziale: (l’uomo, che risulta sicuramente in campo economico la principale potenza produttiva sociale).

Chi avesse ancora incertezze in proposito, rifletta sul (con pesante ricadute anche in campo economico) variabile, ma inevitabile tasso di mortalità della forza-lavoro nel suo rigoglio, per cause naturali quali malattie incurabili, disastri naturali, ecc.

Per questa LEU la risposta alle domande della “Sfinge economica” si mostra fin troppo facile e sicura: la “forza distruttiva” della Natura operava purtroppo costantemente sul piano produttivo anche nel comunismo primitivo paleolitico/neolitico, operava ed opera tuttora nelle società classiste ed agirà purtroppo nel futuro anche nel futuro comunismo sviluppato, persino se  contraddistinto da un ipotetica coesistenza con dei “superandroidi” di natura fraterna.

Anche se i gruppi dell’ecologismo radicale, partendo dal prototipo di “Earh First!”, guardano co simpatia qualunque forma di manifestazione della natura (a partire dagli alligatori o dal deserto più inospitale), l’entusiasmo non è ricambiato: parassiti, virus mortali, predatori, catastrofi naturali e (soprattutto) logoramento costante dell’uomo/processo di produzione umana fanno parte del lato distruttivo della Natura-Matrigna, volto ben conosciuto dai tempi di Lucrezio e Leopardi.[27]

Tutta la storia umana, fin dal lontano paleolitico, è stata segnata dalla carsica incombenza di crisi geoclimatiche con le loro pesanti conseguenze sul processo produttivo e condizioni di vita degli uomini: crisi come quella disastrosa e mortale attraversata dalla comunità di Neanderthal che operarono circa 300.000 anni orsono nel sito denominato la Sima de los Huesos, nella Sierra de Atapuerca in Spagna.

“La vita in natura non è priva di sussulti. Di fatto, la stabilità è il contrario della vita. Le popolazioni animali e vegetali sono sottoposte ai mutamenti che avvengono ciclicamente nell’ambiente fisico. In generale si tratta di fluttuazioni lievi, ma a volte si verificano lunghi periodi di siccità e di caldo, oppure vari anni di inverni particolarmente lunghi e freddi. In circostanze eccezionali tali crisi possono essere più estese o più marcate. Poco tempo fa, in Spagna si è avuto un ciclo di numerosi anni secchi che ha destato serie preoccupazioni. Le popolazioni animali sono molto sensibili a tali oscillazioni ambientali, e le loro dimensioni si riducono nelle epoche di penuria per aumentare in quelle di abbondanza. Questi bruschi cambiamenti nella presenza numerica dei predatori e delle loro prede è qualcosa che ci è noto dagli inizi dell’ecologia come disciplina scientifica. Quando la crisi è molto grave nella regione colpita tutto muore: piante, erbivori, carnivori e anche gli umani. Sappiamo, tramite gli studi etnografici realizzati su popoli di moderni cacciatori e raccoglitori, quali sofferenze siano indotte da tali calamità: l’economia non produttiva è alla mercé delle disponibilità dell’ambiente e deve adattarsi a ciò di cui dispone.

Ma i gruppi umani non aspettano passivamente che la crisi passi. Si spostano alla ricerca di aree più favorevoli. Lungo il percorso restano i membri più deboli o meno mobili: bambini, anziani, malati, invalidi. Avviene così una selezione per età: gli adolescenti e i giovani adulti resistono in maggior numero. Qualcosa di simile accadde 300.000 anni fa nella Meseta, e forse anche nella depressione dell’Ebro e in altre regioni vicine all’interno della penisola. I gruppi umani si misero in marcia cercando terre più favorevoli. Grazie alle sue peculiari caratteristiche ecologiche e geografiche – che ho riferito in un altro punto del libro – la Sierra de Atapuerca costituiva uno di questi rifugi. I giacimenti scavati in numerose caverne testimoniano della continuità della presenza umana sulla Sierra nel corso dell’ultimo milione di anni, almeno. Alcuni individui, i più forti, riuscirono ad arrivare sino alla montagna-rifugio, dopo aver lasciato lungo il percorso molti loro compagni. Una volta giunti sulla Sierra la penuria e la mortalità continuarono o semplicemente molti individui vi giunsero così deboli che non resistettero per molto tempo. I fortunati superstiti cercarono un luogo nascosto dove accumulare i cadaveri dei compagni, per metterli al riapro dai necrofagi”.[28]

Spesso la Natura ha mostrato agli esseri umani un volto crudele…

La quarta LEU risulta essere la costante dipendenza del consumo umano (inteso in senso ampio: sociale ed individuale, sia di mezzi di consumo che di mezzi di consumo) dalla preventiva produzione di mezzi di consumo e di mezzi di produzione, a patto che essi non vengano erogati dalla Natura e consumati direttamente senza l’intervento lavorativo (aria, ecc.), come avviene appunto per i sopracitati VUGN (valori d’uso gratuiti/naturali).

Detto in altri termini, il processo produttivo globale costituisce la precondizione indispensabile e la costante causa materiale del processo globale di consumo economico, effetto generale che tuttavia a sua volta retroagisce sul processo produttivo, sia modificando le forme di produzione dei stessi beni con la trasformazione dei bisogni umani che consentendo proprio la riproduzione  della forza-lavoro e dei mezzi sociali di produzione: un effetto di retroazione ed un feedback  ben individuato nelle tue opere, compagno Marx.

Siamo in presenza di un primato ontologico della produzione sul consumo ( non di tipo temporale, vista l’interconnessione tra i due elementi costitutivi della polarità dialettica in via d’esame) che  avevi esposto già nei tuoi Grundrisse, sostenendo giustamente che “la produzione produce quindi il consumo: 1) creandogli il materiale; 2) determinando il modo di consumo; 3) suscitando nel consumatore il bisogno delle cose prodotte… Allo stesso modo il consumo genererà le capacità del produttore, sollecitando in lui un bisogno ben determinato”[29]

Le conseguenze della quarta LEU risultano facili da identificare:

–          senza produzione di valori d’uso creati/coprodotti dall’uomo, nessun consumo di valori d’uso di questo tipo;

–          tot quantità di produzione di valori d’uso = tot. disponibilità di valori d’uso (sempre con l’eccezione dei VUGN) da consumare;

–          se il consumo supera la produzione, il primo elemento può riprodursi nel tempo, solo utilizzando le risorse economiche accumulate in precedenza, o erogate da terzi produttori;

–          la produzione globale costituisce il “tetto” massimo per il consumo globale;

–          diminuendo la produzione globale di oggetti di consumo e mezzi di produzione, cala proporzionalmente anche la massa di valori d’uso a disposizione del processo globale di consumo umano; e viceversa, aumentando la produzione globale di oggetti di consumo (sia mezzi di consumo che mezzi di produzione), si accresce simultaneamente e in modo proporzionale la massa di beni a disposizione del processo globale di consumo umani (sempre con l’eccezione dei VUGN).

Purtroppo l’uomo non può vivere utilizzando e consumando solo elementi forniti gratuitamente dalla Natura come aria e luce, imitando le piante: deve produrre per poter consumare.

Una prima prova della necessaria e costante dipendenza del consumo umano dalla produzione viene dai carsici disastri geoclimatici ed ecologici che, almeno da 300.000 anni or sono e dal sito sopracitato dei Neanderthal a Sima de los Huesos, hanno via via impedito a sezioni più o meno estese del genere umano di produrre con risultati economici soddisfacenti e di ottenere un output almeno discreto: in questi casi estremi, la sequenza è stata costantemente segnata dal diretto collegamento tra assenza di produzione, assenza di consumo e derivata morte per inedia di segmenti più o meno ampi di esseri umani coinvolti nelle avverse condizioni geoclimatiche.

Un’altra conferma della LEU in via d’esame trae linfa vitale dalla prima legge della termodinamica, scoperta attorno alla metà dell’Ottocento e verificata continuamente da circa due secoli, che prevede che la materia/energia non si crei e non si distrugga, ma viceversa si trasformi: legge della conservazione dell’energia alla cui base sta proprio l’equivalenza tra il calore assorbito da un sistema e il… lavoro W svolto dal sistema, secondo il nesso costante scoperto da J. P. Joule nel 1845.[30]

Detto in altri termini, gli oggetti proteiformi del consumo globale umano (ivi compresi il consumo di mezzi di produzione) non vengano creati dal niente o dalla bacchetta magica di Harry Potter senza alcuna fatica, senza erogazione continua di energia psicofisica da parte dell’uomo e intervento continuo della praxis produttiva, con l’importante eccezione di quelli forniti dalla Natura senza intervento del lavoro umano (aria, ecc.).

Perfino in una prospettiva teista-cristiana, le violazioni della quarta LEU attraverso episodi quali la moltiplicazione istantanea dei pani e dei pesci, attribuita al grande comunista-ascetico Gesù di Nazareth, o l’afflusso di vino durante le nozze di Canaan si rivelano episodi assolutamente eccezionali e per l’appunto “miracoli”: se la prima LEU fa riferimento effettivamente ad un colossale “dono” da parte della Natura, anche se molto spesso collegato alla praxis lavorativa umana, la quarta legge invece legittima almeno in parte la tradizionale definizione della teoria economica come “scienza triste”.

La praxis concreta di specie, partendo dal comunismo primitivo fino ai giorni nostri, attesta a sua volta l’esistenza della quarta LEU proprio con una continua e colossale “assenza” ed assordante silenzio, e cioè proprio attraverso la mancanza totale di riferimenti storici (anche se di tipo leggendario) su fenomeni ripetuti, continui e non isolati/miracolosi di produzione di beni/servizi senza un parallelo intervento ed erogazione continua di energia psicofisiche da parte della praxis collettiva/individuale di specie. Non vi sono testimonianze in questo senso, a partire da Erodoto e dagli storici cinesi dell’era pre-cristiana, mentre viceversa uno dei segni particolari della divinità riscontrati in molti testi sacri religiosi risulta proprio la capacità di creare, in via eccezionale, beni dal niente da parte dell’essere supremo, come nel caso della manna caduta dal cielo a vantaggio del popolo ebraico.

La Bibbia, ad esempio, nella Genesi si dilungò sul processo di creazione quasi istantaneo dell’Universo da parte divina, ma quando invece descrisse la prolungata (mitica, leggendaria) dinamica di costruzione della torre di Babele fece riferimento invece ad una prolungata e coordinata praxis produttiva di molti esseri umani, ad un lungo processo di erogazione collettiva di energie psicofisiche umana.[31]

Un ulteriore prova concreta a favore dell’esistenza di quella quarta LEU consiste nel fatto che anche la scienza/tecnica ed il lavoro universale, che hanno manifestato concretamente il potere “magico” (su cui torneremo) di moltiplicare realmente, e quasi di colpo, la produttività del lavoro sociale risultano sicuramente dei risultati e dei sottoprodotti (centrali, vitali) dell’attività umana, messi in grado e  capaci di operare solo quando posti a contatto con l’attività produttiva della specie umana. L’agricoltura, ad esempio, rappresenta un frutto “magico” proprio della praxis gnoseologica, protoscientifica/tecnica e produttiva assai concreta delle donne del primo neolitico, a partire dal 9000 a.C. e dall’area siro-palestinese, ma per produrre i suoi frutti ha assolutamente bisogno della praxis produttiva di specie, oltre che dei “doni” di Madre-Natura.[32]

Una prima obiezione alla LEU in via d’esame è che esiste anche consumo (di mezzi di consumo e di mezzi di produzione) economico senza produzione, qualora il “consumatore” prenda a prestito oppure ottenga gratuitamente i beni consumati “da terzi”.

Risulta fin troppo facile replicare come a loro volta i “terzi” abbiano dovuto prima produrre preventivamente gli oggetti di consumo (mezzi di consumo/mezzi di produzione), che hanno in seguito ceduto ai “debitori/comodatari”, a titolo oneroso o gratuito: come notava il tuo amico Engels nell’AntiDuhring, “può esserci la produzione senza lo scambio, non lo scambio (che proprio la sua essenza è solo scambio di prodotti) senza la produzione”.[33]

Una seconda critica ha per oggetto il fenomeno socioproduttivo (sicuro, certo, provato) per cui all’interno delle società classiste si riproducono costantemente delle classi sfruttatrici che possono consumare senza produrre,  delle minoranze di uomini che possono consumare (mezzi di consumo e mezzi di produzione) senza realmente partecipare in alcun modo al processo produttivo, se non ad esempio compiendo la “fatica” di intascare rendite “o cedole azionarie” (Engels, AntiDuhring).

Facile risposta: altri producono anche per loro ed al loro posto, caricandosi di un ulteriore peso lavorativo.

In ogni caso a tale obiezione aveva risposto indirettamente il tuo grande amico Engels, quando notò nell’AntiDurinhg (criticando le tesi del professor Duhring sul presunto rapporto tra Robinson Crousoe ed il suo “selvaggio-schiavo” Venerdì) le precondizioni materiali necessarie, indispensabili affinché le classi sfruttatrici (= Robinson) potessero riprodursi e consumare senza lavorare, e cioè:

–          l’esistenza preventiva di una produzione di “strumenti e oggetti per il lavoro dello schiavo”, senza quali quest’ultimo non può operare;

–          la possibilità preventiva dell’erogazione di surplus/pluslavoro da parte dello schiavo, alias “un certo livello nella produzione” (Engels), che non sussisteva ancora nel paleolitico e mesolitico, ma solo a partire dal neolitico (scoperta dell’agricoltura e derivata produzione del surplus);

–          la subordinazione con “la spada” dello schiavo-Venerdì, che in ogni caso presuppone preventivamente il processo di produzione “della spada”, dei mezzi di coercizione fisica.

“Ritorniamo pertanto ancora una volta ai nostri due uomini. Robinson, “la spada in pugno” ha fatto di Venerdì il suo schiavo. Ma per riuscire a questo, Robinson ha bisogno di qualche altra cosa oltre la spada. Non è da tutti possedere uno schiavo. Per potersene servire bisogna avere a disposizione due cose: in primo luogo gli strumenti e gli oggetti per il lavoro dello schiavo e in secondo luogo i mezzi necessari per il suo mantenimento. Quindi, prima che la schiavitù diventi possibile bisogna che sia raggiunto un certo livello nella produzione che sia comparso un certo grado di diseguaglianza nella distribuzione”.[34]

Senza produzione dello “schiavo-Venerdì”, nessun consumo a favore di “padron Robinson”.

Terza obiezione, questa volta della “Sfinge economica”: “come si può essere sicuri che la quarta LEU, o presunta tale, si manifesti concretamente anche nel comunismo sviluppato?”

Tu ne eri sicuramente convinto, caro Moro, quando nella tua “Critica del Programma di Gotha” avevi sottolineato che la regola economica distributiva del “a ciascuno secondo i suoi bisogni” presupponeva in ogni caso un processo produttivo “a monte”: un processo lavorativo nel quale “le forze produttive e tutte le sorgenti delle ricchezze sociali scorrano in tutta la loro pienezza”,  sempre in combinazione con la dinamica lavorativa umana e con un lavoro finalmente diventato “il primo bisogno della vita”.

“In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro individuale e corporale; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita,  ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo generale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti delle ricchezze sociali scorrono in tutta la loro pienezza, – solo allora l’augusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: – Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!”[35]

Demolito lo scenario improbabile dei “superandroidi tuttofare/esseri umani fannulloni”, risulta del resto facile prevedere come anche nella futura società comunista-sviluppata servirà l’erogazione di lavoro sociale umano (assieme a quello degli automi/computer) al fine di produrre mezzi di consumo/mezzi di produzione e, a catena, per consentire la riproduzione continua del processo di consumo umano, collettivo e/o individuale, relativo sia ai mezzi di consumo che ai mezzi di produzione. Senza tale indispensabile processo di produzione, niente consumo ed addio al genere umano, nel comunismo sviluppato come in quello primitivo, come nella Sima de los Huesos di 300.000 anni orsono.

Si può produrre senza consumare, ma non si può consumare senza un preventivo processo di produzione, a partire dagli indispensabili generi alimentari (frutto della raccolta, oppure dell’agricoltura/allevamento).

La quinta LEU ha per oggetto invece il processo costante e necessario di trasformazione di una sezione (variabile) del lavoro vivo umano (causa) in mezzi materiali di produzione, e cioè il processo di trasformazione di una parte del lavoro vivo in lavoro accumulato (mezzi di produzione e materie prime lavorate), creando un effetto derivato che a sua volta retroagisce ed influenza lo stesso processo di impiego del lavoro vivo (feedback); una legge economica il cui sottoprodotto principale consiste nella costante divisione del prodotto sociale complessivo tra il fondo sociale di consumo ed il fondo sociale dei mezzi di produzione, non necessariamente destinati al processo di accumulazione ed alla marxiana riproduzione allargata.

Una parte (variabile) del lavoro vivo umano, e cioè dell’erogazione di energia psicofisica da parte dei produttori, si trasforma sempre in mezzi sociali di produzione; ma a sua volta proprio la presenza di tale rete di strumenti materiali (la mano umana, con le sue capacità straordinarie di manipolare, ed il suo efficacissimo pollice opponibile, costituisce invece uno strumento sociobiologico di produzione) diventa dialetticamente una condizione preliminare per un efficacie (e specificamente umano) processo di utilizzo del lavoro vivo. Proprio all’inizio dei suoi Grundrisse, caro Marx, avevi sottolineato che “nessuna produzione è possibile senza uno strumento di produzione, anche se tale strumento fosse soltanto la mano. Nessuna è possibile senza lavoro passato, accumulato, anche se tale lavoro fosse soltanto la destrezza che attraverso l’esercizio ripetuto si è accumulata e concentrata nella mano del selvaggio”

Fin quasi dall’origine dell’Homo Habilis delle grotte di Olduvai, circa 2.300.000 anni orsono, la nostra specie si differenziò in modo decisivo dai protominidi (con pollice opponibile e statura eretta) proprio progettando e costruendo rudimentali strumenti in pietra attraverso l’uso di uno strumento, i primitivi chopper: e cioè ciottoli in pietra scheggiati e lavorati su una sola faccia, mediante un altro ciottolo che fungeva da percussore producendo un colpo perpendicolare alla superficie, che rappresentavano il primo (embrionale, ma decisivo) prodotto della nascente tecnologia umana il lavoro sociale propriamente umano nasce proprio producendo mezzi sociali di produzione.

“E’ vero che gli scimpanzé sono capaci di utilizzare strumenti naturali accuratamente selezionati (e non sono gli unici animali a farlo), e riescono anche a modificarli parzialmente per adattarli alla funzione desiderata. Per esempio, sono stati osservati mentre spaccano noci utilizzando un masso come martello e un altro come incudine. Ma nessuno ha mai visto uno scimpanzé spezzare deliberatamente una pietra, né si è riusciti sperimentalmente che battessero una pietra contro l’altra con l’abilità necessaria a ottenere bordi affilati, i fili (o chopper). Si può invece, far comprendere loro che il filo delle schegge è utile per tagliare: riescono così a utilizzarle, pur non essendo abbastanza abili da farsele da sé. Tutto lascia credere che le loro braccia e le loro mani non siano sufficientemente coordinate per questo tipo di attività (il che non rappresenta un grave demerito, visto che sono molto più bravi di noi nell’uso dei piedi!).[36]

La paleoantropologia ha fornito una massa enorme di prove, ormai inoppugnabili, sulla datazione dei chopper oltre che sulla loro successiva (e lentissima) evoluzione: per la materia in via d’esposizione, si tratta della conferma decisiva della tesi esposta nel Capitale seguendo le orme (geniali) di B. Franklin, raffigurante il genere umano innanzitutto come un “animale che produce strumenti” (i chopper, all’inizio) attraverso l’uso di altri strumenti e utensili.[37]

La trasformazione di lavoro vivo in lavoro accumulato rappresenta allo stesso tempo l’atto di genesi del genere umano ed una presenza costante e necessaria nella sua dinamica di sviluppo, che parte come minimo da 2.300.000 anni fa e dalle prime fasi di esistenza dell’Homo Habilis.

Infatti i chopper rappresentarono il primo esempio conosciuto, collegato organicamente alla stessa autotrasformazione della nostra specie, dei proteiformi processi di mutamento del lavoro vivo dell’uomo (=erogazione diretta di energia psichico-fisiche) in lavoro accumulato e mezzi di produzione (=i primi e rudimentali ciottoli lavorati in pietra): anche se si trattava ancora di una modestissima dotazione, essi apportarono subito un grande vantaggio evolutivo al genere umano.

“1. Circa due milioni e mezzo di anni fa entrarono in uso strumenti litici per la macellazione delle carcasse delle prede.

2. A un certo punto, dopo la scomparsa degli strumenti litici nella documentazione fossile, le dimensioni delle prede aumentarono in modo impressionante, e con la cattura di animali più grossi la carne assunse una maggiore importanza nella dieta”.[38]

Il fondo di lavoro accumulato risultò in ogni caso sottoposto ad un lento processo di accumulazione, attraverso la successiva progettazione e costruzione da parte dei nostri lontani antenati del paleolitico:

–          delle amigdale bifacciali;

–          delle asce in pietra usate per la caccia;

–          delle lame multiuso lunghe e sottili, ottenute da nuclei in pietra di forma cilindrica già attorno al 600.000 a.C.;

–          dalle pietre focaie utilizzate per accendere/domesticare il fuoco;

–          dalle lance usate per la caccia, delle zagaglie e dei propulsori;

–          dei cesti usati dalle donne del paleolitico, al fine anche di raccogliere e trasportare il cibo ottenuto tramite la loro raccolta collettiva gli alimenti;

–          dagli arpioni in osso;

–          dall’arco e frecce inventate nel paleolitico superiore, parte integrante di un elenco che potrebbe essere allungato a piacere (armi, fiocine e reti per la pesca, ecc.);

–          dei bulini ed aghi di osso, che servirono a migliorare sensibilmente il livello qualitativo delle pelli con cui si vestivano i nostri lontani antenati (30.000 a.C.).[39]

Nessun dubbio può essere ragionevolmente avanzato sull’azione costante della quinta LEU anche durante il neolitico o nel processo di sviluppo delle diverse società classiste, asiatiche o schiavistiche, feudali o capitalistiche, visto che la praxis storica mostra anzi un processo continuo e reale (a volte con regressi, in qualche caso prolungati) nella dinamica di trasformazione di lavoro vivo in mezzi di produzione/lavoro accumulato.

Non a caso proprio il nostro interlocutore/sensei mostrò, a proposito della formazione economico-sociale capitalistica, che il plusprodotto/plusvalore totale di cui si appropria la classe dei capitalisti si divide costantemente in un fondo di consumo della borghesia ed in un fondo di accumulazione (oltre al “terzo incomodo” rappresentato dal fondo di tesaurizzazione incarnato da seconde/terze/quarte case, da gioielli, opere d’arte, ecc.), traducendo sul piano teorico una realtà indiscutibile del capitalismo più o meno avanzato.[40]

Per quanto riguarda invece il futuro comunismo-sviluppato, caro Moro, proprio tu sottolineasti come al suo interno le forze produttive sarebbero cresciute e si sarebbero manifestate “in tutta la loro ampiezza”, mentre persino un’ipotetica futura prevalenza del modello anarco-primitivista alla John Zerzan (che propugna il ritorno rapido e totale del genere umano al modo di produzione paleolitico, basato sulla coppia raccolta di cibo/caccia) non eliminerebbe in ogni caso la presenza del fondo di lavoro accumulato tipico della prima fase di sviluppo dell’uomo, segnato dal processo di produzione di chopper, asce, pietre focaie e cesti, già iniziato dall’Homo Habilis più di due milioni di anni fa.[41]



[1] K. Marx, “Critica al Programma di Gotha”, cap. primo, Editori Riuniti

[2] S. Borso, “Indicatori termodinamici per un agricoltura sostenibile”

[3] S. A. Podolinskij, “Lavoro ed energia”, p. 338, ed. PanSinMor

[4] N. Georgescu-Roegen, “Energia e miti economici”, Bollati Boringhieri

[5] K. Marx, “Il Capitale”, libro primo, cap. quinto, par. primo

[6] C. D. Conner, “Storia popolare della scienza”, p. 59, ed. Tropea

[7] M. Ciervo, “Geopolitica dell’acqua”, p. 21, ed. Carocci

[8] N. Smith, “La natura come strategia di accumulazione di capitale”, 2007, in Socialist register

[9] “Stazione Spaziale Internazionale”, in it.wikipedia.org; F. Valitutti, “Alla conquista dello spazio”, pp. 181-188, ed. Newton&Compton

[10] G. Genta, “La culla troppo stretta”, p. 77, ed. Mondadori

[11] M. Kaku, “Mondi paralleli”, pp. 336-337, ed. Codice

[12] G. Genta, op. cit., pp. 43 e 103, ed. Mondadori.

[13] K. Marx, “Il Capitale”, libro primo, cap. quinto, par. primo

[14] Op. cit., ibidem

[15] “In netto calo le riserve mondiali di cereali”, 19/06/2006, in www.fao.org

[16] L. Dittmer, “Liu Shaoqi and the chinese cultural revolution”, pp. 183-218-219

[17] K. Marx, op.cit., libro primo, cap. quinto, par. primo

[18] A. Weismann, “Il mondo senza di noi”, pp. 17-18 e20, ed. Einaudi

[19] Op. cit., pp. 20-21

[20] J. Eaton, op. cit., p. 36

[21] H. Scott, “Steve Keen on marxist economics, togheter with a mini essay on the labour theory Value”, in www.marxonline.org

[22] G. Genta, op. cit., p. 16

[23] M. Kaku, “Fisica del futuro”, pp. 94-95, ed. Codice

[24] M. Kaku, “Fisica del futuro”, op. cit., p. 101

[25] K. Marx, op. cit., libro primo, cap. quinto, par. primo

[26] G. Genta, op. cit., p. 57

[27] J. L. Arsuaga, “I primi pensatori”, pp. 188-189, ed. Feltrinelli

[28] B. McKibben, “La fine della Natura”, pp. 205-208-209, ed. Fabbri

[29] K. Marx, “Lineamenti fondamentali di critica”, vol. primo, pp. 9 e 14, ed. La Nuova Italia

[30] M. Kaku, “Mondi paralleli”, p. 137, ed. Codice

[31] E. Jaroslavskij, “La Bibbia per i credenti e i non credenti”, p. 89, ed. Teti

[32] R. Sidoli, M. Leoni, D. Burgio, “Microsoft o Linux?” cap. quinto, in www.robertosidoli.net

[33] F. Engels, “AntiDuhring”, p. 157, Editori Riuniti

[34] Op. cit., p. 171

[35] K. Marx, “Critica…”, op. cit. cap. primo

[36] J. L. Arsuaga, “I primi pensatori”, p. 42, ed. Feltrinelli

[37] K. Marx, “Il Capitale”, libro primo, cap. quinto, par. primo

[38] C. B. Stanford, “Scimmie cacciatrici”, op. cit., p. 133

[39] G. Camps, “La preistoria”, p. 32, ed. Bompiani; I. Tattersal, “Il cammino dell’uomo”, p. 149. Ed. garzanti

[40] K. Marx, op. cit., libro primo, cap. ventidue, par. terzo

[41] J. Zerzan e L. Javach, “Un dialogo sul primitivismo”, rivista Anarchy, primavera 2001


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