Capitolo secondo

Lavoro e costo di riproduzione

Per usare la terminologia impiegata da D. Ricardo, nelle sue ultime settimane di vita e lavoro teorico, tratteremo a questo punto il “valore assoluto” o “costo assoluto” distinto dal valore di scambio e dal valore d’uso dei diversi oggetti prodotti dall’uomo.[1]

Infatti la sesta LEU consiste nella legge del costo-lavoro, in base alla quale il tempo di lavoro complessivo socialmente necessario che viene impiegato per riprodurre un bene/servizio, che non sia frutto di una nuova invenzione/scoperta, costituisce la causa necessaria e costante del costo di questi ultimi, per il suo possessore reale, (=effetto), sia esso il produttore diretto o un membro  delle classi dominanti venute in possesso dei mezzi e delle condizioni della produzione.

Numerose volte, caro Moro, avevi giustamente spiegato nel Capitale che il lavoro non “può esso stesso possedere un valore”, ma sicuramente i prodotti del lavoro umano hanno un costo (ed un valore, se inseriti in un processo di scambio all’interno di società che conoscano la produzione surplus/pluslavoro), mentre a sua volta il lavoro/processo produttivo comporta dei costi (attenzione/fatica/pericoli) per il lavoratore, fin dai tempi dell’Homo Habilis del lontano paleolitico.[2]

Il costo-lavoro diretto di ciascun bene/servizio (già scoperto dall’uomo) include subito la quantità di lavoro necessaria direttamente alla sua riproduzione: e cioè il lavoro vivo socialmente necessario in esso contenuto, il lavoro vivo socialmente necessario che viene via via erogato e cristallizzato direttamente in ciascun bene/servizio da parte dei produttori diretti proprio nel corso del processo produttivo.

Il costo-lavoro indiretto invece include:

–          il logorio dei mezzi di produzione che vengono utilizzati via via per produrre ciascun bene/servizio, secondo regole che verranno esposte in seguito;

–          il tempo di lavoro necessario per trasportare ciascun bene/servizio nel posto concreto di utilizzo, secondo regole che verranno esposte in seguito;

–          il tempo di lavoro necessario per riparare/pulire qualunque mezzo di produzione/materia prima.

 

La sesta LEU si manifesta fin dal paleolitico più lontano i suoi effetti, indipendentemente da qualsiasi differenza che possa sussistere tra le varie specie di attività produttiva: non ha importanza se essa riguardi la produzione di chopper o di supercomputer, di ferro o di informazioni, elaborate e trasmesse mediante il settore informatico e la tastiera di un computer.[3]

Infatti non solo il lavoro “assume necessariamente un carattere sociale dal momento in cui gli uomini cominciano in un qualsiasi modo a lavorare gli uni per gli altri”, come aveva notato giustamente R. Meek (e nel paleolitico gli uomini lavoravano gli uni per gli altri in modo assai stretto, intenso e cooperativo), ma qualunque lavoro “costa” e comporta sempre un dispendio di attività cosciente, fatica e attenzione costante, come si vedrà in seguito.

Pertanto qualunque lavoro, avendo sempre un costo sociale “astratto” (Marx) e generale, può essere sempre compreso sotto la categoria del lavoro astratto fin dal più lontano paleolitico, se (se…) si utilizza la teoria del costo-lavoro.[4]

La LEU in via d’esame si manifesta inoltre anche nei modi di produzione che non hanno mai conosciuto/non conosceranno mai sia un processo continuo di scambio economico (oneroso e diverso dal dono, tanto per intenderci) di beni/servizi che la tipologia della merce (per l’appunto di beni servizi/servizi scambiati tra un possessore autonomo e l’altro), come avvenne in passato nel modo di produzione comunista primitivo e avverrà in futuro in quello comunista-sviluppato; e ovviamente essa ha espresso/esprime i suoi effetti concreti anche all’interno delle formazioni economico-sociali che invece videro/vedono all’opera lo scambio continuo e non occasionale di merci: m.p. asiatico, schiavistico, feudale, capitalistico.

Inoltre la legge del costo-lavoro globale si è manifestata anche nell’unico modo di produzione che non vide all’opera il processo continuo di produzione di pluslavoro/plusprodotto, e cioè il comunismo primitivo in cui la forza-lavoro umana non era ancora dotata del magico “dono” di produrre più lavoro (pluslavoro) di quello necessario per la sua riproduzione sociobiologica, prole inclusa. Nelle “Teorie sul plusvalore” tu avevi scritto caro Marx, che “se il grado di sviluppo della produttività del lavoro fosse così limitato che il tempo di lavoro di un uomo bastasse unicamente a mantenere lui stesso in vita, a produrre e [a] riprodurre i suoi propri mezzi di sussistenza, non vi sarebbe né pluslavoro né plusvalore, non ci sarebbe in generale nessuna differenza tra il valore della capacità lavorativa e la sua valorizzazione”: non si trattò di un’ipotesi astratta, ma della descrizione generale della situazione riprodottasi per due milioni di anni di sviluppo produttivo del genere umano, fino e compresa l’epoca mesolitica.

A sua volta la sesta LEU si è già manifestata nelle sopracitate formazioni economico-sociali classiste, società che invece videro/vedono all’opera il processo continuo di produzione di pluslavoro/plusprodotto, sotto la forma di legge del lavoro-pluslavoro; esprimerà inoltre i suoi effetti concreti sia nel socialismo che nel futuro comunismo sviluppato, del consumo gratuito e del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Prima di esaminare la sesta LEU, tuttavia, serve impostare in modo ipersintetico lo schema universale del lavoro umano.

I livello: la forza-lavoro umana durante attività produttiva eroga costantemente energia psico-fisiche, alias lavoro; e viceversa se la forza lavoro umana non entra nell’attività produttiva, non eroga energie psico-fisiche e lavoro (alias non c’è equivalenza tra forza-lavoro e lavoro).

II livello: il lavoro (energia psico-fisica erogata dal lavoratore) non ha valore intrinseco, ma crea costantemente sia valori d’uso (sempre con l’aiuto della Natura) che i costi di produzione dei diversi oggetti d’uso, a condizione che essi possiedono un certo grado di utilità sociale.

III livello: la durata del lavoro può essere misurata oggettivamente almeno attraverso il parametro  del tempo solare (giorno/notte; suddivisione del giorno nelle diverse fasi solari; invenzione dell’ora per distinguere tra durata della combinazione giorno/notte).

IV livello: anche la forza-lavoro ha un costo, e cioè il costo-lavoro dei mezzi di sussistenza necessari per la riproduzione (non-precario, non-stentata) sua e della sua famiglia/prole.

V livello: il costo-lavoro di ciascun oggetto di consumo viene “stabilito dal tempo di lavoro che occorre per dare una normale buona qualità”, (Marx) una qualità d’uso di medio livello (e non scadente, oppure eccellente).[5]

Il principale elemento, generale e oggettivo, di conferma concreta della presenza ineliminabile della LEU del costo-lavoro consiste nell’inevitabile logoramento (necessità derivata dal reintegro del logoramento) subìto da tutte le forze produttive a causa e durante il loro utilizzo nel processo produttivo: un fattore concreto e costante che opera anche qualora il lavoro venisse sentito e percepito dai produttori diretti come una delizia e gioia sopraffina, e non come faticosa e dispendiosa erogazione delle loro energie psico-fisiche.

Infatti tutte le forze produttive (a partire dalla forza-lavoro umana) che vengono usate nel processo produttivo si logorano necessariamente proprio in ragioni e in seguito a tale impiego, anche se in proporzioni diverse e molto spesso quasi impercettibili se esaminate su scala giornaliera, causando pertanto che il loro utilizzo determini sempre una perdita e un costo oggettivo, ineliminabile e indipendente dalla percezione soggettiva umana, in termini di loro deterioramento e logoramento.

Inevitabile e oggettiva conseguenza, sempre indipendente dalla percezione collettiva umana: qualunque forza produttiva impiegata nel processo produttivo umano deve essere reintegrata via via nella sua efficienza produttiva proprio per compensare il suo logorio “da una” inevitabile, anche se in tempi diversi più o meno lunghi.

Se viceversa le forze produttive impiegate/usurate nel corso del processo produttivo non venissero mai reintegrate nella loro efficienza pre-uso, inevitabilmente esse scomparirebbero in tempi più o meno lunghi come forze produttive adatte all’impiego economico, mentre il costo-lavoro si trasformerebbe a sua volta in distribuzione-lavoro, distribuzione delle stesse forze produttive in tempi più o meno rapidi.

Esaminiamo subito due esempi estremi, due “casi-limite” a scopo illustrativo.

Immaginiamo innanzitutto dei produttori diretti costretti a lavorare senza alcuna sosta, come le operaie della Cirio di Napoli sotto il fascismo, le quali non potevano lasciare il lavoro neanche per un minuto ed erano costrette a togliersi le  mutande prima di entrare al lavoro, “così quando avevano bisogno di fare la pipì la facevano li per terra, stando in piedi e continuando a lavorare” (M. Mafai,  “Pane nero, p. 66, ed. Mondadori);  immaginiamo anche produttori costretti inoltre a lavorare per 24 ore, senza sosta e per una settimana: non si “usurerebbero”?

Secondo caso-limite: qualsiasi strumento produttivo (dal chopper al supercomputer del 2013) utilizzato senza sosta, senza alcuna pulizia/manutenzione per alcuni mesi, forse non si logorerebbe, non subirebbe prima o poi un usura irreparabile?

Solo casi-limite da superlavoro, certo, ma sufficienti a descrivere l’aspetto oggettivo, inevitabile e indipendente della soggettività umana che caratterizza la legge del costo-lavoro: senza un adeguata compensazione (ammortamento per gli strumenti di produzione, tempo libero/mezzi di sussistenza per la forza-lavoro umana, la legge del costo-lavoro determina l’inevitabile distruzione (sul “campo”… ) delle stesse forze produttive che innescano e alimentano il processo produttivo, per la continua usura subita da quest’ultime durante il loro stesso impiego.

Lavorare comporta sempre un costo-logorio per tutte le forze produttive, in estrema sintesi.

Ma il fattore oggettivo dell’usura delle forze produttive sociali impiegate nel processo economico globale ha anche una costante ricaduta, sulla pratica produttiva umana e una percezione soggettiva degli esseri umani rispetto ad essa, in tutte le formazioni economico-sociali.

Partendo a questo punto dalla (solita) prima domanda della Sfinge economica, si può subito notare che l’esistenza/importanza della sesta LEU viene provata innanzitutto dalla praxis produttiva nel periodo paleolitico, contraddistinto da un modo di produzione comunista-primitivo e dal processo di raccolta del cibo/caccia.

L’esperienza concreta dimostrò infatti ai produttori diretti del paleolitico non solo che senza lavoro (o senza poter lavorare con successo, come accadeva durante i disastri geoclimatici) essi sarebbero morti di fame/freddo in tempi rapidi, una volta finite le riserve, ma anche e simultaneamente che la sola cosa che essi avevano erogato e speso in prima persona nel corso del processo produttivo (di raccolta/caccia e di produzione di mezzi di produzione, a partire dai chopper) non era altro che lavoro e fatica/attenzione costante, non era nient’altro che la coscienza erogazione produttiva (con il  derivato sforzo/concentrazione) delle loro energie psico-fisiche, poste a contatto con la Natura; non era nient’altro che la durata dal tempo di lavoro da loro speso per progettare l’attività produttiva (la prima differenza socioproduttiva tra animale e uomo) e per tradurre la pratica produttiva il progetto-idea (la seconda differenza tra animale e uomo). Tutto ciò che avevano in comune gli oggetti di consumo (mezzi di produzione e mezzi di consumo), anche nel lontano paleolitico come nel capitalismo e nel futuro comunismo sviluppato, era innanzitutto il loro derivare dal lavoro umano, oltre ad essere/dover essere valori d’uso alla cui genesi partecipava sempre l’azione benefica della Natura, al limite come semplice fornitrice di materie prime.

Solo lavoro, e tra l’altro effettuato senza dubbio con la piena coscienza.

Anche nel paleolitico più remoto, con la produzione di chopper e la caccia/raccolta, si era infatti in presenza di un processo lavorativo autocosciente, che non poteva cioè avvenire senza la coscienza di avere uno “scopo” (Marx) di natura produttiva e non determinato in alcun modo da istinti biologici (dal DNA umano non deriva alcun obbligo genetico di produrre chopper e tecnologia), senza la coscienza collettiva (rozza e primitiva) di effettuare un attività conforme allo scopo (produrre chopper già prima “presenti idealmente” nella testa del lavoratore del paleolitico) e di dover erogare un certo tempo di lavoro (socialmente necessario) a tal fine, che tra le altre cose “costava” ai produttori diretti attenzione e sforzo costante.

Caro Moro, la scienza storica e la moderna antropologia hanno provato che anche nel lontano paleolitico, dell’Homo Habilis vigeva quel “presupposto” del processo produttivo da te indicato genialmente nel Capitale, e cioè “il lavoro in una forma nella quale esso appartiene esclusivamente all’uomo”, con le sue caratteristiche fondamentali: coscienza di uno scopo produttivo e di compiere un lavoro “subordinato alla sua volontà”, coscienza di erogare energia psico-fisica, fatica/attenzione e tempo di lavoro a tal fine, in attività ripetute nel corso del tempo.

Come sottolineasti nel tuo opus magnum, “il nostro presupposto è il lavoro in una forma nella quale esso appartiene esclusivamente all’uomo. Il ragno compie operazioni che assomigliano a quelle del tessitore, l’ape fa vergognare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cera. Ma ciò che fin da principio distingue il peggiore architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera. Alla fine del processo lavorativo emerge un risultato che era già presente al suo inizio nella idea del lavoratore, che quindi era già presente idealmente. Non che egli effettui soltanto un cambiamento di forma dell’elemento naturale; egli realizza nell’elemento naturale, allo stesso tempo, il proprio scopo, che egli conosce, che determina come legge il modo del suo operare, e al quale deve subordinare la sua volontà. E questa subordinazione non è un atto singolo e isolato. Oltre lo sforzo degli organi che lavorano, è necessario per tutta la durata del lavoro, la volontà conforme allo scopo, che si estrinseca come attenzione: e tanto  più è necessaria quanto meno il lavoro, per il proprio contenuto e per il modo dell’esecuzione, attrae seco l’operaio; quindi quanto meno questi lo gode come giuoco dalle proprie forze fisiche e intellettuali. I momenti semplici del processo lavorativo sono le attività conforme allo scopo ossia il lavoro stesso; l’oggetto del lavoro; e i mezzi di lavoro.” [6]

In pratica fin dal paleolitico dell’Homo Habilis sussisteva, (seppur sotto forme ancora rudimentali), la (distinta e indipendente) LEU della progettazione-lavoro, dell’immaginazione e creatività unica e speciale dell’uomo in campo produttivo (poi estesasi via via agli altri settori della praxis umana) dell’uomo: il potere eccezionale di creare un progetto autonomo e una sorta di “mondo parallelo”, mentale e  cosciente, per l’attività lavorativa, ed in seguito (con tempi più o meno lunghi, con più o meno successo) “di ricrearlo in quello reale che si trova all’esterno”.[7]

Inoltre serviva costantemente “attenzione” a che ai produttori paleolitici per produrre chopper, per la raccolta collettiva-organizzata di cibo e per la caccia collettiva-organizzata: un attenzione costante ed autocosciente.

Allo stesso tempo serviva anche una fatica e sforzo costante ai produttori del paleolitico, per creare chopper e gli altri oggetti del lavoro sociale.

Serviva resistenza contro gli agenti geoclimatici avversi: niente aria condizionata in ufficio, nel paleolitico.

Serviva in ogni caso e costantemente l’intelligenza (e coscienza di erogare tempo/energia psico-fisiche per una certa durata) ai produttori del paleolitico al fine di produrre chopper, per creare ad arte degli ingegnosi incendi per disboscare le foreste e procurarsi selvaggina, ecc.

Serviva molta fatica e molto logorio dell’organismo per lavorare, caricarsi di pesi, vagare come nomadi in cerca di tuberi, radici, frutta verdura: non a caso che “l’esame delle ossa dei nostri antenati ha rivelato che essa erano incredibilmente consumate a testimonianza dei carichi pesanti che venivano trasportati ogni giorno; vi troviamo anche i segni rivelatori di malattie e di incidenti terribili”.[8]

Non solo il lavoro l’unico (ma decisivo) contributo umano alla formazione di valori d’uso, ma esso costava fatica/attenzione/stress e già gli uomini del paleolitico erano coscienti di tale peso.

Tutte le osservazione dei “popoli paleolitici” rimasti fortunatamente in vita nel mondo contemporaneo, dai San dell’Africa Australe agli Innuit dell’Artico, mostrano non solo che essi compiono come i  nostri antenati di milioni di anni fa delle continue “attività” lavorative “conformi ad uno scopo”, ma che essi sono anche ben coscienti di erogare fatica ed energie psico-fisiche a tale scopo produttivo, di erogare preziosa e faticoso tempo di vita a tale scopo.

Anche ad essi si applica il fenomeno già registrato in un altro contesto del tuo amico Engels nel 1894 per “il contadino del Medioevo” (un contadino-artigiano…), e cioè la coscienza di aver “speso nella fabbricazione dei prodotti” esclusivamente “lavoro e solamente lavoro”, anche se i clan paleolitici effettuavano ancora meno “scambi di prodotti” con le tribù limitrofe rispetto ai produttori diretti nella prima fase del feudalesimo.

Engels notò che anche dopo la “dissoluzione” della precedente “struttura comunista nelle comunità rurali europee avvenuta dopo il quinto d.C. il contadino del medioevo conosceva dunque abbastanza esattamente il tempo di lavoro richiesto per la fabbricazione degli oggetti che egli acquistava con lo scambio. Il fabbro, il carpentiere del villaggio lavoravano sotto i suoi occhi: del pari il sarto ed il calzolaio che ancora ai tempi della mia giovinezza andavano presso i nostri contadini renani, di casa in casa, trasformavano in vestiti ed in scarpe le materie prime prodotte dai loro stessi clienti. Sia il contadino che coloro da cui egli acquistava erano essi stessi lavoratori [produttori diretti], gli articoli che essi scambiavano erano i prodotti propri di ciascuno”.[9]

Si esamineranno in seguito le differenze in campo di azione tra la LEU del costo-lavoro e la teoria del valore-lavoro, ma in ogni caso Engels descrisse i fenomeni produttivi, quali l’erogazione di forza-lavoro e la simultanea coscienza di aver erogato determinate quantità di lavoro per i diversi prodotti, che risultarono ben presenti anche nel lontano paleolitico.

A supporto di tale tesi vanno inoltre aggiunti altri “fatti testardi”, che la consolidano ulteriormente.

Innanzitutto i clan di raccoglitori/cacciatori non consumavano né producevano un solo ed unico oggetto d’uso, ma viceversa una varietà di oggetti di consumo (diverse tipologie di carne, radici, frutta e verdura, ecc.) e di mezzi di produzione (chopper, amigdale, bastoni resi appuntiti per lo scavo dei tuberi, ecc.).

Ora, a parte il criterio del costo-lavoro, i clan paleolitici non avevano né potevano avere a disposizione un’altra “misura” (Engels) per determinare se un oggetto fosse facilmente acquisibile, oppure ottenibile solo attraverso notevoli/grandi difficoltà produttive; se un oggetto di consumo (ivi compreso il consumo dei mezzi di produzione, a partire dai chopper) potesse essere prodotto in abbondanza, oppure risultasse altamente costoso in termini di erogazione di tempo lavoro.

Anche in questo processo di conservazione non era disponibile, ne poteva in alcun modo essere disponibile un altro criterio di misura al di fuori del “lavoro, e solamente lavoro” (Engels, 1894), al di fuori della quantità/durata temporale delle energie psico-fisiche erogate, per selezionare tra gli oggetti di consumo in termini di facilità/difficoltà di acquisizione ed utilizzo: per distinguere ad esempio tra la caccia a piccoli roditori, e quella avente invece come prede i temibili mammuth.

In secondo luogo proprio la produzione multipla e ripetuta di utensili insegnava nella pratica agli uomini paleolitici che la costruzione di due strumenti di produzione costava più lavoro e più erogazione di energia psico-fisiche, di una singola unità, approssimativamente il doppio del lavoro socialmente necessario per creare un solo arnese produttivo: una semplice forma di equivalenza che, ripetuta per centinaia di migliaia di volte (anche ovviamente con multipli diversi), si consolidò via via in un ulteriore presa di coscienza dall’importanza oggettiva del costo-lavoro nelle menti paleolitiche.

Il  terzo elemento di prova deriva dal basso livello di divisione sociale del lavoro nel paleolitico, in base al quale ogni cacciatore poteva e doveva diventare un raccoglitore di cibo, e viceversa.

Pertanto ciascun produttore diretto del paleolitico conosceva per esperienza diretta la quantità del lavoro socialmente necessario per produrre oggetti e valori d’uso in campi produttivi diversi da quelli che in via principale era impegnato, risultando perfettamente informato sulla durata media del tempo di lavoro necessario per produrre i diversi oggetti di consumo all’interno delle piccole comunità che segnarono la nostra lontana preistoria.

Inoltre il processo produttivo anche ai membri del clan paleolitico che la natura spesso opponeva una “resistenza” più o meno salda ai suoi piani e progetti, che richiedeva pertanto erogazione di fatica, esperienza ed impegno per essere superata con successo: ad esempio la selce di qualità scadente, oppure le presunte prede-carnivore che si trasformavano di colpo in pericolosi predatori, ecc.

Solo le tradizioni ed esperienze accumulate in precedenza (con un costo-lavoro spesso millenario) ovviamente combinate con il Know-how e concentrazione/sforzo, poteva permettere con frequenza di trovare soluzioni efficaci ai problemi/micro problemi produttivi che si presentavano via via agli uomini del comunismo primitivo.

Infine l’importanza del costo-lavoro veniva riaffermata indipendentemente (e riconosciuta in modo parziale nella coscienza collettiva dei clan paleolitici) con l’avversione di tipo spontaneo-pratica manifestata sempre nei tempi preistorici rispetto allo spreco sistematico e continuo degli oggetti di consumo e del tempo di lavoro in essi contenuto.

Il prodotto sociale complessivo, ottenuto mediante il cosciente/fatico processo di raccolta/caccia doveva essere su una coscienza minuziosa dell’Habitat locale, dove in ogni caso essere utilizzato e consumato nel miglior modo possibile; una forma di utilizzo/riciclo che spiega ad esempio  il disprezzo (legittimo) dei clan di nativi americani per la caccia al bufalo praticata dai coloni bianchi, durante la quale solo una minima parte delle prede veniva utilizzata dai cacciatori, una volta uccise.

Viceversa una cultura paleolitica come quella degli Hanunoo, studiata dal ricercatore H. C. Concklin, esprimeva un insieme proteiforme di attività che “comportavano una familiarità molto intima con la flora locale e una precisa coscienza della classificazione botanica. Contrariamente all’opinione secondo cui le società che vivono in economia di sussistenza non metterebbero a profitto che una piccola percentuale della flora locale, questa viene utilizzata nella proporzione del 93 per cento.”

Secondo il ricercatore R. B. Fox, a sua volta, “Un tratto caratteristico, che differenzia i Negrito dai loro vicini cristiani della pianura, consiste nella inesauribile conoscenza dei regni vegetale e animale, una conoscenza che non implica soltanto l’identificazione specifica di un numero spettacoloso di piante, uccelli, mammiferi e insetti, ma anche quella delle abitudini e del comportamento di ciascuna specie… Il Negrito è pienamente integrato nel suo ambiente e, quel che più importa, non si stanca mai di indagare nel mondo che lo circonda.[10]

Non a caso ma per precise ragioni socioproduttive…

Passando invece al piano della capacità di misura quantitativa del tempo di lavoro, l’orologio solare era sicuramente a disposizione anche dei produttori diretti del paleolitico al fine di calcolare approssimativamente la durata del tempo di lavoro socialmente necessario per produrre i beni, attraverso la raccolta/caccia e la produzione di mezzi di produzione.

La distinzione giorno/notte ed il divenire graduale della luce solare durante la giornata, dalla tenue illuminazione dell’alba fino alla declinante luminescenza del tramonto, costituirono anche allora (fino al Diciassettesimo secolo in Europa, e alla diffusione degli orologi meccanici) il parametro oggettivo, seppur impreciso, che consentiva il determinare parzialmente la rispettiva durata dei processi lavorativi giornalieri. Non è un caso che il più antico “orologio” e strumento per la misurazione del tempo sia stata la meridiana, il cui uso è documentato in Cina già  a partire dal terzo millennio a.C. e che all’inizio consisteva in una semplice asta la cui ombra, basata ovviamente sulla dinamica della luce solare, permetteva di stabilire con una certa precisione il decorrere delle ore.[11]

Penultimo elemento di sostegno, nella preistoria il processo produttivo costituiva un fattore di pericolo di regola assai più intenso che ai nostri giorni. Non solo a causa dei periodi determinati dello stesso processo produttivo (infortuni muscolari e fratture ossee durante la caccia e la raccolta) ma anche per il livello  più o meno elevato, ma sempre reale di rischio “esterno” che grava sui lavoratori del paleolitico che operano fuori dalle zone di pernottamento, a causa dell’azione sia dei produttori carnivori di  media e grande taglia,  dalle iene fino ad arrivare alla temibile tigre con i denti a sciabola, che delle più dure condizioni geoclimatiche (come durante prolungate siccità o glaciazioni).

Talee rischio mortale incombeva sempre sul lavoro delle donne-raccoglitrici, come in quello dei maschi-cacciatori, a dispetto dell’abilità sempre crescente acquisita via via dai nostri lontani antenati. Ad esempio gli aborigeni australiani, che arrivarono a colonizzare il continente australe almeno 50.000 anni orsono, risultavano (e rimangono tuttora, almeno in parte) degli eccellenti cacciatori capaci di produrre sofisticati 600 merang e di utilizzare abilmente il velano per uccidere le prede, ma anche loro dovettero carsicamente pagare un tributo di sangue ai pericoli geonaturali ad animali letali quali “coccodrilli, serpenti velenosi”. A sua volta la paleoantropologia ha riscontrato “numerosi esempi di Neandertaliani che presentano malattie o traumi patiti nel corso della loro rischiosa vita. Il famoso “vecchio” di La Chapelle-aux-Saint, un neandertaliano francese classico quant’altri mai, quando morì soffriva di una artrite generalizzata, probabilmente di origine traumatica e aveva perduto quasi tutti i denti (ed è certo che non era tanto vecchio quando morì: Trinkaus ne stima l’età attorno ai trent’anni). Anche altri Neandertaliani soffrivano di malattie degenerative delle articolazioni, oltre a fratture di numerose ossa”.[12]

L’attività produttiva preistorica non costituiva pertanto un “pranzo di gala” in una sorta di ufficio post-moderno ed in un confortevole Eden primordiale, ma un attività sempre piena di rischi spesso mortali, aggravati dalle carsiche catastrofi geoclimatiche, come quella che ad esempio trovata nel sito di Sima de los Huesos, un sito dei Neanderthal in Spagna.

Se si unisce anche tale fattore alla fatica costante ed all’attenzione/stress costante sempre connesse (con gradi diversi d’intensità) all’attività produttiva nel paleolitico, risulta facile comprendere la preferenza attribuita dai raccoglitori-cacciatori del paleolitico al tempo libero e alle attività ludico-erotiche rispetto al lavoro: prova sicura di tale selezione è il fatto che il popolo dei San dell’Africa australe degno erede dei nostri antenati all’’età della pietra, dedica non più di 15/18 ore settimanali al processo produttivo, anche abitando in zone sicuramente ricche sul piano delle risorse naturali di quelle di cui potevano valere i clan del paleolitico.[13]

Ameno su questo punto J. Zerzan colse nel segno quando sottolineò che “oggi i pochi cacciatori-raccoglitori sopravvissuti occupano le zone del mondo meno “interessanti economicamente” in cui l’agricoltura non è ancora penetrata, come tra le nevi degli Innuit (“Eschimesi”) o nel deserto degli aborigeni australiani. Eppure, il  rifiuto del faticoso lavoro agricolo, anche in circostanze avverse, ha i suoi vantaggi. Gli Hazda della Tanzania, i Tasaday, delle filippine, i !Kung del Botswana oppure i !Kung San (“Boscimani”) del deserto del Kalahari… Testimoniano quanto riassunto da Hole e Flannery: “nessun gruppo al mondo ha più tempo libero dei cacciatori-raccoglitori, che lo passano principalmente giocando, conversando e rilassandosi”.[14]

Ha differenza di quello che si pensa di solito, inoltre, l’attività di caccia e raccolta-moderna nel paleolitico richiedeva una notevole capacità di concentrazione ed una grande accumulazione di conoscenze, attraverso un faticoso apprendimento ed esercizio della memoria da parte dei nostri antenati. Per avere almeno un parziale termine di confronto, “gli antropologi si studiano il popolo San, o bushmen del deserto del Kalahari, hanno dimostrato che essi non solo sono in grado di riconoscere e classificare centinaia di specie di piante e di animali ma,  ciò che più conta, è possiedono anche una profonda conoscenza del comportamento degli animali. Cacciare non si risolve semplicemente nel vedere un animale e ucciderlo; nella maggioranza dei casi la preda non si lascia prendere facilmente e bisogna bloccarla facendo uso di ciò che sappiamo delle sue abitudini e decifrando i segni che lascia.

Il segno  più importante è l’impronta dell’animale, ma seguire le tracce è assai più che andare semplicemente dietro a una serie visibile di orme. La capacità di leggere una pista richiede che un cacciatore tragga la sua deduzione da un ampia gamma di indizi appena percettibili, che includono le feci, l’urina, la saliva o il sangue dell’animale; il pelo o le piume; i ramoscelli, i rami e i fili d’erba spezzati; gli odori e i suoni; e i vari indicatori del pasto degli animali e di altre componenti.

“I cacciatori del deserto del Kalahari” ha spiegato un antropologo “sono capaci di distinguere persino sulla sabbia smossa, le  tracce di numerose  e diverse creature, che vanno dagli scarafaggi e i millepiedi […] al serpente e la mangusta. Inoltre, sono capaci di distinguere le diverse specie di manguste soltanto sulla base delle  tracce lasciate”. Spesso il più labile di questi indizi consente loro di determinare addirittura il sesso dell’animale, l’età approssimativa e il tempo trascorso dal suo passaggio.

Lo storico Carlo Ginzburg sostiene che questo è “il gesto forse più antico della storia intellettuale del genere umano: quello del cacciatore accovacciato nel fango che scruta le  tracce della preda”. L’antropologo Louis Liebenberg ha esteso un  concetto scrivendo un intero libro per sostenere che la raffinata capacità di seguire le tracce degli animali costituisce “l’origine della scienza”. Secondo la sua tesi, questa attività è basta “sul ragionamento ipotetico deduttivo” ed “è una scienza che richiede fondamentalmente le stesse attitudini intellettuali della fisica e della matematica moderne”. Le cognizioni possedute dai cacciatori-raccoglitori studiati da Liebenberg nel Kalahari includono “informazioni assai dettagliate sulle abitudini alimentari, riproduttive e di ibernazione” di molte specie; questi uomini “sembrano avere una conoscenza di molti aspetti del comportamento animale superiore a quella degli scienziati europei”. Questo sapere è alla base di “un’attività creativa di problem solving nella quale le ipotesi sono continuamente testate sugli indizi rappresentati dalle tracce, per cui sono scartate quelle che non reggono per essere sostituite con ipotesi migliori”.[15]

La combinazione dialettica tra fatica e pericolo, difficile processo di accumulazione di conoscenze,  concentrazione ed uso della memoria (con l’aggiunta delle carsiche catastrofi geoclimatiche) rende perfettamente comprensibile la scelta preferenziale adottata dai clan paleolitici – e dimostrata dall’esperienza contemporanea dei loro lontani discendenti, a partire dai San – a favore del tempo libero o, proprio perché i lati negativi del processo produttivo durante l’era preistorica lo rendevano un compito difficile, impegnativo e pieno di rischi, anche per la conflittualità carsica tra tribù.

G. Mazzetti ha notato, rispetto alla vita quotidiana del paleolitico che “la maggior parte dei reperti fossili dell’epoca ci parlano di morti traumatiche, dovute alle continue battaglie che coloro che non appartenevano al ristretto gruppo locale simbioticamente organizzato in tribù. Altro che “facile e completa soddisfazione dei propri bisogni”! Spesso la caccia implicava non solo giorni e giorni di inseguimento della preda, ma anche gravi incidenti agli stessi cacciatori, oltre ai riti totemici, per placare la paura dell’animale ucciso. Quasi sempre l’acqua era talmente scarsa da richiedere non solo un immane fatica per procurarsela, ma anche continui scontri che gli altri gruppi che cercavano  di monopolizzare le sorgenti e le riserve.”[16]

Persino l’attività di scarnificazione di carogne di animali morti, che con tutta probabilità costituì per centinaia di migliaia di anni la fonte principale di proteine animali per la nostra onnivora specie, non risultava certo esente da pericoli e da “incontri spiacevoli”.

Sembra ormai quasi certo che l’Homo Habilis (ed i suoi successori) sia “stato in primo luogo un intelligente scarnificatore di animali morti per cause naturali (ferite, malattie, aggressioni di grandi carnivori): se questo fosse vero, i più antichi strumenti in pietra scheggiata sarebbero coltelli e seghetti da macellaio, piuttosto che armi usate per abbattere gli animali. Alcuni pensano che proprio contendendo le carogne a leoni, orsi e altri grandi predatori Homo abbia messo in atto le prime forme di caccia organizzata, altri hanno sottolineato come solo mani armate di blocchi di pietra e schegge acuminate erano in grado di spezzare le ossa lunghe dei grandi mammiferi, e di estrarne il midollo (una delle sostanze del tenore nutritivo più elevato): solo le iene, tra i grandi predatori di carogne, avevano le mascelle tanto potenti da fare altrettanto, e con le iene i nostri “cugini e antenati” dovettero certamente vedersela per centinaia di migliaia di anni”.[17]

Del resto l’idea “che la nostra umanità sia andata forgiandosi grazie ad uno stile di vita predatorio e bellicoso cambiò per sempre quando i fossili umani rinvenuti in alcuni siti dimostrarono il contrario: e cioè che in realtà gli esseri umani emergenti erano preda dei carnivori. L’antropologo sudafricano C. K. Brain, in uno studio divenuto poi una pietra miliare, dimostrò che i danni visibili sugli scheletri delle australopitecine, che si pensava fossero stati inferti da altri ominidi, erano state in realtà causate da predatori che, come leopardi, si nutrivano di queste creature. È pertanto più probabile che i primi ominidi fossero prede e non potenti predatori.”[18]

Infine va tenuto presente che se gli scambi di beni tra i diversi clan risultano carsici e di tipo sporadico, essi avvenivano comunque nella realtà paleolitica e tenevano conto inevitabilmente del costo – lavoro dei diversi oggetti d’uso vegetali – barattati, ivi compreso il tempo di lavoro necessario per il trasporto di un bene (ad esempio le conchiglie portate nelle zone lontane dal mare).

Esaminando l’esperienza delle popolazioni primitive della Polinesia, in particolare i tikopia, Polanyi notò la cristallizzazione di rapporti fissi nello scambio reciproco di beni che a volte assume forme assai curiose per la mentalità occidentale.

“Gli atti di baratto sono qui di solito incorporati in rapporti di lunga durata che implicano fiducia e sicurezza, una situazione che tende a cancellare il carattere bilaterale della transazione. I fattori limitativi sorgono da tutti i punti dello spazio sociologico: costumi e leggi, religioni e magia contribuiscono allo stesso modo al risultato che è quello di restringere gli atti di scambio a persone e oggetti in determinati tempi ed occasioni prestabilite. Di regola colui che baratta entra semplicemente in un tipo di transazione precostituito nel quale sono fissati gli oggetti ed il loro ammontare equivalente. Nella lingua dei tikopia Utu denota un tale equivalente tradizionale come parte dello scambio reciproco. Quello che appariva come il carattere essenziale dello scambio del pensiero del diciottesimo secolo, l’elemento volontaristico della contrattazione ed il discutere sul prezzo così espressivo del presunto motivo dello scambio, trova poche opportunità nella transazione effettiva; nella misura in cui questo motivo sta alla base della procedura, raramente è possibile che esso salga alla superfice.

Il modo abituale di comportamento è piuttosto quello di dare espressione alla motivazione opposta. Il datore può semplicemente lasciar cadere l’oggetto per terra e colui che lo riceve farà finta di raccoglierlo casualmente o anche di lasciare che venga raccolto da uno del suo seguito. Niente potrebbe essere più contrario al comportamento accettato che far mostra di gradire il corrispettivo ricevuto. Poiché abbiamo tutti i motivi di credere che questo comportamento complicato non sia il risultato di una genuina mancanza di interesse per il lato materiale della transazione potremo descrivere l’etichetta del baratto come un processo neutralizzante rivolto a limitare la portata di questo aspetto materiale.”[19]

Data per assodata la centralità del lavoro, della durata e difficoltà oggettiva del tempo di lavoro all’interno del processo produttivo del paleolitico, sorge subito la domanda sulle fusioni concrete assunte da tale LEU nei tempi preistorici, dove non sussisteva un processo di scambio regolare e continuato di prodotti tra i diversi clan del paleolitico.

Seppur solo cresciuta in forma elementare e grazie alla tradizione/abitudini millenarie, la legge del costo-lavoro serviva innanzitutto per selezionare gli oggetti del consumo umano durante l’era preistorica, dividendo ad esempio quelli facili da ottenere (la frutta d’estate, ad esempio) da quelli difficili da acquisire, (come nel caso delle prede più grandi della caccia umana ai combattivi mammuth, gli orsi delle caverne, ecc.); dividere i casi di caccia con poca carne e quella potenzialmente assai fruttuosa per il taglio delle prede, ecc.

Inoltre la tendenza al massimo risparmio possibile di lavoro sociale, che già si intravedeva in azione nel corso del paleolitico, presupponeva necessariamente la valutazione preventiva del costo-lavoro.

In terza battuta è assai utile un calcolo approssimativo (basato su un esperienza produttiva plurimillenaria, tramandata nel paleolitico di generazione in generazione) del rapporto tra lavoro speso nel processo lavorativo e suo rendimento produttivo per i diversi casi concreti, in particolar modo rispetto al decisivo campo alimentare: relazione didattica che diventava l’indicatore oggettivo della produttività del processo produttivo anche per i nostri lontani antenati. Si usa ad esempio il chopper perché la sua produzione costava sicuramente tempo di lavoro e fatica, ma allo stesso tempo consentiva l’opera di scarnificazione delle carogne di animali morti ottenibile in sua assenza solo in minima quantità degli uomini e a prezzo di grandi sforzi.

La LEU in via d’esame consentiva inoltre di acquisire la capacità di distinguere un ottimo cacciatore da uno meno dotato, un ottimo intagliatore di selce/pietra da uno di medio livello consentendo pertanto la concentrazione di determinate attività produttive nelle mani dei più dotati e una parziale, embrionale divisione del lavoro all’interno dei diversi clan paleolitici.

Durante i processi carsici scambi/donazioni reciproche, di oggetti tra clan diversi, il lavoro globale erogato per creare i prodotti scambiati serviva inoltre di regola da regolatore dei termini delle donazioni/scambi: sempre tenendo conto dei rapporti umani generosi della preistoria oltre che del fattore-spazio e del tempo di lavoro necessario per un eventuale trasporto dell’oggetto sino ad un posto lontano (=le conchiglie per una tribù dell’interno) riportate al punto di origine.

La seste LEU spiega inoltre altri fenomeno quali:

–          il processo di selezione dei migliori organizzatori dei processi produttivi collettivi, a partire da molte forme di caccia e raccolta, dato che la loro azione aiutava a ridurre il  costo-lavoro dei beni via via procurati dalla praxis collettiva;

–          lo stimolo ad applicare le scoperte tecnologiche utili: ad esempio l’inversione prima del propulsore, ed in seguito dell’arco aumentarono la produttività del lavoro speciale paleolitico, diminuendo sia i rischi della caccia che il costo delle prede in termini di lavoro umano;

–          l’applicazione delle tecnologie che riducevano il costo-lavoro, e/o la deperibilità degli oggetti di consumo alimentari, riducendo nel secondo caso (indirettamente) il loro costo-lavoro aumentando il rendimento alimentare: il processo di essiccazione/affumicazione dei cibi, introdotto sicuramente nel medio paleolitico grazie alla domesticazione del fuoco, serviva ad entrambe le funzioni, riducendo sensibilmente il peso dei cibi da trasportare durante gli spostamenti dei clan.

Ma soprattutto la legge del costo-lavoro, visto il bassissimo livello paleolitico di sviluppo delle forze produttive, indicava il punto (vitale) di separazione tra sopravvivenza e morte per inedia. Infatti se il tempo di lavoro socialmente necessario ai vari clan paleolitici per produrre la massa di generi alimentari indispensabili per sopravvivere superava quello da loro erogato ed erogabile, anche con la massima tensione delle loro forze combinate, i membri delle tribù interessate dal fenomeno semplicemente morivano per fame o sete, completamente (o) lasciando in vita solo i maschi più forti. Tale azione della LEU in esame, impellente sul piano oggettivo anche per selezionare la ricerca/produzione tra i diversi beni d’uso potenzialmente creabili/acquisibili, viene testimoniata anche dall’esperienza delle tribù degli Achè nel Paraguay occidentale, la quale “per sostentarsi si dedica alla raccolta di frutti della terra e alla caccia, e consuma grandi quantità di carne. Le antropologhe Kim Hill e Kristen Hawkes studiano gli Achè della fine degli anni ’70 e hanno documentato dettagli le loro strategie di foraggiamento. Servendosi di un quadro concettuale evoluzionista per comprendere come mai gli Achè compiano scelte alimentari comprendenti alcuni cibi ma non altri, Hill e Hawkes scoprirono che queste popolazioni si attengono strettamente a un bilancio fra dispendio di tempo ed energia da una parte, e calorie ricavate, dall’altra. La carne è una splendida fonte di nutrimenti, ma non è una fonte affidabile di energia se confrontata con alimenti di origine vegetale facilmente reperibili nell’ambiente. Per essere una popolazione di cacciatori-raccoglitori, gli Achè sono insolitamente carnivori; l’introito calorico che essi ricavano dalla carne è più alto di quello riscontrato in quasi tutte le società di cacciatori-raccoglitori studiate finora. Hawkes e i suoi colleghi si chiedono: “poiché gli Achè cacciano tanto bene, perché si dedicano anche alla raccolta?” Per la maggior parte delle popolazioni di cacciatori-raccoglitori, i cibi di origine vegetale possono rappresentare una protezione nel caso in cui i tentativi di procurarsi la carne falliscano. La carne è una risorsa alimentare molto ambita, ma la sua ricerca è associata a  un alto rischio di fallimento e a un basso ritorno rispetto al tempo e all’energia investita nella ricerca. Gli alimenti di origine vegetale, invece, possono essere raccolti nella foresta – spesso dalle donne, mentre gli uomini sono a caccia – con uno scarso rischio di fallimento e un elevata remunerazione dell’investimento in termini di tempo ed energia. Per gli Achè gli alimenti di origine vegetale non sono semplicemente una risorsa associata a un basso rischio e a un elevato rientro in caso di fallimento dei tentativi di procurarsi la carne; gli alimenti di origine vegetale ( e gli insetti) vengono presi in considerazione nelle scelte di foraggiamento perché comportano un basso costo in termini di tempo ed energia rispetto ad alimenti di origine animale più difficili da procurare. Quando le attività di foraggiamento sono considerate nel contesto complessivo di un’analisi economica dei costi e benefici,  è chiaro che le popolazioni di cacciatori-raccoglitori in alcuni casi propendono per la caccia – per esempio quando le prede sono abbondanti e facili da catturare, così da assicurare una remunerazione elevata dello sforzo venatorio – mentre in altri casi si dedicano alla raccolta.”[20]

Il calcolo del rendimento energetico della qualità di lavoro necessario per ogni caloria ottenuta, il quoziente energia/spesa ottenuta influenzarono anche la lunghissima epoca paleolitica.

“Bilancio tra dispendio di tempo” di lavoro e “calorie ricavate” come processo continuo di calcolo nel paleolitico, come ininterrotta valutazione del rendimento “in termini di tempo ed energia”, alias in termini di costo-lavoro del prodotto del processo lavorativo: si tratta di un raffronto generale che si applicava concretamente e sicuramente alle società del paleolitico al loro concreto e plurimillenario sviluppo.

Per quanto riguarda invece il raggio d’azione della sesta LEU all’interno del comunismo sviluppato, risulta assolutamente sicuro che i suoi associati sapranno benissimo, come e meglio dei loro antenati del comunismo primitivo del paleolitico, che nel processo produttivo erogheranno solo ed esclusivamente lavoro/energie psico-fisiche umane. Sotto questo aspetto anche il  tuo amico Engels nell’AntiDuring non lasciò spazio ad alcun equivoco. Analizzando le leggi fondamentali di sviluppo della futura formazione economico-sociale comunista (sia nella sua fase di sviluppo “inferiore” e socialista, che in quella superiore del comunismo sviluppato), Engels infatti notò “il valore” legato a rapporti di scambio mercantili e “l’espressione più generale e perciò più comprensiva delle condizioni economiche della produzione di merci”, sarebbe sparito completamente (“la società non assegnerà neppure dei valori ai prodotti”), mentre invece avrebbe continuato a funzionare costantemente proprio la LEU del costo-lavoro, intesa come “la quantità di lavoro necessario alla loro produzione” (sempre Engels), collegata alla dialettica alla LEU dell’utilità sociale media dei “diversi oggetti d’uso”.

“Date le premesse sopracitate, la società” (comunista-sviluppata) “non assegnerà neppure dei valori ai prodotti. Essa non esprimerà il fatto semplice che i cento metri quadrati di stoffa hanno richiesto per es. mille ore di lavoro per la loro produzione, dicendo in una maniera sciocca e assurda che essi hanno il valore di mille ore di lavoro. Certo anche allora la società dovrà sapere quanto lavoro richiede ogni oggetto di uso per la sua produzione. Essa dovrà organizzare il piano di produzione a seconda dei mezzi di produzione, ai quali appartengono, in modo particolare, anche le forze-lavoro. Il piano, in ultima analisi, sarà determinato dagli effetti utili dei diversi oggetti di uso considerati in rapporto tra di loro e in rapporto alla qualità di lavoro necessaria alla loro produzione. Gli uomini sbrigheranno ogni cosa in modo assai semplice senza l’intervento del famoso “valore””.[21]

 

 



[1] A. Ronceglia, “Sraffa”, p. 31, ed. Laterza

[2] K. Marx, “Il Capitale”, vol. secondo, cap. primo, par. primo

[3] U. Huws, “La nascita del cibertariato”, 2001, in Socialist Register

[4] R. Meek, op. cit., pp. 154-155

[5] K. Marx, “Il Capitale”, libro primo, cap. quarto, par. terzo

[6] K. Marx, op. cit., libro primo, cap. quinto, par. primo.

[7] I. Tattersal, “Il cammino dell’uomo”, p. 160, ed. Garzanti

[8] M. Kaku, “Mondi paralleli”, p. 394, ed. Codice

[9] F. Engels, “Considerazioni supplementari” alla prefazione del terzo libro del Capitale

[10] H. Levi-Strauss, “Il pensiero selvaggio”, p. 16, ed. Il  Saggiatore

[11] G. C. Pavanello, A. Trinchera, “Le meridiane”, pp. 27-30, ed. De Vecchi

[12] J. L. Arsuago, op. cit., p. 181

[13] J. Diamond, “Armi, acciaio e malattie”, pp. 79-80, ed Einaudi

[14] J. Zerzan, “Agricoltura”, p. 2, in www.tncrew.org

[15] C. D. Conner, “storia popolare della scienza”, pp. 44-45, ed. Tropea

[16] G. Mazzetti, “Decrescita, fuga verso il passato”, 24/4/2012

[17] “L’alimentazione nell’Italia antica”, in www.beniculturali.it

[18] C. B. Stanford, “Scimmie cacciatrici”, p. 114, ed. Longanesi

[19] K. Polanyi, op. cit., pp. 79-80

[20] G. B. Stanford, “Scimmie cacciatrici”, pp. 157-158, ed. Longanesi

[21] F. Engels, “AntiDuring”, op. cit., p. 330


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