Prefazione

“Il mistero delle LEU scomparse”

Caro Moro, esiste una sorta di “giallo” teorico nel marxismo che avrebbe potuto attirare l’attenzione anche di E. A. Poe: il mistero delle leggi economiche universali scomparse, sparite, smarrite.

Infatti nel suo AntiDuhring  proprio all’inizio della sezione dedicata all’economia politica, il tuo grande amico Engels scrisse che quest’ultima scienza risultava di natura prettamente “storica” e che doveva pertanto necessariamente partire dall’analisi delle “leggi particolari di ogni singola fase di sviluppo della produzione e dello scambio”.

Ma Engels affermò anche che, effettuato con successo tale cammino teorico, “alla fine di questa indagine” l’economia politica “potrà stabilire le poche leggi assolutamente generali valide per la produzione e lo scambio in genere”:  nella nostra terminologia, le leggi economiche universali.[1]

Quindi sussistono, a giudizio del tuo amico, delle “leggi” economiche “assolutamente generali”: il problema è che Engels non accennò quasi mai a quali fossero tali leggi economiche universali, “poche” o tante che fossero.

Engels scherzava, e ci voleva prendere in giro?

Non crediamo assolutamente a tale ipotesi anche perché, sempre nell’AntiDuhring, Engels indicò almeno in parte una di queste “leggi assolutamente generali” poche righe prima di quelle da noi già citate, sottolineando infatti che “produzione e scambio sono due funzioni diverse. Può esserci la produzione senza lo scambio, non lo scambio – che proprio per sua essenza è scambio di prodotti – senza la produzione.[2]

Se si sostituisce il termine “consumo” (ivi compreso il consumo di mezzi di produzione) a quello di “scambio”, otteniamo una delle più elementari (e tristi, negative…) leggi economiche universali, come si vedrà meglio in seguito.

Il problema e il “mistero”, caro Marx, consistono nel fatto che anche se il processo di analisi teorica sull’economia vanta circa ventiquattro secoli di storia e partì già da Aristotele, con la sua distinzione tra valore d’uso/valore di scambio e tra produzione per l’uso/produzione per il guadagno (il filosofo di Stagira riconobbe inoltre che tutte le merci sono frutto del lavoro umano, notando altresì che il denaro risulta la misura del valore), la sua messe di risultati si rivela ancora assai ridotta rispetto al processo di individuazione di leggi economiche di valore universale e che si manifestino concretamente in tutte le epoche storiche; nonostante che nella tua geniale opera “Il Capitale” esse fossero  contenute in larga parte, espresse a volte in forma assai chiara, i tuoi seguaci (più o meno degni…) si sono dimenticati di regola sia di estrapolarle che di  sviluppare almeno in parte il processo di analisi nei loro confronti, smarrendo e facendo pertanto svanire quasi completamente un “continente” ed un settore di ricerca teorico dotato anche di grande rilevanza concreta e pratica.[3]

In questo saggio cercheremo di iniziare a colmare tale gigantesca lacuna, che comprende anche le tendenze economiche, i “primati” ed i rapporti dialettici di valore universale del pensiero economico.

Per leggi economiche universali intendiamo quei nessi regolari e ripetuti di dipendenza tra fenomeni produttivi diversi,  posti in un costante rapporto dialettico di causa ed effetto e che si manifestino (anche se assumendo via via forme diverse) in tutte le formazioni economiche-sociali, del passato, presente e futuro. Partendo dal comunismo primitivo delle società paleolitiche, dall’Homo Habilis di circa 2.300.000 anni orsono, con la sua creazione dei primi utensili e della primordiale espressione della tecnologia umana, fino al (futuro) comunismo sviluppato del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”; passando via via per il modo di produzione asiatico ed i rapporti sociali di produzione schiavistici, per quello feudale e attraverso il modo di produzione capitalistico nelle sue varie fasi di sviluppo (manifatturiera, industriale, finanziario-imperialistica), oltre che per il socialismo, prima ed immatura fase di crescita del modo di produzione comunista.[4]

Tali leggi economiche universali, tra cui spicca per importanza quella del costo-lavoro, risultano essere:

–          la legge dell’erogazione gratuita e costante di valori d’uso economici da parte della Natura, che consente alla forza-lavoro umana di disporre delle condizioni materiali necessarie sia per riprodursi sul piano sociobiologico che al fine di creare valori d’uso con la praxis produttiva (=effetto): nel primo caso anche con valori d’uso “non ottenuti mediante il lavoro” (Capitale, libro primo, cap. primo, par. 1), quali ad esempio aria e fotosintesi clorofilliana, nel secondo caso fornendo materie prime ed energia, ecc;[5]

–          la legge dell’indispensabilità del lavoro umano, concausa e fattore determinante per il processo di riproduzione materiale del genere umano, dei suoi prodotti materiali di consumo e di  tutte le formazioni economico-sociali della storia passata, presente e futura della nostra specie.

–          la legge della trasformazione (necessaria e costante) di una parte del lavoro vivo in strumenti di produzione, con la derivata divisione (necessaria e costante) del  prodotto sociale complessivo tra mezzi di consumo e mezzi di produzione fin dal più remoto paleolitico (Homo Habilis e chopper);

–          la legge della dipendenza (costante e necessaria)  del consumo sia di mezzi di consumo, dal processo produttivo senza produzione, nessun consumo (produzione che può essere dovuta a terzi: creditori/produttori dei debitori/consumatori, lavoratori sfruttati, ecc.);

–          la legge del costo-lavoro, per cui il costo di qualunque bene/servizio già inventato viene  determinato dalla quantità/qualità di lavoro globale (immediato/mediato) socialmente necessario a riprodurlo/copiarlo (non a crearlo ex-novo), indipendentemente dalla presenza/assenza di rapporti di scambio rispetto ai beni e dalla presenza/assenza di plusprodotto: quantità di lavoro che “a sua volta si misura con la sua durata temporale”, come rilevavi giustamente nel Capitale, dipendendo a sua volta in ultima istanza dalla “forza produttiva del lavoro”;

–          la legge dell’innovazione-lavoro, per cui il costo di qualunque bene/servizio prodotto ex-novo (o migliorato sensibilmente) dalla creatività umana è determinato dal lavoro socialmente necessario a produrlo per la prima volta, in modo indipendente dalla presenza/assenza di rapporti di scambio dei beni e dalla presenza/assenza di plusprodotto;

–          la legge dell’ammortamento-lavoro, per cui il lavoro in precedenza accumulato nei mezzi di produzione e nelle materie prime/fonti energetiche si trasferiscono e cristallizza nel costo-lavoro globale dei beni prodotti, in base al suo logorio nel corso del processo di produzione;

–          la legge del costo della forza-lavoro, per cui serve una quantità determinata (variabile a seconda del periodo storico, dell’area geografica, ecc.) di mezzi di consumo per assicurare il processo di riproduzione di “buona qualità” (Marx) della forza-lavoro e della sua prole: sotto tale soglia, si assiste al deterioramento delle capacità fisico-intellettuali dei produttori diretti, più o meno intenso e veloce a seconda dei casi concreti;

–          la legge della riparazione-lavoro, per cui il tempo di lavoro socialmente necessario per la riparazione e pulizia degli oggetti di consumo e produzione si aggiunge costantemente al costo-lavoro globale di questi ultimi;

–          la legge del trasporto-lavoro, per cui al costo di produzione-lavoro immediata di un oggetto va aggiunto necessariamente il tempo di lavoro socialmente necessario per trasportare il bene dove viene utilizzato concretamente, (con l’ovvia eccezione del trasporto-zero);

–          la legge dell’asimmetria costante tra il costo-lavoro e l’innovazione-lavoro tra il tempo necessario socialmente per produrre ex-novo un bene e quello invece necessario per riprodurlo;

–          la legge del “Rasoio di Occam” dell’utilità, per cui qualunque bene-servizio non contiene alcun reale né costo-lavoro (indipendentemente dal tempo di lavoro necessario per riprodurlo/produrlo ex-novo) se non ha allo stesso tempo un utilità sociale, anche minimale;

–          la legge della “distribuzione del lavoro sociale in proporzioni definite” (Marx, lettera a Kugelmann del 1868),  date volta per volta, tra settore della produzione di mezzi di produzione e settore di produzione dei mezzi di consumo, tra  il fondo di lavoro accumulato negli strumenti di produzione ed il lavoro vivo;

–          la legge dell’aumento di bisogni materiali e culturali dell’uomo, in conseguenza dell’incremento del livello qualitativo di sviluppo del processo produttivo e delle conoscenze tecnico-scientifiche (protoscientifiche) applicate al processo produttivo;[6]

–          la legge dell’usura/logoramento determinato in modo costante dalla “forza distruttriva” (Marx) della Natura contro tutte le opere e forze produttive del genere umano, a partire dalla forza-lavoro e dalla sua longevità/efficienza;

–          la forza-lavoro ha “ la dote di natura” (Marx) di conservare costantemente il costo-lavoro del fondo dei diversi mezzi di produzione (fissi-circolanti) proprio trasformandoli ed utilizzandoli nel processo produttivo, impedendo il tal modo che il “logorio” inevitabile provocato dalla Natura distrugga via via il lavoro vivo in essi contenuto (libro primo del Capitale capitolo sesto);

–          la legge della dipendenza costante della (variabile) produttività sociale umana principalmente dal livello (variabile) di sviluppo della scienza (protoscienza) e tecnologia,  ivi compreso il Know-how espresso via via dalla forza-lavoro umana, a partire dai primi “chopper” creati dall’Homo Habilis più di due milioni di anni orsono;

–          la legge della dipendenza del costo-lavoro di ciascun oggetto d’uso, in qualunque epoca storica, dal grado variabile di produttività sociale via via raggiunto dalla forza-lavoro nelle diverse fasi storiche. Sussiste una proporzionalità inversa tra produttività generale del lavoro sociale e costo-lavoro: tanto maggiore risulterà tale produttività generale, tanto minore diventerà il costo-lavoro dei diversi oggetti d’uso;

–          la legge della dipendenza (costante e necessaria) della produzione di pluslavoro-surplus (plusvalore, nel modo di produzione capitalistico) da un livello qualitativo sufficientemente avanzato e da una “soglia critica” di sviluppo della produttività del lavoro sociale: senza disporre almeno di tale grado minimo/indispensabile (rivoluzione produttiva del neolitico, ecc.), il lavoro umano non può produrre pluslavoro ed un surplus costante, accumulabile con relativa facilità;[7]

–          la legge della trasformazione costante di una parte (variabile) del lavoro sociale in lavoro complesso e potenziato, capace di erogare nello stesso tempo di lavoro molte più energie psicofisiche del lavoro semplice e non-qualificato, secondo proporzioni stabilite da regole generali caratteristiche della formazione della forza-lavoro umana;[8]

–          a legge generale della ricchezza sociale: la quantità di valore d’uso, di ricchezza materiale a disposizione delle diverse società e formazioni economico-sociali rappresenta costantemente una variabile dipendente della quantità generale di lavoro in esse disponibili, moltiplicata per la produttività sociale di quest’ultima;

–          la legge del costo unitario nella produzione in serie, per cui il costo unitario di ogni singola unità prodotta è dato costantemente dalla divisione tra costo totale e quantità di beni prodotti; pertanto all’aumentare della produzione, se il costo totale non varia, il costo unitario diminuirà (e viceversa, in caso di diminuzione della produzione);

–          la legge del circolo virtuoso tecnologico, per cui una determinata massa critica di scoperte tecnologiche di grande portata innesca sempre la crescita del processo produttivo e degli scambi economici, aumento che a sua volta favorisce un ulteriore sviluppo della tecnologia;

–          la superiorità scientifica (protoscientifica) e tecnologica determina costantemente ed in modo necessario, fin dai tempi del confronto tra Homo sapiens e Neanderthal, un migliore processo di riproduzione economico (a partire dall’incremento della forza-lavoro) dei segmenti di società umane che godono di tale supremazia, più o meno prolungata nel tempo.;[9]

–          la legge della progettazione-lavoro: una delle forze motrici costanti e necessarie del processo produttivo consiste in un progetto cosciente per lo svolgimento delle attività produttive, o nella copiatura/riproduzione cosciente di un modello elaborato in precedenza (Marx, l’ape e l’architetto).

Oltre alle leggi economiche universali vanno sottolineati i megatrend, e cioè i processi economici di lungo periodo che non assumono tuttavia un carattere universale e necessario per la loro assenza in certe società, per la presenza carsica di controtendenze e periodi di stagnazione/regres-so in altre. Tali megatrend risultano essere:

–          la tendenza generale alla sostituzione crescente dell’impiego di forza-lavoro umana da parte dei mezzi di produzione sociali, dai chopper del lontano paleolitico fino ai robot e supercomputer che ci hanno permesso di diventare una specie iperpotente e l’unica, tra miliardi vissute finora sulla Terra, ad acquisire le capacità tecnologiche;

–          la tendenza generale allo sviluppo delle forze produttive e del derivato grado di controllo umano sulle dinamiche naturali, potenzialmente capaci nel futuro di esaltare le potenzialità umane in tutte le sfere (iperabbondanza di energia, modifica profonda del DNA di molte specie viventi e dello stesso uomo, viaggi iperstellari, terraformazioni di pianeti a partire da Marte, ecc.). il megatrend in esame determina l’accrescimento progressivo del numeratore MP (mezzi di produzione) rispetto al denominatore L (lavoro umano) nella frazione MP/L, che esprime a sua volta il rapporto generale fra i due componenti socioproduttivi della polarità dialettica in via d’esame;[10]

–          la tendenza alla crescente sostituzione dell’energia muscolare umana con l’utilizzo delle forze motrici extra-umane (dal fuoco alla fusione nucleare) in campo produttivo;

–          il “rendimento crescente” e la tendenza all’aumento della produttività del lavoro sociale umano, a sua volta collegata al progressivo sviluppo qualitativo del “lavoro universale”;

–          l’incremento tendenziale del livello di sviluppo protoscientifico/scientifico della nostra specie, applicato via via al processo produttivo;

la tendenza generale del lavoro umano a creare un pluslavoro/surplus  costante ed accum-

ulabile, una volta superata una soglia minimale critica: rivoluzione neolitica e creazione                        dell’agricoltura/allevamento, come base materiale indispensabile;

–          la tendenza alla minimizzazione del costo-lavoro nel processo di produzione dei diversi beni/servizi, e cioè il massimo risparmio possibile della forza-lavoro necessaria per un dato obiettivo/processo produttivo;

–          la tendenza alla massimizzazione del risultato/output produttivo, a parità di erogazione di forza-lavoro e mezzi di produzione: alias l’impulso alla massimizzazione dell’efficienza produttiva;

–          la tendenza al progressivo riequilibrio tra cambiamento (a volte regresso) della popolazione da un lato, e cambiamento (a volte regresso) delle risorse naturali/produttive disponibile dall’altro;

–          la tendenza all’equilibrio nella distribuzione sociale del lavoro, alla sua divisione relativamente stabile tra produzione di mezzi di produzione e produzione di mezzi di consumo;[11]

–          la tendenza del genere umano a creare progressivamente una “praxisfera” di matrice produttivo-tecnologica, a fianco della geosfera/biosfera. Una “praxisfera” capace col tempo,  specialmente a partire dalla rivoluzione agricola del “rosso” collettivistico neolitico, di generare e riprodurre, come scrisse già nel 1924 il grande scienziato sovietico V. I. Vernadskij, “una nuova ed enorme forza geochimica sulla superficie del nostro pianeta. L’equilibrio nella migrazione degli elementi, che si era stabilito in lunghi  tempi geologici, è infranto dall’intelletto e dall’attività degli uomini. Adesso, con tale indirizzo ci troviamo in un periodo di mutamento delle condizioni di equilibrio termodinamico all’interno della biosfera”.  (“Lineamenti di geochimica”, 1924)

Per quanto riguarda invece i “primati” universali in campo economico, essi riguardano:

–          il primato attuale della Natura (Sole, Terra, ecc.) rispetto al lavoro umano nel processo sociale di produzione di ricchezza e valore d’uso: ad esempio, per fabbricare delle stazioni orbitali autosufficienti a disposizione dell’intero genere umano, servirebbe un Pil mondiale superiore di alcune decine di migliaia di volte all’attuale;

–          il primato della Natura (ivi compresa la fisiologia umana) sulla praxis umana nel processo logoramento/distruzione, sia dei mezzi di produzione che della forza-lavoro umana;

–          il primato della scienza (protoscienza) e tecnologia sulle altre fonti di produttività sociale (mezzi di produzione, organizzazione del lavoro, ecc.): alias la centralità delle informazioni scientifiche-protoscientifiche e tecnologiche, a partire da quelle nella produzione di mezzi di produzione (i primitivi chopper, sementi agricole, ecc.);

–          il primato della progettualità/praxis sulle abitudini e istinti di specie, come evidenziato proprio dal tuo parallelo tra l’ape e l’architetto nel  Capitale, caro Marx;

–          il primato della praxis produttiva umana (=la sovracitata praxisfera) nel determinare i processi di trasformazione della geosfera/biosfera terrestre, almeno a partire dal luglio del  1945.[12]

Rispetto invece agli inscindibili rapporti universali che emergono all’interno del processo di produzione umana, essi sono composti dalle seguenti coppie dialettiche formatesi tra:

–          mezzi di produzione/lavoro, alias polarità dialettica tra fondo di produzione accumulato/ lavoro vivo;

–          produzione/consumo;

–          fondo di consumo/fondo di produzione accumulato;

–          produzione di mezzi di produzione (settore A) e produzione di mezzi di consumo (settore B);

–          fondo di produzione fisso (strumenti di produzione utilizzabili ripetutamente) e fondo di produzione circolante (materie prime e mezzi di produzione utilizzabili una sola volta);

–          risorse produttive naturali (energetiche, materie prime, terra/acqua, ecc.) e bisogni sociali;

–          riproduzione semplice/allargata del processo produttivo;

–          condizioni sociali della produzione/forze sociali dalla produzione;

–          popolazione/risorse produttive naturali disponibili volta per volta;

–          aumento della popolazione/aumento delle risorse produttive e naturali disponibili volta per volta;

–          incremento della produzione/incremento dei bisogni materiali e culturali;

–          energie psico-fisiche erogate via via nel processo produttivo e output ottenuto da quest’ultimo, volta per volta;

–          energie psico-fisiche erogate nel processo produttivo/risparmio e riduzione di tale erogazione rispetto al passato.

 

Infine si possono individuare anche le leggi economiche che si applicano solo “all’era del surplus insufficiente”, e cioè non ancora in  grado di garantire al genere umano il salto nel “regno della libertà” del comunismo sviluppato, tra le quali emergono:

–          l’effetto di sdoppiamento (una tendenza di lunga durata, che ha tratto spunto proprio dalla tua lettera a Vera Zasulich del marzo 1881), relativa alla possibilità/realtà dell’affermazione sia di rapporti di produzione collettivistici che di quelli classisti, nelle società dell’epoca del surplus;

–          la legge della creazione di un’“equivalente generale” tra i diversi beni, quando si svilupparono contemporaneamente la produzione di surplus ed i rapporti di scambio tra gli uomini e le diverse comunità del neolitico: e cioè il denaro, prima sotto forma di conchiglie/ossidiana, in seguito di bestiame, poi di metalli preziosi, di moneta metallica, ecc;[13]

–          la legge della creazione di un fondo di riserva/tesaurizzazione nell’epoca del surplus, partendo dalla presenza (più o meno ampia) di un “equivalente generale”;

–          la legge del valore-lavoro, che Engels fece risalire a circa sei millenni prima della formazione del modo di produzione capitalistico;[14]

–          la legge della domanda/offerta tipica degli scambi mercantili, all’interno di ciascuna formazione economico-sociale segnata da processi di compravendita di merci, ripetute e costanti.

Caro “Moro”, prima di entrare nel merito è necessario individuare cosa si intenda per  legge economica, oltre ai criteri generali di verifica indispensabili per effettuare un processo di enucleazione delle leggi economiche generali.

In estrema sintesi l’economia è una pratica sociale che ha per oggetto principale i multiformi processi produzione, scambio e distribuzione/consumo di beni o servizi, intesi come rapporti tra uomini mediati da “cose” (beni e servizi produttivi), mentre la scienza economica  ha come suo compito principale il processo di individuazione dello sviluppo storico, legato alla praxis umana, delle leggi economiche.[15]

A sua volta la legge economica, come si è accennato in precedenza, risulta essere il nesso costante, il legame dialettico di omogeneità e regolarità di comportamento esistente tra due fenomeni/processi diversi all’interno del campo produttivo umano, unificato da un rapporto (dialettico) di causa ed effetto tra una forza motrice ei suoi effetti costanti, di natura generale e uniformi. La legge economica costituisce un nesso necessario, generale e stabile tra fenomeni produttivi diversi, che si riproducono nel tempo.[16]

Per quanto riguarda invece le leggi economiche universali (d’ora in poi definite quasi sempre con l’acronimo LEU), il primo processo di verifica e la  prima “domanda della Sfinge” economica sulla loro esistenza effettiva consiste nell’accertare la loro presenza attiva all’interno del comunismo primitivo del paleolitico, a partire dall’Homo Habilis e dal processo collettivo di creazione delle pietre scheggiate da un solo lato, i “chopper”.

Solo se si verifica concretamente tale azione concreta si può passare ad un secondo livello di conferma/falsificazione, inteso come la previsione (ragionevolmente sicura) dell’esistenza delle LEU anche nel futuro (non-inevitabile) comunismo sviluppato, segnato dalla regola gioiosa del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Solo dopo aver superato positivamente anche questo secondo scoglio, si può passare alla terza prova della “Sfinge” economica, e cioè il processo di verifica della presenza/assenza delle LEU (o presunte tali) all’interno del processo di riproduzione delle diverse società classiste, dal modo di produzione asiatico fino a quello capitalistico.

Sempre tenendo conto, in tutti e tre momenti di verifica, che solo la pratica sociale ed il derivato materiale empirico risultano in grado di verificare la validità di una tesi e di un ipotesi teorica, come del resto rilevasti nella seconda delle “Tesi su Feuerbach” sostenendo che “la questione se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è una questione teorica, ma pratica. E’ nell’attività pratica che l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica”.[17]

A questo punto risulta anche necessario effettuare alcune precisazioni rispetto alle LEU, al fine di cercare di evitare preventivamente inutili fraintendimenti, nei limiti del possibile.

Queste ultime, intesi come “reti” (Lenin) e strumenti necessari per la comprensione della dinamica della realtà, valgono innanzitutto solo e fino a quando continuerà (speriamo per l’eternità) il processo di riproduzione del genere umano: a differenza delle leggi della natura, esse si realizzano e manifestano concretamente solo mediante l’attività e la praxis sociale dell’uomo, oppure di altre specie capaci di arrivare al livello tecnologico, inteso come processo di produzione di strumenti attraverso altri strumenti/utensili.[18]

Le LEU, inoltre, non possono essere annullate dal genere umano, ma altresì possono essere conosciute ed impiegate dalla praxis umana (entro certi limiti per latro variabili) a suo vantaggio per soddisfare i bisogni collettivi, sia di genere materiale che culturale. Ad esempio, la LEU dell’erogazione costante di valori d’uso da parte della Natura consente alla pratica umana di utilizzare questi ultimi in quantità crescente (e con modalità produttive e più avanzate) nell’eterno “ricambio organico” tra uomo e Natura, senza il quale in “un paio di settimane ogni nazione creperebbe”, come ogni “bambino marxista” dovrebbe sapere.

Ma non solo: le Leu si manifestano in forme diverse e incontrano controtendenze particolari nelle diverse formazioni economico-sociali. Ad esempio la legge dell’indispensabilità del lavoro umano per il processo di riproduzione umana non si applica, all’interno delle società classiste (di tipo asiatico o schiavistico, feudale o capitalistico), rispetto a quella minoranza privilegiata del genere umano venuta via via in possesso delle condizioni della produzione, dei mezzi sociali di produzione e del surplus sociale, resasi in grado di sfruttare i produttori diretti-non proprietari e di vivere/consumare anche senza partecipare in alcun modo, anche indiretto, al processo produttivo.

Quarto “codicillo”: il marxismo ha di regola confuso proprio le proteiformi manifestazioni assunte via via da ciascuna LEU all’interno delle diverse formazioni economico-sociali, con l’inesistenza (presunta…) dei nessi costanti ed universali tra fenomeni economici diversi.

Si è trattata di una grave confusione tra i diversi “volti” e manifestazioni concrete assunte dalle LEU negli specifici processi di riproduzione dei diversi rapporti di produzione/distribuzione sociali (a partire dal comunismo primitivo) da un lato, e la presunta inesistenza di nessi economici universali dall’altro.

Un abbaglio comunque rimediabile, visto che come notava Sartre il marxismo è ancora nella sua fase di giovinezza teorica, ma in tale periodo i tuoi seguaci sono riusciti a dimenticare che già nella tua lettera a Kugelmann del 1868 parlavi chiaramente di “leggi naturali” (alias LEU, a nostro avviso) in campo produttivo, quale ad esempio quella della dipendenza del genere umano dal lavoro e dall’eterno “ricambio organico” tra uomo e Natura, senza il quale in “un paio di settimane ogni nazione creperebbe”, come ogni “bambino marxista” dovrebbe sapere.

Quinta precisazione: le LEU si devono manifestare, per essere tali, sia nelle formazioni economico-sociali contraddistinte dalla presenza di un surplus/plusprodotto costante ed accumulabile, sia in quelle invece segnate proprio dall’assenza di un surplus/prodotto costante ed accumulabile, come nel caso di quel lunghissimo  periodo paleolitico che (per circa 2.300.000 anni) vide il processo di riproduzione di società collettivistiche prima della genesi/comparsa del pluslavoro e dell’eccedenza sul necessario per sopravvivere.

Sesta precisazione: le LEU si devono manifestare concretamente, per essere tali, sia nelle società basate anche sulla costante compravendita di prodotti (di quantità significativa) sia nelle società al cui interno il processo di scambio di prodotti non ha giocato (o non giocherà in futuro) un ruolo significativo e regolare, duraturo nel tempo; al cui interno non sussistono merci, in altri termini, intese come oggetti multiformi che vengono scambiati, venduti e acquistati tra proprietari autonomi di questi ultimi, non legati tra loro da rapporti di subordinazione formale (come ad esempio i servi della gleba e i loro signori).

Il secondo sotto-insieme comprende sul piano temporale:

–          Due milioni e più di storia umana, dell’Homo Habilis coi suoi chopper fino al mesolitico (11.000/9000 a.C.);

–          il futuro (e speriamo lunghissimo) “regno della libertà” del comunismo sviluppato, la cui regola fondamentale consisterà proprio nella gratuità dei beni e nell’assenza di scambio di merci, ormai finite nella pattumiera della storia.

Comprende al suo interno, pertanto, il periodo più lungo nel passato del genere umano e anche del suo (possibile) futuro, se supereremo le (pericolosissime) forche caudine del passaggio epocale dal capitalismo al socialismo/comunismo.

Va anche ribadito che il comunismo sviluppato di “a ciascuno secondo i suoi bisogni” non rappresenta purtroppo ancora (e per molti decenni futuri) una realtà, rischiando di non venire mai alla luce in caso di guerra nucleare (su scala mondiale e di lunga durata). Le previsioni sul suo futuro sviluppo, pertanto, rimangono solo prefigurazioni della nostra specie.

Si potrebbe subito obiettare, da parte borghese, che il comunismo sviluppato non c’è ancora e soprattutto “non ci sarà mai” anche nel futuro, risultando solo un parto della fantasia di Marx e dei socialisti, “utopici” loro malgrado. Tuttavia considerando:

–          il fatto sicuro che il comunismo primitivo “ci sia stato”, e per più di due milioni di anni;

–          il fatto sicuro che le società “rosse” e collettivistiche del neolitico/calcolitico “ci siano state”, e per ben cinque millenni (Gerico, Catal Huyuk, Ubaid, civiltà Yangshao in Cina, ecc.), tanto da essere presi come modelli utopici dal geniale pensatore taoista Lao-Tzu;[19]

–          Il fatto sicuro che il socialismo moderno “ci sia stato” in Unione Sovietica dal 1917 al 1990, e che “ci sia” tuttora a Cuba, Vietnam ed in Cina, seppur con seri problemi e contraddizioni;

–          il fatto sicuro che il progresso tecnologico-scientifico risulta ormai inarrestabile, se non in caso di guerra nucleare e di autodistruzione dell’umanità: fusione termonucleare, Intelligenza Artificiale, DNA sintetico, super computer quantici, ecc.

Tutti questi “fatti testardi” ci portano a pensare che anche il comunismo sviluppato “ci sarà” nei prossimi secoli, se (un grosso e minaccioso se) prima non si verificherà l’incubo della guerra termonucleare.

Ma anche se, per ipotesi, il comunismo sviluppato non ci dovesse “essere mai” nel futuro del genere umano, il solo prevedere sul piano astratto che se (se…) esso “ci sarà”, nella futura dinamica umana, non potrebbe non vedere l’azione al suo interno delle diverse LEU, tale conoscenza/anticipazione rappresenta un fattore che aumenta il grado di sicurezza proprio alla presenza costante e gratuita delle LEU.

Se nel comunismo-sviluppato di matrice marxiana risultasse ineliminabile la presenza attiva delle diverse LEU; se in aggiunta queste ultime si manifestassero concretamente anche all’interno degli altri modelli alternativi di comunismo (ad esempio in quello agognato da J. Zerzan e degli anarco-primitivisti, avente per oggetto il ritorno alla raccolta-caccia del paleolitico, oppure nell’altro estremo nel “comunismo della Porsche-caviale”), tali elementi di conoscenza/previsione costituirebbero come minimo delle ulteriori prove a favore della presenza ineliminabile e del raggio d’azione omnicomprensivo delle LEU in via d’esposizione, anche se nessuna forma di comunismo-sviluppato potesse mai venire alla luce; anche se il comunismo sviluppato rimanesse “solo” una (splendida) simulazione di scenario ed uno degli esperimenti mentali di immaginazione che tanto piacevano ad Einstein.[20]

Finite le “precisazioni”, va inoltre compiuto un processo preventivo di definizione/chiarimento rispetto ad alcune categorie economiche.

Per economia intendiamo, come si è già notato in precedenza, sia il processo di produzione che quello di distribuzione/consumo di beni/servizi di natura economica. Tra tali beni/servizi rientrano anche quei valori d’uso direttamente necessari ed indispensabili per la riproduzione della principale forza produttiva, e cioè l’uomo, con le sue conoscenze e Know-how tecnologiche-scientifico: pertanto l’aria, l’acqua e la terra/suolo rientrano a pieno titolo in questa categoria, anche se il primo oggetto economico è sempre un valore d’uso gratuito, fornito costantemente e gratuitamente dalla natura per la riproduzione sociobiologica e la praxis produttiva del genere umano.

Per forza-lavoro si intende l’insieme delle capacità fisiche ed intellettuali dell’uomo, ivi comprese le conoscenze/informazioni che vengono impiegate nel processo produttivo.

Per merce si intende un bene/servizio che viene scambiato tra il possessore dell’oggetto ed un diverso possessore di un altro oggetto (e/o di denaro), senza che tra di essi vi sia alcun vincolo extra economico (come nel caso del rapporto tra servo della gleba e feudatario) che abbia effetti significativi nel passaggio di beni/servizi tra i diversi attori economici.

La produttività del lavoro sociale, la “forza produttiva del lavoro” (Marx) viene determinata molteplici circostanze, e, tra le altre, dal grado medio di abilità dell’operaio, dal grado di sviluppo e di applicabilità tecnologica della scienza, dalla combinazione sociale del processo di produzione, dall’entità e dalla capacità operativa dei mezzi di produzione e da situazioni naturali.[21]

Per pluslavoro si intende invece il tempo di lavoro che la forza-lavoro fornisce, una volta esaurito il tempo di lavoro necessario per ottenere la quantità di mezzi di sussistenza destinati alla sua riproduzione dignitosa e di “buona qualità” (Marx): nei modi di produzione classisti (asiatico o schiavistico, feudale o capitalistico) il pluslavoro viene erogato gratuitamente a favore dei proprietari dei mezzi di produzione e delle condizioni della produzione, mentre nel socialismo/comunismo sviluppato esso viene redistribuito dalla società collettivistica (a sua volta il plusprodotto/surplus costituiscono la materializzazione del pluslavoro).

Per lavoro universale “si intende ogni lavoro scientifico, ogni scoperta, ogni invenzione. Esso dipende in parte dalla cooperazione fra i vivi in parte dall’utilizzo del lavoro fra i morti”.[22]

Il “lavoro astratto”, che esisteva già nel paleolitico, è a sua volta il lavoro sotto forma generale e a cui sono tolte  le caratteristiche speciali che differenziano un genere di lavoro dall’altro, lasciando sotto il minimo comun denominatore: l’erogazione di tempo di lavoro da parte dei produttori diretti.

Per quanto riguarda la categoria teorica di concausa nelle leggi economiche,  basta notare che se una legge risulta un nesso generale e costante tra due fenomeni diversi e ripetuti nel tempo, tra i quali uno assume il ruolo di causa e l’altro di effetto, a volte in campo produttivo l’effetto viene provocato e determinato simultaneamente da due (o più) cause e forze diverse che contribuiscono entrambe, seppur con modalità e proporzioni diverse, allo stesso risultato e sottoprodotto, sempre in forme generali e con regolarità costante.

Ad esempio sia la Natura (=materia inorganica ed organica-extraumana) che il lavoro sociale costituiscono entrambe le concause, le “cause combinate” (costanti e generali) sia del processo di riproduzione sociobiologico del genere umano che della creazione di valori d’uso, di “oggetti utili” usati ed appropriati dalla nostra specie.

A loro volta anche le cicliche crisi da sovrapproduzione, tipiche del capitalismo, costituiscono la risultante di una molteplicità di fattori produttivi: asimmetria crescente tra aumento della produzione di mezzi di consumo e l’incremento del potere d’acquisto reale delle masse popolari, ma anche caduta tendenziale del saggio di profitto, carattere anarchico del processo di produzione nel modo di produzione capitalistico a livello generale, asimmetria di sviluppo tra diversi settori produttivi, ruolo di catalizzatore assunta dalla “speculazione”, ecc.

Per costo economico si intende invece il costo intrinseco/oggettivo dei diversi oggetti d’uso e servizi, che viene determinato dall’insieme di risorse (a partire dalla forza-lavoro) destinate via via alla produzione di questi ultimi: pertanto il costo economico di un oggetto/servizio risulta  oggettivo proprio perché distinto sia dalla valutazione soggettivo dell’utilità dei vari beni d’uso, che dai rapporti di scambio (valori di scambio, prezzi di mercato, ecc.) che si possono sviluppare nel tempo tra i diversi oggetti del consumo umano, ivi compresi i mezzi di produzione.

Per quanto riguarda invece la genesi del processo di sviluppo della nostra specie, la storia propriamente umana è iniziata solo quando i nostri predecessori riuscirono ad inventare degli strumenti di lavoro attraverso l’utilizzo di altri mezzi materiali (= i primi chopper, pietre scheggiate da  un solo lato), creando in tal modo la prima forma di (rozza e rudimentale) tecnologia in quello che  risulta “l’anno zero” della nostra specie.

Sicuramente l’Homo Habilis, che si distacca sensibilmente dai protominidi-australopitechi anche per alcune sue caratteristiche fisiche, riuscì a creare in modo continuato i chopper fin da circa 2.300.000 anni orsono, nelle grotte di Oldurai; altri studiosi hanno inoltre avanzato l’ipotesi che l’Australopithecus garhi, un protominide con una capacità cranica di circa 450 cm3, fosse riuscito a creare i primi strumenti in pietra lavorati circa 200.000 anni prima dell’Homo Habilis e 2.500.000 anni fa (sito di Bouri, Etiopia).

Se tale ipotesi dovesse essere confermata, si potrebbe retrodatare “l’anno zero” della nostra specie introducendo un altro nostro antenat precedente di centinaia di migliaia di anni all’Homo Habilis, e fare iniziare la storia – anche economica e tecnologica – umana con un certo anticipo rispetto ai dati conosciuti in precedenza, mediante la presenza dell’Australopithecus garhi: per il momento teniamo ancora come anno-zero il processo di creazione di utensili iniziato con l’Homo Habilis, circa 2.300.000 anni orsono.

E’ appena il caso di ribadire che nel paleolitico (ma anche in buona parte delle società del neolitico/calcolitico) vigeva un regima collettivistico ed egualitario. Come ha riconosciuto anche lo studioso C. B. Standford, “in molte popolazioni di cacciatori-raccoglitori la divisione del bottino è al cuore stesso della caccia. La condivisione della carne corrisponde a un modello in cui l’individuo dà a coloro che gli stanno intorno e che in altre società potrebbero essere considerati di status superiore. Questa generosità è stata spesso messa in relazione alla natura egualitaria delle società di cacciatori-raccoglitori, dove la modestia è il generale consenso hanno più valore della ricerca dello status:

Supponiamo che un uomo sia stato a caccia. Non è che deve tornare a casa e annunciare con fare da spaccone: “ho preso una cosa grossa nella boscaglia!” Prima si siederà in silenzio, finché io o qualcun altro non andremo vicino al suo focolare e chiederemo: “hai visto qualcosa oggi?” Al che lui replicherà senza scomporsi: “Mmm, non sono fatto per la caccia. Non ho visto proprio niente […] solo roba piccola, forse”. A questo punto rido dentro di me, perché so che ha abbattuto una grossa preda.

Fra i !Kung e gli Hadza, anche il migliore dei cacciatori deve essere modesto. L’umiltà è una forte tradizione culturale in quasi tutte le società di cacciatori-raccoglitori. Questa è un’estensione della natura egualitaria di tali culture. I tentativi di usare la propria abilità nella caccia come lasciapassare per soddisfare ambizioni sociali vengono solitamente accolti con una severa opposizione, sono messi in ridicolo e si scontrano con gli sforzi del gruppo tesi a far vergognare chi cerca di promuovere se stesso. Il tutto è preceduto da abbondante sarcasmo e numerose frecciate verbali da parte degli altri cacciatori. La condivisione della carne è un aspetto di questo egalitarismo. La carne non viene necessariamente distribuita nell’intento di migliorare il proprio status sociale. Invece, le persone con le quali si condivide sembrano essere, in una certa misura, in posizione di vantaggio poiché possono arringare chi condivide e, nel farlo, manipolare il comportamento. Nella società dei cacciatori-raccoglitori non esistono maschi alfa, in altre parole non c’è un maschio dominante di rango elevato che decida che cosa farà e dove andrà il gruppo”.[23]

Deve essere infine sottolineato che, almeno rispetto alla più importante LEU, la legge del costo-lavoro, l’accumulazione di materiale empirico a sostegno della sua presenza su scala universale si collegherà al processo di critica della teoria marginalista, con le sue (presunte) leggi eterne ed il (reale) ruolo di “dobermann teorico” utilizzato dalla borghesia in campo economico contro il marxismo, a partire dal 1871 e dopo la sconfitta dell’eroica Comune di Parigi, del primo “assalto al cielo” operaio da te difeso (non in modo acritico) con tanto vigore, caro Marx.

 



[1][1] F. Engels, “AntiDuhring”, pp. 157-158, Editori Riuniti

[2] Engels, op. cit., p. 158

[3] K. Polanyi, Lla grande trasformazione”, p. 70, ed. Einaudi; R. L. Meek, “Studi sulla teoria del valore-lavoro”, p. 274, ed. Feltrinelli; I. Robbins, “La misura del mondo”, p. 65, ed. Ponte alle Grazie; F. Engels, “AntiDuhring”, pp. 243-244, Editori Riuniti.

[4] Xu He, “Trattato di economia politica”, vol. primo, p. 14, ed. Mazzotta.

[5] K. Marx, “Critica al Programma di Gotha”, cap. primo, Editori Riuniti

[6][6] K. Marx, “Il Capitale”, op. cit., libro terzo, cap. 48

[7] K. Marx, op. cit., libro primo, cap. primo, par. secondo

[8] J. Eaton, “Economia politica”, pp. 42-43, ed. Einaudi

[9] V. I. Lenin, “La grande iniziativa”, luglio 1919

[10] H. Grossmann, “Il crollo del capitalismo”, p. 5, ed. Jaka Book

[11] S. Coehn, “Bucharin e la rivoluzione bolscevica”, p. 113, ed. Feltrinelli

[12] V. Vernadskij, “La biosfera”, pp. 18-21, ed. Red

[13] J. Eaton, op. cit., p. 37

[14] F. Engels, “Considerazioni supplementari”, dalla prefazione del terzo libro del Capitale del 1894

[15] F. Engels, “AntiDuhring”, p. 157, Editori Riuniti

[16] C. Supino, “Il carattere delle leggi economiche”, in Autori Vari – Rivista di scienze – vol. primo

[17] K. Marx, “Tesi su Feuerbach”, marzo 1845

[18] V. I. Lenin, “Quaderni filosofici”, p. 151, ed. Feltrinelli

[19]Needhan, “Scienza e civiltà in Cina”, vol. secondo, p. 104, ed. Einaudi; L. V. Arena, “La filosofia cinese”, p. 36, ed Rizzoli

[20] J. Zerzan, “Futuro primitivo”, p. 56, ed. Nautilus

[21] Karl Marx, op. cit., libro primo, cap. primo, par. primo

[22] Op. cit., libro terzo, cap. quinto, par. quarto

[23][23] C. B. Standford, “Scimmie cacciatrici”, pp.163-164, ed. Garzanti


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