Allegato

“Ho letto con molto interesse la prefazione al nuovo libro che Roberto Sidoli, Massimo Leoni e Daniele Burgio stanno scrivendo su scienza, tecnica ed effetto di sdoppiamento, lodevolmente riproposta nel nostro sito.

Spero che sia l’occasione per noi per riprendere e sviluppare il dibattito su razionalità, scienza e rapporti sociali, nel quale già altre volte ci siamo cimentati, credo utilmente e con considerazioni interessanti anche se almeno in parte reciprocamente divergenti.

Per parte mia, come chiunque abbia letto gli altri miei interventi su questi argomenti può facilmente immaginare, sono convintamente d’accordo con gran parte delle considerazioni degli autori (qualche accenno particolarmente entusiastico di apprezzamento della conoscenza scientifica potrebbe forse essere frainteso in senso scientistico, specialmente da parte di chi propenda per l’irrazionalismo; se ciò accadrà nella discussione che auspico si riapra nel sito mi riservo di chiarire la mia interpretazione delle tesi di questi compagni in termini di corretta, razionale valutazione dell’oggettivo valore conoscitivo e pratico delle scienze, interpretazione che ritengo sia quella “giusta”, corrispondente al loro pensiero e alle loro intenzioni; se poi intervenissero essi stessi a chiarire e difendere le loro tesi da eventuali obiezioni -oltre naturalmente da quelle che sto personalmente per esporre- credo che ne avremmo tutti quanti da guadagnare in termini di arricchimento culturale e di comprensione del mondo che lottiamo per cambiare.

Ma intanto, evitando inutili e fastidiose ripetizioni di concetti e affermazioni già chiaramente esposti da loro, vorrei ignorare il tanto su cui concordo per muovere alcune obiezioni al poco su cui dissento, sperando così di fare qualcosa di utile e interessante.

Nell’undicesima tesi Sidoli, Leoni e Burgio affermano che “all’inizio del terzo millennio non si è in presenza di un “eccesso” di scienza e di tecnologia, ma invece di un “sottosviluppo” di esse e di un loro livello di sviluppo ancora insufficiente per permettere la creazione del comunismo sviluppato (distinto dal socialismo) su scala mondiale”.

Queste parole mi sembrano chiaramente alludere alla concezione del comunismo esposta da Marx nella critica del programma di Gotha e ribadita da Lenin in Stato e rivoluzione (la concezione del comunismo propria del materialismo storico “classico”, implicante due distinte fasi di sviluppo postrivoluzionario della nuova e superiore formazione sociale comunista; una concezione classica che gli autori mi sembra accolgano pienamente al contrario di altre ugualmente proprie dei fondatori del materialismo storico che invece criticano e propongono di superare dialetticamente, considerando giustamente il materialismo storico stesso un insieme di teorie scientifiche (per quanto del tipo delle scienze umane) e dunque in linea di principio sempre criticabile ed emendabile in seguito alla verifica osservativa-empirica e pratica).

Semplificando selvaggiamente, in una prima fase “socialista”, quale sorge sulla base della preesistente società capitalistica, pur in presenza di mezzi di produzione di proprietà sociale e della pianificazione del loro uso, persisterebbero diseguaglianze nel lavoro e nella relativa retribuzione, rapporti di scambio mercantili dei prodotti del lavoro -non riguardanti ovviamente la forza-lavoro-, privilegi sia pure non classisti, differenze fra dirigenti e diretti per dirla con Gramsci, e il principio della distribuzione del lavoro collettivo e dei suoi prodotti sarebbe “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro”; in una seconda fase propriamente comunista avanzata, quale si sviluppa sulla sua propria base, ogni differenza sociale verrebbe meno, così come lo stato, ormai progressivamente estintosi nel corso dello sviluppo della fase precedente, nonché la divisione sociale del lavoro, e il lavoro collettivo ed i suoi prodotti sarebbero distribuiti secondo il principio “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Vi è chi in ambito marxista (per esempio Domenico Losurdo) ha criticato questa concezione come espressione di una sorta di residuo utopismo anarchicheggiante dal quale, malgrado le loro intenzioni fortissimamente “scientifiche”, i classici del materialismo storico (o “socialismo scientifico”, come anche per l’appunto denominavano il complesso delle loro teorie) non si sarebbero mai completamente liberati.

È una convinzione su cui concordo principalmente per due motivi fondamentali.

Uno si sarebbe potuto in teoria obiettare a Marx ed Engels stessi, già nella seconda metà del XIX secolo, mentre l’altro è divenuto evidente solo nel corso del ‘900, e soprattutto a partire dalla metà del secolo appena trascorso.

Il primo consiste nel fatto che a mio parere perché la produzione sociale “funzioni” correttamente allo scopo di soddisfare il più efficientemente possibile i bisogni individuali e collettivi della popolazione lavoratrice-proprietaria dei mezzi di produzione, un livello anche piuttosto elevato di specialismo è pur sempre necessario, e ciò non può non comportare differenze persistenti ed ineliminabili (anche nella fase “superiore” del comunismo, quale si sviluppa sulla sua propria base) nell’intensità quantitativa e qualitativa del lavoro dei singoli (gravosità e impegno diversi, oltre che necessità di praticare il proprio lavoro più o meno prolungatamente nel corso della giornata e della vita lavorativa per poterlo eseguire con la necessaria perizia e competenza); per esempio, se fossi un membro della società comunista avanzata (sarei fortunato, ma non “beato” in senso religioso: non si tratterebbe comunque certamente del paradiso!) e avessi bisogno di un intervento chirurgico non vorrei certo essere operato da uno che al mattino pratica sport, nel primo pomeriggio coltiva la filosofia, nel tardo pomeriggio fa per l’appunto il chirurgo, e dopo cena compone sinfonie; vorrei essere operato, magari di Domenica se necessario per l’urgenza della mia patologia, da uno che facesse il chirurgo trecentosessantacinque giorni all’anno, sia pure con adeguati riposi settimanali, adeguati “recuperi” per le festività perse, adeguate ferie, un orario di lavoro quanto più possibile ridotto compatibilmente con il mantenimento da parte sua di un’adeguata competenza teorica e abilità manuale.

Il secondo motivo è costituito dalla limitatezza delle risorse naturali, che all’epoca dei classici del materialismo storico poteva ancora essere ignorato: a causa della sproporzione esistente fra la loro entità e la potenza trasformatrice (cioè costruttrice ma anche distruttrice) delle forze produttive umane, le risorse naturali potevano essere considerate “con buona approssimazione” infinite pur non essendo effettivamente tali, bensì finite, esattamente come in ottica pratica (per esempio nella pratica della fotografia) i raggi di luce possono essere considerati “con buona approssimazione” paralleli qualora provenienti da una distanza maggiore di un certo limite, comunque finito (la loro origine può essere considerata essere a distanza infinita allorché supera un certo limite, che è pur sempre finito). Per “risorse naturali” intendo sia materiali e fonti di energia non rinnovabili in ”tempi storici”, sia le condizioni naturali (fisiche, chimiche, ecologiche) necessarie alla conservazione della materia vivente in generale e della vita umana in particolare, che produzioni e consumi umani, per la potenza trasformatrice che hanno ormai raggiunto e per il modo irresponsabile e sconsiderato (irrazionalistico) in cui inevitabilmente vengono sviluppati dai rapporti di produzione capitalistici, tendono ad alterare ed eliminare a velocità superiori a quelle con cui naturalmente si possono ripristinare, così da mettere sempre più a repentaglio la sopravvivenza dell’umanità: malgrado esse siano sempre state finite, e in particolare lo fossero già ai tempi di Marx ed Engels, credo che nessuno allora (nemmeno Malthus) avesse una chiara, corretta consapevolezza del problema, che di fatto non appariva ancora in tutta la sua drammatica evidenza, che “con buona approssimazione” poteva essere ignorato.

Nella tredicesima tesi di questa prefazione al libro che stanno preparando, i compagni Sidoli, Leoni e Burgio, affermando che “l’accumulo continuo, la crescita continua del “lavoro universale” di natura scientifico-tecnologica entra in contraddizione, come processo potenzialmente infinito ed illimitato, con i limiti e le barriere socioproduttive (e politico-sociali) imposte dal sistema capitalistico, come del resto dagli altri sistemi di matrice classista” mi sembrano ignorare questa limitatezza delle risorse naturali effettivamente, realisticamente (e non: fantascientificamente, cioè infondatamente, irrealisticamente) a disposizione dell’umanità.

La conoscenza scientifica, così come ogni altro aspetto teorico della cultura umana, dell’attività umana intellettuale (non solo scientifica ma anche per esempio artistica), cioè in ultima istanza del pensiero umano, può bensì crescere tendenzialmente all’infinito; ma invece non può affatto crescere all’infinito la pratica umana trasformatrice della natura materiale, stante la limitatezza quantitativa di quest’ultima, la finitezza di quella parte della natura materiale che realisticamente, effettivamente è a disposizione delle forze produttive umane.

La contraddizione veramente fondamentale, decisiva ai fini del destino dell’umanità, la contraddizione che sempre più drammaticamente si esaspera nel capitalismo e che richiede sempre più pressantemente il superamento rivoluzionario dei rapporti di produzione privatistici (ai fini della sopravvivenza umana) è, secondo me, quella che intercorre da una parte fra questi rapporti di produzione stessi che, implicando inevitabilmente la concorrenza “anarchica” fra singole imprese di proprietà privata attive individualmente e del tutto indipendentemente le une dalle altre, nella ricerca del massimo profitto possibile a breve termine temporale e a qualsiasi costo sociale ed ambientale, impongono inevitabilmente la crescita tendenzialmente illimitata di produzioni e consumi, e la limitatezza delle risorse naturali dall’altra parte.

Il problema non è costituito a mio parere dai limiti che i rapporti di produzione privatistici imporrebbero alla crescita delle conoscenze scientifiche e delle loro utilizzazioni tecniche, ma al contrario è rappresentato proprio dalla mancanza di limiti che questi rapporti sociali, in particolare nella loro attuale fase capitalistica avanzata, necessariamente impongono alla crescita tendenzialmente infinita di produzioni e consumi in un ambiente naturale finito: limiti che viceversa é oggettivamente indispensabile rispettare, pena l’estinzione “prematura” e “di sua propria mano” dell’umanità.

Per riprendere la tesi fondamentale della teoria dell’effetto di sdoppiamento, credo che oggi siamo ad un tornante della storia umana altrettanto fondamentale e decisivo di quello di undicimila anni fa, cioè dell’avvento del periodo neolitico e dell’era della realizzazione costante di un plusprodotto accumulabile che ha dato luogo all’effetto di sdoppiamento; e tale da chiudere definitivamente (in due ben diversi possibili modi reciprocamente escludentisi) questa lunga fase caratterizzata dalla possibilità di sviluppo alternativo (collettivistico o “rosso”, oppure privatistico o “nero”) dell’umanità: avendo raggiunto le forze produttive una potenza tale da poter determinare effetti dello stesso ordine di grandezza della natura umanamente praticabile, si pone oggettivamente un’alternativa: o la “linea rossa” collettivistica si impone per tempo e produzioni e i consumi umani vengono pianificati razionalmente tenendo conto dei limiti delle risorse naturali e mantenendosi a prudenziale distanza da essi, oppure in un tempo più o meno breve la specie umana si estinguerà insieme a molte altre, e l’ evoluzione biologica proseguirà senza di essa (come è successo altre volte nel corso della storia naturale biologica, da ultimo con la grande estinzione dei dinosauri).

E se questo è vero, come credo sia, allora una società dell’abbondanza materiale illimitata, nella quale a ciascuno verrà dato secondo i suoi (illimitati) bisogni non potrà mai realizzarsi (d’altra parte si tratterebbe di qualche cosa di molto simile al paradiso di molte religioni, certamente vagheggiabile ma mai realizzabile per lo meno in questo mondo che da ateo ritengo sia l’unico reale e che comunque per tutti -anche per chi crede in Dio- è l’unico in cui viviamo e in cui possiamo agire durante la nostra esistenza naturale-materiale o “terrena”).

E dunque contraddizioni e disuguaglianze interindividuali e fra gruppi sociali, e probabilmente anche fra popolazioni distinte su base geografica (sia pure non antagonismi propriamente di classe: “contraddizioni in seno al popolo”, se vogliamo) non verranno mai meno finché esisterà l’umanità, anche nell’ipotesi migliore possibile circa il suo futuro; e conseguentemente non verranno mai meno organi istituzionali atti a regolarle, per quanto assai diversi da quelli propriamente “statali”, cioè deputati a tutelare un potere e dei rapporti di produzione classisti: il paradiso su questa terra non si potrà mai realizzare, mentre potrà invece accadere la “infernale” distruzione dell’umanità, e certamente accadrà se non si supereranno per tempo i rapporti di produzione capitalistici.”

Giulio Bonali

 

“Una risposta al compagno Giulio Bonali”

Energia solare e fusione termonucleare: una prima discussione su

“Microsoft o Linux?”

 

 

Caro Giulio, ti ringraziamo innanzitutto per aver aperto il dibattito su scienza/tecnologia e marxismo, oltre che per il tuo apprezzamento su larga parte della nostra prefazione al futuro libro “Microsoft o Linux?”.

Ma ancora più stimolanti ci sembrano le tue osservazioni rispetto alla questione della limitatezza delle risorse naturali esistenti sul nostro pianeta e della loro scarsità, con le conseguenze a cascata sul futuro della nostra specie.

Tale tesi risulta parzialmente veritiera, ma allo stesso tempo non completa (ed il “vero è l’intero”, rilevava giustamente Hegel nella sua Fenomenologia dello Spirito): le risorse naturali, a partire da quelle energetiche, si rivelano attualmente limitate, ma allo stesso tempo in crescita costante proprio grazie ed attraverso il processo costante di sviluppo del “lavoro universale” e delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, creatosi specialmente dopo il 1770 e l’inizio della Rivoluzione Industriale.

Partiamo dalla premessa teorica, che tu sicuramente condividi, che il livello qualitativo di sviluppo del lavoro universale sia in costante progresso negli ultimi due secoli e soprattutto negli ultimi quattro decenni, come dimostra un banale ma incontestabile processo di comparazione storica.

Infatti nel 1770, poco più di due secoli fa, erano forse stati costruiti i computer? Esistevano forse la biogenetica e le nanotecnologie? I satelliti spaziali? L’elenco può essere ovviamente allungato a dismisura…

Inoltre va sottolineato che le conoscenze scientifico-tecnologiche non si logorano assolutamente attraverso il loro uso (a partire dal processo di apprendimento dei diversi segmenti in cui si divide il “lavoro universale”), ma viceversa esse si migliorano e si sviluppano proprio mediante il loro utilizzo creativo da parte della praxis sociale, a partire da quella dei ricercatori scientifici e dei produttori diretti: cognizioni ed informazioni che stavano dietro la macchina a vapore di J. Watt sono state più volte estese ed approfondite, mentre in seguito ad essa si è affiancato il motore elettrico, per limitarsi a due semplici esempi.

Il lavoro universale non possiede pertanto solo la “magia” di svilupparsi e di accumularsi via via nel tempo, ma anche quella di non deteriorarsi (anzi, il contrario) durante il suo processo sociale di utilizzo, mentale e pratico-produttivo.

In terzo luogo, il processo di sviluppo delle conoscenze umane si sta rivelando “a balzi” e di carattere esponenziale nel corso degli ultimi due secoli, anche se non sempre ed in ogni settore: fenomeno particolarmente evidente nell’informatica e nella produzione di computer-supercomputer, ma non certo limitato ad esso.

Siamo pertanto in presenza di una “magia” in crescita, non logorata dall’uso e con un processo di sviluppo a spirale contraddistinto da continui salti di qualità e dall’apparire di sempre nuovi “continenti” e settori, quali ad esempio robotica, nanotecnologie, fusione nucleare, settore spaziale, ecc.

Il vero “Eldorado” si rivela proprio il cervello umano, legato alla pratica produttiva e scientifico-tecnologico: un “tesoro” in continuo aumento, non deteriorabile e capace di autoalimentarsi con un processo di riproduzione allargata e costante.

Certo, la “magia” del lavoro universale si  trasforma a sua volta in “magia rossa” (tesa a fini cooperativi e collettivistici) o “magia nera” rivolta a stimolare il processo di accumulazione capitalistica; viene applicata per fini pacifici o bellici (= Hiroshima e dintorni, per capirci); viene usata anche come per privatizzare il genoma umano, “bene comune” per eccellenza, ma qui entriamo in un altro campo d’analisi, diverso dalla questione della limitatezza delle risorse naturali del nostro pianeta.

Il punto centrale, Giulio, è che l’Eldorado costituito dal lavoro universale ha già allargato enormemente i “limiti” ed i “confini”, l’estensione quantitativa delle risorse a nostra disposizione come specie, a partire dal decisivo campo energetico. Già con l’attuale sviluppo della tecnologia, infatti, l’utilizzo (reale, e soprattutto potenziale ma già ora attuabile, certo) delle fonti energetiche rinnovabili risulta incrementato in maniera esponenziale.

L’energia solare, la costante, inesauribile e gigantesca massa di energia che proviene dalla nostra stella è diventata già ora utilizzabile su scala gigantesca, a costi decrescenti e con rendimenti energetici crescenti, da parte della nostra specie proprio attraverso il “lavoro universale” e le sue applicazioni pratiche, a partire dagli (apparentemente banali) pannelli solari, entrati ormai in parte nell’uso quotidiano.

Anche se può sfuggire ad una prima osservazione, siamo di fronte ad un evento epocale: la principale fonte energetica, la luce solare, è diventata negli ultimi decenni una risorsa naturale utilizzabile concretamente dal genere umano per soddisfare i suoi bisogni collettivi, ampliando enormemente i limiti e le barriere esistenti in precedenza nel campo delle fonti di energia.

Anche se gli investimenti in questo campo su scala planetaria risultano ancora estremamente insufficienti rispetto alle necessità ed alle potenzialità insite in questa gigantesca sorgente di energia, pulita e rinnovabile, è stato distrutto per sempre un “muro” apparentemente invalicabile al progresso materiale umano ed un limite si è trasformato in un “limite superato” per sempre dalla nostra pratica collettiva di specie.

Considerazioni analoghe possono essere effettuate (sempre tenendo conto dell’assurda sproporzione esistente tra potenzialità ed investimenti concreti nei settori in oggetto) riguardano anche il campo dell’energia delle maree e di quella eolica: rispetto a quest’ultima fonte di energia, conosciuta ed utilizzata dal genere umano a partire dal settimo secolo dopo cristo, il progresso avvenuto nel “lavoro universale” ha permesso già ora un salto qualitativo gigantesco nell’utilizzo della risorsa-vento, spostando in avanti i “limiti naturali” (o presunti tali…) alla crescita della massa d’energia (rinnovabile e pulita) a disposizione della praxis umana, sia a livello concreto/attuale che potenziale (ma rinnovabile, con adeguati investimenti, senza eccessivi problemi tecnici).

Ma non solo.

Sempre rimanendo vicini al tema dell’energia solare, già ora il genere umano è capace di innescare e controllare per brevi istanti il processo di fusione nucleare, lo stesso che si sviluppa costantemente all’interno di tutte le stelle: a partire dal geniale Tokamak sovietico degli anni Sessanta dello scorso secolo, sono stati fatti progressi significativi in questo strategico settore, a dispetto dei quasi ridicoli investimenti effettuati nel campo della sintesi termonucleare.

Si tratta di una fonte energetica utilizzabile su scala gigantesca, quando raggiungerà la sua piena maturità tecnologica; una fonte quasi inesauribile, visto che i materiali necessari per la fusione (trizio e deuterio) possono essere procurati per molti milioni di anni, oltre che strutturalmente incapace di produrre catastrofi nucleari e relativamente pulita. Già ora la nostra specie ha prodotto per scopi pacifici la fusione termonucleare, anche se vi sono ancora grandi ostacoli da superare nel prolungare i tempi della sintesi atomica e soprattutto nell’ottenere una massa di energia superiore a quella impiegata per innestare la fusione: ma si stanno compiendo continui passi in avanti in questa grande impresa, anche di recente.

Ad esempio sulla rivista Nature, agli inizi del 2012, si riportava di “prove tecniche di Sole allo SLAC National Accelerator Laboratory di Stanford, negli Usa.

Non certo per prepararsi alla tintarella della prossima estate, ma per ricreare in laboratorio i processi di fusione nucleare che alimentano le stelle.

Con la speranza di arrivare, un giorno non troppo lontano, a poter contenere e sfruttare l’immane energia liberata da queste reazioni per produrre elettricità. Un nuovo importante passo verso questo epocale traguardo  è stato raggiunto grazie al Linac Coherent Light Source (LCLS), il più potente generatore di fasci laser nei raggi X al mondo.

Bombardando una sottile lamina di alluminio con impulsi rapidissimi di raggi X di altissima energia prodotti dall’LCLS, gli scienziati guidati da Sam Vinko, ricercatore presso la Oxford University sono riusciti a portare, seppure per un tempo brevissimo (circa un milionesimo di miliardesimo di secondo) una piccola frazione della materia di cui era composta a una temperatura di 2 milioni di kelvin.

“L’esperimento rappresenta un significativo passo avanti verso la comprensione dei processi fisici alla base sia della produzione e del comportamento di materia ad altissima densità (10Ù23 elettroni per centimetro cubo) e temperatura (2 milioni di kelvin) che delle sue interazioni  con radiazione ad alta energia” commenta Mauro Messerotti, dell’osservatorio Astronomico di Trieste dell’INAF ed esperto di fisica solare.  È stato infatti dimostrato come sia possibile generare materia ad altissima densità di energia, come quella che si trova nel nocciolo delle stelle ove avvengono i processi che mantengono l’astro in equilibrio termodinamico e meccanico grazie alla produzione di energia per fusione nucleare”.[1]

Sempre all’inizio del 2012 la rivista “Le Scienze” annunciava che “le prestazioni dei plasmi ottenuti con il sistema Tokamak sono progressivamente migliorate, tanto che ci si aspetta che ITER, la macchina di nuova generazione attualmente in costruzione a Cadarache, in Francia, sia in grado di generare una quantità da energia da fusione nucleare fino a dieci volte superiore a quella necessaria ad accendere e mantenere in funzione la macchina.

Queste prestazioni dipendono dalla possibilità di ottimizzare diverse operazioni, fra cui il confinamento del plasma e il controllo delle instabilità magnetofluidodinamiche (MHD).

In particolare, il mancato tempestivo controllo di queste perturbazioni può determinare lo sviluppo di turbolenze più grandi che, se si verificassero ai bordi del flusso di plasma, possono portare al danneggiamento delle pareti del vano di contenimento del plasma.

Quando però le turbolenze si verificano nella parte centrale del plasma, possono innescare i cosiddetti neoclassical tearing modes (NTM), ossia instabilità resistive che rompono le linee di campo magnetico per poi riconnetterle in modo anomalo, portando alla formazione di “isole” di campo magnetico, che incidono fortemente sulla possibilità di generazione di energia. Queste turbolenze sono innestate da ioni molto energetici, tra cui le particelle alfa (nuclei di elio-4) che si creano in seguito ai processi di fusione.

I metodi consolidati per il controllo di queste turbolenze magnetofluidodinamiche consentono un buon controllo dei tempi e dell’ampiezza delle oscillazioni delle MHD, ma sono fortemente “energivori” e riducono altrettanto significativamente l’efficienza del reattore.

Ora un gruppo di ricercatori dell’Ècole Polytechnique Fèdèrale di Losanna (EPFL) è riuscito a sviluppare un metodo alternativo di controllo delle MHD, descritto in un articolo pubblicato su “Nature Communications” che permette di poter migliorare significativamente la situazione”.[2]

Pertanto si stanno creando tutte le premesse tecniche, Giulio, perché nei prossimi decenni il progresso del “lavoro universale” faccia cadere un’altra barriera, un altro mito, un altro limite alla disponibilità di risorse naturali-energetiche da parte della nostra specie, attraverso il pieno controllo del processo di fusione termonucleare e creando un “sole in miniatura” sul nostro pianeta.

L’“Eldorado” costituito dal nostro cervello sociale di specie, dalle nostre (in sviluppo continuo) conoscenze tecnologiche e scientifiche si sta trasformando in un vero e proprio “Eldorado” di risorse naturali-energetico, con enormi conseguenze socioproduttive e politico-sociali.

Un enorme “tesoro” che ovviamente può e potrà essere utilizzato dal “modello Linux” (appropriazione collettiva ed egualitaria dei risultati del lavoro universale), ma anche dell’alternativo “modello Microsoft” (appropriazione classista dei risultati ottenuti via via dal lavoro universale), sempre che – come noti giustamente – catastrofi di varia natura provocati dal modo di produzione capitalistico sciaguratamente non spazzino via la nostra specie (e molte altre) dalla faccia della Terra, in assenza di una rivoluzione socialista vittoriosa.

Come sempre, almeno dal 9000 a.C. e dalla Gerico “rossa” del neolitico, tutto dipenderà dai rapporti di forza politico-sociali che si creeranno su scala planetaria, ed in ultima  analisi dalla coscienza/volontà di lotta collettiva (o… assenza di coscienza/volontà di lotta) delle masse popolari e dei produttori diretti.

Un caldo abbraccio, e a risentirci presto caro Giulio, anche per affrontare la discussione sul comunismo sviluppato del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

(Marx,  Critica al programma di Gotha)

 

 

Infinità del conoscere e finitezza del fare

 

Cari compagni, proseguo la discussione sulla questione della limitatezza o meno delle risorse naturali di fatto disponibili all’ umanità, e conseguentemente dello sviluppo quantitativo delle forze produttive, esponendo alcune obiezioni al vostro precedente intervento nella discussione su “Microsoft o Linux?”(che auspicherei si allargasse ad altri compagni).

Per prima cosa credo si debba distinguere fra infinità del conoscere (o illimitatezza del pensiero umano) e finitezza del fare (o limitatezza dell’agire umano di fatto possibile).

Sono certamente convinto che la civiltà umana potrà indefinitamente progredire qualitativamente, nel rispetto dei necessari, ineludibili limiti quantitativi nella produzione di beni (oggetti materiali e servizi) dotati di valore d’uso, fino alla estinzione naturale della nostre specie (comunque inevitabile, anche se remotissima nel tempo), purché si superino i rapporti di produzione capitalistici attualmente dominanti prima che essi determinino l’estinzione “prematura e di sua propria mano” dell’uomo (e di molte altre specie poiché questo credo sia il bivio attualmente di fronte all’umanità stessa); e purché inoltre si imponga per tempo un’adeguata coscienza diffusa di tali limiti delle risorse naturali e della necessità di usarne in maniera oculatamente programmata e calcolata con la dovuta prudenza, cioè in maniera pienamente razionale (ulteriore condizione, pure necessaria per la sopravvivenza umana, che non è certo sarà rispettata; sopravvivenza umana per la quale la realizzazione del comunismo ritengo che non possa essere considerata una condizione sufficiente – di per sé – ma solo necessaria).

Ma per l’appunto ciò che potrà crescere indefinitamente sarà la componente qualitativa delle produzioni e consumi, la varietà (comunque entro certi limiti) dei manufatti, e soprattutto la produzione culturale o “di pensiero” (conoscenze, arti) e non la quantità di “cose” (oggetti materiali) costruiti o più in generale di trasformazioni materiali compiute.

Probabilmente ci sono ancora margini di crescita per l’utilizzo di parte delle materie prime e fonti energetiche non rinnovabili (ma non ne sarei troppo sicuro; e comunque ritengo necessario un’approssimazione prudenziale – cioè “pessimistica” – nel necessario calcolo – inevitabilmente gravato da un “residuo insuperabile di imprecisione ed incertezza” – della loro disponibilità); e tuttavia mi sembra una regola generale inderogabile quella per la quale un suo incremento non può che essere “asintotico”, tendendo al massimo ad avvicinarsi progressivamente ad un limite comunque non superabile, rappresentato dalla loro quantità – finita! – esistente sulla terra ed eventualmente al massimo (a voler essere molto ottimisti!) nelle sue “immediate vicinanze”; limite comunque ovviamente non superabile (e in realtà nemmeno raggiungibile: la “perfezione”, che lo consentirebbe, può esistere solo nel pensiero ma non nella realtà).

E le stesse energie “rinnovabili” (ma non senza effetti entropici nel loro concreto utilizzo; di tutte indiscriminatamente!), tutte di origine più o meno direttamente geologica o solare sono di entità finita (in quanto flusso nell’unità di tempo, che si può ovviamente prolungare – ma con una massima intensità istantanea finita e non superabile – fintanto che geologia e astronomia lo consentano: anche la durata del sistema solare ha un termine cronologico insuperabile, così come l’intensità della sua radiazione elettromagnetica istantanea; e senza dimenticare il secondo principio della termodinamica che consente di utilizzarne di fatto solo una parte molto limitata; e che inoltre implica inevitabilmente una crescita dell’energia termica terrestre diffusa e inutilizzabile e in generale dell’ entropia, biologicamente dannosa, anche in seguito al loro impiego: contrariamente ai vaneggiamenti di molti apologeti del capitalismo e dello scientismo, non esiste e non potrà mai esistere alcuna “energia integralmente, perfettamente pulita”, oltre che “illimitata”, come caso particolare della regola generale secondo cui non esiste la perfezione!).

Voi affermate ripetutamente e con forza il concetto dell’indefinito sviluppo, accumulo e miglioramento delle conoscenza scientifiche e tecniche e del “lavoro universale” che non sarebbero soggetti a logorio o deterioramento: “Il lavoro universale non possiede pertanto solo la “magia” di svilupparsi e di accumularsi via via nel tempo, ma anche quella di non deteriorarsi (anzi, il contrario) durante il suo processo sociale di utilizzo, mentale e pratico-produttivo”.

In realtà credo sia necessario distinguere fra conoscenze teoriche o “mentali” (non solo scientifiche pure, ma anche tecniche) e lavoro pratico-produttivo “materiale” (nel quale le conoscenze vengono praticamente applicate): per le prime (a parte possibili considerazioni puramente teoriche astratte ma praticamente trascurabili circa l’inevitabile deterioramento entropico nella trasmissione delle informazioni) sono d’accordo circa la possibilità di crescita illimitata e la scarsa deteriorabilità (scarsa ma non assoluta: vi furono conoscenze della scienza e della tecnica ellenistica che andarono perdute nel medio evo; per non parlare della filosofia e delle arti antiche); invece per quel che riguarda il secondo non credo si possa ignorare il fatto che i materiali grezzi, le materie prime alle quali si applica (e dunque inevitabilmente i risultati quantitativi, le produzioni che se ne possono ricavare, i valori d’uso che se ne possono ottenere) sono passibili solo di una crescita limitata e asintotica, che potrà indefinitamente avvicinarsi ma mai raggiungere un tetto invalicabile, per quanto difficilmente calcolabile, costituito dalla loro entità reale nel tratto dell’universo materiale che è umanamente praticabile (realisticamente).

È ben vero che esistono altri pianeti oltre alla Terra e altri sistemi stellari con pianeti oltre a quello del sole, ma a distanze tali e con caratteristiche fisiche tali che l’energia necessaria per raggiungerli e sfruttarne le risorse (energia di cui sarebbe necessario disporre sulla terra, dalla quale sarebbe ovviamente inevitabile partire) è incomparabilmente maggiore di quella disponibile, secondo qualunque calcolo ipotizzabile, anche il più ottimistico, purché dotato di un minimo di realismo (senza contare che un atteggiamento razionale e prudente imporrebbe di attenersi ai calcoli più pessimistici, data l’enormità di ciò che si rischierebbe di perdere nel caso quelli più ottimistici si rivelassero errati: molto meglio accorgersi che si sarebbe potuto fare un sorpasso che si è evitato, piuttosto che accorgersi che il sorpasso che si sta facendo è impossibile e uno scontro frontale inevitabile! E a differenza di questa metafora del sorpasso, qui si rischierebbe non la vita nostra propria di singoli uomini ma la sopravvivenza dell’umanità intera!).

Il pensiero (umano) non ha limiti, ma non così la materia (di fatto, realisticamente) disponibile all’uomo: essa è inesorabilmente limitata, di entità finita.

Dunque il possibile (a determinate condizioni delle quali non v’é certezza!) progresso indefinito della civiltà umana non potrà mai portare alla società dell’abbondanza illimitata di beni materiali (ma casomai di conquiste culturali) vagheggiata dai classici del materialismo storico (“a ciascuno secondo i suoi bisogni”).

Questo mi sembra vero in generale, in astratto.

Ma voi proponete alcuni interessanti esempi di potenzialità di crescita quantitativa di produzioni e consumi, che però mi sembra che questo dato di fatto generale della limitatezza di ogni possibile trasformazione materiale non possano comunque eludere.

Delle energie rinnovabili ho già detto: l’enorme, spettacolare – ma finito! – incremento in corso del loro impiego non può essere confuso con un’impossibile crescita infinita.

Questo lo si tende a credere sempre all’inizio dell’impiego industriale di ogni nuova risorsa naturale: anche il carbone nel XVIII secolo e il petrolio nel XIX, dato che appena si cominciava ad utilizzarli in proporzioni infime rispetto alle quantità disponibili, sembravano praticamente inesauribili (e le conseguenze del loro uso, a cominciare dall’incremento dell’anidride carbonica dell’atmosfera con tutte le sue conseguenze climatiche e geologiche, sembravano praticamente irrilevanti); ora siamo nei pressi del picco dell’estrazione del secondo e probabilmente oltre quello del primo (e gli effetti “collaterali” e “indesiderati” del loro uso sono drammaticamente sotto gli occhi di tutti; anzi: lo sono soltanto i primi, relativamente modesti di questi effetti).

Lo stesso vale a maggior ragione per la fusione nucleare, che definite “una fonte quasi inesauribile”: lo sembra allo spesso modo in cui all’inizio del loro impiego potevano apparire (e di fatto apparvero a quasi tutti) “quasi inesauribili” il carbone e il petrolio (e potrebbe apparire quasi inesauribile ogni e qualunque nuova fonte di energia o materia prima all’inizio del suo utilizzo).

Fra l’altro non mi sembra proprio che gli investimenti operati in questo settore possano essere definiti “quasi ridicoli”, in particolare nel mondo capitalistico, anche se come sempre qui vengono accollati in misura strabordantemente preponderante agli stati (cioè alla società, attraverso il fisco) e non certo ai capitali privati (sono ridicoli, come in molti altri campi, gli investimenti privati, non certo quelli pubblici, a spese della collettività lavoratrice!).

L’acqua necessaria per la fusione nucleare sembra “quasi inesauribile” (e l’elio che produrrebbe un problema “irrilevante”, così come quello dell’inevitabile dispersione di calore a bassa temperatura), ora che non si è nemmeno iniziato a usarla, esattamente come sembravano inesauribile il carbone all’inizio della prima rivoluzione industriale e il petrolio all’inizio della seconda (e “irrilevante” la conseguente produzione di anidride carbonica): la storia dovrebbe averci insegnato qualcosa, innanzitutto l’assoluta necessità di evitare di correre il rischio di ritrovarci fra qualche secolo con oceani drammaticamente ridimensionati e quantità mostruose e dannosissime di elio in atmosfera e di calore sulla terra (chi avrebbe immaginato la fine della disponibilità di carbone e di petrolio e l’effetto serra all’inizio del loro impiego industriale, allorché sembravano a tutti rispettivamente “quasi inesauribili” e “praticamente irrilevante”?).

Tutto questo anche senza considerare l’ottimismo ridicolmente sfrenato, con gli strampalati pronostici, tipicamente americani, in termini di decenni che già venivano fatti – in America – quarant’anni fa, all’epoca del glorioso Tokamak sovietico (dal quale ben poco si è progredito), e stando ai quali oggi dovremmo godere già per lo meno da qualche lustro dell’energia nucleare di fusione.

E comunque se e quando mai si riuscisse ad ottenere energia utilizzabile per scopi civili dalla fusione nucleare non si dovrebbe mai dimenticare che non sarà affatto una fonte illimitata e che produrrà inevitabilmente anch’essa (come ogni e qualsiasi tecnica, quale più, quale meno) effetti “collaterali” negativi da prevedere e calcolare per quanto possibile e da valutare con la dovuta prudenza, stante l’inevitabile, cospicua approssimazione e il mai completamente eliminabile margine di incertezza di questi calcoli (metafora del sorpasso!); e soprattutto che le produzioni umane complessive alle quali essa non poco potrebbe eventualmente contribuire non possono essere illimitate, che già ora lo sfruttamento complessivo delle risorse naturali e la pressione negativa delle produzioni e consumi umani sulle caratteristiche fisico-chimiche e biologiche della terra, tendente a renderle incompatibili con la sopravvivenza della specie umana (e ancor più di molte altre) ha raggiunto livelli quasi catastrofici anche a breve termine cronologico; che per sopravvivere come specie dobbiamo ineluttabilmente porci fin da ora il problema di ridimensionare sia il nostro numero di individui umani presenti nel mondo sia il nostro “impatto ambientale pro capite” (sia pure medio; e a tutt’oggi iniquissimamente distribuito): cosa oggettivamente non compatibile con la persistenza di rapporti di produzione capitalistici, ma compatibilissima con un ulteriore indefinito sviluppo della civiltà umana, purché fondato su basi e con caratteristiche profondamente diverse da quelle che vi hanno prevalso dalla svolta rivoluzionaria del neolitico in poi e caratterizzate da un incremento qualitativo illimitato del pensiero e della cultura (e di un’ autentico benessere di massa) ma da una rigorosa autolimitazione e in qualche misura anche da una vera e propria “inversione di senso”, da un ridimensionamento (complessivo; oltre che da una profonda ridistribuzione) dell’entità quantitativa di produzioni e consumi materiali; e necessariamente implicanti il predominio di rapporti di produzione collettivistici.

Ribadisco il concetto che il pensiero è illimitato, la materia – quella di fatto a nostra disposizione; ovvero la nostra “potenza trasformatrice” – no: il destino di Icaro ci attende inesorabilmente se la nostra hybris prometeica ci indurrà a persistere nell’attuale irrazionalitissimo delirio di onnipotenza tipicamente capitalistico, magari nella forma di un altro mito antico, sia pure solo per pochi privilegiati, quello di re Mida.

Concludo dunque ribadendo la necessità di essere pienamente consapevoli che le risorse materiali sono limitate, che la perfezione in natura non esiste, che si potrà forse realizzare il comunismo (è la massima aspirazione che – nel mio piccolo! – sento dentro di me), ma certamente non il paradiso in Terra; che dolore e morte possono si essere combattuti ma non mai evitati, secondo il grande insegnamento del “marxismo leopardiano” di Sebastiano Timpanaro, che ho avuto la fortuna di conoscere epistolarmente nei suoi ultimi anni e che considero un maestro di conoscenza e di vita, fra l’altro anche da voi ripetutamente citato (con grande mia soddisfazione, che non vi nascondo).

 

Risposta al compagno Giulio Bonali

Dopo aver letto l’interessante scritto del compagno Giulio Bonali, intitolato “Infinitezza del conoscere e finitezza del fare”, crediamo che le nostre divergenze con Giulio sul tema della limitatezza/illimitatezza delle risorse naturali, a partire da quelle energetiche, siano ormai… limitate e secondarie.

Una prima (e modesta) contraddizione sorge ancora sulla questione della quantità e durata di energia solare che riceve il nostro pianeta.

Sul piano quantitativo, le ricerche scientifiche da tempo hanno mostrato come in ogni secondo la terra sia avvolta e inondata da una massa stupefacente di luce/energia proveniente dal Sole. Essa risulta, nei calcoli più prudenti, pari a ben 50 milioni di GW l’ora, che arrivano al suolo: per avere un termine di confronto, la quantità di energia prodotta sul nostro pianeta ogni ora è invece pari alla “modestissima” (certo, solo termini relativi) quantità di circa 5000 GW.

Da un lato il Sole ci invia gratuitamente 50.000.000 di GW, da buona stella comunista, dall’altro la nostra specie produce solo 5000 GW per istante.

Il rapporto risulta di ben 10.000 a 1 a favore del Sole, rispetto alle attuali capacità produttive della nostra specie.

In sostanza, se (se…) il genere umano riuscisse ad utilizzare anche solo un millesimo della massa globale di energia solare che perviene ogni istante sul nostro pianeta, otterrebbe una massa di risorse energetiche superiori di ben dieci volte a quella attualmente prodotta dallo sforzo collettivo e dalla praxis umana.

Dati apparentemente aridi ma che fanno riflettere.

Per quanto riguarda la durata del nostro “amico-stellare”, il sole comunista (a ciascuno energia gratuita secondo i suoi bisogni) secondo tutti gli studi scientifici continuerà nel suo ruolo di generoso dispensatore di energia al nostro pianeta per ben 3,5 miliardi di anni.

Tre miliardi e mezzo di anni, Giulio. Non è l’eternità, ma una scala temporale che crediamo si rivelerà più che sufficiente al genere umano per prepararsi sul piano tecnologico ad un’emigrazione su altri pianeti, abitabili, prima che la nostra stella (tra 3,5 miliardi di anni) inizi ad espandersi come gigante rossa e giunga a distruggere ogni forma di vita sulla terra nel suo processo di ampliamento a cui seguirà il collasso e la trasformazione in una “nana”.

La seconda contraddizione ancora esistente tra noi riguarda la questione della durata del trizio/deuterio minerali attualmente indispensabili per il processo di fusione nucleare.

Per quanto riguarda il deuterio, attualmente indispensabile per la fusione nucleare, esso risulta un isotopo stabile dell’idrogeno, che a sua volta è uno degli elementi chimici più comuni e diffusi sulla Terra, formando tra l’altro ben l’11,19% dell’acqua, ivi compresa ovviamente quella degli oceani: per intenderci, da un solo litro d’acqua di mare sono facilmente estraibili 33 mg di deuterio.

Per quanto riguarda il trizio, esso si può ricavare dal litio che, fortunatamente, abbonda sia nelle rocce della crosta terrestre (trenta parti su un milione, per unità di peso) che nelle acque oceaniche, seppur in proporzioni minori.

Si calcola pertanto che trizio e deuterio saranno disponibili a volontà per molti milioni di anni: non è l’eternità, Giulio, ma una scala temporale assai ampia.

Inoltre il rendimento di trizio/deuterio nel processo di fusione nucleare sarà eccezionale, sia intermini di produzione di energia che di altri parametri da te (giustamente) indicati.

“Fondendo in un reattore a fusione nucleare 33 mg di deuterio ricavati da un litro di acqua di mare con 50 mg di trizio, facilmente ottenibile da 5 grammi di minerale di litio, si produce un’energia equivalente alla combustione di 360 litri di benzina. Come si vede il combustibile necessario per la fusione nucleare è di facile reperibilità ed estrazione e disponibile sulla terra in quantità tali da garantire la produzione di energia necessaria all’umanità per milioni di anni.

I reattori a fusione nucleare inoltre hanno anche notevoli vantaggi per quanto riguarda la sicurezza, l’inquinamento e lo smaltimento delle scorie.

Il 90% delle scorie della fusione nucleare hanno una bassa radioattività che si esauriscono in soli cento anni. Si elimina quindi anche il problema sociale e politico dello stoccaggio. Rimane il fatto che la reazione D-T produce un neutrone con più di tre quarti dell’energia emessa che dal nocciolo del reattore arriva al “mantello” (blanket) producendo una certa quantità di sostanze radioattive.

Uno dei principali elementi della reazione di fusione è il Trizio, che ha una vita media di solo 12,36 anni ed emette radiazioni B (bassa energia). Il Trizio non si trova in quantità apprezzabile in natura, deve essere prodotto a partire dal Litio bombardandolo proprio con i neutroni della reazione di fusione. Nel futuro reattore a fusione i neutroni che provengono dalla reazione di fusione, che avviene nel nocciolo del reattore, vengono assorbiti da un mantello contenente il Litio posto intorno al nocciolo del reattore stesso. È nel mantello che il Litio si trasforma in Trizio ed Elio secondo le reazioni:

Li7 +n=He4 + T + n*– 2.5 MeV

Li6 +n=He4 + T + 4.86 MeV                                        (n*= neutron lento).

È dal mantello del reattore che poi si estrae il trizio che verrà usato come combustibile per la reazione di fusione.” (sito fusione.altervista.org, “L’importanza della fusione nucleare”).

Non è il “Sacro Graal”, ma rispetto alle forme attuali di produzione di energia sarà un salto di qualità gigantesco ed epocale.

Terzo puto di differenziazione, la sicurezza e la certezza della futura estinzione della nostra specie.

Certo, come tu del resto noti giustamente, l’autodistruzione del genere umano risulta inevitabile se il modo di produzione capitalistico continuerà ad imporre la sua (contrastata) egemonia su scala planetaria anche nei prossimi decenni.

Ma se (un ipotesi basata su forze materiali e sociali reali che la sorreggono) l’umanità ed i produttori diretti riusciranno, più o meno rapidamente, ad imporre un sistema socialista di produzione e di vita sull’intero pianeta, la possibilità per il genere umano di conoscere/evitare le (reali) tendenze di distruzioni di specie diventerà dominante nel nostro processo di sviluppo futuro.

Vane speranze e un tardo-romanticismo in salsa comunista? Non proprio, se si prende in esame l’esperienza concreta del (poco romantico) Celacanto.

Tale specie di pesce, ritenuta estinta fino al 1938, continua ad esistere e riprodursi da ben 390 milioni di anni.

Trecentonovanta milioni di anni, Giulio.

Forse, andando con modestia a scuola dal “professor Celacanto” (e da altre specie di animali assai longeve) potremo trarre degli utili insegnamenti per evitare la nostra (possibile) estinzione ed assicurarci la riproduzione come specie, magari autotrasformandoci nel corso dei millenni con modalità per ora fantascientifiche nella comune visione di noi poveri esseri umani del 2012, attraverso forme collettive di automodifica ed autocreazione in parte enucleate dal (composito e “sdoppiato”) movimento transumanista.

Il grande comunista F. Engels la pensava esattamente come te su questo punto, Giulio: ma sai che da un lato non siamo propriamente dei marxisti dogmatici, e che del resto Engels non poteva neanche immaginare la possibilità concreta che il genere umano riuscisse a vivere  e a trasportarsi nello spazio stellare.



[1] “Due milioni di gradi in un lampo”, Marco Galliani, 27/01/2010, in www.media.inaf.it

[2] “Un nuovo modo per stabilizzare il plasma nei reattori a fusione”, 11 gennaio 2012, in www.lescienze.it


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