Capitolo Primo

Protoscienza e tecnica nel paleolitico-neolitico

 

Anche se limitato ed elementare, serve subito un processo preliminare di definizione della materia in via d’esame, iniziando dalle categorie di scienza naturale e protoscienza naturale, oltre che di tecnologia e di lavoro universale.

Per scienza naturale si intende la forma principale di pratica sociale rivolta alla conoscenza della Natura, partendo dagli ammassi di galassie fino al mondo subatomico (e alla stessa fisiologia umana), il cui oggetto consiste nel processo di descrizione sotto forme matematiche della realtà naturale e delle proprietà reali dei fenomeni/oggetti attraverso teorie e modelli di spiegazione relativi alla scoperta di regolarità e uniformità all’interno dei processi naturali (alias di nessi costanti e generali, le leggi naturali) e nella previsione della dinamica di questi ultimi. In estrema sintesi, la scienza naturale è l’insieme delle conoscenze prodotte dal genere umano rispetto alla natura e al suo processo globale di sviluppo, intese sia come materiale di osservazione e informazioni che in qualità di teorie e leggi scientifiche.

la scienza naturale, divisa al suo interno in diversi rami e specializzazioni (dalla cosmologia e astrofisica fino alla fisica delle particelle subatomiche) ha inoltre una sua “lingua”,  alias la traduzione dei risultati scientifici di regola in termini e formule matematiche scritte, riproducibili e verificabili a piacere, che costituisce il secondo pilastro di tale sezione della praxis collettiva umana.[1]

La scienza naturale, a partire da Galileo e dall’inizio del Seicento, ha infatti acquisito e via via affinato anche un proprio metodo scientifico, i cui elementi principali (interconnessi dialetticamente tra loro) risultano essere:

–          l’osservazione sistematica e prolungata dei diversi fenomeni naturali, delle loro singole proprietà e multiformi relazioni reciproche;

–          la formulazione di un’ipotesi/schema teorico sulla natura e sulle trasformazioni dei fenomeni naturali, sui loro nessi necessari e costanti, spesso enucleando una previsione sulla loro dinamica nel futuro, utilizzando il “linguaggio” matematico a tali scopi;[2]

–          la creazione di un esperimento scientifico, con la modifica sistematica delle condizioni in cui determinati fenomeni si svolgono;

–          la verifica/falsificazione dell’ipotesi/teoria elaborata in precedenza;

–          il feed-back, l’effetto di ritorno dell’ipotesi e schema teorico iniziale, ritenuto convalidato (o falsificato) dalla pratica scientifica sull’osservazione/misurazione degli oggetti e processi naturali, precisando e/o modificando il processo di analisi empirico iniziale, prevedendo nuove relazioni da scoprire, ecc.

Proprio per l’importanza assunta dal suo metodo di lavoro, Gramsci sottolineò giustamente come la scienza costituisca “l’unione del fatto obbiettivo con un’ipotesi, o un sistema di ipotesi che supera il mero fatto obbiettivo”, sottolineando parallelamente il ruolo assai rilevante svolto all’interno della sua dinamica di sviluppo dagli “strumenti intellettuali”, oltre che da quelli materiali (il cannocchiale di Galileo per l’astronomia, ad esempio), intesi come l’insieme delle teorie, delle metodologie e delle rivoluzioni nel modo di concepire la Natura.[3]

L’elemento centrale della scienza (e, ancor con maggior intensità, della protoscienza) non risulta comunque il metodo e il “linguaggio” scientifico, ma altresì il processo di conoscenza multiforme natura e delle sue leggi (ottenuta certo anche grazie al metodo scientifico), visto che le modalità attraverso le quali si arriva alla scoperta di teorie e leggi scientifiche risultano in ogni caso subordinate  ai risultati che si sono ottenuti. La celebre equazione di Einstein indicante E=MC2 rimarrebbe ad esempio una gemma della conoscenza accumulata del genere umano anche se, per assurdo, si “smarrissero” il metodo e il processo di elaborazione scientifico-matematico che hanno portato alla scoperta (e utilizzo, spesso perverso) della legge della trasformazione della massa in energia, e viceversa, anche se venisse conosciuta e utilizzata da esseri umani quasi totalmente privi di capacità matematiche. Invece il controllo di un metodo scientifico incapace, nel caso-limite, di produrre informazioni e conoscenze sul mondo naturale, rimarrebbe sterile e inutile, a dispetto del suo eventuale alto livello di elaborazione.

Lo scopo fondamentale, la funzione sociale essenziale della scienza risulta infatti essere l’accumulazione di conoscenza sulla realtà naturale, vivente e non vivente, fine essenziale a cui sono subordinati i “mezzi” (il metodo scientifico) e le forme d’elaborazione/espressione della scoperta dei segreti e “rompicapo” offerti a iosa dalla natura.

Una prima distinzione al suo interno è quella tra scienza “normale” e “supermodelli” scientifici: secondo T. S. Kuhn, la dinamica della scienza “normale” si impernia infatti su alcuni grandi paradigmi scientifici, intesi come insiemi strutturali di “leggi, teorie, applicazioni e strumenti”  utilizzati in forme combinate e unitarie, considerate i “punti fermi” della pratica/conoscenza scientifica durante una determinata fase storica. Come ha notato T.S. Kuhn, la Fisica di Aristotele, l’Almagesto di Tolomeo, Principia e l’Ottica di Newton, l’Elettricità di Franklin, la Chimica di Lavoisier, la Geologia di Lyell e molte altre opere servirono, per un certo periodo di tempo, a definire implicitamente i problemi e i metodi legittimi in un determinato campo di ricerca per numerose generazioni di scienziati. Esse furono in grado di fare ciò poiché possedevano in comune due caratteristiche: i risultati che presentavano erano sufficientemente nuovi per attrarre uno stabile gruppo di seguaci, distogliendoli da forme di attività scientifica contrastanti con essi; e nello stesso tempo, erano sufficientemente aperti da lasciare al gruppo di scienziati costituitosi su queste nuove basi la possibilità di risolvere problemi d’ogni genere.

D’ora in avanti, per indicare i risultati che hanno in comune queste due caratteristiche, userò il termine “paradigmi”, che ha una precisa relazione col termine “scienza normale”. Con la scelta di questo termine ho voluto far presente il fatto che alcuni esempi di effettiva prassi scientifica riconosciuti come validi – esempi che comprendono globalmente leggi, teorie, applicazioni e strumenti – forniscono modelli che danno origine a particolari tradizioni di ricerca scientifica con una loro coerenza. Queste sono le tradizioni che lo storico descrive con etichette quali “astronomia tolemaica” (o “copernicana”, “dinamica aristotelica” (o “newtoniana”), “ottica corpuscolare” (o “ottica ondulatoria”), e così via.[4]

Assume invece un valore limitato la tradizionale differenziazione tra scienza naturale “pura” e teorica, utilizzata solo alla ricerca del sapere “fine a se stesso”, e scienza applicata, destinata invece a occuparsi degli usi pratici della conoscenza scientifica. Come si vedrà meglio in seguito, esaminando sia i processi tecnologici che la lunghissima fase paleolitica e neolitica/calcolitica della protoscienza, tutte le forme di conoscenza della natura risultano strettamente collegate nella loro genesi al processo produttivo e ai bisogni produttivi sociali del genere umano, fin dall’Homo habilis e dai suoi antichissimi, remoti “chopper” di più di due milioni di anni fa.

Si riproducono infatti da molti millenni, ma soprattutto nel corso degli ultimi secoli, tre linee di interconnessione tra scienza (protoscienza) e produzione, come aveva notato giustamente il filosofo sovietico Sceptulin.

1)        “La produzione pone alla scienza il compito di indagare questi o quei lati dei fenomeni. Questa indagine è necessaria per il suo sviluppo. La produzione aveva bisogno di determinate conoscenza sul mondo esterno per poter funzionare e svilupparsi normalmente e proprio ciò ha chiamato alla vita le scienze ed è stato alla base del loro progresso.

Ad esempio, l’aritmetica e la geometria sorsero nel mondo antico in risposta al bisogno di una misurazione più o meno precisa dei terreni. La meccanica fece la sua apparizione in risposta al bisogno di congegni per sollevare i carichi e per allontanare l’acqua dalle miniere. La scienza dell’elettricità incominciò a svilupparsi a rapidi ritmi per il fatto che gli uomini avevano scoperto la possibilità di impiegare l’energia elettrica nella produzione. La fisiologia, la biologia e le altre scienze che si occupano del mondo animale e vegetale sorsero in risposta ai bisogni della prassi agricola, ecc.

2)        La produzione fornisce alla scienza strumenti, apparecchi, attrezzature tecniche necessari, insomma tutto quanto è necessario per le ricerche scientifiche, per il rispettivo lavoro sperimentale. Il legame della scienza con le realizzazioni della tecnica e la sua dipendenza da quest’ultima si avvertono particolarmente ai nostri giorni. Attualmente la scienza non può svilupparsi con successo, ad esempio, senza gli acceleratori di particelle (destinati allo studio della struttura del nucleo atomico), senza gli ultramicroscopi elettronici, senza i calcolatori elettronici, ecc.

3)        La produzione influisce sulla scienza anche per il fatto che essa fornisce un copioso materiale concreto, che la scienza studia sul piano teorico, generalizza, generalizza e sulla base del quale (più, s’intende, i dati ottenuti come risultato diretto dell’attività sperimentale di ricerca degli scienziati) crea teorie scientifiche, scopre nuove leggi”.[5]

In estrema sintesi, la scienza (e protoscienza) si propone e cerca di rispondere a certe (e mutevoli) domande sociali di conoscenza, ma la scelta concreta delle questioni e domande da affrontare e da farsi, che di per sé riguardano problemi oggettivamente presenti nel rapporto dell’uomo con la natura, risulta  fortemente condizionata dal contesto sociale e socio produttivo, oltre che dal livello scientifico raggiunto volta per volta.

Nella società capitalistica inoltre, la molla essenziale della ricerca scientifica applicata risulta in ultima analisi la ricerca del profitto. Nella società borghese, “se vogliamo capire il procedimento di costruzione della conoscenza dobbiamo partire dalla ricerca di base, un tempo chiamata “pura”, sui principi della conoscenza, sulle leggi fondamentali.

Dai principi si ricavano le applicazioni, che sono guidate da idee su cosa potrebbe essere utile, cosa potrebbe migliorare la società.

La ricerca applicata procede alla progettazione di prototipi e alla loro prova sul campo e se i prototipi funzionano si va alla produzione.

Mentre è difficile trovare un legame tra il mondo delle imprese e le leggi fondamentali: le leggi di Keplero o la gravitazione universale sono essenzialmente solo conoscitive, nel prosieguo del cammino si trovano le applicazioni e, alla fine, i prodotti sul mercato.

Un matematico di ottima levatura del Diciannovesimo secolo, il prof. Siacci, fece ottimi sviluppi matematici della legge del moto dei corpi.

Ma egli era non solo professore, ma anche generale e quindi i suoi sviluppi furono le “tavole di tiro” necessarie agli artiglieri.

Il cannone si spara per uccidere e non far avanzare la conoscenza.

E così se la ricerca di base ha un forte grado di neutralità, producendo affermazioni e leggi universali, non appena ci si discosta da tale punto di partenza si ha una ricerca applicata che costa.

Chi finanzia, legittimamente, chiede ritorni, quasi sempre sotto forma di prodotti nuovi che conquistino fette di mercato e battano la concorrenza.

È a quel punto che non c’è più neutralità. È chiaro che occorrono gli sviluppi a partire dai risultati della ricerca di base e nessuno vuole impedire che ci siano le applicazioni, ma a questo punto si pongono vari problemi, sia di chi finanzia, sia di chi controlla.

Le imprese fanno ricerca nei loro laboratori, investono capitali e rischiano tali investimenti cercando di avere un ritorno dai prodotti che si sono sviluppati.”[6]

Pertanto la conoscenza della Natura che la nostra specie cerca non è mai solo “fine a se stessa”, ma si rivela un processo gnoseologico indirizzato ad agire conformemente agli interessi sociali (di classe, nelle società classiste per trasformare per quanto possibile il mondo naturale in senso adeguato ai nostri bisogni collettivi, oltre che per prevedere le dinamiche di trasformazione (con le loro potenzialità e pericoli sempre nei nostri confronti) della realtà.

Tuttavia risulta necessario rilevare che, a volte, solo dopo un lungo periodo la scienza la scienza teorica diventa scienza applicata al processo produttivo, trasformandosi pertanto in una forza produttiva diretta, che influenza la produttività della forza-lavoro umana, in modo più o meno sensibile: la “scienza pura” non risulta pertanto un’invenzione, anche se prima o poi si trasforma sempre in conoscenza applicata.

In secondo luogo, va sottolineato che se la scienza in generale, intesa come fenomeno sociale e funzione della civiltà sociale umana, è fondamentalmente utilitaristica, tesa ad accumulare conoscenze per gli scopi via via espressi dal genere umano (ad esempio per sopravvivere meglio, nel più lontano paleolitico dell’Homo habilis), tutto ciò non significa affatto che ogni scienziato, o anche larga parte di loro, affrontino i problemi della ricerca da un punto di vista utilitaristico. Al contrario, la maggior parte dei ricercatori viene sorretta principalmente da una sincera e autonoma passione per la conoscenza fine a se stessa, senza di regola essere capace di prevederne il suo futuro utilizzo pratico: sussiste una seria asimmetria tra ruolo della scienza e motivazioni soggettive dei suoi protagonisti.

Molti ricercatori del presente e del passato si riconoscerebbero nelle parole scritte dal grande fisico R. P. Feynmann, quando riferendosi agli scienziati sottolineò che “io credo che il nostro compito sia di esplorare, di scoprire quanto più possibile sul mondo.

“Sta cercando le leggi assolute della fisica?”. In realtà, vorrei semplicemente capire il mondo un po’ meglio. Certo, se risultasse che esiste una legge assoluta, semplice, che spiega tutto, benissimo!, sarebbe magnifico scoprirla.

È come sfogliare, uno strato dopo l’altro, un’enorme cipolla. Be’, possiamo stancarci, ma non c’è niente da fare: il mondo è fatto così e, comunque vada, verrà fuori per quello che è. Quindi nelle nostre ricerche non dobbiamo porci obiettivi a priori  se non quello di scoprire il più possibile.”[7]

Più rilevante risulta invece sottolineare la differenza tra scienza naturale e protoscienza naturale, almeno per il tema principale di questo scritto.

Per protoscienza si deve intendere una pratica di ricerca di conoscenza della natura, delle sue dinamiche e dei suoi segreti, che si distingue dalla scienza vera e propria perché:

–            non ha sviluppato, in tutto o in parte, una teoria generale che spieghi e comprenda al suo interno le osservazioni empiriche, non possedendo pertanto (in tutto o in parte) dell’effetto di ritorno di quest’ultimo sull’osservazione;

–            sia ancora carente di dati sperimentali con cui verificare e testare le sue ipotesi;

–            non utilizza modelli e schemi matematici per definire le leggi di sviluppo dei processi naturali, o la stessa scrittura;

–            non utilizza la verifica sistematica di ipotesi e previsioni iniziali attraverso esperimenti mirati ad hoc.

In comune con la scienza sviluppata, la protoscienza esprime:

–            l’osservazione empirica dei fenomeni naturali per tempi prolungati;

–            forme più o meno rudimentali di misurazione quantitativa dei fenomeni;

–            la differenziazione dei diversi oggetti e processi naturali oltre che delle loro diverse fasi di – sviluppo (si pensi ad esempio alla botanica);

–            la ricerca delle proprietà degli oggetti e  processi naturali.

Tutte le scienze naturali moderne sono passate inizialmente, per un periodo più o meno lungo, nello stadio, poco elaborato e definito della protoscienza come si vedrà meglio in seguito, non è stato solo la chimica ad aver attraversato tale fase di sviluppo con l’alchimia medievale, ma processi analoghi risalgono al paleolitico ed hanno interessato scienze quali la geografia e la botanica, la meccanica e l’astronomia, la scienza della costruzione (di edifici e del trasporto nautico) e la matematica, creando una protogeografia, una protobotanica, una protoastronomia, ecc. [8]

Si tratta di protoscienze che hanno via via prodotto sia tutta una serie di conoscenze approssimative sui fenomeni naturali oltre che, a volte, delle “protoleggi” scientifiche: e cioè la constatazione da parte dei nostri antenati dell’esistenza di un’uniformità costante e necessaria nel succedersi di particolari fenomeni naturali, di legami necessari e costanti tra diversi processi e oggetti, di regolarità costanti e necessarie nelle sequenze di fenomeni all’interno della natura, senza tuttavia utilizzare generalizzazioni, formule matematiche (e/o la scrittura) e adottando strumenti di misurazione elementari.

Protoleggi che a volte risalgono addirittura al paleolitico inferiore come nel caso della scoperta della trasformazione sistematica del movimento meccanico,  a determinate condizioni, in calore (e segatura) all’interno del processo di produzione intenzionale del fuoco, espresso da parte del genere umano, fin da cinquecento mila anni orsono: così scoprendo un importante interazione tra fenomeni naturali assai diversi tra loro, seppur con un livello di generalizzazione ancora estremamente limitato.

Del resto, oltre che negli antichi greci, protoscienze intese come processi di analisi (rozza, a volte) del mondo naturale, molto prima di Bacone/Galileo e degli inizi del ‘600, si svilupparono già con la cultura araba che riconobbe “la quantificazione come strumento per studiare la natura”,  mentre contemporaneamente i protoscienziati arabi del VII-XIII secolo “si basarono anche sull’osservazione empirica per dare fondamento alle loro teorie, un secondo pilastro della scienza”.[9]

Non a caso i protoscienziati arabi del periodo medievale “acquisirono una conoscenza quasi moderna delle malattie e dei rimedi medici” e “posero le basi della chimica come disciplina e scrissero trattati di geologia, di ottica e di botanica e su praticamente qualsiasi campo oggi noto come scienza, anche se questa definizione entrò in uso solo successivamente”,  ha notato giustamente lo storico Tamim Ansary.[10]

Sul fronte asiatico, il grande studioso J. Needham si impegnò “in modo particolare a contestare l’idea che le conquiste cinesi avessero un carattere meramente tecnico e che quindi, da un certo punto di vista, non meritassero la qualifica di scienza. “Al contrario” affermò “nella Cina antica e medievale, esisteva un ampio corpus di teorie naturaliste, veniva praticato la sperimentazione sistematica con la registrazione dei risultati e venivano compiute misurazioni spesso del tutto sorprendenti per il loro grado di precisione”.

La scoperta della polvere da sparo nel Nono secolo, faceva notare lo studioso, “venne eseguita […] nel corso di un’esplorazione sistematica delle proprietà chimiche e farmaceutiche di una grande varietà di sostanze” da parte di alchimisti taoisti che cercavano l’elisir di lunga vita.”[11]

Diversamente dalla scienza vera e propria, la tecnologia accompagna la stessa genesi e formazione del genere umano.

La tecnologia costituisce l’insieme di pratiche e conoscenze sociali finalizzate a studiare, e soprattutto a costruire e utilizzare strumenti e oggetti di lavoro attraverso l’uso di altri  strumenti di lavoro, con l’utilizzo cosciente  voluto e: combinato di almeno due utensili destinati al processo produttivo: e diretta a manipolare oggetti attraverso altri oggetti creando in tal modo strumenti di lavoro artificiale di cui la nostra specie non era in possesso in modo “naturale” e grazie al suo patrimonio genetico.

Si tratta di una definizione più precisa ed esaustiva di quella alternativa che, viceversa, invece considera la tecnologia come lo “studio dei procedimenti e delle attrezzature necessarie per la trasformazione di una data materia prima in un processo industriale” e la tecnica come le “modalità pratiche della lavorazione”: solo con la prima, infatti, si può evidenziare l’elemento comune che unisce, pur tra tutte le loro enormi differenze, forme tecnologiche quali la produzione durante il primo paleolitico dei primitivi chopper (ciotoli scheggiati su una sola faccia da un altro ciotolo che funge da percussore, con un colpo perpendicolare alla superficie) e quella ipermoderna dell’informatica e del software.[12]

La tecnologia rappresenta un termine utilizzato per la prima volta nel 1584 all’interno dell’opera di Alcal-Barral dal titolo “Encyclopedia Technologique”, con il significato sia di arte del costruire manufatti in via generale, che dello studio dei metodi di produzione di quest’ultimi.

Collegato in modo indiscutibile al processo di produzione e al lavoro umano, inteso come “ricambio organico tra uomo e natura” (Marx), la tecnologia contraddistingue l’uomo e lo differenzia a tal punto dalle altre specie animali, compresi primati superiori quali gli scimpanzé e i bonobo, da permettere già a B. Franklin (e Marx) di descrivere la nostra specie come un animale “tool making”, che produce utensili e manufatti con altri strumenti.

Ma non solo: Engels, nella sua splendida “Dialettica della natura” aveva già notato che “il lavoro” – e la tecnica/tecnologia a esso correlati – aveva contribuito in modo decisivo a “creare l’uomo” innescando il lungo processo di auto trasformazione della nostra specie, esprimendo una tesi di grande rilievo su cui ormai concordano gran parte dei moderni scienziati e antropologi.

Ad esempio Edoardo Boncinelli ha notato recentemente che “si può pensare che ci sia stata una pressione verso sempre migliori capacità intellettive finalizzate al raggiungimento di un sapere tecnico ma anche all’esibizione di un adeguato comportamento sociale. Qualcuno ha parlato appunto di intelligenza tecnica e di intelligenza sociale per queste due diverse componenti del nostro bagaglio mentale. La prima permette di escogitare soluzioni di tipo tecnico ai problemi più diversi posti dalla vita e dalla competizione con i propri simili. La seconda fornisce quegli strumenti conoscitivi e interattivi che consentono l’appartenenza a un gruppo sociale e lo sfruttamento ottimale dei vantaggi che ne derivano.

L’importanza e il significato di un’intelligenza tecnica sono più che ovvi. La specie umana è quella che è riuscita a manipolare il maggior numero di oggetti del mondo per raggiungere una serie di obiettivi materiali. Questo fenomeno è stato progressivo e ha subito in tempi recenti un’accelerazione incredibile. L’acquisizione di una sapienza e di un’abilità tecniche non è stata fine a se stessa ma ha innescato un potente processo di retroazione positiva: nuovi strumenti hanno richiesto nuove abilità e nuove abilità hanno portato a nuovi strumenti. L’uso di una lancia o di un’ascia richiede un affinamento delle funzioni percettive e motorie, ma anche una nuova capacità di calcolo e ragionamento. Questo non comporta di per se un aumento delle capacità di calcolo e di ragionamento. Questo non comporta di per se un aumento delle capacità mentali ma può favorire ogni minimo cambiamento, ereditario o acquisto, che possa condurre a questo risultato. Armando la propria mano l’uomo ha armato anche la propria mente. Questo circuito a retroazione – più strumenti -> più cervello  -> più strumenti -> cervello – è andato avanti fino a che è stato possibile e ha condotto ad almeno due significativi mutamenti nelle caratteristiche biologiche dei nostri antenati: la modificazione della disposizione delle ossa del bacino così che le donne potessero dare alla luce figli con una testa sempre più voluminosa e un progressivo rallentamento dello sviluppo embrionale del cervello e quindi del cranio dei nascituri.”[13]

Sul piano storico, fin dall’epoca dell’Homo habilis la nostra specie ha collocato e posizionato la sua (allora embrionale) tecnologia tra se e l’oggetto di lavoro, e fin da allora e grazie principalmente a esso ha ottenuto il progressivo accrescimento della produttività del lavoro umano, visto che l’esperienza storica mostra come la tecnica risulti l’elemento più mobile e dinamico delle forze produttive sociali.

Ma il lavoro e la tecnologia a esso collegato indiscutibilmente risultano essere anche il modello generale e la matrice originaria di “ogni prassi sociale”, come notava giustamente Lukacs nella sua “Ontologia dell’essere sociale”: proprio attraverso l’attività produttiva umana, diretta a produrre oggetti/strumenti attraverso altri strumenti, si affermò infatti il carattere teleologico della praxis dell’uomo sociale, rivolta a stabilire e fissare coscientemente uno “scopo, da lui ben conosciuto” (Marx) e non fissato per via biologica come negli altri animali, un “risultato che era già presente” nella sua testa prima dell’attività lavorativa e tecnologica.

Marx descrisse in modo geniale nel Capitale proprio il carattere teleologico immanente all’attività trasformatrice ?????? nostra specie, del processo produttivo e della manipolazione – cosciente e mirata – di oggetti attraverso altri oggetti, anticipata “nella testa” di ciascun lavoratore.

“Noi supponiamo il lavoro in una forma nella quale esso appartenga esclusivamente all’uomo. Il ragno compie operazioni che assomigliano a quelle del tessitore, l’ape fa vergognare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cera. Ma ciò che fin da principio distingue il peggior architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di  costruirla in cera. Alla fine del processo lavorativo emerge un risultato che era già presente al suo inizio nella idea del lavoratore, che quindi era già presente idealmente. Non che egli effettui soltanto un cambiamento di forma dell’elemento naturale; egli realizza nell’elemento naturale, allo stesso tempo, il proprio scopo, da lui ben conosciuto, che determina come  legge il modo del suo operare, e al quale deve subordinare la sua volontà.”[14]

E Lukacs trasse facilmente da tale processo teleologico, insito anche nella praxis produttiva dell’Homo habilis del paleolitico di 2.300.000 anni or sono, l’equazione tra lavoro/tecnologia e la matrice fondamentale e originale per qualunque pratica sociale, anche molto diversa dalla praxis produttiva.

“Il lavoro” (e la tecnologia) “risulta dunque il modello di ogni prassi sociale, dove infatti – anche se attraverso mediazioni che possono essere molto articolate – vengono sempre tradotte in realtà posizioni teleologiche, in termini che sono alla fin fine materiali. Naturalmente, come vedremo più in là, non si deve essere schematici ed esagerare questo carattere paradigmatico del lavoro per l’agire degli uomini nella società; ma per l’appunto se teniamo presenti le differenze, che sono assai importanti, vediamo l’essenziale affinità ontologica, in quanto risulta che il lavoro può servire da modello per comprendere le altre posizioni socio-teleologiche proprio perché, quanto all’essere, ne è la forma originaria. Il semplice fatto che nel lavoro si realizza una posizione teleologica è un’esperienza elementare della vita quotidiana di tutti gli uomini, per questo ciò è divenuto un’inestirpabile componente di ogni pensiero, dai discorsi quotidiani all’economia e alla filosofia, il problema che sorge a questo punto non è perciò quello di pronunciarsi pro o contro il carattere teleologico del lavoro, il vero problema è piuttosto di sottoporre a un esame ontologico autenticamente critico la generalizzazione quasi illimitata – di nuovo: dalla quotidianità al mito, alla religione alla filosofia – di questo fatto elementare.

Non sorprende per nulla, quindi, che pensatori grandi e fortemente interessati all’essere sociale, come Aristotele e Hegel, abbiano afferrato con tutta chiarezza il carattere teleologico del lavoro, tanto che le loro analisi strutturali richiedono solo qualche completamento e nessuna correzione di fondo per conservare anche oggi validità.”[15]

In ogni caso la tecnologia/tecnica è collegata in modo organico da un altro elemento importante del processo produttivo, allo stesso tempo sottoprodotto e presupposto di quest’ultimo, alias al Know-how, al “sapere come fare e produrre” e all’insieme variegato di conoscenze, operative, esperienze pratiche e abilità gestionali necessarie all’“homo faber” per svolgere le diverse attività lavorative a cui si dedica.

La base fisiologica – artificiale di tale Know-how consiste nell’umile e di regola misconosciuta mano umana, dotata di un pollice opponibile che ha permesso ai nostri predecessori ancestrali, all’Homo habilis delle grotte di Oldurai, di progettare e creare i primi e rudimentali chopper del paleolitico, sempre grazie e in connessione alla pratica tecnologica e lavorativa. Si tratta di un particolare Know-how di natura sia fisiologica che mentale, accumulato lentamente e nel corso di milioni di anni dalla nostra specie e diventato ormai parte del nostro dna “artificiale”, autoprodotto/auto trasformato attraverso la praxis produttiva e la creazione di utensili: un salto di qualità nel “sapere come fare” che ci differenziò fina dal tardo paleolitico in modo estremamente evidente anche rispetto a primati superiori come gli scimpanzé e i bonobo, con i quali abbiamo in comune quasi il 99% del nostro patrimoni genetico.

In modo corretto Lukacs evidenziò che era stato un grande “merito di Engels aver posto il lavoro al centro della umanizzazione dell’uomo. Egli indaga le premesse biologiche del nuovo ruolo che il lavoro acquista con il salto dell’animale all’uomo e le vede nella differente funzione che la mano già svolge nella vita della scimmia: “Essa viene usata di preferenza per cogliere il cibo e tenerlo fermo; cosa che accade già nel caso dei mammiferi inferiori per le zampe anteriori. Con le mani, molte scimmie si costruiscono nidi sugli alberi o addirittura come lo scimpanzé, tettoie tra i rami per ripararsi dai temporali. Con le mani afferrano randelli per difendersi dai loro nemici, o pietre e frutta per bombardarli”. Engels osserva però con la medesima precisione che, nonostante questi fenomeni preparatori, qui si verifica un altro salto, per cui non ci si trova più entro la sfera della vita organica, ma si ha un suo superamento di principio, qualitativo, ontologico. In questo senso, confrontando la mano della scimmia con quella dell’uomo, dice: “Il numero delle articolazione  e dei muscoli, la loro disposizione generale sono, nei due casi, gli stessi; ma la mano del selvaggio più arretrato può compiere centinaia di operazioni che nessuna scimmia riesce a imitare. Nessuna mano di scimmia ha mai prodotto il più rozzo coltello di pietra.” Engels rileva che poi il processo estremamente lento attraverso cui si compie questo trapasso, che però non gli toglie il carattere di salto.”[16]

Sussiste uno stretto rapporto tra tecnologia e protoscienza/scienza, relazione nella quale il primo elemento quasi sempre ha rappresentato il fattore più dinamico.

“Un altro corollario ideologico del disprezzo degli intellettuali per il lavoro manuale è l’idea “decisamente diffusa ed erronea” per cui la scienza si distingua nettamente dalla tecnica e che le sia superiore in importanza storica. La prospettiva del Ventunesimo secolo, infatti, ci spinge a intendere la tecnica come “scienza applicata”, secondo un’opinione fondata sull’assunto semplicistico che la teoria scientifica in ogni caso preceda e determini il processo tecnologico. Da un punto di vista storico, invece, assai spesso si è verificato esattamente il contrario: sebbene la tecnica e la scienza siano da sempre attività strettamente connesse, è la tecnica ad avere guidato la crescita del sapere scientifico. All’origine della scienza, parafrasando Goethe, non c’è la parola ma l’azione; non i proclami di brillanti teorici ma l’agire della gente comune. Via via che le tecnologie si evolvono e diventano più complesse, la conoscenza scientifica prodotta in fasi precedenti viene incorporata nella pratica successiva e in questo senso si può dire che la tecnologia esibisca il carattere di “scienza applicata”. La relazione consiste in un reciproco rafforzamento cumulativo in cui gli impulsi originari provengono dalla tecnologia”.[17]

Con il progresso del processo produttivo umano, tutta una lunga e proteiforme serie di Know-how tecnologico-produttivi si sono via via aggiunte alla nostra (non-innata e artificiale) capacità manipolativa manuale, costituendo un pezzo importante dell’“universo tecnologico” della nostra specie. Alla definizione di scienza e tecnologia va aggiunto quella del “lavoro universale”, una categoria teorica marxiana spesso ignorata per più di un secolo dai suoi stessi seguaci e discepoli, più o meno ortodossi, con la quale Marx intendeva “qualunque lavoro scientifico, qualunque scoperta o invenzione. Esso dipende in parte dalla cooperazione tra i vivi e in parte dall’impiego del lavoro dei morti.”[18]

In sostanza la pratica collettiva di natura scientifica e tecnologica (“qualunque scoperta o invenzione”) si condensa, cristallizza e via via si accumula in una sorta di “archivio sociale” e di “capitale costante intellettuale”, in una massa di regola crescente di coscienze, informazioni e Know-how composta in parte variabile anche dal “lavoro dei morti” e dai frutti del loro precedente impegno ed esperienza collettiva in campo cognitivo, fornendo il criterio principale di misura della (variabile) capacità del genere umano nel controllo e utilizzo delle forze naturali a proprio vantaggio.

Siamo in presenza di una sorta di “tesoro” immateriale che, come del resto le singole scoperte scientifiche e tecnologiche, a partire dal 9000 a.C. e fino ai nostri giorni può essere utilizzato per fini cooperativi e all’interno di società collettivistiche o, viceversa, entrare a far parte dei processi di appropriazione privata/elitaria e in connessione con la riproduzione di società classiste, fondate sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Ovviamente la globalità delle forze produttive scientifiche non viene costituita solo dall’insieme delle conoscenze scientifiche, dal “lavoro universale” e dal “software” della conoscenza, ma ovviamente anche dallo strato sociale degli scienziati e dei ricercatori, intesi in senso lato, oltre che dai macchinari scientifici, il vero e proprio “hardware” formato dai mezzi di produzione scientifici: dal telescopio utilizzato da G. Galilei fino agli attuali e giganteschi laboratori, centri di ricerca e strumentazione del nostro terzo millennio.

Infine va fornita anche la definizione di macchina/sistema automatico di macchina, di energia/fonte energetica e di legge scientifica, oltre alla definizione della categoria teorica de verità scientifica.

La macchina va ben distinta dallo strumento meccanico, quale ad esempio l’aratro trainato da buoi.

Marx aveva notato che la macchina andava intesa come una particolare cristallizzazione sia di conoscenze scientifico-tecnologiche che di lavoro vivo, nella quale si combinavano in modo indissolubile la macchina motrice (la “forza motrice dell’intero meccanismo”), il meccanismo di trasmissione (che “regola il movimento, cambiandone al momento la forma”) e la macchina utensile: “un meccanismo che, ricevuto l’opportuno movimento, esegue con i suoi strumenti le medesime operazioni che prima effettuava l’operaio con strumenti analoghi”.[19]

In base a tale (corretta) definizione, “potenze meccaniche elementari” (Marx) quali l’arco, “la leva, il piano inclinato, la vite, il cuneo, ecc” (sempre Marx) costituiscono al massimo degli “embrioni” di macchina e delle forme di transizione verso di essa.”[20]

A partire dalla Rivoluzione Industriale e con sempre maggiore frequenza nel corso dell’ultimo secolo di storia, la singola macchina si è trasformata in un “sistema automatico di macchine” il cui “automa è costituito da numerosi organi meccanici e intellettuali rispetto alle quali il lavoro vivo” (la forza-lavoro umano, il processo di erogazione di energie mentali e fisiche da parte dei singoli lavoratori e dalla loro proteiforme combinazione) “diviene semplice accessorio vivente di queste macchine”  circa centocinquanta anni fa, Marx aveva già intuito il processo crescente di automatizzazione del processo produttivo, che sta trovando un nuovo salto qualitativo con l’introduzione con l’introduzione su larga scala dei robot e delle linee di produzione funzionanti senza l’intervento umano, se non in funzione di controllori e riparatori di eventuali guasti e malfunzionamenti di “sistemi automatici di macchine”.

I quali, come del resto le macchine di livello qualitativo meno elevato, possono sempre essere utilizzate e destinate dopo il 9000 a.C. e fino ai nostri giorni sia per fini cooperativi all’interno di società collettivistiche o, viceversa, al servizio di processi di appropriazione privata/elitaria e in connessione con la riproduzione di strutture socioproduttive classiste, fondate sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Per energia, va intesa non solo la misura quantitativa del lavoro umano (il Joule costituisce ad esempio un’unità di misura equivalente allo sforzo necessario per sollevare 102 grammi per metro), ma anche e soprattutto la forza motrice globale venuta via via a costante disposizione per il genere umano, a partire dal paleolitico inferiore. Massa variabile di forza motrice composta in una prima e lunghissima fase dalla sola energia muscolare umana, a cui si sono  aggiunti l’energia prodotta dagli animali domesticati (bue, asino, cavallo e lama), il mulino ad acqua e quello a vento (con la vela), l’energia a vapore  ed elettrica, l’energia prodotta dall’utilizzo dei combustibili fossili (carbone, petrolio e gas naturale) e dalla fissione nucleare, le nuove fonti energetiche rinnovabili (eolica, solare, idrica delle biomasse) e in un futuro prossimo la “super-energia” che dominerà durante i prossimi milioni di anni di sviluppo del genere umano, la fusione/sintesi termonucleare: imitando artificialmente i meccanismi di produzione di calore/energia funzionanti all’interno del nostro sole e di tutti i corpi stellari dell’universo.

Come si mostrerà meglio in seguito, anche l’energia e le fonti energetiche sono state suscettibili dopo il 9000 a.C. di un utilizzo socio produttivo “sdoppiato”; hanno potuto in passato,  e possono tuttora essere controllate e destinate a fini cooperativi all’interno di società collettivistiche (si pensi solo al famoso slogan di Lenin sul comunismo come “potere dei soviet + elettrificazione”) o, viceversa, essere poste al servizio di processi di appropriazione privata/elitaria (le “sette sorelle” petrolifere del Ventesimo e Ventunesimo secolo, ad esempio)  e in connessione con la riproduzione di strutture socioproduttive classiste, fondate sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.[21]

Per quanto riguarda la focalizzazione sulle leggi scientifiche, secondo il geniale S. Hawking “oggi la maggior parte degli scienziati converrebbe che una legge di natura è un’enunciazione normativa che si basa su una regolarità osservata e fornisce predizioni che vanno al di là delle situazioni mediate da cui essa deriva. Per esempio, potremmo osservare che il Sole è sorto a oriente ogni mattina della nostra vita, e postulare la legge “il Sole sorge sempre a est”. Questa è una generalizzazione che va oltre le nostre limitate osservazioni del sorgere del Sole e compie predizioni verificabili sul futuro. D’altra parte, un enunciato come “i computer in questo ufficio sono neri” non è una legge di natura perché si riferisce soltanto ai computer presenti nell’ufficio e non fa alcuna predizione del tipo: “se il mio ufficio acquista un nuovo computer, questo sarà nero”. Nella scienza moderna le leggi di natura sono solitamente formulate in linguaggio matematico. Possono essere esatte o approssimate, ma l’osservazione deve averne confermato la validità senza eccezione, se non in termini universali almeno sotto un insieme specificato di condizioni. Per esempio, oggi sappiamo che le leggi di Newton devono essere modificate se i corpi si muovono a velocità prossime a quella della luce. Non di meno le consideriamo leggi perché valgono, quanto meno con ottima approssimazione, nelle condizioni dell’esperienza quotidiana dove la velocità con cui si ha a che fare sono molto inferiori a quella della luce”.[22]

Infine la definizione di verità scientifica.

Quest’ultima non è altro che la corrispondenza tra le ipotesi/teorie scientifiche con la realtà, con i fatti osservati, con i processi naturali; corrispondenza 8e verità) che si prova attraverso l’esperimento e  l’osservazione scientifica, oltre che mediante la capacità dell’ipotesi/legge scientifica di fornire previsioni esatte mediante sulla dinamica concreta dell’oggetto osservato.

L’esperimento7osservazione scientifica, in ultima analisi, prova e dimostra la validità/erroneità delle diverse ipotesi e leggi scientifiche (o presunte tali) via via proposte, le verifica o falsifica via via.

Com’è noto, Karl Popper sostenne invece si quest’ultimo punto che le teorie e conoscenze scientifiche non sono mai verificate, ma semplicemente “corroborate”, e cioè temporaneamente non-falsificate, ma sempre “pronte” a essere falsificate nel futuro.

Questa concezione neo-scettica è innanzitutto autodistruttivo, come ogni forma di scetticismo filosofico, perché la stessa teoria di Popper non può essere “falsificata”, e quindi (secondo gli stessi parametri del filosofo) non può entrare a far parte della scienza/metodo scientifico.

In secondo luogo essa porta inevitabilmente alla conseguenza assurda (frutto di una teoria assurda) che la scienza non potrà mai provare con sicurezza che la terra orbita attorno al Sole, che la Luna orbita attorno alla Terra, che l’acqua è composta da due atomi di idrogeno e uno d’ossigeno, ecc.

In terza battuta, secondo lo stesso Popper (“Conoscenza oggettiva”) è una teoria valida, ma “non è né dimostrabile né confutabile”. E qui cade di nuovo l’asino, perché Popper riconosce che seguendo la sua stessa teoria “falsificazionista” non si può neanche essere sicuri di cos’è la verità. Inoltre, proprio ammettendo rispetto al realismo epistemologico che si trovano tutta una serie di “argomenti” a suo favore, che lo verificano e lo rendono “credibili”, ossia “una congettura cui non è stata riposta finora alcuna alternativa sensata”, ammette implicitamente che una teoria scientifica è “vera/credibile” se ci sono “argomenti” (fatti…) che la verificano, facendo in tal modo un funerale di terza classe alla sua stessa teoria “falsificazionista”.[23]

Il lato positivo della teoria “falsificazionista” di Popper consiste nel fatto che essa mette in risalto che le teorie e osservazioni scientifiche valide, confermate e verificate dalla pratica scientifica, sono sempre sottoposte a due condizioni di validità, e cioè:

–          la condizione dell’esistenza dell’oggetto osservato: la verità, ad esempio, che la terra gira attorno al Sole può essere “annullata” ad esempio dalla distruzione del nostro pianeta ad opera dello stesso genere umano, di un superasteroide, ecc.;

–           la condizione del sempre possibile approfondimento/ampliamento del livello di validità di legge/osservazione scientifica da parte di nuove leggi/osservazioni scientifiche che introducono una nuova prospettiva e nuovi risultati gnoseologici, senza mettere tuttavia in discussione la veridicità delle conoscenze raggiunte con le “vecchie” leggi e osservazioni: è il caso, ad esempio, del rapporto esistente tra le leggi della gravità di Newton e la teoria della relatività di Einstein.

Se invece si segue la teoria di Popper, emerge che:

–          Un circolo vizioso irresolubile, se ogni teoria scientifica è “metafisica” e non-scienza se non si fa confutare, allo stesso tempo come fa a essere “scientifica” una teoria che sia stata realmente confutata? (pensiamo al geocentrismo di Tolomeo, ad esempio);

–          Inoltre il falsificazionismo porta inevitabilmente alla negazione della differenza tra teoria scientifica (confermata sperimentalmente) e ipotesi: “tutte le teorie sono ipotesi; tutte possono essere messe in discussione, confutate” (Conoscenza oggettiva). Questa negazione è stata radicalizzata dai seguaci di Popper,  ??? Albert e H. Lenk, T. Coon, G. Bondy, Lenk, in particolare, afferma che anche nella matematica e nella logica il concetto di verità è inapplicabile: le conclusioni della matematica non sono vere o false, ma giuste o sbagliate, in quanto seguono o violano le regole della logica (cioè le conclusioni sono sedotte non dai fatti, ma dalle premesse.

Esaurito il processo di definizione, elementare e minimalista, iniziamo il lungo viaggio nello sviluppo (e sdoppiamento, dopo il 9000 a.C.) di scienza, tecnologia e lavoro universale: tali processi non costituiscono solo il sottoprodotto della pratica collettiva del genere umano, ma anche un sottoprodotto variabile e mutevole, con una ricca e plurimillenaria storia a partire dall’Homo habilis e una serie di fasi di sviluppo e di crescita, a volte esplosive e capaci di innescare salti di qualità eccezionali.

Fu questo il caso della prima, epocale e decisiva rivoluzione tecnologica nella storia del genere umano, che si verificò già attorno a due milioni e trecentomila anni orsono: nelle grotte di Oldurai (Tanzania) sono stati ritrovati frammenti mitici, schegge o ciotoli in pietra datati in quel periodo, tanto che 2.300.000 anni fa l’Homo habilis già in grado di creare strumenti in pietra (chopper) attraverso l’uso di altri oggetti, determinando la genesi della prima forma di tecnologia.[24]

Con l’apparizione successiva dell’Homo erectus, ben presto emersero due forme diverse di fabbricazione di utensili da parte dei nostri lontani antenati del paleolitico inferiore: “la più semplice, ritenuta più antica, consisteva nel fabbricare l’oggetto desiderato mediante sgrossature di un blocco grezzo staccando schegge per percussione. La seconda, invece, cercava di ottenere delle schegge esse stesse suscettibili di essere trasformate in utensili. Abbiamo dunque la ????sgrossatura di un “coup-depoing”,???? Chiamato oggi bifacciale, e scheggiatura di un nucleo, arnione di selce e di altra roccia dura a  frattura concoidale, in modo da ricavarne delle schegge. In seguito le schegge potevano essere trasformate nella loro morfologia generale, o semplicemente lungo il taglio naturale. Tali trasformazioni vengono denominate ritocchi”.[25]

La seconda e più raffinata forma di lavorazione della pietra, quella ottenuta mediante scheggiatura, si migliorò a sua volta attraverso un lungo arco storico che arriva fino al periodo mesolitico.

“I procedimenti di scheggiatura sono numerosi e si potenziano durante le ere paleolitiche e neolitiche. Come la fabbricazione dei ciottoli scheggiati e dei bifacciali, la scheggiatura si effettua per percussione diretta sia contro un blocco che funge da incudine sia per mezzo di un percussore impugnato dalla mano. Esistono altri procedimenti come la percussione indiretta per mezzo di un chasse-lame (o scalpello), intermediario tra il nucleo e il percussore (scheggiatura probabilmente sconosciuta prima del Paleolitico superiore), o la scheggiatura per pressione per mezzo di un puntello premuto col petto, come veniva praticata dagli Indiani precolombiani su blocchi di ossidiana.

La parte del nucleo che riceve la percussione, diretta o indiretta,  viene chiamata “piano di percussione” e può essere “preparata” in modo da facilitare la ricezione e la propagazione delle onde di percussione. La scheggia, staccandosi dal nucleo, porta via una parte del piano di percussione che prende il nome di “tallone”. Ovviamente, se il piano di percussione era stato “preparato”, il tallone reca le tracce di questa preparazione (tallone sfaccettato). La scheggia presenta due facce, una detta “superiore” e l’altra detta “inferiore” o faccia piana, che è la faccia dello stacco.  Su quest’ultimo risalta il concoide (o bulbo) di percussione. Sulle prime schegge staccate dal nucleo, la faccia superiore conserva il cortice, ovvero la superficie esterna del ciottolo; le altre schegge conservano l’impronta delle schegge precedenti.  Questi negativi sono divisi da spigoli.

Per analogia con i termini usati in anatomia, si denomina “parte prossimale” la parte della scheggia che comprende il tallone, e “parte distale” l’estremità opposta. Come esistono numerosi tipi di percussione, così vi sono numerosi tipi di scheggiatura di cui si può agevolmente seguire la successione… lo scopo dell’evoluzione tecnica consiste nel realizzare schegge sempre più piccole e allungate; si tratta, in breve, di ottenere la massima lunghezza della parte attiva (quella tagliente) con il minimo di materia prima. Alcuni studiosi hanno anche cercato un coefficiente di efficienza che sarebbe costituito dal rapporto tra lunghezza del taglio e il peso dell’utensile litico. Come qualsiasi fenomeno umano, anche questa evoluzione non segue un tracciato continuo e regolare; essa raggiunge l’apogeo nel breve periodo epipaleolitico, tra il 9000 e il 5000 a.C., durante il quale gli utensili litici assumono dimensioni minuscole (microlitismo), mentre nei periodi seguenti, e durante il Neolitico, si cercherà talvolta di ottenere lunghe lame regolari dai 20 ai 30 cm di lunghezza. D’altro canto, come ha mostrato J. Chavaillon all’epoca delle sue ricerche in Etiopia, l’uomo, fin dalle ere più arcaiche, utilizzava schegge di dimensioni molto piccole.”[26]

Il punto centrale è che la prima forma conosciuta di tecnologia umana venne alla luce e si riprodusse per diverse centinaia di migliaia di anni, senza soluzione di continuità, in società di raccoglitori di matrice collettivistica e cooperativa nelle quali era assente la proprietà privata del suolo e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo: la tecnica nasce pertanto “rossa”, dando torto a priori e senza via di scampo ai critici “radicali” di sinistra, numerosi specialmente tra il 1968 e 1975, che negavano “ogni teoria della neutralità della tecnologia”: sarebbe bastato loro acquisire un minimo di conoscenza di paleoantropologia…[27]

Sul piano della protoscienza, a sua volta i clan del primo  paleolitico costituirono innanzitutto una loro protogeografia, attraverso la mappatura mentale più che accurata del loro territorio di raccolta/caccia (spesso alcune decine di chilometri quadrati) e almeno di quelli confinanti, oltre ad una protoscienza botanica imperniata sulla coscienza sistematica della fauna locale (ben oltre la sua divisione elementare tra carnivori ed erbivori) e della flora della zone da loro controllata: radici, funghi e tuberi commestibili e velenosi, piante suscettibili di uso medico o finalizzato ad alleviare il dolore, ecc.

La progettazione/produzione di arnesi e utensili litici innescò inoltre una protoscienza dei materiali da costruzione grazie all’osservazione  sistematica delle proprietà delle diverse tipologie di pietre esistenti e disponili per l’Homo habilis. Come notò accuratamente Lukacs, “quando l’uomo primitivo, da una massa di pietre, ne sceglie una che gli sembra appropriata ai suoi scopi e lascia le altre dove stanno, è manifesto che abbiamo a che fare con una scelta, con un’alternativa… Mediante l’osservazione e l’esperienza, cioè mediante il rispecchiamento e la sua elaborazione nella coscienza, devono essere individuate certe proprietà della pietra che la rendono adatta o inadatta all’attività progettata. Questo atto estremamente semplice e unitario se riguardato dall’esterno, la scelta di una pietra, è nella sua struttura interna assai complesso e pieno di contraddizioni. Abbiamo infatti due alternative, tra loro in relazione di eterogeneità. Primo: è giusto o sbagliato scegliere quella pietra per il fine posto? Secondo: il fine posto è giusto o sbagliato? Cioè: una pietra è uno strumento realmente adatto per questa finalità?”[28]

Proprio il grande salto di qualità ottenuto in campo tecnologico, con la produzione mirata e consapevoli di strumenti in pietra, portò inoltre alla scoperta empirica dell’esistenza di un nesso di causalità tra fenomeni diversi (colpire una pietra ben scelta in un certo modo provocava la sua scheggiatura, con un legame ripetuto e costante tra azione e reazione): in altri termini, provocò il formarsi degli embrioni e delle pre-condizioni perla “genesi” della scienza vera e propria.

Sotto questo profilo Lukacs sottolineò giustamente che “la ricerca degli oggetti naturali che nella creazione dei mezzi precede la posizione della causalità è costituita per sua essenza, anche se a lungo non s’è ne avuta consapevolezza, da reali atti conoscitivi e dunque comprende in sé gli inizi, la genesi della scienza. Anche in questo caso vale il giudizio di Marx: “Non sanno di far ciò, ma lo fanno”. Le conseguenze assai vaste delle connessioni che in tal modo vengono in essere saranno da noi discusse più avanti in questo capitolo. Qui possiamo solo osservare provvisoriamente che ogni esperienza e impiego di nessi casuali, vale a dire ogni posizione di una casualità reale, nel lavoro figura bensì sempre come mezzo per un singolo fine, ma possiede oggettivamente la proprietà di essere applicabile ad altro, anche a qualcosa che a prima vista appaia del tutto eterogeneo. Sebbene per molto tempo se ne sia avuta soltanto consapevolezza pratica, un impiego riuscito in un nuovo campo significa che di fatto viene compiuta un’astrazione corretta, la quale nella sua oggettiva struttura interna ha in sé già taluni connotati importanti del pensiero scientifico. La stessa attuale storiografia della scienza, pur affrontando di rado questo problema con piena cognizione di causa, ci parla di numerosi casi nei quali legalità generali, estremamente astratte, sono scaturite dalla ricerca concernente bisogni pratici e il modo migliore per soddisfarli, cioè dal tentativo di trovare i mezzi migliori per lavorare.”[29]

Pertanto la protoscienza, come del resto la tecnologia, nacque anch’essa “rossa” e ben inserita nella società di cacciatori/raccoglitori di matrice collettivistica, smentendo senza scampo le vecchie tesi “radicali” su un presunto legame organico e necessario tra capitalismo e processo di accumulazione costante di conoscenza sulla realtà.

Il secondo grande salto di qualità tecnologico fu costituito dalla produzione artificiale del fuoco da parte del genere umano, fin dal lontano paleolitico.

Mentre l’utilizzo mirato del fuoco (creato da incendi, fulmini, ecc.) risale a tempi molto più remoti, le prime tracce sicure di produzione e alimentazione sistematica di focolari sono stati scoperti nel sito cinese di Zoukoudien e risalgono a circa cinquecentomila anni or sono. La riproduzione cosciente del fuoco da parte dell’Homo erectus avvenne in un primo momento attraverso lo sfregamento di due bastoncini secchi, capace di produrre una scintilla, ma in seguito vennero elaborati anche altre tecniche d’accensione. Quella del trapano da fuoco si caratterizzava per l’uso di un bastoncino di legno duro che veniva fatto ruotare rapidamente su di un pezzo di legno secco più tenero, provocando, così, l’esplosione della scintilla; un’altra tecnica prevedeva, invece, la percussione di due minerali, la selce e la pirite, mentre il fuoco acceso, poi, veniva delimitato da un cordolo di pietre a riparo dalle correnti d’aria.

Rispetto a questa seconda “rivoluzione tecnologica” del paleolitico G. Camps ha notato che “la conquista e il dominio del fuoco hanno avuto certamente conseguenze incommensurabili per l’umanità… In particolare la scoperta dei focolari situati al centro delle capanne di Terra Amata2 (300.000 a.C.) “comporta numerose riflessioni. Da una delle più antiche tracce dell’utilizzazione del fuoco si deduce già l’attribuzione del posto principale riservato, nello spazio abitato, a questo primo aiutante dell’uomo. Lungi dal provare, come gli altri vertebrati, un’istintiva repulsione per il fuoco, l’uomo ha saputo impadronirsi di tizzoni, catturare la fiamma viva e conservarla nel cerchio magico del combustibile. Come non essere lirici descrivendo il primo gesto del primo conquistatore? La favola ha conservato l’universale mito di Prometeo, la cui implicazioni sono state tanto diverse e contraddittorie quanto l’utilizzazione stessa del fuoco, simbolo di calore familiare e di distruzione militare.

Effettivamente, aver osato impadronirsi a mani nude del fuoco, per entrare in possesso della forza e del calore insiti in esso, rappresenta, a mio avviso la seconda nascita dell’umanità. Dopo aver creato l’utensile, prolungamento del suo essere fisico, l’uomo diventa padrone di un elemento che trasforma in strumento della sua volontà.”[30]

Per quanto riguarda le numerose ricadute e sottoprodotti della produzione e utilizzo paleolitico del fuoco, sempre Camps ha sottolineato che “niente è meno certo del fatto che la cottura degli animali sia stata la prima applicazione dell’utilizzazione del fuoco; d’altro canto le sue ripercussioni fisiologiche furono indubbiamente importanti. Ebbe per conseguenza di accentuare il regime a base di carne dell’uomo. Come tutti  i Primati, l’uomo ha un sistema digestivo da vegetariano; la cottura della carne, rendendola più digeribile, ne facilitava il consumo. Ne risulta l’assorbimento di una maggiore quantità di calorie. La cottura degli animali, rendendoli più teneri e riducendo il tempo di masticazione, si tradusse in una diminuzione dei muscoli facciali.  Ciò contribuì all’alleggerimento della faccia e al raccorciamento dei mascellari, sebbene questo fenomeno obbedisca ad altri impulsi evolutivi apparsi anteriormente all’utilizzazione del fuoco.  A beneficio di questa interpretazione, a dire il vero piuttosto ingenuo, si può citare la solidità dell’apparato masticatorio degli Eschimesi, i quali sono ancora, come indica anche il loro nome, dei consumatori di carne cruda.

Il fuoco facilitò anche la conservazione della carne della selvaggina e dei pesci. I quarti o i filetti, seccati per mezzo dell’esposizione al fuoco e al fumo, diventavano più leggeri. Pur conservando l’essenziale delle qualità alimentari, le carni potevano essere consumate molto tempo dopo l’abbattimento dell’animale. Certamente l’uomo apprese molto presto a fare provviste di alimenti diversi; comportamento sconosciuto tra i Primati ma comune a numerose specie, assai diverse di cui egli aveva forse imparato a saccheggiare le riserve.”[31]

Sul piano della protoscienza, si è già notato come l’osservazione sistematica dell’(artificiale) trasformazione costante e necessaria del movimento meccanico in calore abbia portato l’Homo erectus alla conoscenza embrionale e approssimativa, non mediata dal linguaggio scritto e dalla scienza matematica, della legge della trasformazione/conservazione del movimento della materia.

Sempre la tecnologia del fuoco, inoltre migliorò sicuramente il “senso del fuoco” e la capacità di previsione della dinamica degli incendi che è propria anche degli scimpanzé.

La protoscienza botanica era già sviluppata ai tempi del paleolitico, basandosi su un’avanzata osservazione/memoria collettiva.

“L’antropologo culturale Peter Worsley ha studiato per molti anni i cercatori di una tribù aborigena a Groote Eylandt, un’isola al largo della costa settentrionale australiana. “Capita che gli aborigeni vengano considerati privi di pensiero scientifico, poiché vivevano di caccia e raccolta senza aver sviluppato l’agricoltura” ha scritto. “Tuttavia la loro stessa sopravvivenza era basata sull’accurata osservazione delle piante e degli animali, sulla correttezza delle conclusioni a cui pervenivano rispetto al loro ambiente e sulla comprensione dei rapporti di causa-effetto.” Gli aborigeni, ha sostenuto ancora Worsley, “hanno sviluppato categorie considerevolmente simili a quelle dei biologi, zoologi e botanici occidentali” e “in questo usano analoghe procedure intellettuali”.

Gli aborigeni da lui studiati “riconoscono e indicano per nome, non meno di 643 specie differenti”. Poiché questa cifra rappresenta almeno il doppio delle specie commestibili da loro individuate, viene smentita “la credenza comune secondo la quale il loro sapere è di tipo esclusivamente utilitaristico”. Worsley sottolinea che “non è soltanto la quantità di conoscenze a essere  impressionante. È che […] ogni cosa è classificata all’interno di una tassonomia, nella quale la fondamentale divisione è tra piante (amarda) e animali (akwalya), che vengono a loro volta suddivisi in sottoinsiemi”. Un altro biologo e antropologo, Donald Thompson, ha preso in esame le conoscenze biologiche di un diverso gruppo di aborigeni, i wik monkan della penisola di Kape York, e ha concluso che il loro sistema reca “qualche somiglianza con una classificazione linneana semplice.”[32]         

In uno studio effettuato nel 2009, “Jill Pruetz, della Iowa State University, e Thomas LaDuke, della East Stroudsburg University, hanno osservato il comportamento degli scimpanzé della savana del villaggio di Fongoli in Senegal, nei confronti degli incendi, scoprendo che gli animali, come si legge sull’American Journal of Physical Anthropology, adottavano strategie ben precise per affrontare il pericolo.

Lo studio  ha riguardato due distinti incontri avvenuti nel marzo e nell’aprile 2006: in quella regione gli incendi vengono applicati annualmente dagli uomini per motivi di caccia o per pulire i territori, e di solito toccano in modo piuttosto esteso proprio le aree in cui gli scimpanzé scelgono di vivere. Gli animali, però, si sono mostrati tranquilli, in grado di prevedere l’evoluzione dell’incendio, abbandonando ordinatamente l’area interessata dal fenomeno.

“Gli incendi sono avvenuti verso la fine la stagione secca, con un fuoco molto intenso, che bruciava velocemente gli alberi: gli scimpanzé però rimasti molto calmi. Molto più calmi di me, sicuramente”, ha dichiarato Pruetz. In alcuni casi i primati hanno evitato con calma i focolai aggirandoli, mentre in altri non si sono mossi, mostrando di aver capito che il fuoco “si comporta” in un modo sufficientemente prevedibile: un atteggiamento molto più “predittivo” che “responsivo”, e nessun segnale di stress o paura. “Sembravano veramente esperti nel prevedere dove si sarebbe diretto e come si sarebbe sviluppato l’incendio”, ha aggiunto Pruetz.

Negli esseri umani il controllo del fuoco richiede l’acquisizione di tre stadi cognitivi: la “concettualizzazione” del fuoco, ossia la comprensione della variabilità del suo andamento (che permette di prevedere gli spostamenti), la capacità di appiccarlo e quella di controllarlo, “gli scimpanzé hanno raggiunto piena padronanza del primo stadio, che è propedeutico agli altri due, ma non si sono mostrati capaci di appiccare il fuoco a loro piacimento, almeno non senza un aiuto esterno”, ha spiegato la ricercatrice.”[33]

La produzione artificiale e il controllo sul fuoco aiutarono pertanto i nostri lontani antenati nel processo di sviluppo delle loro conoscenze sull’ambiente naturale, a partire dall’interazione tra una forza naturale come il vento e la flora, attraverso l’alimentazione mirata di incendi.

Tra il 500000 a.C. e l’11000 a.C., data approssimativa di inizio dell’era mesolitica, si verificò un’altra lenta, molecolare ondata di progressi, graduali e cumulativi, sia in campo tecnologico che protoscientifico.

Sotto il primo aspetto, vanno ricordati:

–          le prime costruzioni di abitazioni in legno, con focolari e una suddivisione precisa dello spazio comune, a partire sicuramente dal sito di Terra Amata (Francia meridionale), edificato dall’Homo erectus circa 380.000 anni or sono. “A Terra Amata (Nizza), vennero scoperti resti di sistemazioni di focolari ancora più evidenti. È noto che in questo giacimento furono trovate 21 ubicazione di capanne, aventi ciascuna da 9 a 16 metri di lunghezza e da 4 a 7 metri di larghezza, tra le quali le più recenti, ricostruite nello stesso posto, occupavano una duna in cui si sono fedelmente conservate le tracce dell’occupazione: pietre  e buche consolidate di paletti, focolari e, a giudizio degli scavatori, ubicazioni di giacigli su pelli distese. I focolari si trovavano al centro delle capanne; erano semplici escavazioni nella sabbia protette da un lato da un muretto di pietre. Da tali disposizioni traspare una già antica padronanza del fuoco; l’accertamento di diversi elementi cronologici permette ora di situare tra il 400.000 e il 380.000 a.C. l’occupazione del sito da parte di numerosi gruppi di cacciatori che trovavano su questa spiaggia, in prossimità dell’estuario del Paillon, eccellenti terreni di caccia nonché provviste di acqua dolce.”[34]

–          La costruzione delle prime lance in legno, 350.000 anni fa (Germania);

–          La lavorazione dell’osso e dell’avorio nel medio Paleolitico, circa 100.000 anni or sono;

–          L’immanicamento di strumenti in pietra su supporti in legno;

–          La costruzione di zagaglie e propulsori;

–          La produzione di grattatoi, bulini e coltelli a partire dal medio paleolitico, assieme ai sopracitati utensili microlitici;

–          La fabbricazione di aghi per intessere le pelli;

–          La produzione di armi e arpioni per la pesca;

–          La fabbricazione di rudimentali calzature, attorno al 18.000 a.C.;

–          La creazione del boomerang da parte degli aborigeni australiani;

–          Sempre da parte degli aborigeni australiani, la prova sicura della costruzione da parte dell’Homo sapiens del paleolitico (40.000 a.C.) di zattere in legno, di protonavi capaci di solcare gli oceani. Sul mare “l’uomo paleolitico ha saputo in effetti attraversare distanze rilevanti. Il popolamento dell’Australia ne è la prova. Questo popolamento rappresenta una prodezza, certamente la più notevole nella storia delle più antiche navigazioni. L’Insulindia, sul piano biologico, è costituita da due insiemi piuttosto contrastanti da una parte e dall’altra della linea Wallace: a ovest le isole del Borneo, Sumatra e Giava, che furono più volte riunite tra loro e al continente asiatico nel corso delle regressioni del Pliocene e del Pleistocene, possiedono anche una fauna “continentale”; a est Celebes, le Molucche, Flores, Timor e le piccole isole della Sonda occidentale costituiscono una zona biogeografia molto più povera di specie animali e vegetali. La separazione definitiva di questi due insiemi si è effettuata non più tardi del Pleistocene inferiore. Isolate da più tempo ancora, la Nuova Guinea e l’Australia furono collegate tra loro di tanto in tanto, nel corso del Pleistocene inferiore, dall’emergenza della piattaforma di Sahul […]. Sia che i primi Australiani siano giunti da Timor sia dalla Nuova Guinea, essi dovettero attraversare l’oceano per una distanza pari o superiore a 70 chilometri, anche se questa attraversata, come verosimile, all’epoca della massima regressione. In quale momento fu concepita tale prodezza? Lo stato culturale degli Aborigeni australiani e dei Tasmaniani, oggi estinti, permetteva di pensare che questa traversata avesse avuto luogo anteriormente allo sviluppo delle innovazioni tecniche neolitiche. Senza animali domestici, ignorando l’agricoltura e la ceramica, gli Australiani e i Tasmaniani sembravano esclusi dall’avventura umana. Questi uomini,  sebbene privi di tutto, discendono tuttavia dai più antichi navigatori conosciuti. Oggi sappiamo che il sud dell’Australia, il punto  più lontano della zona dove necessariamente erano sbarcati i primi Australiani, era occupato 32.700 anni fa (lago Mungo). Si calcola che l’attraversata dovette avere luogo verso 40-35.000 a.C., cioè durante la regressione contemporanea al Wurm.”[35]

–          La creazione di oggetti ornamentali quali conchiglie e perle, destinate a uso estetico a partire molto probabilmente dal 135.000 a.C., e sicuramente dal 75.000 a.C. Nel 2006 alcuni studi condotti 2da una squadra di ricercatori dell’University College di Londra (UCL) su perle ricavate da gusci di conchiglie, rivela che gli esseri umani moderni usavano ornarsi di monili 25.000 anni prima di quanto precedentemente creduto.

Ricercatori di Regno Unito, Francia e Israele segnalano sulla rivista Scienze di avere esaminato le perle, originalmente scavate da un sito in Israele e da uno in Algeria nella prima metà del XX secolo, usando l’analisi elementare e chimica. I risultati datano le perle tra 100.000 e 135.000 anni fa, molto precedenti quindi di un ritrovamento significativo di altre perle, scavate recentemente in Sudafrica e datate 75.000 anni fa.

Gli ornamenti personali, come l’arte, sono considerati generalmente prova archeologica di un’attitudine al pensiero simbolico, e i risultati hanno implicazioni importanti per i dibattiti circa le origini degli esseri umani moderni e lo sviluppo del loro comportamento.”[36]

–          La costruzione dell’arco, strumento meccanico relativamente composto da una molla a due bracci, mantenuto in tensione da una corda collegata alle due estremità: essa appare sicuramente in Francia attorno al 16.000 a.C., e forse molto prima in terra africana nell’odierno Sahara.[37]

Sul piano della protoscienza, nell’arco temporale preso in esame iniziarono a formarsi gli embrioni fondamentali e basilari della scienza matematica, attraverso la creazione del concetto simbolico di numero.

Le ricerche storiche hanno mostrato infatti come segni numerici venissero scolpiti sul legno e sulla pietra già nel paleolitico superiore, attorno a 40.000 anni or sono, mentre in molte tribù rimaste all’età della pietra si è notata la presenza di un rozzo ed elementare sistema di misurazione.

“Uno dei reperti più interessanti dell’archeologia, dal punto di vista della matematica, è stato rinvenuto a Ishango, sul lago Edoardo al confine tra Zaire e Uganda. Si tratta di un manico di osso, detto Osso d’Ishango, ora al Museo di Storia Naturale di Bruxelles, risalente a circa ventimila anni fa (periodo paleolitico), il quale mostra incisioni in numero diverso raccolte in gruppi, su tre righe, così disposte:

  • · riga a): 9 19 21 11 – totale 60
  • · riga b): 19 17 13 11 – totale 60
  • · riga c):  7 5 5 10 8 4 6 3 – totale 48

Sebbene non vi sia accordo tra gli studiosi sulla natura delle incisioni, si può quasi sicuramente affermare che la popolazione paleolitica di Ishango possedeva il concetto di numero… Una fibula di babbuino trovata a Lebembo, nello Swaziland, nell’Africa del sud, risalente a 37.000 anni fa riporta 29 tacche, mentre una tibia di lupo trovata in Cecoslovacchia di cinquemila anni più antica riporta 57 incisioni disposte a gruppi di cinque. Tuttavia l’asimmetria delle incisioni sull’osso di Ishango fa supporre un qualche utilizzo dei numeri per fini diversi dal mero conteggio.

Alcune popolazioni paleolitiche, ad esempio i Gumulgal australiani, contavano in base 2, ossia in sistema binario. Questo rendeva difficile contare per grandi numeri: ad esempio i citati Gumulgal contavano così.

1 = urepoin

2 = ukasar

3 = ukasar – urapon

4 = ukasar – ukasar

5 = ukasar – ukasar – urapon

6 = ukasar – ukasar – ukasar

7 = ukasar – ukasar – ukasar – urapon

 

Altri sistemi binar avevano parole speciali per 3 e 4, così 6 e 8 diventavano “2 volte 3” e “2 volte 4”, di fatto una rozza base 5; tuttavia era sempre disagevole maneggiare grandi quantità.

Entrambe le versioni del sistema in base 2 furono rinvenuti in Australia, ma anche in Africa e Sud America”.[38]

Embrioni e germi di proto scienza architettonica vennero elaborati sul piano empirico con le prime costruzioni delle capanne in legno, combinata simultaneamente con una precisa e cosciente distribuzione spaziale delle diverse aree della struttura abitativa.

Strutture abitative che, in base ad una recente ricerca, sembrano risalire anche a molto prima del 400.000 a.C. del sito di Terra Amata.

“Un gruppo di ricercatori dell’università di Gerusalemme ha scopeto le tracce di un gruppo di uomini vissuto 750.000 anni fa che aveva già la capacità di mettere in atto comportamenti sociali e umani assai sofisticati. La scoperta è stata effettuata da studiosi dell’Istituto di Archeologia dell’università di Gerusalemme durante una campagna di scavo sul sito preistorico di Gesher Benot Ya’aqov, che si trova lungo la “faglia del Mar Morto”, nel tratto meridionale della valle di Hula.

I dati sul comportamento di questa antica comunità sono emersi grazie all’analisi della distribuzione spaziale dei vari reperti rinvenuti, che ha svelato l’esistenza di aree specifiche destinate alle varie attività; questo indica una suddivisione concettuale dello spazio comune che richiede la presenza, a monte, di una ben definita organizzazione sociale, ma anche di un’esplicita capacità di comunicazione tra i componenti del gruppo.

Fino a oggi si riteneva che tali peculiari capacità organizzative fossero state sviluppate solo in epoche moderne. I precedenti studi per identificare tali comportamenti nelle popolazioni più antiche, in particolare nei vari siti preistorici sparsi nel mondo, si erano concentrati su insediamenti del paleolitico medio; qui è stata accertata la presenza di aree specifiche per le varie attività, in particolare quelle collegate al fuoco, ma sono state datate solo fino a circa 250.000 anni fa. Il nuovo studio dell’università israeliana, pubblicato dalla rivista Scienze, sposta invece indietro nel tempo l’orologio di questi comportamenti sociali, dato che ne descrive la presenza in uno stato dell’Acheuleano (cultura primitiva con utensili di pietra) di Gesher Benot Ya’qov, databile a quasi 750.000 anni or sono.”[39]

La capacità di elaborare strutture abitative si affinò via via con il susseguirsi dei millenni, tanto che l’uomo Cro-Magnon arrivò a costruire a Mezyria (Ucraina, 13000 a.C.) un’ampia capanna circolare, formata da numerose ossa e zanne di mammuth intrecciate e combinate tra loro, utilizzando a tale scopo le carcasse di circa cento prede.

Sempre nel Paleolitico superiore, almeno secondo molti studiosi, il genere umano cercò di descrivere per iscritto il mondo stellare, dando vita alla paleoastronomia circa 30000 anni or sono.

“Per l’uomo del Paleolitico, che viveva in stretto contatto con la natura, volgere lo sguardo al cielo era normale anche perché le maggiori sorgenti luminose provenivano dalla volta celeste. Un altro fatto espressivo era lo scorrere del tempo, nozione insita nell’uomo sin dall’inizio delle sue tappe evolutive. La conoscenza della divisione astronomica del ciclo annuale (stagioni) era un dato acquisito, ma le sue estensioni erano ancora incerte. I primi riferimenti fondamentali erano costituiti dalle osservazioni meteorologiche scandite dalle variazioni di temperatura e di piovosità che influivano sul regime dei corsi d’acqua e sulle fasi biologiche della natura.

Altre informazioni, anche se inequivocabili ma pur sempre con insufficiente precisione, venivano assunte dall’innevamento, dai venti e dai temporali. Nel Paleolitico il computo del tempo era scandito da fasi lunari, in particolar modo dai “pleniluni”, molto importanti per la luminosità dell’astro. Questo vistoso mutamento dell’aspetto della Luna veniva già registrato intorno al 30000 a.C. su un osso lavorato ritrovato nella regione di Les Eyzies de Tayac, nel Perigord francese. Un osso istoriato da incisioni di forma circolare proveniente da Abri Blanchard, regione di Les Eyzies de Tayac sita nel Perigord francese. Quest’oggetto, appartenente al periodo Aurignaziano (30000 a.C.), presenta 69 incisioni che sembrerebbero avere la forma delle varie fasi lunari, riprodotte con la medesima sequenza che appaiono nella realtà.

Secondo il Marshack il conteggio delle lunazioni su questo oggetto venne fatto più volte. A tal riguardo si riscontrò che le istori azioni furono eseguite in periodi diversi con 24 strumenti differenti.”[40]

Per quanto riguarda la protoscienza meccanica, il funzionamento dell’arco offrì sicuramente all’uomo paleolitico alcune nozioni basilari sulla distinzione e trasformazione tra energia potenziale (arco in trazione) e quella cinetica, derivante dall’abbandono della corda e trasmesso alla freccia: i contenuti fondamentali di base della categoria scientifica di energia meccanica vennero svelati dalla combinazione molla-arco ai nostri lontani antenati del paleolitico superiore, attraverso un’osservazione/praxis  ripetuta nel tempo.

Coma ha notato C. Conner, in un suo eccellente libro sulla scienza, “di fatto, tutte le piante le specie animali di cui ci nutriamo al giorno d’oggi sono state selezionate attraverso la sperimentazione e una vera e propria ingegneria genetica messe a punto dagli antichi popoli preletterati. Per quanto riguarda il sapere scientifico che è alla base della produzione alimentare, dobbiamo molto di più agli amerindi precolombiani che ai genetisti delle piante. Anche in tempi relativamente recenti è accaduto in America che alcuni proprietari di piantagioni, volendo intraprendere la coltivazione del riso, si trovassero costretti a comprare schiavi provenienti da una particolare area geografica africana, che conoscevano le caratteristiche di questa pianta.

Allo stesso modo, la scienza medica ha avuto inizio con la conoscenza delle proprietà terapeutiche delle piante scoperte dagli uomini preistorici, delle quali ancor oggi si avvale. Furono gli amerindi a insegnare agli europei come usare la corteccia dell’albero di china per il trattamento della materia, e fu uno schiavo africano di nome Onesimus a introdurre la pratica dell’inoculazione contro il vaiolo nel Nordamerica. La geografia e la cartografia delle Americhe e dell’oceano Pacifico si fondano sulle conoscenze delle popolazioni native. Il capitano John Smith riconosceva che la sua celebre mappa della baia di Chesapeake “fu ottenuta grazie alle informazioni dei selvaggi, mentre la mappatura delle isole del Pacifico del capitano Cook fu realizzata grazie alle informazioni fornite da un navigatore indigeno di nome Tupaia. Anonimi marinai e pescatori costituirono la fonte iniziale dei dati scientifici riguardanti le maree, le correnti oceaniche e i venti dominanti; Benjamin Franklin, allorché realizzò la prima carta della Corrente del golfo, riconobbe di essersi basato esclusivamente su ciò che aveva appreso da “semplici” balenieri.”[41]

In ogni caso anche questa seconda fascia e ondata (lenta) di tecnologiche e protoscientifiche, avvenute durante il paleolitico, si produssero grazie e in presenza di rapporti di produzione collettivistici, che escludevano lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, rafforzando ulteriormente la tesi secondo la quale l’accumulazione progressiva di “lavoro universale” nacque e si sviluppò con una matrice “rossa” e  perfettamente compatibile con quel comunismo primitivo che contraddistinse quasi tutto il periodo paleolitico, con rarissime eccezioni e relazioni durature di simbiosi che continuò anche durante la successiva fase neolitica/calcolitica (9000/3900 a.C., in Eurasia), ad esclusione della domesticazione del cavallo e del suo utilizzo militare da parte di abili predoni – cavalieri dotati di arco e frecce.[42]

Anche tra il 9000 e il 4000 a.C., infatti, la matrice socioproduttiva collettivistica favorì e vide fiorire al suo interno lo sviluppo qualitativo e rivoluzionario della tecnica e della protoscienza.

Durante il neolitico si sviluppò la terza grande rivoluzione tecnologica della storia umana, dopo la lenta accumulazione di progressi del paleolitico medio e superiore, con la scoperta dell’agricoltura e dell’allevamento, della ceramica e del proto urbanesimo (Gerico, dell’8.500 a.C.; la prima struttura proto urbana della nostra specie): un grande balzo in avanti produttivo che porterà l’uomo nell’era del surplus, con pesanti conseguenze anche per la stessa dinamica tecnico-scientifica.

Preparato durante la fase mesolitica, nella quale si sviluppò la raccolta sistematica di cereali selvatici e la loro macinazione specialmente nell’area siro-palestinese (11.000-9000 a.C.), il nuovo salto di qualità si verificò nel giro di pochi secoli in Medio Oriente.

Attorno al 9.000 a:C:, , i clan della zona siropalestinese e anatolica iniziarono a seminare con cura e arte le prime piante di cereali cominciando a curarne la crescita e selezionando per caso e/o tentativi le sementi più produttive, mentre parallelamente allo sviluppo dell’agricoltura le tribù dell’area in esame presero ad allevare i primi animali “commestibili” (seguendo l’esperienza della domesticazione del lupo-cane), attirati e allo stesso tempo nutriti dalle colture di cereali neolitiche.

In tal modo nel Vicino Oriente il genere umano coltivò le piante del grano, dell’orzo e dei piselli, addomesticando la pecora e la capra attorno all’8500 a.C.; in Cina processi analoghi avvennero per miglio e riso, con i primi allevamenti di maiali (8000 a.C.), mentre in America Centrale la coltivazione di mais, fagioli e zucca si accompagnò all’allevamento del tacchino (3000 a.C.).

I risultati concreti della rivoluzione tecnico-produttiva del neolitico furono eccezionali e di un peso storico straordinario, visto che innanzi tutto si produsse un enorme aumento della produttività media del lavoro sociale rispetto alla precedente caccia-raccolta (o pesca) del Paleolitico: J. Diamond notò sinteticamente che «alla fine, un ettaro di terra coltivata riesce a dar sostentamento a molti più contadini (dalle 10 alle 100 volte) di quanto non riesca a fare un ettaro di terra vergine per i cacciatori-raccoglitori».[43]

Dalle dieci alle cento volte: un salto qualitativo gigantesco, anche se accompagnato dal lato negativo della progressiva riduzione del tempo libero disponibile rispetto alle precedenti società di raccoglitori-cacciatori, come evidenziato in modo provocatorio dal teorico statunitense John Zerzan.

Di conseguenza alcune frazioni consistenti del genere umano dopo l’8000 a.C. iniziarono a riprodurre sistematicamente, pur tenendo conto dei fattori atmosferici e climatici avversi, un surplus e un plusprodotto in eccedenza rispetto ai bisogni minimali di sopravvivenza biologica, in modo tale che l’aumento della produttività diede alla forza-lavoro umana, per usare una nota definizione di Engels del 1884, la capacità di creare un prodotto maggiore di quanto fosse necessario al suo mantenimento: anche se ovviamente nel corso del IX millennio a.C. la produttività media e la massa complessiva della forza lavoro impiegata rimasero bloccate ancora a un livello relativamente basso, esse nondimeno consentirono all’oasi di Gerico di utilizzare il surplus e il pluslavoro disponibile per commerciare con altre zone (ossidiana) e per erigere mura e torri attorno alla città già a partire dal 8300-7500 a.C.

Il gioco era riuscito e la “magia” si era realizzata con successo, visto che attorno al 9000-7500 a.C. alcune importanti zone geoeconomiche del globo crearono e riprodussero quel fondamentale salto di qualità produttivo che taglia seccamente in due la storia dell’Homo Sapiens dividendola nell’era pre e post surplus permanente, mentre come ulteriore sottoprodotto positivo l’aumento formidabile della produttività del lavoro sociale e la formazione parallela del plusprodotto agricolo innescarono un circolo economico “virtuoso” che si autoalimentò e si riprodusse su scala allargata: infatti l’agricoltura creò, come si è già rilevato, le condizioni materiali necessarie per innescare l’utilizzo dell’allevamento di animali domestici su larga scala e dopo il lupo, che si trasformò in cane a partire dal 12000 a.C. in Cina e Iran, venne il turno della domesticazione di altri preziosi animali.

«Gli animali domestici hanno aiutato l’uomo a produrre più cibo in quattro modi diversi: fornendo latte, carne, concime e forza motrice per gli aratri. Come è ovvio, il bestiame sostituì direttamente la selvaggina come fonte primaria di proteine; al giorno d’oggi, ad esempio, la stragrande maggioranza delle proteine animali assunte dagli americani proviene da buoi, maiali, galline e pecore, e non certo dalla carne di cervo – considerata una prelibatezza non da tutti i giorni. Gli animali domestici servono anche a migliorare la produzione agricola. Prima di tutto, come ogni giardiniere o contadino sa bene, non c’è niente di meglio del letame per fertilizzare la terra da coltivare. Anche se oggi abbiamo a disposizione i concimi sintetici prodotti dalle industrie chimiche, in gran parte del mondo le deiezioni animali (soprattutto di bovini, ovini e yak) continuano a essere la principale fonte di fertilizzante. Lo sterco, inoltre, è stato ed è un apprezzato combustibile in molte società tradizionali.

Inoltre, i grandi animali domestici possono servire anche a tirare gli aratri, il che rende possibile dissodare terreni che sarebbero altrimenti lasciati incolti. Tra gli animali da lavoro ricordiamo i bovini, i cavalli, il bufalo asiatico e il banteng di Bali, e gli incroci tra buoi e yak. Ecco un esempio della loro importanza. I primi agricoltori apparsi in Europa centrale circa 7000 anni fa – i popoli della cosiddetta “cultura della Ceramica lineare”, o Linearbandkeramik – furono per un certo tempo confinati in terre dai suoli morbidi, che potevano essere dissodati a mano con appositi bastoni. Solo mille anni dopo questi agricoltori primitivi furono in grado di coltivare una maggiore varietà di terre. Lo stesso accade in America: gli indiani delle grandi pianure nordamericane erano confinati nei terreni alluvionali; lo sfruttamento degli altopiani, il cui suolo era molto più duro, fu possibile solo nel XIX secolo grazie agli europei e ai loro aratri tirati da animali».[44]

Va sottolineato come il surplus alimentare fosse diventato facilmente accumulabile e trasportabile, sia sotto forma vegetale che animale, da parte dei clan degli agricoltori sedentari e dalle tribù pastorizie. Un cacciatore-raccoglitore del Paleolitico poteva di tanto in tanto portare con sé più cibo di quanto non riuscisse a consumare in pochi giorni, ma alla lunga, notò correttamente Diamond, questa abbondanza non gli era utile perché egli era privo degli strumenti per conservarla e custodirla: nel Neolitico le tribù agricole erano invece in grado di immagazzinare molto cibo e conservarlo con una certa efficacia mentre i clan di nomadi-pastori disponevano a loro volta di una “riserva di cibo mobile” su larga scala, addomesticata e controllabile con relativa facilità dalla combinazione uomo-cane.

Inoltre le colture agricole non costituivano solo fonti di cibo. «Ad esempio, piante e animali domestici ci forniscono fibre naturali che, opportunamente intessute, diventano vestiti, coperte, reti o corde. In tutte o quasi le società che “scoprirono” l’agricoltura, i cereali erano affiancati da colture come il cotone, la canapa e il lino; molti animali erano allevati per lo stesso motivo: pecore, capre, lama e alpaca per la lana, e i bachi per la seta. Inoltre, gli uomini del Neolitico ricavavano attrezzi e altri manufatti dalle ossa degli animali domestici, e cuoio dalla pelle conciata dei bovini. Una delle prime piante domestiche in America, infine, fu coltivata per usi non alimentari: era un tipo di zucca utilizzata come recipiente.

Gli animali domestici di grossa taglia rivoluzionarono la storia dell’umanità anche perché furono gli unici mezzi di trasporto terrestre fino al XIX secolo e all’avvento delle ferrovie. Agli albori dell’umanità, l’unico modo per trasportare cose e persone era portarseli a spalle; grazie agli animali, l’uomo fu in grado di spostarsi con facilità e di portare con sé grandi quantità di merci. Si montarono cavalli, asini, yak, renne e cammelli, e si utilizzarono (insieme al lama) come animali da soma. Buoi e cavalli furono attaccati ai carri, renne e cani alle slitte. Il cavallo divenne il principale mezzo di trasporto in quasi tutta l’Eurasia, ruolo che fu assunto dalle tre specie di camelidi domestici (dromedario, cammello e lama) rispettivamente in Nordafrica e Arabia, Asia centrale e America andina.» Ma non solo. «Il contributo più diretto di un animale domestico alle guerre di conquista eurasiatiche venne dal cavallo. I cavalli erano le jeep e i carri armati del passato. Come abbiamo visto nel capitolo precedente, grazie ai cavalli due avventurieri come Cortés e Pizarro, a capo di piccole bande, conquistarono gli imperi degli aztechi e degli inca. Molto tempo prima, attorno al 4000 a.C., i cavalli montati a pelo furono probabilmente un fattore fondamentale per l’espansione verso occidente dei popoli indoeuropei stanziati nell’odierna Ucraina, un’espansione così inarrestabile da spazzare via tutte le lingue non indoeuropee (tranne pochissime). Quando più tardi i cavalli vennero usati anche come animali da tiro, il carro da guerra (inventato attorno al 1800 a.C.) fu una vera rivoluzione nell’arte militare che si diffuse nel Vicino Oriente, nel bacino del Mediterraneo e in Cina».[45]

Infine, con il passare del tempo, il surplus disponibile permise la creazione di società contraddistinte da una crescente diversificazione delle attività produttive e dalla specializzazione di una parte degli uomini neolitici in alcune forme relativamente sofisticate di artigianato , oltre alla creazione delle prime strutture proto urbane.[46]

Sotto questo profilo, la struttura architettonica e socioproduttiva di Gerico, rappresenta una delle meraviglie della storia umana e del progresso tecnologico “a Balzi” del genere umano: infatti i clan neolitici della zona in esame non solo riuscirono a domesticare il grano, l’orzo, il farro e i maiali poco dopo il 9000 a.C., “inventando” l’agricoltura e l’allevamento nell’area mediterranea, ma effettuarono anche un’altra grande scoperta storica, la conquista di piccole città.

Gerico nacque come piccolo villaggio attorno al 9000 a.C. in una piccola oasi del deserto, diventando con il tempo un importante centro commerciale del periodo proto neolitico in un’area in cui vennero coltivati orzo e grano, innescando un lento processo di selezione delle sementi più produttive attraverso una lunga pratica cooperativa.

In pochi secoli, tra l’8900 e il 8400 a.C., i clan collettivistici del luogo edificarono una piccola città con una caratteristica serie di abitazioni ovali, composte da mattoni di fango essiccato con un intonaco levigato dipinto di rosso; nella fase immediatamente successiva dello sviluppo di Gerico apparvero delle case rettangolari con molte stanze e dei micro santuari per la Dea, mentre la popolazione aumentò progressivamente fino a superare le duemila unità in una data anteriore al 7000 a:C., uomini e donne che vivevano in un’area calcolata in oltre quattro ettari e che superava per dimensioni quella di buona parte dei centri urbani formatisi nell’Europa occidentale durante il XV secolo della nostra era.[47]

Non solo: gli abitanti di Gerico erano circondati e difesi da una cinta muraria, munita di torri difensive alte fino a dieci (10!) metri dimostrando che già dieci millenni or sono l’arte edilizia aveva raggiunto livelli di sviluppo impressionanti, confermati del resto anche dalle costruzioni realizzate nel 9000 a.C. dai cacciatori-raccoglitori di Gobekli Tepe.

Non solo. Fin dall’8300 a.C. Gerico commerciò con altre tribù e villaggi dell’Asia Minore da cui importava principalmente l’ossidiana, un vetro naturale di colore nero, mentre il processo di sepoltura egualitaria dei teschi era accompagnata dal modellamento in argilla dei lineamenti dei viventi sui crani che venivano sepolti: si trattò della più antica forma di ritrattistica del singolo individuo, accompagnata anche dai primi segni di sviluppo di un’arte statuaria in grado di utilizzare l’argilla.[48]

Non era un fenomeno casuale: attorno al 6500 a.C., nell’area del Vicino oriente e a Gerico si era diffusa l’arte della ceramica con la produzione stabile di oggetti e utensili di argilla, cotta col fuoco e variamente decorata, mentre già molto prima le case avevano porte munite di stipiti in legno e veri e propri lavandini emergevano dai pavimenti, molto spesso decorati.

L’esperienza di Gerico non rimasse sicuramente isolata, visto che regione palestinese-siriana essa era circondata da tutta una serie di villaggi “minori” del periodo natufiano, quali Ain Mallaha, Nureybet, Ramad, Munhata e Beidha, mentre la rivoluzione produttiva e urbana si estese progressivamente nell’8000-6000 a.C. a tutto il Vicino Oriente, dell’attuale Turchia (sito di Asili, 8000 a.C.), fino a Cipro (sito di Khirokitya, VI millennio a.C.), in presenza quasi ovunque dell’egemonia dei rapporti di produzione collettivistici.

Saltano infatti subito all’occhio la sostanziale uniformità delle abitazioni di Gerico, la costruzione di silos collettivi per il deposito di grano e orzo e i metodi di sepoltura egualitaria, limitati al solo cranio: la capacità ormai acquisita delle tribù siropalestinesi di organizzare grandi lavori collettivi, quali la stessa produzione agricola e la costruzione di alte mura e di gigantesche torri per difendersi dagli attacchi predatori delle tribù di cacciatori-raccoglitori, permisero senza problemi la produzione plurimillenaria (seppur con qualche lunga interruzione storica) del primo e splendido modello di chef ferie collettivistica.”[49]

Ma non c’è tre senza quattro, si potrebbe rilevare.

Attorno al 4500/4000 a.C., le strutture socioproduttive  e sociopolitiche collettivistiche riuscirono infatti a portare a termine creativamente un’ulteriore rivoluzione tecnico-produttiva durante il neolitico/calcolitico, congelata tra l’altro all’ormai consolidata acquisizione (a Catal Huyuk, poco dopo il 6000 a.C.) del processo di fusione dei metalli, a partire dal rame.

Sotto questo aspetto come è stato dimostrato dall’archeologo britannico James Mellaart, la civiltà di Catal Huyuk conosceva a metà del VI millennio a.C. la metallurgia: lo studioso inglese ha infatti scoperto nel sito anatolico delle scorie che indicavano l’estrazione del rame dal minerale attraverso un processo di fusione, mentre tecniche analoghe vennero in seguito impiegate nell’area siropalestinese tra il 4500 e il 4200 a.C. con l’utilizzo di fornaci che mantenevano il fuoco alla temperatura di 1084° necessaria per la fusione. Sempre a Catal Huyuk si sono trovati una serie di stampi di argilla cotta, utilizzati per fare tatuaggi e (probabilmente) disegni per abiti in quella che diventò la prima proto forma di tecnologia di stampa scoperta circa sette millenni prima dei cinesi di Gutemberg.[50]

A sua volta la civiltà Al-Ubaid, sviluppatasi in Mesopotamia tra il 4800 e il 3900 a.C., “non si limitò a produrre statuette dal corpo umano con il volto di serpente, probabilmente collegati al culto della Dea Madre, ma riuscì ad ottenere nell’ultima fase della sua esistenza (periodo tardo Ubaid, 4200/3900 a.C.) una serie impressionante di successi in campo agricolo e tecnologico, che in seguito vennero imitati su larga scala e affinati dalla civiltà sumera (periodo antico Uruk) nella stessa area geopolitica, tra il 3800 e il 3400 a.C.: non a caso quest’ultima ereditò dai suoi predecessori collettivistici tutta una serie di termini tecnico produttivi, quali engar (agricoltore) e apin (aratro), simug (fabbro) e udur (pastore).[51]

Alcuni storici, tra cui M. Liverani, hanno definito giustamente la brusca accelerazione impressa dagli Ubaid allo sviluppo delle forze produttive sociali come la “rivoluzione secondaria” del Neolitico, composta in campo agricolo da tutta una serie di innovazioni strettamente connesse tra loro e capaci di sfruttare al meglio alcune condizioni geonaturali potenzialmente molto favorevoli.

Per facilitare il processo di mietitura di grandi estensioni cerealicole, la civiltà Ubaid introdusse infatti un attrezzo quale il falcetto di terracotta, a forma di mezzaluna e con il bordo interno affilato, il cui costo di produzione era estremamente basso in confronto a qualunque altro tipo di lama, in selce o rame.

Inoltre gli Ubaid seppero sfruttare con estrema efficacia l’intreccio di fiumi e acquitrini naturali che contraddistingueva la parte finale del corso del Tigri e dell’Eufrate, realizzando nel corso dei secoli un’estesa rete di canali e un’ottima sistemazione idraulica del terreno basso-mesopotamico. Nella loro ultima fase di esistenza essi crearono il campo lungo, nel quale il processo di irrigazione a solco veniva praticato su sottili strisce parallele tra di loro e che si estendevano in lunghezza per molte centinaia di metri, in leggera pendenza: si aveva pertanto una “testa alta” adiacente al canale da cui ricavavano l’acqua e una “testata bassa”, verso gli acquitrini o i bacini di drenaggio, in modo tale che l’acqua inondasse solo i solchi. Ovviamente il campo lungo, data la sua dimensione e il suo posizionamento rispetto al canale d’irrigazione, richiedeva un lavoro collettivo coordinato e una pianificazione centrale, ma consentiva d’altro canto un enorme innalzamento del livello medio di produttività.[52]

Sempre in epoca tardo-Ubaid venne infine introdotto l’aratro a trazione animale, strettamente collegato alla lavorazione del campo: l’aratro permise di scavare solchi rettilinei della lunghezza di molte centinaia di metri e al momento della semina lo strumento a trazione animale si trasformava in aratro-seminatore, mediante l’installazione di un imbuto a cannello che consentiva di collocare i semi uno per uno e in profondità dentro nel solco.

La connessione strettissima creatasi tra campo lungo, irrigazione a solco ed aratro a trazione animale permette di attribuire loro una collocazione temporale approssimativa nel periodo tardo-Ubaid, quasi due secoli prima del sorgere dell’egemonia dei Sumeri e intorno al 4000 a.C.

«I falcetti di argilla, che per la loro materia sono l’unico elemento dell’intero complesso che sia archeologicamente ben visibile, si distribuiscono attraverso il periodo tardo-Ubaid e antico-Uruk, per essere poi evidentemente soppiantati da altro tipo di attrezzo – a differenza delle altre innovazioni che permarranno per millenni. Se esaminate tutte assieme, queste innovazioni si situano dunque a ridosso della grande esplosione demografica e organizzativa del periodo tardo-Uruk: non possono risalire più indietro della fase matura di Ubaid, e devono aver raggiunto la pienezza organizzativa con la fase antico-Uruk.

Si può anzi proporre che mentre l’uso del falcetto d’argilla (che implica un’intensificazione della cereali-coltura, ma non è necessariamente legato alle altre innovazioni) sembra introdotto in uso abbastanza presto durante il periodo Ubaid, invece le innovazioni più significative e strettamente interconnesse possono collocarsi a immediato ridosso del periodo Uruk, intorno al 4000 a.C.»[53]

La seconda grande rivoluzione neolitica produsse un enorme aumento della produttività del lavoro sociale, non molto lontano da quello raggiunto in precedenza nell’area palestinese-siriano attorno al 9000-8000 a.C.

«Questo complesso di innovazioni, impostato su un’organica sistemazione idraulica del territorio e sull’impiego della trazione animale, deve aver avuto un impatto sulla produttività agricola della bassa Mesopotamia che è senz’altro paragonabile all’introduzione della meccanizzazione nell’agricoltura moderna. Si potrebbero forse tentare dei calcoli più specifici: si è già detto che la messa a dimora dei semi produce un aumento della produttività valutato del 50% rispetto alla semina per dispersione; l’uso dell’aratro comporta rispetto all’uso della zappa un risparmio di tempo quantificabile; e così via. In complesso, non è certo azzardato ritenere che il passaggio dal sistema tradizionale (dissodamento a zappa, semina a getto, irrigazione per inondazione) di dimensione familiare, ad un complesso tecnico-organizzativo come quello ora descritto deve aver comportato un aumento di produttività (a parità di risorse umane impegnate) in un ordine di grandezza stimabile tra il cinque a uno e il dieci a uno.

Questo che possiamo ben chiamare una rivoluzione delle tecniche agricole, e che si sviluppò nell’arco di alcuni secoli a ridosso della rivoluzione urbana e delle formazioni proto-statali, è un evento storico di enorme rilievo, ed è in vario modo archeologicamente documentato. È stupefacente constatare quanto poco se ne parli nella corrente letteratura storico-archeologica sull’argomento, prevalentemente accentrata sugli sviluppi della struttura sociale e dell’élite dirigenti, sviluppi spesso estraniati da quelli relativi al modo di produzione.»[54]

La risposta alla questione posto dall’autorevole storico M. Liverani viene probabilmente  dal fatto che la struttura sociopolitica degli Ubaid era incentrata su un “clan conico” in cui le disuguaglianze socioeconomiche tra gli abitanti erano ridotte al minimo, fatto evidentemente poco apprezzato da larga parte degli storici, ma resta il fatto innegabile che un aumento di produttività pari ad almeno cinque volte rappresentò indubbiamente un’accelerazione eccezionale nel processo di sviluppo qualitativo delle forze produttive, che si unì tra l’altro ad altre innovazioni introdotte o adottate su larga scala dalla cultura Ubaid.[55]

Attorno al 4500-4200 a.C. alcune zone del Vicino Oriente (e gli Ubaid) conoscevano infatti da tempo la tecnica della metallurgia per la fusione del rame ed i primi elementi del processo di creazione di strumenti di lavoro e di armi prodotti con tale minerale, visto che le fornaci dell’epoca Calcolitica permettevano di mantenere il fuoco alla temperatura di 1084°C necessaria per la riduzione allo stato liquido del rame puro.

Inoltre tra gli Ubaid non solo si sviluppò la produzione su larga scala di contenitori in ceramica, di vasellame da tavola (brocche, tazze e bicchieri) e da cucina (pentole), ma tale lavorazione si poté avvalere delle forme primordiali di torni con piattaforme girevoli; del resto anche la tessitura del lino, ed in subordine della lana, si realizzò concretamente mediante l’utilizzo di telai di tessitura a pesi nel processo produttivo degli Ubaid i quali, nel loro ultimo periodo di esistenza, seppero creare anche alcuni tra i primi oggetti vetrificati in superficie all’interno dell’area del Medio Oriente. [56]

Il processo di urbanizzazione della civiltà Ubaid, nelle sue ultime fasi di esistenza storica, era già abbastanza avanzato e si esprimeva con l’esistenza di una serie di cittadine quali Eridu, Tell’Uqair, Tell’Abada e Tell Ubaid, nelle quali emersero degli edifici di culto sempre più estesi che «possono avere assunto e ridefinito vecchie pratiche di “magazzino comune”» (Liverani); infine è molto probabile che i sorprendenti Ubaid avessero riprodotto la ruota e i primi veicoli a ruota, dato che già da un vaso dell’età halafiana (la civiltà che precede storicamente Ubaid) sembra sia stata dipinta “la più antica rappresentazione di un veicolo a ruote” finora scoperta.[57]

Aratro; irrigazione; tornio; telaio; vetro, fusione del rame, mattoni essiccati; un “raccolto” di peso significativo, quello ottenuto dalla civiltà collettivistica degli Ubaid nel giro di pochi secoli.

Sempre durante l’ultima fase del neolitico, infine, iniziò ad avviarsi la prima grande rivoluzione energetica del genere umano, attraverso la sopracitata domesticazione di alcuni mammiferi e l’utilizzo della forza motrice animale, per il trasporto di carichi e l’utilizzo dell’aratro attraverso l’aggiogamento di buoi (e di cavalli, in seguito): la capacità umana di spostare e compiere lavori pesanti iniziò ad aumentare sensibilmente, grazie al surplus di forza motoria aggiunta da alcune specie animali addomesticate, tra i quali Diamond ha ricordato anche le renne, gli asini, i dromedari, i cammelli ed i lama.

Un altro frutto della combinazione neolitica tra protoscienza  e tecnologia “fu l’uso consapevole del fuoco per trasformare l’argilla nella lavorazione della ceramica.

La ceramica più antica trovata dagli archeologi (8000 a.e.v. ca.) mostra che essa aveva già una lunga storia:

Quando, tra gli otto e i diecimila anni fa, cominciò a diffondersi la cottura delle terre per la lavorazione dei metalli, del vetro e dei leganti, gli artigiani erano già parecchio addentro alla chimica e alla fisica dei materiali […]. Erano giunti a conoscere le temperature di fusione, i sistemi di riduzione degli ossidi, le combinazioni chimiche degli elementi (ossido di ferro e silicio, ferro e zolfo eccetera), il potenziale elettrico di certi elementi, così come le complesse relazioni del carbonio con il ferro o della calce e della soda con le argille.”

Ma “ anche la tecnica neolitica della tessitura merita attenzione: “l’invenzione del telaio fu uno dei grandi trionfi dell’intelligenza umana. I suoi inventori sono sconosciuti, ma essi portarono un contributo essenziale al patrimonio del sapere umano, un’applicazione scientifica che soltanto a una mente superficiale può sembrare troppo indegna di questo nome”. Poiché la tessitura, come l’arte della ceramica, era un’occupazione domestica, è probabile che anche in questo caso l’innovazione sia da ascrivere a gruppi di donne.”[58]

Anche sul fronte della protoscienza si verificarono alcuni progressi quantitativi di un certo rilievo.

Nel sito neolitico di Knowth, in Irlanda,  è stato ritrovato un dipinto datato 3000 a.C. che riproduce su pietra la superficie lunare: secondo molti archeologi e studiosi, anche i circoli di pietra enormi dell’era dei megaliti europei ebbero la funzione più o meno centrale di primitivi osservatori astronomici, come nel caso di Stonehenge.[59]

Nella civiltà prevalentemente collettivistiche indiane di Harappa e Mohenjo-Daro (300-1900 a.C.) comparvero inoltre le prime nozioni matematiche scritte della storia umana. In tali culture vennero sviluppati un sistema di pesi e misure uniformi il quale si servirà di frazioni decimali, una tecnologia dei mattoni “sorprendente avanzata che utilizzava i rapporti di strade disposte secondo perfetti angoli retti e di un’enorme varietà di forme e figure geometriche (parallelepipedo rettangolo, botte, cono, cilindro e figure di cerchi e triangoli concentrici ed intersecabili): tra gli strumenti matematici scoperti vi sono un’accurata riga con suddivisioni decimali precise e ravvicinate, uno strumento a conchiglia che serviva da compasso per misurare angoli sulle superfici piane secondo multipli di 40-360 gradi e uno strumento per la misura delle posizioni delle stelle per la navigazione.

In campo medico la tomba di Outhiers-Boulancourt, vicino a Parigi, ha permesso agli archeologi di trovare segni di notevoli conoscenze mediche, utilizzate quasi 7000 anni fa per effettuare l’amputazione di un avambraccio: il paziente sembra essere stato anestetizzato e non sono emerse segni di infezioni. Mentre il taglio è stato pulito e la ferita medicata, secondo la valutazione del French National Institute for Preventive Archaeological Research.[60]

La scoperta dell’agricoltura ed allevamento significò a sua volta un passo ulteriore nella conoscenza umana della flora e della fauna, con l’acquisizione del principio d’ibridazione e selezione dell’interno delle diverse specie animali e vegetali e la scoperta del ruolo maschile nel processo di fecondazione, animale ed umana: elementi preziosi per la futura scienza botanica e genetica.

La scienza architettonica conobbe un vero e proprio salto di qualità con la capacità acquisita delle culture neolitiche di costruire edifici ed alti muri in pietra, usando da prima (Gerico, 8400 a.C.) mattoni crudi, fango e paglia: fin da quella data nella protocittà palestinese venne creato un muro a torre, un “primo caso di architettura modulare, dove i mattoni sono disposti a corsi alterni, a forma di un filone di pane, e sono legati da una malta composta da fango e ceneri.”[61]

Le civiltà neolitiche, collettivistiche e gilaniche (uguaglianza tra i sessi) dell’Europa balcanica iniziarono inoltre a creare una protoscrittura

Circa due millenni prima dei Sumeri, attorno al 5000 a.C.: le prove di scrittura dell’Europa antica, un prerequisito per poter parlare di civiltà, si trovano a Vinca, Tisza, Karanovo, Dimini, Cucuteni-Tripolye, Petresti, Lengyel, Butmir, Bukk, e nella culture della Ceramica lineare. Una scrittura lineare, databile duemila anni prima della scrittura sumera, divenne una caratteristica universale delle più avanzate culture dell’Europa antica durante il VI e il V millennio a.C. Iscrizioni con combinazioni di simboli e segni lineari si trovano sulle volute dei fusi, sui pesi dei telai, su sculture antropomorfe femminili, su coppe libatorie e su offerte votive, forse ex voto, che indicano uno sviluppo in un contesto religioso. La loro somiglianza con la scrittura cipriota classista del I millennio a.C. è sorprendente. L’uso della datazione al radiocarbonio ha in effetti confermato la grande antichità della scrittura dell’Europa antica, se confrontata con i centri culturali della Mesopotamia, dell’Egitto e del Medio Oriente, e ha fornito prove per l’ipotesi di uno sviluppo indigeno della scrittura dell’Europa antica (Gimbutas, 1991, pp. 308-321; Haarmann, 1989; 1996; 1997; Marler, 1997, pp.56-57).[62]

Con la civiltà Ubaid e le sue opere di irrigazioni, infine, comparvero gli embrioni della conoscenza delle leggi dei fluidi, alias della scienza idraulica e della idrodinamica; parallelamente l’acquisizione tecnologica dei segreti della fusione dei metalli durante il periodo calcolitico rappresentò l’inizio anche della scienza metallurgica.

Tirando le somme, anche nei cinque millenni presi in esame, durante l’epoca neolitica e calcolitica, due grandi rivoluzioni produttive, notevoli sviluppi protoscientifici e tutta una serie di importanti innovazioni tecnologiche andarono a braccetto e furono legate indissolubilmente, con l’eccezione importante della domesticazione del cavallo, al parallelo processo di riproduzione di società collettivistiche, partendo da Gerico fino ad arrivare agli Ubaid ed alle civiltà neolitiche che produssero la prima forma di protoscrittura.

Ancora una volta, protoscienza e tecnica rimasero… “rosse”, generate e stimolate da un ambiente contraddistinto da rapporti di produzione/distribuzione ugualitari e cooperativi, anche nell’interrelazione sociale tra i due sessi.

 

 

 

 

 


[1] N. Vassallo, “Filosofia delle scienze”, p. VIII, ed. Einaudi

[2] M. Donato, “Il software dell’universo”, pp. 51-52 e 69, ed. Mondadori

[3] A. Gramsci, “Quaderni dal carcere”, pp. 1458, 1416 e 1449, ed. Einaudi

[4] T. S. Kuhn, “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”, pp. 31-32, ed. Einaudi

[5] A. Sceptulin, “La filosofia marxista-leninista” p. 375, ed. Progress

[6] G. Cortellessa, “Neutralità della scienza”, in www.brianzapopolare

[7] R. P. Feynman, “Il piacere di scoprire”, p. 40, ed. Adelphi

[8] A. R. Hall e M. Boas Hall, “Storia della scienza”, pp. 104-105, ed. Il Mulino  (c’è un altro riferimento dove va???)

[9] T. Ansary, “Un destino parallelo”, p. 153, ed. Fazi

[10] Op. cit., p. 153

[11] C. D. Conner, “Storia popolare della scienza”, p. 162, ed. Tropea

[12] Wikipedia, “Tecnologia”, in it.wikipedia.org/wiki/tecnologia

[13] E. Boncinelli, “Perché non possiamo non dirci darwinisti”, pp. 189-190, ed. Rizzoli

[14] G. Lukacs, “Ontologia dell’essere sociale”, libro secondo, p. 18, Editori Riuniti

[15] G. Lukacs, op. cit., p. 19

[16] G. Lukacs, op. cit., p. 16

[17] C. D. Conner, “Storia popolare della scienza”, pp. 20-21, ed. Tropea

[18] K. Marx, “il Capitale”, libro terzo, cap. V, p.4

[19] K. Marx, “Il capitale”, libro primo, cap. 13, par. 1

[20] K. Marx, “Lineamenti della critica dell’economia politica”, p. 393, vol. secondo, editore la Nuova Italia

[21] G. Rampaldi “I giacimenti del potere”, pp. 6-19, ed. Mondadori

[22] S. Hawking, “Il grande disegno”, pp. 26-27 ed. Mondadori

[23] K. Popper, “Conoscenza oggettiva”, pp. 67-70, ed. Armando

[24] J. Chavaillonn, “L’età dell’oro dell’umanità”, pp. 64-66, ed. Jaka Book

[25] G. Camps, “La preistoria”, pp. 65-66, ed. Bompiani

[26] Op. cit., p. 68

[27] A. Sparzani, “L’ape e l’architetto”, 1976, in www.alfabeta2.it

[28] G. Lukacs, op. cit., pp. 42-43

[29] Lukacs, op. cit., pp. 31-32

[30] Camps, op. cit., p. 140

[31] Camps, op. cit., pp. 141-142

[32] C. D. Conner, “Storia popolare della scienza”, pp. 40-41, ed Tropea

[33] S. Pisani, “Il senso del fuoco”, in Le Scienze, febbraio 2010

[34] Camps, op. cit., p. 139

[35] Camps, op. cit,. pp. 242-243

[36] “Antiche perle rivelano lo sviluppo del pensiero simbolico”, 22 giugno 2006, in www.laportadeltempo.com

[37] M. Dubini, “L’arco nella storia”, in www.compagniabianca.it

[38] Wikipedia, “Storia dei numeri”.

[39] “Israele, Gesher Benot Ya’qov”, febbraio 2010, in www.archart.it

[40]“Paleoastronomia”, in digilander.libero.it/archeoastronomia

[41] C. D. Conner, “Storia popolare della scienza”, pp. 9-10, ed. Tropea

[42] ????

[43] Diamond, “Armi acciaio e malattie”, p. 62, ed. Rizzoli

[44] Op. cit., pp 63-64

[45] Op. cit., p. 65

[46] R. Sidoli, op. cit., cap. sesto

[47] D. Trump, “La preistoria nel Mediterraneo”, pp. 15-17, ed. Mondadori

[48] S. Piggott, “Europa antica”, p. 46, – Ed. Einaudi e M. Harris, op. cit., p. 68

[49] Ian Wilson, op. cit., p. 172

[50] Ian Wilson, op. cit., pp. 145-148

[51] Ian Wilson, op. cit. p. 172

[52] M. Liverani, “Uruk, la prima città”, pp. 19-22, ed. Laterza

[53] Op. cit., p. 24

[54] Op. cit., p. 25

[55] M. Liverani, op. cit., pp. 55-56 e pp. 70-71

[56] M. Frangipane, “La nascita dello Stato nel Vicino Oriente”, pp. 158-196, ed. Laterza

[57] Childe, op. cit., p. 80

[58] Conner, op. cit., pp. 80-81

[59] P. J. Stooke, “Neolithic lunar maps at Knowth and Baltingrass”, Science History; J. North, “Il mister di Stonehenge”, p. 13, ed. Piemme

[60] “Amputazione ed anestesia durante il Neolitico”, in www.diggita.it/story

[61] M. Calogero, “Archeologo italiano scopre i mattoni più antichi del mondo”, febbraio 2010, in www.archart.it

[62] Autori  Vari, “Le radici prime dell’Europa”.


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