Capitolo Quarto

“L’Eldorado (multiuso) della scienza e della tecnica”

La breve sintesi storica sopra esposta porta a tutta una serie di conseguenze e conclusioni teoriche: prima di affrontare la principale, e cioè lo sdoppiamento dell’utilizzo scientifico-tecnologico in una linea “nera” ed in una “rossa”, vale sicuramente la pena di esaminare alcuni altri interessanti sotto prodotti di una dinamica complessa che parte dalla praxis dell’Homo habilis di più di due milioni di anni fa.

Innanzitutto la storia plurimillenaria di protoscienza7scienza e tecnologia mostra come le due pratiche sociali in oggetto non rappresentino solo dei processi umani in via di (più o meno rapida) evoluzione e sviluppo, ma anche due strutture di regola interconnessi strettamente tra loro, con solo limitate fasi di (parziale) separazione.

Come rilevò giustamente Engels nel 1894, se è vero che “la tecnica dipende in massima parte dallo stato della scienza, a maggior ragione questa dipende dallo stato e dalle esigenze della tecnica. Quando la società ha un’esigenza di natura tecnica, questa aiuta a portare avanti la scienza più di dieci università” (lettera a W. Borgius, 25 gennaio 1894).

A supporto della tesi engelsiana, si è visto in precedenza come protoscienza e tecnologia siano marciate di pari passo fin dalla produzione dei primi chopper dell’Homo habilis, con l’emergere di una primitiva conoscenza del materiale pietroso collegato alla tecnica della scheggiatura, oppure attraverso la produzione del fuoco connessa alla conoscenza della trasformazione del movimento in calore, ecc., arrivando poi alle società classiste sumere e babilonesi. Al loro interno lo sviluppo della geometria, legato alla necessità sociale di suddividere periodicamente i terreni e le proprietà sommerse annualmente dalle acque, oltre agli studi astronomici per la regolazione ed il controllo del processo produttivo agricolo a partire dai tempi di semina, mostrano chiaramente la connessione dialettica e lo stretto legame via via consolidatosi tra protoscienza e tecnologia per un lungo periodo di sviluppo delle stesse società classiste.

A partire dal 200 a.C. e fino al 1500 d.C. si creò invece un dannoso e prolungato iato, una forte lontananza tra i due campi di praxis in via di esame, ma grazie alla genesi ed al processo di riproduzione della rivoluzione scientifica “galileiana” si ricreò progressivamente l’antica simbiosi tra processi scientifici e tecnologici, che diede frutti e risultati sempre più rigogliosi specialmente a partire dal 1905 e nell’ultimo secolo di esistenza della nostra specie, portando al fenomeno che L. Geymonat definì giustamente come “l’intreccio inscindibile tra scienza e tecnologia” tipico dell’epoca contemporanea.[1]

Seconda ricaduta: dalla breve analisi sopra effettuata emerge con assoluta chiarezza l’innegabile “trasversalità” di protoscienza/ scienza, tecnologia e del lavoro universale tra i diversi modi di produzione, collettivistici (sia del neolitico/calcolitico che sorti dopo l’Ottobre Rosso del 1917) oppure classisti fondati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo (modo di produzione asiatico, schiavistico, feudale e capitalistico.

Il loro carattere intermodale, in altri termini, viene provato dall’esperienza storica di centinaia di migliaia di anni.

Infatti la protoscienza esisteva e si riproduceva sia nella fasi paleolitiche e neolitiche/calcolitiche, di matrice collettivistica, che durante lo sviluppo delle società classiste, a partire dal 3700 a.C. e dalla struttura teocratica sumera a cui si deve lo sviluppo della scrittura e dell’astronomia; processi tecnologici, a volte identici sussistevano sia nelle strutture collettivistiche del neolitico e calcolitico (Gerico, Catal Huyuk, Ubaid) che nelle civiltà proto classiste dei Kurgan (utilizzo di arco/frecce, domesticazione del cavallo); scienza e tecnologia vennero a loro volta utilizzate su larga scala dalla borghesia all’interno del modo di produzione capitalistico fin dall’Inghilterra del Seicento/Settecento, ma anche dall’Unione Sovietica e  dalle altre nazioni (Cina, Cuba, Repubblica Democratica Tedesca, ecc.) facenti parte del “socialismo deformato” del Ventesimo e Ventunesimo secolo.

È esistito l’Apollo 11 statunitense dell’atterraggio sulla Luna, ma anche lo Sputnik del 1957 ed il primo volo spaziale del sovietico Yuri Gagarin; gli aerei supersonici civili del mondo occidentale, ma anche quelli progettati e costruiti dal blocco sovietico e dalla Cina Popolare; il laboratorio britannico Jet per la fusione termonucleare, ma anche (e creato prima dello stesso Jet) il Tokamak sovietico del 1968/70; il maser/laser creato dagli statunitensi, ma anche quello sviluppato quasi contemporaneamente in Unione sovietica grazie al lavoro di N. Basov e A. Prochorov.[2]

L’elenco potrebbe allungarsi a dismisura, ma il punto fondamentale è che anche la superficiale analisi storica mostra senza ombra di dubbio come proto scienza/scienza, tecnologia e lavoro universale non risultino certo un patrimonio esclusivo della formazioni economico-sociali classiste, ma altresì che esse siano state utilizzate anche a partire dal 9000 a.C. in Eurasia sia da società proto classiste (Kurgan, Nevali Coeri, ecc.) e classiste (teocrazia sumera, società schiavistica greca, greco-alessandrina e romana, ecc.), che da civiltà invece contraddistinte dall’egemonia di rapporti di produzione collettivistici, egualitarie e cooperativi.

Quarto sottoprodotto: il legame contraddittorio, ma reale e la continuità parziale che si crea tra le diverse fasi storiche di sviluppo della protoscienza/scienza e tecnologia nelle quali il nuovo periodo di evoluzione riproduce e riprende almeno in parte i risultati ottenuti da quello precedente.

Grazie a questa continuità parziale, ogni nuova generazione non ha bisogno di riscoprire ex-novo e da capo la produzione artificiale del fuoco e la legge della trasformazione del movimento meccanico in calore, per fare un solo esempio, ma eredità questo reale “patrimonio” da quelle precedenti. In tale legame si ritrova il significato più profondo della categoria di “lavoro universale” creato da Marx, con la quale il geniale rivoluzionario/scienziato tedesco aveva appunto sottolineato come la globalità delle informazioni e dei dati scientifico-tecnologici dipendano certo dalla cooperazione del lavoro dei vivi, ma anche da quella “dei morti” e dalla pratica accumulata via via dalla sequenza lunghissima di generazioni che hanno preceduto quella “in vita” ed operante.[3]

Per dare l’idea dell’importanza della continuità parziale insita nelle conoscenze e risultati scientifici e/o tecnologici, anche nel lontano passato paleolitico e neolitico, basta prendere in esame il “principio di ricorrenza”. Secondo tale basilare principio della matematica, che risale già al paleolitico superiore, ogni numero costituisce un simbolo uguale da cui si può passare al successivo con lo stesso “passo” e ritmo, da uno a due come da due a tre, e così via. Ma questo principio aritmetico, apparentemente banale, non ha costituito solo una grande conquista gnoseologica del genere umano che autorizza a trattare con un metodo comune la serie infinita dei numeri, ma anche un risultato faticosamente raggiunto grazie alla collaborazione ed osservazione condivisa di innumerevoli esseri umani, a partire dal paleolitico più recente, e soprattutto la base intellettuale e la precondizione per poter sviluppare i più ardui teoremi della matematica, in un lungo ed arduo cammino plurimillenario.

Continuità parziale del “lavoro universale”, collegata indiscutibilmente al continuo processo di trasformazione e di accumulazione di nuove conoscenze/informazione da parte della scienza e tecnologia, con ritmi più o meno rapidi: la scienza del Ventunesimo secolo diventa anche l’erede (creativa) della protoscienza paleolitica/neolitica e del mondo classista fino al 1500/1600, risultando pesantemente debitrice alle sue fasi precedenti di sviluppo, anche molto remote.

Un’altra ricaduta del “viaggio” storico sopra intrapreso consiste invece nell’oggettività e nel valore universale dei risultati scientifici e tecnologici, nell’oggettività e valore universale del “lavoro universale”: risultati multiformi che devono per altro essere ben distinti, ben differenziati ovviamente, dagli utilizzi concreti che via via ne sono stati fatti nel corso del processo di sviluppo del genere umano, specialmente a partire dal 9000 a.C. fino all’inizio del terzo millennio.

Detto in altri termini i risultati della scienza, tecnologia e del lavoro universale non hanno connotati intrinseci di classe, mentre li acquisiscono sicuramente le loro utilizzazioni concrete nelle formazioni sociali comparse dopo il 9000 ed il formarsi dell’effetto di sdoppiamento.

La “prova del nove” di tale tesi viene dall’utilizzo comune, seppur spesso molto diversificato, dalle conquiste ottenute dal “lavoro universale” all’interno di classi antagoniste e di formazioni economico-sociali diverse.

Ad esempio il procedimento aritmetico dell’addizione è stato e viene tuttora usato da classi diverse, mentre due più due fa quattro ber borghesi e proletari, comunisti o reazionari, sacerdoti della teocrazia sumera o esponenti della cultura collettivistica di Ubaid; un corpo cade in ogni caso sulla terra con un’accelerazione equivalente a 9,8 m/sec2, indipendentemente dai rapporti sociali di produzione egemoni all’interno dell’epoca storica, nazione ed area geopolitica nella quale vive l’osservatore, l’equazione di Einstein E=MC2 vale per il capitalismo monopolistico di stato degli USA del 1919/2012, come per il socialismo deformato (e sdoppiato) della Cina Popolare formatasi nel 1949.

La scienza risulta oggettiva ed universale proprio in quanto valida e applicabile parzialmente/realmente da qualunque formazione economico-sociale e classe (nei sistemi classisti), dato che essa traduce ed esprime con astrazioni teoriche le molteplici  e cangianti proprietà del mondo reale e dei suoi diversi livelli di riproduzione concreta e mutevole, dai quark fino ai super-ammassi di galassia; visto che dal 1600 essa applica un metodo scientifico fondato sull’osservazione sistematica (e gli esperimenti mirati) su dei fenomeni naturali, individuando dei nessi causali che li legano, facendo astrazione dei fenomeni di disturbo, per prevenire a leggi generali e teoriche che non solo rappresentano fenomeni fisici osservati e trascorsi, ma permettono prevedere e misurare quelli futuri o di spiegarne altri già indecifrabili.

L’oggettività della scienza concreta nel suo oggetto, la natura, nel metodo di ricerca e nelle leggi da esso scoperte, oltre che nella massa di conoscenze ed informazioni accumulate via via da questo  particolare (ma decisivo) segmento della pratica del genere umano.

Considerazioni parzialmente analoghe valgono anche per la protoscienza (priva di metodo scientifico-matematico, come abbiamo già rilevato) e la tecnologia, con la sua oggettività  riproducibile capacità di trasformare la natura attraverso la produzione di strumenti (strumenti che vanno dal chopper al supercomputer Tianhe-1, primatista mondiale nel 2010) e, a ricaduta, sul lavoro universale che esprime i successi raggiunti via via dalla nostra specie in questi campi di pratica concreta.

Tra tali risultati, va sottolineato (sesto “sottoprodotto”) che proprio dalla quasi continua connessione dialettica tra proto scienza/scienza e tecnologia derivi storicamente sia la capacità progettuale e previsionale “non-naturale”, artificiale ed auto creata dell’uomo (la differenza tra l’ape e l’architetto, descritta magistralmente da Marx) che è la prova indiscutibile dell’esistenza concreta di una realtà naturale che si riproduce e trasforma in modo indipendente dalla riproduzione concreta del genere umano, la prova indiscutibile della validità del realismo epistemologico.

Già con la costruzione, durante il periodo tardo-paleolitico, dei chopper da parte dell’Homo habilis, quest’ultimo non poteva infatti non accorgersi ed essere cosciente della “resistenza” che la materia utilizzava (la selce) opponeva ai suoi sforzi mirati e coscienti, oltre che delle potenzialità di alcune tipologie di pietra (ma non altre, non a piacere e sempre, entro certi limiti…) concedevano alla sua pratica lavorativa e prototecnologica; sempre la pratica insegnerà al lontano Homo erectus la potenza del fuoco sottoposto al suo controllo, ma anche la possibilità di tale forza naturale sfuggisse al suo dominio, spegnendosi o appiccando incendi su scala più o meno vasta.

In ogni caso proprio lo sviluppo esponenziale della scienza/tecnologia dai primi decenni del Novecento, proprio la pratica umana di osservazione del campo dell’“infinitamente grande” e dell’“infinitamente piccolo” hanno posto fine per sempre ad ogni speculazione sul’esistenza della Natura in modo assolutamente precedente ed indipendente dalla esistenza del genere umano.

Proprio la pratica scientifica umana, oltre ad individuare tutta una serie di nuovi pianeti e costellazioni della Via Lattea, tra il 1600 ed il 1800, ha infatti scoperto nel 1917 l’esistenza come galassia separata della Nebulosa di Andromeda ed in seguito ben cento miliardi di altre galassie (ciascuna con miliardi di stelle al suo interno), in precedenza sconosciute e che si muovevano/esistevano nello spazio nell’assoluta ignoranza – prima del 1917, prima della nuova fase di sviluppo dell’astronomia – della nostra specie.

Si è trattata di una nuova gigantesca rivoluzione “neocopernicana” che, oltre a cambiare ed allargare enormemente l’orizzonte umano e le dimensioni del nostro Universo, rende ridicola e iperassurda qualunque ipotesi la dipendenza (presunta) dei cento miliardi di galassie, trovate e scoperte dopo il 1917, dai nostri stessi sensi di specie, dalla nostra esistenza come specie e dalla stessa pratica (astronomica) della nostra specie. A meno di supporre che le circa cento miliardi di galassie siano state create ex-novo e magicamente dalle nostre osservazioni stellari, le quali tra l’altro è noto mostrano solo lo stato e le condizioni di cento miliardi di galassie come esse si trovavano (la velocità della luce è enorme, ma non infinita) almeno due milioni e mezzo di anni fa, nel caso della più “vicina” galassia di Andromeda, fino ad arrivare ai 13,2 miliardi di anni-luce di lontananza della più antica galassia finora scoperta, grazie al telescopio spaziale Hubble, nel gennaio del 2011.[4]

Un discorso può essere effettuato anche per il mondo subatomico.

Fino al 1897 il genere umano non aveva prova neanche dell’esistenza dell’elettrone, mentre solo a partire dal 1907/11 si scoprì natura, presenza e dinamica concreta dei protoni e neutroni: in altri termini, fino a poco più di un secolo fa l’uomo ignorava del tutto la base fondamentale e il livello sottostante al mondo atomico. Elettroni, protoni e neutroni pertanto esistevano e si muovevano nello spazio-tempo prima ed indipendentemente dalla riproduzione della nostra specie, come del resto vale anche per il livello sottostante al mondo subatomico, composto dai famosi quark: elementi basilari e veri e propri “mattoni” della materia dell’Universo, di cui ignoravano persino l’esistenza fino al 1963 (Bell-Mann e Zweig), datati di proprietà ed esistenza concreta di cui siamo divenuti sicuri solo a partire dalla fine degli anni Ottanta e da non più di due decenni.

Solo da due decenni la pratica scientifica umana ha scoperto i “mattoni” dell’Universo, che esistevano tranquillamente senza e prima della nostra osservazione e pratica scientifica. sempre in questa direzione spinge con forza enorme una sorta di “numero magico”, e cioè 13,7 miliardi (di anni). Età dell’Universo scoperta nel 2003 da un satellite progettato dalla NASA, età nel quale l’’uomo non esisteva e non poteva esistere, età desunta da una pratica umana (scientifica) che dimostra anche il ridotto e limitato arco temporale di esistenza della nostra specie rispetto alla dotazione dell’Universo e della stessa Via Lattea, la galassia alla quale appartiene il nostro sistema solare (età di formazione valutata pari a 13,2 miliardi di anni).

Il realismo epistemologico, la teoria secondo cui il mondo materiale esiste indipendentemente e prima dell’uomo, è stata pertanto prodotta e confermata… dallo stesso uomo sociale, con la sua stessa pratica scientifico-tecnologica collettiva. Il grande scienziato e filosofo L. Geymonat evidenziò tale ruolo, “antisoggettivistico” e realista, della pratica scientifica umana quando notò che la “constatata presenza di un effettivo progresso nella ricerca scientifica” può “autorizzarci ad attribuirle un chiaro orientamento realistico, giacché tale progresso denota un aggancio della scienza con qualcosa che prima del lento inizio delle ricerche scientifiche sfuggiva all’umanità ed ora invece viene gradualmente e sicuramente raggiunto.”[5]

Un ulteriore conseguenza dell’analisi storica sopra effettuata è che la connessione dialettica tra scienza (protoscienza) e tecnologia è diventata, a partire dal 9000 a.C. in Eurasia, la principale forza produttiva del genere umano.

Si è già notato come le forze produttive sociali siano composte dalla forza lavorativa degli uomini, dai mezzi di produzione materiali, dalle ricchezze e forze naturali utilizzate dalla nostra specie, dalla coppia scienza-tecnologia (conoscenze scientifiche e tecnologiche via via accumulate dall’uomo) e dalle forze e metodi di organizzazione del lavoro e della produzione.

Ora, chi ottiene il primo posto e la priorità, quale forza produttiva sociale vince “la gara” della priorità, tra queste cinque componenti?

Proprio le conoscenze tecniche-scientifiche, il “lavoro universale” via via accumulato dalla nostra specie, per tre ragioni fondamentali.

Contrariamente ad una convinzione relativamente diffusa nella sinistra antagonista, la principale forza produttiva non è costituita dagli strumenti di produzione e dalle “macchine”, intese in senso lato, ma dall’uomo e dalle sue conoscenze, visto che è proprio il genere umano a progettare e creare via via i mezzi di produzione, a ripararli ed a contenere il loro inevitabile processo di usura, e non viceversa. È la pratica umana che riesce ad utilizzare conoscenze ed informazioni non certo le macchine, affinché esse funzionino e non rimangano degli inutili ammassi di ferro e silicio; è il genere umano che possiede la capacità di progettazione /previsione (Marx, l’ape e l’architetto) e la derivata creatività, non certo i mezzi di produzione sociale che ne diventano il frutto ed il  risultato finale, mediato dal processo generale di lavoro collettivo; è solo la pratica umana che riesce migliorare il livello qualitativo di sviluppo degli strumenti materiali di produzione (ivi compreso macchine, supercomputer, ecc.), che non sono altro che la materializzazione e cristallizzazione delle conoscenze ed informazioni via via accumulate dalla pratica umana.

In secondo luogo solo lo sviluppo delle conoscenze protoscientifiche e tecnologiche ha portato il genere umano nell’era del surplus: proprio il “lavoro universale” di marxiana memoria, infatti è stata la forza motrice principale della rivoluzione agricola del neolitico, ed a partire dal 9000 a.C. ha assunto per sempre la funzione centrale nel processo di sviluppo produttivo del genere umano.

Agricoltura, infatti, significa tecnica e conoscenze della coltivazione dei cereali/legumi e protoscienza relativa alla possibilità di selezionare i semi e di collocarli nel suolo in modo adeguato per mano umana: un patrimonio scientifico-tecnologico decisivo, senza il quale il gigantesco salto di qualità produttivo del neolitico non avrebbe potuto prendre piede.

Ma proprio le pratiche e conoscenze agricole hanno portato il genere umano nell’era del surplus, con la produzione di un plusprodotto costante (in condizioni geonaturali medie) ed accumulabile a vantaggio della nostra specie: e, a sua volta, proprio la formazione e cristallizzazione dell’era del surplus è stato il secondo evento produttivo per grado d’importanza nella storia dell’umanità, battuto solo dal processo di creazione di strumenti – attraverso altri strumenti – che ha creato/umanizzato via via la nostra stessa specie.

In terzo luogo, già dal 9000 a.C. (non parliamo poi del periodo 1600/2013…), il genere umano aveva ormai accumulato via via con la propria pratica (produttiva/tecnologica e protoscientifica) gigantesche e variegate masse di competenze produttive, Know-how e “segreti del mestiere” (Marx) che, assieme alle conoscenze scientifiche-tecnologiche sopra esaminate, formarono un “capitale intellettuale “ (creato collettivamente) di enorme peso e d’importanza, che si potrebbe ricostruire e riprodurre partendo da zero solo con tempi secolari e con enorme fatica collettiva.

L’esperienza storica successiva delle società collettiviste mostra che, ogni volta che i leader e le classi privilegiate dominanti dimenticarono l’importanza centrale delle conoscenze, informazioni e competenze di natura socioproduttiva e tecnologica via via accumulate, “hanno pagato e fatto pagare duramente ai loro popoli. Nel XVI secolo, per esempio, Filippo II cacciò dalla spagna mezzo milione di mori, ottimi coltivatori, artigiani e mercanti. Benché avessero abbandonato il paese lasciando praticamente quasi tutti i loro strumenti di lavoro, alla Spagna fu arrecato un irreparabile danno economico. Un secolo dopo, quando dopo la denuncia dell’Editto di Nantes dalla Francia furono cacciati gli ugonotti, intere branche economiche furono colpite dalla depressione, mentre i paesi che dettero loro asilo, come l’Olanda e la Prussia, ne trassero enormi vantaggi. Con esempi del genere si potrebbe continuare ancora per molto.

Pure nel corso della rivoluzione tecnico-scientifica l’uomo rimane la principale forza produttiva della società, e non già per considerazioni umanitarie bensì per calcoli economici. La tecnica, le macchine, qualunque sia il grado della loro perfezione, altro non sono che la somma materializzata delle conoscenze, delle esperienze e delle tradizioni umane.”[6]

Anche Marx si era reso conto in larga parte della centralità delle conoscenze e competenze scientifico-tecnologiche via via acquisiste ed accumulate nel corso delle generazioni umane, fin dal lontano paleolitico.

Proprio nel primo capitolo del primo libro del Capitale il generale rivoluzionario analizzò le forze motrici che determinavano e spiegavano la dinamica della produttività sociale del lavoro umano, della “forza produttiva del lavoro”. Secondo Marx essa dipende dal “grado medio di abilità dell’operaio” (alias dalle sue conoscenze pratiche teoriche, dalle sue competenze tecniche e know-how) e “dal grado di sviluppo della scienza e da quello della sua applicazione tecnologica”, oltre che “dalla combinazione sociale del processo di produzione, dall’entità e dall’efficacia dei mezzi di produzione e da condizioni naturali.”[7]

Si può sviluppare l’analisi marxiana rilevando che, dal 9000 a.C. ed a partire dalla genesi della rivoluzione produttiva del neolitico, le conoscenze, le informazioni e competenze (know-how) protoscientifiche/scientifiche e tecnologiche sono diventate la principale forza produttiva sociale e per usare la terminologia del primo capitolo del Capitale, la fondamentale “forza produttiva del lavoro”, a partire almeno dal  9000 a.C. fino ad arrivare ai nostri giorni.

Come ennesimo sottoprodotto, proprio dall’analisi storica sopra effettuata risulta altresì come a scienza/protoscienza non faccia parte della sovrastruttura ideologico-culturale, che si connette dialetticamente con le forze produttive ed i rapporti sociali di produzione/distribuzione, ma che essa altresì entri a pieno titolo nella struttura socioeconomica, intesa in senso marxiano.

Lo studioso sovietico A. Sceptulin, tra gli altri, aveva espresso correttamente tale concezione fin dal 1974 notando come gli pareva convincente “un punto di vista secondo cui la scienza non fa parte della sovrastruttura” (come invece l’ideologia politica, le concezioni giuridiche, etniche, estetiche, la religione, ecc.).

“Il  fatto è che il contenuto fondamentale della scienza è costituito dalle verità oggettive, espresse nelle rispettive teorie, leggi e nozioni. E la verità oggettiva è un tale momento delle nostre conoscenze che non dipende né dall’uomo né dall’umanità e riflette l’effettivo stato di cose. E se è così, la scienza non può far parte della sovrastruttura, in quanto la caratteristica più importante della sovrastruttura è la sua dipendenza dalla struttura economica, dalle classi che genera quest’ultima.

A prima vista sembra che le scienze sociali dipendano dalla struttura, esprimano e difendano gli interessi di questa o quella classe. È per questo che alcuni autori le considerano parte della sovrastruttura. Il contenuto delle scienze sociali può far parte della sovrastruttura se esso corrisponde agli interessi della classe dominante, ma quando queste o quelle teorie scientifiche sono in contrasto con gli interessi della classe dominante, essa le rigetta, si sforza di dimostrarne la falsità e fa proprie quelle teorie che corrispondono ai suoi interessi, anche se queste non sono vere, non riflettono l’effettivo stato di cose. Ma le vere teorie, non riflettono l’effettivo stato di cose. Ma le vere teorie non scompaiono dalla scienza solo per il fatto che sono ignorate da questa o quella classe che domina nella società, ma continuano ad  esistere e a svilupparsi in base alle leggi interne proprie alla scienza, leggi distinte dalle leggi di sviluppo della sovrastruttura.”[8]

A nostro avviso Sceptulin coglie nel segno quando nota che “le vere teorie” scientifiche non scompaiono anche quando “sono ignorate” dalle classi dominanti sul piano politico e socioproduttivo: si può anzi aggiungere che esse sono costrette a ricorre alle “vere teorie” scientifiche, ad utilizzare – certo a modo loro e per i loro interessi – , pena una decadenza e un declino della loro stessa posizione egemonica.

Ma non solo: le scoperte scientifiche non si portano certo addosso una sorta di “marchio di classe”, visto che ad esempio la produzione matematica via via elaborata dalle società classiste babilonesi, egiziane e greche/greco-alessandrine sono state utilizzate anche in ben diversi contesti sociali, come ad esempio nell’Unione Sovietica del 1917/90.

E=MC2, la famosa equazione di Einstein sulla trasformazione della massa in energia, non è né comunista né capitalista, venendo utilizzata in seguito per le centrali nucleari sia occidentali che sovietiche.

I satelliti orbitali non sono stati una tecnologia, derivata da un insieme combinato di scoperte scientifiche, comunista a dispetto del primo Sputnik, ma una forma di praxis umana utilizzata anche dal capitalismo statunitense, europeo e giapponese.

L’elenco potrebbe essere utilizzato a dismisura, a partire dalla fusione termonucleare in via d’elaborazione sia dalla Cina (prevalentemente) socialista che nel mondo occidentale.

Nona ricaduta: la tendenza generale della scienza, tecnologia è quella di accelerare in modo esponenziale il loro ritmo di sviluppo, seppur nel lungo periodo e scontando fasi anche lunghe di quasi-stagnazione.

Il “cervello sociale” (Marx) dell’uomo ed il lavoro universale da esso prodotto,  fina dal paleolitico inferiore e dall’Homo habilis con i suoi chopper, si è infatti ingrandito ed affinato ad un tasso d’incremento sempre più veloce.

Si è già notato come, circa due milioni e trecentomila anni orsono, fossero stati costruiti i primi chopper. Attorno al 500.000/400.000 a.C., arriva a domesticazione e produzione cosciente del fuoco, assieme alle costruzione delle prime capanne il legno (Terra Amata, Francia): un intervallo enorme ed equivalente a quasi due milioni di anni.

Attorno al 60.000/20.000 a.C., si è assistito alla produzione di scarpe  e archi, all’acquisizione del concetto di numero ed alle prime osservazioni protoastronomiche “scritte”: l’intervallo tra le fasi di progresso si era ridotto a circa 350.000 anni.

Attorno al 9000 a.C., si assistette alla rivoluzione tecnologica e protoscientifica del neolitico (agricoltura, allevamento), protourbanesimo di Gerico: la separazione temporale del precedente progresso si assottiglia a “soli” diecimila anni, in calo esponenziale rispetto al passato.

Attorno al 6000/4200 a.C., produzione della ceramica, della fusione del rame e seconda grande rivoluzione produttiva del neolitico/calcolitico grazie agli Ubaid: l’intervallo  risulta ormai di “soli” quattro millenni.

Attorno al 3200/1800 a.C., i Sumeri creano la scrittura cuneiforme ed i Babilonesi i primi trattati di astronomia e matematica: la separazione temporale del periodo Ubaid si riduce ad un solo millennio.

Attorno al 600/100 d.C., notevole progresso mal sfruttato, certo… della tecnologia e della protoscienza durante il periodo “greco/greco-alessandrino” (Talete, Pitagora, Archimede, Erone, ecc.): l’intervallo temporale rispetto alla precedente fase propulsiva rimane di circa un millennio, ma l’arco temporale dello sviluppo scientifico-tecnico si era molto dilatato e comprendeva ormai un’“era aurea” durata circa sette secoli.

Dopo il “buio” quasi totale e la quasi completa stagnazione del mondo occidentale sul piano tecnologico scientifico, nel 250/1450 d.C. (un’eccezione importante alla tendenza generale in via d’esposizione), tra il 1600 ed il 1690 si sviluppa la prima Rivoluzione Scientifica (G. Galilei, Bacone, ecc.) e, tra il 1770 ed il  1825, la prima Rivoluzione Industriale. A distanza di circa cinque decenni, si sviluppò una nuova (la seconda) Rivoluzione Industriale (1860/1914), mentre la seconda Rivoluzione Scientifica si innescò a sua volta attorno al 1820/1880 (Mayer/Joule; Schwann: Darwin, Mendeleev).

Si trattò di un distacco temporale ormai limitato tra, un “salto” e l’altro che si ridusse interiormente con l’arrivo di una Rivoluzione Scientifica del 1905/1947, a sua volta distanziata di soli tre decenni (scarsi) dalla quarta Rivoluzione Scientifica, tuttora in corso: per quanto riguarda il campo tecnologico, la terza rivoluzione industriale (1926/47) venne distanziata solo di pochi decenni dalla quarta (1974/2012), attualmente in via di svolgimento.

In estrema sintesi dai quasi due milioni di anni di separazione temporale che intercorrono tra i chopper dell’Homo habilis e la domesticazione del fuoco si è passati ai tre decenni (trent’anni) scarsi di latitanza tra il transistor di Shokley del 1947 e la costruzione del Tokamak sovietico, oltre che delle centrali nucleari a fissione in Francia, nel marzo 1974.

Dai quasi due milioni di anni (2.000.000…) a… trenta (30): emerge un megatrend avente per oggetto l’accelerazione progressiva del progresso scientifico (protoscientifico) e tecnologico e che, almeno in gran parte, verifica sul campo prendendo in esame l’insieme del lunghissimo processo di sviluppo della nostra specie, la “legge” di Kurzweil secondo la quale il tasso di progresso della dinamica scientifica e tecnologica aumenta esponenzialmente con il tempo. Almeno in presenza, si potrebbe aggiungere, di una serie di balzi qualitativi che forniscano effettivamente la base materiale e la nuova informazioni/coscienze utilizzabili per nuovi e più avanzati salti di qualità futuri, sempre più ravvicinati e di dimensioni qualitative in rapida crescita, in grado di cambiare i metodi/paradigmi ed i mezzi materiali principali al fine di avviare un nuovo “livello avanzato” del progresso scientifico e tecnologico.

Come aveva già previsto Lenin, il progresso umano in questo campo ha pertanto assunto di regola la forma generale – non priva di eccezioni – della spirale, dato che l’accrescimento qualitativo e significativo del “lavoro universale” costituisce la base e la condizione preliminare, visti i rapporti di continuità parziale che si instaurano tra le diverse generazioni di protoscienziati/scienziati e tecnici, per lo sviluppo di nuove ed ancora più evolute “braccia” della spirale scientifica e tecnologica.[9]

Decimo sottoprodotto. Fin dai primordi della storia umana, il progresso scientifico tecnologico creato da una precisa praxis collettiva umana ha determinato il fenomeno generale ed il megatrend per cui l’uomo sociale è stato in grado di utilizzare e “porre in movimento” (Grossmann) con la sua forza lavoro collettiva (L) una sempre più grande massa di mezzi di produzione (MP). E proprio nella crescita sul lungo periodo di MP, in rapporto a L, si esprime una tendenza generale innescata dalla dinamica scientifica e tecnologica, fin dall’Homo habilis ed i suoi rozzi chopper per arrivare al supercomputer Tianhe-1° del 2010 tanto che il rapporto crescente tra MP e L (che nella società capitalistica diventa la crescente composizione organica del capitale) continuerà anche nel futuro la sua linea di sviluppo,  anche e soprattutto al’interno del modo di produzione comunista.[10]

Un ulteriore ricaduta nell’analisi storica sopra sviluppata nel fatto plateale, forse troppo evidente ed “accecante2 che la pratica protoscientifica/scientifica e tecnologica costituisce ormai da almeno 11000 anni, il vero “Eldorado” della specie umana: un tesoro immenso ed in via d’espansione che sta sotto i nostri capelli, nel “cervello sociale” e cooperativo del genere umano.

Il lavoro universale marxiano rappresenta infatti una sorta di una forza “magica” (applicabile per il bene e il male, utilizzabile come “magia bianca” o “magia nera”) perché innanzitutto essa diventa una forza produttiva potenzialmente gratuita nel suo processo di riproduzione e “copiatura”, più o meno creativa quando diviene “di pubblico domino” (Arab-Ogly), una volta che si avvenuta la scoperta o l’invenzione. Come scrisse già molti anni fa il teorico sovietico Arab-Ogly, “nonostante la tutte le raffinatezze dello spirito imprenditoriale e commerciale, nessuno è riuscito finora ad inventare il sistema in forza del quale dopo aver venduto un teorema geometrico o una legge fisica in una copia sola si possa mantenere quel prezzo di vendita su tutte le altre copie. Appena una scoperta diviene di pubblico dominio, essa cessa di essere merce e si trasforma in un patrimonio della collettività. Una scoperta può essere concessa in proprietà privata soltanto indirettamente e per un lungo periodo limitato sottoforma di brevetto sulla  sua applicazione tecnologica. La segretezza delle ricerche scientifiche, praticata dai monopoli, può comportare un certo vantaggio provvisorio a prezzo però di un rallentamento dello sviluppo della scienza nel suo complesso, il che come un boomerang si rivolge contro gli interessi monopolistici a lungo termine.”[11]

Ma non solo. Il “lavoro universale2 le scoperte scientifiche e tecnologiche diventano sempre riproducibili con una massa di costi umani e materiali molto più bassi, spesso estremamente più ridotti di quelli necessari per ottenere per la prima volta la loro acquisizione concreta, tanto che si crea una profonda simmetria tra il tempo di lavoro necessario per scoprire una legge di natura o inventare un prodotto (dalla macchina a vapore ai chip in silicio)e quello necessario per riprodurli, copiarli ed utilizzarli ripetutamente; questa costante asimmetria rende particolarmente e proficuo lo sviluppo scientifico-tecnologico nella società socialista/comunista.

Terzo dono dell’“Eldorado”: il lavoro universale non viene assolutamente logorato ed usurato da un suo  utilizzo ripetuto, che anzi crea le condizioni potenziali per il miglioramento (appena percettibile/repentino) delle precedenti scoperte scientifiche-tecnologiche o per nuovi miglioramenti di queste ultime, nella “spirale” dinamica sopra descritta.

Almeno a livello potenziale, inoltre, una parte del “lavoro universale” e delle scoperte tecnologiche degli ultimi due milioni di anni hanno potuto e possono tuttora (non necessariamente, ma possono…) diventare dei mezzi concreti per alleviare la fatica umana ed aumentare il benessere materiale a disposizione dell’intero genere umano.

Questo potenziale liberatorio di natura socioproduttiva era già stato introdotto da Aristotele, geniale pensatore (schiavistico) greco, il quale nel 330 a.C. aveva immaginato che “se le navette tessessero da sole e i plettri da soli suonassero le lire, gli architetti non avrebbero bisogno di operai per costruire una casa e i signori non avrebbero bisogno degli schiavi.”[12]

L’utilizzo di grandi forze naturali nel processo produttivo, a partire dalla domesticazione del fuoco? L’impiego di fonti energetiche extra-umane nei trasporti e nell’attività produttiva; il processo di automazione e informazione crescente di quest’ultima, negli ultimi decenni costituiscono solo alcuni esempi concreti del campo di potenzialità liberatorio (che purtroppo non si traduce necessariamente in realtà concreta, anzi…) insito in una sezione importante del processo di produzione delle scoperte tecnologiche e scientifiche, anche a partire dai primi chopper progettati ed elaborati dall’Homo habilis più di due milioni di anni fa.

Un ulteriore “magia” consiste nel fatto che il “tesoro” contenuto via via nel lavoro universale non rimane assolutamente statico ed immutabile, ma come si è visto (con alcune eccezioni negative e periodi di stagnazioni) tende ad aumentare ed accrescersi più o meno impercettibilmente grazie alla pratica collettiva e sociale de genere umano, alla combinazione dialettica tra il “lavoro dei morti” e l’esperienza scientifica-tecnologica delle nuove generazioni, inventori geniali in testa (ma mai soli, senza “radici” e supporti teorico-materiali accumulati nel passato e/o da altri loro contemporanei). Il lavoro universale rappresenta pertanto una risorsa non solo inesauribile, ma anche in via di accumulazione esponenziale, come si è rivelato in precedenza.

L’“Eldorado” in via di analisi costituisce altresì potenzialmente un bene comune ed un patrimonio collettivo del genere umano: un “commons”, secondo la terminologia inglese, al pari del sole e del vento, dell’acqua e delle altre forze naturali a diffusione universale e non prodotte dall’attività umana.

Larga parte del lavoro universale, come aveva sottolineato ad arte Marx, costituisce infatti un sottoprodotto del “lavoro dei morti”, che finora non hanno mai avanzato da defunti rivendicazioni particolari sulle loro scoperte ed invenzioni, partendo dall’Homo habilis dei chopper di Oldurai per arrivare al grande Albert Einstein.

Fin al 1600 ed al capitalismo britannico, inoltre, lo stesso concetto di brevetto è di proprietà privata sulle scoperte intellettuali di natura scientifica e tecnologia è rimasto sconosciuto (e non messo in pratica ovviamente) anche all’interno delle società classiste per più di cinque millenni, dal 3700 a.C. fino appunto alla seconda metà del Sedicesimo secolo della nostra era per lo storico romano Plinio rilevò che “le idee migliori sono di tutti”, sintetizzando un pensiero comune e diffuso, persino nella società schiavistica romana.

Ma anche in ambito capitalistico, come aveva notato giustamente Marx, avviene che “in costi molto più alti cui porta la gestione di un impianto  organizzato sul fondamento di nuove invenzioni”, fanno si che spesso i capitalisti-innovatori siano falliti, mentre proprio la “categoria più indegna e spregevole di capitalisti monetari” sia quella che “ricava il guadagno più grande da tutti i nuovi sviluppi del lavoro universale dello spirito umano, e dalla loro applicazione sociale fatta tramite il lavoro combinato.”[13]

Vi sono certo delle eccezioni a questa “regola del fallimento” dei capitalisti, più creativi ed innovativi, anche di notevole peso (Watt, Kelvin, Edison sopra tutti), ma sta di fatto che spesso sono stati gli imprenditori più innovativi a sviluppare gratuitamente il lavoro universale per altri “colleghi” più furbi…

Sintetizzando e combinando tra loro le “sei magie” positive sopra descritte, non si può non concordare con Arab-Ogly sul fatto che l’intelletto umano ed il “cervello sociale”, della nostra specie, specialmente (ma non solo…) nelle sue applicazioni in campo scientifico e tecnologico, rappresenti da più di due milioni di anni “un dono” (modificato, autotrasformato e perfezionato dalla stessa pratica umana) “unico al mondo, incompatibilmente più affascinante e dovizioso del mitico motore a moto perpetuo vagheggiato da tante generazioni di inventori. Perché quante più sono le conoscenze che ne ricaviamo, tanto più aumenta la sua capacità di produrne altre. L’intelletto è quella risorsa inestinguibile della natura che non si rinnova soltanto, ma si arricchisce a misura che vi si ricorre.”[14]

Tuttavia tale “risorsa inestinguibile” (Arab-Ogly) può essere utilizzata sul piano socioproduttivo (e politico-sociale) anche contro gli interessi in larga parte del genere umano, in senso classista dittatorio.

Proprio l’analisi storica esposta nei due precedenti capitoli mostra infatti come la “magia bianca”, positiva e feconda, della scienza/tecnologia e del lavoro universale possa anche trasformarsi, a determinate condizioni e dopo il 9000 a.C. (dopo la rivoluzione neolitica e la genesi dell’effetto di sdoppiamento) in una “magia nera” ed in una forza destinata coscientemente all’asservimento della maggioranza del genere umano all’interno sia delle società protoclassiste (Kurgan, 4300 a.C.) che di quelle classiste.

Su questo tema si ritornerà a lungo tra poco, ma è necessario evidenziare immediatamente come la prima scoperta tecnologica avvenuta all’interno delle società classiste, la domesticazione del cavallo (4500 a.C.) da parte delle popolazioni patriarcali e militaristiche dei Kurgan, si sia quasi subito trasformata in uno strumento bellico ed in un potente mezzo di aggressione, combinato con l’uso di arco e frecce, a vantaggio dei clan nomadi-protoclassisti dell’odierna Ucraina ed a danno delle pacifiche, collettivistiche e gilaniche popolazioni euroasiatiche del tardo neolitico/calcolitico.

Dopo il 9000 a.C. e la formazione dell’effetto di sdoppiamento, in atri termini, l’“Eldorado” del lavoro universale è diventato un tesoro multiuso, indirizzabile ed utilizzabile anche in senso classista ed a vantaggio delle diverse classi sfruttatrici che si sono riprodotte a partire dalla formazione economico-sociale sumera del 3700/3100 a.C.; come ogni altro processo della riproduzione del genere umano, anche le conoscenze scientifiche e tecnologiche hanno al loro interno un’“ombra” di junghiana memoria ed un lato potenzialmente negativo, che si è dispiegato concretamente in presenza di determinate condizioni socioproduttive (e politiche) riprodottesi a partire da undici millenni or sono.

A questo punto si entra nel proprio nucleo centrale del presente scritto, e cioè il processo di analisi dell’effetto di sdoppiamento creatosi anche in campo protoscientifico/scientifico e tecnologico dopo il 9000 a.C. ed in seguito all’entrata faticosa del genere umano nel’“era del surplus”, con la derivata coesistenza/lotta plurimillenaria tra l’utilizzo classista del lavoro universale nel settore socioproduttivo e l’alternativa uso cooperativo e collettivistico della scienza e tecnologia: tra “linea nera” e “linea rossa” anche rispetto alle conoscenze della natura ed alle pratiche di produzione di strumenti via via accumulati dalla nostra specie.

 



[1] L. Geymonat, “Lineamenti di filosofia della scienza”, pp. 95-98, ed. Mondadori

[2] D. Bedini, “Breve storia della conquista dello spazio”, pp. 8-32, ed. Bompiani; J. Harbison, “Laser”, ed. Zanichelli

[3] Karl Marx, “Il Capitale”, libro terzo, op. cit.

[4] J. P. Verdet, “Storia dell’astronomia”, pp. 245-246, ed. Longanesi

[5] C. Mangione, “Saggi in onore di Ludovico Geymonat”, p. 32, ed. Garzanti

[6] Arab-Ogly, “Nel labirinto dei vaticini”, p. 194, ed. Progress

[7] K. Marx, “Il Capitale”, op. cit., libro primo, cap. primo, par. primo

[8] A. Sceptulin, “La filosofia marxista-leninista”, pp. 376-377, ed. Progress

[9] W. I. Lenin, “Quaderni filosofici”, p. 232, Editori Riuniti

[10] H. Grossmann, “Il crollo del capitalismo”, p. 16 ed. Jaca Book

[11] Arab-Ogly, op. cit. p. 202

[12] Arab-Ogly, op. cit., p. 185, Aristotele, “Politica”, A4, 1253b, 35 ed. UTET

[13] K. Marx, “Il Capitale”, libro terzo, cap. quinto, par. cinque

[14] Arab-Ogly, op. cit., p. 260


Warning: Division by zero in /home/webdes90/public_html/Domini/robertosidoli.net/wp-includes/comment-template.php on line 1381