Capitolo Quinto

Microsoft o Linux – parte prima

La domanda fondamentale di questo saggio è se siano esistite davvero, abbiano realmente (in modo sincronico) preso corpo nel corso degli undici mila anni due forme alternative (protoclassiste/classiste o, viceversa collettivistiche) di utilizzo del lavoro universale.

Ed ammesso che si siano riprodotti dei processi concreti di utilizzo cooperativo-solidaristico dei risultati del progresso scientifico-tecnologico, sorge subito la questione se essi abbiano realmente dimostrato una loro continuità storica nel corso della (lunga) fase in via d’esame ed abbiano espresso via via un peso specifico abbastanza rilevante, non episodico e meramente residuale, a fianco e simultaneamente delle alternative forme di utilizzazione classista dei sottoprodotti del lavoro universale.

A nostro avviso l’analisi storica degli ultimi undici mila anni fornisce una risposta positiva a tali (giustificati) interrogativi. Se prima del 9000 a.C. la protoscienza del paleolitico e mesolitico risultava completamente di matrice “rossa” e collettivistica, anche dopo la data fatidica del 9000 a.C. la “linea rossa” non era affatto comparsa nel processo di sviluppo del lavoro universale: tutt’altro.

Si possono fornire diverse prove e “fatti testardi” (Lenin) che attestano la plurimillenaria coesistenza/lotta tra le due diverse ed alternative “linee” di impiego della protoscienza e tecnologia, partendo proprio dalla genesi della rivoluzione neolitica, dato che si è già accennato in precedenza come si siano formate quasi subito due tipologia di proto urbanesimo dopo il 9000 a.C.

Il proto urbanesimo collettivistico, cooperativo e gilano della splendida Gerico dell’8400/6900 a.C., con le sue costruzioni egualitaria e l’egualitaria sepoltura del cranio, con l’assenza di grandi templi ed edifici di culto religioso, ma altresì dotata di alte mura ed abitata da circa 3000 abitanti già ben diecimila  millenni orsono, si contrappose, infatti, al diverso modo di protourbanizzazione adottato invece da Nevali Cori (8400 a.C. circa) con il suo egemone “centro città”. Esso era destinato ad un’élite di sacerdoti ed era contraddistinto da numerosi e grandi edifici di culto (allineati in direzione sudovest, probabilmente per fini magico-astronomici), oltre che da enormi teste umane scolpite in pietra.

La (proto) città per tutte e la (proto) città per pochi: due modelli alternativi di urbanistica, che si incarnano in seguito rispettivamente nei centri di Catal Huyuk e di Uruk.

Catal Huyuk, come si è già notato in precedenza è stato un sito proto urbano del neolitico, sviluppatosi tra il 7000 ed il 5000 a.C. ed esteso per più di un chilometro quadrato, posto ad un’altitudine di circa 900 metri e collocato in un’area geopolitica ben capace di utilizzare tecnologie e proto scienza, come del resto altre proto città ad esso vicine (di matrice prevalentemente collettivistica) come con la Asikli.

L’area sulla quale lo studioso Mellaart “concentrò gli schiavi era un piccolo settore della parte sud-occidentale del sito, un’area che si sarebbe rivelata estremamente produttiva. Le abitazioni di Catal Huyuk (analogamente a quella di Asikli) avevano pianta rettangolare e, dunque, erano di concezione più moderna sia delle capanne di canne, sia delle case circolari venute alla luce a Khirokitia, a Cipro. Come ad Asikli le case non avevano porte esterne, ma vi si accedeva attraverso aperture poste sul tetto. Anche se le scale di legno, necessarie per entrare, non sono mai state ritrovate perché distrutte dal tempo, la loro esistenza si evidenzia dai segni che qualcuna di esse ha lasciato sui muri intonacati. Alcune stanze avevano sia camini che stufe e la posizione di questi era standardizzata fra una casa e l’altra. Tutte le abitazioni erano costruite in modo tale che solo quelle che si trovavano al margine della città erano dotate di mura esterne. L’unica presa di luce proveniva dal soffitto, in quanto ogni dimora aveva un tetto a livello diverso da quello dei suoi vicini, con un’apertura nella parte superiore. All’interno, per consentire l’accesso fra una stanza e l’altra, vi erano telai senza porte. La maggiore differenza che  si riscontra fra Catal Huyuk e Asikli – pur se presumibilmente è da imputare alla diversa disponibilità di materiale – è il metodo di costruzione.

Mentre ad Asikli gli operai fecero buon uso della pietra vulcanica locale, unitamente a mattoni di fango, a Catal Huyuk, almeno nei primi livelli architettonici, avevano preferito utilizzare un’intelaiatura di legno duro, autoportante; in una fase successiva iniziarono a costruire i muri, analogamente alle case inglesi del Medio Evo e dell’epoca Tudor. Il legno più solido era di quercia o di ginepro, ma bisognava importarlo dalle foreste che ricoprivano i versanti delle colline che si trovavano ad alcuni chilometri di distanza. Probabilmente veniva fatto giungere sul posto trasportato dalla corrente del fiume.

Prima di essere montate, le travi di legno veniva squadrate con cura. Solo a questo punto venivano costruiti i muri con mattoni di fango non cotti, fabbricati utilizzando stampi di legno squadrati con un falcetto.

Catal Huyuk diventa, perciò, uno degli esempi più antichi a noi noti di questo tipo di architettura. Questa tecnica edile sembra mostrare alcune significative analogie con quelle osservate da Ballaard sui fondali del Mar Nero, a circa 480 chilometri di distanza in direzione nord.

A questo punto è lecito supporre che questi due esempi di abitazione appartengano alla stessa cultura.

Mellaart ha condotto i suoi scavi a Catal Huyuk fra il 1961 e il 1965, concentrando la propria attenzione sulla parte più orientale di quelli che, in realtà, sono due tell: come ha determinato in base a una ricognizione superficiale, quello occidentale risale a un’epoca successiva. Pur avendo scavato solo nel trentesimo del tell orientale, ha comunque riportato alla luce circa 150 edifici; ciò significa che, nel periodo di massima fioritura, nel VIII e nel VII millennio a.C., probabilmente vivevano a Catal Huyuk, fra le cinquemila e le settemila persone: si trattava, quindi, della città più grande di questo periodo così antico. Come la maggior parte degli altri insediamenti che risalgono alla stessa epoca, Catal Huyuk, sulle sponde del lago Konya (allora molto esteso e attualmente prosciugato), non possedeva mura difensive e, secondo gli standard urbani moderni, sarebbe sembrata alquanto rudimentale, pur se un visitatore del VIII millennio a.C. avrebbe avuto l’impressione di trovarsi di fronte a una fiorente comunità rurale. Il bestiame  e le pecore erano al pascolo e nei campi circostanti crescevano, rigogliosi, i cereali a una varietà davvero sorprendente di ortaggi. Sotto molti punti di vista questa metropoli antidiluviana – che precede di cinquemila anni la costruzione delle piramidi egizie – era estremamente avanzata.

Oltre alle prove di avere goduto – insieme con Asikli – di una delle più antiche progettazione urbane, Catal Huyuk mostrava anche una notevole cura per l’igiene. Nelle stanze regnava la pulizia assoluta, raramente, infatti, sono stati trovati resti di pasti. Ogni anno veniva data una mano di intonaco sui muri. Aveva anche un sistema di raccolta immondizie insolito e funzionale: la spazzatura veniva depositata in cortili privati fra le case, poi, veniva regolarmente bruciata.

Ovunque le cornici di legno venivano dipinte di rosso, come se si fosse trattato di una sorta di “colore di squadra” o di “bandiera nazionale” della città. Serviva anche a evidenziare il metodo di costruzione delle singole case, pur se, come notò Mellaart, gli edifici più recenti utilizzavano in percentuale minore la struttura lignea e in percentuale maggiore i mattoni di fango, che offrivano un’elevata resistenza alle sollecitazioni. In tutti i periodi dell’occupazione, comunque, i muri di mattone di fango, i pavimenti e i soffitti erano accuratamente intonacati con un’argilla bianca e sottile, di provenienza locale, e poi decorati con murales vivaci e con sculture. E sono proprio questi “murales” – probabilmente la prima forma di decorazione di una casa – a fornirci un preciso quadro rivelatore della cultura avanzata degli abitanti di Catal Huyuk fra l’VIII e il VII millennio a.C.

Alcuni di questi muri intonacati di bianco sono decorati con complessi disegni astratti che – come ha notato Mellaart – si ritrovano nella tessitura dei kilim turchi, i tappeti tradizionali turchi (fabbricati con il telaio).”[1]

La tecnologia dei “rossi” (in tutti i sensi) abitanti di Catal Huyuk, con la loro avanzata tecnologia delle costruzioni (equivalenti a quelle nell’Inghilterra dei Tudor, sotto alcuni aspetti) e protoscienza (ingegneria delle costruzioni), si contrappose sul piano socio produttivo e sociopolitico all’alternativo “modello URUK”, contraddistinto tra le altre cose da un diverso utilizzo della tecnologia e da un modo alternativo classista di formazione delle strutture urbane, con la centralità ??? Eanna/tempio??? (Liverani) e dello snodo (anche fisico e materiale, legato ad un alto livello di Know-how tecnologico) vitale del potere di quella teocrazia sumera affermatasi a partire circa dal 3700 a.C., nella regione irachena.

Fin dai tempi di Nevali Cori, il protourbanesimo di matrice classista ha contrastato quello di natura collettivistico. E in protocittà sumere come Susa (la “terrazza”), Tell ‘Ugair e soprattutto Uruk, in quel periodo storico da piccoli e modesti edifici di culto “si svilupparono rapidamente grandi complessi che per estensione e per pregio architettonico e decorativo si lasciano indietro (e di molto) le normali abitazioni e acquistano una posizione preminente e centrale negli insediamenti protourbani. Nell’assumere funzioni economiche (complementari a quelle culturali) i templi possono avere assunto e ridefinito vecchie pratiche di magazzino comune già presenti nei villaggi neolitici sin da epoche remote, confermandogli però tutt’altra dimensione e tutt’altra valenza sociale e ideologica.  La progressiva crescita del tempio attraverso le fasi Ubaid e antico-Uruk, fino all’esplosione dell’Eanna di Uruk, rappresenta un adeguato parallelo alla coeva crescita dei rendimenti agricoli, e fa netto contrasto con la stabilità (e al caso rifrazione) dimensionale delle dimore familiari. Il momento del decollo dimensionale degli edifici templari, e della loro prevalenza assoluta rispetto agli edifici domestici, corrisponde chiaramente alla fase di transizione dallo schema bipolare (tipo chiedo) allo schema tripolare (tipo proto-statale). È dunque nel tempio che si deve individuare l’organismo istituzionale che gestì la trasformazione: la sua crescita è il  (???Qui manca un pezzo)  di coercizione che può essere o fisica (ma l’uso della forza è dispendioso e a lungo andare controproducente) o meglio ideologica. E il tempio era l’unica istituzione in grado di convincere i produttori a cedere sostanziose quote del loro lavoro a vantaggio della comunità dei suoi dirigenti, sotto la specie delle loro ipostasi divine. A giudicare dalle risultanze degli scavi e soprattutto delle prospezioni regionali eseguite in Mesopotamia nel corso degli ultimi cinquant’anni, il lungo periodo di Ubaid è segnato da una costante crescita demografica in insediamenti che rimangono nell’ordine dimensionale del villaggio (sui 5-10 ettari); mentre il periodo di Uruk è soprattutto segnato da una vera e propria esplosione di centri proto-urbani di dimensioni senza precedenti (fino ai 70 ettari di Uruk nel periodo antico-Uruk, e ai 100 ettari della stessa Uruk nel periodo tardo-Uruk). questo fenomeno vistoso è alla base della definizione del periodo in questione come “rivoluzione urbana” o come “prima urbanizzazione”.

Non c’è dubbio che la crescita urbana sia collegata con l’emergere di elite politico-religiose, con un aumento della stratificazione sociale e della specializzazione lavorativa, e con la concentrazione spaziale delle attività dei gruppi sociali generalmente etichettabili come “non produttori di cibo”. I produttori di cibo d’altro canto rimangono preferibilmente dispersi nel territorio (per ovvi motivi logistici) a meno che specifici fattori non intervengano a favorire una loro concentrazione urbana. Si crea insomma una netta bipartizione insedia mentale tra villaggio e città, sede il  primo delle attività di produzione primaria e la seconda delle attività di trasformazione e scambio, gestione (ridistribuzione, nella fattispecie) e servizi. La gerarchizzazione insedia mentale a due o più livelli rimarrà poi una costante nei periodi successivi, ma è da ricordare che ancora nel periodo Ubaid (per non dire delle fasi precedenti) l’insediamento presenta un solo livello – di soli villaggi.[2]

Il modello elitario della città-tempio (classista) di Uruk, come di Nevali Cori in precedenza, coesistette quasi nello stesso periodo con strutture urbane come quelle di Catal Huyuk o di centri urbani come quelli espressi dalla stessa civiltà collettivistica degli Ubaid, di dimensioni anche equivalenti a dieci ettari.

Sempre nel periodo neolitico, si confrontarono anche due diverse forme di utilizzo della domesticazione degli animali, della tecnica (e protoscienza) relativa all’allevamento.

Infatti le culture collettivistiche dell’Eurasia, a partire dall’area palestinese e da Gerico, addomesticarono via via in modo autonomo il maiale (Cina, 8000 a.C.), la pecora e la capra (area mediorientale, 8000 a.C.) e la mucca (8000 a.C. India), attraverso pratiche produttive cooperative e senza voler/poter utilizzare gli animali per fini bellici ed espansioni militaristiche.[3]

Una differente dinamica, socioproduttiva e sociopolitica,  si innescò invece nell’arena urbana attorno al 5000/4000 a.C. e con le sopracitate culture proto classiste dei Kurgan: la domesticazione del cavallo, da un lato aprì loro la via dell’utilizzo su larga scala delle mandrie bovine domesticate attraverso la tecnologia della castrazione del toro, mentre dall’altra il processo fornì alle popolazioni nomadi-pastorizie anche un’arma decisiva nella loro lotta plurimillenaria (“la guerra mondiale del neolitico”) contro le pacifiche e collettivistiche civiltà agricole, allora dominanti nell’Eurasia.

Come ha notato correttamente J. Rifkin, lo scontro tra i pastori Kurgan “e i lavoratori della terra ebbe inizio circa 6000 anni fa, quando per la prima volta, i nomadi delle steppe eurasiatiche incontrarono gli agricoltori neolitici europei.

La cultura europea risale a ben prima del quinto millennio avanti cristo. Piccole comunità rurali e urbane si diffusero nel continente, risalendo dalle coste del Mediterraneo e dell’egeo, attraverso l’Italia e l’Europa centrale, e lungo il corso del Danubio, verso i Balcani orientali; prevalentemente agricoltori, con modeste attività pastorali secondarie, questi primi abitanti d’Europa sembravano condurre un’esistenza pacifica. Secondo Marija Gimbutas, queste società erano egualitarie e matriarcali, e ci sono prove minime – ammesso di volerle considerare tali – dell’esistenza di fortificazioni e di armi presso queste civiltà.

Le comunità rurali europee erano esperte nella lavorazione del rame. La tecnologia artigianale era avanzata e i tesori archeologici del periodo rilevano una cultura artistica già solida: le pitture vascolari, le terrecotte e le piccole sculture erano mature nella concezione e sofisticate nell’esecuzione. Ci sono prove che suggeriscono un forte interesse verso gli ornamenti, in massima parte di carattere religioso. Su minuscoli vasi, ma anche su piatti e ciotole, è possibile identificare una forma rudimentale di scrittura, lasciando aperta l’ipotesi di una sua fioritura in ambito europeo, precedente di quasi 2000 anni a quella sumera.

A partire dal 4400 a.C., l’Europa è stata travolta da successive ondate di invasioni dall’Oriente. Le orde nomadi delle steppe eurasiche sciamarono nell’Europa orientale e meridionale, sconvolgendo la tranquilla vita rurale che aveva prosperato per alcune migliaia di anni. Si ritiene che gli invasori, noti come popolo kurga, discendessero da una cultura agro-pastorale che aveva coltivato e sfruttato i pascoli ai confini delle steppe eurasiche, nell’area dell’attuale Ucraina. Diventata improduttiva la terra, a causa di tecniche di pascolo primitive e inefficaci, furono costretti a spostarsi con le loro piccole mandrie, nelle terre marginali, sempre più a oriente, dove continuarono a praticare l’agricoltura e la pastorizia. Durante la loro progressiva migrazione a est, per un certo periodo si insediarono ai piedi della catena degli Urali. Sull’altro versante della possente catena montuosa russa si trovavano le sterminate pianure della steppa eurasica, un vasto oceano di pascoli vergini, ancora inaccessibili, quindi non sfruttate dall’uomo.

L’addomesticamento del cavallo mutò la situazione, aprendo le pianure dell’Eurasia al pascolo bovino. L’introduzione delle mandrie bovine nei pascoli eurasici segnò l’inizio di un viaggio di conquista e di dominazione della pastorizia, oggi estesa agli altopiani dell’Ovest americano, alla foresta tropicale del Centroamerica e Sudamerica, e alle aride pianure del continente australiano.

Il popolo Kurga fu il primo ad allevare cavalli e ad addomesticarli per poterli cavalcare. Questi primi cavalieri delle grandi pianure si dimostrarono una forza formidabile nella storia dell’umanità: dall’alto delle proprie cavalcature, potevano governare grandi mandrie di bovini in aree molto vaste. Con l’aiuto dei cavalli, i Kurga conquistarono le steppe dell’Eurasia, creando il primo grande impero nomade della storia del mondo. Il cavallo diede ai Kurga anche uno straordinario vantaggio militare, nei secoli successivi, permise loro di dominare gran parte dei territori dell’Eurasia.

Il periodico ripetersi di siccità nelle pianure eurasiatiche spinse i Kurga a migrare di nuovo a occidente, verso l’Europa, e a sud, verso l’India e la Persia alla ricerca dei pascoli fertili. La prima ondata di invasioni nell’Europa orientale e meridionale, fra il 4400 e il 4300 a.C., fu seguita da un secondo assalto all’Europa centrale, fra il 3400 e il  3200 a.C., e da una terza ondata, che percorse l’Europa occidentale e la Scandinavia, fra il 3000 e il 2800 a.C. Le culture dell’“ascia da battaglia” furono le prime grandi culture di frontiera del mondo occidentale. Come per  i cowboy americani del diciannovesimo secolo, la loro superiorità militare si fondava sul cavallo, la loro ricchezza si misurava in capi di bestiame e il terreno delle loro scorrerie erano le pianure semiaride della zona temperata.

Nel primo secolo  a.C., le successive ondate di invasioni nomadi diffusero l’influenza Kurga su quasi tutta l’Europa, sull’India, la Persia e, a oriente, su parte della Cina. E anche in quest’ultimo paese, pur non riuscendo a imporre la loro cultura, le invasioni Kurga spesso riuscirono, seppur solo marginalmente, a esigere tributi e garantirsi benefici temporanei…

In tremila anni di invasioni e conquiste, l’influenza Kurga trasformò l’Europa. I popoli della steppa portarono in Europa il cavallo e la cultura dell’allevamento bovino, ma anche l’ideologia e gli strumenti della guerra. La ricerca archeologica ha rilevato la turpe testimonianza dell’impatto delle invasioni Kurga: la fine improvvisa di una civiltà contadina molto avanzata e pacifica. A partire dal quarto millennio a.C., asce da battaglia e daghe hanno preso il posto di sculture e vasellame decorato; quando, nel quinto secolo, le orde unne di Attila annientarono Roma e conquistarono la Francia e l’Europa occidentale, secoli di terrore avevano già completamente trasformato l’Europa.

La gente delle steppe non ha lasciato grandi monumenti né opere d’arte né una lingua scritta a rammentare imprese  conquiste. Forse è per questo che, fino a tempi molto recenti, la sua influenza sulla civiltà occidentale è stata praticamente ignorata dagli storici, che hanno preferito occuparsi dell’eredità culturale di civiltà come quella sumera e quella imperiale romana.

Il popolo Kurga introdusse in Europa l’allevamento su vasta scala e una tecnologia militare superiore, ma anche un nuovo concetto di sicurezza: un concetto che avrebbe strasformato gli europei nei grandi colonizzatori della terra nell’era moderna. I Kurga misuravano la sicurezza in termini di velocità e mobilità; in questo senso, si differenziavano dai popolo del Medio Oriente e del Nordafrica che vivevano sulla coltivazione dei cereali, oltre che da quelli delle piccole comunità rurali europee.

Nelle società agricole, la sicurezza discende da un profondo senso di appartenenza al territorio: il suolo è un luogo consacrato, un riparo sacro, protetto dagli dei e tutelato dagli spiriti degli antenati. La terra conferisce responsabilità, lega ogni generazione in una rete di obblighi e impegni di carattere scaro. In una società agricola, l’appartenenza è attaccamento alla terra, al mutare delle stagioni, all’eterno ciclo di nascita, crescita, morte e rigenerazione. I Kurga non avevamo legami di sorta con il territorio. La terra era qualcosa da conquistare, possedere, sfruttare; il suo valore era strategico ed economico non sacro o intrinseco. Il loro senso di identità  era interiore, legato alle armi, al bestiame e alle poche cose che potevano portare con se. Il popolo nomade delle steppe era portatore di una nuova coscienza di se: fieramente indipendente, militarista, scissa dalla terra, aggressiva e utilitaristica. Con il passare dei secoli, la loro visione del mondo e il loro patrimonio genetico si fusero con quelli dei popoli sottomessi, creando un peculiare commistione di sensibilità europea e irrequietezza euroasiatica.

Se la coscienza di se dei Kurga contribuì a preparare il terreno psicologico su cui avrebbe attecchito l’era moderna, fu il bestiame dei Kurga a preparare il terreno economico su cui avrebbe attecchito il capitalismo moderno e il colonialismo. Il termine inglese che indica il bestiame, “cattle” ha la stessa radice di “capitale”. In molte lingue europee, la parola che significa “bestiame” è sinonimo di “beni mobili e immobili” e di “capitale”.[4]

Un utilizzo proto classista della tecnologia relativa al controllo degli animali (bovini/equini), innescate all’interno di società già in precedenza patriarcali maschiliste, portò a tutta una serie di conseguenze di enorme rilievo storico, assumendo forme concrete ed un impatto socioproduttivo assai lontano dal semplice sottoprodotto della tecnica della domesticazione degli animali (suini, ovini, caprini) nel processo – simultaneo e sincronico – di riproduzione delle culture agrarie-collettivistiche del neolitico/calcolitico nell’area euroasiatica, dall’Europa fino ad arrivare ai subcontinenti cinese ed indiano.

Altresì molto differenti risultano gli utilizzi alternativi della tecnologia (e protoscienza) della fusione e della lavorazione dei metalli tra le strutture socioproduttive collettiviste del calcolitico da un lato, e le quasi simultanee civiltà protoclassiste/classiste apparse in Eurasia nel periodo compreso tra il 4500 ed il 2500 a.C.

Il processo di fusione del rame (e dell’oro/argento) si sviluppò e venne scoperto in un ambiente socioproduttivo prevalentemente collettivistico, a partire come si è già visto dalla splendida civiltà di Catal Huyuk: le prime applicazioni della nuova sfera tecnologica, all’interno della “linea rossa” del calcolitico (Ubaid in testa), si sostanziarono nella pacifica produzione dei monili e gioielli (anche in oro, come avvenne in Egitto attorno al 400 a.C.) e soprattutto di falcetti in rame, che consentirono alla cultura collettivistica degli Ubaid di aumentare la resa e produttività del lavoro agricolo.

Ma la “musica” e l’utilizzo concreto della tecnologia metallurgica risultò molto diverso presso le formazioni economico-sociali classiste, a partire dalla fine del quinto millennio a.C.

Le prime armi di rame vennero, non certo a caso, elaborate ed utilizzate attorno al 3100 a.C. dalla nuova società militaristica sumera, che aveva soppiantato la precedente teocrazia della fase Uruk (3900/3200 a.C.). [5]

In seguito la “linea nera” sviluppò il processo tecnologico della fusione di stagno e rame, indirizzandolo subito ed essenzialmente – non certo a caso – alla produzione di armi in bronzo, la nuova lega capace di migliorare sensibilmente le prestazioni ???omicide??? e il rendimento sul campo di battaglia delle armate dei regni della Mesopotamia: quasi alla fine del terzo millennio a.C. la produzione di armi in bronzo era già largamente diffusa e nel primo grande regno imperialistico accadico Sargon (che si estendeva dalla Mesopotamia fino al Libano ed alla Turchia), formatosi a partire dal 2340 a.C., ormai “bronzo era diventato l’arma dei conquistatori”.[6]

Dopo alcune sperimentazioni embrionali, avvenute già attorno al 2300 a.C. in Mesopotamia, l’era del ferro (fusione del ferro e produzione di armi con il nuovo metallo) subentrò con relativa rapidità a quella del bronzo, partendo dal 1400 a.C. e dall’utilizzo militaristico che ne venne fatto per la prima volta su larga scala dalla società classista degli Ittiti, stanziati nella regione anatolica.[7]

Sia per Catal Huyuk/Ubaid che per il militarismo sumero/accadico/ittita, la tecnologia della fusione dei metalli costituì la comune base produttiva per lo sviluppo di una nuova sfera economica: ma, in conseguenza diretta dell’egemonia esercitata rispettivamente dall’interno dei secondi dai rapporti di produzione diversi ed alternativi, tale matrice di potenza venne utilizzata e destinata a scopi alternativi ed incompatibili tra loro nelle due diverse tipologie di formazione economico-sociali prese in esame.

Un ulteriore elemento di sdoppiamento nell’utilizzo della protoscienza e della tecnologia si verificò nell’importante settore dell’irrigazione artificiale e controllata dei terreni agricoli.

Come si è già notato, fu proprio la cultura collettivistica degli Ubaid ad innescare la “seconda rivoluzione produttiva del neolitico”, anche e soprattutto creando via via la tecnica idraulica del “campo lungo/irrigazione a solco”. Del resto lo storico J. Diamond ha notato e sottolineato, dati storici (inoppugnabili) alla mano, come prima della formazione dello stato e delle società classiste “in Mesopotamia, Cina, Messico e Madagascar esistevano sistemi di canalizzazione delle acque anche prima della nascita degli stati, e le grandi opere di irrigazione arrivarono più tardi… Quindi la nascita delle grandi opere fu una conseguenza dell’arrivo degli stati, ??? deve spiegato in altro modo”.[8]

Da un lato sistemi di irrigazione avanzati, ma su scala locale e create all’interno delle società collettivistiche del calcolitico; opere di irrigazione invece su larga scala ed ipercentralizzati negli stati classisti, a partire dalla teocrazia sumera, quali anche (ma non solo…) attraverso il controllo del processo di creazione/manutenzione dei giganteschi sistemi di irrigazione poterono in molte parti del mondo, a partire dall’India e da larga parte del Sudamerica ottenere l’appropriazione coercitiva del surplus creato via via da parte delle comunità contadine locali sottoposte alla loro egemonia. Due diverse modalità di strutturazione ed utilizzo delle opere di irrigazione: ancora una volta, si verificò uno sdoppiamento nel processo d’impiego di un importante e particolare tecnica e protoscienza.

“Tutto questo ragionamento vale e funziona per l’epoca neolitica e calcolitica”, si potrebbe obiettare: “ma quando iniziarono ad affermarsi su scala planetaria le diverse formazioni economico-sociali classiste, a partire da quella asiatica (teocrazie sumere del 3700/3100 a.C.), che fine fece la linea rossa in campo tecnologico e protoscientifico/ scientifico”?

La “linea nera” ovviamente divenne egemone anche in questo settore della pratica umana, ma la sua antagonista storica non sparì certo dalla circolazione.

Si tratta di un punto decisivo per il nostro lavoro e proprio per tale motivo focalizzeremo l’attenzione subito sulle tracce rilevanti e sensibili lasciate, dopo il 3700 a.C. e prima della rivoluzione industriale della “linea rossa” operante nel campo dell’utilizzo del lavoro universale.

Infatti anche dopo il 3700 a.C. ed il progressivo affermarsi dell’egemonia dei rapporti sociali di produzioni classisti su scala planetaria, a partire dall’Eurasia, continuò via via su larga scala a persistere l’utilizzo di matrice collettivistico e cooperativo delle tecnologie relative al processo produttivo agricolo ed ai dissodamenti, oltre che nel campo della costruzione di strade, ponti, dighe, e canali d’irrigazione, da parte di quelle “comuni rurali” che, come si è già notato nel precedente capitolo costituirono un elemento socioproduttivo consistente e tenace, seppur collocato forzatamente in una posizione subordinata, dei modi di produzione asiatico e feudale, partendo dal 3700 a.C. (area geopolitica mesopotamico-sumera) per arrivare al sub-continente indiano alla fine del 1700 d.C.

Le tecnologie relative all’agricoltura/allevamento ed ai processi al dissodamento del suolo vennero adoperate sicuramente dalle strutture socioproduttive classiste, durante tutti i lunghi cinque millenni presi in esame, nei latifondi schiavistici, nei feudi direttamente controllati dai signori feudali, nelle aree produttive in prima persona gestite dalle teocrazie, burocrazie, e/o ordine ecclesiastici: del modo di produzione asiatico.

Ma, simultaneamente e sincronicamente, quasi sempre si sviluppò parallelamente un processo alternativo diverso di utilizzo del “lavoro universale” accumulato nei millenni dal genere umano da parte di quelle splendide comunità di villaggio che, sotto nomi diversi, dall’odierna Bolivia fino al sub-continente russo, dall’Europa continentale fino ad arrivare al mondo rurale indiano, per più di cinquemila anni continuarono – in forma subordinata e parzialmente “deformata” – su scala planetaria la “tradizione” neolitica/calcolitica della “linea rossa” socioproduttiva sorta dopo la genesi dell’effetto di sdoppiamento, nel 9000 a.C.

Proprio tra il 3700 a.C. ed il 1700 d.C. si verificò su larga scala, come aveva notato giustamente nel 1902 il teorico anarchico P.  Kropotkin (senza solitamente poter conoscere i Grundrisse nella lettera di Marx a V. Zasulich), il “dissodamento comune delle foreste e del suolo vergine”, la “coltura in comune” di una parte delle terre delle comunità di villaggio, lo “scavo e riparazione” dei “canali irrigatori” e la “falciatura in comune delle praterie comunali”, la costruzione di “strade primitive, chiatte per traversare i fiumi, ponti di legno, recinti e palizzate dei villaggi, forti e torricelle”: tutto questo gigantesco, prolungato e continuo processo di utilizzo della protoscienza/tecnologia, da parte del “lato rosso” e cooperativo delle comunità rurali, costituì la base comune ai villaggi dei “Franchi e degli antichi scozzesi”, del “Messico e dei Malesi” dei “Pellirosse e dei Malesi” (Kropotkin), durante i cinque millenni in via d’analisi.

Anche quando nelle comunità rurali più recenti si affermò “l’accumularsi privato della ricchezza nella famiglia e la sua trasmissione ereditaria (Kropotkin) fianco a fianco e simultaneamente la terra rimaneva pur sempre “la proprietà comune della tribù, o del popolo intero, ed il comune rurale stesso era la proprietà comune della tribù, o del popolo intero, ed il comune rurale stesso possedeva la sua parte di territorio per lungo tempo, finché la tribù non reclamasse una novella ripartizione dei lotti assegnati ai diversi villaggi. Il dissodamento delle foreste e del suolo vergine, essendo quasi sempre opera dei comuni, od almeno di parecchie famiglie insieme – sempre con il consenso del comune, – le parti dissodate diventavano proprietà di ciascuna famiglia per un lasso di quattro, dodici o vent’anni; dopo di che si consideravano come facenti parte delle terre coltivabili che si possedevano in comune. la proprietà privata o il possesso “perpetuo” era anche incompatibile con i principi e i concetti religiosi del comune rurale, come lo era con i principi della gens; cosicché occorse un lungo influsso della legge romana e della chiesa cristiana, che accettò ben presto i principi romani, per abituare i barbari all’idea della proprietà fondiaria individuale.

E tuttavia, anche allora che questo modo di proprietà o di possesso per un tempo illimitato fu riconosciuto, il possessore d’un dominio separato restò comproprietario dei terreni incolti, delle foreste e dei pascoli.”[9]

Dopo questa analisi di base, sorprendentemente simile a quella effettuata da Marx vent’anni prima nella sua (allora sconosciuta) lettera a Vera Zasulich, Kropotkin rilevò in modo sostanzialmente corretto che “ogni serie d’istituzioni, in parte ereditate dal periodo dei clan, sono sorte su questa base fondamentale, la proprietà in comune della terra, durante la lunga successione di secoli che occorsero per condurre i barbari sotto il dominio di Stati ordinati secondo il sistema romano o bizantino. Il comune rurale non era unicamente un’unione per garantire a ciascuno una parte equa della terra comune; esso rappresentava pure una unione per la coltivazione della terra in comune, per il mutuo appoggio sotto tutte le forme possibili, per la protezione contro la violenza e per un accrescimento ulteriore del sapere, dei concetti morali come dei vincoli nazionali. Nessun mutamento nei costumi riguardo la giustizia, la difesa armata, l’educazione, o i rapporti economici, non poteva essere fatto senza esser stato deciso dall’assemblea del villaggio, dalla tribù o dalla confederazione. Il comune, essendo una continuazione della gens, ereditò tutte le sue funzioni. Era una universitas, un mir – un mondo a sé.”[10]

Le conseguenze della presenza di una matrice collettivistica (a fianco di quella “privata”) nei variegati rapporti sociali di produzione sviluppatisi all’interno delle diverse forme di comuni rurali, dalla Russia fino alla Bolivia, non furono certo di poco conto anche rispetto al processo produttivo ed all’utilizzo (cooperativo e solidaristico) del “lavoro universale” da parte loro.

Sempre Kropotkin sottolineò che “l’agricoltura in comune diventò regola nei comuni rurali dei barbari” (le popolazioni di  stirpe germanica, che abbatterono l’impero schiavistico romano in Occidente attorno al quinto secolo d.C.). “È vero che ci sono poche testimonianze dirette su questo punto, e nella letteratura antica abbiamo i passi di Diodoro e di Giulio Cesare relativi alle isole Lipari (una tribù di Celtiberi) e agli Svevi. Ma non manchiamo di testimonianze indirette per provare che l’agricoltura in comune era praticata da certe tribù dei Teutoni, dei Franchi e da quella degli antichi Scozzesi, dagli Irlandesi e dai Galli. Quanto alle sopravvivenze di quest’abitudine, sono quasi innumerevoli. Anche nella Francia, completamente romanizzata, la coltura in comune era ancora abituale circa venticinque anni fa, e in Bretagna, nel Morbihan.

L’antico cyvar gallo, o associazione di lavoratori, come la coltivazione in comune della terra attribuita all’epoca del villaggio, sono affatto comuni tra le tribù del Caucaso meno toccate dalla civiltà.

Fatti simili si incontrano costantemente tra i contadini russi. Si sa anche che parecchie tribù del Brasile, dell’America centrale e del Messico avevano l’abitudine di coltivare in comune i loro campi e che questa stessa abitudine è molto diffusa presso i Malesi, nella Nuova Caledonia, fra parecchie razze e presso altri popoli. Insomma, l’agricoltura in comune non è così abituale presso gli Ariani, gli Uralo-Altaici, i Mongoli, i Negri, i Pellirosse, i Malesi, e i Melanesi che possiamo considerarla come una forma di agricoltura primitiva che, senza essere la sola possibile, fu una forma universale.

La coltivazione in comune non implica però necessariamente il pasto generale in comune. Di già sotto il regime dei clan noi vediamo spesso che quando i battelli carichi di frutta o di pesci entrano nel villaggio, il cibo che recano è diviso fra tutte le capanne e le “lunghe case” abitate sia da parecchie famiglie, sia da giovani; questo cibo è cotto separatamente in ogni focolare. Così l’abitudine di mangiare in un cerchio più intimo di parenti o di associati esisteva già nel periodo primitivo dell’organizzazione per tribù. Essa diventa regola nel comune rurale. Anche gli alimenti prodotti in comune erano generalmente divisi tra le diverse casse dopo che una  parte era stata messa da parte per l’uso collettivo. Però la tradizione del pasto in comune fu pienamente conservata. Si profittò di qualsiasi occasione, quali la commemorazione degli antenati, le feste religiose, l’inizio e la fine dei lavori dei campi, le nascite, i matrimoni ed i funerali, per far partecipare la comunità ad un pasto in comune. ancora oggi questo uso, conosciuto bene in Inghilterra sotto il nome di “cena della raccolta”, è uno degli ultimi a sparire. D’altra parte, anche quando si aveva cessato da molto tempo di lavorare e seminare i campi in comune, diversi lavori agricoli continuarono e continuano ancora da essere compiuti dalla comunità. Certe parti del terreno sono in molti casi coltivate in comune, sia a beneficio degli indigenti, sia per riempire i granai comunali, sia per servirsene nelle feste religiose. I canali irrigatori sono scavati e riparati in comune. Le praterie comunali vengono falciate in comune; e lo spettacolo d’un comune russo falciante una prateria – gli uomini che rivaleggiano d’ardore nel falciare mentre le donne rivoltano l’erba e la raccolgono in mucchi – è molto impressionante; si vede là che cosa il lavoro umano potrebbe e dovrebbe essere.”[11]

Il teorico anarchico continuò osservando acutamente che “allorché un viaggiatore europeo sbarca in qualche piccola isola del Pacifico e, vedendo a qualche distanza un gruppo di palme, s’incammina in questa direzione, è stupito di scoprire che i piccoli villaggi sono riuniti da strade selciate da grosse pietre, molto comode per i piedi nudi degl’indigeni e molto simili alle “vecchie strade” delle montagne svizzere. Delle strade simili furono tracciate dai “barbari” in tutta l’Europa; e occorre avere viaggiato nei paesi non civilizzati e poco popolosi, lontano dalle principali vie di comunicazione, per raffigurarsi bene l’enorme lavoro che deve essere stato compiuto dalle comunità barbare al fine di conquistare le immense foreste e le paludi che coprivano l’Europa or sono duemila anni. Isolate, delle famiglie deboli e senza utensili non sarebbero mai riuscite; la natura selvaggia avrebbe avuto il sopravvento. Solamente dei comuni rurali, lavorando in comune, potevano rendersi padroni delle foreste vergini, delle paludi impraticabili e delle steppe sconfinate. Le strade primitive, le chiatte per traversare i fiumi, i ponti di legno tolti nell’inverno e ricostruiti dopo le grandi piene, i recinti e le palizzate dei villaggi, i forti e le torri celle dei quali il territorio era disseminato, tutto ciò fu opera dei comuni barbari. ed allorquando un comune diventava troppo numeroso, un nuovo pollone si distaccava da esso. Un nuovo comune si formava a qualche distanza dall’antico, sottomettendo man mano i boschi e le steppe al potere dell’uomo. Il sorgere stesso delle nazioni europee non fu che un germogliare dei comuni rurali.”[12]

Con l’analisi effettuata da Kropotkin concordano, a grandi linee, sia Marx /Grundisse, lettera a V. Zasulich) che gli storici contemporanei, oltre a personaggi politici di tutto peso come il boliviano Evo Morales. Tra il 3700 a.C. ed il 1700 d.C., in estrema sintesi, coesistettero due forme generali – diverse ed alternative – di utilizzo del lavoro universale, delle scoperte protoscientifiche e tecnologiche rispetto all’allora centrale processo produttivo agricolo, oltre che nella costruzione/manutenzione delle opere di irrigazione e del sistema di comunicazione terrestre: stesso livello tecnologico, dal 3700 a.C. al 1700 d.C., ma utilizzo differente di queste ultime nelle sue ricadute socioproduttive per lunghi millenni e su larga scala del globo, nelle società (egemoni) classisti e nelle (subordinate, ma “rosse”) comunità rurali.

Sotto questo profilo assume un ruolo marginale, ma esemplificativo, la storia “sdoppiata” del processo di produzione dei formaggi nell’area europea.

Dopo l’ottavo secolo d.C. tale sotto settore cadde infatti in buona parte sotto il controllo e l’utilizzo privatistico dei monasteri e/o signori feudali per lunghi secoli, ma durante lo stesso arco temporale si affermò simultaneamente anche una forma comunitaria e cooperativa di utilizzo della tecnologia casearia da parte delle comunità rurali contadine. Fenomeno provato da alcuni dei primi documenti scritti relativi al processo di produzione dei formaggi che risalgono proprio al Medioevo feudale, “quando alcuni cronisti descrissero il funzionamento delle “fruitières”, vere e proprie cooperative ante litteram. Per una sola forma occorrevano in media 500 lt. di latte. Ecco perché già nel XIII secolo gli allevatori si unirono e fecero affluire il loro latte alle “fureterie”, poi diventate “fruitière”.[13]

La tradizione cooperativa delle “fruitières” si estese a quella parte dell’occidente e si tramandò senza soluzione di continuità per molti secoli, particolarmente nella turbolenta e ribelle Svizzera rurale del 1200/1600: la tecnica casearia adoperata era approssimativamente la stessa di quella dei monasteri medioevali e delle nascenti manifatture private, ma la ricaduta socioproduttiva risultava assai differente e tutta a vantaggio dei contadini europei-cooperatori.

Un ragionamento analogo può essere effettuato anche rispetto all’utilizzo “sdoppiato” dei mulini ad acqua ed a vento che si creò a tratti nell’Europa centro-occidentale.

Si è già notato che se il mulino ad acqua (orizzontale/verticale) ebbe origine in epoca precristiana in diverse parti del mondo, a partire dal Medio Oriente e della Cina, mentre il mulino a vento venne invece inventato nel settimo secolo d.C., molto probabilmente nella regione del Seistan (odierno Afghanistan), il loro utilizzo su larga scala avvenne principalmente nel continente europeo per il primo strumento meccanico preso in esame, ed in Olanda (dal 1180, per il  drenaggio delle acque) ed in Inghilterra nel secondo caso.

I feudatari, laici ed ecclesiastici, effettuarono grandi e costanti sforzi per assicurarsi i diritti di sfruttamento e le proprietà delle strutture ???molitorie, che avevano iniziato a diffondersi dall’ottavo secolo e ad essere utilizzate anche per fornire la forza motrice a tutta una serie attività artigianali (mulini ad acqua per il malto, Francia del ???77 a.C.; per la follatura, Francia del 1080; per la conciatura, Francia del 1134, ecc.).

Oltre al costo oggettivo della costruzione, era soprattutto la necessità (politico-economica) di ottenere l’indispensabile autorizzazione regia per lo sfruttamento fluviale (i diritti pubblicisti sulle acque) che quasi sempre l’azione dei possibili soggetti interessati all’utilizzo dell’energia inanimata, in primo luogo le comunità rurali ed i nascenti comuni urbani: il risultato fu il (quasi) completo monopolio della chiesa feudale sulle strutture militari e per larga parte dell’Alto Medioevo, a cui venne posto solo lentamente un freno dai Comuni e dall’aristocrazia laica, come avvenne ad esempio a Bologna già nel corso dell’undicesimo secolo.

Tuttavia proprio in terra emiliana la risposta e la reazione da parte dei vescovi “non tardò a venire: a Reggio Emilia, nonostante l’aristocrazia iniziasse ad espandere i propri possedimenti molitori nel XII secolo, il vescovo ne rimasse l’indiscusso proprietario della gran parte dei mulini tra il IX ed il XII secolo, avvalendosi pienamente del diritto, non concesso a nessun altro, alla costruzione di impianti molitori nei corsi d’acqua urbani.

La chiesa, nelle sue variegate forme,  non ebbe solo il ruolo di possidente ma assunse talvolta, grazie principalmente alle comunità dei monasteri, quello di innovatore, almeno a livello tecnico:: ne è chiaro esempio il contenuto dello spesso citato brano di Arbois de Jubainville, monaco del tredicesimo secolo. Questi descrisse approfonditamente l’operato dei confratelli di Clairvaux che, analogamente a tutti i monasteri maschili francesi, si erano dotati di un mulino con relativa canalizzazione: l’innovazione consisteva semplicemente nell’utilizzo delle acque, disponendo il complesso di edifici a cui serviva l’acqua del vicino fiume Aube in modo che questa venisse efficacemente sfruttata da tutte le strutture.

Il risultato fu che i monaci dl Clairvaux riuscirono pienamente nell’intento di sfruttare le acque del fiume Aube “deviandolo e canalizzandolo per irrigare gli orti del monastero e far funzionare le mole per il grano, la gualchiera, la birreria e la conceria”.

L’ordine cistercense italiano si diede da fare tanto quanto quello francese, indirizzando da subito i propri sforzi per l’accaparramento dei diritti sull’acqua e di un numero elevatissimo di impianti idraulici (questa politica fu condotta dai monasteri di Chiaravalle Milanese, Casanova, Lucedio, Morimondo, Calamari, Fossanova, Chiaravalle di Fiastra e dai monasteri liguri)”.[14]

La posta in palio, allo stesso tempo economica e politico, rispetto al processo di utilizzo dei mulini risultava del resto assai rilevante nell’Europa medioevale. Come ha notato correttamente E. Zangarini, “conclusa la costruzione del mulino, il proprietario” (feudatario ecclesiastico o laico) “possedeva una struttura che gli era stata economicamente onerosa e desiderava quindi ricavarci molto utile. Infatti con una popolazione poco numerosa come quella dell’epoca l’installazione dei suddetti macchinari doveva essere accompagnata da una grande quantità di grano da macinare; questo poteva accadere in comunità consistenti come quelle monastiche, e questo spiega la vasta diffusione degli impianti molitori in queste comunità.

Ma come potevano ricavare del denaro dai propri impianti i signori dell’aristocrazia? La risposta fu trovata molto presto ed i risultati che diede furono un toccasana per le classi dei signori che avevano il potere di imporre ai contadini del suo feudo il proprio monopolio, avvalendosi spesso delle maniere forti con le quali facevano abbandonare al contado le macine a mano per far utilizzare i propri mulini, naturalmente con un “piccolo” contributo spese.

Il cosiddetto “banno” (e da qui la definizione di mulini di mulini “bannali”) inteso come tassa per l’utilizzo del mulino del signore ha un significato etimologico molto chiarificatore: banno = diritto di comandare, costringere, punire.

Ecco quindi come si poteva trasformare la  moltitudine in un tesoro ed ecco perché la diffusione dei seppur costosi impianti divenne esponenziale.

Il gioco valeva sicuramente la candela.”[15]

Ma era possibile d’altro canto, anche un utilizzo cooperativo e solidale della tecnologia dei mulini ad acqua ed a vento,  dimostrò sul campo l’esperienza olandese dell’undicesimo/tredicesimo secolo.

In tale area geopolitica, infatti, la necessità di un duro e prolungato lavoro di drenaggio e desalinizzazione con la creazione parallela di dighe, portò non solo alla costruzione su scala sempre più ampia di mulini a vento per sollevare l’acqua nel processo di prosciugamento dei terreni, poste di regola sotto il livello del mare (i famosi polder), ma costrinse anche l’autorità imperiale tedesca ed i feudatari delle zone circostanti a concedere condizioni di vita materiale e giuridiche relativamente favorevoli ai contadini che vi si stanziavano, almeno a partire dall’undicesimo secolo, per lavorare e rendere abitabile quell’aspra (ma fertilissima, se prosciugata) regione.

Tra le concessioni e franchigie concesse loro dai signori feudali vi fu anche, per un periodo relativamente lungo, il diritto di controllo delle comunità rurali olandesi sulle strutture molitorie da loro costruite in loco, in chiara controtendenza rispetto al resto dell’Europa. Finita l’epoca più difficile ed eroica del processo di drenaggio/desalinizzazione, ripartirono ovviamente i tentativi dell’impero, della chiesa cattolica e dei signori feudali locali – in reciproca tensione e scontro – di riassicurarsi a proprio vantaggio la “proprietà del vento”, e cioè l’utilizzo combinato del lavoro universale e della forza motrice inanimata: ma tale fenomeno non può nascondere che proprio la pratica combinata dei contadini olandesi dell’Alto Medioevo mostrò che un altro modo (di utilizzo della tecnologia idraulica e molitoria) risultava possibile, era concretamente alla portata del genere umano.

Sempre sotto questo profilo nell’era pre-industriale una traccia significativa della concreta riproduzione della “linea rossa” in campo tecnologico e protoscientifico venne dalla presenza di cooperative anche nel settore non-agricolo delle società, che si svilupparono prima del 1770 e della macchina a vapore di Watt.

Ad esempio in Russia ed Ucraina risultarono molto diffuse, e per lunghi secoli, gli artel: associazioni cooperative ???semi formali tra lavoratori che operavano, oltre che nel commercio, anche nel settore della pesca e dell’estrazione mineraria, e nelle quali si distribuivano molto spesso il prodotto del lavoro collettivo in parti uguali. In una loro interessante opera, B. Zangheri e V. Castronuovo, ricordarono che si hanno notizie in Italia di cooperative ancora all’epoca pre-industriale, mentre nel 1760 in Inghilterra sorsero sia un forno cooperativo che mulino cooperativo, ad opera degli agricoltori locali.

Un ulteriore conferma dello sdoppiamento reale e concreto nel processo dell’utilizzo della scienza e tecnologia dopo il 4000 a.C. viene dall’esperienza offerta dalla prima Rivoluzione industriale (1770/1830), con l’emergere della combinazione dialettica tra macchina a vapore e macchine utensili delle tipologie più diverse, come si è già notato in precedenza.

È fuori di discussione per qualunque storico serio, anche di matrice dichiaratamente anti-marxista, che la borghesia egemone nell’Inghilterra del Diciassettesimo secolo seppero utilizzare a proprio esclusivo vantaggio il nuovo livello di lavoro universale creato attraverso il decisivo perfezionamento della macchina a vapore, apportato da J. Watt nel 1763/65, mediante il nuovo livello di sviluppo tecnologico formatosi mediante la simbiosi della nuova forza motrice extraumana con le macchine utensili ed i mezzi di trasporto (battello e locomotiva vapore), ecc.

Nella società capitalistica industriale/post-industriale, la scienza e la tecnologia da formidabili strumenti (potenziali) di emancipazione e liberazione del genere umano e dei produttori diretti sono stati trasformati dalla borghesia in armi assai potenti e formidabili per lo sfruttamento e l’oppressione di questi ultimi.

Nel 1835 uno degli apologeti del capitalismo, Andrew Ure, dichiarò senza mezzi termini che “quando il capitale pone la scienza al suo servizio, alla mano riottosa dei lavoratori sarà sempre insegnata la mansuetudine”, : e proprio la “Big Scienze”, la simbiosi creatasi tra capitale e scienza non è e non è mai stata “un’alleanza tra pari: si è sempre rivelato un rapporto servo-padrone, con il capitale in posizione dominante. I folgoranti successi della scienza moderna hanno creato l’illusione che a guidare il processo del cambiamento storico fosse il fattore autonomia, ma, come ha giustamente osservato Andrew Ure, la scienza è stata per lungo tempo “al servizio del capitale” e “alle sue dipendenze”.

Oggi, la produzione di sapere viene attuata su scala industriale all’interno delle fabbriche della scienza, altrimenti note come laboratori di ricerca. La ricerca scientifica è quasi interamente opera di scienziati di professione alle dipendenze di corporazioni capitalistiche e di governi, o da questi indirettamente finanziati.

La conseguenza di ciò è che la conoscenza e perfino la natura stessa sono diventate sempre più “mercificate” (convertite in oggetti che è possibile vendere e acquistare). La produzione di conoscenza scientifica nei secoli Diciannovesimo e Ventesimo non era modellata attorno alle esigenze dell’uomo bensì legata a ragioni di profitto.”[16]

Marx sottolineò ripetutamente e con chiarezza sia “lo sfruttamento” della scienza, intesa come “prodotto intellettuale generale dell’evoluzione sociale”, da parte “del capitale” che le pesantissime ricadute e conseguenze sulla classe operaia di tale “incorporazione” (Marx) della combinazione scienza/tecnologia.

Tra i tanti passi dell’opera marxiana che riguardano questa tematica, si può estrapolare uno degli scritti più significativi del grande rivoluzionario tedesco. Nel 1863 Marx notò che “la scienza come prodotto intellettuale generale dell’evoluzione sociale appare essa stessa come direttamente incorporata al capitale (e la sua applicazione in quanto scienza al processo di produzione materiale appare come distinta dal sapere e dalle capacità del singolo operaio), e lo sviluppo generale della società, essendo sfruttato dal capitale – e agendo come forza produttiva del capitale – di contro al lavoro, appare a sua volta come sviluppo del capitale e ciò tanto più in quanto, per la grande maggioranza, gli si accompagna di pari passo uno svuotamento della capacità lavorativa”.

Così “mentre ai precedenti livelli di produzione l’ambito limitato delle conoscenze e l’esperienza erano collegati direttamente al lavoro stesso, non si sviluppavano come forza autonoma e separata e perciò, nel complesso, non superavano mai i limiti di una tradizionale raccolta di ricette, attuata da lungo tempo e in sviluppo assai lento e graduale”, adesso “la scienza opera come forza estranea, ostile al lavoro, come forza che lo domina; e il suo impiego – che per un verso è accumulazione, è, per un altro, sviluppo entro la scienza di dati, di osservazioni, segreti del mestiere ricavati, sperimentalmente, per l’analisi del processo di produzione, come applicazione delle scienze naturali al processo materiale di produzione – si fonda sulla separazione delle forze spirituali del processo delle conoscenze, nozioni e capacità del singolo operaio, esattamente come l’accumulazione e lo sviluppo delle condizioni di produzione e la loro trasformazione in capitale si fondano sulla privatizzazione dell’operaio da queste condizioni”.[17]

Tuttavia, simultaneamente e con altrettanta chiarezza, Marx rilevò che sia a livello potenziale che concreta risultava possibile un utilizzo alternativo collettivistico del nuovo livello di sviluppo raggiunto dopo il 1770 dal lavoro universale, della combinazione tra scienza e tecnologia, dalle nuove macchine che “cristallizzavano” sul piano materiale i nuovi risultati ottenuti dal processo di accumulazione di conoscenze/competenze scientifiche e tecnologiche da parte dell’“evoluzione sociale” (Marx, 1863) del genere umano: certo, a patto di avviare con successo una rivoluzione socialista almeno nei paesi più sviluppati economicamente.

Tra i tanti passi dell’opera marxiana che riguardano questa tematica, e cioè il “lato rosso” – possibile e potenziale – della prima Rivoluzione industriale, si può selezionare lo splendido discorso tenuto nell’aprile del 1856 dal grande rivoluzionario tedesco in una riunione per il quarto anniversario del giornale cartista “People’s Paper”.

Marx sottolineò come in quel periodo “il vapore, l’elettricità e le macchine automatiche fossero rivoluzionarie di natura molto più pericolosa” (per il dominio della borghesia) “dei cittadini Barbes, Raspail e Blanqui… Ai nostri giorni, ogni cosa sembra impregnata del suo contrario: le macchine, dotate del meraviglioso potere di abbreviare e potenziare il lavoro umano, le osserviamo mentre lo affamano e lo costringono ad un superlavoro, le supermoderne fonti di benessere” (macchine, vapore, elettricità, ecc. il lavoro universale, scienza e tecnologia) “per qualche strano e bizzarro incantesimo” (e cioè l’utilizzo capitalistico delle macchine, vapore, elettricità, ecc: del lavoro universale) “sono trasformate in sorgenti di privazioni…”[18]

Marx sottolineò nel 1856 il “meraviglioso potere” – potenziale, e reale se adoperato in una società collettivistica – delle macchine di “abbreviare e potenziare il lavoro umano”, la loro potenzialità oggettiva di diventare “supermoderne fonti di benessere” generale e collettivo, se utilizzate all’interno di una nuova formazione economico-sociale di matrice collettivistica.

Le macchine, il vapore/elettricità, ecc. potevano diventare grandi forze liberatrici dell’intero genere umano, a patto di eliminare lo “strano e bizzarro incantesimo” (il loro utilizzo di matrice capitalistico) che li trasformava in “sorgenti di privazioni e superlavoro” per i produttori diretti, per la classe operaia, per le masse popolari; il processo di incorporazione della scienza/tecnologia nel capitale non era una fatalità storica per Marx, una volta spezzata l’egemonia della borghesia sul piano politico e, a catena, socio produttivo.

Il “meraviglioso potere” liberatorio del lavoro universale non risultava per Marx solo una potenzialità astratta più o meno lontana nel tempo. Germogli deboli ed immaturi, ma concreti di utilizzo alternativo, cooperativo e solidaristico delle macchine, del vapore e dell’elettricità, ecc. avevano iniziato a svilupparsi anche all’interno della formazione economico-sociale capitalistica del Diciannovesimo secolo: esperienze socioproduttive minoritarie e limitate tra concrete, ben note al grande scienziato/rivoluzionario tedesco ed al suo compagno di lotta e studio.

Ad esempio Marx ed Engels conoscevano perfettamente l’azione sviluppata da Robert Owen per quasi quattro decenni. E non solo quella da lui effettuata in qualità di teorico comunista (utopico) o come abile stimolatore del movimento operaio e cooperativo britannico, ma anche in funzione di particolare ed “alternativo” manager della grande fabbrica di New Lanark in scozia, dal 1800 al 1824: una pratica di cui erano a conoscenza sia nei suoi (pesanti) limiti,  che nei suoi lati positivi e di forte “anticipazione” dei tempi.

Engels, nell’Antidühring del 1878 scritto in parziale collaborazione con Marx, notò che nell’Inghilterra sconvolta dalla prima Rivoluzione Industriale comparve nell’anno di grazia 1800 “come riformatore un industriale ventinovenne, un uomo dal carattere di fanciullo, semplice sino al sublime ed a un tempo dirigente nato come pochi. Robert Owen aveva fatta sua la dottrina dei materialisti dell’illuminismo, secondo la quale il carattere dell’uomo è, da una parte, il prodotto dell’organizzazione in cui nasce e, dall’altra, delle circostanze che lo circondano durante la sua vita e specialmente durante il periodo del suo sviluppo. Nella rivoluzione industriale la maggior parte degli uomini della sua classe vedevano solo confusione e caos, che permettono di pescare nel torbido ed arricchirsi rapidamente. Egli vide in essa invece l’occasione per applicare il suo principio favorito e così mettere ordine nel caos. Lo aveva già tentato con successo a Manchester come dirigente di una fabbrica di più di cinquecento operai; dal 1800 al 1829 diresse in qualità di condirettore le grandi filande di New Lanark in Scozia seguendo gli stessi principi, ma solo con maggiore libertà d’azione e con un successo che gli procurò rinomanza europea. Una popolazione, che salì a poco a poco a 2500 unità e che originariamente si componeva degli elementi più svariati e per la massima parte fortemente demoralizzati, fu da lui trasformata in una perfetta colonia modello, nella quale l’ubriachezza, la polizia, il giudice penale, i processi, l’assistenza ai poveri, il bisogno di beneficenza erano cose sconosciute. E tutto questo semplicemente per il fatto che gli mise quella gente in condizioni più degne dell’uomo e, soprattutto, fece educare accuratamente la generazione nuova. Egli fu l’inventore degli asili d’infanzia e li introdusse qui per la prima volta. A partire dal secondo anno di vita i bambini venivano a scuola dove tanto si divertivano che a stento potevano essere ricondotti a casa. Mentre i suoi concorrenti facevano lavorare da tredici a quattordici o re al giorno, a New Lanark si lavorava solo dieci ore e mezza. Allorché una crisi cotoniera costrinse a fermare il lavoro per la durata di quattro mesi, agli operai rimasti disoccupati fu corrisposto il pieno salario. E, così stando le cose, lo stabilimento aveva più che raddoppiato di valore e corrisposto sino all’ultimo ai proprietari un lauto profitto.

Con tutto ciò Owen non era soddisfatto. L’esistenza che aveva creato per i suoi operai era ancora ai suoi occhi molto lontana dall’essere un’esistenza degna dell’uomo; “quegli uomini erano miei schiavi”: le condizioni relativamente favorevoli in cui egli li aveva messi erano ancora molto lontane dal permettere uno sviluppo generale e razionale del carattere e dell’intelletto e mano ancora permettevano una libera attività.

E tuttavia la parte attiva di questi 2500 uomini produceva per la società altrettanta ricchezza reale quanto appena un mezzo secolo prima avrebbe potuto produrne una popolazione di 600.000 uomini. Io mi chiedevo: che cosa avviene della differenza tra la ricchezza consumata da 2500 persone e quella che i 600.000 avrebbero dovuto consumare?

La risposta era chiara. Essa era stata impiegata per versare ai proprietari dello stabilimento il 5% di interesse sul capitale investito ed inoltre più di 300.000 ???lire sterline (6.000.000 di marchi) di profitto. E ciò che era vero di New Lanark, lo era, e in misura ancora maggiore, per tutte le fabbriche inglesi.

Senza questa nuova ricchezza creata dalle macchine non si sarebbero potute condurre le guerre per abbattere Napoleone, e per mantenere i principi aristocratici della società. Eppure questo nuovo potere era stato creato dalla classe operaia.

Ad essa perciò ne appartenevano anche i frutti. Le nuove potenti forze produttive, che sino allora erano servite solo per l’arricchimento dei singoli e l’asservimento delle masse, offrivano a Owen la base per un rinnovamento sociale ed erano destinate, come proprietà comune, a lavorare solo per il benessere comune.

In una tale maniera, tipica del mondo degli affari, e, per così dire, frutto del calcolo commerciale, sorse il comunismo di Owen. E mantenne sempre lo stesso carattere orientato verso la pratica. Così nel 1823 Owen propose di alleviare la miseria irlandese mediante le colonie comuniste e allegò al progetto calcoli perfetti sulle spese di impianto, sulle spese annue e sui redditi prevedibili. E così nel suo piano definitivo per l’avvenire, l’elaborazione tecnica dei dettagli è condotta con tale cognizione di causa che, una volta ammesso il metodo di riforma sociale proposto da Owen, anche dal punto di vista di uno specialista, ben poco si può dire contro l’organizzazione particolare”.[19]

Anche se lo stabilimento era gestito in larga parte secondo le tradizionali regole del gioco capitalistico, una sua parte (subordinata) venne invece destinata, grazie alla bontà ed intelligenza di Owen, a fini sociali. E le macchine industriali destinate – seppur solo in misura secondaria e limitata – a scopi cooperativi e di solidarietà umana fecero davvero “miracoli”, almeno per quei tempi ed in base ai parametri di quasi tutto il Diciannovesimo secolo: con l’utilizzo cooperativistico (parziale) delle nuove forze produttive e del nuovo lavoro universale, gli operai di New Lanark ottennero assistenza medica gratuita ed un fondo malattia, una giornata di lavoro di cinquantacinque ora settimanali con il sabato pomeriggio libero, scuole per l’infanzia gratuite all’avanguardia, ecc. tutte conquiste che dei lavoratori britannici ottennero con dure lotte solo verso la fine del secolo.

Riprendendo ad un livello più avanzato l’esperienza dei suoi “progenitori” dell’era pre-industriale, a sua volta il movimento cooperativo fin dalla seconda metà dell’Ottocento iniziò ad utilizzare, in tutta una serie di casi, le nuove conoscenze tecnologiche e scientifiche, le nuove macchine a vapore ed elettriche all’interno degli stabilimenti da esso costruiti.

Anche se il movimento cooperativo britannico si dedicò soprattutto alle cooperative di consumo, fina dal tempo dei “probi pionieri” di Rochdale (Lancashire, 1844), nel Regno Unito si svilupparono via via aziende cooperative legate proprio alla produzione industriale e con utilizzo di macchinari relativamente moderni, mostrando la possibilità concreta di un utilizzo alternativo e comunitario delle “supermoderne fonti di benessere” (Marx, 1856).

Invece il movimento cooperativo punto, fin dal suo sorgere, sulle cooperative di produzione.

“In Francia le prime esperienze cooperative si legano sia alle idee dei “socialisti utopisti” (Saint-Simon, Fourier, Proudhon), sia alle iniziative fiorite in occasiona della rivoluzione del 1848 soprattutto per impulso di Louis Blanc: gli “Ateliers Nationaux” (Officine Nazionali”: fabbriche pubbliche istituite per garantire lavoro ai ceti popolari) e soprattutto il sostegno della Repubblica alle cooperative operaie (un fondo di 3 milioni di franchi e norme di accesso preferenziale agli appalti pubblici). Alla fine del 1849 si conteranno a Parigi ben 255 cooperative operaie di produzione.

Il modello cooperativo francese di differenzia dunque da quello britannico per la presenza forte e autonoma della cooperazione di produzione, finalizzata alla garanzia dell’occupazione dei soci-operai e spesso sostenuta da politiche pubbliche. Nel 1864 viene creata la Camera consultiva delle cooperative. Nel 1893 nasce la Banca cooperativa delle Società operaie di produzione. Lo stesso Napoleone III emette un provvedimento di sostegno alle cooperative di produzione.”[20]

Un’esperienza socioproduttiva interessante e reale quale la cooperazione,  seppur di peso quantitativo limitato  e con un basso livello di composizione organica del processo produttivo, dimostrò pertanto fin dal Diciannovesimo secolo come un “altro modo” di utilizzo del lavoro universale fosse possibile, non solo potenzialmente ma anche nella realtà concreta delle società industriale.

Le formazioni economico-sociali collettivistiche, seppur deformate, sorte dopo l’Ottobre Rosso del 1917 espressero in passato e rivelano tuttora delle lezioni analoghe, seppur ovviamente su scala enorme-mente più vasto.

Come esempio illuminante di un utilizzo collettivistico delle macchine e della combinazione scienza-tecnologia alternativo e diverso da quello capitalistico, si può selezionare in primo luogo il caso concreto della grande impresa privata russa Putilov, e della sua trasformazione in senso socialista subito dopo l’Ottobre del 1917.

La fabbrica industriale denominata dopo il 1867 Compagnia Putilov sorse nel 1800 come fonderia di palle di cannone. Rilevata dall’imprenditore Putilov nel 1867, via via si estese e diventò uno dei più grandi trust privati russi nel settore della metallurgia, della produzione di armi e di locomotive, creando strette relazioni con l’apparato statale e l’esercito zarista che durarono fino al 1917.[21]

Come ha notato lo storico J. A. Grant, si trattò realmente di “grandi affari”: la Putilov venderà essenzialmente allo stato russo vagoni ferroviari, locomotive ed artiglieria, mentre gli azionisti del grande monopolio intascavano ogni anno dei lucrosi dividendi, che giovavano anche alle banche russe che partecipavano, dopo il 1880, al suo pacchetto azionario ed ai suoi crescenti investimenti.

Dopo l’Ottobre Rosso, a cui gli operai dell’azienda diedero un sostegno di massa, la Putilov venne nazionalizzata ed assunse il nome di Putilov Rosso (Zadov Krasnj Putilovets): non solo cessarono i profitti lucrosi intascati annualmente dai suoi proprietari, ma dopo la fine della guerra civile il potere sovietico ed i lavoratori della Putilov riconvertirono la fabbrica principalmente come produttrice di trattori per l’agricoltura sovietica, con un modello di prodotto ripreso in larga parte dal celebre trattore dell’ipercapitalista Ford statunitense.

Un secondo esempio significativo viene dal vorticoso “saliscendi” di nazionalizzazioni e privatizzazioni dell’allora strategico settore petrolifero di Baku, tra l’ottobre del 1917 ed il maggio del 1920: tale dinamica mostrò ulteriormente la presenza concreta del processo di sdoppiamento nell’utilizzo del lavoro universale durante gli ultimi millenni, nel caso specifico interessando la massa (cristallizzata e trasformata in mezzi di produzione) di conoscenze, competenze, know-how scientifico e tecnologico via via accumulato dall’industria estrattiva degli idrocarburi a partire dal 1855/59 e dalla prima trivella costruita da Drake.

A partire dall’ultimo decennio dell’Ottobre, la zona geopolitica di Baku (prima appartenente all’impero zarista, poi all’Unione Sovietica fino al 1991, azera fino ai nostri giorni) era diventata infatti il principale centro mondiale nell’estrazione del petrolio: come ha notato il dirigente comunista A. I. Mikojan, “il petrolio di Baku aveva attirato l’attenzione del capitale mondiale molto prima di quello persiano: prima della rivoluzione quasi il15% del petrolio mondiale proveniva da Baku. Nel 1917 le società anonime straniere più importanti (Nobel, Rothschild, ecc.) e i proprietari russi, azerbaigiani e armeni se lo erano largamente accaparrato.

Di fronte alla resistenza sempre più vivace della classe operaia, i gruppi capitalistici, per tutelare i loro interessi, si erano associati in un’Unione dei petrolieri (puramente formale, dal momento che tale unione era in realtà divisa da feroci rivalità). La guerra mondiale, esasperando al massimo le contraddizioni tra le due coalizioni belligeranti – la Germania, l’Austria-Ungheria e la Turchia da una parte e l’Intesa (Inghilterra, Francia e Russia) dall’altra – aveva esacerbato ancor più tale concorrenza”.[22]

Solo dopo pochi giorni dall’inizio dell’Ottobre Rosso in Russia, il soviet di Baku ottenne in forma pacifica il controllo sugli apparati statali della città. Dopo aver domato con la “critica delle armi” un’insurrezione controrivoluzionaria, promossa dalla borghesia della città e dai grandi magnati dei trust petroliferi nel marzo del 1918, la Comune di Baku decise l’arresto “degli esponenti più in vista del mondo del petrolio” della città: nell’aprile del 1918 vennero nazionalizzate tutte le banche ed istituti finanziari della città e,  nel maggio dello stesso anno, la conferenza del partito bolscevico di Baku decise “di nazionalizzare senza indugio l’industria petrolifera, anche se non era ancora pervenuto il decreto di nazionalizzazione di Mosca”.[23]

Nel periodo compreso tra il febbraio del 1917 ed il maggio del 1918, l’egemonia all’interno dei rapporti sociali di produzione/distribuzione nell’area di Baku passò pertanto dalla “linea nera” alla tendenza collettivistica, ma tra la fine di luglio e l’inizio di agosto del 1918 l’offensiva delle truppe turche e il seguente contro-arrivo di truppe britanniche nella città portò alla caduta della Comune di Baku, alla sua sostituzione con un nuovo governo controrivoluzionario.

In questa nuova fase politico-sociale, la centralità all’interno delle relazioni sociali di produzione/distribuzione nell’area di Baku ritornò sotto l’ala della tendenza classista, visto che il nuovo governo anticomunista, diretto dai partiti “socialisti” menscevico e socialista-rivoluzionario sotto il controllo dell’imperialismo britannico, aveva subito reintrodotto la proprietà privata nelle banche e nel settore petrolifero, restituendo ai vari Nobel e Rothschild le loro vecchie proprietà.[24]

Dopo 21 mesi, nuovo colpo di scena nei rapporti di produzione della città azera.

Nell’aprile-maggio del 1920, infatti, la combinazione tra l’insurrezione degli operai di Baku e l’entrata nel paese dell’Armata Rossa permisero la re-instaurazione del potere sovietico a Baku e la ri-formazione dell’egemonia della “linea rossa” in tutto l’Azerbaigian, con la nuova nazionalizzazione del settore bancario e petrolifero nella regione. Sempre Mikojan ricorda che “negli ultimi giorni di maggio del 1920 l’industria petrolifera (più di 250 aziende private), fu nazionalizzata per la seconda volta (la prima volta era stato nel 1918, prima della sconfitta del potere sovietico a Baku). Fu creata la società statale Azneft.  Bisognava organizzare urgentemente l’esportazione per mare, verso la Russia, degli immensi stock di petrolio che si erano accumulati. La strada di Astracan era aperta, la navigazione era già cominciata. Contemporaneamente, bisognava intensificare la produzione di petrolio”.[25]

In soli quattro anni troviamo quattro cicli di egemonia socioproduttiva:

1)      Gennaio 1917-Settembre 1917: prevalenza della “linea nera” a Baku;

2)      Ottobre 1917-Luglio 1918: prevalenza della “linea rossa” a Baku;

3)      Agosto 1918-Aprile 1920: ri-prevalenza della “linea nera” a Baku;

4)      Maggio 1920: ripresa dell’egemonia della “linea rossa” a Baku.[26]

Quattro cicli diversi, ed alternati tra loro, anche rispetto all’utilizzo concreto (classista, o collettivistica) del lavoro universale contenuto e consolidato nel settore e nei pozzi petroliferi, oltre che negli oleodotti e nelle cisterne che gravitavano attorno alla grande fonte di idrocarburi di Baku.

L’elenco dei casi di “sdoppiamento”, all’interno del processo di utilizzo sia di mezzi di produzione che delle conoscenze scientifico-tecnologica che li sorreggevano, può essere allungato a dismisura nel periodo 1917/2012 se si mette a confronto l’esperienza socioproduttiva del capitalismo di stato occidentale/giapponese con quella invece espresso dal socialismo deformato di matrice sovietica (1917/1991), che da socialismo di mercato cinese e vietnamita, tra il 1949 ed il secondo decennio del terzo millennio.

Tra gli esempi più clamorosi di processi concreti di sdoppiamento, sempre nell’utilizzo delle medesime conoscenze aventi per oggetto il lavoro universale, si possano ricordare e mettere a confronto:

–            La costruzione di centrali nucleari avviate in Unione Sovietica a partire dal 1954 (in Cina dopo il 1994), e quella invece sviluppata dai grandi trust capitalistici negli Stati Uniti sempre nel settore nucleare-civile, con l’egemonia di grandi imprese private quali la General Electric e la Westinghouse;[27]

–            Il sistema telefonico e delle telecomunicazioni satellitari civili elaborato dagli Stati Uniti negli ultimi centocinquant’anni, egemonizzato completamente dalle imprese private, e quello invece via via costruito sotto l’egemonia pubblica in Unione Sovietica prima, e nella Cina Popolare in seguito;

–            La produzione di pannelli solari e fotovoltaici di energia eolica e di centrali a biomassa rappresenta nei paesi capitalistici un settore in gran parte riservato alle imprese private, ma allo stesso tempo e da più di un decennio, nella Cina (prevalentemente) socialista, tale segmento produttivo è nelle mani soprattutto di aziende pubbliche e cooperative, la cui azione (ordinata dalle autorità di Pechino) ha fatto si che il gigantesco paese asiatico diventasse già nel 2011 il leader mondiale dell’economia verde;[28]

–            Il settore computeristico ed informatico, egemonizzato completamente nel mondo occidentale (a dispetto della sua derivazione da scoperte avvenute all’inizio in ambito statale-militare), e quello invece sviluppato (male…) all’interno dell’Unione Sovietica prima, e (bene) dalla Cina Popolare tra il 1965 ed i giorni nostri;

–            La scienza ed ingegneria genetica, subito cadute nelle mani delle società private nel mondo occidentale, a differenza di quello che è avvenuto in Cina (= egemonia pubblica) in questo settore strategico.

Ma anche nel mondo di Internet (Arpanet, all’inizio) si sono sviluppate due forme alternative di controllo ed utilizzo del nuovo segmento di scoperte scientifico-tecnologico persino nelle stesse metropoli imperialiste che, complice anche il bassissimo livello di composizione organica (diretti) del settore scientifico-produttivo in via d’analisi.

L’utilizzo capitalistico del software e dell’universo degli internauti è simbolizzato dall’esperienza oligopolistica di Microsoft e del suo principale manager/azionista di riferimento il plurimiliardario Bill Gates. Ma per fortuna Microsoft non risulta l’unico astro che splende nel mondo della scienza/tecnologia informatica, anche all’interno del mondo occidentale: ci riferiamo specialmente a Linux, il cui Kernel è stato sviluppato originariamente dal finlandese Linus Torvalds nel 1991. E proprio l’esperienza ipermoderna di Linux, il software utilizzabile gratuitamente dagli internauti e continuamente migliorato dalla loro (gratuita) pratica diretta, è stato definito a sua volta con qualche esagerazione da Steve Ballmer (uno dei dirigenti più prestigiosi di Microsoft, succeduto a Bill Gates nel 2008 a capo di quest’ultima) come “comunismo che la gente ama molto, veramente molto” nel corso di una riunione dei manager dell’azienda tenutasi nel 2000.[29]

Ma in internet non si trova solo Linux: è da tempo che si parla di dot-communism e del “socialismo in Internet”, come ha del resto sottolineato di recente Kevin Kelly in un suo articolo del 22 maggio 2009, intitolato significativamente “The new socialism: Global Collectivist society is coming online”.

Ormai, ha notato Kelly, solo negli USA vengono scaricati gratuitamente sei miliardi di video al mese, realizzati da milioni di appassionati, mentre il sito Flicky permette di condividere tre miliardi di fotografie; già da tempo vi sono in rete numerosi siti che permettono di scaricare gratuitamente decine di migliaia di documenti, archivi, dati e ricerche, mentre Google, Archive.org, Liber Liber e o Logos mettono liberamente a disposizione milioni di libri,  in buona parte consultabili integralmente e spesso scaricabili senza costo alcuno; una realtà come Wikipedia risulta a sua volta il frutto dell’azione collettiva e gratuita di decine di migliaia di internauti.

Piccole e di regola non-coscienti anticipazioni del comunismo sviluppato e del “a ciascuno secondo i suoi  bisogni”; elementi fragili, ma già ora reali e concreti, di collettivismo nel mondo di Internet e nell’utilizzo della scienza/tecnologia dentro il mondo occidentale.

Il “modello Linux”, contrapposto a quello invece rappresentato (sia sul piano simbolico che materiale) dalla Microsoft, agisce concretamente persino nelle metropoli imperialistiche, sia a livello concreto che sula piano potenziale. Sussiste infatti la disponibilità virtuale anche al loro interno di un utilizzo cooperativo ed egualitario, certo subordinato al concreto possesso di un minimo di massa critica di fondi e mezzi di produzione, delle scoperte scientifiche non brevettabili (di natura matematica e/ aventi per oggetto le leggi di natura), delle invenzioni mai brevettati (bussola, ruota e via crescendo di livello) e di quelle non più sottoposte a brevetti e proprietà privata (motore diesel, lampadina elettrica di Edison, ecc.).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] I. Wilson, “I Pilastri di Atlantide”, pp. 138-140, ed. Piemme

[2] Liverani, op. cit., pp. 31-35

[3] J. Diamond, “Armi, acciaio e malattie”, pp. 62 e 73, ed. Einaudi

[4] J. Rifkin, “Ecocidio”, pp. 36-39, ed. Mondadori

[5] J. Keegan, “La grande storia della guerra”, p. 134, ed. Mondadori

[6] Op. cit., p. 136

[7] Op. cit., p. 240

[8] J. Diamond, op. cit., pp. 224-225

[9] P. Kropotkin, “Il mutuo appoggio”, pp. 168-169, ed. Salerno

[10] Op. cit., p. 169

[11] Op. cit., pp. 170-171

[12] Op. cit., p. 172

[13] M. Millefiori, “Storia dei formaggi DOP”, in www.formaggio.it

[14] E. Zangarini, “Il ruolo dei mulini nel Medioevo”, 2000, in echowebspace.altervista.org

[15] Zangarini, op. cit.

[16] C. D. Conner, op. cit., p. 394

[17] K. Marx, “Frammento dai materiali preparatori del Capitale del 1863”, in appendice a Il Capitale, volume II, Einaudi Editore, 1975, pp. 1326-1327-1328

[18] K. Marx, “Discorso per l’anniversario del People’s Paper”; 14 aprile 1856

[19] F. Engels, “Antidühring”, pp. 279-280, Editori Riuniti

[20] “La storia del movimento cooperativo”, in www.legacooppuglio.it????

[21] J. A. Grant, “Big Business in Russia: the Putilov Company in late Imperial Russia”, ed. University of Pittsburgh Press

[22] A.I. Mikojan, “Dallo zarismo alla guerra civile”, p. 66, Editori Riuniti

[23] Op. cit., pp. 112-120

[24] Op. cit., pp. 173 e 332

[25] Op. cit., p. 17

[26] Vedi R. Sidoli, “Logica della storia e comunismo novecentesco. L’effetto di sdoppiamento”, p. 71, Ed. Petite Plaisance

[27] G. Boffa, “Storia dell’Unione Sovietica”, vol. secondo, Editori Riuniti

[28] G. Visetti, “Il libretto verde”, 24 novembre 2011, in www.dirittiglobali.it

[29] “Ms’Ballmer: Linux is communism”, di G. Leo, 31 luglio 2000, in www.theregister.com


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