Capitolo Sesto

MICROSOFT O LINUX?  –Parte seconda

Accumulato un minimo di informazioni e conoscenze in questo campo d’analisi storica, risulta possibile iniziare a trarre una prima sintesi teorica sul processo di “sdoppiamento” verificatosi all’interno dell’utilizzo concreto del lavoro universale, dal 9000 a.C. fino ai nostri giorni.

Infatti anche un breve processo di focalizzazione sulla dinamica scientifico-tecnologica degli ultimi undicimila anni rivela ed indica senza ombra di dubbio come fin dal 9000 a.C. e fino ai giorni nostri, ininterrottamente e senza soluzione di continuità, siano comparse sia sul piano potenziale che reale-concreto due forme alternative di utilizzo del diverso livello di accumulazione via via raggiunti dal lavoro universale: la modalità d’uso cooperativa e collettivistica (egemone dal 9000 a.C. fino al 3900 a.C.) e quella protoclassista/classista, invece in grado di conquistare una centralità (contrastata) dal 3700 a.C. fino all’inizio del terzo millennio.

Dal 9000 a.C. fino ai nostri giorni, in altri termini, il “modello-Linux” si è confrontato e scontrato con il “modello-Microsoft” sul piano dell’utilizzo della massa (crescente) di conoscenze e competenze scientifico-tecnologiche via via accumulate dalla pratica del nostro genere umano, dalla combinazione mutevole tra “lavoro dei morti” e “cooperazione dei vivi” (Marx, Capitale, libro terzo).

Le caratteristiche principali del “modello Linux”, della forma collettivistica di utilizzo generale del lavoro universale risultano essere:

1)        Uso a vantaggio  comune e per gli interessi generali degli uomini, senza esclusione pregiudiziale di alcuna frazione della popolazione, delle conoscenze scientifiche e tecnologiche via via acquisiste.

2)        La riproducibilità completa, gratuita e senza limiti di sorta di queste ultime,, con l’unica e parziale eccezione del settore militare.

3)        La libera miglior abilità di queste ultime attraverso la pratica degli scienziati/tecnici interessati,, anche se “dilettanti” come le splendide (ed anonime) donne che verso il 9000 a.C. inventarono in Medio Oriente l’agricoltura e provocarono la rivoluzione neolitica.

4)        La destinazione del processo di utilizzo del lavoro essenzialmente per fini produttivi e/o per la produzione di generi di consumo tendenzialmente accessibili ai membri delle società collettivistiche.

5)        L’utilizzo illimitato delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, perché esso vada concretamente nell’interesse generale della collettività.

6)        L’utilizzo difensivo delle scoperte scientifiche e tecnologiche collegate al campo militare ed alla produzione di mezzi di distruzione.

7)        All’interno delle variegate e mutevoli società classiste e nel “modello Microsoft”, viceversa, i punti centrali risultano i ben diverso contenuto e finalità, e cioè:

1)                      L’utilizzo a vantaggio della classe egemone sul piano socioproduttivo, o di sue particolari frazioni, delle conoscenze scientifiche e tecnologiche via via acquisite.

2)                      La non-riproducibilità de facto di queste ultime per il benessere comune, attraverso il monopolio dei mezzi di produzione e delle condizioni della produzione (terra, acqua, fonti energetiche) e, dopo il 1700, l’istituzione dei brevetti e della proprietà privata sul lavoro intellettuale.

3)                      L’assenza del potere/libertà di migliorare a vantaggio collettivo i tasselli che formano l’insieme del lavoro universale.

4)                      La destinazione del processo di utilizzo del lavoro universale, ed anche in parti consistenti, anche per la produzione di beni di consumo di lusso e per soddisfare i bisogni ludico-estetici dell’elite delle società classiste.

5)                      L’utilizzo vincolato e condizionato delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, solo a patto che il loro uso non vadano contro gli interessi materiali della classe dominante (o di suoi segmenti importanti) e/o che esso le porti dei benefici durevoli (= complesso di Erone).

6)                      L’utilizzo offensivo e militaristico del lavoro universale, collegato al processo di miglioramento della produzione dei mezzi di distruzione e degli strumenti bellici.

Mettendo a confronto il primo fronte di contraddizione tra “modello Linux” e “modello Microsoft”, emerge subito come all’interno delle formazioni economiche-sociali protoclassiste e classiste il “sapere” (proto) scientifico e tecnologico sia stato costantemente controllato, indirizzato e destinato a favore di una minoranza più o meno ristretto della popolazione.

La tecnologia della domesticazione del cavallo e dei bovini su larga scala, ad esempio, non venne certo utilizzata per il  benessere collettivo dell’insieme delle popolazioni nomadi di matrice Kurgan ed indoeuropea, ma solo a vantaggio di quella minoranza di patriarchi-guerrieri che al loro interno  dominavano sia donne, o ragazzi e schiavi nei loro rispettivi clan familiari 8la categoria di padre-padrone, in altri termini), che le popolazioni agricole-sedentarie tenute via via sotto la loro violenta egemonia ed imperialismo nomade dopo il 4300 a.C.

Arrivando agli ultimi due secoli, Marx nel 1856 (oltre che in numerosi altri passi dei Grundrisse e del Capitale) ha evidenziato con grande efficacia le dimensioni quantitative e l’intensità qualitativa raggiunta dall’utilizzo capitalistico delle macchine dopo il 1770 e fino ai nostri giorni, di quegli strumenti di produzione che condensano al loro interno diversi millenni di sapere e conoscenza proto scientifica/scientifica e tecnologica, teso a ricevere il massimo profitto sia per allargare il fondo di accumulazione/consumo della borghesia su scala crescente che per contrastare la tendenza generale alla caduta del saggio di profitto.

Come aveva ben notato lo studioso sovietico Arab-Ogly, “nella società capitalistica da potente strumento di emancipazione dalle limitazioni materiali e culturali degli uomini la scienza e la tecnica si trasformano sempre più in arma per la loro subordinazione economica, sociale e morale. Indipendentemente dai loro intenti ogni attività degli uomini, siano essi produttori o consumatori, nella società capitalistica e finalizzata ad un unico scopo: l’intensificazione della produzione e cioè la ricerca del massimo profitto.  La massificazione della produzione attuale ha aggiunto a questa ideale da caserma soltanto l’illusione di una diversità dei prodotti attraverso la forma esterna e la confezione. E non si può pensare che in ciò si manifesti qualche volontà maligna oppure vi si celi l’ironia del destino. La cosa è molto più semplice: quanto più aumentano le spese di produzione (impianti, ricerche scientifiche, forza lavoro) tanto più esse devono essere ripartite su una massa di merci uguali per evitare la tendenza scoperta da Marx alla caduta del saggio di profitto”.[1]

Come notò Marx, nel Capitale, “la scienza del macchinismo,, appare al lavoratore come “estranea e straniera” e viene in realtà “incorporata” dalla riproduzione allargata del processo di produzione capitalistico, con livelli di dominio sempre più elevati: questo fin dai tempi della macchina a vapore perfezionata (non creata… vedi Erone, Papin e Newcomen) da Watt, che subito da buon aspirante capitalista brevettò l’invenzione e fondò una società con il capitalista Boulton per sfruttarla in senso “Microsoft”.

Negli ultimi tre decenni, inoltre,  si è esteso via via il processo di privatizzazione del lavoro universale, sociale e collettivo. Ormai il balzo qualitativo effettuato dopo il 1970/73 dal settore scientifico,  utilizzato coscientemente ai fini dell’accumulazione capitalistica, ha fatto si che il capitalismo non si limita a impossessarsi del saper al quale ha dato indirettamente origine, ma privatizza anche ciò che è incontestabilmente bene comune, come il menome di piante e animali e quello umano: e attinge a costo zero al patrimonio culturale comune per utilizzarlo come “capitale culturale” o “capitale umano”; termine con cui si designano soprattutto le capacità umane e le forme di sapere non formalizzabili, che gli individui sviluppano giorno per giorno nei rapporti con i loro simili.

A fianco di tale importante processo, è continuato senza sosta ed a ritmi accelerati lo sfruttamento/utilizzo capitalistico del lavoro universale in tutti i nuovi settori industriali, a partire dall’informatica, robotica e nanotecnologie.

Sotto questo profilo risulta paradigmatico il caso di Internet: come si è già accennato in precedenza, il padre e la matrice originaria di Internet è stata Arpanet, progettata da un ente statale degli USA (il DARPA) con fondi e mezzi interamente pubblici, ma a partire dagli inizi degli anni Ottanta il suo uso cadde in mano alle multinazionali capitalistiche, con l’attento controllo-supervisione dell’apparato statale e dei servizi segreti statunitensi.

“Nel 1958 il governo degli Stati Uniti decise di creare un istituto di ricerca. L’istituto venne denominato ARPA (acronimo di Advanced Research Projects Agency) e il suo compito era ambizioso: cercare una soluzione alle problematiche legate alla sicurezza nella rete di comunicazione. Per tutti gli anni Settanta ARPAnet continuò a svilupparsi in ambito universitario e governativo, ma dal 1974, con l’avvento dello standard di trasmissione TCP/IP /Trasmission Control Protocol/Internet Protocol), il progetto della rete prese ad essere denominato Internet.

È negli anni ottanta, grazie all’avvento del personal computer, che un primo grande impulso alla diffusione della rete al di fuori degli ambiti più istituzionali e accademici ebbe il suo successo, rendendo di fatto potenzialmente collegabili centinaia di migliaia di utenti. Fu così che gli “utenti” istituzionale e militari cominciarono a rendere partecipi alla rete i membri della comunità scientifica che iniziarono così a scambiarsi informazioni e dati, ma anche messaggi estemporanei ed a coinvolgere, a loro volta, altri “utenti”comuni. Nacque in questo modo, spontaneamente, l’e-mail, la posta elettronica, i primi newsgroup e di fatto una rete: Internet.

Nel 1983 ARPA esaurì il suo scopo: lo stato chiuse l’erogazione di fondi pubblici, la sezione militare si isolò, necessitando di segretezza assoluta a protezione delle proprie informazioni, e nacque perciò MILNET.  In seguito, nei primi anni novanta, con i  primi tentativi di sfruttamento commerciale, grazie a una serie di servizi da essa offerti, ebbe inizio il vero boom di Arpanet, nel frattempo rinominata Internet, e negli stessi anni nacque una nuova architettura capace di semplificare enormemente la navigazione:  la World Wibe Web.

ARPANET fu la prima rete a commutazione di pacchetto nel mondo.

La commutazione di pacchetto, ora base dominante della tecnologia usata per il trasferimento di voce e dati in tutto il mondo, era un concetto nuovo e importante nelle telecomunicazioni. Mediante  questa tecnica, i messaggi e le informazioni vengono suddivisi in pacchetti di lunghezza fissa e ogni singolo pacchetto diventa un’unità a sé stante, capace di viaggiare sulla rete in modo completamente autonomo. Non è importante che tutti i pacchetti che compongono un determinato messaggio rimangano uniti durante il percorso o arrivino nella sequenza giusta. Le informazioni che essi convogliano al loro interno sono sufficienti per ricostruire, una volta arrivati a destinazione, l’esatto messaggio originale.

La sostanziale differenza con Internet è che quest’ultima si compone di migliaia di singole reti, ciascuna che raccoglie a sua volta un numero più o meno grande di Host.”[2]

Progetto pubblico, fondi pubblici, notevoli scoperte scientifico-tecnologiche (= commutazione a pacchetto, connessioni tra telefonia e computer, ecc.) create dal settore statale: ma dopo il 1983 si affermò lo sfruttamento capitalistico del “lavoro universale”accumulatosi in precedenza in questo campo, in particolar modo con l’oligopolio capitalistico di Microsoft diretto dal suo principale azionista, il multimiliardario Bill Gates.

Anche il settore delle nanotecnologie, sempre rimanendo nel mondo occidentale, è stato sviluppato essenzialmente con fondi pubblici e da università statali: si pensi solo al “Sunny”, un motore molecolare capace di effettuare 60.000 giri al minuto creato dall’Università di Bologna sotto la direzione del professor V. Balzamo. Ma come vale anche per la rivoluzionaria iper-tecnologia della fusione termonucleare (di cui il fulcro sta diventando il laboratorio di Cadarache in Francia nell’ambito del progetto internazionale ITER, finanziato dai fondi pubblici dei stati), le ricadute future della nanotecnologia saranno sicuramente accaparrate ed “incorporate” nei prossimi decenni dal capitalismo privato se (se…) rimarranno sostanzialmente immutati gli attuali rapporti di forza politico-sociali tuttora esistenti nel mondo occidentale.

Fortunatamente, a fianco ed in contrapposizione al “modello Microsoft”, si è riprodotto anche quello alternativo e cooperativistico, sempre nell’ambito dell’utilizzo (sdoppiato) del lavoro universale creatosi dopo il 9000 a.C.: il “modello Linux”.

Per quanto riguarda il caso concreto di Linux, esso ha preso l’avvio con la creazione del sistema GNU da parte di Richard Stallman, programmatore di computer e noto hacker statunitense.

Stallman fin dal 1980 “rifiutò un futuro dove avrebbe dovuto firmare accordi di non divulgazione per non condividere codici sorgente o informazioni tecniche con altri sviluppatori di software e compiere altre azioni che considerava tradimenti dei suoi principi. Scelse invece di condividere il suo lavoro con altri, in quello che considerava un classico spirito di collaborazione. Sebbene Stallman non partecipò negli anni sessanta all’era della controcultura, fu ispirato dal suo rifiuto della ricerca della ricchezza come primo obbiettivo di vita: Stallman sostiene che gli utenti di software dovrebbero avere la libertà di “condividere con i loro vicini”, e di essere in grado di studiare e fare modifiche al software che loro usano”.[3]

Pertanto Stallman cercò di creare un “codice sorgente” di nuovo tipo, gratuito ed accessibile a tutti e “annunciò il progetto per il sistema operativo GNU nel settembre 1983 su molte mailing list, ARPAnet e Usenet. Nel 1985 Stallman pubblicò il manifesto GNU, che descriveva le sue motivazioni per creare un sistema operativo libero chiamato GNU, che sarebbe stato compatibile con Unix. Il nome GNU è un acronimo ricorsivo per “GNU’s Not Unix (GNU non è Unix)”.

Poco dopo, diede vita a una corporazione no profit chiamata Free Software Foundation, per impiegare programmatori di software libero e fornire un’infrastruttura legale per il movimento del software libero: Stallman è il presidente non stipendiato della FSF, un’organizzazione no-profit 501 (c)(3) fondata nel Massachusetts.

Nel 1985, Stallman inventò e rese popolare il concetto di copyleft, un meccanismo legale per proteggere i diritti di modifica e redistribuzione per il software libero: fu inizialmente implementato nella GNU Emacs General Public License, e nel 1989 il primo programma indipendente sotto licenza GPL fu rilasciato.

Da allora, gran parte del sistema  GNU è stato completato. Stallman fu responsabile di aver contribuito con molti strumenti necessari, inclusi un editor di testo, un compilatore, un debugger, un wìld automator (un metodo automatico di compilazione da codice sorgente a codice binario). Quello che ancora mancava era il kernel nel 1990, membri del progetto GNU cominciarono lo sviluppo di un kernel chiamato GNU Hurd, che deve ancora raggiungere il livello di maturità richiesto per l’uso diffuso.

Nel 1991, Linus Torwald, uno studente finlandese, usò gli strumenti di sviluppo GNU per produrre il kernel Linux; i programmi esistenti del progetto GNU furono prontamente adattati per funzionare con il kernel Linux ed ora molti sorgenti usano il nome “Linux” per riferirsi al sistema operativo general purpose risultante.”[4]

Come si è già notato in precedenza, Linux rappresenta un tipo di software libero e gratuito, comunitario e senza immediata produzione di profitto privato: un altro “modo di gestire Internet” che, seppur non privo di contraddizioni si è esteso dalla Finlandia agli USA, dal Venezuela di Chavez fino alla Cina e allo stato indiano del Kerala. Un software liberamente modificabile da tutti gli internauti, tanto che “non esiste un’unica versione di Linux ma esistono diverse distribuzioni (chiamate anche distro), solitamente create da comunità di sviluppatori o società, che scelgono, preparano e compilano i pacchetti da includere. Tutte le distribuzioni condividono il kernel Linux (sia pur in versioni diverse e spesso personalizzate), mentre si differenziano tra loro per il cosiddetto “parco software”, cioè i pacchetti preparati e selezionati dagli sviluppatori per la distribuzione stessa, per il sistema di gestione del software e per i servizi di assistenza e manutenzione offerti.

Esistono distribuzioni eseguibili direttamente dal CD senza che sia richiesta l’istallazione sul proprio hard disk, come Knoppix e derivate: sono chiamate distribuzioni live o desktop CD. Per altre ancora si può effettuare l’installazione dalla penna USB.”[5]

Ci siamo dilungati su questo specifico settore di praxis umana contemporanea perché il progetto concreto di Linux sintetizza in forme ipermoderne “un modello” che è antico quasi come il genere umano, risalendo addirittura all’Homo habilis ed ai suoi primi chopper, con il derivato utilizzo collettivistico cooperativo dei vari gradi di sviluppo via via raggiunti dal lavoro universale: a partire proprio dal “livello uno”, quello appunto creato nel lontano paleolitico di Oldurai ben 2.200.000 anni fa dai nostri ancestrali predecessori, per arrivare (tra l’altro) alla praxis cooperativa ed egualitaria di Richard Stallman e di Linus Torvalds.

Tiriamo a questo punto le fila.

Specialmente dopo l’Ottobre del 1917 e la rivoluzione bolscevica, il processo di coesistenza/lotta plurimillenaria tra “linea rossa” e “linea nera”, tra “modello Linux”  e “modello Microsoft” in campo scientifico-tecnologico ha raggiunto un salto di qualità importante, a cui si è già accennato in precedenza.

Sul fronte dell’utilizzo collettivistico del lavoro universale, uno degli ultimi pezzi di questo rosso “mosaico” dell’epoca contemporanea è formato dal progetto EAST, lanciato alla fine dello scorso secolo dalla (prevalentemente) collettivistica Cina Popolare per creare un salto di qualità significativo nel campo della tecnologia della fusione termonucleare: in quella “magia” bianca attraverso la quale un solo grammo di deuterio e trizio, elementi estremamente diffusi nel nostro pianeta, sono resi in grado di produrre tanta energia quanto quella ricavabile da ben undici ( undici miliardi di grammi…) di carbonio.

A partire dal 1989, infatti, le autorità statali cinesi hanno deciso di costruire un reattore sperimentale di tipo Tokamak ad Heifei (provincia di Anhui), il cui allestimento è stato completato nel 2006 e che già nel gennaio del 2007 è stato in grado di produrre attraverso lo sconfinamento  elettromagnetico del plasma energia pari a 500 kiloamperes per circa cinque secondi: solo un inizio, ma assai promettente.[6]

Quando gli sforzi (sostenuti da fondi statali) degli scienziati, tecnici e operai cinesi di Heifei riusciranno nei prossimi decenni ad aver successo nel creare il “sole artificiale” sulla Terra in connessione più o meno stretta con il simultaneo progetto Iter di Cadarache, i risultati e le enormi ricadute concrete di questa gigantesca ed epocale rivoluzione energetica andranno a vantaggio di  tutto il popolo cinese, e non saranno quasi subito monopolizzate invece da poche multinazionali/parassite in mano privata, come rischia di avvenire nel mondo occidentale (sempre presupponendo la stabilità degli attuali rapporti di forza politico-sociali su scala mondiale).

Sarebbe proprio la giusta destinazione per un’eccezionale scoperta scientifico-tecnologica creata in precedenza nei laboratori statali dell’Unione Sovietica, tra il 1950 ed il 1968.

Il Tokamak, costruito cinque decenni or sono nella società collettivistico-deformata sovietica e sulla cui matrice fondamentale agisce il reattore termonucleare di Heifei che quello futuro di Cadarache, costituisce una macchina di forma toroidale cne, attraverso il confinamento magnetico di isotopi di idrogeno allo stato di plasma, crea le condizioni affinché si verifichi, al suo interno, la fusione termonucleare allo scopo di estrarne l’energia prodotta.

La miscela di gas presenti all’interno del tokamak è generalmente composta da due isotopi dell’idrogeno:deuterio e trizio. La mistura di gas allo stato di plasma risulta essere completamente ionizzata pertanto controllabile, sfruttando la forza di Lorentz, attraverso degli opportuni campi elettromagnetici esterni.

I campi magnetici sono di tre tipi: campi toroidale e verticale indotti esternamente e campo poloidale generato dal plasma stesso.

Il primo, generato per mezzo di bobine toroidali, permette di generare un campo diretto attorno all’asse di simmetria del toro che vincola le particelle cariche a fluire lungo quella direzione.

Il secondo, generato per mezzo di bobine, permette il controllo della posizione del plasma all’interno del toro.

Il terzo, assicura l’equilibrio del plasma.

Il plasma per raggiungere le condizioni di fusione termonucleare deve soddisfare particolari condizioni espresse nel dettagli dal criterio di Lawson (anche se è più appropriato, nel dimensionamento dei tokamak, usare il criterio di agnizione.

Per il raggiungimento di queste condizioni un fattore importante è la temperatura del plasma, per l’innalzamento della quale viene trasmessa altissima energia del plasma attraverso varie tecniche, tra cui sono da citare: il riscaldamento ohmico, l’introduzione di particelle ad alta energia nonché irraggiamento di campi elettromagnetici alla frequenza di risonanza per mezzo di antenne a radiofrequenza (RF).

Ora, questo “sole artificiale” è stato progettato con fondi pubblici nei laboratori sovietici a partire dall’ottobre del 1950, grazie inizialmente agli scienziati A. Sacharov e I. Tamm: fin d’allora l’idea della base del tokamak “era infatti quella di confinare un gas ad alta temperatura (che quindi è completamente ionizzato e si chiama plasma) con dei campi magnetici, per ottenere energia dalla fusione nucleare controllata.

In Occidente questa configurazione era ignota, in quanto le ricerche sulla fusione erano tenute segrete: nello stesso periodo, negli Stati Uniti Lyman Spitzer, ai laboratori di Princeton, in New Jersey, studiava la configurazione nota come stellarator. Fu solo nel 1955 che gli Stati Uniti, alla Conferenza internazionale sull’uso pacifico dell’energia atomica a Ginevra, scoprirono l’esistenza del Tokamak, e solo alla Seconda conferenza di Ginevra (1958) furono resi noti i dettagli di come costruire una macchina basandosi sul principio del Tokamak.

Nel 1968, alla terza IAEA (Conferenza internazionale sull’uso e controllo del plasma e della fusione nucleare) a Novosibirsk, gli scienziati russi resero noto di avere raggiunto una temperatura degli elettroni di oltre 1000 e V in un Tokamak (1 elettronvolt equivalente a 11605 kelvin). Questo sbaragliò gli scienziati britannici ed americani, che erano lontani dal raggiungere tali prestazioni: rimasero sospettosi, finché i test furono effettuati con il laser confermando la temperatura effettivamente raggiunta dai russi.”[7]

Sulla scia del grande successo sovietico, venne successivamente lanciato in Europa il progetto Jet (Joint European Torus) con la creazione di un reattore a fusione che, a partire dal 1978, migliorò i parametri e le prestazioni di quello sovietico; sempre per intervento statale e con fondi pubblici.

Sempre restando in un ambito prevalentemente collettivistico (post-1919), risulta allo stesso tempo come banale ma significativo sottolineare come la scienza matematica sia stata utilizzata su vasta scala, e con effetti spesso eccezionali (Sputnik, 1917; Gagarin, 1961), anche all’interno delle formazioni economico-sociali postcapitalistici, sviluppatesi dopo l’Ottobre Rosso sovietico: e si tratta di una sorta di “scienza universale”, che costituisce l’indispensabile supporto per la scienza fisica.

Alle prove concrete di utilizzo collettivistico i grandi risultati scientifici provengono persino all’interno delle società capitalistiche grazie a scienziati e ricercatori che non si sono legati e piegati alle regole del profitto, anticipando l’esperienza sopracitata di Stallman e Linus  Torvalds.

Il leggendario Albert Sabin costituì, con la sua pratica concreta, una sorta di “manifesto” in carne ed ossa dell’altro modo di intendere/utilizzare il lavoro universale, visto che quando il grande ricercatore ebreo (nato in Russia nel 1906 ed in seguito naturalizzato americano) sperimentò con successo il suo celebre vaccino contro la poliomelite-malattia che ancora negli anni Cinquanta mieteva vittime a migliaia ogni anno in tutto il pianeta, specie tra i bambini, scelse di non brevettarlo e rinunciò a guadagnare anche un solo dollaro sulla sua grande realizzazione, consentendo la diffusione anche tra le fasce più povere della popolazione del pianeta, senza che il suo vaccino diventasse oggetto di speculazioni economiche.[8]

Anche il grande scienziato tedesco Rontgen, inventore dei raggi X, compì una scelta analoga nella Germania capitalistica dell’inizio del Novecento, sostenendo che la sua scoperta doveva andare a vantaggio dell’intera umanità, senza scopi di lucro personali e/o a vantaggio dei grandi monopoli capitalistici.

A sua volta il geniale N. Tesla mise da parte il suo primo milione di dollari all’età di 40 anni, ma donò quasi tutti i suoi diritti d’autore sulle invenzioni future: era particolarmente inetto nel gestire le sue finanze, completamente incurante della ricchezza materiale.

Egli strappò addirittura un contratto con Westinghouse, che lo avrebbe reso il primo miliardario in dollari del mondo, in parte a causa delle sue implicazioni che questo avrebbe avuto sulla sua visione futura dell’energia libera.

Egli credette sempre al concetto di “energia libera”, a disposizione gratuita ed illimitata di tutti gli esseri umani, e non a caso coniò il suo celebre (e “rosso”) aforisma secondo cui “la scienza non è altro che una perversione, se non ha come  suo fine ultimo il miglioramento delle condizioni dell’umanità.[9]

Il grande scienziato Francesco Sala, scomparso nel dicembre del 2011, aveva dimostrato con la sua praxis concreta che era possibile (seppur difficile) un utilizzo cooperativo e la ricerca pubblica sugli OGM (organismi geneticamente manipolati) anche in ambito capitalista.

Il 12 aprile del 2010 Sala notò, in un articolo intitolato “L’agricoltura biologica del futuro sarà un’agricoltura OGM”, che “la comunità scientifica italiana, quella vera, quella che fa ricerca e che pubblica i suoi risultati su riviste internazionali con referee, è concorde sul fatto che è un grosso errore perdere l’esperienza che la nostra ricerca pubblica aveva acquisito sugli OGM sino al 1999. Eravamo tra le prime 3-4 nazioni al mondo nel settore. I nostri giovani ricercatori erano attrezzati in tutto il mondo. Con il mio gruppo di ricerca, sono andato ad insegnare le nostre metodologie nella R.P. Cinese nell’ambito del progetto “biotechnology for China” voluto per diversi anni dal Governo Italiano. Ora che potremmo coglierne i frutti con un progetto che io definirei “biotechnology from China”, il tutto è stato bloccato. Prima con il ministro Pecorario Scanio, poi con Alemanno, successivamente con Zaia.

Un solo esempio: la collaborazione del mio gruppo di ricerca con il National Institute of Forestry Pechino aveva prodotto linee di pioppo contenenti un gene che conferisce resistenza ad un insetto patogeno che uccide gli alberi scavando gallerie nel tronco. La stessa patologia è presente in Italia. Ora la Cina possiede e coltiva il pioppo resistente all’insetto. I colleghi cinesi mi hanno chiesto: “perché non lo porti anche in Italia?”. La mia risposta (“perché la legge non lo permette”) e li ha molto stupiti. Vi è infatti da aggiungere che i cloni originali coltivati in Cina provengono dall’Istituto Sperimentale di Pioppicultura di Casale Monferrato e che quindi sono già perfettamente adattati alle condizioni italiane. Ora i colleghi cinesi hanno introdotto in questi stessi pioppi un secondo gene che conferisce sterilità: non più polline, non più semi! Quindi i pioppi “coltivati” non potranno più interferire con la biodiversità del pioppo “naturale” eventualmente presente in vicinanze delle coltivazioni di pioppo. La biodiversità di quest’ultimo sarà così salvaguardata. Si consideri che l’Italia è uno dei centri mondiali della biodiversità del pioppo “naturale”. La valle del fiume Ticino, ove si coltiva la maggior parte del pioppo italiano è anche il centro di questa biodiversità. La potremmo salvare con l’introduzione del nostro pioppo sterile e resistente agli insetti (meno insetticidi e più biodiversità), ma l’Italia non lo permette perché è OGM. Dunque, per i nostri governanti è giusto andare avanti con la distruzione del pioppo “naturale” italiano…

I mass-media insistono sul fatto che gli OGM sono prodotti dalle multinazionali del seme. Questo è vero per gli OGM sul mercato occidentale (ma non in quello asiatico dove il controllo è locale). Si dimentica, inoltre, che le Multinazionali del seme sono interessate solo alle grandi colture, cioè a quelle che hanno un grande mercato. Queste essenzialmente sono: soia, mais, cotone e colza. Sembrerà paradossale, ma il riso, la graminacea più importante al mondo non è considerata una grande coltura: ogni nazione, inclusa la Cina, lo coltiva e lo utilizza per il suo consumo interno. Il suo commercio mondiale è limitatissimo! Ne consegue che se i cinesi reputano essenziale per la loro nutrizione il riso OGM, lo devono produrre con la loro ricerca nazionale. Ed è fortunatamente quello che stanno facendo, anche con grande attenzione alla sicurezza nazionale dell’ambiente, alla biodiversità “naturale” e ai vantaggi che ne derivano per gli agricoltori. Se noi vogliamo salvare  il pomodoro San Marzano o la vite Nero d’Avola, lo dobbiamo fare con la nostra ricerca”.

Più a livello generale, la grande conquista della sanità pubblica gratuita che venne introdotta in molte nazioni capitalistiche europee a termine della seconda guerra mondiale (per effetto combinato delle lotte dei lavoratori europei e dell’effetto di imitazione creato dalle conquiste già ottenute in tale campo dall’Unione Sovietica, con il suo sistema di sicurezza sociale che accompagnava il cittadino sovietico “dalla culla alla tomba”, fin dall’inizio degli anni Trenta) ha mostrato concretamente come persino all’interno di alcune formazioni economico-sociali capitalistiche, grazie a rapporti di forza politico-sociali relativamente favorevoli su scala interna ed internazionale, sia diventato possibile l’uso cooperativo e gratuito di importanti segmenti di lavoro universale quali i farmaci (anche molto costosi), le attrezzature chirurgiche sofisticate e gli strumenti medici cura/prevenzione a volte molto avanzati.

Sempre all’interno delle formazioni economico-sociali di matrice capitalistica, non possono inoltre essere brevettate le scoperte scientifiche “pure” che riguardino la Natura: persino la Corte Costituzionale degli Usa, con un verdetto letto dal suo presidente Warren Burger, aveva riconosciuto nel 1972 che “Einstein non avrebbe potuto brevettare la sua celeberrima equazione E=MC2, né Newton la “legge di gravità”.[10]

Pertanto quella parte del lavoro universale che riguarda la scoperta delle leggi di natura rimane sempre e concretamente a disposizione di qualsiasi forma di utilizzo pratico, anche di matrice collettivistica, persino nelle società dominate dalla borghesia: e si tratta di una “base” intellettuale, di una precondizione scientifica di grande importanza, anche se così plateale ed evidente da poter passare… inosservata, come nel caso sopracitato del metodo matematico.

Sempre all’interno delle società capitalistiche prodottesi negli ultimi due secoli, anche il sistema generale di produzione e distribuzione dell’acqua potabile (basato sugli acquedotti rialzati per lunghe distanze, con tecnologie di base in parte già scoperte nella Roma schiavistica pre-cristiana) in tutta una serie di casi è stato posto sotto il controllo e la proprietà pubblica, senza scopi di profitto e puntando ad ottenere dall’acqua distribuita solo il prezzo di costo, ivi compreso l’ammortamento della rete idrica statale.

Pertanto in questo settore scientifico-tecnologico, cha ha per oggetto un bene di primaria importanza per la sopravvivenza di specie, persino nel seno delle società capitalistiche si è sviluppato ed affermato in nazioni importanti un modo collettivistico e cooperativo di utilizzo del lavoro universale, ben differente da quello alternativo e classista che si è invece imposto via via in altri stati borghesi: una forma di utilizzo capitalistico dell’acqua (e dell’insieme di conoscenze tecniche-scientifiche ad essa collegato) che, come successo in Italia dopo il 2010 ed il famigerato decreto Ronchi sull’acqua, tende a divorare e distruggere il “modello Linux” ancora applicato in questo campo specifico.

Anche nel società capitalistiche avanzate, infine, le tecnologie e le conoscenze scientifiche accumulate nel campo dell’estrazione distribuzione di petrolio e gas sono state utilizzate, ed a volte migliorate, da aziende pubbliche per scopi non rivolti a favorire i processi di accumulazione privata: il caso dell’AGIP di Enrico Mattei, dal 1945 al 1962, risulta sotto questo aspetto assai significativo non solo per quanto riguarda la zona geopolitica italiana.

Anche nelle formazioni capitalistiche, inoltre, le conoscenze scientifiche e tecnologiche all’attività della stampa non divennero terreno di caccia esclusivo e assoluto delle grandi imprese, ma fin dalla seconda metà del Quattrocento il lavoro universale (dei cinesi, di Gutemberg, Fust, Schoffen, Coster, ecc.) contenute in tale praxis sociale venne anche utilizzato da liberi artigiani e, specie negli ultimi due secoli, da cooperative tipografiche ed editoriali non rivolte a scopi di lucro e di accumulazione privata, che coprono un segmento minoritario ma non irrilevante in questo settore produttivo.

Persino negli USA, la roccaforte del capitalismo mondiale, dal maggio del 1933 è sorta la “via pubblica” di utilizzo del lavoro universale in campo energetico: la Tennessee Valley Authority (TVA). L’area di servizio della TVA copre la maggior parte del Tennessee, parti di Alabama, Mississippi e Kentucky, e piccole zone di Georgia, North Carolina e Virginia. È stata la prima grande azienda di pianificazione regionale della Confederazione e rimane la più grande: sotto la guida di David Lilienthal (“Mr. TVA”), la TVA divenne un modello per gli sforzi del governo americano per modernizzare la società del terzo mondo agrario.

Il presidente Franklin Delano Roosevelt firmò il Tennessee Valley Authority Act, creando la TVA il 18 maggio del 1933.

In qualità di fornitore di energia elettrica, all’agenzia è stato dato il potere di stipulare contratti a lungo termine (20 anni) per la vendita di energia agli enti pubblici e ai soggetti privati, per costruire linee di trasmissione di energia elettrica ed aree altrimenti impossibilitate ad essere rifornite e per stabilire regole regolamenti per la vendita di energia elettrica e la distribuzione. Così la TVA è la più grande azienda elettrica pubblica della nazione, fornendo energia elettrica a oltre nove milioni di clienti nella valle del Tennessee. Essa agisce principalmente come un grossista della potenza elettrica, vendendo a 156 distributori di energia al dettaglio e a 56 clienti industriali o di governo serviti direttamente. L’energia è ottenuta dalle dighe che forniscono energia idroelettrica, dai combustibili fossili vegetali, dalle centrali nucleari, dalle turbine a gas, dalle turbine eoliche e dai pannelli solari.

Il secondo campo di differenziazione tra “modello Microsoft” ed il “modello Linux” consiste nella riproducibilità libera, omnicomprensiva ed omnilaterale, oppure nella riproducibilità elitaria e chiusa delle scoperte scientifico-tecnologiche.

Partendo dalla forma d’utilizzo del lavoro universale, già il monopolio dei mezzi di produzione e delle condizioni della produzione (terra, acqua, fonti energetiche, ecc.) da parte di una minoranza della popolazione garantisce in buona parte a quest’ultima il controllo sull’utilizzo di larga parte dei risultati della combinazione scientifica (protoscienza)/tecnologie.

Non si può riprodurre la tecnica molitoria, ad esempio, se il costo per costruire un mulino è alto e l’utilizzo delle acque (o del vento) è riservato per legge a pochi privilegiati, feudali laici o ecclesiastici; non si possono costruire liberamente abitativi sui terreni di proprietà privata di altri, utilizzando pezzi di lavoro universale già insiti in embrione la Terra Amata (300.000 anni orsono) o pienamente a Gerico nell’8000 a.C. Il monopolio dei mezzi e condizioni della produzione da parte di una minoranza, costituisce dal 9000 a.C. un ostacolo materiale formidabile alla libera e collettiva riproducibilità delle conquiste scientifico-tecnologiche più importanti: da Nevali Cori fino ad arrivare al Diciassettesimo secolo, anche prima dell’affermarsi dell’egemonia capitalistica in Olanda/Inghilterra e dello sviluppo su larga scala dell’istituto dei brevetti/segreto commerciale, la libera riproducibilità dei principali avariamenti nel lavoro universale avvenuti dopo il 9000 (a partire dalla tecnica agricola e protoscienza botanica) era estremamente limitata proprio dalla stessa nuda e semplice egemonia della “linea nera” post-3700 a.C., dal contratto “a monte” sui mezzi e condizioni di produzione da parte di una minoranza degli uomini, dalle classi sfruttatrici.

Come affermava Plinio nel primo secolo d.C., sul piano formale le idee migliori appartenevano certo a tutti ma di fatto, dopo il 3700 a.C., esse venivano utilizzate e riprodotte sul piano materiale solo da un èlite e dai “soliti noti” ricchi e potenti.

La situazione generale in questo campo peggiorò ulteriormente con l’adozione su larga scala dall’istituto dei brevetti e del segreto industriale.

La prima disposizione politico.giuridica organica sul brevetto venne emanata dal Senato, l’organo legislativo della repubblica protoborghese veneziana, il 19 marzo del 1474. In tale decreto si poteva leggere per qualunque nuova invenzione e scoperta effettuata sul suolo veneziano (“algun nuovo et ingegnoso artificio”) l’inventore si sarebbe dovuto presentare ad un ufficio apposito: e in seguito sarebbe stato proibito a chiunque di copiare e/o riprodurre, di utilizzare le nuove scoperte senza l’autorizzazione dell’inventore per dieci anni.

Come ha notato il filosofo statunitense Whitehead, “in effetti tutti i sistemi di brevetto occidentali non sono altro che una copia delle note a piè di pagina del vecchio statuto veneziano del 1474, seppur con significative varianti.

In Inghilterra, infatti, iniziò a svilupparsi fin dal Quindicesimo secolo la categoria teoria e l’utilizzo pratico delle “patents”, termine che deriva dal latino  litterae patentes, e cioè “lettere aperte”.

Il concetto di “patents” era strettamente collegato a quello di monopolio: le lettere aperte erano dei documenti emanati dal Re d’Inghilterra che davano l’esclusiva di distribuzione/importazione/esportazione di un determinato prodotto al privato intestatario della littera. I profitti derivavano dal fatto che le litterae non riguardavano solo le nuove invenzioni, ma addirittura i beni primari (sale incluso); insomma, il Re vendeva questa lettera e otteneva consistenti liquidità, mentre invece chi aveva comprato la lettera valorizzava il suo investimento nel giro di pochi anni, e si arrivò ad un punto di saturazione sotto Giacomo I, che fu costretto a revocare tutte le litterae esistenti e a delegare la gestione di questo aspetto ad un organo di derivazione parlamentare.

Tornando però ai “patents” così come l’intendiamo noi, il primo rilasciato in Inghilterra risulta essere quello assegnato da Enrico VI nel 1449 (prima dello Statuto veneziano e dopo l’episodio fiorentino di Brunelleschi) ad un tale chiamato John of Utynam, che aveva inventato un nuovo modo di lavorare il vetro.

L’Inghilterra viene anche ricordata per l’importante passo compiuto dalla regina Anna nel primo decennio del 1700, che obbligò finalmente chiunque presentasse un brevetto ad allegare una dettagliata descrizione scritta dello stesso prodotto per cui pretendeva di avere l’esclusiva: dopo l’Inghilterra il brevetto fu ufficializzato negli Stati Uniti d’America con il patent Act del 1790, e poi nel 1809 in Brasile.

Grazie alle norme politico giuridiche che emanate sulla proprietà intellettuale, le nuove scoperte scientifico-tecnologiche via via ottenute a partire dall’inizio del Settecento nel mondo capitalistico vennero rese non-riproducibili liberamente, diventando la proprietà monopolistica per un lungo periodo (di regola due/tre decenni) delle imprese che avevano il  contratto dei brevetti quasi omni presenti, che si sono estesi negli ultimi anni anche persino al campo delle sementi dei cereali attraverso la creazione delle multinazionali private (Monsanto, Cargill, ecc.) di molteplici sementi ibride transgeniche e della loro vendita a condizioni quasi usuraie ai contadini di larga parte del mondo resi spesso dei moderni servi della gleba dai detentori capitalisti del sapere e del lavoro universale in questa area socioproduttiva di valore strategico.[11]

Si è infine già accennato che perfino nel settore scientifico più difficile a prima vista da privatizzare, e cioè nella scoperta delle proprietà del genoma umano e nella sua futura trasformazione genetica, il “modello Microsoft” egemone all’interno delle formazioni economico-sociali capitalistiche ha compiuto dei passi da gigante. Già a metà del 2005, negli Stati Uniti ben 4382 dei 23.688 geni presenti nel DNA umano – circa il 20% del totale – risultavano coperti da almeno un brevetto, il 74% dei brevetti appartenevano a privati e la sola società Incyte aveva un diritto di brevetto su circa il 10% dei geni umani; nel capitalismo, ed ormai da lungo tempo, si può persino “brevettare la vita” e privatizzare i (potenziali) risultati e scoperte nel campo della modifica/ricomposizione del nostro patrimonio genetico collettivo.[12]

Tuttavia restava possibile, ed è stato concretamente praticato un diverso modo di utilizzo delle scoperte scientifiche-tecnologico, che prevedeva (e prevede tuttora) la loro libera riproducibilità con il derivato utilizzo cooperativo sia sul piano formale-giuridico che su quello materiale, ovviamente in assenza, nel secondo caso, della proprietà dei mezzi di produzione da parte di una minoranza della popolazione.

Per rimanere solo ai decenni più recenti ed ai casi più eclatanti, il Tokamak ed il lavoro universale su cui si ????? è stato “messo in comune” con gli scienziati di tutto il mondo dalla parte sovietica fin dal 1968 e dalla conferenza di Novosibirsk, vendendo la scoperta del “sole artificiale” riproducibile liberamente e su scala planetaria; a sua volta la libera riproducibilità del software GNU-Linux è una caratteristica fondamentale sia della sua genesi che del suo enorme successo/diffusione nell’intero globo, mentre in Cina è emersa e si è consolidato da alcuni decenni un “altro modo” di produrre, e di lasciar riprodurre liberamente agli altri, le sementi ibride senza vincoli iugulatori per i contadini né brevetti di sorta.

Ad esempio il grande scienziato (e comunista) Yuan Longping è stato uno dei principali creatori del riso ibrido in Cina, utilizzato gratuitamente e liberamente tra il 1976 ed il 1999 in circa 200 milioni  di ettari di risaie (= due milioni di km2, quasi sette volte l’Italia) nel subcontinente cinese ed in tutto il mondo, mentre dal 2000 una nuova e migliorata versione del riso ibrido è stata coltivata su ben 150 milioni di ettari.

Negli anni Sessanta, quando aveva cominciato lo studioso del riso artificiale nella scuola agraria di Anjiang nella provincia cinese dello Hunan, “Yuan Longping aveva scoperto che  i suoi esperimenti non avrebbero avuto nessuna utilità secondo le teorie sull’ibridazione sessuale di alcuni noti botanici di fama internazionale, perché il riso è una pianta ad autoimpollinazione.

Non volendo credere ciecamente a queste teorie classiche, Yuan Longping ha sempre sostenuto che le nuove scoperte e le ricerche sono l’essenza della scienza. Nella primavera del 1966, pubblicò i suoi studi sul riso ibrido naturale, nella sua tesi “Sterilità del riso maschile” in cui spiegava la teoria dell’ibridazione artificiale del riso secondo questa caratteristica.

Nel 1970, sulla riva di uno stagno sull’isola di Hainan, un suo assistente trovò una pianta selvatica di Echinochloa crusgalli, maschile e sterile, che sarebbe stata utilizzata per l’ibridazione del nuovo riso.

Nel 1973, fu creato il riso ibrido “Nanjou-2” e dopo La sua diffusione su larga scala nel 1976, il suo rendimento venne aumentato del 20%. Per questo, Yuan Longping ha ottenuto nel 1976 il primo premio per le nuove invenzioni nel nostro paese.

Il successo ha attirato l’attenzione di molti scienziati stranieri e gli è valso il titolo di “padre del riso ibrido”. Secondo l’opinione internazionale, la sostituzione del riso a fusto basso con quello a fusto alto ha rappresentato la prima rivoluzione verde e grazie a questo successo, nelle ricerche sul riso ibrido, è iniziata la seconda rivoluzione verde… Per sostenere le ricerche sul riso ibrido, anni fa, Yuan Longping ha donato i soldi del premio per la scienza conferitogli dall’UNESCO ed il ricavato di un lavoro di consulenza fatto per una società americana, per costruire il “Fondo di ricerca sul riso ibrido Yuan Longping”. Quasi tutti gli anni, una decina di gruppi di ricerca ricevono la somma di 58.000  yuan come premio da questo fondo.

Egli ha presentato oltre 300 giovani a vari istituti di ricerca all’estero perché possano fare studi di perfezionamento. Infatti, Yuan Longping ha dato un grande contributo alla formazione del personale in  questo settore ed è grazie a questo contributo che oggi la Cina si trova all’avanguardia nel mondo.

Dal 1976 al 1999, l’aumento della produzione cerealicola con la coltivazione del riso ibrido ha raggiunto un valore totale di 300 miliardi di yuan, ma Yuan Longping non è un miliardario. Egli ha detto: “Questo non è un mio merito personale. Il riso ibrido è stato creato grazie ad uno sforzo collettivo.”[13]

Se Yuan Longping fosse nato nel mondo occidentale, sarebbe molto probabilmente diventato miliardario o avrebbe reso ancora più alti i livelli di profitto di qualche grande multinazionale occidentale, grazie allo sfruttamento feroce dei contadini bisognosi delle nuove e “miracolose” sementi: ma niente di tutto questo ciò si è verificato nella Cina (prevalentemente) socialista del 1976-2012.

In estrema sintesi, la pratica socioproduttiva cinese in questo settore scientifico ha mostrato che era possibile praticabile un processo di utilizzo cooperativo, libero e riproducibile gratuitamente di una grande scoperta scientifica, ben diverso da quello invece progettato e messo in atto da decenni dalle grandi multinazionali occidentali quali Monsanto, Cargill, ecc.

Si tratta di una tematica assai rilevante sotto tutti i profili, perché si è già rilevato in precedenza che uno dei vantaggi dell’“Eldorado” costituito dal lavoro universale consiste proprio nei costi estremamente bassi del suo processo di riproduzione e copiatura, una volta ottenute (spesso con grandi sforzi mentali l’erogazione di una massa notevole di mezzi materiali) le nuove scoperte.

Vale la pena di sottolineare nuovamente che nel mondo contemporaneo i saperi, le competenze ed i procedimenti tecnologici e scientifici, a livello sia potenziale che reale, possono essere trasmessi o formalizzati anche separatamente, da chiunque ne faccia uso; possono essere trascritti in forma digitale e informatizzati per fini produttivi senza alcun apporto umano aggiuntivo. Da questo punto di vista, il sapere è capitale fisso, è mezzo di produzione. Ma rispetto ai mezzi di produzione materiali presenta una differenza determinante: è riproducibile, praticamente a costo zero, in quantità illimitata. Per quanto possano essere state costose le ricerche alla sua origine, il sapere digitalizzabile tende a diventare accessibile e utilizzabile a costo zero. Se infatti viene riprodotto e utilizzato in miliardi di copie, i costi alla sua origine diventano praticamente irrilevanti, e ciò vale per tutti i programmi di software, così come per il contenuto di sapere dei farmaci. Se si vuole che funzioni come capitale fisso e consenta il prelievo di un plusvalore, il sapere deve diventare necessariamente una proprietà monopolistica, tutelata da un brevetto che assicuri al suo detentore una rendita di monopolio.

E non solo ogni processo di trasmissione ed utilizzo di informazioni e conoscenze scientifiche ha come risultato inevitabile ed effettivo tale informazioni o conoscenze tra un numero sempre più vasto di individui. In altre parole, lo scambio di informazioni e conoscenze non implica alienazione del bene venduto da parte di chi vende, come avviene per tutti i beni materiali ed i servizi, per i quali si matura un certo valore e un certo prezzo in base alla loro scarsità. La conoscenza non è scarsa e non potrà mai essere un bene scarso; è un bene che man mano che la conoscenza aumenta produce processi di accumulazione delle conoscenze, e diventa sempre più abbondante: paradossalmente più si consuma informazione e conoscenza, invece di diminuire quest’ultime tendono a diffondersi e  a divenire “abbondanti”. E da questo punto di vista, secondo la teoria liberista classica, come i padri dell’equilibrio economico generale hanno scritto, il prezzo della conoscenza dovrebbe essere zero.

Il che puntualmente… Non avviene di regola all’interno delle formazioni economico-sociali capitalistiche (con l’eccezione significativa delle scienze teoriche e delle nuove scoperte matematiche, un vero e proprio “bene comune” del genere umano), nelle quali la non-riproducibilità gratuita ed il monopolio sul lavoro universale costituisce una fonte di profitti di enorme valore, con ricadute disastrose sulle condizioni di vita materiali di ampi settori delle masse popolari, come ben illustrato dalla dinamica e regole del gioco funzionanti nel settore farmaceutico e sanitario.

Farmaci utilissimi per salvare milioni di vite umane, come ad esempio l’antivirale Tamiflu ed i medicinali contro l’AIDS-HIV, sono infatti coperti da brevetti pluridecennali da parte delle multinazionali occidentali del settore e vengono venduti a prezzi altissimi di monopolio, superiori di diverse volte al loro costo effettivo, e creando profitti miliardari: una delle conseguenze è che il Sudafrica nel 2003 ha dovuto incrinare il iugulatorio “diritto di proprietà intellettuale” detenuto da imprese quali la  Glaxo e la Boehringer, per poter ottenere almeno una parziale riduzione del prezzo sui medicinali antiretrovirali, indispensabili alla sopravvivenza dei milioni di ammalati di AIDS nel paese africano, dove allora circa seicento persone al giorno morirono solo a causa della malattia in oggetto.

A dispetto di tale assurdità e catastrofi, il monopolio capitalistico sul lavoro universale con la sua conseguente non-riproducibilità gratuita continua purtroppo a riprodursi fino ai nostri giorni.

Era stato troppo ottimista il sovietico Arab-Ogly quando nel 1978 aveva rilevato che “nessun capitalista avrebbe potuto accettare che tutto il suo prodotto, compreso il plusvalore, fosse alienato a beneficio della rendita naturale feudale per il fatto che la sua fabbrica si trovava sul territorio del feudatario. Allo stesso modo la società non permetterà che la ricchezza creata nelle nuove sfere produttive – il sapere scientifico – sia realizzato sul mercato sotto forma di produzione industriale e che tutto il plusprodotto vada, sotto forma di profitto,ad una piccola cerchia di capitalisti.

La proprietà privata sui mezzi di produzione e i pacchetti azionari di controllo avrebbero agli occhi della società una giustificazione morale e un valore giuridico inferiore a quello delle bolle feudali dei sovrani francesi e dei privilegi di casta in una società industriale avanzata. I privilegi dei capitalisti sulla proprietà privata saranno inevitabilmente infranti nel corso della rivoluzione tecnico-scientifica. e le possibilità contrarie saranno ancora minori di quelle dei lord inglesi che agli inizi del XIX secolo avrebbero voluto mantenere le imposte doganali sul macinato.”[14]

Dal 1978 sono ormai passati 34 anni: e molti altri rischiano di passare in presenza dell’ingombrante proprietà privata capitalistica del “sapere scientifico”, se non cambieranno radicalmente i rapporti di forza politico-sociali su scala planetaria.

Considerazioni in gran parte analoghe a quelle esposte nel punto precedente valgono anche per un altro fronte di differenziazione tra i due diversi modelli di utilizzo del lavoro universale, che ha per oggetto la presenza/assenza della libera, gratuita e condivisa possibilità di far progredire sia le precedenti scoperte scientifico-tecnologiche, che di migliorare il loro passato uso concreto, ad esempio nell’utilizzo di software, nel know-how e nelle competenze specifiche di uso di questo processo di produzione informatica.

Sia Microsoft, che la singola cooperativa di internauti che gestisce il processo di riproduzione di Linux hanno ad esempio compiuto dei giganteschi passi in avanti, nel corso degli ultimi due decenni: ma i vantaggi ottenuti da una parte sono andati a vantaggio essenzialmente agli azionisti del colosso di Seattle e con modalità, scelte di priorità ed erogazione collettiva di energia psico-fisiche controllate dal nucleo dirigente di Bill Gates, mentre dall’altra sono state destinate al miglioramento qualitativo e gratuito dell’usufrutto di internet e del settore informatico a favore dell’insieme dei “navigatori” e con forme di libera autogestione da parte di alcuni di loro, i più creativi ed interessati, della dinamica di sviluppo.

Tornando assai indietro nel tempo, si è già notato in precedenza come la donne che nella primissima fase del neolitico inventarono l’agricoltura utilizzarono sicuramente un metodo di “prova/errore”, e di successivi miglioramenti dei sistemi di semina/raccolto che si basavano sulla loro esperienza e creatività combinata, sociale e cooperativa, senza che nessuna di esse alzasse a reclamare come sua proprietà personale le nuove sementi di cereali così ottenute, i nuovi metodi di inseminazione artificiale del suolo, e così via.[15]

Sussiste pertanto anche in questo settore di pratica tecnologico, come del resto in molti altri casi concreti, una sostanziale continuità all’interno sia del modello Linux che di quello alternativo, di matrice classista.  Yuan Longping non ha ad esempio certo ostacolato, ma viceversa favorito in ogni modo sia i molecolari progressi nell’utilizzo del “riso artificiale” che la creazione di nuove ed originali specie di riso ibrido, sempre a vantaggio del genere umano, ma la pratica delle grandi multinazionali private del settore agro-alimentare è stata di segno esattamente opposto.

Un ulteriore forma di differenziazione tra i due modelli alternativi in via d’esame riguarda le scelte generali di priorità socioproduttive aventi per oggetto il processo di utilizzo su larga scala del lavoro universale, le quali intuiscono seriamente e “a monte” sulla destinazione concreta di quest’ultimo, a seconda che si sia in presenza di società collettivistiche o invece basate sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Anche estrapolando temporaneamente dalla tematica dell’utilizzo militaristico delle conoscenze scientifico e tecnologiche, le società proto classiste e classiste hanno infatti espresso costantemente una tendenza generale ad usufruire di una parte assai consistente di queste ultime, più o meno ampia a seconda delle situazioni storiche concrete, per soddisfare i bisogni collettivi di generi di consumo di lusso e di tesaurizzazione espressi dalle classi sfruttatrici egemoni sul piano socioproduttivo: mezzi di consumo che richiedono un dispendio particolarmente elevato di forza-lavoro, specie rispetto a quello impiegato per i loro eventuali succedanei invece utilizzati dai produttori diretti.

Il fenomeno è stato particolarmente evidente già nelle società pre-capitalistiche (asiatiche, schiavistiche e feudali), a partire quel particolare genere di consumo costituito da millenni dalle grandi tombe, divenute al loro interno un vero e proprio condensato di protoscienza e di tecnologia avanzata, ma destinata solo a favore di pochi eletti e di un èlite privilegiata del genere umano.

Seguendo la tradizione inaugurale dalle popolazioni Kurgan, con i loro tumuli destinati ai capi guerrieri, anche la  prima fase dell’Egitto dinastico, con le sue ipercostose piramidi, e la storia delle teocrazie sumere, maya e incas hanno visto esprimersi questo gusto comune delle classi dominanti del m.p. asiatico per l’ostentazione (a volte a fini religiosi) e per il lusso, sempre a spese e a carico delle masse popolari contadine, i cui mezzi di consumo servivano quasi solo per la riproduzione stentata e precaria dl loro nucleo familiare.

Nelle formazione economico-sociali di tipo asiatico il bisogno omega spesso si indirizzò anche verso tutti gli oggetti ipercostosi considerati in grado di garantire l’immortalità dei potenti, degli esponenti più autorevoli delle classi privilegiate, ad esempio nel 2600 a.C. Cheope, secondo sovrano della IV dinastia dei faraoni egiziani, impegnò per tre decenni alcune decine di migliaia di lavoratori al solo fine di edificare una tomba gigantesca che rendesse eterna la sua memoria e l’autorità del faraone; un gigantesco “giocattolo” in cui venne concentrata   una massa estremamente elevata di lavoro universale, oltre che di forza-lavoro qualificata.[16]

Sempre all’intero del modo di produzione asiatico, esplose quasi subito la sete di restaurazione e di generi di lusso da parte delle classi dominanti, laiche o religiose, come dimostrato sia dal caso estremo della regina egiziana Hatshepsut sia dell’èlite politiche-militari che dominarono via via per due millenni all’interno delle società classiste del subcontinente indiano. La protoscienza metallurgica ed architettonica venne adoperata per utilizzi schiettamente classiste.

Infatti la prima donna faraone, Hatshepsut (1470-1458 a.C.), dimostrò una notevole attrazione per il lusso e la magnificenza.

“Hatshepsut aveva un enorme sete di oro: costruì opere su scala tale da fare impallidire Luigi XIV e la sua Versailles. Le piaceva anche coprirsi il volto con una miscela di polvere d’oro e d’argento. Quando decise di erigere un grandioso monumento di dio Ammone, la principale divinità di Tebe, il suo progetto originale comprendeva, fra l’altro, due colonne d’oro alte circa trenta metri, che sarebbero state visibili sopra le mura del grande complesso di Karnak, esteso su un’area più vasta di quella dell’attuale Vaticano. Dopo che il suo cancelliere l’ebbe convinta ad essere un po’ più parsimoniosa, Hatshepsut si risolse a costruire le colonne in granito e a rivestirne d’oro solo la sommità. Anche così, comunque, furono necessari notevoli quantità di metallo prezioso.

Quando il lavoro fu terminato, Hatshepsut dichiarò: “con la loro altezza percorrono il cielo… I loro raggi inondano le Due Terre quando il sole si leva in mezzo ad esse… Tu che dopo molti anni vedrai questi monumenti, dirai: non sappiamo come abbiamo erigere intere montagne d’oro.””[17]

Nella parte centro-settentrionale del subcontinente indiano, a sua volta area geopolitica in cui il modo di produzione asiatico si è riprodotto costantemente per più di due millenni, la quota di tassazione statale diretta fin dall’epoca dei Maurya, una dinastia egemone nel IV-III secolo prima di Cristo, equivaleva ad almeno un quarto del prodotto lordo dei contadini ed alla rendita fondiaria statale si aggiungevano anche altre imposte, fissate dalle autorità centrali-locali.

“La terra apparteneva tutta allo stato, e i coltivatori potevano essere trasferiti se i funzionari erano scontenti dei loro metodi. Lo stato prendeva un quarto del prodotto lordo, il luogo della sesta parte prescritta dalla legge: più tardi, a volte, avrebbe preteso anche un terzo, ma non vi è dubbio che già il limite di un quarto, con in più le imposte che immancabilmente vi si aggiungevano, lasciava ai contadini appena di che sopravvivere.”

La miseria quasi assoluta dei contadini indiani, le cui dure condizioni materiali di vita consentivano in molte fasi storiche solo una riproduzione stentata e precaria delle loro famiglie, era collegata indissolubilmente al lusso ed all’ostentazione materiale che caratterizzava invece ininterrottamente la vita delle classi dominanti indiane dall’era maurya fino alla prima fase del dominio imperialistico britannico, nel 1763-1793 dopo Cristo.

Oltre che nelle spese militari e nei fondi di tesaurizzazione (oro, argento e pietre preziose), il plusprodotto estorto in modo coercitivo ai contadini veniva consumato dall’aristocrazia terriera indiana principalmente sia per procurarsi tutti i possibili generi di beni di lusso, spesso importati dall’estero (sete e porcellane cinesi, ecc.), che per utilizzare masse ingenti di servitori ai fini del proprio prestigio sociale: durante l’Impero Moughul, nel 1600-1730, i contadini ad esempio arrivarono a versare allo stato, ai proprietari terrieri locali ed all’alta burocrazia civile e militare (i “mansabdar”) fino alla metà del prodotto rurale, alimentando un incredibile iperconsumismo dei gruppi sociali egemoni sul piano socioproduttivo.

“La corte e i nobili proteggevano e incoraggiavano le arti e il sapere. A parte questo, però, ben poche erano le spese produttive. Nel caso dei mansarda, la precarietà della ricchezza, la necessità di prestigio, la certezza che tutto quanto sarebbe finito alla loro morte nelle mani dello stato, inducevano a spendere quasi tutto il loro denaro per circondarsi di lusso e di folle di dipendenti, opere architettoniche quasi sempre improduttive. Nel caso dei sovrani prevaleva lo stesso amore per il lusso e l’ostentazione. La posterità diede questo lusso e lo sfarzo opere insigni come il Taj Mahal e la grande  moschea di Delhi, ma esso portò anche, e spesso, al puro spreco.”[18]

Al “puro spreco”, appunto con la parallela  dissipazione anche di scoperte protoscientifiche e tecnologiche destinate al lusso, al piacere estetico e al bisogno sociale di tesaurizzazione (metalli preziosi, gioielli) di una èlite assai ristretta.

Nelle società schiavistiche il record del lusso venne probabilmente toccato dall’impero romano, tra il primo secolo avanti cristo ed il quinto dopo Cristo.

Con il passare del tempo, la massa complessiva degli oggetti di consumo e dei servizi consumati nei strati più elevati dalle classi dei proprietari di schiavi romani crebbe e si estese enormemente sia sul piano quantitativo che qualitativo, creando un vero e proprio “impero dello spreco” che si riprodusse per circa cinque secoli (sempre basandosi sul lavoro coatto degli schiavi) e che sotto l’imperatore Caligola raggiunse livelli inauditi.

«In questi banchetti, oltre a vedere disatteso il consueto cerimoniale, l’aristocrazia si trovava davanti a un lusso esorbitante. Venivano servite pietanze ricoperte di sfoglie d’oro, si creavano nuovi piatti e Caligola – a quanto si dice – beveva perle preziose sciolte nell’aceto. Tutto questo viene condannato nelle fonti antiche e spesso anche negli studi moderni come uno sperpero più o meno insensato. Ma l’esibizione del proprio status sociale aveva anche un chiaro significato e dunque una latente dimensione politica. Come già detto, tra i membri della classe senatoria e dell’ordine equestre si faceva a gara per avere la casa più bella ed il numero maggiore di ospiti di rango, gara che, quasi per una sorta di compensazione, sembra essersi ancora più accentuata dopo l’avvento dell’Impero e la perdita di potere effettivo da parte dell’aristocrazia. Tacito riferisce che nel periodo che va dall’inizio del potere assoluto di Augusto fino alla morte di Nerone il “lusso della tavola” era praticato senza badare a spese: «Quanto più uno si metteva in luce ostentando larghezza di mezzi, case lussuose e un fastoso tenore di vita, tanto più si imponeva per celebrità e vaste clientele.”[19]

Sono celebri sotto questo aspetto le pagine di Petronio nel Satyricon sulla cena iperlussuosa (ed ipercostosa) offerta ai suoi ospiti dal grande magnate Trimalchione: riproducendo almeno in parte delle scene reali nella realtà romana del I secolo d.C., Petronio descrisse con dovizia di particolari le interminabili ed elaborate portate del banchetto offerto da Trimalchione, che comprendeva piatti costruiti come enigmi, false uova che contenevano beccafichi, cibi che raffiguravano il segno dello zodiaco e un cinghiale arrosto, dal cui ventre uscivano volando uno stormo di tordi.[20]

All’interno del modo di produzione feudale, la tendenza dell’aristocrazia fondiaria si indirizzò a sua volta sempre  sia verso l’appropriazione crescente delle terre dei contadini ancora liberi che all’aumento al massimo grado possibile dei carichi di lavoro e/o le rendite monetarie dovute dai servi della gleba ai loro padroni, almeno in presenza di rapporti di forza politici (politico-militare) ritenuti favorevoli/estremamente favorevoli a questo scopo.

Il tenore di vita dei servi della gleba era mantenuto generalmente ai limiti della sussistenza dell’azione costante dei proprietari fondiari e dei loro apparati statali, tanto che anche nella realtà storica relativamente avanzata dell’Inghilterra della fine del XIV secolo i contadini erano posti forzatamente in una condizione materiale quasi insopportabile, descritta almeno in parte persino da una cronaca partigiana effettuata dal francese Jean Frossart.

Testimone apertamente filo-feudale della grande rivolta dei contadini inglesi avvenuta nel 1381, Frossart riportò nelle sue Chroniques che «in Inghilterra, come anche in molti paesi, è comune che i nobili abbiano grande potere sui loro uomini e li tengano in servitù; vale a dire che essi debbano, per diritto e per costume, lavorare la terra dei gentiluomini, raccogliere grano, trasportarli nella casa, metterli nel granaio, batterli e tagliarli; e per servitù debbano fare il fieno e riporlo, tagliare la legna e trasportarla in casa, e tutte le altre servitù prescritte in Inghilterra e più numerose che altrove; perché così devono essere serviti i gentiluomini e i prelati, soprattutto nelle contee del Kent, dell’Essex e di Bedford, ove è più servitù che nel resto dell’Inghilterra.

Qui la gente peggiore cominciò a sollevarsi, dicendo d’essere tenuta in una insopportabile servitù, che quando il mondo fu creato non v’erano servi, che nessuno poteva diventarlo se non avesse tradito il suo signore come aveva fatto Lucifero con Dio; ma essi non erano così fatti e non erano né angeli né spiriti, ma degli uomini a somiglianza dei loro signori, che non volevano e non potevano più sopportare di essere trattati come bestie, che volevano essere tutti uguali, e se lavoravano o facevano qualche lavoro per i loro signori volevano avere una ricompensa.

Essi erano stati dapprima spinti a queste follie da un prete inglese, della contea del Kent, di nome Jean Ball, il quale per le sue stravaganti parole era già stato, più di una volta, messo in prigione dall’arcivescovo di Canterbury.

Infatti, questo Jean Ball aveva preso l’abitudine, la domenica, dopo la messa, quando la gente usciva dal mulino, di andare nel cimitero e di predicare la folla intorno a lui, dicendo: “Buona gente, le cose non possono né potranno andare bene in Inghilterra finché ogni bene non sia in comune, e non vi siano né villani né gentiluomini, ma tutti siano uguali. Perché quelli che noi chiamiamo nostri signori sono più ricchi e potenti di noi? Come l’hanno ottenuto? Perché vi tengono in servitù? Noi discendiamo tutti da un padre e da una madre, Adamo ed Eva. Perché possono dire di essere più grandi i signori che non, salvo perché vi fanno lavorare e guadagnare ciò che essi spendono? Essi sono vestiti di velluti e panni preziosi, coperti di pellicce, e noi siamo vestiti di povere stoffe; essi hanno il vino, le spezie e pane buono, e noi abbiamo la segale, la balla e la paglia e beviamo l’acqua. Essi hanno belle case, e noi abbiamo la pena e la fatica, e la pioggia e il vento nei campi, e dobbiamo mantenere con il nostro lavoro la loro condizione. Noi siamo detti servi e siamo picchiati se non facciamo subito quanto voluto. Noi non abbiamo nessuno per poterci lamentare, o che voglia ascoltarci o renderci giustizia. Andiamo dal re, che è giovane, mostriamo il nostro stato, diciamo che vogliamo vedere cambiate le cose o che vi rimedieremo da noi. Andiamo tutti e decisi, avremo dietro di noi quanti sono detti servi e sono tenuti in servitù e vogliono essere liberati. E quando il re ci vedrà e ci sentirà troverà il rimedio, in un modo o nell’altro”.

Così parlava questo Jean Ball, la domenica, alla fine della messa, nei villaggi, ed era lodato. Quelli che non pensavano al bene si dicevano “Egli dice il vero!”, e lo ripetevano e sussurravano l’uno all’altro incamminandosi sulla strada del villaggio, o nelle loro case: “Ecco ciò che dice Jean Ball, e dice il vero”.

L’arcivescovo di Canterbury, informato, faceva allora prendere Jean Ball per metterlo in prigione, e ve lo teneva due o tre mesi per castigarlo; ma sarebbe stato meglio che, dalla prima volta, l’avesse condannato a vita o fatto morire; perché, appena fuori dalla prigione dell’arcivescovo, quello riprendeva la sua opera come prima.

Finché a Londra molti popolani, invidiosi dei ricchi e dei nobili, vennero a sapere delle parole, della vita e dell’opera di Jean Ball, e cominciarono a dire fra loro che il regno di Inghilterra era mal governato, che era spogliato d’oro e d’argento da coloro che si dicevano nobili. Così questi malvagi londinesi cominciarono a ribellarsi ed a dire alla gente delle contrade sopra citate di andare a Londra senza paura, di venire tutti, perché avrebbero trovato Londra aperta ed il popolo dalla loro parte, e che tanto avrebbero fatto presso il re che in Inghilterra non vi sarebbero stati più servi.»

Come si nota anche dal resoconto fazioso di J. Frossart, la miseria di massa dei contadini veniva da loro stessi correttamente collegata alla costante riproduzione del fondo di consumo di lusso dei grandi feudatari (“velluti e panni preziosi, pellicce, vino e spezie, pane buono”) ed alla massa di pluslavoro da loro tesaurizzata sottoforma di oro, argento e pietre preziose; già nelle corti reali europee del XII secolo, del resto, le feste e i divertimenti caratterizzavano la vita quotidiana del re e dell’alta nobiltà seppur in presenza di un livello di sviluppo molto basso delle forze produttive sociali.

“La vita a corte è tutta seducente, e piena di gioie e di trastulli, di dame e di uomini pieni di spirito e di fantasia che passano la vita in occupazioni leggere, di nessun peso: le nugae, gli svaghi.”[21]

Musiche e musicisti, lauti banchetti, battute di caccia, i servizi e i servi di corte, giochi e passatempi erano solo alcuni segmenti della dolce ed oziosa vita degli strati superiori feudali: secondo il letterato di corte Pietro Di Blois, “… istrioni, lavandaie, giocatori di dadi, dolcieri, bettolieri, ciarlatani, buffoni, barbieri, tutta questa razza di parassiti” popolavano le corti reali.[22]

Ancora nella Francia semifeudale del XVIII secolo, mentre l’aristocrazia semifeudale laica ed ecclesiastica succhiava ed assorbiva in modo improduttivo una larga parte del surplus della nazione, “la stragrande maggioranza dei coltivatori riusciva a tenere per sé solo il minimo indispensabile a vivere. Il resto dei redditi dei suoli (dal 60 al 70% del totale) veniva introiettato prima dal re, proprietario eminente in quanto ricettore delle imposte, quindi dai percettori di rendita fondiaria, tutti signori proprietari… quale che fosse l’ordine di appartenenza, nobiltà, clero o terzo stato.”[23]

Come nelle precedenti formazioni economico-sociali prese in esame, i nobili e le classi abbienti ad esse legate “stramangiavano” per reazione alla miseria che li circondava e i privilegiati tendevano a fare “eccessivo sfoggio di vestiario”, notò correttamente Cipolla, mentre “l’acquisto di gioielli era in parte espressione di questo desiderio esibizionistico, in parte era una forma di tesaurizzazione”: la forte concentrazione della ricchezza inoltre “favoriva la domanda di servizio domestico”, anche perché il numero dei servitori era un simbolo di ricchezza e potere.[24]

Sempre all’interno dei processi di riproduzione dei modi di produzione precapitalistici sopra esaminati, i livelli concreti di sfruttamento delle masse popolari e i diversi gradi di trasformazione del surplus dei fondi di consumo delle classi privilegiate trovano generalmente i loro apici nelle zone di conquista, nelle aree geopolitiche sottomesse con successo dai diversi imperialismi espressi via via dalle formazioni economico-sociali asiatiche, schiavistiche o feudali.

Durante il primo secolo di storia dell’impero coloniale spagnolo in America Latina, il bisogno omega, la smania di metalli preziosi/surplus dei dominatori ispanici si manifestò nelle forme più estreme, producendo allo stesso tempo sia un pauroso decremento demografico delle popolazioni native che un livello formidabile di appropriazione da parte dei feroci “conquistatori” del prodotto totale e del surplus creato nell’area americana conquistata.

Per quanto riguarda il modo di produzione capitalistico, il solito Marx suddivise correttamente il plusvalore/plusprodotto di cui si appropria ininterrottamente la classe capitalistica nel suo complesso in due sezioni distinte: fondo di consumo e fondo di accumulazione.

“Una parte del plusvalore viene consumata dal capitalista come reddito, un’altra viene adoperata come capitale, cioè accumulata. Data la massa del plusvalore, l’una di queste parti sarà tanto più grande quanto più piccola sarà l’altra. Sempre uguali considerando tutte le altre circostanze, la proporzione nella quale si compie tale divisione determina la grandezza dell’accumulazione.”

Ma soprattutto il geniale rivoluzionario tedesco intuì che i livelli quantitativi-qualitativo dei bisogni materiali, effettivamente espressi e/o soddisfatti dalla borghesia, si accrescono parallelamente allo sviluppo delle forze produttive da essa controllate.

“Quanto più è sviluppata la produzione capitalistica in un paese, quanto più rapida e massiccia l’accumulazione, quanto più ricco il paese, quanto più colossale quindi il lusso e lo sperpero, tanto più grande è questa differenza tra la massa complessiva del plusvalore e ogni parte di essa che viene convertita in capitale.”[25]

In questo campo la tendenza dominante propria del modo di produzione capitalistico – appena arginata da alcune controtendenze secondarie – è stata e consiste tuttora nell’aumento progressivo della massa complessiva del fondo di consumo utilizzato dalla borghesia, a dispetto delle stesse leggi della concorrenza e contro la necessità imperiosa di un “aumento continuo del capitale investito in un’impresa industriale” (Marx), in una sorta di vero e proprio “peccato originale” (Marx) effettuato quasi senza sosta dalla stessa borghesia proprio contro il processo di accumulazione capitalistico: peccato e tendenza che soddisfano tuttavia il livello più elevato e costoso dei bisogni materiali espressi dai diversi segmenti che formano la moderna classe capitalistica. In altri termini l’espressione deformata, elitaria e totalizzante (rispetto al surplus ed ai mezzi di produzione) della paleolitica-neolitica “sindrome di Chukut’ien” si riproduce anche nel seno del sistema stratificato di bisogni dell’alta e media borghesia, a dispetto del profondo antagonismo di questo “iperconsumismo” con la logica oggettiva dell’accumulazione capitalistica, in un processo reale ed indiscutibile che Marx intuì e descrisse senza tuttavia avere il tempo di indicarne le lontane radici, le cause profonde della sua riproduzione storica ininterrotta.

«Ma il peccato originale opera ovunque. Con lo sviluppo del modo di produzione capitalistico, dell’accumulazione e della ricchezza, il capitalista cessa di essere una semplice incarnazione del capitale. Egli prova una “umana commozione” per il suo proprio Adamo e s’edifica in tale maniera che irride al fanatismo per l’ascesi come il pregiudizio di un anacronistico tesaurizzatore. Mentre il capitalista classico condanna il consumo individuale come peccato contro la propria funzione e come un “astenersi” dall’accumulazione, il capitalista modernizzato riesce a considerare l’accumulazione come “rinuncia” del proprio impulso al godimento. “Due anime alberga il petto mio, l’una si vuole dall’altra staccare”.

Agli inizi storici del modo di produzione capitalistico – e ogni capitalista “parvenu” percorre individualmente questo stadio storico – predominano come passioni assolute l’impulso all’arricchimento e l’avarizia. Ma il progresso della produzione capitalistica non solo fa sorgere un mondo di godimenti. Esso con la speculazione e con il sistema del credito apre mille sorgenti d’arricchimento improvviso. Quando lo sviluppo è giunto ad un dato livello, un grado convenzionale di sperpero, che è contemporaneamente ostentazione di ricchezza e quindi mezzo di credito, diviene persino necessità di mestiere per il “disgraziato” capitalista. Il lusso entra a far parte delle sue spese di rappresentanza. Per giunta il capitalista non si arricchisce, come tesaurizzatore, in ragione del suo personale lavoro e della sua personale astinenza dal consumo, ma nella misura in cui smunge forza lavorativa di altri e obbliga l’operaio a rinunciare a tutti i godimenti della vita. Sebbene quindi la prodigalità del capitalista non possieda quel carattere di “bona fides” tipica della elegante prodigalità dei signori feudali, e sebbene sullo sfondo stiano sempre in agguato la più sporca avarizia ed il calcolo più ansioso, tuttavia la sua prodigalità aumenta insieme alla sua accumulazione, senza che l’una sia di pregiudizio all’altra. Con ciò sorge contemporaneamente nel magnifico petto dell’individuo capitalista un conflitto faustiano tra l’impulso verso l’accumulazione e quello verso il piacere.

“L’industria di Manchester”, si trova in uno scritto pubblicato nel 1795 dal dott. Aikin “può essere ripartita in quattro periodi. Nel primo i fabbricanti erano costretti a lavorare pesantemente per il proprio sostentamento.” Si arricchivano in special modo i genitori che facevano lavorare presso di loro i propri figli come “apprentice” (apprendisti) e in compenso dovevano pagare parecchio, mentre gli apprendisti venivano fatti morire di fame. D’altro lato i profitti medi erano bassi e l’accumulazione richiedeva grande senso di economia. Essi vivevano come tesaurizzatori e dissipavano una ben piccola parte degli interessi del loro capitale. “Nel secondo periodo essi cominciarono a mettere su piccole fortune, ma dovevano lavorare duramente come prima”, in quanto lo sfruttamento diretto del lavoro costa lavoro, come sa bene ogni sorvegliante di schiavi, “e continuarono a vivere nella stessa maniera frugale di prima… Nel terzo periodo cominciò il lusso, e l’industria venne ingrandita tramite l’invio di cavalieri (“commis voyageurs” a cavallo) per raccogliere le ordinazioni in ogni città del Regno sede di mercati. È probabile che prima del 1690 non esistessero affatto, o ne esistessero pochi, capitali da tre a quattromila L. Sterline formatesi nell’industria. Tuttavia a quel tempo, o anche un po’ più tardi, gli industriali avevano già accumulato denaro e dettero inizio alla costruzione di case di pietra al posto di quelle fatte con legno e malta… Ancora nei primi decenni del XVIII secolo un fabbricante di Manchester che offrisse ai suoi ospiti una pinta di vino straniero andava incontro alle critiche e alle scrollate di capo di tutti i suoi vicini. Prima che fossero introdotte le macchine, il consumo che i fabbricanti facevano ogni sera nelle osterie in cui si ritrovavano non superava mai i 6 pence di un bicchiere di ponce e 1 penny di un rotolo di tabacco. Soltanto nel 1758, e questo fa epoca, si vide “una persona veramente impegnata negli affari con un equipaggio proprio”! “Il quarto periodo”, l’ultimo terzo del XVIII secolo, “è quello del gran lusso e della grande prodigalità, basati sull’ingrandimento dell’industria.” Cosa direbbe il buon dottor Aikin se dovesse resuscitare oggi a Manchester?”[26]

Cosa direbbero Aikin e Marx, se dovessero resuscitare agli inizi del terzo millennio?

Come per le altre classi privilegiate della storia, l’istinto collettivo-individuale al godimento rappresenta una tendenza dominante ed inestirpabile dal seno della borghesia, mentre le sue forme concrete di espressione/soddisfazione reale si sviluppano e si estendono in modo ancora più rapido dello stesso processo secolare di accumulazione capitalistico. Come per le altre classi privilegiate della storia, il prestigio sociale all’interno dell’élite dominante si conquista e si mantiene anche mediante un’effettiva ed elevata capacità di spesa, adottando direttamente in prima persona dei modelli di vita fondati sul consumo improduttivo e sullo spreco, visto che il “numero dei bisogni è illimitato” nel capitalismo (Grossman) e che già T. Veblen, nella sua opera La teoria della classe agiata, più di un secolo fa aveva descritto alcune delle tipologie del consumo di lusso e delle forme di spreco, spesso ostentate, riprodotte e manifestate dai diversi segmenti della classe capitalista. Negli ultimi due secoli l’utilizzo su larga scala di personale domestico, la moltiplicazione delle case di lusso e di vacanza e il turismo in paesi esotici, l’utilizzo di mezzi di trasporto terrestri-aerei estremamente costosi e il consumo di alimenti/vestiti/gioielli inaccessibili ai salariati, l’accumulazione su larga scala di opere d’arte, la fruizione di forme di divertimento e di gioco particolarmente elaborate, in ultima analisi l’acquisizione di status-symbol molto dispendiosi costituiscono la parte legale dell’universo dei consumi di lusso borghesi, senza poi tener conto di forme “deviate” di divertimento quali l’utilizzo di droghe e della prostituzione d’alto bordo.[27]

Non sussiste alcun limite materiale al potenziale di spreco e di ostentazione, a volte latente ed a volte espresso apertamente, proprio della classe capitalista ed a titolo di esempio di questa tesi si può riportare il caso ottocentesco di F. Rothschild, vetta ormai superata da altre forme di consumo di lusso ancora più elitarie e costose (si pensi solo al “turismo spaziale” del Ventunesimo secolo).

Uno dei più famosi esponenti della famiglia, Ferdinand Rothschild, dopo essersi trasferito a Londra si era fatto costruire attorno al 1875 «una proprietà su misura a Lodge Hill, nel Buckinghamshire. Siccome amava la bella veduta, per rendere il luogo abitabile, fece spianare la cima della collina. Bisognò portare l’acqua da una località distante 14 miglia. Si dovette costruire una speciale tranvia a vapore con 14 miglia di binario per trasportare i materiali dalla stazione più vicina. Si tagliarono nei pendii numerose strade di pendenza adatta ai carriaggi. Giumente percheronnes appositamente importate dalla Normandia risalirono faticosamente il pendio per portare i materiali. A gran forza di chirurgia topografica, di drenaggi, di irrigazione e di massicce piantagioni d’arbusti, un luogo selvaggio fu trasformato in parco. Ettari di terreno furono seminati a fiori. Disponendo i suoi boschi con la stessa facilità con cui altri disponevano i portaceneri, Ferdinand fece trapiantare centinaia d’alberi. Siccome amava i grandi castagni ci vollero 16 cavalli per trasportare ciascuno di loro… Il tutto fu completato dagli ornamenti abituali: terrazze, voliere, fontane e gruppi statuari di Girardon. Quale residenza poteva competere con una simile tenuta? Ferdy decise di innalzarvi un’antologia dei suoi castelli francesi preferiti. Nel suo super-castello incorporò le due torri di Maintenon, gli abbaini di Anet, i camini di Chambord, due versioni della scalea di Blois… Per la decorazione interna in qualche caso Ferdinand aveva fatto sistemare il rivestimento in legno appositamente per accogliere quadri di tagli eccezionali, come le due vaste vedute di Venezia del Guardi. Ma di solito si contentò di articoli belli e fatti – vale a dire dei più bei rivestimenti in legno tratti dai più lussuosi palazzi Luigi XV e Luigi XVI di Parigi, trasportati attraverso la Manica ed abilmente incorporati nei vari appartamenti. Il mobilio era in gran parte composto di magnifici pezzi fabbricati per la Casa Reale di Francia. I tappeti costituivano la più grande collezione di Savonneries esistente al mondo. I soffitti, le tappezzerie di Beauvais, le porcellane di Sevres e gli “oggetti” (compreso un grande elefante musicale) erano assortiti con cura e gli uni con gli altri. Le tele di Reynolds, Gainsborough, Cuyp, Pater, Van der Heyden – senza contare quelle di Watteau e Rubens aggiunte in un secondo tempo dagli eredi – erano quasi legione. Dopo più di dieci anni di lavoro si elevò sulla campagna inglese un immenso miraggio in stile Rinascimento francese, in tutto lo splendore dei suoi marini bianchi e delle sue ventidue camere.”[28]

Nel campo dello spreco e dell’ostentazione, il principale erede dei Rothschild nel corso del XX secolo – e dell’inizio del III millennio – è rappresentato dall’alta borghesia dei paesi arabi produttori di petrolio che è diventata usufruttuaria di immense rendite, a partire dalla dinastia saudita degli Al Sa’ud.

“Gli aneddoti sugli sperperi di questi ultimi si sprecano, ma l’esempio più eclatante è il colossale parco tematico che il figlio più giovane di re Fahd, Azouzi, si è fatto costruire nei dintorni di Riad perché era “interessato” alla storia. Il complesso comprende un modello in scala dell’antica Mecca – con attori che si recano alla moschea e intonano preghiere ventiquattr’ore al giorno – copie dell’Alhambra, di Medina, e di altri cinque o sei siti storici dell’Islam. Come d’abitudine, Azouzi confiscò le terre su cui fu costruito il parco. Ma in fondo non faceva che seguire una tradizione familiare. Quando la famiglia di re Fahd è nel suo palazzo di Marbella, spende in media cinque milioni di dollari al giorno nei negozi della zona, tanto che i commercianti hanno proposto di titolargli una via della città. Ma se gli Al Sa’ud amano gli oggetti che il denaro può comprare – diamanti, yacht, palazzi, aerei – amano ancor di più i piaceri della carne. Detto in parole semplici, gli Al Sa’ud sono ossessionati dal sesso in tutte le sue forme, dalle prostitute ai ragazzini.”[29]

Va notato che oltre all’iperconsumismo elitario, il bisogno omega degli sfruttatori si è rivolto fin dal 3700 a.C. ad un insieme di pratiche secondarie, ma di una certa rilevanza storica: infatti esiste un “fattore trasversale” che unifica parzialmente e da millenni i diversi modi di produzione asiatici, schiavistici, feudali e capitalistici nel campo delle aspettative-desideri materiali, facilmente individuabile in quella tendenza alla tesaurizzazione “per sua natura senza limiti”, che contraddistingue tutte le formazioni economico-sociali e segna tutte le classi privilegiate sul piano socioproduttivo che sono apparse nella storia degli ultimi sei millenni.

La ricerca/accumulazione senza fine, almeno nei propositi/desideri collettivi, di oro, argento e pietre preziose; di gioielli, case lussuose, opere d’arte e soprattutto di denaro (dal 600 a.C.) non destinato al processo produttivo è stata finalizzata a soddisfare esigenze multiformi e variabili, quali la sicurezza economica, l’ostentazione di status symbol e/o il piacere estetico/ornamentale. Ma pur esprimendosi con modalità e quantità/qualità diverse a seconda dei diversi periodi storici, la tendenza potenzialmente illimitata alla tesaurizzazione ha ulteriormente innescato la ricerca costante ed affannosa del plusprodotto da parte delle diverse classi privilegiate, venute via via in possesso delle condizioni della produzione e del surplus: fin dal 3000 a.C. la ricerca di oro e metalli preziosi, depositari di un grande valore in una piccola quantità di prodotto, aveva contraddistinto sia la politica interna ed internazionale dell’aristocrazia egiziana che in seguito quella degli stati schiavistici sumeri, mentre anche in seguito la ricerca della tesaurizzazione è continuata fino al nostro III millennio d.C., avendo come oggetto principale il denaro.[30]

L’utilizzo classista sia del surplus che del lavoro universale portò in se, come caratteristica quasi costante, la destinazione di una parte consistente delle scoperte protoscientifiche/scientifiche e tecnologiche al fine di creare veri e propri “imperi del lusso”, creando una profonda differenza col “modello Linux” d’impiego dei livelli via via accumulati del sapere umano.

Basti ricordare che la civiltà collettivistica degli Ubaid, seppur in presenza di uno sviluppo impetuoso delle forze produttive sociali ed (almeno) ad una quintuplicazione dei rendimenti dell’attività agricola, non destinò assolutamente il nuovo surplus acquisito per soddisfare gli (ipotetici) bisogni di lusso e tesaurizzazione dei capi dei loro chiedo; una linea di tendenza che in seguito è continuata e si è prolungata anche nelle società collettivistiche (deformate) formatesi dopo l’Ottobre del 1917.

Anche nella sfera dei loro nuclei dirigenti più elevati, il differenziale tra il livello di vita materiali di questi ultimi e quello dell’operaio dell’industria è rimasto entro termini relativamente modesto, compreso tra 1:10, ed assolutamente incomparabile rispetto al divario che invece si è riprodotto tra il salariato medio del mondo occidentale ed i vari Bill Gates, Berlusconi ed esponenti di alto piano della famiglia di Al Sa’ud.

Nel socialismo deformato, tra il 1917 ed il 2011, i quadri dirigenti dei partiti comunisti al potere non hanno assolutamente ricreato, né per se stessi né su scala più esteso, l’impero dello spreco e di lavoro universale, di conoscenze scientifiche e tecnologiche – formatosi invece nelle società capitalistiche contemporanee.

Vetero e sorpassato filosovietismo? No, una realtà ammessa anche da autori antisovietici come . Voslensty, autore nella prima metà degli anni Ottanta di un libro sui privilegi goduti allora dalla nomenclatura sovietica e dai dirigenti del partito comunista dell’Unione Sovietica (PCUS).

Grazie a tale fonte insospettabile, si possono fare i “conti della serva” agli ”  agli alti dirigenti del PCUS, agli inizi degli anni Ottanta, prendendo in esame il reddito reale di un responsabile di un settore operativo del Comitato Centrale del partito, e cioè di un funzionario inserito allora a pieno titolo nei primi centocinquanta uomini più potenti della nomenklatura sovietica, agli alti dirigenti del paese e della presunta “borghesia di stato” del paese; per avere subito un termine di paragone, nel 1979/83 un operaio sovietico guadagnava in media 180 rubli al mese e 60 rubli di salario differito (prezzi politici per luce, gas, trasporti pubblici, generi alimentari di prima necessità) percepiti da tutti i cittadini sovietici.[31]

Secondo l’arci-antisovietico A. Voslensky, ferocemente critico verso il potere sovietico ed accanito sostenitore dell’equazione URSS=capitalismo di stato, il reddito mensile di un alto funzionario dell’apparato centrale del Comitato Centrale del PCUS agli inizi degli anni Ottanta risultava pari all’astronomica cifra di 450 (quattrocentocinquanta) rubli mensili. Mettendo assieme tutti i fringe-benefits di cui usufruiva questo alto funzionario, e alto esponente della presunta “borghesia di stato” sovietica, Voslensky tirò «la prima conseguenza: un caposettore del C.C.» (comitato centrale del PCUS) «guadagnava, in realtà, 750 rubli al mese, cinque volte più dell’operaio ed impiegato sovietico”.[32]

Cinque volte più dell’operaio (quattro, se invece si tengono conto dei fondi sociali di consumo goduti da ogni lavoratore sovietico): un fondo di consumo miserabile per uno dei membri più autorevoli della presunta “borghesia di stato” sovietica, per uno dei 150 uomini più potenti del paese che era, secondo la teoria del capitalismo di stato, pienamente inserito negli strati più alti della presunta “nuova classe sfruttatrice” sul piano socioproduttivo.

Un appartamento spazioso, una dacia, ed una macchina di servizio, uno stipendio superiore alla media: il quadro emesso dalla radiografia del fondo di consumo e dei privilegi detenuti da uno dei più alti della nomenklatura sovietica era così sconfortante, almeno per l’equazione URSS=capitalismo di stato, che persino l’antisovietico Voslensky era stato costretto a rilevare che «qualche lettore occidentale dirà: ebbene? Un appartamento di quattro stanze, una casa fuori città, un terreno, un auto di servizio, una pensione di 270 DM» (marchi) «al mese. Non è male, ma non è certo la ricchezza”.[33]

A questa frase c’è poco da aggiungere…

E il più grande “capitalista di stato” dell’URSS di quel periodo, L. I. Breznev? Avendo in mano il possesso reale (se non la proprietà giuridica) di un sesto del globo, assieme all’ Ufficio Politico ed a poche centinaia di alti quadri del partito e degli apparati statali, almeno secondo la teoria del capitalismo di stato sovietico, il leader indiscusso del potere sovietico guadagnava negli anni Settanta/Ottanta l’astronomica somma di 900 rubli al mese, contro gli 800 percepiti dagli altri membri dell’Ufficio Politico: anche secondo uno storico dichiaratamente anticomunista come A. Graziosi, i fringe-benefits della loro carica (cibo gratuito dai magazzini speciali del KGB, altre cariche stipendiate di varia natura,ecc.) portarono al massimo a triplicare il reddito reale dei circa 15 membri dell’Ufficio Politico, facendo loro raggiungere quota 2500 rubli, 10 volte lo stipendio reale dell’operaio sovietico in quel periodo. [34]

Un divario eccessivo, non c’è dubbio; ma sotto un altro e decisivo aspetto, si tratto di un fondo di consumo assurdamente basso per i (presunti) più grandi “capitalisti” dell’Unione Sovietica, per l’elite indiscussa della (presunta) borghesia di stato e della presunta classe sfruttatrice dell’enorme paese eurasiatico. Negli stessi anni, un salumiere della Brianza o della Baviera godeva di un potere d’acquisto e di un fondo di consumo individuale almeno pari a quello dei (presunti) grandi capitalisti di uno stato con quasi trecento milioni di persone, tra l’altro capaci di concentrare – almeno secondo la teoria del capitalismo di stato made in URSS – le ricchezze di quest’ultima in poche mani e nella fascia superiore della nomenklatura.

L’iperconsumismo e la produzione di beni di lusso, all’interno del socialismo deformato di matrice sovietica, rimasero in sostanza fenomeni marginali e assolutamente non comparabili con l’“impero dello spreco” (anche di lavoro universale) che dominò invece nel mondo occidentale tra il 1917 ed il 1991, in una dinamica socioproduttiva (e sociotecnologica) che si è ancora riprodotta su scala allargata fino ai giorni nostri.

Un ulteriore fronte di differenziazione tra “modello Linux” e “modello Microsoft” si rivela dal fenomeno per cui, dall’interno delle formazioni economico-sociali classisti, il multiforme e plurimillenario progresso delle conoscenze protoscientifiche/scientifiche e tecnologiche viene realmente impiegato solo se (ed a patto che) esso possa soddisfare gli interessi materiali delle classi sfruttatrici (e di loro sezioni consistenti)  dei gruppi sociali divenuti via via egemoni sul piano socio produttivo, in caso contrario, tale fenomenale dinamica viene lasciata inutilizzata e/o abbandonata “alla critica roditrice dei topi”, per usare una mordace espressione marxiana, anche se le nuove invenzioni e scoperte potrebbero avvantaggiare l’insieme del genere umano ed aumentare il livello di soddisfazione dei bisogni materiali/culturali dei produttori diretti.

Si è già sottolineato in precedenza tutta la serie combinata di casi che hanno formato il “complesso di Erone” nelle società classiste pre-capitalistiche che, a partire ovviamente dalla formidabile combinazione tra forza motrice a vapore e macchine (non da produzione, purtroppo) ideata, messa in pratica e descritto con dovizia di particolari dal grande scienziato/tecnico alessandrino Erone.

Il mancato utilizzo di questo 8e di altre meraviglie, quali ad esempio le “pile di Baghdad”) eccezionale salto di qualità in una società classista, messo tra l’altro per iscritto e facilmente riproducibile, non fu sicuramente dovuto a motivi casuali e fortuiti. Il mancato impiego su larga scala del mulino ad acqua in epoca schiavistica, serve per illuminare il “segreto” di tale prolungato e duraturo processo di congelamento dell’utilizzo del lavoro universale all’interno della più avanzata società occidentale dell’antichità.

Sebbene il primo modello di mulino ad acqua di cui possediamo sufficiente documentazione sia, dopo quello accennato in un epigrammo di Antipasto di Tessalonica (secondo secolo a.C.) il mulino del palazzo di Cabeira del Ponto, costruito da Mitridate nel 65 a.C., solo il medioevo è stato il vero palcoscenico della comparsa della ruota idraulica “moderna”.  Viene da chiedersi il perché di questo apparentemente ingiustificato arresto nella diffusione delle ruote idrauliche: se infatti le conoscenze e la tecnologia alla base della loro costruzione erano già a disposizione dei Greci, quale può essere il motivo del mancato utilizzo da parte dei Romani? Un innovatore storico come Marc Bloch, esperti indiscusso della storia medievale, chiarisce questo punto: “Le civiltà greco-romane – scrive – contavano troppi occhi pronti e troppi cervelli vivaci perché si possa negar il dono dell’immaginazione tecnica – basti pensare alle macchine d’assedio ed ai sistemi di riscaldamento ideati dalle civiltà”.

Messa quindi da parte l’ipotesi dell’incapacità tecnica, rimane quella della mancanza di una volontà sociale all’impiego di questi mezzi: “appunto questa economia di forza umana – conclude Bloch – era quello di cui il mondo antico sentiva meno  il bisogno”.[35]

Nella continua e a lungo ininterrotta espansione dell’Impero Romano, la  merce meno preziosa era quindi la manodopera; per un fondato principio, ribadito dallo stesso storico, un’invenzione non poteva diffondersi  senza che la sua necessità sociale venisse ampliamente avvertita, la cui mancanza rese l’impiego della forza idraulica, oltre che inutile “socialmente ingiustificabile”.[36]

Socialmente ingiustificabile perché non produttivo, ma non certo per gli schiavi e la forza-lavoro dell’antichità, e solo agli occhi e nella valutazione collettiva della classe dei proprietari di schiavi, a cui non serviva un “economia di forza umana” (come quella che invece serviva ormai nel Medioevo), per cui risultava inutile avviare i processi su larga scala di risparmio nell’utilizzo della manodopera servile, grazie all’impegno delle grandi novità formatesi allora nel lavoro universale.

Energia a vapore, elettricità, magnetismo, e mulini ad acqua: una messe di “bombe atomiche” protoscientifiche e tecnologiche, vennero lasciate e inutilizzate per mancanza di interesse materiale delle classi sfruttatrici o al massimo usate come “gioco” (Enriques) per i ricchi ed annoiati alessandrini, come nel caso delle (splendide) macchine create da Erone.

Tempi lontani ed ormai remoti, si potrebbe obbiettare: “ormai il modo di  produzione capitalistico utilizza costantemente da scudi, su larga e sempre crescente scala, le nuove scoperte scientifico-tecnologiche”.

Certo, le utilizza da secoli ma solo e fino a quando esse non vanno contro gli interessi materiali e politico-materiali di carattere generale della borghesia e delle multinazionali, o anche di  loro particolare frazioni potenti e ben “inserite” sul piano politico.

Rimanendo solo alla storia degli ultimi due decenni, emergono almeno quattro importanti campi d’azione nel quale il “compromesso di Erone” ha ripreso forma e sostanza reale nelle metropoli imperialistiche:

–          i farmaci contro il cancro e altre patologie;

–          le auto elettriche;

–          la fusione fredda;

–          la fusione termonucleare.

Partendo dal primo settore, all’inizio del 2007 venne scoperto un nuovo medicinale estremamente promettente per la cura del cancro da parte dei ricercatori dell’Università di Alberta, in Canada: i ricercatori di quest’ultima avevano trovato che una semplice molecola di tipo DCA poteva riattivare i mitocondri nelle cellule cancerogene, permettendo che esse morissero come cellule normali.

La “cura DCA” venne sperimentata a lungo e con attenzione, dimostrando nei fatti che risultava estremamente efficace contro molte forme di malattie cancerogene ma essa non era brevettabile né brevettata, non consentendo pertanto a nessuna delle multinazionali dell’industria farmaceutica (Roche, ecc.) di guadagnare enormi profitti dal nuovo farmaco, e pertanto subito si chiuse ogni fonte di finanziamento per i ricercatori canadesi, costretti addirittura a pagare di tasca propria per continuare i loro importanti lavori.[37]

Un caso isolato? No. L’anemia è un flagello mondiale, con un impatto sproporzionato sulle donne, sui bambini  e sulle persone povere (a causa della dieta povera di ferro): perfino negli USA essa interessa, secondo una stima, 3,5 milioni di persone. È trattata con un farmaco chiamato eritropoietina (EPO), che favorisce la formazione di globuli rossi. Un grosso problema con  IEPO è che il corpo la secerne quasi immediatamente, cosicché le dosi devono essere molto elevate. Il che rende IEPO molto lucrosa per l’IAMGEN, l’azienda che possiede i brevetti, mentre il paziente soffre di dolorosi effetti collaterali e paga tutte le spese. Quindi, una persona in dialisi per insufficienza renale necessita per tutta la vita di EPO per un costo di 10.000 dollari all’anno. La maggior parte dei malati del mondo, naturalmente, non ha accesso a tale costosa cura.

Nel 1997, Gisella Clemons, una scienziata presso il Lawrence Berkeley National Laboratory, scoprì una proteina a fattore ricombinante per IEPO vale a dire, una proteina che la sostiene e che ne blocca escrezione. La combinazione di questa proteina con IEPO aumenta l’assorbimento di 10-50 volte, riducendo enormemente il dosaggio richiesto e rendendo il farmaco più sicuro e più economicamente accessibile.

La grande azienda IAMGEN non ne fu interessata e si rifiutò di produrre la forma più efficace dell’EPO e di permettere ad altri di farlo, dando loro l’accesso ai brevetti in suo possesso. Martha Luehrmann, una collega di Clemons, manifestò la sua frustrazione: Un’invenzione meravigliosa che potrebbe salvare centinaia di migliaia di bambini dall’anemia e dalla morte rimane inutilizzata perché il  sistema di brevetti protegge un azienda che non vuole mettere a rischio i suoi profitti.”[38]

Per quanto riguarda l’auto elettrica, essa ancora durante i primi decenni del Ventesimo secolo superava di molto per diffusione gli autoveicoli a benzina: solo lo scarso livello qualitativo delle batterie elettriche del tempo e la potente combinazione formatasi tra multinazionali petrolifere e giganti dell’auto (Ford, GM, Chrisler) statunitensi spazzarono via, per circa sette decenni, la tecnologia alternativa in campo automobilistico. Una simbiosi interessata che si trasformò in una sorta di “complotto antitecnologico”, per fini di profitto tra il 1931 ed il 1943, quando venne seppellita la straordinaria invenzione dl grande genio serbo dell’elettronica, il sovracitato Nikola Tesla (1856/1943), secondo l’attenta e documentata ricostruzione di Igor Spajic.

“Negli anni ’90 del 19° secolo Nikola Tesla aveva rivoluzionato il mondo con le sue invenzioni per sfruttare l’elettricità, dandoci il motore elettrico a induzione, la corrente alternata (AC), la radiotelegrafia, il radio comando a distanza, le lampade a fluorescenza ed altre meraviglie scientifiche. In realtà fu la corrente alternata polifase di Tesla e non la corrente continua di Thomas Edison ad inaugurare la moderna epoca tecnologica.

Tesla non rimase a dormire sugli allori ma continuò a favore scoperte fondamentali nel campo dell’energia e della materia. Scoprì i raggi cosmici decenni prima di Millikan e fu il primo a sviluppare i raggi-X, il tubo a raggi catodici e altri tipi di valvole.

Comunque, la scoperta potenzialmente più significativa di Nikola Tesla fu che l’energia elettrica può essere propagata attraverso la Terra ed anche attorno ad essa in una zona atmosferica chiamata cavità di Schumann. Essa si estende dalla superfici e del pianeta fino alla ionosfera, all’altezza di circa 80 chilometri. Le onde elettromagnetiche di frequenza estremamente basse, attorno agli 8 hertz (la risonanza di Schumann, ovvero la pulsazione del campo magnetico terrestre) viaggiano, praticamente senza perdite, verso ogni punto del pianeta. Il sistema di distribuzione dell’energia di Tesla e la sua dedizione alla free Energy significavano che con l’appropriato dispositivo elettrico sintonizzato correttamente sulla trasmissione dell’energia, chiunque nel mondo avrebbe potuto attingere dal suo sistema.

Lo sviluppo di una simile tecnologia rappresentava una minaccia troppo grande per gli enormi interessi di chi produce, distribuisce e vende l’energia elettrica.

La scoperta di Tesla finì con la sospensione dell’appoggio finanziario alle sue ricerche, l’ostracismo da parte della scienza ufficiale e la graduale rimozione del suo nome dai libri di storia. Dalla posizione di superstar della scienza nel 1895, Tesla nel 1917 era un “signor nessuno”, costretto a piccoli esperimenti scientifici in solitudine.

L’esperienza vissuta/subita dal geniale Tesla si è riprodotta parzialmente dopo sette decenni,  visto che alla tecnologia della auto elettriche è stato impedito per molti anni un decisivo salto di qualità per una precisa decisione delle grandi multinazionali petrolifere, Chevron in testa.

Infatti proprio una delle “sette sorelle” degli idrocarburi ha acquistato i brevetti strategici per l’utilizzo delle super efficienti batterie NIMH, le stesse utilizzate con rande successo nei laptop dei computer e che renderebbero subito convenienti ed attraenti le auto elettriche: ma la Chevron, titolare e proprietaria delle licenze, ha mantenuto finora un veto ostinato all’impiego di tale strumentazione nel settore automobilistico, per finalità ed obiettivi fin troppo facili da comprendere.[39]

Un’altra riedizione post-moderno nel complesso di Erone si è concretizzata rispetto alla cosiddetta “fusione fredda”: nell’aprile del 1989, dopo alcuni anni, M. Fleischmann e S. Pons annunciavano infatti al mondo  di aver scoperto una nuova ed incredibile fonte di energia, inesauribile, pulita e poco costosa.

Grazie ad una particolare cella elettronica, un vaso di vetro a doppia parete, ed utilizzando come catalizzatore il palladio, secondo i due scienziati si potevano avvicinare i nuclei atomici di deuterio e trizio innescando una microreazione di fusione nucleare, con conseguente emissione di molta energia: solo che il processo avveniva a temperatura enormemente inferiore di quelle necessarie per ottenere la fusione nucleare a “caldo”, per la quale come è noto sono necessarie temperature dell’ordine del milione di kelvin e densità del plasma molto elevate.

Tuttavia, dopo il grande clamore della primavera del 1989, la scoperta di Pons e Fleischmann venne ridicolizzata da quasi tutto il mondo scientifico occidentale, che ribadì con forza che non si era quasi mai potuto riprodurre l’esperimento con successo: e, al posto di indagare sulle cause della mancata riproduzione, sulla fusione fredda cadde per circa un decennio un totale, clamoroso ed assordante silenzio.

Si era in presenza di una “bufala”, si continuò a ripetere quasi ovunque, come n mantra ossessivo. Peccato che:

–          “nel 1998, dopo un lavoro durato diversi anni, Yoshiaki Arata e You-Chang Zhang abbiano confermato il riscontro di un notevole eccesso di energia, proveniente da una cellula immersa in acqua pesante (deuterio) e superiore agli 80 watt: energia non spiegabile con qualunque reazione di tipo chimico e generata dalla “DS Cell”, preparata da Arata, ottenuta con un esperimento che è stato riprodotto in forma migliorata (e pubblica…) dallo stesso Y. Arata nel maggio del 2008;

–          nel 2002 il “Technical Report 1862” della marina militare statunitense avesse confermato il fenomeno della fusione fredda come concreto, in un rapporto di 132 pagine;[40]

–          sempre nel 2002, lo scienziato statunitense R. Taleyarkan abbia sostenuto di aver ottenuto la fusione fredda con un metodo denominato “sono-fusione”: immersione di alcune piccole bolle di deuterio in una soluzione di acetone, bombardata da onde sonore;

–          nel 2002 il rapporto dell’ENEA italiana, con il gruppo di studio diretto da A. de Ninno, abbia apertamente confermato la correlazione tra produzione di ???  He ed eccessi di calore, in estrema sintesi esistenza di fusione fredda;

–          nel 2007 sempre l’ENEA e l’istituto SRI di Mento Park (USA) confermarono la riproducibilità della fusione fredda, in una percentuale di casi di circa il 70%;

–          nel 2008 F. Celani, ricercatore dell’INFN, abbia comunicato di aver ottenuto emissioni anomale di calore da una particolare cella di gas deuterio con il catodo realizzato per mezzo di un sottilissimo filo di palladio, lungo circa 60 cm e rivestito di un sottile strato di nano particelle sempre in palladio.[41]

Fermo restando tali “fatti testardi” (e riprodotti), per quale ragione allora non si sono verificati investimenti di massa a favore del settore scientifico-tecnologico della “fusione fredda”? Forse perché, in caso di successo, uno sviluppo del lavoro universale in campo energetico metterebbe in crisi le posizioni dominanti e profitti delle multinazionali petrolifere, almeno nel medio termine?

Un ragionamento analogo può essere effettuato specularmente anche per la scienza/tecnologia della “fusione calda”, e cioè la sintesi termonucleare ottenibile attraverso il Tokamak e/o l’utilizzo di super-laser.

Il solo ed arido esame delle date epocali per questa branchia in via di sviluppo, ma di enorme importanza, del lavoro universale porta inevitabilmente a suscitare sospetti più che ragionevoli sul “ritardo” incredibile nei tempi di miglioramento del Tokamaknel settore della “fusione calda”.

Anno di grazia 1968: alla conferenza scientifica di Novosibirsk, i sovietici annunciano la costruzione ed i progetti del primo Tokamak sperimentale, il T-3.

1983: solo quindici anni dopo vengono completati finalmente i lavori per il “Jet” europeo, a sud di Oxford.

1983-2001: quasi il vuoto di iniziative ed investimenti significativi, oltre che di nuovi salti di qualità, nel campo della tecnologia di Tokamak per circa due lunghissimi decenni.

Il “periodo di vuoto” finalmente finì, principalmente a causa della notizia che la Cina Popolare stava iniziando a fare sul serio (progetto EAST) nel settore ipertecnologico della  “fusione calda” termonucleare, a partire dal 1998/2000.

Con enorme e pluridecennale ritardo, l’Europa, a quel punto lanciò nel 2002 tesa ad avviare una cooperazione internazionale che produrrà alla fine il sopracitato progetto Iter (2003), ma ci vorranno ancora undici lunghissimi anni per completare il sito Cadarache in Francia: arco temporale sufficiente a costruire (se realmente interessati) almeno tre siti per un neo-progetto Manhattan.

Torniamo alle nude, fredde ed oggettive date temporali. Dal 1983 (anno di inaugurazione del Jet) fino al 2014 (anno di inaugurazione, in mancanza di incidenti, dell’Iter a Cadarache) saranno trascorsi ormai più di tre decenni: il tutto mentre si parla da decenni del “picco energetico” per il petrolio, e della necessità vitale per il genere umano di trovare in fretta nuove fonti energetiche alternative agli idrocarburi.

Tre decenni: qualcosa non quadra, a nostro avviso.

Sempre nel settore energetico, il fisico E. Del Giudice, in un suo libro scritto con il giornalista M. Torrealta, ha notato che fin dal 1929 era stato scoperto “l’effetto Choehn” (dal nome dello scienziato Alfred Coehn). In base ad esso, l’idrogeno si scioglie nei metalli sotto forma di ioni e, con l’aumentare della presenza dell’idrogeno nel metallo, gli elettroni di una corrente elettrica che lo attraversi si liberano dai loro nuclei, tanto che, (superata una certa soglia critica) diminuisce la resistenza degli atomi alla propagazione della corrente: i nuclei, invece restano al loro posto all’interno del metallo.[42]

Si trattava di una scoperta potenzialmente “rivoluzionario”, come ammise già nel 1929 il premio Nobel H. Nerst, ma per cinque decenni essa rimase sepolta nella rivista Zeitschrift für Elektrochemie, prima di essere riscoperta e riutilizzata in modo creativo per la tecnologia civile (nei laboratori militari invece essa era oggetto di assidui studi) da Fleischmann e Pons. Ma subito, guarda caso i due coraggiosi scienziati sono stati oggetto di una feroce campagna denigratoria, che ebbe “l’effetto di creare attorno alla fusione a freddo un clima di totale delegittimazione”, come hanno notato giustamente Torrealta e Del Giudice.[43]

Se la domanda è “perché?” , la risposta quasi sicuramente è la caratteristica in via d’esame del “modello Microsoft”, con i suoi derivati e sottoprodotti.

L’ultimo campo di demarcazione tra “modello linux” e “modello Microsoft”, nel processo di utilizzo del lavoro universale, riguarda l’importanza notevole, se non abbastanza spesso centrale, attribuita dalle società protoclassiste e classiste allo sviluppo privilegiato della protoscienza/scienza e tecnologia in campo militare.

Anche le società paleolitiche (collettivistiche) e neolitiche, appartenenti alla “linea rossa” socioproduttiva, non erano certo “pacifiste” e conoscevano ovviamente il processo di produzione e l’impiego delle armi, a partire dalle schegge affilate usate dall’Homo habilis per colpire e scuoiare animali di piccola taglia fino ad arrivare all’arco e le frecce usate nell’ultima fase del paleolitico, per non parlare poi delle mura difensive della Gerico dell’ottavo millennio a.C.

Tuttavia, come si è notato in precedenza il vero salto di qualità protoscientifico e tecnologico si verificò solo con l’affermazione dell’egemonia delle società protoclassiste dei Kurgan, attraverso la domesticazione ad uso bellico del cavallo e l’uso combinato da parte dei “nuovi cavalieri” di arco e frecce, ovviamente una spirale crescente che è continuata (seppur con periodi di stagnazione qualitativa) fino all’inizio del nostro terzo millennio.

In altri termini, l’affermazione delle società classiste ha determinato ed innescato parallelamente e simultaneamente un processo di sviluppo qualitativo e quantitativo degli strumenti di distribuzione e della tecnologia bellica, che si è via via imposto al loro interno come una delle regole e fattori principali di funzionamento: sia per motivi di politica interna (esercito come strumento di ultima istanza per intimorire e tenere a bada le masse popolari) che internazionale, essendo esse contraddistinte da una comune tendenza egemonica ed imperialista che si rivela subito in presenza di rapporti di forza politico-militari valutati – a torto o a ragione – come favorevoli sia dai nuclei dirigenti politici al potere che dai loro mandatari sul piano socio produttivo.[44]

Il risultato ed il sottoprodotto finale è costituito dal fatto che negli ultimi sei millenni si  è innescata una vera e propria “corsa al riarmo” plurisecolare di natura allo stesso tempo socioproduttiva e tecnologico-militare.[45]?????

Dalle armi in rame ed in bronzo si è infatti via via arrivati, passando per l’epocale invenzione della polvere da sparo (Cina, decimo secolo d.C.), fino alle armi di distruzione di massa del Ventesimo e Ventunesimo secolo. Una serie di salti qualitativi enormi, che sono stati sintetizzati nel 1955 dal reazionario ed anticomunista generale statunitense Douglas McArthur: in un momento di lucidità e parziale autocritica, egli notò come nel giro di pochi decenni, quando egli aveva cominciato agli inizi del secolo la sua carriera militare, si fosse passati dai fucili alle mitragliatrici e poi ai carri armati, da questi ultimi agli aerei e poi alle armi atomiche, ed infine dalla bomba A a quella H, contraddistinta da ordigni a fusione termonucleare.

Strumenti di distruzione iperpotenti, ormai in grado di cancellare qualunque forma di vita umana dal pianeta: e realmente il “modello Microsoft”, in salsa ed uso militare, applicato su larga scala alla tecnologia bellica ed al settore della produzione di armi, ha realmente stravolto e cambiato radicalmente la storia umana dopo il 3900 a.C. e la fine del calcolitico.[46]

Per quanto riguarda invece le società collettivistiche comparse dopo il 1917 e l’Ottobre Rosso, almeno Cuba, il Laos, il Vietnam e soprattutto la Cina Popolare, dal 1949 fino ai nostri giorni, non si sono mai fatte attrarre da quella forsennata corsa al riarmo militare e nucleare che è stata progettata/attuata senza sosta dal mondo occidentale nel corso dell’ultimo secolo, a partire dopo il 1945 dall’imperialismo statunitense, seppur dovendo per forza di cose avviare a loro volta la costruzione/riproduzione di un apparato bellico capace di dissuadere le potenze imperialistiche da propositi (innegabili e documentati) aggressivi nei loro confronti.

Sono state proprio le informazioni economico-sociali capitalistiche, anche negli ultimi decenni, ad alimentare una spirale perversa, che condensa o spreca al suo interno tra l’altro tesori enormi di lavoro universale per fini militari, che ormai si è trasferita anche nello spazio, mediante i piani USA di militarizzazione del cosmo e di costruire del famigerato “Scudo Spaziale” avviati dal democratico W. Clinton, continuati dal conservatore Bush junior e proseguiti dal “democratico” Obama le “guerre stellari” rappresentano una delle ultime concretizzazioni del modello Microsoft in salsa militare, uno degli ultimi esempi di applicazione a fini militari di una massa enorme di quel “lavoro universale” via via accumulato dal genere umano.

Il particolare utilizzo sdoppiato (civile/militare) dei risultati della scienza e tecnologia è emersa con plateale evidenza nel caso del processo dell’utilizzo industriale della sintesi dell’ammoniaca agli inizi del Ventesimo secolo, scoperta dallo scienziato tedesco Fritz Haber.

Quest’ultimo, con il supporto di C. Bosch, tra il 1907 ed il 1911 elaborò il processo di sintesi dell’ammoniaca e del solfato di ammonio su vasta scala, fondamentale per innescare la gigantesca produzione industriale di concimi azotati e, a cascata, per elevare enormemente la produttività dei terreni agricoli destinati ai cereali, la fonte principale di cibo per tutta l’umanità: ma l’ammoniaca non venne certo destinata, fina da subito e dal 1914, solo alla produzione di fertilizzanti.

Infatti lo stabilimento tedesco di Oppau nel 1914 “produceva quasi venti tonnellate metriche di ammoniaca al giorno, cioè 7200 tonnellate metriche all’anno, che poi potevano essere trasformate in 36.000 tonnellate metriche di fertilizzante: il solfato d’ammonio. A causa della Prima guerra mondiale, però, scoppiata nell’agosto del 1914, molta dell’ammoniaca dell’impianto venne destinata alla fabbricazione di esplosivi, invece che di fertilizzante. (Le importazioni di nitrato cileno furono interrotte dopo una serie di battaglie navali, in cui gli inglesi prevalsero sui tedeschi).

La guerra mise in risalto il fatto che le sostanze chimiche potevano essere usate sia per sostenere la vita sia per distruggerla. La Germania dovette scegliere se usare la sua nuova fonte di ammoniaca sintetizzata per nutrire il popolo o rifornire l’esercito di munizioni. Alcuni storici hanno suggerito che senza il processo Haber-Bosch la Germania avrebbe esaurito i suoi nitrati entro il 1916 e la guerra sarebbe terminata molto prima. La produzione tedesca di ammoniaca accelerò radicalmente dopo il 1914 ma, visto che se ne usava una buona parte per fabbricare munizioni, garantire la produzione alimentare si dimostrò impossibile. In molte zone il cibo cominciò a scarseggiare contribuendo allo scoramento che precedette la sconfitta tedesca nel 1918. Dunque la sintesi dell’ammoniaca prolungò la guerra, ma d’altro canto l’incapacità tedesca di produrne abbastanza sia per le munizioni sia per i fertilizzanti contribuì a porre fine al conflitto.”[47]

Ma non si sdoppiò solo l’utilizzo dell’ammoniaca, visto che anche il grande scienziato F. Haber si trasformò in una sorta di dottor Jeckill e Mr. Hyde.

Secondo lo stesso T. Standage, storico peraltro apertamente anticomunista, Haber stesso incarnò infatti “in modo esemplare il contrasto tra l’uso costruttivo e distruttivo della chimica. Durante la guerra si dedicò allo sviluppo delle armi chimiche, mentre Bosch cercò di intensificare la produzione di ammoniaca. Nell’aprile del 1925 Haber sovrintese al primo, efficace uso su grande scala delle armi chimiche, quando la Germania impiegò a Ypres il gas clono contro i francesi e i canadesi, causando circa cinquantamila morti. Haber sostenne che uccidere le persone con le sostanze chimiche non fosse peggio che ammazzarle con qualsiasi altra arma; pensava anche che il loro uso avrebbe abbreviato la guerra. Ma sua moglie, Clara Immerwahr, chimica a sua volta, era profondamente contraria e nel maggio del,1915 si suicidò con la pistola del marito. Molti scienziati protestarono quando Haber fu insignito del premio Nobel per la chimica nel 1918, per il lavoro pioneristico sulla sintesi dell’ammoniaca e le potenziali applicazioni in agricoltura.  L’Accademia Reale delle Scienze svedese, che decise il premio, elogiò Haber per aver sviluppato un “mezzo straordinariamente importante per migliorare gli standard agricoli e il benessere dell’umanità”. Fu una predizione eccezionalmente esatta, visto l’impatto che i fertilizzanti creati con il processo Haber avrebbe avuto nei decenni successivi. Ma resta il fatto che l’uomo a cui si deve un radicale aumento della produzione alimentare, e dalla popolazione mondiale, oggi viene anche ricordato come uno dei padri della guerra chimica.”[48]

Il “contrasto tra l’uso costruttivo e distruttivo della chimica”, e della scienza/tecnologia in generale, rappresenta da millenni una costante dell’interno del processo di riproduzione delle società classiste. Nel “modello Microsoft”, di utilizzo del lavoro universale, la focalizzazione e destinazione delle nuove scoperte scientifico-tecnologiche per scopi ed usi bellici ha rappresentato una costante storica di durata plurimillenaria: nella scelta tra “burro o cannoni”, e, sempre a titolo di esempio, tra ammoniaca impiegata per usi alimentari o al fine di costruire armi chimiche, la seconda opzione ha molto spesso assunto la centralità produttiva ( e politico-sociale) all’interno del processo di riproduzione delle società classiste, nella loro dinamica di selezione di priorità  avente per oggetto la destinazione concreta del lavoro universale.

Per fortuna il “modello Microsoft” ha tuttavia trovato sulla sua strada un antagonista storico tenace e relativamente ben radicato, persino durante lo sviluppo egemone (a partire dal 3900 a.C.) delle multiformi e variegate formazioni economico-sociali classiste: la “controtendenza Linux” ha dimostrato concretamente e sul piano fatturale, oltre che a livello potenziale, come risultasse possibile nel passato e si riveli tuttavia praticabile un altro modo di intendere, utilizzare e sviluppare il lavoro universale, le scoperte scientifiche e le invenzioni tecnologiche, per fini cooperativi ed a vantaggio di tutto il genere umano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Arab-Ogly, op. cit., pp. 180-181

[2] M. Lyon, K. Hafner, “La storia del futuro. Le origini di Internet”, Feltrinelli , 1998

[3] “Richard Stallman”, in it.wikipedia.org

[4] Op. cit.,

[5] “Linux” in it.wikipedia.org

[6] “Chinese scientist conduct more tests on thermonuclear fusion reactor”, Xinhua, 15 gennaio 2007, in news.xinhuanet.com

[7] “Tokamak”,in it.wikipedia.org

[8] E. Boldini, “Un mito, una leggenda: il prof. Elbert Sabin”, 30/08/2002, in www.fracassi.net

[9] It.wikipedia.org/wiki/Nikola_Tesla

[10] Gary Stix, “I padroni della vita”, marzo 2006

[11] V. Shiva, “I semi del suicidio”, p. 32, ed. Odradek

[12] G. Stix, “I padroni della vita”, marzo 2005 in www????????

[13] “Yuan Longping e il suo riso ibrido”, in www.rnhb.com.cn, “La Cina”

[14] Arab-Ogly, op. cit., p. 208

[15] J. Diamond, “Armi, acciaio e malattia”, p. 72

[16] R. Sidoli, “I rapporti di forza”, cap. Quindicesimo, in www.robertosidoli.it

[17] P. L. Bernstein, “Storia del denaro”, p. 200, ed. Laterza

[18] P. Spear, “Storia dell’India”, pp. 74 e 200, Ed. Rizzoli

[19] A. Winterling, “Caligola”, p. 66, ed. Laterza

[20] Caio Petronio, “Satyricon”, cap. 32/52

[21] G. M. Cantarella, “Principi e corte”, p. 107, ed. Einaudi

[22] Op. cit., p. 111

[23] G. Dulby, “Storia della Francia”, vol. I, p. 639, ed. Bompiani

[24] Cipolla, op. cit., p. 56

[25] K. Marx, “Il Capitale”, libro I, cap. 22, par. 3, ed. Newton&Compton

[26] K. Marx, op. cit., libro I, cap. 22, par. 3

[27] T. Veblen, “La teoria della classe agiata”, Ed. di Comunità

[28] J. Bouvier, “I Rothschild”, p. 182, ed. Editori Riuniti

[29] R. Baer, “Dormire con il diavolo”, p. 59, ed. Piemme

[30] P. L. Bernstein, op. cit., ; R. Sidoli, “I rapporti di forza”, cap. Quindicesimo, in www.robertosidoli.net

[31] R. Sidoli, “Logica della storia e comunismo novecentesco”, p. 162, ed. Petite Pleisance

[32] M. S. Voslensky, “Nomenklatura”, pp. 208-209, ed. Rizzoli

[33] Voslensky, op. cit., p. 245

[34] A. Graziosi, “L’URSS dal trionfo al degrado”, p. 428, ed. Il Mulino

[35] M. Bloch, “Lavoro e tecnica nel medioevo”, p. 12, ed. Laterza

[36] Op. cit.

[37] M. Pacelek, “Capitalismus versus scienze”, p. 2, 12 agosto 2009, in www.marxist.com

[38] Op. cit., p. 3

[39] M. Pacelek, op. cit., p. 3

[40] “Fusione fredda”, wikipedia

[41] “Fusione fredda”, op. cit.

[42] M. Torrealta e E. Del Giudice, “Il segreto delle tre pallottole” PP 32-33, ed. Ambiente

[43] M. Torrealta, op. cit., p 34

[44] R. Sidoli, “I rapporti di forza”, cap. Dodici e Tredici, “La costante di Sargon”, in www.robertosidoli.net

[45] J. Keegan, “La grande storia della guerra”, pp. 133-137-142-160, ed. Mondadori????? Perché 4 PAGINE DI RIFERIMENTI????

[46] W. Hallgarten, “storia della corsa agli armamenti”, p. 213, Editori Riuniti

[47] T. Standage, “Una storia commestibile dell’umanità”, p. 194, ed. Codice

[48] T. Standage, op. cit., p. 195


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