Capitolo settimo

Marxismo e lavoro universale

 

 

Marx, Engels e Lenin espressero una serie di concezioni ed idee comuni, tra loro, assai chiare sulla combinazione dialettica tra scienza e tecnologia, una serie di punti fermi aperti ovviamente ad uno sviluppo ulteriore e creativo, come in un “cantiere” in cui sono state poste delle solide fondamenta: se su di esse ci siamo brevemente soffermati in precedenza, risulta a questo punto necessario un approfondimento in questo campo d’analisi, partendo dalla questione del grado di importanza assunta storicamente dal lavoro universale.

Proprio nel primo capitolo del primo libro del Capitale Marx rilevò che la grandezza di valore di una merce viene determinata e cambiata dalla dinamica della forza produttiva del lavoro, che a sua volta è “determinato da molteplici circostanze” (Marx).

Tra di esse, come si è già notato, il grande rivoluzionario tedesco comprese il grado di sviluppo della scienza e della tecnologia, oltre “al grado medio di abilità” dell’operaio-collettivo, con le sue proteiformi competenze tecnico-professionali know-how.[1]

Non si è sottolineato spesso come l’elencazione marxiana delle forze motrici principali della “forza produttiva del lavoro” non valga e non riguardi solamente il modo di produzione capitalistico o quelli contraddistinti dallo scambio di merci, ma viceversa (in forme diverse, a volte non collegate al valore-lavoro) tutte le formazioni economico-sociali che hanno contraddistinto finora la storia umana, dal comunismo primitivo del paleolitico fino al socialismo (deformato) sorto in alcune importanti aree geopolitiche del globo dopo il 1917, in un processo materiale che interesserà il futuro (possibile, ma non certo) comunismo sviluppato segnato dalla regola “ a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Infatti dietro al livello qualitativo di sviluppo dei mezzi di produzione e della produttività del lavoro, dietro alla loro dinamica ed al loro grado di “maturità/immaturità” relativo per Marx si trova come protagonista assai importante, il grado di sviluppo via via raggiunta dalla scienza e dalla tecnologia, ivi compreso al suo interno il “grado medio di abilità dell’operaio collettivo (know-how, ecc.): collegamento e determinazione di ultima istanza valida per il comunismo primitivo e quello (futuro) sviluppato per il modo di produzione asiatico come per quello schiavistico, per il feudalesimo come nel capitalismo, certo con ben diversi stadi di progresso e di maturità sia della scienza/tecnica che, a cascata, dei mezzi di produzione sociali in cui si cristallizzano via via le coscienze umane ed il “lavoro universale”, categoria teorica tra l’altro introdotta genialmente da Marx nel processo di analisi torica dell’uomo.

La sequenza generale valida per qualunque modo di produzione, consiste pertanto nella stretta interconnessione esistente tra:

1)      grado di sviluppo della scienza/tecnologia/know-how tecnico, collegato a sua volta alla combinazione “sociale del prodotto sociale”, all’“entità e capacità operativa dei mezzi di produzione” ed alle “condizioni naturali”.

2)      Il grado di sviluppo della produttività sociale, che ne deriva via via.

3)      Il grado di sviluppo qualitativo dei mezzi di produzione sociali.

Il primo livello, con al suo centro il grado di sviluppo qualitativo della scienza/tecnologia, determina in ultima istanza gli altri due e, a catena sia il rapporto via via formatosi tra il lavoro necessario alla riproduzione della forza lavoro (e dei mezzi di produzione) e surplus/plusprodotto, che la composizione tecnica, degli stessi strumenti di produzione: siamo in presenze pertanto di un fattore centrale nel processo di sviluppo del genere umano, oltre che nella stessa concezione materialista della storia. L’importanza crescente ed il ruolo sempre più centrale dello “stato generale della scienza” e del “progresso della tecnologia” a partire almeno dal fiorire della Rivoluzione Industriale, risultava del resto chiara a Marx, in un famoso passo dei Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, scriveva: “Nella misura in cui si sviluppa la grande industria, la creazione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantità di lavoro impiegata che dalla potenza degli agenti che vengono messi in moto durante il tempo di lavoro, e che a sua volta, non è minimamente in rapporto al tempo di lavoro immediato che costa la loro produzione, ma dipende invece dallo stato generale della scienza e del progresso della tecnologia, o dalla applicazione di questa scienza alla produzione”.[2]

Ricchezza reale ormai basata sulla “potenza degli agenti”, a loro volta variabili dipendenti dello “stato generale” della scienza e della tecnica:  un quadro chiaro e lucido di interrelazioni decisive per l’uomo.

Sempre rispetto al ruolo assente dalla scienza/tecnologia, Marx non solo rilevò come all’interno del processo di riproduzione del modo di produzione capitalistico, la forza-lavoro possieda quasi sempre e con la potenziale eccezione dei momenti di più acuta crisi capitalistica (ed anche in quello scenario, assai di rado) il “magico” potere di produrre plusvalore/plusprodotto per i capitalisti che la utilizzano come “lavoro vivo”, mettendolo in contatto organico con il capitale costante, ma indicò altresì che il pluslavoro certo non era stato “inventato” dalla borghesia e dal modo di produzione capitalistico, mentre sussisteva invece già ai tempi lontani “dei teocrati etruschi o dei padroni di schiavi, ateniesi, dei baroni normanni e dei boiardi polacchi”.[3]

Engels fece un ulteriore passo in avanti quando sottolineò nel 1884 come la forza-lavoro umana potesse essere erogata, ed era effettivamente erogata, al tempo remoto delle “barbarie” primitiva e del comunismo primitivo senza che essa potesse in alcun caso produrre un surplus costante ed accumulabile, un “bottino” di cui eventuali nuove classi sfruttatrici (asiatiche e/o proto schiavistiche) potessero appropriarsi a loro piacere.[4]

L’“era del surplus”, il salto di qualità che divide in modo decisivo ed irreversibile la storia socio- produttiva della nostra specie, pertanto costituiva correttamente secondo Engels il sottoprodotto di nuove scoperte tecnologico-produttive quali l’introduzione dell’agricoltura e dell’allevamento, rappresentavano la diretta conseguenza della rivoluzione tecnologica e protoscientifica del neolitico (anche se Engels nel 1884 non usò tali termini…) e la risultante di un gigantesco sviluppo qualitativo delle forze produttive, creato ed innescato essenzialmente dalla (proto)scienza e dalla tecnologia inventata in modo collettivo/cooperativo dalle geniali donne del neolitico.[5]

Per quanto riguarda Lenin, nel suo splendido scritto del 1919 intitolato “La grande iniziativa” egli espresse chiaramente la tesi di carattere generale per cui era in ultima analisi la produttività del lavoro la chiave per la vittoria/sconfitta di rapporti di produzione sociale in reciproco contatto e conflitto, nel caso specifico capitalismo/imperialismo e socialismo. Produttività che rimandava alla sopracitata “forza produttiva del lavoro” descritta da Marx nel primo paragrafo del suo Capitale, ed a catena anche alla combinazione scienza/tecnologia, grado di abilità medio e know-how dell’operaio collettivo, ecc.,anche se Lenin introdusse in quella sede anche il nuovo

“parametro” dell’entusiasmo rivoluzionario e della coscienza ideologica dei lavoratori in una società socialista, nella fattispecie la Russia Sovietica di quel periodo eroico.[6]

Anche se non veniva ancora teorizzata chiaramente la centralità delle conoscenze scientifico-tecnologiche tra i diversi elementi che formano le forze produttive sociali mancava solo un passo per arrivare a tale (inevitabile) conclusione.

Oltre ad aver risolto in larga parte (ed in modo corretto) la questione del ruolo centrale via via assunto dalla combinazione scienza/tecnologia (nel Capitale Marx notò che la tecnologia “svela il comportamento attivo verso la natura”), i “tre giganti” del marxismo fornirono anche una valutazione generale, articolata e dialettica, sul valore intrinseco, sulle ricadute concrete e sull’utilizzo (sdoppiato) del lavoro universale: una concezione nella quale si combinava strettamente un aspetto (centrale) di valorizzazione di quest’ultimo con la critica spietata dell’utilizzo classista e capitalistico (e delle ideologie idealistiche) effettuato rispetto alle conoscenze ed alle pratiche di trasformazione del mondo naturale, via via accumulate dal genere umano.

L’asse principale (principale, non certo unica) delle analisi effettuate da Marx, Engels e Lenin in questo campo viene costituito sicuramente da un atteggiamento positivo e lucidamente entusiasta:

–          sul “materialismo spontaneo” espresso dagli scienziati nella loro sfera di praxis sociale;

–          sulla scienza intesa come forma particolare di pratica sociale umana, tesa ad una conoscenza oggettiva e di valore universale del mondo naturale (ed umano, nell’importantissima sotto-sfera delle scienze sociali);

–          sulla tecnologia e protoscienza considerate come elementi fondamentali e costanti nel processo ininterrotto ed “artificiale” (non-biologico autodeterminato e cosciente) di autotrasformazione del genere umano;

–          sulla scienza/tecnologia intesa come forme di pratica centrali per il processo globale di sviluppo delle potenzialità e poteri reali del genere umano, che lo ha trasformato via via in una specie iperpotente e nel “numero uno” del nostro pianeta;

–          sulla scienza/tecnica intese come basi intellettuali e cognitive fondamentali per lo sviluppo qualitativo degli strumenti di produzione, a loro volta condizione essenziale per l’affermazione del “socialismo dell’abbondanza” prima, del comunismo sviluppato inseguito.

Partendo da quest’ultimo snodo, teorico e politico, la posizione assunta ad hoc da Marx ed Engels appare subito chiara ed inequivocabile. Dai “Manoscritti” del 1844 fino alla “Critica del programma di Gotha” essi sostennero sempre che il comunismo sviluppato (oltre che la fase socialista, prima ed immatura tappa del nuovo modo di produzione comunista) dovesse essere fondata sullo sviluppo impetuoso delle forze produttive sociali, sull’abbondanza dei mezzi di consumo, condizione necessaria per attuare la regola “a ciascuno secondo i suoi bisogni”, e oltre che sul sincronico sviluppo omnilaterale dei bisogni umani (ivi compresi quelli materiali) dei produttori diretti.

Marx espose in forma dettagliata la sua concezione del comunismo dell’abbondanza (e dello sviluppo a spirale delle forze produttive). Specialmente nella sua “Critica al programma di Gotha”, del 1875, nella quale rilevò che tra  le “detrazioni” che la società collettivistica avrebbe fatto prima di redistribuire il prodotto sociale ai produttori diretti era sicuramente compresa quella per “l’estensione della produzione”, per lo sviluppo e la riproduzione allargata del processo produttivo nella prima fase della società comunista.

Inoltre Marx rilevò che la fase superiore della società comunista si sarebbe distinta da quella inferiore (comunemente denominata socialismo) per tutta una serie di importanti coordinate, ivi compreso “la crescita delle forze produttive” ed il fluire di “tutte le sorgenti della ricchezza collettiva” in tutta la loro pienezza.

“In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: “Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni!”.[7]

Nello splendido passo sopracitato, emerge come secondo Marx il comunismo sviluppato e la regola “a ciascuno secondo i suoi bisogni” presuppongono che  aumentino “tutte le sorgenti della ricchezza collettiva”, a partire ovviamente dalla combinazione tra scienza e tecnologia, e  che siano cresciute a dismisura “anche le forze produttive”, sempre a partire da quella loro (centrale) componente che era ed è tuttora il lavoro universale.

Marx ed Engels rifiutarono sempre e con decisione, fin dal 1844/48, il modello del “comunismo rozzo”, e cioè il socialismo pauperistico, ascetico e livellatore, che aveva egemonizzato per millenni le visioni di una nuova società cooperativo-comunitaria, almeno dal grande profeta ebraico Amos (750 a.C.): nel Manifesto essi affermarono chiaramente, riferendosi esplicitamente ai grandi comunisti “utopistico-rivoluzionari” della Francia del 1795/1830, Babeuf e Buonarroti, che “la letteratura rivoluzionaria che accompagnò questa prime apparizioni del movimento proletario” (ad esempio la Congiura dei Eguali del 1797) “è per il suo contenuto inevitabilmente reazionaria. Essa postula un ascetismo generale e un rozzo egualitarismo”.[8]

Non entrando in questa sede nel merito del (presunto) “contenuto reazionario” degli scritti di Babeuf e Buonarroti, il punto centrale è che secondo Marx ed Engels un socialismo della “miseria generalizzata” non risultava certo un sistema socioproduttivo auspicabile per il futuro genere umano, mentre invece doveva affermarsi una diversa concezione (e pratica) nel moderno movimento comunista, tesa a creare quel socialismo dell’abbondanza materiale e quello “sviluppo” (non livellamento…) “onnilaterale degli individui” preconizzato nella “Critica del programma di Gotha” del 1875: un modello di socialismo/comunismo che non poteva avere come precondizione intellettuale materiale, un gigantesco sviluppo di ”tutte le sorgenti della ricchezza collettiva” a partire ovviamente dal lavoro universale e dalla combinazione dialettica tra scienza e tecnologia.

Ma esiste ancora un tema più importante, e cioè che la valutazione iperpositiva di Marx sulla scienza/tecnologia, sciolta e liberata dal suo utilizzo particolare di matrice classista e capitalistica,  si fondava anche sul carattere prometeico della visione marxiana della dinamica del genere umano, soprattutto rispetto al progresso accelerato dei suoi poteri/capacità reali ed alle sue enormi, gigantesche potenzialità future; ivi compreso lo sviluppo infinito delle conoscenze umane e del lavoro universale.

Secondo Marx ed Engels, in altri termini, non solo il genere umano aveva sviluppato un continuo (anche se arduo) processo di autocreazione/autotrasformazione collettiva, attraverso la sua praxis sociale, ma tale processo poteva (a determinate condizioni) portare l’umanità a raggiungere futuri e giganteschi balzi in avanti e salti qualitativi nella fondamentale dinamica dello “sviluppo della capacità umana”, il fine principale della nostra esistenza di specie.

Riprendendo in forma più matura un filone d’ispirazione già emersa in embrione nella sua tesi di laurea del 1841, in un meraviglioso passo del terzo libro del Capitale anche Marx infatti pose l’accento sul decisivo “sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso, il vero regno della libertà umana”. Un processo di sviluppo potenzialmente infinito ed omnilaterale dell’“umanità socializzata” (“Tesi su Feuerbach”) con le sue libere individualità, un processo infinito al cui  interno rientrava sicuramente l’infinito processo di sviluppo delle conoscenze umane, in primo luogo tecnico-scientifiche.

“Di fatto il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla finalità esterna; si trova quindi per sua natura oltre la sfera della produzione materiale vera e propria. Come il selvaggio deve lottare con la natura per soddisfare i suoi bisogni, per conservare e riprodurre la sua vita, così deve fare anche l’uomo civile, e lo deve fare in tutte le sue forme della società e in tutti i possibili modi di produzione. A mano a mano che egli si sviluppa il regno delle necessità naturali si espande, perché si espandono i suoi bisogni, ma al tempo stesso si espandono le forze produttive che soddisfano questi bisogni. La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa. Ma questo rimane sempre un regno della necessità. Al di la di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso, il vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire solo sulle basi di un  regno della necessità. Condizione fondamentale di tutto ciò è la riduzione della giornata lavorativa.”[9]

Non solamente per Marx l’umanità socializzata regolerà il processo di ricambio organico con la natura (= lavoro/produzione) e lo porterà sotto il suo “comune controllo”, attuando un primo ma formidabile livello di prometeismo, ma proprio sulla base dell’umanizzato e controllato “regno della necessità”, essa svilupperà via via anche “il regno della libertà”, e cioè un secondo più avanzato livello di sviluppo accelerato delle sue potenzialità.

Viene teorizzato un prometeismo comunista e cooperativo nel prometeismo nel quale il processo di sviluppo delle conoscenze in tutti i campi, ivi compreso quello scientifico e tecnologico, interagisce con lo sviluppo omnilaterale delle capacità umane (artistiche, erotiche, ludiche… e scientifico-tecnologiche). Dialettica costante tra incremento delle conoscenze e delle capacità umane: una dinamica potenzialmente infinita di sviluppo, agognata e preconizzata da Marx per la “Vera Storia” del genere umano e che, oltre ad avere una delle sue basi e condizioni nel processo di sviluppo della scienza/tecnologia, trovava un suo fine (“fine a sé stesso”) proprio nel desiderio prometeico di sempre maggiori conoscenze/informazioni da parte del genere umano.

Si tratta di un tema di grande rilievo politico-sociale, visto che non a caso Nietzsche (con tutto il pensiero reazionario ed il teocentrismo cristiano) invece ritenne di decisiva importanza, come ha sottolineato acutamente Losurdo, acquisire, sulla scia di Kant e Schopenhauer, la consapevolezza dell’assurdità della credenza “nella conoscibilità ed attingibilità di tutti gli enigmi del mondo”. (GT, 18; 1, p. 118). La hybris della ragione è il presupposto dell’ingegneria sociale rivoluzionaria: l“intelletto unilaterale”, proprio del razionalismo socratico, alimenta “una volontà mostruosa” (ungeheuer) (ST; I, p. 541).

Ci imbattiamo qui in un tema centrale della Nascita della tragedia e dei testi che la preparano: “Per la sua eccessiva (ùbermabig) saggezza, che sciolse l’enigma della Sfinge, Edipo dovette precipitare in un travolgente vortice di atrocità” (GT, 4; I, p. 40). Ma un analogo significato ha anche il ricorso al mito di Prometeo, come chiarisce in particolare uno scritto coevo: “Con Prometeo viene mostrato alla grecità un esempio di come un eccessivo (ubergrob) avanzamento nella conoscenza umana agisca in modo ugualmente rovinoso per chi promuove tale avanzamento e per chi ne usufruisce” (DW, 2; I, p. 565). E di nuovo siamo ricondotti alla pubblicistica impegnata nella critica della rivoluzione: per dirla con Gentz, il traduttore di Burke in Germania, “il sovraccarico di sapere” (Uebermab des Wissens) può essere “rovinoso per l’umanità”, ed è dunque necessario imbrigliarlo.[10]

Il prometesimo, inteso come (esaltante e meraviglioso) tendenza intellettuale, venne caratterizzato fin dalle sue origini in occidente e nella cultura greca principalmente dalla volontà di appropriarsi dei segreti della conoscenza, a partire da quella del fuoco, eliminando parallelamente il monopolio di questi ultimi detenuto da potenze estranee apparse ostili al genere umano, individuate dalla concezione marxista nelle società elitarie di matrice protoclassista/classista.

Non fu certamente per casso che il già ateo (seppur non ancor comunista) K. Marx, nella sua geniale tesi di Laurea del 1841 “Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e di Epicuro”, divenne fondatore ed il padre del prometeismo moderno, del prometeismo rivoluzionario.

Citando con approvazione il Prometeo di Eschilo, nella sua frase famosa “insomma, io odio tutti gli dei”, Marx la commentò notando che “la confessione di Prometeo è la… confessione” (della filosofia atea), “il suo verdetto contro tutti gli dei celesti e terrestri che non riconoscono l’autocoscienza umana come la deità suprema”.[11]

Viene in sostanza ripreso ed accentuato, fin dal 1841, il tema delle potenzialità infinite contenute all’interno dell’autoriprodotto genere umano, filone già seguito dal prometeico Pico della Mirandola dell’“Oratorio de hominis dignitate” (1487) e dal prometeico Giordano Bruno, con i suoi “Eroici furori” e la sua esaltazione della potenza della praxis umana effettuata nella sua opera “Della possanza dell’uomo”.[12]

Non si trattò di uno spunto isolato di Marx, ancora giovane, non-comunista idealista in campo filosofico.

Quando Marx diventò comunista e materialista in campo gnoseologico, riprese infatti il prometeismo rivoluzionario sia nella decima “Tesi su Feuerbach”, innalzando la bandiera dell’“umanità socializzata”, che nell’undicesimo avente per oggetto la trasformazione del mondo: è la matrice, allo stesso tempo originaria e fondamentale, del pensiero (e pratica/lotta) marxiano, dal 1841 alle Tesi su Feuerbach, per poi andare al 1865/71 ed al Terzo libro del Capitale, in una linea di fondamentale continuità.

Si è in presenza di un prometeismo e di una corrente ideale che risulta ancora più importante persino dello stesso comunismo (e lotta anticapitalistica), per Marx: il comunismo dell’abbondanza costituisce a suo avviso “solo” un mezzo, anche se fondamentale mezzo e condizione preliminare per lo “scopo supremo”, mentre il fine supremo viene rappresentato invece dall’azione/lotta per lo “sviluppo delle capacità umane”. Sviluppo collettivo potenzialmente infinito e omnilaterale, processo di sviluppo, azione e lotta multilaterale nel quale rientra ovviamente a pieno titolo (e non solo/principalmente come… mezzo) la pratica tesa allo sviluppo incessante ed ininterrotto del lavoro universale, delle coscienze scientifico-tecnologiche via via accumulate/accumulabili dalla nostra specie.

Sulla scia di Marx, il suo compagno di lotta sottolineò nell’Antidühring il  carattere prometeico del genere umano notando che la sua capacità cognitiva (partendo principalmente da quella di natura scientifica) almeno per la sua “vocazione” e potenzialità, almeno per la sua “meta finale”, risulta “sovrana e illimitata”, seppur in modo tendenziale ed attraverso una dura costante lotta.

“In altre parole: la sovranità del pensiero si realizza in una serie di uomini che pensano in un modo assolutamente privo di sovranità; la conoscenza che ha incondizionata pretesa di verità.

Abbiamo qui la stessa contraddizione che si aveva già sopra, tra il carattere, rappresentato necessariamente come assoluto, del pensiero umano e il suo realizzarsi in singoli individui il cui pensiero è limitato, contraddizione che può risolversi solo nel progredire infinito, nella successione delle generazioni umane che, almeno per noi, è praticamente infinita, in questo senso il pensiero umano è, nella stessa misura, sovrano e non sovrano, e la sua capacità conoscitiva è, nella stessa misura, limitata e illimitata. Sovrano e illimitato per la sua disposizione, la sua vocazione, la sua possibilità, la sua meta finale nella storia; non sovrano e limitato nella sua espressione singola e nella sua realtà di ogni momento”.[13]

Si tratta di un passo quasi trascurato dell’Antidühring ma che riconferma un “filo rosso” prometeico nel marxismo che parte dal 1841, recuperando nella nostra cornice dell’“umanità sociale” e del comunismo la più importante “conquista” (Burckhardt) dell’umanesimo rinascimentale,  il “senso dell’infinita potenza umana”.[14]

Anche Lenin contribuì in modo significativo allo sviluppo del  prometeismo marxista, quando nei suoi “Quaderni Filosofici” notò genialmente che “la coscienza umana” (il “prodotto più alto del cervello, che è il prodotto più alto della materia”) “non solo rispecchia il mondo oggettivo, ma lo crea anche”.[15]

Lo “crea” producendo il processo di “sviluppo delle capacità umane” (Marx, Il Capitale, libro terzo) e delle conoscenze/informazioni umane, fino la punto di “creare” un salto di qualità prometeico inventando nuove forme di organizzazioni della materia inorganica (ad esempio Internet e la futura Intelligenza Artificiale dei futuri supercomputer) ed organica, come nel caso della creazione (già avvenuta…) di vita “artificiale” attraverso nuove forme di DNA, mai viste prima nel mondo naturale. Lo “crea”, in altri termini, con il prometeismo pratico di una nuova (seppur parziale e limitata, certo) creazione del mondo, di una nuova forma di riproduzione ex-novo del mondo che è frutto della praxis umana.

Il terzo snodo consiste proprio nell’importanza attribuita giustamente da Marx ed Engels alla scienza/tecnica, al “lavoro universale” ed alla protoscienza nel continuo ed ininterrotto processo di autotrasformazione (non-biologica, autodeterminato e cosciente, almeno parzialmente) del genere umano, del suo processo dialettico di auto creazione e di automodifica mediante la sua stessa praxis sociale.

La (sempre più precisa) focalizzazione sul processo di auto trasformazione umana rappresenta un’altra costante all’interno della dinamica dell’elaborazione materialistico-dialettica di Marx ed Engels, partendo dai “Manoscritti filosofici” del 1844 fino ad arrivare alla “Dialettica della Natura” con il suo splendido segmento, già citato in precedenza, nel quale Engels sottolineò l’importanza assunta dal lavoro nel “processo di umanizzazione della scimmia” e nella trasformazione progressiva dei proto ominidi di quattro milioni di anni fa nell’Homo propriamente detto.[16]

Nel “lavoro” Engels inserì anche dei presupposti fondamentali (e dei sottoprodotti) della praxis produttiva umana, fina dai tempi del paleolitico, quali l’osservazione empirica della natura (= protoscienza), la creazione di automi e la produzione di strumenti attraverso altri strumenti, alias la tecnologia. In altri termini, protoscienza e tecnologia svolsero per Engels un ruolo decisivo nel processo di umanizzazione dell’uomo, ed a cascata nel processo di auto trasformazione della nostra specie, a partire dal nostro volume cerebrale (quasi triplicato attualmente, rispetto a quello a disposizione dall’Homo habilis più di due milioni di anni fa): un ruolo sia iperpositivo che centrale, è il caso di rilevare. (Manca il riferimento????)

Per quanto riguarda invece la questione del valore cognitivo delle scienze naturali e delle informazioni/conoscenze via via acquisite dal genere umano, rispetto ai proteiformi processi e livelli di organizzazione della Natura, Marx ed Engels espressero sempre verso di esse, fin dall’inizio della loro collaborazione pluridecennale, il massimo apprezzamento unito una valutazione dialettica (e cioè alla teoria dell’approfondimento infinito) nei loro confronti; basti pensare che già nei suoi “Manoscritti economico-filosofici” del 1844 Marx sottolineò che “le scienze naturali hanno sviluppato un enorme attività, e si sono appropriate di un materiale sempre in aumento”, cogliendo l’importanza crescente via via assunto dall’“Eldorado” costituito dal lavoro universale e dal metodo scientifico-matematico.

Sotto questo aspetto Marx si rivelò anche uno scienziato di buon livello in un importante segmento delle scienze naturali, e cioè in campo in matematico.

“Autore di pregevoli saggi (Sul concetto di funzione derivata e Sul differenziale) e studioso di matematica pura. È una dimensione poco conosciuta al  grande pubblico quella del grande pensatore tedesco che emerge dalla lettura dei Manoscritti matematici appena usciti in edizione italiana per Spirali, a cura di Augusto Ponzio. È inutile ricordare che il pensatore di Treviri è molto più noto come il grande economista che ha scritto il Capitale, come il filosofo che ha fondato il “materialismo storico”, come il pensatore che ha inaugurato il “socialismo scientifico” e come lì attivista politico che, insieme a Friedrich Engels ha scritto il Manifesto del partito comunista.

Tuttavia Marx non è solo questo. È stato anche altro ancora. Un matematico, appunto. Capace di penetrare i fondamenti della scienza dei numeri. E critico della scienza e della filosofia naturale del suo tempo, perché convinto che senza un’analisi attenta della scienza e delle nuove conoscenze che essa produce non si può essere né buoni economisti, né buoni filosofi, né buoni politici. Tuttavia se leggiamo i suoi Manoscritti matematici ci accorgiamo che sarebbe riduttivo, come peraltro rileva Augusto Ponzio, pensare che l’interesse che mostra Marx per la “serva e padrona di tutte le scienze” sia funzionale ai suoi interessi di tecnica dell’economia, di filosofo e di pensatore politico. Marx riconosce il valore culturale in sé della matematica. E la studia anche e soprattutto per questo. Con l’obiettivo assolutamente ambiziosi, comuni a molti tra i più grandi matematici del suo tempo.

Ma, forse, è meglio andare con ordine. I “Manoscritti matematici” sono un insieme di lavori di matematica scritti da Marx nel corso dell’intera sua vita, pubblicati per la prima volta nel 1933 in Unione Sovietica e apparsi successivamente solo per frammenti in lingua italiana. Per formazione culturale Karl Marx è molto attento alle scienze. Non si è forse laureato discutendo una tesi sulla filosofia naturale di Democrito e Epicuro? Ma nel corso della sua vita è la matematica che lo affascina. Sia perché la conoscenza matematica è necessaria a chiunque si avvicina all’economia. Sia perché Marx si convince che nessuna scienza, neppure l’economia politica, può dirsi davvero sviluppata se non si fonda sulla matematica.

E i suoi manoscritti matematici hanno un doppio e ambizioso obiettivo: fondare l’economia politica sulla matematica, ma anche fondare su solide basi la matematica stessa e, in particolare, quel nuovo modo di fare matematica che è il calcolo differenziale inventato da Isaac Newton e Gottfried Wihlelm Leibniz. Il primo obiettivo – fondare l’economia su solide basi matematiche – e degno di un economista teorico del suo calibro e comune ai grandi economisti del suo tempo, da Lèon Walras a William Jevons.

Il secondo obiettivo – fondare il calcolo differenziale su solide basi concettuali – è ancora più ambizioso e comune solo ad alcuni grandi matematici del suo tempo come August Cauchy ed Eric Weierstrass. I motivi di fondo che inducono Marx a cercare una teoria profonda del calcolo differenziale risiede nelle “fondazione mistica” che ne hanno dato Newton e Leibniz: ovvero, lo hanno introdotto ma non ben definito. Questo limite del calcolo moderno – decisivo per la ma tematizzazione e quindi per lo sviluppo della fisica – è stato colto e affrontato a partire dal XVIII secolo da grandi matematici come Jean Le Rond d’Alembert e poi da Joseph Louis Lagrange, ma mai davvero risolto. L’intenzione di Marx è, dunque, proprio questa. Andare oltre d’Alembert e Lagrange e fondare su basi concettuali finalmente solide il calcolo differenziale.

Karl Marx non è un matematico di primaria grandezza. Non è aggiornato sugli ultimi sviluppi della letteratura matematica. Mentre esperisce il suo tentativo, non sa che Cauchy e Weierstrass stanno risolvendo proprio i problemi che lui pone. Tuttavia i suoi tentativi che subiscono un’accelerazione proprio negli ultimi anni di vita, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 del XIX secolo, non sono affatto banali e si muovono nella medesima direzione di Cauchy e Weierstrass. In definitiva, Marx non risolve il problema, ma ha capito qual è e quale strada occorre seguire per trovare la soluzione. Non è davvero poco.[17]

Tralasciando di ripetere il celebre discorso tenuto da Marx nel 1856, già riportato e commentato in precedenza, va sottolineato come nell’AntiDühring, Engels – con l’approvazione del suo grande amico, che tra l’altro scrisse in prima persona un capitolo dell’opera in via d’esame – abbia esposto in modo esaustivo la visione comune ai due rivoluzionari su questa tematica, di notevole importanza anche politico-sociale.

Secondo Engels (e Marx), soprattutto la pratica scientifica collettiva del genere umano ha potuto via via risolvere questioni basilari quali quelle dell’unità/interconnessione e della materialità del nostro universo.

“L’unità del mondo non consiste nel suo essere, sebbene il suo essere sia un presupposto della sua unità, poiché esso deve anzitutto pur essere, prima di poter essere uno. Invero l’essere è in generale una questione aperta a partire da quel limite oltre il quale cessa il nostro orizzonte visivo. L’unità reale del mondo consiste nella sua materialità, e questa è dimostrata non da alcune frasi cabalistiche, ma da uno sviluppo lungo e laborioso della filosofia, e delle scienze naturali.”[18]

Per quanto riguarda i risultati concreti via via ottenuti dal processo di sviluppo delle scienze naturali Engels (con Marx) rilevò come esistessero al loro interno solo un numero limitato di “verità eterne”, ormai consolidate ed inattaccabili, ed invece una miriade di “verità parziali” e relative, in via d’elaborazione e di progressivo approfondimento da parte del lavoro universale erogato dalla collettività degli scienziati.

“Lo stesso si ha per le verità eterne. Se mai l’umanità arrivasse al punto di non operare che su verità eterne, su risultati del pensiero che posseggano il valore sovrano e l’incondizionata pretesa di verità, essa sarebbe pervenuta a quel punto in cui l’infinità del mondo intellettivo sarebbe esaurita tanto in atto che in potenza, e sarebbe compiuto il celeberrimo miracolo dell’innumere numerato.

Ma ci sono, ora, verità così saldamente stabilite che ogni dubbio su esse appaia sinonimo di follia? Due volte due fanno quattro, i tre angoli di un triangolo sono equivalenti a due retti, Parigi è in Francia, un uomo senza cibo muore di fame, ecc.? Ci sono quindi verità eterne, verità definitive di ultima istanza?

Certamente. Noi possiamo, alla vecchia e nota maniera, dividere tutto il dominio del conoscere in tre grandi sezioni. La prima comprende tutte le scienze che si occupano della natura non vivente e sono più o meno suscettibili di una trattazione matematica: matematica, astronomia, meccanica, fisica, chimica.

Se qualcuno trova gusto ad applicare grandi parole a cose molto semplici, si può dire che certi risultati di queste scienze sono verità eterne, verità definitive di ultima istanza; e per tale ragione queste scienze si son chiamate anche esatte: ma non per questo tutti i risultati. Con l’introduzione delle grandezze variabili e con la estensione della loro variabilità fino all’infinitamente piccolo e all’infinitamente grande, la matematica, altre volte tanto austera, ha commesso il suo rande peccato originale; ha mangiato il pomo della conoscenza che le ha aperto la carriera dei successi più giganteschi, ma anche quella degli errori. Lo stato verginale dell’assoluta validità e dell’irrefutabile dimostrabilità di tutto ciò che è matematico se ne è andato per sempre; ha fatto irruzione il regno delle controversie e siamo arrivati al punto che la maggior parte della gente fa calcoli differenziali e integrali, non perché intenda ciò che fa, ma per pura fede, perché sinora questo è sempre riuscito bene.

Con l’astronomia e la meccanica le cose vanno ancora peggio, nella fisica e nella chimica ci troviamo in mezzo alle ipotesi come in mezzo ad uno sciame di api. E non è possibile che la cosa sia diversa. Nella fisica abbiamo da fare con il movimento di molecole da atomi, e se l’interferenza delle onde luminose non è una favola, noi non abbiamo nessuna prospettiva di veder mai queste cose interessanti con i nostri occhi. Col tempo le verità definitive di ultima istanza diventano in questo campo stranamente rare.

Ancora peggio stiamo nella geologia che, per sua natura, si occupa principalmente di processi ai quali non solo noi, ma in generale nessun uomo ha assistito. Il bottino di verità eterne di ultima istanza comporta perciò in questo campo grandissima fatica e per giunta è straordinariamente scarso.

La seconda classe di scienze è quello che abbraccia l’indagine sugli organismi viventi. In questo campo si sviluppa una tale varietà di relazioni reciproche e di casualità che non solo ogni questione risolta suscita un numero infinito di questioni nuove, ma anche ogni nuova questione può essere risolta per lo più solo parzialmente per via di una serie di indagini che spesso esigono secoli; e così il bisogno di una nuova concezione sistematica dei nessi costringe sempre di nuovo a circondare le verità definitive di ultima istanza di una fitta serie di ipotesi. Che lunga serie di intermediari è stata necessaria da Galeno a Malpighi per dimostrare una cosa così semplice come la circolazione del sangue nei mammiferi, quanto poco sappiamo della genesi dei globuli rossi e quanti anelli intermedici ci mancano oggi per stabilire, per es., un nesso razionale tra i fenomeni di una malattia e le sue cause! Inoltre avvengono abbastanza spesso scoperte, come quella della cellula, che ci costringono a sottoporre a una revisione totale tutte le verità definitive di ultima istanza sin qui  stabilite nella biologia, e ad eliminarle una volta per sempre delle intere cataste. Quindi chi voglia qui stabilire verità realmente pure ed immutabili, dovrà contentarsi di banalità come: tutti gli uomini devono morire, tutte le femmine dei mammiferi hanno mammelle ecc.; costui non potrà dire neppure che gli animali superiori digeriscono con lo stomaco e l’intestino e non con la testa, poiché l’attività nervosa che ha il suo centro nella testa è indispensabile per la digestione.”[19]

Questa limitazione, corretta ed intelligente del campo d’azione delle “verità eterne” non impediva tuttavia ad Engels di valutare l’importanza oggettiva, valida per tutte le classi sociali e tutte le formazioni economico-sociali, del “conoscere” scientifiche che restano “relative”, ma provate dalla pratica, sul piano della loro verità e corrispondenza rispetto della realtà ed alla sua dinamica. La legge di Boyle, ad esempio, per Engels rimaneva una forma di conoscenza oggettiva dalla realtà fisica, valida e “giusta entro limiti determinati” anche dopo le scoperte effettuate dal fisico Regnault, o, solo che essa conservava la sua “validità entro certi limiti di pressione e di temperatura e per certi gas”: un ragionamento che può essere esteso, a titolo di esempio, anche al rapporto esistente tra le leggi di Newton e quelle derivanti dalla teoria della relatività di Einstein.

“Del resto noi non abbiamo nessun motivo di spaventarci del fatto che il livello di conoscenza a cui noi oggi sia, sia tanto poco definitivo quanto lo sono stati tutti i precedenti. Questo livello abbraccia già un materiale enorme di conoscenze ed esige una specializzazione molto grande degli studi da parte di chi voglia familiarizzarsi in qualche specialità. Chi invece misura col metro di verità pure, immutabili, di ultima istanza, conoscenze che, per la natura delle cose, restano relative per lunga serie di generazioni e debbono essere portate a compimento a passo a passo, o conoscenze tali che, come nella cosmogonia, nella geologia, nella storia umana, già per la deficienza del materiale storico, rimarranno sempre lacunose e incomplete, costui dimostra con ciò solo la sua ignoranza e la sua confusione, se anche, come avviene qui, lo sfondo vero e proprio non sia costituito dalla pretesa all’infallibilità personale. Verità ed errore, come tutte le determinazioni del pensiero che si muovono su un piano di opposizioni antitetiche, hanno validità assoluta solo in un campo estremamente limitato; cosa questa che appunto abbiamo visto e che anche il sig. Dühring dovrebbe sapere, se avesse una qualche familiarità con i primi elementi di dialettica che trattano precisamente della insufficienza di tutte le opposizioni antitetiche. Prendiamo come esempio la nota legge di Boyle, secondo la quale a temperatura costante il volume dei gas varia in modo inversamente proporzionale alla pressione a cui sono sottoposti. Regnault trovò che questa legge in certi  casi non è giusta. Se fosse stato un filosofo della realtà si sarebbe sentito il dovere di dire: la legge di Boyle è soggetta a mutabilità, quindi non una verità pura, quindi in generale non è una verità e dunque è un errore. Ma così avrebbe commesso un errore molto più grande di quello contenuto nella legge di Boyle; nel mucchio di sabbia dell’errore il suo granellino di verità sarebbe sparito; egli avrebbe quindi trasformato il suo risultato originariamente giusto in un errore di fronte al quale la legge di Boyle con quel po’ di errore che vi è inerente, sarebbe apparsa come verità. Ma Regnault, da uomo di scienza, non si abbandonò a siffatte puerilità, invece continuò le sue indagini e trovò che la legge di  Boyle è in generale giusta solo approssimativamente, e in particolare perde la sua validità in gas che possono essere liquefatti mediante pressione, e precisamente non appena la pressione si avvicina al punto in cui sopraggiunge lo stato di fluidità. La legge di Boyle si dimostra così giusta entro limiti determinati. Ma, entro questi limiti, è poi assolutamente, definitivamente vera? Nessun fisico lo affermerà. Ma dirà che essa ha validità entro certi limiti di pressione e di temperatura e per certi gas; ed entro questi limiti ancora più ristretti non escluderà la possibilità di una limitazione ancora più stretta o di una modificazione della formulazione, determinata da future indagini. Così stanno le cose per le verità definitive di ultima istanza, per es. nella fisica. Lavori veramente scientifici evitano perciò di solito espressioni dogmatiche e morali,quali errore e verità, che invece incontriamo dappertutto nelle opere di filosofia della realtà, dove una vuota tiritera ci si vuole imporre come il più sovrano risultato del pensiero sovrano.” [20]

Engels rifiutò in tal modo sia ogni forma di feticizzazione delle leggi ed astrazioni scientifiche, che la loro riduzione a mens strument di previsione privi di qualsiasi valore oggettivo ed intrinseco. A suo avviso le conoscenze scientifiche quasi sempre costituivano ancora delle “conoscenze relative”, ma sempre secondo (ed a ragione) già nel 1878 ed ai suoi tempi dell’Antidühring esse abbracciavano “un materiale enorme di conoscenze” via via accumulate da una “lunga serie di generazione”, essendo diventate ormai “giuste” e “vere” almeno “approssimativamente” ed “entro certi limiti”. Conoscenze relative, ma in ogni caso secondo Engels preziose ed acquisite di regola con fatica, come nel caso della “circolazione del sangue nei mammiferi” scoperta da una “lunga serie di intermediari, da Galeno a Malpighi”; “conoscenze relative” come quella della cellula, ma che in ogni casso costringevano la scienza “a sottoporre a una revisione totale tutte le verità definitive di ultima istanza” in precedenza stabilite nel campo della scienza (della biologia nel caso in oggetto); “conoscenze relative” ma che, sempre secondo Engels (e Marx), contenevano al loro interno molto più di un “granellino di verità” e si avvicinavano sempre più, in modo ???asintotico??? alla verità assoluta nella loro sfera di competenza e di verifica di tipo scientifico.

Una categoria, quella della “verità approssimativa” e del processo di avvicinamento sempre più avanzato della scienza alla verità oggettiva, che venne a sua volta ripresa ed “approfondita” da Lenin alcuni decenni dopo, con le sue opere “Materialismo ed empiriocriticismo” ed i “Quaderni Filosofici”.

Sempre Lenin, fin dalla sua opera “materialismo ed empiriocriticismo” (a dispetto delle calunnie di Korsch e Pannekoek, altri due esponenti della corrente dell’“idealismo marxista”), seppe sviluppare altri anelli importanti della concezione dialettico-marxista del mondo, quali la capacità della scienza di conoscere i processi naturali ricreandoli ex-novo e producendo “le cose per il suo uso” (come nel caso dell’alizarina), la critica del materialismo meccanicistico e anti-dialettico, la continua trasformazione ed interconnessione dei processi naturali, la distinzione tra i diversi livelli di organizzazione della materia e l’inesistenza “di limiti assoluti nel passaggio della materia in movimento da uno stato all’altro”, per citare solo i principali.”[21]

Un ulteriore punto di condensazione del processo di valutazione del marxismo rispetto la lavoro universale riguardo l’apprezzamento di due tendenze fondamentali della praxis scientifica, e cioè il “materialismo spontaneo” (nella loro diretta attività gnoseologica) degli scienziati, con il loro “riconoscimento” (Lenin) quasi generalizzato dell’esistenza della materia in modo indipendente dall’osservatore/scienziato e dal genere umano, a cui si unisce l’utilizzo nella pratica scientifica (in modo inconscio) di un metodo dialettico e non basato solo sull’induzione ed accumulazione empirica di fatti, ma viceversa fondato sul rapporto inscindibile tra ipotesi (creativa) e verifica sperimentale dell’ipotesi, tramite l’esperienza (e misurazione) scientifica della tesi/teoria iniziale, come ben evidenziato anche dal grande marxista Antonio Gramsci.

Rimandando forzatamente ad un altro libro l’analisi della questione avvincente della validità del metodo dialettico, proposto dal marxismo alla scienza (continuo divenire ed interconnessione universale dei processi naturali, diversi livelli di organizzazione della materia con le loro specificità, leggi dialettiche generali dell’unità/lotta di opposti e della trasformazione della quantità in qualità, ecc.) emerge dalle considerazioni sopra esposte che l’asse principale della valutazione (positiva del lavoro universale effettuata da parte dei “classici” del marxismo contiene almeno cinque cardini ed angolazioni: cinque aspetti unificati dall’apprezzamento del carattere oggettivo, universale (anche se sotto forma di verità in via di approssimazione ???asintotica???) e potenzialmente liberatorio (una potenzialità che può trasformarsi in piena realtà solo all’interno di società collettivistiche) che hanno via via assunto l’insieme delle scoperte scientifiche e tecnologiche progressivamente accumulate dal genere umano, attraverso il “lavoro dei molti” e la “cooperazione dei vivi”.

Ma il lato principale risulta a sua volta strettamente interconnesso con un altro asse di ragionamento, secondario ma di valenza assai rilevante, che emerge chiaramente dalla globalità delle riflessioni dei “tre giganti” del marxismo su questa tematica.

Di cosa si tratta? In estrema sintesi, dell’assoluta mancanza di una feticizzazione e della critica feroce al suo utilizzo, utilizzo classista.

Innanzitutto i “tre giganti” erano perfettamente conosciuti che era – ed è tuttora – possibile e praticabile un utilizzo collettivistico e cooperativo del sapere scientifico e tecnologico, a determinate condizioni socioproduttive e sociopolitiche, ma allo stesso tempo sottolinearono in modo costante come nella formazione economico-sociale capitalistica, di matrice “geneticamente” antagonista a causa della separazione del lavoratore dai mezzi con cui produce, il monopolio delle conquiste scientifiche serve alla classe egemone borghese per conservare il suo dominio contro gli interessi della stragrande maggioranza dei lavoratori.

Per usare la terminologia adottata in questo saggio, i “tre giganti” indicarono rispettivamente che era possibile non solo la riproduzione di un “modello Linux” nel processo di utilizzo de lavoro universale, ma anche di quello “Microsoft”, e che anzi quest’ultimo sarebbe sempre rimasto egemone e centrale all’interno sia della società classista che, più specificamente, del modo di produzione capitalistico.

Alla nutrita serie di citazione già rispettate, si può aggiungere un concetto espresso da Marx nel Capitale nella sezione riguardante “macchine e grande industria”,  nella quale il rivoluzionario tedesco sottolineò la completa subordinazione in quella fase (e non solo…) della ricerca scientifica e tecnologica e dei suoi risultati al processo di produzione del plusvalore, alla logica di accumulazione capitalistica.

“John Stuart Mill dice nei suoi Principi di economia politica: “È dubbio se tutte le invenzioni meccaniche fatte finora abbiano alleviato la fatica quotidiana d’un qualsiasi essere umano”. Ma questo non è neppure lo scopo del macchinario, quando è applicato capitalisticamente. Come ogni altro sviluppo della forza produttiva del lavoro, il macchinario ha il compito di ridurre le merci più a buon mercato ed abbreviare quella parte della giornata lavorativa che l’operaio usa per se stesso, per prolungare quell’altra parte della giornata lavorativa che l’operaio dà gratuitamente al capitalista: è un mezzo per la produzione di plusvalore.

Nella manifattura la rivoluzione del modo di produzione prende come punto di partenza la forza-lavoro; nella grande industria, il mezzo di lavoro.”[22]

Lo scopo “del macchinario” dal punto di vista capitalistico, come del resto vale per insieme dei risultati della scienza utilizzati al processo produttivo, consiste essenzialmente nella “produzione di plusvalore”: un fenomeno plateale ed evidente, anche se tale assioma non esclude ovviamente una possibilità di un diverso e non-capitalistico utilizzo del “macchinario” e del lavoro universale, per Marx come per Engels e Lenin, il quale arrivò nel 1921 addirittura a definire il comunismo come “il potere del soviet + elettrificazione”.[23]

Marx ed Engels erano inoltre perfettamente coscienti che nella società capitalistica i risultati del lavoro universale erano indirizzati proprio dal “modello Microsoft”, ed in modo continuo e massiccio, verso a sempre più sofisticata produzione di armi e per alimentare sia la sviluppo qualitativo, che la riproduzione allargata del complesso militar-indutriale delle principali potenze borghesi, Gran Bretagna in testa (in quella fase soprattutto rispetto allo sviluppo della marina militare inglese, allora iperpotente).

Si trattava di un processo continuo di militarizzazione, alimentato fortemente da un impiego distorto (ma lucroso) e distruttivo delle nuove conoscenze scientifico-tecnologiche, che rischiava secondo il loro (corretto) giudizio di ingrandire a dismisura le ricadute negative di nuovi e futuri conflitti bellici su larga scala, facendo sprofondare l’intera Europa nella “barbarie” e nella “comune rovina delle classi in lotta”.

Ancora nel 1889, con eccezionale preveggenza, Engels notò come già allora il livello qualitativo, oltre che quantitativo, raggiunto dalla tecnologia militare avrebbe fatto sì che una nuova guerra su scala europea avrebbe gettato il continente in un abisso di miseria e decadenza, superando di gran lunga la già orrenda catastrofe della Guerra dei Trent’anni del 1619/48. In questo nuovo conflitto, ammonì Engels, tra gli otto ed i dieci milioni di soldati <2si uccideranno reciprocamente e, così facendo, distruggeranno l’Europa intera”, provocando epidemie e carestie su amplissima scala.[24]

Nell’AntiDühring Engels rilevò, ancora nel 1887, che il “militarismo domina e si sta risucchiando l’Europa”,: ora tutta la storia del Ventesimo (e dell’inizio del Ventunesimo: guerre e “scudo” stellari, guerre informatiche, ecc.) ha confermato la validità su scala planetaria della previsione di Engels. Il processo di corsa al riarmo e di sviluppo qualitativo (oltre che quantitativo) degli strumenti di distruzione, all’utilizzo a fini bellici del lavoro universale, sono state delle costanti da più di un secolo nel processo di riproduzione del capitalismo monopolistico di stato, costituendo l’aspetto più orrendo e negativo del “modello Microsoft” con le “punte” di Hiroshima dell’(allora)ipertecnologico progetto Manhattan, della distruzione di Dresda da parte dei bombardieri anglosassoni, della Guerra del Vietnam e dell’uso statunitense dei defolianti chimici, della guerra in Iraq e dell’impiego di ordigni all’uranio impoverito.

L’utilizzo capitalistico della scienza e tecnologia rischia ormai di sprofondare l’intera umanità nell’autodistruzione totale (“inverno nucleare”, armi biologiche capaci di diffondere spaventose malattie vecchie e nuove ipertecnologiche, ecc.), trasformando delle fonti potenziali di liberazione della nostra specie in sorgente radioattive del suo (possibile, non scontata) ???autoestinzione/suicidio??? Contraddistinte tra l’altro da un alta intensità di lavoro universale.

Di questo pericolo, seppur ai loro tempi (non-atomici) di livello più attenuato, Marx ed Engels e Lenin avevano piena coscienza, ed avevano sottolineato l’esistenza concreta dell’utilizzo militaristico e destinato a scopi bellici del processo ininterrotto di sviluppo delle conoscenze umane, a partire soprattutto dal campo scientifico, da parte della borghesia su scala planetaria.

In terza battuta, i “tre giganti” non accettarono mai acriticamente le concezioni del mondo adottate ed espresse via via dall’insieme degli scienziati, ivi compresi i più grandi, come del resto le loro rispettive posizioni politiche; ma viceversa le combatterono sempre, alla luce del sole e senza esitazione, quando esse risultarono in contrasto più o meno aperto con la visione generale  di matrice materialistica della natura o con il metodo dialettico di comprensione dei processi naturali/sociali, oltre che con le posizioni e la scelta di campo politico-sociale collettivistica e comunista a cui essi fecero sempre riferimento.

Sotto questo profilo, fu proprio Engels (il presunto “positivista”) ad attaccare frontalmente nella “Dialettica della Natura” il “classico” empirismo dominante tra gli scienziati britannici dal 1600 fino all’Ottocento, che si collegava dialetticamente con lo “spiritualismo” e superstizioni religiose e/o pseudo magiche anche in scienziati di eccezionale calore quali I. Newton e A. R. Wallace, coautore assieme a Darwin della teoria della selezione naturale.

“C’è un vecchio detto della dialettica fattasi coscienza popolare: “gli estremi si toccano”. Sarà difficile quindi che ci sbagliamo se ricerchiamo le forme estreme di fantasticheria, di credulità e di superstizione non, per esempio, in quegli indirizzi scientifici che, come la filosofia della natura tedesca, hanno tentato di costringere il mondo oggettivo nella cornice del loro pensiero soggettivo, bensì piuttosto nell’indirizzo opposto, che, magnificando la  nuda esperienza, ha trattato il pensiero con disprezzo sovrano (e lo ha, in effetti, più di ogni altro ridotto all’insensatezza). È la scuola che domina in Inghilterra. Già il suo genitore, l’esimio Francesco Bacone, desiderava che i suoi nuovi metodi empirici-deduttivi venissero applicati, innanzitutto, per raggiungere i seguenti risultati: prolungamento della vita, un certo grado di ringiovanimento, modificazione della statura e dei lineamenti, trasformazione degli elementi, generazione di nuove specie, potere sull’atmosfera e suscitamento dei temporali. Egli si lamenta del fatto che le ricerche rivolta a questi scopi sia no state abbandonate e dà formalmente, nella sua storia naturale, delle ricette per fare l’oro e per eseguire svariati miracoli. Isacco Newton  si occupò del pari, nei suoi vecchi anni, dell’interpretazione dell’Apocalisse di Giovanni. Quale meraviglia quindi se negli ultimi anni l’empirismo inglese, in persona di alcuni suoi rappresentanti – e non dei peggiori – si è dato (a quanto pare senza rimedio) allo spiritismo di importazione americana con il suo batter di colpi e le sue visioni?

Il primo scienziato che ad esso si sia dato è Alfred Russel Wallace, zoologo e botanico molto distinto: si tratta proprio di quello scienziato che elaborò contemporaneamente a Darwin la teoria della modificazione delle specie per selezione naturale. Nel suo scrittorello : Sui miracoli e sullo spiritismo moderno, egli racconta che le sue prime esperienze in questo ramo delle scienze naturali risalgono al 1844, anno in cui frequentò le lezioni sul mesmerismo del signor Spencer Hall, in seguito alle quali si mise a fare esperimenti simili ai suoi allievi. “Ero estremamente interessato dell’argomento e mi dedicavo ad esso con passione (ardour)”. Non soltanto produsse il sonno magnetico, con fenomeni di rigidità delle membra  e di insensibilità locale, ma confermò anche l’esattezza della carta cranica di Gall, provocando, con il toccare un qualsiasi organo di Gall, l’attività corrispondente nel paziente magnetizzato; attività che si manifestava, secondo le previsioni, con una vivace gesticolazione. Stabilì inoltre che il suo paziente, purché opportunamente toccato, partecipava a tutte le sensazioni dell’operatore: l’operatore lo ubriacava con un bicchier d’acqua solo dicendogli che era cognac. Riuscì a rincretinire talmente, anche allo stato di veglia, uno degli allievi, da fargli dimenticare il suo stesso nome: risultato che è stato ottenuto tuttavia da altri insegnanti anche senza mesmerismo. E così via.

Si dà ora il caso che anch’io vedessi questo signor Spencer Hall, proprio nell’inverno 1843-1844, a Manchester. Era un ciarlatano della specie più ordinaria che andava in giro per il paese sotto la protezione di alcuni preti. Organizzava rappresentazioni magnetico-frenologiche, servendosi di una giovinetta, per dimostrare con essa l’esistenza di Dio, l’immortalità dell’anima e la nullità del materialismo predicato allora dagli owenisti in tutte le grandi città.”[25]

Engels non espresse mai alcuna forma di indulgenza acritica rispetto alle concezioni generali del mondo adottate via via dagli scienziati, anche se di valore nel loro specifico campo d’azione, allorché esse risultassero di matrice idealista/spiritualista, e non a caso nella Dialettica della Natura egli denunciò correttamente, come un James Randi del tempo, le vere e proprie “truffe” in cui era caduto tra gli altri il povero Wallace, vittima delle sua errata visione della natura; Lenin a sua volta non rimase indietro al grande rivoluzionario tedesco anche sotto questo profilo quando criticò duramente la prospettiva idealistica difeso da un celebre scienziato quale H. Poincarè, nella sua opera “Materialismo ed empiriocriticismo”.[26]

Fin dal 1844/48, inoltre, il marxismo ha continuamente sottolineato e criticato la simbiosi cultural-materiale e la connessione dialettica che si è creata tra scienza e capitalismo dopo la rivoluzione industriale, fenomeno in base al quale la moderna produzione di lavoro universale è via via diventata sempre più una “gigantesca fabbrica delle menti” posta al servizio del processo di accumulazione capitalistica, oltre che contraddistinta da un rigoroso (e controproducente) divisione del lavoro tra scienziati/tecnici e dal segreto industriale/commerciale sulle nove scoperte ed invenzioni (con una serie di eccezioni e controtendenze, fino ad arrivare a Linux.

Come aveva notato Marx nel Capitale, fin dai tempi di Watt e della creazione di una grande società d’affari tra quest’ultimi e Boulton per il perfezionatore della macchina a vapore, il collegamento diretto tra “Big Scienze” e “Big Business” ha segnato pesantemente l’evoluzione della pratica sociale finalizzata al miglioramento del lavoro universale almeno all’interno delle società capitalistiche più avanzate, con il sostegno più o meno diretto degli apparati statali controllati dalla borghesia ed a partire dal processo di ricerca nelle università occidentali.

Non a caso ed in modo corretto, il marxismo contemporaneo ha sottolineato come negli ultimi decenni i monopoli capitalistici tendano ad assorbire nel loro capitale fisso anche la stessa creatività del lavoratore salariato, a partire dagli scienziati e tecnici più qualificati operanti al loro interno.

Specialmente il sistema produttivo informatico infatti “richiede una forza-lavoro mentale particolarmente subalterna ed omogenea, essendo la sua caratteristica fondamentale quella di collocare una serie enorme d’informazioni al di fuori del cervello umano e di dar luogo così ad una mente artificiale di cui quella umana diventa solo funzione e appendice. Il paradosso del nuovo lavoro – del lavoro cosiddetto post-fordista – consiste nel fatto che ciò che ora viene normalizzato e colonizzato, nel nuovo sistema forza lavoro mentale – macchina informatica, è non più il corpo ma la mente stessa del lavoratore. È cioè la sua “coscienza”, sia come attitudine alla comprensione globale ed intuitiva sia come capacità logico-discorsiva: insomma ciò che fin d’ora veniva definito come la caratteristica più personale e non normalizzabile del soggetto umano”.[27]

Si tratta di un processo da un lato ben inserito nel “modello Microsoft”, ma che allo stesso tempo esprime un nuovo salto di qualità nella dinamica di sussunzione ed incorporamento del lavoro universale dentro la logica dell’accumulazione capitalistica e della produzione di profitti per i monopoli privati, della riproduzione allargata del plusvalore estorto via via dalle diverse frazioni della borghesia.

Un balzo in avanti che in ogni caso, come nuovo “affluente”, si unisce all’alveo del “fiume” principale formatosi dalla simbiosi tra capitalismo e scienza ad essa subordinata, la cui logica strutturale è stata magistralmente criticata da Marx, opponendosi con forza a quella particolare forma d’uso di scienza/tecnologia divenuta egemone in ambito borghese, e destinata a favorire il processo di accumulazione capitalistico.

Solo tenendo innanzitutto ben presente l’asse (secondaria, ma di grande peso) critico del pensiero marxiano rispetto alla dinamica del lavoro universale, sempre nel suo collegamento dialettico con il lato principale sopra esposto, si possono evitare tutta una serie di errori teorici e politici: a partire dall’idolatria acritica dello sviluppo scientifico/tecnologico (dimenticando l’utilizzo classista di quest’ultimo, tipico del “modello Microsoft”) e dal suo opposto, dialettico, la confusione (e sua conseguente demonizzazione) tra lavoro universale e capitalismo, obliterando invece la presenza plurimillenaria del “modello Linux”.

Ma, in seconda battuta, bisogna aggiungere anche un altro processo gnoseologico, che ha per oggetto (una volta) banale verità per cui il marxismo si è sempre autovalutato, a partire dal 1844/47, come socialismo scientifico: scientifico, non “mistico”, “religioso” oppure “utopistico” e via declinando.

Scientifico certo nel processo di analisi sia del modo di produzione capitalistico che del “movimento reale” che avrebbe via via “abolito lo stato di cose presenti” ma anche perché Marx (e non solo Engels) propose un metodo dialettico-razionale di conoscenza del mondo umano e naturale, di cui Hegel aveva per primo esposto “le forme generali di movimento” (desunte sia dal mondo umano che da quello naturale, generali proprio assorbite anche dai processi di sviluppo extra-umani), come aveva notato il grande rivoluzionario tedesco nel suo Poscritto del 1873 al primo libro del Capitale, ovviamente criticando l’idealismo filosofico hegeliano, per cui l’idea diventa “il demiurgo della realtà”, umana e naturale.

Socialismo scientifico anche perché Marx ed Engels elaborarono una concezione del mondo nuova e rivoluzionaria, il materialismo dialettico, che si autoconsiderava correttamente come “il totale, la somma, il risultato della storia della conoscenza del mondo”, sia umano che naturale ed il cui metodo era stato sintetizzato correttamente da Lenin come “la teoria dell’unità degli opposti”.[28]

Socialismo scientifico anche perché Marx ed Engels, che si interessarono durante tutta la loro vita delle scienze naturali e delle loro nuove conquiste, rimanendo stretti amici di uno scienziato di notevole valore come Karl Schorlemmer, compresero sempre perfettamente il valore potenzialmente rivoluzionario ed innovativo del processo di sviluppo del lavoro universale, come Marx sottolineò anche nel suo citato discorso londinese del 1856.

Una splendida concezione (scientifico-dialettico) che è riuscita a resistere persino durante il durissimo periodo (principalmente) contro-rivoluzionario del 1989/2007, ma che ha trovato degli accaniti avversari anche nel fronte della sinistra antagonista del mondo occidentale.???Manca riferimento????



[1] K. Marx, “Il Capitale”, libro primo, cap. primo, parte prima

[2] K. Marx, “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica

[3] K. Marx, “Il Capitale”, libro primo, capitolo ottavo, par. secondo

[4] F. Engels, “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato”, cap. nono, Editori Riuniti

[5] Op. cit.

[6] V. I. Lenin, “La grande iniziativa”, luglio 1919

[7] K. Marx, “Critica al programma di Gotha”, parte rima Editori Riuniti

[8] K. Marx e F. Engels, “Il Manifesto del Partito Comunista”, cap. terzo, par. terzo

[9] K. Marx, “Il Capitale”, libro terzo, cap. terzo

[10] D. Losurdo, “Nietzsche: il ribelle aristocratico”, p. 86, ed. Bollati Boringhieri

[11] K. Marx, “Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e Epicuro”, ottobre del 1841

[12] E. Garin, “Il rinascimento italiano”, pp. 95-97, ed. Cappello

[13] F. Engels, “AntiDühring”, pp. 92-93, Editori Riuniti

[14] Garin, op. cit., p. 90

[15] V. I. Lenin, “Quaderni Filosofici”, pp. 157 e 206, ed. Einaudi

[16]F. Engels, “Dialettica…”, op. cit., pp. 184-188

[17] R. Greco, “Marx, la, matematica della liberazione”, 3/11/2006, L’Unità

[18] F. Engels, “AntiDühring”, op. cit., pp- 48-49

[19] Op. cit., pp. 93-95

[20] Op. cit., pp. 96-98

[21] V. I. Lenin, “Materialismo ed empiriocriticismo”, pp. 200-235-246-255-256,  Editori Riuniti

[22] K. Marx, “Capitale”, op. cit., libro primo, cap. tredici, par. primo

[23] G. Boffo, “Storia dell’Unione Sovietica”, vol. primo, p. 123, Editori Riuniti

[24] F. Engels, lettera a I. Nadejde, 4 gennaio 1888

[25] F. Engels, “Dialettica …”, op. cit., pp. 65-66

[26] V. I. Lenin, “Materialismo ed empiriocriticismo”, p. 161, Editori Riuniti

[27] “Il lavoro cognitivo nella fase dell’accumulazione flessibile”, op. cit., p. 4, in www.proteo.it

[28] Y.M. Uranovsky, “Marxism and natural sciences”, 1831, in www.marxist.org, p. 12


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