Capitolo quarto

La nuova globalizzazione: Vie della Seta, l’energia del Sahara

e la sharing economy

“Pensare globalmente, agire sia globalmente che localmente”.

Potrebbe essere questo un sintetico slogan per il Ventunesimo secolo, nel caso in cui l’opzione migliore per il genere umano prendere il sopravvento eliminando le potenti controtendenze della guerra, del militarismo e dello sfruttamento feroce esteso su scala planetaria: dopo la rapida scomparsa del movimento no-global del 1999-2003, la Cina è infatti riuscita negli ultimi anni a elaborare e presentare un’alternativa politico-sociale credibile su scala planetaria, basata da un lato su forze motrici materiali molto concreti ma allo stesso tempo molto diversa rispetto alla diseguale e bellicosa globalizzazione capitalistica del 1960-2008, egemonizzata dal “Washington Consensus” e dall’imperialismo statunitense.

La nuova globalizzazione di matrice cinese risulta invece cooperativa ed egualitaria, con al suo centro di gravità il principio del “win-win” e il vantaggio reciproco tra le nazioni, strutturandosi altresì dalla parte di Pechino su quattro assi principali, in dinamica evoluzione e continuo sviluppo.

Il primo di essi si cristallizza nelle nuove Vie della Seta, ossia nei corridoi logistici e commerciali di tipologia sia marittima che terrestre, mediante la creazione di una rete articolata di ferrovie, autostrade e porti che collegano già ora e soprattutto collegheranno nei prossimi anni la Cina da un lato con tutta l’Asia fino a Teheran e Damasco, dall’altro con l’Europa (ivi compresa Londra e la Scandinavia) e l’Africa, giungendo via via fino a Città del Capo e all’Oceano Indiano; corridoi produttivi di enorme portata sviluppati dalla Cina innanzitutto per acquisire un salto di qualità epocale «dei collegamenti e della cooperazione economica, infrastrutturale e tecnologica-commerciale tra i paesi dell’Europa e tra di essi e le nazioni africane».[1]

A partire infatti dal 2012 e dall’elezione di Xi Jinping come segretario generale del Partito Comunista Cinese, Pechino ha via via elaborato, progettato nei dettagli e iniziato a trasformare in pratica concreta – politica, economica e logistica – il piano globale e pluridecennale delle nuove Vie della Seta, parte integrante del “sogno cinese”.

Il primo grande momento di sintesi politica e di esposizione mediatica per le nuove Vie della Seta si è concretizzata a Pechino tra il 14 e 15 maggio del 2017.

La presenza di ben ventotto capi di stato e di governo tra cui il presidente del consiglio italiano Paolo Gentiloni, non certo a caso unico presente tra i paesi del moribondo G-7, il presidente russo Vladimir Putin, il primo ministro pachistano Nawaz Sharif e quello cambogiano Hun Sen, la birmana Aung San Suu Kyi e il presidente kazako Nazarbayev, il premier malese Najib Razak, quello greco Alexis Tsipras e il presidente indonesiano Joko Widodo, oltre che circa 1.200 delegati provenienti da 110 Paesi, tra cui imprenditori, e rappresentanti di 61 organizzazioni internazionali, già di per sé faceva intuire che stava ormai emergendo una nuova geografia politica che cercherà di affermarsi nel nostro futuro prossimo su scala planetaria.

Persino osservatori politici poco benevoli verso la Cina popolare e il partito comunista cinese hanno ammesso, con onestà intellettuale, che nel vertice di Pechino del maggio dello scorso anno in sostanza si intendeva «coltivare e potenziare i legami economici tra Cina, Russia, India, Iran e Unione europea attraverso una nuova rete di infrastrutture che potenzialmente crea un blocco geopolitico importante in grado di spostare gli equilibri globali e sfidare l’egemonia del continente americano.

Si tratta di porti, ferrovie, autostrade, gasdotti e oleodotti su un territorio che coinvolge 64 Paesi. Come al solito i numeri snocciolati dai cinesi sono impressionanti. La “nuova Via della seta” coinvolge il 70 per cento della popolazione mondiale, il 75 per cento delle riserve energetiche e il 55 per cento del prodotto lordo globale. Secondo il Financial Times solo per i progetti che sono già sulla carta saranno necessari 890 miliardi di dollari.» [2]

Analizzando lucidamente il ruolo globale ormai assunto dalla Cina Popolare con i suoi alleati strategici (a partire ovviamente dalla Russia di Putin) in qualità di forza motrice principale di un nuovo modello di relazioni internazionali e, a cascata, della transizione al socialismo su scala mondiale, lo studioso Fabio Marcelli a sua volta ha sottolineato in modo incisivo che «primo paese al mondo per dimensione economica del prodotto interno lordo rapportato al potere d’acquisto, la Repubblica popolare cinese non intende certo abdicare alle sue responsabilità», in un mondo straziato dalle conseguenze orrende «del capitalismo e dell’imperialismo, quali le devastazioni ambientali, la povertà crescente, le crescenti disuguaglianze e il terrorismo. Lungi dal voler imporre il proprio modello, il governo di Pechino propone al resto del pianeta un differente approccio alla globalizzazione, basato sul rispetto reciproco, il dialogo interculturale, un’effettiva cooperazione economica e sociale che consenta a tutti i partner di trarre giovamento dalle imprese comuni (win-win).»

Lo studioso italiano ha notato come all’ordine del giorno del dibattito politico internazionale si collochi ormai anche «la proposta cinese di Nuova via della seta (one belt one road) un immenso programma per la costruzione del commercio tra Est e Ovest. Sono stati stipulati al riguardo accordi con molti governi dei Paesi interessati e sono previsti per il momento circa 266 progetti di grande importanza che potranno attingere a un Fondo finanziario di cento miliardi di yuan (circa tredici miliardi di euro). Si registra purtroppo una certa disattenzione da parte europea, dato che l’unico governo presente, fatto davvero sorprendente, una volta tanto in senso positivo, è stato quello italiano. Il principio proposto al riguardo dai Cinesi è molto semplice: “Discutere insieme, costruire insieme, condividere insieme i risultati.”

Si tratta di dar vita a una piattaforma inclusiva per costruire un’ampia cooperazione e che non si limiti a consentire profitti di piccoli gruppi, come succede purtroppo quasi sempre in questi casi. Nell’epoca dell’agonia del neoliberismo catastrofico e fallimentare, un grande programma di investimenti pubblici e privati ma guidati dalla mano pubblica per trasformare aree depresse ed emarginate in nuovi centri di sviluppo economico, sociale e culturale nella salvaguardia dell’ambiente naturale e per risolvere i conflitti.»[3]

Stiamo esaminando un progetto politico ed economico di respiro mondiale, senza pretese di egemonismi ma dotato in ogni caso di una notevole carica propulsiva e di una visione ampia e a lunga scadenza, in grado di contribuire seriamente a cambiare in meglio – senza violenza né guerre – il futuro del genere umano: un piano strategico che apre una partita mondiale a più livelli nella quale entrano in gioco la potenza materiale, il crescente soft-power cinese, oltre all’innegabile capacità direzionale del vertice di Pechino, e che è già diventato una realtà molto concreta all’inizio del 2018.

Ad esempio, la Via della Seta è arrivata in Europa ormai da tempo: oltre ai giganteschi treno-merci che transitano in una decina di giorni dalla Cina fino a Londra, Helsinkj, Parigi e Madrid, emerge altresì la curiosità dello sviluppo impetuoso di una delle pochissime città europee sorta negli ultimi decenni, ossia il centro di Kobylang New City in Polonia: trentamila persone, in gran parte impiegate per lo sviluppo del ramo terrestre della Via della Seta che interessa il nostro continente.

Sempre a titolo esemplificativo, all’inizio di dicembre del 2017 è partito da Mortara il primo, gigantesco treno-merci che arriverà direttamente in Cina, con un grande risparmio di tempo rispetto al trasporto normale.

Il secondo perno, di matrice finanziario monetaria, della nuova globalizzazione consiste nel delicato processo di convertibilità dello yuan, la moneta cinese, nell’utilizzo di quest’ultima per l’acquisto del petrolio e nella costruzione di un sistema bancario capace di sostituire la declinante egemonia esercitata dal Fondo Monetario, dalla Banca Mondiale e dalle grandi banche occidentali contro il Sud del nostro pianeta.

Riguardo ai primi due aspetti risulta interessante la comparsa su ampia scala nel settembre del 2017 dei petro-yuan e dell’utilizzo della moneta cinese per l’acquisto di greggio, con la derivata e inevitabile crescita di autorità su tutte le piazze finanziarie del mondo delle banconote di Pechino.

A tal proposito Andrea Muratore ha avuto pienamente ragione nel sostenere che «i principali fautori di un’evoluzione in senso multipolare del sistema monetario internazionale sono, allo stato attuale delle cose, i Paesi del gruppo BRICS, dato che lo stesso Presidente russo Vladimir Putin ha affermato, nel corso del vertice dell’organizzazione tenutosi a inizio settembre, di considerare prioritaria la necessità di impostare “un’evoluzione del sistema in grado di superare l’eccessiva dominazione da parte di un numero limitato di valute di riserva”: in tal senso, la più dirompente risposta alle richieste di Putin è venuta dalla Repubblica Popolare Cinese, che ha di recente annunciato la sua volontà di mettere in circolazione una serie di contratti petroliferi futures denominati in yuan, sancendo di fatto la nascita della prima, concreta alternativa all’egemonia del “petro-dollaro”.

La nascita del “petro-yuan”, che rappresenta forse la maggiore dimostrazione concreta della volontà di Pechino di agire come reale superpotenza nell’agone mondiale, costituisce una svolta decisiva negli equilibri di potere dell’economia mondiale. La mossa cinese rappresenta inoltre un passo di primaria importanza verso la de-dollarizzazione del sistema internazionale e un’opportunità per numerosi Paesi di districarsi in maniera ottimale in un sistema decisamente più democratico. La nascita del “petro-yuan” farà sì che “la Russia, al pari dell’Iran, altro nodo cruciale dell’integrazione euroasiatica, potrà bypassare le sanzioni statunitensi commerciando le fonti energetiche nella propria valuta nazionale o in yuan. La mossa si preannuncia come una mossa win-to-win: secondo molti esperti, lo yuan sarà convertibile in oro nelle borse di Shangai e Hong Kong”, facendo così della triade oro-yuan-petrolio la base della nuova architettura valutaria a trazione cinese.

La mossa di Pechino si inserisce in un contesto che vede una forte spinta alla de-dollarizzazione del mercato petrolifero mondiale, manifestatasi in maniera decisa nel momento in cui, a metà del mese di settembre, il Presidente venezuelano Nicolas Maduro ha deciso di avviare la transizione dal biglietto verde a un paniere di monete incentrato sul rublo e sullo yuan al fine di lenire l’effetto delle sanzioni commerciali imposte unilateralmente da Washington nel tentativo di condizionare le dinamiche interne alla Repubblica Bolivariana. Se, come riportato da Michele Crudelini su Gli Occhi della Guerra il 14 ottobre scorso, al Venezuela dovesse aggiungersi l’Arabia Saudita, la nascita del “petro-yuan” potrebbe causare una vera e propria slavina: non è infatti un mistero che numerose compagnie di investimento cinesi siano in prima linea per gestire la fase iniziale dell’IPO borsistica della compagnia petrolifera statale di Riyadh, Saudi Aramco, parte del piano di riforma Saudi Vision 2030 con cui l’erede al trono Mohammad bin Salman punta a aumentare gli investimenti esteri e il peso del settore privato nell’economia del Paese.»[4]

Al fine di supportare i suoi concretissimi progetti su scala internazionale, Pechino è riuscita altresì dal 2015 a creare alcune strutture per gli investimenti nel campo delle infrastrutture in giro per il mondo, tra cui spicca per importanza l’Asian Infrastructure Investiment Bank (AIIB).

Nel maggio del 2016 Jin Ligun, presidente dell’AIIB, ha annunciato che l’istituto creditizio da lui diretto, a cui partecipano alcune decine di paesi tra cui l’Italia, (ma non Giappone e Stati Uniti, guarda caso) era ormai divenuto completamente operativo.

«L’AIIB è stata istituita formalmente dal 16 al 17 gennaio 2016 in occasione di una cerimonia costitutiva tenutasi a Pechino. Attualmente vanta un capitale di 100 miliardi di dollari e finanzierà investimenti infrastrutturali per 10.000 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Nel 2016 la AIIB dovrebbe finanziare progetti per 1.2 miliardi di dollari ( di cui una quota rilevante co-finanziata con la Banca Mondiale ) per la costruzione di infrastrutture nei Paesi in via di sviluppo del continente asiatico. Il suo obiettivo è quello di promuovere una crescita sostenibile e stabile, fondamentale per lo sviluppo del Continente Asiatico e delle Regioni in via di sviluppo aderenti.

I membri dei BRICS, Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, sono i principali azionisti con il 30,34% di partecipazioni e la Cina è il principale azionista asiatico, mentre i membri non asiatici non possono superare il 25% delle azioni. Germania, Francia, Italia, inclusi i maggiori alleati degli Stati Uniti come la Gran Bretagna e l’Australia sono entrati a far parte dell’Aiib, e la Svizzera ha depositato il 26 aprile scorso lo strumento di ratifica dell’accordo quadro formalizzando la sua adesione all’istituto finanziario.

I prestiti, le partecipazioni, le garanzie rappresentano i suoi ambiti principali ha dichiarato il banchiere Jin Liqun, al fine di finanziare investimenti nei trasporti, nell’energia, nelle telecomunicazioni, nell’agricoltura, nello sviluppo urbano e nell’industria, fornire acqua e servizi igienico sanitari puliti, migliorare l’accesso ai porti, modernizzare le strade e le ferrovie, saranno promossi anche progetti infrastrutturali non fisici, come ad esempio sanità e istruzione, progetti infrastrutturali anche nei Paesi emergenti, anche quelli non attraversati dalla nuova “Via della Seta”.»[5]

Il terzo anello della nuova globalizzazione consiste nella diffusione su scala internazionale del modello originale di sharing economy che si sta ormai affermando e consolidando in Cina nel corso degli ultimi anni, in modo così eclatante da far affermare ad alcuni osservatori occidentali che “in Cina la sharing economy realizza il sogno comunista”.[6]

Eliminando tutte le esagerazioni, il governo di Pechino in ogni caso ha previsto che entro il 2020 e quindi in tempi rapidissimi la sharing economy conterà addirittura per un decimo, rispetto al prodotto interno lordo complessivo del paese asiatico.

In suo articolo molto interessante, Eugenio Cau ha notato che «sembra che si possa fare sharing economy su qualunque cosa, ma è solo in Cina che questo concetto è stato esaurito e piegato fino alle sue massime potenzialità: in Cina, si fa sharing economy con qualunque, ma proprio qualunque cosa. Non c’è solo Didi, la versione cinese di Uber che ha cacciato l’originale dal paese grazie ai suoi migliori agganci politici e a una strategia di espansione ancora più spietata di quella di Kalanick. Non ci sono solo compagnie come Xiaozhu e Tujia, che hanno imparato e perfezionato per la realtà locale la lezione di Airbnb e stanno rendendo un tormento l’ingresso dell’originale nel mercato cinese. In Cina sharing economy significa condividere davvero di tutto: biciclette, ombrelli, cavetti per l’iPhone, caricabatterie, palle da basket…

Ofo, Mobike e altre società di bike sharing hanno iniziato un trend che non si è più fermato. Secondo il sito Tech in Asia, il maggior impazzimento generale dopo la condivisione delle biciclette è quello delle batterie portatili per smartphone: in bar, ristoranti e locali aziende come Xiaodian e Jiedian noleggiano per pochi spicci batterie portatili da usare e restituire. Poi ci sono gli ombrelli. Il fondatore di Molisan ha detto al New York Times: “Tutti in casa abbiamo un sacco di ombrelli, ma non li abbiamo mai a portata di mano quando ne abbiamo bisogno”. Da qui l’idea di disseminare le città di distributori di ombrelli noleggiabili a pochi centesimi – ovviamente grazie a un’app. Si segue con la condivisione di palle da pallacanestro nei campetti cittadini, e altro ancora.

Il governo cinese ha stimato che entro il 2020 la sharing economy varrà un decimo dell’intero pil del paese».[7]

Ormai le aziende cinesi stanno esportando la particolare variante cinese della sharing economy anche fuori dai confini nazionali, creando in tal modo i germi iniziali per un futuro ma possibile processo di sviluppo del “contropotere digitale” a favore dei consumatori e delle masse popolari occidentali, anche se nel gigante asiatico il processo socioproduttivo si sta muovendo a ritmi e su una scala quasi inimmaginabili per lo spazio geopolitico europeo e statunitense.

Il giornalista S. Inferrera ha saputo descrivere in modo molto vivido e realistico alcune delle sorprendenti novità che, anche in questo campo specifico, provengono da Pechino.

«Immagina di essere un ragazzo che ha perso il proprio pallone da basket. Sei in Cina, a Pechino per essere precisi. Non hai voglia di chiedere ai tuoi amici dell’università un pallone in prestito, ma hai comunque voglia di giocare. Che fai? Semplice, crei una start-up per condividere palloni da basket al campetto. Questa è la storia di Nate Liu, studente dell’università di Pechino, che affitta palloni di basket tramite distributori accanto ai campi da gioco. 2 yuan all’ora, poco più di 25 centesimi. La semplicità sta nel fatto che è, ovviamente, tutto a portata di smartphone: si passa il cellulare vicino al distributore automatico, si libera lo slot per il pallone e via a giocare. E, in Cina, il mercato della sharing economy è ancora in espansione.

Negli ultimi anni la sharing economy ha rivoluzionato il mercato mondiale: condivisione, sostenibilità e accessibilità sono le parole d’ordine per sconfiggere la proprietà. E in questo campo innovativo la Cina sta diventando il leader mondiale. Secondo un report del World Economic Forum, l’intero settore della sharing economy cinese valeva 229 miliardi di dollari nel 2015 e crescerà del 40% per i prossimi 5 anni, diventando il 10% del Pil cinese entro il 2020. Numeri ambiziosi, che derivano dalla grande domanda interna cinese (il 64% della crescita del Pil cinese deriva da questa voce). Per dare un’idea dell’evoluzione del fenomeno, durante il 2016 sono state coinvolte nella sharing economy 600 milioni di persone, 100 milioni in più del 2015 e sono stati creati 5,85 milioni di posti di lavoro, 850mila in più rispetto all’anno precedente. E tra le storie di successo non c’è solo quella del giovane Nate Liu e dei palloni da basket, come è facile immaginare».[8]

L’ultimo tassello importante, all’interno del processo di costruzione di una nuova e cooperativa forma di globalizzazione, è rappresentato dal grandioso ma realistico progetto cinese teso a spostare e trasferire su scala gigantesca l’energia elettrica prodotta sul nostro pianeta, costruendo simultaneamente nuovi ed enormi “parchi solari” nel Sahara e delle “zone eoliche” attorno ai poli della Terra.

I grandi progressi tecnoscientifici raggiunti nel campo delle reti elettriche “supercritiche” rendono tale piano socioproduttivo allo stesso tempo, cooperativo ed entusiasmante, come ha sottolineato Fabrizio Patti in un suo eccellente articolo.

In modo sorprendente per un occidentale, il vecchio e naufragato sogno europeo di sfruttare gli infiniti spazi del Sahara per produrre energia elettrica mediante impianti fotovoltaici è stato infatti ripreso e riprodotto in modo creativo da Pechino «in un’ottica completamente diversa: non la produzione per l’Europa ma per il mondo intero, compresa una buona fetta delle 3 miliardi di persone che oggi ha un accesso discontinuo all’elettricità. Un obiettivo semplicemente impossibile fino a poco tempo fa, visto che i sistemi attuali di trasmissione di energia hanno grandi dispersioni e non sono connessi a livello globale. Ora però le cose stanno cambiando.

Immaginate, per capire che cosa hanno in mente a Pechino, che oltre ai parchi solari nel Sahara ci siano vaste estensioni di parchi eolici nelle zone ventose dell’Artico e in molte altre zone non abitate del pianeta, compresa l’Antartide. Immaginate una nuova rete di trasmissione dell’energia ad altissima capacità e bassa dispersione, capace di connettere tutto il mondo, compresi i suoi angoli più remoti. Immaginate che questo permetta di rendere finalmente possibile uno sviluppo rapido delle fonti di energia rinnovabile, perché non ci sarebbero più i problemi derivanti dalla discontinuità della produzione di elettricità da sole e vento. Immaginate che tutto questo porti entro il 2050 a produrre il 90% dell’elettricità con fonti rinnovabili a livello mondiale. Immaginate, infine, che ciò comporti investimenti globali per la cifra astronomica di 50mila miliardi di dollari in 30 anni.

Immaginate, per capire che cosa hanno in mente a Pechino, parchi solari nel Sahara e parchi eolici nelle zone ventose dell’Artico e Antartide. Immaginate una nuova rete di trasmissione dell’energia capace di connettere tutto il mondo. Immaginate che tutto questo porti entro il 2050 a produrre il 90% dell’elettricità con fonti rinnovabili a livello mondiale e investimenti globali per 50 mila miliardi di dollari in 30 anni.

Quando nel 2010 la State Grid Corporation of China cominciò a tratteggiare nei suoi documenti strategici questi scenari, l‘interesse che suscitò fu tutto sommato limitato, perché si trattava di poco più di suggestioni. Da allora, però, molta acqua è passata sotto i ponti: nel 2015 la visione è stata presentata all’assemblea generale delle Nazioni Unite dal presidente cinese Xi Jinping. Un anno dopo da Pechino su impulso di State Grid è stata creata un’organizzazione apposita, chiamata Geidco, ossia Global Energy Interconnection Development and Cooperation Organization. Il suo vice-presidente è il premio Nobel per la fisica Steven Chu, già ministro dell’Energia nella prima amministrazione Obama. A oggi vi hanno aderito 265 imprese di 22 Paesi (tra cui Abb, Siemens, Terna, Politecnico di Torino). È stato elaborato un piano, con una roadmap che si pone obiettivi al 2020, 2030 e 2050. Nel frattempo i primi investimenti per diverse centinaia di milioni di dollari per progetto sono iniziati, in Cina, ma anche in India, Stati Uniti e Sudamerica.

La tecnologia si sta sviluppando rapidamente e questo già permette di ragionare sulle conseguenze con cui fare i conti una volta che il progetto fosse effettivamente messo in atto. Conseguenze geopolitiche, perché l’interconnessione si affianca allo sviluppo infrastrutturale del progetto One Belt One Road (o Nuova Via della Seta); ma anche industriali, perché in parallelo corre anche il piano per far conquistare alla Cina una posizione egemone nella produzione di auto, attraverso lo sviluppo di auto elettriche (con buona pace di Sergio Marchionne e della sua diffidenza sul tema). E gestionali e amministrative, perché nello scenario che si va delineando il ruolo delle società municipalizzate è destinato a ridimensionarsi, soprattutto se avranno successo le sperimentazioni di distribuzione basata sulla tecnologia delle blockchain.

Il punto di partenza di ogni ragionamento è quello della tecnologia. Sono tre i pilastri del progetto: le linee supercritiche a corrente continua (Ultra High Voltage Direct Current, o Uhv-Dc); lo stoccaggio dell’energia prodotta da fonti rinnovabili; e la distribuzione locale dell’elettricità tramite smart grid, ossia reti intelligenti. Le reti Uhv-Dc sono la chiave di tutto. Rispetto alle linee a corrente alternata il potenziale elettrico è maggiore e le perdite minori. Oggi le linee ad altissima tensione, in Italia, arrivano a 380 Kv (kilovolt) e la dispersione è tra il 6 e l’8 per cento. Una linea di ultima generazione a corrente continua hanno un potenziale di 800-1.100 Kv e assicurano la trasmissione su distanze fino a 2.300 chilometri fino con perdite inferiori al 5 per cento. «Perché non rimanga sulla carta, il progetto deve poggiarsi su delle reti innovative che abbiano grande velocità, grande capacità di trasporto e basse perdite. Le nuove reti supercritiche assicurano questo e hanno altri due vantaggi: occupano meno spazio delle linee tradizionali e non hanno un campo magnetico, per cui non determinano inquinamento elettromagnetico come le linee tradizionali», spiega a Linkiesta Corrado Clini, ex ministro dell’Ambiente italiano e docente di Scienze ambientali all’università Tsinghua di Pechino».[9]

La nuova “Internet dell’energia” si sta ormai trasformando via via in una realtà concreta che, nei prossimi decenni, potrà aiutare a trasformare il mondo a partire dal Sud del nostro globo e che già ora costituisce un tassello significativo del “sogno cinese per il mondo”, a favore dell’intero nostro pianeta.

Come del resto sarebbe molto piaciuto al geniale Lenin del “Che fare?” del 1902, stiamo esaminando le principali linee-guida di un sogno politico-sociale molto concreto che, come ha notato nel 2015 Xin Xiangyang, ricercatore presso l’Accademia Cinese per la Scienza Sociale, «non potrà che essere molteplice, esattamente come i sette colori dell’arcobaleno. Ma al contempo, come ricorda una vecchia poesia di Mao, queste nuance possono essere mischiate per formarne una sola: esattamente come una girandola mischia l’iride per ottenere il bianco, così il sogno cinese deve saper rappresentare lo spettro di tutti i colori della nazione. Ecco quindi che il sogno cinese si tinge di rosso, proprio per rappresentare la via socialista e di arancione per raffigurare l’armonia tra uomo e società e tra uomo e natura. Proseguendo nello spettro dei colori, Xin, ci guida alla scoperta del giallo, emblema dello sviluppo pacifico della Cina, e del verde, simbolo per eccellenza della natura e dell’ambiente. Quest’ultimo, secondo il ricercatore, richiederà nei prossimi anni grande interesse e attenzione per risolvere alcuni dei problemi ambientali che affliggono il gigante asiatico, primo fra tutti l’inquinamento dell’aria. Proseguendo lungo i colori di questa particolare iride, troviamo due sfumature di azzurro: la prima, simbolo della gioventù, rappresenta la freschezza e il dinamismo del sogno cinese (è un messaggio di buon augurio, perché sottintende che l’avvenire socialista appartiene ai giovani), la seconda rappresenta il mare».[10]

La nuova forma di globalizzazione sta ormai prendendo corpo con le nuove reti digitali che Pechino sta costruendo anche in Africa; mediante i grandi porti asiatici, visto che in tale continente operano già ora 15 tra i 20 interporti più grandi del mondo; attraverso le reti ferroviarie ad alta velocità che si stanno irradiando dalla Cina fino alla Russia e al centro d’Europa; con le nuove autostrade in via di attuazione e che seguono la stessa direttrice di marcia; con le altre tipologie di infrastrutture, a partire dalla rete satellitare, che il “Regno di Mezzo” sta ultimando anche a vantaggio di nazioni come il Venezuela bolivariano.[11]

Non siamo certo all’interno di un’ottica occidental-centrica, ma viceversa si sta analizzando una prospettiva alternativa nella quale riecheggia la tesi politica creativa – e antieurocentrica – espressa da Lenin nel suo scritto del 1923 intitolato “Meglio meno, ma meglio”. In tale splendido scritto, infatti, Lenin notò che rispetto allo scontro epocale tra socialismo e capitalismo/imperialismo «l’esito della lotta dipende, in ultima analisi, dal fatto che la Russia, l’India, la Cina, ecc. costituiscono l’enorme maggioranza della popolazione» del nostro pianeta, nel 1923 come nel 2018: un’“enorme maggioranza” che ormai sta iniziando a unirsi e organizzarsi sotto molti profili.

 

[1] L. Cellini, “La Via della Seta, un modello che si ripete nel tempo”, in www.pressenza.com

[2] C. Attanasio Ghezzi, “La Via (della seta( all’egemonia cinese”, 15 maggio 2017, in www.pagina99.it

[3] F. Marcelli, “Nuova via della Seta, la proposta della Cina al pianeta”, 29 ottobre 2017, Il Fatto Quotidiano

[4] A. Muratore, “La Cina lancia i petro-yuan: l’era del dollaro verso la sua fine?”, 29 ottobre 2017, in www.gliocchidellaguerra.it

[5] S. Agostini, “Comincia la grande corsa dell’AIIB, gemella asiatica della banca Mondiale”, 14 maggio 2016, in www.futuroquotidiano.com

[6] E. Cau, “In Cina la sharing economy realizza il sogno comunista, 4 giugno 2017, in Il Foglio

[7] E. Cau, op. cit.

[8] S. Inferrera, “La sharing economy cinese è la più grande del mondo”, 12 luglio 2017, in www.linkiesta.it

[9] F. Patti, “Il piano cinese sulle energie rinnovabili che cambierà il mondo”, 12 ottobre 2017, in www.linkiesta.it

[10] Rivista Marx21, n. 1 del 2015, p. 58

[11] P. Escobar, “Cina, il Regno di Mezzo è ovunque”, 27 febbraio 2015


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