Capitolo quinto

Il sogno di Deng Xiaoping e la “teoria del magnete”

In opposizione alle false e ingenue tesi del materialismo meccanicistico, va sottolineato come il marxismo valuti molto positivamente l’attività dell’immaginazione e i sogni, purché essi siano “a occhi aperti” e stimolino la praxis collettiva del genere umano.

A tal proposito Lenin nel 1902 citò con esplicita approvazione nel suo geniale libro intitolato “Che fare?”, una bella frase dello scienziato russo Pisarev.

«Il contrasto tra il sogno e la realtà non è affatto dannoso se chi sogna crede sul serio al suo sogno, se osserva attentamente la realtà, se confronta le sue osservazioni con le sue fantasticherie, se, in una parola, lavora coscienziosamente per attuare il suo sogno. Quando vi è un contatto tra il sogno e la vita, tutto va per il meglio».

Lenin commentò tale tesi notando come «i sogni che vengono attuati, quando vi è contatto tra il sogno e la vita reale e concreta, sogni di questo genere ve ne sono disgraziatamente troppo pochi nel nostro movimento».[1]

“Troppo pochi” e non certo troppi, secondo la corretta valutazione di Lenin.

Rimanendo proprio in tema di occhi aperti e a lunga scadenza, quello elaborato da Engels nel settembre del 1882 in una lettera a Karl Kautsky merita in ogni caso un posto molto speciale, sia per la sua alta capacità previsionale sia per il suo notevole livello di progettualità comunista proiettata su scala planetaria, seppur scontando espressioni e termini ottocenteschi: dalla missiva in questione emerse con forza quella “teoria del magnete” da cui prenderanno in seguito spunto, in modo originale e creativo, Lenin e Deng Xiaoping.

Engels, nel settembre del 1882, immaginò uno scenario futuro nel quale la rivoluzione proletaria avesse vinto e preso il potere solo in alcune nazioni avanzate del pianeta, ossia in Europa e nell’America settentrionale, dovendo per forza di cose rapportarsi con il resto del pianeta, nel quale il colonialismo occidentale aveva ormai espropriato sotto tutti gli aspetti le popolazioni di colore dall’Algeria all’India, dai possedimenti coloniali spagnoli a Cuba fino a quelli olandesi nell’odierna Indonesia.

Sempre nella lettera in oggetto il grande comunista F. Engels delineò un possibile (ed auspicabile, desiderabile) esito del processo rivoluzionario mondiale notando che, a suo parere, dopo una rivoluzione europea, le colonie «occupate da popolazione europea, Canada, il Capo» (Sudafrica) e «Australia diventeranno indipendenti; dall’altro lato le nazioni con popolazione nativa, che sono semplicemente soggiogate, India, Algeria, i possedimenti olandesi, portoghesi e spagnoli, devono essere controllate per qualche tempo dal proletariato e condotti il più rapidamente possibile verso l’indipendenza. Come questo processo si svilupperà è difficile a dirsi. Forse l’India, veramente con tutta probabilità, produrrà una rivoluzione, e dato che il proletariato che sta emancipandosi non può condurre alcuna guerra coloniale, a ciò dovrebbe essere data piena libertà d’azione; tale processo non si svolgerà senza tutta una serie di distruzioni, ovviamente, ma questa sorte di avvenimenti sono indispensabili da tutte le rivoluzioni. Lo stesso potrebbe accadere anche in altri posti, ad esempio in Algeria ed Egitto, e tutto ciò sarebbe certamente la migliore cosa per noi» (per i rivoluzionari europei). «Noi avremo già abbastanza da fare a casa nostra. Una volta che l’Europa si sia riorganizzata, come il Nord America, tutto ciò fornirà un tale gigantesco potere e un tale esempio» (positivo) «che le nazioni semicivilizzate ci seguiranno sull’onda di un loro personale accordo… Una sola cosa è certa: il proletariato vittorioso non può costringere ad accettare doni di alcun genere a qualunque nazione straniera, senza minare la sua stessa vittoria nel far ciò. La qual cosa, ovviamente, in nessun caso esclude guerre difensive di vario genere».[2]

Secondo la corretta valutazione di Engels, un processo politico-economico di “riorganizzazione” di matrice socialista avrebbe espresso un tale “gigantesco potere” e un “esempio” positivo e contagioso che le nazioni non (ancora) collettivistiche sarebbero state inevitabilmente attratte e conquistate dai risultati ottenuti via via dal “proletariato vittorioso” (Engels): venne pertanto esposta per la prima volta la teoria del magnete, come schema generale e guida creativa per il processo di costruzione del socialismo/comunismo su scala mondiale.

La lettera di Engels del 1882 è diventata via via sempre più importante per la teoria-praxis collettiva del movimento comunista, visto che siamo in presenza della prima embrionale (embrionale) riflessione teorica di alto livello su quello che verrà in seguito definito come “soft power” in campo internazionale. Ben conosciuta da Lenin, che commentò proprio tale lettera a Kautsky nel suo geniale lavoro sull’imperialismo del 1916, la “teoria del magnete” intesa come esempio attrattivo dei successi economici delle nazioni socialiste verso gli stati ancora di matrice capitalistica, con il parallelo rigetto dell’esportazione della rivoluzione, venne ripresa in modo creativo proprio dal geniale rivoluzionario russo, a partire dal maggio del 1921.

A dispetto della disastrosa situazione economico-sociale in cui si trovava allora la Russia sovietica, dopo la vittoria dei bolscevichi sulle forze controrivoluzionarie interne ed internazionali, Lenin a partire dal marzo del 1921 e dalla sconfitta della sommossa anticomunista di Kronstadt riuscì infatti non solo ad avviare con successo la NEP (Nuova Politica Economica, che introdusse la libertà d’impresa per i contadini) e a stipulare il primo accordo commerciale-diplomatico del paese sovietico con la Gran Bretagna, ma iniziò ad elaborare la strategia del “socialismo in un solo paese”; Lenin abbandonò allo stesso tempo qualunque precedente opzione tesa all’esportazione della rivoluzione su scala europea/mondiale, oltre a gran parte delle passate speranze bolsceviche su un’ondata rivoluzionaria all’interno del mondo occidentale che scoppiasse nel breve periodo (a differenza che per l’Asia, dove invece la “pentola” era in via di ebollizione).

Nel nuovo disegno globale elaborato da Lenin, proprio la competizione produttiva tra socialismo sovietico (deformato) e imperialismo avrebbe svolto un ruolo centrale vista la convinzione del grande rivoluzionario russo che il paese dei soviet sarebbe stato via via in grado, come un magnete attrattivo, di far vincere «su scala internazionale in modo certo e definitivo» (Lenin) il processo rivoluzionario mondiale attraverso «la nostra politica economica” (sempre Lenin) e con la risoluzione del “problema» (sempre Lenin) dell’“edificazione economica”, mediante una politica che doveva “durare molti anni” (Lenin).

Nel suo discorso del 28 maggio 1921, alla decima conferenza panrussa del partito bolscevico, Lenin lanciò pubblicamente la versione russa della “teoria del magnete” (pacifico-economico) notando innanzitutto che «certo, quando tracciamo una politica che deve durare per molti anni, non dimentichiamo neppure per un momento che la rivoluzione internazionale, il ritmo e le condizioni del suo sviluppo possono cambiare ogni cosa. Attualmente la situazione internazionale è tale che si è stabilito un certo equilibrio, che è temporaneo, instabile, ma è tuttavia un equilibrio, ed è un equilibrio di questo tipo: le potenze imperialistiche, nonostante tutto il loro odio e il loro desiderio di scagliarsi contro la Russia Sovietica, hanno rinunziato a questa idea perché la disgregazione del mondo capitalistico progredisce, la sua unità continua a diminuire, mentre la pressione esercitata dai popoli coloniali oppressi, che contano più di un miliardo di abitanti, diventa più forte di anno in anno, di mese in mese, di settimana in settimana. Ma non possiamo far congetture a questo proposito. Attualmente esercitiamo la nostra influenza sulla rivoluzione internazionale soprattutto con la nostra politica economica. Tutti guardano alla Repubblica sovietica russa, tutti i lavoratori in tutti i paesi del mondo, senza alcuna eccezione e senza alcuna esagerazione. Questo risultato è stato raggiunto. I capitalisti non possono tacere e nascondere nulla; perciò essi sfruttano soprattutto i nostri errori economici e la nostra debolezza. Su questo terreno la lotta è stata portata su scala mondiale. Risolviamo questo problema, e avremo vinto su scala internazionale in modo certo e definitivo. Perciò i problemi dell’edificazione economica assumono per noi un’importanza veramente eccezionale. Dobbiamo riportare la vittoria su questo fronte con un progresso e un’avanzata lenta, graduale (non può essere rapida), ma incessante. E mi sembra che, a conclusione dei lavori della nostra conferenza, abbiamo, in ogni caso, raggiunto certamente questo scopo».[3]

Fin dal marzo/maggio del 1921, Lenin si era pertanto convinto che i comunisti russi avrebbero esercitato la loro “influenza sulla rivoluzione internazionale soprattutto con la nostra politica economica” e che essa a sua volta avrebbe potuto “riportare la vittoria“ grazie a “un progresso e un’avanzata” lenta ma incessante, capace di attrarre ed entusiasmare “tutti i lavoratori in tutti i paesi del mondo”: un pacifico magnete, in estrema sintesi, capace di produrre “soft power” su scala mai vista in precedenza rispetto al campo imperialista ed alle nazioni da esso sfruttate.

La teoria del magnete venne ripresa in modo creativo anche da Deng Xiaoping che, fin dal marzo del 1975, aveva previsto per la Cina che «la nostra economia dovrà espandersi in due fasi. Nella prima verranno creati entro il 1980 un sistema industriale e un’economia nazionale indipendenti e relativamente completi. Nella seconda, la Cina sarà trasformata, entro la fine del XX secolo, e cioè entro i prossimi venticinque anni, in una potenza socialista con una moderna agricoltura, industria, difesa nazionale, scienza e tecnologia. L’intero Partito e l’intero Paese dovranno impegnarsi per raggiungere questo superbo obiettivo. È una questione di primaria importanza…»[4]

Deng sapeva benissimo che, in una nazione e con una popolazione superiore di più di quattro volte rispetto a quella statunitense, il raggiungimento di un veloce e costante tasso di crescita (attorno all’8% annuo) nell’economia del paese avrebbe portato inevitabilmente la Cina a raggiungere prima, e poi superare gli USA per massa globale di forze produttive e di ricchezza reale nel giro di alcuni decenni, anche rimanendo molto al di sotto rispetto al gigante americano in termini di reddito e produttività pro-capite: i numeri erano e sono tuttora dalla parte della Cina, seppur solo nel medio-lungo periodo e a patto di riuscire a conservare sia la stabilità politico-sociale interna che una continua riproduzione allargata del processo produttivo del paese.

Ancora nell’aprile del 1987, Deng sottolineò il valore attrattivo ed il fascino esercitabile sulle masse popolari di tutto il mondo da parte di un “socialismo che sia superiore al capitalismo”, rilevando che «durante la rivoluzione culturale la “banda dei quattro” lanciò slogan assurdi quali “meglio essere poveri sotto il socialismo e comunismo che essere ricchi sotto il capitalismo”. Ma come si può esigere di essere poveri sotto il socialismo ed il comunismo…? Così, per costruire il socialismo è necessario sviluppare le forze produttive. Povertà non è socialismo. Per sostenere il socialismo, un socialismo che sia superiore al capitalismo, rappresenta un imperativo in primo luogo e soprattutto eliminare la povertà».[5]

Basandosi su questa prospettiva generale, oltre che sui due livelli di articolazione della politica estera cinese sopra descritti, i nuclei dirigenti del partito comunista cinese a partire dal 2001-2002 hanno elaborato e messo in pratica una raffinata strategia di “sviluppo pacifico”, una particolare e brillante variante di quella tendenza alla massimizzazione del possibile che opera costantemente, seppur in modo proteiforme, all’interno dell’arena internazionale: siamo pertanto in presenza di un geniale e pacifico «approccio strategico che dà priorità al lungo termine rispetto al breve periodo, alla modifica progressiva e paziente del contesto, anziché all’attacco diretto per causare danni all’avversario, all’accumulazione di piccoli vantaggi competitivi, che modificano nel modo più economico e meno rischioso i rapporti di potenza fra due avversari», come ha notato il giornalista B. Courmont.[6]

I fatti testardi dimostrano come, a parità di potere d’acquisto, la Cina (prevalentemente) socialista da tempo sia ormai diventata la prima potenza economica mondiale scavalcando gli Stati Uniti, e costituisca altresì anche il principale creditore del declinante imperialismo statunitense. Tali “jolly” costituiscono delle carte vincenti su scala internazionale, facendo in modo che i dirigenti di Pechino intendano sia aumentare il peso specifico cinese nel corso del decennio in corso (il Conference Board americano prevede che il Pil reale del gigante asiatico supererà di più del 50% quello americano, alla fine del 2020), che far valere la ricaduta politica dei nuovi rapporti di forza mondiali, al cui interno gioca un ruolo centrale dal 1945-57 proprio il campo di potenza produttivo, visto lo “stallo atomico” creatosi dal 1957 tra le potenze maggiori.

Lo sviluppo pacifico della Cina sulla scena interstatale si basa proprio sulla riproduzione allargata della sua potenza produttiva, e sul derivato allargamento progressivo della sua superiorità economica sulla ex-superpotenza statunitense. Attraverso tale strategia di incremento del suo vantaggio rispetto agli Stati Uniti ed al resto del mondo occidentale, in termini di massa globale di potenziale economico-finanziario, la Cina punta ad ottenere nel decennio in corso un triplice risultato positivo, e cioè:

  • l’aumento graduale del suo contropotere di pressione rispetto alla superpotenza militare degli Stati Uniti;
  • l’incremento graduale del suo potere relativo di condizionamento (oggettivo, prima ancora che soggettivo) sull’economia/finanza internazionale, e quindi almeno in parte sulla politica mondiale;
  • la crescita graduale del suo potere attrattivo e di “seduzione”, grazie alla combinazione di successi economici e del peso specifico in campo produttivo, sulle masse popolari e nuclei dirigenti politici del cosiddetto Terzo Mondo in una prima fase, ed in seguito dello stesso mondo occidentale in via di declino.

Anche se in forma originale e sinizzata, si tratta del “magnete pacifico” immaginato e previsto da Engels, oltre che da Lenin del 1921. Un “magnete” capace di attrarre simpatie mondiali al socialismo cinese sia in campo economico e politico, seppur per vie diverse e con un impatto diversificato nelle diverse aree geopolitiche del pianeta: non è certo un caso che l’importante teorico cinese Zheng Yongnian abbia notato, fin dal 2003/2005, che attualmente l’economia è il mezzo principale per l’ascesa pacifica della Cina in campo internazionale.[7]

Ormai sta lentamente maturando una vera e propria “rivoluzione” (pacifica) “per il resto del mondo”, come ha ammesso persino l’anticomunista B. Courmont nel suo saggio, seppur sbagliando in modo grossolano rispetto al raggio (gigantesco e planetario) d’azione e ai tempi di attuazione dell’“avvio per le relazioni internazionali di una nuova era”, secondo i termini usati dal politologo francese.

Courmont è stato infatti costretto a riconoscere, seppur deformando in parte la progettualità/pratica dei comunisti cinesi, che «i superlativi non mancano per qualificare il miracolo cinese, che la crisi asiatica del 1997 non ha rallentato e che la recessione economica attuale non sembra colpire così profondamente come accade invece alle Potenze occidentali.

La Cina stessa potrebbe approfittare di questa congiuntura per rinforzare il suo status sulla scena internazionale e diventare ancora più grande.

Un numero sempre più crescente di osservatori cinesi, provenienti anche dagli ambienti militari, raccomanda di accordare la priorità allo sviluppo dell’economia e delle strategie d’influenza di Pechino, tenendo in particolare considerazione la diaspora.

Così prendendo in contropiede lo sviluppo militare degli Stati Uniti, la Cina sembra orientarsi principalmente verso lo sviluppo di altri settori, senza tuttavia rinunciare alle sue ambizioni territoriali, che per ora sono soltanto regionali e si esprimono quasi esclusivamente privilegiando le questioni economiche e commerciali e oggi culturali».[8]

Utilizzando la terminologia proposta da Courmont, la Cina (prevalentemente) socialista ha pacificamente ma con decisione “preso in contropiede” il capitalismo mondiale e gli Stati Uniti, nel periodo compreso tra il 2007 e l’inizio del 2018; anche se l’esito della gara a livello planetario rimane ancora aperto, Pechino finora è riuscita ad accumulare le carte migliori all’interno della nuova e grande partita che si sta giocando dalla fine dell’Unione Sovietica e dal dicembre del 1991 sull’arena internazionale e nello scontro epocale, plurisecolare e durissimo tra socialismo e imperialismo.

Seppur dovendo scontare seri errori politico-sociali, commessi via via dal 1949 in poi, e dovendo in ogni caso ancora affrontare i notevoli problemi, le sfide e i rischi proteiformi che presenterà sicuramente il prossimo decennio, la Cina può partire da una posizione di forza e in qualità di “numero uno” planetario almeno in campo economico, commerciale, finanziario e teconologico-scientifico: e già ora il nuovo livello di sviluppo delle forze produttive raggiunto dal gigantesco paese asiatico ha avuto una ricaduta molto positiva sulla crescita – impetuosa e multilaterale – del benessere materiale e culturale degli operai e dei contadini cinesi, del potere d’acquisto reale delle masse popolari che costituiscono quel “dragone collettivo” che sta mettendo in crisi la plurisecolare e feroce egemonia occidentale sul mondo.

L’incremento complessivo del livello di vita e di consumi dei lavoratori cinesi, sia urbani che rurali, è risultato gigantesco negli anni compresi tra il 1978 e il 2017: oltre ai dati sopracitati di Euromonitor e del Credit Suisse sulla triplicazione dei salari nominali delle “tute blu” cinesi dal 2005 al 2016, intendiamo ora fornire una serie di informazioni concrete rispetto alla condizione operaia nel paese asiatico.

Sotto il profilo nominale, il reddito pro-capite disponibile mediamente per i residenti urbani è aumentato dai 381 yuan del 1978 fino ai 15.973 yuan del 2004, con un aumento pari a più di 40 volte rispetto al (bassissimo) potere d’acquisto di tre decenni or sono.[9]

Facendo la tara sia del tasso d’inflazione che dell’emergere della borghesia urbana e dei nuovi ricchi, quasi tutti i (prudenti) ricercatori occidentali, a partire dalla Banca Mondiale, sono concordi nell’ammettere almeno una sestuplicazione del potere d’acquisto reale degli operai ed impiegati cinesi, mentre alcuni di loro si “lanciano” fino a riconoscere una settuplicazione del reddito reale della popolazione urbana del gigantesco paese asiatico, nel periodo compreso tra il 1978 ed il 2007. Secondo l’anticomunista F. Zakaria, infatti, dopo il 1978 «la Cina è cresciuta di oltre il 9 per cento l’anno per quasi trent’anni, che per una grande economia è il tasso di crescita più elevato che la storia ricordi. In questo stesso periodo, ha fatto uscire dalla povertà circa quattrocento milioni di persone, il più grande decremento che abbia mai avuto luogo in ogni tempo. Il reddito medio pro-capite dei cinesi è salito di circa sette volte».[10]

Gli aridi e freddi numeri si trasformano in realtà concreta, in calda e pulsante materialità a vantaggio dei lavoratori urbani: ad esempio l’aspettativa media di vita dei residenti di Pechino è aumentata dai 52,8 anni dell’inizio degli anni Cinquanta fino ai 79,6 anni del 2003, raggiungendo gli standard ottenuti dai più avanzati paesi capitalistici.[11]

Ma non solo. Ancora nell’autunno del 2004 il tasso di frequenza dei giovani cinesi aveva raggiunto il 19%, mostrando come quasi un cinese su cinque nell’età compresa tra i 18 ed i 24 anni avesse ormai accesso agli istituti universitari e parauniversitari: il livello era ormai diventato superiore a quello statunitense, in un sorpasso che sarebbe stato molto più vistoso prendendo in esame solamente i giovani residenti nelle città delle due nazioni prese in esame.[12]

Sempre nei centri urbani cinesi, il grado di frequenza degli adolescenti alla scuola dell’obbligo (7-14 anni) era pari praticamente al 100% già alla fine del Ventesimo secolo.

Sul fronte del potere d’acquisto reale, sono state effettuate alcune statistiche internazionali comparate da parte della banca UBS che mostravano quanto tempo dovessero lavorare, avendo il 2006 come anno di riferimento, gli operai delle diverse zone del globo per potersi permettere di comprare un Big Mac ed un chilo di riso.

L’operaio di Shanghai doveva lavorare 38 minuti per acquistare il Big Mac, e 23 minuti per comprare un chilo di riso: alias una giornata lavorativa di otto ore gli permetteva, all’inizio del 2006, di acquistare 21 chili di riso, o quasi 13 Big Mac, cifre da aumentare in seguito ancora almeno del 30%, visto la forte crescita del potere d’acquisto operaio in Cina avvenuta nel quinquennio 2006/2010.

L’operaio di Bratislava (Slovacchia) impegnava invece nel 2006 ben 55 minuti per ottenere un Big Mac, mentre 20 minuti servivano per un chilo di riso.

L’operaio di Sofia… 69 minuti e 38 minuti, rispettivamente.

L’operaio di Bucarest… 69 minuti e 25 minuti.

L’operaio indonesiano di Giakarta… 86 e 31 minuti.

L’operaio di Buenos Aires… 56 e 24.[13]

L’elenco potrebbe allungarsi notevolmente, estendendosi anche ad altre nazioni dell’America Latina (Mexico City, 82 e 22 minuti), senza modificare la posizione relativamente favorevole dell’operaio cinese all’interno dei paesi in via di sviluppo, dei quali fa ancora parte il gigantesco paese asiatico.

Sotto questo profilo, un altro dato veramente sorprendente è quello fornito dall’onesto studioso F. Piccioni nell’ottobre del 2005, che fa giustizia una volta per tutte del mito occidentale sul “lavoratore cinese che fa la fame” e che si deve “accontentare di un pugno di riso”: il ricercatore italiano è stato costretto dall’evidenza dei fatti a rilevare già nel 2005 che il “mercato interno” (cinese), «in alcune zone e settori, del resto, vanta già performance discrete: il salario di un metalmeccanico “ufficiale”, ovvero della grande industria viaggia ormai sui 250 euro mensili, con un potere d’acquisto reale equivalente o superiore al suo corrispettivo, qui da noi, in FIAT».[14]

Già nel 2005, pertanto i metalmeccanici cinesi di Shanghai e Pechino avevano raggiunto il potere d’acquisto (divenuto basso, certo) dei lavoratori italiani, greci e portoghesi, mentre negli ultimi cinque anni li hanno sicuramente scavalcati e superati, seppur di poco.

Potere d’acquisto, ma non solo.

A partire dal 1999, i lavoratori cinesi hanno diritto a 15 giorni di ferie annuali, di cui 11 vengono pagate, festività che di regola vengono concentrate in due settimane distinte, attorno al 1 maggio ed al 1 ottobre di ogni anno: assai meno dei lavoratori italiani, ma come la media attuale dei lavoratori statunitensi e molto più dei lavoratori indonesiani, indiani, africani e di buona parte dell’America Latina. Nella Pechino del 2006, gli operai ed impiegati inoltre lavoravano in media 41 ore alla settimana e meno che a Seoul, come previsto del resto dalle leggi sul lavoro introdotte a partire dal 1995: non dappertutto e specialmente non all’interno delle zone speciali del Guandong, certo, ma in ogni caso la durata media dell’orario lavorativo nelle aree urbane cinesi non risulta superiore a quelle esistente negli Stati Uniti.[15]

Passando al settore abitativo, la superficie abitabile mediamente a disposizione dei residenti urbani è aumentata fino ai 22,8 metri quadri del 2002 ed ai 27 del 2006: anche tenendo conto delle disuguaglianze sociali all’interno delle città, siamo enormemente distanti dai miseri 3,6 metri quadri invece a disposizione degli operai ed impiegati cinesi nel 1977.[16]

Case, ma anche beni di consumo.

Un quotidiano anticomunista come il Corriere della Sera era costretto a riconoscere, ancora nel luglio del 2001, che per ogni cento famiglie di Shanghai il numero delle biciclette era passato da 65 a 139 tra il 1978 ed il 1999; sempre negli stessi anni, il numero delle televisioni a colori per ogni cento famiglie era passato da zero a 144; quello dei ventilatori, da 45 a 230; quello dei frigoriferi, da zero a 103; dei telefoni fissi, da zero a 79; degli scaldabagno, da zero a 60; degli stereo, da zero a 28.

Dal 1999 alla fine del 2010, il potere d’acquisto dei lavoratori urbani cinesi si è ancora quasi raddoppiato, come anche i loro parametri di consumo: nel caso dei cellulari la crescita è stata esponenziale, facendo in modo che praticamente ogni abitante della città sopra i dodici anni ne possieda almeno uno, mentre ormai quasi ogni famiglia cittadina utilizza un computer e naviga almeno saltuariamente su Internet.[17]

Beni di consumo, ma anche pensioni: anche dopo la riforma dell’ottobre del 2010, i lavoratori pubblici vanno in pensione a 60 anni (per gli uomini) e 55 (per le donne), mentre i salariati del settore privato potranno scegliere di posticipare il pensionamento a 65 e 60 anni, rispettivamente per il sesso maschile e femminile.

Anche se il tasso globale di accumulazione è aumentato progressivamente dal 1978 fino ad oggi, raggiungendo nel 2005 un’altissima percentuale pari al 42,8% del prodotto nazionale lordo (ammortamenti equivalenti al 14,8% del PNL, investimenti netti pari a quasi il 28% di quest’ultimo), il potere d’acquisto reale dei produttori diretti urbani ha visto nell’ultimo trentennio un gigantesco processo di riproduzione allargata ed un salto di qualità epocale, senza precedenti nella storia per estensione quantitativa e ritmi di sviluppo.

Mai tanti sono stati meglio in così poco tempo, e con un tasso d’aumento tanto vistoso nel loro tenore di vita: ciò che nella sinistra occidentale può sembrare una bestemmia, costituisce una sintesi realistica “del miracolo operaio”, verificatosi in Cina negli ultimi tre decenni rispetto al potere d’acquisto reale dei lavoratori urbani. Non è certo casuale che, nel febbraio del 2010, un sondaggio condotto sulla popolazione cinese dal quotidiano Guangmig Daily mostrò che più di sei cinesi su dieci si aspettassero nel corso dell’anno un significativo aumento dei loro stipendi, come non è sorprendente che l’aumento rapido e costante del potere d’acquisto reale degli operai ed impiegati cinesi abbia già portato alla fuga di alcune multinazionali dal paese, spaventate dall’incremento dei salari reali dei loro dipendenti cinesi.

Come ha riportato il settimanale Panorama, nel 2008 e proprio a causa di «costi salariali troppo alti, la multinazionale tedesca Adidas, numero due mondiale nella produzione di articoli sportivi, ha deciso di delocalizzare una parte delle sue attività produttive della Cina verso altri paesi asiatici considerati più competitivi. Attratte da un mercato capace di proporre una manodopera locale con tariffe imbattibili, le imprese occidentali avevano fatto della Cina una terra di conquista per eccellenza. Purtroppo nemmeno Pechino può sfuggire alle logiche spietate della globalizzazione contemporanea. In un‘intervista rilasciata al settimanale Wirtchaftswoche, il presidente di Adidas, Herbert Hainer, ha giustificato la scelta del gruppo industriale tedesco “con i salari troppo alti fissati dal governo” cinese. La scelta di Hainer trova conferma in uno studio recente dell’Ufficio nazionale delle statistiche, secondo il quale i costi salariali nelle città cinesi sono aumentati in media di 18 punti percentuali nel primo semestre 2008. Il fatto che la crescita dei salari stia colpendo maggiormente il settore privato (+19,2%) che quello pubblico (+17%) ha probabilmente convinto Adidas di prendere in seria considerazione i paesi vicini del Sudest asiatico».[18]

Con un tasso di inflazione pari a circa l’8% nel primo semestre del 2008, i salari nominali cinesi erano invece aumentati del 18%, un aumento reale ed al netto dell’inflazione pari a circa il 10%, valutato giustamente (dal suo punto di vista capitalistico) come un fenomeno negativo (“salari troppo alti fissati dal governo”…che vergogna!) dal superborghese Herbert Hainer.

Il fenomeno non ha certo riguardato solo il 2008, come ha notato sempre l’anticomunista Panorama riferendosi invece al 2007 ed all’”aumento esponenziale” dei salari cinesi verificatisi anche in quell’anno, sottolineando che «l’aumento esponenziale che ha colpito il costo dei salari nella Repubblica Popolare Cinese sembra aver iniziato ad erodere i vantaggi competitivi su cui la Cina ha nel tempo consolidato la sua condizione di “fabbrica del mondo”. Secondo l’Ufficio Nazionale di Statistica, solo nel 2007 il salario medio (comprensivo di paga base, bonus e sussidi ricevuti) sia della classe impiegatizia che di quella operaia è aumentato circa del 19%, toccando in valore assoluto, i 25 mila yuan (circa 2.200 euro). Si tratta dell’incremento più alto registrato negli ultimi sei anni.

Sotto il profilo nominale, il reddito pro-capite disponibile mediamente per i residenti urbani è aumentato dai 381 yuan del 1978 fino ai 15.973 yuan del 2004, con un aumento pari a più di 40 volte rispetto al (bassissimo) potere d’acquisto di tre decenni or sono.[19]

Facendo la tara sia del tasso d’inflazione che dell’emergere della borghesia urbana e dei nuovi ricchi, quasi tutti i (prudenti) ricercatori occidentali, a partire dalla Banca Mondiale, sono concordi nell’ammettere almeno una sestuplicazione del potere d’acquisto reale degli operai ed impiegati cinesi, mentre alcuni di loro si “lanciano” fino a riconoscere una settuplicazione del reddito reale della popolazione urbana del gigantesco paese asiatico, nel periodo compreso tra il 1978 ed il 2007. Secondo l’anticomunista F. Zakaria, infatti, dopo il 1978 “la Cina è cresciuta di oltre il 9 per cento l’anno per quasi trent’anni, che per una grande economia è il tasso di crescita più elevato che la storia ricordi. In questo stesso periodo, ha fatto uscire dalla povertà circa quattrocento milioni di persone, il più grande decremento che abbia mai avuto luogo in ogni tempo. Il reddito medio pro-capite dei cinesi è salito di circa sette volte”.[20]

Gli aridi e freddi numeri si trasformano in realtà concreta, in calda e pulsante materialità a vantaggio dei lavoratori urbani: ad esempio l’aspettativa media di vita dei residenti di Pechino è aumentata dai 52,8 anni dell’inizio degli anni Cinquanta fino ai 79,6 anni del 2003, raggiungendo gli standard ottenuti dai più avanzati paesi capitalistici.[21]

Ma non solo. Ancora nell’autunno del 2004 il tasso di frequenza dei giovani cinesi aveva raggiunto il 19%, mostrando come quasi un cinese su cinque nell’età compresa tra i 18 ed i 24 anni avesse ormai accesso agli istituti universitari e parauniversitari: il livello era ormai diventato superiore a quello statunitense, in un sorpasso che sarebbe stato molto più vistoso prendendo in esame solamente i giovani residenti nelle città delle due nazioni prese in esame.[22]

Sempre nei centri urbani cinesi, il grado di frequenza degli adolescenti alla scuola dell’obbligo (7-14 anni) era pari praticamente al 100% già alla fine del Ventesimo secolo.

Sul fronte del potere d’acquisto reale, sono state effettuate alcune statistiche internazionali comparate da parte della banca UBS che mostravano quanto tempo dovessero lavorare, avendo il 2006 come anno di riferimento, gli operai delle diverse zone del globo per potersi permettere di comprare un Big Mac ed un chilo di riso.

L’operaio di Shanghai doveva lavorare 38 minuti per acquistare il Big Mac, e 23 minuti per comprare un chilo di riso: alias una giornata lavorativa di otto ore gli permetteva, all’inizio del 2006, di acquistare 21 chili di riso, o quasi 13 Big Mac, cifre da aumentare in seguito ancora almeno del 30%, visto la forte crescita del potere d’acquisto operaio in Cina avvenuta nel quinquennio 2006-2010.

L’operaio di Bratislava (Slovacchia) impegnava invece nel 2006 ben 55 minuti per ottenere un Big Mac, mentre 20 minuti servivano per un chilo di riso.

L’operaio di Sofia… 69 minuti e 38 minuti, rispettivamente.

L’operaio di Bucarest… 69 minuti e 25 minuti.

L’operaio indonesiano di Giakarta… 86 e 31 minuti.

L’operaio di Buenos Aires… 56 e 24.[23]

L’elenco potrebbe allungarsi notevolmente, estendendosi anche ad altre nazioni dell’America Latina (Mexico City, 82 e 22 minuti), senza modificare la posizione relativamente favorevole dell’operaio cinese all’interno dei paesi in via di sviluppo, dei quali fa ancora parte il gigantesco paese asiatico.

Sotto questo profilo, un altro dato veramente sorprendente è quello fornito dall’onesto studioso F. Piccioni nell’ottobre del 2005, che fa giustizia una volta per tutte del mito occidentale sul “lavoratore cinese che fa la fame” e che si deve “accontentare di un pugno di riso”: il ricercatore italiano è stato costretto dall’evidenza dei fatti a rilevare già nel 2005 che il “mercato interno” (cinese), “in alcune zone e settori, del resto, vanta già performance discrete: il salario di un metalmeccanico “ufficiale”, ovvero della grande industria viaggia ormai sui 250 euro mensili, con un potere d’acquisto reale equivalente o superiore al suo corrispettivo, qui da noi, in FIAT».[24]

Già nel 2005, pertanto i metalmeccanici cinesi di Shanghai e Pechino avevano raggiunto il potere d’acquisto (divenuto basso, certo) dei lavoratori italiani, greci e portoghesi, mentre negli ultimi cinque anni li hanno sicuramente scavalcati e superati, seppur di poco.

Potere d’acquisto, ma non solo.

A partire dal 1999, i lavoratori cinesi hanno diritto a 15 giorni di ferie annuali, di cui 11 vengono pagate, festività che di regola vengono concentrate in due settimane distinte, attorno al 1 maggio ed al 1 ottobre di ogni anno: assai meno dei lavoratori italiani, ma come la media attuale dei lavoratori statunitensi e molto più dei lavoratori indonesiani, indiani, africani e di buona parte dell’America Latina. Nella Pechino del 2006, gli operai ed impiegati inoltre lavoravano in media 41 ore alla settimana e meno che a Seoul, come previsto del resto dalle leggi sul lavoro introdotte a partire dal 1995: non dappertutto e specialmente non all’interno delle zone speciali del Guandong, certo, ma in ogni caso la durata media dell’orario lavorativo nelle aree urbane cinesi non risulta superiore a quelle esistente negli Stati Uniti.[25]

Passando al settore abitativo, la superficie abitabile mediamente a disposizione dei residenti urbani è aumentata fino ai 22,8 metri quadri del 2002 ed ai 27 del 2006: anche tenendo conto delle disuguaglianze sociali all’interno delle città, siamo enormemente distanti dai miseri 3,6 metri quadri invece a disposizione degli operai ed impiegati cinesi nel 1977.[26]

Case, ma anche beni di consumo.

Un quotidiano anticomunista come il Corriere della Sera era costretto a riconoscere, ancora nel luglio del 2001, che per ogni cento famiglie di Shanghai il numero delle biciclette era passato da 65 a 139 tra il 1978 ed il 1999; sempre negli stessi anni, il numero delle televisioni a colori per ogni cento famiglie era passato da zero a 144; quello dei ventilatori, da 45 a 230; quello dei frigoriferi, da zero a 103; dei telefoni fissi, da zero a 79; degli scaldabagno, da zero a 60; degli stereo, da zero a 28.

Dal 1999 alla fine del 2010, il potere d’acquisto dei lavoratori urbani cinesi si è ancora quasi raddoppiato, come anche i loro parametri di consumo: nel caso dei cellulari la crescita è stata esponenziale, facendo in modo che praticamente ogni abitante della città sopra i dodici anni ne possieda almeno uno, mentre ormai quasi ogni famiglia cittadina utilizza un computer e naviga almeno saltuariamente su Internet.[27]

Beni di consumo, ma anche pensioni: anche dopo la riforma dell’ottobre del 2010, i lavoratori pubblici vanno in pensione a 60 anni (per gli uomini) e 55 (per le donne), mentre i salariati del settore privato potranno scegliere di posticipare il pensionamento a 65 e 60 anni, rispettivamente per il sesso maschile e femminile.

Anche se il tasso globale di accumulazione è aumentato progressivamente dal 1978 fino ad oggi, raggiungendo nel 2005 un’altissima percentuale pari al 42,8% del prodotto nazionale lordo (ammortamenti equivalenti al 14,8% del PNL, investimenti netti pari a quasi il 28% di quest’ultimo), il potere d’acquisto reale dei produttori diretti urbani ha visto nell’ultimo trentennio un gigantesco processo di riproduzione allargata ed un salto di qualità epocale, senza precedenti nella storia per estensione quantitativa e ritmi di sviluppo.

Mai tanti sono stati meglio in così poco tempo, e con un tasso d’aumento tanto vistoso nel loro tenore di vita: ciò che nella sinistra occidentale può sembrare una bestemmia, costituisce una sintesi realistica “del miracolo operaio”, verificatosi in Cina negli ultimi tre decenni rispetto al potere d’acquisto reale dei lavoratori urbani. Non è certo casuale che, nel febbraio del 2010, un sondaggio condotto sulla popolazione cinese dal quotidiano Guangmig Daily mostrò che più di sei cinesi su dieci si aspettassero nel corso dell’anno un significativo aumento dei loro stipendi, come non è sorprendente che l’aumento rapido e costante del potere d’acquisto reale degli operai ed impiegati cinesi abbia già portato alla fuga di alcune multinazionali dal paese, spaventate dall’incremento dei salari reali dei loro dipendenti cinesi.

Come ha riportato il settimanale Panorama, nel 2008 e proprio a causa di «costi salariali troppo alti, la multinazionale tedesca Adidas, numero due mondiale nella produzione di articoli sportivi, ha deciso di delocalizzare una parte delle sue attività produttive della Cina verso altri paesi asiatici considerati più competitivi. Attratte da un mercato capace di proporre una manodopera locale con tariffe imbattibili, le imprese occidentali avevano fatto della Cina una terra di conquista per eccellenza. Purtroppo nemmeno Pechino può sfuggire alle logiche spietate della globalizzazione contemporanea. In un‘intervista rilasciata al settimanale Wirtchaftswoche, il presidente di Adidas, Herbert Hainer, ha giustificato la scelta del gruppo industriale tedesco “con i salari troppo alti fissati dal governo” cinese. La scelta di Hainer trova conferma in uno studio recente dell’Ufficio nazionale delle statistiche, secondo il quale i costi salariali nelle città cinesi sono aumentati in media di 18 punti percentuali nel primo semestre 2008. Il fatto che la crescita dei salari stia colpendo maggiormente il settore privato (+19,2%) che quello pubblico (+17%) ha probabilmente convinto Adidas di prendere in seria considerazione i paesi vicini del Sudest asiatico».[28]

Siamo dunque in presenza di multiformi e concordanti “fatti testardi” per dirla con Lenin, i quali attestano le presenti tendenze e i forti lati positivi dimostrati dalla Cina prevalentemente socialista nei confronti dei produttori diretti, urbani e rurali: seppur ancora con notevoli contraddizioni e problemi concreti, le “tute blu” cinesi stanno acquisendo un tenore di vita che una volta era riservato solo ai loro colleghi delle più avanzate metropoli occidentali.

Alla luce di tutti questi elementi, riteniamo che siano in gran parte condivisibili le lucide tesi con le quali lo studioso marxista Samir Amin, alla fine del 2017, ha analizzato l’esperienza cinese e i recenti risultati del XIX congresso del partito comunista cinese.

«1. La rivoluzione cinese è una grande rivoluzione perché ha iscritto i suoi obiettivi principali (liberare la Cina dalla dominazione dell’imperialismo, del feudalesimo e della borghesia compradora) nella lunga transizione al comunismo.

  1. a) Il comunismo è una fase superiore della civilizzazione, fondato sul principio della solidarietà (degli individui e delle nazioni) che si sostituisce a quello della competizione. La socializzazione dalla pratica della democrazia succede a quella fondata sulla sottomissione ai meccanismi del mercato. La liberazione degli esseri umani dall’alienazione mercantile e dal loro assoggettamento al potere, sostituisce la sovranità dell’istanza culturale nuova a quella dello Stato e permette il suo decadimento. Il comunismo è “un’utopia creatrice”: l’utopia di oggi, diventerà la realtà di domani.
  2. b) Il progetto comunista è un progetto universale. Non è quello di alcuni popoli particolari di cui l’eccezionale eredità culturale avrebbe preparato la capacità di immaginarne la realizzazione. È il progetto dell’umanità intera.

Questo carattere universale non significa che il comunismo costruirà individui qualsiasi simili gli uni agli altri, nazioni che non si distinguono più le une dalle altre. Al contrario il comunismo è sinonimo della più grande diversità, a vantaggio di una creatività senza precedenti nella storia.

In questo senso ogni tappa della lunga transizione socialista, quindi il comunismo stesso, deve essere associato ai caratteri propri di ogni popolo. Il socialismo sarà sempre e ovunque coi colori della Cina, della Russia, della Francia, dell’Egitto ecc. il richiamo a questa volontà da parte del PCC (il socialismo con caratteristiche cinesi) deve essere sostenuto; è positivo.

  1. Il percorso storico della Cina è da sottolineare. La Cina ha costituito la massa demografica organizzata in società di uno Stato più importante in anticipo sugli altri. Era ai primi posti per la diversità e la qualità dei suoi prodotti e l’efficacia nella loro produzione. Aveva inventato alcuni degli elementi fondamentali per progredire nella modernizzazione del mondo: la laicità, la gestione dei servizi pubblici attraverso la meritocrazia. Pertanto costituiva per le monarchie assolute europee del 18° secolo un modello da imitare (Etiemble).

Tuttavia questo modello ha iniziato a vacillare dal 18° secolo e con la rivoluzione industriale europea del 19° secolo la Cina affonderà nella condizione di paese dominato. Il suo popolo intraprese molto presto la via rivoluzionaria nuova di cui è testimonianza la Rivolta dei Taiping, antenata del maoismo. Anche le classi dirigenti hanno tentato di resistere alla loro maniera (le riforme dell’imperatrice Tseu Hi, la rivoluzione del 1911). Sono i cannoni della flotta britannica e non la competitività superiore dell’industria inglese, che hanno aperto la Cina alla sovranità imperialista.

La Cina deve al marxismo e alla sinicizzazione di Mao l’esito felice della sua lotta e il trionfo della sua rivoluzione.

L’ambizione del popolo cinese, sostenuta dal suo Stato dal 1950 fino ad oggi, è di vedere la Cina giungere al livello di potenza indipendente, rispettata, attore attivo nel forgiare il mondo, offrire al suo popolo condizioni di vita onorevoli rese possibili dal progresso della scienza moderna.

Questa ambizione è legittima e deve essere sostenuta da tutti i popoli del Pianeta.

  1. Dal 1950 la Cina si è impegnata sulla via della lunga transizione socialista.
  2. a) Il percorso scelto dal popolo e dallo Stato cinese è ovviamente singolare, in risposta alla sfida della “costruzione del socialismo in un solo paese”. Poiché la lunga transizione socialista non può essere altro che il prodotto di progressi successivi e diversi da un paese all’altro. Non è mai stato altrimenti, né nel passato storico, né nel presente e nel futuro visibile. L’umanità non è mai progredita e non progredirà mai ad un ritmo uguale per tutti; non ci sarà mai una “rivoluzione mondiale” che dispensi coloro che possono fare un passo avanti, dal farlo da soli (errore dei trotskisti su questo argomento).
  3. b) la transizione socialista cinese è passata per tappe successive dal 1950 fino ad oggi.

La prima tappa si è conclusa con la vittoria di una rivoluzione popolare e democratica condotta da un partito autenticamente comunista nel suo progetto, una rivoluzione che è stata capace di coinvolgere la maggiore forza principale nella società, i contadini, nel lungo processo di trasformazione del paese. Per questa ragione Mao ha detto di questa rivoluzione che era “popolare e democratica” e non “borghese e democratica”; e questa distinzione conserva il suo carattere decisivo per il presente e il futuro.

I momenti successivi ulteriori al periodo maoista e post maoista sono stati contrassegnati da progressi e talvolta da battute d’arresto, che devono essere riconosciuti. Non può essere altrimenti nella lotta storica di lunga durata intrapresa dalla Cina dal 1950.

Spetta al 19° Congresso e al Presidente Xi Jinping l’onore di avere riconosciuto la continuità di questa storia e di avere rotto con la retorica dei discorsi che spesso si sentono, secondo i quali il periodo maoista sarebbe stato tessuto di errori continui e fondamentali e che è la rottura conseguente alla morte di Mao che sarebbe all’origine del successo della Cina contemporanea.

  1. c) in tutte le fasi del suo sviluppo la via cinese è stata affrontata – e rimane tale – con due grandi sfide che richiedono risposte efficaci e corrette per ciascuno dei suoi momenti successivi.

(i) la sfida posta dell’associazione dei contadini ai possibili progressi della lunga transizione socialista;

(ii) la sfida posta dall’ostilità del sistema capitalista mondiale manifesto nei confronti del progresso della Cina.

La Cina è riuscita a rispondere generalmente in modo corretto a queste sfide. Mao ha saputo trarre le lezioni dalla sfortunata esperienza sovietica, impantanata e incapace di riformarsi, condannata pertanto alla restaurazione pura e semplice del capitalismo. Mao e i suoi successori sono stati capaci di immaginare strategie nuove che sono risultate efficaci.

  1. d) la Cina ormai è impegnata in un doppio progetto che mira da un lato a costruire un sistema produttivo industriale completo, coerente e articolato sul rinnovamento dell’agricoltura contadina e dall’altro cerca di trarre vantaggio dal suo essere inserito nella globalizzazione capitalista contemporanea. Questo progetto è conflittuale per natura, anche se probabilmente costituisce la sola alternativa possibile nelle condizioni del mondo contemporaneo. Certamente lascia la via aperta al rafforzamento di tendenze capitaliste che operano nella società. Tuttavia se il potere decisionale del PC e dello Stato prende le misure lucidamente, diventa possibile superare la contraddizione in questione. Ma per ciò è necessario: a) che il potere conservi e rafforzi la sua capacità di controllare l’inserimento della Cina nella globalizzazione imperialista ostile (e in particolare rifiuti l’inserimento dell’economia cinese nella globalizzazione finanziaria); e b) che rispetti e anche favorisca le capacità di resistenza delle classi popolari alle devastazioni del capitalismo.»

A riguardo, la mia lettura dei documenti del 19° Congresso mi riassicura. Tuttavia solo gli sviluppi futuri potranno provare che le risoluzioni del Congresso saranno effettivamente attuate.

 


[1] V. I. Lenin, “Che fare?”, capitolo quinto

[2] F. Engels, lettera a K. Kautsky del 12 settembre 1882

[3] V. I. Lenin, “Discorso di chiusura della conferenza del P.C. (6) R”, 27 maggio 1921

[4] Deng Rong, “Deng Xiaoping e la rivoluzione culturale”, pp. 279-280, ed. Rizzoli

[5] Deng Xiaoping, “Selected Works”, vol. III, 26 aprile 1987, “To uphold socialism we must eliminate poverty”

[6] B. Courmont, “Cina: la grande seduttrice”, pp. 6-7, prefazione di Carlo Jean, ed. Fuoco

[7] Op. cit., pp. 13-14

[8] B. Courmont, op. cit.

[9] Quotidiano del Popolo, 28 agosto 2008, “A dramatic rise in quality of live”

[10] F. Zakaria, pag. 97, ed. Rizzoli

[11] Quotidiano del Popolo, 19 settembre 2004, “Life expectancy improving dramatically in Beijing”.

[12] Quotidiano del Popolo, 29 ottobre 2004, “China’s scale of higher education surpasses the US”.

[13] Quotidiano del Popolo, 13 agosto 2006, “Global earning ranking: Shangai e Beijing are 59th e 75th

[14] F. Piccioni, “La Cina cambia obiettivo: meno disparità”, il Manifesto, 1 ottobre 2005

[15] www.usb.com/research, wealth management research, prices and earnings

[16] Quotidiano del Popolo, “1.3 billion people sharing in happiness of better lives”, 11 ottobre 2007

[17] L. Vaccari, “La Cina vuole l’arma catastrofica, i frigoriferi”, Corriere della Sera del 9 luglio 2001

[18] Panorama, 1 agosto 2008, “Aziende globali: se anche la Cina non conviene più”, in panorama.it.economia/2008/08/01

[19] Quotidiano del Popolo, 28 agosto 2008, “A dramatic rise in qualità of live”.

[20] F. Zakaria, pag.97, ed. Rizzoli.

[21] Quotidiano del Popolo, 19 settembre 2004, “Life expectancy improving dramatically in Beijing”.

[22] Quotidiano del Popolo, 29 ottobre 2004, “China’s scale of higher education surpasses the US”.

[23] Quotidiano del Popolo, 13 agosto 2006, “Global earning ranking: Shanghai e Beijing are 59th e 65th”.

[24] F. Piccioni, “La Cina cambia obiettivo: meno disparità” il Manifesto, 1 ottobre 2005

[25] www.ubs.com/research, wealth management research. prices and earnings

[26] Quotidiano del Popolo, “1.3 billion people sharing in happiness of better lives”, 11 ottobre 2007

[27] L. Vaccari, “La Cina vuole l’arma catastrofica, i frigoriferi”, Corriere della Sera del 9 luglio 2001

[28] Panorama, 1 agosto 2008, “Aziende globali: se anche la Cina non conviene più”, in panorama.it. economia/2008/08/01


Warning: Division by zero in /home/webdes90/public_html/Domini/robertosidoli.net/wp-includes/comment-template.php on line 1382