Capitolo Secondo

Le comunicazioni quantistiche, i supercomputer e i Big Data:

il «leninismo digitale» cinese

In tutto il nostro pianeta non sussistono praticamente dubbi o esitazioni, anche da parte dei convinti tecnofobi, sull’importanza centrale ormai assunta dal complesso tecnoscientifico: e a ragione, visto che la concreta dinamica storica dell’ultimo secolo va tutta in questa direzione di marcia.

Del resto il valore per così dire “economico” e produttivo della connessione tra scienza e tecnica era stata individuata centocinquant’anni fa da Karl Marx nel primo libro del Capitale, e più precisamente nelle primissime pagine del suo capolavoro di critica dell’economia politica borghese.

Prima di evidenziare più volte l’importanza decisiva della “forza produttiva del lavoro” nel processo di creazione del valore d’uso”, della “ricchezza materiale” e della stessa “produttività sociale del lavoro”, il genio di Karl Marx infatti aveva lucidamente precisato che “la forza produttiva del lavoro dipende da più circostanze e, tra le altre, dal grado medio di abilità dell’operaio, dal grado di sviluppo della scienza e da quello della sua applicazione tecnologica, dalla combinazione sociale del processo di produzione, dall’entità e dall’efficacia dei mezzi di produzione e da condizioni naturali”.[1]

In tale passo venne illustrato con chiarezza “il grado di sviluppo della scienza e da quello della sua applicazione tecnologica”, dalla quale dipende in modo principale, per inciso, anche “l’efficacia dei mezzi di produzione”: fin dal 1867 Marx aveva pertanto individuato, scoperto almeno in parte, l’importanza del complesso tecnoscientifico rispetto alla “forza produttiva del lavoro sociale” e della produttività, dato che questi ultimi elementi risultano una variabile dipendente innanzitutto dal livello di sviluppo della scienza/tecnologia.

Il geniale Deng Xiaoping trasse a sua volta con chiarezza, più di un secolo dopo la pubblicazione del Capitale, le inevitabili e corrette conseguenze tecniche delle valutazioni di Marx sostenendo giustamente nel 1988 che proprio la scienza e la tecnologia erano ormai diventate la principale forza produttiva del nostro tempo, collegandosi strettamente al processo di sviluppo produttivo della nostra specie.

Deng Xiaoping notò espressamente nel settembre del 1988 che “quando ho incontrato di recente Husak” (allora segretario generale del partito comunista cecoslovacco) “io ho ricordato che Marx era proprio nel giusto a sostenere che scienza e tecnologia fanno parte delle forze produttive, ma ora sembra che l’affermazione sia incompleta. La completa tesi dovrebbe essere che scienza e tecnologia costituiscono una fondamentale forza produttiva”.[2]

La teoria creativa del primato nel socialismo della scienza-tecnologia, elaborata da Deng Xiaoping, si è connessa e combinata con una politica pianificata di grandi investimenti nella “Big Science” e nei settori di avanguardia della tecnologia, a loro volta parti integranti di una delle “quattro modernizzazioni” progettate e messe in pratica dal partito comunista cinese dal 1978, di cui l’attuale piano “Made in China 2015” costituisce solo l’ultimo anello: per tali cause e ragioni, interconnesse tra loro, la Cina ha raggiunto nell’ultimo triennio una posizione di primato nei “magnifici dieci”, ossia nei principali settori d’avanguardia della ricerca e della produzione tecnoscientifica del mondo contemporaneo.

Il primo di questi “magnifici” dieci è costituito dalla produzione di supercomputer, campo strategico nel quale la Cina ha sorpassato ormai il vecchio numero uno statunitense: persino un giornale profondamente filoamericano come La Stampa è stata costretta, in data 15 novembre 2017, a pubblicare un articolo intitolato in modo significativo “nella corsa dei supercomputer la Cina batte gli Stati Uniti”.[3]

Verso la fina del 2017 l’ultima edizione della Top500, ossia la classifica più autorevole a livello mondiale per i supercomputer più potenti, ha evidenziato infatti come i modelli cinesi ormai non solo siano più rapidi ma anche più numerosi di quelli statunitensi: in pratica si è assistito a un sorpasso multilaterale della Cina ai danni degli USA, non solo rispetto al supercomputer più potente, feno-meno già avvenuto da alcuni anni, ma anche per il numero di sistemi di superprotezione inseriti in classifica, ossia 202 cinesi rispetto ai “soli” 144 degli americani.

“Per la Cina è ovviamente il picco più alto mai raggiunto, mentre per gli USA è il livello più basso da 25 anni a questa parte.

Appena sei mesi fa gli Stati Uniti guidavano con 169 supercomputer, mentre la Cina era “ferma” a 160. A seguire, molto più staccati, Giappone (35 sistemi), Germania (20), Francia (18) e Regno Unito (15). La Cina ha anche superato gli States per prestazioni comples-sive, con la superpotenza asiatica che ora vanta il 35,4% dei flops totali, mentre gli Stati Uniti si fermano al 29,6%.

La lista dei primi dieci supercomputer al mondo rimane pressoché invariata rispetto a luglio, con un paio di eccezioni. Davanti a tutti, per la quarta edizione consecutiva, c’è il cinese Sunway TaihuLight con prestazioni di 93,01 petaflops misurate in High Performance Linpack (HPL). A seguire, nettamente staccato, il Tianhe-2 (Milky Way-2) con 33,86 petaflops. Il supercomputer svizzero Piz Daint, è terzo con 19,59 petaflops dopo l’aggiornamento dello scorso anno alle Nvidia Tesla P100, che ne hanno più che raddoppiato le prestazioni.

Il quarto supercomputer al mondo si chiama Gyoukou, ed è un sistema giapponese capace di offrire una potenza di 19,14 petaflops grazie a processori Intel Xeon e acceleratori PEZY-SC2. In totale il sistema conta su 19.860.000 core, il livello più alto mai raggiunto da un sistema della TOP500. Chiude le prime cinque posizioni il Titan, un sistema statunitense con 17,59 petaflops di potenza, figli principalmente degli acceleratori Nvidia Tesla K20X”.[4]

L’imperialismo statunitense farà di tutto, anche per evidenti motivi politico-propagandistici, per riconquistare il primo posto almeno rispetto al supercomputer più veloce al mondo, ma per il momento deve registrare un’asimmetria ancora più vistosa rispetto alla Cina nel settore d’avanguardia – e quasi fantascientifico, alla Star Trek di hollywoodiana memoria – delle comunicazioni quantistiche.

Non si tratta certo di un segreto di stato visto che persino un quotidiano filoamericano come Repubblica è stata costretto a pubblicare nel giugno del 2017 un articolo intitolato, in modo significativo, “In Cina la prima telefonata quantistica”.

“Dallo spazio è dunque arrivato, sulla terra, il primo trillo che potrà rivoluzionare le telecomunicazioni. Il satellite Micius ha invitato con un laser coppie di fotoni a due coppie di stazioni a Terra: Delingha (nella regione del Qinghai, al centro della Cina) e Lijiang (nella regione dello Yunnan, a sud) e Delingha e Nanshan (nella regione dell’Urumqi, a nord-ovest); le prime distanti 1203 chilometri, le seconde due 1120”.[5]

“Il teletrasporto quantistico con fotoni, ossia il trasferimento a lunga distanza dell’informazione codificata da una particella di luce, è diventato una realtà fin dagli anni novanta e da quando si è riusciti per la prima volta a dimostrare sperimentalmente il fenomeno dell’entanglement, uno dei più bizzarri tra quelli previsti dalle leggi della meccanica quantistica: queste leggi prevedono infatti che gli stati quantistici di due particelle opportunamente preparate posso-no stabilire tra di loro una correlazione che si mantiene anche quando le due particelle sono separate tra loro a una distanza enor-me, potenzialmente infinita.

La comunicazione tra stati quantistici entangled è stata dimostrata negli ultimi decenni per molte particelle, atomi e anche per i fotoni, ossia i quanti di luce; oltre a fornire le basi per reti di comunicazione quantistiche, questa tecnologia potrebbe integrarsi in modo quasi naturale con un altro ambito di ricerche attualmente molto in voga, quello sui computer quantistici.

L’idea è dunque usare come supporto fisico dei bit, ossia delle unità d’informazione binaria, non più un interruttore elettrico a due stati (“acceso” e spento”, corrispondenti a 0 e 1) ma atomi o particelle, e i loro stati quantistici, che possono assumere un maggior numero di configurazioni, codificando i bit d’informazione quantistica e incre-mentando esponenzialmente la capacità di calcolo.

Anche se la ricerca sui computer quantistici e sugli algoritmi che dovrebbero farli funzionare è ancora agli albori, già si pensa che il loro naturale complemento possano essere le reti telematiche quantistiche: i bit quantistici, in altre parole, potrebbero comunicare tramite l’entanglement.

Ora, in questo campo tecnoscientifico estremamente interessante e multilaterale, la Cina (prevalentemente) socialista ha acquisito via via un primato indiscusso creando sia le prime reti telematiche, che integrano al loro interno l’entanglement e il teletrasporto di dati, che le premesse materiali per la futura costruzione di computer quantistici: e agli inizi di ottobre del 2017 è stata realizzata la prima videochiamata quantistica tra Cina e Austria.[6]

“Oltre allo sviluppo delle intelligenze artificiali, la tecnologia sta progredendo sempre si più anche verso i computer quantistici. Qualche giorno fa alcuni scienziati cinesi e austriaci hanno segnato un nuovo punto nel percorso dell’evoluzione tecnologica legata ai computer quantistici. Per la prima volta nella storia infatti, è stata realizzata una videochiamata quantistica.

A realizzarla sono stati i ricercatori della Chinese Academy of Sciences, della Austrian Academy of Sciences e della University of Vienna i quali, sfruttando un sistema di telecomunicazioni quantistico, sono stati in grado di trasferire le informazioni della videochiamata attraverso dei fotoni generati a terra e fatti rimbal-zare dal satellite Micius.

La particolarità di questo sistema di comunicazione non è tanto nella capacità di veicolazione dei dati (in fin dei conti la videochat è diffusa da diversi anni a questa parte) ma nella sicurezza che sta dietro la veicolazione di quei dati.

Se qualcuno tenta d’intercettare i fotoni scambiati tra il satellite e la stazione di terra e misurare la loro polarizzazione lo stato quan-tistico dei fotoni verrà cambiato da questo tentativo di misura, es-ponendo immediatamente gli hacker, sostiene Johannes Handsteiner della Austrian Academy of Sciences.

La videochiamata quantistica e la crittografia a essa applicata usano il cosiddetto entanglement, dove la chiave è inserita all’interno dei fotoni e inviata davanti al messaggio crittografato sfruttando il metodo quantum key distribution (QKD)”.[7]

Il gigante asiatico risulta inoltre all’avanguardia anche nel settore delle nanotecnologie, il quale riguarda la conoscenza, il controllo e la trasformazione di materia e materiali dalle dimensioni variabili da 1 a 100 nanometri, mentre microscopici nanometri consistono in un punticino di miliardesimo di metro o, se si preferisce di un millesimo di micron.

Non stiamo parlando di fantascienza ma di materiali che da tempo sono entrati nell’uso comune e quotidiano in certi settori. Ad esempio in Cina fin dal 2009 sono stati creati dei calzini con nanoparticelle di argento in grado di eliminare i cattivi odori e una serie di articoli per animali, dalle ciotole ai guinzagli, per evitare la trasmissione di malattie batteriche e virali del cane all’uomo”.[8]

Per quanto riguarda il rapporto di forze creatosi in questo campo tecnoscientifico tra le diverse nazioni, nel gennaio del 2011 una ricerca pubblicata dall’autorevole rivista Nature mostrava come fossero Stati Uniti e Cina al primo posto per numero di pubblicazioni scientifiche relative alle nanotecnologie.

Secondo la classifica in oggetto gli Stati Uniti allora erano i primi al mondo con il 23 percento del totale di pubblicazioni, tallonati dalla Cina la cui quota risultava pari al 22 percento, mentre il terzo posto veniva condiviso da Germania e Giappone, ciascuno con l’8 percento: questi risultati costituivano il sottoprodotto di investi-menti cospicui che, nelle nazioni in esame, risultavano pari a otto miliardi di dollari dal 2008 al 2010.[9]

Il salto di qualità in questo settore hi-tech sta in ogni caso avvenendo proprio in questi ultimi due anni e vede come protagonista la Cina, con il suo nuovo super laboratorio sulle nanotecnologie denominato “Nano X Research Facility”, che sarà inaugurato proprio nel 2018 a Suzhou rendendo il gigante asiatico il leader della ricerca in questo segmento nell’hi-tech.

“Nella provincia del Jiangsu gli scienziati sono al lavoro per la messa a punto di una nuova tecnologia in grado di produrre dispositivi su una piattaforma che simula il vuoto spaziale.

L’impianto di nanotecnologie, a quanto si è appreso dal quotidiano China daily, sarà completato entro il 2018 ed ha avuto un finanziamento iniziale di  320 milioni di yuan, ovvero circa 42 milioni e 700.000 euro. In futuro prevede di avere un budget di un miliardo e mezzo di yuan, pari a duecento milioni di euro.

Nano X Research Facility si dedicherà agli studi sulla materia, alla produzione di dispositivi e ai test sui materiali: gli esperimenti che verranno compiuti nel nuovo centro serviranno a produrre soluzioni per i problemi nella scienza dei materiali e nella tecnologia dei dispositivi e allo sviluppo di tecnologie e dispositivi utili nei campi dell’energia e dell’informazione.

La Cina non è nuova a questo tipo di esperienze, visto che essa investe massicciamente nello sviluppo di nanotecnologie e dal 1999 ad oggi ha aumentato la spesa in tal senso di circa il 20% annuo. Questo ha fatto del Paese uno dei leader mondiali nel settore delle nanotecnologie, in diretta concorrenza con gli Stati Uniti, il Giappone e la Germania, e le sue università sono i centri di maggiore sviluppo di questo settore, con oltre il 40 percento del totale dei brevetti registrati a livello nazionale”.[10]

Una situazione quasi analoga ormai si sta creando anche nel futuristico settore dell’Intelligenza Artificiale, dove la Cina si sta ormai avvicinando rapidamente al momento del sorpasso sugli Stati Uniti.

Analizzando in modo obiettivo e lucido la geopolitica del progresso tecnoscientifico, la redazione del sito “255” ha notato infatti in modo significativo che ogni anno l’Associazione per la promozione dell’Intelligenza Artificiale, gruppo no-profit statunitense sorto nel 1979, riunisce ricercatori e scienziati “provenienti da tutto per un assemblea che ha l’obiettivo di rendere noti gli ultimissimi progressi nel settore. L’anno scorso l’annuncio che l’edizione 2017 si sarebbe tenuta a fine gennaio a New Orleans ha creato un malumore nella community scientifica cinese: le date sarebbero coincise con i festeggiamenti del loro capodanno. L’impasse si è risolto spostando data e luogo: impensabile per gli organizzatori tenere l’assemblea senza il supporto, fondamentale, dei ricercatori cinesi.

Secondo il giapponese National Institute of Science and Technology Policy, il numero di studi accademici su intelligenza artificiale e machine learning vede la Cina posizionarsi al secondo posto proprio dopo gli Stati Uniti che, al momento, eccellono soprattutto per la qualità delle analisi proposte, non tanto per la quantità che vede i concorrenti asiatici primeggiare in modo assoluto.

Sono diversi i fattori dietro il balzo della Cina nel campo dell’intelligenza artificiale: uno su tutti il vantaggio culturale. I ricercatori asiatici si sono sempre distinti in settori come la matematica, la formazione scientifica e l’ingegneria, fondamentali per lo studio dell’intelligenza artificiale. A ciò si aggiunge il fatto che il paese ad oggi rappresenti uno dei più grandi mercati internet al mondo con oltre 800 milioni di utenti: le aziende online si stanno sviluppando alla velocità della luce e, a implementare i guadagni, i vantaggi competitivi e l’esperienza degli utenti sarà proprio l’Intelligenza artificiale”.[11]

La pianificazione politico-economico di Pechino sta ormai giocando un ruolo molto importante nel processo di sviluppo e nel sorpasso cinese ai danni degli americani nel settore dell’Intelligenza artificia-le.

Fin dall’inizio di luglio del 2017 è stato infatti approvato un’ambi-ziosa strategia a lungo termine dal Consiglio di Stato cinese, median-te un investimento globale di risorse nel settore dell’intelligenza artificiale pari a 22 miliardi di dollari entro il 2020, mentre nei segmenti legati ad esse la somma raggiungeva invece quota 150 miliardi di dollari; entro il 2025 tali valori saliranno rispettivamente a 80 e 650 miliardi di dollari.

Approvato il 21 luglio del 2017, il “Piano di sviluppo dell’intelligenza artificiale di nuova generazione” prevede di stabilire in Cina un sistema aperto e collaborativo di innovazione scientifica e tecno-logica dell’intelligenza artificiale, afferrando la caratteristica di alto grado d’integrazione tra le proprietà tecniche e sociali di quest’ultimo persistendo nella promozione della “trinità” relativa all’intelligenza artificiale, ovvero affrontare i problemi chiave legati al suo sviluppo e ricerca, l’applicazione del prodotto e la formazione industriale. In un suo discorso del 21 luglio 2017 il viceministro della scienza e tecnologia cinese, Li Meng, ha affermato che la “pianificazione” ha delineato la cianografia per lo sviluppo pianificato dell’intelligenza artificiale di nuova generazione della Cina stabilendo l’obiettivo “in tre fasi”.

“Entro il 2020, le tecnologie complete e le applicazioni d’intelligenza artificiale dovranno essere in sincronia con il livello avanzato mondiale; entro il 2025, la teoria di base dell’intelligenza artificiale dovrà realizzare un importante passo in avanti, e gli aspetti di tecnologia e applicazione raggiungere un livello mondiale avanzato; nel 2030, la teoria, la tecnologia e l’applicazione dell’intelligenza artificiale raggiungeranno complessivamente un livello mondiale avanzato, diventando un importante centro d’innovazione dell’intel-ligenza artificiale nel mondo”.[12]

La supremazia cinese su scala mondiale risulta già ora indiscutibile nel campo dell’alta velocità ferroviaria, settore nel quale Pechino già nel 2015 aveva costruito ben 18000 chilometri linee destinate solo ai treni con tecnologia maglev, scavalcando di gran lunga le altre nazioni.

Anche il treno attualmente più veloce su scala planetaria è il “Fuxing”, che percorre alla velocità media di 350 chilometri orari – con punte di 400 – la distanza che separa Pechino da Shanghai: ma  sta ormai quasi per entrare in funzione un nuovo proiettile ferroviario inaugurato da poco a Qingdao, che supererà già di molto le già notevoli prestazioni del Fuxing.

“Viaggerà a 500 chilometri all’ora il nuovo treno inaugurato a Qingdao, in Cina. Supererà l’attuale treno più veloce del mondo che viaggia a ‘soli’ 350 km/orari

A Qingdao, in Cina, a circa 800 chilometri da Shanghai, è stato presentato il treno più veloce del mondo. Si tratta di un prototipo di treno ad alta velocità in grado di raggiungere i 500 chilometri all’ora. Supererà l’attuale treno più veloce del mondo, sempre cinese, che viaggia a 350 km/orari.

Il treno è formato da sei carrozze ipertecnologiche e dotate di ogni comfort all’interno. L’esterno è stato realizzato con materiali plastici, fibra di carbonio e lega di magnesio, per ridurre il peso e favorire la velocità. Attenzione anche nei confronti del design: il treno vuole riprodurre la forma di un’antica spada cinese.

In meno di dieci anni la Cina ha costruito la più grande rete ferroviaria ad alta velocità del mondo. Secondo i media internazionali, l’inaugurazione del nuovo treno più veloce del mondo fa parte di un programma governativo che ha lo scopo di migliorare i sistemi di trasporto del Paese”.[13]

Ma non solo: dopo Los Angeles-San Francisco e la  Dubai-Abu Dhabi, anche la Cina sta costruendo una linea hyperloop con una iper-velocità paragonabile a quello degli aerei.

La China Aerospace Science and Industry Corp (CASIC), uno dei maggiori enti appaltatori spaziali cinesi, ha infatti annunciato di aver sviluppato la ricerca del sistema di trasporto futuristico conosciuto con il nome di hyperloop: la dimostrazione è stata presentata nei giorni scorsi a Wuhan, la capitale della provincia dell’Hubei e l’hyperloop CASIC sarà costituito da una linea a levitazione magnetica su cui viaggerà una capsula all’interno di un tunnel, raggiungendo una velocità di 1000 chilometri all’ora”.[14]

Passando dalle ferrovie hi-tech ai voli spaziali, in tale segmento tecnoscientifico di altissimo livello, la Cina popolare ha ormai raggiunto pienamente Russia e Stati Uniti, quest’ultima in pesante crisi per la fine del costosissimo progetto Shuttle.

Seppur scontando il pesante fallimento della stazione spaziale Tiangong-1, la Cina è stata in grado con le proprie forze di lanciare in orbita nel settembre del 2017 la sua nuova struttura orbitale permanente, denominata Tiangong-2: nel 2017 gli scienziati di Pechino sono altresì riusciti a inviare un primo cargo automatico alla stazione spaziale replicando anche in questo settore l’attività della “concorrente” in orbita, ossia quella Stazione Spaziale Interna-zionale costruita dalla Russia ma attualmente utilizzata da un pool internazionale con al suo interno anche gli Stati Uniti.

Oltre al cargo automatico del 2017, anche gli astronauti cinesi Jing Haipeng e Chen Dong hanno raggiunto e abitato per un mese la Tiangong-2: e laddove i cosmonauti non possono ancora arrivare, Pechino sta programmando di inviare sulla Luna tutta una serie di sonde automatiche, capaci di raccogliere campioni e materiali del nostro satellite come non succedeva più dal lontano 1976.

La sonda cinese Chang’è 5, infatti, “tenterà di riportare sul nostro pianeta circa due chilogrammi di campioni del suolo selenico, dopo un atterraggio nella parte nord-orientale dell’Oceanus Procellarum.

Il programma della missione cinese “prevede una sonda principale che dovrà orbitare attorno alla Luna, che in seguito rilascerà un modulo di atterraggio. Una volta raccolti i campioni (anche per mezzo di una trivella) dalla base del modulo di atterraggio lunare, decollerà un modulo di risalita che effettuerà un aggancio in orbita con la sonda orbitante.

Dopodiché i campioni verranno trasferiti in una capsula che si troverà all’interno del modulo di rientro, progettato per ritornare sulla Terra e presente a bordo della stessa sonda orbitante. Il modu-lo orbitante lascerà così l’orbita lunare per dirigersi verso la Terra.

Chang’è 5 è una sonda del peso di 82 tonnellate. E sono in molti, tra gli analisti spaziali, a considerare questa missione come uno sviluppo delle tecnologie che, negli anni dopo il 2025, dovranno portare i primi astronauti cinesi sulla Luna. La sonda è formata da quattro parti: una sonda orbitante, un modulo per il rientro sulla Terra, un modulo di partenza dalla Luna e un modulo di atterraggio sulla superficie lunare”.[15]

Deve essere altresì rilevato come l’ormai decennale e consolidata alleanza strategica tra Cina e Russia si stia ormai allargando anche al campo spaziale. Alla fine di agosto del 2017 le due nazioni hanno infatti manifestato per la prima volta la chiara e inequivocabile intenzione di stipulare una storica intesa di lungo periodo sull’esplo-razione spaziale nel 2018-2022, inviando per la prima volta missioni sulla Luna: l’accordo bilaterale coprirà cinque settori, tra cui esplo-razione lunare e cosmica, sviluppo di materiali speciali, collaborazione nei sistemi satellitari, telerilevamento terrestre e ricerca di detriti spaziali.

Tra i “magnifici dieci” della tecnoscienza contemporanea spiccano altresì la biomedicina e la genetica, e anche in questo particolare campo della più avanzata praxis socioproduttiva umana la Cina ormai ha accumulato tutta una serie di risultati e conoscenze di primo livello, a partire dall’editing genetico: un meccanismo che agisce come una “forbice” a livello molecolare, guidata da una molecola di RNA e in grado di modificare una sequenza genetica, la cui scoperta ha creato negli ultimi anni un segmento di attività scientifica nella quale la Cina ha ottenuto successi tali da far chiedere in modo provocatorio ad alcuni osservatori scientifici se “il prossimo Superman” non sarà forse cinese.

Nell’ottobre del 2016 in Cina è stato ad esempio “eseguito il primo trial clinico su esseri umani di una nuova terapia per il cancro del polmone basata sulla tecnica di editing genetico CRISPR, pensata per i malati già sottoposti senza successo ad altri trattamenti, come la chemio e la radioterapia. La tecnica prevede l’estrazione delle cellule immunitarie chiamate cellule T dal sangue dei pazienti, a cui viene applicata la tecnologia CRISPR-Cas9 – in grado di modificare in modo estremamente preciso la sequenza del genoma – per eliminare un gene dalle cellule.

Il test, supervisionato dal team del professor Lu You della Sichuan University, il prossimo marzo potrebbe essere replicato da alcuni studiosi dell’università di Pechino su persone affette da altre tipologie di tumori, come quello al rene, alla vescica e alla prostata. Uno studio simile è attualmente in fase di revisione presso l’Università della Pennsylvania e potrebbe venire ultimato all’inizio del 2017.

“Credo che questo stia per innescare uno ‘Sputnik 2.0’, ovvero un duello biomedico tra la Cina e gli Stati Uniti. Il che è importante, perché la concorrenza di solito migliora il prodotto finale”, ha dichiarato alla rivista scientifica Nature Carl June, uno specialista di immunoterapia nonché consulente scientifico per lo sviluppo della tecnica negli Stati Uniti. Ma in realtà «quando si parla di editing genetico, la Cina è al primo posto», ha dichiarato al magazine Science Tetsuya Ishii, bioeticista alla Hokkaido University di Sapporo. Quello di ottobre è infatti soltanto l’ultimo di una serie di record inanellati dal gigante asiatico nel campo dell’editing genetico col sistema CRISPR, già utilizzato oltre la Muraglia per la prima cura di embrioni umani e le prime scimmie OGM. “Uno degli elementi più importanti dello sviluppo CRISPR in Cina è la vastità del suo impiego”, commentava mesi fa ai microfoni della Cnn Christina Larson, corrispondente per la rivista Science, “viene sviluppato in diversi modi e in molti laboratori differenti”. [16]

Anche altri centri di ricerca fuori dai confini cinesi hanno ammesso, verso la fine del 2016, che in ogni caso “è innegabile che la Cina si collochi prima, ancora una volta, nei traguardi delle nuove tecniche del genome editing. Lo aveva già fatto nell’aprile del 2015 con la prima pubblicazione, rifiutata da Nature e da Science, sull’appli-cazione di Crispr-Cas9 su cellule di embrioni umani. Un fatto non casuale. La Cina sembra infatti avere tutta l’intenzione di vincere questa sfida con gli Stati Uniti. In generale, gli investimenti cinesi in ricerca e sviluppo negli ultimi anni sono cresciuti in maniera esponenziale. Secondo i dati del rapporto 2016 Science and Engineering Indicators, nel 2013 la Cina ha speso in ricerca e sviluppo 336,5 miliardi di dollari (pari al 20% della spesa totale a livello mondiale nel settore), posizionandosi solo alle spalle degli Usa che hanno speso 456,1 miliardi (il 27% del totale).

«Questo è un trend che porterà la Cina nel 2019 a essere il primo Paese al mondo in questo settore, come le previsioni Ocse ci dicono. E già da tempo la Cina è il primo paese come numero di brevetti: 820 mila nel 2013», dice a pagina99 Alberto Forchielli, autore del libro Il potere è noioso (Baldini&Castoldi, 2016), profondo cono-scitore del mondo del business asiatico e partner fondatore della società di private equity Mandarin Capital Partners”.[17]

Dal processo sopracitato di accumulazione di conoscenze tecno-scientifiche sono via via emersi tutta una serie di concreti contributi del gigante asiatico in campo genetico tra i quali si possono ricordare la produzione di cromosomi sintetici (del lievito, per il momento), la clonazione di un cane con modifiche genetiche delle cellule somatiche e alla per così dire “coltivazione” e crescita artificiale di parti del corpo, come nel caso di un orecchio fatto crescere sul braccio di un paziente cinese. [18]

Passando invece al settore in grande sviluppo dell’automazione e della produzione di robot, persino gli osservatori occidentali sono stati costretti a riconoscere con stupore nel corso del 2017 che anche se in ritardo sul piano qualitativo  “la Cina è già il più grande produttore mondiale di robot industriali. Il Paese ha una quota di circa il 27% del mercato globale. E al tempo stesso è anche il più grande acquirente di robot al mondo. Si calcola che le aziende cinesi abbiano spesso circa 3 miliardi di dollari per acquistare dispositivi robotici nell’ultimo periodo. Tutti questi dati derivano da una ricerca della Federazione Internazionale di Robotica (IFR). Nonostante la rapida crescita, in Cina l’industria della robotica deve ancora arrivare a livelli di eccellenza assoluta. La maggior parte dei robot industriali che la Cina produce, infatti, non sono molto complessi e non sono paragonabili con quelli realizzati in Giappone o in Svizzera. In questa ottica le aziende cinesi stanno iniziando a comprare società estere. Lo scorso anno la cinese Midea ha acquistato per 5 miliardi di dollari il gruppo tedesco Kuka, uno dei leader della robotica mondiale”.[19]

Agli inizi di marzo del 2017 il ministero dell’industria cinese non solo aveva annunciato che nell’anno precedente la produzione di robot era aumentata del 34,3% e  più di un terzo rispetto al 2016, con un numero di robot prodotti pari a 72400 unità e a più di un quarto del totale mondiale, ma aveva altresì sottolineato che il tredicesimo piano quinquennale, dal 2016 fino al 2020, aveva previsto di raggiungere la produzione annua di centomila robot coinvolti nella produzione industriale, mentre il volume di vendite negli automi impiegati invece nel settore dei servizi sarebbe salito fino a toccare i 4,6 miliardi di dollari all’anno.[20]

Il processo di automatizzazione risulta ad esempio molto avanzato alla Huawei, la più grande azienda cinese nella produzione di smartphone.

Infatti i principali modelli di Hauwei, in questo momento il Mate 9 e il Mate 9 Porsche Design, vengono prodotti in una fabbrica dove l’uomo ha solo un ruolo di controllo e di gestione, nello specifico il caricamento dei componenti in esaurimento all’interno delle enormi macchine robot. L’assemblaggio e il montaggio degli smartphone top di gamma è totalmente automatico e viene fatto con una precisione che l’uomo non può avere, dal serraggio delle viti alla deposizione degli adesivi. “Utilizzare i robot ad oggi costa di più, non solo per la manutenzione: programmare un robot per fare uno smartphone è decisamente più difficile che insegnarlo ad un uomo, ma il risultato ci dà ragione”. Non è escluso che, in futuro, tutta la produzione possa essere automatizzata con benefici a tutti i livelli e in ogni caso cade un mito occidentale, quello delle batterie di operai cinesi chini su un tavolo a montare smartphone con turni di lavoro massacranti: paradossalmente Huawei utilizza l’assemblaggio umano molto meno di quanto facciano le multinazionali americane e europee.

In questo contesto diventò molto più facile comprendere la creazione in terra cinese della “dea robot” Jia Ja, una struttura androide con le sembianze di una bellissima donna capace di intrattenere una conversazione semplice; oppure del robot capace nel 2016 di scrivere, in un solo secondo, un articolo di trecento caratteri per un giornale; dell’automa che a partire dal 2017 è in grado di effettuare l’esame di ammissione all’università dei giovani cinesi, il difficilissimo Gaokao, oppure l’apparizione dei mille robot che hanno ballato simultaneamente a Guangzhou nella provincia del Guandong, nell’estate scorsa.

Anche il penultimo settore dei “magnifici dieci”, ossia la realtà virtuale, negli ultimi tre anni parla sempre più cinese.

Un sito specializzato nel segmento scientifico e produttivo in oggetto ha evidenziato che la Cina dovrebbe vedere “crescere il mercato della realtà virtuale da 1,5 miliardi di yuan (circa 230 milioni di dollari) del 2014 a 55 miliardi di yuan (8,4 miliardi di dollari) entro il 2020 e per questo i tre maggiori colossi del web cinese, Baidu, Alibaba e Tencent, forti di una base clienti complessiva di oltre 688 milioni di utenti solo in patria, stanno investendo molto in startup, almeno 200 delle quali sono attive proprio nel settore della realtà virtuale.

Più che puntare come Sony, Facebook o HTC, sullo sviluppo di dispositivi, i gruppi cinesi sembrano volersi specializzare nella creazione di contenuti e piattaforme per condividerli. Il segmento al momento più promettente appare quello dei video online, visto che circa 504 milioni di cinesi si collega regolarmente a siti di streaming, ma i video immersivi e le applicazioni per videogiochi (in Cina lo scorso anno vi sono stati 391 milioni di giocatori online) sembrano poter essere il primo settore di realtà virtuale a giungere a piena maturità.

Nel frattempo dei circa 6,3 milioni di visori per realtà virtuale che si stima verranno messi sul mercato quest’anno, almeno il 40% avrà come destinazione la Cina, secondo quanto ha riportato l’agenzia Bloomberg, notando come ancora non sia emerso con chiarezza un leader nel settore dei contenuti di realtà virtuale così che provider locali, editori di videogiochi e service provider stanno tutti tentando di indirizzare lo sviluppo della realtà virtuale oltre la sola produzione di dispositivi hardware”.[21]

Non si tratta solo di videogiochi e della (importante, anzi vitale) attività ludica, ma siamo in presenza di un segmento di praxis collettiva che ha anche delle significative ricadute scientifiche, in combinazione con l’uso di supercomputer.

Infatti alla fine di luglio del 2017 un collettivo di scienziati cinesi è riuscita a produrre la più grande simulazione di un universo virtuale mai creato fino ad oggi, utilizzando prestazioni del supercomputer Sunway Taihulight e battendo il precedente primato detenuto dall’università di Zurigo. “Nei fatti, si è trattata di una simulazione cinque volte più grande di quella europea, anche se questa ha funzionato solamente per ‘un’ora, contro le ottanta ore della controparte svizzera.

A cosa servono queste simulazioni? L’idea è riuscire a studiare i meccanismi che hanno portato l’Universo dal Big Bang alle condizioni attuali, far luce su materia oscura e componenti più misteriose, ed infine capire come possa procedere l’espansione dell’Universo. Ora l’obbiettivo del team cinese è riuscire a simulare quanto avvenuto dalla nascita dell’universo fino ai giorni nostri, coprendo il totale di 13,8 miliardi di anni ipotizzati”.[22]

Per quanto riguarda infine l’ultimo, ma non certo per importanza – dei “magnifici dieci”, il presidente cinese 8e segretario generale del partito comunista cinese) ha voluto sottolineare con forza l’impor-tanza dell’economia digitale della “Via della Seta di Internet” anche il 3 dicembre 2017, in occasione della conferenza mondiale su internet tenutasi nella città cinese di Wuzhen.

Molte notizie, di regola poco conosciute in terra occidentale, emer-gono in ogni caso dalla sezione cinese di internet. Ad esempio in Italia ben pochi sono attualmente a conoscenza che non solo  la Cina nel 2017 ha sperimentato la prima rete quantistica commerciale al mondo, ma ha raggiunto altresì di recente un primato – misconosciuto o passato quasi completamente sotto silenzio – anche nel variegato mondo dei servici digitali.

Proprio la struttura centralizzata di governo della rete in Cina ha infatti favorito il processo di creazione e  diffusione di servizi digitali molto avanzati, che “hanno raggiunto livelli di penetrazione senza eguali nei mercati occidentali.

Il mercato dei pagamenti elettronici operati con device mobili – smartphone in primo luogo – è esploso, ad esempio, passando dal valore di 31.7 milioni di dollari nel 2012 a 1.83 trilioni di dollari nel 2016. Secondo iResearch, citata di recente anche dal Financial Times, il valore dei pagamenti elettronici mobili in Cina ha raggiunto i 5,5 trilioni di dollari nel 2017, 50 volte maggiore del valore totale del mercato USA, che si ferma a 112 bilioni di dollari.

Al contempo, gli “e-wallets”, o portafogli elettronici, rappresentano il 58% del totale delle transazioni e pagamenti online effettuati Cina. Si tratta della più alta percentuale a livello globale e indica che i pagamenti elettronici su device mobile sono parte integrante dell’esperienza di acquisto del consumatore locale. Negli Stati Uniti, la penetrazione non supera il 15%, in Gran Bretagna si ferma al 23%.

All’interno della Grande Muraglia, la Cina sta creando una società completamente digitale. Non solo le comunicazioni, siano queste tra privati, aziende o con le autorità pubbliche, ma anche i servizi, vengono erogati e fruiti in un ecosistema internet integrato ed autonomo. La natura centralizzata dell’internet cinese peraltro, agevola la costituzione e l’affermazione di piattaforme digitali multifunzionali come l’onnipresente WeChat.

Lanciata dal colosso produttore di giochi online, Tencent, solo cinque anni fa, WeChat, nata come app di comunicazione è diventata un vero e proprio hub di servizi digitali. L’ubiquità della rete si traduce nell’ubiquità del cittadino-consumatore.

Avendo ormai acquisito più di 800 milioni di utenti, cioè quattordici volte la popolazione italiana, la struttura di WebChat gestisce larga parte delle “transazioni di affari, contatti sociali, acquisto di assicurazioni o shopping. Tutto si fa – e passa – attraverso WeChat. L’app di Tencent è oggi il punto di accesso privilegiato a internet al di qua della Muraglia e dello Scudo d’oro. In ogni istante della giornata, dall’alba al tramonto, il cittadino-utente cinese esiste nel cyber-universo delimitato da WeChat, usufruisce dei servizi disponibili senza interruzione e soddisfa i propri bisogni.

L’aspetto forse più significativo, quello che maggiormente sollecita l’immaginazione degli evangelisti dell’economia digitale, Facebook in testa, è la promessa di un’economia senza contante che WeChat sembra in procinto di realizzare.

Le numerose funzioni di questo hub di servizi comprendono la possibilità di inviare “donazioni” digitali ad amici e parenti o, come già fanno alcune aziende, di pagare gli stipendi ai propri collabo-ratori. Il cittadino-consumatore può quindi navigare attraverso necessità e funzioni quotidiane senza mai dover mettere mano al portafogli o alla carta di credito. Pagare un caffè da Starbucks, prenotare un ristorante o una visita medica è soltanto una questione di qualche click”.[23]

Nell’aprile del 2016 Pietro Greco ha elaborato una sintesi sulla materia in discussione evidenziando i progressi giganteschi della Cina nella ricerca scientifica di base e nella quota rispetto alle produzioni mondiale di beni hi-tech.

Greco aveva innanzitutto precisato che il 17 dicembre del 2015 “la Cina ha lanciato nello spazio il satellite Wukong (il Re delle Scimmie, dal nome del guerriero protagonista di un’antica fiaba). Il suo nome, per così dire, scientifico è Dark Matter Particle Explorer (DAMPE) e la sua missione è dare la caccia a quella materia oscura di cui non conosciamo la natura ma che (pare) costituisce l’85% di tutta la materia cosmica.

Wukong non è che il pioniere di una serie di satelliti che l’Accademia Cinese delle Scienze intende lanciare per portare a termine quel Progetto Prioritario Strategico di Scienza dello Spazio varato, con il beneplacito del governo, nel 2011. Un programma importante che manifesta l’intenzione della Cina: diventare protagonista della ricerca scientifica nel cosmo. Potremmo citare altri casi, per dimostrare che la Cina vuole diventare (sta diventando) un gigante in grado di competere con USA ed Europa anche nel campo della scienza di base. Per esempio il progetto JUNO, che prevede la creazione entro il 2020 in un nuovo e gigantesco laboratorio sotterraneo per la ricerca dei neutrini nel sud della Cina, nella provincia di Guangdong, a 43 Km dalla città di Kaiping.

Ma nulla meglio dei numeri ci fornisce una chiara indicazione di quello che sta succedendo in Cina e, di conseguenza, nella geografia globale della ricerca. Per esempio i numeri resi pubblici dall’americana National Science Foundation (NSF) con il recente rapporto Science and Engineering Indicators 2016. Proviamo a riassumerli. Con 340 miliardi di dollari (calcolati a parità di potere di acquisto della moneta), la Cina ha raggiunto gli investimenti in ricerca scientifica e sviluppo tecnologico (R&S) dell’intera Europa e ora è seconda solo agli Stati Uniti. Anche in termini relativi, col 2,1% rispetto al PIL (Prodotto interno Lordo), la Cina ha raggiunto e superato l’Europa e non è molto lontana dagli Stati Uniti (2,7%).

Ma è il ritmo di crescita a destare impressione. Come documenta la NSF, gli investimenti cinesi in R&S nel periodo 2003-2013 sono cresciuti al ritmo del 19,5% annuo. Più del doppio del ritmo di crescita del PIL. La velocità di crescita dell’intensità degli investimenti è rimasta sostanzialmente costante sia nel periodo della grande crisi economica mondiale (che ha solo sfiorato la Cina) sia negli ultimi anni, nel corso dei quali la crescita del PIL ha rallentato passando da oltre il 10% a poco meno del 7% annuo. Il che indica, come vedremo, una chiara intenzione: diventare leader al mondo nell’economia della conoscenza. Il medesimo obiettivo (per ora fallito) che l’Unione Europea si era dato nell’anno 2000.

In ambito industriale (produzione di beni ad alto valore di conoscenza aggiunto) la Cina è già sulla buona strada. Le sue industrie hi-tech sono responsabili, ormai, del 29% del PIL cinese. E generano il 27% della produzione mondiale di beni hi-tech, preceduti ancora di poco solo dalle industrie USA, che rappresentano il 29% della manifattura hi-tech del pianeta.

Che non si tratti di una situazione contingente, lo dimostrano i numeri relativi a un settore collegato alla produzione ad alta intensità di conoscenza: la formazione. Tra il 2000 e il 2012 il numero di laureati in scienza o ingegneria in Cina è aumentato del 300%. E addirittura del 1000% nelle materia non scientifiche o tecniche. Segno che si tratta di un’espansione che riguarda tutto l’universo culturale. Così oggi nel paese del Dragone il 49% di tutti i laureati (laurea di primo livello) è specializzato in materia scientifiche o in ingegneria (contro il 33% dei laureati negli Stati Uniti). Ciò fa sì che oggi la Cina, con meno del 20% della popolazione mondiale, vanti il 23% dei 6 milioni di giovani al mondo laureati in materia scientifiche o tecniche, contro il 12% degli Europei e il 9% degli Stati Uniti”.

Detto in altri termini, quasi un quarto dei nuovo laureati al mondo in ingegneria e nelle diverse sezioni delle scienze naturali è cinese, contro il misero 9% ottenuto viceversa dagli USA nel settore della forza-lavoro iperqualificata: e il ricercatore Pino Greco ha lucida-mente colto nel segno evidenziando che proprio “su questi giovani la Cina intende costruire il suo futuro di paese leader al mondo nell’economia della conoscenza. Il 13° Piano quinquennale approvato di recente dal Congresso del Partito Comunista ha definito l’obiettivo per il 2020: aumentare l’intensità degli investimenti in R&S fino al 2,5%. E ha anche individuato le principali piste di ricerca da percorrere: la già citata esplorazione dello spazio profondo; la comunicazione e la computazione quantistiche; il cervello; la sicurezza nazionale nel cyberspazio; l’uso efficiente e pulito del carbone; la robotica industriale, medica e militare; le applicazioni delle scienze genetiche; le applicazioni nel settore dei big data; l’esplorazione sottomarina più profonda; la creazione di una stazione antartica e di un osservatorio artico”.[24]

La lucida analisi di Greco contiene – in modo assolutamente incolpevole – un solo limite e un unico difetto: dall’aprile del 2016 sono ormai passati quasi due anni e persino tale breve periodo ha fatto invecchiare precocemente alcune tesi di Greco, visto:

  • lo sviluppo esponenziale dei supercomputer in terra cinese ivi compresa la vicina costruzione a Pechino di un prototipo di computer exascale, in grado di compiere un nuovo salto di qualità rispetto ai sistemi di calcolo attuali;
  • l’introduzione della comunicazione quantistica da parte della Cina proprio nel corso degli ultimi due anni;
  • il ritmo incalzante di incremento e l’ulteriore sviluppo della massa di investimenti cinesi nella ricerca scientifica – ivi compresa quella di base – e tecnologica, oltre che nel numero di scienziati e ricercatori. Si stanno ormai verificando sul campo e in anticipo le previsioni di uno studio dell’insospettabile OCSE (“Outlook 2014” su scienze, tecnologia e industria) pubblicato nell’autunno del 2014, secondo le quali la Cina sarebbe diventata prima nel mondo in ricerca e sviluppo entro il 2019.[25]

Missione in gran parte compiuta, da parte di Pechino: e si è già notato in precedenza che persino nel suo principale tallone di Achille, la produzione di microchip, la Cina Popolare sta compiendo rapidamente passi da gigante.

Proprio all’inizio del 2017 il gruppo cinese Tsinghua Unigroup, presieduto da Zhao Weigou, ha deciso di investire l’enorme somma di 30 miliardi di dollari in una gigantesca fabbrica di semiconduttori a Nanchino, in una struttura in grado di produrre ogni mese circa 100.000 chip di silicio quando sarà a pieno regime produttivo, mentre nel marzo del 2016 la stessa azienda cinese ha avviato la costruzione di un’altra enorme fabbrica a Wuhan, dal costo di 24 miliardi di dollari.[26]

Anche in questo settore la “rete” tecnoscientifica lanciata dalla Cina sta portando a galla ottimi risultati: ad esempio il 6 novembre del 2017 la società cinese Cambricon, sostenuta direttamente dalla prestigiosa Accademia delle Scienze di Pechino, ha lanciato pubblicamente una nuova generazione di chip per l’intelligenza artificiale, venti volte più veloce dei microchip attuali e con un minore dispendio energetico.

A dispetto di ritardi, errori e insuccessi a volte molto gravi, come nel caso dell’ormai pericolante stazione spaziale Tiangong-1, la Cina prevalentemente socialista si è conquistata sul campo nel corso del 2017 il primato su scala mondiale anche in campo tecnoscientifico: non è del resto un caso che il gigante asiatico risultasse dal 2012 al primo posto su scala planetaria nelle richieste di brevetti, segno evidente di vitalità creativa nella ricerca e nell’innovazione avente per oggetto del “lavoro universale” e quella conoscenza collettiva giustamente esaltata da Marx anche nel terzo libro del Capitale.

Non è inoltre casuale che un’autorevole rivista come Le Scienze, non certo sospettabile di simpatie filocinesi, nel dicembre del 2017 abbia pubblicato un articolo intitolato in modo significativo “Il momento della Cina”, nel quale si ammetteva la possibilità per il gigante asiatico di “porsi all’avanguardia” mondiale nel settore della scienza e della tecnologia.

 

 

 

 

 

[1] Karl Marx, “Il Capitale”, libro primo, capitolo primo, primo paragrafo

[2] Deng Xiaoping, “Selected Works”, terzo volume, settembre 1988, “Science and tecnology constitute a primary productive force”.

[3] C. Lavalle, “Nella corsa dei supercomputer la Cina batte gli Stati Uniti”, 15 novembre 2017, in La Stampa

[4] M. De Agostini, “Supercomputer, la Cina stacca gli Stati Uniti”, 14 novembre 2017, in www.tomshw.it

[5] E. Dusi, “In Cina la prima telefonata quantistica”, 15 giugno 2017, in la Repubblica

[6] “Teletrasporto quantistico, la prima volta sulla rete”, in www.lescienze.it, 19 settembre 2016

[7] L. Spada, “Realizzata la prima videochiamata quantistica tra Cina e Austria”, 3 ottobre 2017, in www.tuttotech.it

[8] “Nanotecnologie: nuovi orizzonti o nuovi pericoli?”, 17 marzo 2009, in www.agronotizie.imagelinenetwork.com

[9] “Nanotecnologie. USA e Cina primi al mondo per pubblicazioni: alta quantità ma bassa qualità delle scoperte”, 12 gennaio 2011, in www.venetonanotech.it

[10] “Nanotecnologie: la Cina leader nella ricerca”,  29 marzo 2017, in www.passaggimag.it

[11] “Geopolitica del progresso: l’avanzata cinese è a colpi di Intelligenza Artificiale”,9 giugno 2017, in www.255.it

[12] “Cina: pubblicato il primo Piano sull’intelligenza artificiale”, 21 luglio 2017, in www.italiancri.cn.

[13] “Cina, inaugurato il treno più veloce del mondo”, in  www.siviaggia.it

[14] “La Cina del futuro con hyperloop”, settembre 2017, in www.chinanewsitaly.com

[15] “Dalla Cina alla Luna (e ritorno)”, 1 febbraio 2017, in La Stampa

[16] “Superman sarà cinese?”, dicembre 2016, in www.cinasia-baochai.blogspot

[17] “Pechino vuole creare il Google dell’editing genetico”, 2 dicembre 2016, in www.pagina99.it

[18] “Dalla gravità artificiale alle “coltivazioni” di parti del corpo: ecco perché i BRICS sono più avanti di noi”, 14 novembre 2016, in www.opinnionepubblica.it

[19] “Cina pronta alla rivoluzione: saranno i robot a gestire le industrie”, marzo 2017, in tecnologia.libero.it

[20] “Cina. Aumentata la produzione di robot industriali”, 15 marzo 2017, in www.agcnews.it

[21] “La realtà virtuale parla sempre più cinese”, 31 maggio 2016, in www.mondivirtuali.it

[22]  “Scienziati cinesi ricreano l’universo virtuale più grande di sempre”, 31 luglio 2017, in www.hdblog.it

[23] “Cina verso dominio di internet. Pechino sperimenta la prima rete quantistica commerciale”, 13 luglio 2017, in www.formiche.net

[24] P. Greco, “La Cina si avvicina: i grandi passi in avanti del nuovo gigante della ricerca”, 18 aprile 2016, in www.scienzainrete.it

[25] A. Annichiarico, “Cina prima per spesa in ricerca e sviluppo, entro il 2019. E l’Italia?”, 14 novembre 2014, Il Sole 24Ore

[26] A. Ratti, “Semiconduttori, Cina contro USA”, gennaio 2017, in www.italiaoggi.it


Warning: Division by zero in /home/webdes90/public_html/Domini/robertosidoli.net/wp-includes/comment-template.php on line 1382