Capitolo terzo

La Cina verde e il suo “forziere” nascosto

Sebbene l’ex vicepresidente americano e premio Nobel Al Gore sia un accanito anticomunista e non sia mai stato sospettato di simpatie per Pechino, ha affermato pubblicamente che dagli inizi del terzo millennio la Cina annualmente piantava due volte e mezzo (ripetiamo: due volte e mezzo) gli alberi che tutto il resto del mondo piantava complessivamente in un anno, ammettendo che si trattava del «più grande programma di rimboschimento che il mondo abbia conosciuto».[1]

Il “più grande programma di rimboschimento che il mondo abbia conosciuto” aveva portato la Cina a piantare, nel solo 2009, ben 5,88 milioni di ettari di verde e foresta: ossia 58 mila chilometri quadrati e l’equivalente di circa un sesto dell’intero territorio italiano.[2]

Il più grande “programma di rimboschimento che il mondo abbia conosciuto” era iniziato già nel lontano 1978, mentre già nel 1981 una risoluzione dell’assemblea legislativa cinese obbligava ogni cittadino di età superiore agli undici anni a piantare ogni anno almeno tre pioppi, eucalipti, larici o altro tipo di albero.

Il più grande “programma di rimboschimento” su scala planetaria aveva permesso di creare in Cina, già nel 2010, la più grande foresta artificiale al mondo che copriva a quel tempo circa 500.000 chilometri quadrati: per intenderci quasi il doppio dell’intera superficie dell’Italia.[3]

Il più grande “programma di rimboschimento” del mondo era ed è tuttora incentrato principalmente, a dispetto delle stupide critiche di alcuni “ambientalisti” occidentali, sulla creazione a getto continuo di nuovo verde e di nuove foreste con al centro la betulla e il pioppo bianco, ossia piante a rapida crescita e in grado di catturare quasi il doppio della quantità di carbonio rispetto a quella ottenuta invece dal pino coreano, dai larici e agli abeti.[4]

Passando dal 2009-2010 alla fine del 2017, persino tra i mass-media di Taiwan – notoriamente anticomunisti – è circolata la notizia nel settembre dello scorso anno che la Cina continentale aveva ormai creato una copertura di verde e di foreste pari a 2,58 milioni di chilometri quadrati e a più di otto volte la superficie totale dell’Italia, mentre il tasso percentuale di copertura verde rispetto all’intero territorio cinese era equivalente al 21,93%, in netto aumento rispetto al 15% di dieci anni prima.[5]

Anche se le quote percentuali della “Cina verde” risultano ancora inferiori a quelle europee, il gigante asiatico costituisce l’unica area geopolitica del nostro pianeta nel quale si sia verificato un consistente incremento del processo di rimboschimento nel corso degli ultimi tre decenni, nonostante le chiacchiere vacue e i proclami verbali ecologisti tanto diffusi all’interno del mondo occidentale: e l’obiettivo finale di Pechino in questo campo della praxis umana consiste nel raggiungere l’elevatissima quota verde del 42% per l’intera nazione entro il 2050.[6]

Si tratta di un risultato realmente raggiungibile?

Osservando e analizzando il gigantesco processo di sviluppo della forestazione urbana, della creazione di verde all’interno delle città e dei centri urbani della Cina, la risposta non può che essere positiva. Di recente è stato sottolineato, dati concreti alla mano, che «oggi sempre più cinesi potranno godere di un ambiente pulito a due passi dalla loro abitazione, grazie alle foreste urbane. Secondo il piano, entro il 2020, la Cina costruirà 200 città forestali nazionali e 1000 villaggi dimostrativi forestali, migliorerà le prospettive ecologiche urbane e rurali e la qualità dell’ambiente di vita.

Dal 2004 la Cina ha iniziato ad assegnare il titolo di “Città foresta nazionale” alle città che soddisfano i criteri di valutazione riguardanti alcuni indicatori di valutazione in aspetti concernenti il tasso di copertura forestale, il tempo libero pubblico, la cultura ecologica e il verde rurale: al momento sono 137 le città, come ad esempio Chengde nella provincia dello Hebei e Tonghua nella provincia del Jilin, che hanno ottenuto il titolo.

La città di Pu’er, nella provincia dello Yunnan, ha appena acquisito il titolo di “Città foresta nazionale” quest’anno e nel centro della città vecchia un grande albero di banyan, con una storia di ottocento anni, ha assistito agli sforzi compiuti per la protezione ecologia a livello locale. La signora Zhao Pingxian, 68 anni, viene qui di frequente a sedersi qui nel tempo libero e ha raccontato: «In passato era sporco qui. C’era disordine ovunque ma, ora che è iniziata la forestazione urbana, anche il grande albero di banyan è stato messo sotto protezione. Tutti noi possiamo godere e usufruire di questa piattaforma, e veniamo spesso qui a fare una passeggiata».

È proprio questa concezione, tesa a mettere la protezione ambientale davanti a ogni altra cosa, che ha permesso all’opera di forestazione urbana di svolgere un ruolo importante nella protezione dell’ambiente ecologico; il direttore dell’Ufficio per la forestazione urbana dell’Amministrazione forestale statale, Cheng Hong, ha dichiarato che attualmente la forestazione urbana è diventata un mezzo efficace per aumentare la superficie forestale e per proteggere le risorse forestali delle diverse città.

«Abbiamo elaborato statistiche sulle oltre cento città che in questi anni hanno partecipato alla costruzione delle “Città foresta nazionali”: la dimensione media annuale di nuove foreste per città ha superato i 200 mila acri (circa 13.000 ettari). Tale velocità equivale a due, tre volte quella dell’imboschimento del paese.

La Cina ha incorporato la forestazione urbana nella strategia nazionale di sviluppo: i 165 progetti principali elencati nel tredicesimo piano quinquennale che copre il periodo che va dal 2016 al 2020, comprendono il progetto di forestazione urbana. Secondo l’indagine annuale lanciata dai dipartimenti competenti, il tasso di consapevolezza e di soddisfazione dei cittadini locali riguardo l’opera di forestazione urbana è ovunque superiore al 90%.»[7]

Ma non solo.

Seppur commettendo errori, mediante il grande e prolungato processo di riforestazione artificiale Pechino è riuscita via via prima a contenere e, in una seconda fase, anche a diminuire leggermente quello che gli esperti considerano giustamente in una prospettiva globale “il cancro della Terra”, ossia il processo di desertificazione.

In modo lucido e veritiero il vice-direttore dell’amministrazione statale delle foreste, Zhang Yongli, ha affermato che attraverso la protezione della foresta naturale, con il programma di tre frangiventi settentrionali e una serie di progetti di riassetto ecologico, tesi ad amministrare le zone sensibili e i punti deboli, il processo di desertificazione in Cina è stato contenuto e la superficie interessata da questi fenomeni ha visto un’ulteriore diminuzione. Su questo tema Zhang Yongli si è pronunciato così: «Il risultato della ricerca ha mostrato che, rispetto al 2009, la superficie nazionale affetta da desertificazione e desertizzazione nel 2014 ha registrato una doppia diminuzione, rispettivamente di 12.120 e di 9.902 chilometri quadrati. Il grado di desertificazione e desertizzazione ha visto un duplice miglioramento. La situazione della vegetazione e del tempo è migliorata, il grado di copertura della vegetazione è cresciuto dello 0,7%, mentre il numero dei giorni con tempeste di sabbia ha visto un calo del 20,3% rispetto all’anno scorso.»[8]

In una data simbolica come l’11 settembre del 2017, durante una conferenza stampa tenuta all’interno della riunione dell’ONU contro la desertificazione, il rappresentante cinese ha ribadito che se alla fine dello scorso secolo, per la gioia del circolo anticomunista e anticinese, la superficie delle terre desertificate del gigante asiatico si allargava ogni anno di circa diecimila chilometri quadrati, nel 2017 la Cina invece era riuscita a ridurre questa superficie arida e desolata a un’area pari a 2.424 chilometri quadrati.[9]

Tenendo a mente il progetto politico-sociale pluridecennale del partito comunista cinese, teso e finalizzato a creare una “Cina verde” come parte integrante del nuovo e cooperativo sogno cinese, non può certo sorprendere che il gigante asiatico, per la prima volta al mondo, abbia utilizzato a modo suo anche l’esperienza accumulata in precedenza a Milano dallo studio dell’architetto Stefano Boeri, con l’edificio meneghino noto come il “Bosco Verde”: ma nel gigante asiatico il disegno originario di matrice italiana si è riprodotto su scala decisamente allargata coinvolgendo l’intera città cinese di Liuzhou, ossia “40.000 alberi per 30 mila abitanti”.

«Uffici, case, alberghi, ospedali, scuole, interamente ricoperti di alberi e piante: è la Città Foresta che entro il 2020 sorgerà in Cina a Liuzhou, progettata dallo studio italiano Stefano Boeri. Sarà una città che combatte l’inquinamento atmosferico e mira all’autosufficienza energetica e alla sostenibilità ambientale.

Una volta ultimata, la nuova città di 30.000 abitanti sarà in grado ogni anno di assorbire circa 10.000 tonnellate di CO2 e 57 tonnellate di polveri sottili e di produrre circa 900 tonnellate di ossigeno. Liuzhou Forest City sarà costruita a nord di Liuzhou, nella provincia meridionale e montuosa dello Guangxi, in un’area di circa 175 ettari lungo il fiume Liujiang. La nuova città verde, che sarà totalmente cablata, sarà collegata alla città di Liuzhou da una linea ferroviaria veloce utilizzata da automobili a motore elettrico e sarà destinata a ospitare zone residenziali di diversa natura, oltre a due scuole e un ospedale.

Liuzhou Forest City disporrà di tutte le caratteristiche di un insediamento urbano pienamente autosufficiente dal punto di vista energetico, a partire dalla geotermia per il condizionamento degli interni e dall’uso diffuso dei pannelli solari sui tetti per la captazione delle energie rinnovabili: ma la grande novità è la presenza di piante e alberi su tutti gli edifici, di qualunque dimensione e destinazione siano. Nel complesso Liuzhou Forest City ospiterà 40.000 alberi e circa 1 milione di piante di più di 100 specie: la diffusione delle piante non solo lungo i viali, nei parchi e nei giardini ma anche sulle facciate degli edifici, consentirà a una città già autosufficiente dal punto di vista energetico di contribuire a migliorare la qualità dell’aria (assorbendo oltre alla CO2 le polveri sottili, per un totale di circa 57 tonnellate all’anno), di ridurre la temperatura media, di generare una barriera al rumore e di aumentare la biodiversità delle specie viventi, creando un sistema di spazi vitali per gli uccelli e i piccoli animali che abitano il territorio di Liuzhou.

Altro elemento interessante, molto cinese e molto poco italiano: visto anche il suo valore simbolico, Liuzhou Forest City verrà realizzata in tempi brevissimi, entro il 2020.»[10]

Rimanendo nel campo della tutela ambientale, va altresì sottolineato come non solo la Cina si sia collocata saldamente all’avanguardia mondiale nella produzione di energie rinnovabili, ma che abbia raggiunto livelli di primo piano anche nel processo di riciclo e riutilizzo delle risorse produttive materiali, ossia nell’economia circolare.

Dato di fatto eclatante e molto poco conosciuto: la Cina attualmente importa e ricicla il 56% del totale mondiale dei rifiuti secondo i dati degli enti internazionali che studiano la questione.

La nascosta e obliterata egemonia planetaria raggiunta dalla Cina Popolare nel campo del riciclaggio di materie prime è stata portata alla luce paradossalmente da una scelta di politica economica, presa dal governo cinese a metà luglio del 2017. Infatti il 18 luglio dell’anno scorso il gigante asiatico ha informato l’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) che intende proibire l’entrata sul suo territorio di 24 categorie di rifiuti solidi, tra cui alcuni tipi di plastica, carta, cartoni e tessuti. Obiettivo dichiarato da Pechino per giustificare la misura, secondo quanto riportato dalla Reuters, è controllare l’entrata su territorio cinese di rifiuti che possono contribuire all’inquinamento ambientale.

Più che un annuncio sembra una minaccia, se si considera che solo l’anno scorso la Repubblica Popolare Cinese ha importato 7,3 milioni di tonnellate di residui plastici, soprattutto da Europa, Giappone e Stati Uniti, oltre 27 milioni di tonnellate di residui cartacei dei quali tra il 25 e il 30% era una miscela di carta e cartone, una delle categorie colpite dall’interdizione cinese.

La nota del ministero dell’Ambiente cinese inviata al Wto annunciava l’entrata in vigore della misura per fine settembre. Successivamente però, secondo una agenzia di Xinhuanet, un responsabile dello stesso ministero comunicava che probabilmente sarebbe slittata a fine anno. Nella nota Pechino spiega che la decisione è stata presa dopo che numerose ispezioni nei siti di stoccaggio hanno rilevato «una grande quantità di rifiuti di cattiva qualità, compresi residui pericolosi mischiati con residui solidi […]. Questo comporta seri problemi di inquinamento per l’ambiente in Cina». Il paese darà così priorità soltanto a rifiuti provenienti dall’estero ben selezionati e confezionati.

È alta la preoccupazione del Bir, il Bureau of International Recycling, associazione mondiale dell’industria del riciclaggio che, già dal 3 luglio, aveva preavvisato i suoi membri con “un importante aggiornamento” secondo cui la Cina, dal 1° giugno 2017, aveva sospeso temporaneamente l’importazione di alcuni rifiuti e stava predisponendo 60 squadre di specialisti per ispezionare i siti di stoccaggio dei rifiuti più importanti. A fine luglio il risultato di queste ispezioni è stato che il 77% dei rifiuti importati non è a norma, una percentuale altissima a fronte dei 50 milioni di tonnellate che ogni anno arrivano in Cina.

Se le nuove misure della Repubblica Popolare entreranno in vigore alla scadenza annunciata, «l’impatto sarà importante – comunica il Bir – per l’industria mondiale del riciclaggio ma anche per la produzione cinese, che dipende moltissimo da materiali riciclati». Ed è vero che lo sviluppo esponenziale della produzione cinese si deve anche al recupero di plastica, carta e cartoni da imballaggi. Uno sviluppo però che non aveva mai voluto prendere in considerazione le conseguenze sull’ambiente. Ora il paese asiatico sembra voler correre ai ripari anche con la chiusura di alcuni impianti di riciclaggio ritenuti tra i più contaminanti.

Ora l’industria dell’immondizia teme una congestione dei rifiuti nei paesi d’origine, oltre che un calo del prezzo delle materie prime riciclate, come già accaduto nel 2013, dopo che la Cina aveva rafforzato i controlli di residui importati. Ma c’è anche chi vede, dietro la decisione della Cina, una volontà di sviluppare ancora di più la propria industria del riciclaggio favorendo l’importazione esclusiva di rifiuti di alta qualità, come pensa l’economista specializzato in “economia circolare” Vincent Aurez, il quale ricorda che «nel 2017 la Cina ha lanciato un piano per aumentare del 67%, entro il 2020, il fatturato del settore del riciclaggio».[11]

La stretta connessione ormai creatasi tra Cina ed economia circolare è stata in ogni caso registrata e analizzata lucidamente, nelle sue linee essenziali, dall’economista Andrea Genovese che ha sostenuto in modo corretto che «la percezione della Cina da parte dell’opinione pubblica italiana (ed europea, in generale) soffre di preconcetti dovuti ad una visione fortemente imperialista, neo-colonialista ed eurocentrica che ha contaminato anche le sinistre.

La Cina ha sicuramente conosciuto un impetuoso sviluppo industriale negli ultimi decenni. Un processo che ha condensato, in poco meno di settant’anni, secoli di rivoluzioni industriali. È innegabile che il costo ambientale di tutto ciò sia stato elevatissimo.

Eppure, recentemente, il governo di Pechino ha fatto segnare importanti inversioni di tendenza. Pensiamo, ad esempio, al focus sulle energie rinnovabili: nel 2016 la metà delle installazioni globali di impianti di generazione di energia solare si è concentrata nel paese asiatico; un trend che è continuato quest’anno, con ben 10GW installati nel solo mese di luglio (equivalente alla metà della potenza solare totale italiana). Oppure, al recente annuncio di voler vietare (in una data ancora da definire) la vendita delle auto a benzina e diesel. Ancora, alle importanti iniziative di riforestazione.

Il tutto si inserisce in una strategia di sviluppo, coniata a partire dall’undicesimo Piano Quinquennale (varato nel 2006) e divenuta centrale nel tredicesimo (datato 2016), basata proprio sul concetto dell’Economia Circolare. Ad esempio, il governo sta ponendo grande enfasi sulla creazione dei cosiddetti Eco-Parchi Industriali. Questi ultimi non sono altro che grandi distretti manifatturieri (nei quali operano sino a 4000 imprese) all’interno dei quali aziende appartenenti a diverse filiere produttive si “scambiano” scarti di produzione e rifiuti che vengono dunque reimmessi nella catena del valore in luogo di materie prime vergini, piuttosto che finire in discarica o in impianti di incenerimento. »[12]

Assieme ai giganteschi parchi eco-industriali costituisce altresì parte integrante della green economy cinese anche il lungo difficile ma gigantesco processo di riconversione energetica dal carbone alle energie rinnovabili: la chiusura nell’ultimo triennio di molte centrali a carbone e la riduzione della produzione di quest’ultimo rappresentano due importanti fenomeni derivati dalle scelte politico-economiche del partito comunista cinese, che hanno consentito la simultanea riduzione del livello di emissioni di anidride carbonica nel gigantesco paese asiatico. [13]

E sempre su scala gigantesca, sconosciuta al resto del mondo per estensione e velocità, emerge anche il processo di riduzione delle emissioni inquinanti. Anche osservatori collocati su posizioni anticomuniste hanno riconosciuto che «a quanto pare, la Cina sta facendo sul serio. L’ultimo obiettivo stabilito dal governo cinese è quello di tagliare la concentrazione di particelle particolarmente pericolose (il cosiddetto PM2.5) dai 47 microgrammi al metro cubo del 2016 a 35 microgrammi entro il 2035. e per farlo è stato stabilito che le emissioni inquinanti delle industrie dovrebbero essere ridotte del 30% entro la fine del 2017. Si tratta sicuramente di un traguardo molto ambizioso che ha fatto scattare una serie di controlli ispettivi capillari.»[14]

Non sono dunque parole al vento, ma viceversa degli impegni concreti e fondati su fatti altrettanto concreti quelli espressi da Xi Jinping, segretario generale del partito comunista cinese, alla fine di agosto del 2017 rispetto alla necessità vitale di costruire una civiltà ecologica e di continuare con tutte le forze uno sviluppo “verde e sostenibile”, sia in Cina che a livello mondiale.

Secondo la corretta valutazione di Xi Jinping, «gli sforzi per proseguire lo sviluppo verde e una civiltà ecologica devono essere sviluppati di generazione in generazione, per creare un’armonia tra l’uomo e la natura e lasciare un ambiente migliore alle future generazioni».

Va sottolineato come il discorso di Xi Jinping sia stato tenuto in un seminario di formazione di quadri politici avvenuto in un luogo di alto valore simbolico per la politica ecologica cinese, e cioè la zona di Saihanba, nella provincia settentrionale dell’Hebei.

«Saihanba è una grande foresta che si estende su circa 75.000 ettari ma cinque decenni fa era solo una piccola parte di territorio “sterile”: solo grazie a un lavoro assiduo durato decenni è diventato un luogo ecologicamente importante per megalopoli come Pechino e Tianjin.

Xi ha sottolineato che «lo sviluppo di Saihanba è il risultato degli sforzi costanti e della devozione dei lavoratori forestali e rappresenta un buon esempio del perseguimento del progresso ecologico da parte della Cina».

Per fare capire quanto questa politica sia condivisa e debba impegnare l’intero Partito comunista cinese, i massmedia cinesi hanno evidenziato che «l’istruzione di XI è stata trasmessa da Liu Qibao, membro dell’ufficio politico del Comitato centrale del Pcc e capo del Dipartimento dell’informazione del Comitato centrale del Pcc, durante una riunione. Egli ha indicato che l’esperienza riuscita di Saihanba deve essere ampiamente generalizzata e che deve essere fatto un maggior lavoro per promuovere l’edificazione di una civiltà ecologica e i concetti dello sviluppo verde.»[15]

La Cina sta facendo sul serio anche rispetto alla valorizzazione delle proprie risorse naturali minerarie ed energetiche, visto che in questo settore il paese asiatico ha acquisito un primato su scala planetaria che a volte passa quasi inosservato in terra occidentale.

Risulta relativamente conosciuta la supremazia detenuta da Pechino nella produzione delle “terre rare”; ossia di un gruppo di diciassette metalli ed elementi della tavola periodica (scandio, ittrio e i lantanidi) relativamente poco diffusi sulla crosta terrestre, di difficile estrazione e con un magnetismo resistente anche alle alte temperature in molti strumenti tecnologici, a partire dai superconduttori e magneti per arrivare ai catalizzatori e alle fibre ottiche, passando per hard disk, satelliti, laser e macchine fotografiche digitali.

Come per quanto riguarda il tungsteno, il metallo più duro del pianeta ormai indispensabile nella costruzione di utensili per il taglio, anche nell’ottimo biennio 2016-2017 il processo di estrazione e lavorazione delle terre rare è rimasto un vero e proprio monopolio di Pechino. [16]

Anche se in lieve diminuzione rispetto al 2011, la quota della Cina sul mercato delle terre rare è rimasta infatti molto elevata e pari a più del 90% del totale mondiale, visto che il paese asiatico «produce terre rare di gran lunga più a buon mercato di qualsiasi altro paese, motivo per il quale tutti i paesi preferiscono comprare terre rare cinesi anziché investire nello sviluppo di proprie forniture».[17]

In estrema sintesi, Deng Xiaoping era nel giusto quando affermò nel 1988 che «i paesi arabi hanno il petrolio, noi abbiamo le terre rare» e varò di conseguenza in modo lungimirante il progetto 863, teso e finalizzato a conquistare il settore attualmente in via d’esame.

Tungsteno, terre rare ma anche oro.

Anche se la notizia è poco nota in occidente, da più di dieci anni il gigante asiatico ha infatti conquistato il primo posto su scala mondiale anche nel processo di estrazione del metallo prezioso più famoso al mondo; ad esempio nel 2016 la Cina ha prodotto ben 455 tonnellate di oro distanziando nettamente il secondo della lista, ossia l’Australia, capace di produrre “solo” 270 tonnellate del metallo giallo, tallonata a sua volta da vicino dalla Russia, con la sua “sacca” di 250 tonnellate.[18]

E la produzione di argento? La Cina risultava nel 2016 il terzo produttore mondiale, dopo Messico e Perù.

Piombo e ferro? A sorpresa, la Cina rappresenta il più grande produttore mondiale anche in questi due settori estrattivi.

Zinco e stagno? Come sopra, il risultato non cambia e rimane a favore di Pechino.

Carbone? Come sopra…

Come ormai emerge con forza, anche se in modo abbastanza sorprendente per un lettore occidentale, la Cina risulta molto ricca di risorse naturali e le sue riserve accertate sono le prime al mondo nelle terre rare, nel vanadio e nel titanio, nel sopracitato tungsteno e nella grafite, nella magnesite e nell’antimonio, oltre che nel gesso, bentonite e barite: ossia ben dodici, tra le quarantacinque risorse minerarie più importanti nel nostro pianeta.

Le riserve accertate di risorse minerarie cinesi sono pari a 12% del totale mondiale, occupando il 3° posto nel mondo, tuttavia la quantità pro-capite è ridotta, con solo il 58% del valore corrispondente mondiale, occupando il 53° posto nel mondo.

Finora sono stati scoperti 171 tipi di risorse minerarie, di 158 dei quali sono ormai accertate le riserve (10 tipi di minerali produttori di energia, 5 di metalli ferrosi, 41 di metalli non ferrosi, 8 di metalli preziosi, 91 di metalloidi e 3 di minerali di acqua e gas.)

La Cina risulta altresì ormai uno dei pochi paesi al mondo con ricche riserve di risorse minerarie, complete come varietà e con un alto livello qualitativo. Secondo dati riferiti alle riserve ormai accertate, «dei 45 principali tipi di risorse minerarie cinesi, 25 occupano i primi tre posti al mondo, 12 dei quali il primo, ossia le terre rare, il gesso, il vanadio, il titanio, il tungsteno, la bentonite, la grafite, la barite, la magnesite e l’antimonio.

La distribuzione delle risorse minerarie cinesi è la seguente: il petrolio e il gas naturale sono distribuiti principalmente nel nord-est, centro nord e nord-ovest; il carbone nel centro- nord e nord-ovest; il ferro nel nord-est, centro- nord e sud-ovest; il rame nel sud-ovest, nord-ovest e centro-est; il piombo e lo zinco in tutto il paese; tungsteno, stagno, molibdeno, antimonio e i metalli delle terre rare sono distribuiti nel centro- sud e centro- nord. L’oro e l’ argento sono distribuiti in tutto il paese, anche nella provincia di Taiwan. Il fosforo è distribuito principalmente nel centro-sud.» [19]

Le riserve cinesi di carbone occupano il primo posto nel mondo con un volume totale accertato pari a 1000 miliardi di tonnellate, distribuite nel centro-nord e nord-ovest, principalmente nelle province dello Shanxi, Shaanxi, Mongolia Interna, ecc., mentre le zone ricche di petrolio e gas sono distribuite principalmente nel nord-ovest, nord-est e nella piattaforma continentale della costa e del mare poco profondo sud-orientali.

Si sono già formate 6 zone di giacimenti di petrolio di grande dimensione, ossia Songliao, il golfo del mare Bohai, Tarim, Zhunger-Turpan, Sichuan e Shaanxi-Gansu-Ningxia.

Le risorse metallifere in Cina invece comprendono ferro, manganese, vanadio, titanio, ecc.: le riserve di ferro sono pari a 50 miliardi di tonnellate, distribuite principalmente nelle province del Liaoning, Hebei, Shanxi e Sichuan.

Nel campo delle risorse energetiche la Cina invece non risulta ai primi posti: nel 2016 in campo petrolifero la Cina era collocata al quinto posto a livello mondiale, alla pari dell’Iran ma nettamente distanziando da Russia, Arabia Saudita e Stati Uniti, mentre sempre nel 2016 si posizionava solo al sesto posto nella produzione di gas naturale dopo Stati Uniti, Russia, Iran, Qatar e Canada.[20]

La situazione cambia invece radicalmente nel settore delle riserve di shale oil e shale gas, ossia il petrolio e il gas non convenzionali estratti dalle rocce e derivanti dalla lavorazione degli scisti bituminosi, attraverso una tecnica di perforazione con fratturazione idraulica denominata “fracking”.

Come ha notato anche Fabio Indeo alla fine del 2013 sulla rivista di geopolitica Limes, «la Cina è il 1° paese al mondo per riserve di shale gas»; risulta pertanto facile comprendere la tesi esposta dal professor Pierangelo Andreini, secondo la quale nei prossimi decenni «un successo cinese nello sfruttamento di shale gas e shale oil rivoluzionerebbe integralmente lo scenario dell’economia mondiale. E, d’altra parte, nel lungo periodo questo potrebbe essere favorito da costi minori rispetto a quelli americani e europei, modificando permanentemente gli equilibri mondiali del mercato dell’energia.»[21]

«Entra in produzione il più grande progetto di shale gas in Cina. Un nuovo impianto di produzione è entrato in attività a Fuling, la sede del più grande giacimento di shale gas in Cina, che sorge nella municipalità di Chongqing, nel sud-ovest cinese. Secondo le nuove stime presentate dall’agenzia Xinhua, il nuovo impianto sarà in grado di produrre fino a tre milioni di metri cubi di gas al giorno e la Cina riuscirà a raggiungere l’obiettivo dei 6,5 miliardi di metri cubi di shale gas prodotti all’anno.

Sinopec, il gigante della raffinazione cinese che opera il giacimento, aveva annunciato la scorsa settimana un aumento del target di produzione di shale gas per il prossimo anno. Entro il 2017 verrà raggiunta quota 15 miliardi di metri cubi, due terzi dei quali proverranno proprio dall’area di Chongqing, dove si concentrano i maggiori giacimenti di questa preziosa risorsa non convenzionale generata dal gas contenuto nei sedimenti di scisti argillosa, di cui la Cina è il primo Paese al mondo per riserve presenti nel proprio sottosuolo.»[22]

Siamo in presenza di una serie proteiforme di pratiche socioproduttive concrete che, ormai accumulatesi nel tempo, stanno spostando lentamente ma in modo radicale la correlazione di potenza planetaria trasformando in modo graduale ma profondo l’intera arena internazionale.

 

 

 

 

[1] “Desertificazione, la Cina prepara la “Grande muraglia verde”, 2010, in www.ecologiae.com

[2] M. Correggia, “La grande muraglia verde”, 28 settembre 2010, Il Manifesto

[3] “Desertificazione”, op. cit.

[4] “Desertificazione”, op. cit.

[5] “China only country with increasing forest coverage”, 16 settembre 2017, english.peopledaily.com.cn

[6] “Desertificazione”, op. cit.

[7] “Cina promuove la forestazione urbana per migliorare la vita dei cittadini”, 13 ottobre 2017, in italian.cri.cn

[8] “Cina: contenimento generale della desertificazione”, 24 gennaio 2011

[9] “Cina: crescita zero delle terre desertificate”, 11 settembre 2017, in italian.cri.cn

[10] “La città foresta in Cina contro l’inquinamento: uffici, case, tutto sarà un polmone verde”, in www.ansa.it

[11] “La Cina non vuole più i nostri rifiuti. E fa tremare l’industria globale”, in www.ilsalto.net

[12] “Intervista ad Andrea Genovese”, in www.lantidiplomatico.it

[13] G. Meoni, “Le emissioni globali di CO2 non crescono più (anche grazie agli USA)”, 17 marzo 2017, Il Sole 24 Ore; “La Cina chiude 104 centrali a carbone e investe nelle rinnovabili”, 7 marzo 2017, www.lifegate.it

[14] E. Seghetti, “Misure contro l’inquinamento: la Cina chiude il 40% delle fabbriche”, in www.green.it

[15] “Cina, il presidente Xi Jinping: costruire una civiltà ecologica”, 29 agosto 2017, in www.greenreport.it

[16] “Tungsteno con il contagocce dalla Cina”, 20 agosto 2012, in www.metallirari.com

[17] R. Gozzetti, “Come faremo senza terre rare?”, 15 marzo 2017, in www.metallirari.com

[18] “10 largest producers of gold by country”, 28 agosto 2017, in investingnews.com

[19] “Cina. Le risorse minerarie”, in italian.cri.cn

[20] “List of country by oil production”, 22 maggio 2017, in Wikipedia; “Natural gas production – Global Energy statistical yearbook 2017”, in yearbook.enerdata.net

[21] “Riserve di shale gas in abbondanza in Cina e in Russia”, 11 giugno 2013, in www.casaeclima.it

[22] “Cina: in produzione il più grande progetto shale gas”, 30 maggio 2016, in www.agi.it


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