Postfazione PER UNA STORIA POLITICA E SOCIALE DELLA FILOSOFIA

Andre Tosel

PER UNA STORIA POLITICA E SOCIALE DELLA FILOSOFIA

Confesso di essere rimasto sorpreso, e anche preso alla sprovvista, alla lettura di una storia della filosofia direttamente orientata alle lotte sociali e politiche e fondata sulla contrapposizione, da una parte, fra la proprietà privata largamente egemone in passato e nel presente e, dall’altra, l’appropriazione sociale “comunista” abbozzata in passato e che si sta riaffermando nel presente per costruirsi in futuro. Questa sorpresa è stata ancora più grande quando ho visto che questa storia è iniziata molto presto, qualche millennio a.C., con la manifestazione del suo principio politico, sia storico che teorico, della scissione in una corrente nera e una corrente rossa: il filo nero e il filo rosso costituiscono la trama del corso storico della filosofia secondo una proporzione che fino ad oggi ha dato l’egemonia al primo e che può essere invertito.

La corrente nera è quella della legittimazione ideale e argomentata dell’ordine dominante. Riunisce tutti i pensatori che giustificano la proprietà privata dei mezzi di produzione, il dominio di gruppi e classi che monopolizzano l’appropriazione dei beni e che gestiscono per il loro profitto il surplus sociale prodotto dal lavoro collettivo delle masse popolari subalterne. Questa corrente sviluppa ragioni diverse e discutibili per riconoscere la necessità di forme politiche di direzione e di dominio che perpetuano la subalternità delle masse allo Stato e alle diverse gerarchie. Lo stato sotto le forme pre-moderne di città o di impero o di monarchia può basarsi su un ordine cosmologico superiore di ispirazione teologica e può legittimare una gerarchia teologico-politico secondo l’ideologia delle tre funzioni. In cima governano i sacerdoti e i filosofi della teologia in relazione di sostegno e di antagonismo con i re e i nobili, alla base opera nell’anonimato e nel dolore, nella sottomissione, la massa dei lavoratori, schiavi o servi. Lo Stato può anche attualizzare nei Tempi Moderni, un principio immanente della ragione umana, chiedendo il diritto alla libertà per tutti, ma negando di fatto con il suo funzionamento, la sua struttura e i suoi effetti l’universalità di questo principio come fa lo stato capitalista “democratico”. Questo Stato rifiuta ai produttori di tradurre questo principio in diritto di gestire la loro produzione in quanto agenti attivi e l’utilizzo del surplus  in base alle loro esigenze democraticamente definite. La corrente nera della filosofia può allora sostenere diverse posizioni: sia accettare la necessità irreversibile del modo di produzione capitalistico, sia combatterla in maniera equivoca e impotente predicando il ritorno alle vecchie forme pre-moderne di dominazione, sia pensare in positivo e legittimare come razionale e insuperabile questa necessità. In questo caso, le masse  subalterne devono accettare la loro subordinazione e accontentarsi di qualche miglioramento quando le loro lotte lo impongono alla classe capitalista determinata a nulla cedere sulla sua egemonia. Non è escluso che queste masse godano di conquiste  sociali e culturali, ma sempre nella subalternità e a condizione che l’accumulazione delle ricchezze si amplifichi all’infinito a beneficio dello stesso polo della società.

La corrente rossa della filosofia è quella della contestazione, della critica e la sostituzione di società altra all’ordine costituito. Questa sostiene contro la proprietà privata di classe l’appropriazione sociale dei mezzi di produzione – terre, strutture, servizi, conoscenza –,  la trasformazione democratica degli apparati politici di dominio, e al limite anche l’estinzione dello Stato, apparato di costrizione e sostituirlo con una gestione comune e collettiva dei beni e dei processi di lavoro a seconda dei bisogni. Questa corrente si è manifestata molto presto nelle comunità agrarie e talvolta ha potuto esistere all’interno delle comunità artigiane urbane. Spesso è coincisa con le eresie comunitarie delle religioni dominanti e ispira insurrezioni in favore dell’uguaglianza. Nel mondo moderno coincide con la nascita dei socialismi radicali – non tutti – e dei comunismi. Trova in  Marx e nel marxismo rivoluzionario un’espressione decisa che il fallimento delle esperienze storiche del secolo scorso non può cancellare. Ma Marx non è l’unico riferimento in quanto il filo rosso unisce pensatori veramente desiderosi di rovesciare e sostituire la corrente del dominio (come Sartre, Derrida).

A coloro che obietteranno la natura troppo semplicistica e dicotomica di questa divisione in schieramenti politici questa storia risponde trovando un posto ai numerosi rappresentanti della terza corrente, la corrente “grigia” o meticcia che mescola alle aspre critiche dell’ordine costituito (la proprietà/sfruttamento del lavoro, il dominio delle masse povere, la denuncia delle ineguaglianze e delle gerarchie sociali e politiche) degli accomodamenti con questo ordine e limitano la loro critica accettando dei compromessi più o meno consistenti e emancipatori (Aristotele, Rousseau, Kant, Adorno, Dewey).

A riflessioni fatte questa storia politica ha una sua propria legittimazione che ci impedisce di distinguere soprattutto l’enorme abitudine di considerare come norma il tipo accademico di storia della filosofia. Questo tipo consiste nello sgranare come tante perle di una infinita collana le figure di filosofi il cui lavoro è riassunto presentandolo in maniera biografica, compilando schede organizzate su basi convenzionali di quello che ci si aspetta costituire un sistema (che include filosofia, metafisica generale o no, teoria della conoscenza, etica e politica, e possibilmente rapporto all’economia politica e all’antropologia, estetica anche). Questo tipo di storia si vuole neutra e spesso di fatto è una massa inerte di conoscenza scollegata, senza implicazioni storiche ed esistenziali, senza presa sulle esigenze intellettuali, morali e politiche contenute dalla filosofia se questa si definisce come la comprensione del tempo attraverso il pensiero che cerca di fornire una memoria per il futuro.

La pratica della storia della filosofia da parte dei suoi specialisti non può essere ridotta a questa impasse. Due motivi lo dimostrano.

Da una parte, i migliori specialisti sono in grado di pensare e di ricostruire tecnicamente le complesse strutture di pensiero importanti e anche di entrare nella loro storicità, anche se il disegno strutturale non si accorda necessariamente con la concezione storicistica. In Italia ci sono storie classiche della filosofia di grande qualità come quella spesso citata di Nicola Abbagnano.

D’altra parte, le storie più stimolanti e sapienti  della filosofia sono quelle che assumono esplicitamente un punto di vista, una posizione e che sostengono il valore teorico di questo punto di vista, militando per questa posizione. Così è per la storia monumentale del problema della conoscenza pensata come storia dei rapporti tra scienza e idealismo che culmina con la critica kantiana e i suoi seguaci. è la storia di Ernst Cassirer che sul piano politico difende la ragione pratica giuridica e politica del liberalismo. Ma questa storia non ha il diritto di esclusiva. Essa ignora superbamente la tradizione minoritaria e discontinua del materialismo che trova al tempo dell’illuminismo una grande fioritura e spesso anticipa delle posizioni sociali progressiste (Diderot). La storia del pensiero scientifico e filosofico di Lodovico Geymonat  ne è l’esempio compiuto e usato correttamente. Essa mostra che la lotta per la posizione materialistica nella teoria della conoscenza, il rifiuto di sottovalutare le scienze con il pretesto che queste non pensino e si limitino a conoscere, la lotta per la progressiva trasformazione sociale possono legarsi, e questo prima di Marx e di Lenin.

La volontà di unire la lotta per una riconquista della ragione e la ricostruzione della prospettiva comunista è dunque la prerogativa di questa storia che ricongiunge per alcuni aspetti fondamentali il libro spesso frainteso di György Lukács  La distruzione della ragione (1954) . Questa storia tricolore della filosofia  – nera, grigio, rossa – si evolve nella tradizione in cui è, e che è la storia della filosofia fondata  sull’opposizione stabilita da Engels ripresa da Lenin e il marxismo sovietico, ma non ripresa da altri importanti marxisti come Gramsci, Benjamin, o ripresa con importanti modifiche da Bloch, Althusser. Questa è la linea del materialismo dialettico che cerca di incrociare il criterio primo che è politico e sociale con il criterio ontologico ed gnoseologique (materialismo contro idealismo, dialettica contro metafisica). Questa posizione è difficile ed è fonte di tensione su cui discutere. Gli autori, tuttavia, sono sempre presentati senza eliminare la dimensione epistemologica e ontologica del loro pensiero, a condizione che questo criterio lasci il primato al criterio politico, che ha una vera e propria virtù di educazione (pedagogica) politica a condizione di non essere abusati da questa semplificazione. I mezzi sono dati  al minimo.

Possiamo quindi considerare che questa storia della politica della filosofia è legittimata nella sua intenzione originale. Ci ricorda che l’intenzione di obiettività nell’analisi delle filosofie, come abbiamo visto, non implica la neutralità. I presupposti in gioco sono enunciati e la ricerca dimostra che una differenza può per esempio esistere all’interno di un pensiero tessuta dal filo nero tra il suo potere critico il suo progetto politico conservatore o apologetico (Pascal, Hume, Schopenhauer, Nietzsche). Dilemmi come questo sono inevitabili e si deve saper praticare le distinzioni al loro livello. Il rifiuto di una storia immanente di filosofie implica una messa in relazione tra le filosofie e le questioni teoriche e pratiche che rinviano alla storia dialettica della schiavitù e dell’emancipazione. E’ quindi importante che si possa fare riferimenti alla lotta politica e sociale. Le idee sono condizionate dalle circostanze del loro tempo e, a loro volta le determinano. La realtà storico-sociale è in continua evoluzione e occorre tenerne conto. Ma non c’è alcun cambiamento senza la permanenza di qualcosa che è la lotta di classe per la trasformazione sociale e politica delle masse subalterne; la filosofia riflette questa lotta nella quale è coinvolta. La storia della filosofia esposta qui segue il sentiero poco lastricato che assume la sua storicità e politicità  in relazione col presente che è sempre quello della lotta per l’emancipazione. E lo stupore iniziale che si prova alla sua lettura frettolosa si dissipa con una lettura più riflessiva.

Un punto critico che voglio sottoporre nel contempo a discussione è la mancanza di distanza critica relativa alla formula che fu anche bandiera di “materialismo dialettico”. Questa formula può sostenersi, ma a condizione che sia criticato ciò che è diventata nella storia del marxismo sovietico dopo Lenin. Il materialismo dialettico, infatti, è diventato il “dia-mat”, dopo la sua introduzione come filosofia ufficiale dello Stato partito in Unione Sovietica. Questo evento ha significato la fine imposta ai liberi dibattiti filosofici, e alcune volte anche la morte imposta a coloro che potevano essere  accusati di peccato di idealismo o  di metafisica per aver sollevato questioni sulla linea politica data a tutti.

Questo materialismo dialettico ha preso la forma di un sistema chiuso sviluppandosi come una ontologia generale della materia in movimento procedendo alla sua strutturazione in diversi livelli di obiettività. Questo sistema culmina nella storia lineare dei modi di produzione che è quella dell’essere sociale basato sul lavoro. La causalità è causalità finale, teleologia che assicura un happy end, un lieto fine nel modo di produzione comunista aperto dalle ultime rivoluzioni. La politica socialista è assunta da un partito Stato che giustifica la sua linea includendola nella necessità di una storia di cui è il solo legittimo interprete. Dalla nebulosa primitiva alla stella, dall’atomo alla natura vivente, dalla molecola alle fabbriche della città e al partito? Questa teologia dogmatica evoluzionista e progressista non può più essere sostenuta come lo era nel famoso testo di Stalin “Materialismo dialettico e storico” in quanto capitolo del Manuale di storia del Partito Bolscevico (1938). Siamo in grado di offrire una nuova versione del materialismo dialettico, ma questa versione presuppone la critica di questa figura mostruosa che ha paralizzato il pensiero marxista. Il marxismo italiano ha il merito storico e teorico di anticipare questa critica molto presto, intorno agli anni 1899-1901, con i Saggi sulla concezione materialistica della storia di Antonio Labriola (1899-1901). Ha avuto il merito ancor più grande di sviluppare tutti gli aspetti ed i pericoli politici con l’immensa opera di Antonio Gramsci e i suoi Quaderni dal carcere (scritto tra il 1929-1935) e la sua proposta alternativa della filosofia della prassi. Se non si fosse voluto seguire la critica gramsciana sarebbe stato possibile adottare la tematica della ontologia dell’essere sociale elaborata da Lukács che si dice dialettico e materialista, ma rifiuta il sovietico dia-mat proposto acriticamente e  che tradisce le migliori intenzioni di questa storia politica e sociale della filosofia.

 

Gennaio 2015


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