Appendice

L’effetto di sdoppiamento nel paganesimo greco-romano

 Nel mondo occidentale il fenomeno religioso non si è fondato solo sull’egemone asse giudaico-cristiano (centrale e determinante solo a partire dal quinto secolo della nostra era), ma anche su quel paganesimo greco-romano che ha esercitato un influsso decisivo su ampi segmenti della pratica ed ideologia religiosa dell’Europa e del Mediterraneo, tra il quarto secolo a.C. ed il quarto secolo della nostra era.

Si è già accennato in precedenza che la matrice fondamentale del paganesimo greco-romano è stata sicuramente filoclassista e con la presenza di un apparato/gerarchia ecclesiastica legata strettamente agli apparati statali del tempo ed alle classi dominanti sul piano socioproduttivo, entrando pertanto fin dai suoi albori ed in modo organico nella “linea nera” religiosa. Arrivata assieme alle ondate di invasioni attuate in Europa dalle popolazioni nomadi protoclassiste degli indoeuropei, il paganesimo rappresentò fin dall’inizio una forma di espressione del “sacro” apertamente patriarcale e bellicosa, fondata su un pantheon pluralistico di divinità che riproducevano la gerarchia politico-sociale terrena e simultaneamente sul culto degli eroi guerrieri, più o meno divinizzati (Eracle/Ercole, ecc.): tutto un altro modo di vedere e vivere l’esperienza religiosa rispetto alla pratica gilana e collettivistica, pacifica e protofemminista tipica invece del culto della Dea del paleolitico e di larga parte del neolitico europeo.

Nella penisola greca l’invasione vittoriosa delle popolazioni doriche e di un segmento dei cosiddetti “popoli del mare”, avvenuto attorno al 1100 a.C., portò al dominio sulle popolazioni autoctone di una nuova aristocrazia fondiaria e alla creazione di una serie di città-stato indipendente.

La nobiltà di origine dorica aveva già formato una propria concezione del mondo religioso, che si consolidò con il tempo e venne riportata all’interno della celebre opera “Teogonia” del grande poeta Esiodo, nell’ottavo secolo a.C.

Per il paganesimo greco all’inizio era…il Caos, un’enorme ed indistinto vuoto da cui emersero Gea (la Terra) ed altre divinità primordiali quali Eros (l’Amore), l’Abisso/il Tartaro e l’Erebo (l’Oscurità).

Da sola Gea generò Urano (il Cielo), che a sua volta fecondò la madre facendo nascere i dodici Titani, sei maschi e sei femmine, l’ultimo dei quali, Crono, assunse un ruolo dominante in una seconda fase; nel frattempo l’instancabile fattrice Gea generò anche i Ciclopi ed i tre Ecatonchiri (Briaveo, Gia e Colto) dalle cento mani.

Crono sicuramente non è il prototipo del figlio amorevole, evirò il padre divenendo il nuovo sovrano degli dei e prendendo come moglie la sorella Rea, mentre gli altri Titani andarono a comporre la sua corte, ma il tema del conflitto tra padre e figlio si ripetè quando crono fu affrontato da suo figlio Zeus, che lo sfidò scatenando una guerra per il trono degli dei. Alla fine, con l’aiuto dei Ciclopi (che aveva liberato dal Tartaro), Zeus e i suoi fratelli e sorelle riuscirono ad avere la meglio, mentre Crono ed i Titani furono gettati a loro volta nel Tartaro e imprigionati.[1]

Dopo la cacciata di Crono e dei Titani, emerse un nuovo gruppo di dei e dee dominanti, che aveva alla sua sommità gli “Olimpi” guidati da Zeus: oltre ad essi il paganesimo greco venerava anche altre divinità agresti come il dio-capra Pan, le Ninfe, le Naiadi (che abitavano le sorgenti), le Driadi (che dimoravano negli alberi), le Nereidi (abitatrici dei mari), gli dei fluviali ed i Satiri, ma assieme ad esse esistevano le oscure forze del mondo sotterraneo come le Erinni (o Furie), che si credeva perseguitassero chi avesse commesso crimini contro i propri consanguinei.

Ciascuna delle umanissime divinità greche perseguiva i suoi particolari progetti ed interessi, in rapporti mutevoli di alleanza/scontro con le altre divinità, possedendo specifiche capacità e temperamenti. La maggior parte di essi era associata ad aspetti specifici della vita umana, tanto che ad esempio Afrodite rappresentava la divinità dell’amore e della bellezza, Ares della guerra, Ade dei morti e del  sottosuolo e Atena della saggezza e delle arti; alcune divinità , come l’Apollo e Dioniso, mostravano personalità complesse e si occupavano di vari aspetti della vita, mentre altre, come Estia o Helios, erano poco più che mere personificazioni delle forze naturali. I templi greci più suggestivi e solenni furono dedicati per lo più ad un ristretto numero di dei, quello il cui culto era centrale nella religiosità panellenica, ma era comune che singole regioni o villaggi fossero particolarmente devote anche a divinità minori considerate le loro protettrici; inoltre in molte città il culto delle divinità più note era praticato seguendo particolari rituali locali, che li associavano a strane leggende altrove del tutto sconosciute.

A dimostrare ulteriormente la tesi atea sul processo di creazione delle divinità da parte della pratica e fantasia umana, infine, il culto degli eroi (della conquista e distruzione di Troia, o degli Argonauti) o di semidei come Eracle si affiancò progressivamente a quello degli dei/dea più importanti nel pensiero collettivo e nella cultura greco antica.[2]

Va subito sottolineato che, attraverso il processo di colonizzazione da parte dei greci di tutta una serie di zone del Mediterraneo, quali l’Asia Minore e la Tracia, la Sicilia e l’Italia meridionale, le coste della Francia e della Spagna, (settimo/quinto secolo a.C.) i nuovi arrivati esportarono simultaneamente in buona parte del mondo occidentale anche la loro particolare concezione del mondo e pratica religiosa, entrando via via in contatto con la  civiltà romana.

La più antica fase della religione romana era costituita da una rete di complesse interrelazioni tra dei ed uomini aventi il loro cardine principale nell’attività bellica ed agricola, con l’intervento concreto dei primi a favore e tutela dell’attività militare e produttiva della popolazione romana, al cui interno già a partire dal sesto secolo a.C. si stava sviluppando nel determinante settore rurale un processo di profonda differenziazione sociale, attraverso la progressiva formazione di una potente aristocrazia fondiaria, i “patrizi”.

In ogni caso durante il periodo iniziale di sviluppo della società romana, “ogni oggetto ed ogni fenomeno aveva una propria anima, cioè una propria divinità. Ogni ruscello, ogni bosco, ogni strada, ogni incrocio, ogni porta, la soglia di ogni casa aveva un proprio dio. Ogni uomo aveva il suo genio, lo spirito protettore; ogni casa aveva la sua Vesta, dea del focolare domestico. Ogni momento di qualsiasi processo vitale aveva la sua divinità. Ad esempio: il grano appena seminato si trovava sotto la protezione del dio Saturno; in crescita sotto quella della dea Cerere; quando era in fiore era protetto da Flora, ecc.

Esistevano 43 dei della fanciullezza: il dio del primo vagito, il dio della concezione, il dio del 9° giorno, il dio del primo passo, il dio della culla, ecc. Questa abbondanza di divinità non rispecchiava altro che la primitiva concretezza di pensiero incapace di astrarre e di elevarsi al di sopra della molteplicità per abbracciare la comprensione del generale”.[3]

Sempre nel periodo più remoto, il culto pagano romano  comprendeva al suo interno numerose altre divinità minori: gli dei Lari proteggevano i campi e la casa, Pales il pascolo, Saturno la semina, Cerere la crescita del grano, Pomona i frutti, Consus e Ops erano i (mietitori), Convector (il carrista), Conditor (il magazziniere), Insitor (il seminatore), ciascuno specializzato in determinate funzioni sociali e socioproduttive. Inoltre si svilupparono alcune importanti feste tipiche degli antichi romani quali le Feriae, i Compilati ed i Saturnali, su cui ritorneremo in seguito.

In ogni caso agli dei romani arcaici, tipicamente indigeni o appartenenti alla comune matrice indoeuropeo, si aggiunsero a partire dal quinto secolo a.C., le divinità greche con le loro caratteristiche particolari, seppur romanizzate almeno nelle loro rispettive denominazioni (Afrodite diventò Venere, ecc), si creò pertanto un pantheon autoctono assai simile  a quello ellenico, seppur capace via via nei secoli di assorbire sicreticamente al suo interno gran parte – ma non tutte, a partire dal Dio cristiano – delle divinità della popolazione conquistate progressivamente dall’imperialismo romano, iniziando con la dea Cibele ed il suo culto dell’Asia minore adottato a Roma nel 205 d.C.

Come leader delle altre divinità, già nella fase più arcaica era stata creata una triade sacra composta da Giove, Marte e Quirino, i cui tre sacerdoti (i “flamini”) appartenevano all’ordine sacerdotale più elevato, ed un secondo livello gerarchico composto dagli dei Giano e Vesta.

In seguito, sempre a causa della dinamica della pratica sociale umana, cambiò sensibilmente la gerarchia “celeste” tra gli dei romani: alla casa reale dei Tarquini le leggende romane attribuiscono, alla fine del sesto secolo a.C., l’introduzione di una nuova grande triade capitolina di origine etrusca che sostituì quella precedente, formata questa volta da giove, Giunone e Minerva; altre aggiunte posteriori furono il culto di Diana sull’Aventino e l’introduzione dei libri sibillini, profezie di storia mondiale che secondo la leggenda, vennero acquistate da Tarquinio alla fine del VI secolo a.C. dalla Sibilla cumana.

Per molti secoli l’alta gerarchia ecclesiastica romana rimase sempre strettamente collegata agli apparati statali ed alla classe dominante dei proprietari di schiavi, come del resto nel mondo greco (ed alessandrino, a partire dalla fine del quarto secolo a.C.), ma assunse un’estensione quantitativa superiore ed un livello superiore di articolazione burocratico, tanto che i sacerdoti pagani costituivano dei funzionari statali a tutti gli effetti.

Il più importante anello del clero romano era formato dal collegio dei Pontefici, affiancato in ogni caso dalle particolari caste degli aruspici, degli auguri e delle vergini vestali, oltre che da altre corporazioni di minore importanza (i “Salii”, i “Fratelli Arvali”, i “Lupercii”, ecc).

“I pontefici avevano la sorveglianza suprema sulla precisa esecuzione dei riti  religiosi, risolvevano problemi in discussione nel campo del diritto sacro e familiare, si occupavano della riforma del calendario e tenevano il conteggio degli anni. Il presidente del collegio, il Pontifex Maximus, era il capo di tutti i sacerdoti romani. Al collegio dei Pontefici apparteneva anche il rex sacrorum, al quale, come abbiamo detto sopra, erano state attribuite tutte le funzioni religiose già di competenza del re.

Grande importanza avevano anche i collegi dei sacerdoti indovini. La divinazione infatti occupava un posto di primo piano nel rituale religioso a causa appunto del suo carattere primitivo di magia. Non veniva iniziata alcuna impresa se prima non si conosceva la volontà degli dei. Di ciò si occupavano gli “auguri” e gli “auspici”.

Il compito principale degli auguri che componevano il collegio, era quello di trarre gli auspici dal volo degli uccelli (il loro nome proviene dalla parola avis = uccello). L’augure entrava, con un funzionario, in un luogo chiuso, divideva mentalmente la volta celeste in quattro settori e,  a seconda della parte da dove apparivano gli uccelli, stabiliva se gli auspici erano favorevoli o no. Gli auguri traevano anche auspici dalla condotta delle galline sacre (per esempio dal modo con cui beccavano il cibo) e da altri segni: lampi e tuoni, i vari fenomeni fuori dal comune, ecc.

Gli aruspici, fino al tempo dell’Impero, non formavano un collegio particolare. Essi erano di origine etrusca e si occupavano di trarre auspici dalle viscere di animali morti, in particolare dal sangue, ed anche di implorare gli dei nel caso in cui si manifestassero fenomeni minacciosi.

Per esempio: se un fulmine cadeva sulla terra, bisognava seppellirlo. A questo scopo il luogo della caduta veniva ricoperto da un tumulo di terra, sulla cui sommità veniva posto un pezzo di silicio come simbolo del fulmine, e quindi circondato da uno steccato.

Abbiamo visto quale grande importanza politica avessero i collegi sacerdotali, principalmente quelli dei Pontefici e degli Auguri, e perché i plebei cercassero di ottenere, e alfine ottennero, l’accesso ad essi. Di grande autorità godevano i collegi delle vergini vestali, sacerdotesse della dea Vesta. Esse erano le custodi del focolare della nazione e dovevano mantenere sempre acceso il fuoco nel tempio della dea. Il loro servizio durava 30 anni. Se infrangevano il voto di castità, al quale erano obbligate, venivano sepolte vive. Le vestali erano molto rispettate. Esse erano le uniche donne romane che potevano disporre con piena indipendenza dei beni: se incontravano un console, questi cedeva loro il passo; se incontravano un criminale che era condotto sul luogo dell’esecuzione, questi veniva graziato. Spesso alle vestali venivano dati in custodia importanti documenti, come per esempio, testamenti.

Oltre a questi collegi vi erano ancora alcune corporazioni sacerdotali. I “Salii” (propriamente danzatori) erano sacerdoti dei dio della guerra Marte, il cui compito principale consisteva nell’organizzare ogni anno una solenne processione per la città. I “Fratelli Arvali” (campestri), il cui inno abbiamo ricordato nel cap. I,  costituivano un collegio sacerdotale molto antico della dea della terra (dea Dia). I “Luperci” erano sacerdoti del dio Fauno, protettore dei boschi e degli armenti. I “Feziali” avevano il compito di dirigere i riti per la dichiarazione della guerra e la conclusione della pace. I “Flamini” erano sacerdoti di determinate divinità il cui compito era quello di fare sacrifici giornalieri. Essi non erano riuniti in collegio. Il primo posto fra i Flamini era occupato dal sacerdote di Giove (flamen Dialis).

E’ necessario mettere in evidenza che, a Roma, il sacerdozio non formava una casta chiusa. I sacerdoti, a rigor di logica, erano dei funzionari civili, come altri magistrati. Alcuni di essi erano eletti nelle assemblee popolari, altri nominati dal Pontefice Massimo, altri ancora scelti dagli stessi collegi. Il titolo di sacerdote, nella maggioranza dei casi, era dato a vita e tale dignità non impediva di occupare, nello stesso tempo cariche civili”.[4]

A partire dal terzo secolo a.C. arrivando approssimativamente fino al termine del quarto secolo dopo la nascita di Gesù, per sei lunghi secoli il paganesimo di matrice greco-romana costituì il principale fenomeno religioso all’interno del mondo occidentale: alle zone direttamente greche e romane si aggiunsero via via le colonie elleniche sparse per il Mediterraneo, le aree politiche cadute sotto il controllo dell’imperatore macedone Alessandro e dei suoi successori (larga parte dell’Asia Minore e del Medioriente) e soprattutto l’enorme zona egemonizzata dall’imperialismo schiavistico di Roma, a partire dalla fine del terzo secolo a.C. e dopo la sconfitta delle forze cartaginesi guidate da Annibale.

Sia per la potenza politico-economica costantemente detenuta dall’alta gerarchia che per la quantità di credenti, diffusi sia tra le masse popolari che nell’elites schiavistiche, il paganesimo di matrice greco-romana costituì per un lungo arco temporale la “religione numero uno” in larga parte dell’Europa occidentale e del Mediterraneo.

Ma anche nel suo processo plurisecolare  di sviluppo, l’egemone “linea nera” del paganesimo, trovò il suo contraltare nella tenue e subordinata, ma reale “linea rossa” pagana, nell’alternativa religione degli schiavi ed oppressi dell’antico mondo occidentale: essa era accomunata alla “religione degli schiavisti” dalla credenza nelle medesime divinità, ma esprimendo allo stesso tempo, una diversa scala gerarchica tra queste ultime e soprattutto un’opposta scelta di campo collettiva nel processo di valutazione dei rapporti di produzione classisti e schiavistici.

All’interno del paganesimo ellenico, la prima forma concreta e di manifestazione della tendenza collettivistico-religiosa venne costituita dal mito dell’età dell’oro, dell’epoca leggendaria della storia umana nella quale grazie agli antichi dei non sussisteva alcun tipo di miseria e regnavano invece sia una comune abbondanza di beni materiali che l’assenza di lavoro: un mito ripreso anche dagli oppressi e sfruttati della civiltà romana.

Più di sette secoli prima della nascita di Gesù, il grande poeta greco Esiodo elaborò l’idea di una  remota epoca nella quale le antiche  divinità (sotto il comando di Crono) e gli uomini vivevano in perfetta armonia: si trattava  di una sistematizzazione del ricordo idealizzato dell’epoca del comunismo primitivo, ma soprattutto l’espressione sotto vesti religiose dell’aspirazione collettiva ad una società egualitaria e fraterna, ricca di beni materiali e di tempo libero a comune disposizione di tutti gli esseri umani, assai diffusa tra le masse popolari del mondo greco-romano.

Nel poema “Le opere e i giorni” Esiodo descrisse innanzitutto la prima e felice epoca in cui a suo avviso era suddivisa la storia del genere umano, grazie alla benevola protezione delle più antiche divinità pagane.

Durante l’età dell’oro si riprodussero infatti beatamente degli esseri umani che, sotto la  direzione dell’allora “signore del cielo” Crono, vivevano come dei e senza alcuna tristezza, senza dover lavorare e senza invecchiare sebbene fossero mortali, la morte li coglieva dolcemente nel sonno. La terra, anche senza essere coltivata, produceva frutti in abbondanza ed essi avevano tutto ciò di cui potevano necessitare: la primavera era eterna, fiumi di latte e nettare fluivano ovunque e le querce stillavano miele.. nessuno era obbligato a nulla, ogni essere umano aveva fede e si comportava rettamente, cosicchè nessuna legge era necessaria: gli uomini vivevano in pace sulla loro terra, amati dagli dei e senza paura di alcuna punizione. Non vi erano città, spade, elmi, nessuno dichiarava guerra agli stranieri e nessuno navigava per mare, non esisteva la proprietà privata e tutti condividevano i frutti della natura.

Il mondo era diviso in regioni, ciascuna guidata da un dio differente che teneva gli uomini in armonia, così come i  pastori divini guidavano gli animali, che non si attaccavano l’un l’altro. Come non esistevano gli stati, così non esistevano neppure le famiglie e, dal momento che gli uomini scaturivano dalla terra senza alcuna memoria del passato, nessuno aveva mogli e figli.

La terra ruotava in senso contrario, così il clima era sempre temperato, per cui gli uomini vivevano all’aria aperta senza doversi neppure coprire con vesti e ogni essere ringiovaniva con il passare del tempo”.[5] Questa situazione privilegiata cambiò in peggio  con la nuova  egemonia di Zeus, un allegoria mitologica-religiosa del passaggio dal collettivismo del paleolitico-neolitico alle società di classe schiavistiche: se nella seconda età (dell’”argento”) gli uomini erano ormai costretti a lavorare, nella successiva e sanguinosa età del bronzo il genere umano era ormai stato funestato per volontà divina dalla guerra e dalla violenza di una generazione che “amava la guerra e la violenza, non si nutriva di pane e aveva cuori duri come diamanti, si rivestiva di corazze di bronzo, così come di bronzo erano anche le case in cui viveva.

Nell’ultima e quarta epoca, quella del “ferro”, la proprietà privata e lo sfruttamento ormai regnano dappertutto, si lamentava il grande poeta greco.

Secondo la narrazione mitico-religiosa di Esiodo, in quest’ultima fase storica gli uomini sono ormai angariati dalla fatica e dalla tristezza, la modestia, la verità e la fede hanno abbandonato il mondo, sostituite dai complotti, gli imbrogli, le trappole, la violenza e lo sfrenato amore per il profitto. La terra, un  tempo possesso comune, viene segnata da confini di proprietà perché gli esseri umani vogliono sempre più possedimenti, non tanto per il proprio sostentamento, quanto per accaparrarsi le ricchezze nascoste in esse dagli dei. Oltre al ferro, questa epoca è segnata dall’oro e dalla brama di averne sempre più e ferro e oro insieme diventano la causa di guerre continue e saccheggi tra le genti. Così l’ospite non può più fidarsi di chi lo accoglie, i fratelli si odiano, i mariti e le mogli cercano di uccidersi a vicenda: tale è l’empietà di tutti che persino Astrea, l’ultima degli immortali, decide di abbandonare la terra, ed a questo punto tutto il processo degenerativo diventa senza ritorno.

Non solo il mito esiodeo dell’età dell’oro, con la sua durissima e simultanea condanna delle società di classe, si guadagnò una larga popolarità tra le masse popolari e gli schiavi del mondo greco-romano per molti secoli, ma riuscì a coinvolgere parzialmente con il suo fascino alcuni famosi intellettuali romani quali Virgilio, nella quarta ecloga delle sue Bucoli, che preannunciò il ritorno di Crono/Saturno e l’avvento di una nuova età dell’oro di pace ed abbondanza, ed Ovidio nelle sue Metamorfosi quest’ultimo ricordò con nostalgia proprio la lontana epoca dell’oro, nella quale “spontaneamente, senza bisogno di giustizieri, senza bisogno di leggi, si onoravano la lealtà e la rettitudine”.[6]  

Una seconda forma di cristallizzazione della “linea rossa” religiosa nel mondo greco si espresse timidamente attraverso le feste ed i misteri dionisiaci, praticati e con particolare entusiasmo proprio da tutti gli esclusi ed i vinti della società ellenica: donne schiavi ed operai salariati.[7]

Sorto secondo lo  storico K. Kerenyi già nel secondo millennio a.C. in Siria, Cilicia ed a Creta, assieme alla coltivazione della vite, il culto di Dioniso apparve su larga scala nella regione frigia dell’Asia Minore durante l’Ottavo secolo a.C. nella stessa fase in cui Esiodo narrò della mitica età dell’oro, diffondendosi  così rapidamente in tutto il mondo ellenico che i misteri dionisiaci divennero i più popolari tra i culti greci traendo origine dalle variegate leggende religiose sul dio Dioniso. Egli simboleggiò in una prima fase “un movimento di ribellione e trasgressione con forte presenza dell’elemento femminile” (Galli), venendo in una secondo periodo parzialmente  ripreso ed inglobato  dalla democrazia (schiavistica) ateniese egemonizzata dalle masse popolari di condizione libera fin dai tempi del “dittatore” populista Pisistrato (fine sesto secolo), che non a caso legalizzò e diede ampio spazio proprio al culto ed alle feste dionisiache.[8]

Secondo la versione più diffusa della sua nascita e vicissitudini, Dioniso era figlio di Zeus e di una donna mortale, Semele, figlia di Cadmo re di Tebe.

Rimasta incinta, Semele chiese al suo amante di apparirle nel suo aspetto divino, ma quando Zeus le si mostrò tra tuoni e lampi, Semele rimase folgorata e finì incenerita. Allora Zeus fece partorire dalla sua gamba il figlio e lo portò sull’Olimpo, ma già Dioniso incorse nella gelosia di Era che lo fece impazzire.

Da allora il dio della vegetazione, della vite e del vino, ornato di edera e d’alloro, fu costretto a peregrinare attraverso le regioni dell’Africa e dell’Asia, accompagnato da un seguito di uomini (satiri) e di donne (menadi). Durante questo vagare egli incontrò Arianna. La principessa, figlia del re cretese Minosse, dopo essere fuggita da Creta insieme all’eroe ateniese Teseo, era stata abbandonata da lui sull’isola di Nasso, dove era sopraggiunto Dioniso con il suo corteo di baccanti. Il dio la sposò ed ottenne, per lei, da Zeus l’immortalità: infine, dopo altre peregrinazioni, Dioniso giunse in Frigia, dove la dea Cibele lo liberò dalla follia iniziandolo ai suoi misteri.

Nella visione pagana (sia greca che romana), Dioniso diventò il simbolo della vita perenne che si trasforma, muore ma si rigenera, della vegetazioni e delle stagioni che si susseguono ciclicamente, dell’uva che muore durante la pigiatura per originare il vitale e sanguigno vino. [9]

Il solo fatto che Dioniso nel mito religioso risultasse nato da una donna umana, ed in seguito fosse stato perseguitato e reso folle da una potente divinità; che fosse stato costretto a viaggiare per regioni lontane assieme ad una folla di donne e seguaci, sposando poi una donna umana; che fosse sia il dio della morte/rinascita che della libertà, protettore dell’ebbrezza e del vino, della follia positiva, della gioia di vivere e dei divertimenti, erano elementi che avevano impressionato favorevolmente donne, schiavi e lo strato sociale più umile dei greci di condizione libero in tutto l’universo ellenico, sia urbano che rurale.

Donne ed adolescenti, schiavi e lavoratori salariati di ambo i sessi che trasformarono i periodici riti dionisiaci (in inverno ed in primavera) in una sorta di sfrenato protocarnevale dell’antichità, praticando un  comunismo fraterno e gioioso imperniato sul consumo collettivo di cibo, di vino e di riti erotici (a volte di  carattere orgiastico), nel quale si annullavano brevemente tutte le profonde e cristallizzate differenziazioni sociali per pochi giorni e notti, il comunitarismo primitivo riprendeva forma e sostanza concreta nell’antica Grecia, mentre la normalità quotidiana di quest’ultima veniva spezzata carsicamente dalla esaltazione liberatoria delle feste dionisiache, prive di qualunque barriera e preclusione sociale.

Durante i riti dionisiaci, infatti, i fedeli rivivevano intensamente il destino del dio e proprio per simulare la follia di Dionisio i suoi adepti, ed in particolare le donne, tentavano di raggiungere uno stato di estasi e di mistica esaltazione. Durante queste cerimonie le menadi erano incoronate con una corona di pampini, indossavano pelli di animale e portavano il tirso, una verga intrecciata con foglie di vite o di edera. Gli uomini erano invece abbigliati come satiri e con questi costumi, durante la notte, si recavano in peregrinazione attraverso boschi e campagne, che percorrevano con le loro fiaccole, al suono di flauti e di strumenti a percussione: imitavano il vagare del dio, ballando al ritmo selvaggio del “ditirambo”, il tipico canto del culto dionisiaco, e al grido di “eueu” o “evoè”, danzavano in maniera vorticosa fino al raggiungimento dell’estasi, favorita dai movimenti provocati dal tirso, la cui estremità superiore, più pesante, sbilanciava la danza ed accelerava il rapimento estatico. Questo era assecondato anche dallo stato di ubriachezza degli adepti, tipico di questi riti.

L’estasi era considerata come un preludio alla partecipazione del fedele allo spirito divino. Infatti, nella loro esaltazione, esse erano convinti che l’ossesso fosse posseduto dal dio.

Il carattere liberatore-fraterno delle feste dionisiache era talmente forte e pronunciato che, secondo le stesse norme statali, durante il giorno di apertura delle feste dionisiache “a nessuno, neppure agli schiavi, si poteva impedire di gustare il vino”.[10]

Oltre al mito delle’età dell’oro ed alle feste dionisiache, la tendenza egualitaria e filo collettivistica della religione greca  si incarnò anche in una particolare variante dell’antico culto del sole.

L’adozione magico-religiosa del sole, come del resto delle piante, degli animali ed in genere delle forze della natura, aveva radici e precedenti le società di classe all’interno del paganesimo, come del resto in Asia Minore ed in Siria; un culto apposito del dio Helios venne dedicato principalmente alla venerazione della divinità-sole ed ottenne un largo consenso in quest’area geopolitica, lambendo anche la Tracia e la Grecia.

Non solamente si trattava di una religione intrisa di un largo contenuto egualitario – il Sole è di tutti e dispensa i suoi doni benefici a qualunque uomo, gratuitamente e senza condizioni –  diffusosi specialmente tra gli schiavi ed i poveri del Mediterraneo orientale, ma costituisce anche il sostrato cultural-religioso e la forma di ideologia di base adottata da un importante movimento collettivistico scatenatosi in Asia Minore, Grecia e Tracia dal 132 al 1129 a.C., partendo dal regno ellenico di Pergamo.

Quando morì il vecchio sovrano dell’isola, Arralo terzo, quest’ultimo lasciò per testamento l’isola alla repubblica schiavistica romana: l’arrivo in loco di una commissione speciale del Senato, al fine di prendere possesso della nuova “eredità”, scatenò una rivoluzione  allo stesso tempo “nazionale” (contro il nuovo dominio romano) e sociale, a cui aderirono principalmente gli schiavi e le masse popolari di condizione libera dell’area, attratti dal programma egualitario e solidaristico-cooperativo espresso da Aristonico, il capo della rivolta.

Come ha notato il grande storico sovietico Kovaliov, proprio l’entrata in scena dei messi venuti da Roma “(pare all’inizio del 132) non fece altro che far precipitare gli avvenimenti. Aristonico, figlio di Eumene II e di una concubina di Efeso e, di conseguenza fratello naturale del defunto Attalo III, si dichiarò pretendente al trono di Pergamo. Appoggiandosi sugli elementi scontenti conquistò il potere nella cittadina costiera di Leuce (fra Smirne e Focea) ma, secondo Strabone, “sconfitto dagli Efesi in una battaglia navale presso Cuma, fuggì da Leuce nelle regioni interne dove riuscì ben presto a raccogliere una grande quantità di diseredati e schiavi, che chiamò a lottare per la libertà” (XIV, 646).

Il movimento prese presto vaste proporzioni. Le città greche di Tiatira e Apollonide furono conquistate; l’ondata rivoluzionaria si spinse verso sud fino ad Alicarnasso; i Traci dall’altra parte dell’Ellesponto intervennero in appoggio degli schiavi dell’Asia Minore fra i quali erano molti loro compatrioti.

Noi conosciamo molto male la base ideologica del movimento di Aristonico, ma che una base vi fosse  lo dimostra il fatto  che il filosofo stoico Blossio di Cuma, amico di Tiberio Gracco, e che aveva gli stessi suoi sentimenti, dopo la morte di quest’ultimo, raggiunse Aristonico. Quando poi il ribelle cadde nelle mani dei Romani, Blossio si uccise. Oltre a ciò, secondo la testimonianza di Straabone, “Aristonico chiamava i suoi sostenitori elio politi” (XIV, 646). Conoscendo l’importanza del culto della divinità solare in Asia e in Siria, si può supporre che il movimento avesse un programma utopistico sociale, ma che fosse, nello stesso tempo, abbellito da motivi religiosi. “Lo Stato del Sole” doveva essere il regno della libertà e dell’uguaglianza dove non sarebbero esistiti né ricchi né poveri, né schiavi né padroni.

Ora bisogna stabilire in qual misura lo stesso Aristonico era sincero nell’agitare questo suo programma sociale: è possibile che le sue utopie sociali non fossero altro  che un mezzo per attirarsi le masse e sfruttarle per raggiungere i suoi fini personali, cioè la conquista del trono; ma non è escluso che Aristonico, invece, tentasse di conquistare il potere per promuovere vaste riforme nell’organizzazione statale nello spirito delle utopie popolari elleniche. L’arrivo di Blossio presso di lui parla piuttosto a favore di questa seconda ipotesi.

Nel movimento di Aristonico si nota ancora un fatto caratteristico: la partecipazione di strati di popolazione libera fu, a quanto pare, molto più grande che in altri casi analoghi. Questo si spiega con il carattere non solo sociale ma anche “nazionale” antiromano del movimento, il che attirò dalla parte di Aristonico non solo gli schiavi e i miseri, ma anche gli strati medi della popolazione.

Il senato inviò in Asia Minore il console del 131, Publio Licinio Crasso, con grandi forze. I Romani furono appoggiati dai re del Ponto, della Bitinia, della Cappadocia e della Paflagonia. Aristonico fu assediato a Leuce, ma una felice sortita degli assediati costrinse i Romani a ritirarsi. Crasso cadde prigioniero e fu ucciso.

Allora venne in Asia Minore il successore di Crasso, il console del 130, Marco perpenna. Col suo arrivo le cose cambiarono. Sconfitto in una grande battaglia, Aristonico si ritirò a Stratonicea in Caria, ove fu assediato da Perpenna e costretto ad arrendersi per fame. Aristonico, con i tesori attalici, fu inviato a Roma, dove per ordine del senato fu strangolato in prigione. Gli ultimi focolai di ribellione furono domati dal console del 129, Manio Aquilio (Perpenna era morto a Pergamo subito dopo la sua vittoria su Aristonico)”.[11]

Anche dopo la sconfitta di Aristonico e dei suoi eroici compagni di lotta, la variante egualitaria del culto del sole continuò ad avere numerosi seguaci nell’Asia Minore ed in Grecia, tanto che proprio al potere benefico-comunitario e divino del nostro astro si ispirò lo scrittore Iambulo (II secolo a.C.) nella sua celebre opera utopico-comunista intitolata “L’Isola del Sole”, destinata ad essere ricordata per molti secoli e non solo nel mondo ellenico.

Come aveva ben notato Ernst Bloch, il libro di Iambulo rappresentò un vero e proprio “tripudio comunistico e collettivo, pertanto senz’altro popolare, ma nuovo per il suo carattere di festa politica.

Possibile che in esso più che desideri popolari abbiano agito precisi desideri di rivolta. Iambulo non si esprime affatto in tono di scherzo: il frammento conservato nel suo testo è al contempo possente, solenne e gioioso. Spazza via sia i padroni che gli schiavi, celebra il lavoro in comune e la gioia, e agendo coerentemente in entrambi i casi. Perciò per secoli si serbò il ricordo di questo romanzo politico, e quasi lo si pose a fianco di Platone. Al rinascimento erano ben noti i frammenti superstiti, diffusi anche in traduzioni italiane e francesi. E’ verosimile un influsso su Moro e la sua Utopia, e la Città del Sole campanelliana ricorda Iambulo non solo nel titolo, ma anche per il suo orientamento collettivistico. Il collettivismo in Iambulo è sviluppato e pensato in termini economici assai più che in Evemero. Il mito di una natura favolosa, vale a dire di una fecondità mille volte più grande, non manca veramente neppure qui. Questo elemento tropicale, romanzescamente condizionato dalla posizione dell’Isola del Sole, di fatto tappa la falla di forze produttive non ancora sviluppate. E’ possibile che sulle utopie ellenistiche abbiano agito anche i culti dionisiaci e il culto di Helios, di ben altra provenienza che dal patriarcato e dall’età dei signori. Simili culti erano vivi sulle coste orientali del Mediterraneo e precisamente come dionisicamente liberatori, come superamento di ogni differenza di ceto nell’ebbrezza e nella festa. Iambulo ambienta il suo romanzo politico su sette isole equatoriali: la felicità universale li è fondata sulla completa assenza della proprietà. Su cambi sul lavoro in turni regolari, sull’eliminazione della divisione del lavoro, su una ponderata educazione indirizzata all’intesa e all’armonia. Sono altrettanto eliminate sia la schiavitù sia ogni tipo di casta e di platonica utopia di casta; un identico dovere del lavoro vige per tutti, un’istanza assolutamente inaudita nell’antichità e anche nella successiva società feudale, un’istanza isolata sia che guardi prima che dopo. Il fatto che non vi siano più forme d’economia separate, per casa, corte, famiglia, rende integrale l’immagine collettiva di questa utopia, l’ultima e più radicale, tra quelle elaborate nell’antichità. Il carattere unificante presente nella festa doveva animare anche il dovere del lavoro e renderlo gioioso; la natura tropicale collaborava, procurando al turno di lavoro abbondanza e facilità. Le sette isole equatoriali danno perciò impressione di stare nella terra dell’ombra più corta, nel vigneto senza mio e tuo, illuminato da un sole ancora dionisiaco che fonde e unifica. Accantonata la giustizia del suum cuinque, Helios brilla qui egualmente sui giusti e sugli ingiusti, come se fosse realmente un benefattore dell’età dell’oro, anzi, l’età dell’oro in persona”.[12]

Per quanto riguarda invece il mondo romano, la “linea rossa” di matrice religiosa si manifestò al suo interno innanzitutto con il mito dell’età dell’oro, reinterpretato come il “regno di Saturno”.

La sua mitica era, gioiosa, pacifica e collettivistica, sognata ed agognata specialmente dai lavoratori salariati e dagli schiavi dell’antica Roma e fin dal sesto secolo a.C., risultò l’equivalente dell’età dell’oro greca ed esiodea con il solo cambio del nome del dio-protettore egemone in quella lontana fase idilliaca della storia umana: al posto di Crono per i romani si trovava il dio Saturno che, secondo una versione religioso-mitologica molto popolare a Roma, dopo essere stato cacciato da Giove aveva spostato il suo regno in un luogo denominato “Isole Beate”, in ogni caso rimanendo il protettore delle campagne e dei raccolti.

Non solo il ricordo mitico-religioso dell’età dell’oro rimase largamente diffuso per molti secoli tra le masse popolari romane, ma costituì la copertura ideologica e la legittimazione sacrale delle famose feste romane dei Saturnali, che si tennero ogni anno tra il 17 ed il 23 dicembre a partire dalla fine del sesto secolo a.C., creando carsicamente  e per un attimo una sorta di “mondo alla rovescia”, fraterno e pacifico.

I saturnali avevano inizio con grandi banchetti e sacrifici, in un crescendo che poteva anche assumere talvolta caratteri orgiastici; i partecipanti usavano scambiarsi l’augurio io Saturnalia, accompagnato da doni simbolici (strennae).

Durante questi festeggiamenti era sovvertito l’ordine sociale: gli schiavi potevano considerarsi  temporaneamente degli uomini liberi, e come questi potevano comportarsi; veniva eletto, tramite estrazione a sorte, un princeps – una sorta di caricatura della classe nobile – a cui veniva assegnato ogni potere.

Il “princeps” era in genere vestito con una buffa maschera e colori sgargianti tra i quali spiccava il rosso (colore degli dei); era la personificazione di una divinità infera, da identificare di volta in volta con Saturno o Plutone, preposta alla custodia delle anime dei defunti, ma anche protettrice delle campagne e dei raccolti.

La storica Lidia Stovani Mazzoleni ha notato giustamente che “durante le feste dedicate al dio nel mese di dicembre – che gli era sacro – si usava tra i cittadini uno scambio di doni e di candele, simbolo della luce di civiltà che Saturno aveva introdotto. Per rievocare lo spirito di fratellanza che regnava ai tempi di Saturno, durante quei giorni i padroni servivano a tavola gli schiavi, le matrone le schiave (servi sunt – scriveva Seneca – immo, umile amici…). Nell’era favolosa degli inizi, durante il regno di Saturno – rievocato con venerazione durante i giorni del solstizio d’inverno – nessuno possedeva nulla in proprio né si delimitavano i campi: tutto apparteneva alla comunità, l’ideale comunista è presente, sotto forma di mito, nel subconscio umano. Durante i Saturnali non si dichiaravano guerre, non si eseguivano condanne a morte: i condannati, chiusi nel carcere Mamertino, udivano il tripudio festoso della città. In attesa ddel carnefice, mentre in quei giorni il tribunale era chiuso. Fu Numa Pompilio, secondo Macrobio, a istituire quelle festività, come pausa di riposo per i lavoratori dei campi: forse, la coincidenza millenaria delle Feste nell’ultima decade di dicembre dipende semplicemente dal fatto che in quei giorni sono ultimate le semine e non si dà ancora inizio ad altri lavori: dalle date dell’agricoltura arcaica dipendono le date dell’età industriale. inoltre, nell’ultima decade di dicembre gli uomini si accorgevano che il sole sostava un poco più a lungo a illuminare la terra”.[13]

Grandi banchetti in comune tra padroni e schiavi, pace e fraternità, gioia ed estasi erotica diffusa, temporanea liberazione degli schiavi dalla loro quotidiana oppressione: dovunque feste comuniste celebrate sotto il manto religioso, e, segno della persistenza (tenue e criptica, certo) di una tendenza filocollettivistica sia nella pratica religiosa che nella mentalità collettiva romana, soprattutto degli schiavi romani. Secondo lo storico sovietico L. A. Jel’nickij, il ritorno dell’era dorata di Crono e Saturno costituì l’ideologia religiosa che sorresse le grandi rivolte degli schiavi siciliani del 134 e del 104 a.C., nelle quali i loro leader (Euno e Salvio, rispettivamente) ebbero come loro programma la reinstaurazione di una società collettivistica come ai tempi leggendari di Saturno e Crono.[14]

Secondo lo storico sovietico G. S. Knabe, anche le arcaiche feste religiose romane dei “Compitali” e delle “Feriae” contenevano al loro interno e riprodussero per molti secoli una valenza criptocomunista, esprimendo parallelamente una concezione statica del tempo assai diversa da quella ufficiale e tipica della società classista romana.

Knabe rilevò infatti l’esistenza di due “diverse visioni del tempo a Roma, quella mitologica e quella storica, nonché dei rapporti non sempre facili tra loro. Il tempo mitologico è in sostanza l’assenza del tempo, “la permanenza fuori del tempo, del movimento, dello sviluppo, in generale fuori delle accidenze”. Come esempio di questa percezione del tempo l’autore prende le feriae, in cui venivano interdette tutte le azioni legate alla civiltà, cioè create, generate dal corso del tempo. Le feriae erano un simbolo del passato più arcaico, primitivo, anteriore al tempo e alla cultura, che non aveva conosciuto la disuguaglianza e l’inimicizia, la povertà e la ricchezza, la proprietà privata. Altri autori fanno i tentativi di separare l’idealizzazione dei rapporti esistiti prima dell’apparizione della proprietà, per esempio nelle feriae, da quello del diritto di proprietà nel culto dei limiti e confini, del loro protettore terminus, dei primi re come organizzatori e santificatori della limitazione dei campi. G. S. Knabe pensa che dal punto di vista della psicologia della cultura e della percezione del tempo questa separazione difficilmente poteva essere molto rilevante. Ne è l’esempio la festa dei Compitali rurali: la proprietà sulla terra e i confini non impedivano di rivivere in certi giorni lo stato beato che non aveva conosciuto inimicizia, violenza e corsa al tempo. Le idee sul secolo d’oro nella letteratura romana sono caratterizzate dall’immutabilità, staticità. Dall’altra parte, “il movimento del tempo è dato immediatamente nell’esperienza di ogni popolo e di ogni persona” e presso i romani queste idee trovano la loro manifestazione nelle credenze e usanze popolari con quella incoerenza che è tipica per gli strati più arcaici della cultura”.[15]

A partire dalla fine del terzo secolo a.C., nell’area romana si diffusero anche i Baccanali e culti misterici molto simili a quelli greco-dionisiaci.

Bacco (Maimone presso il popolo sardo) non costituiva altro che la trasposizione romana del dio greco Dioniso, e come il secondo era diventato la divinità dell’ebbrezza e della gioia di vivere, del vino e della vendemmia. I suoi adepti nella penisola italiana espressero subito e spontaneamente una forma di religione alternativa a quella dominante, contraddistinta dalla partecipazione dominante di donne libere e schiave/schiavi uniti da pratiche liberatorie, tra le quali emergevano la musica e la danza estatica, il consumo di vino e spesso la promiscuità sessuale. Essa rappresentò un serio punto di coagulo – e sotto forme e manifestazioni di matrice religiosa – degli “esclusi” all’interno della società schiavista romana: a dispetto della proibizione del culto da parte del senato romano, avvenuta già nel 186 a.C., il culto dionisiaco continuò sotto forme semiclandestine per più di un secolo e venendo infine ri-legalizzato solo dal nuovo nucleo dirigente guidato da Giulio Cesare.

Infatti i numerosi ed entusiasti seguaci del culto di Bacco si scontrarono quasi subito con la religione dominante e gli apparati statali romani. Il senato, dietro iniziativa dell’austero sensore Marco Porzio Catone, emise un decreto noto come Senatoconsulto de Bacchanalibus “per abolire il culto con distruzione dei templi, confisca dei beni, arresto dei capi e persecuzione degli adepti. In seguito i baccanali sopravvissero ufficialmente come feste propiziatorie private della componente misterica. Spesso il baccanale coinvolgeva più popolazioni di un territorio che si riunivano per diversi giorni in un luogo consacrato dove venivano praticati sacrifici animali e pratiche sessuali alla propiziazione dei raccolti, ma  anche ai festeggiamenti per i pastori che ritornavano alla transumanza. La scusa per abolire il rito fu la pratica della sodomia, ma non si ha notizia di orge romane, se non di accoppiamenti separati.

Il contesto politico in cui maturò questa repressione collimava con l’ideologia catoriana e le sue idee tradizionaliste e moraleggianti. Ma non c’entrava la follia dionisiaca, il pericolo, per il senato romano conservatore, stava nel fenomeno associativo che raccoglieva masse di sradicati, soprattutto donne e schiavi, che poteva sconvolgere la società e provocare agitazioni.

La soppressione dei Baccanali non fu per la licenziosità, perché quello della Magna Mater Cibele, di origine orientale, non subì persecuzioni, e i riti dei suoi sacerdoti non erano meno “selvaggi” e scandalosi di quelli di Bacco. Il culto di Cibele fu introdotto nel 205 a.C., su delibera del senato, durante la guerra annibalica, per consolidare i buoni rapporti con il re di Pergamo, e per legittimare la politica interventista di Roma nel mondo ellenico, un operazione di diplomazia internazionale rigidamente controllata dallo stato romano.

Al contrario, il culto di Bacco si diffuse in maniera spontanea e tramite libere associazioni. Questo fu il vero scandalo, perché i Baccanali si estesero al di fuori della religione ufficiale. Il senato non voleva eliminare il culto, ma liberarlo dalle associazioni private, riportandolo al controllo delle autorità religiose ufficiali.

Le celebrazioni del culto di Bacco proseguirono a Roma e in Italia anche dopo il 186 a.C., con una continua presenza di Bacco sia in età repubblicana, dove Giulio Cesare contribuì a rivitalizzare il culto, che in età imperiale. Una lista segreta dei membri di un collegio di iniziati, del II sec. d.C., ritrovata a Tuscolo, nel Lazio, di ben cinquecento nomi, tra schiavi e liberti, attesta la prosecuzione del culto in forma misterica. Le numerose raffigurazioni sui sarcofagi e affreschi come quelli della “Vita dei misteri di Pompei, di ispirazione dionisiaca, confermano la sopravvivenza del culto, e che la proibizione del 186 a.C. fu soprattutto politica e moraleggiante,, perchè riguardante troppe donne, troppi liberti e schiavi che vi riscontravano una via di liberazione”. [16]

La pericolosità potenziale dei misteri bacchici era tale che a Roma circolò diffusamente la voce, nel 72 a.C., che la compagna di Spartaco fosse un iniziata dei riti dionisiaci e che avesse annunciato agli eroici schiavi ribelli che il loro leader non fosse altro che la reincarnazione umana dello steso Dioniso: del resto i seguaci del culto clandestino del deo Bacco erano in quell’epoca prevalentemente schiavi, come si è già notato in precedenza…

Un ulteriore espressione della “linea rossa” che operò all’interno del paganesimo romano venne costituita dalle profezie sovversive attribuite per secoli alla Sibilla Cumana, assai diffuse tra le masse popolari e gli schiavi del Mediterraneo.

Mentre il paganesimo ufficiale venerava e teneva gelosamente segreti tre libri oracolari che, secondo la leggenda, erano stati venduti da una veccia profetessa agli antichi sovrani romani, arrivando al punto di ricostruirli ex novo dopo un incendio che li aveva distrutti nell’83 a.C., tutta una serie di versioni apocrife ed alternative circolarono all’interno dell’area geopolitica sottoposta all’imperialismo romano immaginando (ed auspicando) in molti casi la fine improvvisa e violenta del sistema classista e, a volte, il crollo della stessa Roma.

Una voce clandestina di opposizione, sempre sotto un manto e forme religiose, che come tutte le altre tracce lasciate nella storia dalla “linea rossa” pagana, venne lentamente riassorbita dal cristianesimo e dalla sua crescente forza d’attrazione tra le masse popolari e gli schiavi, nei primi tre secoli della nostra era. In ogni caso dimostrando come, anche all’interno dei culti pagani,, i fosse sviluppato e riprodotto costantemente un processo plurisecolare di sdoppiamento tra la religione (egemone) dei padroni di schiavi e quella (subordinata marginale, ma reale) degli schiavi ed oppressi.

Effetto di sdoppiamento, ancora una volta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Esiodo, “Teogonia”, versi 430/460, e pag. 87/91 ed. UTET

[2] K. Kerenyi, “Gli Dei e gli Eroi della Grecia”, pag. 139/196 e  pag. 262/292, vol. secondo, ed. Garzanti

[3] S. I. Kovaliov, “Storia di roma”, pag. 165, libro primo, Editori Riuniti

[4] Kovaliov, op. cit., pag. 166/168

[5] Esiodo, “Le opere e i giorni”, versi 109 e seguenti, ed. Einaudi

[6] P- Ovidio Nasone, “Metamorfosi”, I, 89/90, ed. Garzanti

[7] G. Galli, “Occidente misterioso”, pag. 22, ed. Rizzoli

[8] K. Kerenyi, “Dioniso”, pag. 67 e 73, ed. Adelphi

[9] Kerenyi, op. cit., pag 134 e 135

[10] Kerenyi, op. cit., pag. 280

[11] Kovaliov, op. cit., pag. 344/345

[12] E. Bloch, “Il principio speranza”, libro secondo, pag. 562/563, ed. Garzanti

[13] L. Stovani Mazzolani, “Dei Saturnali dell’antichità e del dio mito”, 20 dicembre 1998, in “il Sole 24 ore”.

[14] M. N. Chelintseva, “La leggenda romana sul regno di Saturno nella storiografia sovietica”, in www.dirittoestoria.it, 2005

[15] M. N. Chelintseva, op. cit.

[16] “Il culto di Bacco”, gennaio 2010, in romanoimpero.blogspot.com


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