Capitolo quarto

L’effetto di sdoppiamento nel Nuovo Testamento

 L’esperienza e la pratica religiosa del paleo-cristianesimo, dal 30 al 310 d.C., nacque e si sviluppò essenzialmente nell’impero schiavistico romano, che dopo la battaglia di Anzio (31 a.C.) e la vittoria di Ottaviano Augusto aveva soppiantato l’antica repubblica romana ed aveva consolidato la sua egemonia su tutto il Mediterraneo e gran parte dell’Europa centro-occidentale, riuscendo poi a riprodursi nel mondo occidentale fino al 410 d.C.

Il messaggio di Gesù, nella versione fornitaci dai quattro vangeli canonici, è stato interpretato in mille maniere, spesso assolutamente contrastanti tra loro, ma mi sembra che una sua ottima chiave di lettura, anche se parzialmente unilaterale, ci sia stata fornita dal marxista tedesco Ernst Bloch fin dal 1968, nel suo provocatorio ed eccellente scritto “Ateismo nel Cristianesimo”.

Bloch aveva rilevato che “vi sono agnelli nati che si fanno piccoli piccoli spesso e volentieri. Ciò è insito nella loro specie e Gesù non ha predicato per essi con violenza, come si dice nella scrittura. Tanto meno egli ci compare di fronte in un aspetto così mitigato, come intende la brava gente, meno che mai come i lupi lo hanno adattato ad uso delle pecore, affinché esse possano conservare doppiamente la loro natura. Il loro ben noto pastore viene presentato come succube, così illimitatamente paziente, come se egli non fosse null’altro che questo. Il fondatore avrebbe dovuto essere libero da ogni passione e tuttavia veniva preso da uno delle più forti: l’ira. Tanto che egli rovesciò nel tempio i tavoli dei cambiavalute, ne si dimenticò di usar la frusta. Gesù dunque è paziente solo quando si trova nel cerchio silenzioso dei suoi: Invero non pare affatto che egli ami i loro nemici. Veniamo ora alla predicazione della montagna: essa non si propone di certo di eccitare gli uomini l’uno contro l’altro per amore di Cristo, come Gesù fanaticamente consiglierebbe ai suoi discepoli (Matt. 10,35). La predicazione della montagna in cui vengono chiamati i miti e i pacifici non è legata ai giorni della lotta ma alla fine dei giorni, che Gesù credeva già vicina conformemente alla predicazione del mandeo Giovanni;  dal che consegue il rapporto istantaneo e chiliasticamente immediato con il regno dei cieli (Matt. 5,3). Non di meno a sancire la lotta necessaria per l’avvento del regno sta la parola: “Io non sono venuto la pace ma la spada” (Matt. 10,34). E giunge parimenti il fuoco che scava, in un senso che non è affatto solo interiore ma esteriore: “Io sono venuto ad accendere un fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso” (Luc. 12,49). Questo intendono appunto i versi di William Blake nella conclusione riferibile al 1789: “lo spirito della rivolta si precipitò giù dal Salvatore e nei vigneti di Francia apparve la luce del suo furore”. Certamente la spada, che come il fuoco non solo distrugge ma purifica, viene rivolta nella predicazione di Gesù contro qualcosa di più dei semplici palazzi: essa si scaglia contro tutto il vecchio eone, poiché esso deve sparire, e primi tra tutti i ricchi, nemici dei miseri e degli oppressi, che così a fatica entrano nel regno dei cieli come – con tutta l’ironia dell’impossibile – il cammello attraverso la cruna di un ago. In seguito la chiesa ha di molto allargato la cruna dell’ago e di conseguenza il suo Gesù è stato strappato via dalla prospettiva della rivolta. Cosi accadde che contro i facitori d’ingiustizia si giocò la carta della mitezza e non dell’ira di Gesù. Tuttavia lo stesso Kautsky, che non vi scorse altro che un “mantelletto religioso”, dovette riconoscere alla origine del cristianesimo: “l’odio di classe del moderno proletariato ha ben difficilmente raggiunto forme così fanatiche come l’odio di quello cristiano”.[1]

Bloch continuò affermando che “chiaramente percepibile anche sotto questa forma si alza l’elemento sovversivo del cristianesimo primitivo, che prende il posto della precedente visione e della sua espressione. Ciò rappresenta esattamente l’antidoto contro tutta la dolcezza melliflua della mentalità religiosa, un contrattacco sferrato all’illuminazione nel fango. Gesù volle vomitare dalla sua bocca i tiepidi, e nessuna sua parola trova una corrispondenza ideologica nella nostra società precedente, meno che mai la predicazione della montagna; ognuna è rivolta all’attesa della fine assai più che alla sua preparazione. Ogni sua allusione morale non è comprensibile senza l’apocalittica, e ciò precede di molto la tarda rivelazione di Giovanni che non è nata solo da Gesù ma che tuttavia era sempre stata implicita nella sua predicazione.

“Chi persevera fino alla fine di questo eone che si spezza, costui sarà beato”, questa è una rigorosa aggiunta alla richiesta della predicazione della montagna. “Ma quello che io vi dico, io lo dico a tutti: vegliate!” (Mar. 13,36). Tutto ciò è meno che mai quietistico, anzi come dice William Blake fa tutt’uno con la luce di questo innegabile furore”.[2]

L’odio di classe, espresso tra l’altro in “forme fanatiche”; il fuoco e la spada, la sparizione “di tutti i ricchi” attraverso l’Apocalisse sono realmente parti integranti dei Vangeli, ma – ed è questo il limite dell’analisi di Bloch – solo di una parte del Nuovo Testamento anche se centrale e dominante rispetto alla loro sezione invece intrisa di una visione e di una morale filoclassista.

Ma andiamo con ordine: prima della splendida ed eroica figura di Gesù (per l’analisi in corso non assume alcuna importanza il problema annoso della sua reale esistenza storica e, in subordine, la corrispondenza reale della narrazione evangelica alla sua vita/predicazione), si deve esaminare brevemente la comunità plurisecolare di Qumran, svelataci dai celebri Manoscritti del Mar Morto, è quella essenza, con i loro “competitori” ed avversari in campo religioso nel secolo precedente (e nei decenni successivi) alla predicazione di Gesù.

Siamo nella Palestina del primo secolo a.C., nella quale a partire dal 63 a.C. le truppe romane di Pompeo avevano occupato il paese, consegnando parte del territorio alla dinastia-fantoccio degli Asmodei erodiano, mentre un’altra sezione – la Giudea e Gerusalemme – venne occupata direttamente da  Roma.[3]

Dagli eccezionali documenti scoperti nel 1947, emerge la struttura, la concezione del mondo e le regole fondamentali di una comunità che si può definire da un lato protocristiana, mentre a sua volta lo stesso Gesù (come descritto dai Vangeli) diventa in buona parte una sorta di “eretico” (in larga parte pacifista e non-violento) della forma religiosa di pensiero/azione del gruppo di Qumran,  organizzatosi per un lunghissimo periodo nel “deserto di Giuda”.

La comunità di Qumran si formò attorno alla fine del secondo secolo a.C., e continuò la sua esistenza politico-religiosa fino al 135 d.C., con la sconfitta della seconda grande insurrezione del popolo ebraico contro il dominio dell’imperialismo romano.

La pratica socioproduttiva che si affermò al suo interno per più di due secoli si rivela rigorosamente collettivistica, dato che la “Regola” che fissava i comportamenti del movimento di Qumran era anche sotto questo aspetto molto rigorosa. Infatti la progressiva adesione dei novizi e dei nuovi “militanti”  di Qumran “alla nuova vita implica anche alla rinuncia ai beni privati come nel cristianesimo primitivo, secondo quanto si legge negli Atti degli apostoli: tutti i fedeli vivevano riuniti e mettevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e i loro beni e li distribuivano a tutti in misura della necessità di ciascuno” (II, 44 e sgg).

Nella comunità di Qumran ciò avviene solo per gradi. Il primo anno, il novizio vive del suo e non può attingere al fondo comune; il secondo, i suoi averi sono conservati a parte, ma è anche escluso dal banchetto rituale; dopo il terzo anno, viene aggregato definitivamente e i suoi beni passano alla collettività, da cui riceverà d’ora in poi il necessario per vivere. Come nelle comunità cristiane, la cassa comune era posta sotto la vigilanza degli “anziani” e degli “ispettori”. Chiunque si appropriasse illecitamente dei beni comuni, veniva sottoposto a giudizio e duramente punito (Regola, VII, 6-8)”.[4]

Incentrata su una rigida disciplina e una ferrea gerarchia interna, dominata dall’elemento sacerdotale rispetto ai laici (in una proporzione da 1:10), la plurisecolare comunità comunista-religiosa del Mar Morto era animata anche da una spiccata tendenza sociale ostile alle ingiustizie sociali ed ai ricchi/potenti, come emerge anche da una curiosa “variante” (in realtà la versione originaria) del libro del profeta Abacuc, la cui descrizione ci permette tra l’altro di scoprire un altro segmento del “filo rosso-sovversivo” contenuto nell’Antico Testamento.

Secondo Donini si è trovata nei rotoli del Mar Morto scritti e curati dalla comunità in esame “una curiosa variante del passo di Abacuc, II, 5. Non si era mai capito bene che cosa volesse dire, secondo il testo ebraico tradizionale: “E poi il vino è perfido e l’uomo arrogante non dà tregua”. Ma nel rotolo di Abacuc ora venuto alla luce leggiamo: “E poi il ricco è perfido.”! E’ bastato col tempo sostituire la radice hivn (vino) all’altra hvvn (ricchezza) per sottrarre i beati possidenti dalla dura condanna del vecchio profeta biblico! Il disprezzo dei ricchi, del resto, viene spesso accentuato con forza nei testi del Mar Morto: nel commento allo stesso passo di Abacuc si parla dell’ingordigia del “sacerdote empio” (VIII, 9-13) e la Regola della comunità dichiara “odio eterno agli uomini empi, a causa del loro attaccamento alla ricchezza” (XI, 21-22).

Dubitiamo che tale giudizio abbia fatto piacere a molti dei ricchi signori che hanno finanziato gli scavi e le scoperte del deserto di Giuda. E si può prevedere che il caso non resterà isolato”.[5]

“Odio eterno agli uomini empi, a causa del loro attaccamento alla ricchezza”: si deve dar ragione a Kautsky, quando questi affermò che l’odio di classe cristiano risultò molto più intenso di quello espresso in seguito dagli operai socialisti-comunisti dell’era moderna…

Nella particolare concezione del mondo religiosa via via espressa ed adottata dalla comunità del Mar Morto, assunse un ruolo centrale anche il “Maestro di Giustizia”,  assai affine alla figura di Gesù in seguito mostrataci dai Vangeli: se non siamo in “piena ideologia cristiana”, come sostiene Donini, non ne siamo certo lontani.

“Il dato determinante, tuttavia, che meglio caratterizza la comunità del Mar Morto, è costituito dalla fede in un personaggio d’eccezione, il Maestro o Dottore di giustizia, fondatore del movimento e mediatore tra Dio e gli uomini, colui al quale “sono stati fatti conoscere tutti i misteri” e che ha ricevuto una “missione straordinaria per i figli della grazia”. Mentre nel Vecchio Testamento la salvezza era solo il risultato della fede in Jahvè, secondo questi manoscritti la fede nel “Maestro di giustizia” è sufficiente ad assicurare un nuovo stato di elezione.

Siamo di fronte a un salto qualitativo nella storia del giudaismo: in altri termini, siamo già in piena ideologia cristiana.

Non vi è dubbio che il destino di questo Rabbi (“Maestro”), seguito solo da pochi gruppi di fedeli, perseguitato e forse messo a morte dall’alto sacerdozio gerosolimitano, esaltato da Dio per le sue sofferenze e fattosi “strumento di salvezza” per tutti coloro che credono in lui, offre con quello del Cristo delle rassomiglianze impressionanti. Non per nulla gli Inni di ringraziamento riferiscono a lui le profezie bibliche, e in particolare i passi del secondo Isaia (cap. LIII) relativi alla missione dello “schiavo sofferente” di Jahvè, in cui i primi cristiani riconosceranno poi lo stesso Gesù.

Si tratta di un personaggio storico o di una figura mitica, soprannaturale?

Allo stato attuale della nostra  documentazione, appare difficile identificare in modo storicamente preciso la misteriosa figura di questo ”Maestro”. I particolari della sua vita sono appena adombrati nei manoscritti scoperti, tanto quanto basta, tuttavia, per stabilire che il movimento da lui guidato deve aver avuto origine al momento della massima espansione del regno degli Asmonei, sotto Giovanni Ircano I o Alessandro Janneo, tra il 134 e il 76 a.C., come reazione di una parte del clero meno privilegiato all’accumulazione dei poteri politici e religiosi in una sola persona, proclamatasi re e sommo sacerdote. In quel periodo, i rapporti economici e sociali in terra di Giudea sembrano tendersi all’estremo; gli storici dell’epoca ci parlano di ribellioni in massa, di sanguinose repressioni, di centinaia e centinaia di crocifissioni.

Nessuno dei testi sinora venuti alla luce ci dà il nome di questo venerato Maestro: e probabilmente la cosa non interessava più i suoi seguaci, alcuni decenni dopo la sua morte”.[6]

Formatasi nel periodo in cui iniziava ad affermarsi l’egemonia dell’impero schiavistico romano, sia nel Mediterraneo orientale che nell’area siro-palestinese, affiancatosi in un primo momento come protettore alla dinastia ebraica degli Asmodei, la comunità di Qumran era animata anche da un incondizionata e furente ostilità contro gli invasori romani, aspettando pertanto una sorte di Apocalisse divina che ponesse fine sia al dominio di questi ultimi che a quello dei ricchi e della potente casta sacerdotale ebraica, ad essi legata a doppio filo.

“Il termine ebraico pequddah, che indica in questi manoscritti il giorno dell’avvento di Dio sulla terra, alla fine dei tempi (Regola, IX, 19-17; IV, 19), corrisponde singolarmente al greco parousia, che nel linguaggio cristiano denoterà il ritorno sulla terra del messia Gesù ritenuto imminente in un mondo in dissoluzione”.[7]

Il “Maestro di Giustizia” risultava allo stesso tempo l’annunciatore ed il garante della futura venuta della pequddah/parousia, dell’Apocalisse che avrebbe travolto in un futuro non precisato i rapporti sociali di produzione/distribuzione classisti, garantendo finalmente alle masse popolari ebree ed ai fedeli un esistenza felice e libera dallo sfruttamento, come previsto anche dal sopracitato secondo-Isaia.

Nel rotolo detto “Guerra dei figli della luce contro i figli delle tenebre” si prevedeva una guerra  apocalittica contro le forze dell’imperialismo romano e dello sfruttamento classista, nel quale l’esercito degli oppressi (e della comunità del Mar Morto, ovviamente) avrebbero prevalso grazie all’aiuto armato divino: i “Kittim”, i romani, sarebbero stati sconfitti e finalmente si sarebbe aperta una nuova epoca di libertà.[8]

L’ultima caratteristica importante nel processo di riproduzione secolare della comunità di Qumran, che tra l’altro ha anticipato molte delle regole di funzionamento delle prime comunità comuniste cristiane, sono i riti sacri. Tra di essi emergevano per importanza, “la confessione dei peccati recitata ad alta voce al momento dell’aggregazione, di fronte a tutta l’assemblea, come nelle comunità cristiane del II e III secolo (Regola I, 24-II, 1);

la purificazione nell’acqua o lavacro battesimale la cui efficacia però è ritenuta nulla se non è accompagnata da una sincera contrizione interiore (Regola, III, 4-9);

il pasto eucaristico, consumato in comune, sotto la presidenza di un sacerdote, che benedice il primo boccone di pane e il primo sorso di vino, come si legge in uno dei più vecchi testi cristiani, la  Didachè. O “dottrina” dei dodici apostoli e delle “due vie” (Regola, VI, 2-6 frammento detto “Regola della congregazione”, II, 19-20). Colpisce anche la somiglianza con la descrizione del patto collettivo nelle lettere di Paolo”.[9]

Nel periodo pre-cristiano, e fino al 70 d.C., durante tutti i decenni che precedettero la sanguinosa sconfitta della prima grande rivolta ebraica contro il dominio romano sulla Palestina, la “linea rossa” comprendeva al suo interno anche gli essei/esseni, i quali – come l’indipendente comunità di Qumran – avevano come importanti regole interne la comunione di tutti i beni e l’obbligo del lavoro nei campi per tutti gli aderenti all’organizzazione.

“Essei, e non esseni, doveva essere la denominazione originaria dell’altra organizzazione comunitaria, forma grecizzata dell’aramaico asya, “servi di Dio”o “guaritori”, come i terapeuti, che Filone situava nella regione del lago Mareotide, presso Alessandria d’Egitto; di essi ci parlano anche Giuseppe Flavio e Plinio il vecchio, nella Storia naturale. Il loro nome, tuttavia, non compare mai negli scritti del Nuovo Testamento, ne nei rotoli del Qumran. Essi condannavano l’uso delle armi e ripudiavano il servizio militare. Ma che non si trattasse di una vera e propria dottrina della “non violenza”,bensì dell’opposizione al reclutamento nelle file degli eserciti romani, lo dimostra tra l’altro il fatto che quando scoppiò la rivolta del 67/70 d.C. presero parte anch’essi alla lotta armata e perirono quasi tutti in combattimento; i pochi che caddero prigionieri si comportarono con grande coraggio e si lasciarono torturare a morte dai romani anziché rivelare i “segreti” della loro organizzazione.

Disseminati nei centri abitati della Mareotide e della Giudea, o raccolti nella zona occidentale del Mar Morto, nell’oasi di Engaddi, gli esseni costituirono una specie di ordine religioso, caratterizzato dalla pratica di virtù ascetiche e di esperienze sociali d’eccezione. Dopo un periodo d’iniziazione, che si concludeva con un rito battesimale, entravano a far parte di una società di celibatari, con l’obbligo di procacciarsi da vivere nei campi e di mettere in comune tutti i loro averi. Era proibita in mezzo a loro ogni forma di commercio; condannavano la schiavitù e seguivano norme di condotta che offrono alcuni addentellati con quelli che saranno più tardi gli ordini monastici del cristianesimo. Si riunivano per i pasti in comune e salutavano il sorgere del sole con delle preghiere collettive. Secondo Giuseppe Flavio, il loro numero raggiungeva i quattromila”.[10]

Condanna della schiavitù e del processo di accumulazione privata delle ricchezze, proprietà comune di tutti i beni: il comunismo giudaico-religioso trovò un’altra sua concretizzazione storica.

In ogni caso la “linea rossa” nell’area palestinese durante l’epoca pre-cristiana e proto-cristiana, venne affiancata simultaneamente dalla (centrale) riproduzione delle tendenze filo-classiste all’interno del pensiero/pratica religiosa della popolazione ebraica, nella sua globalità: l’alto clero del Tempio, rappresentato dai sadducei, costituì l’anello principale dell’egemonia esercitata dalla “linea nera” all’interno della dinamica religiosa di quell’area geopolitica, nel primo secolo a.C. e d.C.

E “collaboravano ormai di fatto con i nuovi dominatori romani. Secondo la testimonianza di Giuseppe Flavio, nel primo secolo dopo Cristo, su una popolazione di circa mezzo milione di ebrei residenti in patria, essi erano appena seimila. I sadducei, o “discendenti di Sadòk, esponenti dell’aristocrazia sacerdotale, non potevano accettare un interpretazione della religione diversa da quella di cui avevano il monopolio; essi scomparvero definitivamente, come gruppo organizzato, nella catastrofe nazionale del 70 d.C., quando vennero a mancare le basi religiose e sociali sulle quali poggiavano. Rifiutavano, tra l’altro, la credenza popolare nella risurrezione dei corpi, che tanta influenza eserciterà invece nella storia del cristianesimo”.[11]

I farisei, invece, che costituivano la maggioranza della popolazione ebraica di quella fase storica e professavano un’adesione dogmatica alla legge mosaica, oscillavano tra i due poli estremi della resistenza aperta e del collaborazionismo sadduceo.

A questo punto si può passare all’esame dei testi del Nuovo Testamento, letti/ascoltati in modo più o meno frammentato da miliardi di credenti cristiani  e per quasi due millenni a partire dall’inizio del primo secolo della nostra era.

Lo storico Ambrogio Donini ha notato giustamente, seguendo una tradizione critica ormai consolidata e ben documentata, che i quattro Vangeli canonici (di Matteo, Luca, Marco e Giovanni) “non costituiscono una testimonianza storica diretta, sia perché intessuti di ingenuità, di inesattezze e di stridenti contraddizioni, redatti come sono a tanta distanza di tempo dai fatti che intendono narrare, sia perché non sono stati scritti in terra di Palestina e tantomeno in una delle lingue correnti tra quelle popolazioni, l’ebraico e l’aramaico. Il paese ch’essi descrivono è in gran parte immaginario. I vangeli sono stati pensati e scritti lontano dalla Palestina, nel greco popolare dei centri urbani dell’Asia Minore e dell’Africa settentrionale, dove esisteva da tempo una forte emigrazione ebraica, che si calcola in alcuni milioni”.[12]

Ma queste considerazioni (corrette) non assumono un valore significativo nel processo di analisi in corso, per il quale è invece fondamentale che per miliardi di credenti dell’occidente, a partire dal primo secolo dopo Cristo fino ad arrivare ai nostri giorni, la narrazione evangelica è stata ed è tuttora considerata da essi non solo storia vera, ma “la storia” per eccellenza, il messaggio fondamentale ed il nucleo essenziale nella loro concezione del mondo individuale/collettiva.

Sotto questo profilo anche la questione sull’esistenza/inesistenza storica della figura di Gesù, sia come uomo che come annunciatore in carne ed ossa di un “nuovo verbo”, non ha molto peso.

Solo a livello di chiarificazione, riteniamo utile far notare come la prima lettera ai Tessalonicesi scritta da Paolo da Tarso, uno dei più antichi documenti nella storia del cristianesimo, viene datato da tutti gli storici al 52 d.C. al massimo, se non al 51 d.C.[13]

Solo due decenni dopo gli eventi descritti in seguito dai Vangeli, Paolo parlava e scriveva apertamente sia della morte/risurrezione di Gesù, che del prossimo ed ormai vicino ritorno (la parousia) del Cristo salvatore. Difficilissimo, se non impossibile, immaginare che egli si fosse inventata di sana pianta proprio l’esistenza storica di Gesù di Nazareth, quando troppi testimoni ancora viventi in Palestina avrebbero potuto distruggere alla radice la sua autorità con una semplice affermazione: “ma questo Gesù non è mai esistito, nessuno lo ha conosciuto. Racconti frottole, caro Paolo: sei un imbroglione”.[14]

Tra l’altro Paolo si rivolgeva ad una comunità cristiana già costituita, quella di Tessalonica, formata come minimo da almeno due/tre anni: si va ancora più vicino alle date della predizione/morte di Gesù, rendendo ancora più improbabile l’inesistenza di quest’ultimo come figura storica. Inoltre, vista l’efficienza delle comunicazioni terrestri e navali sotto l’impero romano del primo secolo dopo Cristo, Tessalonica distava pochi giorni di viaggio dalla Palestina e da Gerusalemme, rendendo facilissimo a qualunque cristiano della città greca di recarsi per sentirsi dire: “ma questo Gesù di cui parlate a tessalonico, non è mai esistito e nessuno ha mai conosciuto, a Gerusalemme o in Galilea/Giudea. Vi hanno imbrogliato, cari cristiani di Tessalonica”.

Ma non solo. Due croci cristiane sono state ritrovate a Pompei ed Ercolano, città distrutte senza alcun dubbio e totalmente nell’estate del 79 d.C., quarant’anni dopo la data della predicazione/morte di Gesù, dimostrando che, sicuramente, la sua religione aveva messo piede assai presto in Europa ed in una zona molto distante da Gerusalemme e dalla Palestina: si ripropongono inevitabilmente gli interrogativi sorti per Paolo ed i Tessalonicesi, per una città occidentale abbastanza grande ma  non certo paragonabile a Roma.

Ma non solo. Storici autorevoli come Tacito e Svetonio confermano, in passi sicuramente non interpolati, che nel 64 d.C. Nerone mandò a morte numerosi cristiani come capo espiatorio per l’incendio di Roma e, pertanto, nel 64 d.C. è sicuro che a soli tre decenni dalla predicazione/morte di Gesù narrata nei Vangeli, fosse attiva una comunità cristiana nella capitale dell’impero: e nessuno criticò i cristiani romani perché essi credevano alle opere di un uomo mai esistito, mai conosciuto in Palestina dagli ebrei e dagli stessi funzionari romani? Giuseppe Flavio, uno storico giudeo-cristiano, nelle sue Antichità Giudaiche scrisse a sua volta che nel 62 d.C. venne lapidato illegalmente l’apostolo Giacomo, capo della comunità cristiana di Gerusalemme. Il passo in questione di Giuseppe Flavio (Antichità, libro XX), a differenza di altri, è sicuramente non-interpolato dai cristiani e parla addirittura di Giacomo in qualità di “fratello di Gesù” (e la verginità di Maria?): si ripropone ovviamente la medesima domanda proposta in precedenza, e cioè “ma nessuno ha mai contestato a Giacomo ed ai cristiani di Gerusalemme che Gesù non fosse mai esistito?”.

Passando invece ad esaminare il contenuto politico-sociale e socioproduttivo dei Vangeli, e soprattutto il loro atteggiamento di fondo sia rispetto ai rapporti di produzione classisti, del primo secolo d.C., che a quelli alternativi già descritti ed esaltati nel Vecchio Testamento (Isaia, ecc), emerge subito con estrema chiarezza come la “linea rossa” risulti centrale e dominante nella narrazione evangelica.

Innanzitutto il falegname galileo annuncia la prossima venuta del “regno di Dio”, sulla terra. Esso “nella tradizione giudaica aveva finito con l’acquistare il senso abbastanza preciso del trionfo dei giusti sui malvagi, delle vittime sui dominatori, dei poveri sui ricchi, era per i primi cristiani qualcosa di concreto, di reale. Era un regime di benessere di pace, che avrebbe dovuto realizzarsi sulla terra in un periodo assai ravvicinato, grazie all’intervento diretto della potenza divina”.[15]

Questo “senso” e significato venne mantenuto ed esaltato nella narrazione evangelica. Nel celeberrimo e splendido “discorso della montagna”, Gesù di Nazareth secondo il Vangelo di Luca affermò chiaramente che sono “beati i poveri, perché vostro è il regno di Dio”. Un regno di Dio che venne ritenuto imminente e vicino, secondo la visione di Gesù tramandato dai Vangeli, visto che a suo avviso “non passerà questa generazione” prima che la parousia del “ Figlio dell’uomo” si produca sulla terra e che “il regno di Dio è in mezzo a voi”, come si legge nel diciassettesimo capitolo del Vangelo in oggetto: la redenzione era ritenuta assai prossima, nella concezione del mondo espressa ( secondo i Vangeli) dal grande profeta ebraico venuto dalla Galilea.[16]

Ma il suo eclatante “discorso della montagna” non si limitò di certo ai poveri, comprendendo invece al suo interno anche “i ricchi”: e furono … dolori, per i potenti di quel tempo.

Dopo aver ribadito, partendo da una concezione materialistica dei bisogni del corpo, che “beati quelli che ora hanno fame, perché sarete saziati”, il falegname di Nazareth affermò senza mezzi termini: “ma guai a voi, ricchi , perché avete già la vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame.

Guai a quelli che ora ridono” (i benestanti, i ricchi sacerdoti, ecc), “perché vi lamenterete e piangerete”[17]

Non è pertanto casuale che il “progressista” presidente degli USA, Barack Obama, che si autoproclama “fervente cristiano”, abbia dichiarato che il discorso della montagna è “talmente rigido da non poter essere applicato neanche dal nostro ministro della Difesa”: e “neanche” da Wall Street, sig. Obama, “neanche” dalle multinazionali statunitensi e di tutto il mondo, “neanche” dal FMI egemonizzato dall’imperialismo statunitense, ecc.[18]

Almeno su questo punto Obama ha ragione, visto che nel discorso della montagna si respira odio verso lo sfruttamento, quasi allo stato puro. Ricordate Kautsky/Bloch? Il passo evangelico in esame certo non li smentisce, anche se Donini notò giustamente che nel Vangelo di Matteo “i poveri” divennero invece i “poveri in spirito “, che si lodarono “i mansueti” e che la frase su “beati quelli che hanno fame” diventò “beati quelli che hanno fame e sete di giustizia”, in una riproduzione parzialmente ed attenuata del discorso della montagna riportata da Luca. [19]

Proprio su queste contraddizioni farà breccia la squallida ed ipocrita “dottrina sociale” della Chiesa, fin dai tempi di Giustiniano, per propagandare “mansuetudine” ed umiltà agli oppressi per diciassette secoli.

In ogni caso la ricchezza è malvagia in sé e nella sua essenza più profonda, nella visione di Gesù tramandataci dai Vangeli: il denaro infatti porta alla dannazione, perché “là dove è il tuo tesoro, là è anche il tuo cuore” (Matteo, 6, 21). Sempre sotto questo aspetto, assume un ruolo importante la famosa frase sul ricco e la “cruna dell’ago”, riprodotto in forma esilarante e corrosiva dal grande Dario Fo degli anni Settanta, immaginando una frotta di ricchi che cercavano di far passare un cammello attraverso un filo appuntito.

“A Gerusalemme si trovava a quel tempo una “porta bassa e stretta, ci passava a malapena un uomo e la chiamavano “cruna dell’ago”, Gesù si dichiara che “è più facile a un cammello passare per la cruna di un ago, che a un ricco entrare nel regno di Dio” (Marco, X, 25). E il senso non cambia se, lontano dalla Palestina, al posto di cammello, “kàmelos” in greco, si poteva anche leggere “kàmilos”, grossa fune, gomena”[20]

Inoltre vangeli cosiddetti “sinottici” (molto simili) riportano una delle preghiere collettive delle comunità cristiane primitive, il “Padre nostro”: una preghiera intrisa di quel “principio-speranza” analizzato minutamente da E. Bloch.

Oltre al “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, che richiama subito il “beati quelli che ora hanno fame” del discorso della montagna, una delle frasi centrali della preghiera è il “cancella i nostri debiti, come noi li abbiamo cancellati ai nostri debitori”. Il vangelo di Matteo (ma non per quello attribuito a Luca…) adottò apertamente, sotto forme religiose, un importante rivendicazione di carattere sociale via via espressa dalle masse popolari ancora libere, ma impoverite del mediterraneo durante l’epoca schiavistica, specialmente da parte dei contadini e degli artigiani in via di riduzione in schiavitù e fin dai tempi del greco Demostene, nel quarto secolo a.C.[21]

La scelta di campo a favore delle masse popolari, ed il simultaneo e correlato ripudio “dei ricchi”, del processo di accumulazione delle proprietà e della forza-lavoro servile da parte di un esigua minoranza dell’impero romano, risulta chiara ed inequivocabile, almeno nella maggioranza dei passi dei Vangeli dedicati alla “questione sociale”. “Molti tra i primi” (i ricchi/potenti) “saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi”.[22]

Il regno di Dio promesso da Gesù alle masse popolari, allo stesso tempo terreno e vicino nel tempo, viene riservato chiaramente ai poveri. Quando a Gesù viene chiesto, sempre secondo la narrazione evangelica, chi sarebbe potuto entrare nel nuovo mondo che si prospettava imminente all’orizzonte, Gesù rispose che “Dio ha fame e sete su questa terra nella persona di tutti i poveri, come ha detto egli stesso… Quando un povero ha fame, è Cristo che ha fame”. Non è un caso che uno dei più importanti miracoli di Gesù nei Vangeli sia stata la moltiplicazione dei pani e dei pesci, a favore dei lavoratori umili e bisognosi.[23]

Nei Vangeli una pratica cooperativa e solidaristica si collega strettamente alla salvezza ed all’ammissione nel Regno di Dio, con la mediazione indispensabile del Cristo (l’unto dal Signore) rappresentato da Gesù: la sua resurrezione, elemento fondamentale del cristianesimo (Paolo da Tarso, Tertulliano, ecc), costituiva anche la prova innegabile che la fine “di questo mondo” malvagio è vicina.

Mettendo assieme tutti questi tasselli, si scopre il mosaico di una visione generale e di una morale cooperativa-fraterna, ma giustamente Donini aveva già notato come all’interno dei Vangeli esistessero simultaneamente delle “morali diverse e contrastanti”, e cioè che anche la “linea nera” si era espressa e manifestata – seppur in forma secondaria e subordinata – all’interno della grande e variegata narrazione contenuta nei quattro vangeli canonici.

I dieci comandamenti del Vecchio Testamento, innanzitutto, non vennero aboliti né sconfessati dalla nuova “buona novella” annunciata da Gesù, con la loro santificazione della proprietà privata e del possesso dei “servi”, previste dal quarto e decimo comandamento citati in precedenza.

Al giovane che gli chiese cosa doveva “fare di buono per ottenere la vita eterna”, Gesù rispose che era necessario riconoscere “Dio come il solo buono”, alias le sorgenti di ogni bene, ed in secondo luogo che bisognava “osservare i comandamenti”. Nella narrazione evangelica tutti i precedenti comandamenti mosaici vengono sintetizzati e, almeno a mio avviso, superati e “stravolti” da Gesù attraverso la celebre formula “ama il prossimo tuo come te stesso”, ma sicuramente il duro decalogo di Mosè non venne ritenuto ingiusto ed iniquo, come invece farà il grande eretico Marcione un secolo dopo.[24]

La legge mosaica non venne certo abolita, anche se secondo il vangelo di Matteo Gesù aggiunse, nella sua risposta al giovane interlocutore che “se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli”.[25]

Sono due livelli di morale e visione politico-sociale diversi, in cui il gradino superiore (quello nuovo e filo-poveri di Gesù) tuttavia non elimina del tutto il raggio d’azione e la parziale legittimazione del secondo, anche sul piano della valutazione dei rapporti socioeconomici classisti vigenti di quella fase storica.

Nel Vangelo di Matteo si legge: “non crediate che io sia venuto ad abrogare la legge” (mosaico) “o i profeti: non sono venuto ad abrogare ma a compiere”.[26]

Ma la “linea nera” trovò la sua principale modalità di riproduzione all’interno della narrazione evangelica – non rileva, in questo contesto se sotto forma di interpolazione successiva e di modifiche rispetto al primitivo enunciato neo testamentario – in molte delle parabole attribuite a Gesù di Nazareth.

Come ha rilevato Donini, “nelle parabole, che sono lo specchio della vita dei tempi, i rapporti tra padrone e servo, tra sovrano e suddito, tra proprietario terriero e  braccianti, non sono nemmeno posti in discussione: anche le operazioni commerciali appaiono perfettamente lecite”.[27]

Ad esempio all’interno della celebre “parabola dei talenti” viene tessuto, tra le altre cose, un elogio aperto del “mietere dove non si è seminato” e del “raccogliere dove non si è sparso”, che rimanda sotto forme religiose proprio al reale, concreto processo di accumulazione dei mezzi di produzione (ivi compresa la forza-lavoro servile) che interessò l’impero schiavistico romano tra il secondo secolo a. C. ed il quarto della  nostra era. Per sei lunghi secoli “si calcola che al tempo di Augusto non vi fossero in tutto il mondo mediterraneo che poche centinai di migliaia di uomini liberi. Per mantenere questa esigua minoranza, il cui grado di libertà aveva del resto gradazioni diverse, a secondo delle condizioni dei rispettivi paesi, una sterminata massa di schiavi produceva oggetti d’uso e di scambio, costruiva palazzi e strade, commerciava, guerreggiava e moriva agli ordini dei padroni, fornendo loro ingenti ricchezze, di cui non poteva minimamente godere”.[28]

Il testo della “parabola dei talenti” è abbastanza chiaro, sotto questo profilo.

“Allo stesso modo infatti un uomo in procinto di partire chiamò i propri servi e affidò loro i suoi beni: a uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno: a ciascuno secondo le proprie capacità; poi partì.

Senza perdere tempo quello che aveva ricevuti cinque talenti andò a trafficarli e ne guadagnò altri cinque. Allo stesso modo quello che aveva ricevuto due talenti ne guadagnò anch’egli altri due. Ma quello che ne aveva ricevuti uno solo andò a scavare nella terra una fossa e vi nascose il denaro del suo padrone.

Dopo molto tempo viene il padrone di quei servi e li chiama al rendiconto. Si presentò quello che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque dicendo: “Signore, mi desti cinque talenti. Ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. Gli disse il padrone: “Bene, servo buono e fedele; sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto: entra nel gaudio del tuo signore”.

Si presentò poi quello dei due talenti e disse: “Signore, mi desti due talenti. Ecco, ne ho guadagnati altri due”. Gli disse il padrone: “Bene, servo buono e fedele; sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto: entra nel gaudio del tuo signore”.

Infine si presentò anche quello che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, sapevo che tu sei un uomo severo, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per questo ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra. Ecco, prendi ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e infingardo, sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; per questo avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri, in modo che, al mio ritorno, avrei potuto ritirare il mio con l’interesse. Perciò toglietegli il talento e datelo a quello che ne ha dieci. Infatti a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza. Ma chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo infingardo, gettatelo nelle tenebre esteriori; là sarà pianto e stridore di denti”.[29]

Anche se il significato allegorico-religioso risulta chiaramente dominante in questa ed in tutte le altre parabole, scritte essenzialmente per illustrare verità di ordine morale e religiosa attraverso esempi tratti anche dalla pratica e dal sistema socioproduttivo del tempo, quest’ultimo viene indiscutibilmente accettato come un dato di fatto e in ogni caso non messo in discussione. Si trattò sicuramente, seppur sotto una particolare forma di esposizione del messaggio di Gesù, di una apertura non indifferente per tutte le (future) posizioni classiste destinate a legittimare anche all’interno della chiesa cristiana, (in via di costruzione) rapporti di produzione fondati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Infine la teoria della non-violenza. Predicata sicuramente dal Cristo dei vangeli, non era certamente priva di controtendenze (“l’ira di Gesù contro i mercanti del tempio”, Matteo 10,34,  e la frase “sono venuto a portare la spada”), ed in ogni caso fu inserita in una prospettiva generale in cui la vicina parousia sarebbe stata soprattutto anche un’Apocalisse violenta contro i ricchi e potenti: ma anche questa pratica di totale lontananza dai poteri costituiti (il date a Cesare…), ritenuti del resto destinati a crollare in breve tempo, avrebbe creato in seguito (con la mancata venuta del Messia e della tanto attesa parousia) la base teorica-religiosa per la predicazione da parte delle chiese cristiane “ufficiali della pacifica sottomissione delle masse popolari ai loro oppressori.

Seppur con la presenza non irrilevante della controtendenza costituita dalla “linea nera”, la tendenza collettivistica e solidale con le sofferenze/bisogni delle masse popolari rimane in ogni caso centrale e dominante all’interno della narrazione effettuata dai quattro vangeli canonici.

Uno stato di equilibrio relativo tra di esse emerge invece dal processo di analisi del contenuto socioeconomico (e politico-sociale) insito negli altri importanti segmenti e libri che compongono il Nuovo Testamento.

La “linea rossa” rimase sicuramente egemone nella famosa Apocalisse (libro della Rivelazione) attribuita all’apostolo Giovanni: secondo il lucido commento di Donini, “l’ultimo dei libri contenuti nel Nuovo Testamento, ma il primo probabilmente in ordine di tempo, è l’Apocalissi, che a torto è stata quasi esclusivamente studiata come un documento di sincretismo giudaico-astrologico, non legato a una precisa condizione sociale e politica. Ora, proprio l’Apocalissi è stata scritta, verso la fine del primo secolo, nei centri urbani dell’Asia minore, che più stavano sopportando il peso dell’oppressione straniera.

Dalle sue pagine traspare un odio violento contro i dominatori romani, i loro alleati, le loro viziate e spietate classi dirigenti: la capitale dell’impero viene assimilata a un nemico storico del popolo ebraico, quella “Babilonia” che ne aveva distrutto molti secoli prima l’indipendenza e minato la stessa integrità religiosa; i Cesari sono altrettante incarnazioni mostruose della “bestia” satanica. Il ricordo ancora vivo del grande incendio che nel 64 aveva devastato gran parte dei quartieri più eleganti e signorili di Roma viene esaltato come manifestazione della collera divina, come uno dei segni dell’imminente fine del mondo e dell’inizio, in un futuro assai ravvicinato, dell’età millenaria di giustizia, di eguaglianza e di supremazia dei “santi”, cioè degli eletti, identificati con i figli d’Israele.

L’aria che si respira in questo scritto è ancora quella della letteratura apocalittica giudaica. La città ideale è  la “Gerusalemme celeste”, vista con tutte le ingenuità e le esagerazioni proprie di chi vive lontano dalla propria terra e si lascia travolgere, a volte, dalla nostalgia degli emigrati. La salvezza è un fatto prevalentemente nazionale. I “santi” che compaiono dinanzi al trono di Dio son 144.000 israeliti, 12.000 per ciascuno delle dodici tribù: i non ebrei sono ammessi solo dopo di loro, a condizione che si siano aggregati alla nuova fede. Ma le comunità sono protese verso il ritorno del “figlio dell’uomo”, il Messia, l’agnello mistico che si è fatto sgozzare per la redenzione del mondo ed è divenuto la vittima espiatoria di tutte le sozzure dei potenti: e in ciò sono già sostanzialmente cristiane”.[30]

In un famoso passo dell’Apocalisse giovannea, venne predetta sia la distruzione imminente di “Roma-Babilonia” che dei “mercanti” che si arricchivano, tra le altre cose, anche con il commercio di “anime di uomini”, e cioè di schiavi. Infatti per l’autore dell’Apocalisse “in un sol giorno si abbatteranno su di lei” (sull’impero schiavistico romano)

“i colpi: morte e lutto e fame,

e sarà consumata dal fuoco, perché possente è il Signore Iddio

che l’ha giudicata.

E piangeranno e si dispereranno i re della terra, che con lei si

sono dati alla lussuria e alla molle vita,

quando vedranno il fumo del suo incendio,

tenendosi a distanza per paura del suo supplizio, dicendo:

“Sventura, sventura, la città grande, Babilonia, città potente,

in un attimo è arrivato il tuo giudizio”.

I mercanti della terra piangono e si lamentano su di lei,

perché il loro carico nessuno lo compra più:

carico d’oro e d’argento e di pietre preziose e di perle,

di bisso e porpora e seta e scarlatto,

e ogni legno odoroso e ogni oggetto d’avorio

e ogni oggetto di legno pregiato,

e di bronzo e di ferro e di marmo,

e cannella e spezie e profumi,

e mirra e incenso e vino e olio

e semola e grano e animali da soma e pecore,

e cavalli e carri e corpi e anime di uomini.

E i frutti che deliziavano la tua anima

si allontaneranno da te,

e tutti i prodotti delicati e lucenti

ormai per te sono perduti e non si troveranno mai più”.[31]

La nuova “Gerusalemme celeste”, invece, è pronta ad aprirsi alle masse popolari ed ai credenti non solo di etnia ebraica, ma anche (seppur in posizione subordinata) di tutte le altre nazionalità oppresse sia da “Roma-Babilonia” che dai “mercanti”, a patto ovviamente di aderire al nuovo messaggio di liberazione: di matrice religiosa, certamente, ma con una precisa valenza sociale e politica di grande peso e valore storico, non limitato ad un solo gruppo nazionale.

Anche la lettera attribuita all’apostolo Giacomo, fratello di Gesù, non risulta certo benevolo con le classi dominanti di quel tempo, accusate apertamente di sfruttare senza pietà i “lavoratori che hanno mietuto i vostri campi” e di “accumulare tesori” senza sosta. Ma la “venuta del Signore” e la parousia, rilevò Giacomo, risultavano ormai vicine, dato che “il giudice” (il giudizio della divinità) “è alle porte” (Giacomo, 5, 9).

La filippica intessuta da Giacomo è violentissima e senza alcuna pietà rispetto alle classi dominanti.

“Orsù dunque, voi ricchi, piangete e lamentatevi per le sciagure che si abbatteranno su di voi. La vostra ricchezza è putrida e i vostri indumenti sono divenuti preda delle tarme, il vostro oro e il vostro argento si sono arrugginiti: la loro ruggine sarà testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco che il salario da voi trattenuto dei lavoratori che hanno mietuto i vostri campi, grida, e le urla dei mietitori sono giunte all’orecchio del Signore degli eserciti. Siete vissuti nel lusso sulla terra, vi siete dati ai piaceri: vi siete ingrassati per il giorno del macello! Solete condannare e uccidere il giusto che non può resistervi”.[32]

Il “giusto”, gli oppressi ed i fedeli cristiani non possono resistere a “Babilonia”, ma il “Signore degli eserciti” secondo Giacomo li vendicherà nel giorno (vicino, molto vicino) della parousia.

Anche il processo di riproduzione delle prime comunità cristiane, specialmente a Gerusalemme (con la comunità ebionit , su cui si ritornerà) ma anche in altre parti dell’impero, era contraddistinta da un comunismo/comunitarismo fraterno, nella quale si superavano ed annullavano le precedenti distinzioni di classe e stato sociale.

Negli Atti degli Apostoli si descrisse vividamente la vita quotidiana della prima comunità cristiana in Palestina, notando che “essi” (i fedeli) “partecipavano assiduamente alle istruzioni degli apostoli, alla vita comune, allo spezzare del pane e alle preghiere. In tutti si diffondeva un senso di religioso timore: infatti per mano degli apostoli si verificavano molti fatti prodigiosi e miracoli. Tutti i credenti, poi, stavano riuniti insieme e avevano tutto in comune; le loro proprietà e i loro beni li vendevano e ne facevano parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano assidui nel frequentare insieme il tempio, e nelle case spezzavano il pane, prendevano il cibo con gioia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Il Signore aggiungeva ogni giorno al gruppo coloro che accettavano la salvezza”.[33]

“E avevano tutto in comune”: veniva ripresa almeno in parte la tradizionale forma organizzativa selezionata dalle comunità di Qumran e degli esseni, in un processo interno di distribuzione dei beni e dei generi di consumo secondo la regola (ripresa da Marx, nella sua Critica del programma di Gotha del 1875) del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”, tipica del comunismo sviluppato e molto superiore a quella vigente nel socialismo.

“Ma un’altra forza stendeva allora le sue ali…”: anche nel resto del Nuovo Testamento la tendenza filoclassista espresse la sua potente influenza e la sua forza di condizionamento, in primo luogo attraverso la valutazione del fenomeno della schiavitù all’interno delle lettere scritte (o attribuitegli a posteriori dai fedeli) dall’apostolo Paolo.

Come si è già accennato in precedenza, Paolo di Tarso rappresentò il più importante diffusore e propagandista della nuova religione tra le nazionalità non ebraiche dell’impero romano, oltre alla figura più rilevante nel processo di elaborazione della concezione del mondo cristiano dopo Gesù.

In questa sede non assume alcuna importanza il problema della (più che probabile) interpolazione delle lettere paoline da parte dei suoi successori, mentre va invece subito sottolineato come fin dalla famosa prima lettera ai Corinzi, attribuita dalla tradizione cristiana a Paolo, quest’ultimo rispose in forma dettagliata ai quesiti che si ponevano nelle comunità cristiane sulle relazioni tra mariti e mogli e a ebrei e non-ebrei, sulla risurrezione di Cristo e la (vicina) parousia, sull’idolatria e le tradizioni ebraiche (a partire dalla circoncisione), ecc. affrontando anche i problemi della schiavitù  e del giudizio sul processo di accumulazione dei beni materiali, che ci interessa in questa sede.

Rispetto alla schiavitù Paolo sottolineò che, dopo la risurrezione di Gesù, non esisteva più alcuna distinzione di fronte alla divinità tra schiavi e persone libere. “Non esiste più Giudeo né Greco, non esiste schiavo né libero, non esiste uomo o donna: tutti voi siete una sola persona in Cristo”.[34]

Inoltre per l’apostolo era ormai imminente l’arrivo della parousia, la nuova venuta liberatrice di Gesù , e pertanto schiavo nella nuova e vicinissima epoca di redenzione sarebbe diventato subito un “liberto del Signore”, vedendo svanire ed evaporare le vecchie differenze di classe.[35]

Seppur con queste premesse, nell’elaborazione paolina si consiglia in ogni caso agli schiavi di obbedire ai loro padroni terreni “in tutto”, mentre le eventuali ingiustizie commesse da quest’ultimi nei loro confronti devono essere sopportati “con il cuore”, perché la futura punizione divina non avrà “riguardo alla persona”.

“Schiavi! Obbedite ai vostri padroni terreni in tutto, non solo sotto i loro sguardi, perché volete piacere a uomini, ma con cuore semplice, perché temete il Signore. Qualunque cosa facciate, agite con cuore come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che riceverete dal Signore come ricompensa l’eredità. Servite al Signore Cristo! Certo chi commetterà ingiustizie, riceverà la ricompensa della sua ingiustizia e non c’è riguardo alla persona.[36]

I ”padroni” di schiavi vengono invece semplicemente invitati a “dare ai servi il giusto e l’onesto, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo”: nessun consiglio di liberare i loro schiavi, anche solo per motivi etico-religiosi ed al fine di guadagnarsi l’accesso al regno divino.[37]

La prima lettera a Timoteo, sempre attribuita a Paolo, risulta ancora più dura: gli schiavi cristiani devono non solo servire, ma anche “onorare” i loro padroni, specialmente se della loro stessa fede religiosa.

“Quanti stanno sotto giogo come schiavi, stimino degni di ogni onore i loro padroni, affinché non vengano bestemmiati il nome di Dio e la dottrina (evangelica). Quelli poi che hanno padroni credenti, non manchino loro di riguardo per il fatto che sono fratelli, ma li servano meglio proprio perché coloro che ricevono il beneficio dei loro servizi sono credenti e amati (da Dio)”.[38]

Anche un altro scritto attribuito a Paolo, la lettera a Filemone, riportava il consiglio fornito dall’apostolo a questo ricco proprietario di schiavi (cristiano) a cui egli riconsegnava un suo schiavo fuggitivo, Onesimo, divenuto cristiano proprio in seguito all’incontro con Paolo a Roma.

L’apostolo esortava Filemone a trattare lo schiavo ribelle e fuggitivo come un “fratello” e di accoglierlo “come fossi io stesso”, utilizzando parole sentite e molto calorose, ma allo stesso tempo e nei fatti concreti Paolo aiutava il padrone a riavere sotto la sua podestà il suo servo ed allo stesso tempo riaffermando concretamente, con la sua azione diretta e personale, la piena legittimità dei rapporti di produzione schiavistici agli occhi di un responsabile di alto livello della nascente chiesa cristiana almeno fino alla parousia, tracciando una strada che sarà poi seguita par più di mille anni dagli apparati ecclesiastici cattolici.

“Pertanto, benché possa liberamente tanto, benché possa liberamente comandarti in Cristo ciò che devi fare, ti supplico piuttosto in nome dell’amore – così sono io, Paolo, vecchio e per di più, ora, prigioniero di Cristo Gesù – ti supplico per mio figlio, che ho generato nelle catene, Onesimo, quegli che una volta non ti fu utile, ora invece è utile a te e a me. Te lo rimando, proprio lui, cioè il mio cuore. Desideravo tenerlo con me, perché in tua vece servisse a me incatenato per il vangelo, ma non ho voluto decidere a tua insaputa, affinché la tua opera buona non sia imposta, ma spontanea. Probabilmente ti è stato sottratto per un breve periodo di tempo, affinché poi tu lo potessi riavere per sempre, non già come schiavo, ma più che schiavo, fratello a me carissimo e, a maggior ragione, a te secondo il mondo e secondo il Signore. Se dunque mi ritieni tuo amico, accoglilo come fossi io stesso! Se poi ti avesse danneggiato o ti deve qualche cosa, mettilo sul mio conto. Io, Paolo, scrivo ciò di mio proprio pugno: pagherò io personalmente”.[39]

Anche rispetto al processo di appropriazione elitario del surplus e di mezzi di produzione sociali, la musica era cambiata drasticamente di tono rispetto alla narrazione evangelica. Nella sopracitata lettera a Timoteo, Paolo di Tarso “ai ricchi di questo mondo” raccomandava “di non essere orgogliosi, né di riporre le loro speranze nella instabilità della ricchezza, ma in Dio che ci provvede abbondantemente di tutto perché ne possiamo godere. (Raccomanda) loro anche di far del bene, di arricchirsi di opere buone, di essere generosi nel dare, disposti a partecipare agli altri (i loro beni), mettendosi da parte un bel capitale per il futuro, onde acquistare la vera vita”.[40]

Non si parla più della necessità di “vendere le proprie ricchezze e di darle ai poveri”, come veniva invece richiesto in alcuni passi dei Vangeli canonici: il livello delle aspettative paoline nei confronti delle classi dominanti diventa invece minimalista ed assai generico, limitato ormai all’esortazione ad “essere generosi nel dare”, anche per ottenere un “bel capitale” (parole testuali…) nel futuro mondo divino.

Nelle lettere di Paolo si respira ancora un afflato apocalittico ed una sincera attesa della parousia, elementi reali che rendono meno urticanti le sue (ipermoderate) valutazioni della schiavitù ed all’accumulazione privata dei beni. Ma siamo in ogni caso in piena “linea nera”, con parole, richiami, concetti e prese di posizioni generali sugli aspetti socioeconomici che verranno utilizzate (decontestualizzandole ed eliminando qualunque attesa di una vicina redenzione apocalittica) per moliti secoli dagli apparati ecclesiastici cattolici, ortodossi e protestanti: servendo ad essi da matrice fondamentale e fonte di legittimazione per la loro costante scelta di campo filo-classista rispetto alle relazioni socioproduttive (e sociopolitiche) via via sviluppatesi nel mondo occidentale, durante gli ultimi due millenni.

Gesù e Paolo di Tarso.

Gesù o Paolo di Tarso, più precisamente.

Una profonda e complessa polarità dialettica si è riprodotta costantemente all’interno sia del Nuovo Testamento che, in seguito, della concezione del mondo/pratica paleocristiana tra il 70 ed il 310 d.C., dopo la sconfitta della prima grande ribellione anti-romana del popolo ebraico e prima del progressivo riconoscimento della religione cristiana come culto di stato, effettuata da parte di Costantino e degli apparati statali dell’impero schiavistico romano.

Sia nel Nuovo Testamento che nel paleo cristianesimo di questi tre secoli, Gesù e la sua prevalente  “linea rossa” evangelica coesistettero simultaneamente con la “linea nera” dettata/attribuita a Paolo di Tarso, coabitando in una situazione di instabile equilibrio relativo per circa tre secoli nella stessa “casa”, la maggioritaria chiesa “cattolica”.

In ogni caso, la fugace “epoca dell’oro” del cristianesimo era finita (ma non del tutto…) con Paolo, l’apostolo che aprì le porte all’era “dell’argento” del paleocristianesimo.

 

 



[1] E. Bloch, “Ateismo…”, op. cit., pag. 167/168

[2] E. Bloch, op. cit., pag. 168

[3] G.Rosati, “Gesù. Il ribelle palestinese”, pag. 20/21/22, ed. Laris

[4] A. Donini, “Breve storia delle religioni”, pag. 234/235, ed. Newton & Compton

[5] Op. cit., pag. 234

[6] A. Donini, “Breve…”, op. cit., pag. 235/236

[7] Op. cit., pag. 234

[8] A. Donini, “Storia del cristianesimo”, pag. 49, ed. Teti

[9] Donini, op. cit., pag. 234

[10] Op. cit., pag. 239

[11] Op. cit., pag. 238

[12] A. Donini, “Breve…”, op. cit., pag. 244/245

[13] Paolo di Tarso, Prima lettera ai Tessalonicesi, 4, 13/18, 5, 4/17, 5, 23/24

[14] V. Messori, “Ipotesi su Gesù”, pag. 164 e 171 , ed. SEI

[15] A. Donini, “Breve storia …”, op. cit., pag. 205

[16] Vangelo di Luca, 6, 20/21; Luca, 17, 20/21; Matteo, 24, 34

[17] Luca, 20, 24/25

[18] M. Molinari, “Il paese di Obama”, pag. 142, ed. Laterza

[19] Vangelo di Matteo, cap. 5, 3/6

[20] A. Donini, “Storia del…”, op. cit., pag. 87

[21] Matteo, 6, 12; A. Donini, “Breve…”, op. cit., pag. 178/179

[22] Luca, 13, 30

[23] Vangelo di Matteo, 25, 42

[24] Matteo, 19, 16-19

[25] Matteo, 19, 21

[26] Matteo, 5, 17

[27] A. Donini, “Storia del Cristianesimo;, op. cit., pag. 89

[28] A. Donini, “Breve…”, op. cit., pag. 206

[29] Matteo, 25, 14/30

[30] A. Donini, “Storia…”, op. cit., pag. 98/99

[31] Apocalissi, 18, 8-14

[32] Giacomo, 5, 1/6

[33] Atti degli Apostoli, 2, 42/47

[34] Lettera ai Galati, 3, 28

[35] Prima lettera ai Corinti, 7, 22

[36] Lettera ai Colonnesi, 3, 12/25

[37] Lettera ai Colonnesi, 4, 1

[38] Prima lettera a Timoteo, 6, 1/2

[39] Lettera a Filemone, 1, 8/19

[40] Prima lettera a Timoteo, 6, 17/19


Warning: Division by zero in /home/webdes90/public_html/Domini/robertosidoli.net/wp-includes/comment-template.php on line 1381