Capitolo Secondo

LA RELIGIONE E L’EFFETTO DI SDOPPIAMENTO IN OCCIDENTE

 L’effetto di sdoppiamento non esiste da sempre, ma solo a partire dal 9000 a.C. circa e dalla zona euroasiatica, con la comparsa dell’epoca del surplus e della produzione costante (condizioni climatiche permettendo) di un plusprodotto accumulabile con relativa facilità.

Tale produzione costante di un surplus/plusprodotto accumulabile mancava quasi totalmente nel lunghissimo periodo paleolitico, che parte dalla comparsa dell’homo habilis (più di due milioni di anni or sono) e fino all’11.000 a.C.

Il livello estremamente arretrato, seppur in via di lento miglioramento, delle forze produttive a disposizione dei raccoglitori-cacciatori del paleolitico non permetteva a priori alcuna forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo nè la comparsa dello stato, inteso come gruppi umani dediti esclusivamente alla gestione degli affari comuni della società attraverso il controllo di particolari organi di repressione, basati sul monopolio della forza fisica.

Pertanto le società del paleolitico erano contraddistinte obbligatoriamente da rapporti di produzione e distribuzione collettivistici, alias dal comunismo/comunitarismo primitivo: in estrema sintesi, rapporti politici largamente egualitari e assolutamente a-statali corrisposero felicemente a rapporti di produzione collettivistici per una lunghissima fase di sviluppo del genere umano, caratterizzata da lenti miglioramenti degli strumenti di produzione (fuoco e arco, in primo luogo) nell’ultima fase del paleolitico.[1]

Ma la sostanziale continuità storica fu spezzata dal “Grande Evento”, alias dalla rivoluzione tecnico-produttiva del neolitico, iniziata in forma embrionale dalle donne dell’Anatolia e dell’area siropalestinese tra l’11000 e il 9000 a.C., con un lento processo che venne replicato in seguito con modalità assolutamente autonome in Cina (prima dell’8800 a.C.) ed in America Centrale durante un’epoca anteriore al 3500 a.C.[2]

La gigantesca rivoluzione neolitica fu caratterizzata dalla nascita dell’agricoltura e dell’allevamento: tale genesi venne preparata alla fine dell’era glaciale da una fase intermedia di raccolta sistematica di cereali selvatici, iniziata da alcune tribù del Paleolitico (Ohalo, Israele, 21000 a.C.) e del Mesolitico nella zona turco-palestinese (11000-9000 a.C.), e resa possibile dalla produzione in questo lungo arco temporale di «falci dalla lama di selce e dal manico di legno o d’osso: pestelli, mole e mortai per liberare i grani dalla pula; metodi d’essiccazione per evitare che i semi germogliassero dopo la raccolta; e grandi silos sotterranei, alcuni dei quali intonacati per renderli impermeabili» (J. Diamond). Illustrando con fatti concreti l’importanza di questa lunga fase prerivoluzionaria, l’archeologo J. R. Harlan ha dimostrato negli anni Settanta che, usando un falcetto dalla lama di selce, in un periodo di mietitura di tre settimane una famiglia di sei persone nel Mesolitico avrebbe potuto accumulare frumento selvatico in quantità tale da permettere un consumo procapite giornaliero di quattro ettogrammi di cereali: i “motori” delle forze produttive si stavano ormai scaldando, preparando le condizioni per l’entrata nell’era del surplus.[3]

Dopo questo lungo periodo preparatorio, i clan della zona siropalestinese ed anatolica iniziarono a seminare con cura ed arte le prime piante di cereali, cominciando a curarne la crescita e selezionando per caso e/o tentativi le sementi più produttive, mentre parallelamente allo sviluppo dell’agricoltura le tribù dell’area in esame presero ad allevare i primi animali “commestibili” (seguendo l’esperienza della domesticazione del lupo-cane), attirati e allo stesso tempo nutriti dalle colture di cereali neolitiche.

In tal modo nel Vicino Oriente il genere umano coltivò le piante del grano, dell’orzo e dei piselli, addomesticando la pecora e la capra attorno all’8500 a.C.; in Cina processi analoghi avvennero per miglio e riso, oltre che con i primi allevamenti di maiali (8000 a.C.), mentre in America Centrale la coltivazione di mais, fagioli e zucca si accompagnò all’allevamento del tacchino (3000 a.C.).

I risultati concreti della rivoluzione tecnico-produttiva del neolitico furono eccezionali e di un peso storico straordinario, visto che innanzi tutto si produsse un enorme aumento della produttività media del lavoro sociale rispetto alla precedente caccia-raccolta (o pesca) del Paleolitico: J. Diamond notò sinteticamente che «alla fine, un ettaro di terra coltivata riesce a dar sostentamento a molti più contadini (dalle 10 alle 100 volte) di quanto non riesca a fare un ettaro di terra vergine per i cacciatori-raccoglitori».[4]

Dalle dieci alle cento volte: un salto qualitativo gigantesco, anche se accompagnato dal lato negativo della progressiva riduzione del tempo libero disponibile rispetto alle precedenti società di raccoglitori-cacciatori, come evidenziato in modo provocatorio dal teorico statunitense John Zerzan.

L’umanità era ormai entrata nell’era del surplus.

Di conseguenza, alcune frazioni consistenti del genere umano dopo il 9000 a.C. iniziarono a riprodurre sistematicamente, pur tenendo conto dei fattori atmosferici e climatici avversi, un surplus e un plusprodotto in eccedenza rispetto ai bisogni minimali di sopravvivenza biologica, in modo tale che l’aumento della produttività diede alla forza-lavoro umana, per usare una nota definizione di Engels del 1884, la capacità di creare un prodotto maggiore di quanto fosse necessario al suo mantenimento: anche se ovviamente, nel corso del IX millennio a.C., la produttività media e la massa complessiva della forza lavoro impiegata rimasero bloccate ancora ad un livello relativamente basso, esse nondimeno consentirono all’oasi di Gerico di utilizzare il surplus e il pluslavoro disponibile per commerciare con altre zone (ossidiana), e per erigere mura e torri attorno alla città già a partire dal 8300-7500 a.C.[5]

Il gioco era riuscito e la “magia” si era realizzata con successo, visto che attorno al 9000-7500 a.C. alcune importanti zone geoeconomiche del globo crearono e riprodussero quel fondamentale salto di qualità produttivo che taglia seccamente in due la storia dell’Homo Sapiens, dividendola nell’era pre e post surplus permanente, mentre come ulteriore sottoprodotto positivo l’aumento formidabile della produttività del lavoro sociale e la formazione parallela del plusprodotto agricolo innescarono un circolo economico “virtuoso”, che si autoalimentò e si riprodusse su scala allargata: infatti l’agricoltura creò, come si è già rilevato, le condizioni materiali necessarie per innescare l’utilizzo dell’allevamento di animali domestici su larga scala e dopo il lupo, che si trasformò in cane a partire dal 12000 a.C. in Cina e Iran, venne il turno della domesticazione di altri preziosi animali.

Ma soprattutto, con l’epoca del surplus divenne possibile la riproduzione (potenziale/reale) sia di una “linea rossa” socioproduttiva, cooperativa ed egualitaria, sia di una “linea nera” alternativa e fondata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo: nel neolitico, come nel nostro terzo millennio.

Dall’analisi finora sviluppata risultano chiare le ragioni per cui l’effetto di sdoppiamento diventa molto importante per il processo di focalizzazione sul fenomeno religioso e sulla sua dinamica nel corso degli ultimi undici millenni, anche molto tempo dopo la fine dell’epoca neolotica/calcolitica.

Il primo motivo è che già nel neolitico/calcolitico si erano via via formate due diverse tipologie di religioni, una patriarcale/maschilista e l’altra invece gilanica, pacifica e femminile, egemone (guarda caso…) proprio nelle civiltà che tra il 9000 ed il 3900 a.C., continuarono ad adottare rapporti di produzione collettivistici: uno “sdoppiamento” innegabile in campo religioso, che ha interessato larga parte del globo e ben sei millenni del genere umano, e che va spiegato e “decifrato” avendo a disposizione una teoria generale di partenza ed uno schema interpretativo su ampia scala (temporale e spaziale).

In seconda battuta, perché solo attraverso la tesi dell’effetto di sdoppiamento si possono individuare le cause e le precondizioni socioproduttive della persistenza del plurimillenario sdoppiamento all’interno del fenomeno religioso anche dopo la progressiva affermazione su scala mondiale della “linea nera”, a partire dai kurgan e dallo stato teocratico sumero: biforcazione e sdoppiamento della pratica religiosa iniziato attorno al 4500/3700 a.C., e continuato fino ai nostri giorni quasi senza soluzione di continuità. Siamo in presenza, come si vedrà meglio nei prossimi capitoli, di uno sdoppiamento allo stesso tempo multiforme ed innegabile.

Sdoppiamento dei “testi sacri”, in una loro parte filocollettivistica ed in una sezione invece filo classista all’interno di uno stesso libro ispiratore di credenze religiose. Sdoppiamento delle pratiche socioproduttive di matrice religiosa, con la presenza carsica di comunità di matrice religiose al cui interno vigevano proprietà/distribuzione collettivistici, alieni a quel processo di appropriazione del surplus erogato da schiavi/servi della gleba/salariati che contraddistinse i principali apparati ecclesiastici nel mondo occidentale (e non solo…). Sdoppiamento della dinamica religiosa in tutto il mondo, sotto il profilo della valutazione dei rapporti di produzione classisti divenuti egemoni dopo il 3700 d.C., con la comparsa e riproduzione carsica delle religioni degli oppressi: a fianco di quelle degli oppressori spesso (ma non sempre) sotto forma di “eresie” all’interno delle egemoni religioni filoclassiste, ed in ogni caso contraddistinte da una precisa scelta di campo a favore delle masse popolari e di relazioni di produzione collettivistiche, cooperative e fraterne.

Infine va sottolineato come lo schema teorico dell’effetto di sdoppiamento possa spiegare le ragioni della tenace  durata nel tempo del lato soggettivo della “linea rossa” nel periodo post-3700 a.C., e cioè della volontà e pratica collettiva dei “rossi”, dell’insieme variegato e proteiforme di tutti quei milioni di uomini che durante gli ultimi sei millenni si erano e sono tuttora orientati concretamente, anche se a volte solo al livello dei  bisogni utopici e non rivoluzionari, a sostegno di un “mondo diverso” da quello classista.

Ora, proprio questo “zoccolo duro” di resistenza (plurimillenaria, seppur espresso sotto forme pacifiste sommesse e quasi latenti) contro l’oppressione e l’ingiustizia sociale formò quasi sempre la principale base sociale di riferimento per le religioni alternative/eresie di carattere filo-collettivistico. Una colonna portante senza le quali queste ultime non sarebbero potuto sorgere e riprodursi, a dispetto delle feroci repressioni, e allo stesso tempo un magma di desideri, coscienze e bisogni collettivi che trovò quasi sempre, almeno fino al 1789/97, il suo principale punto di focalizzazione ideologico ed organizzativo proprio nel fenomeno religioso, interpretato in senso  opposto a quello espresso invece dalle classi sfruttatrici e degli apparati ecclesiastici ad esse strettamente collegati.

Il grande storico Ambrogio Donini aveva notato giustamente, a questo proposito che “in tutta l’antichità, e per gran parte del medioevo, la voce dell’opposizione al prepotere delle classi privilegiate, quasi sempre celata sotto un rivestimento religioso, è stata soffocata e si è vista costretta, per sopravvivere, a ogni sorta di accorgimenti e di infingimenti: anonimato, attribuzione a personaggi mitici o al di sopra di ogni sospetto, accettati anche dai dominatori, come la Sibilla eritrea, che i poveri d’Israele avevano finito per identificare con una parente stretta di Noè e che i romani avevano confuso con la Sibilla cumana della quarta egloga di Virgilio. Eppure questa forma di protesta, che si avverte in tutta una serie di visioni, di profezie, di annunci di catastrofi cosmiche e sociali, nelle quali in modo più o meno aperto si prevedeva la fine della vecchia età e della sua classe dominante e l’avvento di una “nuova era”, aveva raggiunto una tale diffusione, da toccare talora gli stessi strati culturalmente più sensibili dei ceti al potere, come è appunto il caso di Virgilio”.[6]

La Sibilla, secondo Ovidio, aveva il compito di guidare gli eroi agli inferi e di riportarli, dopo mille anni, alla felicità degli Elisi. Ma nel carme virgiliano troviamo qualcosa di più e di diverso: il vaticinio di “una nuova progenie discesa dal cielo” e di una restaurazione tra gli uomini della pace e delle libertà violate. Era questo il sogno delle masse schiacciate dall’economia schiavistica, che strappava gridi di rivolta, dopo i falliti tentativi d’insurrezione armata, non solo nella terra dei giudei, ma in tutti gli ambienti più miserabili del mondo greco-romano, dalla Scilla all’Asia Minore, dall’Africa settentrionale al regno del Bosforo, che si estendeva sino all’attuale territorio dell’Unione sovietica, dalla Gallia alle zone contese tra i parti e i romani, nella Mesopotamia e nella Siria, là dove nascerà un giorno il mito del “Nerone redivivo”, che farà scontare all’impero tutti i delitti commessi, spesso più sociali che politici. Di qui anche il concetto del “millennio”, età  felice di abbondanza e di giustizia per i poveri, che non ha nulla a che vedere con la supposta paura della fine del mondo alle soglie dell’anno mille, invenzione della scuola romantica.

Una lunga (ed eroica) “linea rossa”, che ha il suo presupposto proprio nella riproduzione plurimillenaria (reale e/o potenziale) nell’effetto di sdoppiamento…

Avendo alle spalle una prima base storico-teorica di riferimento, si può pertanto iniziare ad analizzare lo sdoppiamento via via formatosi nel testo sacro, nel punto di riferimento essenziale della principale religione nel mondo occidentale, la Bibbia (Vecchio e Nuovo testamento) della religione ebraico-cristiana.

 



[1] R. Sidoli, “I rapporti di forza”, cap. sesto, in www.robertosidoli.net

[2] J. Diamond, “Armi, acciaio e malattie”,  pag. 73, ed. Garzanti

[3] R Tannahill, “Storia del cibo”, pag. 34, ed. Rizzoli

[4] Diamond, op. cit., pag. 62

[5] Engels, op. cit., cap. IX

[6] A. Donini, “Storia del cristianesimo”, pag. 40/41, ed. Teti


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